ISTORIA CIVILE DEL
REGNO DI NAPOLI VOLUME VII


ISTORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI

DI

PIETRO GIANNONE

VOLUME SETTIMO

MILANO
PER NICOLÒ BETTONI
M.DCCC.XXII


[INDICE]


STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI

LIBRO VENTESIMOSETTIMO

Quanto gli ultimi anni del Regno d'Alfonso furono tutti placidi e sereni, altrettanto quelli di Ferdinando suo figliuolo furono pieni di turbolenze e di confusioni. Si rinnovarono le antiche calamità, e si vide il Regno di bel nuovo ora con rivoluzioni interne tutto sconvolto, ora da esterni nemici combattuto ed invaso. Carlo Principe di Viana fece pratiche co' Napoletani perchè lo gridassero Re. Il Papa lo pretendeva devoluto alla sua Sede. I Baroni congiurati invitano alla conquista del Regno il Re Giovanni, come acquistato con le forze della Corona di Aragona, e non senza gran sua fatica. Rifiutato da costui l'invito, ricorrono a Giovanni d'Angiò figliuolo di Renato, che per le paterne ragioni lo pretendeva, e Duca di Calabria si facea perciò chiamare; e riusciti anche vani questi loro sforzi, congiurano di nuovo, ed il Pontefice Innocenzio VIII lor s'unisce, e gli move guerra. Tante procelle, tanti fastidiosi e potenti nemici ebbe a superar Ferdinando per mantenersi nella possessione del Regno.

Appena morto il Re Alfonso, il Principe di Viana, come si è detto, era venuto in Napoli a questo fine, per mezzo di molti Baroni catalani e siciliani, ch'erano stati intimi del Re Alfonso, tentò far pratiche co' Napoletani perchè lo gridassero Re. Come figliuolo del Re Giovanni pretendeva, che egli fosse il legittimo successore del Regno, e che Re Alfonso non poteva lasciarlo a Ferdinando suo figliuol bastardo, per essere stato acquistato con le forze della Corona di Aragona. Era ancora entrato in qualche speranza per l'alienazione del Papa da Ferdinando, e per l'avversione ed odio d'alcuni Baroni, che portavano al medesimo: ed all'incontro per l'affezione, che il Principe s'avea guadagnato co' medesimi per la sua umanità e mansuetudine. Ma la città di Napoli, e molti Baroni, ricordevoli del giuramento, e delle promesse fatte ad Alfonso gridarono subito: Viva Re Ferrante Signor nostro; il quale cavalcando per la città, e per li Seggi ricevè le acclamazioni di tutto il Popolo. Quando il Principe vide questo, si risolvè tosto di abbandonar l'impresa, e salito in una nave, che stava in ancora nel Porto, partì per passar in Sicilia, e con lui s'imbarcarono tutti quei Catalani, che dal Re Alfonso non aveano avuti Stati nel Regno.

Ma quantunque Ferdinando s'avesse tolto davanti quest'ostacolo, non era però sicuro dall'insidie di Papa Calisto; egli ancorchè proccurasse per via di messi e di lettere piene di sommessione e di rispetto renderselo amico, con tutto ciò trovò sempre nel Papa somma ostinazione. Avea Calisto fatta deliberazione di non confermare nella successione il nuovo Re, e di dichiarare il Regno esser devoluto alla sua Sede. Diceva, che il Re non poteva darlo a D. Ferrante, che non gli era figlio, nè legittimo, nè naturale: che s'era fatto gran torto al Re Giovanni suo fratello, levando dall'eredità il Regno di Napoli, che come conquistato con la forza della Corona d'Aragona, e non senza gran fatica del Re Giovanni, non dovea smembrarsi dagli altri Regni d'Aragona e di Sicilia. Tutte queste cose erano indrizzate al fine, ch'egli teneva, togliendo il Regno a Ferdinando, ed investendone altri, di far grande in questo Regno Pier Luigi Borgia suo nipote, da lui già fatto Duca di Spoleto[1]. Ma Ferdinando con l'avviso di tutte queste cose non si perdè mai d'animo, ed attese ad insignorirsi del Regno, e chiamò a Parlamento generale i Baroni e' Popoli, i quali essendo subito in gran parte comparsi, gli giurarono omaggio senza dimostrazione di mal animo. In questo Parlamento si trovarono ancora due Ambasciadori del Duca di Milano, i quali in pubblico e in privato persuasero a' Baroni d'osservar la fede, e godersi quella pace, ch'aveano in tempo d'Alfonso goduta sedici anni continui, per la quale il Regno era venuto in tanta ricchezza, e dissero pubblicamente che l'animo del Duca di Milano era di porre lo Stato e la vita in pericolo, per favorire le cose del Re. Con questo i Sindici delle Terre e i Baroni se ne tornarono a casa con speranza di quiete.

