ISTORIA CIVILE DEL
REGNO DI NAPOLI VOLUME VI


ISTORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI

DI

PIETRO GIANNONE

VOLUME SESTO

MILANO
PER NICOLÒ BETTONI
M.DCCC.XXII


[INDICE]


STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI

LIBRO VENTESIMOSECONDO

Morto re Carlo II nacque subito quella famosa quistione tra il zio ed il nipote sopra la successione del Regno; poichè dall'una parte il giovanetto Re d'Ungheria mandò Ambasciadori a Papa Clemente a dimandar l'investitura, non già come nipote, secondo l'error di Tiraquello[1], ma come figliuolo di Carlo Martello primogenito del Re Carlo II. Dall'altra parte Roberto Duca di Calabria, ch'era allora col Papa in Avignone, diceva, che l'investitura doveasi a lui, come a figlio, e più prossimo in grado al Re morto. Fu con molte discussioni avute innanzi al Collegio de' Cardinali esaminato il punto: nel che importò molto al Duca di Calabria l'opera di Bartolommeo di Capua Dottore eccellentissimo, ed uomo, che per aver tenuto il primo luogo molt'anni nel Consiglio di Re Carlo, era divenuto per molta isperienza prudentissimo in pratiche di Stato. Costui trattò con molto valore la difesa del Duca, e tra le opere di Luca di Penna, e di Matteo d'Afflitto[2] leggiamo le sue allegazioni ch'egli compose per questa causa. Scrisse ancora per Roberto, Niccolò Ruffolo valente Dottore di que' tempi, le cui allegazioni leggiamo impresse ne' volumi di Luca di Penna. E Gio. Vincenzo Ciarlanti[3] vuole, che Roberto avesse seco condotto ad Avignone anche Andrea d'Isernia pur famoso Giureconsulto, perchè insieme col Capua prendesse la sua difesa. Chi sostenesse le parti di Caroberto non abbiam memoria; e se dobbiamo prestar fede a ciò, che di questa contesa ne scrisse Baldo Perugino[4], non fu egli presso il Papa difeso, come ad una cotal difficile ed intrigata quistione si conveniva.

Ma ciò che sopra ogni altro rese al giudicio del Mondo, ed agli Scrittori giusta e prudente la decisione del Pontefice Clemente V a favor di Roberto, fu che Bartolommeo di Capua trattò questa causa non semplicemente da Dottore, ma dimostrò al Papa ed a' Cardinali, che oltre a quella ragione, che davano le leggi al Duca di Calabria, era necessario per l'utilità pubblica d'Italia, e del nome cristiano, che il Regno dovesse darsi a Roberto Signor savio ed espertissimo in pace ed in guerra, riputato un altro Salomone dell'età sua; e non più tosto al giovanetto Re, il quale senza conoscimento alcuno delle cose d'Italia nato, ed allevato in Ungheria, fra' costumi del tutto alieni dagl'Italiani, essendo costretto di governare il Regno per mezzo di Ministri e Baroni ungari, a niun modo avria potuto mantenerlo in pace, parendo ancora cosa non meno impossibile, che inconveniente, che il Duca di Calabria, il Principe di Taranto, ed il Principe d'Acaja zii del Re, e Signori nel Regno tanto potenti, avessero a star soggetti a' Baroni Ungari[5]; onde dopo molte discussioni, al fine fu sentenziato in favor di Roberto, ed al primo d'Agosto di quest'anno 1309 fu dichiarato in pubblico Concistoro Re di Sicilia ed erede degli altri Stati del Re Carlo suo padre; ed a' 26 del detto mese fu da Roberto in mano del Pontefice dato il giuramento di fedeltà e ligio omaggio, e ricevè dal medesimo l'investitura[6] non meno di questo regno di Puglia, che di quello di Sicilia[7]; poichè i Pontefici romani, avendo per intrusi i Re Aragonesi, che possedevano la Sicilia senza ricercarne da essi investitura, per non pregiudicare le loro ragioni, investivano gli Angioini, così dell'uno, come dell'altro, secondo l'antico stile ed usitate formole. Questa investitura, oltre essere stata raccolta dal Chioccarelli nel primo tomo de' M. S. giurisdizionali, si legge tra le Scritture del regale Archivio[8], ove fra i soliti patti e convenzioni, Roberto s'obbliga pagar ogni anno alla S. Sede nel dì di S. Pietro ottomila once d'oro per censo, in recognizione del Feudo: replicandosi ancora ciò, che nell'altre investiture era stabilito, che la città di Benevento restasse esclusa, e come fuori del Regno rimanesse per sempre in dominio utile e diretto della Chiesa romana. Così agli 8 di settembre nella città d'Avignone fu Roberto con tutte le solite cerimonie e con ogni pompa e celebrità incoronato Re[9]; ed il Papa a maggior dimostrazione di benevolenza, gli donò per autentica Bolla sottoscritta da tutto il Collegio, una gran somma di denari, che fu creduto passar trecentomila once d'oro, che dal Re Carlo suo padre e suo Avo, si doveano alla Chiesa romana per le spese fatte da Papa Bonifacio VIII, e suoi predecessori, nella spedizione di Sicilia[10].

Essendo tutte queste cose trattate in Avignone nel Ponteficato di Clemente V, è gran meraviglia, come dai nostri Professori si creda Autore di tal sentenza il Pontefice Bonifacio VIII, che più anni prima era stato fatto prigioniere in Anagni da' Colonnesi, e morto in Roma per dolor d'animo. Nel che non è condonabile l'error di Tiraquello, e di alcuni altri[11], che contro ciò che si legge in tutti i più gravi Storici[12], scrissero, che Bonifacio avesse sentenziato a favor di Roberto, ingannato forse da ciò che si legge ne' Commentari di Baldo[13], i quali secondo le edizioni vulgate, contenendo molte scorrezioni, sono stati cagione a lui ed agli altri di simili errori.

Fu tal sentenza commendata da Bartolo[14], e quel ch'è più da Cino da Pistoia[15], quel severissimo censore de' Pontefici e della Corte romana; e quantunque Baldo[16] una volta la riprovasse, dicendo che in ciò il Papa fuit magis partialis, quam talis qualis esse debuerat: nulladimanco esaminando altrove[17] la questione, e trovatala piena di difficoltà, e non così facile a determinare, tanto che fu costretto di dire, solvat Apollo, soggiunge, che avendo così determinato la Sede appostolica, esset ridiculum, et quasi haereticum disputare, quia injuriam facit judicio Reverendissimae Synodi, delle quali parole si valse anche il nostro Matteo d'Afflitto.

Fu ella poi, come rapporta anche Bzovio[18], confermata da Benedetto XII, il quale avendo per mezzo de' suoi Legati ricevuto il giuramento di fedeltà e ligio omaggio da Roberto, gli confermò il Regno e ne lo investì con le medesime condizioni, che erano nell'investitura del Re Carlo I suo Avo[19]. Nè sono mancati Giureconsulti gravissimi, che l'han sostenuta con ragioni e con esempli, come Cujacio[20], Ottomano[21], Morisco, Mariana[22], Arniseo[23] e tanti altri. Quindi avvenne, che Roberto per mostrare che egli, perchè nato prima e come più prossimo in grado di Caroberto, dovea godere, ad esclusione di costui, della primogenitura, s'intitolava: Robertus primogenitus, etc. come assai a proposito avvertì anche Gio. Antonio de Nigris[24] ne' suoi Commentarj.

Roberto adunque, favorito in tanti modi da Papa Clemente partì da Provenza per Italia, e quivi per mostrarsi grato al Pontefice, cavalcò per tutte le città, favoreggiando i Guelfi, e dichiarando, ch'egli sarebbe stato inimico a tutti coloro che cercassero d'infestare lo Stato ecclesiastico ed i partegiani suoi.

Giunse finalmente in Napoli, dove con pompa reale e con testimonio universale di gran contento il riceverono; poichè non solo ciascuna provincia del Regno, ma ogni Terra di qualche nome gli mandò Sindici a visitarlo e ad ossequiarlo: ed egli per mostrarsi meritevole del giudizio del Papa e della benivolenza de' Popoli, cavalcò per tutto il Regno riconoscendo i trattamenti de' Baroni e degli Ufficiali co' sudditi, con accarezzare quelli che si portavano bene; e per contrario riprese gl'ingiusti e tiranni, ordinando, che dovessero inviolabilmente osservare le leggi ed i Capitoli del Regno, che suo avo e padre aveano stabiliti. Tornato a Napoli, creò Duca di Calabria Carlo suo unigenito, ed onorò molti gran Baroni del titolo di Conte; e calcando le vestigia de' suoi maggiori, cominciò a far vie più bella e magnifica la città, non avendo ancor cagione alcuna di guerra. Diede in quest'anno 1310 principio al monastero di S. Chiara, luogo per Monache in ampio numero di quell'Ordine, con un separato Convento per molti Religiosi Conventuali, e piacquegli dichiarare questa magnifica chiesa, che fosse sua Cappella regia[25]. Fabbrica, che in magnificenza e grandezza non cede a niun altro edificio moderno d'Italia: ed è fama, che dal dì primo del suo Regno destinò tremila ducati il mese da spendersi, mentre e' vivea, prima in edificare la chiesa, e' Conventi, e poscia in comprare possessioni, de' cui frutti potessero vivere le Monache e' Frati. E vi è chi scrisse[26], che Roberto per ammenda della morte proccurata a Carlo Martello suo fratello, affin di succedere al Regno, avesse usata tanta profusione in opera così pietosa; quasi che bastasse a cancellare tanta scelleraggine (se fosse vero il sospetto, che s'ebbe di lui) un tal edificio; e come se agli uomini per purgare i loro misfatti, bastasse il fabbricar chiese e monasterj, ed arricchirgli d'ampie rendite e possessioni. Scipione Ammirato[27] ne' suoi Ritratti narra, essere stato ricevuto di mano in mano dalle memorie degli antichi in Napoli, che avendo Roberto condotta a fine la fabbrica di questa Chiesa, domandò al Duca di Calabria suo figliuolo quel che gliene paresse: a cui il Duca non per irreverenza, ma per non adular il padre, liberamente rispose, che gli parea, che fosse fatta a somiglianza d'una stalla. E ciò disse, perchè non avendo la chiesa ale, le piccole cappelle, che intorno son poste di mala grazia, che non continuano infino al tetto, rendono somiglianza di mangiatoje. Ma il Re, o come è natura di ciascuno, che senta con mal grado chi biasima le sue cose, o pur da divino spirito commosso: Piaccia a Dio, gli disse, o Figliuolo, che voi non siate il primo a mangiare in questa Stalla. E non è dubbio alcuno, il primo del Sangue Reale, che si seppellisse in S. Chiara, essere stato il Duca Carlo.

CAPITOLO I. L'Imperadore Errico VII collegato col Re di Sicilia nuove guerra al Re Roberto, e facendo risorgere l'antiche ragioni dell'Imperio, con sua sentenza lo priva del Regno; ma tosto lui morto, svanisce ogni impresa; e si rinova la guerra in Sicilia.

Passò Roberto i primi tre anni del suo Regno in questi esercizj di pace; favorendo altresì, nel miglior modo che potea, la parte Guelfa per tutta l'Italia; ma furono questi studj di pace interrotti per la morte accaduta gli anni a dietro dell'Imperadore Alberto d'Austria; poichè essendo stato in suo luogo rifatto Re de' Romani Errico VII, il primo Imperadore dell'illustre Casa di Lucemburgo, e coronato in Aquisgrana, tutti i Ghibellini d'Italia mandarono a sollecitarlo, che venisse a coronarsi in Roma; e poichè lo Stato suo in Germania era di poca importanza, e bisognava con le ricchezze d'Italia sostenere il decoro imperiale, fu convocata una Dieta, ove furono tutti i Principi di Germania, nella quale fu conchiuso, che la Nazione alemana pagasse ad Errico un esercito, col quale potesse venire a coronarsi in Italia. Papa Clemente che ciò intese, dubitando, che per la sua residenza in Avignone non venisse ad occupare tutto lo Stato Ecclesiastico, ed a ponere la Sedia dell'Imperio a Roma, creò Conte di Romagna e Vicario Generale di tutto lo Stato della Chiesa Re Roberto, affinchè se gli opponesse. Mandò per tanto Roberto, sentendosi ch'Errico dovea calar in Italia, l'anno 1312 D. Luni di Raona con cento Cavalieri in ajuto dei Fiorentini, siccome fece ancor l'altro anno a Roma, mandandovi Giovanni Principe d'Acaja suo fratello con seicento Cavalieri catalani e pugliesi per contrastar la coronazione dell'Imperadore[28].

Dall'altra parte Federico Re di Sicilia, che avea preso gran dispiacere, che 'l Regno di Puglia fosse rimasto a Roberto più tosto che al Re d'Ungheria, del quale per la distanza potea dubitar meno, e che avea pensato di battere in ogni occasione le forze del Re Roberto, pose molta speranza nella venuta dell'Imperadore, se bene nel principio non si discoverse. Ma offeso da Roberto per esser posto in acerbissima prigione (dove finì la sua vita) un suo Ministro, che avea mandato a Napoli a visitar Ferdinando figliuolo del Re di Majorica, fatto prigioniere in Grecia dal Principe di Taranto; da questa ingiuria pigliando occasione Federico non volle tardar più a scovrirsi; e giunto l'Imperadore in Italia, mandò Manfredi di Chiaramonte a visitarlo, ed a trattar lega con lui contra Re Roberto. L'Imperadore fe gran conto di quest'ambasciata e strinse la lega, e dichiarò Federico Ammiraglio dell'Imperio, e mandò a pregarlo, che con l'armata infestasse le marine del Regno, ch'egli presto sarebbe ad assalirlo per terra.

I Genovesi vedendo ora più gagliardo Errico per questa lega, lo riceverono come loro Signore, onde egli cominciò ad essere formidabile a tutta Italia; e giunto a Roma a' 29 di giugno di quest'anno 1312 fu con molta celebrità coronato in S. Gio. Laterano[29]; indi ripassato a Pisa, fece citar Roberto, come vassallo dell'Imperio, a comparir avanti di lui.

Gl'Imperadori d'Occidente, come s'è veduto nei precedenti libri di questa Istoria, pretendevano sovranità sopra questi Reami: l'investiture, come altrove fu detto, sono più antiche quelle degl'Imperadori d'Occidente che de' Romani Pontefici; onde è, che S. Bernardo, adulando l'Imperador Lotario, disse, che omnis, qui in Sicilia Regem se facit, contradicit Caesari; quindi, sempre che gli Imperadori ripigliavano forza in Italia, non tralasciavano quest'impresa. Errico cita Roberto, e questi non comparendo, lo dichiara contumace, indi a' 25 aprile del seguente anno 1313 fulmina contro lui la sentenza, colla quale lo sbandisce[30], lo priva del Regno e di tutti i suoi dominii, e come ribello dell'Imperio lo condanna ad esser decapitato. Questa sentenza si legge presso noi nel primo tomo de' MS. giurisdizionali compilati per Chioccarello, e la rapporta anche Alberico ne' suoi Commentarii[31].

(Questa sentenza è rapportata tutta intera da Lunig[32]; ma varia intorno al tempo della data, notandosi l'anno 1311. Rapporta eziandio alla pag. 1079 una lettera di Filippo Re di Francia scritta a Papa Clemente V, nella quale gl'incarica ad usar tutti gli sforzi per impedire gli attentati ed i progressi d'Errico contro Roberto suo parente, i quali potrebbero frastornar anche l'impresa di Terra Santa; onde Clemente fulminò una Bolla contro tutti i nemici del Re Roberto, dichiarandoli invasori del Regno, la quale si legge pag. 1086).

Nell'istesso tempo il Re Federico con potente armata infestava le Calabrie, e certamente le cose di Roberto sarebbero capitate male, se morte opportuna non l'avesse liberato; poichè mentre Errico se ne tornava in Toscana per quindi venire con gagliardo esercito a' danni del Re Roberto, per cammino cadde infermo, e arrivato a Buonconvento, castello del Contado di Siena, a' 24 agosto di quest'istesso anno 1313 se ne morì. Non mancano Scrittori che rapportano la sua morte essere stata proccurata da' Fiorentini, i quali avendo corrotto un Frate Domenicano nominato Pietro di Castelrinaldo, narrasi che questi gli dasse un'ostia attossicata nel tempo che gli richiese di voler prendere il Viatico.

(Il nome del Frate Domenicano che nell'Eucaristia attossicò l'Imperadore Errico VII non fu altrimente di Pietro di Castelrinaldo, ma di Bernardo di Montepulciano, e l'abbaglio d'alcuni Scrittori nacque d'aver confuso Frate Pietro, che presso il Re di Boemia Giovanni figlio d'Errico, prese la difesa di Frate Bernardo e del suo Ordine Domenicano, con Frate Bernardo imputato d'una tale scelleraggine nelle lettere apologetiche del Re Giovanni impresse dal Baluzio T. 1, Miscel., p. 162 si legge così: Nuper autem retulit nobis Religiosus Vir frater Petrus de Castro-Reginaldi, ordinis fratrum Praedicatorum, quod in magnum ipsius ordinis dedecus et contemptum facti sunt Romancii, Chronicae et Moteti, in quibus continetur, quod clarae memoriae Dominum et genitorem nostrum Imperatorem Henricum, Frater quidam Bernhardus de Montepeluciano, ordinis supra dicti, administrando ei Sacramentum Eucharistiae, venenavit; et propter hoc, ad defensionem veritatis, praedictus frater Petrus de Castro Reginaldi, habere super hoc litteram testimonialem humiliter supplicavit. E questo medesimo nome gli danno Tritemio Chron. Hirsaug. ad An. 1313 e Cuspiniano pag. 366. Parimente è da notarsi, che durando ancor a' tempi d'Errico VII il costume di darsi anche ai Laici la communione sub utraque specie, molti Scrittori antichi rapportano che il veleno non fu propinato nell'ostia, ma mescolato dentro il calice che se gli diede a bere: ed in questa maniera narra esser seguito l'avvelenamento Alberto Argent. pag. 118 dicendo: Dicebatur enim, quod ipse praedicator venenum sub ungue digiti tenens absconsum, post communionem potui Caesari immississet et illico discessisset. E lo stesso scrisse H. Stero ad A. 1313. Hic Imperator, ut communis fuit opinio, per penitentiarium suum, immixto veneno in Calice Domini, cum Imperator ab ipso Eucharistiam sumeret, extinctus fuit, et Pisis sepultus. Veggasi Martino Disembachio, il quale compilò una particolar dissertazione, de vero mortis genere, quo Henricus VII. obiit. Dove nel §. 39 sulla fede di Tritemio Cron. Hirsaug. ad Annum 1313 rapporta, che a que' tempi fu così comune e costante la credenza che Errico fosse stato avvelenato da un Frate Domenicano, che per questo misfatto fosse stata imposta pena a tutto l'ordine de' Predicatori, che i loro Monachi non potessero comunicare se non colla mano sinistra coloro, che s'accostavano all'altare. Veggasi parimente Burcardo Struvio Syntag. Hist. Germanor. Dissert. 25, §. 15, il quale rapporta le arti e gli sforzi che fecero i Domenicani presso Giovanni Re di Boemia, per purgarsi di questa imputazione; e la propensione di quel Re di favorirli, così perchè temeva che non gli concitassero l'odio del Clero, come anche perchè de' medesimi valevasi per Confessori e Consultori di sua coscienza, rapportando eziandio i sospetti che s'aveano, non quelle lettere apologetiche trascritte da Baluzio, fossero false o almanco estorte da Giovanni per loro importunità ed artificj).

Altri lo niegano, e dicono essersi ammalato per contagion d'aria e morto di febbre[33]. Checchè ne sia, la morte d'Errico pose in tanta confusione i Capi del suo esercito ed il Re Federico che, ciascuno tolse la sua via, e Federico mesto si ritornò in Sicilia; ma essendo il Re Roberto fieramente con lui adirato, il qual rotta la pace, che avea seco, s'era scoperto in su quella venuta amico dell'Imperadore; fatta un'armata di cento venti galee tra quelle di Provenza, del Regno e de' Genovesi, andò egli stesso in persona con Giovanni e Filippo suoi fratelli a danni di quell'isola. E furono i principj molto lieti, perciò ch'egli prese per forza Castello a mare, e posto l'assedio a Trapani, ebbe grande speranza d'averla; ma ingannato da' terrazzani che l'aveano tenuto in parole di concerto con Federico, l'indugio fu tale che vedendosi mancata la vettovaglia, ed andar tuttavia infermando il suo esercito, nè volere il Re Federico venire seco a battaglia, nè in mare, nè in terra, fu costretto far tregua co' Siciliani per tre anni, e tornossene il primo giorno dell'anno 1315 a Napoli molto peggiorato.

Fra questo mezzo Papa Clemente V, morto Errico, avendo ripreso vigore il suo partito, cavò fuori una sua Bolla, colla quale rivocò, ed annullò la sentenza fatta dall'Imperadore contro Roberto. Questa oggi la leggiamo tra l'altre decretali de' romani Pontefici, avendola i Compilatori del dritto Canonico inserita fra le Clementine[34], e si legge ancora nel primo volume dei MS. giurisdizionali del Chioccarelli.

Re Roberto convenendogli portarsi ora in Provenza, ora nell'impresa di Sicilia, sovente in Fiorenza, in Genova ed altrove, avea costituito Vicario del Regno, secondo il costume de' suoi maggiori, Carlo Duca di Calabria suo figliuolo, di cui perciò, come si disse, abbiamo molti Capitoli, fatti da lui mentr'era Vicario in assenza di suo padre. Ma Roberto non avendo altri figliuoli, pensò di casarlo e conchiuse il matrimonio con la figliuola dell'Arciduca d'Austria, onde mandò in Alemagna il Conte Camerlingo, e l'Arcivescovo di Capua Ambasciadori con onoratissima compagnia di Nobiltà. Costei ebbe nome Caterina, la quale condotta con grandissimo onore a Napoli, fu poco fortunata, perchè dopo non molto tempo morì senza lasciar figliuoli; tanto che da poi Re Roberto diede a Carlo la seconda moglie che fu Maria figliuola di Carlo Conte di Valois, della quale ebbe tre figliuole, come diremo più innanzi.

Intanto essendo finito il tempo della triegua co' Siciliani, il Re Roberto deliberò seguire l'impresa di Sicilia, ed avendo posto in acqua un buon numero di navi, afflisse tanto quell'isola, e le forze del Re Federico, che fu comune opinione che se Roberto avesse continuata la guerra in quel modo, avrebbe certamente ricoverato quel Regno; ma i Siciliani, essendo morto nel mese di aprile dell'anno 1314 Clemente V e rifatto in suo luogo Gio. XXII mandarono subito una imbasciata de' maggiori uomini dell'isola a rallegrarsi della creazione, ed a pregarlo, volesse trattare la pace o la triegua fra que' due Principi. Il nuovo Papa mandò perciò un Legato al Re Roberto, che lo indusse a far nuova triegua per cinque altri anni.

CAPITOLO II. L'Imperador Lodovico bavaro cala in Roma, e muove guerra al Re Roberto. Il Duca di Calabria si muore, onde s'affrettano le nozze di Giovanna sua figliuola con Andrea secondogenito del Re d'Ungheria.

Ma nuovo turbine interruppe i progressi, e turbò la quiete del Re Roberto: morto, come si disse, l'Imperadore Errico, essendosi gli Elettori adunati in Francfort l'anno 1314 si divisero sopra l'elezione del successore: gli uni elessero Lodovico di Baviera; gli altri Federico figliuolo d'Alberto Arciduca d'Austria. Giovanni XXII ricusò di confermare alcuno de' due eletti, e dichiarò vacante l'Imperio. I due Pretendenti fecero guerra insieme in Alemagna, ed i lor partigiani in Italia. In fine Federico restò sconfitto l'anno 1323 e preso prigione insieme con suo fratello Errico da Lodovico di Baviera. Il lor terzo fratello Leopoldo ricorse al Papa, che pronunziò una sentenza contro Lodovico di Baviera. Questo Principe se ne appellò al Concilio generale, ed al futuro Pontefice legittimamente eletto[35]; all'incontro il Papa non lasciò di continuare la sua azione, di scomunicar Lodovico di Baviera, e di dichiararlo eretico. L'Italia per conseguenza fu parimente turbata dalle fazioni de' Guelfi partigiani del Papa e de' Ghibellini partigiani dell'Imperadore; ma chi fra' Guelfi si segnalasse sopra tutti gli altri fu il nostro Re Roberto, e Carlo Duca di Calabria suo figliuolo. Il Papa lo chiamò, e fece levar delle truppe per far la guerra contro il partito di Lodovico. I Ghibellini veggendo, che i Guelfi per le forze di sì potente Re andavano tuttavia crescendo, sollecitarono che venisse in Italia il Bavaro. Lodovico calò in Italia, e giunto a Trento, andarono ad incontrarlo Cane della Scala Signor di Verona, Passerino Signore di Mantua, Azzo e Marco Visconte, Guido Tarlati Vescovo e Signore d'Arezzo, gli Ambasciadori di Castruccio Castracani e de' Pisani, e tutti i primi della fazione Ghibellina, tanto di Lombardia, quanto di Romagna e di Toscana. Fu celebrato un Parlamento, dove Lodovico promise e giurò di venir a Roma, e di favorire in tutta l'Italia il nome e la parte Ghibellina; ed all'incontro i Principi e gli Ambasciadori, che si trovarono al Parlamento, promisero dargli centocinquantamila fiorini d'oro, quando egli fosse giunto a Milano[36].

In questo Parlamento ancora Lodovico fece pubblicar un processo contro Papa Gio. XXII, nel quale per giudicio di quelli Vescovi e Prelati, ch'eran appresso di lui, fu dichiarato eretico, imputandosi al Papa, ch'errasse in sedici articoli di quelli, che negli altri Concilj era determinato, che si tenessero per la Chiesa cattolica, e fatto questo venne a Milano[37] e nel dì della Pentecoste si fece coronare dal Vescovo d'Arezzo della Corona di ferro nella chiesa di S. Ambrogio; ed invitato da' Romani intraprende di passare a Roma. Il Re Roberto vedendo quel che potea importare la venuta del Bavaro in Roma e che l'aiuto del Pontefice sarebbe stato debole e tardo, fece ogni sforzo per impedirgli la venuta. A questo fine mandò egli il Principe della Morea suo fratello con grossa cavalleria in Roma per tenere stretto il Bavaro; mandò anche nuova armata in Sicilia, essendo finita la triegua, per dar tanto da fare al Re Federico, ch'egli non potesse esser d'alcuno aiuto all'Imperadore; ma tutti questi sforzi non furono valevoli ad impedire, che il Bavaro non venisse tuttavia innanzi armato per coronarsi in Roma; onde il Re fu costretto rivocar il Duca di Calabria, il qual era al Governo di Fiorenza, e mandarlo a guardare le frontiere del Regno. Carlo a' 28 settembre di quest'anno 1327 con la moglie, e con tutti i Baroni ch'erano seco, partì di Fiorenza e per la via di Siena, Perugia e Rieti giunse all'Aquila il medesimo giorno, che il Bavaro fu coronato a Roma con molta celebrità: ciò che avvenne il dì 16 di gennaio del seguente anno 1328.

Ma l'indugio del Bavaro in Roma fu la salvezza del Re Roberto, essendo stata fama in que' tempi, che egli non avrebbe potuto sostenere l'impeto del Tedesco, il quale avea seco cinquemila buoni Cavalieri, se senza tardar punto in Roma, dopo aver presa la Corona dell'Imperio, fosse passato alla conquista del Reame. Ma l'aver egli voluto crear nuovo Papa, da cui la seconda volta volle esser coronato, ed occupatosi in far leggi, e dar altri ordini, fu cagione, che quando volle passar nel Regno, non fu più a tempo: anzi le genti del Re presero Ostia di nuovo ed Alagna, ed avendo fortificati i passi, costrinsero finalmente il Bavaro ad uscir di Roma, e tornarsene in Toscana[38].

Essendo riusciti vani i disegni del Bavaro e de' Ghibellini, Re Roberto non solo fu liberato dal pensiero della guerra, ma fatto assai maggiore di forza e di autorità per se stesso e per l'aiuto del Papa, divenne formidabile a tutti i suoi nemici; laonde ordinate le cose di Toscana, senza dubbio avrebbe finito felicemente l'impresa di Sicilia; ma come nelle maggiori felicità si conosce spesso la fragilità delle cose umane, accadde, ch'ammalandosi il Duca di Calabria in Napoli, al primo di novembre del medesimo anno 1328 morì la vigilia di S. Martino con incredibile dolore dell'infelice padre e di tutto il Regno, e con infinite lagrime fu sepolto nella chiesa di S. Chiara. Narrasi, che quando questo Principe fu portato alla sepoltura, l'infelice padre vedendosi tolto l'unico suo figliuolo, dicesse: Caduta è la Corona dal capo nostro. Come veramente seguì per le ruine e turbulenze, che poi vennero al Regno, perchè a Carlo, se bene mentr'era in Fiorenza Maria di Valois sua seconda moglie gli avesse partorito un figliuolo maschio, che nomossi Carlo Martello, questi non visse più che otto giorni; nè di Maria, che sopravvisse al marito, lasciò maschi, ma due figliuole già nate, ed un'altra nel ventre. La prima nominossi Giovanna, e fu quella, che poi successe al padre, e fu Regina di Napoli. La seconda fu chiamata Maria, la quale poco da poi morì, e fu seppellita in S. Chiara. Poco appresso la vedova Duchessa partorì un'altra figliuola, che fu anche chiamata Maria, la quale, come diremo, divenne Duchessa di Durazzo.

Carlo Duca di Calabria fu un Principe, se ben non molto bellicoso, adorno nondimeno di tutte le altre virtù convenienti a Re. Fu egli religiosissimo, giustissimo, clementissimo e liberalissimo, amatore de' buoni e nemico de' cattivi, e tale che il padre quasi dall'adolescenzia gli pose il governo di tutto il Regno in mano. Lo creò suo Vicario, ch'esercitò con tanta lode e prudenza, che il Re suo padre ne vivea molto contento e soddisfatto. Il Tribunal della Vicaria nel suo tempo era in somma floridezza e vigore. Egli vi creò Giustiziero Filippo Sangineto, con stabilirgli provisione di 150 once d'oro l'anno, e 90 once per diece uomini a cavallo e 16 a piedi per guardia e decoro di quel Tribunale. Ebbe in costume ogni anno cavalcare per lo Regno, per riconoscere le gravezze, che facevano i Baroni e Ministri del Re a' Popoli. Per mezzo di molti Capitoli da lui stabiliti, mentr'era Vicario del Regno, diede varie providenze, e sesto a molte cose appartenenti al buon governo e retta amministrazione della giustizia, della quale fu cotanto zeloso ed amatore, che nel suo sepolcro, per ispiegar questa sua virtù, si vede sotto i suoi piedi tener scolpita una conca d'acqua, nella quale pacificamente beve un lupo ed un agnello.

Celebrate l'esequie del Duca, il Re pose ogni studio in fare bene allevare la bambina, che avea da succeder al Regno, ed egli intanto, come Principe di grande e generoso animo, non lasciò nè il governo del Regno, nè il pensiero della guerra di Sicilia.

Ma passato alcun tempo, sentendosi già tuttavia invecchiare, pensò stabilire la successione del Regno, e benchè i Reali fossero molti nel medesimo Regno, come Roberto, Luigi e Filippo figliuoli del Principe di Taranto; Carlo, Luigi e Roberto figliuoli del Principe della Morea, ed altri, tra' quali avrebbe potuto eleggere alcuno abile alla successione e governo del Regno, dandolo per isposo alla picciola nipote; nulladimanco stimolato, come si crede, ed accenna Baldo[39], d'alcun rimorso di coscienza, perchè il Regno per più diritta ragione dovea toccare a suo Nipote Re d'Ungheria figliuolo di Carlo Martello primogenito, o per altra occulta cagione, che a far ciò lo stringesse; si risolse di far tornare lo Stato in quel ceppo onde si era partito, e per questo deliberò d'eleggere uno dei figliuoli del già detto Re d'Ungheria[40]: benchè i calamitosi successi, che ne seguirono, dimostrarono apertamente, quanto il giudizio umano sia spesse volte fallace.

Mandò a quest'effetto solenne ambasciaria a Caroberto Re d'Ungheria, il quale con molta allegrezza ricevè l'ambasciata, e fatta elezione d'Andrea suo figliuolo secondogenito, ne rimandò gli Ambasciadori con ricchi doni, dicendo loro, facessero intendere al Re Roberto, ch'egli fra pochi dì si sarebbe posto in viaggio collo sposo, e verrebbe a Napoli, come già fece non dopo molto indugio; perocchè partitosi d'Ungheria col picciolo figliuolo e gran compagnia di suoi Baroni per la via del Friuli, all'ultimo di luglio del 1333 giunse a Vesti città di Puglia, posta alle radici del Monte Gargano, dove da Giovanni Principe della Morea, mandato dal Re con molti Baroni e Cavalieri del Regno, fu onorevolmente ricevuto. Fu a' 26 settembre di quest'anno celebrato lo sponsalizio tra Andrea e Giovanna pari d'età, non avendo ambedue, che sette anni, e verso la fine d'ottobre, il Re d'Ungheria lieto d'aver lasciato un figliuolo così ben ricapitato, con la certezza di succedere a sì opulento Regno, si partì, e ritornò in Ungheria, lasciando alcuni de' suoi Ungari, che servissero il figliuolo, già intitolato Duca di Calabria, e tra gli altri lasciò con grande autorità un Religioso chiamato Fra Roberto, che avesse da essere Maestro di lettere e di creanza al picciolo Andrea.

CAPITOLO III. Si rinova la guerra in Sicilia; ma s'interrompe per la morte del Re Roberto.

Re Roberto essendo libero dal pensiero del successore, solo gli rimaneva quella cura, che perpetuamente dopo Re Carlo il Vecchio tenne travagliati tutti i suoi successori, cioè di racquistare il Reame di Sicilia; mandò per tal effetto nuova armata in quell'isola, dove benchè facesse molti danni, non acquistò però Terra alcuna murata. Ma morto che fu il Re Federico l'anno 1337, lasciando per successore Pietro suo primogenito, tosto mandò Roberto in Avignone a pregar Papa Benedetto XII, il quale a' 20 decembre dell'anno 1334 era succeduto a Gio. XXII, che avesse da mandar un Legato appostolico in Sicilia, a richiedere Re Pietro, che volesse cedere quel Regno, ed osservare la Capitulazione fatta in tempo di Carlo Valois della pace; e questo fece non con isperanza di ottenere per quella via l'isola, ma con disegno, che il Papa, vedendosi disprezzare da Re Pietro, entrasse in parte della spesa della guerra. Nè mancò di mandare a visitare la Regina Elionora sua sorella, ed a tentarla che avesse disposto il figlio a cedere quel Regno, promettendole, che l'avrebbe aiutato ad acquistar il Regno di Sardegna con molte maggiori forze di quelle, che erano state promesse nella Capitulazione; ma la Regina, ch'era savia, rispose, ch'ella non avea tale autorità col figlio, che bastasse a tanto, e che pregava il Re suo fratello, che volesse più tosto tenerlo per servidore e per figlio, e massime non trovandosi eredi maschi, ond'era certo di non potere lasciare nè il Regno di Napoli, nè l'altre sue Signorie a persona più congiunta di sangue, di quel che gli era Re Pietro. Così, siccome questa ambasceria fece poco effetto, molto meno fece il Legato appostolico, perchè gli fur date parole, nè potendo far altro, lasciò il Re e l'isola scomunicata: del che curandosi poco Re Pietro, si fece subito incoronare.

Rivolse perciò Roberto tutti i suoi pensieri alle armi, e a' 5 maggio del seguente anno 1338 mandò un'armata di settanta vele tra Galee ed Uscieri con 1200 Cavalieri per infestare quell'isola, e non molto da poi un'altra maggiore e meglio fornita; ma fuori dell'aver preso Termini per assedio, non vi fece cosa di momento. Il Re non trovandosi mai stanco di questa impresa, due anni da poi vi mandò Giufredi di Marzano Conte di Squillaci e suo G. Ammiraglio; la qual impresa fu meglio guidata, che nessun'altra, avendo il Conte preso Lipari, e sconfitti i Messinesi. L'aver acquistato Lipari fu cagione, che l'anno seguente, mandato con nuova armata Ruggiero Sanseverino in Sicilia, acquistasse Melazzo; e questa fu l'ultima impresa che il Re Roberto fece in Sicilia. Ma ciò che per tanti anni, e tante e sì ostinate guerre non s'era potuto porre in effetto, se morte non l'avesse impedito, si sarebbe veduto conseguire per una piccola contingenza: Re Pietro, ch'era succeduto al padre, non regnò se non che pochi anni; ed essendo morto, nè avendo lasciati altri, se non che Lodovico suo figliuolo fanciullo sotto il governo del zio; i Palizzi Baroni potentissimi in Messina con molti parenti loro e di Federico d'Antiochia, con quelli di Lentino, di Ventimiglia ed Abati, a' quali erano venuti più in odio i Catalani, che non furono agli antecessori loro i Franzesi, occuparono Messina, e mandarono da parte loro e di quella città a Napoli a giurare omaggio a Re Roberto; ma il messo trovò il Re che avea presa l'estrema unzione, e poco da poi morì. Esempio evidente de' giuochi, che fa la fortuna nelle cose umane, che avendo Re Carlo I e Re Roberto sessanta anni continui travagliato il Regno di Sicilia con sì potenti e numerosi eserciti, e mandato quasi ogni anno ad assaltarlo con tante potentissime armate, nè avendo mai potuto ricovrarlo, la fortuna avea riservato ad offerirglielo, quasi per beffa, al punto della morte; perchè non è dubbio, che se tal occasione fosse venuta due anni avanti, l'isola sarebbesi ricovrata, perchè con pochissime forze si poteano abbattere e spegnere quelle del pupillo Re, ed esterminar in tutto il nome dei Catalani da quell'isola.

Morì questo savio Re, non men oppresso dagli anni, che da gravi affanni e travagli, che in questi ultimi anni intrigarono l'animo suo in molestissime cure: vedea, che in sei anni che Andrea Duca di Calabria era stato nel Regno e nudrito nella sua Corte, Accademia e domicilio d'ogni virtù, non avea lasciato niente de' costumi barbari d'Ungheria, nè pigliati di quelli, che poteva pigliare, ma trattava con quegli Ungari che gli avea lasciati il padre, e con altri che di tempo in tempo venivano; tanto che il povero vecchio si trovò pentito d'aver fatta tal elezione, ed avea pietà grandissima di Giovanna sua Nipote, fanciulla rarissima, e che in quell'età, che non passava dodici anni, superava di prudenza non solo le sue coetanee, ma molte altre donne d'età provetta, avesse da passare la vita sua con un uomo stolido e da poco. Avea ancora grandissimo dispiacere, nell'antivedere, come Principe prudentissimo, le discordie che sarebbero nate nel Regno dopo la sua morte; perchè conosceva che il Governo verrebbe in mano degli Ungari, i quali governando con insolenzia, e non trattando i reali a quel modo, che gli avea trattati esso, gli avrebbe indotti a pigliare l'arme con ruina e confusione d'ogni cosa. E per questo, credendosi rimediare, convocò Parlamento generale di tutti i Baroni del Regno e delle città reali, e fece giurare Giovanna solo per Regina, con intenzione, ch'ella avesse dopo la sua morte da stabilirsi un Consiglio tutto dipendente da lei, e che il marito restasse solo in titolo di Consorte della Regina.

S'aggiungea a questo un'altra molestia poco minore, perchè a quel tempo che si vedea, che poco potea durare la sua vita, nè si sperava successore abile a tener in freno gl'insolenti, in tutte le città maggiori nacquero dissensioni civili, non senza grandissimo spargimento di sangue, nè valevano i Giustizieri (che così si chiamavano allora i Governadori delle province, che oggi appelliamo Presidi) a prevedere ed estinguere tanto incendio. Dalle quali discordie crebbe tanto il numero de' fuorusciti per tutto il Regno, che non potendosi sopportare, bisognò che il Re provvedesse a modo di guerra, mandando Capitani e soldati per le province per estinguergli; e non era possibile, sì perchè i colpevoli si spargevano per diversi luoghi, e non davano comodità a' Capitani del Re di potergli espugnare tutti insieme, come ancora perchè molti Baroni gli favorivano e ricettavano nelle terre loro. Con questi affanni e cure mordacissime essendosi infermato, trapassò questo grandissimo Re a' 16 gennajo l'anno 1343, avendo regnato anni trentatre, mesi otto e dì sedici; e fu sepolto dietro l'altar maggiore di S. Chiara in quel nobile sepolcro, che ancor si vede.

(Il Re Roberto nell'istesso dì 16 Gennaro nel Castelnovo di Napoli prima di morire fece il suo testamento, nel quale istituì erede universale in tutti i suoi Stati di Provenza e Regno di Sicilia, Giovanna sua nipote, figlia primogenita del Duca di Calabria premorto. E questo testamento estratto da' registri dell'Archivio reale di Provenza, fu impresso da Lunig).

Lasciò Roberto nome del più savio e valoroso Re, che fosse stato in quell'età, ornato di prudenza, di giustizia, di liberalità, di modestia, di fortezza, ed altre virtù tanto militari, quanto civili. In quanto alla giustizia, mai non fu veduto il Regno così ben governato e con tanta prudenza, quanto che sotto di lui. Lo dimostrano le tante savie leggi che ci lasciò, l'ordine esatto de' Tribunali e de' Magistrati, e la cura che tenne d'elegger Ministri di somma dottrina e di costumi incorrotti. Proccurò che nel Regno fosse fra i Popoli una tranquilla pace e sommo riposo: tenne in freno gl'insolenti, e sterminò gli sbanditi e facinorosi che lo turbavano: ripresse la violenza degli Ecclesiastici, i quali sovente opprimevano i suoi vassalli: ed a questo Principe noi dobbiamo que' rimedj, onde ci facciamo scudo e difesa delle loro violenze e gravezze, che chiamiamo Regj Conservatorj, de' quali in questo luogo bisogna tenere un più lungo discorso.

CAPITOLO IV. De' Conservatorj regj.

Nel Regno di Carlo I e II essendo, per le cagioni dette altrove, i privilegj ed immunità de' Cherici cresciuti nell'ultimo grado; ed essendo (tranne le feudali) così nelle cause civili, che nelle criminali, stati sottratti dalla giurisdizione de' Magistrati regj: la loro licenza e libertà crebbe tanto, che colla sicurezza di non potere i loro eccessi e violenze essere emendati da' Giudici Laici, i Prelati, i Cherici ed insino i Monaci insolentivano sovente contro i Laici, ed alcune volte anche contro i Cherici stessi meno potenti. Erano invase le loro possessioni, angariavano le loro persone, l'affliggevano con ingiurie, danni, rapine ed altre molestie. Ci testimonia l'istesso Roberto, che nel suo Auditorio non risuonavano altre querele, nè si sentivano altri gemiti e clamori, che di queste violenze, ed oppressioni[41]. Il savio Re per darne compenso prescrisse a' suoi Giustizieri la norma, come dovessero reprimere tante insolenze, ed emendare le oppressioni. Stabilì in quel suo famoso Capitolo, che incomincia Ad Regale fastigium, istromentato dal celebre Giureconsulto Bartolommeo di Capua suo Protonotario, che i Giustizieri, sopra questi eccessi non procedendo per via giudiziaria, nè ricercando cognitionalia ordinare certamina, ma solamente facta de injuriis, rapinis, et damnis illatis informatione summaria, per facti notorium, vel rei evidentiam, famam publicam, aut designationem aliam attestantem commissam injuriam, la facessero correggere e prontamente emendare.

Prescrisse loro ancora, che per pruova della turbazione fossero solo contenti di proponere un general editto, nel quale senza specificar le persone perturbatrici, s'invitasse generalmente quicumque sua interesse putaverit, visurus accedat producendorum in causa testium juramenta, et oppositurus, quae circa rei substantiam voluerit allegare.

Chiunque leggerà in questo capitolo le tante ragioni che Roberto allega per giustificarlo, e per farlo apparire moderato, e non eccedente la sua regal potestà, non potrà non essere sorpreso di maraviglia, vedendo un Re, che non intende altro che di tener pacato ed in riposo il suo Regno, e di rimover perciò da quello le rapine e le violenze, perchè punto non s'offendesse la libertà ecclesiastica, parlar con tanta riserba e moderazione, e con tante clausole piene di sommo rispetto e riverenza; come se a' Principi non fosse permesso per quiete de' loro Stati stabilire più forti ed efficaci leggi per estirpar que' mali e que' disordini onde vengono afflitti. Egli si protesta in prima, che quantunque contro le persone de' Prelati e de' Cherici comunemente la sua potestà non s'estenda; nulladimanco per la protezione e difesa che deve tenere di tutti i sudditi del suo Regno, perchè non siano oppressi, questo faceva che s'innalzasse il potere dell'eminente suo braccio. Concede di vantaggio, che i suoi Magistrati non possano contro le persone de' Prelati e dei Cherici, e nelle loro cause procedere per via di cognizion giudiciaria, e con formati processi; e perciò vuole, che si proceda per via di summaria ed estragiudizial cognizione, con tante moderazioni e rispettose riserve. Si dichiara e si protesta ancora, che si muove a ciò fare unicamente per affetto di carità e di compassione. Allega perciò l'esempio del Re Davide, che soccorse gl'Isdraeliti oppressi: di que', che per loro scampo confuggono alle statue de' Principi: che sia legge di natura ripulsare dal congiunto o vicino l'ingiurie: allega finalmente l'esempio di Mosè, il quale vedendo un Ebreo essere malmenato ed oppresso da un Egizio, lo stese morto a terra.

Ma quello che maggiormente dimostra la sua moderazione, si è il considerare, che tutto ciò stabilì non per via di legge e di solenne editto, ma per forma di Lettera Regia di maniera che volle, che questo suo regolamento non si dovesse avere come sua Costituzione, in vigor della quale potessero i suoi Magistrati per se medesimi procedere, siccome regolarmente provedono in tutti gli altri casi, come esecutori delle leggi, senza aver bisogno, che il Principe lor dia altra spezial facoltà; ma ordinò, che i Giustizieri facendosi il caso, dovessero ricorrere al Principe, e da quello ricevere particolari lettere, onde si comunicasse loro questa autorità, intendendo per ciò che in questi casi avrebbero proceduto non per via d'ordinaria potestà, ma per quella comunicata loro dal Principe, a cui si appartiene unicamente, per la potestà economica di reggere i suoi Stati, e sovente per modi, ed espedienti estraordinarj, e non comunali, dipendenti dalla suprema potestà del suo eminente braccio. Quindi è, che Bartolommeo di Capua[42] istesso, per la di cui penna fu il Capitolo dettato, notò, che questo non era Capitolo, cioè Costituzione, ovvero Editto, sed forma literae Regiae Curiae, quae debet dirigi Officiali a Rege in pendenti, alias Officialis ipse non potest procedere secundum formam hujus Capituli: Et ita se habet consuetudo Magnae Curiae Vicariae, et omnium Civitatum Regni: ond'è, che niuno Ufficiale può procedere, nisi ex Regia commissione, come notò assai a proposito de Bottis[43].

E quindi nacque la pratica continuata di mano in mano insino a' tempi nostri, che senza spezial commessione del Re, niun Tribunale può procedere servata la forma di questo Capitolo. Nel Regno degli Aragonesi, e nel principio ancora del Regno degli Austriaci, nel quale, come vedremo, il Tribunal del Sacro Consiglio di S. Chiara era nella sua maggiore elevatezza e splendore, e superiore a tutti gli altri, procedeva sì bene senz'altra commessione regia; ma ciò avveniva, perchè questo Tribunale rappresentava in tutto la persona del Re e sotto il suo nome tutto si spediva; ond'è, che sovente, come attesta l'istesso Bottis, soleva rimettere queste cause alla Gran Corte della Vicaria, alla quale davasi autorità di poter procedere contro gli Ecclesiastici servata forma Capitulorum Regni. Quindi negli Archivj di questo Tribunale osserviamo perciò molti processi fabbricati a tenore de' medesimi Capitoli. Ma innalzato da poi a' tempi degli Austriaci sopra tutti gli altri Tribunali quello del Collateral Consiglio, ed avendo tratto a se le supreme preminenze, ed ogni potestà economica, e lasciata agli altri Tribunali l'independenza per ciò, che riguarda le cose di giustizia, quindi nacque quello stile, che ora riteniamo, che da questo Tribunale, come rappresentante la persona del Re, si spediscono lettere regie, per le quali si commette regolarmente al S. C. che procedesse servata la forma di questi capitoli, e prima anche solevan commettersi al Cappellano Maggiore. Non vi sarebbe niuna implicanza perchè queste lettere non si potessero ancora drizzare al Reggente della Gran Corte della Vicaria, ovvero ai Presidi delle province, che anticamente erano chiamati Giustizieri, e ad altri Ufficiali Regj. Abbiamo molte di queste lettere drizzate da Roberto istesso al Reggente della Vicaria e suoi Giudici, com'è quella, che si legge sotto il titolo de Spoliatis pro Laico contra Clericum, e che comincia: Omnis praedatio; e l'altra che leggiamo presso Chioccarello: a' Giustizieri di Appruzzo Ultru, et Citra flumen Piscariae: a' Giustizieri di Val di Crati, e Terra Giordana: a' Giustizieri di Terra di Lavoro, ed a coloro del Contado di Molise. L'istesso fece Carlo Duca di Calabria suo figliuolo, Carlo III di Durazzo, Alfonso I e gli altri Re successori, come vedremo più innanzi. Ma ne' nostri tempi e de' nostri avoli, essendo più che mai cresciuta l'audacia e temerità de' Prelati, si è riputato migliore, per non esponere questi inferiori Ministri ai loro fulmini, e non entrare perciò in cimenti, di dirizzarsi queste lettere al Tribunal supremo del S. C. il qual regolarmente perciò vi procede.

