ISTORIA CIVILE DEL
REGNO DI NAPOLI VOLUME V
ISTORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI
DI
PIETRO GIANNONE
VOLUME QUINTO
MILANO
PER NICOLÒ BETTONI
M.DCCC.XXI
STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI
LIBRO DECIMOTTAVO
Morto Federico, prese immantenente il governo di questi Regni Manfredi suo figliuolo, lasciato dal padre per l'assenza di Corrado, ch'era in Alemagna, Balio e Governadore de' medesimi con assoluto potere ed autorità. Manfredi fu un Principe, in cui s'univano tutte le doti e virtù paterne, e lo Scrittor Anonimo delle sue gesta, dice essere stato chiamato Manfredi, perch'egli era la mano e la mente di Federico. Egli nudrito nella Camera imperiale, e careggiato, e tenuto in pregio dal padre più degli altri figliuoli, crebbe colle medesime idee; ed avrebbe certamente emulato la gloria e la grandezza paterna, se la sorte l'avesse fatto nascere suo figliuol primogenito, e di legittimo matrimonio; ma preferendo l'ordine della successione Corrado primo nato, al quale fu conforme il paterno testamento, Federico non potè far altro, che ammetterlo alla successione in mancanza di Corrado, e d'Errico senza figliuoli, e durante l'assenza del primo, lo creò Balio in Italia e nel Regno di Sicilia.
Nel raccontar le vicende di questo Principe, e' suoi generosi fatti, mi valerò dell'Anonimo Scrittor contemporaneo, la di cui Cronaca si legge ora impressa ne' volumi dell'Ughello[1], e la autorità sua è riputata grandissima, non pure da Agostino Inveges, dal Tutini, e da altri più moderni Scrittori, ma anche da Oderico Rainaldo ne' suoi Ecclesiastici Annali. Narra adunque questo Scrittore, che gli andamenti, e le virtù di Manfredi furono cotanto conformi a quelle del padre, che ancorchè la morte de' Principi soglia negli Stati sovente esser cagione di gravissimi turbamenti, nulladimanco per la prudenza di Manfredi non fu veduto interrompimento alcuno, come se un medesimo spirito governasse: non si vide nè alla Corte, nè tra gli Ufficiali mutazione; ed avendo fatto gridare il nome del Re Corrado nel regno di Puglia, mandò Errico suo fratel minore a governar in sua vece la Sicilia e la Calabria[2], perchè i Siciliani e' Calabresi, veduta la regal persona di Errico, si contenessero nell'ubbidienza, e lo riputassero come l'istessa persona di Federico.
Ma breve tempo durò questa tranquillità, e ben si prevedevano i turbini e le tempeste, che da Innocenzo IV romano Pontefice erano per moversi. Questi persuaso, che per la sentenza della deposizione interposta nel Concilio di Lione, fosse Federico con tutta la sua posterità decaduto da' Reami di Sicilia e di Puglia, pretese che come Feudi della Chiesa romana fossero a quella ricaduti per la contumacia del medesimo; onde intesa la sua morte, si risolvè partir da Lione, e ripassare in Italia; ed intanto scrisse a tutte le città principali, ed a' Baroni dell'uno e l'altro Regno, ch'alzassero le bandiere della Chiesa; e giunto a Genova sua patria, proccurò movere i Genovesi a danno di questi Reami. Manfredi avuta di ciò novella non tardò, cavalcando per tutto il Regno con una buona banda di soldati Saraceni, dissipare queste Papali insidie, e facendo gridare il nome del Re Corrado, racchetò le turbolenze, e confermò gli animi nell'ubbidienza del proprio Principe; ma non fu però, che questi moti non dassero fomento ad una occulta congiura, che poi si scoperse nelle province di Puglia e di Terra di Lavoro. In Puglia si ribellarono Foggia, Andria e Barletta. In Terra di Lavoro, Napoli e Capua. Accorse tosto Manfredi in Puglia, e col suo estremo valore e coraggio ripresse la fellonia di quelle città, ed usando moderazione e clemenza concedè perdono a que' cittadini, riducendogli nell'ubbidienza di Corrado[3].
Avendo in cotal guisa renduta la pace e tranquillità a quella provincia, tosto passò in Terra di Lavoro: ridusse sotto le sue insegne Aversa, che posta in mezzo tra Capua e Napoli, dava indizio di sospetta fede: cinse di stretto assedio Capua, devastando insino alle mura il suo territorio; e Nola ch'era già passata nel partito delle due ribellanti città, non avendo voluto rendersi, fu espugnata, e presa. Ma niun'altra città mostrò in tal congiuntura più ostinazione, quanto Napoli. Dimenticatisi così subito i Napoletani d'aver Federico resa la lor città celebre per la nuova Accademia ivi stabilita, e per li magnifici edificj che v'eresse, i quali furono i primi fondamenti onde poi si rendesse capo e metropoli sopra tutte le altre, con somma ingratitudine, morto lui, si ribellarono dal suo figliuolo, e resero la lor città al Pontefice Innocenzio, alzando le bandiere della Chiesa: il di cui esempio seguì Capua, ed i Conti di casa d'Aquino, che a quel tempo possedevano quasi tutto quello, ch'è tra il Volturno e 'l Garigliano.
Manfredi, scoverta la poca fede de' Napoletani, avea mandati prima a loro più messi, esortandogli a non dover macchiare con tanta indegnità la loro fama; ma essi mostrando di non poter negare d'ubbidire al Pontefice, il quale gli minacciava terribili anatemi ed interdetti, apertamente gli fecero intendere, che amavano meglio di sottoporsi al dominio della Chiesa, che star interdetti e scomunicati, aderendo al partito di Corrado, cui senza l'investitura del Papa, non potevan riconoscere per loro legittimo Re. Per la qual cosa Manfredi, vedendo indarno essersi da lui adoperati questi mezzi, deliberò di ridurgli per forza; ed avendo assediata la città dalla parte del Monte Vesuvio, cominciò a devastare tutto il territorio di quel contorno, depredando infino alle mura, per obbligare i Napoletani ad uscire dalla città, per attaccargli in campo aperto, non avendo forze bastanti per assalire la città cinta di ben forti e ben difese mura. Ma i Napoletani deludendo l'arte coll'arte, non vollero in conto alcuno partirsi dalla città, niente curandosi del devastamento, che faceva Manfredi de' loro campi: il quale ciò vedendo, pensò per altra parte cingerla di assedio, e collocato il suo esercito nella Solfatara vicino Agnano[4] quivi cominciò a devastare, e depredare tutto quel territorio, per allettare i Napoletani ad uscire dalla città, già che vedevano l'esercito nemico tra que' monti e quelle balze in luogo, donde con difficoltà poteva scampare, se fosse stato inseguito. Ma i Napoletani, fermi nel loro proponimento, non vollero abbandonare la città, ed esporsi a battaglia; ed ancorchè Manfredi gli avesse più volte sfidati alla pugna, non vollero in conto alcuno uscire; onde avendogli dopo l'invito aspettati tre giorni, levò l'assedio, ed avendo devastati tutti que' luoghi, partissi da quivi, e s'incamminò in altre parti di Terra di Lavoro per mantenere in fede que' Popoli, acciocchè non seguitasser l'esempio di Napoli, e di Capua,
CAPITOLO I. Corrado di Alemagna cala in Italia: giunge per l'Adriatico in Puglia, ed abbatte i Conti d'Aquino: Capua se gli rende, e Napoli vien presa per assalto e saccheggiata.
Ma ecco, che mentre Manfredi con tanta vigilanza ed accortezza era tutto inteso a rompere i disegni del Pontefice, vennegli avviso, che Corrado Re di Germania, pochi mesi dopo la morte del padre, essendosi disbrigato dalle guerre d'Alemagna, se ne calava con potente esercito di Tedeschi in Italia in quest'anno 1251[5]; ed in fatti essendo giunto in Lombardia trovò le forze de' Ghibellini tanto abbassate, che fu astretto d'indugiare alquanto, per poter poi entrare con più sicurtà nel Regno; onde chiamati a se tutti i Capi di quel partito, ordinò, che tra loro facessero un giusto esercito, del quale avesse ad esser Capo Ezzelino Tiranno di Padova, e che avesse da abbatter tanto la parte Guelfa, che Papa Innocenzio non potesse valersene, e contender con lui della possessione del Regno. Ed avendo in cotal modo stabilite le cose di Lombardia, con provvido consiglio determinò di passare al Regno per mare; perocchè vedendo tutte le città di Romagna e di Toscana tenersi dalla parte Guelfa, non confidava di passare senza impedimento, e dubitava che il suo esercito tenuto a bada, non venisse a disfarsi per mancamento di danari e di vittovaglie[6]. Mandò adunque a' Veneziani per navi e galee per potere passare in Puglia, i quali per lo desiderio di vederlo presto partito di là, gli mandarono tutte le navi ch'e' volle nelle marine del Friuli, dove imbarcato comodamente con tutto l'esercito, giunse in pochi dì con vento prospero alle radici del monte Gargano, e diede in terra all'antica città di Siponto, non molto discosto dal luogo, dove è oggi la città di Manfredonia[7].
Quivi comparvero Manfredi, che l'attendeva, e tutti i Baroni di quella provincia ad incontrarlo. Ed essendosi Corrado da lui informato dello stato delle cose del Regno, e della contumacia di Napoli, di Capua, e de' Conti d'Aquino, avendo commendata molto l'industria, e vigilanza di Manfredi, deliberarono insieme di dover prima d'ogni altra impresa, debellare i Conti d'Aquino, i quali posti fra Garigliano e Vulturno potevano somministrare al Papa pronto ajuto; ed all'incontro occupati que' luoghi, co' quali serravasi ogni strada di poter venire soccorso a Capua ed a Napoli si sarebbe facilitata l'espugnazione di quelle due città cotanto importanti. Si mosse perciò il Re Corrado seguitato dal Principe Manfredi con tutto il suo esercito per la via di Capitanata, e del Contado di Molise contra que' ribelli[8].
Il Papa, che da Genova era passato a Milano, indi a Ferrara e Bologna, ed erasi finalmente fermato in Perugia, schivando d'andare in Roma, perchè i Romani erano pieni di fazioni; e molti aderivano a Corrado, fatto consapevole dell'angustie, nelle quali si trovavano i Conti d'Aquino, premendogli molto la lor salute, mandò subito in lor soccorso alcuni soldati da Perugia, promettendo ancora di mandar loro maggiori ajuti; ma fu tanta la forza, ed il valore dell'esercito di Corrado, accresciuto poi da Manfredi con gran numero di Saraceni venuti da Lucera e da Sicilia, che que' ribelli in pochi dì furono debellati; e le principali città a loro soggette saccheggiate ed arse, tra le quali fu Arpino, Sessa, Aquino, S. Germano, ed altri castelli di quel contorno[9].
Da poi che Corrado ebbe espugnato que' ribelli, e ridotte alla sua ubbidienza quelle città, andò sopra Capua, ove non ritrovò resistenza alcuna, per la paura, e per l'esempio fresco delle terre arse e saccheggiate: onde tosto a lui si rese[10]. Così tutta l'ira di Corrado e tutta la sua forza si raggirò contro la città di Napoli, la quale arditamente determinò di contrastare al Re sdegnato, e seguire le parti della Chiesa, per la speranza, che lor porgeva il Papa di presti soccorsi, e per la gran paura d'essere data in preda a' Tedeschi e a' Saraceni. Accampato dunque Corrado vicino alla città, la cinse di stretto assedio, perchè non potesse andare vettovaglia agli assediali; e vedendo, che alcuni Ministri del Papa mandavan qualche volta navilj con cose da vivere, ordinò a Manfredi, che facesse vestire le galee, ch'erano in Sicilia.
I Napoletani, fra questo tempo, non mancarono di mandar più volte Ambasciadori al Papa per soccorso, i quali ritornaron sempre carichi di benedizioni, e di promesse, ma vuoti d'ogni ajuto, perchè Ezzelino avea sollevata la parte Ghibellina in Lombardia; ed i Guelfi, tra' quali il Papa avea molti parenti e seguaci, non potevano partirsi dalla difesa delle cose loro; ed i Guelfi di Toscana e di Romagna, ancorchè fossero liberi, avendo estinta in tutto la parte Ghibellina, come suol accadere nelle felicità, erano venuti in discordia fra loro. Nè dalla città di Genova patria del Pontefice, della quale ei confidava molto, poteva sperarsi ajuto; poichè si trovava a quel tempo aver mandata la sua armata contra gl'Infedeli; onde veniva a togliersi ogni comodità di poter soccorrere gli assediati d'altro, che di parole.
In fine essendo giunte alla marina di Napoli le galee di Sicilia, si tolse ogni speranza di soccorso: nè questo bastò a far piegare l'ostinazione degli assediati, perchè si tennero tanto, che ormai non potevano più sostenere in mano l'armi; in tal modo erano per la grandissima fame estenuati, onde i vecchi della città cominciaron a persuadere, che si mandasse per trattare di rendersi a patti, e così si eseguì. Ma Corrado, il qual sapeva l'estrema necessità loro, rigettò gli Ambasciadori; ed avendo con macchine diposte intorno alla città, e con cave sotterranee scosse le mura della medesima: in quest'anno 1253 la costrinse a rendersi, solo col patto della salute delle persone[11].
La città fu messa a sacco, nè si tralasciò atto alcuno di crudeltà, e di rigore dall'irato Re; scaccionne l'Arcivescovo, ed entrato dentro volle, che per mano de' proprj cittadini fossero buttate a terra dai fondamenti le forti mura di quella città, per le quali, dice Livio, che si sgomentò Annibale cartaginese. E dopo esser quivi dimorato due mesi, che consumò in punire severamente l'infedeltà de' Napoletani, fece ritorno in Puglia, seco menando Manfredi, al quale volle, che si dasse il secondo grado dopo lui.
§. I. Primo invito d'Innocenzio fatto al fratello del Re d'Inghilterra alla conquista del Regno.
Innocenzio avendo scorto che Corrado avea depresse le città sue amiche, e sotto la sua ubbidienza era tornato il Regno di Puglia, riputando che tutti i suoi sforzi sarebbero vani per opporsi agli eserciti formidabili di Corrado, pensò (giacchè svanito era il disegno di poterlo per se conquistare, siccome erano riuscite sempre infelici le spedizioni fatte da' romani Pontefici sopra di quello) d'invitare alla conquista del Reame Riccardo, o come altri lo chiamarono, Ciarlotto fratello d'Errico III Re d'Inghilterra e Conte di Conturbia, prode e valoroso Capitano. Inviò per tanto in Inghilterra Alberto Notajo appostolico per trattare sopra le condizioni dell'investitura offertagli da Innocenzio. Ma narra Matteo Paris in quest'anno 1253 che più cose fecero svanire questi trattati. Primieramente perchè Ricciardo temè della potenza di Corrado, nè si credette d'uguali forze per poterlo da quivi discacciare. II. La parentela, che vi era tra loro, essendo Corrado, com'egli dice, nato da Elisabetta inglese, sorella del Re Errico e moglie di Federico II, nel che va di gran lunga errato; perchè Corrado fu figliuolo di Jole, non già d'Elisabetta; onde l'istesso Paris altrove, cioè nel 1258 rapporta un'altra cagione, perchè fu rifiutata l'investitura, dicendo che Ricciardo non volle accettarla se non sotto queste due condizioni. I. Che per la sua conquista gli fosse data la metà delle Decime solite raccogliersi per li Crocesignati nella guerra Santa. II. Che il Papa gli consignasse alcuni castelli del Reame da lui fortificati per la ritirata de' suoi soldati. Al che non volendo il Pontefice Innocenzio acconsentire, svanì questa prima investitura, e si trattò poi dell'altra in persona d'Edmondo suo nipote, come diremo più innanzi. Ciò che convince l'errore del Collenucio e di Paolo Pansa nella vita di Innocenzio IV che volle seguirlo, ove disse, che il Papa investì Ciarlotto fratello del Re d'Inghilterra, il qual accettò, e che perciò nelle lettere si scrivea Re di Sicilia.
(Lunig nel suo Codice Diplomatico[12], rapporta un Breve d'Innocenzio drizzato a Lodovico IX Re di Francia, che porta la data di Perugia dell'anno 1252 resogli da Alberto Notajo, offerendogli il Regno per Carlo suo fratello. Ma questo Breve o è apocrifo, o fu posteriore; poichè in quest'anno Alberto fu mandato in Inghilterra a quel Re, e non in Francia al Re Lodovico).
CAPITOLO II. Corrado insospettito di Manfredi lo spoglia d'ogni autorità e de' suoi Stati; avvelena il suo minor fratello Errico; ed egli poco da poi se ne muore da consimil morte; onde Manfredi assume di nuovo il Baliato del Regno.
Intanto Corrado per le crudeltà usate alle città debellate ed a Napoli, e per lo genio suo aspro e severo, era entrato in grandissimo odio e malevolenza presso ogni grado ed ordine di persone; ed affatto ignudo di quelle virtù civili e militari, che ornavano l'animo di Federico suo padre, riusciva a' suoi sudditi molto pesante e duro il suo imperio. All'incontro Manfredi uomo d'ingegno e di valore, con destrezza mirabile andava mitigando l'azioni crudeli del Re, per acquistarsi benevolenza da' Popoli e da' Baroni; talchè in breve nacque opinione per tutto il Regno, che tutto quel male, che lasciava di fare il Re, e l'esercito de' Tedeschi, fosse per intercessione, e benignità di Manfredi.
Occultava ancora questo Principe con mirabile dissimulazione il dispiacere, che Corrado insospettito di lui gli avea dato per molti torti fattigli; poichè scorgendolo d'elevati pensieri e d'animo regio, ed atto più a dominare, che a governare come Balio il Regno, venne in sospetto non la sua potenza e l'amore che s'avea acquistato de' Popoli, lo facessero aspirare al Regno. Deliberò per tanto trovar modi d'abbassarlo, ciò che non volendo far apertamente un dì gli disse, ch'avea in pensiero di rivocare tutte le donazioni, che l'Imperador suo padre avea fatte nel suo testamento, come quelle, ch'erano dannosissime allo Stato, e portavan detrimento grandissimo alla sua Corona; e perchè gli altri Baroni con animo pacato il sopportassero voleva incominciar da lui, acciocchè dal suo esempio s'inducessero gli altri. Con non dissimil arte simulò Manfredi di crederlo, e mostrandosi con prontezza di secondarlo, volle esser il primo spontaneamente a rinunciar in sue mani il Contado di Monte S. Angelo, e la città di Brindisi, che per ragion del Principato di Taranto possedeva[13].
Tolsegli ancora di tempo in tempo, secondo se gli presentavano le congiunture, li Contadi di Gravina, di Tricarico e di Montescaglioso, che possedeva per concessione di Federico suo padre; e sol gli rimase il Principato di Taranto assai diminuto; ed affinchè nemmeno da quel Principato rimastogli potesse riceverne profitto, e gli riuscisse inutile, impose agli uomini di quello una pesante, e gravissima general colletta, la quale faceva egli esigere, ed applicare al suo regio Erario. Rimosse dal Principato suddetto il Giustiziero, che soleva recarsi da Manfredi, e vi pose il suo, siccome a tutte l'altre province del Regno praticavasi. Tolsegli ancora il mero imperio e potestà che Federico gli avea conceduto sopra quel Principato, e ordinò che il Principe sopra di quello non avesse altra giurisdizione, che nelle cause civili solamente[14]; poichè in questi tempi non soleva a' Baroni concedersi il mero imperio sopra i Feudi, ma solamente ad alcuni Grandi e della Casa regale, o suoi congiunti per ispezial favore e grazia del Re rare volte si concedeva: ciò che poi a' tempi d'Alfonso I d'Aragona cominciossi a dare a quasi tutti i Baroni; onde nacque, che ora non vi è Barone, ancorchè picciolo, che non l'abbia.
Nè fermossi qui l'astio di Corrado contro quel Principe; ma volendolo ridurre all'estrema bassezza per liberarsi da ogni sospetto, sotto mendicate occasioni e pretesti, comandò che dal Regno uscissero tutti i suoi congiunti ed affini, ch'e' teneva del lato materno. Ne mandò via Gualdano Lancia, che avea così bene e con tanta fedeltà e prudenza servito l'Imperador Federico, onde n'era stato da quello creato suo Vicario in Toscana, ove per molti anni avea con molta fede esercitato quel supremo comando. Il medesimo fece con Federico Lancia suo fratello, con Bonifacio di Anglono zio materno di Manfredi, con tutti gli altri suoi consanguinei ed affini, e con esso loro le mogli, madri, sorelle, figliuoli e figliuole grandi e piccoli, che si fossero. I quali tutti usciti dal Regno, essendosi ricovrati in Romania presso Costanza Imperatrice di Costantinopoli sorella di Manfredi, mandò Corrado Bertoldo Marchese di Honebruch in Romania far intendere all'Imperadore, che gli avrebbe fatto un dispiacer grandissimo, se ritenesse presso di se quegli esuli; onde fu duopo a quell'Imperadore che gli facesse partire anche da' suoi Stati[15].
Tutte queste offese sofferiva il Principe Manfredi con una prudenza e dissimulazion d'animo maravigliosa; poichè non perciò tralasciava con ilarità di ajutarlo, e di seguirlo in tutte l'imprese, come fece in Terra di Lavoro, quando debellò i Conti d'Acquino, in Capua ed in Napoli, ed ora in Puglia, simulando il suo acerbo dispetto; e nell'istesso tempo con astuzia grandissima cattivandosi i Baroni ed i Popoli, era nell'amore e benevolenza di quelli.
Accadde a questo tempo, che mentre era Corrado in Melfi, Errico suo fratello, che non avea più che dodici anni, venne in Sicilia a visitarlo; ed ancorchè l'Anonimo non faccia autor Corrado di tanta scelleratezza, non mancano però gravi Autori, che rapportano, che per mezzo di Gio. Moro Capitano saraceno, ch'Errico avea seco portato da Sicilia, lo facesse crudelmente avvelenare. Coloro che narrano avere Corrado fatto morire Errico per torgli il Regno di Sicilia, dicendo che Federico non poteva, nè dovea separarlo dal Regno di Puglia, errano all'ingrosso; poichè Federico non il Regno di Sicilia, ma quello di Gerusalemme, ovvero Alcarense ad elezion di Corrado gli avea lasciato nel suo testamento: e Manfredi mandò Errico in Sicilia per contenere i Siciliani nell'ubbidienza di Corrado, come si è di sopra narrato. Altri credono che l'avesse fatto morire, per avere la maggior parte del tesoro dell'Imperador Federico, che era in suo potere. Che ne sia, narra Matteo Paris[16], che Corrado diede non leggieri sospetti d'esser egli stato autore della morte di quell'innocente fanciullo; poichè da allora in poi non mostrò Corrado il suo volto così sereno e giocondo come prima. E negli Atti d'Inghilterra, ultimamente fatti imprimere dalla Regina Anna, si legge una lettera di Corrado scritta nell'anno 1254 al Re d'Inghilterra zio d'Errico, nella quale, per togliere questo romore che s'era sparso d'averlo fatto avvelenare, diedegli l'avviso della morte di suo nipote, con sentimenti molto appassionati, fingendo molta afflizione e dolore, per la morte di quel Principe; ma Papa Innocenzio, fomentando l'inimicizia nata perciò tra Corrado ed Errico, offerì il Regno di Sicilia ad Edmondo figliuolo d'Errico, ch'era ancor fanciullo.
(Presso Lunig[17], si leggono alcune lettere d'Alberto Legato d'Innocenzio in Inghilterra, per le quali dassi l'Investitura del Regno ad Edmondo, e la conferma del Papa nel 1254 coll'avviso, che dà ad Alberto di tal conferma. Ma questo trattato per la morte d'Innocenzio rimase interrotto).
E notasi in questi Atti, che Innocenzio non tralasciò cos'alcuna, per impegnar il padre a mettersene in possesso, fino a dar ordine al Clero d'Inghilterra di prestar denari a questo Principe, e d'impegnar perciò i beni delle loro Chiese. Ma da poi tutto questo denaro fu dissipato, ed impiegato ad altri usi dal medesimo Papa; onde questo secondo trattato anche rimase in tutto svanito.
Avendo intanto Corrado in cotal guisa ridotte le città del Regno fluttuanti sotto la sua obbidienza, si disponeva di passare altrove verso le parti dell'Imperio; ma ecco, che mentre nella Primavera di quest'anno 1254 s'accingeva a tal viaggio, ne' campi vicino Lavello fu assalito da mortal febbre, che in pochi giorni nel più bel fiore della sua età, non avendo più che 26 anni, a' 21 maggio lo tolse a' mortali[18], avendo durato il suo regno poco più che tre anni: onde di questo Principe nè leggi, nè altro attinente alla politia di queste province, abbiamo.
Pure gli Scrittori dalla parte Guelfa, infesti non meno a Federico, che alla sua progenie, narrano, che Manfredi per mezzo d'un medico lo facesse avvelenare, con isperanza, morto Errico e lui, non essendovi della linea di Federico altri, che Corradino, che era nato l'anno avanti, figliuolo d'esso Corrado, potesse agevolmente occupare l'uno e l'altro Regno: e che Corrado, non sapendo, che moriva di veleno, fattogli dare da Manfredi, lasciasse nel suo testamento erede Corradino e Balio l'istesso Manfredi.
Ma se dobbiamo prestar fede all'Anonimo Scrittor contemporaneo, nè avremo Manfredi per Autore di tale scelleratezza, nè per Balio lasciato da Corrado.