Ma dall'altra parte Papa Calisto, a' 12 luglio di questo medesimo anno 1458, diede fuori una Bolla, colla quale rivocando la Bolla di Papa Eugenio dichiarava il Duca di Calabria affatto inabile a succedere al Regno, dicendo, che quella fu sorrettiziamente impetrata, perchè il Duca era supposto, e non figliuol vero del Re Alfonso; e perciò dichiarava il Regno devoluto alla Chiesa romana: assolveva dal giuramento quelli, che avevano giurato a Ferdinando, ed ordinava a tutti i Prelati, persone ecclesiastiche, Baroni, città e Popoli del Regno, che sotto pena di scomunica e d'interdetto non l'ubbidissero, non lo tenessero per Re, nè gli dassero il giuramento di fedeltà, ed in caso si trovassero averglielo dato, da quello gli assolveva; e fece affiggere Cartoni per diversi luoghi del Regno, dove tutto ciò si conteneva[2]. Narra Angelo di Costanzo[3], che questa Bolla non solo nel Regno, ma per tutta Italia diede gran maraviglia, vedendosi (come se il Papato trasformasse gli uomini) che Calisto, il quale era stato tanto tempo tra gl'intimi servidori e Consiglieri d'Alfonso, e col favor di lui era stato fatto Cardinale e poi Papa, usasse ora tanta ingratitudine a Ferdinando suo figliuolo. Altri cominciavano a dubitare, che potesse esser vero quel che il Papa diceva, che Ferdinando non fosse figlio vero d'Alfonso, ma supposto; poichè niun meglio di lui, che fu suo intrinseco famigliare, poteva saperlo, e che per ciò fosse mosso da buon zelo di voler far pervenire il Regno in mano di Re Giovanni. In effetto questi Cartoni, dice questo Scrittore, furono gran cagione di confermare nell'opinione quelli Baroni, che si volevano ribellare, e d'invitarvi altri, che ancora non ci avevano pensato; e che senza dubbio, se non fosse opportunamente successa la morte di Papa Calisto, Re Ferrante avanti che fosse coronato avrebbe perduto il Regno.

