NICCOLÒ MACHIAVELLI
E I SUOI TEMPI VOLUME III
PASQUALE VILLARI
NICCOLÒ MACHIAVELLI
E
I SUOI TEMPI
ILLUSTRATI
CON NUOVI DOCUMENTI
3ª Edizione riveduta e corretta dall'Autore
Volume III
ULRICO HOEPLI
EDITORE-LIBRAIO DELLA REAL CASA
MILANO
—
1914
PROPRIETÀ LETTERARIA
46-913. — Firenze, Tipografia «L'Arte della Stampa», Succ. Landi
Via Santa Caterina, 14
AVVERTENZA
La ristampa di questo volume dovette, per diverse ragioni, procedere con molta lentezza. E intanto gli studi sul Machiavelli sembravano rifiorire. Vennero infatti alla luce parecchi nuovi lavori, e prima di tutti il secondo volume del Tommasini, con un'appendice di documenti. Di questi lavori era mio debito tener conto, come cercai di fare nel miglior modo che seppi. Alcuni di essi però mi pervennero troppo tardi perchè io potessi valermene. Di uno, come il lettore potrà vedere, detti qualche ragguaglio in una nota speciale, messa dopo i documenti. Altri due ricorderò adesso.
La stampa del volume era già compiuta, quando potei vedere la terza ed ultima parte dell'opera, di cui il signor Adolfo Gerber da più tempo aveva iniziata la pubblicazione. Con essa egli ci ha dato un ampio, assai utile studio critico-bibliografico sui manoscritti, le edizioni e traduzioni delle opere del Machiavelli nei secoli XV e XVI, illustrato con molti facsimili.[1]
Un'altra opera notevole pel biografo del Machiavelli, è quella del signor Jean Dubreton, La disgrâce de Nicolas Machiavel.[2] L'autore si è proposto di trattare quella parte della biografia, che è stata, secondo lui, a torto trascurata dagli altri. Mediante lo studio specialmente della corrispondenza epistolare con Francesco Vettori e cogli altri amici o parenti del Machiavelli, egli ha cercato di descriverne minutamente il carattere personale e privato. Nemico, come egli dice, della storia endimanchée, il Dubreton vuol far discendere il Segretario fiorentino dal solenne piedistallo, su cui lo han voluto porre gli altri biografi, studiandolo invece nella sua nudità e semplicità. L'esame imparziale dell'uomo privato varrà forse a far meglio conoscere anche l'uomo pubblico, lo scrittore.
Seguendo questo concetto l'autore ha cercato di darci un minuto ragguaglio della vita del Machiavelli nella famiglia, nella cancelleria, nei ritrovi, fermandosi sopra tutto a descrivere i più o meno illeciti amori di lui, e quelli anche dei suoi amici o compagni. Insiste moltissimo su tutte quante le sue debolezze. Delle sue legazioni, della sua vita pubblica, delle Opere, di tutto ciò che ha dato l'immortalità al Machiavelli, egli si occupa certamente, ma assai meno, rimanendo fedele allo scopo che si era proposto, al metodo che aveva dichiarato di voler seguire.
Quando noi leggemmo il libro del signor Dubreton, avevamo assai prima riveduto e stampato quei capitoli del nostro lavoro, in cui, valendoci appunto della corrispondenza privata, avevamo già trattato quella parte della biografia, su cui lo scrittore francese si era più particolarmente soffermato. Non ci era quindi possibile tornare indietro e discutere, e neppure rispondere a qualche osservazione che egli ci aveva fatta con una cortesia di cui sentiamo l'obbligo di ringraziarlo. Il Dubreton ritiene che noi ci siamo troppo poco fermati sulla vita privata del Machiavelli, che siamo stati troppo riservati, abbiamo voluto attenuare le sue debolezze, coprire le sue nudità.
Non v'ha dubbio alcuno, lo scopo che noi ci eravamo prefisso era diverso dal suo. Noi volevamo sopra tutto far conoscere il Machiavelli uomo di Stato, scrittore, patriotta. Quanto alle sue debolezze, sopra tutto ai suoi amori, spesso non molto edificanti, li abbiamo sempre ricordati; ma certo non erano ciò che più c'importava di mettere in luce. Ammettiamo che di un grande uomo è necessario conoscere tutto, anche le debolezze, anche gli errori; ma qui appunto ci permettiamo di esporre una osservazione, che risponde a quella fattaci dallo stesso autore.
Ponendo in maggior luce una parte sola, non sempre la migliore, del carattere di un grande uomo, si corre il rischio, a noi sembra, di lasciare nell'animo del lettore una impressione troppo unilaterale. È avvenuto infatti allo stesso signor Dubreton che, dopo aver descritto quella che egli chiama la mediocrità, quasi la bassezza, del Machiavelli, resta più tardi assai maravigliato di vederlo a un tratto, verso la fine della sua vita, quando la patria era in pericolo, divenir poco meno che eroico. Lo vede adoperarsi con grande entusiasmo, con ardente patriottismo, ad armare il popolo, ad apparecchiarlo alla difesa; e, allora, quasi dominato egli stesso da eguale entusiasmo, ci descrive con viva eloquenza «cette vie de médiocrité, qui sur la fin éclate en noblesse.»
Ma se, quando descriveva, con tanta cura e precisione, le debolezze del Machiavelli, non avesse un po' troppo allontanato lo sguardo dall'altro lato più nobile del carattere di lui, sarebbe forse venuto a diversa conclusione. Avrebbe nelle sue Opere, nella fedeltà con cui servì la Repubblica sotto il gonfalonierato del Soderini, nell'irrefrenabile ardore patriottico, di cui diè prova costante sin da quando propose ed iniziò l'ordinamento della milizia nazionale, ritrovato anche quel medesimo entusiasmo, quel medesimo patriottismo, quella medesima nobiltà d'animo, che tanto ammirò più tardi. La sua maraviglia sarebbe allora cessata, e si sarebbe forse persuaso che, se di un grande uomo è necessario conoscere tutto, anche le debolezze, non è poi necessario fermarsi troppo a contemplarle, correndo il rischio di lasciare in ombra quelle più nobili qualità che costituiscono la vera grandezza di lui, quelle per cui egli appartiene alla storia.
Luglio 1913.
LIBRO SECONDO
CAPITOLO VI.
Leone X, la sua politica e la sua Corte.
Prima di ripigliar l'esame delle opere del Machiavelli, dobbiamo di nuovo fermarci alla storia dei tempi, coi quali esse sono in una continua relazione, e dei quali continuamente discorrono.
Leone X era salito sulla cattedra di San Pietro, destando per tutto, specialmente in Italia, grandissime speranze di sè. Il mondo era stanco degli eccessi scandalosi d'Alessandro VI, e delle audacie irrequiete di Giulio II. Si desiderava un poco di tregua e di pace; il cardinal Giovanni de' Medici sembrava perciò il papa da tutti desiderato. Il Vettori dice di lui, che «aveva saputo in modo simulare, che era tenuto di ottimi costumi.»[3] Certo aveva una generale reputazione di buono, ma anche di assai accorto, che sapeva condurre ed aggirare i cervelli degli uomini. In politica era della scuola di suo padre Lorenzo il Magnifico; ambiziosissimo del potere per sè e pe' suoi, con una grande apparenza di bonomia e di semplicità, serbando sempre quelli che a Firenze chiamavano i modi civili. Ma ciò non impediva punto che, all'occorrenza, sapesse non solo mentire ed ingannare, di che quasi menava vanto; ma porre crudelmente le mani nel sangue. Aveva anche una grande reputazione, e meritata, d'uomo liberalissimo del suo. Dava in fatti quello che aveva e quello ancora che non aveva. «Era tanto possibile,» dice lo stesso Vettori, «che Sua Santità tenesse mille ducati, quanto è possibile che una pietra vada in alto da sè.»[4] «È certo che se le porte del Panteon fossero d'oro, il Papa non le lascerebbe al loro posto,» diceva uno degli ambasciatori veneti.[5] Ed un altro aggiungeva, che non solamente non sapeva tener conto alcuno del danaro, ma che i Fiorentini i quali gli si affollavano d'intorno, e dicevano d'esser suoi parenti, non gli lasciavano mai un soldo in tasca, per il che erano venuti in grande odio alla Corte.[6] Nè minore era la sua fama di mecenate, protettore e cultore delle lettere e di tutte le arti belle. Il palazzo a Sant'Eustachio,[7] quando egli lo abitò da cardinale, era divenuto ben presto un ameno ricetto d'artisti e di letterati, un museo, nel quale collocò la biblioteca Medicea, che nel 1508 aveva comperata dai frati di S. Marco, i quali l'avevano acquistata ai tempi del Savonarola.[8] Di mezzana statura, di testa grossa, d'un colore che tendeva al rosso, con occhi sporgenti, di vista corta in modo che portava sempre una lente, Leone X aveva allora trentotto anni, era vanissimo della sua bella mano, che faceva sempre vedere, ornandola di molti anelli, e più ancora della sua voce armoniosa così nel parlare, come nel cantare. Lo tormentava però molto una fistola che rendeva disgustoso l'avvicinarlo; era assai corpulento ed intollerante d'ogni fatica prolungata. Tutti i poeti cortigiani lodavano, esaltavano i suoi versi latini, che erano assai mediocri, ma che egli improvvisava con molta facilità; tutti lo ammiravano ed applaudivano quando cantava e quando disputava di pittura, di scultura, di musica, d'ogni cosa. In sostanza però egli non riuscì mai a produrre nulla di originale. Era un gran dilettante, un grande amatore delle arti e delle lettere, non altro. Ed in ciò si vedeva assai chiara la sua inferiorità di fronte a Lorenzo il Magnifico, che non solo fu mecenate, ma lasciò anche una impronta personale nella letteratura del suo tempo.
Non era anche sciolto il Conclave, che lo aveva eletto (11 marzo 1513) quando il Papa nominò suoi segretari Pietro Bembo veneziano, erudito latinista, elegante scrittore italiano, amante del bel sesso, del lieto vivere, e Giovanni Sadoleto, altro latinista erudito, vago del conversare ameno e dei piaceri. Simili a costoro erano, più o meno, tutti i prelati di cui si circondò. Un luogo eminente fra loro tenne per qualche tempo Bernardo Dovizi da Bibbiena, il noto autore della scandalosa commedia La Calandra. Questi era un capo ameno, molto pratico però degli affari; aveva assai contribuito all'elezione del Papa, e ne fu compensato col cappello cardinalizio, di cui godè poco, perchè la sua salute era già rovinata, e perchè ben presto il sospetto d'avere intrigato colla Francia, gli fece perdere ogni favore, tanto che la sua morte, seguita poco dopo, venne attribuita a veleno. Quando si trovava in mezzo a questi prelati, ai suoi poeti, ai suoi artisti, Leone X pareva veramente felice. Egli manifestò la propria indole, espresse tutto l'animo suo, quando, poco dopo l'elezione, incontrando il fratello Giuliano, gli disse: «Godiamoci il papato, poichè Dio ce l'ha dato.»[9] Godersi la vita, non tanto sensualmente, quanto esteticamente, era ciò che più di tutto desiderava. «Non vorria nè guerra, nè fatica,» scriveva l'ambasciatore veneto Marin Giorgi.[10] «Pensava a ogni altra cosa che a guerra,» scriveva l'ambasciatore fiorentino Francesco Vettori.[11] E pure, sebbene tutto egli sacrificasse ai desiderati piaceri, e tanto volesse la pace, fu sempre in guerra, e tenne in agitazione continua l'Italia intera.
Per la sua Corte, per i suoi piaceri e conviti, per i suoi letterati ed artisti, anche per i suoi buffoni, aveva bisogno di molti danari, il che gli faceva tentare ogni via onesta e disonesta per averli, e qualche volta da ciò nascevano dissensi, che erano poi cagioni di guerra. In fatti volse subito l'occhio alle terre di Cervia e di Ravenna, da cui si cavavano cinquantamila ducati l'anno di sale, senza riflettere che così insospettiva ed irritava i Veneziani, che le possedevano.[12] A questo s'aggiungeva una brama ardente di far parlare di sè, d'essere tenuto potente in Italia; ma soprattutto un desiderio vivissimo, che non gli dava mai pace, di rendere potenti anche tutti i suoi. «Il Papa e i suoi Medici,» scriveva l'ambasciatore veneto, «non hanno altra fantasia che di far grande la prosperità della casa, e i suoi nipoti non si contentavano d'esser duchi, ma pretendevano che uno di loro fosse re.»[13] Abbiamo già visto come questi desideri, di cui parlano tutti i contemporanei amici e nemici di Leone X, spingessero di continuo al disegno di formare nell'alta Italia uno Stato di Modena e di Parma, da estendersi poi sino a Ferrara e ad Urbino, il che naturalmente doveva esser causa di guerra cogli Este e coi Della Rovere. Un tale disegno era stato quello che aveva suggerito al Machiavelli l'idea del Principe, nel quale consigliava ai Medici, che s'allargassero addirittura a tutta Italia, riunendola ed armandola. La prima speranza del Papa fu per qualche tempo di dare il nuovo Stato al nipote Lorenzo, supponendo di poter profittare degl'inevitabili garbugli d'Italia, in modo da ottenere pel fratello Giuliano il regno di Napoli. Trovata ben presto impossibile l'effettuazione del secondo e più ambizioso disegno, voleva dar Modena e Parma a Giuliano. Ma questi, che era fantastico e buono, morì nel 1516, e così restò solo Lorenzo, che aveva ventun anno, ed era, secondo l'ambasciatore veneto, «di un animo gagliardo, astuto e atto a far cose grandi, non come il Valentino, ma poco meno.»[14] Costui stimolava continuamente il Papa, tanto più che non gli piaceva punto lo starsene a Firenze, dove poteva comandar più di nome che di fatto.
V'era anche un altro Medici, di maggiore età e più autorevole, Giulio (1478-1534), figlio naturale di quel Giuliano che fu ucciso nella congiura dei Pazzi. Nato poco dopo la morte del padre, e notissimo più tardi col nome di Clemente VII, s'era dato ben presto alla vita ecclesiastica; fu poi cavaliere di Rodi, frequentò molto la Corte del cardinal Giovanni, e continuò più che mai, quando questi fu papa Leone X. S'era molto adoperato nella congiura che cacciò il Soderini da Firenze, e venne poco dopo nominato arcivescovo di questa città. Non andò guari che fu promosso cardinale, dopo essere stato prima falsamente dichiarato figlio legittimo, al modo stesso che s'era da Alessandro VI praticato pel Valentino. Insieme con lui ebbero il cappello Bernardo da Bibbiena, il datario Lorenzo Pucci ed Innocenzo Cibo, nipote del Papa per parte di sorella. Questo fu il primo passo, dice il Vettori, dato da Leone X a violare i giuramenti, cosa che incominciò subito a far mutare la buona opinione che s'era prima concepita di lui. Il cardinale Giulio veniva adoperato in tutte le più gravi faccende, e passava per un uomo accortissimo, consigliere non solo, ma quasi guida del Papa.[15] Assai meno dedito ai piaceri, meno curante di fare il mecenate, reggeva meglio al lavoro, e si dava agli affari senza distrazioni. Ma il vero è, che il Papa se ne valeva come di un utile e docile strumento della propria volontà. Per cansar fatica egli adoperava sempre e molto gli altri; ma voleva far le cose a suo modo, ed ottenere il proprio intento, senza punto badare ai mezzi.
Fu sventura per lui salire al pontificato quando l'Europa era travagliata da lotte sanguinose per le gare dei grandi potentati; quando già cominciava l'agitazione della Riforma religiosa; quando l'Italia era lacerata da Francesi e da Spagnuoli, che se ne contendevano il dominio, e vi chiamavano, per farsi a vicenda aiutare, altri stranieri. Egli presumeva farsi grande moderatore della politica generale in tutta Europa. L'autorità della Chiesa, il nome della famiglia, la grande fortuna che lo aveva mirabilmente secondato, lo ponevano certo assai in alto, e facevano a molti sperare, che come suo padre era stato chiamato l'ago della bilancia d'Italia, così il figlio potesse essere arbitro delle grandi contese politiche, non solo in Italia, ma in tutta Europa. Ad ottenere un tal fine però, Leone X avrebbe dovuto avere un grande scopo ed il carattere proprio d'un uomo di Stato, lasciando da ciò costantemente regolare la sua condotta; ma questo appunto era invece ciò che gli mancava del tutto. Di certo sarebbe un grave errore il credere che, in mezzo a così gravi conflitti, egli non pensasse che ai suoi interessi personali e di famiglia. Doveva anch'esso, al pari di tutti i papi, sentire il bisogno d'assicurare lo Stato della Chiesa, e quindi, se non poteva, come aveva sperato Giulio II, cacciar dall'Italia gli stranieri, impedire almeno ad ogni costo, che uno solo di loro divenisse padrone della Lombardia e del Napoletano. Non poteva un uomo del suo ingegno non vedere, che chi avesse così avuto in mano «il capo e la coda d'Italia», avrebbe circondato e stretto dai due lati lo Stato della Chiesa, privandolo d'ogni possibile indipendenza. Ma il bisogno costante, irresistibile di profittar sempre di tutto a vantaggio non solamente suo e della Chiesa, ma dei parenti, creando a ciascuno di essi uno Stato, era quel che toglieva alla sua politica ogni valore impersonale.[16] A ciò s'aggiungeva quella sua indole amante dei piaceri e del quieto vivere, senza troppi pensieri; il non prendere mai nessuna cosa sul serio; il continuo, l'eterno tergiversare senza mai decidersi; il trattare contemporaneamente con tutti nello stesso tempo, ingannando tutti con una doppiezza, di cui menava vanto, che aveva anzi elevata a principio. Quando si stringe alleanza con uno, egli diceva, non bisogna mai tralasciare d'aprir trattative anche cogli altri, per tenersi sempre aperta una via d'uscita, ed esser sempre pronto agli eventi.[17] Così la sua politica fu una serie continua d'interminabili mutazioni, un caos, un laberinto in cui non è possibile trovare nessun filo conduttore, perchè nessun alto principio la guidava mai. Neppure della tremenda rivoluzione religiosa, iniziata allora da Martino Lutero, egli, indolente e scettico com'era sempre, seppe formarsi un concetto chiaro.
Che la condotta d'un tale uomo dovesse riuscire funesta all'Italia, è facile immaginarlo. Non era appena morto Giulio II, che il generale Cardona s'impadronì di Parma e di Piacenza, a vantaggio del ducato di Milano, dove governava, di nome più che di fatto, Massimiliano Sforza, giovine inesperto e debole, il quale perciò si trovava in balìa degli Svizzeri, degli Spagnuoli e dell'Imperatore, a grande dispetto del suo segretario Girolamo Morone, uomo di molto ingegno, di animo audace, irrequieto e pieno sempre di ardimentosi disegni. Il Papa si sentì allora mortalmente ferito per la perdita di quelle due città, su cui aveva fatto pe' suoi parenti grande assegnamento, e cominciò subito ad intrigare. Invitato dalla Francia, che nel marzo del 1513 aveva fatto lega con Venezia, per assaltare Milano, ricusò d'aderire, perchè non gli volevano assicurare la restituzione di Parma e di Piacenza.[18] Faceva quindi mostra d'avvicinarsi invece alla lega, che nell'aprile avevano conchiusa a Mecheln Enrico VIII e l'Imperatore, per difendere Milano e le terre della Chiesa, per assalire la Francia. Girolamo Morone era intanto corso a Roma, sperando d'avere aiuti a difesa del suo signore, ed il Papa, sebbene ancora non si sbilanciasse, gli dava danari per assoldare Svizzeri. La guerra cominciò subito. Da un lato scesero i Francesi, da un altro s'avanzarono i Veneziani; e Milano si ribellò al Duca, cui non restava altro che Como e Novara, nella quale ultima città si rinchiuse. Ma allora scesero dalle Alpi gli Svizzeri, i quali nel giugno diedero alla Riotta una grande disfatta ai Francesi, mutando così lo stato delle cose. Il Cardona in fatti aderì prima in nome degli Spagnuoli, alla lega di Mecheln, e dette Parma e Piacenza al Papa, che, com'era naturale, senza più esitare, aderiva anch'egli. Assalì poi subito i Veneziani, ed arrivò sin quasi alla laguna. Nell'ottobre venne alla Motta a giornata coll'Alviano, che i Francesi avevano liberato dalla prigionia, e lo ruppe. La Francia nello stesso tempo perdette Genova, e fu in casa assalita da Inglesi ed Imperiali, che le diedero una grave rotta a Guinegatte (16 agosto 1513). Gli Svizzeri l'assalirono dalla parte di Dijon; ma al La Trémoille riuscì, con danari e larghe promesse, a farli ritirare da Milano.
Luigi XII capì finalmente che il suo interesse lo portava ad unirsi col Papa, il quale poteva suscitargli contro troppi nemici. Rinunziò quindi al Conciliabolo iniziato a Pisa, e sottomise la Chiesa gallicana al Concilio lateranense, il che era un gran trionfo per il Papa. Così fu subito conclusa una nuova lega tra lui, la Francia e l'Inghilterra. Leone X adunque si trovava adesso legato con la nazione francese, stata sempre avversa alla sua casa; anzi allora appunto s'imparentava col re Luigi XII, mediante il matrimonio di Filiberta di Savoia con Giuliano, promettendo di mandarlo ad aiutare la ripresa di Milano, con la speranza, ben inteso, d'ottenere altri vantaggi. E intanto già cercava in segreto di stringere accordi fra la Spagna, l'Impero, Venezia, Firenze e Milano, tanto per tenersi, come faceva sempre, aperta la via a gettarsi di qua o di là, secondo l'occorrenza. «Pieno di artifizî,» così scrive il Guicciardini, «voleva da un canto che il re di Francia non ricuperasse lo Stato di Milano; da un altro intratteneva lui e gli altri principi, quanto più poteva, con varie arti.»[19] È quindi impossibile tener dietro alle sue mille tergiversazioni. Egli trattava con tutti e non si teneva fermo a nessuno, perchè da nessuno poteva avere le promesse ed assicurazioni che voleva pel reame di Napoli e per l'alta Italia. Tutti conoscevano però quali erano i suoi ambiziosi disegni.[20] Quando si vedeva che Giuliano se ne stava a Roma, quasi disprezzando la dimora in Firenze, si diceva dai più accorti: «Bisogna che abbi fantasia a cose maggiori, che non può essere altro che il regno di Napoli.»[21] Quando si vedeva che il Papa permetteva ai Fiorentini d'assalire i Lucchesi; quando si vedeva che invece di restituire Reggio, secondo la data promessa, acquistava Modena dall'Imperatore per 44,000 ducati, tutti capivano quali erano anche da questo lato le sue mire. Siena, Ferrara, Urbino temevano d'essere da un momento all'altro avvolte nelle reti artificiose del Santo Padre, che era perciò circondato da una generale diffidenza. Ma ora un nuovo avvenimento mutava affatto le condizioni politiche dell'Europa. Luigi XII, dopo la morte della moglie Anna, aveva sposato Maria, sorella del re Enrico VIII, bella e giovane tanto, che fu dai malevoli detto aver egli tratto d'Inghilterra «una chinea, che camminò sì forte, che in pochi mesi lo portò fuori del mondo.»[22] Egli era infatti malaticcio, aveva 53 anni, e con una moglie di soli 16, non reggendo al mutato tenore di vita, morì il primo del 1515. Francesco I, che gli successe, non aveva più di 20 anni; era pieno delle memorie di Gastone di Foix, del desiderio di vendicar le disfatte di Novara e di Guinegatte; s'era l'anno innanzi sposato con la figlia primogenita del re Luigi, la quale ereditava dalla madre il ducato di Brettagna, e dal padre le pretese su quello di Milano. Alto della persona, bello, forte, d'animo cavalleresco, amante delle lettere e dei piaceri, capace di concepire e di condurre ad effetto arditi disegni, assunse, con la corona di Francia, il titolo ancora di duca di Milano, e s'apparecchiò all'impresa d'Italia. A questo fine concludeva alleanza con l'arciduca Carlo, rinnovava il trattato con l'Inghilterra, confermava quello già fatto da Luigi XII con Venezia.[23] Ma non gli fu possibile accordarsi col Papa, perchè il nunzio Canossa, vescovo di Tricarico, uomo operoso ed accorto, insisteva, secondo il solito, non solamente per Modena e Parma, ma anche per avere la promessa del regno di Napoli. A tanta insistenza Francesco I fu per perdere la pazienza. «Questa che Nostro Signore ci domanda,» egli rispose, «è troppo gran cosa, e male potremmo concederla senza gravissimo carico nostro e della Corona. Nè egli poi, nè suo fratello Giuliano avrebbero la forza di comandare e governare un regno così vasto, così irrequieto, che non stette mai a lungo sotto uno stesso padrone.»[24]
Senza perdere tempo, il Re raccolse un poderoso esercito tra la Saona, il Rodano e le Alpi, movendo finalmente per l'Italia con 60,000 uomini a piedi, 30,000 a cavallo, e 72 pezzi d'artiglieria. V'erano i celebri uomini d'arme francesi, formati dalla prima nobiltà del regno, comandati dal Re in persona. V'erano molti lanzichenecchi e molti Guasconi, questi ultimi comandati dal Navarro, che aveva disertato la Spagna.[25] Il 17 luglio intanto s'era conclusa una confederazione armata fra l'Imperatore, il Cattolico, lo Sforza ed il Papa, «per la difesa e la libertà d'Italia.» Ad aver l'adesione del Papa era stato necessario cedergli addirittura Parma e Piacenza, promettendo un qualche compenso allo Sforza, che le possedeva. Raimondo di Cardona era già alla testa di otto o dieci mila Spagnuoli, e gli Svizzeri discendevano dalle Alpi in grandissimo numero. Massimiliano Sforza ed il Papa che li avevano arrolati, dovevano non solo pagarli, ma provvederli anche di buona cavalleria, la quale si trovava già pronta sotto il comando di Prospero Colonna. E oltre di tutto ciò, il Papa aveva inviato un esercito di genti fiorentine e pontificie, comandate prima da Giuliano, poi, essendosi questi ammalato, da Lorenzo de' Medici, col titolo di capitano della Chiesa e dei Fiorentini. Ma già si diceva, e si vide poi esser vero, che avevano avuto ordine di non combatter davvero la Francia, conducendosi in modo da cavare pel Papa buoni patti da chiunque vincesse, il che, com'era naturale, riuscì di grave danno al fine della guerra.[26]
Il 13 settembre 1515 i due eserciti vennero presso Marignano a giornata. Gli Svizzeri, in tre corpi di 8 a 10 mila uomini ciascuno, assalirono con vigore e fortuna le genti d'arme francesi, e s'apparecchiavano, secondo il solito, a correre sulle artiglierie, quando Francesco I venne co' suoi all'assalto, e, combattendo sino a notte inoltrata, lasciò incerto l'esito della giornata. Mandò allora ad avvertire l'Alviano, perchè s'avanzasse coi Veneziani; avvertì altri de' suoi generali, e riposò qualche ora appoggiato ad un cannone, ricominciando in sull'alba a combattere. La battaglia fu fierissima, e pareva risolversi a favore degli Svizzeri, quando arrivò l'Alviano che li assalì al grido di Viva San Marco, ed allora dovettero cedere. Fecero ancora un ultimo sforzo disperato, e poi si posero in ritirata, lasciando da 7 ad 8 mila morti sul campo. Questa che il Trivulzio, il quale pur ne aveva visto tante, chiamò battaglia di giganti, recò grave danno alla reputazione per così lungo tempo goduta dagli Svizzeri, i quali d'allora in poi non furono più tenuti invincibili come pel passato. Essi, ciò non ostante, eseguirono la ritirata con ordine ammirabile; lasciarono qualche migliaio dei loro nel castello di Milano, e, ritornando alle Alpi, promisero di scender di nuovo a fare vendetta.
Francesco I, che s'era fatto sul campo di battaglia ordinar cavaliere dal Baiardo, entrò in Milano, imponendole una taglia di 300,000 ducati. Poco dopo s'arrese la cittadella, non ostante i consigli contrari del Morone, che riuscì a fuggire dalle mani dei Francesi.[27] Massimiliano Sforza, stanco ormai degli Svizzeri e dell'avversa fortuna, si pose nelle mani del Re, e, ritiratosi in Francia, si godette una pensione di 36,000 ducati senza più pensare ad altro. Il Cardona, disgustato del Papa e dei Fiorentini, le cui genti avevano sempre tergiversato, mancando poi al bisogno, se ne andò verso Napoli. Francesco I si fermò a Pavia, donde voleva muovere a prendere Parma e Piacenza, andando poi anche più oltre. Queste notizie, come è da immaginarsi, posero uno spavento grandissimo nell'animo del Papa, il quale si vedeva abbandonato dagli amici, lasciato in preda ai nemici. Nel primo giorno della battaglia di Marignano, la fama dei vantaggi ottenuti dagli Svizzeri, s'era per via ingrossata in modo che era giunta a Roma, annunziando piena disfatta dei Francesi e dei Veneziani. Il cardinal Bibbiena fece subito illuminare la città, Leone X da sè stesso volle dar la grande notizia all'ambasciatore veneto Marin Giorgi. Questi però, avuto il giorno seguente lettera della Signoria, che annunziava la vittoria, vestitosi in gala, corse al Vaticano, fece svegliare il Papa, che uscì di camera sbalordito e ancor mezzo spogliato. «Padre Santo,» gli disse l'oratore, «ieri Vostra Santità mi diede una cattiva nuova e falsa, io gliene darò oggi una buona e vera: gli Svizzeri sono rotti.» E così dicendo gli mostrò la lettera della Signoria, letta la quale, Leone X esclamò tutto spaventato: — «Quid ergo erit de nobis, et quid de vobis? — «Di noi sarà bene,» rispose l'oratore, «che siamo col Cristianissimo re, e Vostra Santità non avrà male alcuno. — Ci metteremo nelle mani del Cristianissimo, domandando misericordia,»[28] — concluse il Papa, che neppure in quel momento volle dire di rimettersi nella Signoria di Venezia.
Prima d'avventurarsi a nuove imprese, Francesco I, da vero uomo di Stato, cercò di consolidare quello che aveva acquistato. Dopo quindi aver preso Brescia ed alcune altre terre, dopo aver tentato di prender Verona, che però fu difesa dall'Imperatore Massimiliano, fece un trattato con l'arciduca Carlo a Noyon (13 agosto 1516), promettendogli in moglie la propria figlia, che avrebbe portato in dote i diritti sul reame di Napoli, il che poteva metter fine a dispute e guerre altrimenti interminabili. Intanto il re Cattolico, cioè lo stesso arciduca Carlo, per la morte di Ferdinando d'Aragona (23 gennaio 1516) successo al trono della Spagna, che governava ora per mezzo del cardinal Ximenes, doveva pagare 100,000 scudi d'oro ogni anno, sino al compiuto matrimonio, necessariamente ritardato per l'età troppo tenera della sposa. Carlo, autore principale di questi accordi, fece consentir Massimiliano a cedere con nuovo trattato (Bruxelles, 3 dicembre 1516), mediante pagamento di 200,000 ducati, Verona ai Veneziani, i quali si trovavano così insieme con la Francia padroni dell'alta Italia. Un'alleanza perpetua venne inoltre conclusa da Francesco I coi tredici Cantoni svizzeri (Friburgo, 29 novembre 1516), ai quali il Re dovè pagare grosse somme di danaro. E finalmente il dì 11 marzo 1517 fu concluso il trattato di Cambrai, mediante il quale Carlo, Massimiliano e Francesco I si garentivano a vicenda i propri Stati. In questo modo l'Arciduca, divenuto già sovrano dei Paesi Bassi e della Spagna, s'assicurava il dominio del Napoletano, e cominciava a spianarsi la via alla sua straordinaria potenza in avvenire. Ma per ora gli occhi del mondo restavano rivolti sempre verso Francesco I, il quale, dopo avere umiliato gli Svizzeri, se ne era assicurata l'amicizia; e dopo essersi fatto padrone del Milanese, levava dalle mani del fantastico ed irrequieto Imperatore Verona, chiave del Tirolo; si faceva assicurare i propri Stati dalla Spagna e dalla Germania, rimanendo amico dei Veneziani.[29]
Quest'opera sarebbe però rimasta incerta e precaria, se Francesco I non fosse riuscito ad assicurarsi del Papa che, restando nemico, poteva di nuovo suscitargli avversari per tutto. Furono quindi iniziate pratiche, a concluder le quali venne deliberato, che il Re ed il Papa s'incontrerebbero a Bologna. Leone X giunse in Toscana verso la fine di novembre del 1515, e a dar tempo di compiere i grandi apparecchi che si facevano in Firenze, per riceverlo solennemente, si fermò qualche giorno a Marignolle, nella villa dei Gianfigliazzi. Il 30 del mese entrò per la Porta di San Pier Gattolini,[30] di cui fu necessario demolir l'antiporto, perchè il Papa potesse passare col suo numeroso seguito, del quale facevano parte diciotto cardinali. Alloggiò a Santa Maria Novella, donde si recò il giorno seguente al palazzo dei Medici, ripartendo il 3 dicembre per Bologna. Affermano i cronisti che per più d'un mese s'erano a Firenze adoperate circa duemila persone, spendendo settantamila fiorini e più, per apparecchiare le feste.[31] Le vie e le piazze, per cui doveva passare il Papa, erano piene di archi trionfali, di statue, di obelischi, di tempii, opere tutte dei migliori artisti d'Italia, che allora fiorivano in grandissimo numero nella Città.[32] Alcuni di questi lavori riproducevano antichi monumenti romani,[33] altri erano invenzioni nuove. Antonio da San Gallo aveva fatto un tempio ottagono in piazza della Signoria; Baccio Bandinelli, un gigante nella Loggia; più di tutto richiamava l'attenzione del pubblico la facciata del Duomo, condotta in legno. L'architettura, con bassorilievi e statue, era opera di Iacopo Sansovino, dipinta da Andrea Del Sarto. L'idea prima ne era stata già altra volta suggerita da Lorenzo il Magnifico.[34] Leone X, partito da Firenze, fece il 7 dicembre solenne ingresso a Bologna, dove il Re giunse l'11, per ripartirne il 15. Ritornò il Papa a Firenze il 22 dicembre, restandovi tra feste continue tutto il Natale ed il Carnevale, fino al 19 febbraio, quando ripartì finalmente per Roma.[35].
A Bologna fu concluso un trattato, che era già stato formulato il 13 ottobre 1515. Con esso Leone X non solamente disdisse l'accordo già fatto con l'Imperatore; ma, quello che fu più duro al suo cuore, dovette restituire al Re Parma e Piacenza; promettere di restituire Modena e Reggio al duca di Ferrara, il quale avrebbe reso a lui la somma già pagata all'Imperatore. Francesco I prometteva dal canto suo di difendere Firenze e lo Stato della Chiesa, dare al fratello ed al nipote del Papa dignità e rendite in Francia. La Prammatica Sanzione fu abrogata con un accordo, che sempre più sottometteva la Chiesa gallicana al Re ed a Roma.[36] In questa occasione Francesco I fece due nuove domande. Chiese d'avere in dono il gruppo del Laocoonte, da poco trovato nelle Terme di Tito, e del quale era corsa per tutto il mondo la fama. Leone X che, secondo l'espressione d'un moderno, avrebbe più volentieri ceduto la testa d'un apostolo,[37] promise, con la intenzione però di dare invece una copia. La ordinò infatti a Baccio Bandinelli, ma neppur questa andò poi in Francia, trovandosi anche oggi in Firenze. Chiese inoltre che fosse perdonato al duca d'Urbino, Francesco Maria della Rovere, il quale, dopo aver preso soldo dal Papa, s'era nella guerra inteso colla Francia. Ma qui Leone X tenne duro. Aveva perduto ogni speranza su Napoli; aveva dovuto cedere Parma e Piacenza, promettere Modena e Reggio; voleva pei suoi poter fare assegnamento almeno sopra Urbino, il cui duca egli odiava. Rispose, quindi, che i proprî sudditi voleva punirli, secondo che meritavano le loro colpe. Ed il Re non insistette.[38]
Il Papa s'era liberato da un pericolo imminente; ma era tutt'altro che contento. Egli odiava la Francia, si sentiva umiliato perchè nulla aveva ottenuto pe' suoi, e quindi già sottomano cercava d'avvicinarsi a Massimiliano, a Venezia, per aprirsi la via a nuovi intrighi, a nuove diserzioni. Al duca di Ferrara, che fu subito pronto col danaro, invece di cedere Modena, secondo l'accordo, dette solamente parole. Intanto apparecchiava la guerra d'Urbino, che doveva essere condotta da Lorenzo. Questi esitava, perchè vedeva la difficoltà dell'impresa; ma fu spinto dall'ambizione propria e della madre Alfonsina, dall'insistenza del Papa, che diceva di voler mantener salvo l'onore della Chiesa di fronte al Duca. Se non lo puniva, egli aggiungeva, ogni più piccolo barone dello Stato si sarebbe ribellato.[39] E pubblicò subito l'accusa di fellonia contro il povero Duca. Lorenzo, avanzatosi allora alla testa d'un piccolo esercito, fu in poco tempo padrone del Ducato, e n'ebbe dal Papa l'investitura. Ma ben presto lo spossessato Duca, secondato da Odetto di Foix, signore di Lautrec, che governava Milano per la Francia, ed era scontentissimo della mala fede del Papa; aiutato efficacemente da Federigo di Bozzolo, ardito venturiero, si pose insieme con lui alla testa di numerose bande di ventura, rimaste disoccupate dopo l'ultima guerra, e s'impadronì da capo del proprio Stato, col favore delle popolazioni. Il Papa allora, tutto pieno di sdegno, ricorse agli alleati, che trovò indifferenti e diffidenti.