Narra questo Scrittore, che mentre Corrado era infermo, Bertoldo Marchese di Honebruch, allora potentissimo per lo favore de' Tedeschi, vedendo l'inclinazion di Corrado, ch'era di lasciar Manfredi per Balio del Regno, con sottil arte dimandò a Manfredi se volesse assumere quel peso, per iscorgere l'animo suo. Manfredi conoscendo l'arte del Marchese, gli rispose, ch'egli non avrebbe accettato il Baliato, ma che ben se lo meritava la prudenza del Marchese, al quale in ciò per ogni rispetto dovea cedere: ciò che fece con somma astuzia, così per non esporsi all'odio de' Tedeschi, come anche perchè conoscendo, che Bertoldo, come insufficiente, tosto avrebbe con sua vergogna avuto a soccombere al grave peso, i Magnati del Regno avrebbero chiamato lui per Balio, come seguì. Bertoldo, ricevuta questa risposta, avendo al moribondo Corrado riferito che Manfredi non avrebbe accettato il Baliato, fece che il Re nominasse lui per Balio del Regno.
Fece Corrado prima di morire il suo testamento, nel quale avendo lasciato erede il piccolo Corrado suo figliuolo, e Balio il Marchese di Honebruch, fra l'altre cose, prevedendo gli sconvolgimenti, che avrebbe potuto cagionargli Innocenzio IV, raccomandò al Balio, che proccurasse usar ogni studio d'ottener per Corradino la grazia e la pace della Sede Appostolica, per non vedere implicato quel fanciullo in nuove guerre col Pontefice.
Il Marchese avendo assunto il Baliato, e postosi in mano tutto il tesoro della Camera regia, volle ubbidire al testamento del Re, e mandò Legati al Pontefice Innocenzio, chiedendogli in nome di Corradino la pace e la sua buona grazia, siccome Corrado aveagli raccomandato nel suo testamento. Innocenzio che, morto Corrado, credeva aver per le mani la più opportuna congiuntura d'impossessarsi del Regno, reputò questa Legazione più tosto un'argomento della debolezza della parte Regia, che atto di devozione; onde rendutosi più animoso che mai, rispose a' Legati, che in tutte le maniere egli voleva prender la possessione del Regno devoluto già alla Chiesa romana: che venuto alla pubertà Corradino, quando fosse maggiore, allora si sarebbero esaminate le sue pretensioni, e che forse, se la Sede Appostolica ne l'avesse reputato degno, gli avrebbe conceduta la sua grazia[19].
Questa risposta fece avvertito il Marchese ed i Baroni del Regno, che l'animo del Papa era già tutto rivolto ad occupare il Regno, e ben tosto se ne videro gli effetti; poichè cominciava già a ragunare un conveniente esercito per invaderlo; ed oltre di ciò si erano scoverti alcuni trattati, che teneva con molti Baroni affezionati della Chiesa, perchè l'ajutassero alla conquista; i quali mal soddisfatti del governo del Marchese, e dell'insolenza de' Tedeschi, amavano meglio sottoporsi al dominio della Chiesa, che vivere oppressi sotto la loro servitù. Il Marchese volle riparare all'imminente invasione; ma scoverto, che molti Baroni, da' quali egli sperava ajuto, s'erano dati dalla parte del Pontefice, e che l'esercito Papale era già per invadere i confini del Regno, atterrito dall'impresa, avvilissi in maniera, che pentitosi d'aver assunto il Baliato, quello, non senza suo rossore, rifiutò, e vergognosamente depose[20].
I Conti e' Baroni e gli altri Magnati del Regno, che erano rimasi fermi nella fede del Re, vedendo il Marchese aver abbandonato il governo, tosto ricorsero al Principe Manfredi, pregandolo e scongiurandolo, che per non veder ruinato il Regno, ed esposto a perdersi, riprendesse egli il Baliato, a cui di ragion s'apparteneva. Manfredi ripugnava, dicendo che ora che le cose erano in istato pur troppo calamitoso, non voleva perdere il suo onore; ma i Baroni incessantemente rampognandolo, e protestandosi che sarebbe il Regno perduto, finalmente l'indussero a pigliarne il governo. Movea ancora un'altra ragione fortissima, perch'essendosi sparsa la voce che Corradino fosse morto, il Papa era entrato in maggior speranza d'occupare il Regno. All'incontro Manfredi, che reputava, secondo il testamento dell'Imperador Federico suo padre, dover egli succedere ne' suoi Stati, determinò di prenderne il governo, affinchè se il pupillo vivea, gli avrebbe per lui amministrati, e per lui ripressi gli sforzi dell'emolo Innocenzio, se all'incontro fosse vero il rumore della morte, con facilità se ne sarebbe potuto incoronare[21].
Avendo adunque Manfredi assunto il Baliato del Regno, si fece giurare fedeltà dall'istesso Marchese, dalli Conti, Baroni, e da tutti i fedeli del Regno, in cotal maniera, che se vivea il picciolo Re, giurassero a lui come general suo Balio; se fosse morto, avessero da ora a riputarlo per loro Re e signore del Regno[22].
CAPITOLO III. Spedizione d'Innocenzio IV sopra il Regno.
Composte in cotal maniera queste bisogne, il Marchese andossene in Puglia, promettendo a Manfredi di colà mandargli ogni soccorso di denaro, e di gente; ed intanto Manfredi cominciò a preparare, e disporre l'esercito per poter fronteggiare a quello del Pontefice, che a grandi giornate se ne calava nel Regno. Presidiò a questo fine San Germano con buon numero di Tedeschi, e fortificò Capua con tutte le vicine terre, che cominciavano a fluttuare, per contenerle nella sua ubbidienza.
Ma dall'altra parte Innocenzio avea fatti progressi grandi per facilitar l'impresa, avea mandati suoi messi in Sicilia a Pietro Ruffo di Calabria, che dal Marchese di Honebruch era stato lasciato Balio della Sicilia e della Calabria, perchè disponesse que' popoli ad alzar le bandiere della Chiesa[23]; ed in fatti Pietro da Messina spedì al Papa Folco suo nipote, ed altri Ambasciadori sopra due galee a significargli, che tanto la Sicilia, quanto la Calabria s'andavan disponendo ad abbandonar Manfredi, e darsi dalla parte sua.
S'aggiungeva ancora, che Riccardo di Monte Negro per l'odio ed inimicizia, che teneva col Marchese Bertoldo, s'era dato già nel partito del Pontefice, col quale erasi confederato, e promise voler dar libero passo all'esercito papale per le sue terre, che teneva ne' confini del Regno. Molti altri Baroni ancora aveano nascostamente mandato dal Papa a giurargli fedeltà, ed a ricevere da lui la rinnovazione dell'investiture de' loro Feudi che possedevano[24]; ed altri ottennero con facilità dal Pontefice nuove investiture, siccome Borrello di Anglono, che fu da Innocenzio in questi tempi prima d'entrar nel Regno investito del Contado di Lesina, ancorchè s'appartenesse a Manfredi, come pertinenza del Contado di Monte S. Angelo. Anzi Innocenzio avea conceduta l'investitura del Contado di Lecce a Marco Ziano figliuolo di Pietro Duca di Venezia, a cui dichiarò appartenere come discendente del Conte Tancredi suo avo, non ostante le ragioni, che vi teneva il Conte Tigrisio de Mudignana, ovvero i di lui figliuoli, per ragione d'Alberia sua moglie, che dovea nella successione a tutti preferirsi; e non per altra cagione, se non perchè il Conte Tigrisio e' suoi figliuoli aderirono all'Imperadore Federico contro la Chiesa, ed ancora non tralasciavano d'offenderla, onde Innocenzio gli reputava affatto indegni della sua grazia; e la carta di questa investitura spedita da lui in Perugia l'anno 1252 vien rapportata dall'Ughello[25], che dice averla riscontrata nel registro vaticano. Siccome nell'istesso anno 1252 a' 21 gennajo dimorando per anche in Perugia, investì O. Frangipane del Principato di Taranto, ancorchè fosse di Manfredi, con tutta la terra d'Otranto: sotto pretesto, ch'era stato prima dato dall'Imperadrice Costanza I normanna ad O. suo zio, come appare per privilegio dato in Perugia, rapportato da Rainaldo[26]; ed in cotal maniera Innocenzio gratificandogli s'avea resi suoi ligi, e dependenti i migliori Baroni del Regno, e ridotti molti personaggi di conto al suo partito.
Di vantaggio erasi penetrata una congiura, che si ordiva a Capua contro Manfredi, con deliberazione, subito che l'esercito papale si fosse accostato al Regno, con impeto grande dar sopra quel Principe per imprigionarlo, o ucciderlo. Erasi ancora scoverta la poca fede del Marchese Bertoldo, il quale violando tutte le promesse fatte a Manfredi di mandargli dalla Puglia denaro e gente, non solo non adempieva alle promesse, ma discorrendo per Puglia badava solo al suo utile, gravando que' sudditi d'eccessive taglie, ed i suoi Tedeschi, per la loro rapacità gli aveano alienati dalla fede che doveano al Re, e desideravano il dominio del Papa; ed ancorchè Manfredi avesse mandato Gualvano Lancia suo zio, a narrargli le angustie, nelle quali si trovava per moverlo a dargli ajuto, fu però inutile la missione, niente curando de' suoi pericoli.
Vedutosi perciò il Principe Manfredi in così gravi angustie, nelle quali era, più per gli occulti, che per li palesi nemici, reputando inutile ogni suo sforzo di voler colla forza contrastare al Pontefice, bisognò cedere al tempo, e ricorrere per vincer l'inimico alle simulazioni ed agl'inganni. Erasi il Pontefice Innocenzio, per accalorare l'impresa, disposto di venir egli di persona a conquistare il Regno: e fermato in Anagni era tutto inteso al grande apparecchio, e perchè non si tralasciasse strada per agevolarne l'impresa, avea mandati più Messi a tentare l'istesso Manfredi, affinchè lasciasse il governo del Regno, e quello ponesse in mano della Chiesa. Manfredi con somma accortezza andava differendo la risposta; ma ora vedutosi in queste angustie, deliberò fargli tornare al Pontefice con risposte tutte umili e riverenti, dicendogli, che rapportassero al Papa, ch'egli fidando al suo gran zelo e pietà, che aveva verso il Re pupillo suo nipote, e reputando esser proprio della Sede Appostolica di proteggerlo, e riceverlo nel suo seno con paternal amore e grazia, non ripugnava abbandonar il governo del Regno, e ponerlo in mano della Chiesa madre pietosa di tutti, e più de' pupilli; e che sperava che con ciò si fossero adempiuti i voti di Corrado padre del fanciullo Re, che nel suo testamento avea ardentemente desiderato, che la Santa Sede ricevesse sotto la sua protezione e grazia l'innocente fanciullo: che egli non solo non contrasterebbe, ma darebbe ogni ajuto alla sua entrata, e possessione del Regno, senza però, che dovesse recarsi con tal atto alcun pregiudicio alle ragioni sue, e del Re pupillo[27].
Il Pontefice ricevuta questa risposta con indicibile allegrezza, si lodò tanto di Manfredi, che quando prima tenne quel Principe per iscomunicato, e niente cattolico, ora lo ricevè in sua grazia ed in quella della Sede Appostolica, dimenticando ogni offesa; ed avendogli fatto animo, che fidasse in lui che con porsi il Regno in mano della Chiesa, non si sarebber punto pregiudicate le ragioni del Re pupillo, e sue; e che quando sarebbe quegli venuto alla età maggiore, la Sede Appostolica gli avrebbe renduta sua ragione, si dispose ad entrare nel Regno col suo esercito. Inviò intanto Manfredi, per maggiormente assicurarlo della sua fedeltà, Gualvano Lancia suo zio ad Anagni ad umiliarsi col Pontefice; e, se deve riputarsi vera quella Bolla rapportata dal Tutini, si vede che Innocenzio per mostrargli all'incontro ugual corrispondenza, a' 27 settembre di quest'anno 1254 in Anagni gli confermò l'investitura, colla quale per mezzo dell'istesso Gualvano investì, e confermò a Manfredi il Principato di Taranto (del quale prima avea investito O. Frangipane), il Contado di Gravina, e di Tricarico, con l'onore del Monte S. Angelo, con tutte le supreme regalie ed onori e preminenze, colle quali l'Imperador Federico suo padre gliel'avea conceduto, e che Corrado gli avea tolte. E per mostrargli maggior benevolenza, possedendosi allora il Contado di Montescaglioso dal Marchese Bertoldo, in iscambio di quello gli diede il Contado d'Andria, investendone in pubblico Concistoro in suo nome il sopraddetto Gualvano Lancia, dandogli in segno dell'Investitura un anello, come si legge nella Bolla dell'investitura, rapportata dal Tutini nel libro de' Contestabili del Regno[28].
Il Principe Manfredi, ancorchè dal tenore di questa investitura, e da altri fatti comprendesse, che l'animo d'Innocenzio era non di governare come Balio il Regno insino all'età maggiore di Corradino, ma supponendolo devoluto alla Sede Appostolica, dominarlo con assoluto, ed indipendente imperio, nulladimanco con mirabile astuzia dissimulava il tutto; e per maggiormente farlo cadere nelle sue reti, vie più mostravasi di lui tutto umile ed ubbidiente; anzi per segno di maggior venerazione, essendosi Innocenzio già incamminato, volle andare ad incontrarlo, insino a Cepperano, e quivi incontratolo, volle inginocchione adorarlo, e prendendo da poi il freno del suo cavallo, lo servì in cotal maniera per un pezzo di strada insino che passasse il ponte di Garigliano[29].
Innocenzio gradì tanto queste umili dimostrazioni, che ancorchè vecchio, e per esperienza prudentissimo, si lasciò ingannare, in guisa, che oltre aver conferito con lui quasi tutti i suoi più riposti pensieri, credendo, che conserverebbe la più sopraffina divozione alla Sede Appostolica, volle cumularlo di maggiori onori; poichè oltre avergli dato il primo luogo fra tutti i Baroni, lo creò Vicario del Regno, dal Faro insino al fiume Sele, e per tutto il Contado di Molise, e terra Beneventana, eccettuatone il Giustizierato d'Abruzzo, costituendogli ottomila oncie d'oro l'anno di mercede; e la carta di questa concessione la rapporta ancora il Tutini[30]; ed essendosi già sparsa fama per tutto il Regno, che il Papa con accordo e permissione di Manfredi era entrato nel Regno per amministrarlo, i popoli, che stavano infastiditi de' trattamenti, che ricevevan da' Tedeschi, erano già tutti disposti per riceverlo, riputando in cotal guisa poter uscire dalla loro servitù, ed esser fuori di periglio d'esser più interdetti dagli Ufficiali sacri[31]. E questo fu cagione, che Manfredi con grandissime astuzie consigliò il Papa, che compartisse il suo esercito per le più ricche province del Regno: dal quale consiglio ne avvenne, che i Capitani tedeschi, parte per timore dell'esercito del Papa, parte per la mala volontà, che conosceano ne' popoli, i quali ricusavano di pagare a' Tedeschi cos'alcuna, si partirono dal Regno, e tornarono in Germania delusi da Manfredi, con lasciarne solo in Puglia, ed in terra d'Otranto alcuni, i quali appena potendo vivere, non avendo paghe, andavano sempre più mancando di numero. Così Manfredi toltisi dattorno i Tedeschi, i quali gli davano maggior sospetto, che i nemici palesi, e tratto tratto acquistando forza in quelle province, ove era egli stato creato Vicario dal Papa, cercava ora opportunità, come potesse discacciarne i costui soldati, che compartiti in più luoghi, infra di loro divisi, credeva con più facilità debellare.
Intanto il Pontefice entrato nel Regno, prima fermossi a Teano per picciola indisposizione, e poi giunse in Capua, ove fu ricevuto con molta pompa e celebrità[32]; e quivi fermatosi, era tutto inteso ad unire sotto il dominio della Sede Appostolica tutte le altre province del Regno di Puglia e di Sicilia, come avea fatto dell'Abruzzo, di Terra di Lavoro, parte della Puglia, e d'alcune altre. Avea egli fatto Legato della Sede Appostolica sopra il Regno il Cardinal di S. Eustachio, suo nipote, al quale avea data tutta la sua autorità e potere per amministrarlo. Questi essendo giovane, e congiunto ad Innocenzio[33], cominciò con alterigia a governarlo, non come Governadore, ma come assoluto padrone, ed obbligava i Conti, i Baroni e tutti gli altri a dargli il giuramento di fedeltà, nullo jure Regis, et Principis salvo (come dice l'Anonimo) ma assolutamente a lui, come Legato della Sede Appostolica, a cui era il Regno devoluto. Per questa cagione pretendeva ancora, che il Principe Manfredi, siccome avean fatto gli altri Baroni, dovesse prestar a lui consimil giuramento di fedeltà.
Allora fu, che Manfredi opportunamente cominciò pian piano a togliersi il velo della simulazione, ed a resistere apertamente al Legato con dirgli, che le convenzioni avute col Pontefice erano state, che si lasciasse in mano della Chiesa il governo del Regno, salve però le sue ragioni e quelle del nipote, ed infino a tanto che il pupillo non sarà fatto pubere, non dovesse mutarsi cos'alcuna dello stato, nel quale era il Regno: per la qual cosa non volle dar il ricercato giuramento, non ostante le moleste dimande del Legato. Non fu però, come dice l'Anonimo, che per tali contese Manfredi non venisse a perdere molto della sua stima presso gli altri Baroni del Regno: poichè questi vedendo, che il Legato niente riguardando alla sua regale stirpe, voleva trattarlo di pari, e nell'istessa guisa che gli altri, cominciarono a perdere quella riverenza ed ossequio, che prima gli portavano.
Per questa cagione avvenne, che avendo Borrello di Anglono ottenuto dal Pontefice Innocenzio, prima che entrasse nel Regno, l'investitura del Contado di Lesina, perchè abbandonasse le parti Regie, e seguitasse quelle della Chiesa, siccome avea fatto con molti altri Baroni, per tirargli al suo partito, pretendeva egli in vigor di tal investitura, che quel Contado a lui appartenesse; ma Manfredi pretendendo giustamente, che essendo quello tra le pertinenze del suo dominio, non dovesse in quello esserne turbato, gli fece prima amichevolmente intendere, che se ne astenesse; anzi di certa altra terra, che teneva, appartenente al Contado di Monte S. Angelo, gli fece sentire, che la godesse pure, ma che almeno ne ricevesse da lui l'investitura, con la ricognizione, e con dargli il solito giuramento della assicurazione, altrimenti, che la lasciasse[34]. Borrello insuperbito per lo favore del Papa, disprezzando l'ambasciata di Manfredi, con molta arroganza gli rispose, ch'egli non era nè per lasciar il Contado, nè per riconoscer lui per quella terra, nè per dargli giuramento alcuno. Manfredi ancorchè acerbamente ricevesse tal risposta, non volendo contendere col disuguale, dissimulò l'ingiuria: ed avendo inteso, che Borrello avea mandata molta gente ad invadere il Contado di Lesina, con aver già occupate due terre di quel Contado, non volle usar la forza, ma ebbe ricorso al Pontefice Innocenzio, ch'era allora a Teano, al quale espose il torto fattogli dal Borrello, che sotto pretesto d'aver avuta da lui la concessione di quel Contado, voleva appropriarselo, quando, come appartenente a quello del Monte S. Angelo, era di suo dominio: pregava perciò il Papa, che vi riparasse, perchè non sortissero inconvenienti maggiori.
Il Pontefice, secondo le solite ambiguità di quella Corte, gli rispose a guisa d'oracolo in tal maniera: Se praefato Burrello nihil de Juribus Principis concessisse[35]. Manfredi ben intese da questa risposta, che l'animo del Pontefice era per favorire Borrello, con tutto ciò premendo sempre, che gli fosse renduta sua ragione, gli fu risposto che, giunto a Capua avrebbe fatto esaminare per termini di giustizia quest'affare.
Intanto s'ebbe notizia, che il Marchese Bertoldo da Puglia erasi incamminato per Capua per inchinarsi al Pontefice, onde Manfredi, per non incontrarsi col medesimo, prese commiato dal Papa per tornarsene; e mentr'era in cammino, ecco che da lungi videsi Borrello, che con molta gente armata era in agguato per assalire ad un luogo angusto il Principe. Dicchè avvedutisi que' della comitiva di Manfredi, gli diedero sopra, e postolo in fuga, rimase in quel rumore ucciso Borrello dalle genti del Principe, niente sapendo Manfredi intanto della sua morte.
Essendo arrivato il Papa a Capua, tosto i suoi emuli variando il fatto, facevano reo di questo delitto Manfredi; ed ancorchè per mezzo del Marchese Bertoldo proccurasse purgarsi col Papa, con dire, che attorto ciò se gl'imputava, nulladimanco, avendo scoverto che il Marchese in vece di difenderlo proccurava la sua prigionia, mandò nella Corte del Papa, ch'era allora in Capua, Gualvano Lancia suo zio per difendersi; ed egli intanto nell'Acerra in casa di quel Conte suo cognato ricovrossi.
Il Papa pretendeva che Manfredi si presentasse avanti di lui per conoscere della di lui inquisizione; Manfredi non ripugnava venire, purchè se gli fosse promessa sicurtà della sua persona; ma Gualvano Lancia, avendo penetrato, che il Papa voleva imprigionarlo, nè voleva dargli sicurtà, ma che si fosse presentato avanti il suo Legato; avvisò a Manfredi, che tosto partisse dall'Acerra, non stando ivi sicuro, e che proccurasse andarsene in Puglia, ove coll'intelligenza dei Saraceni, ch'ivi erano suoi partigiani, proccurasse entrar in Lucera, e quivi afforzarsi[36]. Manfredi avuto quest'avviso partì di notte, e seco portossi due fidati giovani Nobili napoletani, che con se avea, i quali furono Marino Capece, e Corrado suo fratello. Questi furono i suoi fidi compagni, che non l'abbandonaron mai in tutto quel pericoloso e disagevol viaggio.
Passati molti pericoli e disagi, finalmente Manfredi giunse in Lucera, ove coll'ajuto de' suoi Saraceni, che erano dentro, infrante le porte, entrò ivi pien di gloria, e da tutta la città fu acclamato, e gridato per lor Principe e Signore, a' quali esponendo le cagioni per le quali erasi allontanato dalle parti del Pontefice, che non come Governadore, ma come Signore voleva usurpare il Regno al Re pupillo suo nipote, dichiarò, la volontà sua non essere altra, che jura Regis nepotis sui, et sua, et libertatem, bonumque statum Regni, et Civitatis ipsius viriliter manutenere, atque defendere, come scrive l'Anonimo. Per la qual cosa tutti gli prestarono giuramento di fedeltà, e d'omaggio, pro parie Regis, et sua.
Il Marchese Bertoldo, Odone suo fratello ed il Legato del Pontefice, udita la sorpresa di Lucera, tosto uniti insieme s'afforzarono colle loro truppe in Troja per resistergli; ma Manfredi, essendosi indi a poco impadronito di Foggia, avanzava alla giornata di forze, e reso formidabile il suo esercito, dopo varie vicende, ruppe finalmente il Legato e l'esercito Papale, prese Troja, disperse le genti d'Odone e del Marchese Bertoldo; e sopra di esse ottenne rimarchevol vittoria. Allora fu, che Manfredi scrisse a' Baroni del Regno suoi partigiani quella lettera, che si legge presso il Summonte[37], avutala da Pier Vincenti di Brindisi, nella quale minutamente descrivesi questa vittoria, che bisogna averla per vera, siccome per tale l'ebbe Rainaldo ne' suoi Annali: giacchè è conforme a quel, che di tal vittoria diffusamente ne scrisse l'Anonimo.
§. I. Innocenzio abbandona il Re d'Inghilterra, ed invita il fratello del Re di Francia alla conquista del Regno: se ne muore in Napoli, e svaniscono i suoi disegni.
Innocenzio sin dal mese di giugno dell'anno 1253 erasi colla sua Corte portato in Napoli, dove sentendo i progressi di Manfredi fatti in Puglia, temè non finalmente dovesse discacciarlo da tutte l'altre province del Regno, ch'erano nell'ubbidienza della Chiesa: e vedendo essere inutile ricorrere in Inghilterra, avendo avuta contezza in quel tempo che fu in Francia del valore e prudenza di Carlo d'Angiò Conte della Provenza, fratello del S. Re Lodovico di Francia, spedì a quello Maestro Alberto da Parma suo Cappellano e Segretario, per trattare la sua venuta in Regno, offerendogliene l'investitura. Ma per trovarsi il Re Luigi in Oriente implicato nella guerra Sagra, non potendo dargli ajuto, non potè niente conchiudersi: rimase non perciò Alberto in Francia, e trattò quest'affare sotto i Pontefici successori d'Innocenzio per quattordici anni a fin di ridurre il trattato ad effetto, siccome sotto il Pontificato d'Urbano IV fu ridotto[38].
Vi è anche chi scrisse che, infermatosi Innocenzio in Napoli, avendo intesa la novella della vittoria ottenuta da Manfredi, se ne morisse di cordoglio a' 7 o, come altri rapportano, a' 13 dicembre di quest'anno 1254[39]. Giace sepolto questo Pontefice nel Duomo di Napoli, ove ancor oggi s'addita il suo tumulo. Pontefice, che potè darsi questo vanto, d'essere stato il primo, che unisse alle pretensioni, che han tenuto sempre i Pontefici romani sopra questo Reame, l'attual possesso di quello. Tutte le spedizioni degli altri Pontefici per conquistarlo furono, o infelicemente terminate o appena mosse dissipate e spente; d'Innocenzio IV può solamente dirsi che per più mesi ne avesse avuto il corporal possesso, e che per altri tanti lo tramandasse al suo successore Alessandro IV. Perciò si leggono di lui tante investiture concedute a molti nostri Baroni, delle quali si è fatta memoria. Pontefice ancor egli intendentissimo di ragion civile, e che ornò la nostra giurisprudenza di molti trattati e volumi.
