ISTORIA CIVILE DEL
REGNO DI NAPOLI VOLUME II


ISTORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI

DI

PIETRO GIANNONE

VOLUME SECONDO

MILANO
PER NICOLÒ BETTONI
M.DCCC.XXI


[INDICE]


STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI

LIBRO QUARTO

I Longobardi non altronde, che da' Goti riconoscono la loro origine, e la penisola di Scandinavia fu dell'una e dell'altra gente la comune madre: regione, che a dovere fu da Giornandes appellata Vagina gentium, e che può meritamente vantarsi di avere prodotti tutti quelli Principi, che lungamente le Spagne, buona parte delle Gallie, e sopra tutto l'Italia signoreggiarono, la quale ancorchè veggasi di questi tempi sottratta dal dominio de' Goti, ben tosto ricadde sotto quello de' Longobardi; e, questi poi mancati, sotto i Normanni, che pure vantano la medesima origine[1]. I Gepidi, che dalla prosapia de' Goti discesero, usciti da quella penisola insieme co' Goti, alla Vistola fermaronsi[2]: indi superati i Borgognoni, si avanzarono, come narra Procopio, nell'una e nell'altra riva del Danubio, dove furono a' Romani infesti per le varie incursioni e scorrerie, che fecero in quella regione, secondo che scrive Vopisco. Finalmente regnando in Oriente Marziano Imperadore, avendo discacciati gli Unni dalla Pannonia, quivi fermarono le loro sedi. Egli è altresì appresso sì gravi Scrittori costantissimo, che divisi fra loro i Gepidi, da questa divisione ne sursero i Longobardi: ond'è, che Salmasio[3], rende a noi testimonianza d aver egli in alcuni antichi libri Greci, non ancora impressi, osservato, che i Gepidi si nomavano Longobardi: Gepidae, qui dicuntur Longobardi: e Costantino Porfirogenito Imperador di Costantinopoli, dall'istoria di Teofane (quegli, che dai Greci fra il numero de' Santi fu venerato) trascrisse ancora, che dalla divisione de Gepidi sursero i Longobardi[4].

Chi parimente di lor facesse memoria egli è Prospero Aquitanio Vescovo di Reggio, che scrisse innanzi Paolo Varnefrido Diacono d'Aquileja: parla egli di questi Longobardi, dando loro la medesima origine, i quali dalla Scandinavia, giunti a lidi dell'Oceano, avidi di nuove sedi, primieramente sotto Ibone, ed Ajone loro Capi vinsero i Vandali, e si dissero Vinili, cioè vaghi, non avendo allora alcuna ferma sede; ma da poi avendo eletto per loro Re Agilmondo, dopo avere scorse varie regioni, finalmente nella Pannonia si fermarono. Dopo Agilmondo ebbero successivamente per loro Re, Lamisco, Leta, Ildeoc, Gudeoc, Claffo, Tato[5], e dopo questi Valtau; del qual Principe appresso altri non fassi memoria, siccome colui, che regnò picciol tempo, ed in continue guerre. Succederono poscia Vaco, Audoino e finalmente Alboino, quello che, avendo stabilito con Narsete una ben ferma e stretta pace ed amicizia, fu poi riserbato alla conquista d'Italia.

Come questi Popoli prendessero il nome di Longobardi, non bisogna volerne più di quello, che con molta assicuranza ne scrisse Paolo Varnefrido[6], cioè, che questi Vinili si dissero Longobardi per la lunghezza delle loro barbe, le quali con tanto studio serbavansi essi intatte dal ferro; imperciocchè, secondo il lor linguaggio, lang non significa altro, che longa, e baert, barba: nel che s'accordano Costantino Porfirogenito,[7] Ottone Frisingense[8], Cuntero[9], e Grozio.

So che alcuni moderni Scrittori, non contenti di quel che sì antichi e gravi Autori rapportano, hanno voluto ricercare in altri paesi l'origine di questi Popoli, ed il nome de' Longobardi non dalla lunghezza delle loro barbe, ma, come credette l'Abate della Noce[10], dalla lunghezza delle loro alabarde, ed altri altronde, esser derivato.

Alcuni niegano essere dalla Scandinavia usciti, ma dalla interior Germania; dicono che molto prima di quel che narrasi della loro uscita da quella penisola, de' Longobardi fecero menzione Strabone, Tacito, Tolomeo e Patercolo[11], come di Popoli, che nella interior Germania viveano, onde il nome loro essendo più antico, non dalla barba lunga, come dice Paolo Varnefrido, ma altronde uopo è che derivi. Il nodo con molta facilità fu sciolto dall'incomparabile Ugon Grozio[12]; poichè questo nome non significa altro, che uomini di barba lunga, come lo riconobbero tutti i Germani, e Varnefrido istesso: ora i nomi di questa sorte, che derivano da' varj abiti ed aspetti, sogliono ora appresso un Popolo, ora presso ad un altro in varj luoghi, ed anche in varj tempi distantissimi, secondo che appare la novità e stranezza, nascere e spandersi tra quella gente, la quale della novità si maraviglia. Presso a' Germani, come narra Tacito, era cosa usitatissima farsi crescere i capelli e la barba, nè solevan quelli tosarsi, se non dopo sconfitta l'oste nemica; ma qualora avveniva, che un grande stuolo d'uomini compariva in altra regione con un aspetto assai nuovo e strano, certamente che presso a coloro eran denominati per quel nuovo e strano aspetto, onde eran sorpresi; e quindi non è maraviglia, se quella novità, ora in un luogo, ora in un altro avesse prestata occasione al nuovo nome: che fuvvi di comune tra Domizio Enobarbo, Federico Barbarossa, ed alcuni famosi Corsari di questo nome? Niente, se non che, essendo simili d'aspetto, fu anche a lor comune il nome. Ogni ragion vuole adunque, che in sì fatte cose crediamo a' vecchi Scrittori, e delle cose de' Longobardi precisamente a Paolo Varnefrido, che ancorchè nato in Italia, fu d'origine Longobardo, il quale è l'unico, ed il proprio Scrittore de' fatti loro. Ove manca questo Scrittore, possiam ricorrere ad Erchemperto, e dopo costui agli altri Scrittori contemporanei, che non ne mancano[13]; onde saviamente n'ammonisce Grozio, che dobbiam credere a' vecchi, quando questi nuovi Scrittori nulla ci recan di più credibile e di più certo; e tenere co' primi, che i Vandali, gli Ostrogoti e Vestrogoti, i Gepidi ed i Longobardi, tutti alla Scandinavia debbiano la loro origine.

Ma ciò che siasi, egli è presso a tutti costante, che i Longobardi, dopo avere scorse varie regioni di Europa, finalmente nella Pannonia si fermarono, la qual provincia fu da essi dominata per 42 anni, e si contano da Agilmondo fino ad Alboino dieci Re, sotto i quali vissero. Nel Regno d'Alboino, essendo stato mandato in Italia Narsete da Giustiniano per discacciarne i Goti, che sotto Totila avevan riacquistata quella provincia, egli essendo già molto tempo prima in lega co' Longobardi, mandò Ambasciadori ad Alboino, dimandandogli soccorso contra i Goti. Allora fu, che Alboino gli mandò una eletta banda di guerrieri, i quali aiutassero i Romani contra i Goti[14]. Costoro, passando per lo golfo del mare Adriatico, vennero in Italia; e fu la prima volta, che questi Popoli videro queste belle contrade, e in una di queste nostre province, cioè nel Sannio, ponessero il piede, come diremo. Uniti intanto co' Romani, vennero a battaglia co' Goti, essendo loro riuscito di rompergli in quella battaglia, ove rimase Totila ucciso, carichi di molti doni e vincitori ritornarono alle proprie stanze; ed in tutto il tempo, che i Longobardi possederono la Pannonia, furono in aiuto de' Romani contra i nemici de' medesimi, e Narsete mantenne e conservò sempre una stretta e fedel amicizia con Alboino; onde non fu a lui impresa molto difficile allettarlo (per vendicarsi del torto fattogli da Sofia moglie dell'Imperador Giustino) a venire alla conquista d'Italia, siccome colui al quale erano altresì note le ricchezze di questa provincia, e le molte altre prerogative, onde era fornita. Risolse intanto questo Principe, agli inviti di Narsete, di mettersi egli in persona alla testa del suo esercito, ed avendo anche per questa impresa sollecitato l'aiuto degli Sassoni, lasciata la Pannonia agli Unni (donde questa provincia prese poi il nome d'Ungheria) con legge, che se per qualche sinistro accidente non gli riuscisse l'impresa per cui partiva, e gli bisognasse ritornare, dovessero restituirgli ciò che loro si lasciava, si pose co' suoi Longobardi e loro famiglie, e co' Sassoni ed altri popoli in cammino, e nel mese d'aprile dell'anno 568, regnando nell'Oriente Giustino Imperadore, entrarono in Italia[15]. Trovavasi allora questa provincia sprovista d'ogni aiuto, e divisa in tante parti per la nuova forma, che Longino, Esarca di Ravenna l'avea data; onde potè Alboino in un tratto occupar Aquileja con molte terre della provincia di Venezia; ed in questo stesso anno 568 prese anche Friuli, capo di questa provincia, e quivi fermatosi l'inverno, ridotta quella in forma di Ducato, ne creò Giulfo, suo nipote, Duca. Ecco l'origine ed il nome del Ducato Forojuliense, che fu il primo, costituito da' Longobardi nella provincia di Venezia.

Tolta da Alboino questa provincia a' Greci, passò nel seguente anno 569 ad occupar Trivigi ed Oderzo; indi, lasciatosi addietro Padova, Monte Selice, Mantova e Cremona, sorprende Vicenza, Verona e Trento, e l'altre Terre di quella provincia; e secondo che queste città venivan in suo potere, così a ciascuna di esse, oltre a lasciargli un valido presidio de' Longobardi, vi creava un Duca, che la reggesse. Questi Duchi nel lor principio, a somiglianza de' Duchi di Francia, che ci descrive Paolo Emilio[16], non furono, che semplici Uffiziali o Governadori di città, e la lor durata pendea dall'arbitrio del Principe, che gli creava.

CAPITOLO I Di Alboino I, Re d'Italia, che fermò la sua sede regia in Pavia; e degli altri Re suoi successori.

Non furono nel seguente anno 570 minori gli acquisti, che Alboino fece nella Liguria: avendo egli passato il fiume Adda, tosto prende Brescia, Bergamo, Lodi, Como e tutte l'altre castella della Liguria insino all'Alpi; indi all'impresa di Milano, capo della Provincia, s'accinge, che dopo breve assedio si rende alle sue armi. Passata questa città sotto il suo dominio, i Longobardi subito gridarono Alboino Re di Italia, e con acclamazioni giolive per tale lo salutarono, dandogli l'asta, ch'era allora l'insegna del Regio nome. I riti e le cerimonie, che si praticavano da queste Nazioni nella creazione de' loro Re, non erano, che d'innalzare l'eletto sopra uno scudo in mezzo all'esercito[17], e con acclamazioni gridarlo e salutarlo Re, dandogli in mano l'asta, in segno della Real dignità. Questo fu il principio del Regno de' Longobardi in Italia sotto Alboino I, Re d'Italia, ma XI. Re de' Longobardi, se tra la serie de' loro Principi, che ressero la Pannonia, vuolsi anche annoverare Valtau, che regnò poco, ed il suo Imperio fu molto contrastato. Noi, a' quali nulla giova tener conto de' Re della Pannonia, lo diremo, in questa Istoria, I. Re di Italia, e secondo quest'ordine nomineremo gli altri suoi successori: e dal mese di gennaro di questo anno 570 numereremo il principio del Regno d'Alboino e de' Longobardi in Italia, non dalla loro entrata, come hanno fatto altri, che fu nell'anno 568. L'Abate Bacchini nelle sue Dissertazioni sopra il libro Pontificale di Agnello Ravennate, avverte; che due epoche si debbono stabilire per togliere ogni confusione; l'una presa dall'entrata de' Longobardi in Italia nel 568 ai 2 di aprile; l'altra dal cominciamento del Regno di Alboino in Italia, che corrisponde a' 29 di dicembre dell'anno 568. Con queste due epoche mostra le ragioni, per le quali s'ingannò il Baronio, che fa morire Alboino nel 571 dopo tre anni e mezzo di Regno assegnatigli da Paolo Diacono, e difende il chiarissimo Sigonio, censurato da Camillo Pellegrino, intorno a questo particolare, confrontando esattamente i computi dell'uno e dell'altro dal suddetto anno primo del Regno de' Longobardi fino alla morte di Rotari, seguita nel 671, secondo Paolo Diacono ed il Sigonio, i quali mirabilmente convengono.

Ma che che ne sia, non essendo del nostro instituto esaminar tanto sottilmente i tempi, Alboino avendo ridotta la Liguria sotto la sua dominazione, con non minor felicità nell'altre vicine Province stende il suo dominio. Assedia Pavia; per la difficoltà del sito, non essendogli riuscito di prenderla, vi lascia nell'assedio parte del suo Esercito, e col rimanente invade l'Emilia, la Toscana e l'Umbria. Prende molte città della Emilia, Tortona, Piacenza, Parma, Brissello, Reggio e Modena. La Toscana è quasi tutta in sua potestà; e passando nell'Umbria, occupa in prima Spoleto, città un tempo quanto antica, altrettanto nobile, che se bene da' Goti fosse stata ruinata, era stata nulladimeno da poi da Narsete restituita al suo stato primiero, e da Alboino non solo conservata, ma fu adornata ancora d'altre prerogative, avendola fatta metropoli dell'Umbria, la quale ridotta da lui in forma di Ducato, a Spoleto la sottopose, dove costituì Duca Faroaldo, che ne fu il primo Duca[18]; e quindi poi il Ducato Spoletano cominciò a celebrarsi, e sopra gli altri si rendè cospicuo, onde fra gli tre famosi Ducati de' Longobardi fu annoverato; e così parimente dava intanto Alboino all'altre città ancora i loro Duchi, che l'amministrassero, come aveva fatto nelle province di Venezia e della Liguria. Ma disbrigato questo Principe dall'impresa di queste città, fece tantosto ritorno all'assedio di Pavia, ed alla fine dopo il terzo anno, ridusse questa alla sua ubbidienza, ed ancorchè fieramente sdegnato contro a' suoi cittadini, per tanta resistenza usatagli, pensasse di passargli tutti a fil di spada, persuaso nulladimeno dagli stessi Longobardi del contrario, se ne ritenne, ed entrato nella città, fu da tutti per Re acclamato e salutato. E quivi, come in città forte ed opportuna, volle stabilire la sua sede Regia; onde poi avvenne, che durante la dominazione de' Longobardi in Italia, Pavia fosse sopra tutte le altre sue città innalzata per capo e metropoli di tutto il Regno d'Italia.

Alboino per gli tanti e sì veloci acquisti, credendo aver già ridotta l'Italia sotto la sua signoria, portatosi a Verona, volle celebrarvi un solenne convito. Teneva questo Principe per moglie Rosmonda figliuola di Comundo Re de' Gepidi, al quale, in una battaglia, colla vita aveva tolta anche la Pannonia, e spinto dalla sua fiera natura, fece del teschio di Comundo fare una tazza, nella quale, in memoria di quella vittoria, solea bere[19]: essendo dunque Alboino in questo convito divenuto allegro, avendo il teschio di Comundo pieno di vino, lo fece presentare a Rosmonda Regina, la quale dirimpetto a lui sedeva, dicendo a voce alta, che voleva in tanta allegrezza avesse ella bevuto con suo padre; la qual voce fu come una ferita nel petto della donna; onde deliberata di vendicarsi, sapendo, che Almachilde, Nobile longobardo, e giovane feroce, amava una sua damigella, trattò con costei, che celatamente desse opera, che Almachilde in suo cambio dormisse con lei: ed essendo Almachilde, secondo l'ordine della damigella, venuto a ritrovarla in luogo oscuro, giacque, non sapendolo, con Rosmonda, la quale dopo il fatto se gli scoperse, e dissegli, ch'era in suo arbitrio, o ammazzare Alboino e godersi sempre di lei e del Regno, o esser morto dal Re, come stupratore della moglie. Consentì Almachilde di ammazzare Alboino; ma dapoi che eglino l'ebbero ucciso, veggendo, come non riusciva loro di occupare il Regno, anzi dubitando di non esser morti da' Longobardi, per l'amore che ad Alboino portavano, con tutto il tesoro regio se ne fuggirono in Ravenna a Longino, dal quale furono onorevolmente ricevuti. Ma Longino, riputando essere allora il tempo comodo a poter diventare, mediante Rosmonda ed il suo tesoro, Re de' Longobardi e di tutta Italia, conferì con lei questo suo disegno, e la persuase ad ammazzare Almachilde e pigliar lui per marito: il che da lei accettato, ordinò una coppa di vino avvelenato, e di sua mano la porse ad Almachilde, che assetato usciva del bagno, il quale come l'ebbe bevuta mezza, sentendosi commovere le viscere, ed accorgendosi di quel ch'era, sforzò Rosmonda a bere il resto; e così in poche ore l'uno e l'altro di loro morirono, e Longino restò privo della speranza di diventare Re.

§. I. Di Clefi II Re d'Italia.

I Longobardi intanto, morto Alboino che regnò tre anni e sei mesi, dopo averlo amaramente pianto, raunatisi in Pavia principal sede del suo Regno, fecero Clefi loro Re[20]; uomo quanto nobile, altrettanto di spiriti altieri, e crudele, il quale appresso Ravenna riedificò Imola stata rovinata da Narsete, occupò Rimini, e quasi infino a Roma, ogni altro luogo; ma nel corso delle sue vittorie morì per mano d'un suo famigliare, non avendo regnato, che diciotto mesi. Fu Clefi in modo crudele, non solamente contra gli stranieri, ma eziandio contra i suoi Longobardi, che questi sbigottiti della potestà regia, punto non curarono d'eleggersi subito altro Re; ma per dieci anni continui vollero più tosto a' Duchi ubbidire; ciascun dei quali ritenne il governo della sua città e del suo Ducato con piena facoltà e dominio, non riconoscendo come prima l'autorità Reale, o altro supremo dominio. Questo consiglio fu cagione, che i Longobardi non occuparono allora tutta l'Italia, e che Roma, Ravenna, Cremona, Mantova, Padova, Monselice, Parma, Bologna, Faenza, Forlì e Cesena, parte si difesero un tempo, parte non furon mai da loro conquistate; imperocchè il non avere Re, gli fece men pronti alla difesa; e poichè di nuovo il crearono, divennero (per essere stati liberi un tempo) meno ubbidienti e più facili alle discordie fra loro. La qual cosa, prima ritardò le loro conquiste, e da poi in ultimo fu cagione, che fossero d'Italia cacciati.

Non dee qui tralasciarsi di notare con Camillo Pellegrino[21] l'error fatto già comune tra' moderni Scrittori, i quali seguitando il Sigonio, o qualche altro Scrittore più antico di lui, credettero, che i Longobardi abbominando la potestà Regia, mutassero la forma del Regno, e che, morto Clefi, creassero allora trenta Duchi, fra i quali fu diviso il loro Regno, perocchè chi attentamente considererà le parole di Paolo Varnefrido[22], che di questa mutazione favella, scorgerà, che i Longobardi, morto Clefi, trascurando di elegger subito il loro Re, forse atterriti della crudeltà di quel Principe, e spaventati dall'infelice fine, ch'ebbero Alboino e Clefi, seguitarono a vivere sotto i loro Duchi: i quali non furono allora la prima volta istituiti per dar nuova forma e mutar l'antica del Regno loro, ma fin da' tempi del Re Alboino e di Clefi si ritrovavano già eletti, secondo l'usanza de' Longobardi presa da' Greci, che dopo la conquista delle città, per governo delle medesime vi destinavano un Duca siccome in fatti lo stesso Varnefrido ne accerta, che nella morte di Clefi si ritrovavano preposti come Duchi, al governo di Pavia, Zaban: a quel di Milano, Alboino: di Bergamo, Vallari: di Brescia, Alachi: di Trento, Evin: del Friuli, Gisulfo: ed oltre a costoro nell'altre città a' Longobardi soggette, v'erano trenta Duchi, a ciascun de' quali il governo d'esse era commesso. Per la qual cosa, dall'essersi differita l'elezione del Re, non altra novità fu introdotta, se non che, siccome prima questi Duchi erano a' Re in tutto subordinati, e come suoi Ministri dipendevan da' loro cenni; essendo poi per lo spazio di dieci anni mancati li Re, ciascun il Ducato a se commesso governava con assoluta potestà ed arbitrio: cagione che fu di tanti disordini, e che da poi gli fece pensare ad elegger di comun consiglio e parere Autari figliuolo di Clefi, perchè agli incessanti danni facesse argine e desse ristoro. Nè dee altresì tralasciarsi, che, conforme n'accerta lo stesso Varnefrido, non trenta furono questi Duchi, come comunemente si crede, ma giunsero fino al numero di 36 dicendo espressamente questo Scrittore, che trenta furon destinati al governo delle altre città, oltre a' sei, de' quali aveva egli fatta menzione, cioè de' Duchi di Pavia, di Milano, Bergamo, Brescia, Trento, e Friuli. Del Ducato di Benevento non si fa parola, come quello, che non era stato ancora istituito, continuando tuttavia queste nostre province nel dominio de' Greci sotto Tiberio successor di Giustino, il quale dopo anni 12 d'Imperio era per soverchi travagli morto, ed in suo luogo creato Tiberio, che occupato nella guerra de' Parti, non poteva sovvenir l'Italia, nè impedire i progressi de' Longobardi.

Le cose di costoro, durante questo interregno, ancorchè andassero alquanto prospere, per quel che riguarda alle guerre, che fecero a' Greci, avendo nell'anno 579 colle nuove conquiste di Sutri, Bomarzo, Orta, Todi, Amelia, Perugia, Luccoli, ed altre città ingrandito lo Stato; nulladimeno tosto s'avvidero, che volendo in sì fatta guisa tener diviso il lor Reame, non poteva durar lungamente; imperocchè essendosi data, per qualche discordia fra essi insorta, facile e pronta occasione d'essere assaliti da Nazioni straniere, conobbero con manifesto lor danno, di quanto nocumento fosse questa loro divisione: perchè assaliti da Franzesi, avevan da questa Nazione avute molte strane rotte; e oltre a ciò, ad istigazione del Re di Francia, si ribellarono tre Duchi[23]. Aggiugnevasi a tutto questo, ch'essendo nel 584 morto Tiberio Imperadore il qual avea retto sette anni l'Imperio, lodevole più per la sua pietà cristiana, che per la prudenza militare, e succedutogli Maurizio di Cappadocia suo Capitano, al quale egli aveva sposata una sua figliuola: Principe, e per valore e per prudenza di gran lunga superiore a' suoi predecessori, Giustino e Tiberio; costui considerando seriamente i gravi danni, che i Longobardi gli aveano portato in Italia, pensò porre in opera tutti i mezzi possibili per discacciargli; e considerando altresì, che non era peso delle spalle di Longino (la cui fedeltà erasi ancor resa sospetta) di poter venire a capo di questa impresa, lo richiamò a se, ed in suo luogo, con nuovo esercito, nello stesso anno 584, mandò per Esarca in Ravenna Smaragdo[24], uomo in guerra esercitatissimo e prudentissimo, e fece Duca di Roma un tal Gregorio, a cui fu il governo del romano Ducato commesso, ed insieme fece Maestro di soldati in Roma Castorio; poichè avevano i Greci in costume di tener nelle città, oltre al Duca, anche il Maestro de' soldati, che ne tenesse cura; onde è, che in Napoli, la quale lungo tempo sotto l'imperio de' Greci si mantenne, oltre al Duca, leggiamo ancora esserci stato questo altro Uficiale.

Giunto Smaragdo in Ravenna, non tardò guari a porre in opera i suoi disegni: fece egli, che Doctrulfo, uomo in guerra espertissimo, si ribellasse da' Longobardi, e passasse alla sua parte: e non molto da poi prese Brissello, ed all'imperio de' Greci lo sottopose. E mentre Smaragdo faceva questi progressi in Italia, non cessava intanto Maurizio di prender altri mezzi, per discacciar da questa provincia i Longobardi: procurava egli con ogni studio tirar alla sua parte i Franzesi, e finalmente gli venne fatto per via di denaro, d'indurre Childeberto Re di Francia a mover guerra a' Longobardi, i quali temendo allora ragionevolmente del gran danno, che per questo apparecchio e confederazione poteva lor venire di là dell'Alpi, e considerando, che non d'altra maniera potevasi a tanti mali riparare, e resistere agli sforzi de' Franzesi e de' Romani, se non col rimettersi sotto il dominio di un solo: subito radunati, crearono di comun consentimento per loro Re Autari figliuolo di Clefi nell'anno 585.

§. II. Di Autari III. Re d'Italia.

Fu Autari un Principe di tanto valore e prudenza che di gran lunga avanzò Alboino; ed i suoi progressi in Italia furon tanti, che a lui debbon i Longobardi la lunga durata del Regno loro in Italia per lo spazio di ducento anni; poichè, appena egli assunto al Trono, cinse di stretto assedio Brissello, e per punir con memorando esempio la fellonia di Doctrulfo, pose in opera tutti i suoi sforzi, per averlo nelle mani; imperocchè questo tradimento avealo renduto in modo sospettoso, che temè sempre fin che regnò, che gli altri Duchi non facessero a lui il somigliante, tanto che fu più agitato nel trovar modo di recare i suoi Duchi all'ubbidienza, che nel resistere agli sforzi dei suoi nemici. Questi fu un Principe cotanto savio e prudente, che più d'ogn'altra cosa pensò a' mezzi, per li quali potesse darsi al suo Regno un più decoroso aspetto e una più stabil forma di governo. Instituì in prima, che i Re longobardi, a somiglianza degl'Imperadori romani, si dovessero nomar Flavii, siccome egli volle esser chiamato, perchè dal suo esempio i successori tenessero questo pronome, che da poi tutti gli susseguenti Re longobardi felicemente usarono[25]. E considerando, che i Duchi avvezzi per lo spazio di dieci anni a governar con assoluto imperio e potestà i loro Ducati, mal soffrirebbero, che avesse loro a togliersi ogni autorità e dominio, ed esser ridotti all'antico stato; affinchè s'evitassero maggiori disordini, e non si venisse all'armi; compose con molta prudenza le cose in questa maniera[26]: che ciaschedun di loro desse al Re, ed a' suoi successori la metà de' dazj e gabelle, perchè servisse a sostenere il regio decoro e la real maestà, e che dovesse nel regal palazzo trasportarsi: l'altra metà se la ritenessero per impiegarla nel governo de' Ducati loro, per le spese e soldi di Ministri, ed altri bisogni: lasciò loro il governo e l'amministrazione delle città, delle quali erano stati Duchi instituiti, ritenendosi però il dominio e la suprema ragione ed autorità regia, con legge, che venendo il bisogno, dovessero subito esser pronti ad assisterlo colle loro forze ed armi contra i suoi nemici; e se bene potesse privargli del Ducato, quando più gli piaceva; nulladimeno Autari mai non volle dar loro de' successori, se non quando o fosse estinta la loro maschile stirpe, o quando se ne fossero resi immeritevoli per qualche gran fellonia commessa[27].

§. III. Origine de' Feudi in Italia.

Ecco donde trassero in Italia origine i Feudi, i quali a somiglianza del Nilo, par che tenessero tanto nascosto il lor capo, e così occulta la loro origine, che presso a' Scrittori de' passati secoli riputossi la ricerca tanto difficile e disperata, che ciascheduno sforzandosi a tutto potere di rinvenirla, le diedero così strani e differenti principj, che più tosto ci aggiunsero maggiori tenebre ed oscurità, che chiarezza. Non è però con tutto questo da avanzarsi tanto, e dire che i Longobardi fossero stati i primi ad introdurgli e che ad imitazione di essi le altre Nazioni gli avessero poi ne' loro dominj ricevuti poichè nell'istorie di Francia, secondo che rapporta il Papiniano franzese Carlo Molineo[28], de' Feudi si trova memoria sin da' tempi del Re Childeberto I, e ne' loro annali, e presso Aimoino[29] e Gregorio di Tours[30] pur si legge il medesimo. Si legge ancora, che intorno a questi stessi tempi del Re Autari, anzi undici anni prima, nel Regno di Childerico I, e propriamente nell'anno 574, Guntranno Re privò Erpone del suo Ducato, dandogli[31] il successore; e Paolo Emilio[32], e Giacomo Cujacio[33] ne accertano, che avevano pure i Re di Francia questo stesso costume di crear nelle città i Duchi ed i Conti; e siccome da principio, quando ciò s'introdusse, era in arbitrio de' Re di cacciarnegli, quando più loro piaceva, s'introdusse poi una consuetudine, che non si potessero privare dello Stato, se non si provava d'aver commessa qualche gran fellonia. E finalmente gli stessi Re con giuramento confermavangli in quelli Stati, de' quali per loro cortesia gli avean fatti Signori. Egli è vero che nel principio, come s'è detto, questi Duchi, e Conti non erano, che Governadori di città, ma poi si diedero non in Uficio, ma in Signoria[34].

Ed in vero nè i Romani, nè i Greci, nè altri qualunque antichi Popoli riconobbero giammai altre dignità, che gli Ordini, e gli Uficj: furono gli antichi Franzesi, e questi Popoli settentrionali, i quali stabilendosi ne' paesi altrui, inventarono i Feudi, e per conseguenza la terza spezie di dignità, ch'è la Signoria. Non è però, che in qualche maniera questa invenzione non cominciasse per gl'Imperadori romani[35], i quali per assicurar maggiormente le frontiere dell'Imperio solevano a' Capitani ed a' soldati, che si erano segnalati nelle conquiste, conceder in ricompensa delle lor fatiche alcune terre poste in quelle frontiere, delle quali ne avevano tutto l'utile, tanto che questa concessione la chiamarono beneficium: e ciò perchè con più coraggio e valore fossero obbligati a continuar la milizia, difendendo le proprie terre; ut attentius militarent, propria rura defendentes, come dice Lampridio[36].

Quel che non potrà porsi in dubbio si è, che quasi ne' medesimi tempi le Genti settentrionali, i Franzesi nella Gallia, ed i Longobardi nell'Italia, introdussero i Feudi[37], seguendo forse queste due Nazioni l'esempio de' Goti, che come vuole il nostro Orazio Montano[38], furono i primi a gettarvi i fondamenti. Carlo Molineo[39] vuole, che i Franzesi fossero stati i primi ad introdurgli nella Gallia, da' quali l'appresero i Longobardi, che l'introdussero poi in Italia, e propriamente in Lombardia, donde poi si sparsero in Sicilia, e nella nostra Puglia; e crede, che in queste nostre regioni i primi ad introdurgli fossero stati i Normanni venutici dalla Neustria, che ora diciamo Normannia; ma i nostri maggiori molto prima della venuta dei Normanni conobbero i Feudi; ed i primi che gl'introdussero nella provincia del Sannio, e nella Campagna furono i Longobardi: province, che furono le prime ad essere conquistate da' Longobardi; e la Puglia e la Calabria gli riceverono più tardi da' Normanni, come quelli, che ne discacciarono interamente i Greci, presso a' quali l'uso de' Feudi non era conosciuto, come vedrassi con maggior distinzione nel progresso della predente istoria.

Egli è però ancor vero, che tutto il loro accrescimento, e tutte le consuetudini e leggi, che da poi intorno ad essi furono introdotte e promulgate, si debbono a' Longobardi, che in Italia gli stabilirono, e lor diedero certa e più costante forma[40]; onde perciò s'innalzaron tanto, che in appresso tutte l'altre Nazioni, non con altre leggi e costumi, che con quelli de' Longobardi, vollero regolare le loro successioni, gli acquisti, le investiture, e tutte l'altre cose a' Feudi attenenti; donde ne sorse un nuovo corpo di leggi, che feudali appelliamo: ma di ciò a più opportuno luogo favelleremo, quando de' libri loro, che oggi nel nostro Regno formano una delle principali parti della nostra giurisprudenza, ci tornerà occasione di più diffusamente ragionare.

Dopo avere Autari in sì fatta guisa soddisfatti i suoi Duchi, non tralasciò di provedere a' bisogni del suo Regno, e sopra tutto a far, che in quello la giustizia e la religione avesse il dovuto luogo[41]. Volle che i furti, le rapine, gli omicidj, gli adulterj, e tutti gli altri delitti fossero severamente puniti. Si spogliò e depose il Gentilesimo, ed abbracciò la religione cristiana da' Longobardi non prima ricevuta, i quali ad esempio del loro Re passarono per la maggior parte nella nuova religione del loro Principe. Ma la condizione di que' tempi, e l'esempio assai fresco de' Goti fece che non la ricevessero pura ed incorrotta, ma parimente contaminata dall'Arrianesimo: il che cagionò che essendo i loro Vescovi arriani, molti disordini e discordie insorsero fra essi ed i Vescovi cattolici, che erano nelle città a lor soggette.

Non minori furono i progressi d'Autari nel valore militare, che nella prudenza civile; ricuperò ben tosto Brissello, e perchè nell'avvenire più non potesse esser ricetto de' suoi nemici, gittò a terra e demolì le forti mura, che lo cingevano. Ma sopra tutto la sua prudenza e valore si dimostrò, allorchè, avendo già Childeberto Re di Francia passate l'Alpi con potente esercito, egli conoscendosi inferior di forze, e che non poteva ostargli in campagna, ordinò a' suoi Duchi, che munissero le loro città con forti presidj, e senza uscir da' loro recinti, aspettassero sopra le mura il nemico; la qual condotta ebbe sì prospero avvenimento, che Childeberto considerando, che impresa molto lunga e difficile era di porre l'assedio a tante città, tosto si piegò alle lusinghe d'Autari, il quale aveagli mandati Ambasciadori con ricchissimi doni, per rimoverlo da quell'impresa, ed a mandargli la pace, siccome in fatti l'ebbe; onde poi nacquero le forti doglianze di Maurizio Imperadore, il quale altamente dolendosi di questa mancanza di Childeberto, non lasciò di continuamente sollecitarlo, o che gli restituisse l'immense somme di denaro, che aveasi preso per far la guerra a' Longobardi, ovvero osservasse la promessa di tornar di nuovo in Italia a combattergli; e furono così continue, e spesse queste querele di Maurizio, e questi rimproveri, che alla fine mosso Childeberto dagli stimoli d'onore, deliberò di ritornare in Italia con esercito più potente di quello di prima. Allora fu che Autari diede l'ultime prove del suo valore, perchè seriamente considerando, che doveansi impiegar tutte le forze, e far gli ultimi sforzi per abbattere questo potente inimico, affinchè nell'avvenire non venisse più inquietato il suo Regno da' Franzesi, e per lo costoro esempio se ne ritenessero ancora l'altre Nazioni: deliberò di disporre la milizia in altra guisa di ciò, che aveva prima fatto. Volle dunque prevenirlo, ed andargl'incontro in campagna aperta, ed avendo raunato da tutto il Regno i suoi eserciti, animogli ad impresa, quanto dura e difficile, altrettanto gloriosa, e che sarebbe cagione, se riusciva, di dare una perpetua pace e tranquillità al suo Regno: incoraggiava i suoi Longobardi a dar l'ultime pruove del lor valore: ricordava le tante vittorie riportate sopra i Gepidi nella Pannonia, avere essi per la fortezza de' loro animi soggiogata l'Italia: e finalmente che non trattavasi ora, come prima, di guerreggiar per l'Imperio, o per l'ingrandimento di quello, ma per la libertà propria, e per la salute di loro medesimi. Furono queste parole di tanto stimolo a' Longobardi, che toccati nel più vivo del cuore, datosi il segno della battaglia, ne' primi attacchi si portarono con tanto valore ed intrepidezza, che si vide tosto inclinar l'ala nemica; onde prendendo maggior animo per così prospero cominciamento, l'incalzarono con tanta ferocia e valore, che ridussero i Franzesi ad abbandonare il campo, e a cercare nella fuga lo scampo. Fugati dunque e dispersi i nemici, molti restarono presi ed uccisi, moltissimi, che fuggendo la loro ira si nascosero, di fame e di freddo perirono. Per così celebre e rinomata vittoria, il nome di Autari si rendè illustre e luminoso per tutta l'Europa, e vedutosi già libero dalle incursioni di straniere genti, pensò a soggiogare il resto d'Italia, ch'ancor era in mano de' Greci.

CAPITOLO II Del Ducato beneventano: e di Zotone suo primo Duca.

Aveva Autari, ciò, che non fecero i suoi maggiori, soggiogata quasi tutta l'Italia citeriore; toltone il Ducato romano e l'Esarcato di Ravenna, che allora veniva governato da Romano[42], avendone poco prima l'Imperador Maurizio levato Smaragdo, tutto il resto era in sua mano; ma restavagli ancora da conquistare la più bella e preclara parte d'Italia, cioè quella parte e quelle province, che oggi compongono questo Regno di Napoli. Infino a questi tempi eransi queste province mantenute sotto l'Imperio degl'Imperadori orientali, che le governavano secondo quella forma, che da Longino v'era stata introdotta: avevan quasi tutte le città più principali il lor Duca: Napoli aveva il suo, Sorrento, Amalfi, Taranto, Gaeta e così di mano in mano l'altre, tanto che quello, che ora è Regno, intorno all'amministrazione, in più Ducati era distinto, tutti però immediatamente sottoposti all'Esarca di Ravenna, e dopo costui agl'Imperadori d'Oriente; e se bene nella forma del governo tenessero apparenza di Repubblica, nulladimeno è somma sciocchezza il credere, che fossero così liberi, che non riconoscessero l'Imperadore d'Oriente per loro Sovrano, sotto la cui dominazione vivevano: quantunque per la debolezza degli Esarchi di Ravenna, e per la lontananza della sede imperiale, il governo de' Duchi si rendesse un poco più libero e pieno, tanto che sovente arrivavano infino a manifeste fellonie, con ribellarsi dal loro Principe, la qual cosa più volte tentaron di fare i Duchi di Napoli, come più innanzi nel suo luogo diremo.

Queste province, come quelle ch'erano più lontane da Pavia, sede de' Longobardi, e che potevano, in caso che fossero assalite, ricever tosto soccorsi per mare, onde sono quasi tutte circondate, con picciolissimi presidj da' Greci eran guardate; onde Autari espertissimo Principe, pensò dalle province mediterranee cominciare le sue conquiste; e lasciandosi in dietro Roma e Ravenna, delle quali non così di leggieri potevasi venire a capo, avendo nella primavera di quest'anno 589 nel Ducato di Spoleti unito il suo esercito, fingendo di dirizzare il suo cammino in altre parti, di repente lo torse e nel Sannio si gettò. Colti così all'improvviso i Greci, entrarono in tale stordimento e costernazione, che senza molto contrasto venne fatto ad Autari di conquistare in un tratto tutta questa provincia, e finalmente Benevento, città, come credette il Sigonio, fin da questi tempi capo e metropoli del Sannio. Indi si narra, che questo Principe al calore di sì ragguardevole conquista, spingesse oltre il suo cammino, e traversando tutta la Calabria insino a Reggio scorresse, città posta nell'ultima punta d'Italia lungo il mare, e che quivi, essendo ancor a cavallo, percotendo colla sua asta una colonna posta ne' lidi di quel mare, dicesse: Fin qui saranno i confini dei Longobardi[43]: ond'è, che l'Ariosto de' fatti di questo glorioso Principe cantando, disse, che

...... Corse il suo stendardo

Da' piè de' Monti al Mamertino lido.

Narrasi ancora, che ritornato a Benevento, riducesse quella provincia in forma di Ducato, e che ne creasse Duca Zotone, ed a' due celebri Ducati di Friuli e Spoleti v'aggiungesse il terzo, il quale col correre degli anni si rendè tanto superiore agli altri due primi, quanto questi sopravanzavan gli altri Ducati minori d'Italia.