Si decise perciò di assoldare nuovi capitani di ventura, parte in nome proprio, parte dei Fiorentini, che così costringeva a spendere per una impresa alla quale essi erano affatto estranei ed indifferenti. La guerra intanto ingrossava con grave danno delle popolazioni, taglieggiate da tutti quei soldati di ventura, i quali, non avendo altro da fare, la portavano in lungo più che potevano. E quando le paghe non arrivavano, perchè il Papa spendendo sempre ne' suoi piaceri, pe' suoi cortigiani e protetti, si trovava a secco, essi si rifacevano saccheggiando e taglieggiando di nuovo. Lorenzo così continuava a guidare e comandare l'impresa, ma era poco o punto obbedito dai suoi. Vi furono, ciò nonostante, diversi scontri, in uno dei quali egli venne ferito, e dovette, prima di poter tornare al campo, curarsi alcune settimane a Firenze. Francesco Maria della Rovere era invece rinforzato dai soldati che disertavano il Papa; s'avanzava quindi e devastava spesso il territorio occupato dal nemico. Avrebbe allora potuto vincere, se non si fosse anch'egli trovato alla testa di bande di ventura, delle quali non poteva in nessun modo fidarsi, tanto più che dall'una e dall'altra parte erano a combattere Spagnuoli, i quali non volevano fra loro ammazzarsi. Pertanto, stanco, sfiduciato e senza denari, si decise a cedere il suo Stato, avendo con la mediazione di re Francesco e di re Carlo ottenuto di portar seco le sue robe, specialmente la libreria, con tanti sacrifizî raccolta dal duca Federigo. Così nel settembre del 1517 ebbe fine questa malaugurata guerra, che costò 800,000 ducati, buona parte dei quali il Santo Padre addossò ai Fiorentini, dando loro in assai magro compenso San Leo ed il piviere di Sestino.[40] Fu questo il tempo in cui, essendo morto Giuliano, il Machiavelli mutò la lettera dedicatoria del suo Principe, indirizzandola invece a Lorenzo, che aveva allora sperimentato che cosa erano i soldati di ventura, e trovavasi padrone d'uno Stato nuovo, acquistato per fortuna e per armi. Non sembra però, come già notammo, che il piccolo volume riuscisse mai ad essere presentato ed accettato.
Questa guerra ebbe parecchie gravi conseguenze. Scontentissimi restavano i Fiorentini, per le grandi spese, cui erano stati, senza ragione, costretti, nè meno scontenti erano allora in Roma i cardinali. Sino all'aprile del 1517 Leone X non ne aveva nominati che otto; e quindi molti nel Collegio erano ancora gli eletti o aderenti di Giulio II, venuto appunto dalla famiglia Della Rovere, e dovevano naturalmente essere assai irritati dalla guerra mossa al duca Francesco Maria. E v'era già nel Collegio un'altra causa di fiero malumore. Il Papa, durante la sua ultima dimora in Toscana, s'era mescolato nelle cose di Siena, favorendo una rivoluzione, per la quale fu spossessato Borghese Petrucci figlio di Pandolfo e fratello del cardinale Alfonso, ponendovi invece un altro Petrucci Raffaele, cugino di Borghese. Ora Pandolfo era stato fra coloro che molto s'adoperarono pel ritorno dei Medici in Firenze, ed il Cardinale aveva anche assai contribuito all'elezione di Leone X. La rivoluzione promossa ora dall'ingratitudine del Papa non solo obbligava il Cardinale ad abbandonar Siena, ma lo privava ancora de' suoi averi. Egli se ne stava quindi a Roma, pieno di tanto sdegno, che portava il pugnale quando usciva a caccia col Papa, e persino quando andava in Concistoro, sperando d'avere occasione ed animo alla vendetta. Cercava intanto e trovava aderenti ad una congiura, e questi crebbero di numero per la guerra d'Urbino. Guadagnò facilmente l'animo del cardinal Soderini, che non aveva mai perdonato al Papa la cacciata del fratello ex-gonfaloniere, sebbene questi sembrasse viversene tranquillo ed onorato in Roma, dove morì poi nel 1522, e fu sepolto in Santa Maria del Popolo. Nè aveva mai perdonato la promessa fatta e non mantenuta del matrimonio fra casa Medici e casa Soderini. Il cardinal Riario, che era parente dello spodestato duca d'Urbino, tenuto in disparte e non curato dal Papa, s'unì anch'egli ai malcontenti. Tutto era pronto, quando furono intercette alcune lettere del cardinal Petrucci al suo segretario, dalle quali appariva che la congiura era ordita e vicina ad avere effetto. Un chirurgo assai celebre, Battista da Vercelli, che veniva a Roma sotto colore di curare il Papa della sua fistola, doveva amministrargli il veleno. Senza indugio vennero allora messi in carcere i cardinali Petrucci, Sauli e Riario. Il primo fu strangolato; il suo segretario ed il chirurgo, che fu preso a Firenze, finirono fra atroci tormenti. Il cardinal Sauli venne liberato pagando 50,000 ducati, ed il cardinal Riario fu condannato a pagarne 150,000. I cardinali Soderini ed Adriano, che furono in Concistoro costretti a confessare la loro partecipazione alla congiura, vennero condannati in 12,500 ducati ciascuno. Quando però avevano già convenuto di dover essere liberati mediante una tal somma, questa venne dal Papa raddoppiata, ed essi si dettero allora alla fuga. Il primo fu lasciato vivere tranquillo a Palestrina, il secondo fu degradato e privato dei suoi averi.[41]
In tutto questo processo Leone X dette prova d'una gran mala fede, perchè egli volle non solo punire i colpevoli, ma far le sue vendette, e profittar della congiura, per cavar dai cardinali più danaro che poteva, avendone in quel momento grandissimo bisogno. E di ciò s'ebbe nuova conferma quando, il 26 giugno 1517, nominò in una sola volta 31 cardinali, dai quali ebbe una somma grossissima, che si disse ascendere sino a 500,000 ducati, che tuttavia non bastavano alle larghe e continue spese. Con una così scandalosa infornata di cardinali, il Papa mirava anche a riempire il Collegio di sue creature, ed avere in esso una sicura maggioranza, che lo secondasse nelle faccende politiche, e non ponesse ostacolo alla elezione, che voleva allora fare al cardinalato, del cugino Giulio, il quale in gran parte aveva anche consigliata e condotta la lucrosa operazione.[42]
Leone X cercava intanto di trar profitto dalla Francia, valendosi dell'opera di Francesco Vettori, che trovavasi colà ambasciatore dei Fiorentini, e per mezzo di lui concluse il matrimonio fra Lorenzo de' Medici e Maddalena de la Tour d'Auvergne, congiunta alla famiglia reale. Nel marzo del 1518 Lorenzo andò ad Amboise con un lusso non minore di quello del Valentino, con doni ricchissimi per la sposa e la regina, doni ai quali si attribuiva il valore di 300,000 ducati. Egli tenne a battesimo il Delfino, e fu tra continue feste, che si ripeterono poi al suo ritorno in Firenze, dove ricominciò a governare, sempre però con poca voglia di restarvi;[43] giacchè non poteva fare a suo modo, ma doveva destreggiarsi fra i repubblicani della Città, e gli ordini imperiosi del Papa, che lo voleva docile strumento ai suoi disegni. Stando al giudizio del Vettori, ed a quello ancora più esplicito del Machiavelli, Lorenzo s'era finalmente persuaso che solamente con quelli che chiamavano i modi civili, si poteva governare Firenze, ed era così riuscito ad essere accetto ai Fiorentini.[44] Ma pare che appunto per la necessità di governare in tal modo, e per la sua mal ferma salute, sempre più affranta da vecchi morbi e da continui vizî, si fosse di tutto ciò annoiato; onde se ne andò a Roma, dove ben presto fu chiaro che s'avvicinava rapidamente alla morte. Non volle allora altra compagnia che quella del cognato Filippo Strozzi e di un buffone, il quale pareva gli fosse unico conforto nelle ultime ore della sua vita, che finì il 4 maggio 1519. Sei giorni prima era morta la moglie, dopo aver partorito una figlia, che fu la celebre Caterina dei Medici, divenuta poi così infausta regina alla Francia. Giuliano era già morto il 17 marzo 1516, e quindi con Lorenzo finiva la stirpe legittima di Cosimo il Vecchio. Non restava che il Papa e qualche figlio illegittimo, fra i quali principalissimo il cardinal Giulio, che venne ora a governare Firenze. Uomo pratico degli affari, prudente, semplice nel vivere, ecclesiastico e però anch'egli senza eredi, faceva sperare che gli dovesse riuscire più agevole il governare con quella civile temperanza e quella apparenza di libertà, tanto amate dai Fiorentini. Fu questo infatti il momento nel quale molti autorevoli cittadini vennero consultati sulla forma di governo più adatta a Firenze; e si ebbero, come vedremo, molti pareri, fra i quali uno dal Guicciardini ed uno dal Machiavelli. Il primo consigliava al solito un governo ristretto in mano di pochi amici fidati; il secondo, invece, un governo fondato sul favore del popolo,[45] com'era stata sempre sua costante opinione. Ma tutti questi discorsi rimasero discorsi.
Le cose d'Europa intanto s'ingarbugliavano di nuovo, ed il Papa, sebbene non avesse più il fratello Giuliano, nè il nipote Lorenzo cui pensare, pur teneva sempre con la stessa avidità rivolti gli occhi a Parma, Piacenza, Ferrara e Perugia, che voleva adesso avere per tutelare, così almeno diceva, l'indipendenza della Chièsa. Un tentativo fatto contro Ferrara verso la fine del 1519, gli andò a male. Nel seguente anno gli riuscì invece un assalto improvviso contro Perugia, donde s'era allontanato il signore Giovan Paolo Baglioni. Questi, sebbene si fosse sempre condotto da volpe e da lupo, ora si lasciò invece, come un agnello, cadere nelle mani del Papa, che, invitatolo prima colle lusinghe, lo prese e decapitò poi in Castel Sant'Angelo, nel giugno del 1520.
Intanto, ai primi del 1519, era morto Massimiliano I, e cominciò subito la gara tra re Carlo e Francesco I per la corona imperiale. Il Papa, che non voleva la elezione nè dell'uno nè dell'altro, trattava in segreto con ambedue, e sperava di veder riuscire invece qualcuno dei principi elettori della Germania. Alleato della Francia, egli aveva nello stesso tempo discusso un accordo segreto con Carlo, da durare tutta la loro vita. Sembra però che, saputo appena della morte di Massimiliano, non volesse più firmarlo, e concludesse invece una capitolazione con Francesco I, mostrando di volerlo favorire nella elezione. Parlavasi anche d'un altro segreto accordo con Francesco Maria Sforza, figlio del Moro, erede presuntivo della Lombardia, tenuta sempre dai Francesi. Lo Sforza, dicevasi, avrebbe fatto cessione di tutto al cardinal Giulio, ricevendone in cambio il cappello cardinalizio, la cancelleria ed i benefizî che questi godeva allora, con l'entrata di cinquantamila ducati.[46] Ma il 28 giugno 1519 veniva eletto come re dei Romani Carlo, che fu quinto di questo nome. Giovane, ambizioso, di grande ingegno politico e militare, egli univa adesso la potenza dell'Impero alla sovranità della Spagna, dei Paesi Bassi, del reame di Napoli; era quindi prevedibile, che fra poco sarebbe stato l'arbitro dei destini dell'Europa. Il Papa perciò insisteva sempre di più per stringere alleanza con la Francia; aveva anzi già firmato il trattato, e lo inviava a Francesco I, che esitava, temendo sempre i soliti inganni. E allora, senza perder più tempo, strinse invece accordo con Carlo V, il quale gli promise non solamente di difendere gli Stati de' Fiorentini e della Chiesa; ma di cedergli anco le tanto agognate provincie di Parma e Piacenza, di aiutarlo contro il duca di Ferrara. Milano sarebbe stata ripresa per darla a Francesco Maria Sforza; e pel cardinal Giulio, che aveva promosso e condotto questo trattato, fu stipulata una pensione sul vescovado di Toledo; un'altra fu stipulata pel fanciullo Alessandro, bastardo del duca Lorenzo.[47]
Si disputò assai lungamente sulle ragioni che potevano aver indotto il Papa a gettarsi così repentinamente nelle braccia di un principe tanto potente, rendendolo ancora più potente, abbandonando il re di Francia, col quale s'era poco prima imparentato. Si pretese da alcuni che lo avesse fatto per dar forza a Carlo V contro la Riforma, che vedeva sorgere minacciosa. Ma coloro che più lo conoscevano, negarono fede a tali supposizioni, inclinando a non vedere in lui altro che ragioni d'interesse personale, sopra tutto l'eterno desiderio di aver Parma e Piacenza, che Francesco I non volle dare, e Carlo V promise. Così dice il Vettori, che era stato allora ambasciatore fiorentino in Roma ed in Francia.[48] Il Guicciardini nega anch'egli risolutamente, che il Papa fosse in tutto ciò mosso da alcun vero interesse per la religione, ed anzi attribuisce a colpa di lui il progresso che fece la Riforma, pel modo scandaloso con cui lasciava vendere le indulgenze pei vivi e pei morti, a solo fine di far danaro. La indignazione salì al colmo, egli dice, quando si videro molti ministri vendere per poco prezzo, o giocarsi nelle taverne la facoltà di liberare le anime dei morti dal Purgatorio, e quando si sentì che il Papa, con incredibile leggerezza, aveva concesso a sua sorella Maddalena l'emolumento e la esazione delle indulgenze in molte parti della Germania.[49] «Forse,» egli conchiude altrove, «il Papa fu mosso dal desiderio di aver Parma, Piacenza e Ferrara; forse dalla paura di vedere i due sovrani unirsi a suo danno, e forse anche dalla speranza di fare qualche gran cosa prima di morire. Il cardinale dei Medici, conscio di tutti i segreti del Papa, mi disse che questi sperava cacciar prima con l'aiuto di Carlo V i Francesi da Genova e da Milano; poi, con l'aiuto dei Francesi, Carlo V dal Napoletano, vendicandosi quella gloria della libertà d'Italia, alla quale aveva prima manifestamente aspirato l'antecessore. Sapeva bene, che questo non gli poteva riuscire colle proprie forze, e che non era facile avere poi per alleato colui che aveva prima combattuto; ma pure sperava che a suo tempo avrebbe potuto, con elezione di cardinali francesi e con altre lusinghe, indurre il Re ad aiutarlo, e quasi pigliare in luogo di sollazzo, che a Cesare accadesse il medesimo che era accaduto a lui.»[50] E questo è il più probabile. Sebbene dominato sempre da personali interessi e poco curante della religione, Leone X era pure un uomo d'ingegno ed assai ambizioso. Non avendo omai eredi a cui dover pensare, lasciavasi più facilmente indurre a meditare qualche disegno grandioso e d'interesse generale, che potesse farlo passare appresso i posteri come principe liberatore. Ma anche in ciò era come sempre mutabile ed incerto; e quindi ora lasciava credere, e forse anche credeva per un momento egli stesso, di voler ricostituire la repubblica in Firenze; ora mostrava e pareva davvero che volesse, come il suo predecessore, liberare l'Italia dagli stranieri, ed assicurare lo Stato della Chiesa. Questa grande, sebbene incerta e mutabile ambizione, fu quella che più volte illuse il Machiavelli, il quale, dominato come era sempre dai suoi ideali politici, troppo facilmente sperava. Così era stato ispirato a scrivere il Principe, e tante lettere aveva mandate al Vettori e ad altri, per alimentare una fiamma, la quale, quando più sembrava riaccesa, spegnevasi da capo a un tratto, senza lasciare alcuna traccia di sè.
Il Papa aveva sino all'ultima ora vacillato anche con Carlo, ma questi lo fece decidere con la minaccia d'un Concilio, e così finalmente il giorno 29 maggio 1521 fu firmato il trattato, e subito si cominciò la guerra. Insieme coi Fiorentini mise in pronto 600 uomini d'arme; altrettanti ne conduceva da Napoli il Marchese di Pescara Ferdinando d'Avalos, con 2,000 fanti. Al campo imperiale si trovavano già 2,000 Spagnuoli, 4,000 Italiani ed altrettanti fra Tedeschi e Grigioni. Francesco Guicciardini, che era pel Papa governatore di Reggio, mandò 10,000 ducati al Morone, che se ne stava a Trento presso Francesco Maria Sforza, coi fuorusciti milanesi, per scendere ad assalire i Francesi dalla parte di Parma. V'era però sempre una generale e grandissima diffidenza del Papa, temendosi che, avuto una volta quel che voleva, abbandonasse gli amici. Sapevasi bene che anche i Fiorentini assai di mal animo combattevano contro la Francia, avendo grandissimi interessi commerciali in quel paese. Da un altro lato però i Francesi erano malissimo comandati, essendo per intrighi di Corte caduti in disgrazia e stati allontanati dal campo i migliori generali, come il Conestabile di Borbone ed il vecchio Trivulzio, dando invece il comando dell'esercito a Odetto di Foix, signore di Lautrec, il cui merito principale era quello d'esser fratello della contessa di Châteaubriand, amante del Re. Così ne avvenne che i capitani imperiali poterono condurre l'esercito nel Mantovano, e, dopo aver passato prima il Po e l'Adda, s'unirono agli Svizzeri, già arrivati colà, e tutti insieme andarono verso Milano, che il Lautrec non seppe difendere, e fu subito presa.[51]
Leone X se ne stava alla sua villa di Magliana, quando il 28 novembre gli giunse la fausta nuova, e ne fece gran festa, esclamando: questo mi piace più del Papato. Era d'inverno, egli teneva nella stanza acceso il fuoco ed aperta la finestra, alla quale accorreva di continuo per vedere coloro che facevano sollazzo celebrando la vittoria. Questo bastò a far peggiorare di molto un raffreddore che aveva preso alla caccia, e che, essendosene egli tornato subito a Roma, lo condusse colà a morte il dì 1º dicembre, quando già Parma e Piacenza erano state occupate, ed il duca di Ferrara trovavasi circondato e stretto dai soldati della Chiesa. Al solito si parlò anche di veleno, e si fecero molte ipotesi senza fondamento. Il continuo e rapido passaggio dal caldo al freddo, era più che sufficiente a provocare la febbre che lo uccise. Il Vettori osserva, a questo proposito, essere piuttosto da meravigliarsi che non fosse morto prima. Sebbene avesse solo 46 anni, non era punto d'una forte costituzione. «Il suo capo era di una grossezza assai poco proporzionata al corpo, sempre pieno di catarro, e neppure poteva egli dirsi regolato nel vivere, perchè a volte digiunava troppo, a volte invece eccedeva nel mangiare. Ebbe nella sua vita molte vicende; ma gli ultimi otto anni furono davvero fortunatissimi, così pel suo ritorno a Firenze, come per la elezione, e continuò durante tutto il papato, nel quale quanti più errori commise, a tanti più rimediò la fortuna, la quale anche nella congiura dei cardinali gli dette modo di rinnovare il Collegio, empiendolo di suoi amici. Non voleva noie, eppure se ne procurò molte, pel continuo desiderio d'ingrandire i suoi; ma la fortuna, per favorirlo sempre, lo liberò anche da questo pensiero, levandogli, oltre al fratello, il nipote.»[52] E dopo di ciò il Vettori rimane incerto, se in Leone X vi fosse più da lodare o da biasimare. Anche il Guicciardini dice, che in lui si trovava molto dell'uno e molto dell'altro, essendo riuscito più prudente ed assai meno buono che non era stato prima giudicato.[53] La sua morte fu pianta assai dai ricchi banchieri, che gli avevano prestato grandi somme che perdettero, e dai moltissimi cortigiani coi quali egli era stato sempre largo di favori. Contro di essi e contro del Papa uscirono allora sonetti e satire pungenti. Nè mancò chi scrisse da Roma, che questi era morto con pessima fama, e che solo fra Mariano buffone gli aveva raccomandato l'anima.[54]
Certo non poche furono le contradizioni e singolarità del suo carattere. In mezzo ai più grandi avvenimenti politici, quando si combattevano continue e sanguinose battaglie; quando la Riforma divideva, lacerava la Chiesa, Leone X passava il suo tempo fra artisti e letterati, sopra tutto fra improvvisatori, cantori e buffoni. Vago della musica, vanissimo sempre della bella mano e della voce armoniosa, pigliava parte ai concerti de' suoi cortigiani, facendo lauti doni a chi accompagnava il suo canto. Giuocava di continuo agli scacchi ed alle carte coi cardinali; ma più di tutto si dilettava a sentire improvvisare in latino, anche in ciò facendo egli stesso a gara cogli altri, beffandosi di coloro che si credevan poeti solo perchè avevano facilità di far pessimi versi. Molti erano i suoi poeti istrioni. Celebre fra gli altri un Andrea Morone da Brescia, pel suo porgere e per l'arte con cui s'accompagnava colla musica. Credesi che Raffaello lo ritraesse nel suo celebre sonatore di violino. Un altro, per nome Camillo Querno, aveva scritto un poema di ventimila versi, pei quali l'Accademia Romana gli dette una corona di cavoli e d'alloro, e per maggior dileggio anche il titolo d'archipoeta. Il Papa soleva dargli di buoni bocconi, e porgendogli da bere nel proprio bicchiere, annacquava il vino se i versi non riuscivano; se invece gli piacevano, rispondeva subito improvvisandone altri.
Archipoeta facit versus pro mille poetis,
diceva il Querno, ed il Papa rispondeva, riempiendo il bicchiere:
Et pro mille aliis archipoeta bibit.
Il Querno chiedeva da bere:
Porrige, quod faciat mihi carmina docta, Falernum;
ed il Papa ricordavagli, che il vino promuove la podagra:
Hoc etiam enervat debilitatque pedes.
Una simile gara aveva luogo anche tra Leone X e le donne gentili, quando v'erano in Corte di quelle che avevano il dono dell'improvvisare latino. Un giorno, trovandosi fra di esse, egli ripeteva un mezzo verso di Virgilio, dicendo: ora posso davvero chiamarmi formosi gregis pastor; ed una, più pronta delle altre, compiendo il verso, aggiungeva: formosior ipse.[55] Il Baraballo, altro infelicissimo verseggiatore, che aveva sessanta anni, e credevasi un secondo Petrarca, era sempre lo zimbello della Corte e del Papa, senza mai avvedersene. Un giorno gli fecero credere di volerlo coronare in Campidoglio, e lo menarono in processione, vestito all'antica, sopra un elefante, tra le acclamazioni della plebe. Arrivati sul Ponte Sant'Angelo, finirono improvvisamente la commedia, con un pretesto qualunque, abbandonando il pover uomo, che rimase sbalordito, senza mai di nulla avvedersi.[56]
La più grande spesa di questo Papa, che aveva una rendita di 420,000 ducati, e faceva sempre nuovi debiti, era la mensa, alla quale accorrevano poeti, cortigiani, cantori, buffoni, parenti veri o supposti, sopra tutto Fiorentini. «A papa Giulio II,» dice un oratore veneto, «bastavano circa quattromila ducati il mese; ma a Leone X non bastavano, per la grande spesa del suo tinello, neppure otto o novemila, e la causa principale di ciò era che molti Fiorentini andavano in tinello a mangiare.»[57] Dicemmo che di rado eccedeva, perchè troppo epicureo; ma la sua mensa era occasione a mille ritrovi, a mille facezie. Ora imbandiva ai suoi parassiti carne di scimmia o di corvo, ora invece cibi delicati. Spesso lasciava la Città, andando a caccia vestito da laico, sempre con la sua lente in mano; altre volte pescava nel lago di Bolsena, o se ne stava alla Magliana, dove aveva bellissimi giardini. E da per tutto lo seguiva uno sciame di poeti, letterati, artisti e cantori, nelle strade, in villa, al Vaticano, e perfino nella sua camera; nè gliene doleva, che anzi amava esser sempre circondato e corteggiato. Un altro de' suoi divertimenti prediletti era la commedia, che egli promosse ed incoraggiò molto, contribuendo così al progresso che essa fece allora. Più volte ne furono rappresentate innanzi a lui del Trissino, del Rucellai, dell'Ariosto, oltre la famosa ed oscena Calandra del Bibbiena, che era fra le preferite, e per essa le scene furono nel 1518 dipinte da Baldassarre Peruzzi. Nel 1519 vennero rappresentati i Suppositi dell'Ariosto in Castel Sant'Angelo, presso il nipote cardinal Cibo. Il Papa fece però le spese della festa, e quindi anche gli onori di casa, ricevendo e benedicendo gli ospiti. Entrato nel teatro, seduto in luogo eminente, ammirò a lungo con la sua lente la scena, che era stata dipinta da Raffaello. Sul sipario era ritratto fra Mariano buffone, in mezzo a diavoli che lo tormentavano. Poi vi fu una splendida cena offerta a cardinali, cavalieri e signore, fra le quali molto si rallegrava il Santo Padre.[58]
È notevole però che con tanto ingegno e tanto gusto, quanto ne aveva di certo Leone X; con sì vivo desiderio d'essere, come fu di fatto, un gran mecenate, egli fosse quasi sempre circondato da letterati assai mediocri, in un secolo che pur ne ebbe di grandissimi. Il Bembo, il Sadoleto, il Molza ed il Rucellai, non certo uomini di genio, ma pur di molto ingegno, erano fra i migliori; gli altri, quasi tutti al di sotto del mediocre, troppo spesso semplici pedanti o anche veri buffoni. Leone X non ebbe la gloria nè la fortuna d'incoraggiare nessuna delle più grandi opere letterarie del suo tempo. Nulla debbono direttamente a lui le storie e gli scritti politici del Guicciardini e del Machiavelli, sebbene questi fosse mosso più volte dalla speranza di riuscirgli accetto, e quegli fosse da lui molto adoperato negli affari di Stato. Il più grande poeta del secolo, Lodovico Ariosto, che il Papa aveva da cardinale assai ben conosciuto, facendogli mille profferte, venuto a Roma, non ebbe da lui che parole. Lo accolse con grandi dimostrazioni d'affetto, gli baciò le gote; ma lì finì tutto. «Sono,» scriveva egli allora, «come quella gazza che in tempo di siccità e di gran sete, trovata che fu l'acqua, dovette aspettare che bevessero prima il padrone, i parenti, i servi, gli armenti, gli animali utili, fino a che non le restò che il morire di sete. Così per me in Roma non v'è nulla da sperare.»
Li nipoti e i parenti, che son tanti,
Prima hanno a ber; poi quei che lo aiutavo
A vestirsi. . . . . . . . . . . . .
Se fin che tutti beano aspetto a trarme
La volontà di bere, o me di sete
O secco il pozzo veder d'acqua parme.
Meglio è star nella solita quïete,
Che provar s'egli è ver che qualunque erge
Fortuna in alto, il tuffa prima in Lete.[59]
Quanto alle arti belle, le cose andarono assai diversamente. Per la scultura e per l'architettura, è vero, egli non fece molto. Michelangiolo venne da lui trascurato, costretto a perder tempo nel far cavare blocchi di marmo a Carrara, nel far lavorare colonne, o ebbe ordine di eseguire opere alle quali il suo genio non si sentiva punto inclinato, che spesso non finiva, e qualche volta neppure incominciava. I celebri monumenti a Lorenzo ed a Giuliano de' Medici, fatti in quel tempo, nella sagrestia nuova di San Lorenzo in Firenze, sono dovuti alla iniziativa del cardinale Giulio, non del Papa. Questi s'occupò certo assai della fabbrica di San Pietro, con grande ardore cominciata già dal suo predecessore; e per continuarla, vendette con scandalo di tutto il mondo cristiano, le indulgenze per le anime dei defunti. Ma il danaro raccolto in questo modo così biasimevole, valse più ad affrettare lo scoppio della Riforma, che a far progredire la costruzione del tempio, la quale allora avanzò meno che sotto tutti gli altri papi. Nessuno potrà tuttavia mettere in dubbio il moltissimo che Leone X fece a pro' della pittura, specialmente per opera di Raffaello, che egli amò e protesse tanto, che pensava di farlo addirittura cardinale. È bensì vero che anche per la pittura Leone X non fece altro che spingere innanzi le grandi imprese già prima iniziate da Giulio II; ma è pur certo che, in questi anni, da lui spronato, incoraggiato, lusingato, Raffaello dette prova d'una febbrile attività, producendo un numero veramente sterminato di opere immortali, che n'eternarono la fama, ma gli abbreviarono la vita, e ne resero più deplorata la morte immatura.
Quando fu eletto Leone X, Raffaello lavorava alla sala dell'Eliodoro, ed appena che l'ebbe finita, pose mano a quella dell'Incendio di Borgo. I soggetti che all'artista vennero ora dati, a differenza di quelli suggeriti sotto Giulio II, avevano qualche cosa di più circoscritto, e diremo anche di più personale, per la maggiore vanità del nuovo Papa, che voleva far troppo chiaramente trasparire le allusioni alla propria persona. La sua figura s'avanza assai spesso in primo piano, con danno qualche volta delle creazioni dell'artista. Nei medesimi anni questi pose mano ai lavori delle Logge vaticane, costruite dall'architetto Bramante, e le coprì d'ornati, di rabeschi, di composizioni diverse, dipinte da' suoi scolari, ma disegnate e dirette da lui. Fu così l'inventore d'un genere nuovo, ispirato dagli antichi monumenti, ma proprio della sua fantasia e del Rinascimento italiano, di cui si direbbe quasi un'artistica cornice. Dipinse la Santa Cecilia e lo Spasimo; disegnò le mirabili storie della Psiche, dipinte poi dai suoi migliori allievi nella Farnesina; fece un numero grandissimo di ritratti. Sotto il pontificato di Leone X furono concepite e condotte ancora la Madonna di San Sisto e la Trasfigurazione, che son certo fra le opere maggiori del grande artista. Egli fu dal medesimo Papa costituito sopraintendente per le arti belle e per gli scavi in Roma. Lavorò quindi moltissimo a misurare, a disegnare i monumenti antichi, a dirigere i lavori per scoprirne altri.[60] E con l'aiuto del suo amico Andrea Fulvio, del suo segretario Marco Fabio Calvo da Ravenna, si pose alla difficile opera d'una pianta archeologica di Roma, fondata sullo studio dei monumenti. Questo lavoro, da Raffaello iniziato, fu dopo la sua morte continuato e compiuto da' suoi compagni. Di lui ci resta solamente qualche disegno ed un proemio sotto forma di lettera a Leone X, piena di calda ammirazione per gli antichi. Attribuita dapprima a Baldassarre Castiglione, che forse ne corresse la forma, e col suo nome pubblicata, essa fu poi, nei giorni nostri, rivendicata a Raffaello suo vero autore.[61] Non si capisce come le forze d'un uomo solo potessero bastare a tanto; ben si capisce com'egli morisse nella giovane età di 37 anni. L'ardore costante, sincero con cui Leone X lo ammirò e protesse, rimarrà sempre l'aureola che splende più viva intorno alla immagine di questo Papa che dette nome al suo secolo.
Che a promuovere tali e tante opere egli profondesse tesori, ognuno lo capisce facilmente. Se poi si aggiunge che, largo sempre d'aiuti e remunerazioni agli artisti, non era meno largo ai suoi cantori, sonatori e parassiti, non ci sarà da maravigliarsi, che si trovasse sempre in bisogno di danari. Giulio II aveva avuto l'uso di prendere l'eredità dei prelati che morivano in Roma, come già aveva fatto Alessandro VI, il quale a tal fine, ricorreva spesso anche alla iniquità di farli morir di veleno o di ferro. Leone X, in ciò assai più umano ed accorto, abbandonò la scandolosa usanza, e tutti si sentirono più sicuri. Così a Roma accorse gente d'ogni parte, per godere la vita allegra, la tranquillità nuova e la generosa protezione del Papa, che morendo lasciò un gran cumulo di debiti. Doveva al banco Bini 200,000 ducati, ai Gaddi 32,000, ai Ricasoli 10,000, al cardinal Salviati 80,000, al cardinal Santi Quattro 150,000, ed altrettanti al cardinale Armellini. Gli Strozzi furono addirittura per fallire; molti de' suoi intimi restarono rovinati. La Camera apostolica si trovò vuota in modo, che pel funerale di colui che era stato il più splendido dei papi, s'adoperarono le candele di cera poco prima servite per le esequie del cardinale Riario.[62]
CAPITOLO VII.
Il Machiavelli e la sua famiglia in villa. — I suoi figli. — Corrispondenza col nipote Giovanni Vernacci. — Viaggio a Genova. — Gli Orti Oricellari. — Discorsi del Guicciardini. — Il Discorso sopra il riformare lo Stato di Firenze. — Commissione a Lucca. — Sommario delle cose di Lucca. — Vita di Castruccio Castracani.
Il gusto letterario e la moda prevalente nella Corte di Leone X avrebbero dovuto consigliare al Machiavelli di porsi a scrivere poesie, satire, commedie. Da questi lavori poteva certo sperare maggior fortuna, ed egli vi era anche inclinato, come aveva con qualche primo saggio dimostrato, e come dimostrò anche meglio più tardi. Noi lo abbiam visto scrivere i suoi Decennali in mezzo a una moltitudine d'affari, che appena gli lasciavano qualche riposo; lo abbiamo visto, dopo le sue disgrazie, passar buona parte del giorno sotto gli alberi del proprio bosco, accanto ad una fonte, leggendo poeti italiani e latini. Da una lettera che scrisse a Lodovico Alamanni in Roma, il 17 dicembre 1517, si vede che, avendo letto con grande ammirazione l'Orlando Furioso dell'Ariosto, si doleva di non esser da lui stato annoverato fra i molti poeti che nominava. Ed aggiunse, che stava allora scrivendo il suo poema l'Asino, nel quale avrebbe invece reso giustizia al merito eminente dell'Ariosto, che lo aveva dimenticato.[63] Ma questo poema del Machiavelli, che contiene molte allusioni satiriche a' suoi contemporanei, rimase presto interrotto, e se egli compose allora, come fece di certo, altre poesie e lavori puramente letterarî, non furono cose di lunga lena. L'animo suo era troppo addolorato dagli ultimi fatti seguiti in Firenze, dalle sventure che lo avevano colpito; la sua mente era ancor tutta piena delle immagini e memorie del passato; la sua attenzione era troppo vivamente rivolta a meditare sugli avvenimenti che ogni giorno turbavano l'Europa, minacciavano l'Italia. E però solo gli scritti politici potevano allora dargli qualche conforto, perchè solo essi riuscivano ad impadronirsi veramente dell'animo suo, ad occupare tutte le sue facoltà, facendogli per poco dimenticare il triste stato in cui era condannato a vivere.
Egli continuava a starsene in villa, dove aveva scritto e ritoccava il Principe, continuava i Discorsi, finiva l'Arte della guerra. Posta fra le colline che circondano Firenze, lontana alcune ore da essa, pareva che questa villa, chiudendolo fra boschi e poderi, lo separasse dal natìo luogo, che era stato la sede della sua attività, delle sue gioie, delle fallite speranze e delle sventure. Si sentiva colà come isolato dal mondo, cercava pace nella solitudine e nello studio; pure, guardando a tramontana, di mezzo all'ondeggiar delle vaghe colline, ricomparivano la cupola, il campanile, la torre di Palazzo, a ricordargli continuamente il passato, a non fargli mai dimenticare il presente. Aveva allora cinque figli, quattro maschi ed una femmina. Bernardo, il primo, era nato il dì 8 novembre 1503;[64] Pietro, l'ultimo, il 4 settembre 1514.[65] Degli altri tre, Lodovico, Guido e Bartolommeo, l'età non è certa. Ma in ogni modo la famiglia era numerosa, il patrimonio assai povero, e questi figli davano non poco pensiero. Qualcuno, come Pietro, che ebbe poi vita assai avventurosa nelle armi,[66] era ancora in età tenerissima. Guido era anch'egli fanciullo, giacchè da una sua lettera del 1527, come vedremo, apparisce che allora studiava tuttavia grammatica. D'indole assai mite, si dette poi alla vita ecclesiastica ed alla letteratura, nella quale non uscì mai dalla mediocrità.[67] Di Bernardo, che era assai più innanzi cogli anni, sappiamo poco. Ma una condanna da lui subita nel 1528, per avere bestemmiato al gioco, e tentato di stuprare una donna del contado, non fa certo pensar bene del suo carattere.[68] Lodovico, poco più giovane di Bernardo, era di un'indole violentissima. Una sua lettera del 14 agosto 1525[69] ce lo fa vedere in Adrianopoli, occupato nel commercio, in mezzo a brighe continue, pieno d'ira e desiderio di vendetta. Nello stesso anno aveva già avute varie condanne dagli Otto per diverse risse, nelle quali v'erano state da una parte e dall'altra ferite e sangue. Nè le cagioni di queste risse erano sempre onorevoli; una di esse nacque anzi da gelosia per donna di mal affare.[70] Più tardi, egli si potè, almeno in parte, redimere, combattendo e morendo in difesa della libertà, nell'assedio di Firenze.[71] Intanto era di certo fra quelli che più davano da pensare al padre. Della figlia Bartolommea o Baccia, che andò poi sposa nei Ricci, sappiamo assai poco. Dal secondo testamento, che il Machiavelli fece nel 1532, vediamo che pensava a costituirle una dote sul Monte delle Fanciulle, senza esservi ancora riuscito.