Fioriva in Italia in questi anni l'Accademia di Bologna sopra tutte le altre; dove Innocenzio essendo giovane apprese la disciplina legale, e nelle leggi civili ebbe per Maestri Azone, Accursio e Jacopo Balduino; siccome nel jus canonico Lorenzo Spagnuolo, Giovanni Teutonico, Jacopo d'Albasio ed Uguccione, principali Dottori di quella età; onde ne divenne un dei più perfetti legisti del suo tempo[40]. E volendo emulare Innocenzio III pur famoso Giureconsulto de' suoi tempi, in mezzo alle cure di quel turbolento ed inquieto Pontificato, non tralasciò questi studj, perchè stando in Lione, scrisse sopra i cinque libri de' Decretali gli Apparati, di che tanto i Canonisti si servono: fondando il principio sopra l'autorità d'Ezechiel profeta: della qual Opera scrivendo S. Antonino dice, ch'ella è di maggior autorità, che la lezione di ciascun libro degli altri Dottori, onde ne venne chiamato padre e monarca delle divine ed umane leggi.
Scrisse le Costituzioni, che fece nel Concilio di Lione, parte delle quali s'hanno nel Sesto libro dei Decretali. Compose un libro, che Ostiense nella sua Somma chiama Autentiche. Ed un altro intitolato Apologetico, contro a Pietro delle Vigne, intorno alla giurisdizione dell'Imperio ed autorità del Papa; e compose anco i Commentarj del vecchio e del nuovo Testamento.
Ebbe in molto pregio gli uomini virtuosi, e letterati, fra' quali Alessandro d'Ales di nazione inglese, ch'essendo già vecchio prese l'abito de' Frati Minori; dal quale fece comporre la Somma della Teologia, ed altre grandi opere, onde ebbe il cognome di Dottore Irrefragabile. Spinse Bernardo da Parma, ed il Compostellano, ch'erano suoi Cappellani, perchè scrivessero sopra il Decretale, e componessero altre opere.
Amava molto le religioni, e fra le altre quella di S. Benedetto, e le due di S. Domenico, e di S. Francesco, le quali a guisa di novelle piante allora fiorivano. Riformò la Regola a' Frati Carmelitani, dandone la cura al Cardinal Ugo. Ordinò, che tutti i Romiti viventi senza Regola, e particolarmente quelli ch'erano per la Toscana, ed anche molti Religiosi di S. Agostino, uniti sotto un Generale, si chiamassero Eremitani. Rinovò in Francia, ed anche in Italia la Religione de' Cruciferi, ch'era quasi spenta; tal che in Italia si rifecero alcuni Monasteri di nuovo, ed in Napoli particolarmente ebbero poi quello di S. Maria delle Vergini fuori della Porta di S. Gennaro, dato loro dalla famiglia Carmignana, e da' Vespoli. Concesse a' Cavalieri de' SS. Maurizio e Lazaro autorità d'eleggere il Gran Maestro nella religion loro; e concesse a' Canonici dell'Arcivescovado di Napoli l'uso della Mitra bianca, quando l'Arcivescovo celebra; ed al Clero le franchigie, che insino ad oggi gode per tutto il Regno.
CAPITOLO IV. Spedizione d'Alessandro IV sopra il regno, e nuovi inviti fatti da lui al Conte di Provenza, ed al Re d'Inghilterra.
Il Legato appostolico intimorito per la vittoria ottenuta da Manfredi, abbandonando la Puglia, fece ritorno coll'esercito papale in Terra di Lavoro, incamminandosi verso Napoli, e per istrada incontrossi col Marchese Bertoldo, e continuarono uniti il cammino insino a Napoli, ove giunti trovarono, che pochi giorni prima Innocenzio era già morto[41]. Quando i Cardinali, e tutti que' della Corte videro il Legato, ed il Marchese Bertoldo, ed intesero la ruina de' loro eserciti, furono presi di tanto timore, che volevan tosto partire da Napoli, e ritirarsi in Campagna di Roma; ma confortati dal Marchese, che non partissero, si stettero; ed all'elezione del nuovo Pontefice furono tutti rivolti. Non mancano Scrittori[42], che dicono esservi stato gran contrasto fra' Cardinali per questi elezione, e che perciò la Sede fosse vacata un anno. Ma l'Anonimo, il Collenuccio, Pansa ed altri[43], rapportano, che i Cardinali temendo non il differire l'elezione fosse cagione di maggior lor danno, tosto in Napoli uniti, di concorde volere eressero Rainaldo d'Anagni della famiglia Conti nipote di Gregorio IX che fu chiamato Alessandro IV, il quale nel Duomo di Napoli fu consecrato, ed incoronato, ed in questa città siccome pruova il Chioccarelli[44], vi si trattenne per un'anno.
Intanto il Principe Manfredi, reso più animoso per la morte d'Innocenzio, ridusse sotto la sua ubbidienza quasi tutte le altre città della Puglia, che aveano alzate le bandiere della Chiesa. Si sottopose a lui Barletta, da poi Venosa e finalmente Acerenza, dove Giovanni Moro fu da' Saraceni crudelmente fatto morire. Prende Rapolla; indi si resero Trani, Bari, ed in breve tutta la Puglia, toltone alcune città di Terra d'Otranto, che ancora si mantenevano sotto l'ubbidienza della Chiesa.
Il Pontefice Alessandro IV atterrito nel principio del suo Pontificato di questi progressi del Principe, spinse Tommaso Conte dell'Acerra cognato del Principe, e Riccardo Filangerio, che andassero a trovar Manfredi; i quali vennero in Puglia, spinti anche, come si diceva, da alcuni Cardinali, per insinuargli, che non mancasse mandare i suoi Ambasciadori a rallegrarsi col nuovo Pontefice della sua esaltazione a quella Cattedra, portando ammirazione, che ciò, che tutti gli altri Principi del Mondo facevano, non volesse far egli[45]. Manfredi dubitando, siccome altra volta era accaduto, che questa sua Legazione al nuovo Pontefice non fosse interpretata per sua debolezza, e pusillanimità, loro rispose, ch'egli non avrebbe mandati altri Ambasciadori al nuovo Pontefice, se non per trattar la pace con tali condizioni: Ut Regnum in dominio, et possessione Regis Conradi II nepotis sui, sub baliatu Principis remaneret. Compositio autem super eo tantum esset, ut census pro ipso Regno Romanae Ecclesiae augeretur.
(Questo trattato fu conchiuso da Alessandro, il quale nell'anno 1255, dimorando ancora in Napoli, quivi spedì la Bolla dell'investitura ad Edmondo, che vien rapportata da Lunig[46]).
Quando il Pontefice intese nel ritorno del Conte e di Riccardo, che Manfredi non era niente disposto a mandargli i Legati, nè a lasciare il Regno nelle mani della Chiesa, cominciò, seguitando le pedate del suo predecessore, a mostrarsegli più inimico degli altri. Fece in prima ripigliar il trattato da Maestro Alberto da Parma con Carlo Conte di Provenza, dal quale avuti riscontri, che Carlo non si trovava disposto per l'impresa del Regno, si voltò ad Errico Re d'Inghilterra, rinovando il trattato, che il suo predecessore Innocenzio avea cominciato col medesimo, offerendogli di nuovo l'investitura del Regno per Edmondo suo figliuolo, purchè venisse tosto a discacciarne Manfredi; e notasi negli Atti di quel Regno, che Papa Alessandro si riscaldò tanto per quest'impresa, che commutò il voto, che avean fatto il Re d'Inghilterra, i Re di Norvegia, ed altri, d'andare in Terra Santa, nell'andare a conquistar la Sicilia, e il Regno di Puglia in favor della Chiesa.
Mandò ancora un Vescovo in Puglia a citar Manfredi da sua parte: Ut in festo Purificationis Beatae Mariae proxime futuro ad Curiam Romanam accederet, responsurus de interfectione Burrelli de Anglono, et de injuria, quam Apostolicae Sedi intulerat, expellendo Legatum, et exercitum Ecclesiae de Apulia[47]. A questa citazione rispose Manfredi per sua lettera diretta al Pontefice, purgandosi di ciò, che se gl'imputava della morte di Borrello, e che per quello, che toccava d'aver discacciato il Legato, e l'esercito della Chiesa da Puglia, non avea fatta niuna ingiuria alla Chiesa romana, defendendo con ciò la giustizia del suo nipote, e sua.
Durando Manfredi in tal proponimento di non mandar suoi Ambasciadori al Papa, venne da lui Maestro Giordano da Terracina Notajo della Sede Appostolica già benevolo di Manfredi, il quale mostrando dispiacere di queste contese, consigliò il Principe, che in tutte le maniere mandasse al Papa i suoi Legati, perchè da questa missione non altro, che sommo onore e comodo n'avrebbe ritratto: finalmente Manfredi mosso dal consiglio di costui, destinò due Legati al Pontefice, dandogli potere per trattar la pace, i quali furono Gervasio di Martina, e Goffredo di Cosenza suoi Secretarj[48].
Giunti costoro in Napoli, ove risedeva allora la Corte del Papa, cominciarono a trattar con alcuni Cardinali deputati per questo effetto la pace; ed incontrandosi delle difficoltà e de' dubbj, i quali non potevano superarsi, se non si trattasse a dirittura col Principe, i Legati persuadevano il Papa, che mandasse un Cardinale in Puglia a trattar con Manfredi, perchè in cotal maniera era molto facile, che la concordia seguisse. Ma i Cardinali gonfi per la loro dignità, e grandezza, la quale di fresco era stata da Innocenzio cotanto innalzata, dicevano id non convenire Sedis honori, ut Cardinales hoc modo mittantur[49]. Per la qual cosa lungamente essendosi contrastato su questo punto, non poterono gli Ambasciadori del Principe in conto veruno indurre quelli della Corte a mandar un Cardinale a Manfredi.
Il Principe intanto, vedendo che si portava in lungo il trattato, non volle perder tempo di reintegrare al suo Contado d'Andria, ciò che con ragione speziale se gli apparteneva; e perciò restituì a quello la Guardia Lombarda, ch'era delle pertinenze di quel Contado, e che ancora era rimasa in potere delle genti Papali. Si mostrarono i Cardinali, avuta tal notizia, offesi per tal novità, e ch'era volergli deludere e rompere con ciò ogni trattato. I Legati del Principe rispondevano, che ciò non era violar i trattati, perchè Manfredi, ciò che avea fatto, avealo fatto come Conte di Andria, non già come Balio; non avendo fatto altro, che reintegrare al suo Stato quella Terra, la quale, come narra l'Anonimo, erat de speciali jure ipsius Principis, e che ciò non dovea dispiacere al Pontefice.
Ma ancorchè i Cardinali sotto questo pretesto mostrassero le loro doglianze, non era però per altro la loro dispiacenza, se non perchè vedendo approssimarsi tanto Manfredi col suo esercito, temevano che finalmente non s'incamminasse verso Napoli: ed in fatti erano entrati perciò in tanta costernazione, che il Pontefice con tutta la sua Corte pensavano imbarcarsi, ed uscire da quella città; per la qual cosa avvertirono gli Ambasciadori del Principe, a dovergli fare intendere, che se veramente egli voleva la pace colla Chiesa, partisse col suo esercito dalla Guardia Lombarda, e ritornasse in Puglia.
Gli Ambasciadori, accortisi del lor timore, gli promisero di voler scrivere a Manfredi, che ritornasse in Puglia, come fecero; ma nell'istesso tempo in secreto gli significarono, che se egli s'incamminava verso Napoli, per la paura entrata nelle genti del Papa, con facilità l'avrebbe disfatte, e si sarebbe impadronito di Terra di Lavoro. Manfredi avuta tal notizia, era disposto, ancorchè impedito dalle tante nevi cadute di passare in Terra di Lavoro: ma lo ritenne l'avviso importuno in quell'istante sopraggiuntogli d'una sollevazione scoverta in Terra d'Otranto di coloro di Brindisi, i quali essendosi sollevati, aveano sorpresa Nardò, e fatta molta strage di que' Cittadini e di soldati, ch'erano comandati da Manfredi Lancia, che il Principe suo consanguineo avea creato Capitano in Terra d'Otranto; laonde convenne a Manfredi rivocar il suo proponimento, e volle incamminarsi verso Brindisi, come fece, lasciando la Guardia, e venne con ciò a soddisfare alla volontà del Pontefice.
I Cardinali, veduto lui allontanato, ed implicato a questa nuova impresa in Terra d'Otranto, si raffreddarono per la pace, nè per ciò i Legati di Manfredi poterono conchiuder niente; anzi il Papa creò allora un'altro Legato della Sede Appostolica per lo Regno, che fu Ottaviano di Santa Maria in Via Lata, Diacono Cardinale, il quale appena fu fatto, che subito cominciò ad unire gente, per formar un competente esercito da opporsi a Manfredi: di che avvedutisi i suoi Legati, tosto partirono da Napoli, e andarono a ritrovar il Principe, il quale già era per incamminarsi verso Brindisi, e gli esposero ciò che il Papa per mezzo del nuovo Legato intendeva di fare, e di essersi rotto ogni trattato.
Manfredi, perciò non intimorito, volle proseguire l'impresa; e cinse d'assedio Brindisi capo della ribellione, alla qual città eransi unite molte altre di Terra d'Otranto come Oria, Otranto, Lecce e Mesagna, e devastando il terreno d'intorno, abbattè e demolì Mesagna, fece ritornar Lecce sotto la sua ubbidienza, ed all'assedio d'Oria tutto si rivolse.
Or mentre questo Principe era tutto inteso a sedare queste rivolte, altre nuove revoluzioni lo chiamarono in altre più rimote parti, in Sicilia ed in Calabria.
Era a questi tempi il governo di queste Regioni commesso ad un solo Moderatore, il qual era, come si disse, Pietro Ruffo di Calabria Conte di Catanzaro. Questi essendo di fortuna assai povera, fu a' tempi dell'Imperador Federico ammesso nella sua Corte[50]; indi tratto tratto crescendo nella grazia di Federico, fu fatto suo intimo Consigliero, e finalmente Maresciallo del Regno di Sicilia. Morto Federico, fu da Manfredi dato per Balio ad Errico, perchè governasse la Calabria e la Sicilia in suo nome. Fu da poi da Corrado fatto Conte di Catanzaro, e confermato nel governo di quelle province; ma morto Corrado, mal sofferendo il Baliato di Manfredi, diede di se gravi sospetti d'essersi confederato col Pontefice Innocenzio IV a' danni del Re Corradino; e mostrò sempre avversione con Manfredi, ed ora più che mai, che lo vedeva potente in Puglia, gli avea sconvolta la Sicilia non meno che la Calabria per mezzo di Giordano Ruffo suo nipote. Questi essendosi con molta gente afforzato in Cosenza, teneva sotto la sua divozione tutta la provincia di Val di Crati, e Terra Jordana, in guisa che il nome del Principe Manfredi, non solo non era temuto, ma avuto in niun conto; anzi erasi scoverto un trattato, che passava con molta secretezza tra lui ed il Pontefice Alessandro, di darsi la Calabria in mano della Chiesa, e già andavano, e ritornavano messi per compire il trattato[51].
Manfredi avvisato di queste insidie da alcuni Cosentini, e da Gervasio di Martina, tosto mandò sue truppe in Calabria, e ne fece Capitano Corrado Truich, al quale insieme col suddetto Gervasio impose, che guardasse quella provincia. Furono da questi valorosi guerrieri dopo varj successi, descritti diffusamente dall'Anonimo, finalmente poste quelle province sotto l'ubbidienza del Re Corrado; ed avendo l'esercito di Manfredi soggiogata quasi tutta la Calabria, fu anche espugnata Messina; e Reggio tosto si pose sotto l'ubbidienza del Principe, il quale intanto mentre per suoi Ministri guerreggiava in Calabria e in Sicilia, non tralasciò l'assedio d'Oria, e di ridurre le città di Terra d'Otranto ribellanti alla sua divozione.
Ma mentre Manfredi era intento all'assedio d'Oria, e teneva le sue forze divise in varie parti di Calabria e di Sicilia, Ottaviano Legato della Sede Appostolica avea già ragunato un grand'esercito per invadere la Puglia; ed era il numero delle truppe, che lo componevano, sì grande, che obbligarono Manfredi abbandonare quell'assedio, e portarsi in Melfi, per resistere a quel torrente, che veniva ad inondarlo. Unì per tanto il Principe, come potè meglio, i suoi Tedeschi e Saraceni: ed ancorchè il suo esercito di numero cedesse a quello del Legato; nulladimeno per lo valore de' suoi soldati, con intrepidezza mirabile se gli fece incontro, invitandolo a battaglia. Ma l'esercito papale, alla cui testa era il Legato, non volle mai accettar l'invito, e sol fronteggiava quello del Principe, non venendosi per più tempo a niun fatto d'arme.
Intanto sotto la condotta dell'Arciprete di Padova, che il Legato avea fatto suo Vicario, erasi ragunato un altro esercito per l'impresa di Calabria; poichè Pietro Ruffo scacciato da Messina, e fuggitivo da Calabria era ricorso al Pontefice Alessandro, animandolo all'impresa di Calabria. S'aggiunsero ancora gli acuti stimoli di Bartolommeo Pignatelli, creato allora dal Papa Arcivescovo di Cosenza, il quale per l'odio implacabile, che teneva con Manfredi, fu dal Pontefice Alessandro riputato istromento abilissimo per poterlo impiegare insieme con Pietro Ruffo a quella impresa. Accoppiossi ancora a costoro Bertoldo Marchese di Honebruch, al quale Alessandro, per maggiormente adescarlo, avea conceduta l'investitura del Contado di Catanzaro, tolto da Manfredi a Pietro Ruffo[52].
Or mentre questi erano per incamminarsi in Calabria, fu dal Legato richiamato indietro l'Arciprete, per dover colle sue truppe accrescere l'esercito, che fronteggiava con quello di Manfredi; e s'avviarono l'Arcivescovo di Cosenza, e Pietro Ruffo in Cosenza, ove giunti, avendo prima sparse molte finte novelle, per atterrire que' Popoli, finalmente gli richiesero, che si rendessero al Papa. Ma stando alla difesa di que' confini Gervasio di Martina, fece loro valida resistenza; e poichè, per la mancanza delle genti dell'Arciprete, l'esercito dell'Arcivescovo era molto estenuato, questo Prelato per accrescere il numero, tenendone facoltà dal Papa, cominciò a crocesignare quanti Calabresi potè avere per que' contorni, togliendogli dalla zappa, dall'aratro e dal remo, i quali correvano in folla a farsi crocesignare; poichè l'Arcivescovo avea pubblicata la Crociata contro Manfredi, con remissione di tutti i loro peccati, e indulgenze così plenarie, come se pigliassero la Croce contro Infedeli per discacciargli da Terra Santa, e dal Sepolcro di Cristo[53]. Si crocesignarono perciò da duemila Calabresi, che uniti colle genti dell'Arcivescovo, ancorchè mal in arnese d'armi e cavalli, nulladimanco come se andassero a prender il martirio per la Fede, mostrarono intrepidezza tale che stimolavano l'Arcivescovo a dover in tutti i modi uscire e combattere l'esercito contrario. Ma Gervasio di Martina disprezzando le loro forze, dopo varie vicende descritte minutamente dall'Anonimo, alla perfine gli pose in fuga, gli dissipò tutti, e costrinse l'Arcivescovo e Pietro Ruffo a scappar via, il quale ricovratosi in Lipari, tornò poi in Terra di Lavoro nella Corte del Papa. Questi avvenimenti stabilirono le Calabrie saldamente nella fede del Principe Manfredi, e tutte pacate sotto la sua ubbidienza tornarono.
Intanto questo Principe campeggiava col suo esercito in Puglia presso Guardia Lombarda a fronte dell'esercito del Legato, il quale non volendo venir mai a battaglia, stavasi a vista di quello di Manfredi osservando l'uno gli andamenti, ed i moti dell'altro.
Ma mentre questi eserciti erano in cotal stato, ecco che giunse in Puglia a Manfredi un Maresciallo del Duca di Baviera zio del fanciullo Re Corrado mandato dalla Regina Elisabetta madre del Re, e dal Duca istesso, per trattare con Manfredi, e colla Corte romana di questi interessi, ch'erano proprii di quel Principe[54].
Subito che il Legato ed il Marchese Bertoldo seppero l'arrivo del Maresciallo, e la cagione per la quale era stato inviato, mandarono al Principe Manfredi a cercargli una tregua e sospension d'arme, affine di potersi trattar la pace tra il Papa Alessandro ed il Re Corrado per mezzo del Maresciallo; Manfredi glie la accordò; ed essendosi per molti Nobili e Baroni dell'una parte e l'altra giurata la tregua per insino che durasse il trattato, e per cinque dì da poi, nel caso niente si conchiudesse: il Legato, niente rispondendo circa la dilazione di cinque giorni, diede di se sospetto, non volesse ingannarlo, siccome l'evento dimostrò; poichè essendosi Manfredi (fermata che fu la tregua) allontanato col suo esercito da quel luogo, e scorrendo per le marine di Bari, il Legato, contro i patti della tregua, entrò col suo esercito in Capitanata, e sorprese Foggia; pose in costernazione tutte le altre città di questa provincia; e la città di S. Angelo posta nel sopracciglio del Monte Gargano, all'arrivo dell'esercito papale in Foggia, si ribellò contro il Principe. Manfredi, ch'era a Trani, pien di stupore per la violata fede del Legato[55], non credè in prima la sorpresa di Foggia; ma accertato da poi di sì grave attentato, tutto pien d'ira velocemente passò col suo esercito a Barletta, ed avendola mantenuta in fede, ritornò in Lucera; indi passò al Gargano, ove presa per assalto quella città ribellante, la ridusse alla sua ubbidienza; e ristorato il suo esercito, si appressa a Foggia, ove assedia l'esercito papale, ch'erasi ritirato in quella città. Intanto il Marchese Bertoldo era accorso colle sue truppe in ajuto del Legato: Manfredi lo prevenne, e datagli una fiera rotta, lo pone in fuga, e prende tutto il suo bagaglio.
Il Legato si chiude in Foggia col suo esercito; e Manfredi cinge la città di stretto assedio, e vi cagiona una penuria grandissima di viveri, tanto che si dava un cavallo per una gallina, e sopra questi mali vi s'aggiunse altro peggiore d'una infermità così grave, che ne perivano molti del suo esercito, e l'istesso Legato cadde anch'egli infermo[56].
Vedutosi perciò in quest'angustie, conoscendo, che non poteva più resistere alla fortuna e valore del Principe, per non veder perire tutte le sue genti angustiate con quel stretto assedio, mandò suoi Messi a Manfredi pregandolo della pace. Non fu il Principe renitente ad abbracciarla; onde dopo varj trattati infra di loro avuti, fu la pace conchiusa con queste condizioni[57].
Che il Principe tenesse il Regno per se e per parte del Re Corrado suo nipote, eccetto Terra di Lavoro: che questa provincia dovesse tenersi dalla Chiesa: che se Papa Alessandro non volesse forse accettar questa concordia e transazione, fosse lecito al Principe ricuperare tutta quella Terra, ch'appartiene al suo dominio.
Fermata che fu dal Principe e dal Legato questa pace, fu da costui Manfredi instantemente pregato, che volesse ad imitazione del nostro buon Redentore perdonare a que' gentiluomini del Regno, che nel tempo dell'Imperador Federico suo padre erano stati esiliati dal Regno, e che allora erano col Legato. Manfredi, ancorchè questo non fosse compreso ne' capitoli della pace, nulladimanco usando della sua clemenza concedè a tutti il perdono, e non solamente lor diede la sua grazia, ma restituì loro tutte le Terre, che in pena della fellonia loro erano state giustamente tolte, con che però nell'avvenire colla loro fedeltà ed onore cancellassero le passate offese.
Nè volle, che da questa grazia fosse eccettuato il Marchese Bertoldo, co' suoi fratelli, ma con ampio perdono gli ammise nuovamente nella sua familiarità, permettendo, che potessero ritenere i loro Stati, dei quali per le loro colpe avrebbono meritato esserne perpetuamente privi.
Conchiusa in cotal maniera questa pace, l'esercito papale col Legato partì da Foggia, ed andò in Terra di Lavoro; e Manfredi avendo perciò tolto l'assedio da quella città, andò a divertirsi alla caccia in quelle vicine pianure; ma nell'istesso tempo del riposo, non trascurò mandare suoi Ambasciadori al Papa a chiedergli l'accettazione di quanto erasi col Legato concordato[58]; altrimente rifiutando l'accordo, in esecuzion di quello avrebbe proccurato ridurre sotto la sua ubbidienza Terra di Lavoro.
Ma ecco come tosto svanirono questi concordati; poichè giunti gli Ambasciadori del Principe in Napoli, trovarono nella Corte del Papa il Conte Guaserbuch, il quale scoprì loro una congiura, che coll'intelligenza di quella Corte, il Marchese Bertoldo, e suoi fratelli con alcuni Nobili del Regno tramavano contro la persona di Manfredi, al quale bisognava tosto avvisarla, perchè se ne guardasse. S'avvidero ancora, che il Papa Alessandro a tutto altro era inchinato, che a confermar l'accordo avuto col suo Legato; onde tosto dell'uno e dell'altro ne avvertirono Manfredi.
Il Principe sorpreso da tal notizia, ricercati altri indizj di tal congiura, s'avvide, che era vero ciò che gli aveano avvisato i suoi Ambasciadori; onde fece tosto imprigionare il Marchese e' suoi fratelli. Ed essendo ritornati dalla Corte del Papa gli Ambasciadori senza conchiuder niente, stante la ripugnanza d'Alessandro ad accettare la preceduta concordia: per riparare a' mali gravissimi, che se gli minacciavano, intimò una general Corte a tutti i Conti e Baroni del Regno da tenersi in Barletta in febbrajo nel dì della Purificazione del seguente anno 1256. Ed intanto perchè dal suo canto niente da far rimanesse, per togliere ogni scusa, tornò a mandare nuovi Ambasciadori al Pontefice a ricercarlo di nuovo, se volesse confermar la concordia, ma Alessandro espressamente negando di fermarla, ne rimandò i Legati.