Ma poichè del principio ed instituzione del Ducato beneventano non è di tutti conforme il parere, e questo Ducato dee occupare una gran parte della nostra Istoria, per lo spazio di 500 e più anni, siccome quello, il quale non solamente per la durata, ma per la sua ampiezza, si stese tanto che abbracciò quasi tutto quel ch'è ora Regno di Napoli, non rincrescevol cosa doverà perciò essere, che di esso più partitamente si ragioni.

Il Ducato di Benevento credesi comunemente, che da Autari in questo anno 589 fosse stato la prima volta instituito, e che Zotone ne fosse stato creato Duca da questo stesso Principe. Passa per indubitato presso a tutti gl'Istorici, che questo Zotone fosse il primo Duca di Benevento; ma chi ve l'avesse fatto, ed in quali tempi, non e di tutti concorde il sentimento. Carlo Sigonio[44]; e Volfango Lazio[45], non avendo ben esaminate le parole e la frase usata da Paolo Varnefrido[46], quando di questa instituzione favella, tennero costantemente per la costui autorità, che fosse stato instituito da Autari in questo stesso anno, ch'egli conquistò il Sannio e Benevento, creduto da essi in questi tempi capo di questa provincia; ma dal modo istesso, con cui ne parla Varnefrido, che non con fermezza, ma con un putatur, refertur, fama est, se ne disbriga, e da ciò, che ne viene da lui soggiunto, che Zotone tenne il Ducato di Benevento venti anni: il che non s'accorderebbe colla serie delle cose da poi avvenute, e colla cronologia de' tempi degli altri Duchi che seguirono, se da questo anno 589 si volessero cominciare a numerare i venti anni dal Ducato di Zotone; perciò alcuni altri, fra i quali Scipione Ammirato nelle dissertazioni dei Duchi e Principi di Benevento, ed Antonio Caracciolo[47], hanno cominciato a dubitare, se si dovesse ne' tempi più antichi fissar l'epoca di questo Ducato. Ma ciò, che poi loro fece rifiutar deliberatamente la opinione tenuta dal Sigonio e dal Lazio, fu l'autorità di Lione Ostiense[48], il quale ancorchè fiorisse trecento anni dopo Varnefrido, non con incertezza, ma con molta asseveranza scrisse nella sua Cronaca, secondo l'edizione napoletana, che i Greci ritolsero ai Longobardi Benevento nell'anno 891 dopo trecento venti anni, da che Zotone ne fu Duca; onde secondo l'Ostiense, il principio del Ducato di Zotone dovrebbe riportarsi nell'anno 571 o siccome vuole l'Ammirato all'anno 573 il quale per accordarlo colla serie delle cose accadute da poi, e colla cronologia degli altri Duchi tenuta dall'istesso Varnefrido, emenda il luogo dell'Ostiense, e vuol che si legga, non trecento venti, ma trecento diciotto: in guisa, che secondo il parere di costoro, il Ducato beneventano prima, che Autari conquistasse il Sannio, ed alquanti anni dopo la venuta d'Alboino in Italia, ebbe il suo principio. Altri trovarono l'origine di questo Ducato in tempi più lontani, cioè nell'istesso anno 568 quando Alboino, uscito dalla Pannonia, venne alla conquista d'Italia, e che oltre alla provincia di Venezia, una banda di Longobardi s'inoltrasse infino a Benevento, e quivi fermati, eleggessero Zotone per loro Duca: il che comprovano per un catalogo antico de' Duchi e Principi beneventani fatto da un ignoto Monaco del monastero di S. Sofia di Benevento, che va innanzi all'istoria dell'Anonimo Salernitano, ove questo Scrittore dice[49]: Anno ab Incarnatione Domini quingentesimo sexagesimo octavo, Principes coeperunt principari in Principatu Beneventano, quorum primus vocabatur Zotto, al quale dà egli ventidue anni di Ducato, non venti, come Varnefrido.

Ma non finisce qui la varietà de' pareri, nè si contentano i più diligenti investigatori di questo principio, ma un altro più remoto, ed in tempi più lontani se ne cerca: questo viene addittato da Lione Ostiense medesimo nella sua Cronaca, nella quale se bene, giusta l'edizione napoletana, si legga, che corsero trecento venti anni, da che fu creato Zotone Duca infino all'anno 891, che fu da' Greci riacquistato Benevento; nulladimanco il suo originale, che si conserva nell'Archivio cassinese, è molto discorde dall'edizione napoletana; poichè ivi si legge, che da Zotone insino all'anno 891, non 320 ovvero 318, ma ben 330 anni passarono: conformi a questa lezione sono l'edizioni di Venezia, quella di Parigi, e l'ultima data fuori dall'Abate della Noce: l'una e l'altra molto più appurate, che quella di Napoli intorno al numero degli anni, in guisa che secondo questo conto, bisognerà confessare, che il Ducato di Benevento avesse il suo principio da Zotone nell'anno 561. Ma sembrerà senza alcun dubbio cosa molto strana e assai nuova, che in questo anno si dovesse dire di essersi instituito quel Ducato, quando verrebbe ad aver il suo principio sette anni prima, che i Longobardi usciron dalla Pannonia per l'impresa d'Italia; e quando i Greci dominavano con vigore tutte le province della medesima.

In tanta varietà, a noi giova seguitare il parere del diligentissimo Camillo Pellegrino[50], Scrittore accuratissimo, e che con più diligenza di tutti gli altri trattò di proposito questo soggetto: parere, che vien sostenuto da ciò, che sull'arrivo de' Longobardi in Benevento ci lasciò scritto Costantino Porfirogenito: Autore, ancorchè alquanto favoloso intorno a ciò che scrive della venuta de' Longobardi in Italia; nulladimeno in mezzo delle sue favole riluce pure qualche raggio di vero, che può in cosa tanto difficile e dubbia additarci il cammino per trovare il principio e instituzione di questo Ducato. Narra questo Scrittore[51], che chiamati i Longobardi da Narsete in Italia, questi venissero con le loro famiglie in Benevento, ma che non ammessi da' Beneventani dentro alla città, fuori delle mura si fabbricassero le loro abitazioni, e con ciò venisse a formarsi una picciola città, che fino da' suoi tempi riteneva ancora il nome di Città nova: e che quivi fermati, ne' tempi seguenti loro venisse fatto per inganno d'entrare in Benevento armati, e posta sossopra la città, uccidessero tutti i cittadini, e che preso Benevento scorser da poi per tutta la provincia, e la sottoposero al dominio de' Longobardi, e stendessero il loro Imperio dalla Calabria infino a Pavia, toltone le città d'Otranto, Gallipoli, Rossano, Napoli, Gaeta, Sorrento ed Amalfi.

Ciò che narra costui, che i Longobardi usciti da Benevento stendessero il loro Imperio per tutta Italia, ben si vede esser favoloso, e contrastare a tutta la istoria, dalla quale abbiamo, che usciti dalla Pannonia sotto Alboino, i primi acquisti furono nella provincia di Venezia, e da poi tratto tratto nella Liguria, nell'Emilia, nella Toscana e nell'altre province. Favola eziandio è ciò, che dice della Città nova, la quale molto tempo dopo la venuta d'Alboino in Italia, cioè ducento anni appresso, fu da Arechi per timor de' Franzesi costrutta, come diremo a suo luogo. Ma ciò, che questo Autore narra de' Longobardi, che sotto Narsete si ricovrarono in Benevento, non è certamente favoloso; poichè, da quel che si è di sopra narrato, è costantissimo, che Narsete, prima dell'invito fatto ad Alboino, e della universal loro trasmigrazione, in quasi tutte le sue guerre soleva valersi in Italia de' Longobardi; nè fu questa la prima volta, che furono da lui chiamati: gli ebbe ausiliari nella guerra contro a Totila, e siccome dice Varnefrido, avvegnachè dopo aver riportata quella vittoria, carichi di molti doni, fossero stati rimandati alle proprie stanze, in tutto il tempo però, che possederono la Pannonia, furon sempre in aiuto de' Romani; onde è molto probabile, che quantunque Narsete gli licenziasse, non però tutti ritornassero alle paterne case: ma che intorno all'anno 552 ovvero 553 molti di essi, ritenuti dall'amenità del paese, in Italia si fermassero, ed a guisa di predoni andassero vagando ora in questo, ora in quell'altro luogo, del che Procopio ancora rende testimonianza; e che in fine spontaneamente, o pure per comandamento di Narsete per tenergli in freno, e per impedire que' disordini, che l'andar così dispersi cagionava, fosse stata loro assegnata per abitazione la città di Benevento; e che poi nell'anno 561 l'avessero occupata, nella qual azione avessevi avuta la principal parte Zotone lor Capo. Così da quest'anno potremo dire con l'Ostiense, che cominciassero i Longobardi a dominar Benevento sotto Zotone, perchè infino all'anno 891, nel quale furon discacciati dai Greci, corsero appunto trecento trenta anni: ma non già, che in questi tempi si fosse instituito il Ducato, e che quando la dominazione de' Greci era in questa provincia vigorosa e potente, avessero quei pochi Longobardi potuto ridurre il Sannio in forma di Ducato, e stabilirvi Zotone per Duca. Per accordare poi gli anni del Ducato, che Varnefrido dà a Zotone, colla serie de' fatti, e cronologia degli altri Duchi successori tenuta da quest'istesso Scrittore, bisognerà porre per primo anno di questo Ducato l'anno 571, cioè, quando essendo entrato già Alboino in Italia, e conquistate più province, fatti più audaci que' Longobardi ch'erano in Benevento, scossero apertamente il giogo de' Greci, e ribellandosi da loro, avessero occupata la regione convicina, e n'avessero poi in questo anno 571 creato Zotone della lor propria gente Duca, il quale per così oscuro principio avesse cominciato a governargli. Venuto poscia Autari ad invadere la nostra Cistiberina Italia, ed avendo al suo dominio sottoposta l'intera provincia del Sannio, trovando Benevento occupato da' Longobardi, i quali ubbidivano a Zotone lor Duca, ne confermò a costui il governo, e fattolo tributario, come furono in appresso tutti i Duchi di Benevento a' Re Longobardi, lasciò quel Ducato sotto la sua amministrazione; onde avvenne, che presso a' Scrittori il principio del Ducato di Zotone si prese, non dal tempo, che Autari occupò il Sannio, e ridottolo in forma di Ducato, lo commise al suo governo; ma dal tempo, che Zotone cominciò per quegli oscuri principj, e per questo ordine di cose ad avere il governo di Benevento, e di que' Longobardi, che, come narra Porfirogenito, prima l'aveano occupato.

Il Ducato adunque di Benevento da sì bassi e tenui principj ebbe il suo nascimento: qual narrasi, che sortirono ancora le più celebri Repubbliche, ed i più famosi Principati del Mondo: col correr poi degli anni, non pur agguagliò quello di Spoleti e di Friuli, ma di gran lunga superogli, e lo vedremo un tempo occupare quasi tutta l'Italia Cistiberina, anzi verso Settentrione stendere i suoi confini, più di quel che presentemente verso quella parte si stende il nostro Regno. Incominciò da que' pochi Longobardi, che sotto Narsete in Benevento si fermarono; e sopra sì deboli fondamenti pian piano venne da poi ad introdurvisi quella politia e quella forma di governo, che sotto i Duchi successori di Zotone per più secoli si mantenne. Autari fu il primo, che gli diede più stabile e certa forma, e che cominciò a dilatare i suoi confini; imperocchè tutta la provincia del Sannio sottopose egli a questo Ducato; e come vedremo, gli altri Re longobardi suoi successori per mezzo de' Duchi maravigliosamente l'accrebbero. Benevento ebbe la fortuna d'esser capo e metropoli di un tanto Ducato, non per elezione, nè perchè forse nel Regno d'Autari questa città s'innalzasse tanto sopra tutte le altre città di quelle province, che poi dominò, onde forse per questa sua eminenza avesse avuto d'anteporsi a tante altre: vi erano nel Sannio altre città non meno celebri ed antiche, come Isernia, Boiano ed altre; ed assai più ragguardevoli ve n'erano nella Campagna; all'incontro Benevento quantunque a tempo de' Romani fosse stata una delle più celebri Colonie, che avesse quella Repubblica; nulladimeno per le invasioni dei Goti patì sovente di quelle calamità, che soglion nascere da sì strani ravvolgimenti, nè in tempo di costoro riteneva più quella sua antica dignità, anzi sotto il Regno di Totila per aver fatto demolire questo Principe le sue mura[52], si ridusse in istato pur troppo lagrimevole. Fu dunque per certo fato, e per sua prospera fortuna, che Benevento, costituita sede di questo Ducato, si rendesse da poi capo e metropoli delle province a se vicine; ma questo pregio lo venne ad acquistar molto da poi. Ben ne' tempi, nei quali scrisse Varnefrido, avea questa città innalzata la fronte sopra tutte l'altre; ma questo fu due secoli dopo il Regno d'Autari. Per la qual cosa, quando questo Autore, descrivendo le diciassette province di Italia, e collocando nel Sannio Benevento, nomò questa città capo delle province circonvicine, ciò disse avendo riguardo a' tempi, che scriveva, ne' quali la sede di questo Ducato s'era resa amplissima e ricchissima, e Benevento fu innalzato ad esser capo non pur d'una, ma di molte province, come del Sannio, della Campania, della Puglia, della Lucania e de' Bruzj, o in tutto, ovvero in parte, come appresso diremo. Siccome tutto a rovescio, quando questo Scrittore collocò Benevento nel Sannio, ciò non fece riguardando i tempi, ne' quali dominarono i Longobardi, ma tenne presente la vecchia descrizione d'Italia de' tempi degli antichi Sanniti, poichè secondo l'altra più recente di Augusto, come ce n'assicura Plinio[53], Benevento non nel Sannio, ma nella Puglia era collocato; e nelle altre descrizioni seguite appresso, si vide questa città posta dentro a' confini della Campania; ond'è che negli atti di Gennaro, quel Santo Vescovo di Benevento, oggi primo tutelare di Napoli, osserviamo, che patendo egli il martirio sotto Diocleziano, fu al Preside della Campania, cui appartenevasi, commesso quell'affare. E ritroviamo ancora, che Ausonio favoleggiando di coloro, che mutarono sesso, e narrando che in Benevento non avea molto tempo, che un giovanetto divenne femmina, chiamò Benevento città Campana.

Nec satis antiquum, quod Campana in Benevento

Unus epheborum virgo repente fuit.

E per questa ragione nell'Itinerario, che s'attribuisce ad Antonino, il confine della Campania si figge ad Equo Tutico, che secondo l'osservazione di Filippo Cluverio[54], è quella città, che noi oggi volgarmente chiamiamo Ariano, posta più in là di Benevento; come sono le parole dell'Itinerario: A Capua Equo Tutico M. P. LIV. ubi Campania limitem habet. Caudit M. P. XXI. Benevento M. P. XI. Equo Tutico M. P. XXI.

Nè per altra ragione ancora avvenne, che i Beneventani, come s'è detto, posero più marmi cogli elogi de' Consolari della Campania, siccome altresì facevano i Campani, i Napoletani e le altre città, che dal Consolare della Campania eran governate. Da' quali documenti manifestamente apparisce, per qual ragione l'altro Gennaro pur Vescovo di Benevento, essendo anch'egli intervenuto nel Concilio di Sardica celebrato nell'anno 347, e correndo allora il costume di sottoscriversi i Vescovi col nome della propria città e della provincia, ove quella era posta, si fosse ivi sottoscritto in questa forma: Januarius a Campania de Benevento.

Non altrimente fece Varnefrido, quando ci descrisse le diciassette province d'Italia, rappresentandole siccome le ritrovò nella notizia dell'uno e dell'altro Imperio, fatta sotto Teodosio il Giovane intorno l'anno del Signore 440, poichè ne' suoi tempi le province di Italia, ancorchè ritenessero i medesimi nomi presso agli Scrittori, come anche facciamo oggi, che per ostentar erudizione nello scrivere, non pur ricorriamo a' tempi di Teodosio, ma a più alto principio volgendoci, diamo i nomi a ciascuna delle dodici nostre province, che oggi compongono il Regno, secondo erano ne' tempi della libera Repubblica, con nomare i loro Popoli, Sanniti, Lucani, Hirpini, Salentini e simili; nulladimeno era variata in tutto la loro amministrazione, e fu divisa l'Italia in più Ducati, che non furono prima province; onde avvenne, che di quello, che ora è Regno, e che prima non era diviso, che in quattro province, se ne fossero da poi formate dodici, che acquistarono altri nomi ed altri confini, come nel proseguimento di questa Istoria vedremo.

Or ritornando in cammino, l'istituzione di questo Ducato, se si riguardano i suoi bassi principj, fu a caso, non ad arte, in Benevento stabilita, siccome furono non solo tutti gli altri Ducati minori da' Longobardi in diverse città istituiti, ma quel di Friuli ancora, e l'altro di Spoleti; e siccome sogliono essere tutte le altre cose di questo Mondo: che se si riguarda la lor origine, sorte a caso da tenuissimi principj si innalzano al sommo, ove poi giunte, uopo è che retrocedano, ed allo stato di prima ritornino, come portano le leggi delle mondane cose; leggi indispensabili, alle quali l'umana sapienza non vale ad opporsi, nè a darvi riparo. Non è però, che stabilite col correre degli anni le fortune de' Longobardi in Italia, avendo i loro Re scorto, che il perpetuare con lunga serie tanti Ducati, sarebbe tener troppo diviso il loro Regno, non pensassero da poi d'estinguerne moltissimi, e ritener quelli solamente, che potevano più giovare alla conservazione dello Stato. In fatti Varnefrido istesso ne accerta, che a' suoi tempi molti erano estinti, non facendo questo Scrittore ne' seguenti anni della sua istoria menzione d'altri Ducati, se non di quello di Trento, di Turino, di Bergamo, di Brescia e di questi altri tre, che sopra tutti s'estolsero, cioè di Spoleti, di Friuli e questo di Benevento.

Nè egli è fuor di ragione il credere, che questi ultimi tre sopra tutti gli altri si fosse procurato avanzargli, perchè stando così distribuiti, veniva il Regno a conservarsi con più sicurtà, ed a poter estendere assai più oltre i suoi confini: imperocchè essendo situato il Ducato del Friuli all'ingresso dell'Italia, si potesse quindi con maggior prontezza resistere alle incursioni di straniere genti, che tentassero invaderla: dall'altro di Spoleti, collocato in mezzo l'Italia, si potesse con più facilità contrastare a' moti de' Romani e de' Greci, da' quali in Ravenna e in Roma fortificati, venivan sovente con varie scorrerie molestati: ed il terzo di Benevento era posto a reggere l'inferior parte d'Italia, donde si potesse fare argine a' Greci stessi, ed a' Romani, da' quali spesso per questi lati marittimi erano assaliti, ed in continue guerre esercitati. Per la qual cosa Matteo Palmerio[55] accuratamente ci rappresentò la politia e forma del governo de' Re longobardi, quando disse, che avendo costituita la loro Reggia in Pavia, avevano varj Principati per Italia distribuiti, a' quali preponevano i Duchi; fra' quali i più cospicui, e per successione osservati, erano quel di Friuli nell'ingresso dell'Italia, l'altro di Spoleti posto quasi nell'umbilico di quella, ed il terzo di Benevento per regger l'inferior parte della medesima; dappoichè questi tre Ducati furono sempre a' Re sottoposti, e con uno spirito e colle medesime leggi si governavano, formando una sola Repubblica, ed in questa maniera stabiliti si renderon più celebri, e pian piano stendendo i lor confini (nel che sopra tutti gli altri s'avanzò quel di Benevento) poterono lungamente conservare in Italia il dominio de' Longobardi.

Nel registrare i fatti de' Duchi di Benevento noi seguiremo l'ordine de' tempi, e degli anni tenuto dal diligentissimo Pellegrini, come quegli ch'è più accurato di tutti gli altri, eziandio dello stesso Varnefrido; e ponendo noi il principio del Ducato di Zotone nell'anno del Signore 571 non nell'anno 585, come fece Varnefrido, il quale però confessa ancor egli, che il di lui dominio durò anni venti, tempo certamente che è il più sicuro: verremo perciò a mettere il suo fine nell'anno 591 non nel 605 o nel 598 come fa il Sigonio. Laonde quel che questo Scrittore narra del sacco, e della preda di Crotone, che indubitatamente sortì nell'anno 596, non sotto Zotone, ma sotto Arechi suo successore avvenne; donde manifestamente si veggono gli abbagli, che nascono, e de' quali non si avvide l'istesso Sigonio, se si voglia fissare il principio del Ducato di Zotone, com'ei fece, nell'an. 589 poichè il fine del suo Ducato, e la sua morte avrebbe egli dovuto porre nell'anno 609 dopo scorsi li 20 anni, non come fece, nel 598, nel qual anno non ne sarebbon passati più che nove del suo Ducato.

I fatti di Zotone primo Duca di Benevento non meritano commendazione; poichè appena ritornato Autari in Verona, dopo aver sottoposto il Sannio al suo Ducato, e lasciatone a Zotone il governo, ci diede saggi ben chiari della sua rapacità, ed ancora della poca sua religione, per quanto dal seguente fatto si può comprendere. Il monasterio Cassinese, 60 anni prima edificato da S. Benedetto, così per la fama del suo fondatore, come per la santità e dignità de' Monaci, assai celebre al Mondo, aveva tirato a se la munificenza di vari Principi, che con donazioni grandissime avevanlo meravigliosamente arricchito: Zotone uomo avarissimo, co' suoi Longobardi, avido di queste ricchezze, improvvisamente di notte l'assalì, e non contento della preda, e d'averne tolto tutto ciò, che più di pregevole v'era, devasta e getta a terra l'edificio; e mentre i Longobardi sono tutti intenti alla preda, ebbe campo Bonito, che n'era allora Abate, di fuggir con i suoi Monaci in Roma, ove accolti con molta benignità da Pelagio Papa, ed assegnate loro alcune stanze vicino Laterano, quivi si fabbricarono essi un monastero, dove per cento trenta anni si formarono, e rimase intanto quel monastero di Cassino abbandonato per tutto questo tempo, infinochè Petronace ai conforti di Gregorio II, ne prese cura. Costui avendovi ridotti molti Monaci e Nobili, che l'elessero Abate, rifece l'abitazione, e lo restituì alla pristina dignità.

Il sacco di questo monastero non può porsi in dubbio, che da Zotone fu commesso non molto tempo prima della sua morte, verso la fine di quest'anno 589 come quello, che accadde sotto Pelagio Papa, il qual morì nell'anno 590, non molto innanzi che S. Gregorio M. scrivesse i suoi Dialoghi, ne' quali, facendo menzione di questo sacco, lo narra come d'un successo di fresco accaduto[56]; ed è costantissimo, come accuratamente osservò il Baronio, che S. Gregorio scrisse i suoi Dialoghi nell'anno 593, onde si vede apertamente l'errore di Varnefrido, che pone questo fatto nell'anno 605, e l'altro di Sigiberto, che questa devastazione vuol che sia seguita nell'anno 596, non avvertendo il testimonio certissimo di S. Gregorio, e quel che si raccoglie dalla Cronica di Lione Ostiense; ciò che meriterebbe un più lungo discorso, ma supplirà quello dell'Abate della Noce[57], che esaminò con molta diligenza questo punto.

CAPITOLO III. Di Agilulfo IV. Re de' Longobardi; e di Arechi II. Duca di Benevento.

Mentre queste cose accadevano nelle nostre province, Autari non avendo potuto ottener per moglie la sorella di Childeberto Re di Francia, la quale fu da questo Principe sposata a Recaredo Re di Spagna da poi che ebbe costui abbracciata la fede cattolica, e con memorabil esempio discacciato l'Arrianesimo da' suoi Regni; rifiutato dunque Autari da Childeberto, dimandò a Garibaldo Re de' Bajoari la figliuola Teodolinda per isposa: femmina prudentissima, le cui eccelse virtù dovranno sovente rammentarsi in questa Istoria; ed avendola nell'anno 590 sposata in Verona, fu da poi questo Principe intrigato in una nuova guerra co' Franzesi; poichè Childeberto volendo restituirsi nel perduto onore per la sconfitta ricevuta gli anni precedenti, ritornò con potente esercito in Italia, e fu tanto il terrore delle sue armi e le promesse, che molti Duchi longobardi si ribellarono: si diede al suo partito Minolfo Duca di Novara, Gandolfo Duca di Bergamo, e Valsari Duca di Triviggi. Narrasi[58], che in questi tempi, occupata Pavia da Papio Duca de' Franchi, ne avesse questa città preso il nome, che oggi tuttavia ritiene, e fossesi abolito l'antico di Ticinum. Ma non fu più felice dell'altre questa impresa de' Franzesi, poichè infestato il loro esercito dal morbo di disenteria, essendosi Autari con suoi Duchi ben munito nelle sue Piazze, i Franzesi, ancorchè per tre mesi andassero vagando per l'Italia, alla fine incrudelendo il morbo, furon astretti ritornare alle paterne case; onde Autari prese il tempo opportuno di far dimandar la pace a Childeberto da Guntrando Re di Francia zio del Re Childeberto, il quale si frappose per trattarla: ma non passò guari, che Autari fu tolto a' mortali, poichè partitosi da Verona per Pavia, gli fu data una bevanda attossicata[59] onde finì la vita in settembre di questo stesso anno 590, dopo aver regnato in Italia poco men che sei anni. I Longobardi intesa la morte del loro Principe, tosto raunati in Pavia, pensarono all'elezione del successore, ed intanto mandarono Ambasciadori a Guntrando, dandogli avviso di questo successo, e insieme a pregarlo, che proseguisse i suoi uficj interposti per trattar la pace con Childeberto suo nipote: ma venutosi all'elezione d'un nuovo Principe, non parendo loro d'averne alcuno, che fosse ben atto a sostener questa dignità, deliberarono, che Teodolinda gli governasse, e a colui ch'ella s'eleggesse per marito fra i Duchi, si conferisse la regal dignità. Fra i Duchi longobardi era allora al Ducato di Torino preposto Agilulfo, Principe di sangue ad Autari congiunto, ed in cui alla bellezza del corpo s'accoppiava anche quella dell'animo veramente regio, e adatto a qualunque governo: Teodolinda fra tanti trascelse costui, che con universal giubilo, stabilite le nozze, fu da tutti per Re proclamato.

Fra le molte e pregiate doti di Teodolinda, non fu riputata la minore in questi tempi, essere stata ella zelantissima della religion cattolica, nella quale era allevata e nudrita, onde ne divenne carissima a S. Gregorio M. il quale le mandò i quattro libri delle Vite de' Santi, che avea composto, siccome quegli, che la conosceva affezionata alla fede di Cristo, non meno che costumatissima ed eccellente in tutte le buone arti; e ancorchè fossero riusciti vani tutti i di lei sforzi per ridurre Autari, suo primo marito, a rinunziare l'Arrianesimo; nulladimeno credè non dover ritrovare in Agilulfo la stessa durezza, non solamente per le sue pieghevoli e dolci maniere, ma molto più per la gratitudine d'averlo al Trono innalzato: abbraccia per tanto Agilulfo la religion cattolica, e seguitando i Longobardi l'esempio del loro Principe, moltissimi di loro detestarono, chi il Gentilesimo, altri l'Arrianesimo, de' quali eran infetti, e renderonsi cattolici; e potè tanto in Agilulfo il zelo di questa religione, che a' conforti di Teodolinda rifece molti monasterj, e molte chiese ristorò, le quali per le passate guerre eran poco men, che distrutte, e donò a quelle molte possessioni, restituendo l'onore e la riputazione a' Vescovi, i quali, quando i Longobardi erano nell'errore del Paganesimo furono in depressione, ed abbietti[60].

§. I. Di Arechi II. Duca di Benevento.

Nel Regno di Agilulfo, conforme al conto del Pellegrini, in quest'anno 591 accadde la morte di Zotone Duca di Benevento, celebre più per la sua rapacità e per lo memorabil sacco del monastero Cassinese, che per altro; onde per la costui morte fu dal Re Agilulfo nel Ducato di Benevento eletto Arechi congiunto per consanguinità a Gilulfo Duca del Friuli[61]. Secondo la politia introdotta da Autari nel Regno de' Longobardi in Italia, non solevan questi Duchi levarsi, se non o per fellonia, o per morte; e dopo la morte venne anche ad introdursi, di anteporre a qualunque altro i figliuoli del morto, se il Re gli reputava abili: così veggiamo, che dopo il lungo Ducato di questo Arechi, che durò cinquant'anni, succedè nello stesso Ajone suo figliuolo; e accadendo di morire il Duca senza figliuoli, il Re, o eleggeva altri in luogo suo, ovvero estingueva il Ducato, senza surrogarvi successore. Il che s'osserva essersi cominciato a praticare negli ultimi anni del Regno di questo Principe: ciocchè facevano essi per ragion di Stato, fomentata dall'ambizione de' Duchi, i quali bene spesso tentavan di scuotere il giogo della dipendenza, e rendersi assoluti; onde furon obbligati a pensare di sopprimere, quando potevano, molti di questi Ducati, tanto che pian piano gli ridussero a ben pochi, ritenendo solamente quelli, che potevano, come s'è di sopra osservato, giovare alla maggiore sicurità e custodia del Regno. Tanto maggiormente, che i Re longobardi non meno per le guerre esterne di straniere Nazioni, quanto per quelle, che venivan mosse dai loro proprj Duchi, erano in continue sollecitudini ed angustie, come si è veduto nel Regno d'Autari, e potrà osservarsi in questo d'Agilulfo, il quale dopo avere nell'anno 600 di nostra salute, fatta la pace co' Romani, e dopo avere ristabilita la lega con Teodiberto nuovo Re di Francia, ebbe a combattere coi suoi Duchi, ch'eransegli ribellati, e con memorando esempio sconfitti che gli ebbe, senza che potessero trovar perdono, privò di vita tre di loro, Zangrulfo in Verona, Gandolfo in Bergamo, e Varnecauso in Pavia.

Per questa ragione, mancando per morte o per fellonia alcuno di essi, o procuravan surrogarvi altri, della cui fedeltà ed amore eran ben certi, come fece Agilulfo, quando morto Eoino Duca di Trento, surrogò in quel Ducato Gondoaldo uomo cattolico, ed insigne per la sua pietà[62]: ovvero non curavan darvi successore, siccome avvenne al Ducato di Crema, al quale, morto Cremete senza figliuoli, non se gli diè successore[63].

Il Ducato beneventano sotto il governo d'Arechi, che fu il più lungo di quanti mai ne furono, durando cinquant'anni, dal 591 infino al 641 stese molto i suoi confini, tantochè secondo Paolo Emilio[64], ed altri Scrittori, i suoi termini da un lato s'estesero insino a Napoli, e dall'altro sino a Siponto, la qual città dopo il Ponteficato di Gregorio M. si rendè anche a' Longobardi, ed al Ducato beneventano fu aggiunta. Nè infino a questi tempi allargò egli tant'oltre i suoi confini, quanto fortunatamente gli distese poi negli anni seguenti, allorchè abbracciaron quasi tutto quello, ch'è ora Regno di Napoli. Nè perchè i Longobardi sotto questo Duca di Benevento, che secondo l'Epoca del Pellegrino non potè esser certamente Zotone, ma Arechi, avesser presa e saccheggiata la città di Crotone, e fatti quivi molti prigionieri, dovrà dirsi, che fin da questi tempi i suoi confini verso Oriente si fossero stesi sino a Crotone; poichè il costume dei Longobardi era, quando loro non riusciva di conquistar Piazze, nelle quali potessero mantenervisi, e lasciarvi presidio, di scorrere a guisa di predoni il paese e saccheggiarlo, con portarsi seco i paesani, che riducevano in cattività, e n'esigevan grosse somme per gli riscatti: come appunto avvenne a' Crotonesi, che per ricomprarsi fu d'uopo sborsar gran denaro; e da una epistola di S. Gregorio M., ove, deplorandosi la cattività de' medesimi, si leggono gli sforzi, che da questo Pontefice si facevan per riscattargli, si conosce chiaramente, che presa ch'ebbero questa città, dopo averla saccheggiata, carichi della preda, si condussero con esso loro molti nobili, non perdonando, nè ad età nè a sesso, e la lasciarono, nè vi posero presidio, essendo allora molto lontana da' confini del loro Ducato, ed in mezzo all'altre città de' Greci loro inimici. Fu questo un costume praticato anche fra' Cattolici, i quali ancorchè non riducessero in servitù i presi, solevano nondimeno custodirgli infino che non fossero con denaro riscossi: di che rendono a noi testimonianza gravissimi Autori[65]. Non dee perciò riputarsi acerbità o furor de' soli Longobardi, i quali, parte Gentili, ed altri Arriani, praticassero lo stesso co' loro nemici. Così anche sotto Zotone, non perchè dessero il sacco al monastero Cassinese, s'allargò in quel tempo questo Ducato tanto verso quella parte, come si stese da poi: e per questa ragione ancora più sconcio error sarebbe, se fin da' tempi d'Autari Re volessimo dire che il Ducato beneventano si fosse disteso sino a Reggio, perchè Autari infino a quest'ultima parte facesse correre il suo stendardo; poichè da questo stesso e da ciò che narrasi aver detto questo Principe quando coll'asta percosse quella colonna, che fin quivi dovea egli stendere i confini del suo Regno, si conosce manifestamente, che allora tutti que' luoghi erano, come furono per molto tempo da poi, sotto la dominazione degl'Imperadori d'Oriente.

Ecco come quello, che ora è Regno di Napoli, in questi tempi non riconosceva, come prima un sol Signore ed un sol Principe, ma ben due. Il Ducato beneventano ubbidiva al suo Duca immediatamente, e per lui al Re de' Longobardi. La Puglia e la Calabria; la Lucania ed i Bruzj; il Ducato napolitano; quelli di Gaeta, di Sorrento, di Amalfi, e gli altri Ducati minori, a' loro Duchi immediatamente, e per essi all'Esarca di Ravenna, e agl'Imperadori di Oriente.

CAPITOLO IV. Del Ducato napoletano, e suoi Duchi.

Poichè nel Ducato napoletano abbiamo de' Duchi, che lo ressero, una continuata serie, e fu quello, che solo restò esente dalla dominazione de' Longobardi, e che poi, estinti gli altri Ducati minori, abbracciò molte città ch'eran in quelli comprese, onde perciò si rendè anche più cospicuo, non sarà fuor di proposito, che parlando de' Duchi di Benevento, nel tempo stesso si parli di quelli di Napoli; perchè si conoscano in ciò le vicende delle mondane cose, come per le continue guerre, ch'ebbero questi popoli, i Beneventani co' Napoletani, avanzandosi sempre più il Ducato di Benevento, quel di Napoli all'incontro, e la dominazione de' Greci in tutto il resto dell'altre province venisse ad estenuarsi: e come da poi siasi veduto, che del Ducato di Benevento appena siane a noi rimaso vestigio, ed all'incontro Napoli si fosse innalzata tanto, sino ad esser non pur Capo di un picciol Ducato, quale era, ma Capo e metropoli d'un vastissimo e floridissimo Regno, qual oggi con ammirazione e stupore di tutti si ravvisa.

Il Ducato napoletano, che nel suo nascere ebbe angustissimi confini, la città sola di Napoli colle sue pertinenze abbracciando, ne' tempi di Maurizio Imperadore d'Oriente, fece notabili acquisti: poichè questo Principe aggiunse stabilmente al suo dominio l'isole vicine, come Ischia, Nisida, e Procida, nella cui possessione confermò i Napoletani, siccome scrive S. Gregorio M.[66]. S'aggiunsero da poi Cuma, Stabia, Sorrento, ed Amalfi ancora, la quale insino a' tempi di Adriano Papa, e di Carlo M. fu del Ducato napoletano, come è chiaro per una epistola di quel Pontefice rapportata dal Pellegrini; tanto che ridotto questo Ducato quasi in forma d'una provincia, venne volgarmente chiamato anche Campania: onde sovente il Duca di Napoli dicevasi Dux Campaniae, come S. Gregorio[67] chiama Scolastico Dux Campaniae; ed altrove[68] Gudiscalco Dux Campaniae. Questa abbracciava molte città di quel lido, che a' Napoletani, ed al lor Duca eran soggette; ed i Vescovi di queste città solevan perciò appellarsi Vescovi Napoletani; ond'è, che sovente nell'epistole di questo Pontefice[69] si legga: Episcopis Neapolitanis.

Non potè stendere più oltre i suoi confini verso Occidente, Settentrione, o Oriente; poichè il Ducato beneventano già verso quelle parti stendeva, fatto potente, le sue forti braccia: Capua col suo territorio infino a Cuma, ed a' lidi, che non han porto, di Minturno, Ulturno, e Patria, detta anticamente Linterno, era già passata sotto la dominazione de' Longobardi. Non molto da poi stesero i Longobardi i confini del Ducato beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente insino a Cosenza, con tutte l'altre terre mediterranee furono a' Greci tolte; ed anche questo Ducato napoletano sarebbe passato sotto il dominio de' Longobardi, come passarono nel correr degli anni tutte l'altre città mediterranee del Regno, e da poi le marittime ancora, toltone Gaeta, Amalfi, Sorrento, Otranto, Gallipoli, e Rossano, se due cagioni non l'avessero impedito; ciò sono il non essere i Longobardi forniti di armate di mare, nè molto esperti agli assedj di Piazze marittime; e per aver i Napoletani, per ragion anche de' loro siti, ben fortificata Napoli, e l'altre piazze marittime a loro soggette. Tanto che potrà meritamente vantarsi Napoli col suo picciolo Ducato, che nonostante d'esser passate sotto la dominazione de' Longobardi quasi tutte le città del Regno, toltone quelle poche dianzi rammemorate, e d'essersi renduti i Longobardi signori di quasi tutto ciò, che ora è Regno, non poterono però mai soggiogar affatto i Napoletani, ancorchè da poi negli ultimi anni a' Principi di Benevento fossero fatti tributarj, come nel progresso di questa Istoria diremo: in guisa che non è condonabile l'error del Biondo[70], che scrisse, i Longobardi non molto tempo dopo il governo de' 36 Duchi avere soggettata Napoli.

Al Ducato napoletano solevansi mandare i Duchi per reggerlo, o da Costantinopoli a dirittura dagl'Imperadori d'Oriente, o pure, quando il bisogno non permetteva d'aspettar molto tempo, che venisse da parti sì remote, l'Esarca di Ravenna, ch'era allora in Italia il primo Magistrato degl'Imperadori greci, soleva egli mandarvelo.

Ne' tempi, ne' quali siamo sotto il Ducato di Arechi, imperando in Oriente Maurizio, essendo Napoli senza Duca, e meditando Arechi insieme con Arnulfo Duca di Spoleti assalirla, S. Gregorio M. a cui molto importava la sua difesa, e che invigilava per gl'interessi dell'Imperadore contro a' Longobardi, dubitando che costoro conquistando il resto d'Italia, ch'era in poter de' Greci, finalmente non soggiogassero Roma ancora, scrisse[71] nel 592 con molta sollecitudine a Giovanni Vescovo di Ravenna, perchè affrettasse l'Esarca a mandar prestamente in Napoli il Duca per difenderla dall'insidie d'Arechi, poichè altrimente egli senza dubbio la vedeva perduta.

E da un'altra epistola[72] di questo stesso Pontefice data nell'anno 599 osserviamo, che non molto tempo da poi fu mandato in Napoli per Duca Maurenzio, il quale con tanta vigilanza si pose a custodir questa città, che oltre ad averla munita con valido presidio, costrinse anche i Monaci a far la sentinella sopra le mura, senza perdonar nemmeno a Teodozio Abate, onde fortemente se ne dolse Gregorio[73], e perchè l'affliggeva oltre alle sue deboli forze, e perchè avea mandato ancora molti soldati ad alloggiare in un monastero di Monache, costringendo Angela loro Badessa a ricevergli.