Anche la Marietta rimane assai nell'ombra. Di lei abbiamo una sola lettera, che è scritta al Machiavelli in Roma, poco dopo la nascita d'uno dei figli. Sfortunatamente è senza data; ma la crediamo anteriore agli anni di cui ora ragioniamo.[72] Da essa trasparisce una vera affezione, diremo anzi amore verso il marito. Si duole di non ricevere più spesso lettere di lui, e gli ricorda che sa bene, come ella non possa mai esser lieta, quando è separata da lui, tanto più sentendo che «è in luogo dove c'è gran morbo. Pensate come io sto contenta, che non trovo riposo nè dì nè notte. Il bambino sta bene e somiglia voi. È bianco come la neve, ma gli ha il capo che pare un velluto nero, ed è peloso come voi. E dacchè somiglia voi, parmi bello, ed è vispo che pare che sia stato un anno al mondo, e aperse gli occhi che non era nato, e messe a romore tutta la casa. La bambina si sente male. Ricordovi el tornare.» Da tutte le lettere di famiglia che ci restano, apparisce assai evidente, che questo affetto di moglie e di madre durò nella Marietta inalterato sino alla fine della sua vita. E sebbene non ne abbiamo del Machiavelli a lei, pure da quelle che scrisse ai figli, si vede chiaro che, non ostante i suoi trascorsi, qualche volta veri, ma qualche altra, come già vedemmo, solamente immaginari, anch'egli amò sino all'ultimo la moglie, e fu in famiglia migliore assai che non ci si è voluto far credere.
Di questi medesimi anni abbiamo una sua corrispondenza con Giovanni Vernacci, figlio di sua sorella Primerana, il quale trova vasi per affari commerciali in Pera. Da essa di tanto in tanto traspariscono tutta la tristezza da cui il Machiavelli era allora oppresso, ed anche un affetto sincero, vivace tra il nipote e lo zio. Questi che, come abbiam visto altrove, aveva sin dal principio annunziato al Vernacci la propria sventura, gli dava amorevoli consigli nell'agosto del 1513, e gli faceva sapere come alle altre sue calamità s'era in quell'anno per lui infausto, aggiunta la perdita d'una bimba, morta tre soli giorni dopo la nascita.[73] Nel 1514 gli parlava di affari, e gli faceva la proposta d'un matrimonio; il 17 agosto 1515 si scusava se non gli scriveva più spesso, «perchè i tempi sono stati di sorta, che mi hanno fatto sdimenticare di me medesimo. Pure non mi dimentico mai di te, e sempre ti avrò in luogo di figliuolo, e me e le cose mie saranno sempre ai tuoi piaceri.»[74] Queste lettere, andando in Oriente, spesso si perdevano; laonde il nipote scriveva e lamentavasi continuamente del silenzio, ed il Machiavelli era costretto a ripetere le sue attestazioni d'affetto. «La perdita delle mie lettere ti farà credere che io mi sia dimenticato di te, il che non è punto vero, perchè la fortuna non mi ha lasciato altro che i parenti e gli amici, e ne fo capitale. Ma se non scrivo più spesso ancora, egli è che io sono diventato inutile a me, ai parenti ed agli amici, perchè ha voluto così la mia dolorosa sorte. Non mi è restato altro di buono che la sanità a me ed a tutti i miei.»[75] Più tardi, nel 1517, gli scrisse di nuovo e fece scrivere anche dai figli; ma le lettere al solito andarono perdute, e però il 5 gennaio 1518 gli scriveva da capo. Di quest'ultima lettera fece due copie, che dette a due persone diverse, ragguagliandone con un'altra il nipote, il 25 dello stesso mese.[76] L'8 di giugno gli diceva d'amarlo sempre più, per aver esso «fatto prova d'uomo buono e valente. Io sono anzi orgoglioso di te, perchè ti ho allevato. La casa mia è sempre al tuo piacere come pel passato, ancora che povera e sgraziata.»[77] Nè meno affettuose erano le lettere del nipote. Il 31 ottobre 1517 gli chiedeva al solito notizie di lui e della famiglia, dolendosi di non averne da un anno. «Di me più non avete ricordo come di caro nipote. Pure amandovi io sempre come figlio, spero che se avete perso la penna e 'l foglio allo scrivermi, non abbiate perso l'amore che tanto tempo mi avete portato.»[78] Da altre lettere apparisce, come questo affetto dello zio pel nipote non fosse di sole parole, perchè il Machiavelli, in mezzo ai suoi mille fastidî, s'occupava spesso anche degli affari del lontano e affettuoso parente, che in lui riponeva piena fiducia.[79]
Tale era in realtà l'uomo che ci è stato per sì lungo tempo descritto come un mostro, incapace d'ogni sentimento gentile, d'ogni sincero affetto, d'ogni onestà. Egli continuava ora a lavorare, a lottare contro l'avversità e la povertà, dimostrandosi pronto a tutto, pur di guadagnare onestamente qualche cosa per aiutare la famiglia. Nell'aprile del 1518 andò a Genova a trattare gli affari d'alcuni mercanti fiorentini, i quali dovevano colà riscuotere parecchie migliaia di scudi,[80] e poi tornò alla sua villa. Da essa veniva però di tanto in tanto a Firenze, dove aveva sempre una casa, dove aveva qualche faccenda, e dove, non ostante l'avversità dei tempi, serbava pure alcuni amici fidati, coi quali gli era conforto intrattenersi.
Quando a poco a poco i tempi divennero più tranquilli, s'andaron nella Città ricostituendo alcuni di quei convegni letterari, che molto diffusi in tutta l'Italia del secolo XVI, formavano una parte essenziale nella società di quel tempo, uno dei piaceri più geniali e desiderati da tutti gli uomini culti in Firenze. Il più rinomato allora fra questi convegni si teneva negli Orti Oricellari, e v'intervenivano molti dei primi letterati non solo di Firenze, ma d'Italia. Bernardo Rucellai, vissuto nella seconda metà del secolo XV, scrittore di satire latine, fautore de' Medici, ricco e potente cittadino, aveva, in sul finire del secolo, comperato un orto in via della Scala. Con molta spesa vi costruì uno splendido palazzo, con più splendido giardino, il quale ben presto fu celebrato pe' suoi bellissimi alberi, ed è nella storia letteraria del tempo conosciuto col nome d'Orti Oricellari. Anch'oggi possiamo avere un'idea abbastanza esatta di quel che dovevano essere allora palazzo e giardino, se da questo leviamo la singolare e colossale statua di Polifemo, messavi più tardi dai Medici, ed alcune piccole costruzioni di pietra che vi furono aggiunte ai nostri giorni, e fanno singolare contrasto col carattere antico. Gli alberi sono tuttavia bellissimi, e paiono invitar sempre sotto le loro ombre al meditare ed al conversare. Attraverso i loro folti rami si vedono ancora le linee eleganti, armoniche dell'antico palazzo, che ha tutto il severo carattere architettonico della scuola di Filippo Brunelleschi e di Leon Battista Alberti.[81] Le ampie sale terrene sono sempre aperte, come a sicuro ricovero dalla pioggia o dal sole nelle ore canicolari. Per poco che la mente si distragga, le ombre del passato sorgono intorno a noi, e ci pare di sentir nuovamente la voce degli uomini che così spesso s'adunavano colà, e dei quali tanto parlano le storie.[82]
Bernardo Rucellai moriva nel 1514. Gli anni che precedettero, e quelli che seguirono di poco il 1512, erano stati così turbolenti da non lasciare agio al pacifico conversare letterario, e però gli Orti furono allora poco frequentati. Dei figli Cosimo e Piero che lo precedettero nella tomba, poco dicono le storie, che parlano invece assai del secondogenito Palla, il quale tenne alti ufficî politici, e s'adoprò tenacemente, fin quasi agli ultimi anni di sua vita, a favore de' Medici, essendosi da essi alienato solo nel 1537. Un altro fratello, Giovanni, come tutti i Rucellai, amico de' Medici, di cui erano anche parenti, si dette con grande fortuna alle lettere, e fu il noto autore della tragedia la Rosmunda, e del poema Le Api. Discepolo o amico dei primi letterati di Firenze, cominciò a raccoglierli intorno a sè; ma aspirando al cappello cardinalizio, se ne andò poi a Roma, presso Leone X, suo cugino. Vestito l'abito ecclesiastico, entrato in prelatura, passò colà la maggior parte del tempo, anche sotto Clemente VII, che lo nominò castellano di Castel Sant'Angelo, ufficio che tenne sino alla morte, seguita nel 1525, quando aspettava maggior grado. Per tutte queste ragioni, sebbene la casa de' Rucellai fosse da un pezzo già molto frequentata, il primo ad iniziar davvero, in modo regolare, le adunanze negli Orti, fu il figlio di Cosimo, che, nato nel 1495, l'anno stesso in cui moriva il padre, ne ebbe il nome, e fu da tutti chiamato Cosimino. Si dedicò alle lettere, scriveva versi e dava grandi speranze di sè, dimostrava indole generosa e benevola assai verso gli amici. Ma per trascorsi di gioventù aveva preso una malattia venerea, che, non ben curata, lo ridusse storpio in modo, che dovè per sempre giacere in una specie di culla o in una lettiga, su cui veniva trasportato. Questa sua sventura, i facili modi, l'indole benevola e lo svegliato ingegno raccolsero intorno a lui tutti i migliori amici di casa Rucellai, i quali lo visitavano assai spesso, sicuri di trovarlo sempre in casa o nel giardino, dove solamente poteva respirare all'aperto.[83]
Fra i più assidui frequentatori di queste adunanze, erano Zanobi Buondelmonti e Luigi di Piero Alamanni, poeta assai noto per le sue liriche, pe' suoi poemi cavallereschi, ma più di tutto per il poema La Coltivazione, in cui volle imitare le Georgiche di Virgilio, dimostrando molta eleganza e facilità in un verseggiare, che non è però senza monotonia. Questi due giovani, i quali più tardi divennero ardenti fautori di libertà, erano allora anch'essi amici de' Medici, come quasi tutti coloro che frequentavano gli Orti Oricellari.[84] Assai spesso venivano colà anche due cugini, che si chiamavano, così l'uno come l'altro, Francesco da Diacceto, e però a distinguerli, erano dal colore degli abiti chiamati uno il Nero, l'altro il Pagonazzo, ed appartenevano ambedue alla scuola degli eruditi. Il secondo, nato da Zanobi da Diacceto nel 1466, era stato fra i principali discepoli del Ficino, aveva scritto molte opere filosofiche ed insegnava nello Studio.[85] Un Diacceto d'altra famiglia, ma discepolo del Pagonazzo, e chiamato il Diaccetino, si trovava anch'egli fra i principali frequentatori degli Orti; aveva studiato il greco ed ottenuto dal cardinale dei Medici una lezione nello Studio.[86] Costui era, come l'Alamanni ed il Buondelmonti, ambizioso, audace, passionatissimo. Loro comune amico fu sempre un Giovan Battista della Palla, il quale, essendo stato molto affezionato a Giuliano dei Medici, sperava per tal mezzo d'ottenere il cappello di cardinale, e se ne andò quindi ben presto a Roma ad intrigare. Ma, come vedremo, egli non tralasciò mai di corrispondere per lettere continue co' suoi amici di Firenze, coi quali più tardi cospirò. Frequentavano gli Orti moltissimi altri, fra cui i due ben noti scrittori di storie, Iacopo Nardi e Filippo dei Nerli, questi mediceo, quegli repubblicano, ma per ora anch'egli in buoni termini col Cardinale. V'erano spesso tutti i Rucellai, tutti i più celebri letterati d'Italia, che capitavano a Firenze, fra i quali ricorderemo solo Giangiorgio Trissino, il celebre gentiluomo di Vicenza, erudito, grammatico, poeta tragico ed epico, l'autore della Sofonisba e dell'Italia liberata dai Goti, che tanto faceva allora parlare di sè.[87]
A torto s'è in tali riunioni voluto vedere una continuazione o rinnovamento dell'Accademia Platonica. Questa era morta col Ficino, ed il tentativo di rinnovarla fu fatto assai più tardi da altri uomini. Quelli che adesso frequentavano gli Orti Oricellari, appartenevano, se facciamo eccezione di Francesco da Diacceto e di qualche altro, ad una generazione non solo posteriore, ma anche assai diversa. Tutti ammiratori dell'antichità, tutti più o meno conoscitori delle lingue antiche, non erano di coloro che a tempo di Lorenzo il Magnifico passavano i giorni ed i mesi a disputare sulle idee di Platone, sulle forme di Aristotile, sulle allegorie di Plotino e di Porfirio, sopra questioni di grammatica. Alcuni di essi erano solamente uomini politici, pratici degli affari; altri erano poeti, scrittori di storie, di prose italiane, veri letterati del Cinquecento, contemporanei di Raffaello, di Michelangelo, del Guicciardini, dell'Ariosto, sebbene, essendo ingegni minori assai di questi sommi, e però meno indipendenti, rimanevano più servilmente legati all'antichità. E neppure si deve credere che queste adunanze fossero allora ostili al Cardinale ed al Papa, come si è detto e ripetuto tante volte, a causa della congiura più tardi tramata da alcuni di coloro che spesso v'intervenivano. Quasi tutti erano anzi amici dei Medici; quegli stessi che più tardi cospirarono contro di loro, erano stati per molto tempo in buonissimi termini con essi, e se ne alienarono la prima volta per ragioni affatto personali, alle quali s'aggiunse poi la passione politica. Una riprova di tutto ciò deve vedersi anco nel fatto, che venuto Leone X a Firenze nel 1515, fu invitato negli Orti, dove per rendergli onore, si fece, alla sua presenza, rappresentare la Rosmunda del Rucellai.
Quando queste adunanze erano già fiorenti, vi fu introdotto anche il Machiavelli, ed il suo andare colà non era certamente segno ch'egli s'allontanasse dai Medici; indicava anzi il contrario. Infatti noi troviamo che alcuni anni dopo egli fu introdotto in casa Medici. Il 17 marzo 1519 Filippo Strozzi scriveva da Roma al fratello Lorenzo: «Piacemi assai abbiate condotto el Machiavello in casa e' Medici, che ogni poco di fede acquisti co' padroni è persona per surgere.»[88] Questa lettera da un lato conferma quello che abbiam detto sulla compagnia degli Orti Oricellari, e dall'altro spiega come il cardinal de' Medici cominciasse allora appunto a dimostrare qualche benevolenza al Machiavelli. Se adesso solamente egli fu introdotto in casa Medici, ciò prova del pari quanto esagerate, anzi addirittura immaginarie, fossero le pretese relazioni intime che, secondo molti scrittori, l'autore del Principe avrebbe avute con Lorenzo e Giuliano.
Il Machiavelli, com'era naturale, venne assai bene accolto negli Orti, e Cosimino specialmente lo ammirò molto, legandosi a lui d'un affetto sincero, che fu ricambiato con vera amicizia. A lui ed a Zanobi Buondelmonti il Machiavelli dedicò i Discorsi; di lui con vivo dolore parlò nell'Arte della Guerra, poco dopo la morte immatura. A questi amici cominciò a leggere i Discorsi, che molto piacquero, e dettero luogo a discussioni assai animate, che finivano sempre incoraggiandolo a continuare con zelo indefesso l'opera intrapresa, la quale il Nardi dice «di nuovo argomento, non più tentata (che io sappi) ad alcuno.» Ed aggiunge, che il nuovo ospite fu tanto amato da quei giovani, che essi trovarono modo anche di sovvenirlo cortesemente, perchè si dilettavano oltre ogni dire della sua conversazione, e ne ammiravano gli scritti per modo, che egli non fu poi giudicato senza colpa, quando il loro animo si trovò infiammato ad imprese audaci e pericolose a favore della libertà.[89] Questa benevola accoglienza si spiega facilmente. Ammiratore sincerissimo degli antichi, il Machiavelli aveva pure, studiando le loro opere, ritrovato tutta l'indipendenza del proprio spirito, meditando con originalità vera sugli avvenimenti del suo tempo. E quindi le sue opere riuscirono a quegli uditori, ancora troppo servilmente imitatori dell'antichità, come la rivelazione della loro più intima coscienza. Anche in mezzo a questi fautori dei Medici, egli che non sapeva mai parlare o scrivere diversamente da quel che sentiva, manifestò tutto il suo amore di libertà, tutto il suo entusiasmo per la repubblica romana. Nè ciò produceva scandalo veruno. Ogni dotto Italiano ammirava allora l'antica Roma; ogni vero Fiorentino si sentiva repubblicano; i Medici stessi facevano mostra di voler governare Firenze a repubblica, e promettevano di sempre più ridurla tale. Il Machiavelli perciò si espandeva, si manifestava liberamente fra quei giovani, esaltandosi e tornando di continuo all'idea prediletta della sua Ordinanza, cioè del popolo armato. Cavando esempi dalla storia antica, esponeva in che modo poteva armarsi l'Italia di buone armi, tali da resistere agli stranieri, tutelare la dignità e la indipendenza nazionale. Questi erano i ragionamenti stessi ripetuti poi nella sua Arte della Guerra, che andò via via leggendo ai giovani amici. La nuova opera, che fra poco esamineremo, è in fatti composta a forma di dialoghi tenuti negli Orti Oricellari fra i principali frequentatori di quelle adunanze. L'entusiasmo, non solamente letterario, ma politico, che con tali discorsi e con tali letture il Machiavelli destava in essi, s'accendeva sempre di più; ma egli, tutto compreso del suo soggetto, trascinato dalle proprie idee, non s'accorgeva che le sue parole producevano qualche volta sull'animo loro, l'effetto stesso di una scintilla sulla polvere da sparo, e potevano perciò avere pericolose conseguenze. Se ne tornava quindi tranquillo nella solitudine della sua villa, e continuava a porre sulla carta i ragionamenti avuti, per tornare poi a leggerli ed a discuterli coi suoi amici ed ammiratori.
Tutto questo però, allora almeno, non gli noceva punto appresso ai Medici, anzi faceva sì che, secondo la frase adoperata dallo Strozzi, egli fosse tenuto veramente «persona per sorgere.» Molto in fatti parlavano di lui coloro che circondavano il Cardinale, il quale, come altra volta lo aveva da Roma, per mezzo del Vettori, interrogato sulla politica generale d'Italia, così ora lo incitava a scrivere sul modo di riformare il governo di Firenze, indirizzando il suo discorso a Leone X, che in sostanza era il vero padrone della Città. Usavano allora i Medici, massime il cardinal Giulio, interrogare così le persone più autorevoli; ed era anche assai gradito ai Fiorentini esporre le proprie opinioni sugli eventi che seguivano alla giornata, sulle riforme da portare nel governo, per rendere contenta la loro sempre irrequieta città. Abbiamo quindi un numero non piccolo di tali discorsi, più o meno eloquenti, più o meno audaci o accorti, scritti in questi anni appunto.
Vedemmo altrove[90] come il Guicciardini nel 1512, essendo nella Spagna, dove prevedeva già le caduta del Soderini, ma non sapeva ancora del ritorno de' Medici, scrivesse un discorso, in cui con grandissimo acume suggeriva i modi secondo lui migliori per rendere più forte e sicura la Repubblica. E vedemmo pure, come avuta appena notizia del mutamento seguito nella Città, ne scrivesse un altro, nel quale, senza ancora troppo dichiararsi pronto a mutar parte, esponeva invece i modi con cui il governo dei Medici avrebbe potuto rafforzarsi.[91] Più esplicitamente e più largamente ancora trattò questo medesimo soggetto in un terzo discorso, scritto nel 1516, quando, già da tre anni tornato a Firenze, era divenuto uno dei loro più caldi fautori. «I Medici,» egli scriveva allora, «s'erano impadroniti della Città contro il desiderio e la volontà del massimo numero dei suoi abitanti. La elezione di Leone X aveva, è vero, mutato le cose in loro favore; ma era tuttavia necessario pensare all'avvenire con accorti provvedimenti, se non si voleva da un momento all'altro vedersi esposti a gravissimi pericoli. Il principale ostacolo a questi provvedimenti trovavasi però nella indifferenza di Giuliano e di Lorenzo, i quali avevano messo così alto la loro mira, che poco o punto si curavano di Firenze, pensando invece a formarsi altrove uno Stato. E questo era un sogno pericoloso, perchè nella sua effettuazione urtava contro difficoltà insormontabile. A Firenze i Medici, sotto le apparenze di repubblica, avevano un dominio assai più solido e sicuro di quello che potevano sperare a Parma, a Modena o altrove. Era bene ricordarsi, che i nipoti di Calisto III e di Pio II, contentandosi di poco, restarono nel loro grado anche dopo la morte di quei papi; il duca Valentino, invece, che voleva grande e nuovo Stato, rovinò.» «E la ragione ci è manifesta, perchè privati acquistare Stati grandi è cosa ardua, ma molto più ardua conservarli, per infinite difficoltà che si tira dietro un principato nuovo.»[92] Qui è chiaro che il Guicciardini si dimostra contrario affatto non solamente alle illusioni del Machiavelli sul Valentino; ma allo stesso concetto fondamentale del Principe, non che ai consigli che l'autore di esso aveva già dati ai Medici per mezzo del Vettori, quando si parlava della formazione d'uno Stato nuovo a Parma ed a Modena. I Medici, secondo il Guicciardini, avrebbero fatto assai meglio e operato da savi smettendo queste illusioni pericolose, pensando solo a conservare quello che avevano in Firenze. A tal fine occorreva formarsi un nucleo d'amici fidati e sicuri, i quali conoscessero bene la Città, e fossero perciò in grado di dare aiuto e consigli opportuni. «Senza affidarsi ad essi troppo ciecamente, ma tenendo sempre nelle proprie mani la briglia, è pur necessario dar loro favori e potere. Con i favori si è ben sicuri di potersi guadagnare l'animo di ciascuno, giacchè ora non sono più i tempi dei Greci e dei Romani, che si contentavano della sola gloria. Non v'è oggi in Firenze alcuno, il quale ami tanto la libertà, che non si volti facilmente ad un altro reggimento qualunque, se può in esso avere maggior parte e miglior essere che nella repubblica. Quanto poi alla universalità dei cittadini basta fare economia per non aggravarli di tasse, curare che la giustizia civile sia bene amministrata, difendere i deboli contro i potenti, usare con tutti modi cortesi. A coloro che consigliano di prendere addirittura in Firenze il dominio assoluto, senza alcuna ombra di civiltà e di libertà, bisogna ricordare, che non si potrebbe prendere un partito peggiore, più pieno di sospetti, di difficoltà, ed, a lungo andare, anche assai crudele e quindi pericoloso a tutti.»[93]
Questi erano i consigli che dava ai Medici il Guicciardini; ben diversi invece furono quelli dati dal Machiavelli, quando venne interrogato.[94] In sostanza egli consigliava nè più nè meno che il ristabilimento della repubblica, sforzandosi però di trovare un modo col quale il Papa ed il Cardinale potessero, durante la loro vita, restar padroni della Città, senza di che sapeva che ogni sua proposta sarebbe stata vana e puerile. Molti lo hanno perciò accusato di contradirsi, rimproverandogli che, dopo d'avere nel Principe suggerito il governo assoluto a Giuliano ed a Lorenzo de' Medici, consigliava ora a papa Leone X la repubblica. Ma ogni contradizione scomparisce del tutto, se per poco si rifletta che il Principe fu scritto per dimostrare come si poteva colla forza formare uno Stato assoluto e nuovo, e come, formandolo in Italia, si poteva ingrandirlo per riunire tutta la Penisola. Adesso invece erano già morti Giuliano e Lorenzo, ai quali questi consigli erano stati indirizzati, ed il Machiavelli veniva interrogato dal Cardinale sopra un altro e assai diverso argomento. Non si trattava più d'uno Stato nuovo a Parma e Modena, o altrove; si trattava di Firenze solamente. Egli aveva già molte e molte volte ripetuto nei Discorsi, nelle lettere familiari, in quasi tutte le sue opere politiche, che se nell'Italia settentrionale e nella meridionale non era possibile altro che una monarchia; se con questa solamente poteva iniziarsi colà uno Stato nuovo, ed ingrossarlo sempre più, nella Toscana invece, massime poi a Firenze, per la grande uguaglianza che v'era e per le antiche consuetudini, solo una repubblica poteva contentare e durare. Di ciò appunto si trattava adesso. Il Papa stesso ed il Cardinale sembravano persuasi, che i Fiorentini, più o meno, volevano tutti la repubblica. Non avendo eredi legittimi, essendo perciò certi che in loro spegnevasi il ramo mediceo di Cosimo il Vecchio e di Lorenzo il Magnifico, mostravano di esitare a far qualche passo decisivo verso la repubblica, solamente per non perdere il loro protettorato assoluto finchè vivevano. Veri o finti che fossero questi loro sentimenti, essi li manifestavano e li facevano credere a molti. Ed il Machiavelli era persuaso d'aver trovato il modo di risolvere l'arduo problema, di fondare cioè sicuramente la libertà per l'avvenire, mantenendo ferma nel presente l'autorità assoluta del Papa e del Cardinale, finchè vivevano. Con tale intendimento egli scrisse il suo nuovo Discorso.
Incomincia adunque con l'esaminare le cagioni della instabilità di tutti i governi che si successero in Firenze, e le ritrova nell'essere stati sempre ordinati a vantaggio d'una sola parte e non del pubblico, nell'essere riusciti tutti una mescolanza ibrida e poco durevole di monarchia e di repubblica. «Questi governi di mezzo,» egli dice, «riescono sempre debolissimi, perchè hanno più vie aperte alla loro rovina. Il principato rovina andando verso la repubblica, e questa andando verso il principato. Ma i governi di mezzo rovinano da ogni lato, sia che vadano verso la repubblica, sia che vadano verso il principato. Vi sono molti che esaltano il governo di Cosimo e di Lorenzo il Magnifico, e vorrebbero perciò ristabilirne oggi uno simile. Ma esso non fu esente dai difetti e dai pericoli già notati negli altri, e questi difetti sarebbero oggi di gran lunga maggiori. I Medici erano allora educati e vissuti nella Città, e la conoscevano assai bene; governavano con una familiarità alla quale non si saprebbero più piegare adesso che sono divenuti potentissimi, dopo essere stati lungamente in esilio. Allora avevano assai favorevole la universalità dei cittadini, ora l'hanno contraria. Nè v'erano come oggi in Italia tanti potenti armati, contro i quali un governo debole non potrebbe più in alcun modo resistere. Dicono molti che Firenze non può stare senza un capo; ma non riflettono costoro che si può avere un capo pubblico ed un capo privato. Nessuno dubita che se si dovesse scegliere un capo privato, tutti preferirebbero uno della casa dei Medici. Quando però si dovesse scegliere tra capo pubblico e privato, sempre piacerà più ai Fiorentini avere il primo, o sia un magistrato eletto dai cittadini, e frenato dalle leggi. È certo in ogni modo, che a volere ordinare il principato in Firenze, dove è sì grande uguaglianza, non si riuscirebbe senza mutare tutto con violenza. E perchè questa sarebbe una cosa non solo difficile, ma ancora inumana e crudele, deve giudicarsi indegna di chiunque desideri essere tenuto pietoso e buono. Io, adunque, lascerò indietro il ragionare del principato, e parlerò della repubblica, anche perchè s'intende la Santità Vostra esservi dispostissima, ed esitare solamente, perchè desidera trovare un ordine con cui l'autorità sua rimanga grande in Firenze, e gli amici vivano sicuri. Parendomi pertanto d'averlo pensato, ho voluto che intenda questo mio pensiero; acciocchè, se ci è cosa veruna di buono, se ne valga, e possa ancora, mediante questo, conoscere quale sia la mia servitù verso di lei.»[95]
Il concetto del Machiavelli era, in termini generali, semplicissimo: fondare una vera e propria repubblica, lasciando per ora le elezioni dei magistrati in mano dei Medici. Così essi sarebbero stati i veri padroni d'ogni cosa, durante la vita; ma alla loro morte Firenze sarebbe tornata libera davvero. Non era un concetto nuovo del tutto, giacchè per mezzo delle elezioni appunto, Cosimo e Lorenzo il Magnifico erano riusciti a rendersi padroni della repubblica. È vero che così avevano anche ucciso la libertà; ma adesso il Papa era lontano, e nè egli nè il Cardinale avevano successori cui dover pensare; non potevano o almeno non era, secondo il Machiavelli, ragionevole che si dolessero se, dopo la morte loro, la libertà potesse davvero prosperare. In sostanza adunque tutto si riduceva a cercar di persuadere i Medici, che essi acquisterebbero una gloria immortale, se, pur mantenendosi in vita padroni di Firenze, assicurassero fin d'allora il trionfo della repubblica per l'avvenire. A risolvere praticamente l'arduo problema, il Machiavelli ricorre nel Discorso anche a molti ripieghi, che finiscono col rendere assai artificiosa la sua proposta. Egli torna un momento alla vecchia teoria fiorentina delle tre ambizioni, dei tre ordini di cittadini da soddisfare: coloro che vogliono primeggiare e comandare; coloro che sono contenti di partecipare in qualche modo al governo; e coloro che formano la moltitudine, la quale chiede solo libertà e giustizia. Vuole sopprimere tutte le complicazioni dei vecchi Consigli e dei vecchi magistrati, che i Medici, per mera apparenza, avevano risuscitati dagli Statuti anteriori al 1494, ed istituire un Gonfaloniere con la Signoria, il Senato ed il Consiglio Grande. Questa era la forma di governo fondata nel 1494, al tempo del Savonarola, e, con poche modificazioni, durata sino al 1512. Essa era anche quella che in sostanza veniva proposta dal Guicciardini, quando favoriva la repubblica, e più tardi dal Giannotti, sebbene ciascuno, a suo modo, la modificasse.
Venendo poi ai mezzi pratici d'attuare una tale riforma, il Machiavelli incominciava col proporre, che si eleggessero a vita sessantacinque cittadini di quarantacinque anni finiti, nominando uno di essi Gonfaloniere per due o tre anni, od anche a vita. La metà dei sessantaquattro che restavano, doveva formare una specie di Consiglio del Gonfaloniere, per un anno, venendo, nel seguente, sostituita dall'altra metà, e continuando così ad alternarsi. Questi trentadue si dividevano poi in quattro parti di otto cittadini ciascuna, i quali per un trimestre formavano la Signoria propriamente detta, alla cui testa era il Gonfaloniere. E così venivano, egli credeva, soddisfatte le ambizioni più irrequiete. V'era inoltre un Senato o Consiglio dei Dugento, i quali dovevano avere ciascuno quaranta anni finiti. Il Machiavelli che aboliva, come dicemmo, molti dei vecchi magistrati, lasciava invece sussistere gli Otto di Guardia e Balìa, che formavano una specie di tribunale ordinario, e gli Otto di Pratica, che provvedevano alle cose della guerra, e quindi all'Ordinanza, che fu sempre l'istituzione a lui più cara. I Medici l'avevano nel 1512 disciolta, per poi in modo efimero ricostituirla, con una provvisione del 19 maggio 1514, chiamandola Ordinanza del Contado.[96] Su questo soggetto che doveva riuscire assai scabroso, perchè si trattava di far dare dai Medici le armi al popolo, il Machiavelli non si fermò allora, deliberato com'era a tornarvi più tardi, dopo essere cioè prima riuscito a persuader loro la opportunità di ricostituire la repubblica. Per adesso lasciava l'Ordinanza quale essi l'avevano ridotta, proponendo solo che fosse divisa in due parti, ciascuna delle quali venisse comandata da un commissario, eletto ogni due anni dal Papa. Questi ed il Cardinale dovevano inoltre, con l'autorità e balìa di tutto il popolo fiorentino, eleggere il Gonfaloniere, la Signoria, i Dugento, gli altri magistrati. Tale era il mezzo dal Machiavelli escogitato per assicurare ai Medici un potere che, dopo la loro morte, sarebbe andato tutto nelle mani del popolo.
Rimaneva ancora l'ultima parte, la più importante della riforma, quella cioè con cui bisognava soddisfar subito alla universalità dei cittadini. A tal fine, proseguiva il Machiavelli, cominciando subito ad esaltarsi, è necessario riaprire la sala del Consiglio Grande. «Senza satisfare all'universale, non si fece mai alcuna repubblica stabile; non si satisfarà mai all'universale dei cittadini fiorentini, se non si riapre la Sala; però conviene, a volere fare una repubblica in Firenze, riaprire questa Sala e rendere questa distribuzione all'universale. E sappia Vostra Santità, che chiunque penserà di torle lo Stato, penserà innanzi ad ogni altra cosa di riaprirla, e però è partito migliore, che quella l'apra con termini e modi sicuri.»[97] Bisognava adunque ricostituire il Consiglio Grande, componendolo di mille o almeno di seicento cittadini. E non occorreva determinare il modo della elezione, perchè si dovevano in esso alternare tutti coloro che, secondo gli antichi statuti erano cittadini beneficiati o sia abili al governo. Suo ufficio principalissimo doveva essere, oltre l'approvazione delle leggi, la elezione dei magistrati. Queste attribuzioni però gli venivano per ora solo in minima parte concesse, dovendo restare ai Medici, finchè vivevano il Papa ed il Cardinale. E quindi il Machiavelli suggeriva ai Medici, che di tanto in tanto chiamassero il Consiglio ad un più largo esercizio de' suoi diritti. Così si sarebbe cominciato fin d'ora ad educare il popolo alla libertà, nel che stava lo scopo principalissimo che egli si era proposto nel Discorso.
«Con questi ordini,» così egli conchiudeva, rivolgendosi al Papa ed al Cardinale, esaltandosi sempre di più, «voi siete i padroni assoluti di tutto. Nominate i principali magistrati, il Gonfaloniere, la Signoria, i Dugento; fate le leggi con l'autorità di tutto il popolo; ogni cosa dipende dal vostro arbitrio; nè, durante la vostra vita, v'è alcuna differenza da questo governo ad una monarchia. Alla vostra morte, lasciate alla patria una vera e libera repubblica, che dovrà a voi la sua esistenza.» «Io credo che il maggiore onore che possono avere gli uomini, sia quello che volontariamente è loro dato dalla loro patria; credo che il maggior bene che si faccia ed il più grato a Dio, sia quello che si fa alla sua patria. Oltre di questo, non è esaltato alcun uomo tanto in alcuna sua azione, quanto sono quelli che hanno con leggi e con istituti riformato le repubbliche e i regni: questi sono, dopo quelli che sono stati Iddii, i primi laudati.... Non dà adunque il Cielo maggiore dono ad un uomo, nè gli può mostrare più gloriosa via di questa; ed in fra tante felicità, che ha date Dio alla casa vostra ed alla persona di Vostra Santità, è questa la maggiore, di darle potenza e subietto da farsi immortale, e superare di gran lunga per questa via la potenza e la avita gloria.»[98]
Sebbene una tal conclusione ci riconduca al pensiero dominante del Machiavelli, e ricordi la celebre esortazione finale del Principe, pure noi non possiamo attribuire a tutto il Discorso un grande valore scientifico, e neppure un grande valore pratico. Egli o ripete idee che già aveva esposte altrove più ampiamente, o accetta senz'altro dottrine universalmente divulgate in Firenze. La forma di repubblica da lui proposta è, ne' suoi lineamenti generali, quella stessa che allora tutti più o meno consigliavano. E quanto alle modificazioni con cui voleva migliorarla, i suoi suggerimenti restavano di gran lunga inferiori a quelli assai più accorti e pratici, che aveva dati dalla Spagna il Guicciardini nel primo de' suoi discorsi.[99] I ripieghi poi coi quali voleva apparecchiare il passaggio dal dispotismo presente alla futura libertà, erano davvero troppo sottili ed artifiziosi, com'ebbe a notare più tardi Alessandro de' Pazzi, quando fu del pari interrogato dal cardinale dei Medici.[100] E quando essi fossero stati davvero accettati, difficilmente avrebbero ottenuto l'intento cui miravano. Una repubblica lasciata in pieno arbitrio d'un papa come Leone X, o avrebbe portato ad immediato conflitto col popolo, o avrebbe reso sempre più difficile fondare in avvenire la libertà. In tal modo non poteva quindi il Discorso riuscire nè scientifico nè pratico abbastanza, ma solo fantastico. Ciò non ostante, esso dimostrava ancora una volta quanto sincero, costante, profondo fosse nel Machiavelli l'amore della libertà. Dopo aver tanto desiderato il favore dei Medici, per poter essere in qualche modo adoperato da loro negli affari, appena essi rivolgono a lui lo sguardo e lo interrogano, non sa far altro che ripetere con entusiasmo irrefrenabile un solo e medesimo pensiero: la maggior gloria, la più grande fortuna che si possa dai mortali desiderare su questa terra, sta nel sapere e nel volere fondare uno Stato libero, civile e forte. E di ciò era tanto convinto, che non capiva come non dovesse subito convincersene ognuno. Questo gli fece credere di poter persuadere prima Giuliano e poi Lorenzo a farsi redentori d'Italia; questo gli faceva sperare adesso d'indurre Leone X a fondare per l'avvenire la libertà di Firenze. Ma s'illuse la prima e la seconda volta, senza però mai perdere la sua fede o smettere il pensiero di tornare alla prova. Per ora il Papa non dava nessuna importanza a tutte le proposte che da più parte gli venivano, principalmente per istigazione del Cardinale.[101] L'uno e l'altro del resto avevano promosso questi scritti solo col fine di alimentare speranze ed illusioni nei più caldi amatori di libertà, e così tenerli sospesi e tranquilli, scoprendone in pari tempo le più riposte intenzioni.