Allora fu, che Manfredi nel stabilito tempo convocò in Barletta il general Parlamento, nel quale in presenza di tutti i Conti e Baroni del Regno furono varj, e gravi affari risoluti.
Fu privato per sentenza de' medesimi Pietro di Calabria, tanto dell'onore del Contado di Catanzaro, quanto dell'Ufficio della Marescialleria regia del Regno di Sicilia, per la sua fellonìa.
Fu creato Conte del Principato di Salerno Gualvano Lancia zio del Principe, al quale fu anche conceduto l'Ufficio di Gran Maresciallo del Regno di Sicilia, di cui era stato Pietro spogliato.
Nell'istesso Parlamento, il fratello di Gualvano zio parimente di Manfredi fu fatto Conte di Squillaci; ed ad Errico da Spernaria fu conceduto il Contado di Marsico[59].
Fu parimente in questa general Corte agitata e discussa la causa del Marchese Bertoldo e de' suoi fratelli, i quali convinti della congiura macchinata contro il Principe, con concorde voto de' Conti e de' Baroni del Regno, furono con lor sentenza condennati a morte. Ma Manfredi volendo usar loro clemenza, commutò la pena in carcere perpetua, ove miseramente finirono la loro vita.
Disbrigato che fu il Principe Manfredi da questa Corte, ove diede molti provedimenti politici per la quiete del Regno, fu poi tutto rivolto all'impresa di Terra di Lavoro, ed a spegnere affatto dalla Calabria, e più dalla Sicilia la fazione del Papa, il quale in quell'isola ancor vi teneva Frate Rufino dell'Ordine de' Minori per Legato della Sede Appostolica, il quale poneva in isconvolgimenti continui quell'isola avendosi resi molti Siciliani benevoli, i quali scossa la fede regia, ubbidivano a lui, come a Signore dell'isola in nome della Chiesa romana. A riparar questi mali creò Manfredi per suo general Vicario di Calabria e di Sicilia Federico Lanzia suo zio, il quale con mirabile destrezza e gran valore ripose le città di Calabria fluttuanti interamente in pace e quiete, e sotto l'ubbidienza del Re, e dando animo all'esercito regio, ch'era in Palermo, fece sì, che il Legato Rufino, e' suoi seguaci fossero fatti tutti prigioni, e fosse restituita Palermo, e tutti que' luoghi all'ubbidienza del Re; e passato poi in Messina ridusse parimente quella città alla fede regia.
Intanto il Principe Manfredi avendo intimata la guerra al Papa, che allontanatosi dal Regno, avea prima in Anagni, e poi in Viterbo trasferita la sua Corte, s'accinse all'impresa di Terra di Lavoro, per restituirla sotto il suo dominio. Spiegò li suoi stendardi, e con potente esercito entrò ne' confini di Terra di Lavoro, e verso Napoli incamminossi. Fu veramente cosa maravigliosa, come notò il Costanzo[60], che la città di Napoli, la quale pochi anni prima avea tanto ostinatamente chiuse le porte e negata l'ubbidienza a Corrado, ora, mandasse fuori messi a Manfredi, mentre era ancor lontano, a spontaneamente offerirsegli[61]. Nè si crede che ne fosse stata altra cosa cagione, che le poche forze e vigore del Papa, e la fresca memoria, che sotto la speranza di Papa Innocenzio IV erano stati saccheggiati, e miseramente disfatti. Nè vi è dubbio, che vi cooperarono molto le promesse di Manfredi, il quale mandò a dire a molti gentiluomini suoi conoscenti, quanto gli uomini valorosi poteano sperare maggior esaltazione da lui, che dal governo de' Preti; il che si potea vedere per esempio di molti di Puglia e di Calabria e d'altre province, ch'egli con somma liberalità e munificenza avea esaltati con ordine di cavalleria, e con altre dignità e preminenze. In fatti i Napoletani riceverono con gran festa e giubilo Manfredi nella lor città; il quale, perchè l'effetto fosse conforme alle promesse, entrato che vi fu, fece tutto il contrario di quel, che avea fatto Corrado, rinovando a sue spese gli edificj pubblici, assecurando tutti coloro, che a tempo di Corrado ed a tempo suo s'erano mostrati inimici della Casa di Svevia, ed onorando molti Nobili, con pigliargli, secondo l'età e la virtù, o per Consiglieri, o per Cortegiani appresso la sua persona[62].
L'esempio di Napoli mosse anche i Capuani di rendergli parimente la loro città, ed il simile fecero tutte l'altre città convicine. Solo Aversa per la fazione, che v'aveano le genti del Papa, fece alquanto resistenza; ma finalmente bisognò, che cedesse alla forza di Manfredi, ed in breve tutta la provincia di Terra di Lavoro si sottopose alla sua ubbidienza. Ridotta questa provincia, passò in Capitanata, ed indi in Brindisi per reprimere la sedizione, che l'Arcivescovo di quella città aveagli fomentata: la ridusse in sua fede, ed imprigionò l'Arcivescovo. Ariano e l'Aquila, che furono l'ultime e le più ostinate a mantenersi in ribellione, furono da lui arse e distrutte.
Così avendo questo Principe restituito con tanto valore al suo dominio tutto il Regno di Puglia, si dispose di passare in Sicilia per maggiormente stabilirla nella fede regia, e purgare quell'isola d'ogni vestigio, che mai vi rimanesse della fazion contraria. Navigò lo stretto, ed in Messina giunto, fecevi dimora per pochi giorni, ed indi passò a Palermo regia Sede degli antichi Re di Sicilia.
Intanto il Pontefice Alessandro, non potendo per se solo rintuzzare le forze di Manfredi, rinovò in quest'anno 1257 le pratiche in Inghilterra, per ridurre quel Re ad accettar l'investitura del Regno offertagli per Edmondo suo figliuolo; e narra Matteo Paris, che Errico vi condescese; ma perchè le forze non erano pari all'impresa, il Re desiderava, che gl'Inglesi gli dessero validi ajuti: per la qual cosa fece egli unire un Parlamento, e fecevi in quello comparire Edmondo vestito alla Pugliese, per maggiormente spingergli a soccorrerlo, acciocchè il Regno offertogli, per cagion loro non si perdesse[63]; ma gl'Inglesi niente conchiusero, e come diremo, nell'anno 1259 il trattato rimase affatto estinto; e Manfredi per vano rumore, essere Corradino morto, fattosi incoronare a Palermo, si stabilì nel Trono di Sicilia: ciò che bisogna rapportare nel seguente libro di quest'istoria.
(Si leggono presso Lunig[64] due Brevi d'Alessandro IV uno scritto ad Errico Re d'Inghilterra padre d'Edmondo, ed un altro al Vescovo di Erford, perchè in vigor dell'investitura si sollecitassero per questa spedizione, e mandassero gente e 'l denaro promesso per discacciar Manfredi del Regno).
FINE DEL LIBRO DECIMOTTAVO.
STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI
LIBRO DECIMONONO
Mentre Manfredi era in Palermo, giunse quivi novella, che il Re Corradino fosse morto in Alemagna; ma in questo passo d'istoria gli Scrittori, secondo le fazioni contrarie, non convengono. I Guelfi, come Giovanni Villani Fiorentino, e gli altri Italiani di quel partito narrano, che Manfredi per eseguire il suo scellerato pensiero, che lungo tempo sotto contrario manto nascondeva d'usurpar il Regno al Re suo nipote, avendo tentato invano di farlo avvelenare, avesse ordinato alcuni falsi messi, che gli portassero nuova di Germania, prima dell'infermità, e poi della morte di Corradino, e che questo rumore sparso in Palermo, ed in tutte le città del Regno, fosse stato tutto per sua astuzia ed inganno; e che perciò, per maggiormente farlo credere, con dissimulazione grandissima di dolore inviò a' Baroni e Sindici delle terre dell'uno e l'altro Regno cotal avviso, pubblicando per vera la morte di Corradino, e che avendo in Palermo fatto celebrare con pompa reale, e con dimostrazione di grandissimo lutto i funerali per la finta morte di quel Principe, avesse egli in presenza di tutti i Conti, Baroni e Prelati ivi concorsi, fatta una gravissima orazione, colla quale connumerando i beneficj de' Principi Normanni, e degli Imperadori Svevi suoi progenitori verso l'uno e l'altro Regno, e l'opere fatte da lui a tempo di Corradino, e nell'infanzia di Corradino suo figliuolo, pregò tutti, che poichè la fortuna in sì poco spazio, mostrandosi nemica al sangue loro, avea mandato sotterra sì grande Imperadore, com'era stato Federico suo padre, con tanta numerosa progenie, non volessero fraudar lui di quella successione, che la volontà di Dio, e quella di suo padre dichiarata nel di lui testamento, l'avea destinata, avendolo lasciato vivo per sua misericordia, dopo la morte di tanti altri Regali. Ed aggiungendo poi la poca speranza, o il poco timore, che s'avea da tenere de' Pontefici romani, per essere il di lor governo breve e mutabile, nel quale la morte d'uno guasta quanto è fatto in molti anni di vita, e lascia al successore necessità di cominciare ogni cosa da capo: vogliono, che queste cose dette da lui con somma grazia e con mirabil arte, fossero state di tanta efficacia e vigore, che fu immantenente da tutti salutato per loro Re e Signore.
Dall'altra parte l'Anonimo, ancorchè Scrittor contemporaneo, ma tutto Ghibellino, e coloro che lo seguirono, narrano, che niente Manfredi usasse di simil inganni ed astuzie; ma che sparsosi nel Regno cotal rumore della morte di Corradino, quasi tutti i Conti, e gli altri Magnati del Regno, i Prelati ancora delle Chiese s'avviarono immantenente in Sicilia a trovar Manfredi, siccome fecero tutte le altre città dell'uno e l'altro Regno, con mandar i loro Sindici, e messi in Palermo: dove insieme uniti, di concorde volere tutti lo richiesero, che avendo egli sinora con tanta prudenza governato il Regno per parte sua, e di Corradino suo nipote, essendo questi mancato, dovesse egli come vero erede di quello, prenderne il governo, e coronarsi Re di Sicilia; che alle grida e a' desiderii di tutti, essendo concorso i Conti, i Baroni e tutti i Prelati del Regno l'avessero gridato Re, e colle solite cerimonie l'incoronassero nel Duomo di Palermo agli 11 del mese di agosto di quest'anno 1258[65].
Che che ne sia, se Manfredi colle sue arti s'avesse ciò proccurato, come è più verisimile a chiunque riguarda l'ambizione ch'ebbe di dominare, o fosse caso o volontà de' sudditi, fu egli con solenne cerimonia, secondo il costume de' maggiori concorrendovi tutti i Conti, Baroni, e gli altri Magnati del Regno, con molti Prelati, gridato e coronato Re, assistendo a questa sua incoronazione infiniti Vescovi e Prelati; e Rinaldo Vescovo d'Agrigento, che celebrò la messa, l'unse del sacro olio, assistendovi l'Arcivescovo di Sorrento, e l'Abate Cassinense, e poscia dagli Arcivescovi di Salerno, di Taranto e di Monreale gli fu posta, nel Trono assiso, la corona Reale. Alcuni sognarono, che Manfredi si fosse fatto anche incoronare Re di Puglia in Bari colla corona di ferro, siccome dissero di Errico e di Costanza; ma ancorchè il Beatillo nella vita di S. Niccolò di Bari, con autorità d'alquanti moderni Scrittori s'ingegni provarlo, è ciò tutta favola, non essendovi niuno Scrittore antico o contemporaneo, che lo rapporti.
Tosto che il Re Manfredi fu assunto al solio del Regno, per obbligarsi maggiormente i popoli, ed acquistarsi nome di benefico, e di liberale, nella festa della sua coronazione, a tutti i Sindici delle città e terre, che ivi si trovarono, fece splendidissimi doni, diede uffici e molti promosse a gradi ed onori di cavalleria. Indi di Palermo ritornò tosto in Puglia con alcuni Saraceni, per tener in freno i Tedeschi; ma scorgendo esser tutte le province pacate, e liete del nuovo suo dominio, e che erano in placidissima pace, celebrò un general Parlamento a Barletta, ove onorò molti dell'ordine di cavalleria, e molt'altri investì di vari Contadi, dando loro per lo stendardo l'investitura. Dopo questo intimò un'altra general Corte in Foggia, ove avendo convocati i Baroni, e' gentiluomini, ornò molti altri del cingolo della milizia, e profusamente concedè ad altri onori, ufficj e preminenze; e con magnifici giuochi, feste ed illuminazioni tenne i popoli tutti allegri e festanti, e pieni di gioja.
Il Pontefice Alessandro di mal animo vedendo i progressi di Manfredi, ed il poco conto che s'avea di lui, pensando che per reprimere le costui forze non erano sufficienti quelle della Chiesa, avea già sin dal passat'anno 1257 ripreso il trattato con Errico Re di Inghilterra, invitando Edmondo suo figliuolo alla conquista del Regno: ed in effetto, come si disse, avea mandati suoi Legati in Inghilterra a portargli l'investitura, per la quale investiva del Regno il Re Errico in nome d'Edmondo suo figliuolo, che allora era di minor età. E già Errico in nome di suo figliuolo diede il giuramento di fedeltà al Legato; e si erano stabiliti i patti ed il censo, che dovea pagarsi alla Sede Appostolica, ed avea promesso di presto venire con potente armata in Regno per discacciarne Manfredi. Ma o che questo Principe, meglio pensando, non volesse intrigarsi in questa nuova guerra, o che il censo stabilito ne' patti dell'investitura fosse veramente grave ed esorbitante, differiva l'espedizione, e sollecitato da Alessandro, rispondeva, che bisognava moderar il censo, ch'era esorbitante, prima d'ogni altra cosa[66]. Il Papa impaziente designò tosto di mandare in Inghilterra Arlotto Sottodiacono della Sede Appostolica, ed il suo Cappellano per trattar di questa moderazione; ma non fu ciò di mestieri, perchè nell'istesso tempo dal Re Errico furono spediti suoi Ambasciadori al Papa l'Arcivescovo di Tarantasia, i Vescovi di Bottun, e Roffense, e Maestro Nicolò di Francia suo Cappellano Regio per trattare di quest'istesso affare; ma essendosi costoro affaticati in vano, per li nuovi torbidi insorti in Inghilterra, finalmente nel seguente anno 1259 svanì ogni trattato; nè da poi si pensò più in Inghilterra, ma in Francia furono rivolti i pensieri d'Alessandro non meno, che del suo successore Urbano.
Mentre per queste cagioni si differiva tal espedizione, Manfredi intanto avea già discacciate le genti del Papa da Puglia, da Terra di Lavoro e da Sicilia: avea presi e puniti i ribelli, ed erasi già, come si è detto, fatto incoronare Re in Palermo. Per la qual cosa Papa Alessandro adirato più che mai, non volendo trascurare via di vendicarsi, e vedendo che le armi temporali niente giovavano, fu tutto rivolto alle spirituali, onde alle scomuniche, ed interdetti fece ricorso.
Prefigge in prima certo termine al Re Manfredi, perchè comparisse avanti di lui e dassegli soddisfazione, ed ammenda di tutto ciò, che contro la Sede Appostolica avea attentato, altramente l'avrebbe deposto, scomunicato e privato di tutti gli onori; ma non comparendo Manfredi, poco curante di queste minaccie, egli lo scomunica, lo dichiara ribelle, inimico della romana Chiesa, e sacrilego occupatore e predone delle sue ragioni, e che avea stretta confederazione co' Saraceni, de quali s'era fatto Capo. Lo priva del Principato di Taranto e di tutti i feudi, ragioni, onori e preminenze. Lo dichiara reo di esecrandi delitti, di aver preso, ed in oscuro carcere posto Fra Ruffino suo Cappellano, e suo Legato in Sicilia e Calabria; d'aver stese le sacrileghe mani sopra i beni delle Chiese del Regno di Sicilia; d'aver preso, e con dure catene tenuto in istrette prigioni l'Arcivescovo di Brindisi, con ispogliarlo di tutte le sue robe; e d'avere con esecrando ed orribile attentato aspirato al soglio regale di Sicilia, con aver occupato quel Regno devoluto alla Sede Appostolica, e sacrilegamente fattosene incoronare Re, senza sua permissione e consenso. Dichiarava perciò col voto, e consiglio de' suoi Cardinali Manfredi scomunicato, nulla ed irrìta la sua incoronazione, e tutti gli atti di unzione, ed ogni altro attinente a quella.
Interdisse tutte le città, luoghi e castelli, che ricevessero Manfredi, e lo avessero per Re. Proibì a tutti gli Arcivescovi, Vescovi, Abati e qualunque altra persona ecclesiastica di celebrare i divini uffici presente Manfredi, e che non ricevessero da lui beneficii ecclesiastici, e niuna amministrazione di Chiesa o monasteri; e che coloro, che si trovassero avergli ricevuti, fra due mesi dovessero onninamente resignargli.
Oltre ciò, asserendo egli, che mentr'era in Napoli rigorosamente avea ordinato a tutti i Prelati, ed a qualsivoglia persona ecclesiastica, che non s'accostassero a Manfredi, nè gli mandassero ambasciadori, nè ricevessero messi da lui inviati, nè gli prestassero ajuto, o consiglio; che ciò non ostante, contro questo suo divieto, quasi tutti gli Arcivescovi, Vescovi, Abati ed altri Prelati del Regno di Sicilia s'erano portati a Palermo, ed erano intervenuti alla di lui incoronazione: perciò avea fatti citar generalmente tutti coloro, che v'erano intervenuti, e nominatamente alcuni, che dovessero comparire personalmente fra certo termine avanti di lui; ma perchè niuno era comparso, niente curando della intimazione fattagli; perciò scomunicava Rinaldo Vescovo d'Agrigento, e lo deponeva dalla vescovil dignità, per aver colle sacrileghe sue mani unto in Re quel Principe, ed avea nel giorno dell'incoronazione solennemente celebrata la messa. Scomunicava ancora l'Arcivescovo di Sorrento, e lo deponeva della sua Chiesa come anche l'Abate Cassinense, privandolo del governo di quel monasterio per aver assistito a detta unzione e coronazione; comandando a' Capitoli delle Chiese d'Agrigento e di Sorrento, al Convento del monasterio di Cassino, ed a tutti i vassalli delle Chiese e monasterio suddetti che non li ubbidissero nè li riconoscessero per tali; nè più gli contribuissero l'entrate e loro ragioni. Agli Arcivescovi di Salerno, di Taranto e di Monreale, ch'erano parimente intervenuti alla coronazione, li quali all'indegno capo di Manfredi avean posta la real corona, e l'aveano posto nel regal Trono di Palermo, citò con termine perentorio e prefisso, che dovessero personalmente presentarsi avanti di lui nella prossima festività dell'ottava de' SS. Pietro e Paolo. La carta di queste terribili censure che Alessandro scagliò contro Manfredi e suoi partigiani, ove con formole orrende si lanciano tanti fulmini ed interdetti, vien rapportata dal Tutino e si legge nel suo trattato de' Contestabili del Regno[67].
Ma di questi fulmini non si facea alcun conto, erano riputati vani e senza ragionevol cagione scagliati; onde non si mossero punto nè Manfredi nè le città del Regno nè i Prelati, nè que' Popoli ad obbedirgli; anzi Manfredi godendo il frutto delle tante sue vigilie e sudori, sovente divertivasi in giuochi e nelle caccie rigorosamente comandando che si proseguissero per tutte le Chiese del Regno, come prima i divini uffici, nel che non incontrò veruna repugnanza ne' Prelati, ed in tutte l'altre persone ecclesiastiche. E resosi da per tutto potente e glorioso, già stendeva le sue forze fuori dei confini del Regno, e nell'altre parti d'Italia avea reso celebre e famoso il suo nome, tanto che per lui la fazione Ghibellina cominciò a sollevarsi sopra la Guelfa; ed in Lombardia ed in Fiorenza avea fatti mirabili progressi.
E perchè vedeva, che l'opulenza dell'uno e l'altro Regno, ancorchè fosse grande, non avrebbe bastato a mantenere grandi eserciti come bisognava, che e' tenesse per l'inimicizia de' Pontefici romani, prese partito di mandare parte dell'esercito in Toscana e parte in Lombardia in sussidio de' Ghibellini; onde venia insieme ad evitar la spesa, ed a divertire il pensiero del Papa dal molestarlo, al quale era più necessario attendere alla conservazione de' Guelfi, del patrimonio di S. Pietro, di Romagna e della Marca[68]. Ed egli rimase nel Regno, dove trattanto viveva quel tempo con molta felicità e splendidezza: dimorando nelle città marittime di Puglia e più d'ogni altra in Barletta.
Or mentr'egli dimorava in questa città giunsero quivi gli Ambasciadori della Regina Elisabetta, secondo l'Anonimo, ovvero di Margherita (secondo per una carta che rapporta, crede il Summonte) madre del Re Corradino e del Duca di Baviera, i quali esposero a Manfredi la loro ambasciata dicendogli, che Corradino era vivo, e che si doveano punire quelli che falsamente aveano pubblicata la sua morte; onde in nome della Regina e del Duca lo pregavano che volesse lasciare il Regno, che legittimamente era di Corradino. Manfredi ricevè gli Ambasciadori con grand'onore e stima; e come molto accorto e prudente avendo prevista l'ambasciata, prontamente loro rispose: ch'era già notorio e palese a tutti, che il Regno era perduto per Corradino, e che egli con tanti sudori e vigilie per viva forza avealo ricuperato dalle mani di due Pontefici: ch'essendo Corradino di poca età tornerebbe facilmente a perderlo; ed i Pontefici romani fieri inimici della casa Sveva con facilità glielo ritoglierebbero; oltre che le genti del Regno non avrebbero comportato, dovendosi egli valere de' Tedeschi, dei quali aveano orrore, che dominasse più in quello la nazion tedesca; che non bisognava ora che i popoli erano assuefatti al suo dominio, ed alle sue maniere placide ed all'Italiana, con dar loro nuovo Principe, mettersi in pericolo di nuove rivoluzioni; e perchè si scorgesse, che non per ambizion di regnare, ma per maggior utile del piccolo Re, egli non lasciava il Regno, prometteva di conservarlo per lui e governarlo per lui, e mentr'egli vivea, e da poi lasciarlo a Corradino: che perciò avrebbe la Reina fatto assai prudentemente di mandarlo a lui ad allevare, acciocchè apprendesse i costumi italiani perch'egli l'avrebbe tenuto, non come nipote, ma come proprio suo figliuolo[69]. Gli Ambasciadori ricevuta tal risposta, chiesta licenza, si partirono riccamente presentati; e mandò al Duca di Baviera dieci corsieri bellissimi, ed al picciolo Corradino molte gioie.
Rimandati con queste risposte i Legati del Duca e della Regina, riputando questa infelice Principessa esser molto dura e difficil impresa poter colle sue forze ritoglier ora dalle mani di Manfredi il Regno, le fu forza dissimular il tutto, riserbando a tempo migliore di poter vedere il piccolo Re suo figliuolo restituito al Trono di Sicilia.
Intanto Manfredi stabilito ora più che mai nel Regno, avendo abbassate le forze del Pontefice, e dei Guelfi in Italia, s'era reso formidabile a tutta Italia, avea esteso oltre quella la sua fama e grido per tutte le altre Nazioni d'Europa per lo suo coraggio, munificenza e splendidezza, e per tutte le altre virtù, che adornavano la sua persona, veramente regie. Si vide perciò favorito e stimato da quasi tutti i Principi di Europa, co' quali egli trattava con estraordinaria magnificenza e splendore; ed accadde in questi tempi, ch'essendo venuto a Bari Baldovino Imperador di Costantinopoli, trovandosi egli in Barletta, andò subito cortesemente a riceverlo, e lo trattenne in splendidissime feste e diversi giuochi d'armi; e non perdonando a spese, fece far superbi apparati e giostre continue, ove furono invitati i Signori più riguardevoli così dell'uno, come dell'altro reame.
Per la celebrità della fama, che aveasi con sì generosi modi acquistata, fu mosso il Re Giacomo d'Aragona a volersi imparentar con lui, sposando il suo primogenito Pietro d'Aragona alla sua figliuola Costanza, ch'egli avea generata di Beatrice figliuola di Amadeo Conte di Savoja sua prima moglie, presa in tempo, che ancor vivea l'Imperadore suo padre[70]; ed il Marchese di Monferrato si sposò un'altra sua figliuola.
Dispiacquero al Pontefice Alessandro queste parentele, e per impedire quella col Re d'Aragona ingiunse a Raimondo di Pennaforte Frate Domenicano, e celebre per la sua Compilazione delle Decretali, che s'adoperasse con ardore, ed efficacia appresso quel Re, di cui egli era Confessore, per frastornarla; ma tutti gl'impegni del Papa, e le insinuazioni di Fra Raimondo a nulla valsero; laonde vedutosi Alessandro fuor di speranza, non ebbe ardire per quel tempo, che sopravvisse, di mai più molestarlo; per la qual cosa Manfredi insino alla morte d'Alessandro, regnò con molta quiete e felicità, riordinando le cose del Regno; e nato per opre magnifiche, volle anco presso di noi lasciar di se perenne ed immortal memoria, con fondare alla falda del Gargano ne' lidi del mare Lina magnifica città, che estinse affatto l'antica Siponto, e che dal suo insino ad ora ritiene il nome di Manfredonia, ancorchè Carlo d'Angiò occupato il Regno, ed i romani Pontefici per l'implacabil odio al nome di Manfredi, avessero fatto ogni studio, perchè non Manfredonia, ma Nuovo Siponto s'appellasse.
Il Pontefice Alessandro non potendo sostener di vantaggio i continui dispiaceri, che per le prosperità di Manfredi, e de' Ghibellini riceveva nell'animo, vinto finalmente da grave cordoglio, mentr'era colla sua Corte a Viterbo, gravemente infermossi, ed indi a poco uscì di vita in quest'anno 1260 secondo l'Anonimo, perchè il Sigonio, Inveges ed altri comunemente riportano la sua morte nell'anno seguente 1261.