Non tralasciava intanto il Re opporsi a' disegni di Calisto: in presenza del suo Nunzio lo ricusò come a lui sospetto; appellò dalla dichiarazione d'esser devoluto il Regno alla Chiesa[4], e gli scrisse in risposta della Bolla ch'egli era Re per la grazia d'Iddio N. S., per beneficio del Re Alfonso suo padre, per acclamazione e consentimento de' Baroni e delle città del Regno che lo riconoscevano per tale; e che se mal vi si fosse ricercato altro, pure egli avea lo concessioni di due Papi suoi predecessori, Eugenio e Niccolò; e ch'egli possedendo il Regno con tanti giusti titoli non si sarebbe sgomentato per le sue minacce e per li suoi irragionevoli fulmini. Scrisse ancora con molto ossequio al collegio de' Cardinali, pregandogli ch'essendo di tanta prudenza, dovessero proccurare la quiete d'Italia e di placar il Pontefice, e ridurlo in buona via: che pensassero che era pur troppo vergognoso ad un Principe d'animo vigoroso lasciar un Regno, se non unito colla vita. S'interposero alcuni Cardinali per la pace, ma riuscì vana ogni loro opera. Il Duca di Milano mandò ancor egli a pregarlo, con fargli ancor sentire, che facendo altramente si vedea obbligato di prender la difesa del Re, non solo per ragione della parentela, ma anche per le condizioni della lega ch'era tra loro. Calisto però sempre implacabile ed ostinato, rifiutò ogni mezzo ed intercessore, tanto che il Re Ferdinando co' suoi partigiani deliberarono di mandar Ambasciadori al Papa in nome del Regno, perchè interponessero alla dichiarazione fatta un'altra consimile appellazione come quella del Re. A costoro Ferdinando aggiunse i suoi, li quali portatisi in Roma furono ricevuti come Ambasciadori del Re e del Regno. Trovarono il Papa infermo, onde non furono ammessi alla sua udienza; ma non patendo l'affare molta dilazione, ciascheduno degli Ambasciadori in nome di chi gl'inviò, fece ciò che gli conveniva. Ricusarono per pubblici atti la persona di Calisto, come sospetto al Re ed al Regno; appellarono nuovamente dalla dichiarazione fatta da lui; e dichiararono in nome del Regno, che così come tenevano il Re Ferrante per loro Re e Signore, così pregavano il Papa, che come legittimo Re, secondo il costume de' loro maggiori, gli dasse l'investitura del Regno.

Mentre queste cose si facevano, il Papa tuttavia andava peggiorando, onde il Re determinò non moversi punto infin che vedesse l'esito della sua infermità: ma la lunga età, i tanti dispiaceri sofferti, e più la malinconia nella quale erasi posto, per aver inteso che il Re Giovanni non voleva che Ferdinando si turbasse nella possessione del Regno, gli fecero finir la vita a' 6 d'agosto di quest'anno 1458, dopo tre anni e quattro mesi di Pontificato. Così i suoi vasti pensieri e la sua albagia di voler innalzare tanto Pier Luigi suo nipote finirono colla sua morte.

Il Re pien di contento insinuò tosto a' suoi Ambasciadori, ed a que' del Regno ed all'Arcivescovo di Benevento, che si trovavano in Roma, ed agli altri che vi mandò poi, che facessero ogni opera che l'elezione del nuovo Pontefice sortisse in persona di sua affezione, come cosa tanto importante al suo Stato; ed entrati i Cardinali in Conclave, crearono a' 27 dello stesso mese d'agosto Enea Silvio Piccolomini Sanese, che fu chiamato Pio II, uomo letterato, siccome mostrano le sue opere che ci lasciò: ancorchè la condizione del Pontificato gli fece mutar poi sentimenti, poichè in altra guisa scrisse quando fu privato Segretario dell'Imperador Federico III, d'altra maniera fece essendo Papa. Con tutto ciò fu egli amator di pace ed affezionato del Re Alfonso, perchè essendo Segretario dell'Imperador Federico III, e con lui venuto in Napoli, partecipò de' favori e della munificenza di quello. Il Re intesa la creazione mandò subito Francesco del Balzo Duca d'Andria a rallegrarsi, ed a dargli ubbidienza, il quale trovò il Papa tanto benigno, che ottenne quel che volle: fu poi spedito Antonio d'Alessandro, quel nostro celebre e rinomato Giureconsulto per domandargli l'investitura; ma il Papa in questa congiuntura non volle trascurare gl'interessi della sua Sede: gli fu accordata ma con molti patti cioè, che si pagassero i censi non pagati; si dasse volentieri al Papa aiuto sempre che ne facesse istanza; restituisse alla Chiesa Benevento e Terracina; ed alcuni altri patti furono accordati in nome del Papa da Bernardo Vescovo di Spoleto ed in nome del Re da Antonio d'Alessandro. Fu da Pio II a' 2 novembre di quest'anno 1458 spedita Bolla, colla quale confermò li Capitoli accordati da' suddetti Cardinali destinati dal Papa e dal Re circa l'investitura del Regno, del suo censo e coronazione, e circa la restituzione di Benevento e Terracina. Fu poi a' 10 dello stesso mese istromentata la Bolla dell'investitura del Regno di Napoli al Re Ferdinando, che fu consultata in maggior parte e dettata da Antonio d'Alessandro. Se ne spedirono poi due altre[5] a' 2 decembre: nella prima il Pontefice avvisava Ferdinando, che gli mandava il Cardinal Latino Legato apostolico a coronarlo del Regno di Napoli, al quale il Re dovesse dare il solito giuramento di ligio omaggio; nella seconda rivoca la Bolla di Calisto III, per la quale s'era dichiarato il Regno devoluto, e dice le ragioni onde si movea a rivocarla. Spedì ancora un'altra Bolla di commessione al Cardinal Latino per la detta coronazione, il quale partito di Roma venne in Puglia, e Ferdinando in sue mani diede il giuramento e fu coronato.