Ma tanta moderazione del Re Roberto, tanto suo rispetto, a niente giovò a questo Principe, perchè i Prelati ed i Canonisti non declamassero contro questo suo regolamento. Sin da' tempi di Luca di Penna[44], che scrisse sotto il Regno di Giovanna I: Hoc statutum, com'egli dice, multi Praelati, et Canonistae nitebantur infringere, dicentes, Principem Secularem nihil posse contra Clericos, et eorum causas directe, vel indirecte statuere, sed ipsi circa hoc inique loquuntur: tanto che bisognò ch'egli impugnasse la sua penna per confutare i loro errori. E ne' tempi posteriori, essendo più cresciuta la licenza degli Scrittori ecclesiastici, furon da essi sempre questi rimedi combattuti e riputati, com'essi dicono, offensivi alla immunità, ovvero libertà ecclesiastica. Nel decimoterzo tomo dei MS. giurisdizionali raccolti da Bartolommeo Chioccarelli, si legge una relazione delle tante controversie che sono state tra' Ministri del Re, e gli Ecclesiastici sopra questi Capitoli: si leggono ancora diverse allegazioni in jure fatte per difesa e per mostrar la giustizia de' medesimi: all'incontro quanto siansi affaticati gli Ecclesiastici per distruggere e far togliere la loro osservanza ed esecuzione; ma non ostante questi loro sforzi, per lo decorso di più secoli sono rimasti sempre stabili e fermi, e sono stati presso di noi sempre in uso, e praticati sotto quanti Principi mai da Roberto in qua hanno dominato questo Regno, e tuttavia sono nel lor fermo vigore ed inalterabil osservanza.

Di Roberto, oltre del Capitolo ad regale fastigium, ne abbiamo tre altri ordinanti il medesimo, drizzati secondo i casi accaduti a' suoi Uffiziali che si leggono impressi tra' Capitoli del Regno spediti da lui negli ultimi anni del Regno. Il primo è sotto la rubrica: Conservatorium pro Laico contra Clericum: che comincia: Charitatis affectus, drizzato a' Giustizieri d'Apruzzo Ultra, ad istanza di Ruggiero Conte di Celano per le molestie e turbazioni che gl'inferivano l'Abate, ed i Monaci del Convento di S. Maria della Vittoria. Il secondo, che comincia: Finis praecepti charitas ed è sotto il titolo, Conservatorium pro Clerico contra Clericum, fu drizzato al Giustiziere di Val di Crati e Terra Giordana, e fu spedito ad istanza di Giovanni Tavolaccio di Castrovillari Canonico Cosentino, per l'ingiuste molestie che gli venivan date da Guglielmo ed Oliviero Persona Cherici di Rossano, e da' loro congiunti e seguaci. Il terzo fu drizzato da Roberto al Reggente della G. Corte della Vicaria e suoi Giudici, e si legge sotto il titolo, de Spoliatis pro Laico contra Clericum, e comincia: Omnis praedatio: fu spedito ad istanza di Perotto Scalese di Napoli, il quale per essere stato con propria autorità, e violentemente spogliato della possessione d'un Territorio, ch'egli possedeva nelle pertinenze della città di Capua dal Vicario dell'Arcivescovo di Capua, ebbe ricorso a Roberto perchè vi dasse riparo. Oltre di questi che abbiamo impressi tra' Capitoli del Regno, furono da Bartolommeo Chioccarelli da' regi Archivi raccolte consimili lettere regie conservatoriali, spedite dal medesimo Roberto, da Carlo Duca di Calabria suo figliuolo, e da molti altri Re successori per quest'istesso fine e drizzate a' loro Ufficiali.

Carlo Duca di Calabria, mentr'era Vicario Generale del Regno, drizzò nell'anno 1322 consimili lettere al Capitano di Napoli, spedite ad istanza di Francesco Cannavacciolo di Napoli per le molestie che se gl'inferivano sopra la possessione d'una sua casa, situata dentro la Città di Napoli, dall'Abate Guglielmo Caracciolo con alcuni altri Cherici. L'istesso Carlo nel 1324 commette a' Giustizieri di Calabria, che a tenor del Capitolo di suo padre facciano purgar lo spoglio che avea patito Giovanni Canonico della maggior chiesa di S. Marco d'una vigna e certi buoi, da Guglielmo Malopere Primicerio di Napoli, e Vicario dell'Arcivescovo di Cosenza. Nel 1328 anno della morte del Duca di Calabria, il Re Roberto scrive alli Giustizieri di Terra di Lavoro e Contado di Molise, e d'Apruzzi Citra ed Ultra, che avendogli esposto Francesco Abate del Monastero di S. Maria di Cinquemiglia, che il Vescovo di Valve, pretendendo detta Badia appartenersi alla sua Chiesa, voleva di fatto spogliarlo della medesima, che mantenessero detto Abate nella possessione pacifica di detto monastero, nella quale lo ritrovavano, dunec justa causa possessionis duraverit. Roberto istesso nell'anno 1337 manda consimili lettere al Reggente e Giudici di Vicaria ed altri suoi Ufficiali, che juxta tenorem novi nostri Capituli, procedano su l'esposto fattogli da Tommaso Monsella di Salerno Maestro Razionale della Gran Corte, che stando egli in possesso del Castello di S. Giorgio situato in Calabria, il Vescovo di Melito, insieme con altri laici lo turbavano, e tentavano con violenza occupar i tenimenti del medesimo.

Il Re Carlo III d'Angiò nel 1383 scrisse al Gran Giustiziere del Regno o suo Luogotenente, ed alli Giudici della Gran Corte che rivocassero gli aggravi, e violenze fatte per l'Arcivescovo di Napoli, o suo Vicario per mezzo d'un Prete suo Cameriere in loro nome a Simone Guazza di Giugliano, in eseguirgli di fatto, e di propria autorità alcuni suoi beni mobili, pendente l'appellazione d'una sentenza data a favore di detto Cameriere, per un credito, che pretendeva conseguire in nome del suddetto Arcivescovo.

Il Re Alfonso I d'Aragona nel 1440 drizzò consimili lettere al Vescovo di Valenza Presidente del S. C. e Viceprotonotario del Regno, ed alli suoi regi Consiglieri, perchè a tenor di questi Capitoli emendassero lo spoglio, che Febo Sanseverino Vescovo di Cassano avea patito da Geliforte Spinello, il quale non ostante, che il Sanseverino era stato promosso a quel Vescovado da Bonifacio IX, e confermato da Papa Martino V, e per più anni l'avea pacificamente posseduto, asserendosi egli Vescovo, per forza, e fraude l'avea spogliato di fatto, e s'era intruso in detto Vescovado. Il medesimo Re nel 1478 scrisse al suo Vicerè, ed altri Ufficiali in Calabria, che avendogli esposto il Prete Guglielmo di Gambini di Mangano, pertinenza della città di Cosenza, che possedendo egli con altri Preti per più di venti anni alcuni beneficj, da certi altri Preti di fatto n'erano stati spogliati, perciò gl'incarica, che costando loro di questo spoglio, lo rivochino, e facciano mantenere il medesimo nel possesso con fargli corrispondere i frutti.

Il Re Ferdinando I nel 1481 scrive al Vescovo di Martorano, che non molesti in cosa alcuna Palamede di Landro Vescovo di Catanzaro, nè impedisca l'esazione de' frutti, e rendite del suo Vescovado, anzi se avesse alcune rendite, o ragioni nella diocesi del suo Vescovado glie le faccia corrispondere conforme e di giustizia: e nell'anno 1485 scrive al Castellano di Catanzaro che lo mantenga, e conservi nella pacifica possessione, nella quale era stato, e stava del suo Vescovado, facendogli corrispondere tutte le sue entrade e frutti spettanti a quello. Il medesimo Re nell'istesso anno scrive a Carlo Carafa Signore della terra di Montesarchio, dicendogli, che Fra Jacopo Sordella dell'Ordine di S. Gio: Gerosolimitano Commendatore della Commenda di detta Terra gli avea esposto, che possedendo detta Commenda concedutagli dalla sua Religione, ne era stato di fatto scacciato da Fra Ipolito d'Amelia in vigor di certe lettere ottenute surrettiziamente dalla Corte di Roma: perciò gli ordina che costandogli di questo spoglio per sommaria informazione, lo restituisca nella possessione.

Il Gran Capitano D. Consalvo di Cordua nel 1503 scrive ad un Ufficiale regio, che l'Abate Guglielmo Germano di Maratea, possedendo in vigor di Bolle appostoliche la Badia di S. Giovanni d'Abate Marco della diocesi di Cassano, n'era stato spogliato di fatto da Giovanni Caseo, gli ordina perciò, che servata la forma de' Capitoli del Regno restituisca detto Abate nella possessione, e gliela mantenghi, donec justa causa possessionis duraverit. Il medesimo Gran Capitano nell'anno 1506 ordina al Governadore di Calabria, che essendo vero, che l'Abate di S. Giovanni di Florio di Calabria sia stato spogliato di fatto dal Cherico Martino di Torponibus d'alcune Chiese, e Grancie annesse alla sua Badia, lo rimetta nella primiera possessione, e gliela conservi, donec etc.

Il Vicerè D. Giovanni d'Aragona Conte di Ripacorsa nel 1507 scrive al Governador di Calabria, ed agli altri Ufficiali di quella Provincia, che Fra Lodovico di Nicotera Vicario Generale di detta Provincia dell'Ordine di S. Francesco dell'Osservanza gli avea esposto, che da molti Prelati di quella provincia eran usate molte violenze a' Frati Osservanti del suo Ordine, che perciò ordina a detti ufficiali, che ad ogni istanza del detto Vicario procedano co' dovuti rimedi, che con effetto detti Prelati cessino ogni via di fatto, e di violenza contro detti Osservanti: ma se pretendono cos'alcuna, propongano le loro ragioni avanti Giudici competenti. Il medesimo Conte in detto anno scrive al Capitano di Cariati, dicendogli, che li giorni passati essendo stato spedito dal S. C. un editto, giusta la forma de' Capitoli del Regno, a favore di Tommaso Assagno Paleologo, il qual dicea essere stato turbato dal Vescovo di Cariati sopra la possessione del Casale di Belvedere, e territorj di Malapezza; dovendosi quello affiggere nelle porte della maggior Chiesa di Cariati, ed essendo ivi apparecchiato l'Algozino con l'editto in mano, ed il Giudice, Notajo e Testimonj per far l'atto dell'affissione; il Vicario del Vescovo colla maggior parte del Clero uscendo della Chiesa, levarono l'editto da mano dell'Algozino, e lo stracciarono, maltrattandolo insieme col Notajo, non senza grave offesa della dignità del S. C. comanda perciò al suddetto Capitano, che ordini al detto Vicario, ed a que' Preti, che v'intervennero, che fra quindici giorni debbiano venire in Napoli a presentarsi avanti il Vicerè, e non mai partire senz'espressa sua licenza.

Nell'anno 1574 Decio Caracciolo Abate della regal Cappella, ed Abadia di S. Pietro a Corte di Salerno, avendo dimandato al Vicerè esser conservato, e mantenuto nel quasi possesso d'esercitare alcune sue giurisdizioni spirituali e temporali, che teneva in detta Badia, nel quale era turbato dall'Arcivescovo di Salerno, che pretendeva di fatto spogliarlo di quelle; fu commesso l'affare al Regio Cappellan Maggiore, che provvedesse servata la forma di questi Capitoli, avanti del quale, speditosi il solito editto, comparve l'Arcivescovo, e formatosi processo, fu l'Abate mantenuto nella possessione delle giurisdizioni di detta sua Chiesa.

Nel 1593 avendo Giovanni Alfonso, Ferrante, ed altri della famiglia Buonuomo della città di Pozzuoli esposto al Vicerè, che tenendo essi nella maggior Chiesa una Cappella con un Sepolcro antico di loro Antenati, il Vescovo di Pozzuoli di fatto, e di notte avea fatto diroccare e levar detto sepolcro; dimandarono, che siccome di fatto s'era levato, così fosse riposto, e conservati nella possessione, nella quale erano. Fu il negozio dal Vicerè rimesso al Cappellan Maggiore, il quale, servata la forma di questi Capitoli, spedì il solito editto; ed ancorchè il Vescovo di quest'editto n'avesse avuto ricorso in Roma, e dalla Congregazione de' Cardinali fosse spedita lettera al Nunzio in Napoli, che facesse ordine al Cappellan Maggiore, che sotto pena di scomunica rivocasse l'editto, e che non tollerasse questa pratica, come pregiudiziale alla giurisdizione ecclesiastica, nulladimanco dal Cappellano Maggiore, e dal Collateral Consiglio fu fatta consulta al Vicerè insinuandogli, che non dovesse tener conto delle pretensioni di Roma, essendo l'osservanza di questi Capitoli antichissima nel Regno, e fondati a somma giustizia, per evitare gli spogli e le violenze.

Nel corso d'un altro secolo appresso, insino a' dì nostri, s'è tenuto questo stile sempre per fermo e costante, e gli Archivj del S. C. sono pieni d'innumerabili processi fabbricati sopra l'osservanza de' medesimi: tanto che oggi presso noi questa osservanza non riceve più contrasto, nè ammette più dubbio o difficoltà alcuna.

CAPITOLO V. Delle quattro Lettere Arbitrarie.

Fra' capitoli del Re Roberto, non sono meno celebri i Conservatori regj, che le quattro Lettere Arbitrarie: riconoscono per Autore anch'elle questo savio Principe, il quale usando ora rigore, ora clemenza, secondochè la quiete e tranquillità del suo Regno richiedevano, le drizzava alli Giustizieri delle province. Ne leggiamo ancora un'altra diretta a Giovanni di Haya Maestro Giustiziero e Reggente della Corte della Vicaria, la quale in alcuni esemplari va sotto la rubrica: Litera arbitralis; in altri sotto il titolo: De Praeminentia M. C. Vicariae, e comincia: Si cum sceleratis. Quest'ultima, come quella che contiene le grandi prerogative che furono solamente concedute al Gran Giustiziero e suo Tribunale, e non agli altri Giustizieri delle province, come di procedere contro i disrobatori di strade, omicidi, ladri, famosi ladroni ed altri, per loro gravi ed infami delitti, senza accusa e senz'ordine; e di poter procedere col solo processo informativo alla tortura de' rei (prerogativa, che unicamente s'appartiene al Tribunal della Vicaria): ciò che non essendo stato ad altri conceduto, siccome furono le altre quattro lettere arbitrali drizzate a' Giustizieri delle province; quindi avvenne, che questa non si annoverasse tra le quattro, ma la facessero passare sotto il titolo de Praeminentia M. C. Vicariae. Girolamo Calà[45] nel Trattato che compilò sopra questo soggetto, credette che tal prerogativa non dal Re Roberto fosse stata data a questo Tribunale, ma che prima l'avea già avuta da Carlo II suo padre per lo capitolo in accusatis; e che per questo capitolo si cum sceleratis, da Roberto le fosse stata tolta più tosto che conceduta, vedendosi essere stato quello drizzato a Giovanni di Haya, a cui unicamente fu conceduto tal arbitrio per le sue particolari ed eminenti virtù di fede, di giustizia e di zelo, e d'odio contro gli scellerati: dice però che da Roberto fu restituita tal preminenza a questo Tribunale per lo Capitolo juris censura, e per l'altro provisa juris sanctio. Ma non bisogna allontanarsi da quel che sentirono gli altri nostri Scrittori regnicoli, essere stata tal autorità ed arbitrio conceduto da Roberto a Giovanni, non già per le sue particolari virtù, ma come Gran Giustiziero della G. C. della Vicaria, per cui venne comunicata al suo Tribunale. Assai più s'ingannò quest'Autore, quando scrisse, che da Roberto le fosse stata restituita tal preminenza per li Capitoli juris censura, e provisa juris sanctio, come se quelle lettere fossero state drizzate al Gran Giustiziero di quel Tribunale. Il Capitolo juris censura, come si vedrà più innanzi, fu drizzato al Capitano di Napoli, Ufficiale, come si è detto, ch'era allora affatto diverso, e distinto dal Giustiziere della Vicaria: e l'altro conviene a tutti i Giustizieri delle province, non già unicamente al Giustiziere della G. C.

Furono chiamate Lettere Arbitrarie, non solo perchè Roberto le concedè rivocabili a suo volere e beneplacito; ma anche perchè si commetteva all'arbitrio degli Ufficiali di procedere ne' delitti in ogni tempo, o con tortura o senza, o con accusa, o per inquisizione, ovvero con composizione, usando clemenza, o con imporre le pene stabilite dalle leggi, usando rigore. Una di queste lettere porta perciò il titolo: De Arbitrio concesso Officialibus. L'altra, de Componendo, et Commutatione poenarum. La terza, Quod latrones, disrobatores stratarum, et piratae omni tempore torqueri possunt; e l'altra, de non procedendo ex officio, nisi in certis casibus, et ad tempus. Quella che fu drizzata a Giovanni di Haya pure fu detta Lettera Arbitrale; perchè nella fine si leggono queste parole: In his enim tibi plenam potestatem meri, et mixti Imperii, ac arbitrium competens duximus concedendum. È da credere che fosse stata dettata da Bartolommeo di Capua, come quella, che porta la data del 1313, quinto anno del Regno di Roberto.

Fabio Montelione da Girace in quel suo ridicolo Commento, che fece nell'anno 1555 sopra queste quattro Lettere Arbitrarie, dedicato da lui a Carlo Spinelli I, Duca di Seminara, portò opinione, che la prima lettera arbitrale fosse quella, che tra' capitoli del Regno leggiamo sotto la rubrica De non procedendo ex officio, ec. la qual comincia: Ne tuorum: ma se deve attendersi l'ordine de' tempi, dovrà quella riputarsi l'ultima, non la prima. Fu questa istromentata per Giovanni Grillo Viceprotonotario del Regno, dopo la morte di Bartolommeo di Capua, nel 1329 ventesimo primo anno del Regno di Roberto, come porta la sua data; la quale deve correggersi, ed in vece di Regnorum nostrorum anno 20 deve leggersi anno 21. In questa si dà arbitrio e potestà a' Presidi e Capitani di poter procedere ex officio in alcuni delitti, senza querela, o accusazione, cioè in tutti quelli, dove dalle leggi vien imposta pena di morte civile o naturale, ovvero troncamento di membra: ove si tratti d'ingiuria inferita a persone ecclesiastiche, pupille e vedove: e finalmente negli omicidj clandestini, ove non appaja accusatore alcuno.

Più antica certamente fu quella, che leggiamo sotto la rubrica de Arbitrio concesso Officialibus; che comincia: Juris censura. Quella fu dettata da Bartolommeo di Capua nel 1313 quinto anno del Regno di Roberto, come è chiaro dalla sua data somministrataci da Jacopo Anello de Bottis nelle sue addizioni a questo capitolo. A chi fosse stata drizzata, ce ne mette in dubbio l'edizione vulgata, nella quale si legge: Magistris Rationalibus etc. e Bottis, il quale riferisce in altre edizioni leggersi indrizzata Iustitiario Basilicatae. Ma dal corpo della lettera è facile conoscere, che quella fosse stata drizzata al Capitano di Napoli poichè si commette al suo arbitrio, e potestà, per li frequenti eccessi, che si commettevano nella città di Napoli e di Pozzuoli, e ne' loro distretti, dove erano insorti famosi ladroni, disrobatori di strade, incendiari, rattori violenti, ed altri autori d'enormi scelleraggini e d'infami delitti, che procedesse in quelli con ogni severità e rigore, postergato ogni ordine, non osservate le regole comuni prescritte ne' Capitoli del Regno; ma attendendo solamente alla pura e semplice sostanza della verità, col consiglio del suo Giudice, sterpi, e svella da que' luoghi questi reprobi, ed uomini sì rei, affinchè ritorni in quelli la quiete, nocendi facultas abeat, et pacis optata amaenitas suavius reviviscat. È noto, che al Capitano di Napoli s'apparteneva in quei tempi anche il governo di Pozzuoli, e suo distretto, come fu chiaramente dimostrato da Camillo Tutini nel Teatro de' Gran Giustizieri del Regno, e da noi altrove fu rapportato.

L'altra lettera arbitrale, che leggiamo sotto la rubrica: Quod latrones, disrobatores, etc., e che comincia: Provisa juris sanctio, non vi è dubbio, che pure fosse stata da Roberto scritta per mano di Bartolommeo di Capua; poichè sopra della medesima abbiamo di questo Giureconsulto alcune note. Si dà facoltà per la medesima a' Giustizieri del Regno, che contro gl'insigni ladroni, che nelle strade, nelle case ed in mare rubano, e contro altri malfattori notati di maggiori scelleraggini, possano procedere in ogni tempo a tormentargli, eziandio in giorno di Pasqua, senza accusatore, senza ricercar plegierie, a loro arbitrio e facoltà.

L'ultima si legge sotto il titolo, de Componendo, et Commutatione poenarum, e comincia: Exercere volentes benigne. In questa Roberto, temperando il molto rigore finora praticato, permette a' suoi Ufficiali, e dà loro potestà di poter componere, e commutare con multe pecuniarie le pene stabilite dalle leggi in questi delitti, cioè, d'asportazione d'armi, per gli omicidj clandestini; commutar le pene, che gli Ufficiali medesimi avranno imposte ne' loro banni, o che imponeranno nell'avvenire all'università o persone particolari: le pene delle difese, de parendo juri, e nell'altre arbitrarie, e nelle multe. In tutti questi casi loro si permette, avuto riguardo alla povertà, all'impotenza, ovvero ad altra ragionevol cagione, in certa quantitate pecuniae componere pro Curiae nostrae parte.

Fu per questa lettera arbitrale Roberto biasimato d'avarizia da' suoi detrattori, e che avesse perciò oscurata la fama delle altre virtù sue; e Scipione Ammirato ne' suoi Ritratti rapporta, che questo savio Re fosse stato perciò biasimato d'avarizia, e creduto essere stato cagione delle molte discordie e divisioni, che nacquero in molte città del Regno tra' lor Cittadini per le composizioni, ch'egli traea dagli misfatti de' suoi sudditi, più in danari che in sangue; e ch'egli era solito scusarsi con dire, che tutto ciò gli conveniva di fare per aver onde nudrire cotante armate, che quasi ogni anno era costretto di mettere in punto per la ricovrazione del Regno di Sicilia. Ma chiunque considererà, che Roberto queste composizioni le ristrinse a certi non gravi delitti con tanta riserva e moderazione, ed avuto ogni riguardo alla condizione delle persone, ed a molte altre circostanze, secondo l'arbitrio d'un uomo prudente e da bene, non lo condannerà certamente per sordido ed avaro.

Queste sono le cotanto presso di noi celebri e famose Lettere Arbitrarie, sopra le quali sin da' tempi della Regina Giovanna I, il Viceprotonotario Sergio Donnorso fece un Commento, del quale fa egli menzione nelle note a' Capitoli del Regno[46], e di cui fu anche ricordevole Pier Vincenti nel suo Teatro dei Protonotari del Regno[47]; le quali nell'investiture dei Feudi furon da poi concedute a' Baroni insieme col mero e misto imperio; non che Roberto avesse quelle a loro concedute, poichè esse furono drizzate a' Giustizieri, non a' Baroni, i quali allora non aveano giurisdizion criminale, nè il mero e misto imperio, siccome aveano i Giustizieri delle province. I Baroni insino al Regno d'Alfonso I d'Aragona, ovvero, come credettero alcuni, di Giovanna II, non aveano nelle loro terre e castella, che la giurisdizion civile. Non potevano prima d'Alfonso i Feudatari, che possedevano terre con Vassalli, esercitar altra giurisdizione, se non quella infima e bassa, indrizzata unicamente a sedar le liti e le discordie, che sogliono nascere tra gli abitatori de' luoghi, creando a questo fine alcuni Ufficiali annuali chiamati Camerlenghi, i quali non avean altra giurisdizione, che di conoscere e giudicare d'alcune cause minime e sommarie.

I Giustizieri delle province, ed il Tribunal della Gran Corte erano quelli Magistrati, che esercitavano l'alta e piena giurisdizione sopra tutti i castelli e luoghi del Regno[48]. Non altrimenti che praticavasi a' tempi de' Romani, i quali nelle loro città e terre aveano minori Magistrati, che s'eleggevano dal Corpo delle medesime chiamati Defensores, da' quali s'esercitava una bassa, ed infima giurisdizione, consistente nella cognizione delle cause minime, e sommarie civili.

In luogo di questi Difensori, secondo avvertì a proposito Andrea d'Isernia[49], succederono poi nel nostro Regno i Baglivi de' luoghi, i quali conoscevano delle cose civili, de' furti minimi, de' danni dati, dei pesi e misure, e d'altre cause leggieri, e di picciolo momento[50]. Ma le cose più gravi, e massimamente quelle, che riguardavano il mero imperio, e la giurisdizione criminale, secondo le leggi de' Romani, appartenevano a' Presidi delle province, in vece de' quali da poi nel nostro Regno furono costituiti i Giustizieri delle Regioni[51]. E però non è maraviglia, che le concessioni delle Terre con vassalli, portassero con esso loro quell'infima giurisdizione, come a loro coerente, e da esse inseparabile, e non il mero imperio e la giurisdizion criminale, che non poteva dirsi alla medesima coerente, siccome quella, che non da' proprj Magistrati, ma da' Presidi prima soleva esercitarsi, e da poi non da' Baglivi de' luoghi, ma da' Giustizieri delle regioni.

Marino Freccia[52] testifica perciò, che avendo egli letto il privilegio che fece Carlo I d'Angiò, quando donò al suo figliuolo unigenito la città di Salerno col titolo di Principato, con altre terre e città, come Ravello, Amalfi, Sorrento, Nocera e Sarno, gli concedè solamente in questi luoghi la giurisdizione civile, e fu notato per cosa rara, che nella città di Salerno gli concedesse ancora la giurisdizion criminale, circoscritta però dal circuito delle mura, e dentro quelle ristretta, e non oltre; ma ciò fu propter titulum suae dignitatis, come dice questo Scrittore, poichè in questi tempi i Baroni non aveano giurisdizion criminale. Chi cominciasse a concederla, vario e discorde è il parere dei nostri Autori. Matteo d'Afflitto[53], Grammatico[54], Caravita[55], il Presidente de Franchis[56], ed altri sostennero, che il primo fosse stato il Re Alfonso I d'Aragona; e quest'ultimo Scrittore dice non essersi ciò posto in uso, se non da' Re Aragonesi. Altri, come Francesco d'Amico[57], il reggente Capecelatro[58] e Capobianco[59], la riportano un poco più in dietro, cioè a' tempi della Regina Giovanna II; ma se dobbiamo credere a quel gravissimo istorico, Angelo di Costanzo[60], bisognerà dire, che il nostro Re Roberto fosse stato il primo. Favellando questo Scrittore della liberalità di questo Principe, narra, che per infiniti privilegi conceduti a' Baroni, a' Cavalieri particolari, tanto Napoletani quanto dell'altre terre del Regno, si vedea quanto fosse stato verso i medesimi liberalissimo, a' quali donò Titoli, Castella, e Feudi con giurisdizioni criminali, essendo fin a quel tempo costume, che rarissimi de' Conti del Regno avessero la giurisdizione criminale nelle lor terre; e questo Istorico medesimo rapporta ancora, che il Re Ladislao concedè la giurisdizione criminale ad Antonello di Costanzo sopra Tevarola, dov'egli ed i suoi per ottanta anni non avevano avuto altro che la civile[61].

Che che ne sia, se Roberto o altri suoi successori a qualche suo benemerito avesse usata questa insolita liberalità, egli è certo, che da Alfonso I e dagli altri Re aragonesi suoi successori, furon poste in uso; e con maggior frequenza fu, nelle concessioni fatte ai Baroni, data la giurisdizione criminale, o nell'investiture fu conceduto loro anche la potestà, ed arbitrio contenuto in queste quattro Lettere Arbitrarie, ed oggi si è ridotto a stile, e quasi formolario di tutte l'investiture, che si danno, di mettervi anche questa facoltà per clausola.

Da ciò n'è nato, che siccome prima queste lettere erano a beneplacito ed arbitrio del Principe, rivocabili e ristrette a certi confini; così per quel che riguarda le persone de' Baroni, per le concessioni, che ne tengono nelle loro investiture, sono irrevocabili; e maggiore si vide in ciò essere stata l'autorità, ed arbitrio dei medesimi, che degli Ufficiali regi, a' quali (come al Reggente e suoi Giudici della G. C. della Vicaria, a' governadori delle province, Capitani delle terre ed altri Ufficiali del Regno) fu prescritto dall'Imperador Carlo V per mezzo di sue prammatiche[62] il modo di componere i delitti e commutar le pene corporali in pecuniarie, e vietato di farlo senza suo consenso o del Vicerè del Regno, e senza rimession della parte offesa, o ne' casi che si dovesse imporre pena di morte naturale, o di troncamento di membra. E poichè a' Baroni si trovavano concedute quelle lettere, affinchè il loro arbitrio stasse ristretto fra' termini del dovere e di giustizia; quindi l'istesso Imperador Carlo V con altra sua particolar prammatica[63] stabilita per li Baroni e loro Ufficiali ordinò che non dovessero abusarsi della facoltà, che tenevano nella commutazion delle pene, ma servirsene fra' termini del giusto e con ragionevol modo: minacciandogli in caso d'abuso della privazione de' loro privilegi.

CAPITOLO VI. De' Riti della Regia camera.

Pure sotto il Regno di Roberto furono compilati i riti della Regia Camera. Questo Tribunale non solo in tempo dell'Imperador Federico II si reggeva dai maestri Razionali, ma anche nel Regno di questi Re angioini. Erano questi Ufficiali di grande autorità, e perciò vediamo i più distinti personaggi di que' tempi impiegati a queste cariche; e dalla Regina Giovanna I furono di maggiori prerogative e privilegi arricchiti. La principal loro incombenza era d'invigilare sopra i diritti e rendite fiscali, costringere i minori Ufficiali come Doganieri, Tesorieri, Credenzieri ed altri, a render ragione della loro amministrazione, ricevere da essi i conti dell'esazioni fatte, e raccogliere il denaro per mandarlo alla Camera del Re. Queste rendite per la maggior parte si cavavano da' dazi, gabelle, dogane, regalie e da altre ragioni fiscali, così antiche come nuove. Nel Regno de' Normanni queste esazioni restringevansi a poco numero, ed erano assai moderate, e particolarmente in tempo del buon Re Guglielmo; ma da poi che l'Imperator Federico I restituì le regalie, che s'erano quasi perdute in Italia, e che tutti gli altri Principi, al di lui esempio, vollero anche restituirle ne' loro Stati, s'accrebbe il di lor numero, e furono più pesanti. Così passato questo Regno dai Normanni a' Svevi, Federico II ve n'impose delle nuove: instituto, che fu poi dagli altri Re suoi successori continuato, come quello che conduceva molto all'abbondanza del loro erario, donde potevano sostenere più grandi eserciti e numerose armate. I Re della casa d'Angiò, ancorchè più volte ne' loro Capitoli promettessero moderarle, e di ridurle secondo erano al tempo del Re Guglielmo il Buono; con tutto ciò, per le lunghe ed ostinate guerre che soffrirono, e particolarmente per quella di Sicilia, non ne fecero nulla, anzi di tempo in tempo più crebbero. Furono per ciò queste ragioni fiscali divise in antiche e nuove.

Dell'antiche, cioè di quelle, che furono prima dall'Imperador Federico II nel Regno di Guglielmo, e suoi successori Normanni, abbiamo che Andrea d'Isernia[64] ne formò due Cataloghi: uno se ne legge nelle note, che fece alle Costituzioni del Regno sotto la rubrica de decimis: e l'altro tra i riti della Regia Camera, pure sotto il medesimo titolo[65]. In poche cose, e sol nell'ordine è l'uno vario dall'altro: ecco il novero, che ne fece nelle Costituzioni.

Jura vetera sunt haec, videlicet.

  • Dohana.
  • Anchoragium.
  • Scalaticum.
  • Glandium, et similium.
  • Jus Tumuli.
  • Portus, et Piscaria.
  • Jus Affidaturae.
  • Herbagium, Pascua.
  • Passagium vetus.
  • Jus Casei, et Olei non est ubique per Regnum.

Ecco l'altro che pose fra i Riti della Camera.

Jura vetera sunt haec.

  • Jus Dohanae.
  • Jus Anchoragii.
  • Jus Scolatici, ovvero
  • Jus Colli.
  • Jus Tumuli.
  • Jus Portus, et Piscariae vetus.
  • Jus Bucceriae vetus.
  • Jus Affidaturae herbagii, pascuorum, glandium, et similium.
  • Jus Casei, et Olei, non est ubique per Regnum.
  • Jus Passagii vetus.

Delle nuove parimente ne abbiamo del medesimo Autore ne' luoghi allegati due cataloghi. Furono queste introdotte da Federico II Principe appo gli Scrittori Guelfi, che scrissero sotto il Regno degli Angioini, riputato tiranno, e che angariasse in cento maniere i suoi sudditi: Andrea d'Isernia sopra gli altri l'ha sempre nelle sue opere malmenato, e dipinto per un crudele, e lo pone per ciò nel fuoco penace dell'Inferno: dice nelle Costituzioni[66], che perciò la Chiesa non vuole le decime di queste esazioni, come ingiuste, ed imposte da Federico contro Dio e la giustizia: De illis non vult Ecclesia decimas, tanquam de male oblatis, quae imposita fuerunt per illum contra Deum, et justitiam: per quod videtur ille Federicus quiescere in pice, et non in pace. E nel Rito I sotto il titolo de Jure Tinctoriae, et Celandrae, dicendo che questi dritti come nuovi ed odiosi non doveano stendersi per interpetrazione, ma più tosto restringersi, scrisse: Imposita fuerunt haec ab eo, qui depositus fuit a Regno, et Imperio: poena sua propterea in Inferno crescit semper, sicut poena Arii, ut Augustinus dicit. Ma queste erano vane querele, parole inutili e buttate al vento. S'incolpava, e detestava Federico per avergli introdotti, si declamavano per empj ed ingiusti; ma non per questo i Re Angioini, Roberto istesso, e Carlo suo padre, sotto i quali egli scrivea, gli tralasciarono; anzi Roberto per avergli rigidamente esatti ed accresciuti ne fu imputato d'avarizia.

L'istesso Andrea[67], che declamando dice, che la Chiesa nè men per quelli vuol decime, ci racconta, che Filippo Minutolo Arcivescovo di Napoli, mal soddisfatto della convenzione passata col Re Carlo II che si dovessero pagar le decime per le due terze parti, lasciandone una, che si credette poter importare per li nuovi ed illeciti diritti, tornò a moverne litigio, credendo essere stato ingannato; ma dopo un lungo contrasto, essendosi appurato che importava assai meno ciò che gli apparteneva, quando non voleva esigere per li nuovi dazj, i quali importavano somma assai maggiore dei vecchi, e che perciò bisognava restituir grosse somme, niente curandosi più dell'indebita esazione, nè di proseguirla per l'avvenire, pregò il Re che per grazia glie le accordasse, e continuasse ad esigere le due terze parti, come prima; e per togliere ogni scrupolo, il Re acconsentì, che per l'avvenire si pagassero a lui due parti intere; ma che ciò che gli veniva per questo suo dono, dovesse impiegarlo per l'edificio del Duomo di Napoli, e quello finito, se gli dovesse continuare il pagamento con peso di pregare Iddio per l'anime de' suoi genitori, e di dover ergere in quella Chiesa alcuni altari, siccome narra Isernia, che a suo tempo si faceva e si pagava[68].

Questi nuovi diritti, secondo il novero, che fa Isernia nelle Costituzioni del Regno, sono:

Nova sunt haec, videlicet.

  • Jus Fundici Ferri.
  • Azarii. Picis.
  • Salis.
  • Jus Staterae, seu Celandrae.
  • Ponderaturae.
  • Jus Mensuraturae.
  • Riae de nove.
  • Jus Setae. Jus Cambii.
  • Saponis. Molendini.
  • Bechariae novae.
  • Imbarcaturae. Jus Sepi.
  • Jus Portus, et piscariae novum.
  • Jus Exiturae.
  • Jus Decini. Tentoriae.
  • Jus Marchium.
  • Jus Balistrarum. Jus Gallae.
  • Jus Lignaminum non est ubique.
  • Jus Gabellae auripellis non est ubique per Regnum.
  • Jus Resinae, seu reficae majoris, et minoris non est ubique, sed Neapoli.

L'altro Catalogo delle medesime, che pose fra i Riti è questo.

Jura nova sunt haec.

  • Jus Fundici.
  • Jus Ferri.
  • Jus Azarii.
  • Jus Picis.
  • Jus Salis.
  • Jus Staterae, seu ponderaturae.
  • Jus Mensuraturae.
  • Jus Exiturae.
  • Jus Setae.
  • Jus Tinctoriae, et Celandrae.
  • Jus Cambii.
  • Jus Bucceriae novum.
  • Jus Imbarcaturae.
  • Jus Sepi.
  • Jus Partus, et Piscariae novum.
  • Jus Decini.
  • Jus Balistrarum.
  • Jus Reficae majoris, et minoris.
  • Jus Marium, saponis, molendini, et gallae, non sunt ubique, sed in Apulea.
  • Jus Lignaminum, non est ubique.
  • Jus Gabellae auripellis.

Di tutte queste ragioni fiscali, delle loro esazioni, delle persone che erano obbligate a pagarle, del modo di riceverne conto da' Doganieri, Credenzieri, Gabellotti, ed altri minori Ufficiali, delle loro colpe e difetti nell'amministrazione de' loro pleggi, degl'incanti, che doveano premettersi per gli affitti, e degli escomputi pretesi, e di tutte le quistioni e liti che insorgevano intorno a ciò tra le Parti e 'l Fisco, questo Tribunale della Camera de' Conti n'era il giudice competente. Veniva retto, oltre il Luogotenente del Gran Camerario suo Capo, da' Maestri Razionali, chiamati così, a rationibus quibus praesunt[69]. Era perciò questo Tribunale nomato Auditorium rationum: poi fa detto Audientia Summaria: e finalmente Camera Summaria[70]. Accadevano per conseguenza molto spesso de' dubbj intorno a tutte queste cose, ed i M. Razionali li decidevano, e secondo le loro decisioni, da quelle che furono in ogni tempo uniformi e costanti, ne sursero vari Riti e stili di giudicare, e varie norme e regole per potersi in casi simili, in decorso di tempo, valere. Prima d'Andrea d'Isernia questi Riti ed osservanze non si potevano ricavare, se non dai libri del Tribunale, ove erano notati: e poichè a tutti non era facile averne copia o comodità d'osservargli, non erano così universalmente noti e palesi. Furono, egli è vero, alcuni regolamenti a ciò attenenti fatti inserire nelle nostre Costituzioni, come sotto il titolo de Officio Magistrorum Fundicariorum, ed in alcuni altri; ma dice l'istesso Andrea nelle note a questa Costituzione, che gli altri statuti di Federico a ciò riguardanti, erano nelle dogane, nè furono uniti a quel volume delle Costituzioni: Sicut dicunt alia statuta Imperialia, quae sunt in Dohanis, nec sunt redacta in hoc volumine. Questo gravissimo Giureconsulto fu dunque, che trattigli da' registri delle dogane e degli Atti di quel Tribunale, gli compilò, e ridusse in quella forma che ora si leggono. Nè era da sperare che altri avessero potuto con tanta diligenza, ed esattezza por mano a quest'opra, con quanta da lui si fece. Era stato egli creato M. Razionale dal Re Carlo II, e poi visse tale in tutto il tempo che regnò Roberto, che vuol dire 34 altri anni, sin che dalla Regina Giovanna I non fosse innalzato al posto di Luogotenente; onde niuno meglio di lui poteva darci i Riti di questo Tribunale, e compilargli con tanta nettezza e dottrina, con quanta si vede.

Ch'egli ne fosse stato il Compilatore, non è da dubitare: abbiamo veduto per lo confronto fatto dei Cataloghi di queste ragioni fiscali, riconoscer quelli un medesimo Autore. È manifesto ancora da un altro confronto, che può farsi di ciò che scrisse l'istesso Andrea ne' Commentarj de' Feudi sotto il titolo, Quae sint regalia, in § vectigalia, in add. n. 14 e nelle note alla Costituzione suddetta de Officio Magistrorum Fundicariorum, e da ciò che si legge in questi Riti sotto la rubrica de jure fundici[71], ove si veggono ripetute ad literam l'istesse parole. Il medesimo Andrea nell'ultimo Rito de jure Dohanae nel fine cita se stesso; si rimette a quel ch'egli medesimo avea scritto in cap. unico, § Sacramentum, de consuet. rect. feud. Ce lo testificano ancora gli Autori suoi coetanei, o che fiorirono non molto dopo lui. Luca di Penna fu suo contemporaneo, perchè fu coetaneo di Bartolo, e quegli attesta, il Compilatore di questi Riti essere stato Andrea[72]. Goffredo di Gaeta, che nell'anno 1460 come e' dice nel Rito 2 de decimis, compose i Commentarj, ovvero letture sopra i medesimi, passa in più luoghi per cosa fuor d'ogni dubbio che Andrea ne fu l'Autore[73]. Il medesimo scrissero Liparulo nella di lui vita[74], e l'Anonimo[75] Autor delle Note a' Riti suddetti. E finalmente a lettere cubitali ciò si legge nel Codice di questi Riti, che si conserva nell'Archivio della Regia Camera, che porta in fronte questo titolo: Ritus Domini Andreae de Isernia super universis juribus Dohanarum, et aliarum Regni Siciliae Gabellarum.

Furono appellati da Andrea questi Riti Jura Imperialia, non perchè l'Imperador Federico nella maniera, che ora si leggono, gli avesse egli fatti compilare, come fece del libro delle nostre Costituzioni; ma perchè alcuni dritti, che si leggono in essi, furono nuovamente da Federico introdotti, e chiamati per ciò jura nova, ovvero Imperialia, a differenza degli antichi, chiamati jura vetera, ch'erano prima di lui nel Regno de' Normanni. Ancorchè Andrea d'Isernia, per privato studio e diligenza, avesse fatta questa Compilazione, non per pubblica autorità, siccome furono da poi fatti compilare i Riti della G. Corte della Vicaria dalla Regina Giovanna II, che per sua Costituzione diede loro forza e vigore; non è però, che i medesimi non abbiano avuta sempre, siccome ritengono ancora oggi, tutta l'esecuzione ed osservanza, e che non abbiano presso noi quel medesimo vigore, che hanno le leggi nostre scritte, come dipendenti da un non mai interrotto stile, e da un antico uso di questo Tribunale[76]. Egli è vero, che per lo corso poco men di quattro secoli, da che furono compilati, molte cose sono mutate, ed altre cose nuove introdotte, onde di questo Tribunale, oltre i Riti, abbiamo ora anche molti Arresti raccolti dal Reggente de Marinis; nulladimanco in ciò, che per nuova legge non fu mutato, o per contrario uso andato in dimenticanza, han tutta la forza e tutto il lor vigore.

Abbracciò Andrea in questa Compilazione tutti i dritti così antichi, come nuovi di sopra annoverati, divisegli con più distinzione in più rubriche, e collocò sotto ciascuna di esse più o meno Riti, secondo che la copia, o brevità del soggetto richiedeva. Trattò ancora, quasi per appendice, di molte cose appartenenti agli Ufficiali, che hanno l'amministrazione ed esazione de' medesimi, con rubriche separate, come si vede nella rubrica 1, 25, 26, 27, 28, 29, 30, 31, 33, 34, 35, 36, 37 e 38. Egli è da avvertire che fra questi si leggono alcuni Arresti fatti dai M. Razionali dopo la compilazione fatta da Isernia, e inseriti da poi ne' luoghi adattati al soggetto, com'è l'arresto, che si legge sotto la rubrica 11 de Tracta, fatta a settembre dell'anno 1382 e consimili. In oltre la rubrica 31 ch'è l'ultima, de jure Falangae, seu Falangagii, fu aggiunta dopo la Compilazione d'Isernia; perchè questo nuovo dritto o sia gabella, ch'è membro della Dogana, fu imposto nell'anno 1385 dal Re Carlo III di Durazzo: questo Principe l'impose dalla città di Gaeta insino a Reggio per quanto corre il Mar Tirreno[77]: da poi Alfonso I d'Aragona nell'anno 1452 lo stese per tutto il Regno, dal fiume Tronto insino a Reggio per quanto corre il Mar Adriatico: tra questi due Mari è collocato il Regno.

Il primo, che dopo un secolo e più anni commentasse questi Riti fu Goffredo di Gaeta figliuolo di Carlo, che fiorì sotto il Re Ladislao e la Regina Giovanna II, in qualità di Avvocato fiscale. Goffredo suo figliuolo emulando le virtù paterne, e calcando le medesime sue pedate, fu gran tempo nel Regno della Regina Giovanna II M. Razionale, da poi dal Re Alfonso I avendo questo Principe al Tribunale della Camera de' Conti aggiunti quattro Presidenti di toga, e due idioti, fu creato Presidente della medesima; la qual carica continuò nel Regno di Ferdinando I infino al tempo di sua morte, che accadde nell'anno 1463 è verisimile che cominciasse questa sua fatica nel Regno d'Alfonso, e la terminasse sotto Ferdinando, già che nel Rito 2 de decimis, dice, che a riguardo del tempo, nel quale egli scrivea, cioè nel 1460 i diritti imposti da Federico non si potevano dir più nuovi, ma antichi, essendo scorsi dal dì della sua deposizione (che la pone nel 1244) ducento e sedici anni. I suoi Commentarj sono dotti, gravi e proprj della materia che si tratta, senza divagarsi in quistioni inutili ed estranee, come allora correva il vizio degli altri Commentatori. Perciò furono dai Professori de' seguenti tempi tenuti in sommo pregio, e riputato l'Autore per uno de' maggiori Giureconsulti de' suoi tempi. Morì egli in Napoli nel 1463 come lo dimostra l'iscrizione del suo sepolcro, che si vede nella chiesa di S. Pietro Martire nella cappella della sua famiglia, ove giace sepolto insieme con Carlo suo Padre.

Dopo il corso d'un altro secolo abbiamo che fossero state fatte quelle note, che si leggono a questi Riti d'un Autore incerto ed Anonimo; poichè s'allegano dal medesimo decreti ed arresti della Camera degli anni 1554, come nel Rito primo de Jure Ponderaturae, del 1565 come nel Rito 14 de Jure Fundici, ed altrove allega molte scritture e consulte di quel Tribunale fatte in questi medesimi tempi. Allega spesso Goffredo di Gaeta, Matteo d'Afflitto, e sovente anche Autori del decimosesto secolo. Queste note sono proprie, dotte ed utilissime, ripiene di molte notizie degli atti del Tribunale, de' suoi arresti, lettere, consulte, carte regali, registri e ogni altro che poteva conducere alla vera intelligenza de' vocaboli, e de' sentimenti di questi Riti e delle mutazioni, aggiunzioni e variazioni ch'erano seguite insino a' suoi tempi, intorno alle nuove imposizioni d'altri diritti e gabelle, e delle loro origini, e progressi ed abusi; tanto che non meriterebbe il suo nome presso i posteri essere rimaso così oscuro e sepolto.

Abbiam veduto poi a dì nostri un altro Commento, ovvero come l'Autor gli chiama, nuove Addizioni su questi Riti, compilato per Cesare Nicolò Pisani Giureconsulto napoletano, il quale nell'anno 1699 insieme co' Commentarj di Gaeta, e note dell'Anonimo, gli diede in Napoli alle stampe. Sono indegne d'esser paragonate, e poste insieme colle fatiche di que' due insigni Giureconsulti; sono piene di cose vane ed inutili, ricolme di quistioni lontane ed estranee di quel che ricercava il soggetto: diffuse e goffe, ed unicamente poste insieme senz'ordine e senza metodo, per far crescere il volume.

CAPITOLO VII. Degli Uomini illustri per lettere, che fiorirono sotto Roberto, e sotto la Regina Giovanna sua nipote.

Fra gli altri pregi, che adornarono la persona di Roberto, fu l'essere stato amantissimo di tutti i Scienziati eccellenti de' suoi tempi, e gran letterato insieme e protettore delle lettere.

Di questo Principe veramente potè dirsi, che

Fur le Muse nudrite a un tempo istesso,

Ed anco esercitate.

Leggansi i tanti elogi di Giovanni Villani[78], del Petrarca[79], e del Boccaccio[80] suoi contemporanei, che per ciò con tante lodi innalzarono. Si legge di questo Re un trattato delle virtù morali composto da lui in varie rime toscane. Questo trattato lo fece imprimere in Roma l'anno 1642 insieme con alcune rime del Petrarca estratte da un suo originale, col Tesoretto di Ser Brunetto Latini, e con quattro canzoni di Bindo Bonichi da Siena, il Conte Federico Ubaldini, e porta questo titolo: Il trattato delle virtù morali di Roberto Re di Gerusalemme. Egli, come dice l'Ubaldini, cimentò le forze del suo ingegno nella vecchiaja, applicandosi a rimare, e volle più tosto per questa opera imitare i più saggi Re della terra come Salomone (onde perciò non volle al libro porre altra inscrizione, che di Re di Gerusalemme), l'Imperador M. Aurelio Antonino, che lasciò scritti in greco dodici libri morali della sua vita (se non sono favolosi, come gli credette il Castelvetro), Basilio Macedone, Lione Isaurico, Emmanuel Comneno ed altri Imperadori greci, che ne composero de' simiglianti; che andar dietro a' suoi predecessori Re di Sicilia, come all'Imperador Federico II ed al Re Manfredi, ad Enzio, e simili, i quali tutti intesi a cose amorose, solamente di quelle vollero tesser canzoni. Scrisse ancora, oltre le suddette rime, alcune lettere latine in prosa, due delle quali sono volgarizzate presso Giovanni Villani, mandate, l'una nell'anno 1333 al Popolo fiorentino, e l'altra a Gualtieri Duca d'Atene, quando nell'anno 1341 pigliò la Signoria di Fiorenza.

Nel suo Regno fiorirono le lettere in guisa, che i Professori di qualunque condizione si fossero, ancorchè di bassa fortuna, gl'innalzava a' primi onori, e con umanità grandissima gli accoglieva ed accarezzava: andava a sentire in piedi i pubblici Lettori, che leggevano in Napoli, ed onorava gli Scolari.

Per tralasciar infiniti esempi, venendo il Petrarca di Francia per pigliare la Corona di lauro a Roma, mandò Gio. Barile, che in suo nome assistesse in Campidoglio quella giornata come suo Ambasciadore, scusandosi col Petrarca, che l'estrema vecchiezza era cagione, che non venisse in persona a ponergli la corona in testa di sua mano; ed ambiva, che l'Affrica composta da costui, a lui s'indirizzasse. Favorì grandemente i Teologi ed i Filosofi[81], tanto che nel suo Regno queste facoltà cominciarono a fiorire in Napoli.