Ma essendo stato l'Imperador Maurizio scacciato dall'Imperio nell'anno 602 da Foca, questi si fece acclamare Imperadore dall'esercito nella Pannonia, e giunto in Costantinopoli, vi fu riconosciuto, e fece morire Maurizio co' suoi figliuoli; ed avendo mandato il suo ritratto in Roma, fuvvi parimente acclamato Imperadore, con consenso anche di S. Gregorio, che io riconobbe in Roma, come avea fatto in Costantinopoli il Patriarca Ciriaco. Foca dunque assunto al Trono, in luogo di Callinico, ch'era stato da Maurizio sostituito a Romano, mandò di nuovo in Ravenna per Esarca Smaragdo[74], ed in Napoli per Duca Gondoino.

Per la morte di Gondoino, fu mandato da Foca in Napoli per Duca Giovanni Compsino constantinopolitano, quegli, che violando la fede al suo Principe, tentò rendersi assoluto signore della città a se commessa; poichè essendo stato ucciso nell'anno 610 Foca[75], e succeduto nell'Imperio Eraclio suo competitore, non potendo i Ravignani sofferir la superbia e le gravezze di Giovanni Lemigio[76] nuovo Esarca, mandato nell'anno 612 da Eraclio in Ravenna, preser le armi, e tumultuando, con gran concorso di popolo, giunti al palazzo, l'uccisero insieme co' suoi Giudici. Pervenuto questo fatto a notizia di Giovanni Compsino Duca di Napoli, pensò non dovere aspettar miglior occasione per impadronirsi della città; onde tantosto per se occupolla, e con forte presidio munilla contra gli sforzi, che temeva dell'Imperador Eraclio, il quale in fatti, avvisato de' tumulti di Ravenna, e della fellonia di Compsino, mandò subito in Italia per Esarca Eleuterio[77] Patrizio e suo Cubiculario, uom prode di mano, e più di consigli. Questi avendo composti i romori in Ravenna, passò con sufficiente esercito in Napoli, dove entrato pugnando, uccise il Tiranno, riducendola come prima sotto la dominazione d'Eraclio, e lasciatovi nuovo Duca, vincitore in Ravenna fece ritorno[78].

Non ha del verisimile l'opinione del Summonte, o ciò che egli suspica, che il nuovo Duca lasciato in Napoli da Eleuterio, fosse quel Teodoro, che si porta fondator della chiesa de' SS. Pietro e Paolo, già posta nel quartier di Nido: poichè l'iscrizione greca, che in un marmo ivi si leggeva, e nella quale si nominava per fondator di quella chiesa Teodoro Console e Duca, portando la data della IV indizione, viene a cadere in tempi più bassi, cioè nell'anno 717, nel quale tempo governò questo Duca, come da valenti uomini è stato osservato; ed all'incontro è vero, che Eleuterio fu mandato da Eraclio in Ravenna nell'anno 616 dove poco più di due anni tenne l'Esarcato; poichè nell'anno 619 vi fu mandato Isacio Patrizio per suo successore[79].

Su questa fellonia di Compsino sono stupende le favole, che i nostri moderni Scrittori hanno inventate: dicono che questo Duca dopo aver occupato Napoli si rendesse ancor signore della Puglia e della Calabria, e d'altri luoghi del nostro Regno: che di più se n'avesse fatto incoronare Re, e che prima andasse a Bari a farsi coronare della corona del ferro, e poscia in Napoli con quella dell'oro: e che perciò egli fosse il primo, che s'avesse usurpato il titolo di Re di Napoli, aggiungendo che i Normanni da poi, coll'esempio di questo I. Re di Napoli, vollero pure farsi prima coronare in Bari colla corona del ferro, e poi in Palermo con quella dell'oro[80]. Sono tutti questi racconti sogni d'infermi. Nè mai Compsino s'insignorì della Puglia e della Calabria, nè d'altre province, le quali per la maggior parte erano passate in questi tempi sotto la dominazione de' Longobardi. Invase egli Napoli solamente colle sue pertinenze; e Paolo Varnefrido[81] narra, che dopo non molti giorni ne fu cacciato da Eleuterio Patrizio. Gran cose dovea far costui in così breve tempo, domando non pure i Greci, ma i Longobardi allora potentissimi; nè presso ad Autori di conto si legge mai, che s'avesse fatto incoronare Re; cosa anche più ridicola è il dire, che fosse andato fino a Bari a prender la corona di ferro, e poi in Napoli quella d'oro; essendo tutto favoloso ciò che si narra di questa coronazione di ferro in Bari, nè da alcuno de' nostri Re mai praticata, come si vedrà chiaro ne' seguenti libri di questa Istoria.

CAPITOLO V. Di Adalualdo ed Ariovaldo, V. e VI. Re de' Longobardi.

Ridotta già la dominazione de' Greci in Italia a declinazione grandissima, tentarono i Longobardi sotto il Re Agilulfo finire di interamente discacciargli da tutte l'altre regioni, ch'erano a lor rimase; nel che conferiva molto l'aver i Longobardi in gran parte (seguitando l'esempio di Agilulfo) deposto, chi il Gentilesimo, e moltissimi l'Arrianesimo, ed abbracciata la Religion cattolica, ciò che gli rendè a' provinciali meno odiosi, ed il lor dominio men grave e pesante. In fatti ad Agilulfo, che de' Re Longobardi fu il primo ad abbracciar questa religione, e che in tutto il corso di sua vita lasciò monumenti di molta pietà e munificenza verso le chiese e monasterj, si dee che lungo tempo il Regno si mantenesse in pace; poichè egli morto, lasciando per successore Adalualdo suo figliuolo, che ancor vivente l'aveva per suo Collega assunto al Trono; questi seguitando l'esempio di suo padre, e molto più imitando Teodolinda sua madre, che nel regnare volle averla per compagna, ridussero le fortune de' Longobardi in istato così placido e tranquillo, che niuno strepito di Marte turbò la loro pace ed il loro riposo: e sotto costoro furono rinovate le chiese, e fatte molte donazioni a' luoghi sacri[82].

Ma non potè molto Adalualdo goder di tanta quiete; poichè nell'ottavo anno del suo Regno, avendogli mandato l'Imperador Eraclio per Ambasciadore un tal Eusebio per trattar seco della pace e d'altre cose rilevanti, questi o per proprio consiglio, o pure per comandamento avuto dal suo Signore, mentre il Re usciva dal Bagno, gli porse una bevanda come a lui salutifera, la qual bevuta, cominciò ad uscir di senno, e ad impazzire[83]: il che scorgendosi dall'accorto Eusebio, diedegli a sentire, che dovesse per sua maggior sicurtà far morire i più potenti Longobardi. Questo consiglio, come giovane e stolto, essendo da lui abbracciato, fece uccider tosto dodici Nobili dei primi; la qual cosa scorgendo gli altri Longobardi, e veggendo non istar essi più sicuri dalla stolidezza di costui, avendo eccitato un gran tumulto, e gridandolo per empio e tiranno, lo discacciarono dal trono insieme colla Regina Teodolinda sua madre, ed in suo luogo riposero Ariovaldo Duca di Turino, che aveva per moglie Gundeberga sorella di Adalualdo.

Questo successo divise i Longobardi in due fazioni: Ariovaldo era sostenuto da que' Nobili, che tumultuarono, a' quali s'erano aggiunti tutti i Vescovi delle città di là del Pò, che a tutto potere studiavansi con altri d'ingrossare il lor partito. Adalualdo dall'altra parte era aiutato da Onorio Pontefice romano, il quale aveva forte cagione di sostenerlo, così per riguardo di Teodolinda, alla cui pietà doveva molto la Religione cattolica, come anche perchè Ariovaldo era da' Cattolici abborrito per l'eresia arriana, in cui era nato e cresciuto; e fu tanta l'opera d'Onorio, che tirò a se anche Isacio allor Esarca in Italia, ed obbligollo a restituir nel Trono Adalualdo con potente esercito. Proccurò anche toglier dal partito di Ariovaldo quei Vescovi, che lo favorivano, minacciandogli, che non lascerebbe impunita tanta loro scelleratezza; ma non veggendosi ridotta a compiuto fine l'opera d'Isacio, e morto opportunamente Adalualdo di veleno, ottenne finalmente Ariovaldo il Regno, ed essendo egli infesto a' Cattolici, cagionò in Italia non leggieri disturbi.

Nel Regno di costui, non passarono molti anni, che Teodolinda vedendosi così abbietta e priva d'ogni speranza di ricuperar la pristina dignità regale, piena di mestizia, d'estremo dolore venne a morte nell'anno 627: Principessa, e per le eccelse doti del suo animo, e per la sua rada pietà, degnissima di lode, e da annoverarsi fra le donne più illustri del Mondo, la quale non meritava esser posta in novella da Giovanni Boccacci nel suo Decamerone[84].

Ariovaldo regnò altri nove anni dopo la morte di Teodolinda, e morì, senza lasciar di se stirpe maschile, nell'anno 636. Per la qual cosa i Longobardi, convocati i Duchi, pensarono di crear un nuovo Re, nè vedendo chi dovesse innalzarsi al Trono, diedero a Gundeberga, come avevan prima fatto a Teodolinda, il poter ella creare per Re colui, che si eleggesse per marito. Gundeberga, come donna prudentissima e molto savia, elesse per suo marito e Re, Rotari Duca di Brescia, in questo stesso anno 636, secondo il computo del Pellegrini.

CAPITOLO VI. Di Rotari VII. Re; da cui in Italia furono le leggi longobarde ridotte in iscritto.

Rotari fu un Principe, in cui del pari eran congiunti un estremo valore ed una somma prudenza; ma sopra tutto fu grande amatore della giustizia; e se alcuna ombra di colpa rendè non chiari i suoi pregi, fu l'essere macchiato dell'eresia arriana; onde avvenne, che a' suoi tempi in molte città d'Italia erano due Vescovi, l'un cattolico e l'altro arriano[85].

Questo Principe fu il primo, che diede le leggi scritte a' suoi Longobardi[86], dal cui esempio mossi gli altri Re suoi successori, surse, col correr degli anni, in Italia un nuovo volume di leggi, longobarde chiamate, le quali nel Regno nostro ebbero un tempo tal vigore e dignità, onde fu forza, che le leggi romane retrocedessero. Ma prima che delle leggi longobarde facciam parola, convenevol cosa è, che si vegga lo stato, nel quale a' tempi di questo Principe, e de' Re suoi successori si era ridotta la giurisprudenza romana in Italia, e nelle province che oggi compongono il nostro Regno, ed in quali libri era compresa.

Giustiniano Imperadore, ancorchè avesse proccurato sparger per Italia i suoi volumi, e strettamente avesse comandato, che aboliti tutti gli altri, quelli solamente per Italia si ricevessero insieme colle sue costituzioni Novelle; nulladimeno l'autorità de' medesimi quasi si estinse insieme con lui; poichè egli morto, e succeduto Giustino, inettissimo Principe, ricadde Italia di bel nuovo in mano di straniere genti; e toltone l'Esarcato di Ravenna, il Ducato di Roma, que' piccioli di Napoli, Gaeta, d'Amalfi, ed alcune altre città marittime di Puglia, di Calabria e di Lucania, i Longobardi dominavano in tutte l'altre sue province, senza che gli altri Imperadori, che a Giustino succederono, molta cura si prendessero di ricuperarle, e tanto meno delle leggi di Giustiniano; anzi non vi mancarono di coloro, come si dirà a suo luogo, che o per invidia, o per emulazione cercarono anche nell'Oriente d'estinguerle affatto. S'aggiungevano in oltre, che presso a' Longobardi, per le continue guerre ira di essi accese, il nome de' Greci era abbominatissimo, e tutto ciò, che da loro procedeva, con somma avversione era rifiutato e scacciato. Quindi nacque, che se bene a' provinciali permettessero l'uso delle leggi romane, ed a' Romani di poter sotto le medesime vivere, con tutto ciò vollero, che quelle apprendessero dal Codice di Teodosio: onde presso i Longobardi fu in più stima e riputazione il Codice Teodosiano, che quello di Giustiniano[87].

Al che s'aggiungeva l'esempio de' Vestrogoti, che signoreggiavano allora la Spagna, i quali contenti del Codice fatto per ordine d'Alarico, e del Novello compilato dalle leggi de' Vestrogoti ad imitazion di quello di Giustiniano, non riconoscevan i costui libri.

S'aggiungeva ancora l'esempio de' Franzesi, i quali insino a' tempi di Carlo il Calvo, non riconobbero altre leggi romane, se non quelle, ch'erano racchiuse nel Codice Teodosiano, o nel suo Breviario fatto per ordine d'Alarico[88]. Anzi Carlo M. stesso, volendo ristorar la giurisprudenza romana, che a' suoi tempi era ridotta in istato pur troppo lagrimevole, posposti i libri di Giustiniano, si diede a riparare il Codice di Teodosio, e ad emendarlo, come mostrano quelle parole aggiunte al Commonitorio d'Alarico, che va innanzi al Codice Teodosiano: Et iterum anno XX. regnante Carolo Rege Franc. et Longobard. et Patritio Romano. E fu tanta la cura di questo glorioso Principe, ed il rispetto che tenne di questo Codice, che molte leggi di esso volle trasferire ne' suoi Capitolari[89].

Ne' tempi di Carlo il Calvo par che in Francia si cominciassero a sentire le leggi di Giustiniano, come mostrano gli Autori di quell'età, i quali spesso allegando le leggi di Giustiniano, delle Teodosiane taciono: così Hincmaro di Rems: Et Sacri Africae Provinciae Canones, et lex Justiniana decernunt[90]: ed altrove[91]: Leges Justiniani dicunt. Il che comprovasi da quel che Giovanni Italo[92] scrisse di Abbone padre di Odone Cluniacense, il quale Justiniani Novellam memoriter tenebat. Se bene non mancarono nei tempi seguenti Autori, i quali anche si valsero della autorità, non meno de' libri di Giustiniano, che delle leggi Teodosiane, come fecero Ivone di Chartres[93], Graziano ed altri.

In Italia solamente studiavansi i Pontefici romani di mantenere l'autorità delle leggi di Giustiniano e degli altri Imperadori d'Oriente, mostrando di quelle somma stima e venerazione. Erano i loro disegni di sostenere in Italia a tutto potere l'autorità degl'Imperadori greci con riconoscergli per Sovrani, perchè in cotal guisa potessero far contrappeso alle forze dei Longobardi, e tener divisa l'Italia tra due eguali potenze, acciocchè l'una intraprendendo sopra l'altra, Roma non cadesse sotto la servitù dell'una, o dell'altra. Amavano essi meglio l'imperio de' Greci, perchè questi, come lontani, non erano in istato di badar molto ad impedire i loro progressi e disegni, che avevano d'impadronirsi di Roma; e perciò quando i Longobardi avanzavansi tanto, onde si potesse temere, che finalmente non occupassero quella città la cui perdita sarebbe stata seguita dalla lor ruina, ricorrevan tosto a' Greci, perchè s'opponessero di tutto potere a' loro sforzi. In effetto S. Gregorio M. che, come s'è detto, era molto sollecito, che i Greci non fossero in tutto discacciati d'Italia, portava somma venerazione alle leggi degl'Imperadori d'Oriente, e sopra tutto a quelle di Giustiniano, delle quali sovente valevasi, e delle Novelle più frequentemente, com'è manifesto appresso Graziano e ne' Decretali[94]. Questo istituto ancora ritennero da poi i successori, e fra gli altri Gregorio III[95], Niccolò I, Lucio III, Giovanni VIII[96], ed altri rapportati da Dadino Alteserra[97]. Per questa cagione seguitando Lione IV i vestigi de' suoi predecessori, scrisse quell'epistola, che si legge in Graziano[98] all'Imperadore Lotario I, in cui lo prega a conservare la legge romana: Vestram flagitamus clementiam, ut sicut hactenus Romana lex viguit absque universis procellis, et pro nullius persona hominis reminiscitur esse corrupta; ita nunc suum robur, propriumque vigorem obtineat. Ond'è che Ivone di Chartres[99] disse: Dicunt enim instituta legum Novellarum, quas commendat, et servat Romana Ecclesia: e che poi siasi veduto gli Ecclesiastici, così nel novero degli anni per la lor minore età, come in molte altre cose, seguire le leggi romane. Quindi i libri di Giustiniano nel Ducato romano ebbero in questi tempi maggiore autorità e vigore, che nell'altre parti d'Italia: siccome l'ebbero in Ravenna[100] sede dell'Esarcato de' Greci, onde narrasi[101], che in questa città si fosse lungamente conservato quel volume de' Digesti, che ora chiamiamo Inforziato, a cui i Ravignani solevano ricorrere per la decisione delle loro cause: ond'è che a ragione potè conchiudere Ermando Conringio[102], che in Italia prima di Lotario II, Juris Romani, et quidem maxime Justinianei, usus aliquis arbitrarius superfluit exiguus ubivis; frequentior tamen Romae, inque aliis Exarchatus locis, quam in Regno Longobardico, Novellarum praecipua fuit auctoritas in rebus Ecclesiasticis nonnullis.

Ma i Longobardi per le ostinate e crudeli guerre, ch'ebbero co' Greci, se bene ad esempio de' Goti lasciassero vivere i provinciali colle leggi romane, non da altri libri, se non dal Codice di Teodosio, e dal Breviario d'Alarico, vollero, che quelle s'apprendessero, ed avessero forza e vigor di legge, imitando anche in questo la pratica de' Goti; nè infino ad ora per sessantasei anni, da che vennero in Italia, ebbero essi per loro legge alcuna scritta[103], ma governavansi solamente secondo i loro costumi, e secondo quegli istituti, che tramandati, come per tradizione da' loro maggiori, con molta osservanza e religione mantenevano.

Rotari adunque fu il primo, che assunto al Trono, dopo avere ingrandito il suo Reame coll'acquisto delle Alpi Cozzie e di Oderzo, pensò a dare anche le leggi scritte a' suoi Longobardi.

La maniera, colla quale i Re longobardi stabilivano le loro leggi, fu cotanto commendata da Ugon Grozio[104], che antepone in ciò i Longobardi a' Romani stessi: questi sovente dall'arbitrio d'un solo ricevevano le leggi, il qual le mutava e variava a sua posta; onde tutto ciò che al Principe piaceva, ebbe vigor di legge. All'incontro i Re longobardi non s'arrogavano soli questa potestà, ma nello stabilirle vi volevano ancora il parere e consiglio de' principali Signori e Baroni del Regno: e l'Ordine del Magistrato vi aveva ancora la sua parte; nè altrove stabilivansi, che nelle pubbliche assemblee a questo fine convocate, nelle quali non s'ammetteva all'uso di Francia l'Ordine ecclesiastico, ma solo l'Ordine de' Signori e de' Magistrati: nè la plebe appresso loro faceva Ordine a parte, ma secondo che scrisse Cesare dell'antica Gallia: Plebs plane servorum habebatur loco, quae per se nil audet, nullique adhibetur Concilio.

Avendo adunque Rotari, secondo l'Epoca di Camillo Pellegrino, nell'anno 644 intimata una Dieta in Pavia, ragunati quivi i Signori e Magistrati, stabilì molte leggi, le quali fece egli ridurre in iscritto, ed inserille in un suo editto, che fece pubblicare per tutto il suo Regno, non altrimente, che fece Teodorico Ostrogoto, quando pubblicò il suo per tutta Italia, del quale nel precedente libro si è fatto menzione. Fra gli altri monumenti dell'antichità, che serba l'Archivio del monastero della Trinità della Cava dell'Ordine di S. Benedetto, il qual dopo quello di M. Cassino è il più antico, che abbiamo nel Regno; evvi un Codice membranaceo da noi con proprj occhi attentamente osservato, scritto in lettere longobarde, dove non solamente gli editti de' Re longobardi (cominciando da questo di Rotari) ma anche degl'Imperadori franzesi e germani, che furono Re d'Italia, vi sono inseriti. In questo editto di Rotari dopo il proemio, che si vede trascritto anche dal Sigonio[105] nella sua Istoria d'Italia, si leggono i titoli di ciascun capitolo, ed il primo comincia: Si quis hominum contra animam Regis cogitaverit: e questi terminati, siegue la conchiusione dell'editto in cotal guisa: Praesentis vero dispositionis nostrae Edictum, etc.[106]. Seguono da poi le leggi, ovvero capitoli, secondo il numero de' titoli precedenti, e contiene questo editto trecento ottantasei capitoli, ovvero leggi. Il Compilatore dei tre libri delle leggi longobarde, che vanno ora impressi nel volume delle Novelle di Giustiniano, prese da questo editto di Rotari le leggi, delle quali compilò quasi interamente il primo e secondo libro: e nel terzo libro due o tre se ne leggono di questo Re, siccome diremo più distesamente, quando della compilazione di quel volume delle leggi longobarde ci tornerà occasione di favellare.

L'esempio di Rotari fu imitato da poi dagli altri Re longobardi suoi successori, come da Grimoaldo, Luitprando, Rachi ed Astolfo: ma di tutte questi Re niuno lasciò tante leggi, quante Rotari, essendo, come s'è detto, il lor numero arrivato insino a 386. Fece egli pubblicare il suo editto in questo anno 644 che fu l'ottavo del suo Regno, per tutte le province, che erano sotto la sua signoria, e sopra tutto nel Ducato beneventano, che avendo allora stesi assai più i suoi confini, era riputato la più ampia e nobil parte del Regno d'Italia.

CAPITOLO VII. Di Ajone e Radoaldo, III. e IV. Duchi di Benevento.

Il Ducato di Benevento, per la morte accaduta nell'anno 641 d'Arechi, che cinque mesi prima di morire avea associato al Ducato Ajone suo figliuolo, da costui era governato[107]; ma conoscendolo il padre di poco senno, e men atto a sostenere questo peso, lo raccomandò, morendo, a Radoaldo e Grimoaldo figliuoli ambedue di Gisulfo già Duca del Friuli, i quali nella sua Corte erano stati allevati e ritenuti. Eran questi amati da Arechi, come propri figliuoli, e gli aveva anche sostituiti al Ducato in mancanza d'Ajone suo figliuolo. Tenendo adunque il Ducato di Benevento Ajone sotto la cura di questi due fratelli, cominciarono la prima volta a farsi sentire in queste nostre contrade gli Schiavoni.

Erano gli Schiavoni originarj della Sarmazia europea, di qua e di là del Boristene; e seguendo l'esempio e le orme degli altri Popoli barbari, s'avanzarono fin alle rive del Danubio, e le valicarono sotto l'Imperio di Giustiniano[108]. Gettatisi poi nell'Illiria, ne occuparono finalmente una gran parte, particolarmente quella, che sta tra la Drava e la Sava, tirando verso l'Occidente, chiamata ancor oggidì dal loro nome Schiavonia.

Questi calando dalla Dalmazia, che già avevano occupata, sbarcati a Siponto, cominciarono a depredare la nostra Puglia. Ajone intesa l'irruzione degli Sclavi nella Puglia, la quale era stata in gran parte al Ducato beneventano aggiunta, unite al meglio che potè alquante truppe, andò in assenza di Radoaldo prestamente per combattergli; ma venuto presso al fiume Ofanto all'armi, cadde in un fosso, dove sopraggiungendo gli Schiavoni lo ammazzarono[109]. Non tenne Ajone più il Ducato di Benevento, toltone i cinque mesi, che regnò insieme col padre, che un solo anno; ma lui morto, trionfando gli Sclavi della vittoria riportata sopra il medesimo, sopraggiunse opportunamente con valide forze Radoaldo, il quale investitigli con incredibil valore gli sconfisse e disperse; e dopo aver sì fortemente vendicata la morte d'Ajone, al Ducato di Benevento fu assunto con Grimoaldo suo fratello, conforme all'istituzione d'Arechi, il quale ed a se ed al figliuolo avea provveduto di successore.

Resse questo Principe il Ducato beneventano insieme con Grimoaldo suo fratello cinque anni. Invase costui altre regioni de' Greci, e presso Sorrento portò le sue armi: assediò questa città, sforzandosi di prenderla per assalto; ma i Sorrentini respinsero le sue truppe, incoraggiti anche da Agapito loro Vescovo; onde Radoaldo sciolse l'assedio, e Sorrento fu liberata[110].

Governando costoro il Ducato di Benevento, s'intesero la prima volta di queste province, che ora compongono il nostro Regno, le nuove leggi scritte dei Longobardi, pubblicate da Rotari col riferito suo editto: quindi le città del nostro Regno, che in quel Ducato eran comprese, ed i nostri provinciali, ancorchè quelle per li soli Longobardi fossero state fatte, cominciarono pian piano ad apprenderle e rendersele famigliari tanto, che ne' tempi seguenti bisognò, che le romane cedessero e si conservassero solo come antiche usanze presso alla plebe, la quale è l'ultima a deporre le leggi ed i costumi de' suoi maggiori; siccome più innanzi vedremo.

Morto Radoaldo in Benevento nell'anno 647, restando al governo solo Grimoaldo di lui fratello, tenne costui il Ducato anni sedici, senza però comprendervi gli altri anni cinque, che avea regnato col fratello.

CAPITOLO VIII. Di Grimoaldo V. Duca di Benevento: delle guerre da lui mosse a' Napoletani: e morte del Re Rotari.

Grimoaldo V. Duca di Benevento fu un Principe d'animo sì grande e intraprendente, che non contento d'aver distesi i confini del suo Ducato, e riportate molte vittorie sopra i Napoletani e Greci, aspirando sempre ad imprese più alte e generose, finalmente dal suo destino fu esaltato al Trono, e resse il Regno d'Italia, dopo i sedici del suo Ducato, altri anni nove.

Mentre fu egli Duca di Benevento, ebbe sovente a combatter co' Napoletani; ed in questi tempi si narra esser accaduto ciò, che Paolo Varnefrido[111] rapporta, di aver egli impedito a' Greci il sacco della Basilica di S. Michele posta nel monte Gargano, e d'avergli interamente sconfitti. Vien riferito ancora, che quindici anni da poi, asceso già al regal Trono in Pavia, avesse un'altra volta sconfitti i Napoletani, e che questi per tale avversità, tocchi nel cuore, avessero mutata religione, e da' Gentili ch'erano, avessero abbracciata la Religione cristiana, siccome narrano l'Autore degli Atti dell'Apparizione Angelica[112], e l'ignoto Monaco Cassinese[113].

Ma poichè questi successi variamente dagli Scrittori si narrano, alcuni a' Saraceni imputando ciò, che Paolo ascrive a' Greci; altri, con manifesto anacronismo, più indietro portando questi successi, gli fingono a' tempi di Teodorico e d'Odoacre, quando i Longobardi non erano ancora in Italia conosciuti; ed altri con maggior verità l'attribuiscono a' medesimi Longobardi; perciò sarà a proposito più distesamente mostrare, che non i Greci, o i Napoletani, ovvero i Saraceni, ma i Longobardi diedero il sacco a quel santuario, e che la conversione dal Gentilesimo al Cattolichismo, la quale a' Napoletani s'imputa, dee a' Longobardi beneventani, non già agli altri attribuirsi.

Il monte Gargano, posto nella Puglia sopra Siponto dirimpetto all'isole Diomedee del mare superiore, oggi dette di Tremiti, nome ancor egli antichissimo, e da Tacito[114] usato, fu prima renduto celebre al Mondo da Virgilio e da Orazio; ma da poi a tempo di Gelasio I. Pontefice romano, fu assai più rinomato per la maravigliosa apparizione in questo luogo accaduta dell'Arcangelo Michele; e discacciati d'Italia i Goti dall'Imperador Giustiniano per Belisario e Narsete, ed all'Imperio d'Oriente finalmente restituita, fu incredibile la venerazione de' Greci verso questo Santo. Non vi ebbe città così nella Grecia, come in Italia, che non gli fabbricasse tempj e non gli dirizzasse altari. Narra Procopio[115], che da Giustiniano nella sola città di Costantinopoli gli furon molti nuovi tempj eretti, ed altri antichi rifatti: il cui esempio imitarono ancora l'altre città greche d'Italia. In Napoli massimamente la di lui venerazione fu maravigliosa, avendogli i Napoletani innalzato ancor essi un tempio, che poi secondo il rito della Chiesa romana, fu in tempo di S. Gregorio M. dedicato, e lo stesso Pontefice di questa dedicazione in una sua epistola fa memoria[116]. Di molti altri Imperadori greci, e particolarmente di Eraclio si narra lo stesso, i quali di ricchi e preziosi doni arricchirono quel santuario: in guisa che non potrà porsi in dubbio, che i Napoletani per lungo tempo a' Greci congiunti, non avessero una pari religione e venerazione a questo Arcangelo portata: ed il voler imputare i Napoletani in questi tempi d'infedeltà e d'idolatria, egli è un error così grande, che la sola cronologia de' Vescovi cattolici di questa città, e ciò che nel precedente libro si è narrato, può renderlo manifesto e indubitato.

All'incontro è certissimo, che quando i Longobardi ritolsero a' Greci l'Italia, non altra religione professavano, se non quella de' Pagani, e molti l'Arrianesmo, e quantunque nel Regno d'Agilulfo, seguendo i Longobardi l'esempio del loro Principe, avessero molti di essi lasciato l'Arrianesmo e l'Idolatria; nientedimeno perseverando gli altri Re suoi successori nell'Arrianesmo, fu cagione, che i Longobardi, e particolarmente que' di Benevento tornaron di nuovo nei primi errori, de' quali non finiron d'interamente spogliarsi fino all'anno 663, quando, fugato Costanzo Imperadore per opera di S. Barbato Vescovo di Benevento, alla religion cattolica furon convertiti, come quindi a poco diremo.

È altresì notissimo a chi attentamente considererà l'istoria de' Longobardi di Paolo Varnefrido, che questo Scrittore, siccome furono tutti gli altri di tal Nazione, per esser longobardo, si è studiato a tutto potere di scusare i suoi da questa nota d'infedeltà, e dagli errori d'Arrio; anzi in tutto il corso della sua istoria non favellò mai della religione, che tennero questi Popoli, tanto che nemmeno della loro conversione per opera di S. Barbato alla cattolica credenza ne dice parola, per fuggire di non esser costretto a far menzione degli antichi errori, come accuratamente notò il diligentissimo Pellegrino[117].

Quindi nella storia sua molte cose sono imputate a' Greci, che da' Longobardi si commisero, siccome con verità osservò anche il Cardinal Baronio[118]: e chiarissimo documento ne farà questo stesso successo: conciossiachè è affatto incredibile, che i Greci cotanto veneratori di quel santuario avessero potuto avere un animo così perverso, come e' dice, di saccheggiarlo, e che perciò venuti all'armi co' Longobardi, fossero da costoro stati distolti di così esecrando e sacrilego eccesso. Tutto al rovescio è da credersi, che andasse la bisogna, ed appunto come ce la descrive il Pellegrini[119], cioè che i Longobardi contendendo co' Greci della possessione di quel luogo, dopo una lunga ed ostinata pugna, finalmente fosse loro riuscito di vincere i Greci, e siccome quelli ch'eran già avvezzati a somiglianti scelleratezze, ciocchè essi sotto Zotone avevan altra volta fatto nel monte Cassino, vollero Sotto Grimoaldo replicar nel monte Gargano, saccheggiando quel santuario, che ricco per varj doni de' Greci potè invitar la loro rapacità a quel sacrilegio. Ed in fatti dagli atti medesimi di S. Barbato Vescovo di Benevento, che non ancora impressi si conservavano nel monastero delle Monache di S. Gio. Battista della città di Campagna, e che furono da poi da Giovanni Bollando[120] dati alla luce colle sue note, e parte d'essi si veggono ora anche impressi nell'ottavo volume di Ferdinando Ughello[121], si vede con chiarezza, che quella Basilica patì allora in realtà il sacco: tanto è lontano, che fosse stato impedito dai Longobardi beneventani, restando così incolta e desolata, ut nec sedulum illic officium persolvi possit, come dice S. Barbato. Nè cominciò a restituirsi al suo antico lustro, se non quindici anni da poi, quando discacciato Costanzo da' Longobardi, a' conforti di Barbato abbracciarono la Religion cattolica, deponendo l'Infedeltà; la qual conversione all'Autore degli Atti dell'Apparizione Angelica, essendo parimente Longobardo, piacque ancora d'addossarla a' Napoletani greci come vedremo più innanzi: ciò che maggiormente confermerà quanto ora si è detto.

E per questa stessa ragione si vede, che vanno eziandio errati coloro[122], i quali vogliono imputare i Saraceni di ciò, che Paolo Varnefrido narra de' Greci; scrivendo essi, che Grimoaldo nel monte Gargano in questi anni del suo Ducato avesse combattuto co' Saraceni, i quali volendo saccheggiar quel santuario, furono da Grimoaldo sconfitti e debellati; poichè questa guerra fu, come Varnefrido la scrive, tra' Longobardi e Greci, e non co' Saraceni, i quali in questi tempi non erano ancora venuti a depredare queste nostre province; e poi quando ci vennero, non nel Gargano, ove non mai si fermarono, se non negli ultimi tempi, ma nel Garigliano sua aliquando domicilia habuerunt, come dice il Pellegrino. Nè è vero, che fu impedito il sacco, perchè seguì veramente; onde la sconfitta, che si narra data a' Saraceni nel Gargano da Grimoaldo, è ugualmente favolosa di quell'altra, che dal Summonte e da altri vien riferita di aver ricevuta in Napoli da S. Agnello Abate, in tempo che questi Popoli in Italia non erano stati ancora conosciuti; nè il nome loro era stato in queste nostre parti peranche inteso.

Ma mentre i Longobardi beneventani sono occupati in queste guerre co' Greci napoletani, accadde nell'anno 652 in Pavia la funesta morte di Rotari Re, il quale morendo lasciò erede e successore nel Regno Rodoaldo suo unico figliuolo, non restando altri della sua virile stirpe, che questo unico rampollo. Resse Rotari sedici anni il Regno con tanta prudenza e giustizia, che tra i Principi più illustri della terra fu meritamente annoverato; e dall'aver egli lasciato in libertà i suoi sudditi di poter vivere in quella religione, che volessero, permettendo, che in quasi tutte le città del suo Regno vi fossero due Vescovi, l'un cattolico e l'altro arriano, diede questo pernizioso esempio nuovo stimolo agli empj Politici di confermare la loro massima, che il Principe non dovesse molto impacciarsi della religione de' sudditi, nè sforzargli a dover credere, e professar quella, ch'egli reputasse la più vera: onde Bodino[123] difensor di questa perversa dottrina, all'esempio di Teodosio M. di cui crede, che avesse medesimamente permesso a' suoi sudditi simile libertà di coscienza, senza curarsi punto se fossero arriani o cattolici, non si dimenticò d'aggiunger questo altro di Rotari, il quale permise lo stesso. Non è però da tralasciarsi di notar qui di passaggio l'errore di questo Scrittore, che reputò Teodosio M. essere stato Autore di quella legge[124], la quale quantunque nel Codice Teodosiano portasse in fronte così il nome di Teodosio M. come l'altro di Valentiniano II, egli è però costante presso a tutti gli Scrittori, che Autore di quella ne fosse Valentiniano, il quale per impulso dell'Imperadrice Giustina sua madre, e ad istanza de' Goti arriani, residendo in quell'anno in Milano la fece pubblicare, contro alla quale declamò tanto S. Ambrogio Vescovo di quella città; ed è altresì noto, che ancorchè gl'Imperadori reggessero allora l'Imperio diviso in occidentale ed orientale, nulladimanco il costume era, che le leggi, che si promulgavano o dall'uno, o dall'altro, portavano in fronte i nomi di tutti coloro, che governavano allora l'Imperio: ciocchè osserviamo ancora ne' marmi; ed infiniti altri esempj ne somministra il Codice stesso Teodosiano, siccome fu anche osservato dal diligentissimo Jacopo Gotofredo[125], il quale dell'istesso errore notò Francesco Baldovino, che per quella iscrizione credè parimente, che Teodosio M. fosse stato autore di quella legge.

CAPITOLO IX. Di Rodoaldo, Ariperto, Partarite e Gundeberto, VIII, IX, X e XI Re de' Longobardi.

Siccome nel lungo e savio Regno di Rotari, le cose de' Longobardi andarono molto prospere in Italia, così il molto breve e sconsigliato di Rodoaldo suo figliuolo, e più la discordia de' suoi successori pose le loro fortune in pericoloso stato. Rodoaldo, ancorchè Varnefrido rapporti aver regnato cinque anni, appena governò solo un anno; poichè avendo stuprata la moglie d'un certo Longobardo, fu dal marito ammazzato; e ne' suoi cinque anni di Regno, Paolo annoverò quelli, quando regnò insieme col padre, che lo fece suo collega.

Essendo mancata per tanto la maschile stirpe di Rotari, raunati i Longobardi per creare un nuovo Re, elessero Ariperto figliuolo di Gundoaldo fratello di Teodolinda. Tenne costui il Regno de' Longobardi nove anni, secondo Varnefrido[126]; nè in tutto il corso del suo Imperio l'istoria rapporta cosa di lui degna di memoria, se già non se gli volesse ascrivere a lode l'opinione, che di lui avevasi, che fosse alla religione cattolica assai inclinato contro all'esempio di Rotari e del figliuolo Rodoaldo.

Morì nell'anno 661 Ariperto, e lasciò di se due figliuoli, Partarite e Gundeberto, tra i quali partì con pessimo consiglio il Regno. Così Gundeberto tenne la sede del suo Regno in Pavia, e Partarite nella città di Milano: che fu cagione, onde a Grimoaldo nostro Duca di Benevento s'offerse l'opportunità di scacciare ambedue dalle loro sedi, e di rendersi signore di tutto il Regno; poichè nata fra' due fratelli discordia e odio grandissimo, ciascuno cercava d'occupare il Regno dell'altro; onde non contento Gundeberto di sua sorte, vennegli talento di tener solo l'intero Regno, e discacciarne il fratello: ma non fidandosi delle proprie forze, mandò Garibaldo Duca di Torino a Grimoaldo Duca di Benevento, perchè a questa impresa l'aiutasse, promettendogli in premio la sorella per moglie.

Ma il Duca di Torino tutto altro espose a Grimoaldo, e tradendo il suo Signore, lo persuase a non dover trascurare d'approfittarsi di questa discordia, che poteva porgli in mano il Regno; nè durò molta fatica a persuaderlo: onde preso dall'avidità di regnare unì, come potè il meglio, alquante truppe, e lasciato in Benevento per Duca Romualdo suo figliuolo, verso Pavia incamminossi. Giunto a Piacenza spedì a Gundeberto coll'avviso della di lui venuta Garibaldo, il quale fatta l'imbasciata, volle in oltre persuaderlo a dovergli andare incontro; e se pure avesse di qualche cosa sospettato, poteva sotto le regali vesti armarsi di corazza; dall'altro canto con inaudita perfidia avvertì Grimoaldo, che si guardasse bene di Gundeberto, poichè armato veniva ad incontrarlo. Credette Grimoaldo al traditore; e tanto più stimò vero il sospetto, che essendosi poi incontrati, tra i saluti e gli abbracciamenti, toccò veramente esser Gundeberto di corazza armato, onde punto non dubitò che tutto si fosse apparecchiato per ucciderlo, nel quale impeto sfoderando la spada lo trafisse, e morto lo distese a terra, ed in un subito occupò il Regno, facendosene signore. Aveva allora Gundeberto un picciol figliuolo chiamato Ramberto, il quale secretamente fu trafugato da' suoi fidati, e fatto diligentemente allevare: nè Grimoaldo si curò molto di averlo in mano, perciocchè era ancora bambino.

Non così tosto ebbe di questo successo avviso Partarite, che pien di paura, con celerità grande lasciando in abbandono lo Stato, Rodolinda sua moglie, e Cuniperto picciolo suo figliuolo, se ne fuggì, e sotto Cacano Re degli Avari ricovrossi. Grimoaldo preso ch'ebbe Milano, confinò in Benevento Rodolinda e Cuniperto, e passato da poi in Pavia, fu proclamato Re dagli stessi Longobardi nel fine di questo anno 662, ed avendosi sposata la sorella di Gundeberto con estrema allegrezza di tutti, rimandò carico di doni l'esercito in Benevento, e seco ritenne solo alcuni suoi più fidati, che innalzò poi a' primi onori del Regno.

CAPITOLO X. Di Grimoaldo XII. Re de' Longobardi, di Romualdo VI. Duca di Benevento; e della spedizione Italica di Costanzo Imperador d'Oriente.