(Le convenzioni stabilite tra 'l Papa ed il Re; la Bolla colla quale si rivoca quella di Papa Calisto; il Breve di Pio al Cardinal Latino, per la coronazione di Ferdinando; e la Bolla dell'investitura colla formola del giuramento di fedeltà, si leggono pure presso Lunig[6]).

Il Zurita vuole, che il Re si coronasse in Bari; ma il Costanzo e gli altri più accurati Scrittori[7], narrano che la coronazione si fece in Barletta a' 4 febbraio del nuovo anno 1459, in presenza di quasi tutti i Baroni con solennità e grandi apparati. Il P. Beatillo[8] per mostrarsi costante nella favolosa coronazione di ferro, che credette per antico uso farsi in Bari, dice che in Bari nella chiesa di S. Niccolò fu coronato colla corona di ferro, poi in Barletta con quella d'oro; ma siccome da noi fu altrove detto, questa coronazione di ferro in Bari è tutta sognata e favolosa.

Furono coniate nuove monete da Ferdinando in memoria di questa celebrità, che si chiamarono per ciò coronati.

(Fra le monete del Regno di Napoli, impresse dal Vergara in Roma l'anno 1715 nella tavola XXIII si vedono anche impressi questi coronati di Ferdinando, in uno de' quali n. 3 da una parte mirasi la croce di Gerusalemme (che il Summonte tom. 3 lib. 5 cap. 2 la suppone Arme della provincia di Calabria) ed intorno FERDINANDUS D. G. R. SICILI. IER. VNG. e dall'altra ha l'immagine del Re sedente collo scettro ed il mondo nelle mani, alla destra il Cardinale ed alla sinistra un Vescovo che l'incoronano, coll'iscrizione intorno CORONATUS: Q. LEGITIME: CERTAVI).

Ferdinando non s'intitolava, come suo padre, Re dell'una e l'altra Sicilia, ma e nelle monete e nei diplomi, usava questo titolo: Ferdinandus Dei gratia Rex Siciliae, Hierusalem, et Ungariae: poichè i Regni di Gerusalemme e di Ungaria s'appartenevano alla Corona di Napoli. Nel dì di questa coronazione si mostrò con tutti molto splendido e liberale; poichè non fu persona di qualche merito, che non se ne tornasse a casa ben soddisfatta; co' Baroni e nobili trattò amichevolmente, donando loro titoli, ufficj e dignità, e fece Cavalieri quasi tutti i Sindici delle terre del Regno. Ornò ancora Cavalieri molti vassalli di Baroni; il che come notò il Costanzo e si conobbe poi, lo fece per astuzia, per tenere spie ed aver notizia per mezzo di essi della vita ed azioni de' Baroni. Concesse a' popoli del Regno nuovi beneficj, sgravandogli di molte gabelle. Agli Spagnuoli che vollero appresso di se rimanere, promise la sua buona grazia e familiarità: a coloro che vollero ritornare in Ispagna, accompagnati con molti doni, onoratissimamente diede licenza. Fu riconoscente de' favori del Papa, poichè nel 1461 sposò Maria sua figliuola naturale ad Antonio Piccolomini nipote di Pio, dandogli in dote il Ducato d'Amalfi con il Contado di Celano, e l'ufficio di Gran Giustiziere, vacato per morte di Raimondo Orsini[9]; onde pareva, che con questa amicizia del Papa, colla parentela del Duca di Milano, e con aversi resi con queste rimunerazioni benevoli molti Baroni e' popoli, gli animi di molti, che stavano sollevati, si quietassero.