La teologia Scolastica ridotta ne' suoi tempi in arte, e fatta pedissequa della filosofia d'Aristotele, secondo il metodo prescritto dagli Averroisti, vi pose piede, e si rese più considerabile per le famose fazioni de' Tomisti, e degli Scotisti sostenute da due Ordini allora considerabili de' Frati Predicatori e de' Frati Minori. I primi seguivano la dottrina d'Alberto Magno, e da poi di S. Tommaso, nomato il Dottor Angelico suo discepolo, che si rese poi Capo di questa Setta di Scolastici, detti perciò Tomisti. I secondi seguivano Alessandro de Ales del loro Ordine, e da poi il famoso Giovanni Duns, detto il Dottor Sottile, e Scoto, perch'era Scozzese, benchè alcuni l'abbiano creduto Inglese, ed altri Ibernese, il quale si rese Capo di questa Setta, donde i suoi seguaci furono chiamati Scotisti; onde nacque la divisione di queste due Scuole. Alcuni nondimeno fecero un terzo partito, seguendo un metodo nuovo, chiamati Nominali, ed uno de' principali Capi di questo partito fu Guglielmo Ocamo della Contea di Surrey in Inghilterra, il quale ancorchè dell'Ordine de' Minori, si divise dagli altri facendosi Capo di questa Setta, e perciò ne acquistò il titolo di Dottor Singolare. Si disseminarono le loro Scuole per tutta Europa ed in Napoli, ne' tempi di Roberto, essendo multiplicati i loro Maestri, la Teologia in cotal maniera trasformata, era pubblicamente e con sommo applauso ed ammirazione professata, ed i Teologi da questo Principe favoriti; poichè proccurava che molti Teologi eccellenti e di buona vita fossero provisti di Prelature e Vescovadi del Regno, e gli onorò sempre sopra tutti gli altri Baroni laici[82].

Nelle Calabrie ed in Terra d'Otranto, per lo gran numero de' Greci, e per lo continuo commercio d'Oriente, i Monaci de' Conventi fondati sotto la Regola di S. Benedetto non la ricevettero se non molto tardi: seguitavano le pedate de' Greci e la loro dottrina: e si distinse sopra tutti gli altri Barlaamo Monaco Basiliano di Calabria, nato in Seminara, assai dotto e sottile, il quale essendosi portato in Costantinopoli, entrato in somma grazia dell'Imperador Andronico, fu adoperato dal medesimo negli affari più gravi dello Stato, e per comporre, e riunire la Chiesa Greca alla Latina. Fu inviato da Andronico in Napoli al nostro Re Roberto per domandargli soccorso; ma perchè non poteva sperar d'ottenerlo se non col riunirsi le due Chiese, ne fu data a lui parimente la commessione. Fu la unione lungamente trattata, ma ogni progetto fu ributtato, e la sua opera rimase inutile ed infruttuosa.

Ebbe grandi ed ostinate contese con Palamas suo Antagonista, ma dopo varie vicende, vedendo finalmente approvata in un Concilio tenuto in Costantinopoli la dottrina di Palamas, e la sua condannata, partì da Oriente, e si ritirò in Occidente, e prese il partito de' Latini, onde fu fatto Vescovo di Geraci in Calabria[83]. Ci lasciò molte sue opere, che compose contro Palamas, e contro i Monaci Quietisti da lui perseguitati ed accusati come rinovatori degli errori degli Euchiti, e sopra altri soggetti.

Scrisse un libro de Primatu Papae: De Algebra; ed altre insigni opere, delle quali l'Allacci, ed il Nicodemo tesserono copiosi Cataloghi[84]. Instruì molti dei nostri nelle discipline, e nella lingua greca e latina, e fu Maestro di Giovanni Boccaccio, di Paolo Perugino Giureconsulto e Prefetto della Biblioteca del nostro Re Roberto, di Leonzio Tessalonicense e di molti altri[85].

In questi medesimi tempi fioriva in Otranto un monastero di Basiliani lontano da quella città non più che mille e cinquecento passi. Era dedicato a S. Niccolò, e i suoi Monaci professavano non men teologia, che filosofia, ed erano istruttissimi di lettere greche, ed alcuni anche di latine. Insegnavano la gioventù, e l'istruivano delle cose greche e della lor lingua. Vi andavano i giovani ad apprenderla da tutte le parti del regno, a' quali con somma liberalità, e magnificenza erano dati i Maestri senza mercede, domicilio e vitto: tanto che le discipline greche, che per la decadenza dell'Impero d'Oriente venivano a retrocedere e mancare, si sostentavano, e lor si dava per essi riparo in queste nostre parti. Narra Antonio Galateo[86], che a tempo de' suoi grand'avoli, che vengono a punto a cadere nel regno di Roberto e di Giovanna, quando ancora Costantinopoli non era passata in man de' Turchi, fu fatto Abate di questo Monastero il celebre Filosofo Niccolò d'Otranto, nominato Niceta: questi vi rifece una famosa Biblioteca, e fece ricercare senza risparmio libri da tutta la Grecia d'ogni genere, e quanto più ne potè raccogliere, tutti fece trasportare nel suo monastero, e fra gli altri molti di Filosofia, e di Logica. Fu, per la sua saviezza ed integrità di costumi, adoperato dagl'Imperadori d'Oriente e da' Sommi Pontefici in varie Legazioni, i quali nelle contese fra di loro nate, o per causa di religione o di Stato, si servivano della di lui persona per comporle, e spesse volte era mandato e rimandato da Costantinopoli a Roma dall'Imperadore, e da Roma in Costantinopoli dal Papa. In discorso di tempo di questi libri, per negligenza de' nostri Latini, e per lo disprezzo e poca cura, che fu presso de' nostri delle lettere greche, alcuni ne furono trasportati a Roma, al Cardinal Bessarione, e quindi a Venezia; ed il resto fu poi tutto consumato e perduto per lo memorabil sacco, che i Turchi calati in Otranto diedero nell'anno 1480 in quella città e monastero e suoi contorni.

Roberto, oltre di favorire i Teologi, non trascurò ancora i Filosofi e'Medici[87]. Nell'Università degli studj di Napoli proccurò che insegnassero queste scienze i migliori Professori dell'età sua; e perchè altrove così queste, come l'altre facoltà non si potessero apparare, ma solo in Napoli, rinovò gli editti dell'Imperador Federico II, e proibì le Scuole nell'altre città del Regno[88]; pose in maggior osservanza i privilegi che il Re Carlo II suo padre aveva conceduto al Collegio degli studj di Napoli, li quali egli inserì in quel suo Capitolo, che comincia Universis, che abbiamo tra i suoi Capitoli, sotto il titolo Privilegium Coll. Neap. Studii. Poichè ne' suoi tempi la filosofia d'Aristotele, secondo il metodo prescritto dagli Averroisti, era nelle Scuole universalmente insegnata, e quella sola teneva il campo, posposti tutti gli altri antichi Filosofi, per le cagioni dette da noi altrove; e la medicina non altronde, che da' libri di Galeno era tratta; quindi Roberto ad imitazione di Federico II deputò Niccolò Ruberto famoso Medico e Filosofo di que' tempi, e gli fece fare una traduzione del Greco in Latino dei libri d'Aristotele di Filosofia, e de' libri di Galeno di Medicina, come ricavasi da' regali registri rapportati dal Summonte[89].

Amò ancor Roberto, che la sua Corte e la sua Cancelleria fosse ripiena d'uomini dotti, ponendo sommo studio, che usassero in quella i più insigni letterati dell'età sua: il che, come ponderò assai a proposito il Costanzo[90], si conosce ancora dallo stile, e frase de' suoi Capitoli e privilegi, che sono più culti, ed ornati di molte clausole oratorie, per quanto comportavano i suoi tempi, ne' quali l'eloquenza e l'eleganza dello scrivere, non era arrivata in quell'elevatezza, che abbiam veduta da poi a' nostri tempi, e dei nostri avoli. E benchè, come soggiunge questo Autore, di tutte le discipline gli piacesse meno dell'altre la poetica, desiderò nientedimeno grandemente d'aver appresso di sè il famoso Petrarca, e che, come si disse, gli dedicasse il suo poema dell'Affrica[91]. Amò per questa cagione, sopra gli altri Cortigiani suoi, Giovani Barrile, al quale diede il governo di Provenza e di Linguadoca, e Guglielmo Marramaldo, ambedue letterati, ed amici del Petrarca; ed il Petrarca[92] e 'l Boccaccio[93] scrivono, che nella vecchiaja pentissi di aver tenuto tanto poco conto de' Poeti, e riputava come suo infortunio d'essersi tardi avveduto delle bellezze ed artificj di quelli; ond'è che in vecchiaja si pose a comporre in rima delle virtù morali.

Ma chi nel Regno di Roberto, e negli anni tranquilli del Regno di Giovanna I sua nipote fiorissero sopra tutti gli altri, furono i nostri Giureconsulti, elevati sempre a' primi onori del Regno, ed in somma stima e riputazione avuti. Fiorirono nella Corte di Roberto sopra tutti gli altri Legisti Bartolommeo di Capua, e Niccolò d'Alife. Di Bartolommeo non accade qui ripetere quanto di lui, e sotto il Regno di Carlo II, e sotto quello di Roberto fu detto; fu egli esaltato ad esser G. Protonotario del Regno e suo intimo Consigliere, reggendosi ogni cosa col suo consiglio e colla sua penna: oltre averlo innalzato a' primi onori del Regno, gli donò molte terre e castella col titolo di Contado d'Altavilla. Bartolo[94] famoso Giureconsulto di questi tempi lo cumula d'eccelse lodi, e dice che per le sue proprie virtù meritò, che fosse fatto da Roberto Gran Conte. Luca di Penna, Baldo[95], Guido Pancirolo[96], ed altri celebrano in mille luoghi le virtù e la dottrina di un tanto uomo. Ed Angelo di Costanzo[97] fin da' tempi ne' quali egli scrisse quella gravissima e saggia sua Istoria, ponderò, che veramente le tante remunerazioni fatte, e da Carlo e da Roberto a questo insigne Giureconsulto, bisognava dire, che fossero un gran indizio della bontà e virtù di quell'uomo; poichè si vede, che senza mai perdersi per niuna di tante revoluzioni, che da quel tempo in qua sono state nel Regno, ancora durano ne' descendenti suoi, e sono state cagione di fargli maggiori, accrescendovi poi col trattare onoratamente l'armi, i titoli del Principato di Molfetta, e di Conca, e del Ducato di Termoli; e se vedesse a' dì nostri la sua stirpe accresciuta, oltre questi Stati, di altri maggiori, chiari argomenti, non già indizj avrebbe, non men della giustizia e della virtù, che della bontà di sì insigne Giureconsulto.

Niccolò Alunno della città d'Alife fu ancor egli uno de' nostri famosi Legisti, che fiorissero nel Regno di Roberto, e di Giovanna I sua nipote. Pier Vincenti nel Teatro de' Protonotarj del Regno, lo fa dell'istessa famiglia di Giovanni d'Alife, che nel 1262 sotto il Re Manfredi fu G. Protonotario del Regno. Fu egli sotto il Re Roberto Secretario e Notajo della sua Regia Cancelleria, e da poi fu creato Maestro Razionale dalla Regina Giovanna I, non già da Roberto, come credette il Costanzo: fu fatto G. Cancelliere del Regno, mancato che fu il Vescovo Cavillocense, e l'esercitò fin alla sua morte, che accadde l'ultimo di dicembre dell'anno 1367. Giace sepolto in Napoli nella chiesa dell'Ascensione fuori la Porta di Chiaja, ch'egli in vita avea edificata a' Monaci Celestini, ove si vede il suo sepolcro con lunga iscrizione, rapportata anche dall'Engenio nella sua Napoli Sacra[98] Ebbe in dono dal Re alcune Terre nella provincia di Bari, che lasciò a' suoi figliuoli, uno de' quali da Urbano VI nell'anno 1284 fu promosso al Cardinalato, detto perciò il Cardinal d'Alife[99]. Non abbiamo di questo Giureconsulto, che lasciasse di se memoria per qualche opera legale, che avesse composta, siccome abbiamo di Bartolommeo di Capua, d'Andrea d'Isernia, di Niccolò di Napoli, di Luca di Penna, e d'altri suoi coetanei.

Fiorì ancora nel Regno di Roberto, e più in quello della Regina Giovanna sua nipote il famoso Andrea d'Isernia. Per la sua profonda dottrina legale, e particolarmente in materie feudali, fu nel Regno di Carlo II padre di Roberto fatto Avvocato fiscale, e poi Giudice della G. C., indi da Carlo istesso creato Maestro Razionale della Camera de' Conti: ufficio, come fu detto, in que' tempi di grande autorità: a cui donò ancora molte Terre, e fece altre remunerazioni. Roberto suo figliuolo lo mantenne nel medesimo posto di Maestro Razionale ch'esercitò per molti anni, sino che, morto Roberto, dalla Regina Giovanna non fosse stato innalzato ad esser suo Consigliere e Luogotenente della Camera Regia; Tribunale ove egli avea menati molti suoi anni in qualità di M. Razionale.

Alcuni seguitando gli errori del Ciarlante[100], credono contro ciò che fu a noi tramandato dagli antichi Scrittori, che Andrea sin nel Regno di Carlo I avesse cominciate le sue fortune, e fosse stato da lui creato Avvocato fiscale; e soggiungono, che dalla Regina Maria sua moglie, da Avvocato fiscale fosse stato fatto suo Consigliere e Maestro Razionale: ancorchè fosse costante presso tutti gli Autori, che e' morisse vecchio in età di settantatrè anni, lo vogliono con tutto ciò morto di morte naturale nel 1316 nel Regno di Roberto, non già nel 1357 nel Regno di Giovanna di morte violenta; imputando quella morte non già a questo Andrea, ma ad un altro Andrea suo nipote figliuolo di Roberto suo figliuolo, che, com'essi dicono, dalla Regina Giovanna fu parimente creato Luogotenente della Regia Camera, siccome suo avo fu creato da Roberto.

Questa opinione, oltre essere stata con manifesti argomenti confutata dall'incomparabile Francesco di Andrea in quella sua dotta disputazione feudale[101], è contraria a tutta l'istoria, e si convince favolosa per più ragioni. Primieramente, ciò che si narra della sua moglie, de' figliuoli e delle dignità, che costoro avessero avute dalla Regina Giovanna, è tutto favoloso, siccome fu dimostrato dal Vescovo Liparulo, che con molta diligenza ed esattezza tessè la vita di questo Giureconsulto. II se si voglia far Andrea Avvocato fiscale nel Regno di Carlo I, bisognerà dire, che fosse stato egli Dottore più antico di Bartolommeo di Capua, ciò ch'è falso. Bartolommeo fu non pur coetaneo di Bartolo, ma autore più antico di lui: Bartolo che nelle sue opere fa di questo Giureconsulto onorata memoria, morì in Perugia, secondo pruova Baluzio[102] nel 1357 di 46 anni[103], ventinove anni da poi della morte di Bartolommeo, il qual, come si è veduto, morì nel 1328. All'incontro Andrea fu coetaneo di Baldo, ebbe con lui dispute in materie feudali, dove Baldo restò vinto: furono poco amici, nè Baldo si ritenne dal malmenarlo, trattandolo da vario ed incostante, e che ora inchinava a destra, ora a sinistra[104]. Ed è a tutti noto, che Baldo fu discepolo di Bartolo, e visse molti anni appresso; ed anche, se si voglia seguitar Osmano, morì nel 1400: poichè, secondo vogliono altri[105], egli morì nel 1420 di età già decrepita, dopo avere per cinquantasei anni letto in Bologna ed in Pavia il jus civile. Donde si vede quanto di gran lunga vada errato il Consigliere de Bottis, il quale scrisse aver egli in un antico Codice d'Andrea d'Isernia letta una postilla a penna, mano di Bartolommeo di Capua; poichè tralasciando esser cosa molto difficile, che de Bottis dopo 250 anni, che egli scrisse, avesse potuto renderci testimonianza, che quella postilla fosse stata scritta di propria mano di quel Giureconsulto, si vede ancora essere affatto inverisimile, che un uomo sì grande ne' tempi del Re Roberto, per la cui autorità egli governava il tutto, avesse voluto scrivere postille ne' Commentarj d'Andrea, Dottore allora presso di lui di niuna, o di poca stima; oltrechè dicendo il medesimo de Bottis, aver veduta tal nota a penna ad Isernia, par che supponga che il libro d'Isernia fosse impresso, il che, se così fosse, non poteva quello essere stato in mano di Bartolommeo, di cui ne' tempi la stampa non per ancora era stata introdotta in Italia. III il voler fissare la morte d'Andrea nell'anno 1316, e per conseguenza prima di Bartolommeo di Capua, per riportarlo in dietro a' tempi di Carlo I ripugna a' più antichi monumenti, ed alle opere istesse di quello Giureconsulto. Abbiamo alcune note del medesimo, fatte a' Capitoli, del Re Roberto, istromentati per mano di Giovanni Grillo Viceprotonotario del Regno; questi dopo la morte di Bartolommeo esercitò quest'ufficio; poichè durante la vita di quello, che fu Protonotario, i Capitoli erano dettati da lui e non da Grillo. Abbiamo ancora che quest'istesso Andrea, nel proemio delle note, che fece sopra le nostre Costituzioni del Regno[106], parlando d'Innocenzio III autore della Decretale Cum interest, scrisse, che questo Papa era morto, erano già cento e più anni, allegando le Cronache, che disse potersi in ciò allegare per pruova della verità: avendo dunque egli esattamente vedute le Cronache, avea certamente trovato, che Innocenzio morì a Perugia nell'anno 1216 a' 16 di luglio; onde se nel tempo, nel quale Andrea scrivea, erano scorsi dal Pontificato d'Innocenzio cento e più anni, è chiaro ch'egli scrisse quelle note alle nostre Costituzioni dopo l'anno 1316. Di vantaggio in queste medesime note e nel proemio istesso, più volte allega Tommaso d'Aquino con titolo di Sunto: all'incontro nei Commentari de' Feudi compilati prima, allega questo Autore col solo titolo di Frate, come in più luoghi osservò Liparulo: Tommaso fu posto nel rollo de' Santi da Giovanni XXII nell'anno 1323; è dunque chiaro, ch'e' scrisse sopra le nostre Costituzioni dopo l'anno 1323.

Andrea adunque, ancorchè nato negli ultimi anni del Regno di Carlo I, verso il 1280, quattro anni prima della sua morte, cominciò a rilucere e dar saggio de' suoi talenti nel Regno di Carlo II suo figliuolo, da cui per lo profondo suo sapere e dottrina fu fatto Avvocato fiscale e Giudice della Gran Corte, ed indi Maestro Razionale della Regia Camera. Negli ultimi anni del suo Regno scrisse egli i suoi famosi Commentarj sopra i Feudi; e le note sopra le Costituzioni del Regno le compose sotto il Re Roberto, intorno al 1232, siccome dimostra lo scrittor della sua vita[107].

Baldo suo emolo, scorgendo qualche varietà ed incostanza d'opinioni tenute da lui ne' Commentari dei Feudi, che poi variò nelle Costituzioni, non potendo negare la profondità della sua dottrina, l'incolpava di questo vizio; ma non men Liparulo, che l'incomparabile Francesco d'Andrea ne penetrarono l'arcano ed il mistero. Il Re Roberto tutto preso d'amore verso Bartolommeo di Capua, non vedendo per altri occhi, nè reggendo il suo Regno che per i consigli di lui, attese sopra tutti gli altri ad ingrandirlo: Andrea non era ugualmente guardato, nè secondo il suo merito premiato; sotto il Regno di Roberto egli si trovò Maestro Razionale, e così vi rimase, ed in quest'istesso posto continuò in tutti gli anni di Roberto, carica conferitagli da Carlo suo padre, e nella quale l'avea Roberto confermato; all'incontro tutti gli onori erano del Capua, di che ardendo d'invidia Andrea, vedendo il suo emolo innalzato, e lui depresso, non potendo prender del Re altra vendetta, cominciò co' suoi scritti almeno ad abbassare le sue ragioni Fiscali, e quanto ne' Commentari de' Feudi, che compilò sotto Carlo II fu Regalista, altrettanto poi nelle note alle nostre Costituzioni, che compose nel Regno di Roberto, fuvvi avverso e contrario. Moltissimi documenti ed esempj di questo suo animo esasperato possono leggersi presso Liparulo[108], e presso il Consiglier Francesco d'Andrea[109]. Ed osservarono questi Autori, che ne' Commentarj de' Feudi, sempre che l'accadea far menzione (ciò che fece molto spesso) di Re Carlo I e II, non gli nominò, se non con elogi; all'incontro, scrivendo sotto Roberto le note sopra le Costituzioni, ancorchè avesse avuto ben cento occasioni, ed alcune volte necessità di allegarlo, non ci si potè mai indurre di nominarlo; tanto che Matteo d'Afflitto[110], parlando d'Andrea, pien di maraviglia ebbe una volta a dire: Et satis miror, quod non alleget Capitulum Regis Roberti, cum ipse fuerit eo tempore, et usque ad tempus Reginae Joannae I. Ed avendo una sola volta per dura necessità dovuto nominare quel Re, che a' suoi tempi fu riputato un altro Salomone, non fu d'altra maniera chiamato, che come un uomo del volgo, senza elogio, ancorchè scrivesse vivente Roberto, ivi: Et fuit determinatum in Consilio, quando Rex Robertus erat Vicarius patris sui[111].

Ma morto Roberto nell'anno 1343, e succeduta al Reame Giovanna sua nipote, non avendo altro competitore, gli fu facile entrare per la somma sua dottrina in grazia della medesima, dalla quale fu inalzato al posto di Luogotenente della Regia Camera, e fatto suo Consigliere; la qual carica continuò insino al 1353 anno della sua morte. Quando gli Scrittori moderni non ci portano se non leggieri indizi e deboli argomenti, non dobbiamo rimoverci da ciò, che lasciarono scritto gli antichi intorno a questa sua morte. Narrano questo infelice successo due autori gravissimi, che scrissero non più, che cento anni dapoi che avvenne, onde potevano averlo appreso da' loro maggiori: questi sono Paris de Puteo[112], che fiorì sotto Alfonso I di Aragona e fu maestro di Ferdinando suo figliuolo, che gli successe al Regno, e Matteo d'Afflitto[113], che scrisse i suoi Commentari a' Feudi sotto il medesimo Re Ferdinando, ciò che si ricava anche da' nostri registri; li quali scrissero, che avendo Andrea giudicato in una causa d'un Tedesco nomato Corrado de Gottis, contro il quale fu profferita sentenza, per cui gli fu tolta una Baronia che possedeva; questi fieramente sdegnato per la perdita, di notte accompagnato con alquanti suoi Tedeschi, mentre Andrea ritornava dal Castel Nuovo a sua casa, vicino porta Petruccia, l'assalì, dicendogli che siccome egli colla sua sentenza l'avea tolta la roba, così egli colle sue armi gli levava la vita; e da più fieri colpi de' suoi masnadieri fu miseramente ucciso. Ecco ciò, che di questo infelice successo ne scrisse Matteo d'Afflitto: Fuit autem interfectus praefatus Doctor insignis in civitate Neapolis die 11 octobris 12 Ind. 1353 etc. ed altrove: Et ego vidi privilegium Reginae Joannae I vindicantis mortem Andreae de Isernia ejus Consiliarii, occisi tarda hora noctis, dum veniret a Castro novo, prope Portam Petrutiam[114] per quosdam Teutonicos, acriter condemnatos de crimine laesae Majestatis. La Regina contro gli infami assassini prese aspra vendetta: furono puniti con supplicj, pubblicati i loro beni, diroccate le loro case e sentenziati a morte, non altrimenti che se fossero rei di delitto di Maestà lesa, per la dottrina dell'istesso Andrea, il quale quasi presago del suo fato infelice, avea insegnato che colui, che uccideva il Consigliere del Principe, era reo di delitto di Maestà lesa, e dovea punirsi con tal pena.

Ci lasciò questo insigne Giureconsulto i suoi incomparabili Commentarj sopra i Feudi, che e' compose negli ultimi anni del Re Carlo II, opera nella quale superò se medesimo, e che presso i posteri gli portò que' elogi, e que' soprannomi Princeps, et Auriga omnium Feudistarum, Evangelista feudorum, e simili rapportati dallo Scrittore di sua vita. Sopra la qual opera i nostri professori impiegarono da poi tutti i loro talenti, ed acquistò tanta autorità, che faceva forza non meno che le leggi feudali medesime. Bartolommeo Camerario[115] v'impiegò in leggerla ed emendarla quasi tutti gli anni di sua vita, ed egli stesso testimonia, che per lo soverchio studio che vi pose, ci perdette un occhio. Fu non solo appo noi, ma anche presso le nazioni straniere riputato il più gran Feudista, che avesse avuto l'Europa in que' tempi; confuse Baldo e l'obbligò in vecchiezza a darsi allo studio feudale[116]; e fu non meno da' nostri, che dagli esteri predicato per Principe de' Feudisti.

Scrisse ancora nel Regno di Roberto intorno l'anno 1323 e ne' seguenti, le nostre Costituzioni e sopra i Capitoli del Regno: compilò i Riti della regia Camera, e compose altre opere legali rapportate dal Toppi[117] nella sua Biblioteca. Narrasi ancora aver composte alcune opere di teologia e di legge canonica, onde ne riportasse dagli Scrittori, che lo seguirono, i titoli di Excelsus juris Doctor, Theologus maximus, e di Utrisque juris Monarca.

Egli è però vero, che più per vizio de' tempi, nei quali scrisse, che per proprio fu nello stile barbaro e confuso, e senza metodo: ciò che diede occasione ad Alvarotto[118] di dire, che fu egli commendabile più tosto per la abbondanza delle cose, che per lo metodo; e che il nostro Loffredo[119] si lagnasse, che quelle cose, ch'egli avrebbe potuto trattare con più distinzione e chiarezza, l'avesse esposte così oscuramente, e con poco ordine.

Fiorì ancora negli ultimi anni di Roberto, e vie più nel Regno di Giovanna I sua nipote, un altro insigne Giureconsulto, quanto, e qual fu Luca de Penna. Fu egli coetaneo di Bartolo, come ci testifica egli medesimo nelle sue opere[120]: fu questo Dottore presso la Regina Giovanna avuto in gran pregio, e nelle cose legali riputato di grande autorità. Compose pienissimi Commentari sopra i tre ultimi libri del Codice 10, 11 e 12[121]; ma il soggetto che e' si pose ad adornare in que' tempi scarsi d'erudizione, e ne' quali non vi eran molte notizie delle cose romane, de' costumi ed istoria loro, cose tutte necessarie, per quel lavoro, lo fecero cadere in moltissimi errori: non deve però non riputarsi l'impresa degna d'un grande ingegno e di un grande ardire. L'ordine e lo stile, fu un poco più culto di quello che comportava la sua età, e secondo il giudicio di Francesco d'Andrea[122], nel metodo di insegnare, e nella chiarezza si lasciò molto indietro Andrea d'Isernia. I Franzesi, non altrimenti, che i Germani tentarono per Pietro delle Vigne, cercarono di togliercelo, e volevano che fosse loro, e nato in Tolosa; ma egli è chiaro più della luce del giorno che fu nostro, e nato in Penna città d'Apruzzo, come Nicolò Toppi l'ha ben dimostrato nella sua Apologia. Nè i più gravi Autori franzesi ce l'han contrastato, fra' quali fu il celebre lor Papiniano Carlo Molineo[123], che nella sua glosa parisiense, ed altrove lo chiama Partenopeo, cioè del Regno di Napoli.

Ad Andrea d'Isernia e Luca di Penna bisogna unire anche il famoso Niccolò di Napoli, di cui abbiamo alcune note nelle nostre Costituzioni e Capitoli del Regno. Fu questi Niccolò Spinello detto di Napoli, ma di patria di Giovenazzo, cotanto favorito dalla Regina Giovanna I. Fu Conte di Gioia e G. Cancelliere del Regno ed adoperato dalla Regina ne' più gravi affari di Stato, e quando fu eletto Papa Urbano VI fu da lei mandato a Roma a rallegrarsi col Papa della sua assunzione, ed a dargli ubbidienza[124]. Questi tre Giureconsulti furono da Camerario[125] riputati di tanta autorità e dottrina, che non si ritenne di dire: Nos Andream de Isernia, Nicolaum de Neapoli, et Lucam de Penna, in nostri Regni juribus interpretandis, non aliter venerari, quam veluti humanam Trinitatem.

Fuvvi anche il Viceprotonario Sergio Donnorso M. Razionale della G. C. del quale abbiamo alcune chiose ne' Capitoli del Regno: scrisse anche, come disse, un Commento nelle quattro lettere arbitrarie, del quale fa egli menzione in detti Capitoli: fu egli Viceprotonotario, mentre era nel 1352 C. Protonotario del Regno Napolione Orsino. La famiglia Donnorso fu molto antica in Napoli, e diede il nome ad una delle porte delle città, detta negli antichi tempi Porta Donnorso, la qual era a piè del tempio di S. Pietro a Maiella, e fu poi trasferita presso la chiesa di S. Maria di Costantinopoli nell'ultima ampliazione della città[126].

A costoro deve aggiungersi il Giudice Blasio da Morcone della famiglia Paccona: fu egli sotto il Regno di Carlo II discepolo di Benvenuto di Milo da Morcone, il quale, come si disse, fu Lettore dell'Università degli Studj; ed occupò la Cattedra di legge civile. Fece progressi maravigliosi in questo studio, tanto che poi da Roberto successore di Carlo, per la sua dottrina, fu nel 1338 creato suo Consigliere, famigliare e Cappellano. Fu parimente tenuto in somma stima da Carlo Duca di Calabria, il quale in tempo, ch'era Vicario del Regno, gli diede facoltà d'avvocare, e lo costituì Avvocato nelle province di Terra di Lavoro, Contado di Molise, Apruzzo e Capitanata, e ne gli spedì nell'anno 1323 lettere molto favorite, e ripiene di molti encomj e commendazioni[127]. Ci lasciò molte sue opere, fra le quali la più insigne fu il Trattato, che e' compose delle differenze tra le leggi romane e longobarde, ed i pieni commentarj sopra quelle Leggi. Marino Freccia[128] ci testifica aver avuto egli quel Volume M. S. in poter suo, al quale sovente ricorre con citarlo. Questa opera ci ha resi certi, che in questi tempi le leggi de' Longobardi nel nostro Regno non erano ancora andate affatto in disuso. Ancorchè nell'Accademie d'Italia, ed in quella di Napoli le Pandette, e gli altri libri di Giustiniano fossero pubblicamente insegnati, e ne' Tribunali avessero cominciato a prendere forza e vigore, la loro autorità non fu tanta, che ne avesse discacciato affatto le longobarde, siccome avvenne nel Regno degli Aragonesi; nel quale pure, siccome nel Regno degli Spagnuoli, vi rimasero alcune reliquie, onde si diede occasione a Prospero Rendella di comporre quel suo libretto: In reliquias juris Longobardorum. Scrisse ancora alcuni altri Trattati, alcuni Singolari, le Cautele, e le Note sopra le nostre Costituzioni, e Capitoli del Regno[129]. Di queste sue fatiche gli Scrittori de' tempi, che seguirono, ne fanno onorata memoria. Francesco Vivio[130] lo chiama uomo di grande autorità nel Regno, e spezialmente per lo suo Trattato delle differenze tra le leggi romane e Longobarde. L'Autore della Chiosa alla Prammatica Dubitationi, De termino citandi auctorem in causa reali, lo loda non poco; e tutti coloro, che han fatto studio sopra le di lui opere, di molti encomj lo cumulano. Fu coetaneo, e molto amico di Luca di Penna, com'egli stesso ci fa conoscere, scrivendo nella Costituzione Majestati nostrae, de Adulteriis, ch'egli d'un dubbio, che avea sopra quella Costituzione, andò a dimandarne parere da Luca di Penna, il quale, come e' dice, a me interrogatus sic de verbo ad verbum respondit, etc. Passò per qualche tempo, nell'avversa fortuna, la sua vita in Cerreto, e fu sempre grato al suo Maestro Benvenuto di Milo Vescovo di Caserta; confessando nel titolo de Aedificiis dirutis reficiendis, che da niente l'avea fatto, e ridotto in quello stato, in cui si trovava.

Fiorì con lui nel medesimo grado di Consigliere del Re Roberto Giacomo di Milo suo compatriotto: fu anche costui, per la sua dottrina e saviezza, da questo Re fatto suo Consigliere, e glie ne spedì privilegio, che si vede ne' Registri degli anni 1337 e 1338 lit. B fol. 28, onde Morcone, Terra del Contado di Molise, si rese in questi tempi celebre per tre suoi famosi Cittadini, per un dottissimo Vescovo, e due insigni Consiglieri, e Giureconsulti. Intorno a questi medesimi tempi rilusse Filippo d'Isernia celebre Legista, e Lettore della prima Cattedra del Jus Civile nell'Università degli Studj di Napoli, nell'istesso tempo ch'era Consigliere, e famigliare del Re Roberto, il quale lo tenne in tanta stima, che non solo lo fece suo Consigliere, ma nell'anno 1320 l'elesse per Avvocato de' Poveri, e poi del suo Fisco[131]. Fiorirono ancora Bartolommeo di Napoli, contemporaneo di Dino[132], Bartolommeo Caracciolo, di cui si crede, che fosse la Cronaca pubblicata sotto il nome di Giovanni Villano, al sentire d'Agnello Ruggiero di Salerno[133], ed alcuni altri rapportati dal Toppi, de' quali a noi rara ed oscura fama è pervenuta, per non averci di loro lasciate opere, nè altra memoria si ha de' loro scritti.

Di Napodano Sebastiano, che fiorì sotto la Regina Giovanna I, famoso Chiosatore delle nostre Consuetudini, a bastanza fu da noi detto nel libro precedente: morì egli nel 1382, e possiamo dire in lui essersi quasi che estinto presso noi lo studio della giurisprudenza. I tempi torbidi, e pieni di rivoluzioni, che seguirono e che per lo corso d'un secolo intero continuarono insino al Regno placido e pacato d'Alfonso I d'Aragona, fecero tacere presso di noi non meno la giurisprudenza, che l'altre lettere. Da Napodano insino a Paris de Puteo, Goffredo di Gaeta, e Matteo d'Afflitto, nel tempo de' quali cominciò ella a risorgere, non abbiamo Scrittore, che ci lasciasse di quella monumento alcuno. E vedi intanto in queste regioni le vicende della nostra giurisprudenza, e quanto ella debba a' favori de' Principi letterali, ed all'amore della pace.

Nel tempo del Re Roberto, e ne' principj del Regno di Giovanna sua nipote, nell'Accademie, e negli altri Stati d'Italia fiorirono tanti insigni ed illustri Giureconsulti; nè l'Accademia di Napoli, e la Corte de' suoi Re furono inferiori a quelle.

In questo decimoquarto secolo cominciò in Italia quasi un nuovo periodo alla ragion civile, e surse l'età de' Commentatori; poichè dopo Accursio niuno più con Chiose, ma con pieni Commentarj cominciarono i Giureconsulti di questi tempi ad illustrarla. Si distinsero nelle altre città d'Italia Bartolo di Sassoferrato, Baldo Perugino suo discepolo, Angelo fratello di Baldo, e poi Alessandro Tartagna, Bartolommeo Saliceto, Paolo di Castro, Giasone Maino, Cino, Oltrado, Pietro di Bellapertica, Raffael Fulgosio, Raffael Cumano, Ipolito Riminaldo, e tanti altri, i quali al Corpo della ragion civile aggiunsero nuovi Commentarj. Noi in niente avevamo di che invidiargli per li nostri celebri Giureconsulti, che vi fiorirono ne' medesimi tempi, Bartolommeo di Capua, Andrea d'Isernia, Luca di Penna, Niccolò di Napoli, e gli altri di sopra riferiti. E veramente, siccome confessano anche gli stranieri[134], fu questa gran lode della nostra Italia, la quale sopra tutte le altre Nazioni in ciò si distinse. E quantunque per l'ignoranza dell'istorie, delle lingue, e dell'erudizione, ne' loro Commentarj sia molto che riprendere; nulladimanco ciò non dee imputarsi a lor difetto, ma al secolo infelice, nel quale scrissero. Ma ben lo compensarono colla perspicacia ed acume de' loro ingegni, e coll'ostinate e lunghe fatiche, in guisa che dove non eran assolutamente necessarie l'istorie e le lingue ovvero la lezione degli antichi, essi arrivarono, e diedero al segno col solo acume della ragione e della lor mente. Fu riserbato questo miglior rischiaramento al secolo seguente, quando, come diremo, per la ruina della città di Costantinopoli cominciarono a risorgere presso noi, ed a fiorire le buone lettere; e questo vanto pur deesi alla nostra Italia, e per la giurisprudenza, ad Andrea Aleiato di Milano, il quale in il primo a restituirla nel suo candore e pulitezza.

Ma siccome sotto il Re Roberto, stando il Regno in grandissima tranquillità, poterono i Cavalieri e' Baroni desiderosi d'acquistar onori e titoli, esercitar il loro valore nelle guerre, che fuori del Regno, ora in Sicilia ed in altre parti d'Italia, ora in Grecia ed in Soria si facevano, e servendo con molta virtù in presenza del Re, o de' suoi Capitani generali, meritare essere esaltati, ed arricchiti d'onorati premj, onde per questa via dell'armi sorsero le loro famiglie, le quali poterono mantenere il di loro splendore per molti secoli appresso: così gli uomini letterati e di governo servendo a' loro Principi, si videro esaltati a diversi, ed eminenti posti, ed adoperati in cose importantissime, de' quali insin'al dì d'oggi se ne vedono successori posti in altissimi gradi e titoli; ciò che ha fatto vedere, che non meno l'uso della spada, che della penna suol onorare, e far illustri le persone e le schiatte, e che questi soli siano i due fonti, donde ugualmente deriva la nobiltà e la grandezza nelle famiglie. Ma quando per la morte del savio Re Roberto senza figliuoli maschi, s'estinse la linea di que' Re potenti, e valorosi, e 'l Regno venne in man di femmina, tra le discordie di tanti Reali, che vi rimasero, e quelle arme, che fin qui s'erano adoperate in far guerra ad altri, a mantener il Regno in pace, ed in quiete, si rivolsero a danni e ruine del medesimo Regno; non pur ne nacquero mutazioni di Signorie, morti violente di Principi, distruzioni e calamità di Popoli. ma le discipline e le lettere tra i moti e dissensioni civili, vennero parimente a declinare; nè presso di noi risursero, se non quando, dopo tante rivoluzioni di cose, che saranno il soggetto de' seguenti libri, venne finalmente il Regno a riposarsi sotto la dominazione d'Alfonso primo d'Aragona, Re savio e magnanimo, che restituillo nella pristina sua pace e quiete.

CAPITOLO VIII. Politia ecclesiastica del XIV secolo, per quel tempo che i Papi tennero la loro sede in Avignone, insino allo Scisma de' Papi di Roma e d'Avignone.

Come suole avvenire nelle cose di questo Mondo, che qualora si veggono giunte al sommo, questo stesso tanto innalzarsi è principio del loro abbassamento: così appunto accadde al Pontificato romano in questo nuovo XIV secolo, la politia ecclesiastica del quale saremo ora a trattare. Bonifacio VIII calcando le orme dei suoi predecessori, credea aver ridotto il Pontificato in tanta elevatezza, che coronato di duplicate corone, e vestito del manto imperiale, volea esser riputato Monarca non meno dello spirituale, che del temporale, e che i maggiori Re e Principi della terra fossero a lui soggetti anche nel temporale, siccome, oltre la divisa presa de' due coltelli, lo dichiarò apertamente in quella sua stravagante Bolla Unam Sanctam. Prese per tanto a regolare le contese de' Principi, e fra gli altri quelle di Odoardo Re d'Inghilterra, e di Guido Conte di Fiandra con Filippo il Bello, Re di Francia. Entrò nell'impegno di distruggere affatto in Italia il partito de' Ghibellini e de' Colonnesi, e di far conoscere la sua potenza sopra tutti i Principi, vietando loro con sua Bolla d'esigere cos'alcuna sopra i beni degli Ecclesiastici. Queste ardite risoluzioni offesero grandemente l'animo di Filippo Re di Francia, il quale accortosi, che la proibizione, ancorchè generale, riguardava il Regno di Francia, vi s'oppose con vigore, e fece stendere un Manifesto contro la Bolla; e dall'altra parte seguitando Bonifacio a distruggere il partito de' Ghibellini e de' Colonnesi, questi furono costretti ritirarsi in Francia, dove furono dal Re accolti, onde maggiormente le contese s'inasprirono, le quali finalmente proruppero non pure in onte ed in contumelie, ma in esecuzioni di fatto; poichè portatosi il Signor di Nogaret Ambasciadore del Re in Italia, assistito da Sciarra Colonna entrò in Anagni, dove era il Papa, e lo fece prigione; e quantunque liberato da quel popolo fuggisse in Roma, fu tanta l'afflizione del suo animo, che non guari da poi se ne morì; e Dante ch'era Ghibellino, scrisse[135], che la sua anima era con impazienza aspettata nell'Inferno da Niccolò III per dargli luogo fra Papi simoniaci.

Queste liti, che nel principio di questo secolo furono tra il Re Filippo e Papa Bonifacio, e molto più le contese, che arsero da poi tra Lodovico Bavaro con Giovanni XXII e Benedetto XII, furono cagione, onde il Pontificato Romano venne a decader non poco dalla sua opinione e possanza: poichè, oltre dello scadimento per la trasmigrazione della Sede Appostolica in Avignone, e dello Scisma indi seguito, di che favelleremo più innanzi, coll'occasione di questi contrasti tra i Papi, ed i Principi intorno alla potestà temporale, si diede luogo a ben esaminare questa materia, quando che prima non era molto curata; e cominciando pian piano a risorgere le lettere anche presso i Laici, furono trovati ingegni, che secondo le fazioni cominciarono a disputarla, ed i Ghibellini ne compilarono particolari trattati, onde s'ingegnarono a far avvertiti gli altri delle usurpazioni, e a dimostrare, che la potestà spirituale non avea che impacciarsi colla temporale, la quale tutta era de' Principi.

Fra i primi deve noverarsi Dante Alighieri Fiorentino, il quale ne' suoi tre libri de Monarchia, scritti a' tempi di Lodovico Bavaro, quest'appunto sostenne. Intorno a' medesimi tempi si distinse per quest'istesso Guglielmo Occamo dell'Ordine de' Frati Minori, il quale ancorchè nato in un villaggio della Contea di Surrey in Inghilterra, fiorì nell'Università di Parigi nel principio di questo secolo, e compose un'Opera della Potestà Ecclesiastica e Secolare, per difendere Filippo il Bello contro Bonifacio; e da poi fu uno de' grandi Avversarj di Papa Giovanni XXII, che lo condannò sotto pena di scomunica a starsene in silenzio. Si dichiarò poi apertamente per Lodovico di Baviera, e per l'Antipapa Pietro di Corbaria, che si faceva chiamare Niccolò V, e scrisse contro Giovanni XXII, che lo scomunicò l'anno 1330. Allora uscì di Francia, e se ne andò a trovare Lodovico di Baviera, che favorevolmente l'accolse, e terminando nella Corte di quel Principe i giorni suoi, morì in Monaco l'anno 1347. Giovanni di Parigi Dottor in Teologia dell'Ordine dei Predicatori, cognominato il Maestro Parisiense, intorno all'anno 1322, compose ancora un trattato della Potestà Regia e Papale. Arnoldo di Villanova Catalano, Marsilio di Padova e Giovanni Jande impugnarono pure l'autorità de' Pontefici sopra il temporale de' Re; ma costoro non seppero tener modo, nè misura, dando in una estremità opposta: poichè Arnoldo espresse molte proposizioni contro l'autorità della Chiesa, contro i Sacramenti, contro il Clero e contro i Religiosi; e Marsilio e Giovanni troppo concedendo ai Principi, attribuirono loro una giurisdizione, che appartiene unicamente alla Chiesa. Radulfo Colonna Canonico Carnutense, Lupoldo di Babenberg, Raolfo di Prelles, e Filippo di Mezieres Giureconsulti insigni, sostennero parimente co' loro Trattati i diritti de' Principi; ma chi da poi in Francia sopra tutti sostenesse le ragioni del Re Filippo di Valois contro l'intraprese degli Ecclesiastici, fu Pietro di Cugnieres suo Avvocato generale nel Parlamento di Parigi. Costui nell'anno 1329 ebbe grandi contrasti con Niccolò Bertrando Vescovo d'Autun, e poi Cardinale, e cogli altri Prelati di Francia, sopra i diritti della giurisdizione spirituale e temporale. Il Clero di Francia lo calunniarono, facendo artificiosamente correre rumore, che sotto pretesto di risecare l'intraprese delle loro Giustizie, si voleva loro togliere la roba, ancorchè le proposizioni di Cugnieres di ciò non parlassero punto: tanto che il Re Filippo dubitando eccitare nuovi torbidi, e temendo dell'autorità, che il Clero avea allora in Francia, non potè affatto risecarle, siccome fu eseguito da poi per l'Ordinanza del 1438.

Non meno che i Franzesi ed i Germani cominciarono da poi gli Spagnuoli a riscuotersi dal lungo sonno; oltre d'Arnoldo di Villanova Catalano, Alvaro Pelagio di Galizia in Ispagna dell'Ordine de' Frati minori, e poi Vescovo di Silva in Portogallo, distese un Trattato de Plantu Ecclesiae; opera eccellente sopra la riforma della disciplina della Chiesa. Anche sul fine di questo secolo, e nel decorso del seguente, prima, e dopo il Concilio di Costanza, il Cardinal Francesco Zabarella Arcivescovo di Fiorenza, Teodorico di Niem, Niccolò di Cusa, e poi Enea Silvio, travagliarono sopra questo soggetto. Ed al di loro esempio molti altri, che seguirono appresso, ne compilarono diffusi trattati; onde si diede materia a Simone Scardio[136], delle loro opere farne Raccolta, e dappoi a Melchior Goldasto di farne un'altra più ampia ne' suoi volumi della Monarchia dell'Imperio.

Per queste contese si cominciò in Francia e nella Germania a contrastare agli Ecclesiastici il diritto di esercitar la giurisdizione temporale, e di giudicare sopra quelle cause, delle quali essi aveano tirata al Foro episcopale la conoscenza, di cui nel XIX libro di quest'Istoria si fece memoria. Fu lor contrastato di por mano in molte cause civili sotto pretesto di scomunica, di peccato e di giuramento; fu tentato ancora di assalire l'immunità de' Cherici e de' beni della Chiesa; e quantunque gli Ecclesiastici avessero gagliardamente difesi i loro diritti, nulladimeno fu rimediato a qualche abuso, e perdettero a poco a poco una parte della giurisdizione temporale; ed in Germania da questo tempo di Lodovico Bavaro cominciò il diritto Pontificio, spezialmente quello contenuto nelle Decretali, a perdere la sua autorità e vigore[137].

Ma non così avvenne nel nostro Regno sotto questi Re della Casa d'Angiò: non ebbero essi alcun contrasto co' Romani Pontefici, anzi furono ora più che mai a' loro cenni ossequiosissimi; e Roberto, assai più che i suoi predecessori, avea obbligo di farlo per li tanti favori che avea ricevuti da Clemente V, da Giovanni XXII, da Benedetto XII Papi d'Avignone che lo preferirono al nipote nella successione del Regno; e sempre gli diedero ajuti contro Errico VII e Lodovico Bavaro, nell'impresa di Sicilia, e contro tutti i suoi nemici. Quindi questo Principe, non seguendo in ciò l'esempio della Francia, mantenne intatta la loro giurisdizione ed immunità, anzi giunse a tale estremità, che, come fu rapportato nel XIX libro di questa Istoria[138], volle rendere immuni sino le concubine de' Chierici, lasciando il castigo di quelle alli Prelati delle Chiese[139]. Quindi avvenne, che nello stabilire i Rimedj contro le violenze degli Ecclesiastici, usasse tante riserbe, cautele e rispetti, perchè non venisse la loro immunità in parte alcuna offesa; e quindi avvenne ancora, che la traslazione della Sede Appostolica in Avignone non recò a noi verun cambiamento nella politia delle nostre Chiese: e che le querele di tutto il rimanente d'Italia per questo trasferimento non furono accompagnate da' nostri Regnicoli, i quali in ciò seguirono più tosto i desiderj de' Franzesi, che le doglianze degli Italiani: ciò che bisogna un poco più distesamente rapportare.

§. I. Traslazione della Sede Appostolica in Avignone.

Benedetto XI, che a Bonifacio successe, non tenne più il Pontificato che nove mesi; e morto egli in Perugia il dì 6 luglio dell'anno 1304, i Cardinali quivi ragunati in Conclave per eleggere il successore, vennero in tali contenzioni, che divisi in due fazioni, i loro contrasti fecero, che la Sede stette vacante per lo spazio d'undici mesi. Capo dell'una fazione era Matteo Orsini, e Francesco Gaetano nipote di Bonifacio; dell'altra era Napolione Orsino dal Monte, e Niccolò da Prato, il quale, innanzi al Cardinalato, era stato dell'Ordine de' Predicatori. Non potendo accordarsi sopra un soggetto, a cagione della lite, ch'era fra la fazione de' Franzesi e quella degl'Italiani, convennero finalmente che gl'Italiani proponessero tre Arcivescovi oltramontani, e che il partito de' Franzesi eleggesse de' tre colui che più gli piacesse. Gl'Italiani fra' tre proposti nominarono Bertrando Got Arcivescovo di Bordeos; onde il Cardinal di Prato sollecitamente avvisandone il Re di Francia Filippo il Bello, fece, che il Re chiamasse a se Bertrando, e dicessegli ch'era in sua potestà di farlo Papa, e che lo farebbe, se gli acconsentiva ad alcune condizioni: Bertrando cupidissimo di tanta dignità, gli accordò quanto volle; onde il Re rescrisse al Cardinal di Prato che dasse opera, che l'elezione cadesse sopra di costui, siccome a' 5 giugno del 1305 fu eletto Pontefice, e chiamato Clemente V. Narrasi, che fra le condizioni accordate fossero che cassasse ciò che Bonifacio aveva fatto contro di lui e del suo Regno, ed annullasse la sua memoria: che restituisse nel Cardinalato Jacopo, e Pietro Colonnesi privati da Bonifacio: che spegnesse l'Ordine de' Templarj, e che in Francia si facesse coronare. In effetto egli rivocò la Bolla Unam Sanctam, e l'altre Bolle di Bonifacio: ristabilì i Colonnesi nelle lor dignità: dichiarò nulle tutte le sentenze che quel Pontefice avea pronunziate: diede l'assoluzione a tutti coloro ch'erano stati da esso scomunicati, eccettuatine il Nogaret e Sciarra Colonna; ed ordinò a' Cardinali che venissero a Lione di Francia, perchè quivi voleva essere egli incoronato. I Cardinali Italiani ciò malamente intesero, e narra S. Antonino[140] Arcivescovo di Fiorenza, che l'apprese dall'Istoria di Giovanni Villani, che il Cardinal Matteo Orsini ch'era il più anziano, non si potè contenere di rimproverarne acremente il Cardinal di Prato, dicendogli: Assecutus es voluntatem tuam in ducendo Curiam ultra Montes, sed tarde revertetur Curia in Italiam.