Mentre Grimoaldo regnava in Pavia, e Romualdo suo figliuolo in Benevento con tanta felicità, ecco che lor s'appresta una guerra oltramodo travagliosa e crudele, la quale portava il pericolo sommo d'esser dai loro Stati interamente discacciati. Infino a qui gl'Imperadori greci poco curando delle cose d'Italia, e contenti solamente d'avere in lei l'Esarcato di Ravenna, il Ducato di Roma, e quelli di Napoli, di Gaeta, e d'Amalfi, con alcune altre città della Calabria e dei Bruzj, niun pensiero prendevansi di restituirla al loro Imperio. L'Imperador Eraclio appena potè contenere i Longobardi ne' loro limiti, perchè interamente non finissero di scacciare d'Italia i Greci; ma morto costui nel mese di maggio dell'anno 641 lasciò per successore Costantino suo figliuolo; fu allora veduta la sede di Costantinopoli in tante revoluzioni, che non potè pensare alle cose d'Italia; conciossiachè Costantino non istette più sul Trono, che quattro, o second'altri[127], sei mesi, avendolo fatto morire Martina sua madrigna, per mettervi Eracleone suo figliuolo. Ma questi ne fu cacciato in capo a sei mesi, e relegato insieme con sua madre. Costanzo, figliuolo di Costantino, gli succedè nell'anno 642, in tempo del quale l'Imperio d'Oriente cominciò ad aver qualche respiro. Questo Principe s'invogliò talmente di riunire l'Italia all'Imperio d'Oriente, che reputò indegnamente portar la corona di quell'Imperio, se non avesse d'Italia affatto i Longobardi discacciati: e fu tanta l'ardenza sua in eseguire questo disegno, che non soddisfatto di mandarvi Capitani per questa impresa, volle egli stesso, lasciando in abbandono la sede di Costantinopoli, portarsi in persona in queste nostre contrade, e porsi alla testa dell'esercito: cosa veramente nuova, nè altre volte accaduta, essendo stata questa la prima volta, che fu veduto un Imperador d'Oriente portarsi in Italia ed in Roma. La novità e stravaganza del qual fatto diede molto da pensare per iscovrire i consigli e le cagioni di tal mossa.

Alcuni credettero, che avendo egli scelleratissimamente ammazzato Teodoro suo fratello, il quale sovente con immagini tetre e formidabili lo spaventava, agitato da sì funeste larve, proccurasse allontanarsi da quella città, e da que' luoghi a lui già fatti odiosi e funesti[128]. Altri attribuivano questa sua mossa all'odio, che i Costantinopolitani portavangli per aver egli abbracciata l'eresia de' Monoteliti, e che perciò proccurasse trasferir la sede dell'Imperio in Roma. Ma i più sensati Autori, fra i quali sono Anastasio Bibliotecario e Varnefrido[129], dicono che non per altro si fu mosso, se non per la cupidità di ricuperare l'Italia, e per la speranza di potere con le sue forze discacciare da questi luoghi i Longobardi. Perciò nella primavera di questo anno 663, apprestata una grande armata di mare, da Costantinopoli partissi, e verso Taranto dirizzò il cammino. Molte città di queste province, che ora formano il nostro Regno, tenevansi tuttavia ne' tempi di Costanzo sotto la Signoria dei Greci, i quali oltre al Ducato napoletano, e agli altri Ducati minori, vi avevano parimente molte altre città marittime della Calabria, siccome Taranto altresì, non ancora da' Longobardi beneventani occupata. Giunto Costanzo in questa città, e sbarcatevi le sue truppe, alle quali unironsi poi i Napoletani, verso Benevento dirizzossi. Questa non aspettata comparsa de' Greci pose da principio in tanta costernazione e spavento i Beneventani, che molte città della Puglia furon da essi abbandonate: onde con leggier contrasto potè Costanzo prender e devastar Lucera, città da Siponto non molto lontana: ma non potè già far lo stesso di Acerenza per esser posta in fortissimo luogo: e non volendovi consumare più lungo tempo, andossene prestamente a campo sotto Benevento, e di stretto assedio la cinse.

§. I. Di Romualdo, VI. Duca di Benevento.

Romualdo Duca di Benevento vedutosi in questo stato, tosto spedì Gesualdo suo Balio al Re Grimoaldo suo padre in Pavia, perchè gli mandasse validi soccorsi: ed intanto i Longobardi beneventani, ancorchè da' Greci fosse più volte stata assalita la città, sempre però gli ributtarono, ed alle volte ancora gli assalirono ne' proprj alloggiamenti con varie sortite, e per ogni parte danni e rotte considerabili gli diedero: nella difesa della quale città, non conferì poco l'opera di Barbato Prete, e poi suo Vescovo, il quale declamando sempre, che di questi mali eran puniti i Longobardi beneventani con guerre sì crudeli, perchè non ancora avean deposta la superstizione de' Gentili, ed alcuni l'Arrianesimo; tanto fece, che ridusse quei popoli a deporre l'Idolatria, e ad implorare per lo scampo delle imminenti calamità il divino aiuto e la protezion de' Santi: e ad esser da poi persuasi, che ne fossero scampati per opera divina. Ma mentre Costanzo era in questo assedio, ecco che il Re Grimoaldo vien di persona con potente esercito a soccorrere il figliuolo; ed in tanto manda Gesualdo a dargli avviso che stasse di buon animo, ch'egli era ben tosto per liberarlo. Ma l'infelice, giunto al campo nemico, mentre tenta di gettarsi dentro l'assediata città, fu preso e portato innanzi all'Imperador Costanzo, il quale sentendo, che Grimoaldo già sen veniva con forte esercito a soccorrere il figliuolo, e ch'era già vicino, turbossene grandemente: e risoluto di levar l'assedio, tentò, perchè sicuramente potesse farlo, e potesse anche ricavarne qualche onesta condizione di pace, che Gesualdo tutto al rovescio esponesse a Romualdo l'ambasciata; onde fattolo condurre sotto le mura, il costrinse a chiamar Romualdo, al quale voleva egli che dicesse di non potere in conto alcuno venir suo padre per soccorrerlo; ma Gesualdo con animo intrepido e forte, veduto Romualdo sopra la muraglia, con alta voce, perchè tutti i Greci, ch'eran presenti, anche il sentissero, gli disse: Sta forte, e di buon animo, o Signore, e non ti smarrire; ecco tuo padre è già vicino con potente esercito per tuo soccorso, e questa notte al fiume Sangro dee esser giunto. Ben ti raccomando la mia cara moglie, ed i miei cari figliuoli perchè son certo, che questi ribaldi Greci mi faran tosto morire[130]. Sdegnato fieramente Costanzo per così generoso e magnanimo atto, fecegli tosto mozzare il capo, che con una briccola il fece buttar dentro le mura della città. Il Duca Romualdo presolo ed affettuosamente baciandolo, di molte lagrime il bagnò, così onorando la singolar sua virtù, e l'amor del suo fedele, con fargli inoltre dare sontuosa e nobile sepoltura.

Temendo perciò l'Imperadore della venuta di Grimoaldo, sciolse l'assedio, e mentre verso Napoli, sua città, frettoloso si avvia, il Conte Mitula di Capua nel cammino diede al suo esercito una grande rotta al fiume Calore, che non poco l'afflisse: e giunto finalmente in Napoli con animo di voler quindi passare in Roma, essendosi esibito Saburro, che gli dava il cuore, se l'Imperadore lasciasse sotto al suo comando ventimila soldati, di debellar tutti i Longobardi, e riportarne certa vittoria; Costanzo glieli concedette, e lasciollo sul passo di Formia, che ora dicono esser Castellone, o Mola di Gaeta, almeno perchè gli servissero per tener a freno il nemico, che andando egli in Roma, lasciavasi indietro. L'esercito di Saburro era misto di Greci e di Napolitani, Popoli che furon sempre rivali ed implacabili nemici de' Beneventani, e co' quali ebbero sempre crudeli ed ostinate guerre. Era Grimoaldo giunto in Benevento, quando intese i vanti di Saburro, ed i disegni de' Greci, e fu per andarvi egli di persona per combattergli; ma pregato da Romualdo suo figliuolo, che a lui commettesse questa impresa, bastandogli il cuore di vincergli, egli ne fu contento, e gli diede una parte del suo esercito. Con intrepidezza incomparabile affrontò Romualdo l'esercito nemico, e mentre fieramente si combatte, ed era ancor dubbia la pugna, ecco che un Longobardo, Amelongo nomato, ch'era solito di portar la lancia innanzi al Re, con animo forte, coll'istessa lancia percosse un Cavalier greco con tanta forza ed empito, che levatolo da sella l'alzò all'aria in alto, e per sopra il suo capo lo fece precipitare in terra. Per così valoroso fatto tanto terrore e spavento entrò ne' Greci che vilmente abbandonando il Campo, dieronsi a fuggire, ed i Longobardi seguitandogli fecero di loro strage crudelissima, e piena vittoria ne riportarono. Romualdo pien di gioja, trionfando, in Benevento tornossene, ove accolto dal padre e da' Beneventani con applauso grande, da tutti, come liberator della Patria e dello Stato, fu onorato e commendato. Intanto l'Imperador Costanzo quando vide vana ogni sua opera, parendogli essere fuori di ogni speranza di superare i Longobardi, perchè all'intutto non paresse inutile la sua venuta in Italia, pensò, pieno di cruccio andare in Roma ove, ancorchè fosse stato accolto con molti segni di stima e di venerazione da Vitaliano romano Pontefice, in dodici giorni, che vi dimorò, non attese ad altro, che a spogliarla de' più ricchi ornamenti, che vi ritrovò, e toltone quanto eravi di più rado, d'oro, d'argento, di bronzo, e di marmo, e fattolo imbarcar ne' suoi legni per condurlo in Costantinopoli, egli per cammin terrestre tornossene a Napoli, e quindi a Reggio, ove la terza volta furono le sue truppe da' Beneventani battute: indi a Sicilia portossi; quivi essendo egli dimorato qualche tempo, fu in Siracusa, mentre si lavava nel bagno, nell'anno 668 da' suoi stessi miseramente ucciso[131]; e le sue inestimabili prede e ricchezze, che da Roma e da altri luoghi aveva raccolte, capitate in mano de' Saraceni, non già in Costantinopoli, ma in Alessandria furon condotte.

Ecco qual fine, per se e per li Greci funesto, ebbe l'impresa di Costanzo, il qual promettendosi di restituire l'Italia al suo Imperio, rendè più prospere le fortune de' Longobardi: spedizione quanto infelice per li Greci, a' quali mancò poco, che non fossero interamente scacciati d'Italia, altrettanto avventurosa e prospera per li Longobardi, i quali maggiormente stabiliti ne' loro Stati, a niente altro da poi furono intenti, che a discacciare i Greci da quelle città, ch'essi ancor ritenevano. Per queste illustri vittorie Romualdo ampliò poi tanto il Ducato beneventano, che discacciati i Greci da Bari, Taranto, Brindisi, e da tutti que' luoghi della Calabria, che oggi Terra d'Otranto diciamo, gli ridusse al solo piccolo Ducato di Napoli e di Amalfi, ed Otranto. Gallipoli, Gaeta, e ad alcune altre città marittime de' Bruzj, che oggi Calabria ulteriore chiamiamo.

Queste furono le memorabili rotte, che gl'Istorici in questi tempi narrano essersi date da' Beneventani a' Napoletani, ne' quali per opera di S. Barbato i Longobardi beneventani abbandonarono interamente l'Idolatria e la superstizione: il culto della religione cattolica tenacemente abbracciando. La qual conversione, volendo a sommo studio tener nascosta Varnefrido e lo Scrittore degli atti dell'Apparizione Angelica nel monte Gargano, ambedue di nazione longobarda, perchè con ciò non si scovrisse, che sino a questi tempi i Longobardi avevan ritenuto il Gentilesimo, di ciò, ch'essi fecero, n'imputarono i Napoletani, i quali, come si è veduto, e di quel santuario, e della fede cattolica erano riverenti e tenaci. Nè maggior pruova di questo potrà aversi, se non dagli Atti di S. Barbato istesso, dati ora alla luce dal Bolando, e dall'Ughello[132], il quale Santo, dopo aver persuaso al Duca di Benevento ed a' Longobardi, per opera divina, e dell'Arcangelo Michele essere scampati da tante calamità, questi, deposto ogni rito pagano, ed abbracciata la religion cattolica, lo elessero per Vescovo di quella città; ed avendogli il Duca profferto molti e ricchi doni, il santo Vescovo gli rifiutò, persuadendo a Romualdo, che que' doni offerisse alla Basilica del monte Gargano, la quale, a cagion del preceduto sacco, essendo rimasa incolta e men frequentata, proccurasse egli renderla più culta, e col suo esempio la venerazion di quel luogo a' suoi Longobardi instillasse; ed inoltre che tutto ciò, ch'era nel tenimento del Vescovato Sipontino alla sua sede beneventana sottoponesse, perchè que' luoghi allora incolti, posti sotto la sua cura, meglio da lui potessero custodirsi e governarsi; siccome da Grimoaldo fu fatto. Quindi nacque, che fin da questi tempi di Vitaliano, romano Pontefice, il Vescovato di Siponto, e la cura della Basilica garganica alla sede beneventana si appartenne; com'è pur manifesto da alcune epistole di Vitaliano Papa a Barbato istesso dirette, rapportate da Mario Vipera nel libro primo della sua Cronologia de' Vescovi ed Arcivescovi beneventani, onde da poi ne' tempi seguenti lungamente si è veduta la Chiesa sipontina e la garganica a' Vescovi beneventani soggetta, insino che, ruinando già il Principato di Benevento, fu a Siponto dato il suo Arcivescovo, alla cui cura ritornarono assolutamente queste Chiese, come, quando della politia ecclesiastica di questi tempi ci tornerà occasione di trattare, più distesamente diremo.

Per questa cagione crebbe la venerazione di questo santuario appresso i Longobardi beneventani, tanto che per lor protettore lo riconobbero, e siccome i Longobardi Subalpini ebbero per loro protettore il Precursor di Cristo, i Longobardi spoletani S. Sabino Vescovo e Martire; così i nostri Longobardi Cistiberini ebbero l'Arcangelo Michele[133]; onde si fece poi che tutte le vittorie, che ne' seguenti tempi riportarono i Beneventani sopra i Napoletani, come che sovente accadute, siccome fu questa agli otto di Maggio, giorno dell'Apparizione Angelica, tutte l'attribuirono all'intercessione di questo lor protettore[134]. Quindi parimente si manifesta l'error di coloro, i quali, ignari di questi fatti, riportano indietro questi avvenimenti sino a' tempi di Teodorico ostrogoto, e vedendo che ancor prima di que' tempi erano i Napoletani cattolici, vollero, che ciocchè diceasi de' Napoletani infedeli, dovea intendersi de' Vandali, che allora sotto Odoacre eran congiunti a' Napoletani contra i Goti.

§. II. Venuta de' Bulgari: ed origine della lingua italiana.

Ma ritornando al Re Grimoaldo da noi in Benevento lasciato, questo Principe, vedendo già tutte a terra le fortune de' Greci, da poi ch'ebbe premiato Mitula Conte di Capua, al quale oltre ad aver data per isposa una sua figliuola, per la morte di Zotone, lo fece anche Duca di Spoleti, a Pavia sua regal sede si restituì. Mentre quivi è tutto inteso a gastigar la fellonia di Lupo Duca del Friuli, ecco che viene a lui Alezeco Duca de' Bulgari[135], il quale abbandonando, nè si sa per qual cagione, i suoi proprj paesi, entrato pacificamente in Italia co' suoi Bulgari, offre a Grimoaldo il suo servigio, cercandogli di voler abitare co' suoi in qualche luogo, che gli destinasse del suo dominio. I Bulgari erano usciti da quella parte della Sarmazia asiatica, ch'è bagnata dal fiume Volga; e dopo avere traversati tutti que' vasti paesi, che si stendono da questo fiume fin alle bocche del Danubio, lo passarono per la prima volta al tempo dell'Imperador Anastasio, e diedero spesso grandissimi guasti alla Tracia ed all'Illirico, e stabilironsi finalmente lungo il Danubio, in quel tratto di paese, che comprende le due Misie con la picciola Scizia, che vien detta oggidì Bulgaria dal nome di questi Popoli.

Il Re accoltolo benignamente, pensando potergli molto giovare a soccorrere e ajutare suo figliuolo contra i Greci, lo mandò in Benevento a Romualdo, al quale impose, che a lui colla sua gente assegnasse alcuni luoghi del Ducato beneventano, ove potessero abitare. Il Duca Romualdo graziosamente ricevendogli, diede per loro abitazione molte buone città di quel Ducato, cioè Sepino, Bojano, ed Isernia, con altre città e territorj vicini: ma volle, che lasciato il titolo di Duca (come che que' luoghi glieli assegnava, non in Signoria, nè perpetualmente), chiamar si facesse per l'avvenire Gastaldo, riputando forse ancora cosa inconveniente, che non avendo egli altro titolo, che di Duca, potesse anche un altro a se soggetto ritenerlo. Quindi anche avvenne, che diviso il Ducato beneventano in più Contee, essendo tutte al Duca di Benevento soggette, non avessero altro nome coloro, ch'erano destinati al governo delle medesime, che di Conti o di Gastaldi, e ritenessero que' luoghi, come dice Cujacio, Jure Gastaldiae, non perpetuo, proprioque Feudi Jure[136].

Ed ecco in questo anno 667 introdotta nel nostro Regno una nuova Nazione di Bulgari: gente, che per molti secoli abitò in quelle contrade, che ora Contado di Molise chiamiamo, e che se bene cento cinquanta e più anni da poi, quando Varnefrido scrisse la sua istoria, avessero appreso il nostro comune linguaggio italiano, non aveano però ne' tempi di quest'Istorico ancora perduto l'uso della lor propria favella; come egli rapporta nel lib. 5 de' gesti de' Longobardi al capo 11, nel qual luogo dovrà notarsi, che scrivendo egli, che i Bulgari ritenessero nella sua età il proprio linguaggio, se bene parlassero ancora latinamente, quamvis etiam latine loquantur, non perciò dovrà intendersi, come si diedero a credere alcuni[137], che favellassero colla lingua latina romana, la quale ne' tempi, ne' quali scrisse Varnefrido, cioè verso il fine del nono secolo, era già andata presso al comune in disusanza, e solo nelle scritture, ma molto corrotta, era ritenuta: ed un'altra nuova popolare e comune, dalle varietà e mescolamenti e confusioni di tante straniere lingue colla latina cagionata, erasi già in Italia introdotta, che Italiana appellossi.

Nè bisogna dubitar punto, se in questa stagione avesse la lingua italiana preso piè e vigore, essendo ella più antica che altri non crede. Fin da' tempi di Giustiniano Imperadore attesta Fornerio[138] essersi in Ravenna stipulato istromento, conceptum eo fere sermone, quo nunc vulgus Italiae utitur. Costantino Porfirogenito pur ne' suoi tempi verso l'anno 910 chiamò Città nova Benevento e Venezia[139]. L'Autore degli Atti di Alessandro III presso il Cardinal Baronio[140], riferendo l'ingiurie dette dalle donne Romane ad Ottaviano Antipapa, dice che lo chiamavano lingua vulgari: smanta compagno. Ne' tempi poi di Federico II, già era comunissima, e resa ormai già vecchia: oltre di quel Romito calabrese, che secondo narra Riccardo di S. Germano[141] andava gridando: Benedittu, laudatu e santificatu lu Patre: Benedittu, laudatu, e santificatu lu Fillu: Benedittu, laudatu, e santificatu lu Spiritu Santu, dell'istesso Federico, d'Enzio suo figliuolo bastardo, di Pietro delle Vigne, e di tanti altri di quel secolo, si leggono molte composizioni dettate in italiana favella.

Questa venne dagli Scrittori di questa età, e delle seguenti ancora, detta anche Latina; poichè si usava comunemente da que' medesimi antichi provinciali, che Latini o Romani, per distinguergli o da' Greci, o dai Longobardi, o dall'altre Nazioni, che vennero in Italia, erano appellati, il linguaggio de' quali, prima della corruzione, era il prisco latino; onde è che non solo Paolo Varnefrido, ma appo gli Scrittori molto a lui posteriori, il parlar latino comune e popolare, era lo stesso che il volgar italiano. Così Ottone frisingense[142] loda i Longobardi de' suoi tempi già fatti Italiani, per l'eleganza del sermon latino, cioè dell'italiano, col quale parlavano così bene ed espeditamente. Nè in questi tempi il nostro idioma italiano altro nome avea, che di volgar latino: tale fu appellato nella fine del primo capitolo di Ser Brunetto. Così anche latine loqui presso Dante Alighieri, Petrarca[143], e Giovanni Boccacci[144], sono detti coloro, i quali non del prisco latino, ma col sermon nostro italiano parlavano, come accuratamente osservò anche il diligentissimo Pellegrino[145].

E da questa residenza, ch'ebbero varie Nazioni in molte parti del nostro Regno, è nata quella tanta diversità di linguaggi, ancorchè tutti parlassero italicamente, che oggi osserviamo nelle nostre province. Imperocchè fermati i Bulgari per più secoli in quelle città, ancorchè essi a lungo andare renduti già Italiani, deponessero il sermon proprio, ed il popolare linguaggio apprendessero, e l'antico cedesse al comune italiano; nientedimeno questa mescolanza di due Nazioni in un medesimo luogo portò, che l'italiano, se ben superiore, rimanesse alquanto contaminato; ed oltre alle nuove parole di quella straniera Nazione, quell'aria, o accento, o pur vocabolo dello straniero ritenesse. Così anche nell'altre parti del nostro Regno, come nel Sannio e negli Apruzzi, ove i Longobardi più lungamente si mantennero, lasciarono, oltre a' vocaboli, un'impressione diversa dalla comune italiana favella. Ed in quelle regioni, ove i Greci lungo tempo dominarono, come in alcune città della Calabria, ed in Napoli particolarmente, ancor oggi si ritiene molta aria di quel parlare, e si ritengono ancora molti vocaboli: nè è mancato chi di essi abbia voluto tesserne lungo catalogo, come fece il Capaccio[146] dei vocaboli greci ritenuti anche oggi da' Napoletani, e de' quali nel comun parlare si vagliono. E non essendo finita qui la novità e varietà delle straniere genti, che invasero il Regno, ma succeduta una Nazione all'altra in varj tempi, ed anche in varie regioni di esso; quindi nacque il tanto vario e strano mescolamento, che oggi si vede.

Anche gli Arabi, o sieno Saraceni, lasciarono a noi la lor parte: questi fermati prima nel Garigliano, indi sparsi per le Calabrie, per la Puglia, ed in Pozzuoli, lasciarono fra noi varie parole, come per darne un saggio, sono quelle di Meschino, Magazzino, Maschera, Gibel, che significa monte; onde Gibel l'Etna per eccellenza s'appellò, e poi corrottamente Mongibello, dicendosi due fiate lo stesso; ed altre. E vi è, chi scrisse, che la rima data a' versi, non altronde, che dagli Arabi l'avessero prima i Siciliani e poi gli altri Italiani appresa, e che la portassero anche alle Spagne; e Tomaso Campanella, in conferma di ciò, ne recava in testimonio una canzone schiavona, ove ciò s'affermava, e ch'egli a memoria recitar soleva: donde poi l'appresero l'altre province d'Europa, ed arrivasse sino in Germania, siccome vedesi da quel Poema, o sian versi rimati d'Otfrido, che visse sotto Lodovico Pio, il qual crede Antonio Mattei[147], che fosse il più antico Scrittore, che oggi riconosca la Germania. Anzi, come vedremo ne' seguenti libri di questa Istoria, non altronde, che dagli Arabi venne a noi la filosofia, la medicina, la matematica e l'altre discipline, che per più secoli tennero occupate le nostre Scuole.

Ma essendo poi a' Longobardi, a' Greci, a' Saraceni succeduti i Normanni, e dapoi i Svevi, i Franzesi, gli Spagnuoli, gli Albanesi, e chi nò? si venne per questo, ancorchè tutte le nostre province ritenessero la medesima italiana favella, a quella diversità e mescolanza, che ora vediamo con tanta maggior maraviglia, quanto che non vi è luogo, benchè picciolo, che fosse nel Regno, che o nell'aria o nell'accento, e sovente ne' vocaboli non differisca, e dall'altro non si distingua: ma di ciò sia detto a bastanza, e forse non mancherà occasione di ragionarne altrove ad altro proposito.

§. III. Leggi di Grimoaldo, e sua morte.

Liberato intanto Grimoaldo da tutti gli sospetti e dalle cure militari, nel sesto anno del suo Regno fu tutto rivolto a' studj della pace, ed a ristabilire con nuove leggi il suo Imperio. Le leggi di Rotari per ventiquattro anni, da che furon promulgate, avevano nell'Italia poste profonde radici; a quelle cominciavano ad accomodarsi non pure i Longobardi, per li quali erano state fatte, ma i provinciali medesimi, ancorchè loro non fosse stato mai interdetto l'uso delle romane. Ma col correr degli anni, come suole accadere, fu osservato non essersi per le medesime proveduto a tutto ciò che era di mestieri, e molte di esse, venendosi all'uso ed alla pratica, sembravano alquanto dure e crudeli[148]. Quindi Grimoaldo, prudentissimo Principe, volendo riformar in parte l'editto di Rotari, ed accrescerlo d'altre leggi, che gli parvero più utili, convocati, come era il loro costume, nell'anno 668, che fu il sesto del suo Regno, i Longobardi e loro Giudici, all'editto di Rotari aggiunse nuove leggi, e riformò le già fatte, ed un nuovo editto promulgò con questo proemio: Superiore pagina hujus Edicti legitur, quod adhuc annuente Domino memorare poterimus, de singulis causis, quae praesenti non essent adfictae in hoc Edicto adjungere debeamus, ita ut causae, quae judicatae, et finitae sunt, non revolvantur. Ideo ego Grimoaldus vir eccellentissimus, Rex gentis Longobardorum, anno, Deo propicio, sexto Regni mei, mense Julio, Indictione undecima, per suggestionem Judicum, omniumque consensum, quae illis dura, et impia in hoc Edicto visa sunt, ad meliorem sensum revocare praevidimus[149].

Questo editto di Grimoaldo si legge nel mentovato Codice Cavense dopo quello di Rotari, e non contiene più che undici capitoli, i cui titoli questi sono. I. Si quis hominem nollendo occiderit. II. Ut causae finitae non revolvantur. III. De servo, qui 30 annos servivit. IV. De 30 annorum libertate. V. De culpa servorum. VI. De 30 annorum possessione. VII. De successione nepotum. VIII. De uxoribus dimittendis. IX. De crimine uxoris. X. Si mulier, aut puella super alia ad maritum intraverit. XI. Si ancilla furtum fecerit. Dopo i quali sieguono i capitoli, o vero le leggi.

Il Compilatore de' tre libri delle leggi longobarde, inserì ancora alcune di queste leggi di Grimoaldo nel primo e secondo libro, sino al numero di sette. La prima si legge nel libro primo sotto il tit. de furtis, et servis fugacibus; la seconda sotto il tit. de culpis servorum; la terza nel libro secondo sotto il tit. de eo, qui uxorem suam dimiserit; tre altre nello stesso libro sotto il tit. de praescription. e la settima nel medesimo libro secondo sotto il tit. qualiter quisque se defendere debeat.

Dopo avere Grimoaldo così bene adempiute le parti d'un ottimo Principe, ecco che per un accidente stranissimo è tolto a' mortali; poichè avendosi fatto salassare nel braccio, dopo nove giorni del salasso, mentre egli fa forza in caricando un arco, gli si apre la vena, nè con tutti gli argomenti possibili potendosi chiudere, esangue se ne morì nel nono anno del suo Regno, che cadde nel 672 dell'umana Redenzione. Fu Grimoaldo fornito d'ogni rara virtù, e per la sua sagacità e singolar accortezza meritamente fu al Trono portato: Principe, che volle anche per la sua pietà lasciar di se lodevole ed onorata memoria; poichè se bene nell'eresia d'Arrio fosse nato e cresciuto, a' conforti di Giovanni Vescovo di Bergamo, uomo di singolar bontà e dottrina, l'abbominò, abbracciando la religion cattolica; nè contento di ciò, molte chiese rifece, ed altre di nuovo costrusse, fra le quali celebre fu quella dedicata ad Alessandro nell'isola di Dulcheria, e l'altra in Pavia al Santo Vescovo Ambrogio[150]. E fu questo esempio così memorando, che gli altri Re suoi successori furon tutti cattolici, e si estinse in lui l'Arrianesmo appo tutti i Longobardi in Italia.

CAPITOLO XI. Di Garibaldo, Pertarite, Cuniperto, ed altri Re e Duchi di Benevento, infino a Luitprando.

Lasciò Grimoaldo, oltre a Romualdo, che regnava in Benevento, un altro piccolo suo figliuolo Garibaldo nominato, al quale lasciò morendo il Regno. Non fu Romualdo Duca di Benevento al regal solio assunto, ancorchè maggior nato, poichè era comunemente riputato suo figliuol bastardo. Ma Garibaldo non potè molto goderlo, perchè appena innalzato al Trono, Pertarite, ch'esule dimorava in Francia, avuta novella della morte di Grimoaldo, tosto venne in Italia, ove appena giunto, accolto con incredibile contentezza da moltitudine grande de' Longobardi, passò in Pavia. Quivi fugato Garibaldo, che non più, che tre mesi dopo la morte del padre avea regnato, fu da' Longobardi nel Regno restituito; ed avendo richiamata a se Rodolinda sua moglie e Cuniperto suo figliuolo, che in Benevento, in lungo esilio eran dimorati, resse da poi il Regno con tanta quiete e giustizia, che nè violenze, nè ruberie, nè tradimenti furono nel suo governo intesi.

Assunse questo Principe nell'anno 680 per compagno nel Regno Cuniperto suo figliuolo, il quale, morto finalmente Pertarite, nell'anno 690, continuò solo a governarlo. Fu però la sua quiete e tranquillità alquanto interrotta per Alahi Duca di Trento, il quale invase il Regno; ma ne fu ben presto il Tiranno fugato, e Cuniperto vittorioso seguitò ad amministrarlo con la pristina ed antica quiete. Morì Cuniperto nell'anno 703, lasciando per successore al Regno Luitperto unico suo figliuolo ancor infante, e perciò lasciollo sotto la cura d'Asprando uomo di chiara nobiltà, ma sopra tutto di grande prudenza e saviezza. Fu Cuniperto, come dice Varnefrido, un Principe di rada e maravigliosa venustà, e di costumi soavissimi, d'audacia singolare, ed uomo cattolico e di somma pietà, tanto che il Regno de' Longobardi non fu veduto insino a qui mai in tanta pace e tranquillità, quanto nel Regno suo e di Pertarite suo padre.

§. I. Di Grimoaldo II, Gisulfo I, Romualdo II, Adelai, Gregorio, Godescalco, Gisulfo II e Luitprando Duchi di Benevento.

Intanto al Ducato di Benevento, essendo morto Romualdo nell'anno 677, era succeduto Grimoaldo II, suo figliuolo, al quale lasciò il Ducato molto più grande, avendolo accresciuto colle conquiste di Taranto, Brindisi, Bari e di tutta la regione d'intorno, che tolse egli all'Imperador d'Oriente. Ma si godè Grimoaldo poco il suo Ducato, poichè appena finì tre anni, ne' quali insieme con Gisulfo suo fratello avea regnato, che sopraggiunto dalla morte lasciò suo fratello solo nel Ducato.

Gisulfo tenne il Ducato beneventano, noverandovi i tre anni che regnò con suo fratello Grimoaldo, anni diciassette; e cominciò solo a reggerlo nel fine dell'anno 680. Questi fu, che a tempo di Gio. V, Pontefice romano, intorno all'anno 685, secondo il computo del Pellegrino, devastò la Campagna romana.

Ma morto Gisulfo nell'anno 694 succedette al Ducato Romualdo II, suo figliuolo, e mentre egli reggeva Benevento, fu da Petronace restituito al suo antico lustro il monastero Cassinese. Il Ducato di Romualdo fu ben lungo, durando ventisei anni, e travagliò molto i Napoletani, togliendogli Cuma: ma i Napoletani istigati da Gregorio II, Pontefice romano, ben tosto, militando sotto il loro Duca Giovanni, glie lo ritolsero, e molta strage de' Longobardi fu fatta[151].

A Romualdo nell'anno 720 successe Adelai, che non regnò più, che due anni. Di costui fu successore Gregorio, che tenne il Ducato anni sette, e morto nell'anno 729 fu assunto al Ducato Godescalco, che poco men, che quattro anni lo resse.

Succedè nell'anno 732 Gisulfo II di questo nome, il quale per ammenda del sacco di Zotone, arricchì il monastero di monte Cassino di molti poderi, e di immensi doni accrebbe quel luogo; furongli allora donati que' luoghi e terre dello Stato di S. Germano, che col correr degli anni, accresciuto d'altre donazioni, lo renderon tanto ricco, che i loro Abati fatti Signori di più vassalli, vennero in tale altezza, che mantennero truppe a' loro stipendj.

Resse Gisulfo il Ducato beneventano anni diciassette: Principe di molta pietà, e liberalissimo verso le chiese, alle quali fece profuse donazioni, e molte ne costrusse, fra le quali celebre fu quella di S. Sofia, che in Benevento da' fondamenti eresse. Morì nel fine dell'anno 744, e suo successore fu Luitprando ultimo, che fu Duca di Benevento. Questi tenne il Ducato anni otto e mesi tre, e lui morto nell'anno 758 fu da' Baroni beneventani, e dal Re Desiderio sostituito Arechi suo genero, quegli che, estinto già il Regno de' Longobardi in Italia per Carlo M. fu il primo a mutare il Ducato di Benevento in Principato, e che nuova politia introducendovi, di molti Conti e Gastaldi empiè il suo Stato; e che lasciando il titolo di Duca, prese quello di Principe, e fattosi ungere da' suoi Vescovi, volle assumere la corona, lo scettro e la clamide, e tutte l'altre insegne regali: i cui fatti egregi ci somministreranno abbondante materia nel sesto libro di questa Istoria.

§. II. Di Luitperto, Ragumberto, Ariperto II e Asprando Re de' Longobardi.

Intanto nel Regno d'Italia a Luitperto, che non regnò più che otto mesi, era succeduto Ragumberto. Questi era Duca di Torino, e fu figliuolo del Re Gudeberto, che lo lasciò molto piccolo, quando fu egli ucciso dal Re Grimoaldo. Invase costui il Regno per la minorità di Luitperto, e finalmente lo scacciò dalla sede.

A Ragumberto, che morì nell'istesso anno, succedè Ariperto II, di questo nome suo figliuolo, di cui si narra aver confirmato alla Chiesa romana il patrimonio delle Alpi Cozie; ma egli fu da poi fugato e morto da Asprando, il quale occupò il Regno: e questi essendo parimente morto dopo tre mesi, lo lasciò a Luitprando suo figliuolo, nel cui tempo germogliarono que' mali, che furon non molto da poi cagione della translazione del Regno d'Italia da' Longobardi a' Franzesi, donde nacque il principio del dominio temporale in Italia de' romani Pontefici, e nacquero tante e sì strane mutazioni in queste nostre province, che per la novità e grandezza de' successi meritano, che, dopo aver narrata la politia ecclesiastica di questi tempi, si riportino al seguente libro della nostra Istoria.

CAPITOLO XII. Dell'esterior politia ecclesiastica nel Regno de' Longobardi, da Autari insino al Re Luitprando; e nell'Imperio de' Greci, da Giustino II insino a Lione Isaurico.

Grandi che fossero stati in questi tempi i progressi de' Patriarchi di Costantinopoli in Oriente, non aveano però infin ad ora stesa la loro patriarcale autorità sopra queste nostre province. Cominciavano bensì pian piano, sostenuti dal favore degl'Imperadori, a metter mano in alcune chiese poste in quelle città, che ancor ubbidivano all'Imperio greco. Prima introdussero di dar a' Vescovi il titolo d'Arcivescovo, poichè non essendo questo nome di potestà, come il Metropolitano, ma solo di dignità, fu cosa molto facile a' semplici Vescovi d'ottenerlo, ed a' Patriarchi di Oriente di darlo. Così leggiamo, che sin da' tempi dell'Imperador Foca, che resse quell'Imperio dall'anno 602 in fino al 610, cominciarono i Patriarchi di Costantinopoli, secondo il solito fasto de' Greci, a dare a molti nostri Vescovi delle città, che a loro ubbidivano, questo spezioso nome d'Archivescovo, come fecero, non senza collera e sdegno de' romani Pontefici, con quello d'Otranto, di Bari, e da poi anche con quel di Napoli[152]. Questi furono i primi passi, che diedero in queste nostre parti: ma in Oriente per essere state le altre città patriarcali occupate da' Barbari, e posti a terra que' tre Patriarchi, tanto che non potè di lor conservarsi continuata successione, si rendè il costantinopolitano più altiero e fastoso. Quindi Giovanni il Digiunatore, che fu eletto Patriarca di Costantinopoli nell'anno 585, imperando Maurizio, prese il fastoso titolo di Patriarca Ecumenico.

Ma dall'altra parte non erano minori i progressi del Patriarca di Roma in Occidente, sicchè non si potesse contrastare a tanta alterigia, e far contrappeso a tanta potenza. E sopra ogn'altro in questi medesimi tempi erasi la Cattedra di Roma grandemente innalzata per la santità e dottrina di Gregorio il Grande, che nell'anno 590 vi sedette. Questo Pontefice mantenne l'autorità e diritti della sua sede, e fece valere la sua autorità in tutto Occidente: si oppose al Patriarca Giovanni, non approvando il titolo fastoso d'Ecumenico, come ambizioso, e che riguardava a diminuire la potestà e la giurisdizione degli altri Vescovi; onde fu il primo, che volle nomarsi e sottoscriversi Servo de' servi di Dio, per opporlo al titolo fastoso d'Ecumenico del Patriarca di Costantinopoli[153].

Proccurò ancora a questo fine mantenersi nella grazia degl'Imperadori d'Oriente, di cui egli si professava suddito[154], poichè Roma ubbidiva a que' Principi, e per rendersi a coloro benemerito, si oppose sempre a' sforzi de' Longobardi, vegghiando non pure alla difesa di quella città, ma di tutte le altre, e di Napoli particolarmente, perchè si fosse mantenuta in Italia la Signoria degl'Imperadori d'Oriente, per fare contrappeso alle forze de' Longobardi, che aspiravano alla universal Monarchia di tutta Italia, e discacciarne da quella affatto i Greci. Soccorreva perciò i popoli colle sue grandi liberalità: e nel sacco che i Longobardi diedero a Crotone, ove ridussero que' cittadini in cattività, egli s'adoperò tanto con opere e con uficj, che ne furono riscattati. Attese perciò con vigilanza particolare alla cura delle chiese d'Italia e di Sicilia, e di tutte queste nostre province, le quali come prima non riconoscevano altro Patriarca, che lui, e gli altri romani Pontefici suoi successori. Così veggiamo, che per le ordinazioni de' Vescovi di Sicilia, di Napoli, di Capua, di Miseno, di Benevento, della Puglia, della Calabria, della Lucania e dell'Apruzzo, a lui si ricorreva, e le contese insorte per l'elezioni da lui si terminavano. Pose ancora tutta la sua applicazione agli affari della Chiesa universale, e s'affaticò non solo d'estinguere la divisione, ch'era nella Chiesa tra i Latini ed i Greci, ma eziandio per liberar l'Affrica dallo scisma de' Donatisti: e mandò il Monaco Agostino co' suoi compagni in Inghilterra per convertire que' Popoli. Pose ogni studio, perchè per mezzo di Teodolinda i Longobardi, deposta l'Idolatria e l'Arrianesmo, passassero nella fede cattolica. Vietò nondimeno di costringere gli Ebrei colla violenza a farsi Cristiani. E sopra tutto attese alla conservazione della disciplina ecclesiastica, e di fare osservare inviolabilmente i canoni in tutte le chiese, tenendo per fermo, che in ciò massimamente risplendesse la potestà e l'autorità, che gli concedeva il Primato della sua sede.