I Cardinali nell'elezione del successore furono in grandissimi contrasti; e finalmente non potendo infra di loro convenire, dopo tre mesi elessero persona fuori del lor Collegio. Questi fu Giacomo Patriarca di Gerusalemme, che si trovava allora in Viterbo per promovere col Papa alcuni interessi della sua Chiesa. Egli era di nazione franzese, uomo di grande spirito, zelantissimo di promovere le pretensioni della romana Corte, ed in conseguenza fiero inimico di Manfredi, e de' suoi Ghibellini. Urbano IV nomossi; nome assai luttuoso, e memorando all'infelice Casa di Svevia.
CAPITOLO I. Spedizione d'Urbano IV contro Manfredi; ed inviti fatti in Francia per la conquista del Regno.
Il Re Manfredi intesa l'elezione d'Urbano oltremodo turbossene, e cominciò a temere non volesse ricorrere alle forze di Francia per turbar quella pace, ch'ora godeva il Regno. Nè furon vani i suoi sospetti, poichè il nuovo Pontefice, appena assunto al Ponteficato, adoperò nuovi mezzi perchè il Re Giacomo d'Aragona disfacesse il matrimonio già conchiuso da Pietro suo figliuolo con Costanza figliuola di Manfredi[71]; e per mostrare maggior coraggio del suo predecessore, volle sul bel principio ritrattar la causa di Manfredi; onde nel dì della Cena del Signore in presenza d'innumerabil concorso di popolo solennemente gli spedì una terribile citazione[72], e per renderla più strepitosa, la fece affiggere nelle porte delle Chiese, per la quale citava Manfredi di dover comparire avanti di lui per purgarsi e difendersi sopra molti altri gravi ed enormi delitti, e ricever da lui que' castighi e quelle pene, che la giustizia gli avrebbe persuaso d'imporgli.
I delitti ch'erano espressi in quella citazione rapportata dal Tutini[73], e sopra de' quali voleva prender ammenda, erano, che Manfredi per mano de' Saraceni avea fatto abbattere e ruinare sin da' fondamenti la città d'Ariano; che avea fatto vergognosamente uccidere Tommaso d'Oria e Tommaso Salice; avea data crudel morte, e con tradimento a Pietro Ruffo di Calabria Conte di Catanzaro, e fatta crudel strage di molti fedeli della romana Chiesa.
Che in disprezzo dell'autorità Appostolica, e delle censure ecclesiastiche, ed in destruzione di quelle, faceva celebrare avanti di lui ne' luoghi interdetti i divini Ufficj, ciò che non era senza sospetto d'eretica pravità: e che citato perciò dal suo predecessore Alessandro, nè comparendo, era stato da colui scomunicato.
Che egli in obbrobrio della fede cattolica, preferiva a' Cristiani i Saraceni, valendosi de' loro riti, e conversando con essi assai famigliarmente; che avea ridotto il Regno di Sicilia ad uno stato ignominioso ed in dura servitù, per l'acerbe taglie ed imposizioni, colle quali gravava gli abitatori; che s'era anche imbrattato del sangue de' suoi congiunti; ed avea fatto proditoriamente trucidare Corrado Busario Nunzio e vassallo di Corradino; oltre di molti esecrandi eccessi, per li quali era dannato di notoria infamia.
Manfredi, ancorchè non personalmente citato, ma in quella maniera, per editto, udita la citazione, non volle mancare di mandar tosto suoi nunzj al Papa per difendersi di quanto se gl'imputava; ma ne furono tosto rimandati indietro senza conchiuder niente; ed approssimandosi il tempo prefisso alla citazione di dover comparire, tornò Manfredi a mandare altri suoi Messi; vi spedì il Giudice Attardo da Venosa, e Giovanni da Brindisi Notai suoi famigliari, i quali con premurose istanze dimandarono, ch'essendo stato Manfredi citato per cause ardue e gravi, non poteva commettere a niuno de' suoi Nunzj la sua difesa, ma che sarebbe egli personalmente venuto a presentarsi avanti il Papa ed il Collegio de' Cardinali, purchè però se gli spedissero dal Pontefice lettere di assicuramento, affinchè dovendo passare per luoghi della Chiesa non ricevesse molestia ed ostilità. Il Papa gli concedè sì bene licenza di poter venire, ma ristrinse il numero di coloro, che doveano per sua custodia accompagnarlo, e che entrasse senz'armata; onde Manfredi temendo di qualche insidia incamminossi alla volta del Pontefice, ma per sua sicurezza portò seco competente numero di soldati e molti Cavalieri per sua compagnia. Urbano ciò reputando una gran temerità di Manfredi, sordo ed implacabile a quel, che per sua discolpa allegavano i suoi Ambasciadori, rotto ogni indugio, rinovò le censure contro Manfredi, e con celebrità grande non altrimente di quel che fece il suo predecessore di nuovo lo scomunica, lo dichiara tiranno, eretico ed inimico della Chiesa[74].
Allora Manfredi toltasi ogni lusinga di poter entrare in grazia d'Urbano, vedendolo risoluto ai suoi danni, e che non vi era altro rimedio, che reprimere la sua alterigia colla forza, mandò subito ad assoldare nuove compagnie di Saraceni, spedendole a' confini del Regno, perchè infestassero lo Stato della Chiesa in Campagna di Roma; ed altre truppe mandò nella Marca d'Ancona, ritirandosi egli in Puglia a provvedere a' bisogni d'una buona guerra, che già prevedea doversi fare con Urbano.
Queste mosse accrebbero in guisa lo sdegno e l'ira nell'animo del Papa, che non contento d'aver umiliati i Svevi in Germania, cercò anche abbattergli in Italia; ed avendo scorto, che i ricorsi fatti da' suoi Predecessori in Inghilterra erano riusciti tutti vani, volle tentare se in Francia potessero avere miglior successo. Spedì pertanto ivi M. Alberto Notajo Appostolico, a trattare col Re Lodovico perchè accettasse l'investitura per alcuno de' tre minori suoi figliuoli, che erano Giovanni Conte di Nevers, Pietro Conte d'Alenzon, e Roberto Conte di Chiaramonte. Ma il Santo Re non accettò l'offerta, temendo (come rapporta Rainaldo[75] per una lettera di questo Pontefice scritta al soprannominato Alberto) di non scandalizzar il Mondo, assaltando un Regno, che a Corradino Svevo era dovuto per eredità, e ad Edmondo d'Inghilterra donato per investitura d'Alessandro IV.
Escluso per tanto Urbano dal Re Lodovico si rivolse a pubblicar la Crociata in Francia: laonde mandò ivi un Legato Appostolico ad assoldare buon numero di gente, ed a predicare l'indulgenza plenaria e remissione de' peccati a chi pigliava l'arme contra Manfredi, dichiarandolo per tiranno, eretico ed inimico della Chiesa.
Il Legato giunto in Francia pubblicò la Crociata, ed assoldò gran numero di soldati sotto Roberto Conte di Fiandra genero di Carlo Conte di Provenza e di Angiò, il quale venuto in Italia con buon numero di Cavalieri franzesi, in tal modo rilevò le cose de' Guelfi, e sbigottì i Ghibellini, che il Re Manfredi rivocò gran parte delle genti, che teneva sparse in Italia in favore de' Ghibellini; per la qual cosa i Guelfi di Toscana e di Romagna andarono ad incontrar Roberto, ed insieme con lui debellarono il Marchese Uberto Pallavicino. Il Re Manfredi per accorrere a' mali più gravi, si risolvè di passare egli in Campagna di Roma, e ponersi in luogo opportuno, ove potesse esser presto a vietare a' nemici l'entrata nel Regno, o venissero per la via d'Abruzzo, o di Terra di Lavoro; e subito andossene ad accampare con tutto l'esercito tra Frosinone ed Anagni[76].
Era allora il Papa in Viterbo, e volle che Roberto Conte di Fiandra con tutto l'esercito passasse di là, dove benignamente l'accolse, lodandolo ed accarezzando lui e gli altri Capi dell'esercito; e benedisse le bandiere e le genti, con esortarlo, che seguisse il viaggio felicemente, mandandolo carico di lodi e di promesse: delle quali gonfiato Roberto, si mosse con tanto impeto contra il Re Manfredi, che senza fermarsi in Roma un momento, andò ad accamparsi vicino a lui.
Ma il Re conoscendo, che non era per lui di fronteggiare nella campagna, ma più di munir le terre, e guardar i passi, per temporeggiare quella Nazione, che di natura è impaziente delle fatiche, quando vanno a lungo, si ritirò di quà dal Garigliano, da quella parte, che divide lo Stato della Chiesa dal Regno di Napoli; e già Roberto cercava di passar ancora quel fiume. Ma perchè la mano del Signore avea riserbato ad altri il ministerio della ruina di Manfredi, ecco che i Romani si ribellarono, e tolsero in tutto l'ubbidienza al Papa, e crearono un nuovo Magistrato detto de' Banderesi; per la qual cosa Urbano fu stretto a chiamare l'esercito franzese, per mantenere almeno con la persona sua il resto dello Stato ecclesiastico, che non seguisse l'esempio di Roma.
Non lasciò Manfredi di pigliare sì opportuna occasione, e di travagliarlo; poichè partito che fu dall'altra riva del fiume l'esercito nimico, passò solo coi Saraceni, ricusando i suoi Baroni regnicoli d'andare con lui ad offesa delle terre della Chiesa, col pretesto che l'obbligo loro era solo di militare per la difensione del Regno[77]; come se non fosse difender il Regno, con tal diversione abbattere le forze del nemico. Ma Manfredi cedendo al tempo, dissimulò l'abbandonamento, e con placidezza diede a tutti licenza, perchè partissero ed andassero quietamente alle lor case: gli richiese solamente a titolo d'imprestito, che lo sovvenissero di que' danari che aveano portato seco per le spese: ciò che fu trattato dal Conte di Caserta, e così fu fatto.
L'intrepido Re solamente co' suoi Saraceni andò verso Roma, e porgendo aiuto agli altri ribelli del Papa, perturbò tanto lo Stato ecclesiastico, che quelli Franzesi ch'erano venuti al soldo, non potendo aver le paghe, se ne ritornarono di là dall'Alpi, e gli altri che rimasero, appena bastarono a difenderlo.
§. I. Invito d'Urbano fatto a Carlo d'Angiò per la conquista del Regno.
Questo accidente accaduto al Papa co' Romani, e 'l veder co' suoi ribelli unito Manfredi, accrebbe di tanto sdegno ed ira l'animo d'Urbano, che lo fece pensare a più potenti ed efficaci modi di ruinarlo; e perchè vedeva con isperienza, che le forze del Ponteficato non erano bastanti ad assoldare esercito tanto possente, che potesse condurre a fine sì grande impresa, chiamò il Collegio de' Cardinali[78], e con una gravissima ed accurata orazione commemorando le ingiurie e gl'incomodi, che per lo spazio di cinquanta anni la Chiesa romana avea ricevuti da Federico, da Corrado e da Manfredi senza niuno rispetto, nè di religione nè d'umanità, propose, ch'era molto necessario non solo alla reputazione della Sede Appostolica, ma ancora alla salute delle persone loro, di estirpare quella empia e nefanda progenie; e seguendo la sentenza della privazione di Federico data nel Concilio di Lione da Papa Innocenzio IV concedere l'uno e l'altro Regno, giustamente devoluto alla Chiesa, ad alcun Principe valoroso e potente, che a sue spese togliesse l'impresa di liberare non solo la Chiesa, ma tanti Popoli oppressi ed aggravati da quel perfido e crudel tiranno, dal quale parevagli ad ora ad ora di vedersi legare con tutto il sacro Collegio, e mandarsi a vogare i remi nelle galee. Queste e simili parole dette dal Papa con gran veemenza commossero l'animo di tutto il Collegio, e con gran plauso fu da tutti lodato il parer di Sua Santità, e la cura che mostrava avere della Sede Appostolica e della salute comune.
Si venne perciò alla discussione intorno all'elezione del Principe: e poichè dal Re Errico d'Inghilterra non era da sperarsi cos'alcuna per esser lontano, per essersi veduto fin ora inutilmente averlo aspettato tanto, bisognava metter l'occhio ad altro Principe. Dal Re di Francia esserne già stato escluso. Nè era da sperar soccorso da Alemagna, implicata allora tra fiere guerre per l'elezione di due Re de' Romani, cioè d'Alfonso X Re di Spagna e di Rainulfo fratello del Re d'Inghilterra. Gli altri Principi di Spagna, essere parte a Manfredi congiunti di sangue, e parte lontani ed impotenti; onde non restava, che dalla Francia, come non molto lontana e sempre propensa a soccorrere la Chiesa romana, di ricercar ajuto.
Era allora Carlo Conte di Provenza assai famoso in arte militare ed illustre per le gran cose fatte da lui contra gl'Infedeli in Asia sotto le bandiere di Re Luigi di Francia suo fratello[79], colui che per l'innocenza di sua vita adoriamo ora per Santo; e perchè era ancora ben ricco e possedeva per l'eredità della moglie tutta Provenza, Linguadoca e gran parte del Piemonte; parve al Papa ed a tutto il Collegio subito che fu nominato che fosse più di tutti gli altri attissimo a questa impresa; onde senz'altro indugio elessero Bartolommeo Pignatello già Arcivescovo d'Amalfi, ed ora di Cosenza e poi di Messina[80], per andare con titolo di Legato Appostolico a trovarlo in Provenza e riferirgli la buona volontà del Papa e del Collegio di farlo Re di due Regni, ed a trattare la venuta sua e sollecitarla quanto prima si potesse.
Fu anche in quest'anno 1263 da Urbano inviato in Inghilterra altro Legato al Re Errico e ad Edmondo suo figliuolo, affinchè non volendo accettar i patti contenuti nell'investitura concessa, nè essendo in istato di adempir le condizioni, colle quali era stato il Regno conceduto, rinunziassero in mano del detto Legato le ragioni che mai potessero avere in questi Reami per l'investitura fattagli da Papa Alessandro IV.
(Lunig[81] rapporta il breve d'Urbano IV drizzato in quest'anno 1263 al Re d'Inghilterra, riprendendolo della sua negligenza, e che perciò rinuncii all'investitura del Regno, minacciandolo di volerne investir altri. E ripigliando il trattato con Lodovico IX Re di Francia, offerendo l'investitura a Carlo suo fratello, gli scrisse per ciò due Brevi, che pur si leggono presso Lunig[82]).
E que' Principi prontamente, nauseati da tanti patti e condizioni dal Papa ricercate, rinunciarono l'investitura[83], nè vollero di ciò più sentir parola; ond'è che gl'Inglesi dicono che i Papi dopo aver tirate dall'Inghilterra grandissime somme di denaro per questo negozio, la fecero restar delusa d'ogni speranza, incolpando il Re Errico, il quale essi dicono, avrebbe dovuto alla prima rifiutar questa corona, o almeno rinunziarla tosto, da poi che vide le tante condizioni e difficoltà; e pensare che donare un Regno, sopra del quale non vi si abbia in sostanza alcun diritto, a condizione che s'abbia da andare a conquistare a proprie spese e rischio, è lo stesso, che fare un presente egualmente ingiusto e nocevole, e che fa tanto male a colui che l'accetta, quanto disonore a chi lo dona.
Intanto l'Arcivescovo di Cosenza giunto in Provenza, espose con molto vigore ed efficacia l'ambasciata; e come era uomo del Regno di Napoli e fiero inimico di Manfredi, cui avendo egli in tanti modi offeso, e dubitando non ne prendesse vendetta, premeva molto di ridurre ad effetto quest'impresa; esagerò a quel Principe con molto spirito e vivacità la bellezza e l'opulenza dell'uno e l'altro reame, e l'agevolezza d'acquistargli, per l'odio che portavano universalmente i popoli alla casa di Svevia.
Carlo, ancorchè Principe ambizioso, intesa l'ambasciata, restò alquanto sospeso, pensando all'arduità dell'impresa ed all'avversione, che v'ebbe sempre il Re Luigi suo fratello, onde fu per rifiutar l'offerta; nulladimanco stimolato da Beatrice sua moglie, la quale non poteva soffrire, che tre sue sorelle fossero l'una Regina di Francia, l'altra d'Inghilterra e l'altra di Germania, ed ella, che avea avuto maggior dote di ciascuna di loro, essendo rimasta erede di Provenza e di Linguadoca, non avesse altro titolo che di Contessa, vedendo suo marito così sospeso, gli offerse tutto il tesoro, tutte le cose sue preziose, fino a quelle, che servivano per lo culto della sua persona, purchè non lasciasse una impresa così onorata. Mosso adunque non meno dal desiderio di soddisfare alla moglie, che dalla cupidità sua di regnare, rispose all'Arcivescovo, ch'egli ringraziava il Papa di così amorevol offerta, e che accordate che si fossero le condizioni dell'investitura non sarebbe rimasto altro, che di parlarne al Re di Francia suo fratello, il quale sperava, che non solo gli avrebbe dato consiglio d'accettare l'impresa, ma favore ed ajuto di poter più presto e con più agevolezza condurla a fine.
Ed essendosi cominciato a trattar delle condizioni, che il Papa voleva imporre su i due reami di Sicilia e di Puglia, si vide, che Urbano voleva investirne Carlo, ma con quelle condizioni, colle quali erasi stabilita la pace tra Manfredi ed il Cardinal Ottaviano allora Legato Appostolico, cioè che Napoli, e tutta la provincia di Terra di Lavoro, colle sue città e terre e l'isole adjacenti, come Capri e Procida, Benevento col suo territorio e Val di Guado restassero alla Chiesa romana: e tutte l'altre province, coll'isola di Sicilia si sarebbero a lui per investitura concedute.
Mostrate al Conte queste condizioni, non volle in conto alcuno accettarle, e dal suo canto all'incontro si fecero alle medesime queste modificazioni: Ch'egli non avrebbe inclinato ad accettar l'impresa, se non se gli fosse conceduto interamente il Regno di Sicilia, con tutta la terra di quà dal Faro insino alli confini dello Stato della Chiesa; siccome lo possederono i Re normanni e svevi: di manierachè, eccettuatane la città di Benevento, con tutti i suoi distretti e pertinenze, niente dell'altre terre sarebbe rimasto alla Sede Appostolica se non il censo, ch'egli avrebbe pagato ogni anno di diecemila once d'oro[84].
E perchè premeva ad Urbano di non differir di vantaggio quest'affare; poichè in altra maniera non si sarebbe potuto scacciar Manfredi dal Regno; fu contento di moderare secondo il volere di Carlo le condizioni suddette; onde conchiuso il trattato in cotal modo, scrisse anche al Re Lodovico, che desse ajuto a Carlo suo fratello, significandogli per altra lettera, che i denari che fosse per somministrargli, si sarebbon presi per titolo di prestanza, con animo di restituirgli. Il Re Luigi non potè resistere a tanti impulsi, e di mala voglia fu alla perfine costretto a dar il consenso che suo fratello accettasse l'invito. Questa memoranda deliberazione, siccome fu cagione della fatal ruina della casa di Svevia, così ancora non può negarsi, ciò che da' savj politici fu ponderato, che portasse insieme la cagione non pur di tanti travagli e desolazioni della casa stessa d'Angiò, ma anche tante spese e tante inutili spedizioni alla Corona di Francia la quale per lo corso di più secoli si vide impegnata perciò a sostener molte dispendiose guerre, le quali riuscitele sempre con infelice successo, le han portato dispendii ed incomodi gravissimi; essendo cosa, e per gli antichi e nuovi esempi pur troppo nota, che cominciandosi da Gregorio M. tutti i Papi suoi successori, ancorchè invitassero molti Principi alla conquista, ebbero poi quegli stessi invitati per sospetti, quando gli vedevano prosperati, e a maggior fortuna arrivati; onde ne invitavano altri per discacciar i primi, per la qual cagione il nostro Reame fu miseramente afflitto, e reso teatro d'aspre e di crudeli guerre.
Ma mentre il Legato Appostolico era di ritorno in Italia, portando la novella della venuta di Carlo, ecco che Urbano dimorando in Perugia, se ne muore in quest'anno 1264 ciò che impedì per allora il passaggio di Carlo in Italia.
CAPITOLO II. Spedizione di Clemente IV e conquiste di Carlo d'Angiò, da lui investito del Regno di Puglia e di Sicilia.
Re Manfredi intesa la morte di Papa Urbano ne prese grandissimo piacere, sperando esser in tutto fuor di pericolo, non meno per le discordie che a quei tempi soleano sorgere tra' Cardinali per l'elezione, onde nasceva lunga vacazione della Sede Appostolica, che per la speranza avea che fosse eletto alcun Italiano, il quale non avesse interesse co' Franzesi, e che avesse abborrimento d'introdur gente oltramontana in Italia; ma restò di gran lunga ingannato, perocchè i Cardinali, che si trovavano averlo offeso e dubitavano, che egli ne avesse presa vendetta, studiaronsi di creare un Papa d'animo e di valore simile al morto: e di comune consenso a febbrajo del nuovo anno 1265 crearono Papa il Cardinal di Narbona. Costui non solo era di nazione franzese, ma vassallo di Carlo[85]: ebbe già moglie e figliuoli; e fu uno de' primi Giureconsulti della Francia: fu poi, morta sua moglie, fatto Vescovo di Pois, indi di Narbona, ed appresso Cardinale, ed ora si trovava Legato in Inghilterra. Tosto che seppe l'elezione, partissi di Francia, ed in abito sconosciuto di mendicante, secondo il Platina, o di mercatante, come vuol Collenuccio, venne a Perugia, ove da' Cardinali con somma riverenza ricevuto, fu adorato Pontefice e chiamato Clemente IV; indi con molto onore a Viterbo 'l condussero.
La prima cosa, che e' trattò nel principio del suo Ponteficato, spinto da natural affezione che la Nazion franzese suol portare a' suoi Principi, fu la conclusione di seguitare quanto per Papa Urbano suo predecessore era stato cominciato a trattare con Carlo d'Angiò, per mezzo dell'Arcivescovo di Cosenza.
(Clemente IV successore d'Urbano, rivocò prima l'investitura data ad Edmondo; e la Bolla di questa rivocazione è rapportata da Lunig[86]; e da poi nell'istesso anno 1265 investì del Regno Carlo d'Angiò, e la Bolla di questa investitura con tutti i suoi patti e gravami, si legge pure presso Lunig[87], siccome anche il giuramento dato da Carlo nel 1266 a Viterbo, pag. 979).
E perchè trovò il Collegio tutto nel medesimo proposito, mandò subito con gran celerità l'Arcivescovo a sollecitare la venuta di Carlo. Confermò ancora il Cardinal Simone di S. Cecilia Legato in Francia, dal suo predecessore eletto; e gli scrisse che assolvesse tutti i Crocesignati Franzesi per Terra Santa, commutando loro il voto nella conquista di Sicilia, come si raccoglie da un'epistola di Clemente stesso riferita da Agostino Inveges[88]. Scrisse ancora al S. Re Lodovico, che desse aiuto a Carlo suo fratello; ed essendosi renduto certo, che così il Conte di Provenza, come il Re suo fratello erano disposti per l'impresa, commise al Cardinal di Tours, che accordasse i patti, co' quali egli voleva, che si fosse data l'investitura; ed ancorchè non potesse alterar niente di ciò ch'erasi convenuto con Urbano sopra le modificazioni già fatte, nulladimanco, ora che vide Carlo impegnato, volle di gravi e pesanti condizioni obbligarlo nell'istesso tempo che gli dava l'investitura.
Aveva Urbano, come si è detto, tentato in questa nuova investitura che s'offeriva al Conte di Provenza, ricavarne per la Sede Appostolica gran profitto, proccurando allora con ogni industria, che la provincia di Terra di Lavoro con Napoli e l'isole adiacenti, non altrimente che Benevento, fosse eccettuata e si aggiudicasse alla Chiesa; ma Carlo non volle sentir parola: poichè finalmente non se gli concedeva un Regno, la cui possessione fosse vacante, ma dovea egli colle sue forze discacciarne il possessore Manfredi, ed il Papa non vi metteva altro che benedizioni ed indulgenze ed un poco di carta per l'investitura; poichè le sue forze erano così deboli, che non poteva nemmeno mantenersi in Roma. Clemente per tanto, non potendo appropriar a se quella provincia, proccurò almeno gravare l'investitura di tanti patti e condizioni, che veramente rese il nuovo Re ligio, spogliandolo di molte prerogative, delle quali prima eran adorni i predecessori Re normanni e svevi.
I Capitoli stipolati e giurati da Carlo, nel modo che il Papa gli avea cercati, secondo che vengono rapportati dal Summonte, da Rainaldo[89] e da Inveges, sono i seguenti.
I. Fu da Clemente investito Carlo Conte di Provenza del Regno di Sicilia ultra e citra, cioè di quell'isola e di tutta la terra, ch'è di quà dal Faro insino a' confini dello Stato della romana Chiesa, eccetto la città di Benevento con tutto il suo territorio e pertinenze: e ne fu investito pro se, descendentibus masculis, et foeminis: sed masculis extantibus, foeminae non succedant; et inter masculos, primogenitus regnet. Quibus omnibus deficientibus, vel in aliquo contrafacientibus, Regnum ipsum revertatur ad Ecclesiam Romanam[90].
II. Che non possa in conto alcuno dividere il Regno.
III. Che debba prestar il giuramento di fedeltà e di ligio omaggio alla Chiesa romana.
IV. Atterriti i romani Pontefici di ciò che aveano passato co' Svevi, che furono insieme Imperadori e Re di Sicilia, in più capitoli volle convenir Clemente, che Carlo non aspirasse affatto, o proccurasse farsi eleggere o ungere in Re ed Imperador romano, ovvero Re de' Teutonici, o pure Signore di Lombardia, o di Toscana, o della maggior parte di quelle Province, e se vi fosse eletto, e fra quattro mesi non rinunziasse, s'intenda decaduto dal Regno.