Clemente, non ostante la repugnanza della maggior parte de' Cardinali, volle essere ubbidito; onde portatosi in Lione, fu quivi a' 14 di novembre incoronato, osservando al Re di Francia le promesse; e datosi in sua balìa, creò molti Cardinali, parte guasconi, e parte francesi, tutti uomini familiari del Re. Fermò per tanto la sua dimora in Francia, residendo ora in Lione, ora in Bordeos, ora in Avignone, dove nell'anno 1309 fermossi, e vi dimorò insino al Concilio di Vienna tenuto nell'anno 1311 e fin che resse il Pontificato; facendo varie dimore in diverse città della Francia, non pensò mai tornare in Italia. Venuto a morte in Carpentras nel mese di Aprile dell'anno 1314 entrarono i Cardinali nel Conclave, e vi dimorarono persino al dì 22 di luglio, senza poter accordarsi sopra l'elezione d'un Papa; poichè i Cardinali italiani volevano un Papa della loro Nazione che andasse a fare la sua dimora in Roma; i Guasconi volevano un Franzese, che facesse la sua residenza in Francia; e s'avanzaron tanto i contrasti, che essendosi ragunato il Popolo sotto la condotta dei nipoti del Papa defunto, si portarono armati al Conclave, domandando, che fossero dati in lor potere i Cardinali italiani, e che volevano un Papa franzese: ciò essendo lor negato, posero fuoco al Conclave: onde i Cardinali scappati via fuggirono chi qua e chi là, ed andaron per due anni dispersi[141]. Filippo il Bello fece quanto potette per adunargli, ma la sua opera riuscì vana. Morto Filippo, e succeduto nel Regno di Francia Lodovico Utino, questi mandò suo fratello in Lione, il quale chiamò a se i Cardinali, e gli fece chiudere nella Casa de' Frati Predicatori di Lione, e dicendo loro, che di là non sarebbero mai usciti e trattati con austerità, se non avessero tosto eletto un Papa: i Cardinali dopo essere stati rinchiusi per lo spazio di quaranta giorni, elessero finalmente nell'anno 1316 Giacomo d'Eusa, nativo di Cahors, prima Vescovo di Frejus, e poi d'Avignone, ed era allora Cardinale Vescovo di Porto. Questo Papa dopo la sua elezione prese il nome di Giovanni XXII, ed essendosi fatto coronare in Lione a' dì 5 di settembre del medesimo anno, partì subito per Avignone, dove fermò la sua residenza, nè vagò come Clemente per le altre città della Francia; ond'è, che i suoi successori ebbero per ordinaria lor sede Avignone; poichè avendo Giovanni tenuto il Pontificato 18 anni, stabilì maggiormente quivi la sua Sede: e morto egli in Avignone nel mese di decembre dell'anno 1334 i Cardinali nell'istesso mese elessero, e coronarono nella chiesa d'Avignone il Cardinal Jacopo Fournier Vescovo di Pamiers, nominato Benedetto XII il quale, ancorchè mostrasse intenzione di portarsi a far la sua dimora in Italia, avendo fatto chiedere a' Bolognesi, se lo avessero voluto ricevere nella loro città, e trovatigli mal disposti a farlo, fermò come il suo predecessore la sua residenza in Avignone, dove dimorò sin al 1342 anno della sua morte. Lo stesso fece Clemente VI suo successore, Innocenzio VI, Urbano V insino a Gregorio XI, il quale avendo voluto trasferire la sua Sede in Roma, malgrado de' Franzesi, fu cagione che dopo la sua morte, seguisse quello scandaloso scisma tra i Papi di Roma e d'Avignone che tenne lungamente travagliata la Chiesa, di cui avremo occasione di ragionare ne' seguenti libri di quest'Istoria.

Intorno a questa traslazione della Sede Appostolica in Avignone, vi è gran contrasto tra gli Scrittori nostri Italiani ed i Franzesi. Gli Italiani la chiamano Esilio Babilonico; poichè la Chiesa, mentre quello durò, stette sotto la schiavitù de' Franzesi, e spezialmente del Re Filippo il Bello: la chiamano prevaricazione della Casa di Dio: scandalo del Popolo cristiano, e ruina della Cristianità[142]. Che i Papi, che la ressero in quei tempi, furono più tosto mostri d'empietà e di scelleraggini, che Vicarj di Cristo: che non ad altro attesero, che a cumular denari, per nudrire la loro ambizione ed il fasto, vilmente servendo i Re di Francia. Dipinsero per ciò nelle loro opere i Papi d'Avignone per simoniaci, lussuriosi, crudeli, avari e rapaci; ed Avignone per una Babilonia. Dante nella sua Commedia[143] scrisse di Clemente V cose orribili. Giovanni Villani[144], e con esso lui Santo Antonino Arcivescovo di Fiorenza[145] gli tessè una satira inclementissima: che e' fosse un uomo avaro, crudele, simoniaco, lussurioso, e che si teneva per concubina Brunisinda Contessa Petragoricense, bellissima donna figliuola del conte Fuxense, e madre del cardinal Talairando. Il nostro Giureconsulto Alberico di Rosate scrisse che lo sterminio e le crudeltà, che egli praticò co' Templarj, lo fece contro giustizia, e per compiacere al Re di Francia; siccome egli se n'era reso certo da un esaminatore della causa che ricevè la deposizione de' testimonj, dicendo: Destructus fuit ille Ordo tempore Clementis Papae V ad provocationem Regis Franciae. Et sicut audivi ab uno, qui fuit Examinator causae, et testium, destructus fuit contra justitiam. Et mihi dixit, quod ipse Clemens protulit hoc: Et si non per viam justitiae potest destrui, destruatur tamen per viam expedientiae, ne scandalizetur charus filius noster Rex Franciae. Quindi molti Storici riputarono la condanna de' Templarj ingiusta, e che fossero stati falsamente imputati di tanti delitti, ed estorte le confessioni dalla violenza de' tormenti, e dal timore della morte: che Filippo il Bello da gran tempo era ad essi contrario, accusandogli di avere eccitata, e fomentata una sedizione contro esso: che era particolar nemico del gran Maestro; e che voleva trar profitto dalle loro spoglie insieme col Pontefice Clemente, ancorchè in apparenza mostrassero di voler servirsi de' loro beni per la spedizione di Terra santa.

Peggiore è quel che narrano di Giovanni XXII suo successore. Giovanni Villani[146] lo fa figliuolo d'un Tavernajo, che nudrito presso Pietro de Ferrariis Cancelliere del nostro Re Carlo II d'Angiò, ed educato nelle lettere, da lui riconobbe la sua fortuna: che giunto al Pontificato, niuno quanto lui fosse stato più intento a cavar denari d'ogni cosa, e ad inventar modi per cumular tesori. Egli divise in Francia molti Vescovadi, e vacando un beneficio ricco, usò di darlo a chi n'avesse un altro poco inferiore, dando quello, che vacava ad un altro, ed alle volte faceva sino a sei provvisioni, trasferendo sempre da un meno ricco, ad un più ricco, ed al minimo provvedendo d'un beneficio nuovo: sicchè tutti erano contenti, e tutti pagavano. Inventò anche le Annate, gravame sopra i beneficj, innanzi lui, non ancora udito: corruppe la disciplina della Chiesa colle tante dispense, onde con grandissimo scandalo congregò incredibil Tesoro; e con tutto che nello spendere, e donare non fu più ristretto de' suoi predecessori, pure alla morte sua lasciò più milioni[147]. E narra Giovanni Villani, che ad un suo fratello del Collegio de' Cardinali, dopo la morte del Papa, fu dato carico d'inventariar il denaro, che gli trovò 18 milioni in moneta coniata, e 7 milioni in vasi, e verghe da lui pesate. Lodovico Bavaro gli fè fabbricare addosso più processi, lo fece deponere, e dichiarar anche eretico. Le sue costituzioni dette Joannine furono riputate simoniache, ed anche eretiche. Egli è riputato l'Autore delle Regole della Cancelleria, dove si danno molti ingegnosi regolamenti per congregar denaro: in breve, ch'egli sopra ogni altro avesse corrotta la disciplina della Chiesa, riputando il patrimonio di Cristo esser i Regni, le città, le castella, le ricchezze e le possessioni; e li beni della Chiesa essere non già il disprezzo del Mondo, l'ardor della fede, e la dottrina dell'Evangelio, ma le obblazioni, le decime, le gabelle, le collette, la porpora, l'oro e l'argento.

Di Benedetto XII suo successore scrissero ancora, che fosse un Papa avarissimo, duro, crudele, diffidente e tenace: che si dilettava di buffoni, di conversazioni licenziose ed inoneste: che fosse lussurioso, che si giacesse con più meretrici, e che fortemente innamorato della sorella del Petrarca, tanto facesse, che l'ebbe a sua voglia, e che la stuprasse[148]: che fosse un gran bevitore di vino, tanto che da lui nacque proverbio nelle brigate, che quando volevano passar con allegria il tempo tra boccali e pransi, costumavano di dire: Bibamus Papaliter[149]. Quindi, essendo egli morto in Avignone nell'anno 1342 fu chi al suo sepolcro componesse questi versi.

Iste fuit Nero, laicis mors, vipera Clero,

Devius a vero, cuppa repleta mero[150].

Non meno che a Benedetto, imputavano a Clemente VI queste bruttezze, e che egli non meno, che il suo predecessore si contaminasse con meretrici. Ma assai più lo resero favola del Mondo per quella sua Bolla, che nel terzo anno del suo Pontificato pubblicò in Avignone, dove considerando la brevità della vita umana, restrinse il tempo del Giubileo a cinquanta anni; poichè per maggiormente animare qualunque sorta di persone da tutte le parti del Mondo a venire in Roma, anche senza richiedere licenza da' loro Superiori, gli assicurava, che se forse per istrada venissero a mancare, tanto avrebbero guadagnate le indulgenze e remission de' loro peccati, e le loro anime sarebbero state condotte subito in Cielo; e perciò comandava agli Angioli di Dio, che senza dimora alcuna gl'introducessero alla gloria del Paradiso: Et nihilominus (sono le parole della Bolla[151]) prorsus mandamus Angelis Paradisi, quatenus animam illius a Purgatorio penitus absolutam in Paradisi gloriam introducant.

Quindi parimente s'avanzarono a dire, che per li Papi d'Avignone, e per la loro scellerata vita, fossero sorte in questo secolo tante eresie, e tanti errori; e che si fosse data occasione a Giovanni Oliva Frate Minore studiando l'Apocalisse farne un Comentario, e adattando quelle visioni al suo secolo, ed alla vita corrotta degli Ecclesiastici, d'aprire la strada a' suoi seguaci di riputare la Chiesa d'Avignone da Babilonia, e perciò di promettere una Chiesa nuova più perfetta sotto gli auspicj di S. Francesco, come colui, che avea stabilita la vera Regola Evangelica, osservata da Cristo, e da' suoi Appostoli; prorompendo da poi in altre bestemmie, pubblicando il Papa essere l'Anticristo, la Chiesa d'Avignone la Sinagoga di Satana, e che perciò non si dovea prestar più ubbidienza a Giovanni XXII, nè considerarlo più come Papa.

Dall'altra parte gli Scrittori franzesi, pur troppo amanti del lor paese, e degli uomini della loro Nazione, non possono senza collera sentire ciò, che i nostri Italiani scrissero di questa traslazione, e de' loro Pontefici avignonesi. Negli ultimi nostri tempi il più impegnato in lor difesa si vede essere Stefano Baluzio[152], il quale fa vedere quanto a torto gl'Italiani comparano quella traslazione all'Esilio Babilonico: che debba più tosto darsi la colpa a' Romani, i quali avendo ridotta Roma in una perpetua confusione piena di tumulti e di fazioni, costrinsero Clemente V a trasferire la sua Sede in Francia, la quale è stata sempre il sicuro asilo de' romani Pontefici: che agl'Italiani ciò non piacque, non per altro, se non perchè venivano ad esser privati de' comodi e guadagni, che lor recava la Corte di Roma; che se si dovesse in ciò dar luogo alle querele, più tosto la Francia dovrebbe dolersi di questo trasferimento in Avignone, la quale ne ricevè danni grandissimi, a cagion che li perversi Italiani, che quivi si portarono, corruppero i costumi de' Franzesi, i quali quando prima vivevano colla loro simplicità, menando una vita molto frugale, trasferita la Corte in Francia, appresero dagl'Italiani il lusso, le astuzie, le simonie, gl'inganni, ed i loro perversi costumi: tanto che Niccolò Clemange[153] soleva dire, da quel tempo essersi introdotta in Francia la dissolutezza.

Sostengono ancora i Franzesi, che la residenza dei Papi in Avignone non iscemò in conto alcuno la possanza della Santa Sede, anzi che quivi si conservò con sommo onore ed unione: e che non servitù, ma protezione e riverenza ebbero da' loro Re. Che la vita e costumi de' Papi avignonesi comparati a quelli de' Papi di Roma, che ressero ivi la Sede Appostolica prima di questa traslazione, e da poi che quella fu restituita in Roma, furono meno peggiori, e meno scandalosi. Non doversi prestar intera fede a Giovanni Villani ed agli altri Scrittori italiani, che lo seguirono come appassionati; nè doversi l'esterminio de' Templarj attribuire al disegno che Clemente V ed il Re Filippo il Bello fecero d'occupare i loro beni, ma ai loro enormi delitti, ed esecrande eresie provate con reiterate confessioni de' rei. Ed il Baluzio nelle Note da lui fatte alle Vite de' Papi Avignonesi, adopera tutti i suoi talenti in purgar Clemente V da ciò, che gl'imputa il Villani: difende parimente Giovanni XXII, assolve Benedetto XII dallo stupro, che se gl'imputa della sorella del Petrarca, e dalla vinolenza. Si studia di far apparire apocrifa la Bolla di Clemente VI del Giubileo, ed in brieve prende con ardore la difesa di tutti que' Papi, che in Francia dimorarono.

Ma quantunque gl'Italiani nudrissero sentimenti contrarj a quelli de' Franzesi, a' nostri Regnicoli però fu uopo seguitare l'esempio de' loro Principi, ed allontanandosi da tutto il resto d'Italia, secondare i Franzesi. I nostri Re della Casa d'Angiò, siccome si è potuto osservare da' precedenti libri di quest'Istoria, erano grandemente obbligati a' Papi d'Avignone, e per conseguenza gli furono ossequiosissimi, e come leggi inviolabili erano i loro voleri prontamente eseguiti. Appena Clemente V diede avviso al re Carlo II della risoluzione presa, ed eseguita in Francia contro i Templarj, con richiedergli ch'egli lo stesso facesse eseguire ne' suoi Dominj, che subito questo Re lo ubbidì, e di vantaggio scrisse al Principe d'Acaja, che eseguisse parimente egli nel Principato d'Acaja quanto il Papa avea ordinato, con carcerare incontanente tutti i Templarj, ed occupare i loro beni, e tenergli in nome della Sede Appostolica[154].

Il Re Roberto avea maggiori obbligazioni col Pontefice Clemente, come s'è detto, e non men col suo successore Giovanni XXII. Questo Papa, prima d'esserlo, fu nudrito in Napoli nella Corte di Roberto, e dopo la morte di Pietro de Ferraris succedè egli al posto di Cancelliere del Re[155], e da poi a sua istanza fu fatto Vescovo d'Avignone: ed asceso al Pontificato si mantenne fra loro una stretta amicizia e corrispondenza. Quindi ciò che la Germania, e gli altri Stati d'Europa, per la contenzione che Giovanni ebbe con Lodovico Bavaro, non potè soffrire di questo Pontefice, presso di noi fu legge inviolabile. Egli c'introdusse le Regole della Cancelleria, e tutti i modi da lui inventati per cumular danari, furono nel Regno di Roberto prontamente eseguiti. Per questa ragione a questi tempi il nome de' Nunzj, e Collettori Appostolici si legge più frequente nel Regno; e la lor mano stesa anche sopra i beni delle Chiese vacanti.

§. II. De' Nunzj, ovvero Collettori Appostolici residenti in Napoli.

Sin da' tempi del Re Carlo I d'Angiò hassi dei Nunzj della Sede Appostolica residenti in Napoli memoria, leggendosi ne' regali Archivi della Zecca, che il Re Carlo I nell'anno 1275 per supplica datagli da Maestro Sinisi Cherico della Camera del Papa, e Nunzio della Sede Appostolica, incaricò a Carlo Principe di Salerno, che facesse consegnare al Proccuratore del Nunzio suddetto alcune robe sequestrate, non ostante le pretensioni del Secreto di Terra di Lavoro e d'altri creditori, per essersi questi nella sua Curia concordati col Nunzio[156]. Consimili carte si leggono del Re Roberto, ove fassi menzione de' Nunzj a tempo di Clemente V; facendo questo Re nel 1311 dar il braccio a M. Guglielmo di Balacro Canonico della chiesa di S. Alterio, ed a Giovanni di Bologna Cherico della Camera del Pontefice Clemente V Nunzi deputati per due Brevi dal suddetto Pontefice ad esigere e ricevere i censi alla romana Chiesa dovuti per qualunque cagione, legati, beni, decime ed altro[157]. Siccome nell'anno 1335 fece dar il suo ajuto e favore a M. Girardo di Valle Diacono della maggior chiesa di Napoli, e Nunzio destinato dalla Sede Appostolica in questo Regno per eseguire alcuni affari commessili dalla medesima[158]; e nel 1339 si leggono altre lettere di questo Re, colle quali si dà il placito Regio, ed ogni favore al suddetto Nunzio per eseguire le sue commessioni[159].

Ma questi Nunzj erano destinati per Collettori delle entrade, che nel Regno teneva la Sede Appostolica, la quale sin da' tempi antichi, come si disse nel IV libro di quest'Istoria, avea in Napoli ed in alcune sue province particolari Patrimoni, i quali col corso di più secoli s'andarono sempre avanzando. Ma insino al Pontificato di Giovanni XXII non estesero la loro mano ne' beni delle sedi vacanti; poichè siccome fu altrove avvertito, anche nella investitura data a Carlo I ancorchè si proccurasse togliere a' nostri Re l'uso della Regalia, che avevano nelle loro Chiese vacanti, i Re di Francia e d'Inghilterra; nulladimanco, intorno a' frutti di tali chiese, niente fu mutato contro l'antica disciplina, leggendosi nell'investitura[160]: Custodia Ecclesiarum earumdem interim libere remanente penes personas Ecclesiasticas JUXTA CANONICAS SANCTIONES; le quali parole certamente importano, che i beni del morto Prelato o de' Beneficiati, dovessero conservarsi a' futuri successori, poichè così ordinano i Canoni. Ciocchè parimente stabilì Papa Onorio nella sua Bolla e ne' suoi Capitoli, siccome altrove fu rapportato. Nel Pontificato adunque di Giovanni, negli anni del Regno di Roberto, non volendo questo Principe contrastare alla cupidigia di colui sempre intento a cumular denari, stesero i Nunzj appostolici la lor mano anche ne' beni delle Chiese vacanti, ed in vece di lasciarli a' successori, gli appropriavano alla Camera Appostolica. Ciocchè una volta introdotto, fu poi continuato da Benedetto XII suo successore, a cui Re Roberto non era men tenuto, che a' suoi predecessori, avendogli questo Papa confermata la sentenza che riportò da Clemente V, colla quale l'avea preferito nella successione del Regno al Re d'Ungheria. Quindi è, che nel regal Archivio della Zecca leggiamo più carte di questo Re, per le quali a tali Collettori, in vece di fargli in ciò ogni ostacolo, si dà loro tutto l'ajuto e favore. Onde leggiamo, che questo Re a' 28 di novembre dell'anno 1339 ordinò a tutti gli Ufficiali del Regno, che a Guglielmo di San Paolo costituito dalla Sede Appostolica per Collettore delli frutti ed entrade delle Chiese e beni ecclesiastici vacanti de' Pastori, e Rettori nel Regno, gli diano ogni ajuto, e favore intorno al raccogliere, e ricuperare i suddetti frutti, ed entrade per beneficio della Chiesa romana. E nel 1341 a' 26 di giugno comandò parimente a tutti gli Ufficiali del Regno, che dessero ogni ajuto e favore a M. Raimondo di Camerato Canonico d'Amiens, ed a Ponzio di Paretto Canonico Carnutense, Nunzj deputati in Avignone dal Pontefice Benedetto XII per Commessarj per la Sede Appostolica a ricevere in nome della Camera Appostolica li beni mobili e tutti i lor crediti e ragioni, che aveano lasciati a tempo della loro morte Raimondo Vescovo Cassinense e Lionardo Vescovo d'Aquino[161].

Donde si scorge, che siccome era maggiore la soggezione, che ebbero i nostri Re angioini alli pontefici d'Avignone, che quella de' Re di Francia, così fecero valere assai più nel nostro Regno le loro leggi, che in Francia istessa. In Francia, come rapporta Tommasino[162], Clemente VII fu il primo, che sedendo in Avignone tentò introdurre in quel Regno gli Spogli e le incamerazioni de' frutti nelle vedovanze delle chiese per la morte de' Vescovi, e de' monasteri per la morte degli Abati; e ciò fece per mantenere la sua corte in Avignone, e trentasei Cardinali suoi partigiani, nel tempo dello Scisma, mentre in Roma sedeva Urbano VI[163]. Ma il Re Carlo VI con un suo editto[164] promulgato l'anno 1386 rendè vano questo sforzo. In conformità del quale furono spedite le patenti e lettere regie nell'anno 1385 e rinovate nel 1394, donde avvenne, che in Francia si fosse posto agli spogli affatto silenzio; ed ancorchè Pio II volesse rinovar in Francia le leggi degli Spogli, Luigi XI nel 1463 parimente le ripresse[165].

Ma presso di noi la legge degli Spogli fu più antica: ed i romani Pontefici molto tempo prima lo tentarono, leggendosi dalle Costituzioni di Bonifacio VIII, di Clemente V nel concilio di Vienna, e di Giovanni XXII che alle querele di molti, per gli abusi, ed inconvenienti deplorabili che seco recavano, furono costretti a proibirgli, donde si vede che molto prima s'erano cominciati a tentare; ma secondo la resistenza più o meno de' Principi, regolavano quest'affare. Dai nostri Re Angioini non vi ebbero resistenza veruna, anzi agevolavano l'impresa, e gli davano più tosto aiuto e favore. E quantunque dal pontefice Alessandro V nel concilio di Pisa e dal Concilio di Costanza, approvato poi da Martino V anche per concordia avuta colle nazioni che si opponevano, si fossero gli Spogli tolti; nulladimanco presso di noi non si rimediò all'abuso, se non nel Regno degli Aragonesi, come diremo al suo luogo.

Furono ancora i nostri Re Angioini e precisamente Roberto, ossequiosissimi a' Papi Avignonesi ed alle loro leggi, e quando la Germania poco conto faceva delle compilazioni, che sursero in questo secolo delle Clementine e delle Estravaganti, presso di noi però ebbero per le cagioni addottate, tutta la forza e vigore.

§. III. Delle compilazioni delle Clementine e delle Estravaganti.

Sursero in questo XIV secolo nuove compilazioni del diritto pontificio. Acciocchè i Papi d'Avignone non fossero, anche in ciò, meno che i Papi di Roma: Clemente V racchiuse in cinque libri le sue Costituzioni, e quelle stabilite nel Concilio di Vienna; e tenendo nel mese di marzo dell'anno 1313 pubblico concistoro nel castello di Montilio, vicino la città di Carpentras, gli fece pubblicare; ma infermatosi poco da poi e morto nel seguente mese d'aprile, non ebbe tempo di mandargli alle Università degli studj, perchè nelle scuole s'insegnassero, e per quattro anni rimasero sospese. Giovanni Aventino[166], per relazione avutane da Guglielmo Occamo, scrisse, che Clemente nel punto della morte, considerando, che quelle Costituzioni contenevano molte cose contrarie alla simplicità cristiana, ordinò che s'abolissero; ma il suo successore Giovanni XXII trovatele a proposito del suo genio di congregar tesori, le fece nel mese di ottobre dell'anno 1317 pubblicare; e le trasmise alle Università degli studj, ordinando per sua Bolla[167], che quelle si ricevessero non meno nelle scuole che ne' Tribunali. Sortirono due nomi di Clementine, e per non confonderle col sesto, furono anche chiamate settimo delle decretali, come le chiamarono Giovanni Villani[168], Aventino, Michel di Cesena ed altri[169].

Non soddisfatto appieno Giovanni XXII di questa compilazione, volle alle Costituzioni di Clemente aggiungere venti altre delle sue, le quali furono chiamate utili e salutifere, a cagion dell'utilità grande, che recavano alla sua Corte; e poichè senz'ordine vagavano fuori del corpo dell'altre raccolte, furono chiamate Joannine[170], come eziandio le chiamò Cuiacio[171]; ed intorno all'anno 1340 furono per privata autorità raccolte insieme, nè furono ricevute da tutti per pubblica autorità. Questo Pontefice vien riputato ancora autore delle regole della Cancelleria[172], inventore delle scandalose Annate, e d'altri sottili ed ingegnosi ritrovamenti per cumular ricchezze. Al di lui esempio gli altri Pontefici suoi successori, ne stabilirono delle altre, come Eugenio IV, Calisto III, Paolo II, Sisto IV ed altri; onde da poi per privata autorità se ne fece di tutte queste estrazioni raccolta, che fu al corpo del diritto pontificio aggiunta, ed ebbero non meno che le decretali i suoi Chiosatori e commentatori[173]. Ma non da tutte le nazioni furono ricevute: e Guglielmo Occamo, che fu coetaneo di Giovanni XXII testifica, che sin dal loro nascimento, furono da molti riprese e condennate come eretiche e false e ripiene di molti errori[174]. Presso i nostri Canonisti però ebbero credito e vigore; e mentre durò il Regno degli Angioini, non vi fu cosa, che i Pontefici avignonesi non facessero, che prontamente non fosse ricevuta; quindi avvenne che quando la Francia e la Germania cominciavano a toglier da' loro Regni gli abusi, presso di noi maggiormente si stabilivano; e li disordini che seguirono da poi nel Regno di Giovanna I, e de' seguenti Re angioini (dove non meno lo stato politico, per le tante revoluzioni, che l'Ecclesiastico per lo scandaloso Scisma, che surse, furono tutti sconvolti) posero le cose in maggior confusione, ed in altri pensieri intrigarono gli animi de' nostri Principi, sì che potessero pensare al rimedio, come vedrassi ne' seguenti libri di quest'Istoria.

FINE DEL LIBRO VENTESIMOSECONDO.

STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI

LIBRO VENTESIMOTERZO

Celebrate che furono l'esequie dell'inclito Re Roberto, la città di Napoli fece subito gridar per tutto il nome di Giovanna e d'Andrea; ma si vide in pochi dì, come scrive il Costanzo[175], quella differenza, ch'è tra il dì e la notte; poichè gli Ungheri, de' quali era Capo Fra Roberto, per mezzo dell'astuzia di lui, pigliarono il governo del Regno, cacciando a poco a poco dal Consiglio tutti i più fidati e prudenti Consiglieri del Re Roberto, per amministrar ogni cosa a volontà loro; onde la povera Regina, che non avea più di sedici anni, era rimasta solo in nome Regina, ma in effetto prigioniera di que' barbari, e quel che più l'affliggeva, era la dappocaggine del marito; il quale non meno di lei stava soggetto agli Ungheri. La Regina Sancia vedova del Re Roberto, vedendo in tanta confusione la Casa Reale, che a tempo del suo marito era stata con tanto ordine, fastidita del Mondo, andò a rinchiudersi nel Monastero di Santa Croce, edificato da lei presso al mare, dove appena finito l'anno morì con fama grandissima di santità. I Reali, che stavano in Napoli, vedendosi da Fra Roberto privi di tutto quel rispetto che solevano avere dal Re Roberto, andarono ciascuno alle sue Terre, ed in Napoli si vivea con grandissimo dispiacere. I Cavalieri napoletani, vedendo il Re Andrea dato all'ozio, e non esservi menzione alcuna di guerra, andarono ad offerirsi a Roberto Principe di Taranto, che quell'anno armava per passare in Grecia: ed accettati con molto onore dal Principe, andarono a servirlo con tutte le loro compagnie, e diedero esempio a molti Cavalieri privati del Regno che andassero a quell'impresa; e con questa milizia felicemente il Principe ricovrò fin alla città di Tessalonica; ed era salito in gran speranza di ricovrare la città di Costantinopoli, se dalle turbolenze del Regno, che si diranno, que' Capitani, con quasi tutta l'altra Cavalleria, non fossero stati richiamati alla difensione delle cose proprie. Frate Roberto pronosticando da questi andamenti, che i Reali di Napoli avessero da far ogni sforzo di precipitarlo dal colmo di quell'autorità, che si avea usurpata, mandò a sollecitare Lodovico Re d'Ungaria fratello maggiore d'Andrea, che venisse a pigliarsi la possessione del Regno, come debito a lui per eredità dell'avolo; ma Antonio Buonfinio Scrittore dell'Istorie d'Ungaria dice, che Lodovico Re d'Ungaria mandò Ambasciadori al Papa a proccurare, che mandasse a coronar Andrea suo fratello, e che gli facesse l'investitura, non come marito della Regina Giovanna, ma come erede di Carlo Martello suo avolo, e che questi Ambasciadori fecero a tal'effetto molto tempo residenza nella Corte del Papa, che allora era in Avignone, perchè vi trovarono gran contrasto; e Giovanni Boccaccio scrive, che appena poterono ottenere le Bolle dell'incoronazione. Giovanna intanto era stata già solennemente coronata in Napoli per mano del Cardinal Americo mandato dal Pontefice Clemente VI, il quale gl'inviò parimente l'investitura, e fu intitolata Regina di Sicilia e di Gerusalemme, Duchessa di Puglia, Principessa di Salerno, di Capua, di Provenza, e di Forcalqueri, e Contessa di Piemonte: la quale all'incontro nella Chiesa di Santa Chiara nel dì ultimo d'agosto di quest'anno 1344 in mano dello stesso Cardinale gli giurò omaggio, con promessa del solito censo, siccome si legge nell'investitura rapportata dal Summonte che l'estrasse dall'Archivio regio, ove si conserva[176].

Il Papa avea mandato il Cardinal Americo non solo per ricever il giuramento da Giovanna, ma l'avea anche creato Balio della medesima per la sua minor età: al quale parimente avea data potestà di revocare tutte le donazioni e concessioni fatte da Roberto, e da Giovanna in pregiudicio della Chiesa romana e del Regno[177]: ma questo baliato non ebbe alcun effetto[178], perchè Fra Roberto co' suoi Ungheri governavano ogni cosa. E sebbene i Pontefici romani avessero sempre avuta tal pretensione di mandar essi i Balj, non ebbero però mai parte alcuna nel governo.

Avea inoltre questa Regina, come donna savia mandato a chiamare Carlo Duca di Durazzo figliuolo primogenito del Principe della Morea, e datagli Maria sua sorella per moglie, dal qual matrimonio ne nacque un figliuolo chiamato Luigi, che non avendo compito un mese, se ne morì, e fu sepolto in Santa Chiara, dove ancora oggi si vede il suo Tumulo. Ed in quest'anno medesimo Luigi di Durazzo, figliuolo secondogenito del Principe della Morea e fratello di Carlo, tolse per moglie una figliuola di Roberto o sia Tommaso Sanseverino, dal qual matrimonio ne nacque poi Carlo III che fu Re di Napoli[179].

Saputosi intanto in Napoli che il Papa avea spedite le Bolle dell'incoronazione d'Andrea, e che gli Ambasciadori che le portavano, erano giunti presso a Gaeta: alcuni Baroni che desideravano impedirla, stimolati anche da' Reali che vi dissentivano, e sopra tutti da Carlo Duca di Durazzo, stante ancora la dappocaggine d'Andrea, e l'insolenza degli Ungheri, diedero la spinta a coloro che aveano congiurato d'ucciderlo, d'accelerar la sua morte, temendo che scoverti i loro disegni, non fossero per opera di Fra Roberto pigliati e decapitati, subito che fosse venuto l'ordine del Papa che Re Andrea fosse coronato. In fatti essendo andati il Re e la Regina alla città d'Aversa, ed alloggiati nel castello di quella Città, dove poi fu eretto il convento di S. Pietro a Majella[180], la sera de' 17 di settembre del 1345 quando stava il Re in camera della moglie, venne uno de' suoi Camerieri a dirgli da parte di Fra Roberto, ch'erano arrivati avvisi di Napoli di grande importanza, a' quali si richiedea presta provisione; ed il Re partito dalla camera della moglie, ch'era divisa per una loggia dall'appartamento ove si trattavano i negozj, essendo in mezzo di quella, gli fu gittato un laccio al collo e strangolato, e buttato giù da una finestra, stando gli Ungheri, perch'era di notte, sepolti nel sonno e nel vino[181].

La novità di questo fatto fece restare tutta quella città attonita, massimamente non essendo chi avesse ardire di volere sapere gli autori di tal omicidio. La Regina ch'era di età di diciotto anni, sbigottita non sapea che farsi: gli Ungheri aveano perduto l'ardire, e dubitavano d'essere tagliati a pezzi se perseveravano nel governo: talchè il corpo del Re morto ridotto nella chiesa, stette alcuni dì senza essere sepolto: ma Ursillo Minutolo gentiluomo e Canonico Napoletano si mosse da Napoli, ed a sue spese il fece condurre a seppellire nell'Arcivescovado di Napoli nella cappella di S. Lodovico, dove essendo stato sin all'età del Costanzo in sepoltura ignobile, Francesco Capece abate di quella Cappella, ed emulo della generosità di Ursillo, gli fece fare un sepolcro di marmo, e trasferita poi dall'Arcivescovo Annibale di Capua la sagrestia in quella Cappella, fu riposto nel muro avanti la porta della stessa sagrestia, dove oggi ancor si vede.

La vedova Regina si ridusse subito in Napoli, ed i Napoletani con que' Baroni, che si trovavano nella città andarono a condolersi della morte del Re, ed a supplicarla, che volesse ordinare a' Tribunali, che amministrassero giustizia; poichè Fra Roberto e gli altri Ungheri abbattuti non aveano ardire di uscire in pubblico. La Regina ristretta co' più savi e fedeli del Re Roberto suo avolo, perchè si togliesse il sospetto che susurravasi, d'aver ella avuta anche parte all'infame assassinamento, commise con consiglio loro al conte Ugo del Balzo, che avesse da provvedere ed investigare gli autori della morte del Re, con amplissima autorità di punir severamente quelli, che si fossero trovati colpevoli. Questi dopo aver fatti morire due Gentiluomini Calabresi della camera del Re Andrea ne' tormenti, fece pigliare Filippa Catanese col figlio e la nipote, e dopo avergli tutti e tre fatti tormentare gli fece tanagliare sopra un carro, e la misera Filippa decrepita morì avanti, che fosse giunta al luogo, dove avea da decapitarsi[182].

Dall'altra parte, essendo arrivata in Avignone la notizia di tal fatto al Pontefice Clemente, riputando, che s'appartenesse a lui ed alla Sede Appostolica la cognizione di questo delitto, cominciò a procedere anch'egli contro i colpevoli. In prima generalmente gli scomunicò, interdisse, dichiarò infami, ribelli e proscritti; (Questa prima Bolla di Clemente VI spedita in Avignone nel primo di febbraio 1346 si legge presso Lunig[183]), ma per la lontananza del luogo riuscendo inutili tutte l'inquisizioni per liquidar le persone, diede con sua Bolla, spedita in Avignone nel 1346 quinto anno del suo pontificato, commessione a Bertrando del Balzo G. Giustiziere del Regno, Conte di Montescaglioso e d'Andria, con amplissima facoltà di procedere contro i colpevoli; ed in questa Bolla, ch'estratta dal regal Archivio vien rapportata da Camillo Tutini[184], si leggono fra l'altre queste parole: Nos nolentes, sicut nec velle debemus, tam horribile et detestabile, ac Deo, et hominibus odiosum facinus, cuius cognitio prima ad nos, et Romanam Ecclesiam in hoc casu pertinere dignoscitur, relinquere impunitum etc.[185] Ed avendo con permissione anche della Regina, fatta diligente inquisizione, trovò colpevoli, come complici, cospiratori ed autori del delitto, Gasso di Dinissiaco Conte di Terlizzi, Roberto di Cabano Conte di Evoli e gran Siniscalco del Regno, Raimondo di Catania, Niccolò di Miliezano, Sancia di Cabano Contessa di Morcone, Carlo Artus e Bertrando suo figliuolo, Corrado di Catanzaro, e Corrado Umfredo da Montefuscolo. E poichè alcuni di essi dimoravano nel Regno, la di cui presura era difficile, e per la protezione che vantavano de' Reali, e perchè s'erano afforzati nelle loro Terre; il Conte Bertrando ebbe ricorso alla Regina, perchè con suo general editto si comandasse all'Imperadrice di Costantinopoli, ed a Lodovico di Taranto suo figliuolo, che sotto fedele e sicura custodia gli trasmettesse Carlo, Bertrando e Corrado d'Umfredo; e similmente comandasse al Principe di Taranto, al Duca di Durazzo e loro fratelli, a tutti i Conti e Baroni, e spezialmente a' cittadini napoletani, che nel caso dall'Imperadrice suddetta non si fossero quelli trasmessi, che detti Regali e Conti, e tutti gli altri con tutte le loro forze si conferissero nelle Terre e luoghi ove coloro fossero, per imprigionargli, offerendo anche egli di andarvi in persona, affinchè di essi si prendesse la debita vendetta; e di vantaggio, che scrivesse a' Vescovi, Vicari e loro Ufficiali, che con effetto mandassero in esecuzione gl'interdetti e le scomuniche fulminate dal Papa contro di loro, con dichiarare le terre ove dimoravano interdette, i loro fautori e ricettatori scomunicati, e che gl'interdetti suddetti tenacemente si osservassero ed ubbidissero. La Regina a tenor di queste dimande a' 7 ottobre di quest'anno 1346 fulminò un severo editto, che fu istromentato per mano di Adenolfo Cumano di Napoli Viceprotonotario del Regno, di cui mandò più autentici esemplari per tutte le città e province del Regno, ed in Napoli gli fece affiggere ne' portici del Castel Nuovo e della G. C. perchè a tutti fosse noto e palese. L'editto è parimente rapportato dal Tutini, dentro di cui si vede anche inserita la riferita Bolla di Clemente.

Mandò ancora la Regina, perchè di lei si togliesse affatto ogni sospetto, il Vescovo di Tropea in Ungaria al Re Lodovico suo cognato a pregarlo, che volesse avere in protezione lei vedova, ed un picciolo figliuolo, che l'era nato dal re Andrea suo marito, di cui nel riferito editto fassi anche memoria, chiamato Caroberto Duca di Calabria[186]. Ma questa missione riuscì infruttuosa alla regina Giovanna; poichè re Lodovico persuaso già, che ella fosse consapevole e partecipe della morte d'Andrea, gli rispose, secondo che rapporta Antonio Buonfinio con una epistola di questo tenore: Impetrata fides praeterita, ambitiosa continuatio potestatis Regiae, neglecta vindicta et excusatio subsequuta, te viri tui necis arguunt consciam, et fuisse participem. Neminem tamen Divini, humanive judicii poenas nefario sceleri debitas evasurum.

CAPITOLO I. Seconde nozze della Regina Giovanna con Luigi di Taranto. Il Re d'Ungaria invade il Regno, e costringe la Regina a fuggirsene, e a ricovrarsi in Avignone: vi ritorna da poi, e coll'aiuto e mediazione del Papa ottiene dall'Unghero la pace.

Al ritorno del Vescovo, la Regina fece palese a tutti quelli del suo Consiglio la risposta, e tutti giudicarono, che l'animo del Re d'Ungaria fosse di vendicarsi della morte di suo fratello, e compresero ancora, dall'aver incolpata Giovanna, per aver ritenuta e continuata la potestà regia, ch'egli pretendesse, che il Regno fosse suo: siccome ne diede anche manifesti indizi, quando pretese dal Papa l'investitura del Regno per Andrea suo fratello, non già come marito della regina Giovanna, ma come erede di Carlo Martello suo avolo. Giudicarono perciò tutti, ch'era necessario che la Regina si preparasse alla difesa; e perchè la prima cosa che avea da farsi era di pigliar marito, il quale avesse potuto con l'autorità e con la persona ostare a sì gran nemico, Roberto Principe di Taranto ch'era venuto a Napoli a visitarla, propose Lodovico suo fratello secondogenito, essendo Principe valoroso, e nel fiore degli anni suoi. A questa proposta applausero tutti gli altri più intimi del Consiglio, ed essendo già passato l'anno della morte di Re Andrea, per le novelle che s'aveano degli apparati del Re d'Ungaria, si contrasse il matrimonio subito, senz'aspettare dispensa del Papa.

Ma la fama della potenza del Re d'Ungaria, e le poche forze del nuovo marito della Regina, e l'opinione universale che la Regina avesse avuta parte nella morte del marito, facevano stare sospesi gli animi della maggior parte de' Baroni e de' Popoli; e benchè Luigi di Taranto con gran diligenza si sforzasse di fare gli apparati possibili, non ebbe però quella ubbidienza, che sarebbe stata necessaria, e si seppe prima, che il Re d'Ungaria era giunto in Italia, che fosse fatta la quarta parte delle provvisioni debite e necessarie. Onde la Regina che fu veramente erede della prudenza del gran Re Roberto suo Avolo, volle in questo fiore della gioventù sua, con una resoluzione savia mostrar quello che avea da essere, e che fu poi nell'età matura; perchè vedendo le poche forze del marito, e la poca volontà de' sudditi, deliberò di vincere fuggendo, poichè non potea vincer il nemico resistendo; e fatto chiamare Parlamento generale, dove convennero tutti i Baroni, e' Sindici delle città del Regno, ed i Governatori della città di Napoli, pubblicò la venuta del Re d'Ungaria, e dolutasi lungamente d'alcuni, che la calunniavano a torto di tanta scelleratezza, disse ch'era deliberata di partirsi dal Regno, e gire in Avignone per due cagioni, l'una per fare manifesta l'innocenzia sua al Vicario di Cristo in Terra, com'era manifesta a Dio in Cielo: e l'altra per farla conoscere al Mondo, coll'ajuto che sperava certo di avere da Dio; e che tra tanto non voleva, che nè i Baroni, nè i Popoli avessero da esser travagliati, com'era travagliata essa; e però, benchè confidava, che tutti i Baroni e' Popoli, almeno per la memoria del padre e dell'avolo, non sarebbero mancati d'uscire in campagna a combattere la sua giustizia, voleva più tosto cedere con partirsi, e concedere a loro, che potessero andare a rendersi all'irato Re d'Ungaria; e però assolveva tutti i Baroni, Popoli, Castellani e stipendiarj suoi dal giuramento, ed ordinava che non si facesse alcuna resistenza al vincitore, anzi portassero le chiavi delle terre, e delle castella, senz'aspettare Araldi o Trombette. Queste parole dette da lei con grandissima grazia, commossero quasi tutti a piangere, ed ella gli confortò, dicendo che sperava nella giustizia di Dio, che facendo palese al Mondo l'innocenzia sua, l'avrebbe restituita nel Regno, e reintegrata nell'onore. S'imbarcò per tanto da Castel Nuovo per andare in Provenza il dì 15 gennajo del nuovo anno 1348, e con lei e col marito andò anche la Principessa di Taranto sua suocera che la chiamavano Imperadrice, e Niccolò Acciajoli fiorentino, intimo della Casa di Taranto ed uomo di grandissimo valore.

Intanto Lodovico Re d'Ungaria era col suo esercito entrato nel Regno, e ricevuto nell'Aquila, vennero ivi a trovarlo il Conte di Celano, il Conte di Loreto con quel di S. Valentino, e Napolione Orsino con altri Conti e Baroni d'Apruzzo, i quali gli giurarono omaggio, ed avendo presa e saccheggiata la città di Sulmona, a gran giornate, non trovando chi gli facesse ostacolo, se ne veniva in Napoli; onde i Reali, confidati nel parentado che avevano col Re d'Ungaria, si posero tutti in ordine per andare ad incontrarlo amichevolmente, sperando essere da lui umanamente raccolti, tanto più, che conducevano con loro, come Re, il piccolo Caroberto figliuolo del Re Andrea ch'allora era di tre anni; e così raccolta una Compagnia de' primi Baroni, si mossero da Napoli il Principe di Taranto e Filippo suo fratello, Carlo Duca di Durazzo, Luigi e Roberto suoi fratelli, ed incontrarono il Re d'Ungaria, che veniva da Benevento ad Aversa, il quale con molta amorevolezza baciò il nepote, ed accarezzò tutti; ma poichè fu giunto ad Aversa, concorse un gran numero di Cavalieri, e d'altri Baroni a riverirlo, e dimorato quivi cinque giorni, volendo il sesto andare in Napoli s'armò di tutte arme, e fece armare tutto l'esercito e cavalcò, e passando avanti il luogo dov'era stato strangolato Re Andrea, si fermò, e chiamò il Duca di Durazzo, dimandandogli da qual finestra era stato gittato Re Andrea; il Duca rispose, che no 'l sapea, e 'l Re mostrogli una lettera scritta da esso Duca a Carlo d'Artois, dicendogli che non potea negare suo carattere, e 'l fè pigliare, ed immantenente decapitare[187], comandando, che fosse gittato dalla medesima finestra, onde fu gittato Re Andrea; e rimaso il cadavere insepolto per ordine del Re sino al dì seguente, fu poi portato a seppellire in Napoli nella chiesa di S. Lorenzo, ove ancora oggi si vede il suo sepolcro. Questa fu la morte del Duca di Durazzo figliuolo di Giovanni quintogenito del Re Carlo II, il quale di Maria sorella della Regina Giovanna non lasciò figliuoli maschi, ma solo quattro femmine, Giovanna, Agnesa, Clemenzia e Margarita, delle quali si parlerà più innanzi. Gli altri Reali, volle il Re che restassero prigioni nel Castello d'Aversa, e di là a pochi dì gli mandò in Ungaria insieme col picciolo Caroberto; ed egli continuando il cammino verso Napoli rappresentava uno spettacolo spaventevole, facendosi portar avanti uno stendardo negro, dov'era dipinto un Re strangolato, e venutogli incontro gran parte del Popolo napoletano a salutarlo, egli con grandissima severità finse non mirargli, nè intendergli, e volle entrare con l'elmo in testa dentro Napoli, e rifiutando ogni rimostranza d'onore se n'andò dritto al Castel Nuovo, di cui il Castellano già gli avea portate le chiavi: onde nacque una mestizia universale e timore, che la città non fosse messa a sacco dagli Ungheri; perchè subito posero mano a saccheggiare le case de' Reali, e la Duchessa di Durazzo a gran fatica si salvò, e fuggì in un navilio, andando a trovare la sorella in Provenza. Nè volle il Re dare udienza agli Eletti della città, ma volle che fossero tutti mutati, e fu ordinato che i nuovi Eletti non facessero cos'alcuna, senza conferire col Vescovo di Varadino Ungaro. E poichè fu trattenuto due mesi in Napoli, se n'andò in Puglia, dove costituì suo Vicario Corrado Lupo Barone Tedesco, e dopo aver costituito Castellano Gilforte Lupo fratello di Corrado del Castel Nuovo, e fatte molte preparazioni in diversi luoghi del Regno, imbarcandosi in Barletta su una sottilissima galea passò in Schiavonia, ed indi in Ungaria, non essendo dimorato più che quattro mesi nel Reame.

In questo mezzo la Regina Giovanna, arrivata alla Corte del Papa in Avignone con Luigi suo marito, vi furono accolti benignamente da Clemente, il quale dispensò a' legami della consaguinità per lo matrimonio contratto[188], e la Regina ebbe Concistoro pubblico, ove con tanto ingegno e con tanta facondia difese la causa sua, ch'il Papa ed il Collegio, che aveano avuto in mano il processo fatto contro Filippa Catanese, e Roberto suo figliuolo, e conosciuto che la Regina non era nominata, nè colpata in cosa alcuna, tennero per fermo ch'ella fosse innocente, e pigliarono la protezione della causa sua, spedendo subito un Legato appostolico in Ungaria a trattare la pace. Questi trovò molto superbo il Re, o che fosse l'ira del morto fratello, o l'amore che avea conceputo di così bello ed opulente Regno, che già si trovava averlo tutto in mano, e lo teneva per suo, poichè il picciolo Caroberto, poco da poi che fu giunto in Ungaria era morto; ma non per la difficoltà del negoziare, il Legato volle partirsi da Ungaria, ma cercò di dì in dì, con ogni arte, mollificare l'asprezza dell'animo di quel Re.