Le medesime pedate furon calcate da' successori di Gregorio; poichè se bene, morto costui nell'anno 604, gli succedesse Sabiniano, che non tenne quella sede più di cinque mesi e vent'uno giorni; succeduto che vi fu Bonifacio III, questi, come che era stato lungo tempo Nunzio appresso l'Imperador Foca successore di Maurizio, aveva colla sua prudenza trovato modo d'insinuarsi nella di lui grazia; e se dee prestarsi fede ad Anastasio, Beda, Varnefrido, ed a molti altri Autori, nella pretensione, nella quale erano entrati i Patriarchi di Costantinopoli intorno al Primato sopra tutte le chiese, ottenne Bonifacio da Foca rescritto, con cui dichiaravasi, che la Chiesa romana dovesse avere il Primato sopra tutte le chiese, e 'l solo Pontefice romano avesse portato il titolo di Patriarca Ecumenico: il che narrasi fosse stato fatto dall'Imperador Foca in odio di Ciriaco Patriarca di Costantinopoli, ch'era succeduto a Giovanni il Digiunatore nell'anno 596, e ben presto morì.

Bonifacio IV, che succedè al III, proccurò anche egli mantenersi nella grazia dell'Imperadore contra i Longobardi, onde ottenne da Foca il tempio del Panteon, ch'era in Roma, per farne una chiesa, come fece, ch'e quella che ora chiamano la Rotonda, dalla sua figura. Tutti gli altri suoi successori tennero questo stesso tenore, ed il Pontefice Vitaliano, allorchè l'Imperador Costanzo venne in Roma l'anno 663, lo accolse con molti segni di stima e di rispetto: siccome fecero tutti gli altri romani Pontefici, che stettero sempre fermi nell'ubbidienza degl'Imperadori d'Oriente contra i Longobardi, insino a Lione Isaurico, il quale volendo sostenere l'errore degli Iconoclasti contra gli sforzi de' Pontefici Gregorio II e III, pose tutto in disordine, come si vedrà nel libro seguente di questa Istoria.

Dall'altra parte i Longobardi, quantunque per la maggior parte idolatri, ed altri arriani, non turbarono la pace delle nostre chiese, e sotto la cura de' Pontefici romani, così come prima erano, le lasciarono. Il Re Autari verso l'anno 587 depose il Paganesimo, ed abbracciò la religione cristiana, ma, seguendo l'esempio de' Re goti, la ricevette imbrattata dell'eresia arriana. I Longobardi ad esempio del loro Re fecero il medesimo; quindi lasciandosi a' provinciali intatta la loro religione, si videro in alcune città d'Italia due Vescovi, l'uno arriano che presedeva a' Longobardi convertiti, l'altro cattolico che governava le Chiese cattoliche de' provinciali. Le nostre province però non videro questa difformità; poichè quelle che ancor rimanevano sotto l'ubbidienza degl'Imperadori d'Oriente erano tutte cattoliche: l'altre che passarono sotto la dominazione de' Longobardi, ritennero intatta quella medesima religione, che i Goti, e sopra tutto il gran Re Teodorico loro avea conservata; nella quale il Re Autari, e gli altri Re suoi successori, le mantenne. A tutto ciò s'aggiunse da poi la pietà della Regina Teodolinda, donna religiosissima e cattolica, la quale, ancor che col suo primo marito Autari non le fosse riuscito di far loro deporre l'Arrianesimo, con Agilulfo però suo secondo marito potè tanto, per le grandi obbligazioni, che a lei professava, che gli fece abbracciar la religione cattolica; ond'è che S. Gregorio M. cotanto si mostra obbligato a questa Principessa, alla quale dedicò i suoi quattro libri delle Vite dei Santi[155], e tante affettuose epistole di lui si leggono piene d'encomj, e di lodi dirette a questa Regina[156]. Quindi avvenne, che molti Longobardi, seguendo l'esempio del loro Principe, si rendessero ancor essi, cattolici, e perciò molte chiese e monasterj nel Regno di Agilulfo fossero edificati[157]: donate perciò molte possessioni a' medesimi, e che i Vescovi, che prima nelle città di Longobardia eran depressi, fossero stati sollevati, ed in sommo onore avuti. E quantunque nel Regno di Ariovaldo, perfido Arriano che ad Agilulfo succede, fossesi turbata quella pace, che Agilulfo gli avea data; nulladimanco succeduto poi al Trono Rotari, Principe, ancorchè arriano, di piacevoli costumi, e che lasciò in libertà di vivere, così i Longobardi, come i provinciali, con quella religione, che essi volessero, ritornarono le cose nella pristina quiete e tranquillità, nella quale maggiormente si stabilirono sotto il Regno di Ariperto, molto propenso ed inclinato alla religion cattolica.

Ma poscia i nostri Cistiberini longobardi furono i primi a lasciare affatto l'Arrianesimo, mercè di due illustri Vescovi, Barbato di Benevento e Decoroso di Capua. Barbato dopo la sconfitta, che i Longobardi beneventani sotto il loro Duca Romualdo diedero ai Greci, purgò quella Nazione non men dell'Idolatria, che dell'Arrianesimo, e divennero tutti cattolici. Il simile avvenne de' Longobardi capuani per Decoroso loro Vescovo; tanto che in tutte quelle province, che eran passate sotto il loro dominio, l'Arrianesimo presso a' Longobardi istessi restò affatto abolito. Le altre regioni, che ancor duravano sotto i Greci, ancorchè l'Oriente spesso partorisse dell'eresie e degli errori intorno a' dogmi: onde mal s'accordavano quelle chiese con queste nostre d'Occidente, e sopra tutto in questi tempi per quella de' Monoteliti; nientedimeno la vigilanza de' romani Pontefici, sotto la cui custodia e governo ancor duravano, fece sì, che non rimasero di quegli errori le nostre chiese contaminate.

Ma non molto da poi, ciò che avventurosamente avvenne a' nostri Cistiberini longobardi sotto Romualdo Duca di Benevento, accadde a' Longobardi Subalpini sotto Grimoaldo Re d'Italia: questo Principe, fattosi cattolico, favorì tanto le Chiese, ed ebbe tanta avversione alla dottrina degli Anziani, che estinse affatto in tutta Italia l'Arrianesimo. Quindi s'accrebbero le tante lor ricchezze: donde parimente ne nacque la sregolatezza della maggior parte de' Cristiani, e lo scadimento della disciplina ecclesiastica.

Questi Principi longobardi, ad esempio di tutti gli altri Principi dell'Occidente e degl'Imperadori d'Oriente ancorchè fatti cattolici, mantennero però nei loro dominj quelle medesime prerogative e preminenze, che i Re goti ritennero, per quel che s'attiene all'esterior politia ecclesiastica; ed avvegnachè i Pontefici romani facessero valere la loro autorità in Occidente; nulladimanco i Principi, e spezialmente nella Francia e nella Spagna, vollero, fra l'altre cose, autorizzare colle loro leggi ed editti i Sinodi provinciali, che in questo secolo furono assai frequenti, e di lor ordine fatti convocare, per dar riparo agli abusi, ed alla corrotta disciplina e sregolatezza degli Ecclesiastici. Dall'altra parte gl'Imperadori d'Oriente non pur seguitavano le vestigia de' loro predecessori, ma presero molta parte negli affari della religione, non potendo i Pontefici romani farvi tutta quella resistenza, che avrebbono voluto. L'Imperador Maurizio, calcando le medesime pedate degli altri Imperadori suoi predecessori, promulgò legge proibente, che i soldati si ricevessero ne' monasterj: S. Gregorio[158] si doleva della legge, ma non attaccava la potestà del Legislatore, e con molta riserva esagerava, che quella fosse ingiusta, e contra il servigio di Dio: quasi che volesse con ciò impedirsi agli uomini il cammino d'una maggior perfezione. Maurenzio nostro Duca di Napoli obbligava i Monaci a far le sentinelle per guardia della città, e ripartiva le truppe per l'alloggio in ogni quartiere, non perdonando nè anche a' monasterj di donne, di che parimente abbiamo le doglianze di questo Pontefice[159].

In Oriente gli Imperadori disponevano pure delle diocesi e delle metropoli, e regolavano i Troni e le precedenze, accrescevano ed estenuavano le pertinenze de' Metropolitani a lor talento. E dall'altra parte i nostri Duchi di Benevento fecero il medesimo nel lor ampio Ducato: a richiesta di Barbato Vescovo di quella città, il Duca Romualdo unì al Vescovato di Benevento quello di Siponto: ecco le richieste di Barbato a Romualdo, come si legge ne' suoi atti: Si munus, e' dice, tuae salutis offerre studes, unum impende beneficium, ut B. Michaelis Archangeli domus, quae in Gargano sita est, et omnia, quae sub ditione Sipontini Episcopatus sunt, ad sedem Beatissimae Genitricis Dei, ubi nunc indigne praesum, in omnibus subdas; et quoniam absque cultoribus omnia depravantur, unde nec sedulum officium persolvi potest, melius a nobis disposita ubi proficient in salutem. Romualdo assentisce a questa dimanda, e ne gli fa diploma: Illico Princeps viri Dei consentit petitionibus, eo ordine, ut fati sumus, et sicut mos est, per PRAECEPTUM Genitrici Dei universa concessit; et ut resonet in futurum, anathematizaverat, qui contra haec agens irritam hanc facere voluerit concessionem. Ciò che da poi volle Barbato, che anche se gli concedesse da Papa Vitaliano; poichè de' romani Pontefici (a' quali il Sannio e la Puglia, come Province suburbicarie, appartenevansi) uffizio era d'unire e separare le lor Chiese; siccome sovente erasi praticato dal Pontefice Gregorio, che nell'anno 592 unì la Chiesa di Cuma a quella di Miseno[160], ancorchè tal unione poco durasse; ed erasi praticato nell'altre Province suburbicarie. Perciò appresso Vipera ed Ughello[161] si legge il Breve di Vitaliano diretto al Vescovo Barbato, ove fra l'altre cose si leggono Concedentes tibi, tuaeque praefatae Reverendissimae Beneventanensi Ecclesiae, Bibinum, Asculum, Larinum, et Ecclesiam Sancti Michaelis Archangeli in Gargano, pariterque Sipontinam Ecclesiam quae in magna inopia, ei paupertate esse videtur, et absque cultoribus, et Ecclesiasticis officiis nunc cernitur esse depravata cum omnibus quidem eorum pertinentiis, et omnibus praediis cum Ecclesiis, ec. Onde avvenne che da questi tempi di Papa Vitaliano, la Chiesa Sipontina fosse unita a quella di Benevento, e che i Vescovi beneventani nel corso di molti anni finchè di nuovo quella non fu separata, si dicessero anche Vescovi di Siponto.

Non fu per tanto, così nelle province, ch'eran passate sotto la Signoria de' Longobardi, come in quelle ch'erano rimase sotto i Greci, variata la politia ecclesiastica; ma per ciò che s'attiene a questa parte, fu ritenuta quella stessa forma, che tennero sotto i Goti Re d'Italia, e sotto Giustiniano e Giustino Imperadori d'Oriente.

§. I. Elezione de' Vescovi, e loro disposizione nelle città di queste nostre province.

I Vescovi erano ancora eletti dal Clero e dal Popolo, ed ordinati dal Pontefice romano, come prima; ma i Principi, come se dal Popolo fosse a loro devoluta tal potestà, nell'elezione ne volevano la maggior parte; onde ne nacque, che facendo essi eleggere alcuni, che non avevano nè meriti, nè scienza, nè capacità, erano le Chiese mal governate. Dal registro dell'epistole di S. Gregorio si legge, che il Pontefice romano, esercitando nelle nostre Chiese l'autorità sua di Metropolitano insieme, e di Patriarca, non pur ordinava gli eletti dal Clero e dal Popolo ma regolava l'elezioni, diffiniva le contese, che forse insorgevano, e sovente spogliava i Vescovi delle loro sedi, quando gli conosceva immeritevoli. Così de' Vescovi di Napoli leggiamo, che tenendo nell'anno 590 la Cattedra di Napoli Demetrio, fu costui per li molti e gravi suoi delitti nel seguente anno scacciato da Gregorio, il quale dopo averlo deposto, scrisse al Clero e agli Ordini di questa città, cioè a' Nobili ed al Popolo, che in luogo di Demetrio n'eleggessero un altro; ed intanto egli vi mandò il Vescovo Paolo a regger quella Chiesa, insino che a quella non si fosse dato il successore. I Napoletani si trovavano così ben soddisfatti di Paolo, che scrissero al Pontefice, pregandolo, che l'avesse lor dato per Vescovo: Gregorio prese tempo per deliberare, ed intanto avendo Paolo nel Castello di Lucullo, che oggi chiamiamo dell'Uovo, ricevuto un affronto da alcuni servi d'una Dama napoletana chiamata Clemenzia, pregò Gregorio che lo facesse ritornar presto alla sua Chiesa; onde i Napoletani, non convenendo fra loro nella elezione d'un lor cittadino, e scorgendo che Paolo non l'avrebbe accettato, elessero Florenzio Sottodiacono del Papa, che allora si trovava in Napoli: ma questi tosto scappò via, e fuggì in Roma rifiutando il carico; tanto che Gregorio scrisse[162] a Scolastico Duca di Napoli, esortandolo a convocare i Nobili ed il Popolo della città per l'elezione d'altra persona; e, quella eletta, mandassero il decreto in Roma, perchè potesse ordinarla: dicendogli ancora, già che due volte aveano eletti uomini stranieri, che se non trovavan fra' cittadini persona idonea a tal carica, almeno eleggessero tre uomini savj e da bene, a' quali tutti gli Ordini dassero la lor facoltà, e gli mandassero in Roma, affinchè, facendo le veci della città, venuti in Roma, potessero insieme col Pontefice consultare, e far sì che finalmente trovassero persona irreprensibile, nella quale consentissero, e stante la loro elezione potesse il Papa ordinarla, e mandarla alla vedova Chiesa.

Consimile epistola[163] scrisse Gregorio a Pietro Sottodiacono della Campagna, che reggeva il patrimonio di S. Pietro di questa provincia, al quale incaricò, che facesse convocare il Clero della Chiesa di Napoli, imponendogli, che parimente eleggessero due o tre di loro, a' quali dassero tutta la facultà, e gli mandassero in Roma, dove uniti con gli altri rappresentanti la Nobiltà e 'l Popolo, si potesse trattar dell'elezione ed ordinazione del nuovo Vescovo.

Chiamavasi questa elezione per compromissum, la quale soleva praticarsi ne' casi di divisione e di discordie, acciocchè, unendosi la volontà ed i suffragi di molti in due o tre persone savie, potessero quelle, per evitare i tumulti, senza contrasto, elegger colui, che stimassero più meritevole e degno[164]: in cotal maniera fu in fine da' Compromessori eletto in Roma, nel mese di Giugno dell'anno 593, Fortunato, ed ordinato che fu dal Papa, se ne venne in Napoli, dove fu da' Napoletani suoi figliuoli cortesemente ricevuto, e resse questa Chiesa per molti anni con tanta prudenza e vigilanza, che ne fu da Gregorio sommamente commendato, leggendosi perciò molte sue epistole dirizzate a questo Vescovo[165].

Morto Fortunato, per dargli successore insorsero nuovi contrasti; ed essendosi divisi i suffragi, due Vescovi dal Clero e dal Popolo furono eletti: un partito elesse Giovanni Diacono, l'altro Pietro parimente Diacono. Tosto si ebbe ricorso al Pontefice Gregorio perchè fra i due eletti, quello che reputasse il più degno confermasse ed ordinasse. Ma niun di essi piacque: Giovanni fu notato d'incontinenza, perchè teneva una figliuola, testimonio di sua debolezza: Pietro come usurajo e troppo semplice, fu riputato indegno ed inutile; onde fu rescritto a' Napoletani, che eleggessero altri, come poi fecero[166].

Questo medesimo costume vediamo praticato nell'elezioni de' Vescovi capuani, di Cuma, di Miseno, di Benevento, di Salerno, d'Apruzzi, e di tutte le altre Chiese di queste nostre province, che come suburbicarie, al Pontefice romano s'appartenevano: Palermo ancora, Messina, e l'altre Chiese di quell'isola, poichè la Sicilia fu anche Provincia suburbicaria, serbavano il medesimo istituto.

L'elezione, secondo il prescritto de' canoni, dovea cadere in uno, che fosse della Chiesa stessa, o a quella incardinato, non già di altre Chiese, e solo quando fra' cittadini non si trovava persona idonea, il che rade volte accadeva, ricorrevasi agli stranieri, i quali fossero o nella pietà, o nella prudenza e dottrina eminenti. Così leggiamo che Gregorio, dovendosi eleggere il Vescovo in Capua, discordando i Capuani nell'elezione, ed alcuni facendo nomina di soggetti stranieri, col pretesto, che de' nazionali non vi fosse persona degna, rispose che ciò parevagli molto strano, e che per tanto facessero migliore scrutinio sopra de' loro cittadini, e se veramente ne pur uno ve ne fosse degno, allora avrebbe egli provveduto di persona meritevole.

Per la morte di Liberio, Vescovo di Cuma, accaduta nell'anno 592, quest'istesso Pontefice mandò Benenato Vescovo di Miseno a governarla infino che non se gli dasse il successore. Discordavano i Cumani per l'elezione, intendendo alcuni elegger persona d'altra Chiesa; ma Gregorio fece sentire a Benenato, che non permettesse far eleggere persona straniera, se non nel caso, che a lui costasse non esservi fra' Cumani uomo alcuno meritevole d'essere innalzato a quella dignità.

Quest'istesso vedesi praticato nell'elezione del Vescovo di Palermo. Per la morte di Vittore era rimasa vedova quella Chiesa: S. Gregorio vi mandò tosto Barbato Vescovo di Benevento, perchè la governasse fin tanto che si fosse dato il successore[167]. I Palermitani discordi nell'elezione d'un nazionale, pensavano eleggere Cherico straniero; se gli oppose Gregorio, e scrisse a Barbato, che non permettesse che si eleggesse persona d'altra Chiesa, nisi forte inter Clericos ipsius Civitatis nullus ad Episcopatum dignus, quod evenire non credimus, poterit inveniri.

In tal maniera si facevano l'elezioni de' Vescovi, quando volevasi attendere l'antica disciplina della Chiesa, ed il prescritto de' sacri canoni. Così ancora avrebbe dovuto farsi l'elezione del Vescovo di Roma dal Clero e dal Popolo, nè aveano in ciò da impacciarsene gli Imperadori d'Oriente. Ma cominciavano già in questi tempi i Principi ad occupare le ragioni del Popolo e del Clero in queste elezioni: sia per timore, sia per compiacenza, sovente colui era eletto, che al Principe piaceva. Gl'Imperadori d'Oriente, come padroni di Roma, aveano gran parte nell'elezione dei Papi, ch'erano loro sudditi, e fu anche introdotto costume, che senza lor commessione niuno potesse esser ordinato: onde l'eletto dovea mandare in Costantinopoli a richiederne il consenso o la permissione dell'Imperadore[168]. Scrive Paolo Varnefrido[169], che quando, dopo la morte di Benedetto Bonoso, fu nell'anno 577 innalzato a quella sede Pelagio II, perchè Roma in que' tempi era cinta di stretto assedio dai Longobardi, nè alcuno poteva uscire da quella città, non potè Pelagio mandare in Costantinopoli all'Imperadore perchè v'assentisse, onde fu ordinato Pontefice senza commessione del Principe: levati poi gli impedimenti, solevano i Pontefici romani mandar lettere agl'Imperadori, nelle quali, allegando gl'impedimenti avuti, cercavano di scusarsi, e che alla fatta ordinazione consentissero. San Gregorio il Grande eletto Papa, ricusando d'esserci, scrisse all'Imperadore Maurizio, istantemente supplicandolo, che non prestasse il suo assenso all'elezione; ma l'Imperadore che tanto si compiacque dell'elezione, non volle farlo[170].

Nelle nostre province pure i nostri Principi nell'elezione de' Vescovi delle loro città vi vollero la lor parte. Così leggiamo alcuna volta esser accaduto nell'elezione de' Vescovi di Benevento, come fu l'elezione di Barbato nell'anno 663, seguita per opera del Duca Romualdo. De' Vescovi napoletani pur lo stesso si legge, e particolarmente del Vescovo Sergio, il quale dal Duca di Napoli Giovanni, fu, dopo la morte di Lorenzo, innalzato a quella sede: ma questi casi avvenivano fuori d'ordine. La disciplina era che l'elezione s'appartenesse al Clero ed al Popolo, siccome l'ordinazione al romano Pontefice.

La disposizione de' Vescovi in queste nostre province era la medesima de' secoli precedenti. E per quel che s'attiene alla loro autorità e giurisdizione, la loro conoscenza era ristretta come prima nelle cause ecclesiastiche, dove procedevasi per via di censura: non avevano giustizia perfetta, non Tribunali, non Magistrati, e la loro cognizione non più si stese di quella che Giustiniano avea lor data in quella sua Novella[171]. Intorno all'onore e potestà era l'istessa, e circoscritta da' medesimi confini. Erano nelle città Vescovi solamente, non avea alcun d'essi acquistato ancora autorità di Metropolitano: nè alcuno sotto di se avea Vescovi suffraganei e dipendenti; ma ciascuno de' Vescovi reggeva la sua Chiesa ed il Popolo a se commesso. Non ancora i Patriarchi di Costantinopoli aveano invase le Chiese nostre, sicchè alcune ne avessero potuto render metropoli, ed innalzare i loro Vescovi a Metropolitani, con sottoporle al Trono di Costantinopoli, siccome fecero da poi nell'imperio di Lione Isaurico, e degli altri Imperadori d'Oriente suoi successori: solo, come si è detto d'alcuni Vescovi delle città all'Imperio greco soggette, cominciavano, secondo il fasto de' Greci, ad esser decorati del nome di Arcivescovi, non senza sdegno però de' romani Pontefici, i quali riprendevan acerbamente que' Vescovi, che lo prendevano[172].

Alcuni credettero, che il Vescovo di Napoli prima di S. Gregorio M. o almeno da questo Pontefice, fosse stato innalzato agli onori di Metropolitano e di Arcivescovo. Lo provano da quella iscrizione, che si legge nel decretale[173], sotto il titolo de statu Monac. ivi: Gregorius Archiepiscopo Neapolis; e sotto l'altro de religiosis domibus, ivi Gregorius Victori Archiep. Neap. Ma chi non vede la manifesta scorrezione del Codice vulgato, poichè negli emendati la prima si legge così: Gregorius Fortunato Episcopo Neapolitano, siccome anche legge Gonzalez[174]: e la seconda: Gregorius Victori Neapolis Episcopo? Oltrechè nel registro dell'epistole di S. Gregorio riconosciuto ed emendato in Roma, donde quel testo si dice trascritto, questo titolo non si vede; nè tra l'epistole di S. Gregorio si legge questa decretale, che si dice indirizzata a Vittore. Quindi i nostri più accurati Scrittori, come il Caracciolo[175], e 'l Chioccarelli[176], riprovarono con molta ragione questa lor credenza, ed in tempi posteriori pongono l'elevazione di questa sede in metropoli.

Altri dalla disposizione, che presero queste nostre province nel Ponteficato di Gregorio, presero argomento, che fin da questi tempi si fosse Napoli fatta metropoli. Napoli, essi dicono, avea in questi tempi il suo Duca: l'altre città Conti e Governadori. Il Duca secondo la politia dell'Imperio presedeva a più città della provincia, che compongono il Ducato. Il Conte presedeva ad una città sola; ond'è che nelle leggi degli Vestrogoti si dice Duca di provincia, e Conte di città; e Fortunato al Conte Sigoaldo gli dice:

Qui modo dat Comitis, det tibi jura Ducis.

Regolarmente dodici città erano a' Duchi sottoposte, e queste città si nomavano Contadi, onde il Duca presideva a dodici Conti, siccome notò Pietro Piteo per quel luogo d'Aimoino: Pipinus domum reversus, Grifonem more Ducum duodecim Comitatibus donavit; e Camillo Pellegrino[177] a cagion di molti esempj, che si leggono appresso Gregorio Turonese nella sua Appendice. Quindi Guglielmo Durando osservò, che adattandosi la politia della Chiesa a quella dell'Imperio, le città ducali ebbero gli Arcivescovi, e le Contee i Vescovi, avendo corrispondenze gli Arcivescovi co' Duchi, ed i Vescovi con li Conti. Così Napoli, fatta ora città ducale, ed il suo Ducato, ancorchè fin qui non molto si stendesse come si stese da poi, abbracciando nulladimanco le città vicine intorno al Cratere, siccome Pompei, Erculano, Acerra, Nola, Pozzuoli, Cuma, Miseno, Baja ed Ischia; potè in questi tempi divenir metropoli, ed il suo Vescovo rendersi Metropolitano.

Ma siccome egli è vero, che la politia di queste nostre chiese col correr degli anni si andava adattando alla disposizione o politia dell'Imperio, come vedremo ne' secoli seguenti; nientedimeno ne' tempi nei quali siamo, alla disposizione de' Ducati, siano dei Longobardi, siano de' Greci, non si adattò la politia ecclesiastica: e la disposizione delle nostre chiese, e di quelle d'Italia fu tutta diversa: onde fallace argomento è questo di dare ora Arcivescovi alle città ducali. Puossi vedere in questi tempi città più cospicua ed eminente in queste nostre regioni quanto Benevento, capo di un Ducato così vasto, che abbracciava molte province, e sede de' Duchi beneventani? e pure il suo Vescovo non era Metropolitano, nè Arcivescovo, avendo acquistato questa prerogativa molto tempo da poi, cioè nell'anno 969 nel Ponteficato di Giovanni XIII come diremo. Spoleto capo d'un altro insigne Ducato, non ebbe Arcivescovo. Brescia, Trento ed altre città di Longobardia decorate dai Principi longobardi con titoli di Ducati, non ebbero in questa età, ma molto dapoi, i loro Arcivescovi; anzi nè Brescia, nè Spoleto l'acquistaron mai. Gaeta ebbe pure il suo Duca, ma non giammai Arcivescovo. Capua, Bari, Reggio, Salerno città cospicue, e molte altre di quelle regioni, che ubbidivano a' Greci, non ebbero se non nel decimo secolo, ed altre in tempi più posteriori, i loro Metropolitani da' romani Pontefici; ancorchè i Patriarchi di Costantinopoli altramente ne disponessero, come ne' seguenti libri diremo. Non fu dunque Napoli, come lo confessano l'istesso P. Caracciolo, ed altri nostri Scrittori, fatta metropoli in questi tempi. Fu ella adorna di questa dignità nel decimo secolo, nel Ponteficato di Giovanni XIII, dopo Capua e Benevento, come diremo a suo luogo: non tutte l'altre chiese di queste nostre province aveano ancora ottenuto questa prerogativa: erano soli Vescovi coloro, che presidevano alle città per grandi ed illustri che fossero, e sede de' Duchi. Egli è però vero, che col correr degli anni, innalzandosi alcune città ad esser capo e metropoli o d'un Ducato, o d'un Principato; e cominciando nel decimo secolo i Pontefici romani ad esercitare in queste nostre province nuove ragioni Patriarcali, con ergere i Vescovi a Metropolitani in mandandogli il pallio; la politia e disposizione ecclesiastica venne ad adattarsi e a corrispondere alla politia dell'Imperio.

Egli però è altresì vero, che fin da questi tempi s'incominciarono a gittare i fondamenti della nuova politia così dell'Imperio, come del Sacerdozio. Così da questi tempi vediamo, che al Vescovo di Benevento s'unirono le chiese di Siponto, di Bovino, Ascoli e Larino. Al Vescovo di Napoli quelle di Cuma, Miseno e Baja s'appartenevano; non già che i Vescovi di queste città lo riconoscessero per Metropolitano, ma per onore della città ducale, e come loro metropoli, per quel che riguardava la politia dell'Imperio, gli accordavano i primi onori, poichè tra' Vescovi di quel Ducato era riputato il primo. Col corso degli anni, oltre al Ducato di Benevento e quello di Napoli, sursero ancora il Ducato di Capua e l'altro di Salerno, i quali con quello di Benevento s'innalzarono poi a' Principati. Amalfi ebbe in appresso anche il suo Duca, siccome Sorrento, e si eressero in Ducati. Bari poi ebbe anche il suo Duca. Alcune città della Puglia e della Calabria, de' Bruzj e Lucania, fatte parimente capi e metropoli di quelle regioni, si renderono più cospicue dell'altre; onde secondo la politia dell'Imperio, ricevettero poi i Metropolitani, ed i Vescovi delle città minori di quelle province rimasero lor suffraganei. Quindi avvenne, che quanto più si stendeva il lor Ducato o provincia, più suffraganei avessero: e per questa cagione, poichè il Ducato beneventano distese più di tutti gli altri i suoi confini, il suo Arcivescovo ebbe tanti Vescovi suffraganei, che sopra tutti gli altri Metropolitani oggi ne ritiene in gran numero. Quindi ancora è avvenuto, che il Principato di Salerno, se non quanto quel di Benevento, avendo pure molto ampliato i suoi confini, il suo Arcivescovo ancor egli ritenesse molti suffraganei: e quel di Capua per la stessa ragione anche moltissimi. Ed all'incontro il Ducato di Napoli, quello di Sorrento e l'altro d'Amalfi, come che molto ristretti, non avessero così numeroso stuolo di Vescovi suffraganei, siccome gli altri Metropolitani delle altre città di queste nostre province; come osserveremo quando della lor politia ecclesiastica degli ultimi tempi ci sarà data occasione di trattare.

Ecco adunque qual fosse la disposizione e la Gerarchia ecclesiastica di queste nostre province in questa età. Il romano Pontefice, come Metropolitano insieme e Patriarca: Vescovi, Preti, Diaconi, Sottodiaconi, i quali già in questi tempi eransi ligati al celibato, ed il lor ordine posto nel rango de' maggiori ordini: Acoliti, Esorcisti, Lettori ed Ostiarj.

Sentironsi ancora negli Scrittori di questi tempi, e sopra tutto nell'epistole di S. Gregorio i Preti Cardinali, i Diaconi Cardinali, e Sottodiaconi Cardinali; e molte chiese avere avuti di questi Cardinali, come oltre alla romana, quella d'Aquileja, di Ravenna, di Milano, di Pisa, di Terracina, di Siracusa; e nelle nostre province ancora, come le chiese di Napoli, di Capua, di Benevento, di Venafro e forse ogni altra. Ma in questi tempi, siccome ben pruovano Florente e Baluzio[178], ed è chiaro dalle epistole stesse di S. Gregorio, questi Cardinali non erano che Preti, Diaconi, o Sottodiaconi stranieri, i quali erano uniti ed affissi, o come diciamo inzeppati ad una certa chiesa, la quale unione, chiamavano incardinazione, e questo unire dicevano incardinare; poichè per questo inzeppamento si univa colui a quel corpo, come nel suo cardine; in guisa che non più straniero, ma proprio di quella chiesa riputavasi, e nomavasi perciò Incardinato, ovvero Cardinale; nome che se bene nella sua origine non denotava dignità o superiorità alcuna, si intese poi ne' seguenti secoli risonare cotanto magnifico e fastoso, che s'è proccurato negli ultimi tempi uguagliarlo al nome Regio; e coloro che n'erano adorni, di pareggiargli a' più potenti Re della terra.

Sursero egli è vero in questi tempi, anche in Occidente, varj Uficiali, ed altri nomi si intesero, come di Cimeliarca, di Rettore, Cartularj ed altri; e nella chiesa d'Oriente altri più assai, di cui lungo catalogo abbiamo appresso Codino[179] e Leunclavio[180]. Ma questi Uficiali per lo più sursero per la cura che si dovea avere della temporalità delle chiese e delle loro ricchezze. I Vescovi per la pietà de' Principi e dei Fedeli profusi in donare alle loro chiese, si diedero a costruirne altre di nuovo, o con maggior magnificenza; e singolarmente i nostri Vescovi napoletani[181], siccome di tutte le altre chiese di queste province molte n'ingrandirono nelle loro città, e moltissime nuovamente ne costrussero: quando prima i vasi erano di legno, di vetro, o di creta; le vesti sobrie e tutti gli altri ornamenti semplici, e schietti; ora i vasi divengono d'oro e d'argento, le vesti ricche e pompose, e gli ornamenti tutti preziosi e magnifici; perciò bisognava che ad uno del Clero si dasse il pensiero di custodirgli, ed averne esatta cura e provvidenza; quindi il Custode appresso noi[182] fu chiamato Cimeliarca, ed appresso i Greci[183] Magnus vasorum custos. Ebbe la chiesa di Napoli il suo Cimeliarca, siccome ancor oggi lo ritiene, ma con impiego diverso: l'ebbero ancora le altre chiese di queste nostre province; ancora quelle di Roma, di Ravenna ed in fine l'ebbero tutte. Le possessioni, i poderi, e l'ampie loro rendite poste ancora in paesi remoti e distanti, ricercavano particolar persona, che avesse di lor cura e pensiero; quindi sursero i Rettori, de' quali sovente S. Gregorio favella, che aveano il governo de' patrimonj delle chiese; ed in conseguenza i Cartularj, gli Economi ed altri Uficiali. Ma tutti questi Uficj nacquero per le temporalità delle chiese, non già che fossero gradi gerarchici, e che punto s'appartenessero al suo potere spirituale.

§. II. Monaci.

Non meno le chiese che i monasterj renderonsi in questi tempi più spessi e magnifici, e i loro Monaci più numerosi. I Longobardi, come suole avvenire nei primi ardori delle novelle religioni, abbracciata che ebbero la religione cattolica romana, furono in queste nostre province assai più profusi colle chiese e monasterj, che i Greci, cristiani vecchi. Il Re Agilulfo, fatto cattolico, molti monasterj rifece per l'Italia, ed altri nuovi ne costrusse. Il Re Ariperto fu così profuso nel donare a' monasterj, alle chiese, e particolarmente alla romana, che per la restituzione degli ampj e grandi poderi, che le fece nell'Alpi Cozzie, onde tanto in quella provincia crebbe il patrimonio di S. Pietro, diede occasione ad alcuni di credere, che la provincia tutta dell'Alpi avesse Ariperto donato alla Chiesa romana.

I nostri Duchi di Benevento, ancorchè sotto Zotone I, Duca pagano e idolatra, il monastero Cassinese avesse patito quel miserando sacco; nulladimeno, abbracciato che poi ebbero per opera di Barbato il cattolichismo, favorirono le chiese ed i monasterj: tantochè, rifatto il monastero nell'anno 690 da Petronace, i Duchi di Benevento lo arricchirono grandemente, e fra gli altri Gisulfo II d'immensi doni e di grandi poderi l'accrebbe. Que' luoghi e quelle terre poste nello Stato di S. Germano passarono in gran parte in dominio di quel monastero; tanto che poi col correr degli anni, accresciuto per altre ampie donazioni, si rendè cotanto ricco e possente, che i loro Abati, fatti Signori di più terre e vassalli, vennero in tale stato, che mantenevano a loro stipendj eserciti armati, come ne' seguenti secoli vedremo.

Per ciò i monasterj dell'ordine di S. Benedetto, renderonsi più numerosi nel Ducato beneventano, che abbracciava in que' tempi ciocchè ora diciamo i due Apruzzi, il Contado di Molise e Capitanata, quasi tutta la Campagna, e buona parte della Lucania, della Puglia e dell'antica Calabria, Taranto, Brindisi e tutto quel larghissimo paese, che gli è intorno[184]. Molti e d'uomini e di donne ne furono in queste province nuovamente eretti nel Regno de' Longobardi: in Benevento ne' tempi di S. Gregorio ne leggiamo moltissimi[185]: il monastero di Monache di S. Nazario Martire; l'altro a quello vicino de' Frati di S. Maria ad Olivolam; e a' tempi di Grimoaldo V Duca di Benevento leggiamo quello di S. Modesto, arricchito da Grimoaldo di grandi possessioni[186]; e Teodorata, moglie del Duca Romualdo suo figliuolo, fuori le mura di Benevento fondò un monastero di donne ad onore di S. Pietro Apostolo. L'esempio de' Principi fu da poi seguitato da' loro sudditi benestanti, così longobardi, come provinciali, tanto che nel Ducato beneventano per tutte quelle province che esso abbracciava, i monasterj di S. Benedetto si videro in questi tempi più numerosi, che nel secolo precedente.

Nel Ducato napoletano, ed in tutte quelle città, che a' Greci ubbidivano, ancorchè molti altri di questo Ordine se ne fossero nuovamente costrutti, nulladimanco il numero de' monasterj così di uomini, come di donne posti sotto la regola di S. Basilio era maggiore: Napoli n'ebbe molti, come si è veduto nel precedente libro: non erano meno frequenti in Otranto, Brindisi, Reggio, e così in tutte l'altre città della Calabria e de' Bruzj.

Fu per tanto lo Stato monastico non men che nella Francia e nell'Alemagna, ed in tutte l'altre parti di Occidente, steso ed arricchito in queste nostre province; tantochè già gli Abati e monasterj cominciavano a pretendere di scuotere il giogo de' Vescovi, ed a dimandare de' privilegi e dell'esenzioni per rendersi in libertà. Se sono veri gli atti del Concilio, che si narra aver tenuto S. Gregorio in Roma nell'anno 601 in favore de' Monaci, fu in quello stabilito, che i Monaci dovessero avere la libertà di eleggere il loro Abate, e di scegliere un Monaco della lor comunità, o d'un altro monastero: che i Vescovi non potessero trarre Monaci da un monastero per fargli Cherici, ovvero per impiegargli alla riforma d'un altro monastero senza il consenso dell'Abate: che i Vescovi non dovessero impacciarsi nel temporale de' monasterj; nè celebrare l'uficio solenne nella chiesa de' Monaci, nè esercitarvi alcuna giurisdizione. Per tutte queste cagioni lo stato monastico si rendè fin da questi tempi considerabile, e cominciò non poco ad alterare lo stato civile e temporale de' Principi, i quali in vece di fare argine a tanti acquisti, più tosto gli accrescevano colle loro immense donazioni.

§. III. Regolamenti ecclesiastici.

I canoni che in varj Concilj furono stabiliti in questo settimo secolo in Occidente, e particolarmente in Toledo ed in Francia, ripararono in gran parte la sregolatezza della maggior parte de' Cristiani, e la disciplina degli Ecclesiastici, ch'era in declinazione. Furono ancora avvalorati dagli editti de' Sovrani; e S. Gregorio gran Pontefice riparò in Italia la cadente disciplina delle nostre chiese: vegliò sopra la conservazione di quella, e s'applicò tutto a fare osservare inviolabilmente i canoni in tutte le chiese. Scrisse perciò una gran quantità di lettere ne' quattordici anni del suo Pontificato, le quali contengono una grandissima copia di decisioni sopra il governo, e la disciplina della chiesa.

Se si voglia aver per vero ciò che scrisse il Baronio di Cresconio Vescovo d'Affrica, e ciò che i più gravi Autori dicono della collezione d'Isidoro Mercatore, niuna collezione di canoni fu fatta in questo settimo secolo. Il Baronio credette che il Vescovo Cresconio fiorisse intorno a' tempi di Giustiniano Imperadore, onde la sua ampia raccolta de' canoni fu per ciò da noi rapportata nel libro precedente. Se poi si voglia seguire l'opinione di Doujat[187], riputata vera da Pagi[188], ed abbracciata ultimamente da Burcardo Gotthelf Struvio[189], la collezione di Cresconio caderebbe in questo luogo, come quella, che secondo il sentimento di costoro si fece intorno l'anno 670 in questo settimo secolo. Quella di Isidoro Mercatore bisognerà certamente riportarla al libro seguente, poichè questo Scrittore fiorì nell'ottavo secolo, l'anno 719.