Il cardinale però sembrava che volesse veramente avvicinare a sè il Machiavelli. Lo aveva da poco conosciuto di persona, gli aveva cominciato a scrivere qualche lettera, a rendere qualche favore. Pareva quindi che dovessero per lui cominciare tempi migliori; ma erano ancora segni così tenui e favori così meschini, che qualche volta riuscivano più ad umiliarlo che ad esaltarlo. Nell'anno 1520 ebbe in fatti dalla Signoria e dal Cardinale una prima commissione a Lucca, per trattar gli affari d'alcuni mercanti fiorentini, i quali avevano colà un credito di 1600 fiorini con un tal Michele Guinigi, che non voleva pagare. Questa privata faccenda avrebbe dovuto esser decisa dai tribunali ordinarî, ma s'era andata complicando ed arruffando in maniera, che veniva ora trattata dai due governi. Il Guinigi aveva ereditato dal padre una grossa fortuna, la più parte della quale era stata vincolata ai suoi figli, sapendosi che egli l'avrebbe subito mandata a male. Oltre i debiti da lui contratti con Fiorentini e con altri non pochi per faccende commerciali, ne aveva già fatto altri moltissimi al gioco, ed era nella impossibilità di pagarli. Si cercava dunque d'ottenere dalla repubblica lucchese, che l'affare venisse eccezionalmente rimesso nelle mani di arbitri, con facoltà d'annullare questi secondi debiti, o almeno dare precedenza assoluta ai primi. In tal caso solamente i parenti e tutori dei figli del Guinigi promettevano di pagare quelli che risultavano da affari commerciali, cosa che in nessun modo avrebbero consentito pei debiti fatti al giuoco. Se non che questi erano stati contratti con carte così legali e regolari, che occorreva a metterli da parte l'intervento del potere politico. Ove ciò non si fosse ottenuto, la fortuna di Michele Guinigi, cui spettava solo l'usufrutto, sarebbe rimasta vincolata tutta ai suoi figli minori, ed i parenti che ne avevano la tutela, avrebbero con loro pieno diritto negato di nulla concedere ai creditori fiorentini. Il Machiavelli, dopo lungo negoziare, ottenne che il Consiglio Generale di Lucca deliberasse di rimettere la cosa al pretore ed a tre arbitri, che rivedessero i libri; esaminassero quali obblighi erano contratti veramente per debiti giustificati, quali erano fittizi, e nei casi dubbi ne riferissero agli Anziani della repubblica, i quali avrebbero portata di nuovo la cosa al Consiglio Generale.[102]
Egli si trattenne per questa faccenda parecchi mesi a Lucca, dove passò il tempo, studiando al solito la forma di quel governo, e pigliando su di esso alcuni appunti. Noi abbiamo in fatti un suo Sommario delle cose della città di Lucca,[103] che il Machiavelli dovè scrivere in questo tempo. È un abbozzo compilato in fretta, nè senza qualche inesattezza; non vi mancano però opportune osservazioni. Nove cittadini ed un Gonfaloniere, egli dice, componevano la Signoria, che mutava ogni due mesi, dopo i quali ciascuno aveva divieto per due anni, cioè non poteva in quel tempo essere rieletto. Seguiva un Consiglio di trentasei, che si rinnovava da sè ogni sei mesi, non potendo, chi aveva seduto un primo semestre, continuare nel secondo, ma bensì nel terzo. Il Consiglio Generale durava un anno, ed era composto di settantadue[104] membri, i quali venivano eletti dalla Signoria e da dodici altri cittadini nominati dai trentasei; avevano divieto un anno. La Signoria esercitava grandissima autorità nel contado, il quale, secondo l'uso repubblicano di quei tempi, non godeva delle libertà politiche; ma ben poca ne aveva nella città, dove poteva solo radunare i Consigli, e proporre le deliberazioni apparecchiate nelle Pratiche, che a Lucca si chiamavano Colloqui, ai quali erano invitati i più savî cittadini. Il Consiglio Generale era il vero padrone della città; faceva leggi e tregue; pronunziava condanne a morte senza appello, e i partiti si vincevano in esso con tre quarti dei voti. V'era nonostante un Potestà,[105] che aveva autorità nelle cause civili e nelle criminali.
Il Machiavelli osserva che questo governo a Lucca operava bene, quantunque non fosse senza difetti. Loda il non dare alla Signoria molta autorità sui cittadini, «perchè così hanno sempre fatto le buone repubbliche giacchè il primo magistrato facilmente può abusare, se non è frenato. Non avevano i Consoli romani, non avevano e non hanno autorità sulla vita dei cittadini il Doge e la Signoria di Venezia.» A Lucca però la Signoria mancava, secondo il Machiavelli, della dovuta maestà, «perchè la breve durata dell'ufficio, e i molti divieti obbligavano a nominare persone di poco conto. Si era quindi necessitati di continuo a richiedere nei Colloqui il consiglio di privati cittadini, il che non si usa nelle repubbliche bene ordinate, nelle quali il numero maggiore distribuisce gli ufficî, il mezzano consiglia, il minore esegue.» Questa infatti, era allora tenuta la norma fondamentale e la base necessaria d'ogni regolare governo, non essendovi alcuna idea della moderna divisione dei poteri. E perciò il Machiavelli continuava: «Così facevano a Roma il popolo, il Senato, i Consoli; così fanno a Venezia il Gran Consiglio, i Pregadi, la Signoria. Ma a Lucca invece questi ordini sono confusi perchè il numero mezzano, cioè i Trentasei distribuiscono gli uffici; i Settantadue e la Signoria parte consigliano, parte eseguono. Pure anche da ciò non viene nel fatto gran danno, per la ragione già notata, che i magistrati non sono, per la loro poca maestà, punto ricercati, e i ricchi si occupano più che altro delle loro private faccende. Questo è tuttavia un ordine da non raccomandarsi.» Loda poi l'autorità data al Consiglio Generale sulla vita dei cittadini, perchè questo è, secondo lui, un gran freno all'ambizione dei potenti, i quali non sarebbero mai condannati da pochi giudici. Vorrebbe però che vi fosse, come a Firenze, un tribunale di quattro o sei magistrati per giudicare le minori cause civili e criminali fra i cittadini, lasciando al Potestà quelle del dominio, e tutte le altre a lui devolute dagli Statuti. «Se una tale magistratura non si istituisce,» egli diceva, «le minori cause che occorrono alla giornata, saranno sempre trascurate con danno e pericolo della libertà. Infatti anche a Lucca s'è dovuto venire ad una legge speciale, che fu chiamata dei discoli, per la quale, nel settembre e nel marzo, i Consigli riuniti deliberano di mandare, per tre anni, fuori dello Stato un certo numero di giovani creduti più pericolosi. Essa mise di certo un freno, ma è pure riuscita impotente contro l'insolenza della famiglia, che è chiamata di quelli di Poggio.» Questo breve Sommario, come si vede facilmente, non ha gran valore; ma dimostra, che allora come sempre il Machiavelli non lasciava mai fuggire alcuna occasione per studiare le istituzioni, gli ordinamenti politici dei popoli vicini o lontani, cercando d'indagare e suggerire i modi per migliorarli.
Fu tuttavia un lavoro che potè occuparlo poco tempo, nè molto l'occuparono altre piccole faccende. Ricevette allora varie lettere, una fra le altre del cardinal dei Medici, in data dell'ultimo di luglio, la quale incominciando con le parole: Spectabilis vir, amice mi carissime, gli raccomandava di far cacciare da Lucca tre studenti dell'università di Pisa, già mandati via di là per cattiva condotta.[106] Gli amici degli Orti Oricellari gli scrivevano lettere ora serie, ora facete, pregandolo di tornare presto, e più vive premure gli facevano i figli, in nome loro e della madre Marietta.[107] Ma il Machiavelli non si poteva muovere, se prima non veniva a qualche conclusione l'affare di cui era incaricato, e quindi profittò del tempo che gli restava libero, per comporre un altro suo breve lavoro, che è assai noto, e che da lui fu intitolato Vita di Castruccio Castracani. Il 29 agosto lo mandava di là all'amico Zanobi Buondelmonti, al quale ed a Luigi Alamanni, suoi amicissimi, lo aveva dedicato. E già il 6 settembre il Buondelmonti gli rispondeva d'averlo ricevuto e letto con l'Alamanni ed altri, ai quali tutti era molto piaciuto.[108]
È notissimo che questo lavoro dette anch'esso occasione a dubbi e dispute non poche. Chi lo chiamò un romanzo, chi una imitazione della Ciropedia di Senofonte, chi altro. Certamente esso non è una storia, come può accorgersene chiunque lo paragoni per poco con la narrazione autentica dei fatti più conosciuti ed accertati. L'autore compose la biografia d'un personaggio ideale, cui diede il nome di Castruccio Castracani, e la ricavò in parte dalla vita di questo capitano, quale ci è data nelle storie e biografie; ma in parte non piccola ancora dalla vita d'Agatocle, narrata nei libri XIX e XX di Diodoro Siculo, aggiungendovi anche fatti che sono addirittura di sua propria invenzione. Castruccio, in vero, fu un figlio legittimo della nobile famiglia Antelminelli, nacque nel 1281, ed andò ben presto col padre Geri in esilio ad Ancona. Restato senza genitori, fu a combattere in Fiandra insieme con Alberto Scotti e Musciatto Franzesi, al soldo di Filippo il Bello. Nel 1310 combatteva in Lombardia, a favore dei Visconti. Il Machiavelli, invece, comincia coll'affermare, che gli uomini straordinari sogliono aver quasi tutti bassa ed oscura origine, perchè la fortuna vuol mostrare la sua potenza, e poi aggiunge, che un canonico Castracani ed una sua sorella Dianora, i quali vivevano insieme, trovarono nel proprio giardino un bimbo abbandonato, che allevarono in casa loro, e fu questi il celebre Castruccio. Mostrando egli attitudine alle armi, venne da messer Francesco Guinigi educato e condotto poi a combattere in Lombardia, dove sin dall'età di 18 anni cominciò a mostrare il suo valore. Il canonico e la sorella sono personaggi immaginari del tutto, come immaginario è il fatto del bimbo trovato nel giardino. Nell'età di 18 anni Castruccio era inoltre fuori d'Italia, nè si trova un Francesco Guinigi, cui si possano attribuire i fatti narrati dal Machiavelli. Invece Agatocle, secondo Diodoro Siculo, fu dal padre abbandonato, e dopo alcuni giorni la madre lo prese e menò dal proprio fratello, che lo allevò. Venne più tardi protetto da un nobile che gli diè grado nell'esercito, nel quale Agatocle subito fece prova del suo valore.
Prosegue il Machiavelli raccontando come, tornato che Castruccio fu dalla Lombardia a Lucca, messer Francesco Guinigi morì e lasciò un figlio di tredici anni, di nome Paolo, nominando Castruccio tutore di esso, ed amministratore de' suoi beni. Paolo è personaggio immaginario come il padre e come tutto l'episodio, imitato anche questo da Diodoro, il quale narra in fatti che Agatocle sposò la vedova del suo protettore, e così di povero divenne ricco. Il modo con cui Castruccio, a poco a poco, prima coll'aiuto d'Uguccione della Faggiola signore di Pisa, poi contro la volontà di lui, riuscì a farsi padrone di Lucca, è narrato dal Machiavelli con maggiore verità. Ma la battaglia di Montecatini, nella quale i Fiorentini furono disfatti, e Castruccio combattè tanto valorosamente sotto gli ordini d'Uguccione, che per ciò appunto ne ingelosì e gli fu nemico, è descritta in un modo affatto arbitrario. Il Machiavelli fa ammalare Uguccione, che invece si trovò a comandare l'esercito, e ciò per dare il comando a Castruccio, cui attribuisce, a suo modo, tutto un disegno immaginario di battaglia. Divenuto Castruccio signore di Lucca, e capo dei Ghibellini di Toscana, per la morte d'Uguccione, segue la narrazione del modo con cui egli soppresse una ribellione in quella città.
E qui il Machiavelli imita di nuovo Diodoro, attribuendo al suo eroe una condotta simile a quella tenuta da Agatocle nello spegnere i propri nemici, condotta già ricordata e lodata tante volte nel Principe e nei Discorsi. Secondo Diodoro Siculo, Agatocle, formato prima, come capitano dei Siracusani, un grosso esercito, chiamò i capi del Consiglio dei seicento, sotto pretesto di ragionar con loro, e gli spense tutti. Indi sollevò contro i Grandi il popolo che li odiava, e furono così uccise da quattromila persone. Secondo il Machiavelli, Stefano di Poggio s'unì prima ai ribelli in Lucca; poi li sedò, e quando Castruccio fu tornato dal campo, si presentò a lui, mostrandogli come tutto era tranquillo per opera sua, e gli raccomandò i propri amici e parenti. Castruccio lo accolse con benevolenza e lo invitò a condur seco gli amici. Venuti sotto la data fede alla sua presenza, furono tutti presi e morti, dopo di che egli spense ancora molti altri, i quali potevano per ambizione aspirare ai primi onori, e così fu finalmente sicuro padrone di Lucca.[109]
Anche la narrazione del modo in cui Castruccio s'impadronì di Pistoia, è affatto immaginaria. Secondo il Machiavelli, egli si sarebbe messo d'accordo coi capi delle due parti che dividevano la città, facendo credere così agli uni come agli altri, che entrerebbe una tal notte per combattere gli avversarî. Invece, al momento stabilito, dato il segnale, s'impadronì subito degli uni e degli altri, facendoli tutti ammazzare. La città venne allora corsa in nome di Castruccio, e si sottomise insieme col contado, «tale,» così conchiude il Machiavelli, «che ognuno, pieno di speranza, mosso in buona parte dalla virtù sua, si quietò.»[110] Invece Pistoia fu ceduta da Filippo Tedici, che n'era capo. Sentendosi troppo debole per lottare ad un tempo contro Castruccio, contro i Fiorentini e contro i nemici interni, ingannò i secondi e s'arrese al primo, che lo fece suo capitano e gli dette in moglie la propria figliuola. Così almeno raccontano le Storie Pistoiesi, ben più credibili. Il Machiavelli, fra le altre cose, non dà a Castruccio nè moglie nè figli, quando ebbe moglie e molti figli, nove secondo il suo biografo Tegrimi.
Dopo la presa di Pistoia seguono storicamente due battaglie, che sono i fatti più importanti nella vita militare di Castruccio. La prima e principale fu quella di Altopascio (1325), nella quale i Fiorentini vennero pienamente rotti. E di questa il Machiavelli, che la descrive minutamente nelle sue Storie, non dice qui neppure una parola. Dopo varî altri fatti d'arme, Castruccio, divenuto duca di Lucca, Volterra, Pistoia, ecc., e vicario imperiale in Pisa, trovavasi in Roma, dove aveva accompagnato Lodovico il Bavaro. Ivi seppe che i Fiorentini avevano ripreso Pistoia. Corse allora a Lucca, formò un esercito, assediò Pistoia, e battè nello stesso tempo i Fiorentini, che volevano liberarla. Ma qui prese una febbre, di cui morì a Lucca. Ed anche di questo fatto militare, che è per la sua importanza il secondo nella vita di Castruccio, il Machiavelli tace affatto, per narrare invece battaglie immaginarie. Secondo lui, Castruccio, uscito di Lucca coll'esercito, incontrò i Fiorentini a Serravalle, dove è minutissimamente descritto uno scontro, che non avvenne mai, nel quale Castruccio avrebbe dato prova del suo grandissimo genio militare, rompendo il nemico. Divenuto così nuovamente padrone di Pistoia, corse verso Pisa, dove era scoppiata una congiura. Incontrò per via i Fiorentini, che lo assalirono con numerosissimo esercito, ed abbiamo a Fucecchio la descrizione minutissima di un'altra battaglia immaginaria, nella quale risplende di nuovo il genio militare di Castruccio, e i Fiorentini sono rotti un'altra volta. In queste due narrazioni, che sono smentite dalle Storie stesse del Machiavelli, si vede anche più chiaro che altrove, come nella sua Vita di Castruccio egli si fosse proposto di scrivere una specie di piccolo romanzo politico-militare, per dimostrare alcuni suoi concetti politici, e fra le altre cose, anche la grande superiorità che nella guerra i fanti hanno contro i cavalli. Ci dice infatti che Castruccio riuscì facilmente vittorioso contro i Fiorentini, perchè essi s'erano fondati sui cavalli, ed egli invece sui fanti. E questa fu sempre la teoria non senza valide ragioni sostenuta dal Machiavelli. L'aveva già prima accennata nei Discorsi; più tardi, come vedremo fra poco, l'espose a lungo e dimostrò teoreticamente nell'Arte della Guerra. Nella Vita di Castruccio cercò invece descriverla, e renderla visibile, con esempî da lui immaginati, ai quali dette un'apparenza storica, per renderli più efficaci.
La fortuna intanto, eterna dominatrice delle cose umane, continua il Machiavelli, come aveva sinora favorito Castruccio, volle, per dimostrare sempre meglio la propria potenza, troncarne a un tratto la vita, con una febbre che lo colpì dopo l'ultima sua gloriosa battaglia. Presso a morire, egli chiamò l'ipotetico suo successore, Paolo Guinigi, e gli tenne questo discorso: «Se avessi saputo, che la fortuna voleva troncare a mezzo il mio cammino, ti avrei lasciato più piccolo Stato e meno nemici. Ma essa vuole essere arbitra di tutto, e non mi ha dato tanto giudizio da conoscerla prima, nè tanto tempo da poterla poi superare. Io non presi moglie per dimostrarmi grato al sangue di tuo padre, che mi aveva protetto. Ora tocca a te cercar di mantenere il regno che ti lascio, e che acquistai con la guerra.» Paolo non ebbe però nè la virtù nè la fortuna di Castruccio, e subito perdette il regno. Così ci narra il Machiavelli; ma anche questo è un romanzo, perchè, come abbiamo già detto, Castruccio lasciò invece molti figli, e furono essi che ebbero lo Stato, e che per la loro incapacità lo perdettero.[111] Questa singolare biografia, che incomincia e finisce con l'esaltare l'onnipotenza della fortuna, ha come in appendice una serie di detti memorabili attribuiti a Castruccio. Si credette da molti che fossero quasi tutti cavati dagli Apoftegmi di Plutarco; ma fu invece dimostrato recentemente che sono in parte non piccola cavati dalla Vita d'Aristippo, scritta da Diogene Laerzio.[112]
Da tutto quello che abbiam detto, ci par che risulti chiaro quale scopo ebbe il Machiavelli nel comporre il suo scritto. Trovandosi a Lucca, meditò, com'era suo costume, sulla storia di quel paese, e naturalmente si fermò sopra il carattere e le avventure di Castruccio, ardito soldato, accorto politico, che fondò uno Stato nuovo, e fu un personaggio del genere del Valentino. E come questi, trasformato dalla fantasia del Machiavelli, era divenuto un suo ideale politico, così anche Castruccio, che più facilmente poteva essere trasformato, perchè più antico, divenne un altro suo ideale politico-militare. Facendone l'eroe d'un singolare romanzo storico, volle in lui personificare alcune delle idee espresse nel Principe e nei Discorsi, ma più ancora le teorie più tardi da lui esposte nell'Arte della Guerra. Dove la storia di Castruccio non bastava, gli attribuì fatti ricavati dalla vita d'Agatocle, e dove neppur questa era sufficiente, supplì colla sua immaginazione, che del resto fu quella che riunì e compose tutto a suo arbitrio. Può ben essere, come da molti si è ripetuto, che la Ciropedia di Senofonte o altri scritti dell'antichità dessero il primo suggerimento alla composizione di questo scritto. La vita di Castruccio fu sin dal principio, a cominciare dallo stesso Tegrimi, circondata da leggende. Il Machiavelli, ricordandola nei suoi Discorsi,[113] la dice scritta da lui per dimostrare quali sono le qualità che hanno, e che, per riuscire nelle loro imprese, è necessario abbiano i principi conquistatori. È certo in ogni caso, che la Ciropedia o altri lavori poterono dargli solo un qualche suggerimento intorno al genere del lavoro ed al modo di condurlo. Quanto alla sostanza, agl'intendimenti di esso, ai precetti che suggerisce, la Vita di Castruccio è tutta propria del Machiavelli e del suo tempo.
Non vi è quindi da maravigliarsi, se uno scritto composto con tali intendimenti ed in tal modo, desse occasione a molte dispute. I dubbî sullo scopo e sull'indole di esso cominciarono in fatti sin dalla sua prima apparizione, e persisterono sempre. Anche nella lettera più sopra menzionata di Zanobi Buondelmonti, questi diceva d'aver subito letto con piacere il nuovo lavoro del Machiavelli, insieme con molti amici degli Orti Oricellari, e tutti lo incoraggiavano a scrivere storie, «perchè voi qui vi alzate con lo stile più che non fate altrove.» Mentre però tutti erano in ciò d'accordo, «ciascuno si fermava e dubitava circa all'istoria ed alla esplicazione dei sensi e concetti vostri.» Osservava inoltre, e non senza ragione, che i detti da lui attribuiti a Castruccio parevan troppi, tanto più che alcuni di essi erano stati ad «altri antichi e moderni savi attribuiti.»[114] La narrazione della sua Vita di Castruccio procede veramente con una rapidità, con una evidenza e freschezza di stile che trascina, come gli seguiva ogni volta che, sotto una o un'altra forma, presentava e descriveva l'immagine de' suoi ideali prediletti.
CAPITOLO VIII.
L'Arte della Guerra.
Noi abbiamo già ricordato che il Machiavelli scrisse in questi anni a Firenze i sette libri dell'Arte della Guerra. Dedicati a Lorenzo di Filippo Strozzi, che lo aveva presentato in casa Medici, essi sono dialoghi, che si suppongono tenuti negli Orti Oricellari fra Cosimo Rucellai, Fabrizio Colonna, Zanobi Buondelmonti, Battista della Palla e Luigi Alamanni, nel 1516, quando il Colonna, finita la guerra di Lombardia, era tornato a Firenze. È chiaro però che quest'opera fu scritta alcuni anni dopo, giacchè sin dalle prime pagine l'autore parla della morte di Cosimo Rucellai, che non avvenne prima del 1519.[115] Il libro si può credere già finito nel 1520. In fatti il 17 novembre di questo anno Filippo dei Nerli, scrivendo al Machiavelli, gli diceva di non aver ricevuto ancora nè la Vita di Castruccio nè l'opera De re militari, e del non aver quest'ultima specialmente si doleva, perchè anche il cardinal de' Medici la voleva leggere.[116] L'Arte della Guerra, in ogni modo, era già stampata in Firenze, il 16 agosto 1521.[117]
Come il Principe svolge più ampiamente alcune idee già accennate nei Discorsi, così l'Arte della Guerra espone a lungo ciò che in essi è brevemente detto sul modo di formare gli eserciti, e condurli dinanzi al nemico. Le tre opere in vero, dominate da uno stesso concetto, si potrebbero facilmente riunire in una sola. I Discorsi, che contengono in germe le altre due, e però tutto il sistema politico dell'autore, ragionano principalmente del come render libero lo Stato; il Principe, del come si fonda una monarchia nuova ed assoluta, per potere poi con essa rendere unita e indipendente la patria; l'Arte della Guerra espone come si debba armare il popolo, per difendere non solo la libertà, ma anche l'indipendenza di uno Stato, sia esso repubblica o monarchia. Ed in tutto ciò il Machiavelli, pur discorrendo assai spesso teoricamente ed in termini generali, mira sempre in particolare all'Italia. Laonde questi suoi scritti hanno nello stesso tempo un valore non solo scientifico, ma anche storico e pratico, il che, se ne aumenta il valore, rende sempre più difficile il giudicarli. A fare poi un esame accurato ed una vera critica dell'Arte della Guerra, s'incontrano altre e maggiori difficoltà. Agli uomini pratici delle armi facilmente sfugge il carattere storico d'un libro, che, messo fuori de' suoi tempi, riesce affatto incomprensibile, ed ai profani non è possibile determinar con precisione il valore intrinseco e tecnico, che esso ha certamente. Nè giova a diminuire tali difficoltà il non essere neppure il Machiavelli stato mai, a parlar propriamente, un uomo del mestiere. Ciò in fatti non agevola punto il giudicare che reale importanza abbiano davvero le sue teorie militari, in quali errori sia egli caduto, e quali di questi errori derivino dalla sua inesperienza, quali invece da' suoi tempi. Quando egli scriveva, le armi da fuoco non avevano ancora prodotto quella rivoluzione negli eserciti, che li modificò poi sostanzialmente, creando la tattica moderna. Anzi una scienza della tattica non era allora neppur cominciata. Il Machiavelli fu di certo colui che osò primo iniziarla, e lo fece con un'audacia intellettuale non punto minore di quella con cui s'era deciso a fondare la scienza dello Stato. Fino a che punto vi riuscì? È questa la domanda a cui si deve, ed a cui è assai difficile rispondere, specialmente quando si è affatto estranei a tali studî. Cercheremo quindi valerci degli autori più competenti, dei consigli e suggerimenti di persone del mestiere, alle quali molto spesso dovemmo ricorrere per avere aiuto in questo capitolo.[118] Fortunatamente però vi sono nel libro del Machiavelli alcune idee fondamentali e generali d'un grandissimo valore politico-militare, che si possono esporre e giudicare da ognuno. E di queste ci occuperemo prima di procedere ad un esame più speciale e minuto dell'opera.
L'arte della guerra, come del resto tutta la società in Europa, era allora in una grande e rapida trasformazione. Gli uomini d'arme, coperti di ferro da capo a piedi, cavaliere e cavallo, avevano con le loro lunghissime lance cominciato nel Medio Evo ad abbattere i fanti, che perciò finirono col cadere in discredito, e così il nerbo degli eserciti fu la cavalleria pesante. Di questa vennero principalmente composte le Compagnie di ventura, che in Italia prevalsero, riducendo quasi a nulla le milizie degli antichi Comuni, formate da artigiani, i quali militavano a piedi, e assai difficilmente potevano trovare il tempo e i denari per educarsi ai più lunghi e difficili esercizî della cavalleria. Nel secolo XV però le fanterie degli Svizzeri scesero dai loro monti a difesa della propria libertà. Coperti d'una semplice corazza, riuniti in grossi e serrati battaglioni, con lunghissime picche, che poggiavano a terra, e puntavano contro gli uomini d'arme, essi combatterono con grandissimo valore contro l'Austria e contro i duchi di Borgogna, dimostrando come i fanti potevano resistere non solo, ma vincere anco la più forte cavalleria. Con ciò conquistarono nello stesso tempo la loro indipendenza e la reputazione d'essere i primi soldati del mondo. Cominciarono quindi a servir come soldati di ventura presso gli stranieri, e furono subito da tutti ricercati in modo, che pareva non si potesse più vincere una battaglia, senza avere in aiuto un buon numero di Svizzeri. Vennero imitati prima dai lanzichenecchi tedeschi, poi dagli Spagnuoli, e sempre con fortuna. Così a poco a poco la forza principale degli eserciti si fondò sulla fanteria, e non più sulla cavalleria; s'andò abbassando la temuta potenza delle antiche Compagnie di ventura, che per molte altre ragioni dovevano col tempo scomparire; e neppure i tanto celebrati uomini d'arme francesi furono più giudicati invincibili dai fanti.
Di tutto questo il Machiavelli cominciò ad avvedersi sin dalla prima esperienza che ebbe di cose militari al campo di Pisa, e sempre più se ne convinse nei viaggi da lui fatti più tardi nella Svizzera e nel Tirolo. E su di ciò si pose lungamente a meditare. L'idea fondamentale della sua Arte della Guerra è in fatti, che la vera milizia è il popolo armato; che in ogni tempo il nerbo degli eserciti sta nella fanteria, e quindi che all'ordinamento ed alla disciplina di questa bisogna sopra tutto provvedere. Nei paesi, egli dice, dove, come in alcune regioni dell'Asia, sono immense pianure e popolazioni nomadi, può darsi che la cavalleria debba nella guerra avere una parte predominante; ma in Europa essa vale solo a fare scorrerie, a riconoscere il paese, a venire alcuna volta in aiuto dei fanti, ad inseguire il nemico vinto, non però mai a decidere la battaglia. E lo dice e ripete con tanta precisione, con tanta sicurezza, che autorevoli scrittori militari affermano trovarsi in queste sue parole addirittura il linguaggio di un tattico moderno.[119]
Partendo da tale concetto, il Machiavelli veniva dalla sua ammirazione pei Romani naturalmente condotto a studiare in Tito Livio, in Polibio, sopra tutto in Vegezio l'ordine, la formazione, la disciplina della loro fanteria, e si persuase subito che la legione romana era un modello, non solo da imitarsi, ma assai difficilmente superabile. Nè in ciò s'ingannava. Anche dopo di lui essa fu, per più secoli, oggetto di studio e di ammirazione da parte dei grandi riformatori di eserciti. Se in fatti lasciamo per poco da un lato le profonde modificazioni portate nella tattica moderna dalle armi da fuoco, la legione romana resta anch'oggi un modello non mai superato, e dal quale si può tuttavia apprendere molto. A tali studî unendo l'esperienza avuta dei fanti svizzeri, le osservazioni ripetute ne' suoi viaggi sui fanti tedeschi, e quello che aveva negli ultimi anni sentito degli Spagnuoli, il Machiavelli si pose a meditare sulla riforma della fanteria, e arrivò così alla sua Ordinanza, che andò nella propria mente sempre più perfezionando. E questo concetto della nuova fanteria si univa all'altro di maggiore importanza, dal quale derivava, e che gli era suggerito anch'esso dall'esempio dei Romani, degli Svizzeri, dei Tirolesi, il concetto che è fine principale del suo libro, e fu uno degli scopi più costanti di tutta la sua vita: la vera forza militare dello Stato moderno, l'esercito veramente nazionale, invincibile è il popolo armato. Tale idea, non senza ragione fu da alcuni chiamata profetica, perchè, sebbene a lui suggerita dai Romani, trionfò nuovamente solo ai nostri giorni col sistema prussiano del servizio militare obbligatorio, più o meno imitato ora in quasi tutta Europa.[120] Il pensiero politico ed il pensiero militare del Machiavelli si riuniscono così in uno solo nell'Arte della Guerra, e se la originalità del primo apparisce luminosa a tutti, anche le riforme tecniche da lui proposte per migliorare la fanteria de' suoi tempi, riscossero più volte l'approvazione e l'ammirazione dei tattici moderni.
Noi abbiamo già detto, che il Machiavelli non era uomo del mestiere, e questo apertamente riconosce egli stesso sin dal principio della sua opera. Ciò rende di certo maggiore il merito delle verità da lui divinate, e dimostra sempre più l'altezza del suo ingegno; ma lo fa anche cadere qualche volta in errori. E sopra uno di questi errori dobbiamo ora fermare la nostra attenzione, perchè esso ha conseguenze che determinano in parte il carattere generale dell'opera. Il Machiavelli aveva assai poca fede nelle armi da fuoco. Già nei Discorsi aveva detto, che se le artiglierie possono molto contro le mura di una fortezza, e contro un esercito che si difenda in luogo chiuso, assai poco valgono in campo aperto, contro chi muova all'offesa, nella quale, ben più che nella difesa, sta la vera importanza della guerra, come dimostrarono col loro esempio i Romani.[121] Nè egli mutò punto questa sua opinione nell'Arte della Guerra, dove, sebbene faccia osservazioni di gran valore anche sul modo di assediare e difendere le fortezze con le artiglierie, arriva qualche volta sino a dire che, in campo aperto, i cannoni fanno poco altro che fumo. E quanto alle armi portatili da fuoco, ne faceva così poco conto, che più d'una volta si vede chiaro come egli sarebbe stato disposto ad abolirle del tutto, se non avesse temuto di andar troppo contro a quelli che gli sembravano pregiudizî del suo tempo. Bisogna però determinare bene la natura e le cagioni di questo che chiamiamo errore del Machiavelli, se non vogliamo noi stessi cadere in esagerazioni ingiuste a suo danno. Le armi portatili da fuoco erano allora davvero così imperfette, così difficili ad adoperarsi con qualche celerità e profitto, che in nessun modo potevano ancora sostituire vantaggiosamente l'arco e la balestra. In fatti non solamente in tutte le battaglie del secolo si continua a parlar sempre di arcieri e balestrieri; ma a più d'un secolo di distanza, il Montecuccoli proponeva ancora una fanteria armata per due terzi di moschetti, ed il resto di picche, le quali scomparvero davvero solo nel secolo XVIII con l'invenzione della baionetta.[122] Del resto quanto si sia nella guerra lenti ad accettare grandi mutamenti, anche se dimostrati utilissimi, lo abbiamo visto a' nostri giorni col fucile ad ago. L'esercito prussiano, che lo aveva adottato già sin dal 1840, potè farne la più sicura esperienza nella guerra di Danimarca, l'anno 1864, e, ciò nonostante, l'Austria continuava a fare studî, nè lo aveva ancora nella guerra del 1866. Solo il grande disastro di Sadowa lo fece finalmente adottare da essa e da tutti gli eserciti d'Europa. Quali difficoltà non doveva dunque incontrare la diffusione delle prime armi portatili da fuoco, le quali erano così imperfette, che sembravano venir solo a sconvolgere tutte le migliori tradizioni della guerra, tutta quanta la tattica militare degli eserciti allora più reputati? Ma per le artiglierie la cosa era assai diversa, e però queste osservazioni non valgono a difendere del tutto il Machiavelli. A Ravenna (1512) i cannoni assai celebrati di Alfonso d'Este avevano fatto molto danno al nemico; a Novara (1513) gli Svizzeri avevano perduto gran numero dei loro, stracciati dalle artiglierie, secondo l'espressione del Giovio; a Marignano (1515) l'artiglieria francese ebbe una parte decisiva nella battaglia, e fece soffrire perdite enormi alle fitte ordinanze degli Svizzeri. Anzi da questo momento appunto le loro fanterie cominciarono a perdere la reputazione d'invincibili.[123] Ora il Machiavelli scrisse la sua Arte della Guerra dopo la battaglia di Marignano, dove per giunta anche gli scoppiettieri poterono la prima volta dimostrare l'utilità della loro arme, la qual cosa più tardi riuscì assai meglio a Pavia (1525).
La causa vera del troppo poco conto che il Machiavelli faceva delle armi da fuoco, bisogna ricercarla nell'assai ristretta esperienza militare da lui avuta solo nel campo di Pisa, e nel formare poi l'Ordinanza fiorentina. Aveva potuto, è vero, esaminare le fanterie svizzere e tedesche; ma anche ciò assai fugacemente, e sempre alcuni anni prima del 1512. Nei giorni della battaglia di Ravenna, egli era tutto intento ad apparecchiare la difesa di Prato e di Firenze; quelle di Novara e di Marignano seguirono quando egli era già fuori degli affari, ritirato nella sua villa, dove solo da lontano e per relazioni d'uomini politici o d'uomini di lettere potè esserne informato. La conseguenza fu, che egli conobbe da vicino e personalmente le fanterie e le armi quali erano prima del 1512; cercò il modo di perfezionarle, tenendo presenti le condizioni in cui le aveva viste allora, e meditando sull'arte della guerra presso i Romani. Se fosse stato davvero un uomo di guerra, avrebbe di certo avuto maggiori occasioni di meglio conoscere le grandi battaglie seguite al suo tempo, e quindi anche un più chiaro e sicuro presentimento dell'avvenire serbato alle armi da fuoco. La lancia, la picca, la spada e l'arco non sono nella loro semplicità capaci di grandi perfezionamenti, tanto che restano presso i moderni poco diversi da quel che erano presso gli antichi; ma le armi da fuoco, infinitamente più complicate, furono appunto perciò capaci di grandissimi miglioramenti, dei quali si poteva prevedere l'importanza, ma non certo determinare l'estensione. Meno che mai era al Machiavelli possibile determinarla, e però il valore delle sue teorie militari bisogna giudicarlo, tenendo conto delle condizioni in cui esse furono meditate ed esposte.