Intanto i Napoletani, partito che videro il Re d'Ungaria, avendo intesa la buona volontà del Papa verso la Regina, e che si vedeano così maltrattati da Gilforte Lupo Castellano, e Luogotenente del Re in Napoli, cominciarono a sollevarsi, e molti di coloro che erano stati cortegiani di Re Roberto e della Regina, si partirono ed andarono a trovarla fin in Provenza ed a confortarla, che se ne ritornasse, perchè erano tanto indebolite le forze degli Ungheri, e tanto cresciuto l'odio contra i barbari costumi loro, che senza dubbio sarebbero cacciati con ogni picciol numero di gente che fosse condotta da Provenza. Non mancarono ancora di molti Baroni che con messi e lettere secrete la chiamavano; e questo giovò molto alla Regina, perchè mostrando queste lettere al Papa, gli fermarono più saldamente in testa l'opinione che tenea dell'innocenza sua, onde la Regina assicurata del favore del Papa, e della volontà degli uomini del Regno, cominciò a ricovrar insieme la fama e la benevolenza dei sudditi, a' quali pareva, ch'essendosi presentata innanzi al Papa, padre e giudice universale de' Cristiani, e da lui giudicata per innocente, e degna di esser rimessa nel suo Regno ereditario, pareva a ciascuno che fosse da riposarsi sovra quel giudicio, ed attender a far ufficio di buoni e fedeli vassalli: e da questo mossi i popoli di Provenza e degli altri Stati di là de' monti, fecero a gara a presentarla, e sovvenirla di danari, de' quali stava in tanta estrema necessità, che vendè al Papa la città d'Avignone[189], e col prezzo di quella, e co' danari presentatigli, fece armare dieci galee, e preso commiato dal Papa insieme con Luigi suo marito partissi. Angelo di Costanzo[190] narra, che nel partirsi donò, non vendè al Papa ed alla Chiesa la città d'Avignone, con la quale s'obbligò tanto l'animo del Papa, che conoscendo ch'ella il desiderava, donasse il titolo di Re a Luigi suo marito

(Non può ora più dubitarsi di questa vendita, avendone Lunig[191] impresso l'istromento stipulato in Avignone, dove è manifesto questa città col suo distretto essersi venduta non già donata, e stante la necessità, ed estremi bisogni della Regina bisognò ella contentarsi del prezzo offertogli, che non oltre passò la somma di ottantamila fiorini d'oro di Fiorenza; esprimendosi, che tutto il di più, che valesse, considerando la Regina quelle parole del Signor nostro Gesù, rammentate dall'Appostolo, beatius est dare, quam accipere, lo donava al Papa ed alla Chiesa romana, come pura, semplice ed irrevocabile donazione. Dee nell'istromento trascritto da Lunig emendarsi la data, poichè si porta stipulato in Avignone a' 12 giugno del 1358, quando molto tempo prima la Regina avea già da Avignone fatto ritorno in Napoli).

Nel dar a Luigi la benedizione il Papa lo chiamò Re; onde ambedue lieti e pieni di buona speranza andarono ad imbarcarsi in Marsiglia, e giunti a Napoli con venti prosperi, la città tutta uscì ad incontrarli nel Ponte del picciolo Sebeto, 200 passi lontano dalla città, perchè al Porto di Napoli non si poteano appressare le galee, poichè il Castel Nuovo, come tutte l'altre castella si teneano dagli Ungari. Discesi dunque a terra e ricevuti con allegrezza incredibile d'ogni sesso e d'ogni ordine e d'ogni età, furono condotti sotto il baldacchino in una casa apparecchiata per loro al Seggio di Montagna. Vennero fra pochi dì molti Conti e Baroni a visitarla, ed a rallegrarsi del ritorno, e ad offerirsi di servire a cacciare gli Ungheri. La Regina, ed il Re Luigi si voltarono a rimunerare, per quanto l'angustia delle facoltà loro a quel tempo comportava, tutti quelli, che aveano mostrata affezione al nome loro, con privilegi, titoli, onori e dignità e sovra tutto i Cavalieri giovani suoi coetanei, come coloro, che speravano più per amore, che per forza di stipendi far esercito abile a poter cacciare i nemici del Regno. Ed in questi tempi cominciò ad introdursi fra noi di darsi a' Baroni il titolo di Duca, perchè prima non era in usanza, che quello di Conte, ed il titolo di Principe, o di Duca, era de' soli Reali, ed il primo fu Francesco del Balzo, che dalla Regina Giovanna I fu fatto Duca d'Andria, ed il secondo fu il Duca di Sessa. Ordinò ancora Re Luigi una bella Corte, e fece Gran Siniscalco del Regno Niccolò Acciajoli Fiorentino; e perchè i Popoli del Regno erano in molte parti oppressi da Corrado Lupo, e da' suoi Ministri Capitani degli Ungheri, lasciò assediate le Castella di Napoli, e fatta una buona compagnia di Conti e Baroni ch'erano concorsi a Napoli, e del fiore della gioventù Napoletana, cavalcò contro il Conte d'Apici, e quello debellato, passò in Puglia e presa Lucera andò a Barletta. Fu lungamente con non minor ferocia, che ardire guerreggiato in Puglia, ed in Terra di Lavoro, e non meno queste province, che l'altre del Regno si videro ardere d'incendio marziale. Corrado Lupo tosto avvisonne il Re d'Ungaria, il quale ricevuto l'avviso fu tanto presto, che prima giunse in Schiavonia, e s'imbarcò per venire in Puglia, che si sapesse ch'era deliberato di venire; e giunto che fu in Puglia si trovò al numero di diecemila cavalli, e pedoni quasi infiniti. Si accese per ciò più fiera ed ostinata la guerra infin che stanchi l'un partito e l'altro, finalmente diedero apertura a Papa Clemente d'interporre fra i due Re trattati di pace. Spedì per tanto il Pontefice due Legali, i quali avendola maneggiata, non poterono allora ottener altro, che tregua per un anno, onde il Re Lodovico se ne tornò in Ungaria, lasciando presidio alle Terre, che si teneano con le sue bandiere. Ma poichè fu in Ungaria, o che fosse destrezza e prudenza del Legato appostolico, che gli fu sempre appresso; o che fosse, che disegnava di far guerra coi Veneziani, i quali aveano occupate alcune Terre di Dalmazia appartenenti al Regno d'Ungaria, concesse in fine la pace al Re Luigi ed alla Regina Giovanna, rilassando in grazia del Papa e del Collegio de' Cardinali tutte le sue pretensioni, e liberi i cinque Reali, ch'erano stati quattro anni carcerati al Castello di Visgrado. Fu conchiusa questa pace in aprile dell'anno 1351, ed alcuni aggiungono, che avendo condennato il Papa, come mezzo della pace, il Re Luigi e la Regina Giovanna a pagare trecentomila fiorini al Re d'Ungaria per le spese della guerra, egli magnanimamente ricusò di pigliarli, dicendo, ch'egli non era venuto al Regno per ambizione, nè per avarizia, ma solamente per vindicare la morte del fratello; nella quale avendo fatto quanto gli pareva, che convenisse, non cercava altro, e fu molto lodato e ringraziato dal Papa e dal Collegio.

Usciti da questi affanni Re Luigi e la Regina, mandarono ambasciadori a ringraziar il Papa ed il Collegio, ed a dimandargli un Legato appostolico che l'avesse incoronati: il che ottennero agevolmente, perchè dal Papa fu deputato a ciò il Vescovo Bracarense. Si fece per tanto in Napoli un gran apparato per la incoronazione, alla quale fu deputato il dì 25 maggio festa delle Pentecoste; e tutto il Regno assuefatto a travagli, ad incendj ed a rapine, cominciò a rallegrarsi; ed oltre i Baroni concorsero in Napoli da tutte le parti infiniti per vedere una festa tale, la quale parea, che avesse da fare dimenticare tutte le calamità passate. Nel dì stabilito essendo giunto il Legato nel luogo dove era l'apparato, con grandissima pompa e solennissime cerimonie, unse e coronò il Re e la Regina, e fur fatte molte giostre e molti giuochi d'arme e conviti. Ed appresso, dalla città e da tutto il Baronaggio fu solennemente giurato omaggio al Re ed alla Regina, i quali fecero general indulto a tutti quelli, che nelle guerre passate aveano seguite le parti del Re d'Ungaria; ed il Re Luigi in memoria di questa Coronazione ordinò, come si disse, la compagnia del Nodo, nella quale si scrissero da 60 Signori e Cavalieri napoletani di diverse famiglie, ed i più valorosi Campioni di que' tempi.

CAPITOLO II. Spedizione del Re Luigi di Taranto in Sicilia: pace indi seguita, e sua morte.

Siccome il nostro Regno di Puglia erasi ridotto in assai felice stato per la pace, e per la presenza e liberalità del Re Luigi, così all'incontro le cose della Sicilia ogni dì andavano peggiorando: perocchè crescendo, per la debolezza del picciolo Re Don Luigi, le discordie tra' Siciliani, ed essendo divisi tutti i Baroni ed i Popoli dell'isola, si lasciò la cultura dei campi, ch'è la principale entrata di quel Regno, e parimente tutti gli altri traffichi e guadagni, e s'attendea solo a ruberie, incendj ed omicidi; onde procedeva non solo la povertà e miseria di tutta l'Isola, ma la povertà e debolezza del Re, non potendo i Popoli supplire, non solo a' pagamenti estraordinarj, ma nè anco a' soliti ed ordinarj; quindi avvenne, che i Baroni dell'isola si divisero in due parti; dell'una erano capi i Catalani, che s'aveano usurpata la tutela del Re; e dell'altra quelli di Casa di Chiaramonte, ch'erano tanto potenti, che tenevano occupate Palermo, Trapani, Saragoza, Girgento, Mazara, e molte altre Terre delle migliori di Sicilia; e benchè non fossero scoverti nemici del Re, signoreggiavano quelle Terre d'ogni altra cosa, che dal titolo in fuora; e perchè coloro, che governavano il Re, possedendo la minor parte di Sicilia, bisognavano cacciare da quella tanto che potessero tenere il Re, e la Casa sua con dignità regia, e ch'essi potessero anco accrescere di ricchezze, molti Popoli sdegnati cominciarono ad alterarsi; e la Città di Messina, la quale era principale di queste, che il Re possedeva, non potendo soffrire l'acerbo governo del Conte Matteo di Palizzi, volti i cittadini in tumulto, andarono sin'al palazzo reale, e l'uccisero; e gli altri Baroni appena poterono salvare se stessi, e la persona del Re, ritirandosi in Catania. Con l'esempio de' Messinesi, Sciacca ancora uccise i Ministri del Re, che v'erano; e perchè di questo moto era stato autore il Conte Simone di Chiaramonte, e conosceva, che contro di se sarebbe voltata tutta l'ira del Re e del suo Consiglio, mandò a Re Luigi in Napoli, chiamandolo, non all'impresa di Sicilia, come aveano altre volte chiamato Re Roberto ma ad una certa vittoria, avvisandolo, che le cose di quel Regno stavano in tali termini, che con ogni poca forza si sarebbe conquistato.

Il Re Luigi, e 'l Regno per le passate guerre si trovavano non men disfatti, che i Siciliani, cominciando allora a cogliere i primi frutti della quiete e della pace; e quelle forze, che a tempo di Re Roberto erano potenti ed unite, ora per la presenza di tanti Reali, tra' quali era diviso il Regno, erano deboli e disunite; onde non potè mandarvi quel numero di gente e di vittovaglie, che sarebbe stato necessario a tanta impresa; nulladimanco vi mandò il G. Siniscalco Acciajoli con cento uomini d'arme, e Giacomo Sanseverino Conte di Melito con quattrocento fanti, sopra sei galee e molti vascelli grossi di carico, con la maggior quantità di vittovaglie, che fu possibile. Questi giunti in Sicilia, col favore del Conte Simone, se n'andarono a Melazzo, e l'occuparono, e postovi presidio e Governadore in nome del Re, andarono a Palermo con gran parte di vittovaglia, e furono ricevuti dai Palermitani, già ridutti all'estremo bisogno d'ogni cosa da vivere con infinita allegrezza; e que' di Chiaramente fecero alzare le bandiere di Re Luigi a Trapani, e Saragoza, ed a tutte l'altre Terre, che teneano essi; e benchè non avessero tante genti di guerra, che bastassero a tenerle con presidio di Re Luigi, era tanto più debole la parte del Re di Sicilia, che senza forza di arme si mantennero in fede del Re di Napoli, solamente con munizione di vittovaglia, che gli era mandata di Calabria.

Per questi successi i Governadori del Re Don Luigi, desiderosi di non fare annidare in Sicilia le genti del Re Luigi, avanti che crescessero più, fecero ogni sforzo per riavere Palermo; ma fu in vano, perchè i cittadini che avevano gustata la comodità delle vittovaglie si mantennero in fede del Re Luigi, servendo con molta fede e diligenza al G. Siniscalco, ed al Conte di Mileto, che difendevano la città onde furono costretti ritornarsene.

Il Re D. Luigi fra pochi dì venendo a morte, fu gridato Re Federico suo ultimo fratello, il quale non avendo che tredici anni, era sotto il governo de' Catalani, per opera de' quali essendo sbandito da Messina Niccolò Cesario, Capo di parte molto potente in quella città, egli ancora seguì la parte del Re Luigi, ed avuta intelligenza con alcuni de' suoi seguaci, di notte entrato in Messina con alcuni soldati e aderenti di casa di Chiaramonte, assaltò i suoi nemici. Il popolo essendosi levato a rumore, diede facoltà di poter intromettere ducento cavalli, e 400 fanti, mandati dal gran Siniscalco, e da' Conti di Chiaramonte, com'era stato stabilito tra loro, e cacciandone quelli della fazione contraria, s'alzarono le bandiere del Re Luigi. Questi subito, ch'ebbe l'avviso della presa di quella città, la quale tenea per veramente sua, poichè l'altre erano tenute più tosto da' Chiaramontesi, che dagli Ufficiali suoi, venne subito con la Regina Giovanna sua moglie a Reggio in Calabria, mandando al Gran Siniscalco supplimento di 50 altre lance, e 300 fanti a piedi, e buona quantità di vittovaglia a Messina, che ne stava in grandissima necessità. Fu tanta l'allegrezza de' cittadini, che giunti con quelle genti, ch'erano venute allora, assaltarono i castelli di San Salvatore, e di Mattagrifone, che furono stretti a rendersi con due sorelle del Re, Bianca, e Violante, le quali con onorevole compagnia furono mandate a Reggio alla Regina, e da lei furono con molta cortesia ed amorevolezza ricevute ed accarezzate. Parve al Re non indugiare più, e passato con la Regina il Faro, nella Vigilia della Natività del Signore del 1355 entrarono in Messina con grandissima pompa, e furono alloggiati nel palazzo reale, dove con le solite cerimonie fu giurato omaggio e fedeltà da tutti.

Pochi dì da poi vennero il Conte Simone e Manfredi e Federico di Chiaramonte, i quali il Re onorò molto, come Capi della famiglia, ed autori dell'acquisto di quel Regno; ma desiderando il conte Simone, che Re Luigi gli desse Bianca sorella del Re Federico per moglie, e persuadendosi, che non dovesse negarla per li meriti suoi, e quasi per prezzo d'un Regno, confidentemente ne parlò al Re. Questa richiesta parve di molta importanza, non per se stessa, ma per quelle conseguenze, che avrebbe potuto portar seco tal matrimonio, poichè essendo il Re Federico ultimo della stirpe de' Re di Sicilia della Casa d'Aragona, e di età e di senno tanto infermo ch'era chiamato Federico il Semplice, poteva agevolmente succedere, che aggiungendosi alla potenza del Conte Simone la ragione, che gli portava la moglie, n'avesse cacciato l'uno e l'altro Re; onde allora, nè volle negarlo, nè prometterlo; ma tra pochi dì gli offerse per moglie la Duchessa di Durazzo. Vedendosi dunque Simone con tale offerta escluso, ne prese tanto sdegno e rammarico (perchè presumea, che il merito suo col Re superasse ogni grazia, che se gli potesse fare) che se ne morì di là a pochi dì, e gli altri di quella famiglia, quasi fossero rimasti eredi dello sdegno di Simone, cominciarono a rallentarsi dall'affezione del Re Luigi. Questi intanto mandò ad assediare Catania, dove era il nuovo Re con tutte le poche forze sue; ma essendo state rispinte le sue genti e disordinate e rotte, fu fatto prigione ancora Raimondo del Balzo Conte Camerlengo, ed appena scampò il Gran Siniscalco Acciajoli. Questa nuova diede grandissimo dolore a Re Luigi, al quale tolti gli ornamenti della moglie andò a far danari per riscattare il Conte; ed avendo poi mandato l'Araldo al Re Federico con la taglia, che si dimandava del Conte, Federico non volle che si pigliasse taglia, ma mandò a dire, che non vi era altra via per la liberazione del Conte, che il cambio della libertà delle due sorelle. E perchè Luigi amava estremamente il Conte, si contentò di mandarne le sorelle onorevolmente accompagnate sin in Catania.

Tra questo tempo le novitadi, che successero nel Regno, sforzarono Re Luigi a tornare in Napoli, e per non abbandonare l'impresa di Sicilia, la quale per l'estrema povertà del nemico tenea per vinta, lasciato Capitan Generale in Sicilia il Gran Siniscalco Acciajoli, egli con la Regina se ne ritornò in Napoli. Cominciavano di bel nuovo in questo Regno a sorgere disordini e confusioni poco minori di quelli, che furono a tempo degli Ungheri; poichè il Principe di Taranto, che per essere fratello maggiore del Re, si tenea di poter governare il Re e 'l Regno insieme, avea pigliato in odio, e perseguitava molti Baroni, i quali volevano conoscere soli Re Luigi e la Regina Giovanna per Signori. Parimente Luigi di Durazzo cugino del Re, vedendosi stare nel Regno come povero Barone insieme con Roberto suo fratello, si giunse col Conte di Minervino, il quale era salito in tanta superbia, che avea occupato la città di Bari, e s'intitolava Principe di Bari e Palatino d'Altamura, oltre gli altri titoli de' quali andava molto altiero; e mantenea una banda d'uomini d'armi, con tanti cavalli, che gli parea poter competere col Principe di Taranto e col Re; e per poter mantenere quelle genti, andava discorrendo per le più ricche parti del Regno, e taglieggiando le Terre senz'aver rispetto alcuno al Re ed alla Regina. Si vide perciò Re Luigi impegnato a reprimere la superbia di costui, e dopo varj fatti d'arme, che posero sossopra molte province del Regno, finalmente ripresse i ribelli, e Luigi di Durazzo rimanendo solo e senza forza, per lo vincolo del sangue fu riconciliato col Re e colla Regina; e dato sesto per varj provvedimenti alla quiete del Regno, e ridottosi nella primiera tranquillità, tornò il Re col pensiero alla guerra di Sicilia.

Dall'altra parte que' di Sicilia, ch'erano del partito di Re Federico, vedendosi molto inferiori di forze, fecero, che il loro Re prendesse per moglie la sorella del Re d'Aragona, ma il novello parentado poco potè giovargli, poichè la Sposa poco da poi se ne morì; ed in questo mezzo per una parentela, che fecero i Chiaramontesi col Conte di Ventimiglia, Capo della parte di Federico, si cominciò a trattar la pace tra questo Principe, e 'l Re Luigi e la Regina Giovanna, la quale dopo varj maneggi, fu finalmente conchiusa con queste condizioni: Che Re Federico s'intitolasse Re di Trinacria: che pigliasse per moglie Antonia del Balzo figliuola del Duca d'Andria e della sorella di Re Luigi: che riconoscesse quel Regno dal Re Luigi e dalla Regina Giovanna, ed a tal segno dovesse pagare a loro nel giorno di San Pietro tremila once d'oro ogni anno: e quando il Regno di Napoli fosse assaltato, pagare cento uomini d'arme, e dieci galee armate in difensione di quello. All'incontro, che dal Re Luigi fossero restituite tutte le cittadi, terre e castella, che sin a quel giorno erano state prese, e si teneano colle bandiere sue.

(In esecuzione di questa pace, si legge presso Lunig[192] il mandato, ovvero Plenipotenza, che il Re Federico diede per stipularla, e perchè gli articoli accordati fossero confermati da papa Gregorio XI, come diretto Padrone dell'isola di Sicilia, nel qual mandato s'intitola Rex Trinacriae. Si legge ancora pag. 1123 una ben lunga Bolla di questo Papa, nella quale, dandogli la formula del giuramento di fedeltà, si prescrivono al Re Federico altre leggi e condizioni e così pesanti, specialmente intorno alle appellazioni di tutte le cause ecclesiastiche, di doversi portare in Roma; che se mai questa Bolla avesse avuto il suo effetto, non vi sarebbe rimaso in Sicilia vestigio alcuno del Tribunal della Monarchia).

Questo fu l'ultimo termine delle guerre di Sicilia, che durarono tanti anni, con tanto spargimento di sangue, e con spesa inestimabile. Ma è cosa veramente da notare, che il Regno di Sicilia, preteso dai romani Pontefici loro feudo, e che ad essi spettasse darne l'investitura, onde fecero tanti sforzi per levarlo dalle mani de' Re d'Aragona, ed a questi tempi reso ligio e tributario a' Re di Napoli, col correr degli anni si fosse totalmente sottratto, non men dalla soggezione degli uni, che degli altri, che ora vien riputato più libero e independente, che il Regno istesso di Napoli; poichè, dopo il famoso Vespro Siciliano, per le continue guerre sostenute co' Re angioini, i quali ebbero sempre a lor favore collegati i Pontefici romani, i Re d'Aragona non richiesero più investitura dalla Sede Appostolica per quell'Isola, ed anche da poi fatta pace co' Re di Napoli, nemmen la ricercarono; ed in fatti morto il Re D. Federico, non lasciando di se prole maschile, e succeduta in quel Regno nell'anno 1368 Maria sua figliuola, nè Regina di Trinacria volle essere nomata, nè investitura alcuna prese da' Romani Pontefici. Le stesse pedate furono calcate da Martino I d'Aragona, che nell'anno 1402 succedè a Maria, e da Martino II suo successore. E morto questi senza figliuoli, essendo stato nell'anno 1411 eletto Re d'Aragona, di Valenza e di Sicilia Ferdinando d'Aragona figliuolo di Giovanni Re di Castiglia, questi tramandò al suo figliuolo Alfonso, il quale nell'anno 1416 succedè in tutti i suoi Regni, anche coll'istesse condizioni il Reame di Sicilia, non ricercandone da' Pontefici romani investitura alcuna, siccome fecero da poi tutti gli altri loro successori; tantochè nel Regno di Sicilia, siccome per lo bisogno e circostanze di que' antichi tempi fu introdotto allora costume di prender l'investitura di quell'isola da' Romani Pontefici, così ora per desuetudine e per contrario uso si è quella affatto tolta ed abolita: tal che oggi quel Regno rimane totalmente libero ed indipendente.

Dall'altra parte, a questi tempi del Re Luigi di Taranto, si vide dependente e tributario de' Re di Napoli, secondo le riferite condizioni di questa pace; ma tali condizioni non furono mai adempite, nè ebbero alcuna esecuzione; poichè se bene in un diploma rapportato da Inveges[193] di Gregorio XI del 1373 spedito poco da poi conchiusa questa pace, fosse nominato il Regno di Napoli col nome di Regno di Sicilia, e quello di Sicilia, col nome di Trinacria, nulladimanco niuno de' Re di quell'isola ne' loro diplomi s'intitolarono Re di Trinacria, ma di Sicilia ultra Pharum, chiamando il Regno napoletano Sicilia citra Pharum, come si legge ne diplomi di Martino e degli altri Re di Sicilia suoi successori. Ed essendosi questi due Regni da poi uniti nella persona d'Alfonso I d'Aragona, egli fu il primo, che cominciò a intitolarsi Re dell'una e l'altra Sicilia. Nè si legge essersi riconosciuto quel Regno da' Re di Napoli, e che nel dì statuito di S. Pietro si fossero mai pagate per tributo le 3000 once d'oro, nè pagati i cento uomini d'armi e le dieci galee armate, convenute nelle Capitolazioni sudette; poichè i Re di Napoli, insino ad Alfonso I d'Aragona, furono in tante guerre distratti e per tante rivoluzioni interne del Regno agitati, che non poterono pensare ad altro, che alla propria loro salute e alla conservazione del proprio Regno, come diremo.

Terminata in cotal guisa la guerra di Sicilia, e ripressi i moti intestini del nostro Regno, ritornò a godersi la quiete; ma non durò guari, poichè nell'anno 1362 ammalatosi di febbre acutissima Re Luigi venne a morte, non avendo più che 42 anni. Fu questo Principe bellissimo di corpo e d'animo, e non meno savio, che valoroso; ma fu poco felice nelle sue imprese, perocchè ritrovandosi il Regno travagliato ed impoverito per tante guerre e per tante dissensioni, non ebbe luogo, nè occasione dì adoperare il suo valore, massimamente nell'impresa di Sicilia.

Narra Matteo Palmerio nella vita del Gran Siniscalco Acciajoli, che Innocenzio VI successore di Clemente s'era offeso e grandemente crucciato col Re Luigi, perchè non gli pagava il solito censo; e perciò il Re mandò Ambasciadori in Avignone per placarlo, e questi furono l'Acciajoli e l'Arcivescovo di Napoli Giovanni; ed il Bzovio aggiunge, che a Bertrando successor di Giovanni fu data facoltà da Innocenzio VI d'assolvere il Re Luigi in articulo mortis dalla scomunica ob non solutum Romanae Ecclesiae censum[194]. Regnò Luigi cinque anni prima che fosse coronato, e dieci dopo l'incoronazione. Fu mandato il suo cadavere nel Monastero di Monte Vergine presso Avellino 20 miglia lontano da Napoli, e fu sepolto appresso la sepoltura dell'Imperadrice Margherita sua madre, ove ancor oggi si addita il suo tumulo sostenuto da otto colonne colla sola sua effigie, senza iscrizione. Non lasciò figliuoli, perchè due femmine, che procreò con la Regina Giovanna, morirono in fascia.

Morì non molto tempo da poi in Napoli il Principe di Taranto, e fu sepolto nella chiesa di S. Giorgio maggiore, e lasciò erede del Principato e del titolo dell'imperio Filippo suo fratello terzogenito[195]. Questo Principe poco innanzi avea tolto per moglie Maria sorella della Regina, la quale poco da poi morì; onde tolse la seconda moglie, che fu Elisabetta figliuola di Stefano Re di Polonia, colla quale visse fin al 1368, anno della sua morte[196]. Morì egli in Taranto ove giace sepolto, nè lasciò di se figli, onde lasciò il Principato di Taranto, con il titolo dell'Imperio a Giacomo del Balzo figliuolo di Margarita sua sorella e di Francesco Duca d'Andria. Morì ancora Luigi di Durazzo Conte di Gravina e di Morcone, e fu sepolto nella Chiesa di Santa Croce, appresso il sepolcro della Regina Sancia, il quale lasciò un figliuolo chiamato Carlo, che, come si dirà, fu poi Re di Napoli, e poco appresso morì in Francia Roberto Principe della Morea, fratello del Conte, amendue figliuoli di Giovanni Duca di Durazzo; onde con esempio notabilissimo della fragilità delle cose umane, di così numerosa progenie del Re Carlo II non rimase altro maschio, che Lodovico Re d'Ungaria e Carlo di Durazzo nel Regno di Napoli, figliuolo del già detto Luigi di Durazzo. E non guari da poi si vide perduto tutto ciò, che questa progenie possedeva in Grecia; poichè ritenendosi per anche Corfù e Durazzo, avendo la Regina Margarita moglie del Re Carlo di Durazzo (mentre suo marito era in Ungaria, ed ella governava) fatta pigliare una nave de' Veneziani, nè volendola restituire, ma ritenendosela con tutte le mercatanzie che vi erano di molta valuta, diede occasione a' Veneziani, che dopo la morte del Re, con questa scusa occupassero il Ducato di Durazzo, nel quale finì di perdersi quanto la linea di Re Carlo I avea posseduto in Grecia[197].

CAPITOLO III. Altre nozze della Regina Giovanna, e ribellione del Duca d'Andria.

Rimasa vedova la Regina del Re Luigi di Taranto, perchè nel governo del Regno non s'intrigassero i Reali di Napoli, tanto i Napoletani, quanto i Baroni desideravano, ch'ella sola governasse, e perciò per mezzo di coloro, ch'erano più intimi nella Corte della Regina, cominciarono a confortarla, che volesse subito pigliar marito, non solo per sostegno dell'autorità sua reale, ma ancora per far pruova di lasciare successori per quiete del Regno; e così fu tosto destinato per suo marito l'Infante di Majorica, chiamato Giacomo d'Aragona, giovane bello e valoroso; onde parea ch'essendo anche la Regina d'età di 36 anni, si potesse ragionevolmente sperare ch'avessero insieme a far figliuoli, e conchiuso il matrimonio, venne lo sposo sulle Galee in Napoli in quest'anno 1363 e fu da' cittadini ricevuto come Re. Sposò egli la Regina, e da lei fu creato Duca di Calabria: ma l'avversa fortuna del Regno non volle; poichè questo matrimonio fu poco felice, perchè guerreggiando il Re di Majorica con quello d'Aragona suo cugino per lo Contado di Rossiglione, e di Cerritania, volle il nuovo marito della Regina andare a servire il padre in quelle guerre, ove prima fu fatto prigione, e poi riscosso dalla Regina, e tornandovi la seconda volta vi morì. Restò molti anni la Regina in veduità, e governò con tanta prudenza, che acquistò nome della più savia Reina, che sedesse mai in Sede reale; per la qual cosa quasi risoluta di non tentare più la fortuna con altri mariti, cominciò a pensare di stabilirsi successore nel Regno. Si aveva ella allevata in Corte Margarita, figliuola ultima del Duca di Durazzo e di Maria sua sorella; e questa pensò di dare a Carlo di Durazzo con dispensazione appostolica, poichè erano tra di loro fratelli cugini; ma questo suo pensiere fu per qualche tempo impedito, perchè avendo il Re d'Ungaria guerra con i Veneziani, mandò a chiamare Carlo di Durazzo dal Regno di Napoli, che avesse a servirlo in quella guerra. Questi ancor che fosse molto giovane, andò con una fioritissima compagnia di Cavalieri, e servì là molti anni; il che fece stare sospeso l'animo della Regina, sospettando, che nel cuore del Re d'Ungaria fossero rimaste tante reliquie dell'odio antico, che bastassero a far ribellare da lei Carlo; però al fine, come si dirà poi, riuscì pure la deliberazione fatta di tal matrimonio, dal quale per altra via ne seguì la rovina sua.

Ma dall'altra parte, parendo ad ogni uomo di potere agevolmente opprimere una donna, rimasta così sola col peso del governo d'un Regno tanto grande e di sì feroci province, se mancavano ora i Reali di perturbarlo, non mancarono i vicini ed i più potenti Baroni di quello. Fu turbato prima da Ambrosio Visconte figliuolo bastardo di Bernabò Signore di Milano, il quale entrato nel Regno per la via d'Apruzzo con dodicimila cavalli, ed occupate per forza alcune Terre di quelle contrade, camminava innanzi con incredibile danno e spavento; ma la Regina con quel suo animo virile e generoso, tosto lo represse, poichè unite come poté meglio sue truppe, sconfisse l'esercito nemico, e liberò il Regno da tale invasione.

Questa vittoria diede grand'allegrezza alla Regina, la quale trovandosi ora nel più quieto stato volle andare a visitare gli Stati di Provenza e gli altri che possedeva in Francia, ed andò principalmente in Avignone a visitare il Papa Urbano V, che ad Innocenzio VI, successor di Clemente, era succeduto; dal quale fu benignissimamente accolta e con grandissimo onore[198]. Poi essendo stata alcuni mesi a visitare tutti que' Popoli, e da loro amorevolmente presentata, se ne ritornò in Napoli molto contenta, per aversi lasciato il Papa benevolo ed amico.

Giunta in Napoli mandò in effetto il matrimonio di Carlo di Durazzo con Margarita sua nipote, mostrando a tutti intenzione di voler lasciare a loro, il Regno dopo la sua morte; ma non per questo Carlo di Durazzo lasciò il servizio del Re d'Ungaria, anzi con buona licenza e volontà della Regina tornò nella Primavera di quest'anno 1370 a servire quel Re contro i Veneziani, lasciando Margarita con una fanciulla di circa sei mesi chiamata Maria, come l'avola materna, e lei gravida, la quale nel principio del seguente anno partorì un'altra figliuola chiamata Giovanna, come la Regina sua zia, che poi, come diremo, fu Regina di Napoli.

Ma mentre il Regno stava per rifarsi, avendo tregua dall'invasioni esterne, fu tutto sconvolto per una guerra intestina, che fu cagione di molti mali; perocchè essendo spenti tutti gli altri Reali, rimase grandissimo Signore Francesco del Balzo Duca d'Andria, perchè, come si disse, colla morte di Filippo Principe di Taranto suo cognato, ch'avea lasciato erede Giacomo del Balzo suo figliuolo, come tutore di lui, possedeva una grandissima Signoria, e per questo era divenuto formidabile a tutti i Baroni del Regno: onde pretendendo, che la città di Matera appartenesse al Principato di Taranto, la quale era posseduta allora da un Conte di Casa Sanseverino, andò con genti armate, e la tolse di fatto a quel Cavaliero, minacciando ancora di torgli alcune altre Terre convicine. Per questo insulto i Sanseverineschi, che per numero di Personaggi e di Stato erano i più potenti Baroni del Regno, ebbero ricorso alla Regina, la quale subito mandò al Duca a dirgli, che si contentasse di porre la cosa in mano d'arbitri, ch'ella eleggerebbe non sospetti, e non volesse mostrare far tanto poco conto di lei. Ma il Duca rifiutando ogni partito, volle persistere nella sua pertinacia di voler la Terra per forza, onde la Regina dopo aver chiamati tutti i parenti del Duca ed adoperati più mezzi, desiderosa di tentare ogni cosa, prima che venire ad usare i termini della giustizia, poichè vide l'ostinazione del Duca, comandò, che fosse citato; e continuando il Duca nella solita contumacia, volle ella un dì a ciò deputato, sedere in sedia reale con tutto il Consiglio attorno, e profferire la sentenza contro del Duca come ribelle: fatto questo, ordinò a' Sanseverineschi, che dovessero andare ad occupare, non solo la Terra a lor tolta, ma quante Terre avea in Puglia il Duca in nome del Fisco reale, come giustamente ricadute alla Corona per la notoria ribellione di lui. Bisognò contrastar lungamente per debellare il Duca, il quale s'era posto in difesa; finalmente gli fu forza, debellato che fu, fuggirsene dal Regno, onde la Regina avendo occupati tutti i suoi Stati, ed essendosi a lei rese Tiano e Sessa, per rifarsi della spesa, che avea fatta in questa guerra, vendè Sessa a Tommaso di Marzano Conte di Squillaci per venticinquemila ducati, e Tiano per tredicimila a Goffredo di Marzano Conte d'Alifi; ma a Tommaso concesse il titolo di Duca sopra Sessa, e fu il secondo Duca nel Regno dopo quello d'Andria. Mandò ancora a pigliar la possessione del Principato di Taranto perchè il picciolo Principe, dopo la fuga del padre, s'era ricovrato in Grecia, dove possedeva alcune terre.

Ma non si ristette il Duca d'Andria di tentar nuove imprese; poichè essendo ad Urbano succeduto Gregorio XI suo parente, ebbe ricorso a costui, dal quale fu bene accolto, e parte con danari ch'ebbe da lui sotto spezie di sussidio, parte con alcuni, che n'ebbe dalle Terre, ch'egli possedeva in Provenza, se ne ritornò in Italia, dove se gli offerse gran comodità di molestare il Regno e la Regina, perchè trovandosi allora Italia universalmente in pace, molti Capitani di ventura oltramontani stavano senza soldo, tal ch'ebbe poca fatica con quella moneta che avea raccolta, ma con assai più promesse a condurgli nel Regno. Entrovvi egli con tredicimila persone da piedi e da cavallo, e con grandissima celerità giunse prima a Capua, che la Regina avesse tempo di fare provisione alcuna; onde non solo tutto il Regno fu posto in iscompiglio, ma la città di Napoli istessa in grandissimo timore e sospetto; contuttociò la Regina ch'era da tutti amata e riverita, si provide ben tosto per la difesa, e già s'apparecchiava di far la massa dell'esercito a Nola, quando il Duca avvicinandosi ad Aversa, andò a visitare Raimondo del Balzo suo zio carnale Gran Camerario del Regno, persona, e per l'età, e per la bontà venerabile e di grandissima autorità, il quale stava in un suo casale detto Casaluce. Questo grand'uomo, tosto che vide il Nipote, cominciò ad alta voce a riprenderlo e ad esortarlo, che non volesse essere insieme la ruina, e 'l vituperio di Casa del Balzo, con seguire un'impresa tanto folle ed ingiusta: perchè bene avea inteso, che le genti ch'egli conducea seco, erano ben molte di numero, ma pochissime di valore, nè potrebbe mancare che non fossero sconfitte dalle forze della Regina, e di tutto il Baronaggio del Regno, al quale egli era venuto in odio per la superbia sua insopportabile. Il Duca sbigottito, e pien di scorno alle parole del buon vecchio, non seppe altro che replicare, se non che quel che facea era tutto per riavere lo Stato suo, il quale non si potea altrimenti per lui recuperare, per molto che esso avesse pentimento della ribellione. Replicogli il zio, che questa via che avea pigliata, non era buona, anzi gli averia più tolta la speranza di ricovrare lo Stato per sempre, e che 'l meglio era cedere, e cercare, con intercessione del Papa, di placare l'animo della Regina. Valse tanto l'autorità di quello uomo, che 'l Duca vinto da quelle ragioni, prese subito la via di Puglia con le genti che avea condotte, sotto scusa di volere ricovrare le Terre di quella provincia; e come fu giunto alla campagna d'Andria proccurò, che gli fosse posto in ordine un naviglio, in cui, disceso alla marina, s'imbarcò, e ritornò in Provenza a ritrovare il Papa. Le genti, che avea condotte, trovandosi deluse, si volsero a saccheggiare alcune terre picciole, per indurre la Regina ad onesti patti; e perch'ella desiderava molto la quiete, patteggiò con loro, ch'uscissero fuor del Regno, pigliandosi sessantamila fiorini. Queste cose fur fatte fin all'anno 1375, nel qual morì Raimondo del Balzo Gran Camerario, lasciando di se ornatissima fama; la Regina ebbe gran dispiacere della perdita di un Baron tale, e creò in suo luogo Gran Camerario Giacomo Arcucci Signore della Cirignola.

La Regina in questi tempi, o che le fosse venuto in sospetto il troppo amore di Carlo di Durazzo verso il Re d'Ungaria, e che temesse di quel che poi successe, o che fosse istigata dal suo Consiglio per vedersi così sola a dover sempre combattere a' continui moti del Regno: determinò di togliere marito, perchè, ancora ch'ella fosse in età d'anni quarantasei, era sì fresca, che dimostrava molta attitudine di far figli: tolse dunque per marito Ottone Duca di Brunsuic, Principe dell'Imperio e di linea imperiale, Signor prudente e valoroso[199], e d'età conveniente alla sua e volle per patto che non s'avesse da chiamare Re, per riservar forse a Carlo di Durazzo la speranza della successione del Regno. Venne Ottone nel dì dell'Annunziata del seguente anno 1376 ed entrò in Napoli guidato sotto il Pallio per tutta la città con grandissimo onore sino al Castel Nuovo dov'era la Regina, ed ivi per molti giorni si ferono feste reali.

Questo matrimonio dispiacque assai a Margarita di Durazzo, la quale nel medesimo tempo avea partorito un figliuol maschio, che fu poi Re Ladislao, ed ella se ben credea per certo, che dalla Regina non fossero nati figliuoli, tuttavia dubitava, che introducendosi Ottone nel Regno con gente tedesca, si sarebbe talmente impadronito delle fortezze e di tutto il Regno, che sarebbe stato malagevole cacciarlo, ed ella ed il marito ne sarebbero rimasti esclusi. Ma la Regina con molta prudenza stette ferma in non volere dare il titolo di Re al marito, riserbandolo, se la volontà di Dio fosse stata di dargli alcun figliuolo; e sempre nel parlare dava segno di tenere cura, che 'l Regno rimanesse nella linea mascolina del Re Carlo II. E per mostrar amorevolezza e rispetto al marito gli fece donazione di tutto lo Stato del Principe di Taranto, ricaduto a lei per la ribellione di Giacomo del Balzo figliuolo del Duca d'Andria, il quale Stato era mezzo Regno. Dopo queste nozze si visse due anni nel Regno quietamente, e la Regina diede secondo marito a Giovanna dì Durazzo, sua nipote primogenita del Duca di Durazzo e della Duchessa Maria sua sorella, il quale fu Roberto Conte d'Artois figliuolo del Conte d'Arras.

CAPITOLO IV. Dello Scisma de' Papi di Roma e quelli d'Avignone.

Negli anni seguenti, si vide il Regno in maggiori confusioni e disordini per quel famoso scisma che nacque, e che durò poi fin al Concilio di Costanza. Avea Papa Gregorio XI trasferita la Sede Appostolica da Avignone, ov'era stata da Clemente V sin dall'anno 1305 traslatata, e dimorata settantadue anni, in Roma, ov'egli giunse il dì 17 di gennajo di questo nuovo anno 1377. Quivi egli morì a' 27 marzo del seguente anno 1378. I Romani, i quali in tanto tempo che la Sede Appostolica era stata in Francia, aveano patito infinito danno, vollero servirsi della occasione di ristabilire nella lor città la Corte del Papa, proccurando che dovesse eleggersi un Romano, o per lo meno un nativo d'Italia; all'incontro vedendo che in Roma non v'erano allora più che sedici Cardinali, de quali v'erano dodici oltramontani e quattro soli Italiani, dubitarono, e con ragione, ch'essendo maggiore il numero de' primi, non era verisimile che la pluralità de suffragi per l'elezione del Papa fosse in favore d'un Italiano; e per questo levato un tumulto, presero l'armi, e quando i Cardinali furono entrati in Conclave il dì 5 aprile di quest'anno 1378 concorsa ivi una moltitudine di Popolo, circondò il palazzo, e cominciò a gridare, Romano lo vogliamo. Questo grido durò tutta la notte: il giorno seguente il Popolo essendosi di nuovo adunato in maggior numero, andò con furia maggiore al Conclave, minacciando di rompere le porte, e di tagliare a pezzi i Cardinali franzesi, se non eleggevano un Papa, che fosse romano o almeno d'Italia. I Cardinali intimoriti lo promisero al Popolo, ma con protesta fra loro, che ciò sarebbe seguito per la violenza, che loro si faceva, non già che l'elezione in futuro dovesse valere. In fatti elessero tumultuariamente persona fuori del Collegio de' Cardinali, che per la sua poca abilità, potesse esser con facilità cacciata dal Papato. Questi fu Bartolommeo Prignano Arcivescovo di Bari, nato in Napoli, secondo Panvinio, da vili parenti; ma il nostro Giovanni Villani[200], e Teodorico di Niem[201], dicono esser nato nel castello d'Itri del Contado di Fondi[202]. Visse quasi sempre in Francia appresso la Corte del Papa nella Cancelleria Appostolica, indi fatto Arcivescovo d'Acerenza, passò poi a quello di Bari. Essendosi sparsa in Roma la voce, che l'Arcivescovo di Bari era stato eletto, il Popolo confondendolo con Giovanni di Bar francese, cameriere maggiore del Papa defunto, cominciò di nuovo le sue violenze. Il Cardinal di S. Pietro comparì alla finestra del Conclave per placare il tumulto, e molti vedendolo dissero: questi è il Cardinal di S. Pietro: subito il popolaccio credette, che quegli fosse il Cardinale ch'era stato eletto, e si pose a gridare, viva, viva S. Pietro. Alquanto da poi il Popolo ruppe le porte del Conclave, arrestò i Cardinali, e rubò i loro mobili, domandando sempre un Cardinal romano: alcuni domestici de' Cardinali avendo loro detto, non avete voi il Cardinale di S. Pietro? eglino lo presero, lo vestirono degli abiti Pontificali, lo posero su l'Altare, ed andarono all'adorazione, benchè gridasse, che egli non era Papa, ed esserlo non voleva. I Cardinali durarono molta fatica a salvarsi, chi nelle lor case, chi nel castello di S. Angelo. L'Arcivescovo di Bari divenuto in un tratto superbo ed austero e molto astuto, conoscendo l'intenzione de' Cardinali, si fece subito il giorno seguente acclamare da alcuni Cardinali, violentati a farlo da' Magistrati. Egli prese il nome d'Urbano VI e scrisse a tutti i Cristiani, notificando loro l'elezione fatta, e tenne per lo principio molto a freno i Cardinali, dubitando di quel che poi successe, cioè, che avrebbero pensato a cacciarlo dal Papato[203]. Dall'altra parte i Cardinali, ancorchè pubblicamente fossero stati costretti a riconoscerlo, scrissero però segretamente al Re di Francia, ed agli altri Principi cristiani, che l'elezione era nulla, e che non era stata lor intenzione, che e' fosse riconosciuto per Papa; e poco da poi sotto pretesto di fuggire i calori della state, i dodici Cardinali oltramontani uscirono l'un dopo l'altro da Roma nel mese di maggio, e si portarono in Anagni. Ma il Cardinale Ursino fratello del Conte di Nola, sotto scusa di venire a visitare i parenti nel Regno, impetrò da Urbano licenza, e venne a trovar la Regina; e su la certa credenza che i Cardinali avrebbero rivocata l'elezione, cominciò a pregarla, che in tal caso avesse voluto intercedere coi Cardinali provenzali, che avendosi da fare nuova elezione per soddisfazione del Popolo Romano, avessero creato lui.

La Regina, come donna savia e prudente, non si volle muovere per le richieste del Cardinale, anzi mandò a Roma Niccolò Spinelli di Napoli, ma di patria di Giovenazzo, quel nostro famoso Dottor di leggi Conte di Gioja, e Gran Cancelliero del Regno, a rallegrarsi con Urbano della sua elezione ed a dargli ubbidienza. Ma questo risalito Papa mostrò fare tanto poco conto di quest'ufficio della Regina, e della persona del Gran Cancelliere, trattandolo incivilmente[204], che questi che 'l conosceva nella vita privata per uomo di basso affare, e giudicandolo indegno del Papato per la natura ritrosa, se ne venne tanto mal soddisfatto di lui che si crede, che da quella ora pensò d'essere ministro della nuova elezione d'un altro Papa. A questo s'aggiunse che pochi dì da poi, essendo andato il Principe Ottone in Roma a visitarlo, alcuni dicono per avere l'investitura del Regno[205], altri per supplicarlo, ch'essendo restato il Regno di Sicilia per successione in man di donna, avesse fatta opera che quella fosse data per moglie al Duca Baldassarre di Brunsuich suo fratello; ma sia che si voglia, è cosa certissima, che non solo dal Papa non potè ottenere cosa che volle, ma fu anche mal veduto, e trattato poco onorevolmente: narrando Teodorico di Niem[206], che fu Segretario d'Urbano, che Ottone trovandosi col Papa quando era a pranzo, ed essendogli dato il bicchiere per dargli a bere, come è costume, il Papa, fingendo di ragionare d'altri negozj, il fece stare inginocchiato un gran pezzo senza bere, finchè uno dei Cardinali, che aveva maggior confidenza con lui, gli disse, Padre Santo è tempo che beviate; per la qual cosa il Principe se ne ritornò con molto maggiore scorno di quello ch'ebbe l'Ambasciadore.

Lo stesso Autore[207], e colui, che scrisse la vita d'Urbano, dicono ch'essendo stato più, che fosse mai uomo, avido di voltare tutte le forze del Papato in fare grandi i suoi, avesse pensato dall'ora di trasferire il Regno di Napoli nella persona di Carlo di Durazzo, tenendo per certo poter aver da lui più larghi partiti, e maggiori Signorie nel Regno per Butillo, e Francesco Prignano suoi nipoti che non avrebbe avuti dalla Regina Giovanna e dal Principe Ottone. Il Duca d'Andria che avea seguitato in Roma Papa Gregorio XI con isperanza che l'avesse fatto ricovrar gli Stati, si trovava allora in Roma in bassa fortuna; ed avendo dopo la morte di Gregorio conosciuto l'animo del nuovo Papa, poco amico della Regina, cominciò a trattar con lui, che si chiamasse Carlo di Durazzo all'impresa del Regno, dimostrandogli che agevolmente sarebbe successa felice, perchè già teneva avvisi da Napoli che tutto 'l Regno stava mal soddisfatto, ed in timore di restare sotto il dominio d'Ottone; e per contrario era gran desiderio tra' Baroni, e tra' Nobili Napoletani di vedere Carlo di Durazzo unico germe nel Regno della Casa d'Angiò; tanto più, quantochè nella milizia che avea esercitata in servizio del Re d'Ungaria, era diventato famoso nell'arte della guerra, non meno per valor di persona che di giudizio. Con queste persuasioni gli fu cosa leggiera persuadere al Papa quello, a che egli stava inclinatissimo, e però senza dimora mandò Urbano ad invitar Carlo che stava in Italia nel Trivigiano a guerreggiare con i Veneziani che venisse armato in Roma, perch'egli avea deliberato di privar la Regina Giovanna del Regno, e chiuderla in un Monastero, e dar a lui l'investitura e possessione del Regno[208]. Carlo per lo principio mostrò molta freddezza in accettare l'impresa, perchè dall'una parte lo stringea la pietà della Regina e li beneficj verso di lui, i quali erano meritevoli di gratitudine, e dall'altra la difficoltà di pigliar l'impresa, dubitando che se lasciava il Re d'Ungaria nell'ardore di quella guerra, non avrebbe avuto da lui favore alcuno.