Se si volesse farne Autore Isidoro di Spagna, Vescovo di Siviglia, certamente che questo sarebbe il suo luogo: sedè egli in quella Cattedra dopo la morte di suo fratello Leandro, a cui succedè verso l'anno 595 e la governò quasi per lo spazio di quaranta anni; ma è cosa certa, che non ne fu egli il Compilatore, così perchè in quella raccolta si rapportano molti canoni stabiliti in varj Concilj tenuti in Toledo molto tempo dopo la sua morte, che accadde nell'anno 636, ed alcune epistole di Gregorio II e III, e di Zaccaria[190], che sederono nella Cattedra di Roma nell'ottavo secolo; come anche perchè tra le molte opere che si numerano di questo insigne Scrittore, niuno ha fatta menzione di questa raccolta[191].

§. IV. Beni temporali.

Le tante profuse donazioni, che non men da' privati, che da' Principi di tempo in tempo s'erano fatte alle Chiese nel corso poco men di due secoli, furon cagione che le Chiese, non men che il Principe ed i privati avessero i loro particolari patrimonj. Le possessioni ampissime, che acquistarono non pur nel distretto delle loro città, ma anche in lontani paesi, onde tante rendite e frutti se ne ritraevano, le appellavano patrimonj, secondo l'uso di que' tempi, ne' quali le possessioni di qualunque famiglia, e i retaggi pervenuti da' loro maggiori, si chiamavano il patrimonio di quella. Così ancora chiamavasi patrimonio del principe quel fondo, ch'ei possedeva in proprietà, e per distinguerlo, non meno da' patrimonj de' privati, che dal Fisco dell'istesso Principe, si nominava sacrum patrimonium, come si legge in molte costituzioni del Codice di Giustiniano[192]: ciò che da poi ne' nuovi Regni in Europa stabiliti, fu detto domanio regale. Per queste istesse cagioni si diede poi il nome di patrimonio alle possessioni di ciascuna Chiesa: così nell'epistole di S. Gregorio si veggon nominati non solo i patrimonj della Chiesa romana, ma anche il patrimonio della Chiesa di Ravenna, il patrimonio della Chiesa di Milano, il patrimonio della Chiesa di Rimini e di molte altre. Le Chiese di città grandi, come di Roma, Ravenna e Milano come città imperiali, e dove abitarono Senatori, grandi Uficiali, ed altre persone illustri, acquistarono patrimonj non pur dentro i loro confini, ma in diverse parti del Mondo. Le altre Chiese poste in città minori, come fra noi Napoli, Benevento, Capua, Salerno, Bari, Reggio e tante altre, e che avevano abitatori di fortune mediocri, e tutte riposte ne' loro confini, non avevano patrimonj fuori del loro distretto.

Fra tutte le Chiese delle città imperiali, la Chiesa romana fu quella, che avea acquistati in questi tempi più ampj e vasti patrimonj, non pur in Italia, ma anche nelle province più remote d'Europa[193]. Nel Ponteficato di Gregorio il Grande, come si raccoglie dalle sue lettere, ebbe la Chiesa romana ampio patrimonio in Sicilia, scrivendo questo Pontefice a Giustino Pretore di quella isola, la quale da lui reggevasi per l'Imperio d'Oriente, che proccurasse far togliere ogni indugio per lo trasporto d'alcuni grani raccolti dalle possessioni del patrimonio di S. Pietro, ch'e' voleva in Roma, ove ve n'era penuria. E poichè queste possessioni eran molte, ed alcune divise in pezzi, secondo le donazioni, che da' Fedeli di volta in volta eransi fatte, per ciò rescrive a Pietro Sottodiacono Rettore di quel patrimonio, ch'essendone state domandate alcune in enfiteosi, talora se n'era contentato, e talora non l'avea permesso. Ebbe ancora la Chiesa romana il patrimonio in Affrica, onde Gregorio rende infinite grazie a Gennadio Patrizio ed Esarca di quella provincia, che pur si teneva per l'Imperadore d'Oriente, ch'essendo molti luoghi di questo patrimonio stati abbandonati da' coltivatori, egli, mandandovi molti di que' popoli da lui vinti, avessegli grandemente ristorati. Avea anche patrimonio in Francia, alla cura del quale avendo Gregorio preposto un Prete, il cui nome fu Candido, lo raccomanda caldamente non meno alla Reina Brunichilda, che al Re Childeberto suo figliuolo l'anno 596, mostrando che quel carico innanzi di Candido era stato raccomandato a Diniano Patrizio; anzi scrive a Candido a qual uso quelle entrate si dovessero dispensare; e verso il fine del suo Pontificato, l'anno 604, raccomandò quel patrimonio ad Asclepiodato Patrizio de' Galli. Ebbe eziandio patrimonio in Dalmazia, a cui era preposto Antonio, ovvero Antonino Sottodiacono.

In Italia, ed in queste nostre province ancora ebbe la Chiesa romana molti patrimonj. Nella provincia dell'Alpi Cozie ebbe un ben ampio patrimonio, che occupato per molto tempo da' Longobardi, fu da poi restituito alla medesima dal Re Ariperto nel Ponteficato di Giovanni VII, scrivendo Paolo Varnefrido: che Ariperto Re de' Longobardi restituì la donazione del PATRIMONIO dell'Alpi Cozie appartenente alla sede appostolica, ma per molto tempo stato levato dai Longobardi; e mandò a Roma questa donazione scritta con lettere d'oro. La qual donazione al dir dello stesso Autore fu da poi confermata dal Re Luitprando, dicendo: In quel tempo il Re Luitprando confermò alla Chiesa di Roma la donazione del PATRIMONIO dell'Alpi Cozie. Nell'Esarcato di Ravenna pur S. Pietro ebbe il suo patrimonio, anzi nel Pontificato di S. Gregorio vi fu lite tra lui, ed il Vescovo di Ravenna per li patrimonj d'ambedue le Chiese, che s'accomodò anche per transazione. Nel nostro Ducato beneventano pur ebbe la Chiesa romana il suo patrimonio. L'ebbe in Salerno, l'ebbe in Nola, dove scrisse S. Gregorio[194], che delle rendite di quello si sovvenisse alla povertà di certe Monache. L'ebbe ancora in Napoli, dove, come si vede da alcune epistole[195] di questo Pontefice, da Roma mandavansi i Rettori che n'avessero cura, a' quali buona parte delle loro rendite imponeva, che dispensassero a' poveri. Furono in Napoli Rettori di questo patrimonio successivamente Pietro, Teodino, Antemio ed altri, tutti Sottodiaconi della Chiesa romana. Questi in Napoli aveano le loro Diaconie costituite, le quali erano certi luoghi, ovvero Stazioni, in cui il Sottodiacono Rettore del patrimonio soccorreva i poveri della città, e dispensava a quelli l'elemosine: a somiglianza di Roma, la quale avea molte di queste Diaconie[196]. L'ebbe in fine in alcune altre città di questa provincia della Campagna: l'ebbe in Apruzzo; l'ebbe nella Lucania, e nella Calabria ancora.

I Vescovi di queste sedi maggiori, siccome anche dell'altre minori, per far rispettare maggiormente le possessioni delle loro Chiese, solevano dar loro il nome del Santo, che quella Chiesa avea in ispezial venerazione: così la Chiesa di Ravenna nominava le possessioni sue di S. Apollinare, e quella di Milano di S. Ambrogio, e la romana diceva il patrimonio di S. Pietro in Sicilia, in Affrica, in Francia, in Dalmazia, in Calabria, in Apruzzo, in Benevento, in Napoli ed altrove; non altrimenti che a Venezia le pubbliche entrate si chiamano di S. Marco. Così ancora le Chiese delle città minori, per fine di maggior rispetto, nomavano i loro patrimonj col nome del Santo, che esse avevano in più divozione, come Napoli il patrimonio di S. Aspremo, Benevento di S. Barbato, Brindisi di S. Leoci: e poi Amalfi di S. Andrea, Salerno di S. Matteo, e così di mano in mano tutte le altre.

Ma egli è ben da notare, che questo nome di patrimonio, che la Chiesa di Roma avea in quelle province, non significava qualche dominio supremo, o qualche giurisdizione della Chiesa romana, o del Pontefice, ch'avesse sopra tali patrimonj: erano essi a riguardo de' Principi, nelle cui province stavan collocati, come tutti gli altri particolari patrimoni sottoposti alla giurisdizione, ed al dominio eminente di quel Principe, dentro al cui Stato quelli erano. Tentarono egli è vero alcuni Ecclesiastici della Chiesa romana di farvi dell'intraprese, ma riusciron vani questi pensieri, ed i lor disegni. Poichè ne' patrimonj dei Principi, quando non erano assegnati a' soldati, era posto un Governadore con giurisdizione per le cause che intorno a quelle possessioni potevan nascere, per la più facile esazion delle lor rendite, e per lo costringimento de' debitori: queste istesse ragioni tentarono usurpare alcuni Ecclesiastici ne' patrimonj di quella Chiesa: volevano farsi ragione per se stessi, e farsi la giustizia colle mani proprie, e non ricorrere al pubblico giudizio de' Magistrati; ma S. Gregorio istesso prudentissimo e saggio Pontefice riprese questa introduzione, e comandò e proibì sotto pena di scomunica, che non si facesse: nè i Principi ne' loro dominj vollero in conto alcuno tollerarla.

Pagavano perciò le possessioni ecclesiastiche i tributi al Principe, come tutti gli altri patrimonj dei privati, siccome manifestamente appare dal Can. si tributum, ch'è di S. Ambrogio[197]: ed è chiaro che l'Imperador Costantino Pogonato nel 681, concedè esenzione da' tributi, che la Chiesa romana pagava per lo patrimonio di Sicilia e di Calabria. E l'Imperador Giustiniano Ritmeno successor di Costantino, nel 687 remise il tributo, che pagavano i patrimonj d'Apruzzo e di Lucania. Queste indulgenze da tributi ottennero i Pontefici romani dagl'Imperadori d'Oriente, finchè fra essi fu buona amicizia e corrispondenza; ma quando da poi per le novità insorto nell'Imperio di Lione Isaurico, nacquero tra i Pontefici romani, e gl'Imperadori d'Oriente quelle acerbissime contese che saranno il soggetto del seguente libro, le quali finalmente proruppero in manifeste sedizioni ed inimicizie; Lione Isaurico nel 782, non pur non gli fece franchi, ma tolse alla Chiesa romana i patrimonj di Sicilia e di Calabria, e gli applicò al suo Fisco. E gli Scrittori, che narrano questi successi, rapportano che questi patrimonj confiscati rendevano d'entrata tra tutti, tre talenti e mezzo d'oro in ciascun anno[198], che fanno in nostra moneta (per non far minuto conto sopra la varietà delle opinioni quanto precisamente corrisponda ad un talento) la somma di 2500 scudi, ed il patrimonio di Sicilia, anche molto ampio, non rendeva più di scudi 2100 l'anno.

Da questi patrimonj, che teneva la Chiesa romana in varie province, dove sovente gli Ecclesiastici, quando lor veniva in acconcio, si usurpavano ancora qualche giurisdizione nelle cause a quelli appartenenti, ne nacque tra' Scrittori de' tempi più bassi quell'errore, e fu data poi agli altri, che seguirono, occasione di crederlo, e di tesserne altre favole: cioè, alla Chiesa romana s'appartenessero la provincia dell'Alpi Cozie, la Sicilia, il Ducato beneventano, il Ducato spoletano, parte della Campagna, e tante altre province, perchè in quelle vi avea il suo patrimonio, confondendo il patrimonio, che avea nell'Alpi Cozie, colla provincia istessa: l'altro che teneva nella Sicilia colla stessa isola: il patrimonio beneventano, col Ducato: il patrimonio salernitano, con quel Principato: il patrimonio napoletano e gli altri che teneva nella Campagna, colla provincia istessa, e così delle altre province. Nel qual errore non possiamo non meravigliarci esservi fra gli altri caduto, anche il nostro Scipione Ammirato[199], per altro diligentissimo Istorico, il quale colla testimonianza di Paolo Varnefrido istesso volle darci ancor egli a sentire, che la dominazione del Re Ariperto conteneva la restituzione e conferma delle Alpi Cozie, che fece quel Principe a Papa Giovanni VII quando dalle parole di sopra da noi rapportate di questo Scrittore si vede chiaro, che si parla del patrimonio delle Alpi Cozie, non già di quella provincia, che abbracciava gran tratto di paese, e si stendeva insino a Genova, ornata di tante città e terre, che sarebbe stolidezza il credere aversene voluto quel Principe, in tempi per altro molto gelosi e sospettosi, spogliare e donarla a' Pontefici romani, confederati allora cogl'Imperadori d'Oriente, implacabili nemici dei Longobardi.

Questo equivoco ancora scopriremo, quando delle cotanto celebrate donazioni di Carlo M. e di Lodovico Pio ne' loro tempi avremo occasione di ragionare, dove vedremo, che ciò che in esse si legge di Napoli, Salerno e sopratutto di Benevento, volendosi pure riputar per vere, non già de' loro Ducati e Principati, ma de' patrimonj, che la Chiesa romana teneva in queste province, favellano; i quali secondo il costume che correva allora, dagl'Imperadori, che successivamente dominarono nel Regno d'Italia, furon per mezzo de' loro Precetti confermati e conceduti alla Chiesa romana, siccome del patrimonio beneventano fece Ludovico Pio nel 817 con Papa Pascale I, che poi fu di nuovo confermato e conceduto da Ottone I e da Ottone Re di Germania suo figliuolo a Giovanni XII nel 962, non già del Ducato ovvero della città di Benevento, la quale è certo che venne in poter della Chiesa nell'anno 1052, con titolo di permuta fatta da Errico II, figliuolo di Corrado, con Papa Lione IX, colla Chiesa di Bamberga, come al suo opportuno luogo diremo.

Cotanto fu in questi tempi l'accrescimento de' beni temporali delle nostre Chiese, e sopra tutto della Chiesa di Roma loro maestra e condottiera: e, secondo la situazione dello stato presente, maggiori acquisti se ne vedranno ne' secoli avvenire.

Multiplicate le chiese ed i monasterj, vie più s'accrebbe il culto de' Santi, delle loro reliquie, e loro immagini. I santuarj, e sopra ogni altro quello del monte Gargano non men da' Greci, che da' Longobardi, erano più frequentati, ed arricchiti di preziosi doni. I miracoli vie più crescevano, ed oltre alle prediche ed a' sermoni, cominciavano già a tessersi di loro infiniti racconti, ed a raccogliersi in volumi, e S. Gregorio ne pubblicò molti ne' suoi quattro libri de' Dialoghi, che dedicò alla Regina Teodolinda. Si accrebbero nelle chiese le feste, l'ottava di Natale, quella dell'Epifania, l'altra della Purificazione, dell'Annunziazione della Vergine, della sua morte, della sua natività, e finalmente quella di tutti i Santi. A pari del culto e della divozione crebbero le ricchezze, promettendosi anche i Fedeli da' Santi, non pur conseguimento di beni spirituali, ma anche di temporali, di sanità, di abbondanza, di ricchezza, buoni successi ne' traffichi e ne' negozj, nelle navigazioni, e ne' viaggi terrestri.

Da tanti e sì diversi fonti che cominciavano a scoprirsi, vie più s'accrescevano alle Chiese le possessioni ed i retaggi; e la cagione era, perchè se, come scrisse il nostro Ammirato, essendo la religione un conto che si tiene a parte con Dio, e avendo i mortali in molte cose bisogno di lui, o ringraziandolo de' beni ricevuti o de' mali scampati, o pregandolo che questi non avvengano, e che quelli felicemente succedano; necessariamente siegue, che de' nostri beni o come grati o come solleciti facciamo parte, non già a lui che non ne ha bisogno, ma a' suoi tempj ed a' suoi Sacerdoti; quanto più dovettero allora crescere i doni e le offerte, quando s'ebbe a tenere non pur un sol conto con Dio solamente, ma con tanti Santi, dall'intercession de' quali promettevansi i Fedeli queste medesime cose; ed essendo tanto cresciuto il lor culto e venerazione, ed eretti per ciò in lor nome più monasterj e tempj, e multiplicati i loro santuari, ben poteron per conseguenza tirar la gente ad offerir loro, ed a' loro tempj ancora e Sacerdoti, in maggior copia, e doni e ricchezze. Cominciossi ancora a donare, non pur alle Chiese, ma a' Parrochi, a' Preti, e ad altri Ministri per li loro sacrifici, a fin di liberare l'anime de' loro defonti dal Purgatorio[200]; onde surse, al creder di Mornacio[201], l'autorità che s'assumevano di fare i testamenti a coloro, che morivano intestati; di che altrove ci tornerà occasione di ragionare.

Mantennero le nostre Chiese intorno alla distribuzione delle rendite e beni loro temporali, il medesimo istituto di dividergli in quattro parti, una al Vescovo l'altra al Clero, la terza a' poveri, e la quarta per la chiesa materiale. Della Chiesa di Napoli, che sin dai tempi di S. Gregorio sotto il Vescovo Pascasio teneva un Clero numeroso, contandosene fin a cento ventisei, oltre a' Preti, Diaconi, Cherici peregrini; abbiamo dall'epistole di questo Pontefice[202], che trascurando Pascasio di distribuire, come si conveniva a' poveri ed al Clero le rendite di quella chiesa, fu costretto egli a far la distribuzione, e riserbando la porzione al Vescovo, vi stabilisce ciò che dovesse somministrarsi al Clero ed a' poveri, imponendo anche ad Antemio suo Sottodiacono, ch'era Rettore del patrimonio di S. Pietro in Napoli, che unitamente col Vescovo sopraintendesse a dividere, secondo il bisogno de' poveri, la quantità del danaro, e tener modo anche secondo la sua prudenza di distribuirlo a tempo opportuno.

La Chiesa di Benevento tenne ancora quest'istesso costume di dividere le sue rendite in quattro parti. S. Barbato suo Vescovo non volle in ciò dipartirsi dal prescritto de' canoni, e ne' suoi Atti si legge, che da poi che il Duca Romualdo arricchì la sua Chiesa di tanti doni, ed alla quale unì quella di Siponto, volle con particolar providenza stabilire in perpetuo questa distribuzione, la quale si dovesse tenere sempre ferma nella sua Chiesa: ecco ciò che in quegli Atti[203] si legge: Impetratis omnibus ut poposcerat vir Sanctus non est oblitus mandatorum Dei: in quatuor partes cunctum Ecclesiae redditum omni tempore sanxit fideliter dispartiri, unam egentibus, secundam his, qui Domino sedulas in Ecclesiis exhibent laudes, tertiam pro Ecclesiarum restauratione distribui, juxta quartam suis peragendis utilitatibus Episcopus habeat; et hactenus sicut ab eo disposita sunt, in praesenti cuncta videntur.

Questo medesimo istituto tennero tutte l'altre Chiese di queste nostre province, le quali per altro erano in ciò commendabili, poichè non era fraudata a' poveri la lor porzione, ed i Vescovi praticavano co' peregrini quell'ospitalità, che i canoni gli obbligava a mantenere.

FINE DEL LIBRO QUARTO.

STORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI

LIBRO QUINTO

Luitprando Re de' Longobardi, avendo nell'anno 711 fermato il soglio del suo Regno in Pavia, siccome i suoi predecessori avean fatto, cominciò a dar saggi grandissimi della sua bontà e prudenza civile. Egli, imitando suo padre e gli altri Re suoi predecessori, nella religion cattolica fu costantissimo, ed alla di lui pietà dee Pavia l'ossa gloriose d'Agostino; poichè egli le vendicò dalle mani de' Saraceni, dopo avergli discacciati da Sardegna, dove trovavasi il prezioso deposito. Egli, seguendo l'esempio di Rotari e di Grimoaldo, volle eziandio esser partecipe della gloria di savio facitor di leggi: poichè nel primo anno del suo Regno, avendo in Pavia, secondo il costume, ragunati gli Ordini del Regno, ordinò altre leggi, e l'aggiunse agli editti di Rotari e di Grimoaldo[204]; nè di ciò ben soddisfatto, ne' seguenti anni, secondo che il bisogno richiedeva, altre ne stabilì: tanto che fra i Re longobardi, dopo Rotari, Luitprando fu quegli, che più di ogn'altro empiè il suo regno di leggi.

§. I. Leggi di Luitprando.

Molte leggi di questo Principe piene di somma prudenza ed utilità sono ancor oggi a noi rimase nel volume delle leggi longobarde, ma nel Codice membranaceo Cavense si leggono interi i suoi editti, donde le prese il Compilatore di quel volume. Ivi si legge il suo primo editto, che e' promulgò nel primo anno del suo Regno, contenente sei capitoli, fra' quali il primo ha questo titolo de successione filiarum. Si leggono ancora gli altri editti, che e' fece ne' seguenti anni: poichè nel quinto del suo Regno ne promulgò un altro, che contiene sette altri capitoli: nell'ottavo, dieci: nel decimo anno, cinque: nell'undecimo, trentatre: nel decimo terz'anno, cinque: nel decimoquarto, quattordici: nel decimoquinto, dodici: nel decimosesto, otto: nel decimosettimo, tredici: nel decimonono, tredici: nel ventunesimo, nove: nel ventesimosecondo, quattro: nel ventesimo terzo, cinque: ed alcuni altri ne promulgò negli anni seguenti. Di maniera che le leggi di questo Principe, siccome vengono registrate nello stesso Codice, che si conserva nell'Archivio della Cava arrivano al numero di cento cinquantadue, alle quali nel Codice suddetto si veggono aggiunti sette altri capitoli, i cui titoli o sommarj sono: I. De Mercede Magistri. II. De Muro. III. De Annona. IV. De Opera. V. De Caminata. VI. De Fumo. VII. De Puteo.

Di queste leggi solamente 137 furono inserite nel volume delle leggi longobarde dal suo Compilatore. Nel primo libro se ne leggono 48, e nel secondo 89, poichè nel terzo non ne abbiamo. La prima che si legge nel primo libro è sotto il tit. de illicito consilio: l'altra sotto il tit. 8: nove altre se ne leggono sotto il tit. de homicidiis: un'altra sotto quello de Parricidiis: un'altra sotto il titolo decimoquarto dell'istesso libro: quattro sotto quello de injuriis mulierum: tre nel titolo decimosettimo: una sotto il tit. de Sedictione contra Judicem: altra nel titolo decimonono: un'altra sotto quello de pauperie: quattro nel titolo vigesimoterzo: dodici sotto quello de Furtis, et servis fugacibus: una sotto il tit. de Invasionibus: un'altra sotto il vigesimonono: altra sotto il tit. de raptu mulierum: un'altra sotto quello de fornicatione: tre sotto il tit. de adulterio: una nel titolo trigesimo quarto: e l'altra sotto quello de Culpis servorum, ch'è l'ultima del primo libro.

Nel secondo ne leggiamo assai più insino ad ottantanove: due sotto il titolo secondo: una sotto il terzo: tre nel quarto: una nel quinto: altra nel sesto: un'altra nel settimo: otto sotto il tit. de prohibitis nuptiis: una nel nono: un'altra nel decimo: altra nell'undecimo: tre sotto quello de conjugiis servorum: altra sotto il titolo decimoterzo: un'altra sotto quello de donationibus: un'altra sotto il tit. de ultimis voluntatibus: tre sotto il ventesimo: sedici nel tit. de debitis, et guadimoniis: una sotto quello de Treugis: due sotto il ventesimo quinto: un'altra sotto il ventesimo sesto: altra sotto quello de depositis: altra sotto il tit. de rebus intertiatis: sette nel tit. de prohibita alienatione: due sotto il trentesimo: una sotto quello de prohibita alienatione servorum: quattro sotto il tit. de praescriptionibus: due sotto quello de Evictionibus: quattro sotto l'altra de Sanctimonialibus: due nel tit. de Ariolis: quattro sotto il tit. de Reverentia Ecclesiae, seu immunitatibus debita: cinque sotto l'altro, qualiter Judices debeant: una sotto il tit. de consuetudine: un'altra sotto quello de Testibus: quattro sotto il tit. qualiter quis se defen. deb.; ed una in quello de perjuriis, ch'è il penultimo titolo del libro secondo.

Nel terzo, leggi di Luitprando non abbiamo, come quello che per lo più fu composto dalle leggi di quegli Imperadori, che l'Italia, come successori de' Re dei Longobardi signoreggiarono, dopo avergli da questa provincia discacciati: tutto che alcune pochissime leggi di Rotari, di Rachi e di Astolfo pure i Compilatori v'inserissero. Alcune altre leggi di questo Re possono vedersi appresso Marcolfo[205] e Goldasto.

Ma la saviezza che mostrò questo Principe in comporre il suo Regno con sì provide leggi, e tutti gli altri suoi pregi fur non poco oscurati dalla soverchia ambizione di dominare, e dal desiderio estremo di stendere i confini del suo Regno, oltre a quello, che i suoi predecessori gli avean lasciato, la quale portò egli tanto avanti, che finalmente cagionò ne' suoi successori la ruina dell'Imperio de' Longobardi in Italia; poichè non contento di aver ritolto al Pontefice romano il patrimonio delle Alpi Cozie che poco innanzi il Re Ariperto avea confermato alla Chiesa romana, invase anche il patrimonio sabinense; e tutto intento ad approfittarsi, e ad investigar qualunque opportunità d'ampliare il suo dominio, secondando gli avidi consigli con una presta, e destrissima esecuzione, gli venne fatto d'allargare grandemente il suo Regno sopra le rovine de' Greci. Tanto che la sua potenza rendutasi ormai sospetta a' Pontefici romani, finalmente veggendo costoro depressa, e poco men che estinta in Italia l'autorità degl'Imperadori d'Oriente, e non fidandosi più de' Greci, ch'erano divenuti loro capitalissimi nemici, pensarono alla maniera, che ora diremo, di ricorrere alle forze straniere per abbassare Imperio sì grande.

§. II. Novità insorte in Italia per gli editti di Lione Isaurico.

Reggeva in questi tempi l'Oriente Lione Isaurico, il quale, calcando le orme di Bardane soprannomato Filippico (che fu il primo Imperador d'Oriente, che cominciò a muover guerra alle immagini) era chiamato Iconomaco, come colui, che fuor d'ogni misura e sopra tutti gli altri avea quelle in odio ed abbominazione; poichè persuaso, con abbatterle di discacciar l'Idolatria, che credette per l'adorazione e culto delle medesime essersi introdotta nel Cristianesimo, si prometteva felicità nel suo Imperio; ed in premio di sì magnanima e pietosa impresa, come e' la riputava, lusingavasi di dovere colla prosperità de' successi stendere il suo Imperio, reintegrargli l'Italia da' Longobardi occupata, ed alla pristina dignità e grandezza restituirlo. Nè mancò chi, per accrescer l'inganno e la lusinga con presagi ed augurj alcune volte dal caso confermati, glie ne promettesse facile e sicuro adempimento; e la politica di questo Principe, la quale non può negarsi, che non sia stata grande, rimase da sì vani vaticinj delusa e schernita; imperocchè non ponderando egli, che appresso i Popoli, e particolarmente agl'Italiani, sì strana e nuova impresa dovea eccitar turbolenze e tumulti grandissimi, siccome coloro, i quali, avvezzi già per molto tempo nelle chiese ed altrove a venerar quelle immagini, e a promettersi per l'intercessione de' loro prototipi felicità non meno spirituali che temporali, non potevano i loro animi, percossi da sì strana novità, non riempiersi di grandissimo orrore in veggendo ardere per mano di uomini vilissimi, con sommo disprezzo abbattere, ed in minutissimi pezzi frangere quelle statue, che da loro maggiori con ugual pietà e magnificenza erano state ne' tempj, e su le porte delle città a pubblica venerazione collocate.

Nè certamente avrebbe giammai mente d'uomo potuto investigare novità più rimarchevole o più penetrante di questa, per mettere in iscompiglio le province tutte dell'Italia; avvegnachè l'altre eresie, non avendo avuto niente del popolare e del tragico, ancorchè si fossero diffuse per la mente degl'uomini, e precisamente l'arriana, non portarono nel disseminarsi tanti tumulti e sconcerti, quanti ne dovea suscitar questa, la quale non poteva porsi in effetto, se non per mezzo di modi strepitosi, d'incendj, d'abbattimenti, e per altri tragici avvenimenti. Lione, come Principe prudente e savio, sul principio tenne perciò modi soavi e placidi; proccurò prima con ragioni e scongiuri persuader negli altri quel ch'egli credeva; poi veggendo che ciò niente giovava, diede fuori un editto, col quale non si comandava altro se non che si togliessero le immagini da que' luoghi soliti, dove trovavansi riposte per esservi adorate, e si collocassero nelle sommità de' tempj, ove non potessero ricever culto, nè adorazione alcuna. Ma avendo da poi scorto negli animi di molti dell'orrore, anzichè avversione a cotali suoi ordinamenti, preso da stizza e da furore, rompendo ogni maggior indugio e deponendo qualunque moderazione, imperversò tanto nell'impresa, che fatto unire il Senato, con pubblica dichiarazione ordinò, che tutte le immagini fossero abbattute, e che nè pur una ne fosse permessa dentro alle chiese di Costantinopoli: essendo egli persuaso, che quanto più tardasse a condurre a suo fine questa eroica e gloriosa operazione, tanto più sarebbe tardato a riceverne il premio, conforme alle concepute idee.

In Oriente a questo disegno dell'Imperadore si opposero Germano Patriarca di Costantinopoli, e S. Giovanni Damasceno; ma Lione fece deporre Germano, e nel 730 fece metter in suo luogo Anastasio. Sono alcuni che scrissero, che facesse ancora colla forza eseguire in Costantinopoli l'editto, con far ardere e rovesciare tutte le immagini, e tutto ciò ch'era di rado e pellegrino in quella città, e che alla vista di tutto il Mondo facesse anche abbattere la statua del Salvatore, che s'innalzava sopra la gran porta del palagio imperiale, fatta ivi ergere da Costantino il Grande; altri riputano favoloso ciò che si narra dell'abbattimento della statua del Salvatore, e vogliono che in questi principi Lione non imperversasse tanto. Che che ne sia, egli voleva far valere il suo editto, e che s'eseguisse non meno in Costantinopoli ed in Oriente, che in tutte le altre province dell'Occidente, ch'erano rimase sotto il suo dominio. Comandò per tanto gagliardamente a' suoi Uficiali, ch'eran destinati al governo di quelle, che facessero nelle città a loro soggette eseguir l'editto, e sopra ogni altro impose a Scolastico Patrizio, che si trovava allora Esarca di Ravenna, che facesse eseguire puntualmente i suoi ordini, con far rovesciare in quella città tutte le immagini, senza permetterne alcuna.

Ma in Occidente, e particolarmente in Italia non pure non fu ubbidito l'editto, ma vennero i Popoli in tanto abborrimento di quello, che apertamente proruppero in manifesta sollevazione. I Principi dell'Occidente che non erano sotto il di lui Imperio, i longobardi Re d'Italia, ed i nostri Duchi di Benevento lo detestarono, nè vollero che ne' loro dominj si ricevesse: questa stessa avversione era ne' Popoli soggetti all'Imperio greco; nè tutti i sforzi degli Uficiali, che volevan in tutti i modi farlo eseguire, poterono giammai nulla spuntare contra l'ostinata universale repugnanza. Niente valsero in Roma, ed in tutto il Ducato romano; niente nel Ducato napoletano, e negli altri Ducati e città che ubbidivano agl'Imperadori di Oriente. Anzi l'Esarca Scolastico in Ravenna, volendo con violenza obbligare quel Popolo all'osservanza dell'editto, cagionò più gravi e dannevoli disordini; poichè, avendo comandato che a viva forza si rovesciassero in quella città l'immagini, eccitò tali tumulti, che il Popolo, spinto a manifesta rivolta contra l'Imperadore, ridusse la cosa in tale estremità, che finalmente i Ravignani passarono sotto la dominazione di Luitprando. Imperocchè questo accortissimo Principe, che invigilava sempre ad ingrandire il suo Regno a danni dell'Imperadore, avendo intesa la sollevazione di coloro, portò subito l'assedio a quella città, e strettala per mare e per terra, dopo avere sconfitta l'armata navale de' Greci, che veniva per soccorrerla, se ne rendè in pochi giorni padrone[206]: molte altre città dell'Esarcato tantosto renderonsi a lui; e finalmente ridusse l'Esarcato in forma di Ducato, ed agli altri Ducati de' Longobardi aggiunse questo, dandogli nuova forma, e ne creò Duca Ildeprando suo nipote (quegli che poi fu innalzato al soglio reale), al quale, essendo ancor fanciullo, diede per Direttore Peredeo Duca di Vicenza.

Reggeva in questi medesimi tempi il Ponteficato romano Gregorio II di questo nome, il quale era succeduto a Costantino nella sede di Roma l'anno 714. Questi sebbene, unito co' Romani, si fosse grandemente opposto a' disegni di Lione; nulladimanco avendo sospetta, come ebbero sempre i suoi predecessori, la potenza de' Longobardi, non poteva soffrire che il loro Regno sotto Luitprando, Principe ambizioso, si stendesse tanto, che finalmente potesse portar la ruina della sua sede e del Pontificato. Per questi rispetti, come fece l'altro Gregorio, invigilava sempre agl'interessi degl'Imperadori greci, che tenevano in Italia, e proccurava che le loro forze non declinassero, affinchè potessero opponersi a' disegni de' Longobardi, e fosse l'autorità loro ritegno e freno a tanta potenza: perciò si oppose al Duca di Benevento, ed ajutò i Greci napoletani, perchè Cuma non fosse da' Longobardi beneventani soggiogata. E quantunque per aversi egli dovuto opponere agli sforzi di Lione in queste novità dell'abbattimento delle immagini, fosse stato dall'Imperadore indegnissimamente trattato, sino a minacciarlo di volerlo scacciare dalla sua sede, e di mandarlo in esilio[207]; con tutto ciò, posponendo le private ingiurie alla pubblica causa, dirizzò tutti i suoi pensieri per impedire la rivolta de' Popoli d'Italia, che a lui ubbidivano, e per difendere le terre dell'Imperio dall'invasione de' Longobardi.

Non aveva egli in Italia Principe vicino a chi potesse ricorrere per poter contra coloro far argine. Le sole forze de' Greci non bastavano: la Repubblica di Venezia solamente, che da tenuissimi principj surta, in questi tempi erasi renduta di qualche considerazione in Italia, vi restava, tanto che l'Esarca ivi erasi salvato; si raccomandò, e si rivolse per tanto Gregorio a' soccorsi de' Veneziani, ed avendo scritto una bene forte lettera ad Urso lor Duce, tanto fece ed operò co' suoi uficj, che finalmente ridusse i Veneziani a ristabilir l'Esarca in Ravenna, la quale essi con tanta celerità ritolsero a' Longobardi, che Luitprando da Pavia non potè mandarvi soccorso: furono dunque i Longobardi scacciati, rimanendo Ildeprando prigione in mano de' Veneziani, e Peredeo, mentre fuggiva, fuvvi miseramente ucciso.

Credette il Papa, che Lione sarebbe stato riconoscente d'un servigio tanto considerabile; onde si mise a sollecitarlo più fortemente che mai per lettere[208] affinchè abbandonasse la sua impresa. Ma fu ben deluso Gregorio nelle sue speranze, poichè questo Principe, a cui era noto, che Gregorio più per proprio suo interesse, che per l'Imperio, erasi mosso in suo ajuto, irritato vie più in veggendo, che e' continuasse d'opporsi sempre più al suo disegno, e che con manifeste rivolte si tentasse scuotere il suo dominio; e conoscendo la fermezza del Papa, che l'avrebbe impedito per sempre, pensò seriamente a rimovere ogni ostacolo; e vedendo che sarebbe stata cosa difficile di venirne a capo colla forza, pensò di ricorrere alle arti ed al tradimento. Il Ducato romano, come s'è più volte detto, durava in Italia sotto la sua dominazione, e da lui si mandavano i Duchi a Roma per reggerlo. Era in questi tempi Duca di Roma Maurizio: a costui diede segretissimi ordini di favorire tre suoi Uficiali, che si ritrovavano in Roma, li quali, insidiando la vita del Pontefice, avevano data parola a Lione di condurlo in Costantinopoli vivo o morto; ma non riuscito a costoro il disegno, e pensando l'Imperadore, che dalla negligenza de' suoi principali Uficiali fosse stato frastornato, inviò nell'anno 725 Paolo Patricio in Italia per comandar in Ravenna in qualità d'Esarca[209], al quale incaricò questo fatto, ed allora i tre congiurati, tenendosi sicuri d'una potente protezione, si affrettarono di fare il disegnato colpo: ma prima che ne venissero all'esecuzione, la congiura fu scoperta da' Romani, vigilantissimi alla conservazione d'un Pontefice, ch'essi avevano tanto caro; ed avendone incontanente arrestati due, gli fecero subito morire; e l'altro che colla fuga erasi posto in salvo dentro un monastero, quivi rendutosi Monaco finì i giorni suoi.

Intanto il nuovo Esarca, che veniva sollecitato da Lione con premurosissimi ordini di trovar ogni strada per aver in mano il Papa, vedendo riuscir vane tutte le sue arti ed insidie, perchè il Papa era troppo bene guardato da' Romani, finalmente impaziente d'ogni indugio si risolse d'impiegar la forza aperta per mantener la parola, che egli aveva data a Lione di mettergli nelle mani Gregorio[210]. Ragunò dunque più presto che gli fu possibile alcune truppe, raccolte parte da Ravenna e parte dell'armata, ch'egli teneva in piedi, per essere sempre in istato di difendersi dagli insulti de' Longobardi vicini, e le mandò ad unirsi agl'Imperiali, ch'erano in Roma più deboli, con ordine di menar via il Papa, e di condurlo a Ravenna.

Ma Luitprando, scaltro ed accortissimo Principe, ancorchè si tenesse offeso da Gregorio, il quale aveva suscitati i Veneziani contro di lui per fargli perdere Ravenna, come la perdette, deliberò in questa necessità di soccorrere il Papa ed i Romani contra i Greci, acciocchè, tenendo in bilancio i due partiti, per gli aiuti più o meno forti, che lor avrebbe somministrati secondo le occasioni, venissero in questa divisione a poco a poco ad indebolirsi e gli uni e gli altri, onde potesse poi della lor debolezza approfittarsi. Diede per tanto pronto ordine a Governatori delle Piazze, ch'egli aveva ne' contorni di Ravenna e di Roma, d'unirsi a' Romani, i quali con si valido soccorso trovandosi più forti di quelli dell'Esarca, gli fermarono vicino Spoleto, e costrinsongli finalmente ad abbandonar la loro impresa, e a ritornare in Ravenna.

Lione intanto, il quale per altro nell'arte del regnare e del dissimulare non era cotanto inesperto, ancorchè vedesse essergli sì mal riuscita la forza ed il tradimento, lasciossi talmente trasportar dalla collera, che non curando i danni gravissimi, che poteva portar seco una risoluzione tanto bizzarra, come era quella che egli volle prendere, quando men dovea, credette che l'autorità sua per se sola e disarmata, avrebbe fatto senza fatica ciò che non potè eseguire coll'armi e colle insidie: perciocchè trascurato ogni rispetto, e consigliandosi solamente colla sua passione, reiterò quanto intempestivamente, altrettanto con molta veemenza e fervore gli ordini all'Esarca di far pubblicare ed eseguire in Roma, ed in tutte le città del suo Imperio, che teneva in Italia, l'editto, che poco anzi aveva in Costantinopoli formato. Conteneva l'editto, come s'è detto, che si togliessero dalle chiese tutte le immagini, come tanti Idoli: prometteva di più ogni sorte di favore al Papa, purchè ubbidisse, ed all'incontro lo dichiarava reo e decaduto dal Ponteficato, nel caso che ricusasse.

Non fu veduta mai più pronta, nè più generale, nè meglio concertata risoluzione di quella, che si fece per tutto e principalmente a Roma, subito che vi fu pubblicato questo editto.