V. Che non aspiri ad occupar l'Imperio romano, il Regno de' Teutonici, ovvero la Toscana e la Lombardia.
VI. Che se accaderà, stante le contese ch'allora ardevano per l'elezione dell'Imperadore d'Occidente, che fosse eletto Carlo, debba alle mani del romano Pontefice emancipar il suo figliuolo, che dovrebbe succedergli, ed al medesimo rinunciar il Regno, niente presso di se ritenendosene.
VII. Che il Re maggiore d'anni 18 possa per se amministrare il Regno, ma essendo minore di quest'età, non possa amministrarlo; ma debbasi porre sotto la custodia e Baliato della romana Chiesa, insino che il Re sarà fatto maggiore.
VIII. Che se accadesse una sua figliuola femmina casarsi coll'Imperadore, vivente il padre, e quegli defunto, rimanesse ella erede, non possa succedere al Regno; e se deferita a lei la successione del Regno, si casasse coll'Imperadore, cada dalle ragioni di succedere.
IX. Che il Regno di Sicilia non si possa mai unire all'Imperio.
X. Che sia tenuto pagare per lo censo ottomila once d'oro l'anno nella festa de' SS. Pietro e Paolo in tre termini, e mancando decada dal Regno; e di più un palafreno bianco, bello, e buono; e più, secondo un istromento che si legge nel regale Archivio[91], che fecero li Tesorieri del Re Carlo I nell'anno 1274 con alcuni Mercatanti di pagare alla Sede Appostolica ottomila once d'oro per questo censo, si vede, che seimila si pagavano per lo Regno di Puglia, e duemila per l'isola di Sicilia. Del che furono i Pontefici sì rigidi esattori, che nell'anno 1276 strinsero in maniera il Re Carlo, che trovandosi in Roma e senza danari, fu forzato scrivere in Napoli ai suoi Tesorieri, che impegnassero a' Mercatanti la sua Corona grande d'oro, e tante delle sue gioje ed oro, che abbiano in presto ottomila once d'oro, e che gliele mandino subito in Roma per doverle pagare alla Sede Appostolica per lo censo di quell'anno[92].
XI. Che debba pagare alla Chiesa romana 5000 marche sterline ogni sei mesi.
XII. Che in sussidio delle terre della Chiesa, a richiesta del Pontefice, sia tenuto mandare 300 Cavalieri ben armati; in guisa che ciascuno abbia da mantenere a sue spese almeno tre cavalli per tre mesi in ciaschedun anno; ovvero si possano commutare in soccorso di Navi.
XIII. Che debba stare a quello diffinirà il Pontefice sopra la determinazione de' confini da farsi di Benevento.
XIV. Che dia sicurtà a' Beneventani per tutto il Regno; ed osservi i loro privilegi; e che permetta di poter disponere liberamente de' loro proprj beni.
XV. Che non possa nelle terre della Chiesa romana acquistar cos'alcuna per qualunque titolo, nè ottenere in quelle Rettorìa o altra Podestarìa.
XVI. Che s'abbiano a restituire alle Chiese del Regno tutti i beni, che alle medesime furono tolti.
XVII. Che tutte le Chiese e' loro Prelati e Rettori godano della libertà ecclesiastica, e particolarmente nelle elezioni, ristabilendo Clemente ciocchè Alessandro IV avea aggiunto nell'investitura data ad Edmondo figliuolo del Re d'Inghilterra; cioè che il Re e suoi successori non s'intromettano nelle elezioni, postulazioni e provisioni de' Prelati, in guisa che, nec ante electionem, sive in electione, vel post Regius assensus, vel consilium aliquatenus requiratur[93]; soggiungendosi però che ciò non abbia a pregiudicare al Re e suoi eredi, in quanto s'appartiene in jure patronatus, si quod Reges Siciliae, seu ejusdem Regni, et Terrae Domini, hactenus in aliqua, vel aliquibus Ecclesiarum ipsarum consueverunt habere: in tantum tamen, in quantum Ecclesiarum patronis canonica instituta concedunt; siccome perciò non furono esclusi i Re, sempre che la persona eletta fosse loro sospetta d'infedeltà, d'impedire il possesso e concedere il placito Regio alle Bolle di provisione, come altrove diremo.
XVIII. Che le cause ecclesiastiche saranno trattate innanzi agli Ordinarj; e per appellazione alla Sede Appostolica.
XIX. Che abbia a rivocare tutti gli Statuti emanati contra la libertà ecclesiastica.
XX. Che i Cherici nè per le cause civili nè per le criminali si possano convenire avanti il Giudice secolare, se non si trattasse civilmente di cause attinenti a' Feudi.
XXI. Che niuno imponga taglie alle Chiese.
XXII. Che nelle Chiese vacanti non possa pretendere, ed avere nè regalie, nè frutti.
XXIII. Che gli esiliati della Sicilia si riducano nel Regno, secondo che comanderà la Chiesa romana.
XXIV. Che non faccia lega o confederazione con alcuno contro la Chiesa.
XXV. Che debba tener pronti mille Cavalieri oltramontani, apparecchiati per Terra Santa o altro affare della fede.
Queste sono quelle convenzioni, delle quali spesso Marino di Caramanico, Andrea d'Isernia e gli altri nostri Scrittori fanno memoria, quando trattano de' pesi, che nell'investitura data a Carlo furono da Papa Clemente aggiunti.
Accordate in cotal maniera queste Capitolazioni, e vie più sollecitando Clemente la venuta del Conte, intraprende questi il passaggio, ed avendo fatta accompagnare la Contessa Beatrice sua moglie da molti Capitani e Cavalieri franzesi e provenzali, costoro fecero il viaggio per terra; ed egli da Provenza, essendosi posto intrepidamente con pochi legni a solcar il mare, dopo aver miracolosamente scampate l'insidie, che Manfredi gli avea tese con 80 galee, finalmente giunge con somma felicità nel mese di maggio di quest'anno 1265 a Roma, ove fu da' Romani con molti applausi, e segni d'allegrezza ricevuto e careggiato; e narra l'Anonimo[94], che fu tanta la leggerezza e vanità dei Romani, che ritenendo essi, per la dignità Senatoria, un picciol vestigio dell'antica loro libertà, vollero anche di quella spogliarsi, ed esclusi i loro Nobili, crearono Carlo lor Signore e Senatore perpetuo di Roma.
Questa sì felice, e presta venuta di Carlo, gli diede tanta riputazione e fama di Principe valoroso e magnanimo, che pareva, per tutta Italia, la persona sua valesse per un grandissimo esercito; onde vennero tosto da lui tutti que' della fazione Guelfa a visitarlo e ad offerirsi di servirlo. Ed intanto l'esercito di Carlo, che per terra erasi avviato, dopo varj avvenimenti, era finalmente giunto in Italia, e la Contessa Beatrice a Roma; onde Carlo desideroso d'entrar presto nel Regno, per timore, che troppo in Roma trattenendosi, non venisser a mancargli i denari per supplire alle paghe de' soldati, sollecitò fortemente l'espedizione, unendo tutta la sua milizia per combattere l'esercito di Manfredi.
§. I. Coronazione di Carlo in Roma.
Ma prima d'uscire di Roma, volle che Clemente colle celebrità solite l'incoronasse Re, ed insieme gl'inviasse l'investitura, secondo ciò ch'erasi stabilito. Il Pontefice, ch'era a Perugia, gli spedì sua Bolla, per la quale commise a cinque Cardinali, che in S. Giovanni Laterano avanti all'altare pubblicassero la Bolla dell'investitura, e ricevessero dal Conte il giuramento di fedeltà, del ligio omaggio e dell'osservanza di que' Capitoli di sopra notati, e colle debite forme l'incoronassero Re dell'una e l'altra Sicilia. Li Cardinali destinati a questa celebrità furono Rodolfo Vescovo di Albano, Archerio Prete del titolo di S. Prassede, Riccardo di S. Angelo, Goffredo di S. Giorgio al Velo d'oro, e Matteo di S. Maria in portico, Diaconi Cardinali, li quali nel giorno dell'Epifania a' 6 Gennajo di quest'anno 1266 colle solite cerimonie incoronarono Carlo Re d'ambedue le Sicilie insieme con Beatrice sua moglie, essendo presenti molti Prelati e Signori con infinito popolo.
(Di questa Beatrice si legge il Testamento, che fece a Lagopensile nell'anno 1266 rapportato da Lunig[95]).
Si lesse la Bolla dell'investitura fatta da Clemente per la quale con que' patti di sopra riferiti l'investiva del Regno di Sicilia, et de tota Terra, quae est citra Pharum, usque ad confinia terrarum ipsius Romanae Ecclesiae, excepta Civitate Beneventana cum toto territorio, et omnibus districtibus, et pertinentiis.
All'incontro i Cardinali riceverono il ligio omaggio dal Re ed il giuramento di fedeltà, la di cui formola insieme coll'istromento dell'incoronazione vien rapportata dal Tutini[96] ed è del seguente tenore: Nos Carolus Dei gratia Rex Siciliae, Ducatus Apuliae, et Principatus Capuae, ec. Vobis Dominis Rodulpho Albanensi Episcopo, Archerio, ec. Diaconis Cardinalibus quibus per literas suas Dominus Papa commisit receptionem ligii homagii, quod pro Regno Siciliae, ac aliis Terris Nobis a predicta Ecclesia Romana concessis tenemur, eidem Dom. Clementi Papae IV et ejus successoribus canonice intrantibus, et predictae Ecclesiae Romanae facere, ac in manibus vestris, vice, et nomine ipsius Domini Clementis Papae, et hujusmodi ejus successorum, ac predictae Romanae Ecclesiae, et per nos eidem Dom. Papae, ejus successoribus ac Romanae Ecclesiae ligium homagium facimus pro Regno Siciliae, ac tota Terra, quae est citra Pharum, usque ad confinia Terrarum, excepta Civitate Beneventana cum toto territorio, et omnibus districtibus, et pertinentiis suis, nobis, et haeredibus nostris a predicta Ecclesia Romana concessis, ec.
Donò ancora questo Principe in ricompensa, e memoria di quest'atto al Capitolo di S. Pietro e suoi Canonici in perpetuo le rendite e proventi della Bagliva della città d'Aitona, e l'altre rendite, che la Camera regia esigeva sopra di quella sita negli Abruzzi, come per una carta dell'Archivio regio rapporta il Tutino[97], e di più ogni anno in perpetuo 50 once d'oro sopra la Dogana di Napoli[98].
Il Sommario della Bolla di quest'investitura co' Capitoli di sopra esposti vien rapportata dal Summonte, e parte della medesima vien anche rapportata da Baldo[99] ne' suoi Comentarj al nostro Codice. E questa è la prima scrittura, nella quale questi due Regni vengon la prima volta chiamati di Sicilia citra et ultra Pharum, leggendosi quivi: Clemens IV infeudavit Regnum Siciliae citra, et ultra Pharum. E da qui in progresso di tempo ebbe origine l'altro moderno titolo: Rex utriusque Siciliae. Non già che Carlo l'usasse mai ne' suoi diplomi e privilegj; poichè ritenne sempre gli antichi titoli, de' quali s'erano valsi i Re Normanni e Svevi, siccome si è osservato nella riferita scrittura del ligio omaggio, ed in molte altre fatte nei seguenti tempi osservarsi il medesimo fa vedere Agostino Inveges ne' suoi Annali di Palermo.
Il Biondo, Platina, ed alcuni altri affermano, che ora Carlo ricevesse anche il titolo e la corona di Re di Gerusalemme; ma sono di gran lunga errati, poichè questo titolo ancora non era stato tolto a Corradino, che per Jole madre di Corrado suo padre il riteneva, e 'l Papa non glie lo contrastò mai. Pervenne poscia a Carlo dopo la morte di Corradino nell'anno 1276 per cessione di Maria d'Antiochia; onde avvenne, che ne' suoi privilegj si leggono per questa cagione in maggior numero gli anni di Sicilia, che quelli di Gerusalemme[100].
Terminate le feste della coronazione, il Re Carlo senza perder tempo si pose in cammino con le sue genti contro Manfredi, e per la Campagna di Roma s'avviò verso S. Germano. Il Papa non cessava di sollecitarlo, e per agevolar l'impresa mandò in Sicilia il Cardinal Rodolfo Vescovo d'Albano, acciò crocesignasse i Siciliani, e sollevasse que' popoli contro Manfredi. Altra Crociata avea già pubblicata in Italia, dove per la fortuna e felicità di Carlo la parte Guelfa era notabilmente cresciuta di seguito, ed all'incontro i Ghibellini tutti depressi.
CAPITOLO III. Re Manfredi riceve con intrepidezza e valore il nemico: ferocemente si viene a battaglia, nella quale, tradito da' suoi, rimane infelicemente ucciso.
Dall'altra parte il Re Manfredi non tralasciava con intrepidezza e valore accorrere in tutte le parti per prepararsi ad una valida difesa. Dolevasi dell'avversa sua fortuna, e fremeva insieme e stupiva in veggendo il suo nemico non solo aver con tanta felicità su poche navi valicato il mare e sfuggito l'incontro delle sue galee, ma con giubilo e feste essere stato ricevuto in Roma e, istrutto il suo esercito, essere già ne' confini del Regno. Stupiva ne' medesimi suoi sudditi vedere tanta incostanza e volubilità[101], sembrandogli, che tutti chiamassero Carlo, e già per ogni angolo non s'udiva altro, che il suo nome e quello de' Franzesi. Non tralasciava intanto il mal avventuroso Principe inanimirgli ed incoraggiargli alla difesa; ed a tal fine convocò in Napoli una general Assemblea di tutti i Conti e Baroni, richiedendogli del loro ajuto[102]: scorreva egli ora a Capua, ora a Cepperano, ora a Benevento, e commise la custodia dei passi a due, de' quali dovea promettersi ogni accortezza e fedeltà: al Conte di Caserta suo cognato, ed al Conte Giordano Lancia suo parente. Presidiò San Germano, ed ivi pose gran parte de' suoi Cavalieri tedeschi e pugliesi, e tutti i Saraceni di Lucera; ed intanto va in Benevento per tenere in fede quella città e per accorrere da quivi a' bisogni del suo esercito; ed indi passa a Capua.
Ma tutte queste cauzioni niente giovarono a quest'infelice Principe; poichè essendo Carlo giunto all'altra riva del Garigliano, presso a Cepperano, il Conte Caserta ch'era alla guardia di quel passo, con alcune scuse si ritirò indietro, e lasciò che passasse il fiume senz'alcuno ostacolo: il Conte Giordano stupisce del tradimento, e torna indietro per la via di Capua a trovar Manfredi. Così, come deplora l'Anonimo, ad malum destinatus Manfredus, qui apud Ceperanum gentis suae resistentiam ordinare debebat, passus Regni vacuos, et sine custodiae munitione reliquit, ut liber ad Regnum aditus pateat inimicis. Ecco come Carlo col suo vittorioso esercito entra nel Reame, e come tutti i luoghi aperti se gli rendono, tosto prendendo Aquino e la Rocca d'Arci.
Il Re Manfredi avendo inteso, che Re Carlo avea passato il fiume senz'alcun contrasto, inorridisce al tradimento, ed avendo subito unite le sue genti coll'esercito, che teneva il Conte Giordano, cominciò a temere non gli altri Baroni facessero il medesimo; ed avendo già per sospetta la fede de' Regnicoli, tentò di volersi render Carlo amico e di trattar con lui di pace; mandò per tanto i suoi Ambasciadori al medesimo a cercargli pace o almeno tregua. Ma il Re Carlo, che vedeva la fortuna volar dal suo canto, non volle perdere sì buone occasioni, onde agli Ambasciadori, nel suo linguaggio franzese, diede questa altiera, e rigida risposta: Dite al Soldan di Lucerna, che io con lui non voglio, nè pace, nè tregua, e che presto, o io manderò lui all'Inferno, od egli manderà me in Paradiso[103]. Avea Carlo, per inanimire i suoi soldati, lor persuaso, che egli militava per la fede cattolica contro Manfredi scomunicato, eretico, e Saraceno: ch'essi erano soldati di Cristo, e che in qualunque evento, si sarebbero esposti ad una certa vittoria, o d'esser coronati colla corona del martirio morendo; o debellando l'inimico con corona trionfale d'alloro, e renduti gloriosi ed immortali per tutti i secoli[104].
Ricevuta Manfredi questa risposta, fu tutto rivolto all'armi, ed avendo riposta tutta la sua speranza nel gagliardo presidio, che avea lasciato in S. Germano, credea, che Re Carlo non avesse da procedere più oltre, per non lasciarsi dietro le spalle una banda così grossa di soldati nemici, e che per lo sito forte di S. Germano, si sarebbe trattenuto tanto, che o l'esercito franzese fosse dissoluto, per trovarsi nel mese di gennajo in que' luoghi palustri e guazzosi; o che a lui arrivassero gagliardi soccorsi di Barberia, dove avea mandato ad assoldare gran numero di Saraceni; o di Ghibellini di Toscana e di Lombardia. Ma ecco i giudicii umani come tosto vengono dissipati dagli alti giudicii divini: poichè contra la natura delle stagioni i giorni erano tepidi e sereni, come sogliono essere i più belli giorni di primavera; e quelli, ch'erano rimasi al presidio di S. Germano, non mostrarono quel valore nel difenderlo, ch'egli s'avea promesso; perchè in brevi dì, per la virtù de' Cavalieri franzesi, dato l'assalto alla terra, con tutto che i Saraceni valorosamente si difendessero, fu nondimeno quella presa e gran parte del presidio uccisa.
Come Manfredi intese la perdita di S. Germano, ritornando di là la gente sconfitta, sbigottì: e mandata molta gente a presidiar Capua, egli consigliato dal Conte Gualvano Lancia, e dagli altri suoi fidati Baroni, si ritirò nella città di Benevento, per aver l'elezione, o di dar battaglia all'inimico quando volea, ovvero di ritirarsi in Puglia se bisognasse. Il Re Carlo intendendo la ritirata di Manfredi in Benevento, si pose a seguitarlo, e giunse a punto il sesto dì di febbraio alla campagna di Benevento, e s'accampò due miglia lontano dalla città, e manco d'un miglio dal campo de' nemici. Allora Manfredi col consiglio dei principali del suo campo deliberò dar la battaglia, giudicando, che la stanchezza de' soldati di Carlo potesse promettergli certa vittoria. Dall'altra parte Re Carlo spinto dall'ardire suo proprio, e da quello, che gli dava la fortuna, la qual pareva, che a tutte l'imprese sue lo favorisse, posto in ordine i suoi, ancorchè stanchi, uscì ad attaccare il fatto d'arme, onde si cominciò quella memoranda, e fiera battaglia, la quale non è del nostro istituto descriverla a minuto, potendosi con tutte le sue circostanze leggere nell'Anonimo, nel Summonte, Inveges, Tutini; e presso molti altri Istorici, che la rapportano.
L'infelice Manfredi mentre la pugna tutta arde, ed egli la mira da un rilevato colle, vede due schiere del suo esercito, ch'erano malmenate da' nemici, e volendo movere la terza, ch'era sotto la sua guida, tutta di Pugliesi, grida a' Capitani suoi, che tosto ivi accorressero alla difesa, s'avvede che molti de' nostri Regnicoli corrotti da Carlo, seguivano il suo partito, e con infame tradimento non ubbidivano, ma s'astenevano di combattere, quando il bisogno più lo richiedeva[105]. Allora Manfredi con animo grande ed invitto, deliberando di voler più tosto morire, che sopravvivere a tanti valorosi suoi Campioni, che vedea in quella strage morire; cala egli al campo, ed ove la pugna più arde si mischia nella più folta schiera de' suoi nemici, e tra loro combattendo, da colpi di sconosciuto braccio, perchè niuno potesse darsi il vanto di sua morte, restò infelicemente in terra estinto; e sconosciuto tra innumerabile folla di cadaveri estinti, tre dì, prima che fosse ravvisato, miseramente giacque. Così infamemente da' suoi tradito morì Manfredi[106]. Il cui tradimento non potè Dante (siccome l'Anonimo) non imputarlo a' nostri Regnicoli, chiamati allora comunemente Pugliesi, quando nel suo Poema[107] commemorando questa rotta, coll'altra data a Corradino, disse:
E l'altra, il cui ossame ancor s'accoglie
A Ceperan là dove fu bugiardo
Ciascun Pugliese; e là da Tagliacozze,
Ove senz'arme vinse il vecchio Alardo.
Ecco l'infelice fine di questo invitto e valoroso Eroe, Principe (se ne togli la soverchia ambizion di regnare e non avesse avuto l'odio di più romani Pontefici, che lo dipinsero al Mondo per crudele, barbaro e senza religione) da paragonarsi a' più famosi Capitani dei secoli vetusti. Ei magnanimo, forte, liberale ed amante della giustizia, tenne i suoi Reami in istato florido ed abbondante. Violò solamente le leggi per cagion di regnare, in tutte le altre cose serbò pietà e giustizia. Egli dotto in filosofia, e nelle matematiche fu espertissimo, non pur amante de' Letterati, ma egli ancora litteratissimo, e narrasi aver composto un trattato della caccia, a questi tempi da' Principi esercitata, ed in sommo pregio, e diletto avuta. Biondo era, e bello di persona e di gentile aspetto, affabilissimo con tutti, sempre allegro e ridente, e di mirabile ed ameno ingegno; tanto che non son mancati[108] chi con ragione l'abbia per la sua liberalità, avvenenza e cortesia, paragonato a Tito figliuolo di Vespasiano, reputato la delizia del genere umano. Della sua magnificenza sono a noi rimasti ben chiari vestigi, il Porto di Salerno, e la famosa città di Manfredonia in Puglia, che dal suo ritiene ancor ora il nome. E se i continui travagli sofferti per difendere il Regno dalle invasioni di quattro romani Pontefici, gli avessero dato campo di poter più attendere alle cose della pace, di più magnifiche sue opere, e di altri più nobili istituti avrebbe egli fornito questo Reame.
Intanto l'esercito di Carlo avendo interamente disfatto quello dell'infelice Manfredi, inoltrossi nel Regno, ed in passando, non vi fu crudeltà e strage, che i Franzesi non usassero; Benevento andò a sacco ed a ruba, nè fu perdonato a sesso, nè ad età. Que' Baroni, che nella pugna non restarono estinti, parte fuggendo scamparono la morte, e parte inseguiti da quei di Carlo furono fatti prigionieri: alcuni ne furono mandati prigioni in Provenza, ove gli fece morire d'aspra e crudel morte; alcuni altri Baroni tedeschi e pugliesi ritenne prigioni in diversi luoghi del Regno; ed a preghiere di Bartolommeo Pignatelli Arcivescovo di Cosenza, e poi di Messina, diede libertà a' Conti Gualvano, e Federico fratelli, ed a Corrado, ed a Marino Capece di Napoli cari fratelli[109].
Erano intanto scorsi tre giorni, e di Manfredi non s'avea novella alcuna, tanto che si credea avesse colla fuga scampata la morte; ma fatto far da Carlo esattissima diligenza nel campo tra' corpi morti fu finalmente a' 28 di febbraio giorno di domenica, ravvisato il suo cadavero[110]; e condotto avanti il Re, lo fece Carlo osservare da Riccardo Conte di Caserta, e dal Conte Giordano Lancia, e da altri Baroni prigionieri de' quali alcuni timidamente rispondendo, quando fu esposto agli occhi di Giordano, questi tosto che lo riconobbe, dandosi colle mani al volto, e gridando altamente, e piangendo se gli gittò addosso baciandolo, e dicendo: Oimè, Signor mio, ch'è quel che io veggio! Signor buono, Signor savio, chi ti ha così crudelmente tolto di vita! Vaso di filosofia, ornamento della milizia, gloria de' Regi, perchè mi è negato un coltello, ch'io mi potessi uccidere per accompagnarti alla morte, come ti sono nelle miserie[111]; e così piangendo non se gli potea distaccare d'addosso, commendando que' Signori franzesi molto cotanta sua fedeltà ed amore verso il morto Principe. E richiesto Carlo da' Franzesi stessi impietositi del caso estremo, che lo facesse onorar almeno degli ultimi ufficj, con fargli dar sepoltura in luogo sacro, si oppose il Legato Appostolico, dicendo che ciò non conveniva, essendo morto in contumacia di Santa Chiesa; onde Carlo loro rispose, ch'egli lo farebbe molto volontieri, se non fosse morto scomunicato. Perlaqualcosa fu il suo cadavero seppellito in una fossa presso il Ponte di Benevento, ove ogni soldato (affinchè almeno in cotal guisa fosse noto a' posteri il luogo del suo sepolcro, e l'ossa non fossero sparse, ma ivi custodite) vi buttò una pietra, ergendovisi perciò in quel luogo un picciol monte di sassi.
Ma l'Arcivescovo di Cosenza fiero inimico di Manfredi, cui non bastò la morte per estinguere il suo implacabil odio, ad alta voce gridando cominciò a dire, che se bene non fosse stato Manfredi sepolto in luogo sacro, era però stato il suo cadavero posto presso a Benevento, in terreno ch'era della romana Chiesa; che dovea quel cane morto levarsi da quel luogo, e portarsi fuori del Regno, e le ossa buttarsi al vento; del di cui zelo cotanto si compiacque Papa Clemente, che furono l'ossa dissotterrate ed a lume spento furono trasportate in riva del fiume Verde, oggi appellato Marino[112], ed esposte alla pioggia, ed al vento, tanto che gli abitatori di que' luoghi non poteron mai di quelle trovar segno, o memoria alcuna[113]. Dante come Ghibellino, avendo compatimento d'un così miserabil caso, finge Manfredi penitente, e lo ripone perciò non già nell'Inferno, ma nel Purgatorio, e così gli fa dire:[114].
son Manfredi
Nipote di Costanza Imperatrice:
Ond'io ti priego, che quando tu riedi,
Vadi a mia bella figlia, genitrice
Dell'onor di Cicilia e d'Aragona,
E dichi a lei il ver, s'altro si dice.