Egli fu, in ogni modo, il primo che cercò di dare una teoria ragionata e scientifica di ciò che la tattica era nelle guerre del suo tempo, e dei miglioramenti che in essa si potevano portare. Le sue proposte risguardano quella che si può chiamare la parte fondamentale e costante dell'arte militare; hanno perciò un valore incontrastabile e permanente, meraviglioso davvero in un uomo che non fu mai soldato.[124] Se le armi da fuoco non avessero fatto grandissimi progressi, tutto mutando o modificando, anche quelle parti del libro che oggi hanno solo un valore storico, ne avrebbero uno pratico, non meno notevole, perchè egli indicò con sicurezza l'unica via per cui era possibile progredire, fino a che non intervenne un elemento così disturbatore della tattica antica. Pur tale quale è, il suo libro basta a provare, secondo la opinione dei più esperti, che il fondatore della scienza politica è anche «il primo classico moderno di cose militari.»[125]
Nella lettera dedicatoria a Lorenzo Strozzi, uno de' suoi amici e protettori, il Machiavelli espone subito assai chiaro il concetto politico dominante, lo scopo principalissimo del suo libro. «È stato un errore funestissimo,» egli dice, «l'avere in Italia separato la vita civile dalla militare, facendo di questa un mestiere, come è seguìto colle Compagnie di ventura. Il soldato diviene così violento, minaccioso, corrotto, nemico d'ogni vivere civile. Bisogna perciò tornare agli ordini antichi dei Romani, i quali non conoscevano differenza alcuna tra cittadino e soldato; questo anzi doveva più degli altri essere fedele, pacifico, pieno del timore di Dio. In quale uomo, in fatti, dobbiamo ricercare più fede, più onestà e virtù, che in colui il quale deve esser sempre pronto a morire per la patria? Esso è più degli altri offeso dalla guerra, e trovandosi in continui pericoli, ha quindi maggior bisogno dell'aiuto di Dio. Volendo adunque provarmi a restaurare fra noi l'antica virtù, il che io non giudico impossibile, e per non passare questi miei oziosi tempi senza operare alcuna cosa, ho deliberato di scrivere dell'arte della guerra quello che io ne intendo. So bene che è assai animoso trattare di quella materia di cui non si è fatto professione; pure gli scrittori non possono con le parole recar danni gravi come son quelli che spesso recano coi fatti i capitani inesperti.»[126]
L'opera incomincia con un elogio di Cosimo Rucellai, morto di recente in assai giovane età, pel quale il Machiavelli dimostra una riconoscenza sincera, un affetto caldissimo, profondo. Con una commozione in lui rara, dice di non poterne ricordare il nome senza lacrime, perchè egli ebbe tutte le qualità che in un buon amico dagli amici, in un cittadino dalla patria si possono desiderare. «Io non so qual cosa si fosse tanto sua (non eccettuando, non ch'altro, l'anima) che per gli amici volentieri da lui non fosse stata spesa; non so quale impresa lo avesse sbigottito, dove quello avesse conosciuto il bene della sua patria.» E dopo di ciò ha subito principio il dialogo. Fabrizio Colonna, ben noto capitano, arrivato allora dalla guerra di Lombardia, è invitato da Cosimo fra gli amici degli Orti Oricellari, ed appena giunto, entra a ragionar della guerra. Nel primo dei sette libri, nei quali l'opera è divisa, si discorre principalmente di che sorta d'uomini debba essere composto un esercito. Pieno d'una grandissima ammirazione per la milizia romana, il Colonna, che in sostanza qui rappresenta il Machiavelli, di cui espone le dottrine, osserva che tutti volevano allora imitar degli antichi le cose esteriori, quando invece bisognava cercar d'imitarne la sostanza, cioè i costumi e l'anima. Noi dovremmo, egli dice, come essi facevano, «onorare e premiare le virtù, non dispregiare la povertà; stimare i modi e gli ordini della disciplina militare; costringere i cittadini ad amare l'uno l'altro, a vivere senza sètte, a stimare meno il privato che il pubblico.... I quali modi non sono difficili a persuadere, quando vi si pensa assai, ed entrasi per i debiti mezzi, perchè in essi appare tanto la verità, che ogni comunale ingegno ne puote essere capace.»[127]
Ma tutto questo non si potrà mai ritrovare in coloro che fanno della guerra un mestiere, come i soldati di ventura. Essi debbono di necessità essere violenti, rapaci, fraudolenti, e desiderare sempre guerra, o commettere nella pace violenze e ruberie per vivere. «Non avete voi tutti alla memoria le taglie, i saccheggi, le ruberie commesse dalle Compagnie di ventura, senza che vi si potesse porre alcun rimedio? Al tempo dei padri nostri Francesco Sforza non solo ingannò i Milanesi, di cui era soldato, ma tolse ad essi la libertà e divenne loro principe; Attendolo suo padre costrinse la regina Giovanna, che lo aveva stipendiato, a gettarsi nelle braccia del re d'Aragona, avendola a un tratto abbandonata; Braccio di Montone, con le medesime arti, si sarebbe addirittura impadronito del Reame, se non trovava la morte in Aquila. E tutto questo perchè della guerra avevano fatto un mestiere, e solo con essa potevano vivere. Fino a che la repubblica romana visse immacolata, i suoi capitani furono contenti di trionfare per la patria, e tornarsene poi alla vita privata. Dopo la guerra cartaginese mutarono i tempi; sorsero uomini che facevano il soldato per mestiere, e si cadde subito nei medesimi pericoli in cui siamo caduti noi, come ne sono esempio Cesare e Pompeo. Per questa ragione nessuno Stato bene ordinato ammise mai che i suoi cittadini esercitassero la guerra per mestiere. Nè si alleghi in contrario alcuno dei presenti regni, perchè non sono mai condotti secondo le buone regole. Ma gli Stati bene ordinati danno ai loro re imperio assoluto sugli eserciti solo in campo e durante la guerra, perchè solo allora è necessaria una subita deliberazione, e quindi una potestà unica. Nelle altre cose il re nulla deve operare senza consiglio, e si deve con ogni cura evitare che in tempo di pace egli abbia appresso di sè alcuno di coloro che vogliono sempre la guerra, e non sanno nè possono vivere senza di essa.[128] Ma lasciando anche da parte gli Stati bene ordinati, neppure ai presenti re può convenire l'aver soldati di mestiere, massime ora che il nervo degli eserciti sta tutto nelle fanterie. Se non si ordinano in modo le cose, che in tempo di pace i fanti sieno contenti di tornarsene a casa a vivere delle loro arti, conviene che di necessità per una via o per l'altra lo Stato rovini. Tu sei forzato o a far sempre guerra, o a pagar sempre i tuoi soldati, o a portare pericolo che non ti tolgano il regno. Far sempre guerra non è possibile, pagarli sempre non si può; ecco come di necessità si corre alla rovina.»[129] Al tempo del Machiavelli, veniva, per questo rispetto, dalla fanteria un pericolo maggiore assai che dalla cavalleria. Gli uomini d'arme in fatti erano generalmente dell'aristocrazia, e potevano quindi, massime in Francia ed in Germania, vivere delle loro entrate. La fanteria invece veniva formata di popolani e di contadini, i quali, se non tornavano alle arti della pace, avevano bisogno di guerra o di paga continua.
Dopo di ciò si viene a discorrere del come fare la scelta dei soldati, quella cioè che noi chiamiamo leva militare, e che il Machiavelli chiama deletto. «Vogliono coloro che alla guerra hanno dato regola,» così dice il Colonna, alludendo al libro di Vegezio, in parte imitandolo, in parte traducendolo, «che bisogna scegliere gli uomini dai paesi temperati, perchè essi li generano animosi e prudenti, quando invece i paesi caldi li generano prudenti e timidi, e i paesi freddi li generano animosi ed imprudenti.[130] Ma questa sarebbe una regola buona solamente per chi fosse padrone del mondo, e avesse libera la scelta. Volendo invece dare una regola utile a tutti, bisogna trovar modo di scegliere i soldati in ogni provincia, formandoli poi, come facevano gli antichi, con la disciplina, che val più della natura.[131] Dallo stesso Vegezio è copiata anche la descrizione delle qualità fisiche e morali che sono desiderabili nel soldato: «gli occhi vivi e lieti, il collo nervoso, il petto largo, le braccia muscolose, le dita lunghe, poco ventre, i fianchi rotondi, le gambe ed il piede asciutto, le quali parti sogliono sempre rendere l'uomo agile e forte, che sono due cose che in un soldato si cercano sopra tutte le altre. Debbesi sopra tutto riguardare ai costumi, e che in lui sia onestà e vergogna, altrimenti si elegge un istrumento di scandalo ed un principio di corruzione, «perchè non sia alcuno che creda, che nella educazione disonesta e nell'animo brutto possa cadere alcuna virtù che sia in alcuna parte lodevole.»[132]
«Voi adunque,» osserva qui Cosimo Rucellai al Colonna, «volete ricostituire l'Ordinanza fiorentina, la quale da molti savî è stata biasimata come inutile, ed ha fatto all'occorrenza cattiva prova. Questi allegano i Romani, che, avendo le armi da voi raccomandate, perderono la libertà; allegano i Veneziani, che mai non vollero questa Ordinanza, ed il re di Francia, che ha disarmato i suoi sudditi per poterli meglio comandare. In conclusione essi condannano l'Ordinanza più come inutile che come pericolosa.» A tali osservazioni Fabrizio Colonna risponde, che queste opinioni si possono sostenere solo da chi non ha sicura cognizione nè vera esperienza delle cose di guerra. «È infatti,» egli dice, «dimostrato dalla storia e dalla esperienza, che tutti gli Stati si debbono fondare sulle armi proprie, e che con esse sole si possono difendere davvero; nè si può avere milizia propria se non con l'Ordinanza. Se questa una volta non fece a Firenze buona prova, bisogna correggerla, non condannarla, e ricordarsi ancora che non vi sono al mondo eserciti i quali vincano sempre. Nessun savio ordinatore di Stati dubitò mai che la patria debba essere difesa dai suoi cittadini. Se i Veneziani avessero compreso tutto ciò, avrebbero fondato un nuovo imperio nel mondo. Essi in fatti combatterono in mare colle proprie armi, e furono sempre vittoriosi; ricorsero in terra ai capitani di ventura, ai soldati di mestiere, e questo tagliò loro le gambe. I Romani, invece, assai più savî, essendosi prima esercitati a combattere solo in terra, quando ebbero sul mare nemici i Cartaginesi, educarono subito le loro genti alle battaglie navali, e vinsero del pari. Circa poi all'esempio della Francia, che non tiene i suoi abitatori esercitati alla guerra, e deve perciò ricorrere molto anche a soldati di mestiere, non v'è uomo alcuno, che non sia accecato dalla passione, il quale non veda che questa è la vera cagione che ha indebolito quel regno.»[133] In conclusione Fabrizio Colonna vuole che tutti gli uomini sani, dai diciassette ai quaranta anni, vengano esercitati alle armi in certi giorni determinati, per essere sempre pronti a difendere la patria.
Da questo primo libro dell'Arte della Guerra chiaro apparisce, che la monarchia del Machiavelli, la quale egli accetta e sostiene dove la repubblica non è possibile, circonda il re d'uomini savî, che lo consigliano, non lasciandogli mai nella pace assoluto dominio. Solo in guerra, il principe deve essere alla testa del proprio esercito, con assoluto imperio. Repubblica poi o monarchia, lo Stato deve riporre la sua forza nella nazione armata, riunita dalla disciplina, dalle leggi e dal dovere, a difesa comune. Questo è l'esercito in cui il Machiavelli ha piena fiducia, e lo vuole composto d'uomini non solamente forti, educati alle armi; ma sopra tutto virtuosi, modesti, pronti ad ogni sacrifizio pel bene pubblico.[134] Mille volte nell'Arte della Guerra egli ripete che la virtù dei cittadini è la vera forza degli eserciti, e quindi l'unica solida base degli Stati. E ciò non contradice punto a quanto egli disse nei Discorsi e nel Principe. Anche il capitano deve seguire norme di condotta che sono ben diverse da quelle imposte nella vita privata. Ma nella vita pubblica, cittadini, principi e capitani debbono sacrificare tutto allo Stato, alla salute della patria; ed in ciò anch'essi ritrovano il valore morale delle loro azioni. Crediamo noi forse che sia meno leale degli altri, meno generoso, meno devoto al proprio dovere il soldato d'onore che, senza odî o rancori personali, va con calma e fermezza alla guerra; ma che all'occorrenza inganna il nemico, per sconfiggerlo, e ne premia i disertori, che son traditori della loro patria, e paga le spie, che qualche volta compiono anch'esse un necessario e pericoloso dovere? Noi non possiamo perciò, secondo il Machiavelli, negar vera grandezza morale nè al politico, nè al capitano che, seguendo le leggi inesorabili, naturali, fatali dell'arte di Governo e dell'arte della guerra, operano solo nell'interesse della patria, da esso solo lasciandosi guidare, ad esso solo sacrificando tutto. Questo sacrifizio del privato al pubblico bene deve essere la norma costante della condotta politica e militare in uno Stato bene ordinato. E riuscirà a seguirla davvero solo chi è realmente onesto e buono, quantunque possa apparire tristo agli occhi del volgo. Non si speri però d'aver mai una patria ed un esercito forte, senza virtù vera.
Nel secondo libro si comincia a ragionare del come debbano essere armati ed esercitati gli uomini. E qui, anche più che altrove, il Machiavelli ricorre agli antichi scrittori, dei quali in tutta l'opera, più o meno, continuamente si vale, senza quasi mai citarne i nomi. Vegezio riman sempre la sua fonte principale, ed a lui allude ogni volta che accenna in genere a «coloro che scrivono delle cose di guerra.» Spessissimo si vale di Polibio e di Livio, massime quando discorre della falange greca e della legione romana, la quale è, come dicemmo, il modello che propone alla imitazione degl'italiani. Da questi due autori il Machiavelli attinge molte notizie intorno alle armi ed agli esercizi militari degli antichi, di tanto in tanto ricorrendo anche ad altri, una o due volte a Giuseppe Flavio. Se non che, assai poco curandosi che queste sue varie fonti appartengono a tempi diversissimi, li segue senza distinzione di sorta. E quindi, non ostante le osservazioni spesso acutissime che fa nel paragonare gli eserciti greci ai romani, la legione che da lui ci vien descritta, e che è il termine costante d'ogni suo paragone, non riesce storicamente esatta, avendo egli in essa riunito cose, che furono in realtà divise da non breve distanza di tempo. S'aggiunge poi che, volendo egli trovar sempre alle proprie idee sostegno nell'autorità degli antichi scrittori, si lascia qualche volta andare ad interpetrazioni, che si possono dire addirittura arbitrarie. Oltre poi ai sopra accennati autori greci e romani, dobbiamo notare che, nell'Arte della Guerra, a cominciar dalla fine del libro terzo, il Machiavelli fa un uso frequentissimo di Frontino, il quale diviene anzi la sua fonte costante ogni volta che si parla di astuzie, stratagemmi o accorgimenti militari da usarsi nel condurre le guerre.[135]
«I Romani,» così comincia il secondo libro, «coprivano di ferro il loro fante; gli davano lo scudo, la spada e un dardo, che chiamavano pilo; i Greci, e specialmente i Macedoni, lo armavano meno gravemente, più ad offesa che a difesa, con una lancia lunga dieci braccia, che chiamavano sarissa.»[136] E qui è da notare che il Machiavelli, non ostante le prove in contrario, non vuole in nessun modo ammettere che i Greci adoperassero lo scudo, perchè non sa vedere come potessero utilmente farlo insieme con la sarissa.[137] È una difficoltà notata anche da altri; ma non è perciò giustificata la sua affermazione contro l'autorità degli antichi. Determina poi mirabilmente quali sono i difetti della falange greca, e quindi la sua grande inferiorità di fronte alla legione romana. Si sforza di trovar somiglianza fra le armi, l'ordinamento degli Svizzeri e quello dei Greci, per meglio provare la superiorità della sua Ordinanza, armata quasi in tutto alla romana. «Gli Svizzeri,» egli dice, «hanno imitato, col loro battaglione, la falange greca, ponendo tutto lo sforzo nelle picche, coprendo assai poco i loro uomini. E dietro questo loro esempio i fanti hanno oggi un petto di ferro, una picca lunga nove braccia, ed una spada che è pure assai lunga. Pochi portano coperta di ferro la schiena e le braccia, nessuno il capo, e questi pochi hanno l'alabarda lunga tre braccia, il cui ferro è come una scure. Si aggiungono alcuni scoppiettieri, che fanno l'ufficio di balestrieri. Questo modo fu trovato dagli Svizzeri, quando con le picche dimostrarono che i fanti possono vincere i cavalli, salendo così in grandissima reputazione, venendo poi imitati dai Tedeschi. Ma fermati e vinti che sono i cavalli, quando si viene alla mischia stretta, la picca non giova più, e questi soldati così poco coperti sono esposti ai colpi del nemico. Si è perciò visto che gli Svizzeri, fortissimi sempre contro la cavalleria, riescono deboli contro quei fanti che sono armati in modo da poter combattere anche da presso. I Romani in fatti coprivano di ferro il soldato, gli davano lo scudo per difesa, e la spada per offesa, venendo subito alla pugna stretta. Gli Spagnuoli son ben armati, tanto da poter vincere i Tedeschi, quando si combatte corpo a corpo; ma non reggono poi contro la cavalleria moderna, che è più forte dell'antica, perchè meglio coperta di ferro, ed ha gli arcioni alle selle, e le staffe che allora non usavano. Quando il Carmagnola si trovò con seimila cavalli e pochi fanti contro diciottomila Svizzeri, fu dalle loro picche respinto. Ma egli, che era un capitano valente, fece scendere a terra i suoi uomini d'arme coperti di ferro, e così vinse il nemico. Quando gli Spagnuoli vennero a liberare il loro capitano Consalvo, che era chiuso in Barletta, si fecero loro incontro i Francesi con le genti d'armi e quattromila Tedeschi. Questi con le lunghe picche aprirono subito le file dei fanti spagnuoli, i quali allora, aiutandosi coi brocchieri e con la propria agilità, si cacciarono tra i nemici, tanto da raggiungerli con la spada, e così li finirono. Lo stesso sarebbe avvenuto a Ravenna, dove gli Spagnuoli si cacciarono in mezzo ai Tedeschi, e li avrebbero finiti, se non sopravveniva la cavalleria nemica, contro la quale essi non potevano resistere con uguale fortuna. Occorreva dunque trovare una fanteria armata alla romana, capace di resistere ai fanti come la spagnuola, ma capace anche di resistere alla cavalleria come gli Svizzeri. Ed in questa fanteria bisogna, come facevano i Romani, riporre tutta la forza dell'esercito, perchè la cavalleria è buona a fare scoperte, a correre e guastare il paese nemico, a tenere l'esercito di quello tribolato e sempre in sulle armi, ad impedirgli le vettovaglie; ma nelle zuffe campali decide la fanteria. Il non avere di ciò tenuto conto, fu, ai tempi nostri, la rovina d'Italia, la quale è stata predata, rovinata e corsa dai forestieri, non per altro peccato che per aver tenuto poca cura delle milizie a piedi, ed essersi ridotti i soldati suoi tutti a cavallo.»[138]
Si viene poi a parlare degli esercizî coi quali deve essere formato il soldato; nè qui il Machiavelli fa altro che imitare Vegezio, descrivendo e raccomandando tutto ciò che facevano i Romani,[139] concludendo che come tali esercizî si potevano fare dagli antichi, «così possono farsi presso di noi, avendosene anche un esempio in molte città tedesche, nelle quali si tengono vivi questi modi, ed ogni abitante decide quali armi preferisce, in quelle viene descritto, e nei giorni oziosi esercitato. Ma non basta educare e formare ciascun soldato per sè; occorre anche ordinarli ed esercitarli insieme. Ogni esercito deve perciò avere come un membro principale, in cui riunire e formare i suoi uomini. I Romani avevano la legione, i Greci la falange, gli Svizzeri hanno i battaglioni, e così dobbiamo fare anche noi.»[140] E quindi, per le ragioni già esposte, egli arma il suo battaglione parte alla greca, parte alla romana; formandolo di seimila uomini, che divide in dieci battaglie, come in dieci coorti era divisa la legione romana, composta, egli dice, di cinque in sei mila uomini.[141] Ogni battaglia è di 450 fanti, 400 dei quali armati gravemente, o sia 100 con le picche, e 300 con lo scudo e la spada. Restano 50 fanti, che sono i veliti, armati alla leggera, con scoppietti, con balestre o simili. Le picche sono nelle cinque prime file, di venti uomini ciascuna; nelle altre quindici sono gli scudi. Ma perchè il battaglione sia da ogni parte difeso contro la cavalleria nemica, s'aggiungono 1500 fanti straordinari, di cui mille armati di picche, e questi si distendono ai lati del battaglione, con 500 veliti, che si uniscono con essi, e formano le ali. Una volta o due l'anno bisogna riunire tutto il battaglione, ed esercitarlo come in tempo di guerra. «L'esercito animoso lo fa non tanto l'essere in quello uomini animosi, quanto l'esservi buoni ordini, perchè se io sono dei primi combattenti, e sappia, sendo superato, dove io m'abbia a ritirare, e chi abbia a succedere nel luogo mio, sempre combatterò con animo, veggendomi il soccorso propinquo.»[142] Come nei Discorsi il Machiavelli attribuiva una straordinaria efficacia ai buoni ordini politici, e li credeva per sè stessi capaci di dare la libertà e generare la virtù, così nell'Arte della Guerra attribuisce una straordinaria efficacia ai buoni ordini militari, e li crede sufficienti a formare il soldato, ad infondergli valore.
Egli ordina ora la sua battaglia, esponendo le varie forme che può prendere, i vari movimenti che deve fare, descrivendone tutte le evoluzioni assai per minuto. «Importa più che cosa alcuna avere i soldati che si sappiano mettere negli ordini tosto, ed è necessario tenerli in queste battaglie, esercitarveli dentro e farli andare forte, o innanzi o indietro, passare per luoghi difficili senza turbare l'ordine; perchè i soldati che sanno fare questo bene, sono soldati pratichi, ed ancora che non avessero mai veduti nemici in viso, si possono chiamare soldati vecchi.... Questo è quanto al metterli insieme, quando sono nelle file piccole, camminando. Ma messi che sono, e poi essendo rotti per qualche accidente che nasca o dal sito o dal nemico, a fare che in un subito si riordinino, questa è l'importanza e la difficoltà, e dove bisogna assai esercizio ed assai pratica, e dove gli antichi mettevano assai studio.»[143] Il Machiavelli aveva ragione d'insistere moltissimo sopra di ciò. Gli eserciti erano allora ordinati in maniera, che quando, durante la battaglia, il nemico riusciva ad assalire di fianco, tutto era perduto, per la grande difficoltà di mutar posizione; e così, quando le prime linee retrocedevano, la confusione diveniva subito generale, e non v'era più rimedio.[144] Insistendo sempre sulla necessità di rendere l'esercito mobile e capace di mutare forma istantaneamente, in presenza del nemico, e d'ogni nuovo accidente o pericolo che sorgesse, l'autore dell'Arte della Guerra dimostrava di conoscere quale era il modo più sicuro di migliorare la tattica de' suoi tempi.
Se attentamente si esamina il modo, con cui è formato il battaglione del Machiavelli, apparisce in un punto qualche contradizione. Egli si fonda tutto sulla fanteria, e la vuole armata ed ordinata al modo romano, mobilissima, pronta all'offesa più che alla difesa, nè sembra voler mai far gran conto della cavalleria. Pure non solo copre di ferro i soldati della sua Ordinanza, ma la circonda da ogni lato di picche, perchè possa esser difesa contro gli assalti della cavalleria, ai quali pensa di continuo. Rimprovera anzi alle fanterie spagnuole d'aver troppo poco pensato a questo, onde spesso venivano sbaragliate dai cavalli, sebbene poi nella mischia stretta si rifacessero. Tutto ciò segue, perchè, sebbene egli vedesse chiaro quale era l'avvenire della fanteria, non poteva poi nella pratica negare alla cavalleria una parte almeno di quella importanza grandissima, che nelle guerre d'allora essa continuava ad avere, e quindi il pensiero di difendersi dagli uomini d'arme ricompariva e spesso prevaleva.[145] Questo si vedeva pure nell'ordinamento dei battaglioni svizzeri, che egli tanto ammirava, ed a questo lo induceva ancora il poco conto in cui teneva le armi da fuoco. Messa però da un lato una tal contradizione teorica, è certo che il battaglione del Machiavelli è un vero miglioramento di quello degli Svizzeri, per la sua maggiore articolazione, la sua mobilità e mutabilità.[146] Era tale in fatti che, se non fosse intervenuto il progresso delle armi da fuoco, l'incremento logico e naturale dell'arte militare avrebbe necessariamente portato a seguire la via da lui indicata, e fatte adottare le riforme da lui proposte.[147] Il fucile ed il cannone perfezionati scomposero di poi i battaglioni compatti, obbligando a presentare al nemico masse meno profonde e più estese. Ma ciò avvenne assai più tardi, nè si poteva allora prevedere.
A questo punto gl'interlocutori fanno una domanda simile ad un'altra, che il Machiavelli s'era già fatta nei Discorsi. Aveva in essi domandato: perchè mai gli antichi ebbero maggiori libertà, maggiori virtù politiche dei moderni? E la risposta era stata: perchè ebbero governi repubblicani, e perchè le religioni pagane esaltavano la forza, l'amor di patria, anche la ferocia dell'animo, quando invece il Cristianesimo pensa al cielo più che alla terra, ed esalta la mansuetudine al di sopra della forza. Solo fra gli Svizzeri ed i Tedeschi si trovano ancora esempî dell'antica virtù. E nell'Arte della Guerra Cosimo Rucellai domanda del pari: quale è la cagione per la quale l'Europa ebbe in antico tanti gran capitani, e così pochi ne ebbero l'Asia e l'Africa, così pochi se ne hanno oggi per tutto? «Gli antichi,» risponde Fabrizio Colonna, «ebbero in Europa molti principati o repubbliche, che, combattendo fra loro, educavano le virtù militari; i popoli dell'Oriente ebbero invece solo uno o due grandi imperi. L'Africa, per questo rispetto, si trovò in condizioni più fortunate, a cagione della repubblica cartaginese. Dalle repubbliche escono più uomini eccellenti che dai regni, perchè in quelle il più delle volte si onora la virtù, ne' regni invece si teme; onde ne nasce che nelle une gli uomini virtuosi si nutriscono, negli altri si spengono.[148] Quando poi in Europa, cresciuto l'impero romano, e divenuto signore del mondo, non vi furono più nemici da temere, allora la virtù militare scomparve per le ragioni stesse che l'avevano spenta fra i popoli dell'Oriente. I barbari, è vero, la divisero di nuovo; ma la virtù che una volta è venuta meno non rinasce così facilmente. Oltre di che, come fu già osservato, il Cristianesimo è più mite delle religioni pagane, e sotto di esso le cose non procedono perciò con l'antica ferocia.[149] Inoltre abbiamo ora grandi regni, che non temono i vicini, e piccole città, che si accostano ai potenti per farsi difendere da essi; così manca occasione a quelle lotte, che promuovono la virtù militare. Considerate la Magna, nella quale per essere assai principati e repubbliche, vi è assai virtù, e vedrete come tutto ciò che nella presente milizia è di buono, dipende dall'esempio di quei popoli, i quali, essendo gelosi dei loro Stati, temendo la servitù, che altrove non si teme, tutti si mantengono sicuri ed onorati.»[150]
In fine del secondo libro, Cosimo ricorda a Fabrizio, che della cavalleria non ha ancora parlato. E questi risponde, che ha taciuto, perchè essa ha minore importanza della fanteria, e perchè era allora in assai migliori condizioni. «Se non è più forte dell'antica, le è certo pari.» La vorrebbe perciò poco o punto mutare. Porrebbe fra i cavalleggeri qualche scoppiettiere, più per far paura ai paesani, che per produrre effetto reale. Vorrebbe per ogni battaglione 150 uomini d'arme e 150 cavalli leggieri; vorrebbe diminuito molto il numero eccessivo in Italia dei cavalli e dei carri, che portavano le armi e gli arnesi della cavalleria. Nè altro aggiunge. Gli studî, la principale esperienza del Machiavelli, e quindi le proposte che faceva, si riferivano quasi sempre alla fanteria.
Nel terzo libro si ordina l'esercito, per poter venire a giornata col nemico. Il più grande errore che si possa commettere, secondo il Machiavelli, è quello di dare all'esercito, come facevano al suo tempo, una sola fronte, una sola linea di battaglia, obbligandolo così ad un impeto e ad una fortuna sola. Questo avveniva perchè non si sapevano imitare i Romani, «i quali dividevano la legione in Astati, Principi e Triarî. I primi erano nella fronte, con ordini spessi; i secondi seguivano più radi, in modo da potere all'occorrenza ricevere i primi, quando questi dovevano retrocedere; i terzi, più radi ancora, per ricevere i primi ed i secondi. I Greci, armati di lunghe lance, non avevano questo modo di rifarsi; ma il soldato che cadeva, veniva sostituito da chi gli era dietro, e così le file restavano sempre piene, salvo l'ultima che andava diradando. Siffatto ordine imitarono in principio anche i Romani; poi non piacque loro, e divisero le legioni in coorti o in manipoli, perchè giudicarono, che quel corpo avesse più vita, che aveva più anime, ed era composto di più parti, ciascuna delle quali per sè stessa si reggesse.[151] Gli Svizzeri sono tornati alla falange greca, e dividono il loro esercito in tre grossi battaglioni, che scalano così: il secondo a destra e dietro al primo; il terzo più indietro ancora, a sinistra. I primi, ritirandosi, non possono essere ricevuti nei secondi e terzi; ma questi s'avanzano, invece, a soccorrere i primi, quando è necessario. E però, come la solidità delle falangi dovette cedere di fronte alla mobilità ed articolazione della legione romana, così i grossi battaglioni svizzeri debbono cedere di fronte alla nostra Ordinanza, pronta a combattere da ogni lato; a rifarsi tre volte, quando deve retrocedere; a prendere ogni forma; a resistere contro i cavalli con la picca, contro i fanti con la spada.»[152]
Il Machiavelli compone il suo esercito normale di quattro battaglioni, diviso ciascuno in dieci battaglie, come dieci erano le coorti della legione descritta da Vegezio. In tutto sarebbero 24,000 fanti e 1200 cavalli; ma egli dice che, per maggiore semplicità, fa i suoi ragionamenti solo su due di essi, o sia 12,000 fanti e 600 cavalli, potendo con facilità le stesse osservazioni applicarsi ad un doppio numero di uomini. Pone adunque in prima linea dieci battaglie, sei in seconda, e quattro in terza, perchè la prima linea, ritirandosi, possa essere ricevuta nella seconda, e ambedue nella terza. Ogni battaglia ha le picche nelle prime linee e gli scudi nelle altre. Ai fianchi dell'esercito sono disposte le picche chiamate straordinarie, perchè da ogni lato si possa far fronte ai cavalli nemici. Pone la sua cavalleria alle ali, l'artiglieria dinanzi. Se queste battaglie, durante la mischia, si ristorano nel modo che egli ha chiamato romano, le prime ritirandosi cioè nelle seconde, ed ambedue nelle terze, dentro ciascuna di esse invece gli uomini si aiutano seguendo il modo proprio della falange greca, colui che è indietro avanzandosi cioè a prendere il posto del compagno che gli è caduto dinanzi.
I due eserciti sono ora di fronte, e Fabrizio Colonna espone come procede il suo. Le artiglierie tirano e fanno poco altro che fumo. Subito dopo i militi e la cavalleria leggiera escono sparsi per la campagna, ed assaltano il nemico, la cui artiglieria ha già tirato, ma i colpi sono passati sul capo dei fanti di Fabrizio. Le picche resistono fieramente all'assalto; quando però la mischia si stringe non possono più nulla, e si ritirano per dar luogo ai fanti armati di scudo e di spada, i quali disfanno il nemico.
Dopo che Fabrizio Colonna ha con calore e minutamente descritto questa battaglia, Luigi Alamanni domanda: «Perchè avete voi fatto tirare una sola volta le vostre artiglierie, e poi subito smettere; perchè mai avete posto quelle del nemico in modo che i colpi sono passati sul capo dei vostri? Io invece ho sentito da molti spregiare le armi e gli ordini degli antichi, dicendo che sarebbero ora inutili contro le artiglierie, le quali rompono gli ordini e passan le corazze.» «È vero,» risponde Fabrizio, «che feci tirare una volta sola, ed anche di ciò stetti in dubbio, perchè, più del percuotere il nemico coi miei cannoni, m'importa non essere io percosso dai suoi.[153] È quindi necessario andar contro alla sua artiglieria subito e con ordine rado, per non lasciargli tempo ad offendere, e perchè in ogni caso esso tiri solo contro uomini sparsi. Esitai, come ho detto, perfino a tirare la prima volta, perchè so che il fumo delle artiglierie ti leva la vista del nemico. E feci passare i suoi colpi sulla testa dei miei uomini, questo essendo ciò che di fatto segue quasi sempre. Sono in vero le artiglierie così difficili a trattare, che quando appena tu le alzi, passano sul capo al nemico, ed ogni poco che le abbassi, danno in terra. Appiccata poi che è la zuffa, riescono addirittura inutili. So bene che molti presumono essere contro le artiglierie affatto inefficaci gli ordini antichi, quasi se ne fosse ora trovato uno nuovo, che riesca utile contro di esse. Se voi lo conoscete, avrò caro che me l'insegnate, perchè infino a qui io non ce ne so vedere alcuno, nè credo se ne possa trovare. Vorrei sapere da voi, perchè i soldati a piedi dei nostri tempi portano ancora il petto ed il corsaletto di ferro, e perchè quelli a cavallo sono sempre tutti coperti di ferro? Gli Svizzeri, a similitudine degli antichi, formano battaglioni stretti di sei o ottomila uomini, e tutti gli hanno imitati. Non v'è contro le artiglierie un ordine più pericoloso che l'ordine stretto, eppure è quello che oggi prevale. Se questi modi non difendono dalle artiglierie, contro le quali non v'è rimedio che valga, essi difendono sempre dai fanti, dai cavalli, dalle picche, dalle spade, dalle balestre, ecc. Del resto, se oggi è ancora possibile mettere il campo sotto una città, di dove le artiglierie ti offendono senza essere offese, molto più possiam farlo in una pianura aperta, senza sbigottirci e senza presumere che sia possibile mai abbandonare gli ordini antichi. Questo esercito adunque manterrà sempre il vantaggio sugli altri dei nostri tempi, perchè, meglio ordinato ed armato, può fermare al primo scontro il nemico, e disfarlo poi quando si accosta; può riprendere la battaglia tre volte, senza mai confondersi; può facilmente combattere da ogni lato.»[154]
Nel quarto e quinto libro si parla dei movimenti di tutto l'esercito, tenendo sempre dietro all'esempio romano, senza che il Machiavelli possa molto aggiungere di nuovo per esperienza propria, non essendosi trovato mai nè a grandi guerre, nè fra grandi moltitudini di armati. Ed è qui che incomincia a fare uso frequentissimo di Frontino, da lui pigliando continuamente gli esempî di astuzie e stratagemmi di guerra, che suggerisce.[155] Ciò a cui ora più costantemente mira, si è il poter dare all'esercito, con grande rapidità, anche in presenza del nemico, tutte quante le possibili forme. Egli biasima però sempre il distenderne molto la fronte, giudicando che sia cosa pericolosissima.[156] Il troppo poco conto che faceva delle armi da fuoco, non gli rendeva possibile prevedere, che esse avrebbero reso necessaria una formazione sempre più larga e meno profonda.
Quando l'esercito si trovi molto scarso di cavalli, il Machiavelli consiglia di ordinarlo, potendo, fra vigne ed alberi, come fecero gli Spagnuoli alla Cerignola. Consiglia di porre la parte più forte de' suoi contro la più debole del nemico, per poter meglio, ritirandosi da un lato, circondarlo dall'altro.[157] E questa fu in ogni tempo l'arte dei grandi capitani. Alcune altre sue osservazioni possono dirsi più di senso comune che veramente di arte della guerra, sebbene anche in questa l'ingegno naturale di colui che comanda, e la sua conoscenza degli uomini ebbero ed avranno sempre una importanza superiore alle cognizioni tecniche. Il Machiavelli raccomanda il segreto in tutte le imprese militari, lo studio e la conoscenza dei luoghi, e dice che giova sopra ogni cosa saper mettere il soldato nella condizione di potersi salvar solo colla vittoria. «Le necessità possono essere molte, ma quella è più forte, che ti costringe a vincere o morire.»[158] Gli esempî che adduce in questi due libri, sono quasi tutti cavati dalla storia antica.
E così ancora nel sesto libro, dove discorre del modo d'alloggiare l'esercito, cerca attenersi ai Romani, quantunque sia pur necessario che se ne allontani più d'una volta, a cagione delle mutate condizioni dei tempi. Il Colonna comincia col riconoscere che sarebbe stato forse più opportuno «alloggiare prima l'esercito, per farlo poi muovere e finalmente combattere.» Ma volendo egli dimostrare come poteva, camminando, ridurlo a un tratto dalla forma tenuta nell'avanzarsi a quella della zuffa, fu indotto a cominciare dall'ordinario a battaglia più presto che poteva.[159] E viene ora a parlar degli alloggiamenti, senza molto aggiungere di nuovo, che meriti particolar menzione. Qui egli ordina non più due, ma quattro battaglioni, cioè tutto quanto l'esercito normale di 24,000 fanti e circa 2000 cavalli. Come i Romani componevano il loro esercito di 24,000 fanti, e nei casi estremi non superarono, secondo il Machiavelli, quasi mai il numero di 50,000, «coi quali poterono vincere 200,000 Francesi, così debbono fare i moderni.[160] I popoli dell'Oriente e quelli dell'Occidente fecero, è vero, la guerra con le moltitudini armate; ma questi si fondarono tutti sulla loro naturale e selvaggia ferocia, quelli sulla grande reverenza e passiva obbedienza ai loro re. Per i popoli meridionali in Italia ed in Grecia, dove mancano così la naturale ferocia, come la passiva obbedienza, fu necessario ricorrere alla disciplina, la quale ha tanta forza, che con essa i pochi e bene ordinati poterono vincere il furore e la ostinazione dei molti. Gli antichi fecero ogni cosa meglio di noi, massime nella guerra, e chi vorrà imitarli non deve formare eserciti troppo numerosi, perchè si disordina la disciplina e si genera confusione.»[161] A mantenere con sicurezza questa disciplina, propone che la pena ed in parte anche il giudizio sieno dati popolarmente, come avevano fatto i Romani e come facevano gli Svizzeri, presso i quali chi violava la disciplina veniva ammazzato dai propri compagni d'arme. «E ciò,» egli dice, «è assai bene considerato, perchè il reo non troverà mai difensori in coloro che lo avranno punito.»[162] Fra i consigli o suggerimenti dati in questo libro, ve n'è qualcuno che torna a ricordarci quanto, così nella guerra, come nella pace, la moralità di quei tempi fosse diversa dalla nostra. Il Machiavelli dice, per esempio, che alcuni abbandonavano il campo con tutti i viveri al nemico, per poi sorprenderlo quando s'era ripieno di vino e di cibo, ed aggiunge, senza altro osservare, che qualche volta, per meglio riuscire, si avvelenavano prima i vini.[163]
Il valore di quest'opera si rialza di nuovo nel settimo ed ultimo libro, nel quale l'autore espone alcune idee assai notevoli intorno alle fortificazioni, e poi conclude. Le fortificazioni erano da un pezzo materia di studî, fatti in Italia e fuori da valenti ingegneri civili e militari. Ma l'uso delle artiglierie rendeva adesso necessaria anche in ciò una trasformazione radicale. Le antiche mura assai alte venivano facilmente abbattute dai cannoni, e le altissime torri non facevano più danno al nemico, perchè su di esse non potevano portarsi le artiglierie, nè il gettar sassi o altro noceva a chi poteva ora tenersi lontano. Si cercavano quindi costruzioni più basse e più solide, sulle quali fosse possibile portare i cannoni. Di tutto ciò il Machiavelli aveva avuto qualche esperienza, così al campo di Pisa, come nell'apparecchiare la difesa di Firenze e di Prato contro gli Spagnuoli nel 1512. Più tardi, quando però il suo libro era stato già scritto, dovè occuparsene di nuovo col celebre Pietro Navarro, per apparecchiare la difesa della sua città nativa contro l'esercito di Carlo V.