Gregorio assicurato già degli animi di tutti disposti in suo ajuto, assicurato ancora da' Longobardi, e vedendo che Lione non osservava più nè misura, nè modo, e che attaccava già apertamente non pur la sua persona, ma anche la religione; si risolse d'impiegare alla prima tutta l'autorità sua pontificale, e le armi spirituali del suo ministero per impedire, che un così detestabile editto non fosse ricevuto in Italia. Cominciò a scomunicare solennemente l'Esarca, e tutti i di lui complici. Poi mandò lettere appostoliche ai Veneziani, al Re Luitprando, ed a' Duchi de' Longobardi, ed a tutte le città dell'Imperio, per le quali gli esortava a tenersi saldi ed immobili nella fede cattolica, e ad opporsi con tutte le forze all'esecuzione di questo editto.

Queste lettere fecero tanta impressione sopra gli spiriti, che tutti i Popoli d'Italia, benchè di partiti differenti, e che spesso fra di loro guerreggiavano, come i Veneziani, Romani e Longobardi, s'unirono tutti in un sol corpo, animato d'un medesimo spirito, che gli fece operare di concerto per difender la fede cattolica e la vita del Papa, protestando tutti insieme di voler conservarla sino ad esporre la propria per una causa sì gloriosa. Ma come è difficile nel calore d'un primo moto di conservar eziandio nel bene le giuste misure, che egli dee avere; non si tennero nei limiti d'una legittima difesa: perocchè non solo i Romani e quelli di Pentapoli, ch'è oggidì la Marca d'Ancona, presero le armi, e s'unirono a' Veneziani, che furono i primi ad armarsi, ma portando più innanzi il loro zelo, scossero apertamente il giogo. Non contenti d'aver abbattute le immagini di Lione, non vollero più conoscerlo per loro Imperadore, e si elessero da loro stessi nuovi Magistrati per governarsi nell'interregno, che pretendevano fare di propria loro autorità. Andarono anche più avanti, e portarono finalmente la cosa quasi all'ultima estremità; perciocchè eran risoluti di creare un altro Imperadore, e di condurlo a Costantinopoli con una potente armata, per metterlo nel luogo di Lione; ma il Papa non riputando questo consiglio opportuno, nè proprio di quel tempo, lo rifiutò, e vi si oppose in maniera che non ebbe nessuno effetto[211].

Ma questo non impedì il destino di Lione, che terminò finalmente di fargli perdere in Italia l'Esarcato di Ravenna, il Ducato di Roma, e mancò poco che non perdesse il Ducato di Napoli, e con esso tutta la sua autorità in Italia: perocchè sollevati i Popoli, tantosto si divisero in fazioni e partiti. In Ravenna Paolo Esarca n'avea guadagnato molti, o per vile compiacenza, o per interesse, o per la speranza di salire in posti maggiori. Ma il contrario, che sosteneva il Papa, più forte e numeroso, non potendo soffrire l'Esarca, si sollevò, ed insorta una furiosa sedizione, anzi una spezie di guerra civile, tra i due partiti, presero l'armi per distruggersi l'un con l'altro. La fazione de' cattolici, come più forte, essendo nel conflitto rimasa superiore, fece strage grandissima di tutti gli Iconoclasti, senza risparmiar nemmeno l'Esarca, che fu ammazzato in questo tumulto. Queste furono le cagioni, le quali fecero perdere agl'Imperadori d'Oriente molte città della Romagna, ch'eran dell'Esarcato, e tutte l'altre città della Marca, che si renderono a Luitprando Re de' Longobardi. Imperocchè questo scaltro Principe, il quale non era per altro entrato in questa guerra, che per profittar dell'occasione d'ingrandirsi a' danni degli uni e degli altri, non mancò di tirar tutto il vantaggio, ch'egli poteva sperare di questa rivolta, e di far valere il pretesto della religione, secondo la massima della politica umana per conseguire i suoi fini. Fece dunque comprendere a questi Popoli, da una parte, che non potrebbono mai conservar la religione sotto un Imperadore non solamente eretico, ma ancora persecutore degli Ortodossi; e che dall'altra erano troppo deboli per resistere alle forze d'un sì potente Principe, dal quale potrebbono essere attaccati in un tempo, in cui altri interessi sarebbon forse d'impedimento a' loro amici di soccorrergli: dimodochè quelle città, non seguitando in questo movimento se non i consigli, che lor venivano ispirati dall'odio e dal timore mischiati di zelo e d'amore per la religione, dopo avere scosso il giogo dell'Imperio, si misero sotto l'ubbidienza del Longobardo. Documento che può mostrare a' Principi quanto possa nell'animo de' Popoli la forza della religione, e da ciò apprenderanno non potersi quella alterare, senza pericolo di violentemente scuotere fino da' primi cardini gli Stati da loro governati.

§. III. Il Ducato napoletano si mantenne nella fede di Lione Isaurico.

Mancò poco che, ciocchè i predecessori di Luitprando per lungo corso di anni e di guerre non poteron conseguire, egli in un tratto non ne venisse a capo, occupando il Ducato napoletano, come avea fatto di molte città dell'Esarcato di Ravenna. Era il Ducato di Napoli, come si disse, governato da un Duca, che anche da Costantinopoli solevan mandare gl'Imperadori Orientali, a' quali era sottoposto. Nei tempi di Lione governava questa città per l'Imperadore, Esilarato successore di Giovanni, il quale spinto da precisi ordini di Lione, sollecitava i Popoli della Campagna a ricevere l'editto, ed a seguitare la religione del loro Principe: aveva medesimamente subornati uomini per fare ammazzare il Papa, promettendo loro grandi ricompense, se facessero questo colpo, che egli diceva esser assolutamente necessario per riposo d'Italia. Questa esecranda viltà scoperta da' Napoletani, devotissimi che furono sempre de' Pontefici, e tenacissimi in sostenendo la dottrina della Chiesa romana, parve loro così orrenda e mostruosa, che chiudendo gli occhi ad ogni altra considerazione, fuorchè a quella, che animava la loro indegnazione alla vendetta di questo attentato, presero le armi, ed eccitato avendo turbolenze e tumulti, rivoltaronsi contra il Duca Esilarato il quale, non avendo di che far loro resistenza in una sì generale sollevazione, l'ammazzarono insieme con Adriano suo figliuolo; e ad uno de' suoi principali Uficiali, ch'essi accusarono d'aver composto un sedizioso scritto contra il Papa, parimente tolsero la vita[212].

Ma i Napoletani non portarono più avanti il loro sdegno, nè mancarono alla fede dovuta al loro Principe, come fecero l'altre città, nè vollero avere alcuno ricorso a' Longobardi, i quali sebbene avessero subito aperti gli occhi a sì bella opportunità, nulladimeno i Napoletani, per non irritar maggiormente lo sdegno dell'Imperadore, o come è più verisimile, essendo sempre stato fra questi due Popoli per le lunghe e continuate guerre, odio implacabile, non vollero usare tanta viltà, di sottoporsi a' Longobardi, avuti da essi sempre per fieri ed implacabili nemici. Tanto che non riuscì a Luitprando, nè a' Longobardi beneventani di potersi approfittar di sì bella occasione. Per cotale modo si mantenne questo Ducato (quando tutte le altre Signorie che gl'Imperadori orientali tenevano in Italia cominciavan a mancare) saldo e costante nella ubbidienza del suo Principe: onde in luogo d'Esilarato, sostituendosi Pietro per Duca di questa città, continuarono essi a vivere sotto l'Imperio de' Greci, infinattanto che da' Normanni non fu il lor Ducato, dopo il corso di molti e molti anni, a' Greci finalmente tolto, come diremo ne' seguenti libri.

Lione stordito alla notizia d'una sì generale rivoluzione, in vece di levar la cagione d'un sì gran male, non fece altro, che maggiormente inasprirlo, fin a renderlo incurabile; ciocchè finalmente fecegli anche perdere il Ducato di Roma, senza speranza di più ricuperarlo: e che l'avrebbe anche interamente spogliato di quello di Napoli, e di tutta l'autorità sua in Italia, se la costanza de' Napoletani, e l'avversione ch'essi tenevano a' Longobardi, non l'avesse impedito. Egli imperversando sempre più contro alla vita del Pontefice, credendolo autore di tutti questi mali, subito ch'ebbe intesa la morte di Paolo Esarca, e la sollevazione della Campagna contra il Duca di Napoli, mandò nell'anno 727 l'Eunuco Eutichio in Ravenna in qualità d'Esarca[213], uno de' più scellerati uomini della terra, e de' più atti ad eseguire le più empie e più difficili imprese. Si sforzò costui di corrompere i Governadori delle Piazze, ch'erano sotto la dominazione de' Longobardi ne' contorni di Napoli e di Roma, solamente per obbligargli a dissimulare, ed a non far tutto quello, che potrebbero per difendere il Papa; ma non ebbe questo vile artificio tutto il successo, ch'egli n'aspettava; poichè un uomo mandato da questo Eunuco segretamente a Roma, fu preso da' Romani, e trovatolo carico degli ordini espressi dell'Imperadore a tutti i suoi Uficiali di porre a rischio ogni cosa, per ammazzare il Papa, furono per porlo in pezzi, se Gregorio non l'avesse impedito, contentandosi solo di scomunicare Eutichio[214].

§. IV. Origine del dominio temporale de' Romani Pontefici in Italia.

Trovavasi veramente Gregorio in angustie grandi, poichè se bene Luitprando co' Longobardi mostrava di difenderlo contra gli sforzi di Lione, conosceva però assai bene, che questo zelo lo dimostravano non tanto per di lui servigio e conservazione, quanto per approfittarsi sopra l'altrui discordie; per la qual cagione non aveva in che molto fidarsi di loro, come l'evento il dimostrò. Quindi i Romani, abbominando dall'un canto l'empietà di Lione, alla quale voleva tirargli per quel suo editto, e dall'altro essendo loro sospetta l'ambizione di Luitprando, che non cercava altro in questi torbidi, che d'impadronirsi del Ducato romano; si risolsero finalmente, scosso il giogo di Lione, mantenersi uniti sotto l'ubbidienza del Papa, al quale giurarono di volerlo difendere contra gli sforzi e di Lione e di Luitprando. Questa fu l'origine, e questi furono i primi fondamenti che si buttarono, sopra de' quali col correr degli anni venne a stabilirsi il dominio temporale de' Pontefici romani in Italia. Cominciò il lor dominio da questo interregno, che fecero i Romani, i quali liberatisi da Lione, erano tutti uniti sotto il Papa lor Capo, ma non già ancora lor Principe.

Ma non perchè tanta avversità a' suoi disegni scorgesse Eutichio, si perdè d'animo a proseguire il suo disegno; imperocchè rifatta, come potè meglio, la sua armata, si portò in Ravenna, e durando ancora le fazioni in quella città, gli fu facile, veggendosi i suoi partigiani soccorsi con sì valide forze, ricuperarla, e ridurre i Ravignani nella fede del suo Principe. Questi, ponderando che tutta l'Italia era per lui perduta, e che non potrebbe mai opprimere il Papa e l'ostinazione de' Romani, sempre che Luitprando era per soccorrergli; impiegò tutta la sua destrezza e politica per distaccar questo Principe dagl'interessi del Pontefice e de' Romani, ed obbligarlo ne' suoi. Erasi in questo incontro ribellato a Luitprando, Trasimondo Duca di Spoleto, e trovandosi Luitprando impiegato a reprimere la costui fellonia, ardeva di desiderio di farne aspra e presta vendetta. Si era ancora il Re accorto, per la risoluzione ferma de' Romani di darsi al Papa, che niente potrebbero giovargli con essi le arti e le lusinghe per tirargli alla sua ubbidienza, ma che restava la sola forza per far questo colpo. Per questi rispetti offerendogli l'Esarca il suo esercito per reprimere prima la fellonia di Trasimondo, come che non per altri fini s'era intrigato in questa guerra, che per approfittar delle occasioni, ch'ella gli avrebbe somministrate di tirare grandi vantaggi o dall'una o dall'altra parte: non ebbe Eutichio a durar molta fatica per tirarlo ne' suoi disegni; per questo dimenticatosi dell'obbligo, ch'egli aveva co' Romani, e della parola da lui data di difendere il Papa e la religione contra gl'insulti dell'Imperadore, accettò queste offerte, e conchiuse con Eutichio il trattato, il quale in fatti congiunse tosto la sua armata a quella del Re, e seguitollo alla guerra, ch'egli andò a portare contra il Duca di Spoleti suo ribelle; la quale non durò troppo, poichè Trasimondo restò così sorpreso di questa colleganza, la quale non aspettava punto, che subito che Luitprando fu arrivato innanzi Spoleti, venne a gittarsi a' di lui piedi, chiedendogli perdono, e l'ottenne: fu medesimamente ristabilito nel suo Ducato, facendo di nuovo al Re a giuramento, e dandogli ostaggi della sua fedeltà.

Mancata così tosto l'occasione d'impiegar le armi contra ribelli, in adempimento del trattato con Eutichio, furon quelle voltate contra i Romani, e venne Luitprando con le due armate a presentarsi sotto Roma, accampandosi nelle praterie di Nerone, che sono tra 'l Tebro, e la chiesa di S. Pietro, dirimpetto al Castel S. Angelo. Presentendo Gregorio l'apparecchio di Luitprando, aveva fatto munire, come potè il meglio, la città di Roma; ma scorgendo che mal colla forza poteva resistere a tanto apparato di guerra, avendo innanzi agli occhi l'esempio del Duca di Spoleti, che colle preghiere ottenne dalla pietà di Luitprando quel che non avrebbe potuto sperar colle armi; volle imitarlo, e senza consultar la prudenza umana, la quale non poteva mai persuadere, ch'egli fosse andato a mettersi nelle mani de' suoi nemici, senza grandi precauzioni, e senza aver ben prima prese le sue misure; accompagnato dal Clero e da alcuni Baroni romani andò egli stesso a trovare il Re. Sorpreso Luitprando da quest'atto non preveduto, non potè resistere agl'impulsi della cortesìa, che gli erano molto naturali, e di riceverlo con tutto il rispetto dovuto alla santità della vita, ed all'augusto carattere del sovrano pontificato. Allora fu che Gregorio, pigliando quell'aria di maestà, che la sola virtù suprema, accompagnata da una sì alta dignità, può ispirare, cominciò con tutta la forza immaginabile temperata con una grave benignità a spander i fiumi d'eloquenza, rimproverandogli la fede promessa; il torto che faceva alla religione, della quale era tanto zelante, e ponendogli avanti gli occhi i danni gravissimi, che poteva apportare al suo Regno, se mancasse di protegger la Chiesa; lo scongiurava a desistere dall'impresa, altrove le sue armi rivolgendo. Luitprando o tocco internamente da' stimoli di religione, o che vedesse in quell'istante molte cose, ch'egli non aveva considerate nell'ardore della sua passione, o perchè, siccome gli uomini non sanno essere in tutto buoni, nemmeno sanno essere in tutto cattivi; rimase così tocco di queste dimostranze di Gregorio, che senza pensare, nè a giustificar la sua condotta, nè a cercare scusa per metter in qualche modo a coperto l'onor suo, gettossi alla presenza di tutti a' di lui piedi, e confessando il suo errore, protestò di voler ripararlo allora, e di non mai soffrire per l'avvenire, che si facesse alcun torto a' Romani, nè che si violasse nella di lui persona la maestà della Chiesa di cui era egli padre e Capo. Ed istando l'Esarca che s'adempiessero gli ordini dell'Imperadore[215], non solo non vi diede orecchio, ma per dare al Papa un più sicuro pegno della sua parola, pregollo che andassero insieme nella Basilica di S. Pietro, la qual era ancora in quel tempo fuori delle mura della città, e quivi in presenza di tutti i Capi della sua armata, che l'avevano seguitato, fattosi disarmare, pose sopra il sepolcro dell'Appostolo le sue armi, la cinta e la spada, il bracciale, l'ammanto regale, la sua corona d'oro ed una croce d'argento; supplicò da poi il Papa, che ricevesse nella sua grazia l'Esarca Eutichio, di cui non potevasi più temere, quando non avesse l'ajuto de' Longobardi. Gregorio sperando sempre, che Lione avrebbe un dì riconosciuti i suoi errori, acconsentì a questa dimanda, dimodochè ritiratosi Luitprando coll'esercito ne' suoi Stati, l'Esarca fu ricevuto in Roma, e trattennevisi qualche tempo molto quieto in buona intelligenza col Papa; in guisa che, essendo succeduto medesimamente in questi tempi, che un impostore, il quale facevasi chiamar Tiberio, e che vantavasi della stirpe degli Imperadori, aveva sedotti alcuni Popoli della Toscana, che lo proclamarono Augusto[216]; Gregorio che non trascurava occasione d'obbligarsi Lione, veggendo che l'Esarca n'era entrato in pensiero per non avere forze bastanti ad opprimerlo, si maneggiò tanto appresso i Romani, che l'accompagnarono in questa guerra contra il Tiranno, il quale fu assediato e preso in un castello; donde fu mandata la di lui testa all'Imperadore.

Ma Lione indurato sempre più, portò la sua passione fino all'ultime estremità, perchè in Oriente, ove era più assoluto il suo Imperio, e che non aveva chi se gli opponesse, riempiè di stragi, di lagrime, e di sangue il tutto: fece cancellar quante pitture erano in tutte le chiese: indi fece pubblicar un ordine, col quale s'incaricava a tutti gli abitanti, principalmente a quelli, che avevan cura delle chiese, di riporre nelle mani de' suoi Uficiali tutte le immagini, acciocchè in un momento potesse purgar la città, facendole bruciare tutte insieme. Ma l'esecuzione riuscendo strepitosa, non perdonandosi nè a sesso, nè ad età; fu questa finalmente la cagione, che, senza speranza di racquistarlo, fece perdere a Lione ed a' suoi successori ciò che restava loro in Occidente. Imperocchè il Papa, disperando all'intutto la riduzione di questo Principe, e temendo che un giorno non si facesse nelle province d'Occidente ciò, che egli vedeva con estremo dolore essersi fatto in quelle d'Oriente; rallentò quel freno che e' per lo passato avea tenuto forte a non permettere, che i Romani scotessero affatto il giogo del lor Principe, ma lasciando al loro arbitrio di far ciò, che volessero, approvò finalmente quello che egli insino allora erasi sempre studiato impedire, e ciò che i Popoli aveano già cominciato a fare da loro stessi; onde i Romani, tolta ogni ubbidienza a Lione, si sottrassero affatto dal suo dominio, impedendo che più se gli pagassero i tributi, e s'unirono insieme sotto l'ubbidienza di Gregorio come lor Capo, non già come lor Principe.

Alcuni nostri Scrittori, per l'autorità di Teofane, Cedreno, Zonara, e di Niceforo, Autori greci, e che fiorirono molto tempo dopo di Gregorio, Paolo Varnefrido ed Anastasio Bibliotecario, rapportano che i Romani, scosso il giogo, elessero Gregorio per lor Principe, dandogli il giuramento di fedeltà; e che il Papa, accettato il Principato di Roma, ordinasse a' Romani, ed a tutto il resto d'Italia, che non pagassero più tributo all'Imperadore, e che di più assolvesse dal giuramento i vassalli dell'Imperio; scomunicasse con pubblica e solenne celebrità l'Imperador Lione; lo privasse non pur de' dominj, che egli avea in Italia, ma anche di tutto l'Imperio: e che quindi fosse surto il dominio independente del Papa sopra di Roma e del suo Ducato: che poi per la munificenza di Pipino e di Carlo M. si stese sopra l'Esarcato di Ravenna, di Pentapoli, e di molte altre città d'Italia.

Gli Scrittori franzesi, fra' quali l'Arcivescovo di Parigi P. di Marca[217], e que' due celebri Teologi Natale e Dupino[218], niegano che Gregorio savio e prudente Pontefice avesse dato in tali eccessi; le epistole di questo stesso Pontefice[219], Varnefrido, Anastasio Bibliotecario, Damasceno, l'epistole ancora di Gregorio III, e di Carlo M. a Costantino ed Irene, convincono per favolosi questi racconti; per la testimonianza de' quali tanto è lontano, che Gregorio avesse scomunicato Lione, accettato il Principato di Roma, sciolti i vassalli dell'Imperio dal giuramento e dai tributi, e deposto l'Imperadore, che anzi ci accertano che Gregorio, ancorchè in mille guise offeso, fosse stato sempre a Lione uficioso e riverente, ed avesse in tutte le occasioni impedite le rivolte de' popoli, e proccurato, che non si sollevassero contro al lor Principe. Si oppose, egli è vero, agli editti di Lione per l'abolizione delle immagini, comandando che non s'ubbidissero, ed esortando quel Principe, che lasciasse il disegno in cui era entrato; ma appresso sì gravi Autori non si legge, che lo scomunicasse. Il primo Pontefice romano, che si diè vanto di aver adoperati i suoi fulmini sopra le teste imperiali, fu il famoso Ildeprando Gregorio VII, come noteremo a suo luogo, non già Gregorio II. Ciò che più chiaro si manifesta per quello, che scrive Anastasio[220], narrando che avendo Lione deposto dal Patriarcato di Costantinopoli. Germano, per non aver voluto acconsentire all'editto, e sustituito Anastasio Iconoclasta; dice egli che Gregorio scomunicò bene sì Anastasio, perseverando nell'errore, ma che all'Imperadore solo sgridava con lettere, ammoniva, esortava, che desistesse dall'impresa, non già che lo scomunicasse, come scrisse di Anastasio. Più favolosa è la deposizione, che si narra fatta da Gregorio; poichè questo Pontefice riconobbe Lione per Imperadore finchè visse; e lo stesso fece il suo successore Gregorio III, il quale comunicò col medesimo e di lui si leggono molte lettere dirizzate all'Imperadore piene di molta umanità e riverenza. Anzi tanto è vero che lo riconobbe sempre per tale, che le date delle sue lettere portano gli anni del suo Imperio, come è quella di Gregorio dirizzata a Bonifacio, Imperante Domino piissimo Augusto Leone, Imperii ejus XXIII[221].

I nostri moderni Scrittori latini, tratti dall'autorità di que' Greci, riceverono come vere le loro favole; ma non avvertirono, che dovea preponderare assai più l'autorità de' nostri antichi latini Scrittori, che fiorirono prima, e che narravano cose accadute in tempo, ed in parte da loro non cotanto rimota e lontana. Non avvertirono ancora, che i Greci di quegli ultimi tempi, oltre al carattere della loro nazione, che gli ha sempre palesati al Mondo mendaci e favolosi, erano tutti avversi alla Chiesa romana, e per commover gli animi di tutti ad odio, e per recar invidia a' Pontefici romani, gli rappresentarono al Mondo per autori di novità e di rivoluzioni, imputando ad essi la ruina dell'Imperio d'Occidente, accagionandogli di novatori, ambizioni, usurpatori dell'autorità temporale de' Principi: e che mal imitando il nostro Capo e Maestro Gesù, fossero divenuti, da Sacerdoti, Principi.

Le favole di questi Greci scismatici furono poi con aridità e con applauso ricevute da' moderni novatori e da' più rabbiosi eretici degli ultimi nostri tempi. Essi ancora, per l'autorità di costoro, vogliono in tutti i modi, che veramente Gregorio scomunicasse Lione, che assolvesse i vassalli dell'Imperio dal giuramento, che deponesse l'Imperadore, ordinasse che non se gli pagassero i tributi, e che da' Romani ribellanti essendogli offerta la Signoria di Roma, avesse accettato d'esserne Signore, onde ne divenisse Principe. Spanemio[222], fra gli altri, si scaglia contra gli Scrittori franzesi, che hanno per favolosi nella persona di Gregorio questi racconti: dice che essi scrivendo sotto il Regno di Lodovico il Grande, han voluto negar questi fatti, ne sub Ludovico M. in Romano Pontifice hujusmodi potestatem agnoscere viderentur: ma essi intanto vogliono che fossero veri, per farne un tal paragone tra Cristo S. N. ed il P. Romano. Cristo, volendo quella innumerabile turba, tratta da' suoi miracoli, farlo Re, tosto fuggì, e loro rispose, che il suo Regno non era di questo Mondo: il Papa, avendo i ribellanti Romani scosso il giogo di Lione, ed offerto il Principato a Gregorio, tosto acconsentì, e ne divenne Principe. Cristo espressamente comandò che si pagasse il tributo a Cesare: il Papa ordinò che non si pagassero più i tributi a Lione; per queste e simili antitesi, per queste vie, non tenendo nè modo, nè misura, han prorotto poi in quella bestemmia di aver il Papa per Anticristo.

Or chi crederebbe, che i più parziali de' Greci scismatici, ed i maggiori sostenitori di questi rabbiosi eretici, sieno ora i moderni Romani e gli Scrittori più addetti a quella Corte? Questi, ancorchè ad altro fine, pur vogliono, che Gregorio avesse scomunicato Lione, avesselo deposto comandando che non se gli pagasse il tributo, e quel che è più, che offerendosegli il Principato da' ribellanti Romani l'avesse accettato; onde surse il dominio temporale de' romani Pontefici in Italia. Ecco, per tacer degli altri, come ne scrive il nostro istorico Gesuita Autor della nuova Istoria Napoletana[223]: Tum tandem Romani Orientalis Imperii jugum excusserunt, Gregorium Dominum salutarunt, eique Sacramentum dixerunt, etc. Gregorius oblatum ultro Principatum suscepit: quem non arma, non humanae vires, artesque, sed populorum studia anno 727, auspicato contulerunt. Questo principio appunto vorrebbero gli Eretici dare al dominio temporale de' Papi, fondarla su la fellonia de' Romani, e che Gregorio mal imitando Cristo N. S. avesse accettato il Principato, ed il Servo de' Servi fosse divenuto Signore. Ma per quel che diremo più innanzi, si conoscerà chiaramente, che se bene da questi deboli principj cominciasse, non fu però che il Papa acquistasse allora la Signoria di Roma, ma ben molti anni in appresso: nè con tutto l'interregno che far pretesero i Romani di loro propria autorità, mancarono affatto gli Uficiali dell'Imperador greco in Roma: e possiamo con verità dire, che i primi acquisti furono nell'esarcato di Ravenna, in Pentapoli, e poi nel Ducato romano, per quelle occasioni, che saremo or ora a narrare, non già nella città di Roma.

§. V. Primi ricorsi avuti in Francia da Papa Gregorio II, e dal suo successore Gregorio III.

L'Imperador Lione avvisato di questi successi di cotanta importanza, imperversando assai più contro al Pontefice, confiscò immantenente tutti i patrimonj che in Sicilia, nella Calabria, e negli altri suoi Stati possedeva la Chiesa romana; e già s'apprestava con potente armata di punire la fellonia de' Romani, ridurre l'altre terre al suo Imperio, e prender aspra vendetta del Papa, ch'ei reputava l'autore di tutte queste rivolte; per la qual cosa Gregorio conoscendo, che un colpo di tanta importanza avrebbe potuto cadere sopra di lui, ed opprimerlo, se non fosse stato sostenuto da una potenza, che potesse opporsi con vigore a quella di Lione, pensò di scegliere un protettore, dove trovasse tutto il sostegno e l'appoggio necessario. Non poteva fidarsi de' Longobardi, de' quali con lunga sperienza aveva conosciuti i disegni, e provata l'infedeltà. I Veneziani, benchè zelantissimi per la difesa della Chiesa, non erano ancora così ben forti in Italia, per contrastare soli a tutte le forze del greco Imperadore, particolarmente quando fossero in diffidenza de' Longobardi, ch'erano fastidiosi vicini. E in quanto alla Spagna, ella era in un lagrimoso stato in quel tempo, e poco men che tutta oppressa da' Saraceni. Risolse per tanto d'aver ricorso alla potenza de' Franzesi, la cui costanza nella fede cattolica era stata sempre fermissima. Erano questi già da più di quindici anni governati da Carlo Martello, il quale, per la insufficienza e poco spirito del Re, assunto al primo onore del Regno di Maggiordomo della Casa reale, reggeva con assoluto arbitrio quel Reame, e fatto celebre per mille gloriose spedizioni di guerra nelle Gallie e nella Germania, e sopra tutto per la memorabile sconfitta data a' Saraceni ne' campi di Turone, era reputato universalmente il primo Capitano, ed il vero Eroe del suo tempo.

A questo gran Principe mandò Gregorio, ciò che nissun Papa avea ancora fatto, una magnifica ambasceria con molti belli doni di divozione per ricercarlo di soccorso contra gli attentati di Lione, e di ricevere i Romani e la Chiesa sotto la di lui protezione[224]. Furono i Legati ricevuti da Carlo con onori straordinarj, e con magnificenza degna del più augusto Principe del suo secolo; e in poco tempo fu conchiuso il trattato, per cui obbligavasi Carlo di passare in Italia per difendere la Chiesa ed i Romani, se venissero ad essere attaccati da' Greci o da' Longobardi: ed i Romani all'incontro di riconoscerlo per loro protettore con deferirgli l'onore del Consolato, come altre volte aveva fatto l'Imperador Anastasio al gran Clodoveo, da poi ch'ebbe sconfitti gli Vestrogoti. E rimandati i Legati pieni di ricche donativi, e soddisfatti d'una sì felice negoziazione; Gregorio non avendo più che temere per la Chiesa, alla quale lasciava un così potente protettore, finì i giorni suoi nell'anno 731, con fama d'un Pontefice di rare ed eminenti virtù, che gli fecero meritare sopra la terra gli onori, che non si rendono se non a' Santi del Cielo.

Successe nel Pontificato Gregorio III, di cui altri[225] scrissero, essere stata questa legazione mandata a Carlo Martello, per occasione, che Luitprando, sconfitto Trasimondo Duca di Spoleti, che di nuovo erasi a lui ribellato, profittando al solito delle vittorie, si fosse portato ad invadere di bel nuovo il Ducato romano, irritato contra Gregorio III, che avea accolto il ribelle, e si fosse avanzato a porre la seconda volta l'assedio a Roma, e che non essendo al Papa giovate le preghiere e l'eloquenza, come al suo predecessore, finalmente al soccorso di Carlo si fosse rivolto, per la cui mediazione ottenne, che Luitprando contento solo di quattro città, sciogliesse l'assedio, e lasciasse a' Romani ed al Papa Roma col rimanente di quel Ducato. Che che sia di ciò, egli è certo, che per questi ricorsi cominciarono i Franzesi ad intrigarsi negl'interessi d'Italia, per li quali con reciproco ajuto e cospirando ciascuna delle parti a' proprj avanzamenti, finalmente discacciati i Longobardi, furon essi veduti dominare l'Italia; essersi da' Merovingi nella stirpe di Carolingi trasferito il Reame di Francia; ed all'incontro i Pontefici romani essersi stabiliti in Roma, e nel Ducato romano, con molta parte ancora dell'Esarcato di Ravenna e di Pentapoli: come più innanzi diremo.

§. VI. Costantino Copronimo succede a Lione suo Padre; e morte di Luitprando Re de' Longobardi.

In tanta turbazione essendo le cose d'Italia, e con varj accidenti sempre più deteriorando le forze dell'Imperadore Lione, era solamente rimasa quivi una immagine della sua autorità. L'Esarcato di Ravenna, scantonato in gran parte dalle conquiste de' Longobardi, già minacciava la total rovina senza speranza di riaversi: il Ducato romano era nelle mani de' Romani e del Pontefice lor Capo, a' quali ubbidiva; e se bene rimanessero ancora in Roma alcuni vestigi della sopranità, tenendovi ancora Lione i suoi Uficiali, vi era nondimeno il suo Imperio così debole, che ben mostrava di dovere in breve rimaner affatto estinto: nel solo Ducato napoletano, nella Calabria, e ne' Bruzj, e nelle altre città marittime del Regno, che non ancora erano pervenute nelle mani de' Longobardi beneventani, esercitava egli il pieno potere e dominio. Ma morto Lione Isaurico in quest'anno 741 e succeduto nell'Oriente Costantino Copronimo suo figliuolo diedesi l'ultima mano alla fatal ruina; poichè Costantino non avendo niente delle buone qualità, che aveva avuto suo padre, lo superò infinitamente nelle ree; e se si voglia in ciò prestar fede a' greci Scrittori, egli fu il più scellerato e sozzo mostro che avesse giammai avuto la terra[226]. Appena si vide solo Imperadore, che imperversando assai peggio di suo padre contra le immagini, diede fuori un editto, col quale non solamente condannava le immagini de' Santi, ma proibiva d'invocargli, e di dar loro titolo di Santo, e portando più avanti il furore, imperversò ancora contra le loro reliquie, sino ad ordinare i maggiori oltraggi e disprezzi del Mondo. Perseguitò per tanto i difensori delle immagini, e mandò per questa cagione molti Vescovi in esilio. Ma si rendè vie più empio, e da tutti abborrito per l'odio da lui conceputo contro alla Madre di Dio, proibendo che si celebrasse festa alcuna a di lei onore, e che non s'implorasse l'ajuto di Dio per la di lei intercessione, asserendo non aver ella nessun potere nel Cielo, nè sopra la terra.

Questa esecranda impietà, unita alle tante altre peggiori praticate in appresso, ed a tanti abbominevoli suoi vizj, lo rendè così odioso a' sudditi, che non pur gli fecero perdere quell'ombra di dominio, ch'e' teneva in Roma ed in Ravenna, ma mancò poco che non perdesse insieme tutto l'Imperio.

Era nell'istesso anno, che morì Lione, trapassato anche Gregorio III, ed assunto al Pontificato Zaccaria: debbe a costui la Chiesa romana molto più, che a' due Gregorj, il dominio temporale, che sopra le spoglie dell'Imperio greco seppe parte ristabilire, e molto più acquistare; imperocchè questi appena assunto al trono, mandò Legati a Luitprando a chiedergli le quattro città, che per la mediazione di Carlo Martello erangli state lasciate quando la seconda volta sciolse da Roma l'assedio. E se bene da Luitprando fossero i di lui Ambasciadori ricevuti con onore, e n'avessero riportata qualche speranza per la restituzione, con tutto ciò Zaccaria, vedendo l'affare mandarsi in lungo, volle anche egli imitar Gregorio II, e portatosi di persona con tutto il Clero romano a ritrovare il Re, ricevuto da costui con istraordinarj segni di stima, furono così forti ed efficaci i suoi uficj, che non solamente ottenne dalla pietà di questo Principe la dimandata restituzione, ma stabilita tra loro la pace per venti anni, riebbe ancora il patrimonio sabinense, e molti altri acquisti fece oltre ad ogni sua espettazione. E fu cotanto fortunato questo Pontefice appresso Luitprando, ed in tanta sua buona grazia, che avendo in questi ultimi tempi del suo Regno, di riposo impaziente, conforme al suo natural costume, voluto attaccar di nuovo Ravenna, Eutichio Esarca, essendo ricorso alla mediazione del Papa, operò costui tanto con Luitprando, che fecelo astenere da quella impresa, e restituire anche alcuni luoghi occupati, e prima d'ogni altro Cesena.

Ma ecco, che mentre queste cose succedono in Italia, Luitprando dopo aver regnato 32 anni, finì i giorni suoi in Pavia nel mese di luglio dell'anno 743[227]. Morte quanto improvvisa, altrettanto a' Longobardi dolorosissima, da' quali non abbastanza compianto, con solenne pompa fu sepolto nel tempio di S. Adriano Martire in Pavia con elogio ricolmo di eccelse lodi[228]. Principe, se ne togli la soverchia ambizione del dominare, fornito di tutte le perfezioni desiderabili in un Re, o per la pace o per la guerra: egli Capitano quanto valoroso, altrettanto fortunato nelle sue imprese, dilatò i confini del suo Regno[229], e nudrito sin da fanciullo in mezzo all'armi, non avea niente di fiero e di feroce, anzi cortesissimo ed inchinato sempre ad usar clemenza, anche verso coloro, che l'avevano offeso: egli savissimo, fu più abile di quanti erano del suo Consiglio. Le sue leggi tutte savie e prudenti; e quantunque non avesse coltivato il suo spirito collo studio delle buone lettere, aveva egli pure trovato da se stesso nel suo proprio fondo tutta la forza e sottigliezza d'un Filosofo.

Della sua pietà verso Dio restano ancora insigni monumenti: egli magnifico in fondando grandi chiese e belli monasterj, de' quali Varnefrido[230] rapporta il numero, ed ancora oggi in Lombardia se ne ammirano i vestigi: egli casto, e misericordioso co' poveri, e d'un così buon naturale, che di quanti Principi longobardi ressero l'Italia, meritamente a lui tutti gli Scrittori rendono il vanto maggiore. Lasciò il Regno ad Ildeprando suo nipote, che negli ultimi anni di sua vita volle anche averlo per compagno: ma durò poco la costui Signoria; poichè appena scorsi sette mesi[231], che i Longobardi, non potendo per la sua inettitudine promettersi di lui felice e buon governo, lo discacciarono dal solio; ed in suo luogo innalzarono Rachi Duca del Friuli, Principe adorno di nobili virtù, e d'incomparabile pietà.

CAPITOLO I. Di Rachi Re de' Longobardi, e sue leggi.

Rachi con incredibile piacer di tutti assunto al Trono regale nell'anno 744, diede ne' primi anni del suo Regno saggi ben chiari del suo animo quieto, ed inchinevole ad ogni studio di pace, poichè fermò con Zaccaria la pace, che avea Luitprando pochi anni prima pattovita; e seguitando l'esempio degli altri Re longobardi, volle anche aggiungere nuove leggi a quelle de' suoi predecessori, ed ammollire il rigore, che in alcune di esse era ancor rimaso. Egli avendo convocati in Pavia nell'anno 745, gli Ordini del Regno le stabilì, e per un suo editto, secondo il costume dei suoi maggiori, le fece promulgare per tutto il suo Regno. Questo editto ancora si legge intero nel più volte mentovato Codice Cavense, il qual contiene undici capitoli. Il primo comincia: Ut unusquisque Judex in sua Civitate debeat quotidie in judicio residere: e l'ultimo ha questo tit. de Arimanno quomodo cum Judice suo caballicare debeat. Da questo editto nove sole leggi prese il Compilatore, le quali abbiamo nel volume delle leggi longobarde. Tre ne abbiamo nel primo libro, una sotto il tit. de Seditione contra Judicem, e due sotto l'altro de Invasionibus. Nel libro secondo ne abbiamo quattro: una sotto il tit. de Debitis, ed guadimoniis; un'altra nel tit. de praescriptionibus; altra sotto il tit. de Officio Judicis: un'altra sotto quello: Qualiter quis se defendere debeat; e due altre nel terzo libro, una sotto il tit. de his, qui secreta Regis inquirunt; e l'altra sotto quello, ubi interdictum sit Legatum alicui mittere, ove con sommo rigore vien proibito mandar Legati senza licenza del Re a Roma, Ravenna, Spoleti, Benevento, in Franzia, Baviera, Alemagna, Grecia e Navarra.

Ma Rachi dopo aver così ben coltivati gli studj della pace, e sì ben composto il suo Regno con sagge e provide leggi, non passarono molti anni, che gli intermise; e preso dall'ambizione di dilatare i confini del Regno, come avea fatto il suo predecessore, volle imitarlo; il perchè posto in piedi l'esercito portò in Pentapoli la guerra, e presi alcuni luoghi di quella regione, s'inoltrò nel Ducato romano, e finalmente cinse Perugia di stretto assedio[232].

In questi tempi fu, che Zaccaria Pontefice romano ebbe occasioni sì prospere, che lo portarono ad imprese cotanto rinomate ed eccelse, che meritamente il suo nome dee andarne glorioso sopra tutti gli altri Pontefici romani; imperocchè seppe gettar fondamenti tali e sì profondi per distender l'autorità ed il dominio della sua sede, che a niun altro in appresso venne mai così acconciamente fatto.

§. I. Translazione del Reame di Francia da' Merovingi a' Carolingi.