CAPITOLO I. I Principi di Taranto e di Rossano con altri Baroni, dopo l'invito fatto al Re Giovanni d'Aragona, che fu rifiutato, chiamano all'impresa del Regno Giovanni d'Angiò figliuolo di Renato: sua spedizione, sue conquiste, sue perdite e fuga.

Ma non durò guari nel Regno questa tranquillità poichè, se bene alcuni Baroni, che non più a dentro penetrarono l'animo ulcerato di Ferdinando, credevano che il suo Regno dovess'essere tutto placido e benevolo; nulladimanco molti altri, che sapevano la natura sua maligna e coperta, giudicavano questa clemenzia e liberalità, che fosse tutta finta e simulata, e tra questi, i primi erano i Principi di Taranto e di Rossano parenti del Re, i quali per la grandezza loro stavano sospetti, e dubitavano, che 'l Re, ch'avea veduto vivere suo padre tanto splendidamente con l'entrate di tanti Regni, vedendosi rimaso solo con questo Regno, sempre avria pensato d'arricchirsi con le ricchezze loro e per questo non osavano di venire a visitare il Re; anzi il sospetto crebbe tanto nel Principe di Taranto, che ogni dì pensava a qualche nuovo modo d'assicurarsi; e per estenuare le forze del Re, ed accrescere la potenza sua con nuovi amici e parenti, cercò al Re, che volesse rimettere nello Stato il Marchese di Cotrone, a cui avea promesso di dare per nuora una figliuola: e cercò ancora di far ricoverare lo Stato a Giosia Acquaviva Duca d'Atri e di Teramo, padre di Giulio Antonio Conte di Conversano ch'era suo genero. Il Re, ancorchè la dimanda fosse arrogante, pure colla speranza, che tanto il Principe, quanto il Duca ed il Marchese con questo beneficio mutarebbono proposito, ne gli compiacque e mandò due Commessarj, l'uno in Apruzzo, l'altro in Calabria a dar la possessione di quelli Stati, che si tenevano ancora per lo Fisco, al Duca ed al Marchese, e rimandò gli Ambasciadori del Principe, che allora dimorava in Lecce, molto ben regalati, ed il Principe con grandissima dissimulazione mandò a ringraziare il Re, e da allora cominciarono ad andare dall'uno all'altro spesse visite e lettere. Ma il Principe, che conosceva aver offeso il Re, avendolo stretto a porre l'armi in mano a' suoi capitali nemici, quanto più erano amorevoli le lettere del Re, tanto più entrava in sospetto, perchè sapeva la sua natura avara, crudele e vendicativa, ed attissima a simulare tutto il contrario di quello, che avea in cuore. E per questo cominciò a disponersi di voler venire più tosto a guerra scoperta, non fidandosi di stare più sicuro delle insidie del Re, se non toglieva le pratiche de' servidori di Ferdinando in casa sua, per le quali temeva di qualche trattato di ferro, o di veleno. Determinossi per tanto, essendo d'accordo col Marchese di Cotrone, col Principe di Rossano e col Duca Giosia, di mandar segretamente al Re Giovanni d'Aragona a sollecitarlo, che venisse a pigliarsi quel Regno, che gli spettava per legittima successione dopo la morte di Re Alfonso suo fratello. La gran ventura di Ferrante fu, che Giovanni si trovava allora in grandissima guerra in tutti i suoi Regni, e massimamente in Catalogna, ed in Navarra, perchè non potevano i Catalani ed i Navaresi soffrire, che 'l Re istigato dalla moglie, che era figliuola dell'Ammirante di Castiglia, trattasse così male e tenesse per nemico il suo figlio primogenito, Principe tanto ben amato da tutti, e mostrasse di volere i Regni per l'Infante D. Ferrante figliuolo della seconda moglie; poichè se fosse stato sbrigato da quelle guerre, avria certamente in brevissimo tempo cacciato Re Ferrante da questo Regno: onde il Re Giovanni rispose a questi Baroni, che desiderava, che per allora osservassero la fede a D. Ferrante suo nipote, ch'egli non curava di lasciare le ragioni, che ci aveva, purchè questo Regno stesse sotto la bandiera d'Aragona. Dall'altra parte il Re Ferrante, avendo qualche indizio di questa pratica, mandò subito in Ispagna Turco Cicinello Cavaliere prudentissimo, ed il famoso Antonio d'Alessandro pur Cavaliere e Dottore eccelentissimo, che avessero a pregare il Re Giovanni, che non volesse mancare del favor suo al Re suo nipote, e che potea dire, che fosse più suo questo, che i Regni della Corona d'Aragona. Questi non ebbero molta fatica a divertire quel Re dal pensiero di volere il Regno di Napoli, perchè se ben forse quel vecchio ne aveva volontà, gli mancavano le forze. Ma ebbero fatica in saldare un altra piaga, perchè pochi dì innanzi la Regina Maria, che fu moglie del Re Alfonso morì in Catalogna, e lasciò erede Re Giovanni delle doti sue, ch'erano quattrocentomila ducati, e il Re Giovanni dicea, che doveano cavarsi dal Regno di Napoli e dal tesoro ch'avea lasciato Re Alfonso; ed ebbero questi due Cavalieri fatto assai, quando accordarono di darglieli in diece anni, dicendo ch'era tanto quanto togliere il Regno, volendo così grossa somma di danari a questo tempo, che si sospettava certa e pericolosa guerra.