Questa pratica non potè esser tanto secreta che la Regina non n'avesse avviso a Napoli, onde ristretta col suo Consiglio deliberò di provvedervi. Il nostro Giureconsulto Niccolò di Napoli ch'era il primo di valore e d'autorità nel Consiglio, ed era uomo di grande spirito, e portava odio particolare al Papa, propose non esservi altro miglior espediente per divertire il Papa da questa impresa, se non d'incitare i Cardinali a far nuova elezione: alla qual proposta applaudendo Onorato Gaetano Conte di Fondi, molto potente in Campagna di Roma, e che per essere stato Vicario Generale, e Governadore di tutto lo Stato ecclesiastico e di Campagna con grandissima autorità mentre la Sede Appostolica era stata in Francia, desiderava l'assenza della Corte da Italia, per tornare nel medesimo grado: la cosa fu subito conchiusa, e fu deliberato che si tenesse un Concilio nella città di Fondi. I Cardinali franzesi che si erano portati in Anagni, subito che ivi furono giunti, dichiararono che l'elezione d'Urbano era nulla, come fatta contro lor voglia, e contra il solito stile; onde subito che intesero il trattato fatto in Napoli, vennero tutti a Fondi, dove erano restati in appontamento di ritrovarsi insieme coi tre Cardinali Italiani; ed alfine entrati in Conclave il dì 20 settembre dopo essersi molto maneggiati per far cessare la contesa ch'era sopra l'elezione fra' Cardinali Italiani, dopo aver dichiarata nulla l'elezione d'Urbano, il Cardinal di Fiorenza propose d'eleggere Ruberto Cardinal di Ginevra di Nazione alemanna. Tutti i Cardinali, eccettuati i tre Italiani, gli diedero i loro suffragi[209]; prese egli il nome di Clemente VII e fu coronato il dì 21 del medesimo mese. Era egli fratello d'Amadeo Conte di Ginevra, ed era stato Vescovo di Tervana e poi di Cambray, indi da Gregorio XI era stato creato Cardinale, e di qua cominciò lo scisma. Urbano rimasto solo col Cardinal di Santa Sabina si mantenea nel possesso di Roma, ma il castel di Sant'Angelo stava per Clemente. I Romani l'assediarono, lo presero in fine e lo demolirono. Urbano fece subito nuova elezione di Cardinali, e scrisse a tutti i Principi e Repubbliche de' Cristiani, notificando la rebellione de' Cardinali per loro tristizia, e non già ch'egli non fosse stato legittimamente creato per Vicario di Cristo, e persuadeva ad ogni uno che dovesse tenere il Papa eletto da costoro per Antipapa, e loro tutti per Eretici e Scismatici, e privati d'ogni dignità ed Ordine sacro; divulgando ancora che questa ribellione avea avuta radice nel timore che i Cardinali aveano, per gl'inonesti costumi loro, della riforma ch'egli voleva fare. I Cardinali che egli creò furono la maggior parte Napoletani e di Regno, e tra gli altri Fra Niccolò Caracciolo Domenicano Inquisitore in Sicilia, Filippo Carafa Vescovo di Bologna; Guglielmo da Capua, Gentile di Sangro, Stefano Sanseverino, Marino del Giudice di Amalfi Arcivescovo di Taranto e Camerlengo della Sede Appostolica, e Francesco Prignano suo nipote; e per aver maggior parte in Napoli e nel Regno, conferì a loro, e ad altri loro aderenti tutte le chiese principali ed altre dignità ecclesiastiche nel Regno. In oltre per porre la città di Napoli in divisione, privò Bernardo di Montoro Borgognone dell'Arcivescovado di Napoli, e lo conferì all'Abate Bozzuto Gentiluomo di molta autorità, e di gran parentado nella città[210]; e per ultimo per mezzo del medesimo Duca d'Andria, mandò a chiamare Carlo di Durazzo, che a quel tempo si trovava nel Friuli. Carlo a questa seconda chiamata non fu sì renitente, come alla prima, perchè avea già avuto avviso da Napoli, che la Regina avendo preso sospetto di lui faceva grandi favori a Roberto di Artois, che era marito della sorella primogenita di Margarita, tal che entrato in gelosia, promise al Duca di venire, purchè si trattasse dal Papa, ch'il Re d'Ungaria gli desse buona licenza, e qualche favore ed aiuto, perchè da se non aveva altre forze che circa 100 cavalli napoletani che l'aveano sempre servito in quella guerra, ed intanto s'apparecchiava per venire in Roma, aspettando l'avviso del Re d'Ungaria.

Avendo in cotal guisa Urbano posta in divisione la città di Napoli ove meno sperava, tirò al suo partito molte altre province e Regni. Quasi tutte le città di Toscana e di Lombardia, insieme co' Romani, riconoscevano lui per Papa. L'Alemagna e la Boemia stette nel suo partito. Lodovico Re d'Ungaria pure lo riconobbe: la Polonia, la Prussia, la Danimarca, la Svezia e la Norvegia seguirono l'esempio dell'Alemagna, ed in Inghilterra, essendo stati uditi i deputati de' due contendenti nel Parlamento, fu approvata l'elezione d'Urbano e rigettata quella di Clemente.

Dall'altra parte Papa Clemente era riconosciuto nella Francia, nella Scozia, in Lorena, in Savoia e nella Spagna, la quale quantunque prima stesse per Urbano, si dichiarò poi per Clemente; ma sopra tutti era riconosciuto e favorito dalla nostra regina Giovanna, la quale, partito che fu Clemente di Fondi, ed andato a Gaeta, e di là venuto a Napoli, lo ricevè con grandissimo apparato nel castello dell'Uovo, e per fargli onore gli fece far un ponte in mare di notabile lunghezza, dove egli venne a smontare. La Regina con tutti quei, che erano andati ad incontrarlo, si ridusse sotto l'arco grande del castello, il quale era adornato di ricchissimi drappi, ed ivi collocarono la sede pontificale nel modo solito, dove subito che fu Clemente assiso, la Regina col Principe Ottone suo marito andò a baciargli il piede, ed appresso Roberto d'Artois con la Duchessa di Durazzo sua moglie, dopo andò Agnesa, ch'era vedova, poichè fu già moglie del Signor di Verona, ed erasi ritirata in Napoli, e per ultimo Margarita sua sorella, moglie di Carlo di Durazzo, che si trovava in Napoli; seguì appresso a baciargli il piede un gran numero di Cavalieri e Baroni, e donne, e damigelle leggiadramente vestite; poi saliti su al castello, il Papa fu realmente alloggiato con tutti i Cardinali, e stettero alcuni dì in continui conviti e feste, ed a richiesta della Regina creò Cardinale Lionardo di Gifoni generale de' Frati Minori.

Ma mentre duravano queste feste nel castel dell'Uovo, il popolo Napoletano, che forse sarebbe stato quieto, se avesse visto, che la Regina con maggior sicurtà avesse ricevuto il Papa nella città, e fatto partecipare di queste feste la plebe avida di nuovi spettacoli; parendo a molti di natura sediziosi, che la Regina, come consapevole dell'error suo, non ardisse di fare quella festa in pubblico, cominciò a mormorare contra di lei, che per mal consiglio de' suoi Ministri, istigati da lor proprie passioni, volesse favorire un Antipapa di nazione straniero e nutrire uno scisma, con tanto scandalo di tutto il Mondo, contra la Sede Appostolica, sempre fautrice sua e de' suoi progenitori e contra un Papa napoletano, dal quale in universale, ed in particolare tutti potevano sperare onori e beneficj; e come è costume del vulgo, in ogni parte si parlava dissolutamente e con poco rispetto; ed un di que' giorni avvenne, che un artegiano alla piazza della Sellaria parlando licenziosamente contra la Regina, fu ripreso da Andrea Ravignano nobile di Porta Nova; ma persistendo colui in dire peggio che prima, Andrea gli spinse il cavallo sopra e lo percosse in un occhio, di cui restò cieco, onde quelli della strada mossi in grandissimo tumulto presero l'armi; e nel medesimo tempo dalla piazza della Scalesia si mosse un sarto chiamato il Brigante, nipote dell'artegiano offeso, uomo sedizioso ed insolente, il quale trovando gli animi degli altri sollevati, e raccolto un gran numero di popolo minuto, alzò le voci gridando: viva Papa Urbano: e seguito da tutti quelli, scorse per le parti basse della città, saccheggiando le case degli Oltramontani che vi abitavano. Allora l'abate Luigi Bozzuto, che, come si è detto, era stato creato da Papa Urbano, Arcivescovo di Napoli, e che per timore della Regina stava nascosto nella sua casa, nè avea avuto ardire di prendere il possesso dell'Arcivescovado, uscì fuori e tumultuariamente aiutato dal popolo prese il possesso della chiesa e del palagio Arcivescovile, cacciandone la famiglia dell'Arcivescovo Bernardo[211].

Questo tumulto di Napoli col sacco di tante case, ch'erasi disseminato ne' casali d'attorno, ancorchè fosse stato ripresso da' Nobili e da' gran Popolani, avendo prese l'armi, quietarono il romore e poi corsero al castello, per mostrarsi pronti al servigio della Regina e di Papa Clemente, pose in tanto timore il Papa, che non bastandogli tutto ciò ch'erasi fatto ed offerto da' Nobili, volle tosto imbarcarsi su alcune galee coi suoi Cardinali e gitone prima a Gaeta, di là poi passò ad Avignone, dove restituì la Sede pontificale, ed ivi per molto tempo fu ubbidito non men dalla Francia che dalla Spagna, Scozia, Lorena e Savoia.

La Regina, benchè fosse per questi rumori rimasta assai turbata, nulladimanco usando la solita virilità, confidata nella prontezza de' Nobili, che aveano raffrenato l'ira ed il furore del Popolo, ordinò a Raimondo Ursino figliuolo del Conte di Nola, ed a Stefano Ganga Reggente della Vicaria, che con buona banda di gente uscissero contro i ladroni del contorno, e da poi che n'ebbero tagliati a pezzi un gran numero e molti presi, che furono tenagliati e divisi in quarti entrarono nella città, e per ordine della Regina andarono alle case del Bozzuto, e non ritrovandolo, perocchè era scappato via, avendo veduto, che quei del Popolo aveano deposte l'armi, fecero diroccare le case paterne dell'Arcivescovo nel Seggio di Capuana, e poi fecero dare il guasto alle sue possessioni. Il Brigante con alcuni altri Capi di quel tumulto furono subito tutti insieme appiccati; tanto che il Popolo minuto per lo grandissimo timore conceputo, si stava rinchiuso nelle sue proprie case.

Non guari da poi si vide Napoli posta di nuovo tutta in armi e sconvolgimenti, per cagion d'una gara che in que' tempi passava tra' Nobili delle piazze di Capuana e Nido, con quelle di Portanova, Porto e Montagna, pretendendo que' di Capuana e Nido in vigor di una sentenza, che aveano riportata dal Re Roberto, d'esser preposti così negli atti, come ne' governi delle cose pubbliche a tutti gli altri Nobili dell'altre tre piazze, che per ischerno chiamavano Mediani, quasi che fossero un secondo stato, fra' Nobili ed il Popolo. All'incontro i Nobili de' tre seggi andavan tessendo genealogie delle altre famiglie, dando loro origini pur troppo basse, facendole originarie della costa d'Amalfi, de' Casali intorno e d'altri luoghi più ignobili, dove, a lor dire, i lor congiunti dimoravano esercitando ancora arti meccaniche a vili. Dalle contumelie si venne alle armi, e fu fatta strage grandissima per l'una parte e l'altra, e la città tutta posta in iscompiglio e disordine. La povera Regina, a cui premevano cose di maggior importanza, e che per riparare l'imminente tempesta che le soprastava, avea mandato il principe Ottone a S. Germano, non volle prender allora degli autori del tumulto e degli omicidiali castigo; ma importandole darvi presto riparo, cacciò fuori un indulto, col quale ordinando, che dato giuramento da ambe le parti in mano d'Ugo Sanseverino gran Protonotario del Regno di viver quieti, e di non vicendevolmente offendersi, indultava tutti que' Cavalieri, per le morti e contenzioni precedute, insino che col ritorno del principe Ottone suo marito, non si fossero quelle discordie intieramente terminate. L'indulto, di cui fa anche memoria Pier Vincenti[212] nel suo Teatro dei Protonotari, si legge impresso nella Storia del Summonte[213], e fu sotto li 3 settembre di quest'anno 1380 istromentato nel Castel Nuovo di Napoli, per mano di Facio da Perugia Giureconsulto, Viceprotonotario del Regno.

CAPITOLO V. Carlo di Durazzo è coronato Re da Papa Urbano, che depose la regina Giovanna, la quale adottossi per figliuolo Luigi d'Angiò, fratello di Carlo V Re di Francia. Invade Carlo il Regno, vince Ottone, e fa prigioniera la Regina, fatta poi da lui morire.

Intanto Margarita di Durazzo, sentendo per secreti avvisi, che il marito avea avuta già licenza dal Re di Ungaria, e che s'apparecchiava di venire in Roma, chiese commiato alla Regina, con dire che voleva andare nel Friuli a trovar suo marito; e la Regina, o che fosse per magnanimità, o perchè non sapesse certo l'intento di Carlo di venire contra lei, o per non volere provocarlo, le diede buona licenza e la mandò onorevolmente accompagnata: del che certamente dovette più d'una volta pentirsi, avendo potuto ritener lei, ed i due figliuoli Ladislao e Giovanna, che ambedue poi regnarono, e servirsene per ostaggi ne' casi avversi, che da poi le occorsero.

Carlo avuta licenza dal Re d'Ungaria, era finalmente giunto a Roma, ove avidamente fu accolto da Urbano. Avea questo Pontefice sin da luglio del passato anno 1379 pubblicata la sua Bolla[214], colla quale dichiarò scomunicata, scismatica e maladetta la regina Giovanna, privandola del Regno e di tutti i beni e feudi, che teneva dalla Chiesa romana e dall'Imperio, e da qualsivoglia altre Chiese e persone ecclesiastiche, con assolvere i suoi vassalli dal giuramento di fedeltà, e che più non l'ubbidissero[215]; onde giunto che fu Carlo in Roma, gli diede a primo giugno di questo anno 1381 l'investitura del Regno con ispedirgliene Bolla, e fu in Roma dichiarato Re di Napoli e di Gerusalemme, e quivi unto da lui ed incoronato[216].

(Presso Lunig[217] si leggono le lettere di Papa Urbano VI spedite in Roma nel 1381, colle quali dalla regina Giovanna trasferisce il Regno in Carlo Duca di Durazzo. E nella pag. 1150 si legge il diploma di Carlo, spedito nel suddetto anno, dove ricevè l'investitura datagli dal Papa, prestandogli giuramento di fideltà, e si obbliga a tutte quelle leggi e condizioni, contenute nell'investitura data da Clemente IV al Re Carlo I d'Angiò).

Co' denari ch'ebbe Carlo dal Re d'Ungaria soldò molta gente; ma il Papa non volle che partisse da Roma, se prima non desse il privilegio dell'investitura del principato di Capua e di molte altre terre a Butillo Prignano suo nipote. Urbano avuta l'investitura per suo nipote, mandò tosto a chiamare il conte Alberico Barbiano, che era allora in Italia Capitano di ventura, sotto il di cui stendardo teneva arrolata una gran compagnia di gente d'arme, e soldò questo Capitano con le sue truppe, che l'unì a quelle di Carlo; e volle anche, che con lui andasse per Legato appostolico il Cardinal di Sangro, sperando con l'acquisto del Regno avere gran parte di quello per gli altri parenti suoi.

Dall'altra parte la Regina accertata della coronazione di Carlo, mandò subito per Ottone suo marito che si trovava in Taranto, e fece chiamare al solito servigio tutti i Baroni del Regno; e chiamati gli eletti della città, pubblicò la venuta del nemico ed ottenne dalla città una picciola sovvenzione per porre in ordine e pagare le genti, che avea condotte da Puglia il principe Ottone. Ma si avvide in questa occasione, che i partegiani di Carlo eran molti nel Regno, e che le tante case principali, ingrandite e magnificate da Papa Urbano, le ostavano, e conobbe tardi non aver ella dato il conveniente antidoto all'artificio del Papa che sarebbe stato, quando Clemente fu in Napoli, fargli creare una quantità di Cardinali napoletani e del Regno, che avessero tenuta la parte sua, e non contentarsi di far solo Cardinale un Frate, da cui niente potea sperarsi. Venuta per ciò in diffidanza di potersi mantenere con que' presidj che avea, prese un espediente, che riuscì pur troppo funesto e lagrimevole per questo Reame, e che fu cagione di tante sue revoluzioni e calamità, che sostenne non meno che per due secoli seguenti[218]; poichè mandò il Conte di Caserta in Francia a dimandare aiuto al re Giovanni I di Francia, e per più incitarlo mandò procura d'adozione in uno de' figliuoli del Re, Duca d'Angiò, chiamato Luigi fratello di Carlo V Re di Francia successor di Giovanni, promettendo di farlo suo erede e legittimo successore del Regno e degli altri Stati suoi; ed ordinò al Conte, che procurasse in questa adozione il consenso del Papa Clemente; dal quale da poi a' 30 maggio del 1381 fu spedita Bolla, colla quale davasi l'investitura del Regno a Luigi ed alla regina Giovanna, cioè a costei mentre vivea, e a Luigi in perpetuo[219]; mandò anco in Provenza, ove tenea dieci galee, comandando, che s'armassero subito e venissero in Napoli, acciò ch'ella negli estremi bisogni avesse potuto usare il rimedio, che l'era ben succeduto nell'invasione del Re d'Ungaria.

(L'Istromento di questa adozione si legge presso Lunig[220], si legge il diploma della Regina Giovanna, col quale a Luigi d'Angiò, suo figliuolo adottivo, concede il titolo e le ragioni di Duca di Puglia. Parimente poco giù[221] si legge la Bolla di Clemente VII colla quale conferma l'adozione suddetta. È ben degno da riflettere ed ammirare il nuovo spettacolo, che ci presenta questo scisma, tra Papa Urbano e Clemente, dando un Papa per Re a Napoli Carlo di Durazzo, ed un altro Luigi d'Angiò fratello di Carlo V Re di Francia; ma ciò che merita maggior riflessione come cosa ben singolare e nuova si è, che Clemente VII per maggiormente interessar Luigi a' danni di Urbano, ed opporgli un Principe, che avesse un nuovo titolo di scacciarlo dallo Stato istesso della Chiesa romana, posseduto allora da Urbano, non ebbe difficoltà con sua Bolla d'ergere lo Stato romano in Regno, che chiamollo, Regnum Adriae, ed investirne Luigi, e suoi eredi, e successori. Questo nuovo Regno era composto di tali province, come si legge nella Bolla sud. §. 3. Videlicet, Provincias Marchiae Anconitanae, Romandiolae, Ducatus Spoletani, Massae Trabari nec non Civitates Bononiam, Ferrariam, Ravennam, Perusiam, Tudertum, cum eorum omnibus Comitatibus, territoriis et districtibus, et omnes alias et singulas terras, quas ad praesens habere debemus, per quoscumque et quacumque auctoritate possideantur, seu detineantur ad praesens, exceptis, dumtaxat, urbe Roma cum ejus districtu, et Provinciis Patrimonii S. Petri in Tuscia, Campania, et Maritima, ac Sabina, seu Rectoratibus dictarum Provinciarum (per Rectores regi solitis) quae terrae specialium commissionum vocantur, nostrisque successoribus, et Romanae Ecclesiae, expresse et specialiter retinemus, in unum Regnum erigimus ipsas provincias, et Civitates cum earum comitatibus, districtibus seu territoriis, dignitate Regia decoramus, ac Regnum Adriae ordinamus, statuimus, et decernimus perpetuo nuncupari. Di questo Regno ne fu investito Luigi, creandolo Re d'Adria, regolando Clemente i gradi, il sesso e l'ordine della successione, per tutti i suoi posteri e discendenti. Questa Bolla fu spedita in Aprile del 1382 primo anno del suo Pontificato in Sperlonga della diocesi di Gatta, ove Papa Clemente allor dimorava, la qual ebbe dalla Regina Giovanna per suo asilo, e ricovro. Giovanni Ludewig, come monumento molto singolare, tratta dal Codice di Leibnizio, part. 1 Codicis jurisgentium n. 106 pag. 239 volle anch'egli imprimerla tra le sue Opere Miscelle, Tom. 1 lib. 1. Opus. 1. Cap. 4 §. 6. pag. 108 della quale non si dimenticò Lunig, il qual pure tutta intera l'inserì nel suo Codice Dipl. Ital. Tom. 2 pag. 1167).

Questa deliberazione della Regina alienò gli animi di molti dalla fede e dalla benivolenza di lei; perchè sebbene in generale l'amavano grandemente, quando seppero l'andata del Conte di Caserta in Francia, ed il proposito della Regina, desideravano molto più avere per loro Signore Carlo di Durazzo, nato ed allevato in Regno, e congiunto di sangue a molti Signori Baroni principali del Regno, che vedere introdotto un nuovo Signore franzese al dominio di quello, il quale conducendo seco nuove genti oltramontane, pareva obbligato d'arricchirle degli Stati e delle facoltà de' Regnicoli. Quindi avvenne, che andando Ottone Principe di Taranto a San Germano, per opponersi a Carlo, che veniva per quella strada, fu seguìto da pochissimi Baroni, tal che senza vedere il nemico, fu costretto d'abbandonare il passo, e si ritrasse con tutti i suoi in Arienzo. Ma Carlo non volle per la via dritta andare in Napoli, giudicando assai meglio d'andare a trovare il nemico, con disegno, che rompendolo in campagna, avrebbe in un solo dì finita la guerra; ed andò a quest'effetto a Cimitino vicino Nola, ove dal Conte di Nola fu visitato, e ricevuto come Re. Il Principe Ottone mutando alloggiamento, si pose fra Cancello e Maddaloni, e benchè Carlo andasse co' suoi in ordinanza a presentargli la battaglia, non volle mai uscire dal campo; ma per la via d'Acerra, e del Salice si ritirò verso Napoli; e Carlo por la via tra Marigliano e Somma s'avviò pur verso Napoli, tal che a' 16 Luglio di quest'anno 1381 a 15 ore, giunse con tutto il suo esercito al Ponte del Selieto fuori la Porta del Mercato, nel medesimo tempo, che il Principe era giunto fuori Porta Capuana, e s'era accampato a Casanova. Erano questi due eserciti tanto vicini, che gli uni si discerneano dagli altri: nel Campo di Carlo era il Cardinal di Sangro Legato appostolico, il Conte Alberico Capitan Generale delle genti del Papa, il Duca d'Andria, il Nipote del Papa, che s'intitolava Principe di Capua, Giannotto Protogiudice, che per la sua gran virtù ed esperienza nell'armi, era stato creato da lui Gran Contestabile del Regno, Roberto Orsino figliuolo primogenito del Conte di Nola, e moltissimi altri Baroni e Cavalieri Napoletani[222], ed altra gente avventuriera: il Campo del Principe non avea tanti Baroni, ma gran quantità di gentiluomini privati napoletani, e molti altri di manco nome, perchè gli altri di maggior autorità, volle la Regina, che rimanessero in Napoli. Stettero i due eserciti per tre ore di spazio, aspettando l'uno qualche moto dell'altro, perchè Carlo allora stava sospeso, dubitando della volontà del Popolo di Napoli, la quale quando fosse stata inclinata alla fede della Regina, non era sicuro per lui d'attaccar fatto d'arme: ma quando s'intese, che nella città vi era grandissima confusione, perchè era divisa in tre opinioni, l'una voleva lui per Re, l'altra volea gridare il nome del Papa, e l'altra tenea la parte della Regina: allora si mossero due Cavalieri napoletani, Palamede Bozzuto, e Martuccio Ajes Capitani di Cavalli colle loro compagnie, e guidati da alcuni di quelli, ch'erano usciti fuori la città, si posero dalla banda del mare a passare a guazzo, ed entrarono per la porta della Conceria, la quale per la fidanza, che s'avea, ch'era battuta dal mare, non era nè serrata, nè avea guardia alcuna, e di là entrati levarono romore al mercato con gran grido, dicendo viva Re Carlo di Durazzo e Papa Urbano, e seguiti da quelli, ch'erano nel mercato, facilmente ributtarono quei, ch'erano dalla parte della Regina, che tutti si ritirarono nel castello, e si voltarono ad aprire la porta del mercato, per la quale entrò Carlo con tutto il suo esercito, e posto buon presidio di gente a quella Porta, andò alla Porta capuana, dove similmente vi pose buona guardia, e mandò a guardare anco quella di S. Gennajo, ed egli andò a Nido, e fece fermare il campo a S. Chiara, onde potea vietare l'entrata ai nemici per la Porta Donnorso e per la Porta Reale. Il Principe Ottone, poichè s'avvide la Cavalleria di Carlo esser entrata nella città, si mosse colle sue genti per dar sopra la retroguardia de' nemici; ma trovate chiuse le Porte se ne ritornò quella medesima sera con le sue genti a Sicciano villa appresso Marigliano.

Carlo il dì seguente pose l'assedio al Castel Nuovo, dove oltre li due nepoti della Regina, cioè la Duchessa di Durazzo, con Roberto d'Artois suo marito, erano concorse quasi tutte le più nobili donne della città, che per essere state semplicemente affezionate della Regina, dubitavano esser maltrattate; vi era ancora grandissima quantità di Nobili d'ogni età con le loro famiglie, i quali furono cagione di più presta rovina, perchè parte per benignità, parte per la speranza che la Regina avea, che le galee di Provenza venissero presto, furono tutti ricevuti, e nudriti di quella vittovaglia, ch'era nel castello, la quale avrebbe forse bastato per sei mesi a' soldati, che la guardavano, e si consumò in un mese. Durante quest'assedio il Principe, che cercava ogni via di soccorrer la moglie, ritornò alle Paludi di Napoli, tentando, che Re Carlo uscisse fuori a far fatto d'arme; ma i Capitani non vollero, che si movesse, ma che il corpo dell'esercito attendesse a guardar la città, e tener stretto il castello, dove sapeano, ch'era ridotta tanta gente, che in breve sarebbe stretta per fame a rendersi; onde il Principe vedendo, che niente giovavano i suoi tentativi, si ritirò in Aversa.

Intanto la Regina cominciava a patire necessità di vettovaglie, e non avea altra speranza, che nella venuta delle galee, con le quali disegnava non solo di salvarsi, ma con la presenza sua commovere il Re di Francia, ed il Papa Clemente a darle maggiori ajuti, per potere tornar poi, ed acquistare la vittoria insieme col figlio adottivo. Ma non vedendosi le galee, ed essendo venuto il castello in estrema penuria di viveri, la Regina mandò a' 20 agosto il Gran Protonotario del Regno Ugo Sanseverino a patteggiare con Re Carlo, ed a trattare per alcun tempo tregua, o alcuna specie d'accordo. Il Re ch'avea tutta la speranza nella necessità della Regina, benchè avesse accolto il Sanseverino con grande onore, perchè gli era parente, non però volle concedere maggior dilazione, che di cinque giorni, tra' quali se il Principe non veniva a soccorrere il castello e liberarlo dall'assedio, avesse la Regina a rendersi nelle mani sue; ed essendo partito con questa conclusione il Sanseverino, mandò appresso a lui nel castello alcuni servidori a presentare alla Regina polli, frutti, ed altre cose da vivere, e comandò, che ogni giorno le fosse mandato quel ch'ella comandava per la tavola sua, credendo con questo indurla a rendersi con più pazienza; anzi mandò a visitarla ed a scusarsi, che egli l'avea tenuta semplicemente per Regina, e così era per tenerla e riverirla; che non si sarebbe mosso a pigliare il Regno con l'armi in mano, ma avrebbe aspettato di riceverlo per eredità, o per beneficio di lei, se non avesse veduto, che il Principe suo marito, oltre di tenere fortificate tante Terre importanti del Principato di Taranto, nudriva appresso di se un potente esercito; onde si vedea chiaramente, ch'avrebbe potuto occuparne il Regno, o privarne lui unico germe della linea del Re Carlo I, e che per questo egli era venuto più per assicurarsi del Principe, che per togliere lei dalla sedia Reale, nella quale più tosto voleva mantenerla. La regina mostrò ringraziarlo, ma nell'istesso punto mandò a sollecitare il Principe, che infra i cinque dì l'avesse soccorsa; passarono i 24 del mese; e la mattina seguente, che fu l'ultimo giorno del tempo stabilito, il Principe venne d'Aversa con tutto il suo esercito per la strada di Piedigrotta, e passata Echia, cominciò a combattere le sbarre poste dal Re Carlo, per penetrare, e ponere soccorso di gente e di vettovaglia al castello; ma Re Carlo fu subito ad incontrarlo con l'esercito suo in ordine, e dato dall'una parte, e dall'altra il segno della battaglia, si combattè con tanto valore, che un gran pezzo la vittoria fu dubbiosa; all'ultimo il Principe, che non potea sopportare d'esser cacciato dalla speranza d'un Regno tale, si spinse tanto innanzi verso lo stendardo reale di Re Carlo, con tanta virtù, che non ebbe compagni, onde circondato da' Cavalieri più valorosi del Re, fu costretto a rendersi, e colla cattività sua il resto dell'esercito fu rotto. Il dì seguente la Regina mandò Ugo Sanseverino a rendersi, ed a pregare il vincitore, che avesse per raccomandati quelli, che si trovavano nel Castello. Il Re il dì medesimo insieme col Sanseverino entrò nel castello con la sua guardia, e fe' riverenza alla Regina, dandole speranza di tutto quel che l'avea mandato a dire, e volle che in un appartamento del castello, non come prigionera, ma come Regina si stesse e fosse servita da que' medesimi servitori che la servivano innanzi.

Finito il mese, il primo di settembre comparvero le dieci galee de' Provenzali condotte dal Conte di Caserta per pigliar la Regina, e condurla in Francia. Il Re Carlo andò a visitare la Regina, ed a pregarla, che poichè avea veduto l'animo suo, volesse fargli grazia di farlo suo erede universale, e cederli anco dopo la morte sua gli Stati di Francia, e che mandasse a chiamare que' Provenziali, che erano su le galee, e loro ordinasse, che scendessero in terra, come amici; ma la Regina dubitando, che questi buoni portamenti fossero ad arte, e ricordandosi ancora di quello, che avea trattato col Re di Francia, adottando Luigi Duca d'Angiò suo figliuolo secondogenito, volle ancora simulare, e disse che avesse mandato un salvo condotto a' Capi delle galee provenziali, ch'ella avrebbe loro parlato, e si sarebbe sforzata d'indurgli a dargli l'ubbidienza: il Re mandò subito il salvo condotto, ed ingannato dal volto della Regina, che mostrò volontà di contentarlo, lasciò entrare i Provenzali nella di lei Camera, senza volervi esser egli, o altri per lui. La Regina, come furono entrati disse loro queste parole: Nè i portamenti de' miei antecessori, nè il sacramento della fede ch'avea con la Corona mia il Contado di Provenza, richiedevano, che voi aveste aspettato tanto a soccorrermi, che io dopo d'avere sofferto tutte quelle estreme necessità, che son gravissime a soffrire non pure a donne, ma a soldati robustissimi, fin a mangiar carni sordide di vilissimi animali, sia stata costretta di rendermi in mano d'un crudelissimo nemico; ma se questo, come io credo, è stato per negligenza, e non per malizia, io vi scongiuro, se appresso voi è rimasta qualche favilla d'affezione verso di me, e qualche memoria del giuramento e de' beneficj da me ricevuti, che in niun modo, per nessun tempo vogliate accettare per Signore questo ladrone ingrato, che da Regina mi ha fatta serva; anzi se mai sarà detto o mostrata scrittura, che io l'abbia istituito erede, non vogliate crederlo, anzi tenere ogni scrittura per falsa, o cacciata per forza contra la mente mia: perchè la volontà mia è, che abbiate per Signore Luigi Duca d'Angiò, non solo nel Contado di Provenza, e negli altri Stati di là da' monti, ma ancora in questo Regno, nel quale io già mi trovo averlo costituito mio erede o Campione, che abbia a vendicare questo tradimento e questa violenza; a lui dunque andate ad ubbidire, e chi di voi avrà più memoria dell'amor mio verso la nazione vostra, e più pietà d'una Regina caduta in tanta calamità, voglia ritrovarsi a vendicarmi con l'armi, o a pregar Iddio per l'anima mia, del che io non solo v'ammonisco, ma ancora fin a questo punto, che siete pur miei vassalli, vel comando. I Provenzali con grandissimo pianto si scusarono, e mostrarono intensissimo dolore della cattività sua, e le promisero di fare quanto comandava, e se ne ritornarono su le galee, nè solo navigarono verso Provenza, ma il Conte di Caserta deliberato di seguire la volontà della Regina, come già avea seguita la sua fortuna, andò ancor esso a ritrovare il Duca d'Angiò. Il Re Carlo ritornato alla Regina per intendere la risposta de' Provenziali, e conosciuto che non riusciva il negozio a suo modo, cominciò a mutare stile, ponendo le guardie intorno alla Regina, ed a tenerla, come prigioniera, e di là a pochi dì la mandò al castello della città di Muro in Basilicata, che era suo patrimonio; ed il Principe Ottone fu mandato nel castello d'Altamura; e poichè egli ebbe ricevuto il giuramento dalla città di Napoli, e da tutti i Baroni, che vi erano concorsi nell'Arcivescovado, fece giuramento d'omaggio alla Sede Appostolica in mano del Cardinal di Sangro Legato. Scrisse da poi al Re d'Ungaria tutto il successo, domandandogli, che far dovesse di Giovanna, e n'ebbe risposta che dovesse farla finire di vivere nell'istesso modo, che era stato morto Re Andrea, il che con memorando esempio di grandissima crudeltà ed ingratitudine fu nell'anno seguente 1382 eseguito[223], avendo nel castello di Muro fattala affogare con un piumaccio[224], e fece da poi venire in Napoli il suo cadavere, che volle che stesse sette giorni insepolto nella chiesa di S. Chiara a tal che ogni uno lo vedesse, ed i suoi partigiani uscissero di ogni speranza; poi fu senza pompa sepolta in luogo posto tra il sepolcro del Duca suo padre, e la porta della Sacristia in un bel tumulo, che ancor oggi si vede.

Questo fu il fine della Regina Giovanna I donna senza dubbio rarissima, che allevata sotto la disciplina del Re Roberto, e dell'onesta e savia Regina Sancia, governò il Regno, quando fu in pace, con tanta prudenza e giustizia, che acquistò il nome della più savia Regina, che sedesse mai in sede reale: siccome dimostrano quelle poche sue leggi, che ci lasciò, tutte ordinate a restituire l'antica disciplina ne' Tribunali e ne' Magistrati, e la testimonianza di due celebri Giureconsulti, che fiorirono nell'età sua, cioè di Baldo ed Angelo da Perugia, i quali nelle loro opere grandemente la commendarono. Ed ancorchè dal volgo fosse stata imputata allora, e da poi da alcuni Scrittori, ch'avesse avuta ella parte nella morte d'Andrea suo primo marito; nulladimanco dalle tante prove, che ella diede della sua innocenza, gli uomini da bene e più saggi di que' tempi, la tennero per innocentissima; e chiarissimo argomento è quello, che Angelo ne addita in un suo consiglio[225] chiamandola santissima, onore del Mondo, ed unica luce d'Italia; di che, come ponderò il Costanzo[226], si sarebbe molto ben guardato un tanto famoso, ed eccellente Dottore di così chiamarla, se non fosse stata a quel tempo presso i savj tenuta per innocente; poichè ognuno avrebbe giudicato, che parlando per antifrasi, avesse voluto beffeggiarla. Ma tolta questa nebbia onde que' Scrittori pretesero offuscare il suo nome in tutto il resto della sua vita non s'intese di lei azione alcuna disonorata, ed impudica. Scipione Ammirato[227], oltre del Collenuccio, dice, che i tanti mariti, ch'ella prese, si fosse proceduto più per aver successori nel Regno nati da lei, che per vaghezza di vivere sotto le leggi del matrimonio, solita a soddisfare per altra strada alle sue libidini. Ma il gravissimo e savio Costanzo[228], come se volesse ripigliarlo, scrive, che anzi la quantità dei mariti, che tolse, fu vero segno della sua pudicizia. Perchè quelle donne, che vogliono saziarsi nelle libidini, non cercano mariti, i quali sono quelli, che possono impedire il disegno loro, e massime que' mariti, che tolse lei, non istolidi, come Re Andrea, ma valorosissimi ed accorti. In tutto il tempo, che regnò, non s'intese fama ch'ella avesse niuno cortigiano, nè Barone tanto straordinariamente favorito da lei, che s'avesse potuto sospettare di commercio lascivo. Solo il Boccaccio scrive, che nel principio della gioventù sua e del Regno fosse stato molto da lei favorito il figliuol di Filippa catanese balia del Duca di Calabria suo padre, e che avea cresciuta lei dalle fasce; anzi fu cosa mirabile, che nel resto della vita, dopo ch'ella cominciò a signoreggiare, si mantenne con queste arti, trattando ogni dì virilmente con Baroni, Capitani di soldati, Consiglieri ed altri Ministri, con tanto incorrotta fama, che nè gli occhi, nè le lingue dell'invidia videro mai cosa, che potessero calunniarla, ancorchè gli animi umani siano indicati a tirare ogni cosa a cattivo fine, ponendo in dubbio ogni sincera virtù. Nè il Collenuccio dice vero, trattando per impudica non men la Regina, che Maria Duchessa di Durazzo sua sorella, riputandola quella, per cui il Boccaccio scrisse que' due libri, il Filocolo e la Fiammetta, ed alla quale facesse mozzar il capo il Re Carlo; poichè Maria, come si vede nella sua sepoltura a Santa Chiara, morì alcuni anni innanzi, moglie di Filippo Principe di Taranto, ed il Boccaccio non iscrisse per lei il libro del Filocolo, ma per Maria figliuola bastarda del Re Roberto, della quale restò egli preso nella chiesa di S. Lorenzo, come appare nel principio del libro istesso del Filocolo; nè poteva esser questa Maria Duchessa di Durazzo, perchè il Boccaccio era d'età provetta nel tempo che quella era in fiore.

Fu Giovanna, come la qualifica Angelo da Perugia, religiosissima, ed i monumenti che di lei abbiamo in Napoli, dimostrano, quanta fosse stata grande la sua pietà e religione. Edificò ella la chiesa e lo spedale di S. Maria Coronata dal palazzo, ove prima si reggeva giustizia, e la diede in custodia a' PP. della Certosa: la chiesa e l'ospedale di S. Antonio di Vienna fuori porta Capuana, dotandola di ricchissime rendite; e magnificò ed ampliò la chiesa e monastero di San Martino su 'l monte di S. Eramo.

Sono alcuni Scrittori, i quali la biasimano per aver ella favorito lo scisma contro Urbano VI, ed aderito alle parti di Clemente. Ma se in ciò fu in lei alcun difetto, fu non già di religione ma di Stato; poichè dall'aversi in quella guisa acerbamente offeso l'animo d'Urbano e fattoselo suo implacabil nemico, le portò l'ultima sua ruina. Il non averlo riconosciuto per vero Pontefice, fu non error suo ma universale di quasi la metà d'Europa, che non lo riconobbe per tale. La sua elezione era da' più saggi Teologi riputata nulla ed invalida, come seguita per timore e per violenza usata dal Popolo romano a' Cardinali nel Conclave.

Ed ancorchè Baldo nostro Giureconsulto, trovandosi in Toscana, provincia ove era Urbano riconosciuto, avesse ne' principii di quella elezione, essendo stato ricercato, scritto quel suo famoso Consiglio per la validità dell'elezione; nulladimanco i migliori Teologi della Francia riputarono valida l'elezion di Clemente e nulla quella d'Urbano, siccome credettero la maggior parte degli Scrittori franzesi; ed a' nostri tempi Stefano Baluzio nelle note alle vite de' Papi Avignonesi[229] difende la causa di Clemente contro Urbano; e rendendo il cambio agli Autori italiani, rapporta quello stesso contro Urbano Papa di Roma, che coloro scrissero contro i Papi d'Avignone; che Urbano fosse un falso Papa, bugiardo, crudele, superbo, inesorabile e feroce; e che non volle mai commettere la sua causa dell'elezione al giudicio del Concilio generale[230]. Frossardo[231] celebre Scrittore delle cose di Francia, ancorchè non sia da seguitarsi nelle cose che narra del nostro Regno, delle quali, come straniero, non ebbe esatta contezza, narra, che il Re di Francia avuta notizia dell'elezione dell'altro pontefice Clemente, fece tosto convocare più Ordini, e principalmente quello de' Teologi, acciò esaminassero in questa contrarietà d'opinione, a qual de due Papi dovesse prestarsi ubbidienza; fu lungamente dibattuto l'affare, ed in fine i Magnati del Regno, gli Ecclesiastici, i fratelli del Re, buona parte de' Teologi conchiusero, che si dovesse riconoscere Clemente, non già Urbano, come eletto per forza. Piacque al Re la censura, che fu notificata e sparsa per tutto il Regno di Francia, affinchè quei popoli sapessero, qual de due Pontefici dovessero riconoscere per legittimo. La Spagna, ancorchè prima avesse riconosciuto Urbano, informata delle violenze usate nella sua elezione, riconobbe da poi per vero pontefice Clemente[232]. Lo stesso fecero il Conte di Savoia, il Duca di Milano e gli Scozzesi. E que' della provincia d'Annonia in Fiandra non vollero riconoscere nè l'uno nè l'altro. Cade per ciò a proposito quel che parlando dell'altro famoso scisma accaduto nel Regno del Re Ruggiero tra Innocenzio II ed Anacleto, fu detto nel XI libro di quest'Istoria; e quel che in simili dubbiezze per norma delle coscienze scrisse S. Antonino[233] Arcivescovo di Firenze, il quale non imputò ad errore a S. Vincenzo Ferreri d'aver seguitato le parti di Benedetto XIII successor di Clemente. Parimente Niccolò Tedesco, detto comunemente l'abate Panormitano[234], il Cardinal Zabarella[235], ed il Cardinal Gaetano[236], sostennero non doversi riputare scismatici coloro, che seguitarono le parti di Clemente; ed ultimamente Stefano Baluzio[237] e Lodovico Maimburgo[238] contro Odorico Rainaldo, fan vedere, che in questo gran dubbio gli uomini più savi, siccome non ardirono chiamare Urbano falso Papa, così nè meno osarono di nominare Clemente Antipapa.

(Se vogliono riguardarsi in ciò gli antichi esempi, famoso è quello rapportato da Teodoreto lib. 4 cap. 23 dello scisma tra Flaviano ed Evagrio, ambidue dalle lor fazioni riputati per veri e legittimi Patriarchi di Antiochia. Flaviano era ammesso generalmente da tutte le chiese di Oriente, Evagrio era sostenuto dal Vescovo di Roma e dalle chiese di Occidente; durante la controversia, ciascun partito senza scrupolo di coscienza seguitava quello, che credeva vero Patriarca, e ciascuno in ciò adempiva il tuo dovere; finchè non si fosse il dubbio deciso, e terminata la controversia, siccome saviamente avvertì Binghamo[239]).

Fu Giovanna per giustizia simile al Duca di Calabria suo padre; proccurò per quanto comportavano i suoi tempi torbidi, che i Magistrati fossero severi ed incorrotti, scegliendo i più dotti ed integri che fiorissero nella sua età, e ne' dubbii, che accadevano sopra termini di giustizia e sopra qualche successione feudale tra' Baroni, oltre il consiglio de' suoi Savi, ricercava ancora il parere de' più insigni Giureconsulti forastieri, che fiorivano allora in Italia. Chiarissimo esempio di questo suo costume fu quando, dopo la morte d'Andrea d'Isernia, essendo insorto dubbio intorno alla successione feudale per li fratelli uterini, la Regina mandò a consultare il caso a que' due famosi Giureconsulti, che fiorivano allora in Italia, Baldo ed Angelo, richiedendogli, che per verità dessero il lor parere; sopra la di cui domanda diedero fuori un loro responso, che si legge tra' consiglj d'Angelo[240]. A tal fine fu ella amantissima degli uomini di lettere, ed ebbe sommamente a cuore i Giureconsulti e l'Università degli studi. Tutti coloro, che cominciarono a fiorire negli ultimi anni del Re Roberto suo avo, e che nel Regno suo, ancorchè turbato erano avanzati nelle lettere e nelle discipline, favorì ella con onori e pensioni; fra' quali sopra ogni altro innalzò Niccolò Spinello da Giovenazzo detto di Napoli, che oltre avergli dato il Contado di Gioia, lo fe' gran Cancelliere del Regno, e Siniscalco della Provenza e del quale si valse nelle cose di Stato più gravi e rilevanti, esercitandolo in Ambascerie, e ne' consiglj più secreti e di maggior confidenza. Ed in usare beneficenza e liberalità fu così savia e prudente, che soleva dire, che facean male que' Principi, i quali pigliando a favorire ed ingrandire alcuni, lasciavano tutti gli altri marcire nella povertà; e che si dovea nel ripartir delle mercedi e beneficj donar più tosto moderatamente a molti, che profusamente a pochi.

Ebbe gran pensiero di tener Napoli abbondante, non solo di cose necessarie al vitto, ma allo splendore ed ornamento della città. E perchè concorsero per ciò Mercatanti d'ogni nazione con loro mercatanzie, per molto che ella si fosse trovata in bisogno, mai non volle ponere sopra i Mercatanti gravezza alcuna, come si suole da' Re che sono oppressi da invasioni e da guerra. Restano ancor oggi i segni della providenza che usò, che i forastieri al suo tempo stessero ben trattati e quieti; perocchè ordinò la Ruga Francesca e la Ruga Catalana, acciò che stando quelle nazioni separate, stessero più pacifiche. Fece tra 'l Castel Nuovo e quello dell'Uovo una strada, per Provenzali, che ora resta disfatta, per essere occupata dall'edificio del palazzo regio, e fece la loggia per gli Genovesi, ove oggi è sol rimasto il nome. Fu nel vivere modestissima, e di bellezza più tosto che rappresentava maestà, che lascivia o dilicatura: ed in somma fu tanto graziosa nel parlare, sì savia nel procedere, e sì grave in tutti i gesti, che parve ben erede dello spirito del gran Roberto suo avolo.

FINE DEL LIBRO VENTESIMOTERZO.

STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI

LIBRO VENTESIMOQUARTO

Stabilito nel Regno Carlo III di Durazzo per la rotta data al Principe Ottone, e per la cattività del medesimo e della Regina, subito tutti i Baroni mandarono a dargli ubbidienza eccetto tre Conti, quello di Fondi, il Conte d'Ariano e l'altro di Caserta, i quali ostinatamente seguir vollero le parti della Regina: ma Carlo poco curandosi di loro, attese a purgare il Regno, cacciandone tutti i soldati stranieri che aveano militato per la Regina; poi per ordinare le cose di giustizia, mandò Governadori e Capitani per le province, e per le Terre della Corona. Era allora in grande stima il Conte di Nola Orsino, il quale persuase al Re, che chiamasse il Parlamento generale per lo mese d'aprile del seguente anno 1382 per trattare d'imporre un donativo, e 'l Re che ben conosceva esser necessario di fare qualche provisione, poichè sin d'allora si prevedeva, che il Duca d'Angiò adottato dalla Regina non avrebbe voluto abbandonare le sue ragioni, mandò per lettere chiamando tutti i Baroni a Parlamento; e per mantenersi l'amicizia di Papa Urbano, fece pigliar prigione il Cardinal di Gifoni creato da Clemente, e fece menarlo a Santa Chiara, dove fattogli spogliar in pubblico l'abito di Cardinale, e toltogli il cappello di testa, fece tutto buttare nel fuoco, che s'era perciò fatto accendere in mezzo della Chiesa; fecelo anche abiurare e confessar di sua bocca che Clemente era falso Papa, ed egli illegittimo Cardinale, e da poi fece restituirlo in carcere, riservandolo all'arbitrio di Papa Urbano[241].

Nel mese di novembre seguente, venne Margarita sua moglie, co' piccioli figliuoli Giovanna e Ladislao, e nel giorno di Santa Caterina con grandissima pompa fu coronata ed unta, e menata, secondo il costume, per la città sotto il baldacchino. E per levare in tutto una tacita mestizia che si vedeva universalmente per Napoli, per la ruina della Regina Giovanna, si fecero per più dì grandissime feste, giostre e giuochi d'arme, ne' quali il Re armeggiò più volte con molta lode; poi ad emulazione di Re Luigi di Taranto, volle istituire un nuovo ordine di Cavalieri che intitolò la Compagnia della Nave; volendo alludere alla nave degli Argonauti, affinchè i Cavalieri che da lui erano promossi a quell'ordine, avessero da emulare il valore degli Argonauti.

Venne in questo tempo il dì del Parlamento generale, nel quale adunati tutti i Baroni in Napoli, il Conte di Nola per vecchiezza e per nobiltà, e molto più per lo gran valore di Roberto e Ramondo suoi figliuoli, d'autorità grandissima, propose che ogni Barone ed ogni città suggetta alla Corona dovesse soccorrere il Re con notabil somma di danari, e per dare buon esempio agli altri, si tassò egli stesso di diecimila ducati; e perchè pareva pericoloso mostrare mal animo al nuovo Re, che stava ancora armato, non fu Barone, che rifiutasse di tassarsi, tal che si giunse sino alla somma di trecentomila fiorini, e celebrato il Parlamento, presero licenza dal Re tutti i Baroni, promettendo di mandare ogn'uno quel tanto che s'era tassato, e pareva con quel donativo, e con l'amicizia del Papa che Re Carlo potesse fortificarsi nel Regno, e temer poco l'invasione, che già di giorno in giorno si andava più accostando.

CAPITOLO I. Origine della discordia tra Papa Urbano, e Re Carlo. Entrata nel regno di Luigi I d'Angiò, e sua morte. Carlo assedia in Nocera Urbano, il quale coll'aiuto de' Genovesi, e di Ramondello Orsino, e di Tommaso Sanseverino scampa e fugge a Roma.

Papa Urbano dappoichè vide Re Carlo stabilito nel Regno, e che si tardava d'adempire il concordato fra loro, quando gli diede l'investitura, non volle aspettar più; onde gli mandò un Breve, esortandolo, che poichè le cose del Regno erano acquistate, dovesse consegnare a Butillo la possessione del Principato di Capua e degli altri Stati che gli avea promessi; ma il Re non si poteva in niun modo inducere a dismembrare la città di Capua dalla Corona, e però dava parole, menando la cosa in lungo, donde cominciarono fra loro quelle dissensioni, che poi risultarono in guerre aperte, con molta ruina e calamità del Regno; poichè Urbano vedendosi a questo modo deluso, cominciò a pensare di cacciar ancor lui dal Regno; e per avere un più numeroso partito, fece nuova creazione di Cardinali, tra' quali creò Pietro Tomacello di Napoli.

Ma mentre queste cose si facevano in Italia, Luigi Duca d'Angiò senza contrasto alcuno s'insignorì del Contado di Provenza, nel che ebbe i Provenzali favorevoli, i quali ubbidendo a quanto la Regina Giovanna avea loro comandato, non vollero riconoscere per lor Sovrano Carlo, ma sì bene Luigi, il quale favorito anche da Clemente fu da costui, approvando l'adozione della Regina, investito del Regno, e fatto gridare in Avignone Re di Napoli, con sovvenirlo ancora di buona somma di fiorini, e sperava che calando Luigi potente, non solo avrebbe ricuperata l'ubbidienza del Regno di Napoli, ma anche di tutta Italia.