Poscia ch'i' ebbi rotta la persona
Di due punte mortali, i' mi rendei,
Piangendo, a quei che volentier perdona.
Orribil furon li peccati miei:
Ma la bontà infinita ha sì gran braccia
Che prende ciò, che si rivolve a lei.
Se 'l Pastor di Cosenza, ch'alla caccia
Di me fu messo per Clemente allora,
Avesse in Dio ben letta questa faccia,
L'ossa del corpo mio sariéno ancora
In co del Ponte presso a Benevento
Sotto la guardia de la grave mora:
Or le bagna la pioggia, e move 'l vento
Di fuor dal Regno quasi lungo 'l Verde:
Ove le trasmutò a lume spento.
Per lor maladizion sì non si perde,
Che non possa tornar l'eterno amore,
Mentre che la speranza ha fior del verde.
CAPITOLO IV. Re Carlo entrato nel Regno comincia a reggerlo con crudeltà e rigori; onde il suo governo è abborrito, e gli animi si rivoltano, ed invitano alla conquista Corradino.
Sparsasi intanto la fama della rotta dell'esercito di Manfredi, e la sua morte, non fuvvi città così dell'uno, come dell'altro Reame, che non alzasse le bandiere de' Franzesi.
(Le Lettere del Re Carlo scritte a Clemente, per le quali gli dà avviso di questa vittoria, sono rapportate, oltre il Summonte, da Lunig[115]).
Tutti gridavano il nome di Carlo, e promettendosi nel nuovo dominio franchigia e dovizia grande, credevano dover vivere sotto i Franzesi non solo liberi da straordinarie tasse, ma d'essere ancora liberati dai pagamenti ordinari. Non era città, ove Carlo conducevasi, che non fosse ricevuto con segni d'estrema allegrezza, e giubilo. Tosto da Benevento parte, e viene in Napoli, e non ancor quivi giunto, che i Napoletani mandarono a presentargli le chiavi della loro città. Entrò in quella con la Regina Beatrice sua moglie, con gran pompa e fasto, accompagnato da tutti i Nobili della città, che 'l gridarono loro Re, e dall'Arcivescovo di Cosenza assistito, si portò nel Duomo di S. Restituta a render grazie al Signore di così segnalata vittoria. Creò da poi Principe di Salerno Carlo suo figliuol primogenito il quale uscito da Napoli cavalcò per tutto 'l Reame per affezionarsi i nuovi vassalli: e con non interrotto corso di felicità tutte le cose succedono ai loro desiderii. Le reliquie del rotto esercito erano ritirate in Lucera, dove anche erasi salvata la Reina Elena moglie di Manfredi con Manfredino suo picciolo figliuolo, ed una figliuola[116]. Re Carlo tosto mandò ivi Filippo di Monforte con la maggior parte dell'esercito ad assediarla, ma difendendosi i Saraceni, ch'erano dentro, valorosamente, bisognò abbandonar l'impresa, lasciandola però strettamente assediata, la qual città insieme colla Regina e 'l figliuolo non si rese, se non dopo la rotta data a Corradino, come diremo.
I Siciliani ancora, intesa la morte di Manfredi, subito alzarono le bandiere Franzesi, ed i primi furono i Messinesi. Mandò perciò Re Carlo Filippo di Monforte in quell'isola, e non passò guari, che tutta la ridusse sotto l'ubbidienza di Carlo[117].
Ecco come in un tratto si rese Carlo Signore di ambedue questi Reami, con allegria e giubilo de' Popoli, che si credeano liberati dal giogo, come dicevano, del Re Manfredi e de' Saraceni, e di vivere sotto il Regno di Carlo franchi d'ogni pagamento, in una perpetua ricchezza, ed in una tranquilla e quieta pace.
Ma restarono tosto delusi, poichè i Franzesi scorrendo per tutti i luoghi, portavano co' loro transiti danni e ruine insopportabili agli abitatori[118]. Ed il Re chiamando i Baroni dell'uno e l'altro Regno, che venissero a servirlo, impose ancora un pagamento straordinario alle terre del Regno contro la loro espettazione e lusinga, falsamente stimando, che non solo non s'avessero da veder più soldati, nè pagar pesi estraordinarj, ma d'essere ancora liberati dagli ordinarj. Ma il novello Re all'incontro badando unicamente ad arricchire per questi mezzi il suo Erario, chiamò a questo fine tutti i Tesorieri e Camerari del Regno, e volle da quelli essere minutamente informato de' proventi del Regno, degli Ufficj, delle giurisdizioni, e di tutte altre sue ragioni del Regno; e poichè era stato informato, che un di Barletta nomato Giezolino della Marra era di queste cose instruttissimo, e che per tal cagione da Manfredi era stato adoperato in simili affari, valendosi della di lui opera per le nuove imposizioni d'angarìe, taglie e contribuzioni; fecelo a se venire, il quale per applaudir all'avidità sua ed acquistarsi perciò merito presso il novello Principe, portogli non solo tutti i Registri, ove erano notati i proventi degli Ufficj, delle giurisdizioni, e delle altre ragioni regie; ma anche i registri, ov'erano rubricate tutte le estraordinarie imposizioni d'angarìe, parangarìe, collette, taglie, donativi, e contribuzioni, colle quali sovente erano stati oppressi i miseri Regnicoli[119]. Furon tali le insinuazioni, ed i consigli di Giezolino, che Carlo per porgli più speditamente in opera levò tutti gli Ufficiali, che prima erano nelle province, e creò nuovi Giustizieri, Ammirati[120], Protonotari, Portolani, Doganieri, Fondachieri, Secreti, Mastri Giurati, Mastri Scolari, Baglivi, Giudici e Notari per tutto il Regno, a' quali prepose altri Ufficiali maggiori che sopra di loro invigilassero. Questi esercitando le loro commissioni con inudita acerbità e rigore, gravarono di peso insopportabile i Popoli, scorticandogli e cavando loro il sangue e le midolle[121].
Ecco ora mutati i giubili in continui lamenti, gemono sotto il grave giogo i Regnicoli, e tosto mutano volere, e desiderano già, e sospirano Manfredi. In ogni angolo si sentono lagrimevoli querele: O Rex Manfrede (con amaro pianto dicevano) temet non cognovimus, quem nunc et ter etiam deploramus. Te lupum credebamus rapacem inter oves pascuae huius Regni, secuti spem praesentis dominii, quod de mobilitatis, et inconstantiae more sub magnorum profusione gaudiorum anxie morabamur, agnum mansuetum te jam fuisse cognoscimus, dulcia tuae potestatis mandata sentimus, dum alterius, et majora gustamus. Conquerebamur frequentius nostram partem, partem in dominii tuae Majestatis adduci, nunc autem omnia bona, quod prius est, et personas alienigenarum convertere debemus in praedam[122].
§. I. Invito di Corradino in Italia; e mal successo della sua spedizione.
Da' lamenti si venne alle mormorazioni, e finalmente alla risoluzione di chiamar Corradino da Alemagna per discacciare i Franzesi. Molti Baroni così di questo Reame, come di quello di Sicilia, s'accingono all'impresa, e istigano ancora, oltre i fuggitivi ed i raminghi, tutti i Ghibellini di Lombardia, e di Toscana a far il medesimo, a' quali, per maggiormente stimolargli, espongono l'insopportabile dominio de Franzesi[123]. Que' che sopra gli altri si distinsero in questa mossa, furono i Conti Gualvano, e Federico Lancia fratelli, e Corrado, e Marino Capeci: costoro si portarono in Alemagna a sollecitar Corradino[124] unico rampollo di tutta la posterità di Federico. Mandarono ancora, per quest'istesso fine, molte città imperiali i loro Ambasciadori, i Pisani, i Sanesi, ed altri Ghibellini, e con le promesse ed esibizioni, portarono ancora molto denaro per agevolar la venuta.
Era Corradino giovanetto di quindici anni: perciò sua madre Elisabetta di Baviera troppo amandolo temea esporlo a tanti pericoli per una impresa reputata malagevole; ma Corradino spinto da generoso cuore ruppe ogni indugio, ed abbracciò l'invito, stimolato ancora dal Duca d'Austria ancor egli giovanetto, che s'offerse venir ancora in sua compagnia a riporlo nei paterni Regni; e Corrado Capece tosto da Alemagna ne diede avviso in Sicilia.
S'accinse intanto Corradino al viaggio, e nel principio dell'inverno di quest'anno 1267 partì da Alemagna conducendo seco il Duca d'Austria, ed un esercito di diecimila uomini a cavallo, e per la via di Trento nel mese di febbraio giunse a Verona; ove convocò tutti i Principi della parte Ghibellina, che l'aveano sollecitato a venire; e presa risoluzione, che dovessero passare per la via di Toscana, si mosse da Verona, ed inviando la maggior parte dell'esercito per la via di Lunigiana, egli col resto tolse la via di Genova, ed in pochi dì giunse a Savona, dove ritrovò l'armata de' Pisani, nella quale s'imbarcò ed andò a Pisa. I Pisani l'accolsero con molto onore ed amorevolezza, lo providero di denari, e gli mostrarono l'armata, che volevan mandare a sollevare le terre marittime d'ambedue i Reami.
Giunto per tanto Corradino a Pisa insieme con molti Principi d'Alemagna, e con Corrado Capece di Napoli, costui cercò a' Pisani che gli dessero navi per poter tragittare in Tunisi a sollecitare il soccorso de' Saraceni. Erano in Tunisi agli stipendj di quel Re, Federico, ed Errico di Castiglia[125], i quali lividamente invidiando la grandezza e prosperità del Re di Castiglia lor fratello, si tirarono sopra l'indignazione del medesimo, onde cacciati di Spagna militavano in Tunisi sotto gli stipendj di quel Re. E per la continua conversazione, che tenevano co' Saraceni, eransi quasi dimenticati della religione cristiana, e ne' costumi poco differivano da' Saraceni medesimi[126]. Federico era in Tunisi quando vi giunse Corrado, dal quale informato delle cose di Corradino, l'indusse a prendere la difesa, e proccurare presso quel Re valido soccorso. Ma Errico per la sua natural superbia ed ambizione, entrato in sospetto del Re di Tunisi, era passato a trovar Carlo in Italia, e poi con finzioni ed astuzie si mise a tentare nella Corte di Roma i suoi avanzamenti; per la qualità de' suoi natali fu ricevuto onorevolmente da que' Ministri, e pose in trattato la pretensione, che promovea del Regno di Sardegna. Giunto a Roma, colle sue arti e macchinazioni, seppe far tanto, che ancorchè non vi concorresse buona parte di que' Nobili romani, e de' Cardinali, si fece eleggere Senatore di quella città[127]. Fu prima amico di Carlo, che gli era cugino, da cui sperava col favor suo qualche Stato in Italia: ma vedendolo troppo ingordo di Signorie, e che voleva ogni cosa per se, cominciò ad odiarlo e ad invidiar la sua grandezza e cercar opportunità di ruinarlo. Altamente ancora si dolea di lui, che avendolo soccorso di molti denari quando era in bassa fortuna e quando calò in Italia contro Manfredi, da poi salito in tanta grandezza e con tante dovizie, che con facilità potea restituirglieli, non volea in conto alcuno renderglieli. Avendo adunque avuta novella dell'invito fatto a Corradino in Italia, credette aver nelle mani opportuna occasione di vendicarsi di Carlo, ed insieme collegandosi con Corradino, si pose in isperanza d'ottener da lui quello che non avea potuto ottener da Carlo; mandò perciò più lettere e messi a Corradino, affinchè si sollecitasse a venire, perchè egli avrebbegli facilitata l'impresa, desiderando il suo arrivo più che tutti i Regnicoli, Roma e tutta l'Italia, e sperava con certezza discacciarne i Franzesi.
Intanto Corradino sollecitato per queste lettere d'Errico, era, come si è detto, calato in Pisa, e per maggiormente istigare i Popoli d'Italia, e del Reame di Puglia e di Sicilia, fece spargere da per tutto più esemplari di un suo Manifesto[128], ove querelandosi acerbamente di quattro romani Pontefici, e di due Re, Manfredi e Carlo, invita i suoi devoti a dar mano all'espulsione de' Franzesi da' suoi Reami di Puglia e di Sicilia.
Non si può credere che grandi movimenti fece in Sicilia, Puglia e Calabria questa Scrittura: tutti gridavano il nome di Corradino; ed a questi stimoli si aggiunse un fatto d'arme accaduto al Ponte a Valle vicino Arezzo; poichè proccurando Guglielmo Stendardo e Guglielmo di Biselve, Capitani di molta stima del Re Carlo, impedire il passaggio all'esercito di Corradino, furono rotti, ed appena Guglielmo Stendardo si salvò con 200 lance, ed il Biselve restò prigione con alcuni pochi Cavalieri franzesi, ch'erano rimasti vivi.
La novella di questa rotta sparsa dalla fama per tutto il Regno di Puglia e di Sicilia, ed ingrandita assai più del vero, trovando gli animi già disposti, sollevò quasi tutte le province; ed i Saraceni, ch'erano soliti sotto l'Imperador Federico, e Re Manfredi d'esser stipendiati, rispettati ed esaltati con dignità civili e militari, e non poteano soffrire di stare in tanto bassa fortuna sotto l'imperio del Re Carlo, preso vigore, fecero sollevar Lucera, la quale inalberò tosto le bandiere di Corradino. Seguirono il di lui esempio quasi tutte l'altre città di Puglia, di Terra d'Otranto, di Capitanata e di Basilicata, ed era veramente cosa da stupire, vedere tanta volubilità, e leggerezza in que' medesimi Popoli, i quali poc'anzi ardentemente desideravano la venuta di Carlo co' suoi Franzesi, ed ora averne cotanto abborrimento, invocando incessantemente il nome di Corradino; dal che, e da molti altri esempi passati, e da quelli che si leggeranno, ne nacque, così presso gli antichi Storici, che moderni, quell'opinione de' nostri Regnicoli, d'essere i più volubili ed incostanti, e che sovente, tosto infastiditi di un dominio, ne desiderano un nuovo. Taccia, la quale nemmeno Scipione Ammirato[129] ne' suoi Ritratti, osò di negarla a' nostri Regnicoli; e della quale mal seppe difendergli Tommaso Costa in quella sua infelice Apologia del Regno di Napoli.
Re Carlo stupiva pure di tanta volubilità, non men de' Regnicoli, che della sua fortuna: e posto in gran pensiero, era tutto inteso di accrescere il suo esercito, per andare ad opporsi a Corredino, il quale a grandi giornate se ne calava a Roma, ove da Errico di Castiglia e da' Romani era aspettato, per entrare per la via d'Abruzzi nel Regno.
Intanto Papa Clemente ch'era a Viterbo, avendo inteso i progressi di Corradino in Italia ed i moti del Regno, per opporsi dal suo canto in ciò che poteva, non avea mancato, tosto che Corradino giunse in Verona ed in Pavia, di scrivere calde e premurose lettere a varie città d'Italia inculcando loro, che non aderissero a Corradino; ma scorgendo, che queste lettere producevan poco frutto, volle vedere se per un altro verso potesse spaventarlo.
(Oltre di queste lettere scrisse pure ne' precedenti mesi una terribile lettera all'Arcivescovo di Magonza perchè dichiarasse pubblicamente scomunicato Corradino, co' suoi, che affettava invadere il Regno di Sicilia, che si legge presso Lunig[130].).
Gli spedì per tanto in aprile di quest'istesso anno 1267 una terribile citazione, colla quale se gli prescriveva certo tempo a dover comparire avanti di lui, se avesse pretensione alcuna sopra i Reami di Puglia e di Sicilia, e che non cercasse di farsi egli stesso giustizia colle armi, ma proponesse sue ragioni avanti la Sede Appostolica, che glie la avrebbe renduta; altrimente non comparendo, avrebbe contro di lui proferita la sentenza. Corradino non comparve già, ma proseguì armato il suo cammino; ed egli nella Cattedral Chiesa di Viterbo a' 28 aprile alla presenza di tutto il Popolo pronunziò la sentenza. Da poi invitò Carlo a venir a Viterbo, dove s'abboccarono insieme, e lo fece Governadore di Toscana; e poichè l'Imperio d'Occidente vacava, lo creò egli Paciero, ovvero Vicario Generale dell'Imperio. All'incontro a' 29 giugno nella festa degli Appostoli Pietro e Paolo, con grande apparato e celebrità scomunicò pubblicamente Corradino, e lo dichiarò nemico e ribelle della romana Chiesa, e decaduto da tutte le sue pretensioni[131]. Scrisse ancora a Fr. Guglielmo di Turingia Domenicano, che scomunicasse tutti coloro che non volessero prestar ubbidienza a Carlo; ed all'incontro ricolmasse di benedizioni ed indulgenze quelli, che per lui prendessero l'arme contro Corradino. E dopo tutto questo, essendosi reso certo, che erasi confederato con D. Errico di Castiglia, lo scomunica di nuovo la seconda volta. Ma Corradino poco curando di questi fulmini, non s'atterrisce, e fermo nel proponimento bada unicamente ad unir gente, e denaro per l'impresa[132].
Dall'altra parte Corrado Capece, e D. Federico fratello di Errico, ch'erano ancora a Tunisi, seguendo le buone disposizioni di quest'impresa, partirono da Tunisi con 200 Spagnuoli, ed altrettanti Tedeschi, e 400 Turchi, che teneva a' suoi stipendj quel Re, e si portarono in Sicilia. Corrado giunto a Schiacca, pubblicandosi Vicario di Corradino, sparge lettere per tutta quell'Isola, sollevando que' Popoli a ricevere il loro Re Corradino, che con numeroso esercito veniva. Le lettere erano dettate in questo tenore: Ecce Rex noster cito veniet in celebri, etc. e sono rapportate da Agostino Inveges. Le quali furono cotanto efficaci, che in brieve, avvalorate dal coraggio di Capece, quasi tutta la Sicilia alzò le bandiere di Corradino, tanto, che Fulcone Vicario in quell'Isola per Re Carlo restò sorpreso, e volendo colle armi frenar la sollevazione, furono le sue truppe rotte, ed egli obbligato colle sue genti a mettersi in fuga. E qui terminando l'Anonimo la sua Cronaca, si ricorrerà ora al Villani, ed agli Scrittori non meno diligenti che fedeli rapportatori de' successi di questi tempi.
Papa Clemente avendo nel nuovo anno 1298 intesa la rotta di Fulcone in Sicilia, bandì la Crociata, e scomunicò tutti coloro, che assalivano la Sicilia di qua e di là dal Faro. A Corradino mandò nuovamente suoi Legati, perchè tosto uscisse d'Italia. Questi non ubbidendo, lo priva del Regno di Gerusalemme, lo dichiara inabile all'Imperio e ad ogni altro Regno. Scomunica di nuovo tutti i Popoli, le città e tutte le terre, che 'l favorissero. Fulminò anche scomunica contro D. Errico, e lo priva della dignità Senatoria, conferendola al Re Carlo per dieci anni.
Ma Corradino, niente di ciò curandosi, prosiegue il suo viaggio, e giunto a Roma, fu ricevuto in Campidoglio dal Senatore Errico e da' Romani con gran pompa ed allegrezze a guisa d'Imperadore; ed ivi ragunata molta gente e denaro, unito con D. Errico e colle sue truppe, inteso ancora i moti delle città e Baroni del Regno, si partì da Roma a' 10 d'Agosto con D. Errico e i suoi Baroni, e con molti Romani, nè volle far la via di Campagna, sapendo che il passo di Cepperano era ben guardato, ma prese la via delle montagne tra Abruzzo e Campagna, conducendo il suo esercito per luoghi non guardati e freschi, abbondanti di carni e di strame, e d'acque fresche, che fu a' Tedeschi impazienti del caldo di grandissimo ristoro, e finalmente nel piano di Tagliacozzo collocò il suo esercito.
Il Re Carlo dall'altra parte, avendo ordinato a Ruggiero Sanseverino, che con buon numero di altri Baroni suoi partigiani tenessero a freno i sollevati; egli con tutte le sue forze cavalcò da Capua per andare ad opporsi a Corradino; ma accadde, che in quelli dì capitò in Napoli Alardo di S. Valtri, Barone nobilissimo Franzese, che veniva d'Asia, dove con somma sua gloria avea per venti anni continui militato contro Infedeli, ed ora già fatto vecchio ritornava in Francia per morire nella sua patria. Costui non ritrovando il Re in Napoli, andò a ritrovarlo a Capua, dove era coll'esercito: Re Carlo, quando il vide, si rallegrò molto, e subito disegnò di valersi della virtù di tal uomo e del suo consiglio, e lo pregò che volesse fermarsi ad ajutarlo in sì gran bisogno: e bench'egli si scusasse, che per la vecchiezza avea lasciato l'esercizio delle armi, e s'era ritirato ad una vita cristiana, e che non conveniva, che avendo spesa la gioventù in combattere con Infedeli, alla vecchiezza avesse da macchiarsi del sangue de' Cristiani: nulladimanco avendogli Carlo dato a sentire, che militando contro Corradino, pure militava contro gl'Infedeli, essendo ribelle del Papa, scomunicato, e fuori della Chiesa, oltre che il Re di Francia l'avrebbe sommamente gradito; tanto fece, fin che lo strinse a restare; e sentendo che Corradino era alloggiato nel piano di Tagliacozzo, volle che l'esercito di Carlo da lui guidato s'accampasse forse due miglia lontano da quello: da poi con pochi cavalli salito in un poggio, e considerato bene il campo de' nemici, s'avvide l'esercito suo esser di numero molto inferiore di quello di Corradino, e perciò dover sperarsi più nella prudenza ed astuzie militari, che nella forza; ed avendo appiattato il terzo squadrone dietro ad una valle, fece presentare la battaglia al nemico, il quale avidamente la ricevè, sdegnato dall'ardire dei Franzesi, che con tanto disvantaggio di numero venivano a far giornata. Si attaccò il fatto d'arme, ed ancor che i Franzesi con due soli squadroni valorosamente sostenessero l'impeto de' nemici, a lungo andare bisognò che cedessero, facendosi una strage crudele de' Franzesi. Re Carlo che con Alardo sopra il Poggio vedea la ruina de' suoi, ardeva di desiderio d'andare a soccorrergli, ma fu ritenuto da Alardo, e pregato che aspettasse il fine della vittoria, la quale avea da nascere dalla rotta de' suoi, siccome avvenne; poichè cominciando i Franzesi a gettar l'arme, a rendersi prigioni, e gli altri a fuggire, le genti di Corradino, credendosi aver avuta intera vittoria, si dispersero, parte si misero ad inseguire i fuggitivi, altri attendevano a spogliare i Franzesi morti ed a seguitare i cavalli degli uccisi, ed altri a menare i prigioni. Allora Alardo volto al Re Carlo, disse: Andiamo, Sire, che la vittoria è nostra; e discendendo al piano con lo terzo squadrone, che era rimaso nella Valle, diedero con grand'impeto sopra l'esercito nemico in varie parti diviso, ed agevolmente lo posero in rotta, e spinti innanzi, trovarono, che Corradino e 'l Duca d'Austria, e la maggior parte de' Signori ch'erano con lui, certi della vittoria, s'aveano levati gli elmi, e stavano oppressi dalla stanchezza e dal caldo; e non avendo nè tempo, nè vigore da riarmarsi, si diedero a fuggire, e nella fuga ne fu gran parte uccisa.
Corradino ed il Duca d'Austria, col Conte Gualvano ed il Conte Girardo da Pisa pigliaron la via della marina di Roma, con intenzione d'imbarcarsi là, ed andare a Pisa; e camminando di giorno e di notte, vestiti in abito di contadini, arrivarono in Astura, terra in quel tempo de' Frangipani nobili Romani: dove con acerbo lor destino a caso scoverti, furono da uno di que' Signori fatti prigioni, e di là a poco condotti e consignati a Re Carlo, che gli mandò prigioni in Napoli, e gradì questo dono, come preziosissimo, donando a quel Signore la Pelosa ed alcune altre castella in Valle Beneventana, e volle, che si fermasse in Napoli: da cui discesero i Frangipani che goderono gli onori lungamente del Seggio di Portanova di Napoli.
D. Errico di Castiglia, mentre fuggiva, fu incontrato dalle genti di Carlo, i quali ruppero le sue truppe, e ne fecero molti prigioni; ed egli si salvò fuggendo per beneficio della notte. Alcuni narrano, che si ricovrò in Monte Cassino, ove da quell'Abate, che credette farsi un gran merito col Papa, fu fatto prigione, e fattosi assicurare di risparmiargli la vita, lo mandò in dono a Papa Clemente, il quale tosto l'inviò al Re Carlo, che insieme con gli altri lo fece condurre prigioniero in Napoli. Altri dicono, che fuggì verso Rieti, e che pure un Abate d'un altro monastero, dove capitò, fattolo prigione, lo mandò al Papa.
Soli scamparono dall'ira del Re, Corrado Capece, e Federico fratello d'Errico; i quali trovandosi in Sicilia ebbero modo d'imbarcarsi sopra alcune galee dei Pisani, ed a Pisa ne andarono.
In memoria di questa rimarchevole vittoria, per cui, se diam fede al Fazzello, fu sparso il sangue di dodicimila Tedeschi, fece Re Carlo edificare una Badia per li Monaci di S. Benedetto[133], nel luogo ove seguì la battaglia col titolo di S. Maria della Vittoria, dotandola di molte possessioni. Ma per le guerre seguenti fu disfatta e disabitata: ed oggi il Papa conferisce il titolo di quella Commenda, la quale è delle buone del Regno per li frutti delle possessioni, che ancora ritiene[134].
Non si possono esprimere le crudeli stragi, che fece Carlo de' ribelli e de' presi in battaglia dopo questa vittoria. Alcuni fece impiccar per la gola, altri furono fatti morire col ferro, e moltissimi condennati a perpetuo carcere. Le città delle nostre province, che alla venuta di Corradino ribellaronsi, furono da' Franzesi manomesse, portando da per tutto desolazioni, ruine ed incendi. Aversa fu disfatta, Potenza, Corneto, e quasi tutti i castelli di Puglia e di Basilicata furono crudelmente distrutti.