Le idee a questo proposito esposte nell'Arte della Guerra, non mancano certo di valore e di originalità,[164] sebbene qualche volta sembrino accennare ad uno stato di cose anteriore a quello in cui la scienza delle fortificazioni era allora arrivata. Il Machiavelli voleva sempre tenere assai alte le mura per impedire che venissero scalate.[165] Riconosce però in questo caso tutto il valore che avevano le artiglierie, delle quali dice, «è tanto il furore, che un muro solo non può in alcun modo resistere.»[166] Ma ciò che è più, riconosce quale era allora il problema fondamentale, proponendo anche una soluzione sua propria. «Se le mura sono troppo alte,» egli osserva, «non vi si possono far salire le grosse artiglierie, e non si può resistere a quelle del nemico, che facilmente apre la breccia; se sono troppo basse, vengono scalate.» A questo pericolo si era da più tempo cercato un rimedio con ciò che i Francesi dicono rempart. Il muro, sempre alto, veniva rivestito di terra nell'interno, e così ingrossato e reso più forte contro i colpi del nemico. Ma tale sistema aveva un gran difetto, già notato da altri, e di cui il Machiavelli stesso s'era coi propri occhi avveduto a Pisa. Appena aperta la breccia, le pietre del muro rovinato cadevano sempre dalla parte donde venivano i colpi, e dietro seguiva la terra con cui era stato ingrossato. In questo modo, il fosso esterno si trovava ricolmo, ed al nemico era reso facile dare l'assalto decisivo. Il Machiavelli perciò proponeva un sistema nuovo, del quale un piccolo saggio, aveva potuto vedere ben due volte a Pisa, nel 1500 e nel 1505,[167] quando i Fiorentini, avendo aperta una larga breccia nelle mura di quella città, sperano dovuti ritirare, perchè dietro il muro era stato dai Pisani cavato un fosso, e dietro il fosso alzato un riparo. Lo stesso esperimento, in assai più larga misura e con maggior fortuna, era stato fatto l'anno 1509 a Padova, ordinando la difesa di tutta la città secondo il nuovo sistema, e costringendo così il poderosissimo esercito di Massimiliano a levare vergognosamente l'assedio. Tutto quello che avvenne nella guerra di Pisa era, com'è noto, familiarissimo al Machiavelli, e nel 1509, trovandosi a Mantova ed a Verona, aveva potuto ricevere esatte notizie della tanto celebrata difesa di Padova. Di essa allora si parlò molto; il Guicciardini ce ne lasciò una minutissima descrizione,[168] e dalle lettere dirette al Machiavelli apparisce chiaro, che sin dai primi giorni, egli volle esserne minutamente ragguagliato.[169]
Il sistema che suggeriva era dunque il seguente. Le mura debbono essere «ritorte e piene di volture, per poter ferire il nemico da più lati.» Proponeva poi due cerchi di mura, con un largo fossato tra l'uno e l'altro. L'esterno doveva essere grosso tre braccia almeno, con torri ad ogni dugento braccia, alto più che era possibile, acciò il nemico non potesse scalarlo. Invece d'avere il fossato dinanzi, doveva averlo di dietro, largo trenta braccia, profondo dodici, con casematte nel fondo ad ogni dugento braccia. Il terreno cavato per formare il fosso, doveva gettarsi dalla parte che guardava la città, e servire a formare il muro interno, alto tanto da coprire un uomo, grosso in modo da sostenere le artiglierie pesanti, e poter quindi rispondere a quelle del nemico. In tal modo, egli diceva, quando sarà aperta la breccia nel muro esterno, avverrà come a Pisa, che le pietre, cadendo dal lato di dove vengono i colpi, invece di colmare il fosso che è nell'interno, formeranno un riparo esterno che renderà il fosso più profondo ancora; e così il nemico si troverà di fronte un primo argine o riparo ingrossato dalle pietre cadute, poi il fosso, poi il secondo muro con le artiglierie più pesanti.[170] Il Machiavelli non vuole bastioni esterni o altre opere staccate, a distanza dalle mura, perchè una volta prese tali opere, è presa, egli dice, la fortezza. Fino ad un miglio di distanza sarà quindi spianato e libero il terreno.[171] Ed anche quest'ultimo concetto è, secondo gli scrittori moderni, originale e nuovo per quel tempo. Qualche cosa di simile pare che suggerisse in Germania il grande ingegno del pittore Alberto Dürer, che potè ricevere la sua ispirazione dallo stesso assedio e difesa di Padova. In ogni modo è certo che queste idee scientificamente esposte nell'Arte della Guerra, dànno un'altra prova dell'acume singolare e del genio pratico del Machiavelli. Le artiglierie però mutarono allora con sì grande rapidità tutti i vecchi sistemi di fortificazione, che non lasciarono tempo a fermarsi in questi tentativi intermedi, per quanto fossero ingegnosi ed anche fortunati nella prima esperienza che se ne fece.[172]
Noi potremmo qui ripetere una serie di osservazioni sui modi di migliorare la costruzione delle feritoie, delle saracinesche, delle ruote e dei carri per trasportare le artiglierie, dei ponti levatoi e simili. Da esse si vedrebbe come il Machiavelli non tralasciasse mai occasione alcuna di tutto osservare e ricordare, e come le sue osservazioni fossero sempre ingegnose, acute e non prive di valore pratico. Ma preferiamo di affrettarci alla conclusione dell'opera, alla quale s'arriva dopo alcuni pensieri, quasi direi aforismi militari, come i seguenti: «Colui che seguita con disordine il nemico poi ch'egli è rotto, non vuole fare altro che diventare di vittorioso perdente. — Muta partito, quando ti accorgi che il nemico lo abbia previsto. — Agli accidenti subiti con difficoltà si rimedia, ai pensati con facilità. — Gli uomini, il ferro, i danari ed il pane sono il nervo della guerra; ma di questi quattro sono più necessari i primi due, perchè gli uomini ed il ferro trovano i danari ed il pane; ma il pane ed i danari non trovano del pari gli uomini ed il ferro.»[173]
E qui il Colonna s'affretta a concludere, dicendo che avrebbe potuto esporre molte altre cose intorno alla milizia degli antichi; ma il suo scopo era stato di dir solamente ciò che gli pareva necessario al buono ordinamento di quella de' suoi tempi. Della milizia navale non aveva parlato, perchè non se ne intendeva.[174] «Se voi volete sapere, quali sono le qualità che deve avere un buon capitano, io sarò assai breve, bastando il dirvi che deve conoscere tutte le cose soprascritte; ma che esse non bastano, se non saprà nulla trovare di suo, perchè niuno mai fu grande nel suo mestiere senza invenzione, e questa è sopra tutto necessaria nella guerra.[175] Ridurre la milizia ai modi antichi non è difficile, come io vi ho mostrato; ma a poterlo fare, sarebbe necessario essere un principe grande abbastanza da mettere insieme quindici o ventimila giovani, per farli buoni soldati. E nulla si può immaginare di più glorioso, perchè se è lodevole con un buon esercito vincere una battaglia, più lodevole assai è formare un esercito vittorioso. Di questo numero furono Pelopida, Epaminonda, Filippo di Macedonia padre di Alessandro, Ciro re dei Persi. Costoro riuscirono per la loro prudenza, e per avere avuto soggetti adatti ad un tale scopo; ma nessuno di loro, ancorchè eccellente, avrebbe potuto compiere opere lodevoli in una provincia piena di uomini corrotti, non usi ad alcuna onesta obbedienza, come è l'Italia. Qui non basta saper comandare un esercito; bisogna saperlo e poterlo prima formare, e però è necessario cominciare coll'essere principe di uno Stato grosso. Di questi tali non posso essere io, che comandai sempre eserciti forestieri, soldati di ventura, uomini obbligati ad altri e non a me. E lascio giudicare a voi, se è possibile introdurre in essi qualche utile riforma. Come potrei io indurli a portare più armi del solito, ad esercitarsi più ore del giorno? Quando si asterrebbero essi dalle lascivie, dalle insolenze e dalle violenze che ogni giorno commettono? Quando si ridurrebbero mai in tanta disciplina, che un albero carico di pomi, in mezzo ai loro alloggiamenti, rimanesse intatto, come si legge che presso gli antichi molte volte intervenne? Che cosa posso loro promettere, quando, finita la guerra, non hanno più nulla da fare con me?» «Di che gli ho io a fare vergognare, che sono nati ed allevati senza vergogna?... Per quale Iddio o per quale Santo gli ho io a fare giurare? Per quei che eglino adorano, o per quelli che bestemmiano? Che ne adorino non so io alcuno; ma so bene che li bestemmiano tutti.... Come possono coloro che bestemmiano Iddio riverire gli uomini? Quale adunque buona forma sarebbe quella che si potesse imprimere in questa materia?»[176]
«Gli Svizzeri e gli Spagnuoli, sebbene lontani dalla perfezione, sono assai migliori degl'italiani, che non avendo preso alcun ordine buono, rimangono il vituperio del mondo. Non ne hanno già colpa i popoli, ma i principi, i quali ne sono stati puniti col perdere ignominiosamente lo Stato, senza dare alcuno esempio virtuoso. E che gli ordini vigenti siano pessimi, lo prova chiaro il fatto che, dopo tante guerre seguìte in Italia dalla venuta di Carlo VIII in qua, i nostri eserciti, invece di agguerrirsi col combattere, sono andati sempre peggiorando. Nè c'è altro rimedio fuori di quello indicato, cioè di un principe che possa e sappia formare il suo esercito con uomini rozzi, non ancora guasti dai cattivi ordini presenti. Una nuova forma s'imprime assai meglio in animi rozzi ed inculti, che nei corrotti, come un buono scultore riuscirà meglio a fare una statua da un blocco di marmo greggio, che da uno male abbozzato.» «Credevano i nostri principi italiani, prima che egli assaggiassero i colpi delle ultramontane guerre, che a un principe bastasse sapere negli scrittoi pensare una acuta risposta, scrivere una bella lettera, mostrare ne' detti e nelle parole arguzia e prontezza, sapere tessere una fraude, ornarsi di gemme e d'oro, dormire e mangiare con maggiore splendore che gli altri, tenere assai lascivie intorno, governarsi co' sudditi avaramente e superbamente, marcirsi nell'ozio, dare i gradi della milizia per grazia;... nè si accorgevano i meschini che si preparavano ad essere preda di qualunque gli assaltava. Di qui nacquero poi nel mille quattrocento novantaquattro i grandi spaventi, le subite fughe, e le miracolose perdite, e così tre potentissimi Stati che erano in Italia, sono stati più volte saccheggiati e guasti.» «Ma peggio ancora si è, che coloro i quali restano, vivono nel medesimo errore e nel medesimo disordine, nè considerano che quelli che in antico volevano tenere lo Stato, erano i primi tra i combattenti, e se perdevano, volevano con lo Stato perdere la vita, talmente che o vivevano o morivano virtuosamente. E se in alcuno di essi si poteva dannare troppa ambizione o ferocia, non si troverà mai alcuna mollizie o cosa che faccia gli uomini delicati ed imbelli. Le quali cose se fossero state lette e credute dai nostri principi, sarebbe impossibile che essi non mutassero forma di vivere, e che le loro province non mutassero fortuna.»
«Ma perchè voi vi doleste della nostra Ordinanza, vi dico, che se davvero l'avete formata come di sopra ho detto, e non ha fatto buona esperienza di sè, ve ne potete dolere; ma se non l'avete esercitata e formata come io ho detto, essa può dolersi di voi, che avete fatto un abortivo, non una figura perfetta. Anche i Veneziani e il duca di Ferrara cominciarono e poi non seguirono, il che fu colpa loro e non dei loro uomini.» «Ed io vi affermo che qualunque di quelli che tengono oggi Stati in Italia, prima entrerà per questa via, fia prima che alcun altro signore di questa provincia; ed interverrà allo Stato suo come al regno de' Macedoni, il quale, venendo sotto a Filippo, che aveva imparato il modo di ordinare gli eserciti da Epaminonda tebano, diventò con questo ordine e con questi esercizî, mentre che l'altra Grecia stava in ozio ed attendeva a recitar commedie, tanto potente, che potette in pochi anni tutta occuparla, ed al figliuolo lasciare tale fondamento, che potè farsi principe di tutto il mondo. Colui adunque che dispregia questi pensieri, se egli è principe, dispregia il principato suo; s'egli è cittadino, la sua città. Ed io mi dolgo della natura, la quale o ella non mi doveva fare conoscitore di questo, o ella mi doveva dare facoltà a poterlo eseguire. Nè penso oggimai, essendo vecchio, potere averne alcuna occasione, e per questo io ne sono stato con voi liberale, che essendo giovani e qualificati, potrete, quando le cose dette da me vi piaceranno, ai debiti tempi in favore dei vostri principi aiutarle o consigliarle. Di che non voglio vi sbigottiate o diffidiate, perchè questa provincia pare nata per risuscitare le cose morte, come si è visto della poesia, della pittura e della scultura. Ma quanto a me si aspetta, per essere in là cogli anni, me ne diffido. E veramente se la fortuna mi avesse conceduto per lo addietro tanto Stato, quanto basta a una simile impresa, io crederei in brevissimo tempo avere dimostro al mondo, quanto gli antichi ordini vagliano; e senza dubbio, o io l'avrei accresciuto con gloria, o perduto senza vergogna.»[177]
Ed ecco ricomparir sulla scena il re liberatore, che a similitudine di Filippo il Macedone deve con le armi salvare la patria. Così anche l'Arte della Guerra si riconnette col Principe. — Colui che primo in Italia seguirà i miei consigli, riuscirà con suo onore immortale nella magnanima impresa di liberare la patria. — Questo aveva il Machiavelli detto a Giuliano ed a Lorenzo de' Medici; questo ripetè agli amici degli Orti Oricellari, e scrisse nel suo Discorso sulla riforma di Firenze, al cardinal dei Medici ed a Leone X; questo ripete di nuovo nell'Arte della Guerra. Se in essa il suo pensiero dominante riesce anche più chiaro che altrove, e più esplicita apparisce la sua ammirazione per la virtù, più ardente e puro il suo patriottismo, ciò dipende solo dalla natura del soggetto che trattava. E se egli parlava così chiaro quando s'era potuto finalmente avvicinare ai Medici, e ne aveva la prima volta avuto sicura speranza di qualche favore, nessuno potrà credere che avesse voluto esprimere diversi pensieri, o cercato di mascherare il suo patriottismo, scrivendo i Discorsi ed il Principe, quando si trovava da tutti abbandonato, e vivevano ancora Giuliano e Lorenzo, il primo dei quali almeno era certo d'animo più mite del Cardinale e del Papa.
CAPITOLO IX.
Il Machiavelli ha la commissione di scrivere le Storie. — Il Soderini cerca dissuaderlo dall'accettare. — Gita a Carpi e corrispondenza col Guicciardini. — Papa Adriano VI. — Nuove proposte di riforme in Firenze. — Congiura contro i Medici e condanna dei congiurati.
Quando molti, fra i quali lo stesso cardinal dei Medici, cominciavano a leggere e meditare l'Arte della Guerra, la Vita di Castruccio Castracani era, come abbiamo veduto, già corsa per le mani di tutti gli amici degli Orti Oricellari, i quali, pur disputando sullo scopo, sperano trovati d'accordo nel vedere in essa una prova sicura, che il Machiavelli aveva una singolare attitudine allo stile storico, e lo avevano perciò incoraggiato a provarsi anche in tal genere. Molti di questi amici erano allora potenti in Firenze, ed il loro favorevole giudizio non restò senza effetto utile per lui. Nel novembre del 1520 infatti egli ebbe dagli ufficiali dello Studio fiorentino e pisano la commissione di scrivere la storia di Firenze. Il cardinale dei Medici, come arcivescovo pro tempore della Città, era capo dello Studio e conferiva i grandi accademici, secondo una bolla di Leone X (31 gennaio 1515), la quale confermava i privilegi già concessi dall'imperatore Carlo IV.[178] Si deve perciò attribuire in gran parte all'opera sua la commissione data al Machiavelli, il quale poi a lui appunto, divenuto papa Clemente VII, dedicò le Storie, e da lui ricevette più tardi nuovo aiuto a continuarle. La condotta, come la chiamavano, egli l'ebbe nello Studio di Pisa, per mezzo del suo parente Francesco del Nero, il quale allora appunto era stato mandato presso quella Università, per riparare ai disordini che v'erano seguiti. Il Machiavelli formulò di sua mano la proposta, la quale fu che, per un numero d'anni e con un salario che egli non determinava, dovesse scrivere la storia di Firenze «da quello tempo che gli parrà più conveniente, et in quella lingua latina o toscana che più gli parrà.»[179] Gli ufficiali dettarono la deliberazione il dì otto novembre 1520, conducendolo per due anni, l'uno fermo e l'altro a loro beneplacito, con salario di cento fiorini l'anno, e con l'obbligo d'essere a servizio loro, se altro gli volessero comandare.[180]
Il Machiavelli si pose subito all'opera, ma, com'era naturale, per qualche tempo non potè far altro che studî preparatorî, tanto più che ebbe varie interruzioni. Anzi, donde meno se lo aspettava, gli venne ora il consiglio di ricusare addirittura l'incarico, per accettare invece un'assai diversa offerta. Piero Soderini, l'ex-gonfaloniere, dopo che da Ragusa gli aveva scritto, dando consigli[181] che, a quanto pare, non furono accettati, tornato a Roma, non gli aveva più indirizzato lettere, o almeno noi non abbiamo notizia alcuna di corrispondenza seguita fra loro. Vedemmo invece come, per evitare sospetti pericolosi, usavano mille riguardi vicendevoli. A un tratto però il Soderini ruppe il lungo silenzio, scrivendogli da Roma il 13 aprile 1521: «Giacchè non vi piacque la proposta che vi feci da Ragusa, ho preso occasione di suggerire il vostro nome a Prospero Colonna, che cerca un segretario, ed egli, conoscendo la fede vostra, ha accettato. La provvisione sarà di dugento ducati d'oro e le spese. Se vi soddisfa, partite subito e senza conferire con alcuno, in modo che si sappia prima il vostro arrivo che la partenza. Non saprei trovare per voi partito migliore di questo, il quale giudico assai preferibile allo stare costà, a scrivere storie a fiorini di suggello.»[182] Come e perchè a un tratto così viva e non chiesta premura; così insolito disprezzo per lo scrivere storie, con un sussidio concesso dallo Studio fiorentino, per iniziativa dei Medici, in un tempo nel quale tutti ne accettavano in Italia dai Mecenati, e l'essere storico ufficiale d'uno Stato grande o piccolo era reputato un onore invidiabile? La spiegazione si può facilmente indovinare. I Soderini con l'aiuto dei Francesi tramavano allora, come vedremo fra poco, una congiura contro i Medici, ed anche l'ex-gonfaloniere, uscendo dalla sua lunga neutralità, vi pigliava parte. Era quindi naturale che vedesse assai poco volentieri, che ora appunto il suo antico segretario entrasse nella loro grazia, e perciò la grande premura per allontanarlo da Firenze. Prospero Colonna si trovava a servizio degli Spagnuoli, nemici dei Francesi; laonde, quando pure si fosse scoperto da chi veniva l'offerta al Machiavelli, l'autore di essa non ne avrebbe avuto danno, sebbene il segreto fosse preferibile e quindi assai raccomandato.
Ma il Machiavelli non poteva in verun modo accettare un'offerta così inaspettata, che arrivava nel momento in cui le sue condizioni erano davvero per migliorare in Firenze. Uscito appena dalle persecuzioni e dai sospetti, correva rischio di vedersi confiscati i beni, se improvvisamente abbandonava la Città contro il volere dei Medici, e per suggerimento dei loro nemici, quali ormai già s'erano dichiarati i Soderini, quantunque ancora non si sapesse che cospiravano. Egli adunque non solo continuò i lavori per le Storie, ma accettò anche un altro incarico temporaneo, che ricevette dal Cardinale, con lettera firmata il dì 11 maggio 1521 da Niccolò Michelozzi segretario degli Otto di Pratica. Con essa era inviato a Carpi, dove si riuniva allora il Capitolo Generale dei Frati Minori, ai quali doveva chiedere, in nome della Signoria e del Cardinale, che i Minori residenti nel territorio fiorentino fossero separati dagli altri in Toscana, per poterli meglio sorvegliare e correggere, con vantaggio della religione e del costume, che andava fra loro decadendo.[183] E perchè riuscisse anche più singolare questa commissione che, data al Machiavelli, era già singolarissima, egli non era appena arrivato a Carpi, che ricevette un'altra lettera de' 14 maggio, con cui i Consoli dell'Arte della Lana, ai quali era affidata la cura di Santa Maria del Fiore, lo pregavano d'ottenere dal superiore dell'Ordine licenza di lasciar venire in Firenze un frate detto il Rovaio, che essi avevano eletto predicatore per la futura quaresima.[184] Il Machiavelli, com'è da credere, prese questo secondo incarico assai leggermente, e se ne occupò poco o nulla, tanto più che lo stesso frate Rovaio non sembrava aver voglia di predicare in Firenze. Quanto poi al decreto di separazione, sebbene insistesse molto, anche in nome del Cardinale, presso il Ministro generale e gli assessori del Capitolo; sebbene presentasse due Brevi favorevoli del Papa, i frati sofisticarono sulle parole, e dichiararono di dover portare la cosa all'assemblea generale. Onde stanco finalmente d'una faccenda, che s'andava prolungando, e che, affidata a lui, sembrava divenire ridicola, partì a un tratto, fermandosi per via qualche giorno a Modena, come ne fu richiesto dal Cardinale stesso, per vedere il Guicciardini, che era colà governatore in nome del Papa, ed ancora perchè il cavalcare in fretta gli nuoceva, essendo minacciato dal male della pietra[185].
Questa commissione ha qualche importanza solamente per la corrispondenza, che il Machiavelli allora appunto tenne da Carpi col Guicciardini. Motteggiavano fra di loro sull'affare del predicatore e dei frati, ed egli, annoiato del tempo che perdeva colà, s'abbandonava al suo spirito mordace e satirico, con tutta la vivacità del suo stile. Il Guicciardini scriveva il 17 maggio augurandogli che per l'affare del predicatore potesse rispondere ai Consoli dell'Arte della Lana, secondo l'aspettazione che avevano di lui, «e secondo che ricerca l'onore vostro, quale si oscurerebbe se in questa età vi dessi all'anima,[186] perchè avendo sempre vivuto con contraria professione, sarebbe attribuito piuttosto al rimbambito che al buono.» Sperava che si affretterebbe, perchè nello stare colà portava due pericoli: «l'uno che quelli frati santi non vi attacchino dello ipocrito, l'altro che quell'aria da Carpi non vi faccia diventare bugiardo, perchè così è l'influsso suo, non solo in questa età, ma da molti secoli in qua.»[187] Ed il Machiavelli rispondeva lo stesso giorno, con uguale ironia. Egli perdeva il tempo, aspettando che i frati eleggessero il generale e gli assessori. Pregava perciò il Guicciardini che, andando a spasso, arrivasse insino a Carpi per visitarlo, o che almeno gli mandasse un secondo fante con lettera, perchè sarebbe molto più stimato dai frati, quando vedessero spesseggiare gli avvisi.[188] «E vi so dire che alla venuta di questo balestriere, con la lettera e con un inchino infino in terra, e col dire che era stato mandato apposta e in fretta, ognuno si rizzò con tante riverenze e tanti romori, che gli andò sossopra ogni cosa, e fui domandato da parecchi delle nuove. Ed io, perchè la riputazione crescesse, dissi: che l'Imperatore si aspettava a Trento, e che gli Svizzeri avevano indetto nuove Diete, e che il re di Francia voleva andare ad abboccarsi con quel re; ma che questi suoi consiglieri ve lo sconsigliavano. In modo che tutti stavano con la bocca aperta e con la berretta in mano; e mentre che io scrivo ne ha un cerchio d'intorno, e veggendomi scrivere a lungo, si maravigliano e guardonmi per spiritato; e io per fargli maravigliare più, sto alle volte fermo sulla penna e gonfio, ed allora essi sbavigliano, che se sapessino quel che io vi scrivo, se ne maraviglierebbero più.» Quanto alle bugie dei Carpigiani, e quanto alla ipocrisia dei frati, il Machiavelli, spingendo l'ironia sino al cinismo, rispondeva che non ne aveva paura, perchè da un pezzo era in esse divenuto maestro, ed anche dicendo il vero, lo nascondeva fra le bugie.[189] E così continuarono con qualche altra lettera. Il Guicciardini, divenuto un momento più grave, scriveva che la condizione presente del Machiavelli ricordavagli quella di Lisandro, costretto a distribuire la carne a quei medesimi soldati che aveva condotti alla vittoria.[190] Deplorava che un uomo, adoperato presso tanti re ed imperatori, fosse ora costretto a «succiare la repubblica degli zoccoli.» Si rallegrava con lui della commissione avuta di scrivere le Storie, lo diceva «ut plurimum estravagante di opinione dalla comune, e inventore di cose nuove e insolite.» Poi tornava allo scherzo.[191] Il Machiavelli rispondeva anch'egli ridendo, e conchiudeva che in ogni modo aveva fatto pasti eccellenti e si era rinfantocciato. Così ebbe fine questa commissione, che il Guicciardini giustamente chiamava una baia. Nè essa poteva durare più a lungo, perchè ormai i frati cominciavano ad avvedersi che il Machiavelli si prendeva gioco di loro.
Giunto a Firenze, egli attese alle Storie e ad altri lavori letterari; ma poco dopo seguiva la morte di Leone X, con tutti i mutamenti che n'erano necessaria conseguenza. La guerra fu sospesa, perchè mancavano i danari, coi quali era stata principalmente alimentata dal Papa; e però gli Spagnuoli dovettero licenziare i fanti tedeschi, quasi tutti gli Svizzeri. Ed allora subito coloro che erano stati lungamente oppressi, si sollevarono. Francesco Maria della Rovere ricuperò Urbino, Pesaro, il Montefeltro, anche San Leo già dato ai Fiorentini, ai quali restò solo il piviere di Sestino. Sigismondo Varano, antico signore di Camerino, tornò nel suo Stato, cacciandone lo zio Giammaria, messovi da Leone X. Alfonso d'Este ricuperò quasi tutti i suoi dominî, ma non potè riavere Modena e Reggio. Il governatore Francesco Guicciardini seppe, nell'interesse della Sede pontificia, difendere Parma da un assalto che le fu dato. Più tardi Malatesta ed Orazio Baglioni tornarono a Perugia. Il Conclave intanto, dopo quattordici giorni, non aveva nulla concluso. Aspiravano al papato il cardinal Wolsey, il cardinal de' Medici, il Cardinal Soderini ed altri. Le cose andarono in lungo tanto che lo stesso Medici, il quale capì che l'ora non era per lui anche sonata, e vedeva per la sua prolungata assenza messo in forse anche il dominio di Firenze, propose uno straniero, lontano e quasi ignoto in Italia. La proposta fu accettata, e venne eletto il cardinale di Tortosa, Adriano Dedel di Utrecht, il quale era stato maestro di Carlo V, e prese il nome di Adriano VI.
L'indignazione del popolo contro l'elezione di questo papa straniero fu tale e tanta, che molti scrissero sulle loro case: Roma est locanda. E lo scontento divenne generale, quando Adriano fu conosciuto da vicino. Nato il 2 marzo 1459, eletto il 9 gennaio 1522, egli non parlava l'italiano, e pronunziava il latino in modo che ai Romani riusciva poco o punto intelligibile. Uomo culto e di costumi intemerati, diminuì subito le spese della Corte, restringendo tutto al puro necessario. Nè con ciò faceva altro che accrescere il malcontento. Voleva seriamente occuparsi di religione e riformare la Chiesa; lasciar da parte le feste, i poeti e gli artisti; ma nessuno gli dava retta. E così si trovò subito in un mondo a lui affatto sconosciuto, dal quale non era inteso, nè molto meno amato. Pasquino lo canzonava continuamente, ed egli, invece di riderne come facevano i Romani, se ne sdegnava tanto, che un giorno voleva farne gettare la statua nel Tevere. Ma il duca di Sessa gli disse, che Pasquino avrebbe continuato le sue satire, perchè sapeva parlare anche sott'acqua come le rane. Tutti in Roma, massime gli artisti ed i letterati, non più protetti dal Papa, erano adiratissimi contro lui e contro i suoi più intimi, dei quali neppur sapevano pronunziare i nomi.
Ecco che personaggi, ecco che Corte,
Che brigate, galanti cortigiane,
Copis, Vincl, Corizio e Trincheforte!
Nomi da fare sbigottire un cane.[192]
Così scriveva il Berni in un capitolo contro l'elezione d'Adriano, e contro i quaranta cardinali poltroni, che gli avevano dato il loro voto, e che venivano dal poeta ricoperti d'ingiurie. Egli ebbe quindi una vita assai infelice nel suo papato, che fortunatamente per lui durò poco, giacchè il 14 settembre 1523 cessò di vivere. La gioia allora fu così grande nella Città Eterna, che alla porta del medico il quale lo aveva assistito, furono appese corone con la iscrizione: Ob Urbem servatam.[193]
A Firenze seguivano intanto altre novità. Il cardinale de' Medici governava con prudenza e, secondo il giudizio anche di repubblicani come il Nardi, riusciva superiore all'aspettativa, meglio certamente di Giuliano e di Lorenzo, che alla Città avevano sempre poco o nulla pensato. Civile nei modi, accorto e paziente, cauto nel costume tanto da non dar luogo a maldicenze, amava Firenze e cercava abbellirla. Vi costruì un canale per impedire in essa le inondazioni dell'Arno, ne fortificò le mura; e senza essere un gran Mecenate proteggeva letterati ed artisti.[194] Ma non per ciò gli mancavano nemici e nemici pericolosi. In Firenze v'erano i fautori di libertà, e fuori v'erano i Soderini, che nutrivano contro di lui un odio irrefrenabile. Essi non potevano mai perdonare ai Medici, che li avevano cacciati di Firenze, il parentado promesso, come segno di conciliazione, e poi non mai concluso. Il cardinal Soderini s'era inoltre trovato nella congiura del Petrucci contro Leone X, ed unito ai Francesi, aveva fatto vivissima opposizione al cardinal dei Medici nell'ultimo Conclave. Lo stesso sarebbe inevitabilmente seguito alla morte d'Adriano. Per tutte queste ragioni non era sperabile, che vi fosse più pace fra di loro. I Soderini in fatti si adoperavano a tutt'uomo per avversare il governo dei Medici a Firenze, dove cercavano e trovavano aderenti, dandosi per ciò molto da fare anche l'ex-gonfaloniere.
Il maggiore scontento era adesso tra i giovani che frequentavano la compagnia degli Orti Oricellari, sebbene in origine fossero stati quasi tutti partigiani de' Medici. Qualcuno s'era, come allora seguiva facilmente, da essi alienato per ragioni tutte personali; altri come Zanobi Buondelmonti, Luigi Alamanni, Iacopo da Diacceto, educati alle lettere classiche, animati da una voglia grandissima di far qualcosa di straordinario, che illustrasse il loro nome, s'erano andati ogni giorno più esaltando nel sentire i ragionamenti del Machiavelli. Questi, che ormai aveva passato i cinquant'anni, e non pensava certo a congiure, non s'avvedeva neppure che i suoi scritti e più ancora i suoi discorsi facevano sull'animo di quei giovani un effetto che non era solo letterario o scientifico. Continuava quindi con entusiasmo a parlar loro di repubblica romana e d'Italia; di popolo armato; di grandi uomini messi in cielo accanto agli Dei, per avere sacrificato alla patria le sostanze, la vita. Ed intanto alcuni de' suoi uditori cominciavano a intendersi coi Soderini ed a cospirare con essi, senza nulla dire a lui nè agli altri compagni, molti dei quali rimanevano sempre amici del Cardinale e ne frequentavano la casa. Questi poi, di buona o di mala fede che fosse, aveva anch'egli contribuito ad infiammar l'animo di quei giovani. Sia che qualche volta pensasse sul serio, secondo il concetto già espostogli dal Machiavelli, a riordinar la Repubblica per modo, che dopo la sua morte rimanesse libera davvero; sia (e ciò era forse la verità) che volesse, coll'alimentare le illusioni degli scontenti, scoprirne i nomi, certo è che egli, come aveva già fatto altre volte, continuava anche ora ad interrogar molti sul modo di ricostituire e riordinar la Repubblica. E per ispirare a tutti maggior fede nelle sue intenzioni, si faceva di continuo veder passeggiare nel proprio giardino col poeta Girolamo Benivieni, l'ardente seguace del Savonarola.[195]
Così fu che gli presentarono nuove proposte di riforma Zanobi Buondelmonti, Alessandro de' Pazzi, e Niccolò Machiavelli. La prima non abbiamo, ma fu vista dal Nerli che la ricorda. Quella del Pazzi, che venne poi pubblicata, proponeva un Gonfaloniere perpetuo, un Consiglio Grande ed un Senato, il quale doveva essere anch'esso a vita, rinnovandosi da sè stesso, ed avere in mano la somma delle cose.[196] Com'era naturale poi in chi sosteneva questo governo aristocratico, al Pazzi non piaceva la proposta assai più democratica fatta già a Leone X dal Machiavelli. Ma questi la ripeteva ora al Cardinale, modificandola alquanto, solo per renderla ancora più esplicita, e dandole addirittura la forma di deliberazione. «Considerando i nostri Magnifici ed Eccelsi Signori, come nulla sia più laudabile cosa, che l'ordinare una repubblica concorde e libera, nella quale ogni privato interesse ceda al pubblico bene, e gli appetiti d'una falsa gloria si spengano; confortati e spinti dal reverendissimo nostro Signore, signor Giulio cardinal dei Medici; invocato il nome di Dio, provvidono ed ordinarono, ecc.» Così cominciava la proposta di provvisione, la quale ricostituiva il Consiglio Maggiore, rappresentante di tutto il popolo, coi poteri già avuti prima del 1512; ordinava la elezione di un Gonfaloniere ogni tre anni; annullava i Consigli del Popolo, del Comune e dei Cento, trasformando quello dei Sessanta in una specie di piccolo Senato o nuovo Consiglio dei Cento, con l'autorità stessa che avevano avuta gli Ottanta prima del 1512. Si proponeva inoltre di far eleggere dai Signori in ufficio dodici cittadini di 45 anni finiti, ai quali, insieme col Cardinale, veniva per un anno solo concessa, senza poterla prorogare nè rinnovare, piena autorità di fare altre leggi.[197] E ciò sempre per assicurare ai Medici il potere durante la loro vita. Il Machiavelli compose allora anche un altro breve scritto sulla milizia cittadina, cercando senza mai smettere, di persuadere a tutti, che unico modo ad avere un buono esercito era il ricostituire l'Ordinanza, come a tempo del Soderini, non restringendola però a pochi armati, come s'era fatto recentemente, perchè ciò la rendeva inutile.[198]
La fede nelle buone intenzioni del Cardinale divenne allora così generale, che Filippo de' Nerli, frequentatore degli Orti Oricellari, e sempre fidato pallesco, narra come la Città si trovasse divisa, e gli animi sollevati per queste nuove speranze. Ricordando poi che appunto per ciò si proposero in quei giorni parecchi modelli di riforma, aggiunge: «Se ne scopersero molto Zanobi Buondelmonti ed anche Niccolò Machiavelli, gli scritti dei quali io vidi, e tutti andavano nelle mani del Cardinale, che mostrava farne grandissimo capitale. Alessandro de' Pazzi scrisse una molto elegante e bella orazione latina, con la quale lo ringraziava, in nome del popolo, per la restituita repubblica, e fu letta con applausi fra molti cittadini, ad una cena.» Le cose, egli continua, andarono tanto oltre, che il Cardinale cominciò a pensare di farle tornare indietro, ma non sapeva più come.[199] E Iacopo Nardi, che nelle sue Storie fa pur molti elogi al governo di lui, dice chiaro che in questa occasione egli «simulava, abusando della buona fede di alcuni forse troppo creduli cittadini, che tanto più facilmente cadevano nell'inganno, quanto più vedevano che non dava punto ascolto ai lamenti ed ai rimproveri de' suoi intimi, i quali avvertivano che questo era un gioco pericoloso.» Ma il suo animo cominciò a scoprirsi finalmente, quando il Pazzi gli presentò la propria orazione. Rispose che era in quel momento assai occupato e non poteva leggerla; la portasse a Niccolò della Magna, il tedesco Niccolò Schömberg, suo fidatissimo. E questi, dopo averla letta, disse con molta freddezza: «Piace veramente la vostra orazione, ma non punto il suggetto di quella.»[200]
Fu chiaro allora a tutti che Sua Eminenza aveva giocato finamente d'astuzia, ingannando gl'ingenui. Egli aveva nell'ultimo Conclave dovuto capire, che l'odio de' Soderini era inestinguibile, che essi tramavano qualche cosa contro di lui, e ciò lo aveva, come vedemmo, indotto ad affrettare il suo ritorno a Firenze. Nè poteva ignorare che Battista della Palla, per favori chiesti e non ottenuti, era da amico divenuto nemico, e se ne stava in Roma a trattare anch'egli co' Soderini, ricevendo da Firenze lettere continue. Ma con chi corrispondesse, che cosa tramasse, non riusciva facile indovinarlo. Malatesta ed Orazio Baglioni erano col duca d'Urbino andati nel Senese, dopo la morte di Leone X, col proposito di mutarvi il governo, indotti a ciò dal cardinal Soderini, nemico del Petrucci, messo colà dai Medici. Dopo questo primo passo, si sperava di poterli più facilmente cacciar da Firenze. Ma il cardinale Giulio mandò a vuoto l'impresa, per mezzo di Svizzeri e Tedeschi da lui assoldati, riuscendo poi a prendere i Baglioni stessi e il duca d'Urbino ai suoi stipendi. Poco dopo s'avanzava con le sue genti Lorenzo Orsini, detto Renzo da Ceri, mandato anch'egli dal cardinal Soderini, a tentar di nuovo la fallita impresa. E da Genova partivano, al medesimo scopo, parecchi soldati francesi. Ma anche questo secondo tentativo andò a vuoto, perchè il cardinal de' Medici aveva riassoldato un discreto numero di fanti e di cavalli; ed i Francesi furono richiamati, per la cattiva piega che pigliavano le loro cose in Lombardia. Il Conclave che, aspettando l'arrivo di papa Adriano, governava in Roma, si dimostrò subito avverso all'impresa; e Renzo da Ceri allora, non avendo più animo di avanzarsi, tornò indietro.[201]
Questi fatti però dimostravano ad esuberanza, che i nemici dei Medici, in Firenze e fuori, non erano pochi, non mancavano nè di animo, nè di danari. E per iscoprire appunto chi essi erano, il Cardinale continuava con sempre maggiore insistenza i ragionamenti sulla ricostituzione della Repubblica. Un tal suo procedere non restò finalmente senza qualche resultato. Il poeta Luigi Alamanni, Zanobi Buondelmonti, Iacopo da Diacceto ed altri giovani degli Orti Oricellari avevano d'accordo coi Soderini cospirato d'ammazzarlo. Battista della Palla era il loro intermediario in Roma, ed essi aspettavano che riuscisse l'impresa di Renzo da Ceri, per metter mano ai pugnali. Fallita invece tale speranza, per meglio nascondersi, si rivolsero con più calore degli altri ad esaltare la finta liberalità del Cardinale. Speravano così di salvare la vita, e senza i pericoli della congiura, che ormai non poteva più riuscire, costringerlo a dare le riforme promesse o fatte sperare.[202] Tutto ciò doveva certo insospettire, ma non bastava a scoprirli con sicurezza, perchè insieme con essi molti altri ancora esprimevano le medesime opinioni, ed al Cardinale perciò non era possibile distinguere chiaramente gli amici dai nemici.