(Morta la Regina Giovanna, e riconosciuto Luigi da' Provenzali per lor sovrano, e da Clemente per Re di Napoli, venendo con valido esercito per discacciar l'emolo dal Regno, Carlo di Durazzo per risarcir la sua fama, che riputava rimaner offesa da alcune parole contumeliose, dette da Luigi, lo sfidò a singolar duello, e scrissegli un biglietto in lingua franzese, dove rinfacciandogli la nullità dell'adozione, e che la Regina Giovanna non poteva cedergli il Regno, lo invita a battersi seco. Luigi rispose a Carlo con pari acrimonia, ed accettò il duello; anzi spedì salvo condotto a Carlo, per assicurar il luogo del campo destinato, affin di comparire con sicurezza egli ed i suoi. Si leggono presso Lunig[242], oltre il salvo condotto suddetto, quattro biglietti, scritti vicendevolmente due da Carlo e due altri da Luigi, nell'idioma stesso franzese; ma non si legge che il duello fosse seguito, poichè si venne a combattere, non già a solo a solo, a corpo a corpo, ma con eserciti armati).

Come questo si seppe nel Regno, molti Baroni che aveano promessa la tassa nel Parlamento, non solo non la mandarono, ma di più si deliberarono di alzare le bandiere d'Angiò, e tra costoro fu Lallo Camponesco in Apruzzo, e Niccolò d'Engenio Conte di Lecce in Terra d'Otranto.

Nel medesimo tempo Giacomo del Balzo figlio del Duca d'Andria, vedendo, che Ottone già Principe di Taranto era prigione, venne nel Regno, e ricovrò tutto il Principato, e prese per moglie Agnese sorella della Regina Margarita, la quale era vedova di Cane della Scala, Signor di Verona. Questa parentela offese tanto i Sanseverineschi, capitali nemici di Casa del Balzo, che sebbene erano di sangue e di parentela congiunti col Re, in poco tempo se gli scoversero nemici; onde il Re vedendo la revoluzione di tanti Baroni nelle più grandi ed importanti province del Regno, e sentendo che il Conte di Caserta di Francia scrivea, e tenea intelligenza con molti, cominciò a pensare a' casi suoi: al che s'aggiungeva, che il Duca d'Andria non si trovava niente soddisfatto del Re, perchè avea sperato, che subito dopo l'acquisto del Regno, avesse dovuto rimetterlo interamente in tutto il suo Stato di prima, il che il Re non avea fatto per la potenza di Casa Marzano che possedevano la città di Sessa, e quella di Teano. E per ultimo, trovandosi in queste angustie di mente, non mancarono di quelli che cominciarono a porgli sospetto, che Giacomo del Balzo Principe di Taranto, che s'intitolava ancora Imperadore di Costantinopoli, non volesse occupare il Regno di Napoli, pretendendo per la persona d'Agnesa sua moglie nipote carnale della Regina Giovanna, di maggiore età della Regina Margarita, che il Regno toccasse a lui di ragione. Questo sospetto ebbe tanto più presto luogo nella mente del Re, quanto che Papa Urbano di natura ritroso ed inquieto minacciava di volerlo cacciare dal Regno, alla qual cosa pareva abile suggetto la persona del principe di Taranto; e per questo il Re imbizzarrito, per assicurarsi di tutti coloro che potessero con qualche ragione pretendere al Regno, fece carcerare la Duchessa di Durazzo sorella maggiore della Regina Margarita, e cercò d'avere in mano il Principe di Taranto, lasciando la moglie in Napoli, la quale similmente Re Carlo fece carcerare, e poi mandò alla città di Muro.

Intanto Luigi d'Angiò, preso il possesso del Contado di Provenza e dell'altre Terre della Regina di là da' Monti, fu coronato da Papa Clemente Re di Napoli, e si pose in viaggio, mandando innanzi dodici galee nelle marine del Regno per sollevare gli animi di quelli del partito della Regina, e per accertarli della venuta sua per terra. Queste dodici galee comparvero alli 17 giugno di quest'anno 1383 nelle marine di Napoli, ed andarono a Castello a Mare, e 'l presero, ed all'improvviso la sera seguente vennero sin al Borgo del Carmelo, e 'l saccheggiarono, poi passarono ad Ischia. Il Re Carlo vedendo, che così poca armata potea far poco effetto, si pose in ordine per andare ad incontrare il Re Luigi, che veniva per terra, e ragunò sue truppe in numero di tredicimila cavalli. Ma questo numero era assai poco appetto dell'innumerabil esercito del Re Luigi; il quale essendo entrato nel Regno, per avergli dato il passo Ramondaccio Caldora, l'esercito suo, per lo concorso di que' Baroni, che giudicando le forze di Carlo poco abili a resistere, aveano preso il partito del Re Luigi, era cresciuto in numero di trentamila cavalli: perciò Re Carlo non volle allontanarsi da Napoli.

Quei che vennero di Francia col Re Luigi, furono il Conte di Ginevra fratello di Papa Clemente, il Conte di Savoja, ed un suo nipote, Monsignor di Murles, Pietro della Corona, Monsignor di Mongioja, il Conte Errico di Bertagna, Buonigianni Aimone, il Conte Beltrano tedesco, e molti altri Oltramontani di minor nome. Quelli del Regno, che andarono ad incontrarlo, furono il Gran Contestabile Tommaso Sanseverino, Ugo Sanseverino, il Conte di Tricarico, il Conte di Conversano, (ancora che fosse per l'Ordine della Nave obbligato a Carlo) il Conte di Caserta, il Conte di Cerreto, il Conte di Sant'Agata, il Conte d'Altavilla, il Conte di S. Angelo e molti altri Baroni e Capitani[243]. Finalmente essendo Re Luigi dalla via di Benevento giunto in Terra di Lavoro, perchè Capua e Nola si tenevano per Re Carlo, andò a ponersi a Caserta, la quale stava già con le bandiere sue, e da Caserta occupò anche Madaloni; ma consumandosi tuttavia lo strame e le vettovaglie per lo gran numero de' cavalli, fu forza che passasse in Puglia; il qual passaggio, ancorchè Re Carlo avesse proccurato d'impedirglielo, nientedimanco riuscì finalmente al Re Luigi di condurre il suo esercito sicuro nel piano di Foggia.

Il Re Carlo vedendosi rotto il suo disegno, ed avendo avuta novella, che Papa Urbano era partito di Roma e veniva verso Napoli, geloso, che quell'uomo di natura superbo e bizzarro non alterasse gli animi dei Napoletani, subito prese la via di Napoli a gran giornate; e giunse a tempo, che il Papa era a Capua, dove andò subito a ritrovarlo, ed insieme vennero ad Aversa: l'uno simulava coll'altro; ma giunti a Napoli il Re non volle permettere, che il Papa albergasse nel Duomo, ma sotto colore di amorevole rimostranza e di buona creanza lo condusse al Castel Nuovo: quivi trattarono delle cose a loro appartenenti: il Papa dimandò al Re il Principato di Capua, con molte Terre circostanti, come Cajazzo e Caserta, le quali furono già del Principato di Capua; dimandò ancora il Ducato d'Amalfi, Nocera, Scafati, ed un buon numero d'altre città e castella, e cinquemila fiorini l'anno di provisione a Butillo suo nipote; e per contrario promettea d'ajutare il Re alla guerra, e lasciarli a pieno il dominio del Regno tutto, con quelle condizioni, che l'aveano tenuto i Re suoi antecessori. Furono accordati e fermati questi patti con grand'allegrezza dell'una e dell'altra parte. Il Papa ottenne dal Re di uscire del castello, ed andare ad alloggiare al Palazzo arcivescovile, e con gran pompa fu accolto dall'Arcivescovo Bozzuto, che era stato rimesso in quella Cattedra dopo la ruina della Regina, dove il Re e la Regina andarono molte volte a visitarlo, e con intervento loro si fecero due feste di due nipoti del Papa, l'una data per moglie al Conte di Monte Dirisi, e l'altra a Matteo di Celano, gran Signore in Apruzzo; e la Vigilia di Natale il Papa scese alla chiesa, e furo cantati i Vespri con solennità Papale. Accadde in questi medesimi dì in Napoli un gran tumulto, poichè Butillo Principe di Capua nipote del Papa entrò violentemente in un monastero di donne Monache, e violò una delle più belle, che vi era dentro, e delle più nobili, del che si fe' gran tumulto per la città, e quelli del governo essendo andati al Re a lamentarsi, furono dal Re mandati al Papa, i quali avendo esposta con gran veemenza querela di quel fatto, il Papa, che com'era nell'altre cose severissimo, così all'incontro era nell'indulgenza e nell'amore verso i suoi mollissimo, rispose, che non era tanta gran cosa essendo il Principe suo nipote spronato dalla gioventù: e Teodorico di Niem, che scrive questo, si ride, che il Papa scusasse colla gioventù il nipote, il quale a quel tempo passava quarant'anni[244]. Venne il dì di Capo d'anno e perchè i progressi, che faceva Re Luigi in Puglia richiedevano, che Carlo andasse ad ostarli, il Papa volle celebrare la messa, e pubblicò Re Luigi, che ei chiamava Duca d'Angiò, per eretico, scomunicato e maledetto, bandì cruciata contro di lui, promettendo indulgenza plenaria a chi gli andava contro, e fe' Confaloniero della Chiesa Re Carlo, benedicendo lo stendardo, che il Re tenne con la man destra sin che si celebrò la messa.

Si pose per tanto in ordine Carlo per andare in Puglia a cacciar l'inimico, ed ordinò alla Cancelleria che scrivesse a tutti i Feudatari, che dovessero star pronti; e perchè il Papa non dava altro che parole, ed indulgenze, non già danari, fu astretto di pigliar dalla Dogana tutti i panni, che vi erano di Fiorentini, Pisani e Genovesi, per distribuirgli parte a' soldati ordinarj, e parte a' Cavalieri napoletani, che s'erano offerti di seguirlo; e venuto il mese d'aprile di questo anno 1384 si partì di Napoli per andare in Puglia, e giunse a Barletta; ed ancorchè il Re Luigi proccurasse venire a battaglia finita, Re Carlo approvando il consiglio del Principe Ottone (che a questo fine l'avea fatto sprigionare) non volle uscire, ma i due eserciti si trattenevano in far varie scaramucce; onde Luigi vedendo, che non potea venir più a fatto d'arme, si ritirò a Bari, dove venne a trovarlo Ramondello Ursino, a cui Luigi sposò Maria d'Engenio donzella nobilissima e ricchissima, poichè per via della madre era succeduta al Contado di Lecce.

Mentre queste cose si facevano in Terra di Bari, il Papa attediato in Napoli dalle lunghe promesse di Carlo (il quale in effetto andava estenuando quanto poteva le promesse fatte a' suoi parenti) si parti in fine mal soddisfatto di Napoli, e con tutti i Cardinali e suoi parenti ed amici andò a Nocera, la quale era stata già assegnata liberamente a Butillo suo nipote, ma non già Capua, nella quale si tenevano le fortezze in nome del Re. Il Papa come era persona iraconda e superba, lasciava scapparsi delle parole, che davano indizio del suo mal animo contra il Re, tal che faceva egli molto più paura a Carlo, che non gli faceva Re Luigi, e certamente l'avrebbe indotto a lasciar la guerra di Puglia, se la morte di Luigi accaduta opportunamente a' 20 settembre di quest'anno 1384 non l'avesse liberato da questa molestia; poichè i Franzesi rimasi senza Re, costernati in gran parte, ritornarono in Francia. Morì Luigi d'Angiò in Biscaglia; Principe assai valoroso, e savio, che fu il primo Luigi della Casa d'Angiò, che regnò in parte del Regno di Napoli, ancorchè in quanto al nome fosse secondo, a rispetto del Re Luigi di Taranto, che fu il primo.

(Re Luigi I nel precedente anno 1383 a 20 di settembre, fece in Taranto il suo solenne Testamento, che dettò in Lingua Franzese, nel quale istituiva erede nel Regno Luigi Duca di Calabria suo primogenito; ed a Carlo secondogenito lasciava altri Stati e Contee, facendo altre disposizioni, e Legati pii a molte chiese, ospedali e conventi. Leggesi il testamento presso Lunig[245]).

Liberato adunque Re Carlo, per la morte di sì importante nemico, dalla guerra di Puglia, se ne venne in Napoli, ove giunto al dì 10 novembre, fu ricevuto da' Napoletani con grand'allegrezza; e riposatosi alcuni dì, mandò poi solenne ambasceria al Papa in Nocera, facendogli dire, che desiderava sapere per qual cagione era partito da Napoli, ed insieme a pregarlo di tornarvi, perchè aveano da conferire insieme molte cose. Il Papa ritroso, com'era il suo solito, rispose, che se avea da conferir seco, venisse il Re a trovar lui, essendo del costume, che i Re vadano a' Papi e non i Papi vadano a trovare i Re a posta loro; nè potè tanto frenare l'impeto dell'animo suo, che non dicesse agli Ambasciadori, che riferissero al Re, che se 'l voleva per amico, dovesse levare subito le gabelle, che avea poste nel Regno. Il Re udite queste cose dagli Ambasciadori, rispose, che sarebbe ben egli andato a trovarlo, ma armato, ed alla testa d'un fioritissimo esercito: che intorno all'imporre al Regno suo nuove gabelle, non s'apparteneva al Papa di vietarlo; ch'egli s'impacciasse solo de' Preti; perchè il Regno era suo, acquistato per forza d'arme, e per ragione della successione della moglie; e che il Papa non gli avea dato altro, che quattro parole scritte nell'investitura[246]. E replicando il Papa, che il Regno era della Chiesa, dato a lui in feudo, con animo, che avesse da signoreggiare moderatamente, e non iscorticare i vassalli, e che perciò era in elezion sua, e del Collegio dei Cardinali di ripigliarsi il Regno, e concederlo a più leale e più giusto Feudatario: venne la cosa a tale, che il Re mandò il Conte Alberico suo gran Contestabile ad assediarlo nel Castello di Nocera; e questo fu su 'l dubbio, ch'egli avea, che se per caso veniva a morte Papa Clemente in Avignone, Urbano avrebbe confermato a' figli di Luigi d'Angiò, già morto, il Regno. Il Papa vedutosi cinto d'assedio, cominciò a scomunicare, come il solito e maledire: scomunicò Re Carlo, e tre volte il giorno affacciavasi alla finestra, ed a suon di campanello, con torce di pece accese imprecava, maladiceva e scomunicava sempre l'esercito del Re, ch'era a sua veduta. I cinque Cardinali ch'erano seco, de' quali era capo il Cardinal Gentile di Sangro, vedendosi in tanto periglio, cominciarono a persuadergli, che volesse pacificarsi col Re, almeno finchè ritornasse a Roma, perchè parea cosa molto dura contrastare con sì potente nemico, senz'altre arme, che 'l suono del campanello: e perchè mostrarono in ciò troppo avidità della pace, il Papa gli ebbe tanto sospetti, che per una cifra, che fu trovata, che veniva ad uno de Cardinali, gli fè pigliare tutti cinque, e tormentare acerbissimamente senza rispetto; e Teodorico di Niem, che si trovava là suo Segretario, scrive, ch'era un piacere vedere il Papa, che passeggiava, dicendo l'Ufficio, mentre il Cardinal di Sangro, che era corpulento, stava appiccato alla corda, ed egli interrompendo l'ufficio, gridava, che dicesse, come passava il trattato; in fine, benchè non confessasse niuno di loro, gli fè tutti cinque morire. Il Collenuccio narra, che i Cardinali furon sette, e che quando Urbano scappò fuori da Nocera, navigando verso Genova, cinque d'essi fece porre dentro i sacchi, e gittare in mare, e gli altri due giudicialmente convinti in Genova, in presenza del Clero e del Popolo gli fece morire a colpi di scure, i di cui corpi fatti seccare ne' forni e ridurli in polvere, ne fece empire alcuni valigioni e quando egli cavalcava, se gli faceva portare innanzi sopra i muli co' cappelli rossi, per terrore di coloro, che volessero insidiargli la vita, E congiurar contra di lui. Il Panvinio, de' Cardinali carcerati e tormentati in Nocera ne annovera sei, i quali furono il Cardinal di Sangro, Giovanni Arcivescovo di Corfù, Lodovico Donati Veneziano Arcivescovo di Taranto, Adamo Inglese Vescovo di Londra, ed Eleazaro Vescovo di Rieti: vuole che i primi cinque fossero stati gittati in mare, ed il sesto lasciato in vita ad istanza di Riccardo Re d'Inghilterra, e del settimo non fa parola.

Il Pontefice Urbano vedendo sempre più stringersi l'assedio, mandò secretamente in Genova a pregar quella Signoria, che gli mandasse diece galee, la quale con intervallo di pochi dì le mandò, e comparvero alle marine di Napoli, senza sapere qual fosse l'intendimento loro. Allora i Napoletani, che sentivano grandissimo dispiacere della discordia tra 'l Papa e 'l Re, furono a supplicarlo, che volesse pacificarsi con Urbano, perchè tal discordia non potea partorir altro, che danno alla Corona sua ed a tutto il Regno; e 'l Re loro rispose, che esso non resterebbe di mostrarsi sempre ubbidiente figliuolo del Papa e di Santa Chiesa; ed in pruova di ciò non avrebbe egli ripugnanza di riporre in mano di quelle persone, che deputasse la città di Napoli, la potestà di concordarlo e di patteggiare col Papa in nome suo; ed in fatti, ancorchè non si trovi memoria de' nomi degli Deputati dell'altre Piazze, per la Piazza di Nido però si trova proccura di que' Nobili, i quali deputarono le persone di Niccolò Caracciolo, come scrive il Summonte o di Giovanni Carafa, secondo il Costanzo, e di Giovanni Spinello di Napoli, perchè in nome della lor Piazza avessero da intervenire a maneggiar questa pace. Intanto Papa Urbano, nell'istesso tempo, che mandò in Genova per le galee, mandò ancora in Puglia a chiamare Ramondello Ursino, acciocchè sforzando l'assedio, l'avesse potuto condurre alla marina ad imbarcare su le galee: venne Ramondello con ottocento cavalli eletti, ed arditamente a mal grado dell'esercito del Conte Alberico si fece la strada con l'armi; ed entrato nel castello di Nocera, fu dal Papa molto onorato e ringraziato; e poichè seppe l'intenzion sua, conoscendo, che le genti sue erano poche per cacciarlo di mano de' nemici, persuase al Papa, che mandasse un Breve a Tommaso Sanseverino, che venisse con le sue genti a liberarlo, e s'offerse egli di portare il Breve, e di condurli. Il Papa accettò il consiglio, fece stendere il Breve, e gli diede più di diecimila fiorini d'oro e lo benedisse; ed egli partito con molta diligenza, in capo di tredici dì ritornò insieme col Sanseverino, col quale erano tremila cavalli di buona gente, e per la via di Materdomini entrarono nel castello, e baciato il piede al Papa, lo fecero cavalcare, conducendolo per la strada di Sanseverino e di Gifoni al Contado di Buccino, e di là mandato ordine alle galee genovesi, che venissero alla foce del fiume Sele, condussero il Papa ad imbarcarsi, come fece. Donò allora il Papa, per usar gratitudine a Ramondello, la città di Benevento e la Baronia di Flumari, che consistea in diciotto castella. Il Sanseverino se ne ritornò in Basilicata, e Ramondello in Puglia, e 'l Papa giunse a Cività Vecchia salvo.

CAPITOLO II. Re Carlo è invitato al trono d'Ungaria. Sua elezione ed incoronazione a quel Regno, e sua morte.

Essendo morto Lodovico Re d'Ungaria, quegli che venne due volte nel Regno di Napoli per vendicar la morte di Re Andrea suo fratello, senza lasciar di se stirpe maschile; i Principi e Prelati d'Ungaria giurarono fedeltà ad una picciola fanciulla figliuola di lui primogenita, chiamata Maria[247]; e per mostrare, che in tal fanciulla vivea il rispetto e l'amore, che essi portavano al morto Re Lodovico, fecero decreto, che si chiamasse non Regina ma Re Maria e così fu gridato da tutti i Popoli: ma poichè Elisabetta madre della fanciulla, e sua balia e tutrice, governava ogni cosa ad arbitrio di Niccolò Bano di Gara (che a quel Regno è nome di dignità, poichè non vi sono nè Principi, nè Duchi, nè Marchesi) molti altri Baroni per invidia cominciarono a sollevarsi e pentirsi di aver giurata fedeltà al Re Maria; tanto maggiormente, che aveano inteso essere destinata per moglie a Sigismondo di Luxemburgo, figliuolo di Carlo IV Imperadore e Re di Boemia; e conoscendo il Re Carlo nella Corte del Re Lodovico morto, e nel campo quando guerreggiò per quel Re contra i Veneziani; giudicarono lui personaggio degno di succedere a quel Regno, per lo parentado che avea col Re morto. Mandarono per tanto per Ambasciadore il Vescovo di Zagrabia a chiamarlo, ed a pregarlo che avendo bisogno quel Regno d'un Re bellicoso, e non d'una fanciulla Regina, volesse venire, che gli porrebbero senz'alcun dubbio in mano la Corona di quell'opulentissimo Regno, e che non v'avrebbe contraddizione alcuna. La Regina Margarita, quando ebbe intesa la proposta dell'Ambasciadore, come presaga di quel che avvenne, cominciò a pregare il marito, che in niun modo accettasse tale impresa, che dovea bastargli, che da privato Conte, Iddio gli avea fatta grazia di dargli la possessione di questo Regno, nel quale era più savio consiglio stabilirsi in tutto, e cacciarne i nemici, che lasciare a costoro comodità, che potessero cacciarne lei ed i figli, mentre egli andava a spogliare quella povera fanciulla del Regno paterno, ad istanza di gente infedele e spergiura, la quale non avendo osservata fede alla Regina loro, figliuola di un Re tanto amato, e benemerito di quel Regno, non era da credere, che avessero da osservare fede a lui. All'incontro Re Carlo vedendosi ora in prospera fortuna, poichè di due nemici, che avea nel Regno, il Re Luigi era morto, e Papa Urbano fuggito, e considerando ancora, che per la puerizia de' figliuoli del Re Luigi, avrebbe tempo d'acquistare quel Regno, senza timore di perdere questo; finalmente si risolse di partire, ed a' 4 di settembre si pose in via con pochissima gente; per due cagioni, l'una per non volere mostrare agli Ungheri, che egli volesse venire ad acquistare il Regno per forza d'arme, ma solo per buona loro volontà; e l'altra per lasciare più gagliarda la parte sua contra quella del Re Luigi: ed imbarcato a Barletta, con felice navigazione arrivò in sei dì in Zagrabia, dove il Vescovo l'accolse con grandissima magnificenza, e si fermò là per alcuni dì, per far intendere agli altri Baroni della conspirazione la sua venuta, a tal che più scovertamente e senza rispetto, si movessero contra la Regina e con lettere a diversi amici suoi, ch'erano ancora sotto la fede della Regina, si sforzò d'ampliare il numero de' parteggiani suoi, con promesse non solo a loro, ma a tutto il Regno di rilasciare i tributi, e concedere nuovi privilegi, e far indulto a tutti i fuorusciti. E già con quest'arte in pochi dì gli parve d'aver guadagnato tanto, che potesse senza fatica andare a coronarsi Re, perchè non si vedea essere rimasti altri dalla parte della Regina, che il Bano di Gara; onde si mosse ed andò verso Buda.

Queste cose erano tutte notissime alla regina Elisabetta vecchia, ed al Re Maria, onde con molta prudenza mandarono subito per lo sposo, e fecero celebrare le nozze tra Sigismondo e Maria, dubitando, che re Carlo per agevolare più l'acquisto del Regno, pubblicasse da per tutto, che non veniva per cacciare il Re Maria dal Regno, ma per darla per moglie a Ladislao suo figliuolo Duca di Calabria, con la quale arte avrebbe senza dubbio tirato a se tutto il resto dei partigiani occulti del Re Maria, i quali per non volere Sigismondo Boemo, sarebbonsi più tosto contentati di lui; ma celebrate che furono le nozze, Sigismondo ch'intendea, che il re Carlo se ne veniva a gran giornate, se ne andò in Boemia.

La fama di queste nozze dispiacque molto a Re Carlo, perchè giudicava, che l'imperator Carlo IV[248] padre di Sigismondo non avrebbe mai sofferto, che il figlio fosse cacciato insieme colla moglie dal Regno, debito a loro, senza fare ogni sforzo di cacciarne lui; ma le due Regine dopo la partita di Sigismondo con grandissima arte dissimulando, mandarono a Re Carlo a dimandargli se veniva come parente o come nemico, perchè venendo come parente avrebbero fatto l'ufficio, che conveniva, nell'andargli incontro, e nel riceverlo con ogni dimostrazione di amorevolezza; se come nemico, il che non credevano, sariano venute a pregarlo come donne infelici ed abbandonate, che avesse loro qualche rispetto, non già per lo parentado, ma per non aver mai avuto da loro nè in fatti nè in parole offesa alcuna. Re Carlo dissimulando rispose, ch'egli veniva come fratello della Regina, la quale avea inteso in quanti travagli stava per le discordie del Regno, perch'egli era tanto obbligato alla memoria di Re Lodovico suo benefattore, che avea pigliata questa fatica di lasciare il Regno suo in pericolo, per venire ad acquietare le discordie e pacificare il Regno d'Ungaria, che potesse quietamente ubbidire al Re Maria, e che però l'una e l'altra stessero con l'animo quieto; e con questa risposta credendosi, che le Regine la credessero, andò in Buda con miglior animo, pensando che ancora l'Imperadore credendolo, non si movesse a richiesta delle due Regine a disturbare il suo disegno. Ma le Regine, ancorchè non si fidassero a tal risposta, vedendo che non potevano resistere con aperte forze, deliberarono guerreggiare con arti occulte, e dimostrando allegrezza della venuta del Re, come fratello, fecero apparecchiare nel castello una gran festa ed uscirongli incontro con grandissima pompa, con tanta dissimulazione, che veramente non pure Re Carlo, ma tutti gli Ungheri credevano, che stessero in quell'errore, e che quelle accoglienze fossero fatte non meno con l'animo che con l'apparenza; e per questo Carlo, quando le vide, discese da cavallo ad abbracciarle, e quando furono insieme entrati in Buda, per mostrare più modestia, non volle andare ad alloggiare in castello, ma ad un palazzo privato della città, fin che si fosse trovato modo di farsi pubblicare per Re. Il dì seguente entrato nel castello a visitare le Regine, furono con pari dissimulazione replicate le accoglienze vicendevolmente ed i ringraziamenti; e così in apparenza credeano ingannare l'uno l'altro; ma l'uno e l'altro stava sospetto e tenea secrete spie di quel che si facea.

Niccolò Banno di Gara fidelissimo servidore delle Regine, che conoscea, che tutto quel male era nato per cagion sua, non si partiva mai da loro, avendo cura, che nella guardia reale fossero tutte persone fidelissime, a tal che non fosse fatta forza alcuna. All'incontro Re Carlo facendosi chiamare Governador del Regno, stava aspettando il modo ed il tempo di occuparlo e d'entrare nel castello; e dall'altra parte le Regine si guardavano quanto più potevano. Ma da questa guardia delle Regine nacque più tosto comodità a Carlo che impedimento, perchè vedendosi dal volgo, che le Regine erano poco corteggiate, perchè le guardie non lasciavano entrare se non pochissimi personaggi; vennero subito in dispregio, e tutte le faccende si facevano in casa del Governadore; e per questo quelli, che si trovavano aver chiamato Re Carlo, andavano sollevando la plebe, con dire che il governo de' Regni non sta bene a donne, che son nate per filare, e per tessere, ma ad uomini valorosi e prudenti, che possono in guerra ed in pace difendere, ampliare e governare le nazioni soggette; e con queste e simili esortazioni commossero a grandissimo tumulto il Popolo; onde le Regine timide, non solo si teneano in pericolo di perdere il Regno, ma anche la vita. Comparvero Intanto alcuni Vescovi e Baroni veramente fautori di Carlo, e sotto spezie di volere acquietare il tumulto promisero alla plebe di voler trattare dell'elezione del Re; nè essendo per anche finito il tumulto, Re Carlo sotto colore di temerlo, entrò nel castello, e trovando sbigottite le guardie, lasciò in luogo loro alcuni Italiani, ch'erano venuti con lui: e salito alle Regine, disse loro, che stessero di buon animo; e poco da poi ritornato nel suo palazzo, trovò ch'era stato gridato Re dalla plebe, e confermato da molti Baroni, anzi da tutti, parte con parole, e parte con silenzio, perchè quelli ch'erano dalla parte del Re Maria, per timore del Popolo non ebbero ardire di contraddire; onde volle che si mandasse da parte di tutti i Baroni, Prelati e Popolo, uno, che dicesse al Re Maria, come per beneficio del Regno, che non potea essere ben governato da donne, aveano eletto nuovo Re, e comandavano, che ella lasciasse il Regno e la Corona, nè volesse contrastare alla volontà universale di tutto il Regno.

Le povere Regine a questa imbasciata per un pezzo restarono attonite; ma poi il Re Maria generosamente rispose: Io mai non cederò la Corona ed il Regno mio paterno; ma voi seguitate quella via, che avete presa, ch'io se non potrò contrastare spero, che quando vi pregherò per la memoria di Lodovico mio padre, che mi vogliate lasciare andare in Boemia a ritrovare mio marito, non sarete tanto discortesi, che avendomi levato il Regno ereditario, mi vogliate ancora levare la libertà, e questo poco d'onore, che vi cerco per ultimo ufficio della fedeltà, che mi avete giurata, della quale siete tanto poco ricordevoli. Ma la Regina Elisabetta per risarcire la risposta della figlia, più generosa di quel che il tempo richiedeva, pregò colui, che venne a far loro l'imbasciata, che rispondesse ai Signori del Consiglio, che poichè le donne sono in questo imperfette, che non possono, o senza molto pensare, o senza consiglio risolversi nelle cose di tanta importanza, gli pregavano, che dessero loro tempo di rispondere; e partito che fu, si levò un pianto da loro e da tutte le donne ed uomini della Corte, che s'udiva per tutta la città, per la quale ancora molte persone discrete, e da bene andavano meste, che parea, che fosse spenta la memoria di tanti e sì grandi beneficj ricevuti, e che Iddio ne mostrerebbe miracolo contro il Regno, che sopportava tanta scelleratezza. Ma tornando nuova imbasciata al castello a dimandare alle Regine la corona, e lo scettro, la Regina Elisabetta saviamente confortò la figlia, che poichè col contrastare non potean far altro effetto, che porre ancora in pericolo le vite loro, volesse cedere ed uscire del castello, avanti che il Popolo furibondo venisse a cacciarle: ammonendola, che Dio vendicatore delle scelleraggini l'avrebbe per qualche via sollevata, e ricordandole del costume efferato degli Ungheri, che un dì per furia sono crudelissimi e ferocissimi animali, e l'altro, mancata la furia, sono vili pecore, e come non pensano a quel che fanno, si pentono spesso di quel che hanno fatto: pigliata la corona andò a visitare Re Carlo, lasciando la figlia in amarissimo pianto; ed essendo ricevuta da Carlo con grand'onore, cominciò a dirgli queste parole: Poich'io veggio il Regno d'Ungaria, per l'aspra e crudele natura degli Ungheri, impossibile ad essere ben governato per mano di donne, ed è volontà di tutti, che mia figlia ne sia privata, io l'ho confortata, e per l'autorità, che ho con lei, come madre le ho comandato, che ceda alla volontà loro ed alla fortuna, ed ho piacere, che sia più tosto vostro, che discendete dalla linea di Re Carlo, che di altri; ma almeno vi priego, che ne lasciate andare in libertà. Il Re rispose cortesissimamente, che stesse di buon animo, che avrebbe lei in luogo di madre e la figliuola in luogo di sorella, e ch'era per contentarle di quanto desideravano, e fu tanta la prudenza e la costanza di questa donna, e seppe si ben dissimulare l'interno dolor suo e della figlia, che per la città si sparse fama, che di buona voglia avessero rinunziato il Regno al Re Carlo lor parente; e l'istesso Carlo ancora in questo ingannato, mandò a convitarle alla festa dell'Incoronazione, che avea da farsi in Alba, e le donne con mirabile astuzia vi andarono insieme con lui, come fossero esse ancora partecipi della festa, e non condotte là per maggior dolore e più grave loro scorno.

Venuto il dì della Coronazione, Re Carlo posto nella sedia regale, fu coronato dall'Arcivescovo di Strigonia, di cui è particolar ufficio coronar coloro, che i Baroni, Prelati e' Popoli eleggono per Re; e quando fu a quella cerimonia di voltarsi dal palco, e dimandare tre volte a' circostanti, se volevano per Re Carlo, quanto più alzava la voce, tanto con minor plauso gli veniva risposto, perchè in effetto la terza volta non risposero, se non quelli che aveano proccurata la venuta di Carlo; e senza dubbio la presenza delle due Regine commosse a grandissima pietà la maggior parte della turba, e massimamente quelli, che più si ricordavano dell'obbligo, che tutto il Regno avea alle ossa del Re Lodovico; e si conobbe subito un pentimento universale tra coloro, ch'erano condescesi alle voglie de' fautori di Carlo, ed un raffreddamento negli animi d'essi fautori, tanto più che successe una cosa, presa per pessimo augurio, che finita la Coronazione, volendo Re Carlo tornare a casa, colui, che portava innanzi, com'è solito, la bandiera, che fu di Re Stefano (quegli che per le virtù sue fu canonizzato per Santo) non avendo avvertenza nell'uscire della porta di abbassarla, la percosse nell'architrave della porta della chiesa; e com'era per vecchiezza il legno e la bandiera fragile, si ruppe e lacerò in più parti: e da poi nel dì medesimo, venne sì grave tempesta di tuoni e di venti, che gl'imbrici delle case andavano volando per l'aria, e molte case vecchie e debili caddero con grandissima uccisione; ed a questo s'aggiunse un altro prodigio, ch'una moltitudine infinita di corbi entrarono con strepito grandissimo nel palazzo reale, che fu una cosa molestissima a sofferire, massimamente non potendosi in niun modo cacciare, e per questo stavano gli animi di tutti quasi attoniti; del che accorto Re Carlo cominciò a dimostrare di farne poca stima, e di dire, che queste erano cose naturali, e l'averne paura era ufficio femminile.

Le due Regine ridotte nel castello non aveano altro refrigerio, che i buoni ufficj di Niccolò Bano di Gara, il quale con grandissima divozione fu loro sempre appresso, confortandole e servendole; e perchè già s'accorgevano del pentimento degli Ungheri, e della poca contentezza, che s'avea della coronazione di Re Carlo, cominciarono a rilevarsi d'animo; e ragionando un dì il Re Maria e la madre a Niccolò del modo, che potea tenersi di ricovrar la perduta dignità e '1 Regno, Niccolò disse loro, che quando a loro piacesse avrebbe fatta opera, che Re Carlo fosse ucciso: queste parole furono avidamente pigliate dalle due Regine, e ad un tempo risposero, che non desideravano cosa al mondo più di questa: e Niccolò pigliando in sè l'assunto di trovar l'omicida, diede a loro il carico di adoperarsi, che 'l Re venisse in camera loro, e mentre egli attese a far la parte sua, le Regine con la solita dissimulazione trovarono ben modo d'obbligare il Re a venire all'appartamento loro, perchè la Regina Elisabetta disse, che avrebbe fatta opera, che Sigismondo sposo della figliuola avesse ceduto, come avean esse ceduto al Regno, purchè il Re con alcuni non gravi patti ne avesse mandata la moglie in Boemia; e poichè Re Carlo ebbe inteso con molto suo piacere questo pensiero della Regina, la ringraziò molto, e la pregò, che conducesse questo trattato a fine, ch'egli era per conceder, non solo, che se n'andasse la Regina giovane al marito, ma che si portasse ancora tutti i tesori reali, occulti, e palesi: e dopo alcuni dì, avendo Niccolò trovato un valentissimo uomo chiamato Blasio Forgac, persona intrepida, che avea accettata l'impresa d'uccidere il Re, e condottolo nel castello, avendo ad una gran quantità de' suoi confidenti ordinato, che venissero parte nel castello e parte restassero fuori con armi secrete; le Regine mandarono a dire al Re, che aveano lettere da Sigismondo piene d'allegrezza, e 'l Re, che non desiderava altro, si mosse ed andò subito alla camera loro, e posto in mezzo nel tempo, che volevano mostrargli la lettera, entrò Niccolò sotto specie di volere invitare il Re, e le Regine alle nozze di una figlia sua, e con lui entrato Blasio, il quale subito con una spada ungara diede una ferita al Re in testa, che gli calò fino all'occhio. Il Re gridando cadde in terra; e gl'Italiani che 'l videro caduto, e versare una grandissima quantità di sangue, pensarono tutti a salvarsi; in modo, che Blasio non ebbe alcuna fatica per ponersi in sicuro, perchè subito concorsero i parteggiani di Niccolò, e se n'uscì dal castello colla spada insanguinata; e Niccolò accortosi della paura della guardia del Re, e degl'Italiani, senza contrasto pose le guardie al castello di persone tutte affezionate alle Regine. Poichè il Re fu ridotto ferito alla camera sua, e si conobbe dagli Italiani non essere speranza alcuna alla vita sua, cominciarono a fuggire e salvarsi col favore di alcuni Ungheri, che aveano tenuta la parte del Re Carlo; la notte poi grandissima moltitudine, non solo de' cittadini di Buda, ma delle ville convicine, concorsa al rumore di sì gran fatto, cominciò a gridare: Viva Maria figlia di Lodovico, viva il Re Sigismondo suo marito, e mora Carlo tiranno, e traditori seguaci suoi: e col medesimo impeto saccheggiarono le case di quanti mercanti Italiani erano in Buda. Le Regine allegre fecero portare il Re Carlo così ferito a Visgrado, simulando di fargli onore, con mandarlo a seppellire dove era solito di seppellirsi gli altri Re d'Ungaria, e sono alcuni che dicono, che per non aspettare che morisse della ferita lo fecero, o avvelenare o affogare, perchè s'intendea, che Giovanni Banno di Croazia, Capo de' fautori di Carlo, con gran numero di valenti uomini veniva a favore del Re per farlo governare. Il corpo del Re, poichè fu morto, fu condutto a seppellire alla chiesa di S. Andrea com'era costume di seppellire gli altri, ma poco da poi venne ordine da Papa Urbano, che fosse cavato da chiesa, essendo morto scomunicato e contumace di Santa Chiesa.

Questo fu il fine di Re Carlo III di Durazzo, del quale si potea sperare, che avesse da riuscire ottimo Principe, se non s'avesse fatto accecare dall'ambizione, e si fosse contentato di possedere quel Regno, che con qualche colorato titolo parea che possedesse. Fu, secondo che narra Paris de Puteo[249], di sua persona valoroso, anzi valentissimo ed amatore de' Letterati, ancorchè nel Regno suo torbido e fluttuante pochi ne fiorissero, affabilissimo con ogni persona e molto liberale; solo fu tacciato di crudeltà ed ingratitudine verso la Regina Giovanna e le cognate sorelle della moglie, del che solamente potea scusarlo la gelosia del Regno. Di lui non abbiamo leggi, che si lasciasse, come gli altri Re suoi predecessori. Visse anni quarantuno, e regnò in Napoli anni quattro e cinque mesi, da agosto 1381 fin a' 6 febbraio 1386. Lasciò di Margarita sua moglie due figliuoli, Giovanna già grandetta, e Ladislao ch'era di dieci anni.

CAPITOLO III. Di Re Ladislao e sua acclamazione. Nuovo Magistrato istituito in Napoli. Guerre sostenute col Re Luigi II d'Angiò competitore di Ladislao.

Giunta in Napoli l'infelice novella della morte di Re Carlo, la Regina Margarita, ancorchè per qualche tempo proccurasse tenerla occulta, nulladimanco, essendo poi venuta a Roma a Papa Urbano, non potendo ella celarla più, la pubblicò alla città; e con dimostrazione d'infinito dolore celebrò l'esequie, essendo rimasta vedova di trentotto anni ed afflitta, per la poca età del figlio, e per lo timore degli nemici. Furono molti, che le persuasero, che facesse gridare se stessa per Regina, poichè il Regno apparteneva a lei, come nipote carnale della Regina Giovanna I. Ma vinsero quelli che le persuasero, che facesse gridare Re Ladislao suo figlio, col dubbio che il Papa non avesse potuto dire, che la Regina Giovanna non potea trasmettere agli eredi il Regno, essendone stata privata in vita per sentenza, come scismatica. Fu per tanto gridato a' 25 febbraio 1386 per tutta Napoli Re Ladislao, che avea poco più di dieci anni; e la Regina la prima cosa che fece, mandò per Ambasciadore al Papa Antonio Dentice, per mitigarlo, supplicandolo umilmente, che con l'esempio di colui, del quale era Vicario in terra, volesse scordarsi dell'offese del padre, e pigliare la protezione dell'innocente fanciullo, prendendosi quelle Terre del Regno, ch'e' volesse, per darle a' suoi parenti. Il Papa parte mosso a pietà, parte sazio d'aver veduto morto Re Carlo, e parte per disegno di poter disporre di gran parte del Regno, rispose, fuor della natura sua, benignamente, e creò Gonfaloniero di Santa Chiesa Ramondello Orsino, e per un Breve Appostolico gli mandò a comandare che pigliasse la parte del Re Ladislao, e per lo Vescovo di Monopoli suo Nunzio gli mandò ventimila ducati, acciocchè potesse assoldare più genti di quelle che tenea, e con questo la Regina restò alquanto confortata.

Ma Margarita, come donna poco esperta ad un governo tale ed a tal tempo, essendo a lei detto dai suoi Ministri, che le maggiori armi e forze per mantener i Regni sono i danari, avea cari più degli altri quei Ministri, che più danari facevano, senza mirare, se gli facevano per vie giuste o ingiuste, nè dava udienza a coloro che venivano a lamentarsi. Oltra di ciò, avea abbracciata tanto volentieri, ed impressasi nella mente così tenace l'opinione di far danari, che le erano sospetti tutti coloro, ch'entrassero a consigliarla altramente, senza por mente alle persone, se fossero di autorità, e se fossero affezionate alla parte sua. A questo aggiunse di più, che trovandosi aver fatta mala elezione de' primi Uffiziali, e creando poi gli altri a relazione e voto de' primi, quelli non proponevano se non persone dependenti da loro, mirando poco se fossero abili o inabili, onde perderono ogni speranza i Dottori e gli altri uomini prudenti e di giudizio, di potere avere parte alcuna ne' Governi e negli altri Ufficj; e quindi ogni dì si vedean fatti mille torti tanto a' cittadini quanto a' nobili. Per questo i cinque Seggi uniti col Popolo deliberarono di risentirsi, e crearono un nuovo Magistrato che fu chiamato degli Otto Signori del Buono stato, che avessero da provedere, che da' Ministri del Re non si avesse a far cosa ingiusta. Questi otto furono Martuccello dell'Aversana per Capuana, Andrea Carafa per Nido, Giuliano di Costanzo per Portanova, Tuccillo di Tora e Paolo Boccatorto per Montagna e per Porto, Giovanni di Duca, nobili, ed Ottone Pisano, e Stefano Marsato popolani, i quali cominciarono con grandissima autorità ad esercitare il loro Magistrato, andando ogni dì un di loro a' Tribunali, a vedere quel che si facea, affinchè non fosse fatto torto ad alcuno. Talchè in breve parve, che fossero più temuti essi dagli Ufficiali, che gli Ufficiali dal resto della città; nè perchè la Regina col suo Supremo Consiglio facesse ogni sforzo, bastò ad abolire tal Magistrato; onde entrò in grandissimo timore di perdere Napoli, come in breve succedette.

Intanto la Regina Maria vedova del Re Luigi I e madre del picciolo Re Luigi, avendo la protezione di Clemente, era presso il Papa in Avignone a proccurare l'investitura, e lo ristabilimento del suo figliuolo nel Regno, e stante la minorità del medesimo, erasi dichiarata sua governatrice e balia; ma Clemente che non meno degli altri suoi predecessori, pretendeva il Baliato appartenere alla Sede Appostolica, non volle darla, se prima non si pensava il modo da tenere, per togliere questa difficoltà: onde concertato l'affare coi Cardinali e Ministri della Regina, fu risoluto, che la Regina Maria in pubblico Concistoro dimandasse al Papa ed al Collegio il Baliato, siccome fu fatto, e Clemente assentì; da poi il Re e la Regina diedero il giuramento di fedeltà ed omaggio, ed il Papa investì Luigi del Regno, dandogli in segno dell'investitura lo stendardo, e ne gli spedì Bolla nel mese di maggio dell'anno 1385[250].

La fazione Angioina riconoscendo altro Papa ed altro Re, e fra gli altri Tommaso Sanseverino Gran Contestabile, e Capo della parte Angioina, e della famiglia sua, subito che intese la disposizione in cui stava la città di Napoli, si usurpò il titolo di Vicerè per parte di Luigi II Duca d'Angiò ch'era assente, e convocò un Parlamento per lo ben pubblico ad Ascoli, nel quale vennero tutti i Baroni che aveano seguita quella parte, e con l'esempio di Napoli che avea creati gli Otto del Buono stato della Città, furono eletti in quel Parlamento sei Deputati per lo Buono stato del Regno. Questi furono Tommaso suddetto, Ottone Principe di Taranto, Vincislao Sanseverino Conte di Venosa, Niccolò di Sabrano Conte d'Ariano, Giovanni di Sanframondo Conte di Cerreto, e Francesco della Ratta Conte di Caserta. Nel Parlamento fu anche conchiuso, che avessero tutti i Deputati da unirsi a Montefuscolo con tutte le forze loro, e così fu fatto, perchè due mesi dopo il Parlamento comparvero tutti, e fatto un numero di quattromila cavalli, e duemila fanti, vennero a tentare Aversa, e non potendola avere, vennero a porre il Campo due miglia lontano da Napoli; e mandarono Pietro della Mendolea in Napoli a tentar gli animi degli Otto del Buono stato, ed a sollecitargli che volessero rendere la Città a Re Luigi II d'Angiò, erede della Regina Giovanna I. Gli Otto risposero che non erano per mancare della fede debita al Re Ladislao, ed andarono subito a trovar la Regina, e ad offerirsi d'intervenire alla difesa della città. La Regina adirata, lamentandosi, che tutto quel male era cagionato dal governo loro, stette in punto di fargli carcerare; ma se n'astenne per consiglio del Duca di Sessa, che allora era in Napoli e lor disse, che attendessero a guardar bene la città, perchè verrebbe presto il Confaloniere della Chiesa, ch'era al Contado di Sora a far genti per soccorrerla. Pietro ch'era stato in Napoli due giorni, se ne ritornò al campo con la risposta degli Otto, e disse che Napoli non poteva tardar molto a far novità perchè avea lasciata la plebe alterata, ed i padroni delle ville dolenti di non poter uscire a far la vindemia. Nè fu vano il pronostico, perchè fermandosi il campo dove stava, ad ogni ora correvano i villani ad annunziare a' padroni delle ville i danni che facevano i soldati agli arbusti; onde a' 20 settembre si mossero alcuni cittadini, ed andarono a S. Lorenzo a trovare gli Otto, e far istanza che provvedessero: questi davan loro parole e speranza che fra breve verrebbe il Confaloniere coll'esercito del Papa a liberargli; ma il Popolo minuto che a que' dì soleva uscire per le ville, e portarne uve ed altri frutti, vedendosi privo di quella libertà in tempo che più ne avea bisogno, corse con gran tumulto a S. Lorenzo, e, prese l'armi, sarebbe trascorso a far ogni male, se accorsi da una parte molti Cavalieri e Nobili in difesa degli Otto, e dall'altra interpostisi alcuni gentiluomini vecchi e popolani di rispetto e prudenti, non avessero sedato il rumore. Questi ponendosi in mezzo fra la plebe ed i nobili, cominciarono a trattare con gli Otto il modo d'acquetar il tumulto, ed infine gli Otto temendo che la plebe non corresse ad aprire la porta del mercato a' Deputati del Regno, vennero a contentarsi di trattar una tregua che i cittadini potessero uscire per le loro ville, ed i soldati de' Deputati potessero a trenta insieme entrare nella città, per quel che loro bisognava.