Dopo la morte di Carlo Martello, Pipino e Carlomanno suoi figliuoli presero il governo del Regno franzese. Childerico ultimo Re della prima stirpe non riteneva altro per la sua dappocaggine, che il solo nome regio; ma scorsi sei anni, Carlomanno rinunciando al fratello il governo, accompagnato da molti Franzesi se ne venne a Roma, ed acceso di fervente zelo di religione, volle che Zaccaria l'ascrivesse nel numero de' Cherici; indi ritiratosi nel monte Soratte vi fondò un monastero, che volle dedicare a S. Silvestro Papa, narrandosi che in Soratte fosse stato questo Pontefice nascosto in tempo delle sue persecuzioni, prima che Costantino M. ricevesse la Religione cristiana. Ma essendo questo luogo di continuo frequentato da' Franzesi, che venivano o di proposito, o di passaggio a visitarlo, volle per distaccarsi affatto da tutti gl'interessi del secolo, ritirarsi in monte Cassino, ove consecratosi a Dio si fece Monaco[233].

Rimase intanto solo a reggere la Monarchia di Francia Pipino, con quello stesso arbitrio ed autorità colla quale Carlo Martello suo padre aveva governato, anzi maggiore; poichè Childerico III, ultimo che fu della stirpe de' Merovingi, per la sua sciocchezza ed inettitudine era stimato meno degli altri Re suoi predecessori, i quali intorno a cento anni non avevano avuto altro, che il nome regio, sofferendo vilmente la reggenza de' Maestri del Palazzo, che n'avevano tutta l'autorità. All'incontro Pipino per le nobili sue maniere, e per le sue gloriose azioni aveva tirato a se gli animi di tutti i Franzesi, i quali di buona voglia avrebbero riconosciuto più tosto per loro Re lui, che Childerico Principe stupido ed inetto. Non trascurò Pipino sì bella occasione di trasferir il Reame di Francia dalla stirpe del gran Clodoveo nella sua Casa, e adoperovvi ogni più fina industria. Ma se bene i Franzesi secondassero i suoi disegni, non volevano però per se stessi farlo: persuasi di non avere questa autorità di trasferire il Reame dalle mani del legittimo erede, in altra Casa, nè per se soli liberarsi dal giuramento della fedeltà, che avean dato al lor Principe. Pipino ponderando l'arduità del fatto, e che Carlo Martello suo padre, ancorchè formidabile ed illustre per tante vittorie, non aveva avuto ardimento di tentarlo; e pensando altresì, che tanta e sì nuova impresa non per altro modo avrebbe potuto rendersi meno strepitosa, anzi commendabile, che col ricorrere all'autorità della sede appostolica, riputata sin da questi tempi il Seminario d'ogni virtù e d'ogni santità, la quale, se non avesse approvato il fatto, avrebbe potuto concitargli contro tanti inimici, ch'egli non avrebbe potuto colle sue forze abbattere; pensò con somma prudenza sotto il manto dell'autorità della medesima coprire la deformità del fatto; e mandato in Roma al Pontefice Zaccaria il Vescovo Vardsburgense, fece da costui esporgli il desiderio suo, e di tutti i Franzesi, richiedendolo del suo parere, se per la comune utilità del Regno sarebbe ben fatto di trasferire lo scettro da uno stupido Re in Pipino prode e saggio Principe[234]. E dopo avergli il Vescovo dimostrato, che approvando egli questa traslazione, s'acquisterebbe maggior gloria, che Carlo Martello d'avere trionfato de Saraceni, lo richiese d'interporre l'autorità sua, e di sciorre dal giuramento i Franzesi, perchè potessero innalzar al trono Pipino. Questa fu la pubblica ambasciata del Legato, ma le secrete istruzioni erano, di promettere al Papa, se assentiva, di difenderlo contra tutti i suoi nemici, e spezialmente contra i Longobardi, da' quali potrebbe stare sicuro, che non solamente non gli farebbe far oppressione, ma di proccurar maggiori avanzi alla sua sede.

Zaccaria non trascurò punto sì bella ed opportuna occasione, ove si dava campo di mostrare insieme, e la grandezza della sua autorità, e di stabilire non solo il dominio temporale, che cominciava a tenere in Italia, ma di stenderlo più oltre nel Ducato romano, e nell'Esarcato di Ravenna. Non solamente dunque consigliò, che potessero farlo, ma perchè rimanesse ai posteri un solenne documento dell'autorità sua, aggiunse del suo anche un decreto, col quale annullando il Regno di Childerico, come Re insufficiente, e liberando i Franzesi dalla religione del giuramento, ordinò che in suo luogo fosse Pipino sustituito. I Franzesi ottenuto che l'ebbero, ragunatisi a Soissons, scacciato dal Regno Childerico, e ridotto questo povero Principe a farsi Monaco, con rinchiudersi dentro un monastero, elessero Pipino, e lo fecero solennemente incoronare per Bonifacio Arcivescovo di Magonza, dal quale ancora ricevè la sacra unzione, acciò ch'ella il rendesse più venerabile a' suoi sudditi, e fu il primo Re di Francia che l'usasse.

Alcuni Scrittori franzesi, e largamente Dupino[235], dimostrano, che i Franzesi mandarono quest'ambasciata a Zaccaria per consultarlo solamente come Dottore e Padre de' cristiani, e che d'altro non lo ricercassero, salvo che del suo avviso ed approvazione, per rendere la loro elezione più plausibile a tutta la Cristianità, e quindi che Zaccaria non facesse altra opera, che dare il suo parere o consiglio. Altri per l'autorità di Eginardo[236], di Reginone, degli Annali stessi di Francia, rapportano, che questo Papa non si ritenne solo di approvar quest'elezione, ma, come egli è facile di far più di quello che vien richiesto, allor che vale ad estendere ed allargare la propria autorità, volle anche passar più innanzi, cioè ad ordinarlo, e farne decreto; il che però essi dicono, che non apportasse a loro per l'avvenire niuna conseguenza o pregiudizio, come si rendè chiaro quando ducento trenta sett'anni da poi i Franzesi elessero di comun consentimento, ed incoronarono Ugone Capeto, scacciandone Carlo di Lorena, ch'era il legittimo erede della stirpe di Carolingi, senza che fosse d'uopo di consultarne il Papa, come erasi fatto per Pipino. Che che ne sia, egli è certo, che questi rispetti e trattati passarono allora fra Zaccaria e Pipino: quegli d'assentire alla traslazione del Regno, che Pipino pretendeva fare sortire nella sua Casa, e di prestargli ogni ajuto, come fece; questi all'incontro di proteggere la sede appostolica, e difenderla contra i suoi nemici, e particolarmente contra i Longobardi, con proccurarle maggiori vantaggi[237]. Ciò che lasciò in dubbio, se maggior beneficio avesse riportato la sede appostolica da Pipino e dalle armi, che impugnò per difenderla contra gli sforzi de' Longobardi, e di ristabilire il suo temporal dominio in Italia; o veramente Pipino dalla autorità di quella sede, la quale fu a' Franzesi cotanto propizia, che rendè i suoi discendenti padroni d'Italia, ed agevolò il discacciamento de' Longobardi da quella.

§. II. Rachi abbandona il Regno, e fassi Monaco Cassinese.

Intanto Zaccaria, mentre ancora non aveva conchiusi questi trattati con Pipino, non trascurava gli interessi della sua sede con Rachi, il quale trascorso nel Ducato romano, e nel suo tenimento, aveva, come si disse, cinta Perugia di stretto assedio, e minacciava ulteriori progressi. L'Imperadore lontano, e delle cose d'Italia non curante; l'Esarca impotente a segno, che appena poteva difendersi in Ravenna, tanto era lontano, che potesse ostargli; altro non restava a Zaccaria per isgombrar questo turbine, che ricorrere alla sua autorità, ed al proprio valore dell'animo. Preso dunque ardire, volle egli con decoroso accompagnamento portarsi di persona nel campo, ove Rachi era presso alle mura di Perugia: ivi da questo Principe accolto con molto onore, fu tanta la forza e veemenza del suo dire, che istillò in Rachi affetti così vivi di pietà e di religione, che tosto questo Principe non solo abbandonò l'assedio di Perugia, ma alquanti castelli di Pentapoli, che aveva occupati, immantenente gli rendette. E fu il colpo sì profondo, che un anno da poi, preso dalla maestà del Pontefice, e vinto da occulta forza di religione, volle passare in Roma con Tasia sua moglie e Ratruda sua figliuola a visitarlo, e quivi prostrato a' suoi piedi, rinunciando al Regno, volle farsi Monaco insieme colla moglie e figliuola; e preso l'abito dalle mani del Pontefice, ritirossi in monte Cassino a finire i suoi giorni in quel monastero sotto la regola di S. Benedetto: seguirono il di lui esempio Tasia e Ratruda, le quali, avendo a proprie spese eretto dalle fondamenta, non molto distante da Cassino, un magnifico monastero di vergini, ivi vestito l'abito monastico, menarono santamente la loro vita[238].

Menò Rachi il resto de' suoi anni nel monastero Cassinese. Principe memorando per aver amministrato il Regno con tanta prudenza e moderazione, e con sì provide leggi ch'egli promulgò: ma molto più renduto immortale e commendabile nella memoria degli uomini per averlo deposto con tanti segni di pietà e di religione; ond'è che i Monaci di quel monastero lo venerino oggi per Santo. Ne' tempi, ne' quali Lione Ostiense compose la sua Cronaca, si vedea vicino quel monastero una vigna, che, come narra Lione[239], era comunemente chiamata la vigna di Rachi, dicendo que' Monaci che Rachi l'avesse piantata e coltivata. L'Abate della Noce[240], poi Arcivescovo di Rossano, nel tempo che vi fu Abate, fece ricercar questo luogo, che lo trovò tutto incolto: vi fece rifar la vigna, di cui non era rimaso vestigio, e fecevi anche fabbricar una Chiesetta in suo onore.

Giovanni Villani Fiorentino[241] portò opinione, che quella statua di metallo, che ora si vede nella piazza di Barletta, fosse stata da' Longobardi beneventani eretta a questo Principe, ch'e' chiama Eracco: l'autorità di questo Istorico fece anche credere a Beatillo[242], e quel ch'è più, all'Abate della Noce[243], e ad alcuni altri, che quella veramente fosse di Rachi: ciocchè, se si riguarda l'estensione del Ducato beneventano di questi tempi, non sarebbe stata cosa impossibile; conciossiacchè estendendo da questa parte i suoi confini, oltre Siponto, insino a Bari, veniva quella terra ad esser compresa nel Ducato beneventano, il quale ancorchè tenesse i suoi particolari Duchi, a' quali immediatamente s'apparteneva il suo governo; nulladimanco costituendosi il Regno de' Longobardi in Italia, non pure per quel tratto di paese, che ora chiamiamo Lombardia, e per gli altri Ducati minori, ma sopra tutto per que' tre celebri Ducati, di Spoleto, di Friuli e questo di Benevento, maggiore di tutti gli altri, i quali erano subordinati a' Re dei Longobardi che tenevano la loro sede in Pavia, non sarebbe stata cosa molto strana, che i Longobardi beneventani avessero a Rachi loro Re innalzata quella statua.

Ma due ragioni fortissime convincono per favolosa ed erronea l'opinione del Villani. Sembra primieramente affatto inverisimile, che i Longobardi beneventani una statua così grande e magnifica avessero voluto collocarla in Barletta: terra in quest'età piccola e di niun conto, e posta quasi ne' confini del lor Ducato, e non in Benevento città metropoli, ovvero in qualch'altra città magnifica di quel Ducato, che ne ebbe molte, non a Capua, non a Salerno, non a Bari e non a tant'altre. Barletta prima non era, che una torre posta nel mezzo del cammino fra Trani e la città di Canne, cotanto rinomata per la celebre rotta data quivi da Annibale a' Romani: ella serviva per alloggio de' passaggieri, e, com'è uso, teneva per insegna una Bariletta. La comodità del sito, essendo sette miglia discosto dall'una e sette dall'altra di queste due città, tirò a se alcuni de' lor cittadini ad abitarvi, onde poi il luogo prese il nome di Barletta, e crescendo tuttavia gli abitatori sotto l'Imperio di Zenone, e nel Pontificato di Gelasio, S. Sabino Vescovo di Canosa la giudicò luogo opportuno, dove si fabbricasse una chiesa per la divozione degli abitanti, come fu eretta in onore di S. Andrea Appostolo. Narrasi ancora che trovandosi Papa Gelasio nel monte Gargano per lo miracolo dell'Apparizione di S. Michele, Gelasio, a preghiere del Vescovo Sabino, intorno l'anno 493 calasse a consecrarla insieme con Lorenzo Vescovo di Siponto, Palladio di Salpi, Eutichio di Trani, Giovanni di Ruvo, Eustorio di Venosa e Ruggiero Vescovo di Canne; e fatta questa consecrazione, di tempo in tempo crescendovi gli abitanti, divenne una buona terra, passando dalla città di Canne ad abitare in essa per maggior comodità molti cittadini. Tale era lo stato di Barletta nel Regno di Rachi: crebbe poi, e cominciò a prender forma di città molti secoli appresso; e sotto il Regno de' Svevi, Manfredi a cui fu molto cara questa parte di Puglia, ed ove soleva per lo più risedere, onorolla sovente, e vi fece qualche dimora mentr'era tutto inteso alla fabbrica del nuovo Siponto, che dal suo prese il nome di Manfredonia. Innalzata da questo Principe potè poi insorgere contra Canne sua madre, e contendere con lei de' confini e del territorio, che per molti anni ebbero comune; onde Carlo I d'Angiò per togliere via le contese, che soglion per ciò nascere fra' vicini, fece partirgli[244]: fu cinta allora di mura, e furo per ordine di questo Re inquadrate le strade, e fatte le porte. Fu fatta poi sede degli Arcivescovi di Nazaret, e ridotta in quella magnificenza che oggi si vede. Giovanni Villani, che fiori nel Regno di Carlo II d'Angiò, e di Giovanna I sua nipote, in tempo che Barletta era già divenuta una delle città ragguardevoli della Puglia, credendola ancor tale nel Regno di Rachi, e vedendo giacere nel Porto di quella città questa statua, che i Barlettani chiamavano corrottamente, siccome chiamano ancor oggi, di Arachio, credette che fosse di questo Re longobardo. Donde anche si vede l'errore di Scipione Ammirato[245], il quale scrisse, che questa statua fosse stata da' Barlettani dirizzata ad Eraclio Imperadore in segno di gratitudine, per avere quell'Imperadore per comodità de' Mercatanti fatto il Molo nella loro città; quando ne' tempi d'Eraclio, Barletta era piccola terra, ed il Molo fu fatto molti secoli dopo Eraclio da' cittadini barlettani, i quali non prima dell'anno 1491 trasportarono quella statua, che mezza fracassata giaceva nel porto, dentro la città nella piazza dove sta oggi, accomodandovi le gambe e le mani, nel modo, che ora si vede.

L'altra ragione, che convince non essere quella statua di Rachi, è il volto che ci rappresenta tutto raso, l'abito greco che veste, e l'avere in una mano la Croce e nell'altra il Pomo, simbolo del Mondo. Questi segni, siccome provano esser quella una statua di qualche Imperadore d'Oriente, così dimostrano non essere di Rachi, o di qualch'altro Re longobardo. Nel tante volte rammentato Codice Cavense, ove sono gli editti de' longobardi Re d'Italia, veggonsi alcuni ritratti miniati d'alcuni di questi Re, autori di quegli editti, i quali ancorchè malfatti, e secondo le dipinture di quei tempi, sconci e goffi, nulladimanco ci rappresentano i volti con barba lunga, gli abiti lunghi con clamide e scettro, non già Croce, nè Pomo, e colla corona sul capo. Quindi non è fuor di ragione il credere per vera l'antichissima tradizione de' Barlettani, i quali la riputano statua d'Eraclio Imperador d'Oriente.

Questi, dicono essi, per la divozione grandissima portata non pur da lui solo, ma da tutti gli altri Imperadori suoi predecessori all'Arcangelo Michele, al quale eransi in Costantinopoli eretti tanti tempj ed altari, essendosi a' suoi dì renduto così celebre il santuario del monte Gargano, e cotanto famoso, che tirava a se la munificenza de' più potenti Re della terra: volle ancor egli mandare ad offerire a questo tempio molti doni, e fra gli altri la sua statua, acciocchè si rendesse eterna la memoria del culto, che e' rendeva a quel Santo. Aggiungono, che la nave, la quale questi doni conduceva, sbattuta nell'Adriatico da' venti e da procelle, fosse naufragata in quel mare vicino ai lidi di Barletta, dove la statua giaciuta per lungo tempo nell'acque, fossesi a lungo andare poi scoverta, indi portata al lido, e propriamente nel porto di quella città, ove mezza fracassata giacque ancora per altro lungo tempo; finalmente i Barlettani nell'anno 1491 l'avessero trasportata dentro la città, e collocata in quel luogo, dove ora si vede. Certamente la barba rasa, l'abito greco e corto, la Croce ed il Pomo, la dimostrano d'un qualche Imperadore d'Oriente; la fama, la tradizione, il viso, conforme a quello, che scrivono d'Eraclio, il nome, ancorchè corrotto, col quale fu sempre nomata da' Barlettani, la fanno, non senza ragione, credere che fosse di questo Imperadore.

(Cedreno parlando dell'Imperador Eraclio narra, che sebbene prima d'essere stato innalzato al Trono, si avesse fatta crescer la barba, nulladimanco, fatto Imperadore, se la fece radere, siccome dice in Heraclii Anno I, quod Imperator factus, barbam raserit, quam aluerit ante).

L'opinione del Mazzella[246], il quale credette questa statua essere dell'Imperadore Federico II, è cotanto falsa ed inetta, che sarebbe consumare inutilmente il tempo a convincerla per ripugnante a tutta l'Istoria.

CAPITOLO II. Di Astolfo Re de' Longobardi: sua spedizione in Ravenna, e fine di quell'Esarcato.

I Longobardi, tosto che Rachi si fece Monaco, sustituirono nel solio del Regno Astolfo suo fratello: Principe prode di mano, e più di consiglio, il quale avendo portato il suo Regno all'ultimo periodo della grandezza; questo stesso cagionò la sua declinazione, e la ruina de' Longobardi in Italia. Mostrò nel principio del suo governo sentimenti di moderazione e di quiete: confermò con Zaccaria la pace altre volte stabilita con Luitprando e con Rachi suo fratello, ed accordò al medesimo tutte quelle condizioni, che coi suoi predecessori erano state pattuite. Questo Pontefice, dopo aver con Astolfo stabilita la pace, e dopo aver così prosperamente composti gl'interessi della sua sede, uscì da questa mortal vita nell'anno 752. Pontefice, a cui molto debbe la Chiesa romana, che seppe far tanto per la di lei grandezza, e per l'augumento della sua autorità: egli lasciò a' suoi successori fondamenti molto stabili e ben fermi, onde con facilità poterono da poi condurre la lor potenza in tutte le parti d'Occidente a quella grandezza, che finalmente si rendè a' Principi sospetta, ed a' Popoli tremenda.

Morto Zaccaria, il Clero e Popolo romano sustituirono Stefano II, ma questi non tenne più quella sede, che tre o quattro giorni; perocchè oppresso da grave letargo per tre giorni continui, nel quarto rendè lo spirito. Tosto ne fu eletto un altro, anche Stefano nomato, il quale dagli antichi Scrittori viene appellato anche II, non avendo ragione del suo predecessore, che morì senza esser consecrato: poichè in questi tempi l'elezione sola non dava il Papato, ma la consecrazione; onde se alcuno eletto moriva innanzi d'esser consecrato, non era posto nel catalogo e numero de' Pontefici: così veggiamo, per tralasciar altri, che Erchemperto ed Ostiense[247] chiamano questo Stefano II, e non III. Al presente però si tiene per articolo, contra quello che l'antichità ha creduto, che per la sola elezione de' Cardinali il Papa riceva tutta l'autorità; e per ciò gli Scrittori di questi ultimi tempi si sono travagliati per metter in numero, ed in catalogo questo Stefano, laonde è loro convenuto mutare il numero agli altri Stefani seguenti, chiamando il secondo terzo, ed il terzo quarto, e così fino al nono, che lo dicono decimo, con molta confusione tra gli Scrittori vecchi e nuovi, nata solo per interesse di sostenere questo articolo.

Questo Pontefice assunto al trono, imitando i vestigi de' suoi predecessori, mandò dopo tre mesi del suo Pontificato Legati ad Astolfo con molti doni, perchè con lui ristabilisse quella pace, che già con Zaccaria aveva fermata; Astolfo la ratificò e fu accordata per 40 altr'anni.

Ma questo Principe, che non nudriva nell'animo pensieri meno ambiziosi di quelli di Luitprando, aveva fermata questa pace col Papa, acciocchè non potesse il medesimo frastornargli i disegni, che aveva di sottoporre al suo dominio Ravenna con tutto il resto dell'Esarcato, che ancor era in mano de' Greci, e che veniva governato dall'Esarca Eutichio. Avea egli per questa impresa, da che fu innalzato al Trono, per lo spazio di due anni sotto altri colori unite tutte insieme le sue forze, e rendutele più poderose che mai; e scorgendo che Costantino Copronimo, il quale in questi tempi aveva assunto per compagno al Trono Lione suo figliuolo, era distratto in altre imprese nella Grecia e nell'Asia, e che punto non badava alle cose d'Italia, nè volendo avrebbe potuto sì tosto soccorrerla; si mosse in un subito con tutte le sue forze contra Eutichio, ed a Ravenna capo dell'Esarcato dirizzò il suo cammino, cingendo di stretto assedio quella imperial città. Eutichio colto così all'improvviso, mal potendo sostener l'assalto, nè a tanta forza resistere, gli convenne per tanto render la Piazza, e con quella ogni speranza di ricuperarla; poichè lontano da qualunque soccorso, e sproveduto di gente e di danaro, abbandonando ogni cosa se ne ritornò in Grecia. Ad Astolfo, presa Ravenna, con facilità si renderono tutte le altre città dell'Esarcato e di Pentapoli, e trionfando de' suoi nemici, unì al suo Regno l'Esarcato di Ravenna, per cui tante volte i suoi predecessori s'erano indarno affaticati, i quali ora perditori, ora vincitori, mai non poterono interamente e stabilmente unirlo alla lor Corona, senza timore di perderlo: come fortunatamente accadde ad Astolfo, ed alla felicità delle sue armi.

Ecco il fine dell'Esarcato di Ravenna, e del suo Esarca: Magistrato che per lo spazio di 183 anni aveva in Italia mantenuta la potenza e l'autorità degli Imperadori d'Oriente: fine ancora del maggior lustro e splendore di quella città, la quale da Onorio e da Valentiniano Augusti, posposta Roma, avendo avuto l'onore d'esser perpetua sede degl'Imperadori, e dappoi degli Esarchi, a' quali ubbidivano i Duchi di Roma, di Napoli e di tutte l'altre italiche città dell'Imperio, e che i suoi Vescovi contesero con quelli di Roma istessa della maggioranza; ora ritolta da' Longobardi a' Greci, mutata fortuna, e ridotta in forma di Ducato, non fu da essi trattata da più, che gli altri Ducati minori, onde il Regno de' Longobardi era composto: origine che fu della sua fatal ruina, e dello stato in cui oggi la veggiamo. Marquardo Freero[248] nella Cronologia ch'ei tessè degli Esarchi di Ravenna, da Longino primo Esarca sotto Giustino II, infino all'ultimo, che fu questo Eutichio, scrisse che questo Esarcato durò 175 anni; ma dal computo degli anni, ch'e' medesimo ne fa, si vede, che essendo, com'egli stesso dice, cominciato da Longino nell'anno 568 e finito in Eutichio, dopo aver Astolfo presa Ravenna secondo lui nell'anno 751, durò l'Esarcato non già 175 ma ben 183 anni. E secondo coloro, che portano la caduta di Ravenna nell'anno 752 l'Esarcato durò 184 anni.

§. I. Spedizione d'Astolfo nel Ducato romano.

Astolfo dopo sì grande e gloriosa impresa, ripieno d'elatissimi spiriti minacciava già di stendere il suo Imperio sopra gli altri miseri avanzi, che restavano in Italia all'Imperador de' Greci: egli impadronito dell'Esarcato di Ravenna, credendosi succeduto a tutte quelle ragioni, che portava seco l'Esarcato, le quali erano, la maggioranza e la sovrana autorità sopra il Ducato di Roma e di tutto il resto; pretendeva di dovere anche dominare le città del Ducato romano, e molto più la città di Roma, nella quale agl'Imperadori d'Oriente, dopo l'accordo fatto da Luitprando con Gregorio II, era rimaso ancor vestigio della loro superiorità, tenendovi tuttavia i loro Uficiali. Minacciava per tanto le terre del dominio della Chiesa, e Roma stessa, e rotti e violati i tanti trattati di pace stabiliti da' Re, e da' suoi predecessori co' romani Pontefici, mosse il suo esercito verso Roma, ed avendo presa Narni, mandò Legati al Pontefice con aspre ambasciate, dicendogli che avrebbe saccheggiata Roma, e fatti passare a fil di spada tutti i Romani, se non si fossero sottoposti al suo Imperio, con pagargli ogni anno per tributo uno scudo per uomo[249]. A sì terribile ambasciata tutto commosso il Papa, tentò placarlo per una Legazione cospicua di due celebri Abati, che fiorivano in quel tempo; gli spedì l'Abate di monte Cassino, e l'altro di S. Vincenzo a Volturno, e gli accompagnò con molti e preziosi doni, incaricando loro, che proccurassero, e con ragioni e con preghiere, rammentandogli la pace poco prima firmata, di persuaderlo a non romperla, e voltare altrove le sue armi[250].

Aveva il Pontefice sin dal principio dell'irruzione di Astolfo sopra Ravenna, prevedendo questi mali, fatto inteso l'Imperador Costantino de' disegni de' Longobardi, e sollecitatolo a mandare all'Esarca validi soccorsi per impedirgli; ma Costantino volendo coprire la sua debolezza sotto il manto dell'autorità, dando a sentire che questa sola bastasse per rimovere i Longobardi da tale impresa, mandò, in vece di eserciti, un gentiluomo della sua Camera chiamato Giovanni Silenziario, con ordine al Papa di farlo accompagnare con sue lettere ad Astolfo per obbligarlo a rendere ciò, ch'egli aveva preso[251]. Furono dal Papa spediti non sole lettere, ma Legati ancora ad accompagnar Giovanni; ma arrivati in Ravenna ove Astolfo dimorava, ed espostogli l'imbasciata di restituire ciò che egli s'avea preso, fu intesa da quel Principe con riso, e tosto ne furono rimandati senz'alcun frutto, come ben potevano immaginare; per la qual cosa s'incamminarono i Legati del Papa insieme con Giovanni a dirittura in Costantinopoli per supplicar di nuovo l'Imperadore in nome del Papa di venir egli stesso con poderosa armata in Italia per salvar Roma, e gli altri avanzi rimasi al suo Imperio in Italia, che i Longobardi tentavano tuttavia di rapirgli. Ma Costantino ch'era intrigato in altre guerre, e che non badava ad altro, che per un nuovo Concilio, che in quest'anno 753 avea fatto unire di 338 Vescovi ad abbattere le immagini, non era in istato d'intraprendere altre brighe co' Longobardi. Perciò vedendo Stefano che in vano si ricorreva a Copronimo[252], il quale non poteva nè meno difender se stesso da Longobardi, e ch'era molto lontano per protegger la sua Chiesa: e che all'incontro Astolfo, entrato coll'esercito nel Ducato romano, devastava tutto il paese; e minacciava stragi e servitù a' Romani, se non si rendevano a lui; si risolse finalmente ad esempio di Zaccaria e de' due Gregorj di ricorrere alla protezione della Francia, e d'implorare l'ajuto di Pipino. Mandò nascostamente un suo messo in Francia, per cui espose a Pipino le sue angustie, e ch'egli desiderava venir di persona in Francia, se gli mandasse Legati, per potersi quivi condurre con sicurtà. Pipino non mancò subito di mandargli due de' primi Uficiali della sua Corte, Rodigando Vescovo, ed il Duca Antonio per condurlo in Francia. Giunti il Vescovo ed il Duca in Roma, ritrovarono, che l'esercito de' Longobardi, dopo avere presi tutti i castelli ne' contorni di Roma, era in procinto d'investir quella città; e che ritornati i due Legati del Papa con l'Inviato dell'Imperadore da Costantinopoli, niente altro avevan riportato da costui, se non un secondo ordine al Papa d'andar egli in persona a ritrovar Astolfo per sollecitarlo a restituir Ravenna, e le altre città da lui occupate. Non vi era alcuna apparenza, che questa andata potesse riuscir di profitto, e pure il Pontefice volle ben ancora ubbidire, per far l'ultimo esperimento di poter piegar quel Principe; ma quando vide che al vento si gittava ogni opera, e che Astolfo, il quale gli aveva insieme proibito di parlargli d'alcuna restituzione, faceva tutti gli sforzi suoi per fermarlo, lasciossi finalmente condurre dagli Ambasciadori di Pipino in Francia.

§. II. Papa Stefano in Francia: suoi trattati col Re Pipino; e donazione di questo Principe fatta alla Chiesa romana di Pentapoli, e dell'Esarcato di Ravenna tolto a' Longobardi.

Giunto il Pontefice in Francia, fu accolto da Pipino con ogni segno di stima e di venerazione: l'adorò come Pontefice e padre della Cristianità, e gli rendè i maggiori onori che si potessero rendere a' più potenti Re della terra. Espose Stefano i suoi bisogni al Re, e l'angustie nelle quali i Longobardi l'avean ridotto, dimandogli il suo ajuto e protezione, offerendosi all'incontro d'impiegar tutta l'autorità della sede appostolica in suo vantaggio. Allora Pipino, affinchè si rendesse più venerando a' suoi sudditi, e per maggiormente stabilire il Regno di Francia nella sua persona e nella sua posterità, volle che Stefano colle sue mani lo consecrasse Re, ed insieme che i due suoi figliuoli Carlo e Carlomanno ricevessero parimente da lui l'unzione sacra, siccome seguì nella Chiesa di S. Dionigi[253]. All'incontro Pipino, oltre ad assicurarlo, che avrebbe frenato l'ardire de' Longobardi, e fattigli restituire i luoghi occupati nel Ducato romano, gli promise ancora, ch'egli avrebbe scacciato Astolfo dall'Esarcato di Ravenna e da Pentapoli, e, tolti al Longobardo questi Stati, gli avrebbe non già restituiti all'Imperio greco, a cui s'appartenevano, ma donati a S. Pietro ed al suo Vicario. Stefano lodò la magnanima offerta, che si faceva con tanta profusione dell'altrui roba, esagerandola ancora come molto profittevole per la salute della sua anima; onde da Pipino ne fu stipulata e giurata la promessa della donazione, facendola firmare anche da' suol figliuoli Carlo e Carlomanno.

Questa promessa di futura donazione, nel caso fosse riuscito a Pipino di scacciare i Longobardi dall'Esarcato, e da Pentapoli, non abbracciava che questi Stati. Lione Ostiense[254] confuse ciò che Anastasio Bibliotecario avea scritto della donazione fatta poi da Carlo M. a Papa Adriano, con questa promessa di Pipino a Papa Stefano. Anastasio narra[255], che Carlo M., confermò, e pose in effetto ciò che Pipino suo padre avea promesso, anzi che accrebbe la paterna donazione, e dice, che da Carlo con nuovo instromento furono donate a S. Pietro, ed al suo Vicario molte città e territorj d'Italia per designati confini, incominciando da Luni città della Toscana, posta ne' confini della Liguria, con l'isola di Corsica, e calando nel Sorano e nel monte Bordone abbracciava Vercetri, Parma, Reggio, Mantova e Monselice, ed insieme tutto l'Esarcato di Ravenna, siccome fu anticamente, colle province di Venezia e d'Istria; e tutto il Ducato spoletano e beneventano. Lione[256] (come avvertì anche l'Abate della Noce[257]) parlando nel capo 8 della donazione di Pipino, si serve di queste istesse parole d'Anastasio, che riguardano la donazione di Carlo suo figliuolo: e quando poi nel capo 12 tratta de' fatti di Carlo e di questa sua donazione, non numera, come Anastasio, i luoghi e le città; ma come se Carlo non avesse fatto altro, che solamente confermare quella di Pipino, col supposto che quella abbracciasse tutti que' luoghi da lui nel 8 capo descritti, dice che Carlo bono, ac libenti animo aliam donationis promissionem instar prioris describi praecepit. Ma che questa donazione di Pipino non abbracciasse altro che Pentapoli, e l'Esarcato di Ravenna, che dovean togliersi ad Astolfo, si conosce chiaro dall'esecuzione, che ne fu fatta dall'istesso Pipino, quando, come diremo, calato in Italia, e toltigli al Longobardo, ne fece dono alla sede appostolica, scrivendo l'istesso Lione[258], che Pipino simul cum praefato Romano Pontifice Italiam veniens, et Ravennam, et viginti alias Civitates supradicto Aistulfo abstulit, et sub jure Apostolicae Sedis redegit.

Si convince ciò ancora dalla Cronaca del monastero di S. Clemente dell'isola di Pescara, che ora impressa leggiamo nel sesto tomo dell'Italia Sacra d'Ughello, dove narrandosi quest'istessi successi di Papa Stefano con Pipino, si legge che Pipino avendo scacciato Astolfo, e liberata Ravenna, la donò con venti altre città a S. Pietro. Quando poi questo Autore favella della donazione di Carlo, dice che questo Principe restituit Beato Petro, quae pater ejus dederat, et Desiderius abstulerat, ADDENS etiam Ducatum Spoletanum, et Beneventanum ec. Ma quanto sia vero ciò che Anastasio narra della donazione di Carlo M. volendo che abbracciasse la Corsica, il Ducato di Spoleto, il Beneventano, le Venezie, l'Istria, e tanti altri luoghi, non mai presi, nè posseduti da Carlo, lo vedremo più innanzi, quando di quella ci tornerà occasione di favellare.

Accordati che furono questi trattati tra Stefano e Pipino, questi, essendo il Papa rimaso in Francia presso di lui, immantinente interpose i più fervorosi uficj con Astolfo perchè restituisse i luoghi occupati, e gli replicò ben tre volte: ma nulla giovando nè preghiere nè minacce, finalmente stimolato dal Papa, si risolvette di marciare con tutte le sue truppe in Italia contro di lui, e seguitato da Stefano, sforzando il passo delle Alpi, fugò l'esercito d'Astolfo, che se gli opponeva, e l'incalzò sino alle porte di Pavia, dove assediollo, costringendolo finalmente a dure condizioni, con obbligarlo, ricevuti innanzi gli ostaggi, a promettere di rendere le terre della Chiesa da lui occupate nel Ducato romano: gli tolse Ravenna con venti altre città, ed in quest'anno 754, la aggiunse al dominio di S. Pietro[259], e prestamente in Francia si restituì.

Ma non fu così tosto ritornato Pipino in Francia, che Astolfo, poco curandosi degli ostaggi, che aveva dati in mano di Pipino, che rompendo tutti i giuramenti da lui fatti, venne con tutte le forze del suo Regno a piantar l'assedio innanzi a Roma, dopo aver dato un terribil guasto ne' contorni. Allora Stefano vedendosi ridotto all'ultima estremità, ebbe ricorso al suo protettore nella maniera più forte e compassionevole che potesse mai farsi: gli scrisse quelle tre lettere, che ci restano ancora[260], le più veementi e le più sommesse, che si possano immaginare: e con esempio nuovo le scrisse sotto nome di S. Pietro a cui erasi fatta la donazione, indirizzandole al Re, a' di lui due figliuoli, ed a tutti gli Ordini della Francia, di questo tenore: Petrus vocatus Apostolus a Jesu Christo Dei, vivi filio, ec. Viris excellentissimis Pipino, Carolo, et Carolomanno tribus regibus ec. dove introducendo questo Appostolo a parlargli così: Ego Petrus Apostolus dum a Christo, Dei vivi filio, vocatus sum supernae clementiae arbitrio, ec.[261], si serve in quelle di tutti i più prestanti scongiuri da parte di Dio, perchè lo soccorra, che facendo altrimenti sarà alienato dal Regno di Dio, e fuori dalla vita eterna, movendo tutto ciò ch'è più atto a scuotere un cuore cristiano.

Men di questo sarebbe bastato per obbligar Pipino a ripigliar quanto prima le armi. Aveva già ragunate le sue truppe alla prima novella venutagli de' movimenti d'Astolfo; e con quelle incamminatosi di nuovo verso l'Italia, ruppe l'esercito d'Astolfo, che aveva voluto contrastare a' Franzesi il passaggio delle Alpi, ed avendogli minacciato l'estrema sua rovina, se durasse nell'impresa, obbligò Astolfo a levar l'assedio da Roma già tre mesi durato, e di buttarsi dentro Pavia col resto delle sue truppe.

Intanto Costantino Copronimo avvisato di questi trattati avuti sopra i suoi Stati fra Stefano e Pipino, e che Astolfo cedeva l'Esarcato di Ravenna a Pipino, per darlo al Papa; mandò tosto due Ambasciadori al Re Pipino perchè glielo restituisse, come appartenente all'Imperio: intesero questi a Marsiglia, dov'erano venuti da Roma con un Legato del Papa, di aver già Pipino passate l'Alpi, e sconfitto l'esercito de' Longobardi; perciò l'un de' due pigliando più velocemente innanzi il cammino, mentre l'altro tratteneva il Legato, si portò sollecitamente appresso il Re Pipino, che non era molto lontano da Pavia nel procinto d'assediarla.

Fu l'Ambasciadore tosto introdotto all'audienza del Re, nella quale dopo aver esaltato Pipino per le due vittorie da lui riportate sopra i Longobardi, nemici comuni dell'Imperio e della Francia, e commendate altamente le gloriose sue gesta, espose in nome del suo Principe l'ambasciata[262]: esagerò, l'Esarcato essere senza alcun dubbio dell'Imperio, usurpatogli da Astolfo, il quale pigliava tutte l'occasioni d'ingrandirsi a' danni de' suoi vicini, mentre il suo Principe faceva la guerra a' Saraceni: che poichè il Re l'aveva ritolto dalle mani di questo usurpatore, era giusto che rimettesse anche nelle mani dell'Imperadore ciò che era suo: che finalmente il Papa era suo suddito, e che lasciandolo godere tranquillamente quanto gli era stato dato dagl'Imperadori, e da' privati per mantener la sua dignità, non sarebbe cosa giusta, ch'egli usurpasse ancora le terre del suo Sovrano: essere del resto Costantino, il quale in questo non dimandava altro, che la giustizia, prontissimo a praticarla anch'egli dal suo canto: e che poichè il Re aveva già fatte grandi spese in questa guerra, gli offeriva in rifacimento tutto quello, ch'egli avrebbe potuto desiderare da un Imperadore ugualmente liberale e riconoscente.

Pipino, a cui non giunse nuova questa imbasciata, e che aveva preveduto ciò che dovrebbe l'Ambasciadore dimandargli, umanamente gli rispose: appartenere l'Esarcato al vincitor de' Longobardi, i quali l'avevano Jure belli conquistato, come aveano fatto anche i loro predecessori d'una gran parte d'Italia sopra gli Imperadori greci: essere medesimamente cosa nota, che la maggior parte di que' Popoli, indotti sforzatamente a mutar religione, s'erano dati al Re Luitprando: che così presupponendo il diritto de' Longobardi, del quale non era luogo di dubitare più che di quello de' Franzesi, i quali avevano conquistate le Gallie sopra i Romani e Vestrogoti, era molto sicuro del suo proprio; poichè egli aveva costretto Astolfo per via delle armi a cedergli l'Esarcato, del quale andava a mettersi in possesso per la medesima via: che poi essendone padrone, n'avea potuto disporre a suo arbitrio e volontà[263]. Ed aveva trovato espediente di darne il dominio al Papa, perchè in quello la sede cattolica violata per tante infami eresie de' Greci, si mantenesse intera; e l'ambizione ed avarizia de' Longobardi non l'occupasse; per le quali considerazioni egli aveva prese l'armi contra coloro, che opprimevan la Chiesa[264]: che per tutti i tesori del Mondo non avrebbe mutata risoluzione, e che manterrebbe contra tutti il Papa e la Chiesa nel possesso di tutto ciò ch'egli aveva loro donato.