Il caso venne allora in suo aiuto. Fu in quei giorni appunto preso il corriere, che aveva portato le lettere e le notizie fra Battista della Palla e i congiurati di Firenze. Costui confessò d'aver parlato con Iacopo da Diacceto, il quale subito venne chiuso in carcere. Il poeta Luigi Alamanni, che era entrato nella congiura e si trovava in villa, fu avvertito in tempo. Egli fuggì allora in così gran fretta, che non pensò neppure a mettere in sull'avviso suo cugino Luigi di Tommaso Alamanni, il quale aveva del pari congiurato, e trovavasi in Arezzo, dove fu preso. Zanobi Buondelmonti passeggiava per la Città con Filippo dei Nerli, quando seppe che tutto era stato scoperto. Corse subito a casa per nascondersi; ma la moglie, raccolto il denaro che v'era, lo indusse a fuggire. E così potè andarsene prima in Garfagnana, dove era governatore Lodovico Ariosto suo amico; poi ricoverò, insieme con l'Alamanni, in Francia.
A Firenze si procedette intanto ad un giudizio sommario. Iacopo da Diacceto, messo alla tortura, senza punto esitare, disse: «Io mi voglio cavare questo cocomero di corpo: noi abbiamo voluto ammazzare il Cardinale.» Ed aggiunse, che ciò avevano deliberato, non per odio a lui, ma per amore della libertà, e perchè sapevano che egli fingeva nel parlar di riforme.[203] Finito il processo, il Diacceto e Luigi di Tommaso Alamanni furono decapitati il 7 di giugno 1522, avanti giorno. Prima di morire, il Diacceto scrisse alcuni versi latini pieni di reminiscenze classiche, cosa assai comune a quel tempo.[204] Continuarono poi le indagini e le condanne. I Soderini furono quasi tutti dichiarati ribelli; all'ex-gonfaloniere, che era stato citato, ma che morì il 13 giugno, vennero confiscati i beni, e fu dannata la sua memoria.[205] Altri ancora furono presi e processati, senza però che se ne cavasse nulla, perchè i veri e soli colpevoli erano già morti o lontani. Il cardinal Soderini non cessava per questo di tramare coi Francesi contro gli Spagnuoli e loro amici o protetti, quali erano i Medici. Se non che Adriano VI, il quale, sebbene molto temperato ed equanime, già manifestamente aderiva a Spagna, finì presto col farlo chiudere in Castel Sant'Angelo. Così tutto tornò tranquillo in Firenze, nè della nuova libertà si fece più parola.
Questa congiura, con la sua repressione sanguinosa, sciolse necessariamente la compagnia degli Orti Oricellari. Il Machiavelli, per sua fortuna, non cadde allora in sospetto, sebbene non restasse senza qualche carico d'avere co' suoi discorsi, sia pure involontariamente, acceso gli animi dei più giovani e più impetuosi. Il cardinal dei Medici gli restò tuttavia benevolo. Se non che la sua elezione al pontificato, che seguì poco dopo, lo indusse, come vedremo, a lasciare il governo di Firenze nelle mani del cardinal di Cortona, che, in nome del nuovo Papa, resse la Città con assai minore esperienza e maggiore durezza. Il Machiavelli dovette quindi decidersi a vivere sempre più ritirato in villa, dove attese alle Storie, e condusse a termine diversi lavori letterarî, fra i quali primeggiano le commedie. Di queste dobbiamo ora parlare.
CAPITOLO X.
Condizioni generali del teatro in Italia. — Le Sacre Rappresentazioni, la Commedia dell'arte e la Commedia erudita. — Le Commedie dell'Ariosto. — La Calandra del cardinal Bibbiena. — Le Commedie del Machiavelli: La Mandragola, La Clizia, la Commedia in prosa, la Commedia in versi, la traduzione dell'Andria.
L'Italia, com'è noto, ebbe più di uno scrittore comico, e qualche poeta tragico di grandissimo merito; ma non quello che si chiama veramente un teatro nazionale. Quando dai Mimi e dalle Atellane, che erano farse e rappresentazioni popolari, comiche, satiriche, i Romani potevano cavare una commedia originale e nazionale, sopravvenne l'imitazione greca, da cui non si potè liberare neppure il genio di Terenzio e di Plauto. S'ebbe quindi una commedia letteraria, che non era sorta dalle viscere del popolo, il quale continuò a preferire i Mimi e le Atellane. Queste antiche farse, lentamente alterandosi, sopravvissero anche nel Medio Evo, quando si avvicinarono, s'innestarono alle Sacre Rappresentazioni, che finalmente resero laiche e cavarono fuori delle chiese. Più tardi dettero origine a quella che si chiamò la commedia dell'arte, la quale divenne assai popolare, e nel Rinascimento s'era già molto diffusa fra di noi. Essa, com'è noto, veniva quasi improvvisata dagli attori, ai quali si dava solo lo scenario, cioè il soggetto, l'intreccio generale, lo scheletro delle varie scene, determinando il carattere che ciascun personaggio doveva rappresentare, i punti più salienti dei principali dialoghi. Le maschere di questa commedia, Pantalone, Arlecchino, Pulcinella, Brighella sono, secondo ogni probabilità, lente trasformazioni dei personaggi delle Atellane e dei Mimi.
Nel Rinascimento avvenne poi qualche cosa di simile a ciò che era assai prima seguìto a Roma. Poteva dalle Sacre Rappresentazioni, che già erano arrivate ad uno svolgimento letterario notabile, come poteva dalla commedia dell'arte, che già fioriva, cavarsi un dramma, una commedia nazionale, quando sopravvenne invece l'imitazione dei tragici e dei comici antichi. La tragedia rimase addirittura soffocata da questa imitazione. In un tempo nel quale lo scetticismo invadeva gli animi, le istituzioni politiche si decomponevano, la nazione non riusciva a formarsi, e le invasioni straniere cominciavano, non erano più possibili nè la vera ispirazione epica, nè il dolore veramente tragico. La Sofonisba del Trissino e la Rosmunda del Rucellai, che sono le migliori tragedie di quel tempo, non mancano di pregi; vi si ritrova qualche slancio lirico ed anche qualche lampo di drammatica potenza: ma esse non abbandonano mai il modello antico, non hanno mai una vera e propria vitalità, nè furono seguìte da altre opere migliori. Allora però, in mezzo a tante sventure, pur troppo si rideva molto in Italia, e più fortunata fu quindi la commedia, quantunque anch'essa s'andasse formando con la imitazione, specialmente di Terenzio e di Plauto. Questa che fu chiamata commedia erudita, si diffuse largamente fra i letterati, nelle Corti, avvicinandosi sempre più alla commedia dell'arte. E senza mai confondersi con essa, riuscì pure a migliorarla, correggerla non poco, ricevendone in cambio maggiore vivacità e spontaneità. Nondimeno la commedia erudita era pur sempre un'opera di letterati, un lavoro d'imitazione, e quindi il popolo continuò a preferire quella dell'arte, che sebbene cominciasse a divenire anch'essa alquanto artificiosa, non perdè mai affatto il suo carattere popolare e primitivo.
Si è molto disputato intorno alle ragioni, per le quali l'Italia non potè nel Rinascimento arrivare alla creazione d'un vero teatro, neppure d'una vera commedia nazionale, quando già per questa v'erano ad esuberanza tutti gli elementi necessarî a costituirla. Non mancavano certo vivacità e fecondità d'invenzione nella commedia dell'arte, e nella erudita si ritrovava pure una grande ricchezza di quello spirito comico, che abbondava anche in quasi tutte le novelle, in molte poesie italiane di quel tempo. Da un altro lato moltissimi dei nostri lavori letterarî cominciarono dalla imitazione, e da essa poi, per forza intrinseca, per vitalità propria, si resero indipendenti, arrivando ad una vera originalità nazionale. Perchè dunque a questo non potè mai giungere il nostro teatro? In verità l'essere una nazione riuscita felicemente in molte cose, non è una ragione, perchè debba riuscire del pari fortunata in tutte. La creazione del teatro richiede che la vita sociale e nazionale siano già formate e progredite, e l'Italia non era anche costituita a nazione, quando le invasioni straniere sconvolsero tutto, soffocando la libertà ed affrettando la decadenza. Richiede inoltre una larga partecipazione del pubblico, quasi la cooperazione del popolo, che, in questo come in molti altri generi, apparecchia la materia poetica, in cui i sommi scrittori infondono poi la nuova vita dell'arte. Ed è pur da riconoscere, che allo svolgimento originale, vigoroso, compiuto d'una poesia popolare propriamente detta, fu in Italia assai spesso contraria l'azione continua, incessante, che l'arte dei letterati esercitò sempre su quella del popolo, più culto che altrove. Prima che un genere qualunque di componimento popolare arrivi fra noi a quella maturità, che è necessaria a far germogliare una nuova forma di arte nazionale, più di una volta s'è visto, che esso comincia ad inaridire, cedendo il terreno all'arte dei letterati, che s'avanza e penetra nel popolo. Essi certo si giovano molto d'ogni elemento popolare, anzi è con tale aiuto, che l'imitazione classica riuscì a divenire in Italia un vero e proprio rinascimento. Ma quando l'elemento popolare dovrebbe prevalere, per arrivare alla creazione originale d'una forma poetica nuova e nazionale, è allora che la nostra letteratura incontra le maggiori difficoltà. Non c'è quindi da maravigliarsi se essa non le supera in quei casi nei quali anche le condizioni politiche le riescono avverse, come furono certo al nostro teatro nel secolo XVI.
Per queste ragioni avvenne, che la Sacra Rappresentazione era nel Rinascimento italiano già piena di classiche reminiscenze, di forme letterarie e convenzionali, prima che fosse giunta alla sua piena vitalità popolare, prima cioè di offrire ai grandi scrittori materia adatta a nuove creazioni. La commedia dell'arte si era anch'essa ripulita, modificata, alterata, avvicinandosi alla erudita. E questa, senza poter mai lasciare del tutto l'imitazione di Plauto e di Terenzio, si sforzava continuamente d'accostarsi al popolo. Più di una volta pareva che fosse già per toccare la mèta; che sorgesse finalmente per questa via la commedia originale, nazionale, quando invece prevaleva da capo la imitazione classica. Così si oscillava sempre fra l'artifizioso ed il plebeo, senza poter mai arrivare permanentemente al vero comico di Aristofane e di Molière.
Terenzio è assai facile, e però fu subito molto imitato in Italia; ma l'azione di Plauto sul nostro teatro non è piccola. Come scrittore comico, sebbene più rozzo, egli è assai superiore. Il suo sguardo psicologico è quello di un accorto conoscitore degli uomini; la rappresentazione dei caratteri, la forza e varietà con cui riproduce le innumerevoli forme della vita cittadina, e sopra tutto il genio che dimostra nel porre in rilievo il lato comico delle azioni e dei caratteri, con una certa ardita superiorità che ride di tutto, sono le qualità che lo distinguono e che lo resero popolare in Italia. Egli, come osserva il Mommsen, stringe e scioglie i nodi del suo intreccio comico con grande accortezza e malizia; preferisce di stare nella bettola, che nella sua commedia è in opposizione con la casa. Terenzio, invece, sta nella casa, fra gente di buona e civile condizione; va dietro alla verosimiglianza, anche a costo di lungaggini; ha un'indole quieta e tranquilla, e le sue commedie ci presentano un concetto più morale della donna e della vita matrimoniale. Plauto colorisce i suoi caratteri con largo pennello; l'analisi psicologica di Terenzio è una miniatura. Nella commedia del primo i figli canzonano continuamente i padri, ed il suo linguaggio è pieno di frizzi; il secondo sembra spesso avere un fine pedagogico, il suo stile ornato, sereno ha finezza e movimenti eleganti: il suo lato debole è la invenzione, alla quale supplisce con l'arte.
I nostri eruditi cominciarono subito con le imitazioni, traduzioni, rappresentazioni in italiano ed in latino di questi due comici. Pomponio Leto fu a Roma dei primi, con la sua Accademia Romana, a far rappresentare antiche commedie. Seguì ben presto l'Accademia dei Rozzi in Siena, e per tutto poi un gran numero di altre: Infiammati, Infocati, Intronati, Immobili, Costanti, ecc. Questo movimento ebbe però il suo vero impulso e la sede principale in Ferrara, per opera di quei duchi. Colà i Menecmi di Plauto furono tradotti e rappresentati sin dal 1486. E come, per l'innesto degli antichi romanzi francesi con la erudizione, a Ferrara trovò una vera forma il nostro poema cavalleresco; così dall'innesto di Plauto e di Terenzio con elementi nazionali e popolari colà nacque pure la nuova commedia, di cui fu iniziatore Lodovico Ariosto, prima che si rendesse immortale col suo Orlando Furioso.
Il modo con cui egli successivamente compose le sue cinque commedie, ci presenta in breve la storia del teatro comico italiano. Incominciò con traduzioni che andarono perdute, e si dette poi alle commedie originali. Nella Cassaria, che fu scritta nel 1498, s'incontrano ad ogni passo imitazioni da Terenzio; i Suppositi che vennero dipoi, presero il soggetto dai Captivi e dall'Eunuco, fusi insieme. E l'autore dichiara nel suo prologo, che «non solo nelli costumi, ma anche nelli argomenti delle favole, vuole essere degli antichi e celebrati poeti a tutta possanza imitatore.» Pure con i Suppositi già siamo a Ferrara, nel tempo della presa d'Otranto pei Turchi; le allusioni ai fatti contemporanei e i costumi del tempo appariscono frequenti, il dialogo acquista una vita propria e indipendente. Le due commedie, scritte dapprima in prosa, furono più tardi voltate dall'autore in versi, come in versi scrisse le altre, perchè solo in essi l'Ariosto trovava quel suo stile tanto semplice, naturale, originale, e si sentiva assai più nel proprio elemento. Così si allontanava però dalla via che era propria della commedia italiana, scritta quasi sempre in prosa, per la necessità di riprodurre il dialogo familiare. Nella Lena il soggetto e i caratteri sono del secolo XVI. Più originali di tutte le altre riescono le due ultime, il Negromante e la Scolastica. Siamo con esse fra gli studenti di Padova e di Ferrara, in mezzo agl'intrighi amorosi. La corruzione della società italiana ci è rappresentata senza velo, e la satira sferza i costumi del tempo: gli uomini che s'imbellettano come donne, i poveri che voglion fare da ricchi, i rettori delle terre che sono rapaci come lupi, i preti che danno scandali d'ogni sorta, i papi che vendono le indulgenze.
In questo modo la commedia erudita uscì dalle mani degli accademici, acquistò indipendenza e naturalezza, sempre più avvicinandosi alla società de' suoi tempi. Le dava vita uno spirito mordace e satirico, una grande semplicità e sensualità, che sono caratteri proprî della letteratura del Cinquecento in Italia, e trovavano alimento nello studio e nella imitazione di Plauto. Le commedie del Rinascimento sono quasi tutte d'intreccio, e spesso si compongono riunendo insieme più commedie antiche, che solevano esser di carattere. Ciò che principalmente si ammira in quelle dell'Ariosto, è la vivace dipintura dei tempi, la satira di essi, la quale è piuttosto una fine ironia, con cui l'autore, parte egli stesso del secolo che descrive, ride di tutto. Vi si ritrova l'ingegno del gran poeta, l'iniziatore d'un genere nuovo; ma si sente pure che egli già s'apparecchia ad un'opera maggiore e diversa. Per quanto maravigliosamente spontaneo e naturale sia il suo verso, l'indole privata e domestica della commedia italiana trova solo nella libertà del dialogo in prosa la propria forma. Inoltre ciò che più richiama l'attenzione dell'Ariosto e colpisce la sua immaginazione, ciò che egli sopra tutto ci rappresenta è l'intreccio, la mutabilità continua degli avvenimenti, la forma esteriore de' suoi personaggi. Non vuole, non può lungamente fermarsi all'esame psicologico di nessun carattere, di nessuna passione. Una grande varietà di episodî, che non sempre trovano la loro unità, o la trovano solo nel continuo mutare; una moltitudine d'individui, che compariscono pieni di vita, e scompariscono prima di aver compiuto nulla d'importante, ci avvertono che in queste commedie si va educando e formando il genio immortale di colui che creerà l'Orlando Furioso. Il grande poema sembra già vivere nella sua fantasia, pieno di vigore e di giovinezza, impaziente di venire alla luce. Si direbbe che esso già agita la mente del poeta, ed altera il carattere dell'opera che, in questo momento, egli ha ora fra le mani.
La Calandra del cardinal Bernardo Dovizi da Bibbiena, composta nel primo decennio del secolo XVI, levò gran rumore. Fu da molti affermato che essa iniziò il nuovo genere in Italia, il che non è vero, essendo stata già preceduta da alcune commedie dell'Ariosto, alle quali è molto inferiore. Il Bibbiena era però cardinale, toscano ed assai faceto; non era un poeta, ma voleva scrivere alla buona per divertire il pubblico, e vi riuscì. Il popolo, il papa, i cardinali, i personaggi più autorevoli del tempo lo ascoltarono, ridendo, e lo applaudirono. Il favore da lui ottenuto fu davvero grandissimo. La commedia fu subito molte volte recitata in varie città d'Italia, e poi anche, nel settembre del 1548, a Lione in Francia, ad iniziativa della nazione fiorentina, da attori toscani, fatti espressamente venire d'Italia, per festeggiare l'entrata di Errico II e Caterina dei Medici.[206] Nel suo prologo il Bibbiena dichiara, che non vuole usare il verso, «perchè la commedia rappresenta cose familiarmente fatte e dette, e perchè e' si parla in prosa con parole sciolte e non ligate.» Si scusa inoltre co' suoi uditori, se la commedia non è antica, perchè le cose moderne piacciono più; si scusa anche se non è latina, perchè vuole essere inteso da tutti, e la lingua che Dio e la natura ci han data, non bisogna stimarla meno che la latina, la greca e l'ebraica.[207] Tutto questo prova quanto il gusto del pubblico s'era allora mutato. Pure la Calandra è presa dai Menecmi di Plauto, sostituendo ai due gemelli maschi, affatto simili tra loro, un uomo e una donna anch'essi gemelli e simili in modo che, mutando abiti, vengono facilmente scambiati l'uno per l'altro. Da questa somiglianza e dalla sciocchezza di Calandro, che s'innamora dell'uomo credendolo donna, nascono mille equivoci buffi, comici, oscenissimi, il che secondava mirabilmente il gusto del tempo, e richiamava l'attenzione tanto più, perchè l'autore era cardinale, e papa e cardinali applaudivano e ridevano. Di moderno e di veramente nuovo non v'è che la forma esteriore, la vivacità e la naturalezza del dialogo toscano, che pur qualche volta è troppo lungo e monotono. La commedia si regge quasi del tutto sopra espedienti più osceni e buffoneschi che veramente comici. I personaggi sono vacui, e gl'incidenti non hanno mai un vero valore drammatico o comico, perchè tutto dipende dalla eccessiva imbecillità di Calandro, cui si può dare ad intendere quello che si vuole. Insomma è più che altro una farsa ripiena di facezie buffe ed oscene. La grande fortuna che ebbe allora, venne in parte anche dal modo in cui fu rappresentata; e si può facilmente capire come valenti attori potessero con essa riuscire a fare smascellar dalle risa un pubblico del secolo XVI. La Calandra rappresenta il momento in cui la commedia erudita e d'imitazione, avvicinandosi a quella dell'arte, trova finalmente nel dialogo in prosa la sua propria forma. Questo è ciò che le dà una importanza storica nella nostra letteratura.[208]
Ma colui al quale, dopo l'Ariosto, spetta il primo luogo, per aver dato il suo vero carattere alla commedia italiana, è di certo il Machiavelli, che superò tutti con la Mandragola. Che egli avesse un grande spirito comico e satirico, lo abbiamo già visto ne' suoi scritti, massime nelle lettere familiari; che perciò si sentisse inclinato a scrivere commedie, lo vedemmo del pari fin dal 1504, quando si provò ad imitar le Nuvole di Aristofane, scrivendo le Maschere, che andarono perdute, e nelle quali mordeva i suoi contemporanei. Ma tutto questo non poteva far supporre, che egli fosse capace di darci nella Mandragola la migliore commedia del teatro italiano, superiore, secondo il Macaulay, alle migliori del Goldoni, inferiore solo alle più belle del Molière.
L'azione, che par suggerita da un fatto avvenuto in Firenze, ha luogo nel 1504.[209] Ma il prologo ci fa chiaramente capire che la commedia fu scritta assai più tardi, certo dopo del 1512, nei giorni meno lieti della vita del Machiavelli.[210] Il Giovio, ne' suoi Elogia doctorum virorum, dice che Leone X, sentito del gran successo della Mandragola in Firenze, la fece dai medesimi attori rappresentare anche in Roma.[211] E da una lettera che scrisse Battista della Palla il 26 aprile 1520, vediamo che allora tutto era già pronto per farla recitare.[212] In quell'anno adunque la commedia era stata assai probabilmente già rappresentata in Firenze. La più antica edizione, di cui, secondo i bibliografi, si crede conosciuta la data, sarebbe quella che si suppone pubblicata a Roma nell'agosto del 1524;[213] ma par certo che, fra le edizioni senza data, ve ne sia qualcuna ancora più antica. Il Sanudo racconta, ne' suoi Diari, che il 13 febbraio 1523, la Mandragola fu recitata a Venezia, dove il teatro era così affollato, che non si potè dare il quinto atto. Ma la recita che si pretese data negli Orti Oricellari, dinanzi a Leone X, non viene in alcun modo confermata, anzi non par credibile. Si fece probabilmente confusione con la Rosmunda del Rucellai.
La Mandragola ha per noi una doppia importanza, perchè da un lato ci fa conoscere il genio comico del Machiavelli, nella sua maggiore originalità; da un altro ci presenta sotto nuova luce, il concetto che egli s'era formato degli uomini e della società del suo tempo. Di essa egli fa come una fotografia, che spiega sotto i nostri occhi, quasi cinicamente ridendo. Ma la sua spensierata gaiezza è pur qualche volta interrotta da uno scoppio improvviso di pianto, che egli comprime subito, e, quasi se ne vergognasse, cerca far credere che sia invece uno scroscio di riso. Se voi chiedete, così dice nel prologo, come mai l'autore si perda in una materia troppo leggiera per chi voglia parere uomo savio e grave,
Scusatelo con questo, che s'ingegna
Con questi van pensieri
Fare il suo tristo tempo più soave,
Perchè altrove non ave
Dove voltare il viso,
Che gli è stato interciso,
Mostrar con altre imprese altra virtue.[214]
«Ora non c'è più rimedio possibile ai nostri mali. Bisogna contentarsi di vedere ognuno starsene da canto a ghignare e sparlare. Così il secolo traligna dall'antica virtù, perchè vedendo come tutti biasimano e ridono, nessuno s'affatica alle opere generose, che il vento dissipa e la nebbia ricopre. Ma se qualcuno credesse di spaventar l'autore col dirne male, io vi ammonisco che sa dir male anch'esso, che questa anzi è la sua prima arte; e non istima in Italia alcuno, sebbene faccia reverenza a chi sembra portare miglior mantello di lui.»[215]
Callimaco è un fiorentino che ha trenta anni d'età, venti dei quali ha passati a Parigi tranquillamente. Ivi ha sentito tanto lodare la bellezza e le virtù della moglie di Nicia Calfucci, che è venuto a Firenze per vederla, e subito è stato preso di grande amore per lei. Questa donna per nome Lucrezia è così buona ed onesta, che l'unica speranza di Callimaco sta nella scempiaggine del marito, nel desiderio vivissimo in lui e nella moglie d'avere figliuoli. Mezzano di questo amore è un tale Ligurio, scroccone, al quale Callimaco ha promesso danari, e che frequenta casa Calfucci. La semplicità e la scempiaggine ingenua di messer Nicia, che ha titolo di dottore e si crede gran cosa, mirabilmente rappresentate, divengono una delle principali sorgenti del comico nella Mandragola. Ligurio intanto vuol persuadere messere Nicia di condurre, come consigliano i medici, la moglie ai bagni. Così egli pensa, che Callimaco avrà più facile modo a conoscerla ed avvicinarla. Ma messer Nicia resiste, perchè, sebbene desideri molto aver figliuoli, pure gli sembra gran cosa il muoversi, e i dottori dicono chi una cosa, chi l'altra; «non sanno quello che si pescano. — A te dà briga,» — gli dice Ligurio, — «il non essere uso a perder di vista la cupola del Duomo. — Tu, erri,» — risponde subito messer Nicia, — «io sono stato da giovane molto randagio, e non mancavo mai alla fiera di Prato, nè c'è castello intorno Firenze, dove io non sia andato. E ti vo' dire più là: io sono stato a Pisa ed a Livorno. Oh! va. — Avete visto il mare? quanto è maggiore d'Arno? — Che Arno! Quattro, sei, sette volte. Non si vede se non acqua, acqua, acqua!» — Si conchiude finalmente, che Ligurio sentirà i medici, e messer Nicia cercherà intanto disporre la moglie a partire.
Nella terza, che è l'ultima scena del primo atto, Callimaco chiede ansioso a Ligurio, che cosa hanno conchiuso, e Ligurio risponde che i Calfucci facilmente andranno ai bagni; ma teme che con questo non si sia fatto nulla. — «Io conosco che tu di' il vero,» — risponde Callimaco. — «Ma come ho a fare? che partito ho a pigliare? dove mi ho a volgere? A me bisogna tentare qualche cosa, sia grande, sia pericolosa, sia dannosa, sia infame: meglio è morire che viver così. S'io potessi dormire la notte, s'io potessi mangiare, se io potessi conversare, se io potessi pigliar piacere di cosa veruna, io sarei più paziente ad aspettare il tempo. Ma qui non ci è rimedio, e se io non son tenuto in isperanza da qualche partito, io mi morrò in ogni modo; e veggendo d'avere a morire, non sono per temere cosa alcuna, ma per pigliare qualche partito bestiale, crudo e nefando.» Questo linguaggio manifesta, con molta eloquenza, una passione assai singolare, perchè divenuta già violenta, prima ancora che Callimaco abbia parlato alla donna amata. Ligurio dice a un tratto d'avere una felice idea, e gli propone di fare esso le parti di medico col Nicia. Gli dirà poi il resto. E così vien fissato.
Nel secondo atto, Ligurio presenta Callimaco a Nicia, dandogli a intendere che è medico, e che ha una pozione, bevuta la quale, la moglie avrà un figliuolo. Se non che colui che le si avvicina la prima volta, dopo che essa ha bevuto, deve ben presto morire. Bisogna quindi consentire che la moglie sia la prima volta avvicinata da un altro. Lo spavento di Nicia a queste parole, la sua presunzione di parlar latino col finto dottore, la sua ammirazione nel sentirlo rispondere con citazioni latine che non capisce, la facilità con cui si persuade, appena gli viene affermato che il re di Francia ed altri principi consentirono all'esperimento, e tutto ciò credendo sempre essere più furbo degli altri, rendono questo secondo atto comico davvero. Ma non basta aver persuaso messer Nicia, bisogna ora persuadere la moglie, ed a ciò Ligurio suggerisce, unico mezzo, il confessore, che è un frate. — «Chi disporrà il confessore?» — gli domanda Callimaco. — «Tu, io, i danari, la cattività nostra, la loro,» — risponde l'altro, proponendo che si parli alla madre, perchè poi induca il confessore ad aiutarla, con l'autorità della religione, a persuadere la figlia.
Nel terzo atto la madre è già persuasa, a condizione però che non si gravi la coscienza. I prudenti, ella dice, debbono pigliare dei cattivi partiti il migliore. Nicia intanto ha già dato 25 ducati a Ligurio, che gli ha chiesti per corrompere il frate, ed a tal fine s'avviano ora alla chiesa. «Questi frati,» osserva Ligurio, «sono trincati ed astuti, perchè sanno i loro peccati ed i nostri. Chi non ne è pratico s'inganna e non sa condurli a suo proposito.»
Ed ora comparisce la prima volta sulla scena fra Timoteo, che sotto un certo aspetto può dirsi davvero il personaggio più notevole della commedia. Egli se ne sta in chiesa, tranquillamente discorrendo con una fantesca, e il dialogo, nella sua impareggiabile vivacità e naturalezza, nella sua spensierata tranquillità, fa un contrasto così singolare con tutto quello che deve seguire tra poco, che richiama alla memoria l'arte inarrivabile dello Shakspeare. — «Se voi vi volete confessare,» — dice il frate, — «io farò ciò che voi volete. — Non per oggi,» — risponde la donna; — «io sono aspettata, e' mi basta essermi sfogata un poco così ritta ritta. Avete voi detto quelle messe della Nostra Donna? — Madonna sì. — Togliete ora questo fiorino, e direte due mesi, ogni lunedì, la messa dei morti per l'anima di mio marito. Ed ancora che fosse un omaccio, pure le carni tirano; io non posso far ch'io non mi risenta, quando io me ne ricordo. Ma credete voi ch'e' sia in Purgatorio? — Senza dubbio. — Io non so già cotesto. Voi sapete pure quello che mi faceva qualche volta. Oh! quanto me ne dolsi io con esso voi. Io me ne discostava quanto io poteva; ma egli era sì importuno. Uh! nostro Signore. — Non dubitate, la clemenza di Dio è grande. Se non manca all'uomo la voglia, non gli manca mai la potenza a pentirsi. — Credete voi che 'l Turco passi questo anno in Italia? — Se voi non fate orazione, sì. — Naffe! Dio ci aiuti con queste diavolerie; io ho una gran paura di quello impalare. Ma io veggo qua in chiesa una donna, che ha cert'accia di «mio; io vo' ire a trovarla. State col buon dì. — Andate sana.»[216]
Intanto arrivano Nicia e Ligurio, il quale subito annunzia al frate, che vi sono alcune centinaia di ducati da distribuire in limosine, purchè egli dia mano ad aiutarlo in una faccenda, che è però tutta un'invenzione, che egli racconta solo per vedere se, colla promessa delle limosine, può sperare aiuto dal frate, e fidarsene tanto da domandargli ciò che veramente vuole. Vistolo infatti pronto a cedere, gli espone con arte ogni cosa, e ne riceve la promessa desiderata. Arrivano in questo mezzo le donne, e la madre va dicendo alla figlia, che non vorrebbe mai consigliarle nulla di male. «Se però fra Timoteo dirà che non c'è carico di coscienza, tu puoi stare tranquilla.» La figlia non sa persuadersi di dovere «esser cagione che un uomo muoia per vituperarla.» E qui di nuovo entra in campo il frate, e fa prova di tutta la sua destrezza. «Io sono stato in su i libri a studiare più di due ore questo caso, e dopo molte esamine, io trovo di molte cose che in particolare e in generale fanno per noi.... Voi avete, quanto alla coscienza, a pigliare questa generalità, che dove è un ben certo e un male incerto, non si debbe mai lasciare quel bene per paura di quel male. Qui è un bene certo, che voi avrete un figliuolo, acquisterete un'anima a messer Domenedio.... La volontà è quella che pecca, non il corpo, e la cagione del peccato è dispiacere al marito, e voi gli compiacete; pigliarne piacere, e voi ne avete dispiacere. Oltre di questo, il fine si ha a riguardare in tutte le cose. Il fine vostro si è riempiere una sedia in Paradiso, contentare il marito vostro.»[217] E così continua, ricordando ancora come la Bibbia dice che le figliuole di Lot non peccarono, perchè la loro intenzione fu buona, concludendo, che si tratta d'un peccato veniale, il quale va via con l'acqua benedetta. «A che mi conducete, Padre?» esclama qui la povera Lucrezia, e promette, confusa, di fare il voler loro; ma aggiunge che teme di non poter sopravvivere alla vergogna ed al dolore.
Il quarto atto s'apre con Callimaco, che è nelle angosce dell'incertezza. Un momento spera, un momento dispera. «Sei impazzato?» egli dice a sè stesso. «Non sai che verranno poi il disinganno ed il pentimento, anche se otterrai l'intento? Ma che cosa è il peggio che ti possa mai seguire? Morire ed andare all'Inferno. Vi son però tanti uomini da bene morti ed andati all'Inferno, perchè devi vergognarti d'andarvi tu? Volgi il viso alla sorte. Fuggi il male o, non potendolo fuggire, sopportalo come uomo. Non ti prosternare, non t'invilire come una donna. Ma io non posso restar fermo su questo pensiero,» «per- chè da ogni parte mi assalta tanto desio di essere una volta con costei, che io mi sento dalle piante dei piè al capo tutto alterare: le gambe tremano, le viscere si commuovono, il cuore mi si sbarba dal petto, le braccia si abbandonano, la lingua diventa muta, gli occhi abbarbagliano, il cervello mi gira.»[218]
Ora arriva da capo Ligurio, e la trama già ordita si avanza rapidamente al suo fine. Fra Timoteo s'è travestito, ed è divenuto un ausiliario potente e deciso al male, sebbene faccia tutto con la più grande bonomia. «E' dicono il vero quelli che dicono, che le cattive compagnie conducono gli uomini alle forche. E molte volte uno capita male, così per essere troppo facile e troppo buono, come per essere troppo tristo. Dio sa ch'io non pensavo ad ingiuriare persona. Stavami nella mia cella, diceva il mio ufficio, intratteneva i miei devoti; capitommi innanzi questo diavolo di Ligurio, che mi fece intingere il dito in un errore, donde io ci ho messo il braccio e tutta la persona, e non so ancora dove io m'abbia a capitare. Pure mi conforta, che quando una cosa importa a molti, molti ne hanno aver cura.»[219] Tutto ormai procede secondo i desiderî di Callimaco.
Il quinto ed ultimo atto incomincia con un altro soliloquio di fra Timoteo, il quale ha passato la notte senza dormire, per la smania di sapere come siano andate le cose. «Io dissi mattutino, lessi una vita de' Santi Padri, andai in chiesa, ed accesi una lampada che era spenta, mutai un velo a una Madonna che fa miracoli. Quante volte ho io detto a questi frati, che la tengano pulita! E si maravigliano poi se la divozione manca. Io mi ricordo esservi cinquecento immagini, e non ve ne sono oggi venti. Questo nasce da noi che non le abbiamo saputo mantenere la reputazione.» «Noi vi dicevamo orazioni e facevamo processioni, perchè si vedessero sempre immagini fresche. Ora non si fa nulla di queste cose, e poi ci maravigliamo che la cose vadano fredde. Oh quanto poco cervello è in questi miei frati! Ma sento un gran rumore di casa messer Nicia.» Tutti vengono allegri e contenti, per menare la Lucrezia in Santo, ed il frate, ricordandosi delle limosine promesse, fa l'orazione e li benedice. «Chi non sarebbe allegra?» sono le ultime parole della madre in questa commedia, che finisce con una benedizione data in chiesa all'adulterio.