La Regina, che per l'odio che portava agli Otto, avea avuto piacere di questo tumulto, con isperanza, che la plebe gli avesse tagliati a pezzi, ebbe dispiacere quando intese, che n'era uscita questa tregua, per la quale tutti que' del suo Consiglio diceano che Napoli potea tenersi per perduta; onde per darci qualche rimedio operò, che l'Arcivescovo Niccolò Zanasio, che al Bozzuto era succeduto[251], l'Abate di S. Severino, ed alcuni altri Religiosi cavalcassero per la città, sollevando un'altra volta la plebe, con dire, ch'era vergogna, che un popolo così cristiano ed amato tanto da Papa Urbano vero Pontefice, sopportasse, che praticasser per Napoli i soldati dell'Antipapa scismatico; e mentre andavano predicando con simili parole, alcuni nobili di Portanova cominciarono a riprendergli, con dir loro, ch'era ufficio di mali Religiosi andar concitando sedizioni e discordie, e massimamente ad un popolo, al quale essendo una volta tolto il freno, poi non se gli può agevolmente riporre; e rispondendo l'Arcivescovo superbamente, e più gli altri, ch'erano con lui, fidandosi all'Ordine Sacro furono alcuni di loro malamente conci e feriti. Ma due dì da poi, essendo venuto avviso alla Regina che Ramondello veniva con molta gente, i Ministri della Regina senza fare stima degli Otto, si armarono con tutti coloro, ch'erano della fazione di Durazzo, sotto pretesto di voler cacciare i soldati, ch'erano entrati; ma poi corsero alle case d'alcuni Cavalieri, ch'erano reputati affezionati alla parte Angioina, i quali, prese l'armi, cominciarono gagliardamente a difendersi: gli Otto mandarono subito a dire all'una e all'altra parte che posassero l'armi, e non meno da questo comandamento, che dalla notte, che sopravvenne, la zuffa fu divisa. Ma il dì seguente essendo giunto l'avviso, che Ramondello era a Capua, gli Otto e quelli della parte Angioina temendo d'essere sterminati, mandarono a dire a Tommaso Sanseverino, che trasferisse il Campo alle Correggie, dove la sera venne. Vennero ancora in questo tempo di Provenza due galee, mandate dal Re Luigi con venticinquemila ducati per la paga de' soldati; il che inteso dalla Regina Margarita, si partì dal castel dell'Uovo, ove erasi ritirata, e disperando dello stato del figliuolo, se ne andò a Gaeta che fu a lei, ed a Ladislao sempre fedele, dove durando queste guerre, stette per tredici anni. Ma appena giunto la sera il campo nemico alle Correggie, la mattina seguente all'alba venne Ramondello, ed entrò come nemico nella città per la porta Capuana, che gli fu subito aperta, perchè la città fin a quell'ora stava nella fede del Re Ladislao, e fece gridare: Viva Urbano, e Re Ladislao. Gli Otto del Buono stato con la maggior parte de' Nobili, stavano a Nido armati, gridando: Viva Re Ladislao, e 'l Buono stato. Ma Ramondello, giunto che fu a Nido, diede sopra di essi, e gli ributtò con morte di molti, sin a' cancelli di S. Chiara; allora si mossero que' di Portanova e di Porto, ch'erano della parte Angioina, ed andarono ad aprire Porta Petruccia: onde entrato l'esercito de' Deputati, una parte corse a dar soccorso agli Otto e l'altra con gran furia diede sopra a' soldati di Ramondello, gridando: Viva Re Luigi, e Papa Clemente. Questi cominciando a cedere, obbligarono Ramondello a ritirarsi a Nola, onde la città venne interamente in mano di Tommaso Sanseverino, il quale rimasto vincitore, richiesto dagli Otto del Buono stato, provide con molti banni, che non fosse fatta violenza alle case della parte contraria, e 'l dì seguente fatto salvocondutto a tutti, fece giurare omaggio nella chiesa di S. Chiara in nome di Re Luigi II, del quale si faceva chiamare Vicerè, e lasciando pochi soldati dentro la città, distribuì gli altri per li Casali.

Poichè Tommaso Sanseverino a questo modo ebbe acquistata la città di Napoli, considerando, che non molto tempo potea tenerla contra le forze esterne; propose in un Parlamento de' Baroni della parte Angioina, e de' più nobili e potenti Napoletani, che si dovesse da parte del Baronaggio e della città mandare a Re Luigi ed a Papa Clemente, e far loro intendere, come s'erano ridotti all'ubbidienza loro con più affezione che forza, e ch'era necessario, che mandassero gagliardi ajuti per poter non solo assicurare la parte Angioina, ma ponere affatto a terra la parte della Regina e di Papa Urbano, contra i quali non potrebbero con le forze del Regno molto tempo resistere. Fu subito conchiuso, che si mandasse, e furono eletti più Ambasciadori, i quali navigando felicemente giunsero a Marsiglia, ove ritrovarono Luigi, e lo salutarono per Re, e n'ebbero gratissime accoglienze, e lo sollecitarono, o a venir subito, dov'era con gran desiderio aspettato, o che mandasse supplimento di gente e di danari. Ed essendosi trattenuti alcuni dì, conoscendo in fine, essere quel Signore di natura nell'azioni sue tepido e non così fornito di danari, che se ne potesse aver gagliardo e presto soccorso; andarono ad Avignone a trovar Papa Clemente, dal quale sapevano, che avrebbero migliori recapiti, per togliere l'ubbidienza a Papa Urbano suo nemico. Ebbe Clemente cara molto la venuta degli Ambasciadori, e pigliò molto piacere d'intendere da loro, quanto picciola parte del Regno era rimasta all'ubbidienza d'Urbano, e della speranza gli davano di torgli in breve il rimanente; e poichè in Concistoro pubblico ebbe sommamente lodata la città ed i Baroni, che conoscendo la giustizia della causa, s'erano partiti dall'ubbidienza del Papa scismatico (che così chiamava egli Urbano) ed erano venuti all'ubbidienza sua, ch'era vero e legittimo Papa, e che ricordevoli de' beneficj ricevuti dalla buona Regina Giovanna, avessero eletto di seguire la parte di Re Luigi suo legittimo erede, cacciando l'erede del tiranno ed invasore, che con tanta ingratitudine l'avea privata del Regno e della vita; promise grandissimi e presti ajuti, e che avrebbe fra pochi dì coronato Re Luigi e proccurato, che venisse con grand'esercito nel Regno.

Gli Ambasciadori, ancorchè vedessero con quanta veemenza il Papa avea parlato, pur avendo in quelli dì inteso per lettere, che la plebe di Napoli era impaziente degl'incomodi d'un assedio, e che Papa Urbano e la Regina Margarita si apparecchiavano di mandare ad assediare la città per mare e per terra, ringraziarono il Papa degli aiuti promessi, e lo pregarono, che fosse quanto prima era possibile; ed assicurandoli il Papa, che non avea cosa al Mondo più a cuore di questa, ed avendo ad alcuni di loro concesse riserve di beneficj per parenti loro, si partirono contentissimi. Giunsero costoro verso la fine dell'anno in Napoli e rallegrarono la città, con la speranza dell'apparato, che aveano lasciato, che si faceva in Marsiglia ed in Genova, e con la relazione della liberalità, clemenza e dolcezza de' costumi del Re Luigi, e della prontezza di Papa Clemente: tal che a tutti parea la guerra finita.

Mentre queste cose s'erano trattate in Provenza, dall'altra parte Ramondello Ursino e la Regina Margarita facevano ogni forzo per impedire a Napoli i viveri, acciocchè per fame la città dovesse rendersi; ma per la vigilanza del Sanseverino, liberata la città di questo timore, ed essendo giunte a Napoli alcune galee di Provenza, mandate da Papa Clemente con trentamila scudi d'oro per paga dell'esercito, e provista Napoli di vettovaglie; la Regina, disperata di non averla per fame, se ne ritornò a Gaeta. Pochi dì da poi che la Regina fu ritornata a Gaeta, giunse l'armata provenzale in Napoli, ed in essa venne con titolo di Vicerè e di capitan generale Monsignor di Mongioja, e da' Napoletani e da tutti coloro, che nel Regno seguivano la parte Angioina, ne fu fatta grand'allegrezza; non considerando quel che n'avvenne; poichè per la sua alterigia fu più tosto cagione di turbare che di stabilire il Regno al Re Luigi. Perchè Tommaso Sanseverino restò offeso, che il Re non gli avesse mandata la conferma di Vicerè, e per disdegno se n'andò alle sue terre, e pochi dì da poi trattando il Mongioja col principe Ottone, non con quel rispetto, che conveniva a tal Signore per la nobiltà del sangue, per essere stato marito d'una Regina, e per la virtù e valor suo nell'arme: il Principe si partì con le sue genti, e se n'andò a Santa Agata de' Goti. I Signori del Buono stato uniti andarono a ritrovare il Mongioja e gli dissero, che il modo ch'egli tenea, farebbe in breve spazio perdere il Regno, alienando gli animi de' più potenti Signori, e ch'era necessario, che in ogni modo cercasse di placare il principe Ottone: ed ancorchè il Mongioja avesse dato il pensiere ad essi di placarlo, nulladimanco furono inutili tutti i trattati, per li molti patti, che voleva il Principe, i quali non solo al Vicerè, ma a tutt'i Cavalieri parvero soverchi, e non degni d'essere conceduti. E da questo s'accorsero, che il Principe a quel tempo doveva esser in pratica di passarsene alla parte della Regina, il che si confermò poi, perchè si vide, che alzò subito le bandiere di Durazzo. Angelo di Costanzo per questo credette esser vero quel, che in un breve compendio scritto a penna di Paris de Puteo avea letto, che il Principe avea fatto disegno di pigliarsi la Regina Margarita per moglie, e che quella donna sagacissima per tirarlo alla parte sua, glie ne avea data speranza; ma poi con iscusandosi che Papa Urbano non volea dispensarvi, per essere stata la regina Giovanna prima moglie del Principe, zia carnale della regina Margarita, lo lasciò deluso a tempo, che per vergogna non poteva mutar proposito, e seguì fin alla morte quella parte; onde seguirono molte novità, e la parte di Durazzo cominciava ad entrare in isperanza di poter ricuperar Napoli ed il resto del Regno, che si teneva per Re Luigi;

CAPITOLO IV. Nozze tra il Re Ladislao e la figliuola di Manfredi di Chiaramonte. Morte d'Urbano, elezione in suo luogo di Bonifacio IX e venuta del Re Luigi II in Napoli.

Intanto la Regina Margarita, che stava in Gaeta con molti del suo partito, non potendo sopportar l'ozio nel qual parea, che si marcisse la speranza di ricovrar presto Napoli, non pensava ad altro, che a trovar modo di cavar danari per rifar l'esercito, con soldar nuove genti. Ma avvenne, che alcuni mercanti gaetani, ch'erano stati a comprar grani in Sicilia, dissero avanti la Regina gran cose delle ricchezze di Manfredi di Chiaramonte e delle bellezze di una sua figliuola; onde l'animo vagabondo della Regina si fermò col pensiere di mandare a chiedere quella figliuola per moglie al Re Ladislao suo figlio, ch'era già di quattordici anni; e con ciò sia ch'era nelle sue azioni fervida e risoluta, fece chiamare subito il Consiglio e disse, che dopo aver vagato colla mente per tutti i modi, che potessero tenersi per far danari, per rinovar la guerra, non avea conosciuto per certa via, che quella di questo matrimonio, dal quale voleva la ragione, che si potesse aver dote grandissima, e che però voleva mandar in Sicilia a trattarlo. Non fu persona nel Consiglio, che non laudasse la prudenza della Regina, e con voto ed approvazione di tutti, furono eletti il conte di Celano e Bernardo Guastaferro di Gaeta, per andare a trattare il matrimonio in Sicilia: il Conte, perch'era Signore ricco e splendido, e conduceva seco famiglia onorevole, e Bernardo per esser Dottor di legge ed uomo intendente. Questi con due galee partiti da Gaeta, il quarto dì giunsero felicemente in Palermo. Era Manfredi di Chiaramonte di titolo Conte di Modica, ma in effetto Re delle due parti di Sicilia, perchè per la puerizia del Re, e per la discordia de' Baroni avea occupato Palermo e quasi tutte l'altre buone terre dell'isola, avendo acquistato con le forze sue proprie l'isola delle Gerbe, dalla quale traea grandissima utilità, non solo per lo tributo, che gli pagavano i Mori, ma per l'utile che traeva dai mercatanti, che avean commercio e trafichi in Barberia; ed essendo di natura sua splendido e magnanimo, con grandissima pompa accolse gli Ambasciadori; e poichè ebbe inteso la cagione della lor venuta, la gran virtù e valore della Regina Margarita, la grande aspettativa, che si potea tenere del piccolo Re Ladislao, e la certezza di cacciare gli nemici del Regno, avendosi aiuto di danari, restò molto contento, vedendosi non solo offerta occasione di far una figlia Regina d'un ricchissimo Regno, ma di potere sperare coll'aiuto del genero di occupare il rimanente dell'isola, e farsi Re; strinse egli per tanto senza molto indugio il matrimonio; ed ancorchè i Napoletani facessero ogni sforzo per impedirlo, Manfredi non volle muoversi dalla determinazione ch'avea fatta; onde giunto in Palermo Cecco del Borgo, Vicerè del Re Ladislao, a condurne la sposa, Manfredi gli consegnò la figliuola Costanza, ed in compagnia di lei mandò alcuni suoi parenti con quattro galee, ed oltre alla ricca dote, le diede gran copia d'argento lavorato, gioie e tapezzerie. Partiti da Palermo con prospero vento arrivarono in pochi dì a Gaeta, dove la Regina ed il Re accolsero la sposa con grandissima allegrezza e con feste splendidissime, che furono per molti dì continovate.

Finite appena le feste, venne una maggior felicità a Ladislao, perchè morì Papa Urbano, che per lui era inutile; poichè per la sua natura bizzarra e ritrosa, era odiato non men dal Collegio, che da tutti i popoli di sua ubbidienza; ed avendo fatto morire molti Cardinali, ed altri privati del Cappello per diversi sospetti, non poteva attendere ad altro, che a guardarsi dalle congiure, che temeva fossero fatte contra di lui. Morì Urbano nel 1389, e fu creato in suo luogo il Cardinal Pietro Tomacello, e chiamato Bonifacio IX[252], che come si dirà appresso fu grandissimo protettore del Re Ladislao.

(Ladislao, avuta da Bonifacio l'investitura del Regno, simile a quella data a Carlo suo padre, gli spedì lettere nel 1390 nelle quali, prestandogli giuramento di fedeltà, dichiara, per beneficio della Sede Appostolica possedere il Regno. E Bonifacio mandò lettere ai Napoletani, perchè lo riconoscessero per vero e legittimo Re: siccome nell'anno 1398 conferma la pace stabilita fra Ladislao, e gli Ordini del Regno. Le quali lettere si leggono presso Lunig[253]).

Lasciò Papa Urbano pochi al mondo che piangessero la sua morte, perchè benchè fosse d'integrità singolare, fu superbo, ritroso ed intrattabile di natura, ed alle volte non sapeva egli stesso quel che si volesse: fu sepolto in Roma in S. Pietro con rustico epitaffio; ma in Napoli nella chiesa di S. Maria la Nuova, nella cappella di Francesco Prignano, presso il sepolcro del B. Giacomo, gli fu eretto un famoso tumulo colla sua statua, che ancor oggi si vede. Il suo successore, che non avea più di 45 anni, fu creato Papa per l'opinione della buona vita; ma subito che fu incoronato, mostrò gran mutazione di vita, ponendosi per iscopo di tutti i suoi pensieri l'ingrandire i fratelli ed i parenti; e perchè potea aspettare gran cose dal Re Ladislao, per le grandi ricchezze degli avversari, che vincendo potrebbe distribuire a' partegiani suoi, deliberò d'incominciare a favorirlo, ed accolse benignamente Ramondo Cantelmo conte d'Alvito e Goffredo di Marzano conte d'Alifi, che vennero da parte di lui e della Regina a dargli l'ubbidienza e visitarlo, e promise di dargli l'investitura del Regno, che non avea potuto ottener mai da Papa Urbano. E pochi dì appresso mandò il Cardinal di Firenze a Gaeta a coronarlo, essendosi l'ottavo dì di maggio del 1390 celebrata la coronazione del Re e della Regina Costanza, e fu letta la Bolla dell'investitura simile a quella che fece Papa Urbano al Re Carlo III. Nel qual dì cavalcò il Re colla Regina per Gaeta, con la corona in testa e con gran solennità.

I Napoletani, vedendo questi prosperi successi del Re Ladislao, mandarono Baldassar Cossa, che poi fu Cardinale e Papa, a Re Luigi in Provenza, a dirgli che le cose comuni stavano in gran pericolo, ed ogni dì andavano peggiorando, per la gran superbia di Monsignor di Mongioja, che avea alienati gli animi di tutti i Baroni e più degli altri, de' Sanseverineschi, i quali tenean tutte l'armi e le forze del Regno, e ch'era necessario che venisse; poichè delle quattro parti del Regno, a quel tempo, tre n'erano sue, che col venire avrebbe mantenute in fede, e tolta la discordia tra' Ministri, poteva sperar in breve cacciar i nemici, ed ottener tutt'il Regno. Per questo ed a persuasione ancora di Papa Clemente, il Re Luigi, il quale nell'anno precedente era stato in presenza del Re di Francia solennemente coronato Re di Sicilia in Avignone[254],[255] raunati venti legni da remo, tra galee e fuste e tre navi grosse, nel mese di luglio si imbarcò in Marsiglia, ed a' 14 d'agosto giunse a vista di Napoli, dove levatasi una grandissima burrasca, a fatica con la galea capitana verso il tardi s'appressò a terra, e scese su 'l ponte ch'era apparecchiato nella foce del fiume Sebeto, ove trovò un numero grande di Nobili e di Popolo con alcuni Baroni, che a quel tempo erano in Napoli, che 'l ricevettero con applauso grandissimo, e cavalcando cominciò a camminare verso Formello, dove trovò gli Eletti di Napoli che gli presentarono le chiavi della città: arrivato avanti la porta, fu ricevuto da otto Cavalieri sotto il baldacchino di drappo ad oro, e passando per gli Seggi della città, creò Cavalieri molti giovani nobili, ed assai tardi tornò al castel di Capuana, avendo colla sua presenza soddisfatto molto a tutta la città, perch'era di bello aspetto, ed atto a conciliarsi l'aura popolare, e che a molti segni mostrava clemenza ed umanità. Il dì seguente tutti cinque i Seggi confermarono il giuramento dell'omaggio, fatto in mano di Tommaso Sanseverino allora Vicerè, e poi giurarono i mercatanti ed il Popolo. Cominciarono poi a venire i Baroni, ed i primi furono il Conte d'Ariano di casa Sabrano, Marino Zurlo Conte di S. Angelo, Giovanni di Luxemburgo Conte di Conversano, Pietro Sanframondo Conte di Cerreto, Corrado Malatacca ed altri Signori ed alcuni altri Capi di squadre stranieri che possedevano alcune castella in Regno. Questi condussero più di 1100 cavalli. Ma appresso vennero i Sanseverineschi, che vinsero tutti gli altri di splendidezza, di numero e di qualità di genti; poichè condussero con loro 1080 cavalli tutti in arnese, come se andassero a far giornata, perchè vollero mostrare al nuovo Re, quanto fosse importato alla sua Corona, e quanto potrebbe importare la potenza loro che parve cosa superbissima. Questi furono Tommaso Gran Contestabile, il Duca di Venosa, il Conte di Terra nuova, il Conte di Melito, il Conte di Lauria della medesima casa; venne poi Ugo Sanseverino d'Otranto con Gaspare Conte di Matera ed altri Sanseverineschi, che avean le Terre in quelle province; appresso a costoro vennero i Signori di Gesualdo, Luigi della Magna Conte di Boccino, Mattia di Borgenza, Carlo di Lagni, ed altri Baroni di minor fortuna. Ma d'Apruzzo venne solo Ramondaccio Caldora con alcuni altri di quella famiglia; poichè gli altri ubbidivano tutti al Re Ladislao.

Non voglio tralasciare ciocchè quel gravissimo Istorico Angelo di Costanzo lasciò scritto, in considerando la condizione di questi tempi, paragonandogli coll'età, nella quale compilò la sua Istoria, cioè sotto il Regno di Filippo II, che servirà per maggior nostra confusione e scorno; poichè se questo grave istorico in cotal maniera favella, paragonando que' tempi alla sua età; che dovremo dir noi de' nostri, ne' quali senza paragone i lussi sono infinitamente cresciuti? E' dice che vedendo ne' suoi tempi in ogni altra cosa felicissimi, e Napoli tanto abbondante di Cavalieri illustri, ed atti all'armi, ed all'incontro la difficoltà, che saria di porre in ordine una giostra; e l'impossibilità di poter fare in tutto il Regno mille uomini d'arme di corsieri grossi simili a quelli: stava quasi per non credere a se stesso questo ch'egli scriveva, di tanto numero di cavalli, ancorchè sapesse ch'era verissimo; ed oltrechè l'avea trovato scritto da persone in ogni altra cosa veridiche, l'avea anche veduto ne' registri di que' Re che gli pagavano. Ma tutto ciò, ei dice, dee attribuirsi al variar de' tempi che fanno ancora variare i costumi. Allora per le guerre ogni picciolo Barone stava in ordine di cavalli e di genti armigere, per timore di non esser cacciato di casa da qualche vicino più potente; ed in Napoli i Nobili vivendo con gran parsimonia, non attendeano ad altro che a star bene a cavallo e bene in armi: s'astenevano d'ogni altra comodità: non si edificava, non si spendeva a paramenti, nelle tavole de' Principi non erano cibi di prezzo, non si vestiva con molta pompa, tutte l'entrate consumavansi a pagar valent'uomini, ed a nudrir cavalli. Or per la lunga pace, s'è voltato ognuno alla magnificenza nell'edificare, ed alla splendidezza e comodità del vivere; e si vide la casa, che fu del Gran Siniscalco Caracciolo, il quale fu quasi assoluto padrone del Regno a' tempi di Giovanna II, che essendo venuta in mano di persone, senza comparazione di stato e di condizione inferiore a lui, aggrandita di nuove fabbriche, non bastando a costoro quell'ospizio, ove con tanta invidia abitava colui, che a sua volontà dava e toglieva le Signorie e gli Stati. Delle tappezzerie e paramenti non parlo; poichè già è noto, che molti Signori ne' paramenti d'un paio di camere, hanno speso quello che avria bastato a mantener 200 cavalli per un anno; ed avendo il Costanzo parlato della magnificenza de' Principi, con questo esempio non lascerò di dire anche de' privati, ch'erasi veduto di cinque case di Cavalieri nobilissimi essersene fatta una di un cittadino artista. Tal che si può credere per certo, che se fosse noto agli antichi nostri questo presente modo di vivere, si maraviglierebbono essi, non meno di quel che facciam noi di loro.

Se Angelo di Costanzo, che scrisse nel Regno di Filippo II si maravigliava che ad un semplice artista non bastavano cinque case di Nobili per farne una: che direbbe ora in veggendo che non bastano agli abitatori tutti quegli ampj ed immensi edificj, che, come tante altre nuove città, si sono aggiunti all'antica? e che direbbe se vedesse le tante pompe e fasti di quest'ultima nostra etade, i quali consumano in cotal guisa le rendite, che senza difficoltà si potrebbe mettere in piede una compagnia di cento cavalli? Ma lasciando al giudizio de' Lettori, se sia più laudabile attendere alle arme ed a' cavalli ed agli esercizi d'un rigido ed inclemente Marte, ovvero agli agi ed alla comodità del vivere, ritorneremo là donde siam dipartiti.

Dappoichè il Re Luigi ebbe ricevuto il giuramento dell'omaggio da tutti gli ordini della città e del Regno, fece convocare un Parlamento a Santa Chiara, nel quale Ugo Sanseverino Gran Protonotario del Regno propose, che si dovessero donare al Re mille uomini d'arme, e dieci galee pagate dal Baronaggio e da' Popoli a guerra finita, il che fu subito con gran volontà conchiuso e con grandissimo piacere del Re, perchè trovandosi la Francia a quel tempo afflitta, per le guerre degl'Inglesi, poca utilità traeva dal Contado di Provenza e dal Ducato d'Angiò. Luigi per tanto con buon consiglio cominciò a fornirsi la casa di nobili napoletani e del Regno, ordinando a tutti onorate pensioni, e con questo parve che alleggerisse il peso insolito e nuovamente imposto al Regno, ed acquistò in Napoli gran benevolenza.

Mentre in Napoli e nell'altre parti del Regno si facevan queste cose, la Regina Margarita fece chiamare tutt'i Baroni del suo partito, e mandò a soldare il Conte Alberigo di Cunio, desiderando di tentar la fortuna della guerra, avendo acquistata forza, e dalla dote della nuora, e dal favor del Papa. Convennero subito a Gaeta Giacomo di Marzano Duca di Sessa e Grande Ammirante del Regno, Goffredo suo fratello Conte d'Alifi e Gran Camerlengo, il Conte Alberigo Gran Contestabile, Cecco del Borgo Marchese di Pescara, Gentile d'Acquaviva Conte di S. Valentino, Berardo d'Aquino Conte di Loreto, Luigi di Capua Conte d'Altavilla, Giovanni d'Atrezzo Milanese Conte di Trivento, Giacomo Stendardo, Cola e Cristofano Gaetani, Gurrello e Malizia Carafa fratelli, Gurrello Origlia, Salvatore Zurlo, Florido Latro ed Onofrio Pesce, e trattarono da che parte si dovea incominciare a guerreggiare. Fu risoluto, che si andasse a debellare i Sanseverineschi, che teneano le lor genti disperse per diversi luoghi: e quindi attaccatisi varj fatti d'arme, finalmente i Sanseverineschi ne riportarono vittoria. Per la qual cosa il Castellano di S. Eramo Renzo Pagano, che si teneva ancora per Re Ladislao, avendo intesa questa vittoria, venne in pratica di render il castello al Re Luigi, e seppe ben farlo pagare a caro prezzo, perchè n'ebbe la Bagliva di S. Paolo, l'Ufficio di Giustiziere degli Scolari, la gabella della falanga e la gabella della farina. Ma Andrea Mormile Castellano del Castel Nuovo per molte offerte e grandi, che gli furono fatte, non volle mai rendersi, finchè non fu vinto da estrema necessità, e si rendette senz'altro premio, che la salute sua e dei compagni; e fu dal Re Luigi, quando entrò nel castello, sommamente lodato, non essendovisi trovato da vivere, che per un solo dì. Martuccio Bonifacio Governadore del castello dell'Uovo, ancor egli non potendo più resistere, si rendè con onorati patti. Per così prosperi successi si fecero gran segni d'allegrezza per tutta la città, perchè pareva a tutti, che la guerra fosse finita, nè avendosi nè danno, nè impedimento alcuno, come fino a quel dì aveano avuto dalle castella; e viveasi in Napoli con molta contentezza e benevolenza verso il Re Luigi.

CAPITOLO V. Divorzio del Re Ladislao colla Regina Costanza, e suoi progressi nell'impresa del Regno, che finalmente ritorna sotto il suo dominio.

Il Regno stette alquanti mesi quieto, concedendogli pace, dall'una parte la povertà del Re Ladislao, dall'altra la natura pacifica del Re Luigi. Ma in questo tempo nell'isola di Sicilia succedettero gran movimenti, perchè mancata la linea maschile, per la morte di Federico III, quel Regno era venuto in mano di Maria picciola fanciulla del morto Re d'Aragona, la quale nell'anno 1386 fu da' Baroni Siciliani collocata in matrimonio a Martino figliuolo del Duca di Monblanco, ch'era fratello di Giovanni Re d'Aragona e fu chiamato Re Martino. Questi venendo nell'anno 1390 insieme col padre in Sicilia con una buona armata, e giungendo a quel punto, che morì Manfredi di Chiaramonte, agevolmente ricovrò Palermo, e tutte l'altre Terre occupate da Manfredi; e nacque fama, che 'l Duca di Monblanco padre del Re avesse pratica amorosa con la vedova moglie di Manfredi. La Regina Margarita in Gaeta, o mossa da questa fama per istudio d'onore, o per avere speranza, dando altra moglie al Re suo figliuolo, di aver danari per rinovar la guerra, persuase al medesimo, ch'essendo cosa indegna del sangue e del grado suo, aver per moglie la figlia della concubina d'un Catalano, andasse al Papa, e cercasse d'ottener dispensa di separar il matrimonio; poichè prendendo altra moglie potrebbe aver dote e favore. Il Re per la poca età più inclinato all'ubbidienza della madre, che all'amor della moglie, cavalcò a Roma, dove fu onorevolmente, e con molte dimostrazioni d'amore ricevuto da Papa Bonifacio, ed ottenne non solo la dispensa del divorzio, ma ajuto di buona quantità di danari, per poter rinovar la guerra. Il Papa con nuovo esempio mandò con lui il Vescovo di Gaeta, che celebrasse l'atto del divorzio; e la prima domenica, che seguì dopo il ritorno del Re nel Vescovado di Gaeta, quando il Re fu venuto con la moglie, la quale credea di venir solamente al sacrificio della messa; il Vescovo avanti a tutt'il popolo lesse la Bolla della dispensa, e mosso dall'altare andò a pigliar l'anello della fede dalla Regina Costanza, e lo restituì al Re: e l'infelice Regina fu condotta con una donna vecchia e due donzelle ad una casa privata, posta in ordine a quest'effetto, ove per modo di limosina le veniva dalla Corte il mangiare per lei e per quelle che la servivano; nè fu in Gaeta, nè per lo Regno persona tanto affezionata alla Regina Margarita, che non biasimasse un atto tanto crudele ed inumano, e misto di viltà e d'ingratitudine, che avendola con sommissione cercata al padre pochi anni prima, in tempo della necessità loro, ed avutane tanta dote, l'avesse poi il Re ingiustamente ripudiata, a tempo che la casa e' parenti di lei eran caduti in tanta calamità, che si dovea credere, ch'ella più tosto come Regina potesse ricevergli e sollevargli, che ritornarsene a loro priva della corona e della dote; ma molto maggior odio si concitò contro Papa Bonifacio, per aver dispensato a tal divorzio per ambizione e particolari suoi disegni.

Fatto questo, il Re Ladislao comandò, che la seguente primavera tutti i Baroni si trovassero al piano di Trajetto, perchè essendo già in età di armarsi volea proceder contro a' nemici; ma per la rotta avuta l'anno avanti, stavano tutti i Baroni così mal provveduti, che passò tutt'il mese di giugno innanzi che fossero in ordine, ed appena al fin di luglio si trovarono tutti sotto Trajetto, accampati alla riva del Garigliano: e lasciate ivi le genti, i Baroni vennero in Gaeta a trovare il Re, con cui avendo tenuto parlamento di quello, che fosse da farsi, dopo molti discorsi fu conchiuso che a questa cavalcata non si facesse altra impresa che andare sopra l'Aquila, la quale sola tra le Terre d'Apruzzo mantenea pertinacemente la bandiera angioina; perchè da quella città, ch'era assai ricca, s'avrebbe potuto cavar tanto che nell'anno seguente accrescendo l'esercito, si sarebbero potuto mettere ad impresa maggiore, giacchè non trovavasi allora il Re avere più che 300 cavalli e 1600 fanti. Con questa deliberazione all'ultimo di luglio di quest'anno 1393 il giovine Re armato tutto fuor che la testa, scese insieme colla Regina Margarita al Vescovado alla Messa; e come l'ebbe udita, baciate le mani alla madre che lo benedisse, e con molte lagrime lo raccomandò a' Baroni, cavalcò arditamente sopra un cavallo di guerra bardato, e Cecco del Borgo Marchese di Pescara andò a porgergli il bastone, e gli disse: Serenissimo Re, pigli V. M. il bastone che indegnamente ho tenuto in suo nome molti anni, e priego Iddio che come oggi glielo rendo, così possa ponergli in mano tutti i ribelli ed avversarj suoi. Il Re prese il bastone, e licenziatosi un'altra volta dalla madre, salutando tutti i circostanti, si partì assai desideroso di gloria, tutto disposto a magnanime imprese, tra mille benedizioni del Popolo, che ad alta voce pregava Iddio che gli desse vita e vittoria. Giunto al Campo, la mattina seguente cavalcò con tutto l'esercito, contra il Conte di Sora, e 'l Conte d'Avito amendue di casa Cantelmo, togliendo lo Stato all'uno ed all'altro, perchè non aveano ubbidito all'ordine del Re, ed erano sospetti di tener pratica di passar, dalla parte di Re Luigi. Poi per lo Contado di Celano entrò in Apruzzo, ove fu gran concorso di genti che correan per vederlo e presentarlo, e fuvvi un gran numero di giovani paesani che invaghiti della presenza del Re, si posero a seguir l'esercito a piede ed a cavallo come avventurieri. Gli Aquilani avendo inteso che il Re verrebbe contro di loro, aveano ancora mandato al Re Luigi per soccorso, il quale, benchè avesse promesso di mandarlo, non potea però essere a tempo, perchè bisognava raunar le genti de' Sanseverineschi, ch'erano disperse per più province; onde accomodarono i fatti loro, come poterono il meglio, e pagando quattromila ducati per vietare il sacco ed altre ostilità militari, si rendettero a Ladislao. Avendo questo Principe pigliato spirito per questi primi successi, andò contra Rinaldo Ursino Conte di Manupello, il quale in pochi dì con tutto lo Stato venne in mano del Re. I Caldori si salvarono tutti nel castello di Palena, ed il Re non volendo perder tempo ad espugnargli, se ne scese per la strada dal Contado di Molise, e se ne ritornò a Gaeta, ricco di molte prede e di gran quantità di danari, avuti parte in dono, parte di taglie dalle Terre e da' Baroni contumaci, e diede licenza a tutti i Baroni che ritornassero al loro paese, dicendo loro che stessero in punto per la seguente Primavera. Ma la grave infermità che sopravvenne a Ladislao, mentre già posto in ordine in questo seguente anno 1394 erasi avviato verso Napoli, frastornò i suoi disegni: poichè come fu giunto a Capoa, s'ammalò sì gravemente che per tutto il Regno si sparse fama che fosse morto, e fosse stato avvelenato: pure con grandissimi rimedi guarì, ma restò per tutto il tempo della sua vita balbuziente, onde si differì l'impresa di Napoli e tornossene a Gaeta. Vi fu intanto qualche trattato di pace fra lui e 'l Re Luigi, ma niente fu conchiuso; poichè fu fama che alla poca volontà di Ladislao si aggiungesse anche il consiglio di Papa Bonifacio, perchè non la facesse. Fu perciò con maggiore ardore rinovata la guerra; dal Re Luigi fu investita Aversa, che si teneva per Ladislao, ma la fede degli Aversani, ed il pronto soccorso di Ladislao renderon vani gli sforzi di Luigi: Ladislao liberato dall'obbligo di soccorrere Aversa, andò in Roma a trovar il Papa, da cui sperava d'esser sovvenuto per l'anno avvenire. Fu da Bonifacio onorato e caramente accolto, e molto più ben veduto questa seconda volta: si trattò del modo che si avea da tener in proseguir la guerra; e fu conchiuso che il Papa dasse al Re venticinquemila fiorini, ed il Re all'incontro donò a' fratelli il Contado di Sora e di Alvito, del quale avea spogliato i Cantelmi e la Baronia di Montefuscolo, e molte altre buone Terre, con molta soddisfazione e contentezza di Bonifacio: perchè benchè due anni innanzi Ladislao gli avesse donato il Ducato d'Amalfi e la Baronia d'Angri e di Gragnano, non aveano però potuto averne il possesso, perchè il Ducato era stato occupato da' Sanseverineschi e la Baronia, dopo la morte di Pietro della Corona, Re Luigi l'avea conceduta a Giacomo Zurlo. Con questo esempio alcuni Cardinali più ricchi sovvennero il Re di danari, volendo promesse di terre e di castella per loro parenti, che allora erano possedute da' nemici ed il Re ne fece loro l'investiture. Con questi denari, e con larghe promesse del Papa, Ladislao partì di Roma, ed a' 19 novembre di quest'anno 1394 tornò a Gaeta con gran riputazione, perchè coloro ch'erano stati con lui avean divulgato che i danari che il Re avea avuti dal Papa, fossero assai più di quelli che erano in effetto.

Dall'altra parte il Re Luigi, subito ch'ebbe avviso di questi apparati, mandò Bernabò Sanseverino in Avignone a Papa Clemente a dirgli i grandi aiuti che dava Bonifacio al Re Ladislao, ed a cercargli soccorso, già che per la primavera seguente aspettava guerra gagliardissima per terra e per mare. Ottenne per allora Bernabò da Clemente, che soldasse sei galee e di più una quantità di danari. E questi furono gli ultimi soccorsi che potè dargli; imperocchè questo Papa essendosi impegnato di parola col Re di Francia, il quale studiavasi di toglier lo scisma, di voler entrare in qualche trattato, per proccurare anch'egli la pace della Chiesa; ed avendo l'Università di Parigi dato il suo parere sopra i mezzi più acconci per farlo cessare e proposta la via di un compromesso, quella della cessione de' due contendenti e la convocazione di un general Concilio: Clemente restò molto sorpreso da cotali proposizioni, e tanto più quando seppe, che i suoi Cardinali le riputavano giuste; ciocchè gli cagionò tanta afflizione che ne morì il dì 16 settembre di questo istesso anno 1394[256]. Ma non perciò finì lo scisma: i Cardinali, ch'erano in Avignone, tosto vennero mal grado del Re di Francia all'elezione del nuovo Papa, ed elessero il dì 28 dello stesso mese Pietro di Luna Aragonese Cardinal Diacono del titolo di S. Maria, che fu nomato Benedetto XIII. Questi non meno che 'l suo predecessore, mostrò subito grandissima inclinazione d'aiutare il Re Luigi; e perchè il Governadore di Provenza avea spedite a questo Principe tre galee di nuovo armate con alcuni denari, mandò esso ancora quindicimila altri ducati. Fu per tanto con maggior contenzione da amendue i Re, invigoriti da questi soccorsi d'amendue i Papi, rinovata la guerra, che Ladislao avea portata insino alle porte di Napoli. Ma il valore di questo Principe, ed il favore di Papa Bonifacio, che come in quella interessato insieme co' suoi fratelli non cessava di dargli continui e validi aiuti; ed all'incontro l'animo del Re Luigi più atto agli studi della pace, che all'esercizio della guerra; i rari e piccioli soccorsi, che gli venivano dalla Francia e la poca speranza d'averne maggiori, fecero, che il G. Contestabile del Regno Tommaso Sanseverino riflettesse al pericolo del Re Luigi, e per conseguenza alla irreparabile sua ruina e di tutta la famiglia, se non vi dava provvedimento, persuase perciò al Re, che poichè non potevano secondo si conveniva fortificar la parte loro, volessero fare ogni opera d'indebolire quella degli avversari, aggiungendo, che avea pensato di alienare il Duca di Sessa dal Re Ladislao; il che credea che venisse fatto, quando ci si disponesse di mandar a chiedere per moglie la figlia del Duca, perchè credea, che il Duca avrebbe anteposto un tanto splendor di casa sua, facendo la figlia Regina, all'amor che portava al Re Ladislao. Il Re perch'era di natura pieghevole, lodò il pensiero, e col parere di tutto il Consiglio mandò Ugo Sanseverino a trattar il matrimonio, il quale in pochi dì, parte coll'autorità sua ch'era grande, parte coll'aiuto della Duchessa, ch'era di casa Sanseverina, ambiziosissima, e desiderava farsi madre di Regina, e parte perchè il Duca si era ancor egli lasciato trasportare dal vento di tanta ambizione, conchiuse il matrimonio, e se ne ritornò in Napoli; e Luigi mandò subito Monsignor di Mongioia con doni reali a visitar la sposa, chiamandola nelle lettere Regina Maria. Papa Bonifacio, che con molto dispiacere avea intesa questa parentela ed alienazione del Duca, mandò Giovanni Tomacello suo fratello a tentare di farlo ritornare alla divozione del Re Ladislao: ma frapostovi molti impedimenti, non si potè allora far niente, dando il Duca sole parole, senza vedersene alcuno effetto: finalmente il Re Ladislao, vedendo la freddezza del Re Luigi, cavalcò contro il Duca di Sessa; ma Papa Bonifacio, che desiderava questa riunione, la quale avrebbe potuto più prestamente ridurre il Regno tutto alla divozione di Ladislao, mandò di nuovo Giovanni a trattar la pace, ed a persuadere al Re, che la facesse, siccome dopo cinque mesi fu fatta, con patto, che il Re ricevesse in grazia il Duca ed il fratello, e che gli rendesse le Terre tolte, e che quelli assicurati dal Papa andassero a giurar di nuovo al Re omaggio. Con questo trattato e riconciliamento furon anche disturbate le nozze di sua figliuola Maria, le quali rimasero senza effetto; e benchè poi si maritasse con altri, sempre però volle ritenere il titolo di Regina datole da Luigi, quando la mandò a presentare.

In questi tempi Re Ladislao mosso (non si sa, se da proprio spirito, o da ricordo della madre o d'altri) a pietade di Costanza di Chiaramonte già sua consorte, che con grandissima laude di pazienza, di modestia e di pudicizia, avea in bassa fortuna menata sua vita dal dì del repudio; la diede per moglie ad Andrea di Capua primogenito del Conte di Altavilla, coetaneo e creato suo assai diletto, e furon fatte le nozze molto onoratamente; ma non per questo restò quella gran donna di mostrare la grandezza dell'animo suo dignissimo della prima fortuna; imperocchè quel dì, che il marito la volle condurre a Capua, essendo posta a cavallo per partirsi, in presenza di molti Baroni e Cavalieri, ch'erano adunati per accompagnarla, e di gran moltitudine di Popolo, disse al marito: Andrea di Capua, tu puoi tenerti il più avventurato Cavaliere del Regno, poichè avrai per concubina la moglie legittima del Re Ladislao tuo Signore. Queste parole diedero pietà ed ammirazione a chi la intese; e quando furono riferite al Re, non l'intese senza rimordimento e scorno.

Intanto stringendo Ladislao l'assedio di Napoli per mare e per terra, fu consigliato Re Luigi ad uscire dalla città ed andare a Taranto. I Napoletani fastiditi da così lunga guerra, dopo vari trattati descritti così bene ed a minuto da Angelo di Costanzo, finalmente resero la città a Ladislao, il quale avendo loro accordati molti capitoli e patti, che volevano, entrato in Napoli per tener placati gli animi di tutti, fece molte più grazie di quelle, che avea promesse alla città; e diede agli eletti quella giurisdizione, che oggi hanno sopra coloro, che ministrano le cose necessarie al vivere[257].

Giunto l'avviso a Taranto al Re Luigi della resa di Napoli, ne intese estremo cordoglio, e disperando di riacquistarla, e tenendo per perdute anche l'altre parti del Regno, che restavano alla sua ubbidienza, deliberò partirsi ed andare in Provenza. Ramondello Orsino non bastò a fargli mutar proponimento, quantunque efficacemente ne 'l persuadesse, mostrandogli, che benchè Napoli si fosse resa, pur erano all'ubbidienza di sua Corona le due parti del Regno con tanti Baroni a lei divoti; che coll'armata, che avea allora per soccorso di Napoli mandata Papa Benedetto, e con unire di là a pochi mesi le forze di terra, era agevol cosa di riacquistar tutto il Regno; e ch'era gran vergogna, che la regina Margarita con Gaeta sola non si fosse disperata, senz'altro aiuto, di ricovrar il Regno al figlio, ed egli con tante Terre maggiori di Gaeta, e con tanto Stato in Francia, si partisse abbandonando tanto dominio. Ma il Re o fosse sdegnato di lui, che mai non volle moversi colle sue genti, e congiungerle con quelle del Gran Contestabile o fosse fastidito di questi andamenti, s'imbarcò nell'armata, e con lui se n'andò la maggior parte de' Cavalieri napoletani pensionari; ed avendo girata la Calabria, passò per la marina di Napoli, mirandola con gran dolore, e di là mandò a patteggiare col Re Ladislao, che facesse uscire di Castel Nuovo Carlo d'Angiò suo fratello, co' Franzesi e con tutte le suppellettili, ed a lui il castello si rendesse. Tutto ciò gli fu agevolmente accordato; onde avendo mandate le galee a levare gli usciti di castello, se ne andò in Provenza, lasciando grandissimo desiderio di se, e gran dolore a tutti coloro del suo partito. Così in quest'anno 1400 Napoli, e quasi tutto il Regno passò sotto la dominazione del Re Ladislao; e sotto le bandiere del Re Luigi rimase sol Taranto, che si mantenne lungo tempo nella sua fede.

CAPITOLO VI. Nozze di Ladislao, prima con Maria sorella del Re di Cipro, e poi con la Principessa di Taranto: sua spedizione nel Regno d'Ungaria, ch'ebbe infelice successo.

Dopo aver Ladislao fugato dal Regno il suo Competitore, repressi i Sanseverineschi, e posto a fondo la casa del Duca di Sessa, ed insignoritosi de' loro dominj, gli parve tempo di godere in pace il Regno, e veder di propagarlo ne' suoi discendenti; onde cominciò a pensare di prender moglie. Papa Bonifacio se ne prese il pensiero, e mentre ciò trattavasi, vennero in Napoli gli Ambasciadori del Duca d'Austria Leopoldo a dimandare Giovanna sua sorella per moglie del lor Signore; fu contento il Re di dargliela, e mentr'era in ordine per andare ad accompagnarla fino a' confini del Ducato d'Austria, fu l'andata differita, perchè Bonifacio aveva già conchiuso il suo matrimonio con Maria sorella di Giano Re di Cipro; onde Ladislao volle prima fare le sue nozze, e mandò subito in Cipri per la sposa Gurrello di Tocco, con l'Arcivescovo di Brindisi e molti altri Cavalieri. Venne questa Principessa in brevissimo tempo accompagnata dal Signore di Lamech, e dal Signor di Barut suoi zii carnali; e fu ricevuta in Napoli dal Re e dalla Regina Margarita sua madre, con amore ed onor grande nel mese di febbraio di quest'anno 1403 ed incontanente furon le nozze con ogni magnificenza celebrate.

A questo tempo gli Ungheri ritrovandosi mal soddisfatti del loro Re Sigismondo avean in quel reame mossa sedizione, ed una parte di que' Baroni lo carcerarono, ed alzate le bandiere di Ladislao, lo gridarono Re, come figliuolo ed erede di Carlo III. Ladislao avidissimo d'accrescere la sua potenza in diversi Regni, accettò la Signoria; ma considerando l'istabilità di quella nazione, e che se non riuscisse quanto i suoi aderenti gli aveano promesso, avrebbe dovuto tornarsene in Napoli con poca sua riputazione: col pretesto di voler accompagnare sua sorella in Austria, deliberò di partire; ed avendo lasciata Vicaria del Regno la Regina Maria sua moglie, con che dovesse governarlo col consiglio dell'Arcivescovo di Consa, di Gentile de Merolinis di Sulmona, di Gurrello Origlia e di Lionardo d'Affitto suoi Consiglieri[258], andò con Giovanna ad imbarcarsi a Manfredonia, donde passò al Friuli; ed avendo consegnata la sorella a molti Baroni del Ducato d'Austria, che quivi l'attendevano, egli se ne passò a Zara Terra del Regno d'Ungaria, con animo di tentar l'impresa di quel Regno. Zara senza contrasto aperse le porte, e parendo, che a questo viaggio avesse fatto assai, fortificò quella città, e lasciandovi il Signor di Barut con presidio bastante, se ne tornò in Napoli. Alcuni scrissero, che Ladislao prima di tornarsene fosse stato a' 5 agosto di questo anno coronato dal Vescovo di Strigonia Re di quel Regno, con soddisfazione di tutto il popolo, e di molti Baroni ungheri e Prelati, che vennero a trovarlo a Zara. Altri, che Papa Bonifacio lo facesse incoronare dal Cardinal Fiorentino, e gli rimettesse i censi che dovea alla Chiesa romana per lo Regno di Napoli, che erano più di ottocentomila fiorini, concedendogli anche le decime per tre anni in questo Regno, per sussidio della guerra; e che Ladislao finita la coronazione mandasse in Ungaria per suo Vicerè Tommaso Sanseverino Conte di Montescaggioso con cinquecento lanze, con intenzione di volerci poi passar egli. Alcuni altri, come il Costanzo, rapportano questi avvenimenti alquanti anni da poi, cioè dopo la morte della Regina Maria, dopo la morte di Papa Bonifacio seguìta nell'anno 1404, di cui ne fu successore Innocenzio VII e dopo le nuove nozze contratte da Ladislao con la Principessa di Taranto, stabilite nell'anno 1406 per riacquistare il principato di Taranto come prosperamente avvenne. Allora fu, narra il Costanzo, che vennero gli Ambasciadori d'Ungaria a fargli intendere, ch'essendo morta la Regina Maria, gli Ungheri non potendo soffrire la tirannide del Re Sigismondo, lo aveano posto in carcere ed innalzate le sue bandiere, che perciò l'invitarono, che si ponesse tosto in ordine, ed andasse a pigliar la possessione pacifica di sì ricco Regno, e che bisognava più tosto celerità che forza. Ladislao e per cupidità di regnare, e per desiderio di prender vendetta della morte del padre, con una compagnia di gente eletta andò con gli Ambasciadori ad imbarcarsi a Manfredonia, e con vento prospero navigando arrivò in pochi dì a Zara; ed avendo inviati gli Ambasciadori innanzi per far intendere a' Principi del Regno la sua venuta, di là a pochi dì intese, che il Re Sigismondo era liberato e raccoglieva un grande esercito di Boemi, per la qual cosa ricordevole della morte di suo padre, stette alcuni dì fermo in Zara, consultando quello che avesse a fare. Ma avvenne, che un dì essendo usciti alcuni soldati dalle galee e marinari a coglier uva per le vigne, i cittadini di Zara pigliarono l'arme, e ne uccisero venti, nè bastando ciò, così armati andarono nel palazzo ov'era il Re, e con arroganza barbarica gli dissero, che se egli non volea tener in freno le sue genti, non mancavano a loro nè arme, nè animo di fargli star a segno. Il Re sdegnato di tanta insolenza, cominciò a pensare, quanto doveano essere più efferati gli altri popoli di quel Regno più vicini alla Scizia, ed a' Monti Rifei, poichè quelli di Zara prossimi all'Italia erano tali; e sopra questo sdegno, essendo venuto nuovo avviso, che il Re Sigismondo era entrato in Ungaria col suo esercito, e che quelli della sua parte aveano messo in fuga e dispersi gli altri della parte contraria, deliberò far vendetta de' Zaresi, e lasciar quella impresa pericolosa.

Trattò per tanto con Francesco Cornaro, Lionardo Mocenigo, Antonio Contarino, e Fantino Michele Ambasciadori de' Veneziani, di vendere Zara a quella Signoria, della quale i Zaresi erano acerbissimi nemici, ed essendo la novella di questo trattato giunta a Venezia, quel Senato mandò centomila ducati di oro, e tante genti, quanto bastassero per presidio di quella città, ed il Re Ladislao ne fece loro la consegna. Da poi sdegnato con gli Ungheri, come narra Bonfinio nell'Istorie d'Ungaria, scrisse al Re Sigismondo, scusandosi che non avea egli di sua elezione pigliata quell'impresa, ma da altri chiamato, e per vedere se era volontà di Dio il quale dona e toglie i Regni, ch'egli sedesse nel Trono d'Ungaria: ma avendo conosciuto il contrario, ed esperimentata la natura instabilissima di quella gente, che ogni dì cangiar vorrebbe un nuovo Re, avea deliberato di cedergli, e di offerirsegli ancora buon amico, e amorevole parente, aggiungendo, che non avrebbe potuto fargli maggior piacere, che trattar i traditori com'essi avean cercato di trattar lui; e fatto questo se ne ritornò al Regno. Non è però, che Ladislao, siccome anche dopo la sua morte la Regina Giovanna II e tutti i Re di Napoli loro successori, avessero ne' loro titoli tralasciato quello di Re d'Ungaria, ma ne' loro diplomi ed atti s'intitolavano non meno Re di Sicilia e di Gerusalemme che d'Ungaria.