Nè minori furono le stragi nell'Isola di Sicilia. A Corrado d'Antiochia, ed a molti Signori del partito di Corradino furono prima cavati gli occhi, e poi fatti barbaramente impiccare. Ridusse i Siciliani in una quasi schiavitudine, gravandogli di nuovi tributi; ed i Franzesi insolenti non perdonavano nè all'onore, nè alle robbe degli abitatori, onde nacque il principio del famoso Vespro Siciliano; poichè i Siciliani per uscire da tanta servitù diedero poi mano alla cotanto celebre congiura di Giovanni di Procida, della quale parleremo più innanzi.
Debellò ancora i Saraceni, che s'erano fortificati in Lucera, ed avendo ridotta quella città sotto la sua ubbidienza, fece ivi prigioneri Manfredino, e sua madre Elena degli Angioli seconda moglie di Manfredi, che condotti in carcere nel castel dell'Uovo di Napoli, furono per opera del Re Carlo fatti ivi morire.
Scipione Ammirato ne' suoi Ritratti[135] rapporta, che i figliuoli di Manfredi fossero stati tre, e che i lor nomi fossero Errico, Federico e d'Ansellino, a' quali infino a' tempi del Re Carlo II, essendo tenuti incarcerati nel castello di Santa Maria al Monte, si davano tre tarì d'oro per ciascun giorno. Ma altri, fra' quali è Inveges[136], rifiutano ciò, che scrive quest'Autore; poichè i due figliuoli di Manfredi, ch'ebbe della prima sua moglie Beatrice di Savoja, premorirono al padre, e sol Manfredino figliuolo della seconda fu fatto prigione con la madre, che furono da Carlo I fatti morire in prigione.
§. II. Infelice morte del Re Corradino, in cui s'estinse il legnaggio de' Svevi.
Avendo con tali mezzi di crudeltà Carlo recati questi Regni sotto la sua ubbidienza, ed usando rigore estremo, avendo ridotti i suoi sudditi in istato di non poterlo più offendere, gli rimaneva solo di deliberare ciò, che dovesse farsi di Corradino, del Duca d'Austria, e degli altri Signori prigionieri. Ne volle prima il Re sentirne il parere del Papa, con cui soleva consultare delle cose più ardue e gravi del Regno. Scrivono Errico Gualdelfier, il Villani, Fazzello, Collenuccio, ed altri, che Clemente alla domanda rispondesse queste brevi parole; Vita Corradini, mors Caroli: Mors Corradini, vita Caroli. Lo niegano il Costanzo, il Summonte e Rinaldo; ed il Summonte s'appoggia ad una ragion falsissima, dicendo, che ciò non poteva avvenire, trovandosi già dieci mesi prima morto Clemente, quando Corradino fu fatto decapitare: nientedimeno ciò non ripugna al testimonio di quegli Scrittori, i quali dicono, che Carlo richiedesse il Pontefice del suo parere, che gli fu dato; ma che poco da poi prevenuto dalla morte non potè vedere l'esecuzione del suo crudel consiglio. Il Costanzo avendo quel Papa per uomo di santissima vita, e perchè lo scrive il Collenuccio suo antagonista, non potè persuadersi a crederlo. Ma in ciò dee pur darsi tutta la fede al Villani, il quale con tutto che Guelfo, e capital nemico de' Svevi, difendendo il Papa, non ardisce di negarlo.
Papa Clemente non potè vedere l'esecuzione di sì fiero consiglio, poichè a' 29 di novembre di quest'anno 1268 o pure com'altri scrissero a' 30 dicembre trapassò; e per le continue fazioni contrarie de' Cardinali, che per la potenza di Carlo non potevano deliberarsi ad eleggere un successore di loro arbitrio e volontà, vacò la sede quasi tre anni, cioè infino all'anno 1271 siccome scrive il Gordonio.
Re Carlo, morto il Pontefice, nel nuovo anno 1269 essendo per la sua natural fierezza e crudeltà stimolato a prender di quell'infelice Principe le più crudeli risoluzioni: per dar altra apparenza e più speziosa a questo fatto, volle che si prendesse su ciò pubblica deliberazione; e fatti convocare in Napoli tutti i maggiori Baroni di quello, e quelli Signori franzesi che erano con lui ragunò un consiglio affinchè deliberasse ciò che dovesse farsi di Corradino. I principali Baroni franzesi erano in discordia; poichè il Conte di Fiandra genero del Re e molti altri Signori più grandi e di magnanimo cuore, e che non tenevano intenzione di fermarsi nel Regno, furono di parere, che Corradino e 'l Duca d'Austria si tenessero per qualch'anno carcerati, finchè fosse tanto ben radicato e fermato l'imperio di Carlo, che non potesse temer di loro. Ma quelli, che aveano avuto rimunerazione dal Re, e desideravano assicurarsi negli Stati loro (il che non parea, che potesse essere, vivendo Corradino) erano di parere, che dovesse morire. Altri, a cui era nota l'inclinazione del Re, per andar a seconda del suo desiderio s'unirono co' secondi. A questa opinione s'accostò il Re[137], o fosse per sua natura crudele, o per la grandissima ambizione e gran desiderio di Signoria, che lo faceva pensare agli Stati di Grecia, a' quali non poteva por mano senz'esser ben sicuro di non aver fastidio ne' Regni suoi, massime per le rivoluzioni, ch'avea veduto per la venuta di Corradino; onde dubitava, che i medesimi Saraceni, ch'erano rimasti nel Regno, ajutati da' Saraceni di Barberia, essendo egli lontano, non si movessero a liberarlo; fu conchiuso in fine, che se gli dasse morte.
A questo fine, fu imposto, che gli si fabbricasse il processo sopra queste accuse: di perturbatore della pubblica quiete, e dei precetti de' sommi Pontefici: di tradimento contro la Corona: d'aver ardito d'invadere ed usurpare il Regno con falso titolo di Re, e d'aver tentato anche la morte del Re Carlo. Fu il processo fabbricato e compito innanzi a Roberto da Bari, ch'era Protonotario del Re Carlo; il quale proferì la sentenza di morte, e quella lesse in pubblico, appoggiandola sopra le riferite accuse.
(Di questo Roberto e della poca sua letteratura, ne fa anche menzione Errico d'Isernia in quella lettera scritta a Fr. Bonaventura, che si legge nel Codice MS. della Biblioteca Cesarea di Vienna, N. 170 pag. 82 dove fra l'altre cose gli dice: Novimus etiam, si ad moderna tempora stilum retrahimus, quod Papa Clemens Robertum de Baro non magnae Literaturae hominem, imo tantum ex usu aliquid cognoscentem, apud Regem promovit Carolum.)
Fu da questa sentenza di morte sol eccettuato D. Errico di Castiglia, che fu condennato a perpetuo carcere in Provenza, per osservarsi la fede data all'Abate, che lo consignò al Papa sotto parola, che di lui non si spargesse sangue.
Fu a' 26 ottobre di quest'anno 1269 in mezzo del Mercato di Napoli con apparati lugubri e funesti, essendosi apprestato il talamo e l'altre pompe di morte, mandata in esecuzione sì barbara e scellerata sentenza; e narrasi che l'infelice Corradino quando l'intese leggere dal Protonotario, voltatosi a lui, gli avesse detto queste parole: Serve nequam tu reum fecisti filium Regis et nescis quod par in parem non habet imperium: poi rivolto al Popolo purgossi de' delitti, che falsamente se gl'imputavano, dicendo, ch'egli non ebbe mai talento d'offendere S. Chiesa, ma solo di acquistare il Regno a lui dovuto per chiare e manifeste ragioni, e del quale a torto n'era stato spogliato. Ch'egli sperava, che di sì inaudite e barbare violenze, ne dovessero prender vendetta i Duchi di Baviera della stirpe di sua madre, e che i Tedeschi, ancora non lasceranno invendicata la barbara sua morte. E dette queste parole, trattosi un guanto, come vuole il Collenuccio, e come altri un anello, lo buttò verso il Popolo, quasi in segno d'investitura. E vi è chi scrive, che per tal atto avesse voluto lasciar suo erede D. Federico di Castiglia figliuolo di sua zia, che, come s'è detto, erasi da Sicilia fuggendo, ricovrato a Pisa. Ma il Maurolico ed altri comunemente affermano, che Corradino con questo segno, morendo senza figliuoli, istituì erede D. Pietro d'Aragona marito di Costanza sua sorella cugina. E narra Pio II[138] che questo guanto o anello fu raccolto da Errico Dapifero, da cui fu portato in Ispagna al Re Pietro. Ond'è che i Re aragonesi e gli austriaci prendono la lor ragione per la successione de' Regni di Sicilia e di Puglia, non già dagli Angioini, ma da questo Corradino, il quale tramandogli a' Re di Sicilia discendenti da Pietro e da Costanza figliuola di Manfredi, siccome, dopo Aventino, scrissero Besoldo[139], il Summonte ed altri. E gli Scrittori siciliani[140], che riguardando il testamento dell'Imperador Federico, dove Manfredi è trattato come suo figliuol legittimo, invitandolo alla successione de' suoi Regni nel caso che Corrado ed Errico mancassero senza figliuoli, riputano per vero, ciò che Matteo Paris narra, come una voce fatta insorgere da Manfredi stesso, cioè, che sua madre essendo vicina a morte, fattosi chiamar l'Imperadore, avesselo per le calde preghiere e sue pietose lagrime, indotto per quelle poche ore di vita, che le rimanevano a riconoscerla per vera moglie, con isposarla; ed in conseguenza, che per cotal atto Manfredi si venne a legittimare[141]: tengono per cosa certa, che la successione di questi Reami per la morte di Corradino si fosse diferita a Costanza figliuola di Manfredi e moglie del Re Pietro, ed a' suoi discendenti; e che a ragione gli Arragonesi ne cacciarono i Franzesi, e con giustizia se ne rendesser poi Signori.
Ma perchè più dura e acerba fosse l'angoscia dell'infelice Corradino, non fu il primo ad essergli mozzo il capo, ma vollero riserbarlo al fiero spettacolo della decapitazione di Federico Duca d'Austria; poichè il primo ad esser decapitato fu quest'infelice, il cui capo mozzo dal carnefice prese in mano il dolente Corradino, e dopo averlo bagnato d'amare lagrime, baciollo e se lo strinse al petto, piangendo la sua sventurata sorte, ed incolpando se stesso ch'era stato cagione di sì crudel morte, togliendolo alla sua infelice madre. Poi rincrescendogli di sopravvivere a tanti acerbi spettacoli, postosi inginocchione chiedendo perdono a Dio de' suoi falli, diede segno al carnefice di dover eseguire il suo ufficio, il quale in un tratto gli recise il regal capo. E dopo lui, furon decapitati il Conte Girardo da Pisa, ed Hurnasio Cavalier tedesco, e nove altri Baroni regnicoli furono fatti morire su le forche.
(Questo Federico ultimo dell'antica stirpe Austriaca era della casa di Baden, e s'intitolava Duca d'Austria, com'erede di Federico II il Bellicoso. E' nacque da Gertrude figliuola d'Errico III ch'era fratello del Bellicoso, la quale si maritò con Ermando di Baden, come narra Gerardo a Roo[142]: Cum Fridericus Austriae Ducum ex Babenbergensi gente ultimus Anno post mille ducentos sexto et quadragesimo ex vulnere in pugna cum Hungaris commissa accepto, obiisset, Hermanus Badensis, qui Gertrudim illius ex fratre Henrico Medlicense neptem in matrimonio habebat, Austriae gubernationem adierat. Ejus filius Fridericus annos tutelae vix egressus, Neapoli cum Cunradino Apuliae et Siciliae Rege, uti paulo post dicetur, capite plexus erat. Vedasi Struvio[143]).
Questo infelice fine, compianto da quanti videro sì funesto ed orrido spettacolo, ebbe il giovanetto Corradino in età di 17 anni. In lui s'estinse la chiara e nobilissima casa di Svevia, che per linea non men mascolina che femminina discendea da' Clodovei e dai Carolingi di Francia, e da' Duchi di Baviera. Famiglia, che sopra tutte le altre d'Europa contava più Imperadori, Re, Principi e Duchi, e che sopra tutte le famiglie di Germania teneva il vanto di nobiltà. In questo sangue incrudelì Re Carlo, portandogli cotal barbaro fatto eterna infamia presso tutte le Nazioni d'Europa; nè vi è Scrittore, ancor che franzese, che non detesti ed abbomini atto sì crudele, da non paragonarsi a quante empietà e scelleraggini si leggono de' più fieri Tiranni, ch'ebbe la terra. Quindi in Alemagna surse l'illustre Casa d'Austria; poich'estinta la stirpe de' Principi di Svevia, e Riccardo, fratello del Re d'Inghilterra, che aspirava all'Imperio, essendo morto, ed Alfonso Re di Castiglia suo competitore non avendo più partigiani in Alemagna, gli Elettori l'anno 1273 si ragunarono in Francfort, ed elessero per Imperadore Rodolfo Conte di Auspurg, il quale fu coronato l'istesso anno in Aquisgrana, e riconosciuto da' Principi d'Alemagna; ed avendo umiliato Ottogaro Re di Boemia, fece che restituisse l'Austria, la qual diede ad Alberto suo primogenito, i di cui discendenti presero il nome di Austriaci.
Ecco finalmente come dopo 69 anni terminò in Sicilia, ed in Puglia il Regno de' Svevi e con qual crudel principio cominciasse quello de' Franzesi, che portò in queste nostre province grandi mutazioni, così nello stato civile e temporale, come nello ecclesiastico e spirituale. Ciò, che dopo aver narrata la politia ecclesiastica di questi tempi, sarà il soggetto de' seguenti libri di quest'Istoria.
CAPITOLO V. Politia ecclesiastica dal decimoterzo secolo insino al Regno degli Angioini.
La potenza de' romani Pontefici si stese in questo secolo tanto, che non fu veduta in altri tempi maggiore: volevan esser creduti Monarchi non meno nello spirituale che nel temporale, e s'arrogavano perciò la facoltà di poter deporre i Principi da' loro Stati e Signorie: chiamargli in Roma a purgarsi de' delitti, dei quali erano stati accusati: assignar loro certo termine a comparire, sentenziargli, e nel caso non ubbidissero, di dichiarargli decaduti da' loro Reami: assolvere i loro vassalli da' giuramenti dati, ed invitar altri alla conquista delle Signorie, ond'erano stati deposti. Riputandosi Signori del Mondo, non aveano difficoltà d'investire i loro devoti di province, e di Regni in tutta la terra, ed in tutto il mare d'isole e golfi, e d'altre province sconosciute e lontane. Bonifacio VIII avendo Ruggiero di Loria famoso Ammiraglio di mare conquistata Gerba ed alcune altre isole dell'Affrica, tosto nel primo anno del suo Ponteficato 1295 essendo in Anagni gliene spedì Bolla d'investitura, per la quale gli concedè in Feudo le isole suddette con obbligarlo a prestar il giuramento di fedeltà ed omaggio, e di pagarli cinquanta once d'oro l'anno al peso del Regno di Sicilia, per censo, in ricognizione del dominio diretto, ch'egli vi pretendeva, siccome lo pretendeva in tutte le altre province del Mondo; e la carta di quest'investitura è rapportata dal Tutini[144]. E da questo principio nacque, che Alessandro VI nell'anno 1493 si facesse lecito di concedere la terra ferma e l'isole insino a' suoi tempi sconosciute, e tirar una linea da un Polo all'altro, assegnandole e donandole a Ferdinando ed Isabella Re di Castiglia[145]. Quindi surse la nuova dottrina professata da' Dottori Guelfi e dai Canonisti che il Papa fosse Signore di tutto il Mondo contrastando a' Dottori Ghibellini, che ne facevano Signore l'Imperadore.
La Cattedra di S. Pietro volevano che si riputasse la Reggia universale del Cristianesimo, ed a questo fine ingrandirono i Cardinali e depressero i Vescovi, per rendere più maestosa la loro Sede. I Cardinali, come si è veduto, sdegnavano di andar di persona a trattare con Manfredi, dicendo, che ciò non era di loro stima ed onore; ed Innocenzio IV ad onta di Federico, che s'ingegnava abbassargli insieme con tutto l'Ordine ecclesiastico, volle dargli il cappel rosso, la valigia e la mazza d'argento quando cavalcavano, volendo che alla regia dignità fosse la loro agguagliata; ed essendosi da poi proccurato d'innalzar assai più la loro dignità a gradi ed onori Eminenti, vennero dagli adulatori della Corte romana anche chiamati Grandi Senatori, che venerati con regali onoranze eleggono il Supremo Principe, che così chiamano il Papa, ed assistono al suo gran soglio.
Divenuto il Papa Monarca, i Cardinali grandi Senatori, e la Sede Appostolica Reggia e Corte universale del Cristianesimo, Gregorio IX per maggiormente stabilire la Monarchia applicò l'animo ad una compilazione e pubblicazione di Decretali, le quali terminarono di mettere interamente in rovina il diritto antico de' Canoni, e stabilirono la possanza assoluta e senza termine de' romani Pontefici; poichè considerando, che siccome l'Imperador Teodosio formò la politia dell'Imperio, con far raccorre le costituzioni ed editti, così suoi, come degli altri Imperadori predecessori in un libro, che fu poi chiamato il Codice Teodosiano; e l'Imperador Giustiniano, oltre la compilazion delle Pandette, che contenevano le leggi antiche accomodate al suo tempo, ridusse ancora in un corpo le sue costituzioni e quelle de' predecessori Imperadori nel suo Codice; così bisognava formar una nuova politia per la Chiesa accomodata a' suoi tempi (giacchè, mutate le cose, la compilazione del Decreto non era a proposito) e di ridurre perciò in un corpo tutte l'epistole decretali de' suoi predecessori, con separarle da' canoni, e dall'altre epistole de' Pontefici, le quali non potevano servire, come queste, ch'egli trascelse, per stabilire la Monarchia romana, e massimamente per la materia beneficiale e per lo Foro episcopale, e per maggiormente stendere la conoscenza nelle cause e la loro giurisdizione; ond'egli, ad imitazione di que' due grandi Imperadori, ordinò la compilazione d'un nuovo Codice; ed aboliti tutti gli altri rescritti, volle, che questo suo libro, che chiamò Decretale, avesse tutta la forza e vigor di legge; nel quale vi è molto più intorno a quello che concerne l'edificazione de' processi, che l'edificazione dell'anime.
§. I. Della compilazione delle decretali; e loro uso ed autorità.
Epistole decretali erano ne' primi tempi chiamate quelle lettere, che i Vescovi delle Sedi maggiori scrivevano a' Padri della Chiesa, che gli richiedevano di qualche parere intorno alla dottrina, e disciplina della Chiesa[146]. Ma da poi il Pontefice romano, come Capo della Chiesa essendosi innalzato sopra tutti i Vescovi e Patriarchi, e facendo perciò valere la sua autorità più di tutti gli altri, s'appropriò egli solo di mandar sue epistole ai Padri ed a' Vescovi, che ricorrevano a lui per consultarsi di qualche affare delle loro Chiese; e pervenute queste epistole a qualche numero, sin ne' tempi di Papa Gelasio nel Sinodo di 70 Vescovi tenuto in Roma nell'anno 494 furono quelle confermate, acquistando vigore non meno che i Canoni, che ne' Concilj erano stabiliti[147].
Ma a' tempi di Carlo M. che favorì cotanto i Pontefici romani, acquistando vie più forza le loro decretali, si cominciò a separarle da' Canoni, e riputandosi non esser mestieri per aver vigore, di esser confirmate da' Concilii, o da' Sinodi, si credette, che esse sole bastassero per regolare la dottrina e la disciplina della Chiesa, onde maggiormente i Pontefici stabilirono la loro autorità, e vie più crebbe il lor numero, tanto che bisognò pensare ad unirle insieme, e farne raccolta, con introdursi perciò un nuovo dritto Pontificio, lasciando da parte stare i Canoni de' Concilii[148].
La prima compilazione di queste lettere decretali separate da' Canoni la fece Bernardo Circa Preposito di Pavia, e poi Vescovo di Faenza, il quale sotto certi titoli dispose le decretali de' Pontefici, cominciando da Alessandro III, insino a Papa Celestino III il qual pervenne al Ponteficato nell'anno 1191. Non ebbe egli altro scopo, se non perchè quella servisse, come un supplemento al decreto di Graziano; onde questa Raccolta fu chiamata libro delle Stravaganti, perchè le Costituzioni ivi racchiuse, vagavan fuori del Decreto[149]. Antonio Augustino la diede alla luce, dandole il primo luogo fra le altre Raccolte delle antiche decretali. In questo decimoterzo secolo ne surse un'altra, di cui si nominano tre Autori, Gilberto, Alano e Giovanni Gallense. Questi imitando Bernardo, raccolsero le decretali di quelli Pontefici, che vissero dopo Bernardo; ma sopra i due primi si distinse Giovanni, che ne fece più ampia Raccolta[150]. La terza la dobbiamo a Bernardo Compostellano il quale da' Registri d'Innocenzio III Pontefice il più dotto, e 'l maggior facitore di decretali, le raccolse, fu chiamata Romana[151].
Tutte queste Collezioni essendosi fatte per privata autorità, allegate nel Foro o altrove, non avevano vigor alcuno; onde era di mestieri da' scrigni della Chiesa di Roma cavar gli esemplari perchè facessero autorità. Per la qual cosa i Romani pregarono Innocenzio III perchè di sua autorità comandasse una nuova Compilazione: Innocenzio loro compiacque e diede la cura a Pietro Beneventano suo Notajo, che la facesse: questi nell'undecimo anno del suo Ponteficato intorno il 1210 la fece, e fu la prima raccolta del jus Pontificio, che si facesse con pubblica autorità[152]. Passati cinque anni, coll'occasione del Concilio tenuto in Laterano sotto il medesimo Pontefice, se ne fece un'altra nel 1215, nella quale furono aggiunte tutte le decretali e rescritti, che per lo spazio di que' cinque anni eransi emanati. Da poi nell'anno 1227 Tancredi Diacono di Bologna ne fece un'altra, nella quale unì le Costituzioni d'Onorio III successor d'Innocenzio; ma quantunque fosse stata terminata in quell'anno, nel quale morì Onorio IX suo successore, che meditava oscurar la fama de' suoi predecessori con una più ampia o nuova compilazione, la fece supprimere, nè mai vide la luce del Mondo, se non negli ultimi tempi, quando Innocenzo Cironio nell'anno 1645 la fece imprimere in Tolosa colle sue dottissime chiose[153].
Gregorio IX adunque per maggiormente stabilire la Monarchia romana, ordinò, che si compilasse un nuovo Codice, nel quale ad imitazione dell'Imperadore Giustiniano, volle, che risecate le altre Costituzioni dei Pontefici suoi predecessori, le quali non erano più confacenti a' suoi tempi, s'inserissero in quello le sue e l'altre de' suoi predecessori, che egli stimò più a proposito; ed oltre a ciò, perchè non s'avesse occasione di ricorrere al jus civile, statuì da se molte cose ancorchè non richiesto[154], affinchè con questo suo Codice si regolassero i Tribunali ne' giudicii, e le Scuole nell'insegnar a' giovani la giurisprudenza. Commise la compilazione di quest'opera a Raimondo di Pennaforte del Contado di Barcellona, Frate Domenicano, gran Canonista, ed Inquisitore in Catalogna, e molto caro a Giacomo Re d'Aragona, che lo trascelse per suo Confessore[155]. Gregorio tratto dalla fama della sua dottrina e bontà de' costumi, lo fece venire in Roma, e lo creò suo Cappellano e Penitenziero, dignità che a que' tempi non si conferiva se non che ad uomini riguardevoli e letteratissimi. Costui eseguendo la sua commessione la ridusse a compimento. Divise l'opera in cinque libri, e seguitò l'istesso metodo appunto, che tenne Triboniano nella compilazione del Codice di Giustiniano[156].
Papa Gregorio, vedendo terminata l'opera a seconda del suo genio, tosto promulgò una Costituzione, che la propose all'istesso Codice, per la quale, abolendo tutte le altre, comandò a tutti, che solamente di questa compilazione si servissero così ne' giudicii, come nelle scuole: proibendo ancora con molto rigore, che per l'avvenire niuno abbia ardimento di farne altra, senza spezial autorità della Sede Appostolica[157]. Comandò ancora, che per tutto il Mondo si divolgasse, ed in tutte l'Accademie ed Università d'Europa si legesse[158], infiammando allo studio di quella non meno i Professori, che gli scolari.
Non vi fu parte d'Europa, che per la potenza e credito di Gregorio non la ricevesse con ardore; e si mossero i Professori da tutte le parti, non meno ad insegnarla nelle scuole, che a farvi copiose chiose. I primi furono Ruffino, Silvestro e Riccardo inglese: Rodovico cognominato di pocopasso, e Pietro Corbolo, ovvero Boliato spagnuolo: Bertrando, Damaso ed Alano inglese: Pietro Preposito di Pavia, Pietro Gallense di Volterra, Bernardo Compostellano, Vincenzo Castiglione di Milano, Giovanni Teutonico e Tancredi. Seguitarono appresso le costoro pedate Guglielmo Naso e Giacomo di Albenga Vescovo di Faenza, Vincenzo Goffredo, Filippo, Innocenzio Ostiense, Pietro Sampso, Egidio bolognese, Bonaguida d'Arezzo, Francesco da Vercelli, Boatino di Mantua, e l'Arcidiacono. Ma surse poi sopra gli altri Bernardo Bottone da Parma, il quale raccogliendo tutte le costoro Chiose, ne fece egli, intorno l'anno 1240, una più ampia, trasferendo a se la gloria di tutti[159].