Quello che più stranamente qui ci colpisce, non è il vedere una società in ogni sua parte corrotta, il non incontrare un solo personaggio veramente onesto e virtuoso; ma il vuoto orrendo, spaventoso che è nella coscienza di tutti; il vederli passare dal bene al male, senza quasi accorgersi di mutare. Callimaco s'è innamorato di Lucrezia prima d'averla veduta, solo per averne sentito lodare la bellezza e l'onestà; la sua passione diviene subito irresistibile, nè ha altro che un solo scopo e sensuale. Non può viver così, è disposto a pigliare piuttosto «qualche partito bestiale, crudo e nefando.» Gli balenano un momento l'idea dello scrupolo e la paura dell'Inferno; ma vi sono andati tanti uomini dabbene, può dunque farsi animo e andarvi anch'egli. La sola persona che apparisce onesta è la giovane sposa, la povera Lucrezia, un essere negativo, senza volontà, pienamente in balìa degl'inganni e dei capricci altrui. Quando la madre, il marito, tutti la spingono all'adulterio, perchè abbia un figlio, ella inorridisce e resiste; ma la menano in chiesa, dinanzi al confessore, il quale subito la persuade, che non c'è poi nessun peccato a «riempire una sedia in Paradiso.» Ed ella finisce non solo col rassegnarsi, ma col volersi allegramente godere la vita nell'abisso morale in cui l'hanno precipitata. La più chiara espressione, la più compiuta personificazione di questo stato di cose, si trova in fra Timoteo. Egli dice le sue orazioni e la messa, attende devoto alle immagini ed alla confessione; ma quando, per indurlo ad un'azione infame, gli sono promesse alcune limosine, non si turba punto. Considera che si diranno più messe, s'accenderanno più ceri; esamina i libri sacri e, trovato un sofisma adatto al caso, consente ad aiutare l'adulterio, a persuadere alla povera Lucrezia, che il male è bene, e che, disonorando se stessa, farà cosa grata a Dio. Ben riflette un momento che le cattive compagnie inducono al male anche i migliori; ma ormai ci si trova, e lo conforta il pensare che tutti sono interessati a nasconder la colpa. Spolvera le immagini, rilegge le vite dei Santi Padri, deplora la poca devozione de' suoi tempi; lo domina intanto, sopra ogni cosa, il desiderio di sapere se l'adulterio preparato, e col suo aiuto reso possibile, è riuscito ad votum. Saputo il resultato, li benedice tutti in chiesa.
Non vi pare, dinanzi a questa commedia, di veder sorgere, come evocata dalla vostra coscienza, la tragica figura del Principe, che con la sua spada insanguinata percorre le vie, e con la forza, la violenza, anche l'inganno, costringe i suoi sudditi ad unirsi per formare uno Stato, avere una patria, e, dopo averli disciplinati con l'Arte della Guerra, li conduce dinanzi al nemico, sospingendoli, con l'esempio di Roma, non cristiana, ma pagana, a difendere questo Stato e questa patria col proprio sangue, ed a ricordarsi finalmente, tra i pericoli e le sventure, d'essere uomini? Non vi pare di sentir tuonare la voce potente di Martino Lutero, il quale grida che c'è pure una coscienza, che c'è qualche cosa in essa di sacro e d'inviolabile, ed obbliga così i cattolici stessi a vergognarsi ed a correggersi? La Mandragola, fu già osservato, è la commedia d'una società, di cui il Principe è la tragedia. Questo vuole col ferro rimediare ai mali che quella descrive ridendo, ma dei quali accenna pure la causa riposta. Perciò essa incomincia e finisce nella chiesa. Ivi già i Discorsi ci dissero trovarsi il germe della corruzione italiana, ed ora noi vediamo rappresentato sotto i nostri occhi, come la religione, divenuta puramente formale e meccanica, possa col sofisma giustificare così il male come il bene, e produrre quindi il vuoto nella coscienza. Si direbbe che qui gli uomini commettano il male senza rendersene conto, senza neppure esser cattivi. Le azioni da essi compiute non sono più loro proprî atti. Par che li guidi, che li conduca una forza esteriore, la quale si chiama ora passione, ora istinto, ora consuetudine, pregiudizio, non si chiama mai coscienza. E però solo una forza esteriore può portarvi rimedio. Unica medicina il ferro. Tale fu sempre il pensiero dominante del Machiavelli, ed ogni volta che lo espone, il suo animo si esalta, il suo linguaggio acquista una precisione, una eleganza, una forza che trascina: egli pare allora un uomo ispirato, e diviene superiore a sè stesso. Questo pensiero, che fu il soggetto dominante del Principe, nella Mandragola si vede continuamente balenare da lontano. Lo stile e la lingua dell'autore salirono nei due scritti a tanta altezza da farli riuscire due grandi capolavori della prosa italiana. Il Machiavelli è di certo il primo nostro prosatore; ogni sua parola esprime un'idea, senza inutili ornamenti, senza artifizî, senza sforzo alcuno. Gli uomini, gli avvenimenti, le cose stesse sembrano aver trovato il loro proprio linguaggio, e parlare direttamente al lettore. Egli ha tutto il mirabile atticismo che è sulla bocca del popolo fiorentino, qualche volta riproducendone con singolare vigore anche gl'idiotismi, non sempre grammaticalmente corretti. Dal latino piglia ciò che è più necessario a dar forza, dignità al suo stile. E se questa imitazione prevale qualche volta un po' troppo in altre opere, di rado assai ciò gli succede nel Principe, e meno ancora nella Mandragola, dove i tesori della lingua parlata si manifestano liberamente, largamente in tutta la loro freschezza, in tutta la loro vivacità, la loro inesauribile varietà d'armonìa e di colori. Senza mai cader nel volgare, egli è sempre naturale, spontaneo; senza mai cader nell'artificioso, è sempre elegante.
Il Macaulay, che come critico letterario è certo autorevolissimo, ha per la Mandragola un'ammirazione quasi sconfinata. Crede che il Machiavelli abbia in essa provato, come, se si fosse dato al dramma, sarebbe salito alle maggiori altezze, ed avrebbe prodotto un effetto salutare nel gusto e nella letteratura nazionale. Ciò, egli afferma, si deduce non tanto dal grado, quanto dalla natura stessa dell'eccellenza conseguita: «con una corretta e vigorosa descrizione dell'umana natura, tien desta l'attenzione del lettore, senza bisogno d'un intreccio complicato o piacevole, senza la più lontana ambizione a far prova d'arguzia.»[220] Il carattere più originale in tutta la commedia è, secondo lui, quello di Nicia, e lo dichiara perciò superiore ad ogni elogio.[221] E veramente questo sciocco presuntuoso, che, senza mai avvedersene, diviene zimbello di tutti, è il personaggio più ingenuo e più vero, in un mondo nel quale non sembrano avere coscienza di sè, quelli che più dovrebbero averla. Il riso che muove, il comico di cui è sorgente continua, non vengono in noi amareggiati mai da nessuna considerazione estranea. Nicia è quindi nel suo genere perfetto, ed il conoscerlo rallegra artisticamente, senza moralmente affliggere.
Nella Mandragola v'è però un lato più serio, che è sfuggito al Macaulay, come gli è sfuggito quello che n'è il lato più debole. Se noi guardiamo alla unità fondamentale, al concetto dominante della commedia, Fra Timoteo è il personaggio che richiama la nostra attenzione principale. Il comico si unisce in esso ad una satira sanguinosa e profonda della società italiana, e possiamo quindi assai meglio riconoscere l'altezza del genio di colui che creava il singolare carattere. È però certo ancora, che il nostro riso è in questa commedia, assai spesso fermato, soffocato a mezzo. La immaginazione è come di tratto in tratto, quasi violentemente, dominata da troppo gravi riflessioni, per osare d'abbandonarsi a sè stessa, alla pura contemplazione estetica. L'autore, è ben vero, sembra occuparsi di rappresentarci solo il lato comico della società che gli sta dinanzi; ma dalla stessa sua rappresentazione sorge inesorabile, nel suo e nel nostro spirito, una satira sanguinosa. È come un nuovo, più alto, profondo e segreto concetto, che apparisce a distanza, senza poter mai entrar davvero nella commedia, perchè rimane sempre in una forma astratta, teoretica di riflessione filosofica. Il Machiavelli non riesce a concretarlo, ad individuarlo poeticamente, comicamente, facendo ricadere il ridicolo e il disprezzo sui veri autori d'una colpa, che ci mette orrore, e che egli invece si ostina a far trionfare ridendo. Ma questa non è l'atmosfera di cui la commedia ha bisogno per vivere, per respirare liberamente; e però i personaggi della Mandragola si trovano qualche volta come a un tratto circondati da una nebbia, che offusca i lineamenti della loro fisonomia reale, determinata e vivente, che pur costituisce il merito principale di questa commedia.
Si è detto da qualche critico, che Fra Timoteo è un buon frate, volendoci l'autore rappresentare in esso solo le conseguenze d'una falsa religione. Resta però a dimostrare come si possa esser buoni, ed aiutare a commettere azioni turpi, benedicendole anche in nome della religione. Che questa, una volta corrotta e mutata in puro formalismo, sia cagione di molti danni, è vero. Non è però vero che l'uomo possa mai trascorrere dal bene al male con animo così sereno e tranquillo, come fa Timoteo. E che dire d'una madre la quale cerca, ridendo, l'aiuto del confessore, per disonorare la propria figlia, la sola onesta, ma che finisce anch'essa col ridere del suo morale naufragio? I sospiri che sembrano qualche volta uscire involontari dal petto dell'autore, quando deplora i tempi in cui è nato e di cui fa parte, valgono solo a provar nuovamente, che neppure nella commedia è possibile sopprimere del tutto quel lato appunto dell'umana natura, che nella Mandragola è troppo spesso dimenticato. La descrizione che essa ci dà dell'uomo e delle sue passioni, se è sempre vigorosa ed originale, non è sempre corretta, come crede il Macaulay. L'arte ha bisogno della realtà vivente, deve rappresentarci la natura umana nella sua integrità, ed è uccisa dalle vivisezioni,[222] che possono giovar solo alla scienza. Al di sotto di ogni delitto, d'ogni corruzione, vuol sentire da vicino o da lontano la voce della coscienza, che anche nella colpa non può mai essere spenta del tutto, se prima non si spegne l'umana natura.
Con tutto ciò, riman sempre certo che la Mandragola fu scritta in un momento di vera ispirazione, nel quale il Machiavelli finì col superare sè stesso. La potenza della rappresentazione quasi sempre felicissima, la freschezza della forma e la profondità del concetto ne fanno un'opera che, non ostante i suoi difetti, è maravigliosa davvero. Ma che egli non fosse nato per esser un grande autore drammatico, lo prova il fatto, che non riuscì mai a compor nulla di simile alla Mandragola. Tutti gli altri suoi tentativi, riconfermarono sempre che, sebbene avesse scritto una commedia eccellente, egli non avrebbe mai saputo dare all'Italia un teatro nazionale. Il suo pensiero dominante, nella forma in cui costantemente lo vedeva, solamente nelle scienze politiche e storiche poteva riuscire davvero originale e fecondo, dando inesauribile materia a nuove riflessioni. La commedia italiana continuò, durante tutto il secolo XVI, a seguire la via in cui era già prima del Machiavelli entrata. E così avvenne che, con una fantasia ed uno spirito comico inesauribili; con una ricchezza, naturalezza, eleganza veramente prodigiose di lingua e di stile; con una vivacità inarrivabile di dialogo, gl'Italiani produssero un numero infinito di commedie, senza mai riuscire ad avere nè un Aristofane nè un Molière.[223] L'arte non è di certo una predica di morale; ma neppure può, senza rinnegare l'umana natura ed uccidere sè stessa, supporre che morale non vi sia, o presumere di ridere là dove ci sarebbe invece materia di pianto.
La Clizia, che venne rappresentata a Firenze nel 1525,[224] fu scritta certo dopo la Mandragola, e la ricorda infatti nella terza scena del secondo atto. L'azione, che in questa è messa nel 1504, è posta nell'altra due anni dopo, cioè nel 1506.[225] Il merito n'è assai inferiore, trattandosi d'una pura e semplice imitazione della Casina di Plauto, essa stessa, com'è ben noto, imitata dal greco. Il Machiavelli, sebbene qui muti in Fiorentini del suo tempo tutti quanti i personaggi della commedia antica, pure s'avvicina qualche volta tanto al suo originale, che addirittura lo traduce; qualche altra invece se ne allontana, abbandonandosi ad inopportune lungaggini e riflessioni astratte: di tanto in tanto però raggiunge qui appunto un'assai grande vivacità. Ma il suo genio comico si dimostra quasi sempre molto inferiore a quello di Plauto, che vuole emulare; e le sentenze e considerazioni generali raffreddano lo stile della commedia. Quasi tutte le aggiunte che vi fa di suo, ne indeboliscono lo svolgimento drammatico, scemandone il vigore comico.
Il prologo comincia col ripetere, in grave e solenne prosa, ciò che il Machiavelli ha già tante volte esposto altrove, che gli uomini cioè sono sempre gli stessi, e però quello che una volta seguì in Atene, è seguìto anche a Firenze. Egli preferisce il caso di Firenze, perchè ora non si parla più greco. — Cleandro ed il suo vecchio genitore Nicomaco si sono innamorati della giovane Clizia, allevata in casa loro, e tenuta come figlia. Nicomaco vuol darla in moglie al servo Pirro, e Cleandro, con lo stesso fine, cerca sventare la trama del padre, proponendo di darla al fattore Eustachio, nel che è secondato dalla madre, la quale s'è avvista d'ogni cosa. — La rappresentazione, che spesso è qui solo una narrazione di tutto ciò, forma l'intero primo atto e parte del secondo. A Plauto bastò invece un semplice dialogo, vivacissimo e comico, tra il servo ed il fattore, per entrar subito nel cuore del soggetto, senza prima narrare quello che doveva poi rappresentare. Ma il Machiavelli non si contenta ancora, ed aggiunge un lungo monologo di Cleandro, che è un paragone tra la vita dell'innamorato e quella del soldato, dialogo che starebbe assai meglio in una dissertazione politica o storica. Più vivace assai, nel secondo atto, riesce la commedia là dove la moglie disputa col marito, dicendo che vuol dare la giovane non al servo, ma al fattore, «che sa attendere alle faccende, ha un capitale, e viverebbe in su l'acqua, quando l'altro vive nelle taverne, nei giuochi, e morrebbe di fame nell'Altopascio.» Rimasta sola, essa ci dà una vivacissima pittura del mutamento che ha fatto il marito, la quale è anche una fedele descrizione della vita dei borghesi fiorentini a quel tempo. «Udiva la messa, trattava gli affari, andava ai magistrati, era ordinato in tutto. Ma da poi che gli entrò questa fantasia di costei, le faccende sue si trascurano, i poderi si guastano, i traffichi rovinano. Grida sempre e non sa di che; entra ed esce ogni dì mille volte, senza sapere quello si vada facendo.» La lingua è vivacissima, piena di motti fiorentini. Si finisce con un dialogo tra il servo ed il fattore, nel quale è molto bene imitato quello con cui incomincia la commedia di Plauto, e ne forma tutto il primo atto.
Nel terzo atto della Clizia, Cleandro si duole di trovarsi in lotta d'amore col padre. E questa sua condizione non apparisce in verità nè molto comica nè punto tragica. Come nella Casina, così nella Clizia, la moglie finalmente s'accorda col marito, per rimettere tutto alla decisione della sorte. S'imborsano i due nomi, si estrae quello di colui che sarà lo sposo, e riesce Pirro, secondo il desiderio di Nicomaco. Questi crede ora di trionfare, ma ha fatto i conti senza l'oste. Tutto lieto, egli fissa col pieghevole servo come avrà luogo il matrimonio, e la casa in cui egli, primo e solo, vedrà la novella sposa. Ma la moglie lo tien d'occhio, non lo perde mai di vista, e sa disporre le cose in maniera, che il povero Nicomaco si ritrova la notte non con la Clizia, ma con un famiglio. Il modo in cui il vecchio marito, tirato nella trappola, diviene ridicolo a tutti, è assai comico, forse anche più originale che in Plauto stesso,[226] sebbene nella maggior parte di questo atto il Machiavelli imiti o anche traduca la Casina.[227] La quale riesce però nel suo insieme molto più naturale, perchè la giovane è promessa sposa ad uno schiavo, non ad un uomo libero come nella Clizia, e la cieca, assoluta sottomissione al padrone è quindi più verosimile, più tollerabile. Nel quinto atto la moglie, mediante la trama che ha ordita, raggiunge il proprio fine, ed il marito umiliato si pacifica finalmente con lei. E qui la commedia veramente finisce, ma il Machiavelli v'aggiunge di suo quattro scene, nelle quali si scopre il padre della Clizia, un gentiluomo che arriva da Napoli; ed allora si celebra il matrimonio di lei con Cleandro. Quest'ultimo incidente è solo annunziato nella commedia di Plauto, il quale, come non fa comparire la fanciulla, nel che è seguìto dal Machiavelli, così non fa comparire neppure Cleandro. Egli capì, che un figlio in lotta d'amore col proprio padre, non può mai riuscir veramente comico; e che era addirittura superfluo il portar sulla scena il padre della fanciulla, il quale in fatti riesce nella Clizia niente altro che una vuota comparsa. Il Machiavelli abbandonò qui il suo modello, e fu a tutto suo danno.
La Commedia in prosa, brevissima, in tre soli atti, è piuttosto una farsa. Il soggetto è preso da un fatto, di cui sembra che si parlasse allora molto in Firenze. — Una serva si trova fra il vecchio padrone Amerigo, che s'è innamorato della comare, moglie di Alfonso, e frate Alberigo, che s'era innamorato della giovane padrona Caterina. Questa, confidandosi colla serva, le dice che ormai è stanca, e vuol cercarsi anch'essa un amante. L'altra allora le parla subito di Alberigo, vincendo facilmente le resistenze di lei. E il frate, divenuto così sicuro del fatto suo, cerca di mandare a vuoto la tresca fra Amerigo e la comare, di cui conosce il marito. Nella casa di costui viene la moglie d'Amerigo, e dopo aver colà visto prima l'amante, aspetta il proprio marito, che crede invece trovarvi la comare, e ne segue una scena clamorosa. In questo mezzo sopravviene, come a caso, il frate, che cerca metter pace fra marito e moglie, i quali, dopo essersi di nuovo ingiuriati, s'accordano finalmente, e pigliano a proprio confessore il frate stesso, che trionfa così ne' suoi intenti. — L'oscenità è qui anche maggiore del solito, l'azione è più narrata che rappresentata, e manca un vero svolgimento di caratteri. Il dialogo ha tutta la vivacità fiorentina del tempo, sebbene non sempre quella che è più propria del Machiavelli. Se questa commedia fosse veramente di lui, come per lungo tempo fu creduto, non aumenterebbe di certo la fama del suo genio comico. Ma dopo che il professor Bartoli pubblicò il prologo e l'argomento d'una farsa del Lasca, intitolata Il Frate, fu dimostrato che essa è una cosa stessa con la Commedia in prosa la quale non può quindi essere più attribuita al Machiavelli.[228]
Resta a dir qualche cosa di due altre commedie, quella chiamata la Commedia in versi, e l'Andria, che è solo una traduzione di Terenzio. L'autenticità della prima fu pure messa in dubbio da parecchi; altri la ritennero invece lavoro giovanile del Machiavelli. Ciò che potrebbe farla creder sua è il fatto, certo notevolissimo, che nel ben noto codice strozziano della Nazionale di Firenze, se ne trova una copia autografa di lui. Ma questa prova esterna perde il suo valore, quando si pensa che nello stesso codice v'è, di mano pure del Machiavelli, la Descrizione della peste, della quale nessuno oggi lo crede autore. In fine della commedia trovansi anche di sua mano scritte le parole: Ego Barlachia recensui,[229] E ciò ribadisce il dubbio, che egli avesse qui copiato alcuni scritti non suoi, del che troveremo più innanzi nuova conferma. Se poi dalle prove esterne passiamo alle interne, sarà assai difficile attribuire al Machiavelli questa Commedia in versi. Fondata tutta sull'equivoco di due nomi, Camillo e Catillo, essa porta sulla scena personaggi e fatti di tempi romani; non ha intreccio, non bellezza di stile, non realtà o verità di caratteri, ed è noiosa tanto che non si può reggere alla lettura. Piena d'eterni monologhi, non ha neppure quei motti e sali fiorentini, che non mancano mai nelle commedie e nelle poesie del Machiavelli. Scorrendola anche a caso, difficilmente si crederà che sieno di lui versi come quelli del monologo che incomincia:
Oh! che disgrazia, oh! che infelicità
È quella di chi vive in gelosia!
Oh! quanti savi tener pazzi fa,
Ma de' pazzi giammai savi non fe'.
Non si mangia un boccon mai che buon sia;
Usasi sempre solo. Adunque egli è
Piacer da mille forche. E spesse volte
Stassi desto la notte a udir quel dice
Sua donna, perchè già n'è sute colte;
Che c'è chi in sogno i fatti suoi ridice.[230]
E così continua per sessanta versi. Un altro monologo incomincia:
Oh! che miseria è quella degli amanti,
Ma molto più di quelli
Ch'hanno i lor modi strani a sofferire!
Io, per me, innanzi vuo' prima morire,
Che seguir tai cervelli.[231]
E continua allo stesso modo per cinquantasei versi. Di simili e di peggiori tutta questa commedia è piena. Il Polidori, che l'ha pubblicata fra quelle del Machiavelli, dubita assai della sua autenticità; l'Hillebrand, che l'accetta come autentica e vi trova qua e là qualche bellezza, conviene anch'egli che è indegna dell'autore della Mandragola. Il Macaulay però non l'accetta per genuina, dicendo che nè i meriti, nè i difetti di essa ricordano mai il Machiavelli.[232] Questa opinione, che fu anche la nostra, è stata recentemente messa fuori d'ogni dubbio dal fatto che in un codice Ashburnham. (572 a c. 52b) Filippo Strozzi scrisse di sua mano che la commedia era sua.[233]
L'Andria è una traduzione della commedia di Terenzio, che porta lo stesso titolo. Paragonandola con l'originale, vi si trovano alcuni luoghi in cui la frase latina non è resa fedelmente, ed altri nei quali la frase italiana è ancora incerta ed oscura, il che farebbe supporre che manchi l'ultima lima. In generale però essa non solo interpetra con fedeltà l'originale latino, ma ha una freschezza ed una spontaneità assai maggiori che nelle più moderne e reputate traduzioni.[234]
Queste sono le commedie del Segretario fiorentino. Ma non dobbiamo tralasciar di ricordare, come fu più volte da altri già osservato, che anche la Sporta, la migliore cioè delle due commedie di Giovan Battista Gelli, sia stata da questo composta sugli abbozzi che ne lasciò il Machiavelli.[235] E ciò, sebbene da alcuni sia stato negato, è pur messo fuori d'ogni dubbio dal Ricci, il quale nel suo Priorista, enumerando le opere dello zio, dice chiaro che questi compose ancora, «pigliando il concepto dall'Aulularia di Plauto, un'altra commedia detta la Sporta; ma perchè gli fragmenti di essa restarono in mano di Bernardino di Giordano, essendo capitati alle mani di Giovan Battista Gelli, aggiuntovi poche cose, la diede fuori per sua.»[236] Questi, nella sua dedicatoria, dice d'avere ritratto il caso dal vero, e nel prologo riconosce di aver voluto imitare Plauto e Terenzio; nella scena IV dell'atto III, ricorda la Mandragola e la Clizia del Machiavelli, senza altro aggiungere. Che egli però, non solo ne leggesse molto gli scritti, ma spesso anche li imitasse, è cosa certa. Il concetto stesso della Circe, che è il miglior suo lavoro, trovasi già nell'Asino d'Oro del Machiavelli, che lo aveva preso dagli antichi; e la sua seconda commedia, intitolata l'Errore, fu in parte almeno, come egli medesimo implicitamente riconosce, imitata dalla Clizia.[237] Quanto alla Sporta, leggendola con attenzione, si può qualche volta credere di ritrovarvi la mano del Segretario fiorentino, nella più grande naturalezza e vivacità del dialogo, ed in alcuni monologhi, che hanno le ben note riflessioni di lui. Il Gelli, secondo noi, con la introduzione di episodî e di personaggi secondarî, arruffò non poco l'intreccio della commedia, della quale il Machiavelli assai probabilmente aveva disteso solamente l'ordito, cominciando qua e là a colorirne le scene e i dialoghi colla sua consueta vivacità. Sono però ipotesi, giacchè una volta perduto questo suo abbozzo, non potrà mai con certezza essere determinata la parte che gli spetta nella composizione della Sporta. In ogni modo tutto ciò potrebbe assai poco aggiungere o levare alla sua fama di autore comico, la quale riposerà sempre sulla Mandragola, sola commedia in cui il Machiavelli dette prova d'un vero genio drammatico. Fu un momento di felice ispirazione, di vera creazione poetica, che non si ripetè una seconda volta in tutta la sua vita.
CAPITOLO XI.
L'Asino d'Oro. — I Capitoli ed altre poesie minori. — Il Dialogo sulla lingua. — La Descrizione della Peste. — Il Dialogo dell'ira e dei modi di curarla. — La Novella di Belfagor arcidiavolo. — Altri scritti minori.
A tempo avanzato il Machiavelli scrisse, specialmente in questi anni, alcune opere minori, in versi ed in prosa, delle quali dobbiamo ora occuparci. Quanto alle poche poesie, i suoi versi sono facili, ed hanno spesso una satirica e pungente vivacità; ma somigliano troppo alla prosa. Vi si trovano di tanto in tanto energiche espressioni, pensieri profondi e lungamente meditati; ma sono massime filosofiche e considerazioni che ricordano i Discorsi ed il Principe; quello che invece manca è la forza delle immagini, la originalità della rappresentazione, in una parola, tutte le qualità essenziali a costituire un vero poeta. Questi versi nondimeno sono spesso utili a farci indovinare lo stato d'animo dell'autore, e ci aiutano quindi a meglio conoscere la storia del suo spirito.
L'Asino d'Oro è il principio d'un poema in terza rima, a cui il Machiavelli lavorava nel 1517, come apparisce dalla lettera che in quell'anno stesso indirizzò a Lodovico Alamanni,[238] nella quale si vede che dava molta importanza a questo suo lavoro. Pure, dopo averne scritto otto brevissimi capitoli, lo abbandonò, mancandogli la vena e la voglia di continuare una narrazione senza intreccio, senza passione e senza attrattiva. Il titolo è preso da Apuleio e da Luciano, il soggetto dal dialogo di Plutarco, Il Grillo. Di tanto in tanto vi si scorge una certa pretensione d'imitare la Divina Commedia; ma in sostanza è, o almeno voleva essere, una satira de' Fiorentini del suo tempo. Il poeta ci dice che, dopo essersi un pezzo quetato dal mordere ne' suoi scritti or questo or quello, è stato a un tratto ripreso dalla vecchia smania, stimolato specialmente dai tempi, che offrono alla satira larga materia. Egli entra in un'aspra selva, nella quale, invece delle tre fiere di Dante, incontra una delle donzelle di Circe, circondata da animali che conduce, e che sono uomini trasformati in bestie. È da lei menato in un palazzo, dove viene avvertito che sarà mutato in bestia anch'egli. Intanto cena e sta in compagnia di lei, ne descrive le bellezze minutamente, ma senza eleganza o finezza d'arte:
Avea la testa una grazia attrattiva
Tal ch'io non so a chi me la somigli,
Perchè l'occhio al guardarla si smarriva.
Sottili, arcati e neri erano i cigli,
Perchè a plasmargli fur tutti gli Dei,
Tutti e' celesti e superni consigli.[239]
Lasciato solo, si pone subito da filosofo a meditare sulle cagioni
Del varïar delle mondane cose,
ed entra nelle ben note sue considerazioni. Ciò che fa rovinare dalle loro maggiori altezze i potenti è il non esser mai satolli del potere. Venezia cominciò a decadere, quando volle allargarsi sulla terraferma. Sparta e Atene cominciarono a decadere, quando ebbero domati i vicini. Le città della Germania, invece, che hanno solo sei miglia di territorio, sono libere e tranquille. Firenze, cui non fece paura l'imperatore Arrigo IV, quando essa aveva i suoi confini presso alle mura, oggi ha invece paura d'ognuno. Certo un governo dura assai più quando ha buone leggi e buoni costumi; ma anche allora non siam certi di poter esser sempre tranquilli, perchè le cose umane mutano inevitabilmente.
La virtù fa le regïon tranquille;
E da tranquillità poi ne risolta
L'ozio, e l'ozio arde i paesi e le ville.
Poi, quando una provincia è stata involta
Ne' disordini un tempo, tornar suole
Virtute ad abitarvi un'altra volta.
Quest'ordine così permette e vuole
Chi ci governa, acciò che nulla stia
O possa star mai fermo sotto 'l sole.
Così è stato e sarà sempre. Il bene succede al male e viceversa; l'uno è cagione dell'altro. S'ingannano assai coloro i quali pensano di salvarsi coi digiuni e colle orazioni da queste vicende.
Creder che senza te, per te contrasti
Dio, standoti ozïoso e ginocchioni,
Ha molti regni e molti Stati guasti.
Son ben necessarie al popolo le orazioni, e matto sarebbe chi gliele vietasse;
Ma non sia alcun di sì poco cervello,
Che creda, se la sua casa ruina,
Che Dio la salvi senz'altro puntello;
Perchè e' morrà sotto quella ruina.[240]
Questa, come ognun vede, non è poesia, sono pagine dei Discorsi tradotte in versi. Negli ultimi tre capitoli c'è meno filosofia. La bella donna conduce il poeta a vedere gli animali, ed egli ce ne dà prima un elenco, poi si ferma a parlare con un grosso porcello, cui domanda se vuol tornare uomo, ed in risposta ha il ben noto elogio delle condizioni in cui sono gli animali, privi di cure e di pensieri tormentosi, condizioni che il porcello si sforza di provare essere, sotto ogni aspetto, preferibili a quelle dell'uomo.[241]
Secondo il Busini, nell'Asino d'Oro s'alludeva a Luigi Guicciardini ed agli amici de' Medici, ma egli non sa poi dirci altro di più preciso.[242] Certo il Machiavelli stesso dichiara, che nelle bestie da lui vedute ritrovò persone che aveva già conosciute, che gli eran prima parse Fabî e Catoni, ma che più tardi colle opere riuscirono pecore e montoni; e per questa ragione egli voleva morderle. Il poema resta però interrotto prima che avvenga la trasformazione in asino, cioè appunto là dove le allusioni dovevano cominciare a divenire più trasparenti; onde se non riuscì al Busini ed ai suoi contemporanei l'indovinarle, molto meno può riuscire oggi a noi.
Seguono nelle Opere, poesie minori, e prima il breve Capitolo dell'Occasione, che venne indirizzato a Filippo dei Nerli,[243] e fu creduto imitazione d'un epigramma greco dell'Antologia Planudea; ma invece, come venne dimostrato dal prof. Piccolomini, è quasi tradotto dalla imitazione che ne fece Ausonio nel suo epigramma XII.[244] Più lungo è il Capitolo di Fortuna, indirizzato a Giovan Battista Soderini. Con molta evidenza e naturalezza, con qualche felice immagine, il Machiavelli torna qui ad esporre le sue idee sulla Fortuna. Colui è veramente felice, che sa adattarsi alle ruote su cui essa gira; ma non basta, perchè mutano continuamente il loro moto. Bisognerebbe quindi essere pronti a saltar di ruota in ruota, cosa che non consente l'occulta virtù che ci governa: noi non possiamo mutar persona e quindi natura. Assai spesso avviene perciò, che quanto più siamo saliti in alto, tanto più precipitiamo in basso, e la Fortuna mostra allora tutta la sua potenza.
Avresti tu mai visto in loco alcuno,
Come un'aquila in alto si trasporta,
Cacciata dalla fame e dal digiuno?
E come una testuggine alto porta
Acciocchè il colpo nel cader la 'nfranga,
E pasca sè di quella carne morta?[245]
Così fa la Fortuna.
Dopo questo Capitolo, che è certo dei migliori, segue l'altro Della Ingratitudine, indirizzato a Giovanni Folchi.[246] È assai più tirato via; ma v'è pure qualche notevole allusione alle sventure dell'autore. Il dente dell'altrui invidia che mi morde, così comincia il Machiavelli, renderebbe maggiore la infelicità che mi ha colpito, se le Muse non rispondessero alle corde della mia cetra. So di non essere veramente un poeta, ma spero di coglier pure qualche ramo d'alloro nella via che n'è piena.
Cantando, dunque, cerco dal cuor torre,
E frenar quel dolor de' casi adversi,
Cui dietro il pensier mio furioso corre;
E come del servir gli anni sien persi,
Come in fra rena si semini ed acque,
Sarà or la materia de' miei versi.
Quando alle stelle dispiacque la gloria dei mortali, nacque l'Ingratitudine figlia dell'Avarizia, e dei sospetti, che ha la sua sede principale nelle Corti e nel cuore dei principi. Essa colpisce con tre saette avvelenate: non compensando i benefizî ricevuti, dimenticandoli affatto, e finalmente ingiuriando addirittura il benefattore.
Questo colpo trapassa dentro all'ossa,
Questa terza ferita è più mortale,
Questa saetta vien con maggior possa.
Poi aggiunge, che quando il popolo comanda, la sua ingratitudine è tanto maggiore, quanto è maggiore la sua ignoranza; e però ne segue che i buoni cittadini sono da esso sempre male rimunerati, qualche volta spinti sino anche a meditar la tirannide. Ricorda la storia greca e la romana, Aristide, Scipione e Cesare, per venire poi ai suoi tempi, nei quali trova che i principi sono divenuti anche più ingrati dei popoli, esempio il gran capitano Consalvo, che
al suo re sospetto vive
In premio delle galliche sconfitte.
Questa allusione prova che il Capitolo non fu scritto più tardi del 1515. E finalmente il Machiavelli conchiude, quasi ammonendo sè stesso:
Dunque non sendo Ingratitudin morta,
Ciascun fuggir le Corti e Stati debbe;
Che non c'è via che guidi l'uom più corta
A pianger quel ch'e' volle, poi che l'ebbe.[247]
Nel Capitolo dell'Ambizione, indirizzato a Luigi Guicciardini,[248] si torna di nuovo alle considerazioni filosofico-politiche. Esso non potè essere scritto molto dopo del precedente, perchè allude più volte, come di recente seguìta, alla fraterna lite dei Petrucci in Siena, la quale scoppiò l'anno 1516. L'Ambizione è cominciata da Caino, e non ha mai abbandonato i mortali. Perciò il mondo non ha pace, i regni, gli Stati furono disfatti, i principi rovinati. E se tu chiedi, perchè essa in un caso riesce nel suo intento, nell'altro no, io ti dico che questo dipende dall'essere o non essere all'ambizione unita la ferocia dell'animo. Ma se qualcuno volesse incolpare la natura, perchè non fa ora nascere fra noi uomini che abbiano questa energia, io gli ricorderei, che l'educazione può sempre supplire, dove manchi la natura. L'educazione fece un giorno fiorente e forte l'Italia, che
Or vive (se vita è vivere in pianto)
Sotto quella rovina e quella sorte,
Ch'ha meritato l'ozio suo cotanto.
Se tu in fatti rivolgi a questa lo sguardo, non vedrai altro che desolazione e stragi. I padri sono uccisi coi figli; molti vanno fuggendo in straniere regioni; le madri piangono il destino delle figlie; le fosse e le acque sono sozze di sangue, piene di membra umane;
Dovunque tu gli occhi rivolti e giri,
Di lagrime la terra e sangue è pregna,
E l'aria d'urli, singulti e sospiri.
«Tutto questo è nato dall'Ambizione. Ma a che vado io discorrendo lontano, ora che essa sopra i monti di Toscana vola, ed ha già messo tante faville tra quelle genti piene d'invidia, che arderà le terre e le ville, se grazia e ordine migliore non la spegne?»[249] Qui il Machiavelli allude alla guerra contro Urbino, cominciata appunto in quegli anni, e condotta da Lorenzo de' Medici, che partì da Firenze nel maggio 1516.
Poco di notevole hanno le terzine del Capitolo Pastorale e la Serenata in ottava rima. Il soggetto non si presta nè alla satira, nè alle considerazioni filosofiche; il merito dovrebbe essere puramente poetico, e la penna del Machiavelli procede quindi più fiacca. Le ottave sono abbastanza disinvolte, ma dopo quelle del Poliziano e dell'Ariosto, c'è poco in esse da ammirare. Scrisse ancora sei Canti Carnascialeschi di vario metro. Alcuni hanno brio e naturalezza, ma non v'è altro. Mancano la freschezza e la vivace descrizione che s'incontrano così spesso in quelli di Lorenzo de' Medici, il quale fu anche l'inventore del genere. Le oscenità che vi abbondano, restano perciò semplici allusioni indecenti. Nel primo, il Canto dei Diavoli, questi discendono saltellando sulla terra, e si dichiarano autori di tutti i mali e di tutti i beni che vi sono, incitando gli uomini a seguirli. Nel secondo, Canto d'amanti disperati e di donne, gli amanti piangono le pene invano patite per amore, e dichiarano che perciò preferiscono ora l'Inferno; le donne vorrebbero averne pietà, ma ormai è tardi, non è più tempo d'amore, e però esse concludono avvertendo le giovani a non aver troppi rispetti, per non pentirsi poi invano del tempo perduto. Nel terzo, che è intitolato Canto degli Spiriti beati, si deplorano i mali che tribolano il genere umano, specialmente l'Italia.