Il Principe di Taranto vedendo riuscir vano il suo disegno, tentò un altra impresa, nella quale, oltre i riferiti Baroni, volle avervi anche per compagno il Principe di Rossano, che odiava il Re mortalmente, perchè s'era sparsa fama che il Re avea commesso incesto colla Principessa di Rossano sua sorella carnalmente, e moglie del Principe onde mandò a richiederlo per mezzo di Marco della Ratta, che poichè non era successo l'invito fatto al Re d'Aragona, che pigliasse l'impresa del Regno, mandassero ad invitare Giovanni d'Angiò Duca di Calabria, che ancora si trovava in Genova.

Era questo Principe venuto in Genova prima di morire Alfonso, quando per la pertinacia sua di non voler restituire a Genovesi le loro navi predate, gli costrinse disperati (poichè non trovarono nelle Potenze d'Italia alcuno ajuto) a darsi a Carlo VII Re di Francia il quale mandò a governargli Giovanni figliuolo del Re Renato, che, come si disse, s'intitolava Duca di Calabria per le ragioni di suo padre; deliberarono per tanto unitamente di mandare il medesimo Marco della Ratta a chiamarlo. Avea costui per moglie una figliuola di Giovanni Cossa, il quale, come fu detto nel precedente libro, si partì da Napoli col Re Renato, e da quel tempo era stato sempre in Francia con grandissima fama di lealtà e di valore; e per questo il Re Renato l'avea dato, come maestro, al Duca Giovanni suo figliuolo; e fu cosa leggiera ad ottenere, che il Duca venisse a quest'impresa non meno per volontà sua, che per consiglio e conforto di Giovanni Cossa, che desiderava dopo un esilio di diciannove anni ritornare alla Patria; onde nell'istesso tempo che mandò a Marsiglia al Re Renato per l'apparato della guerra, fece ponere in ordine galee e navi in Genova, e dall'altro canto il Principe di Taranto, che come Gran Contestabile del Regno avea cura di tutte le genti d'armi, pose Capi tutti dipendenti da lui, e cominciò a dar loro denari per ponersi bene in ordine, e tuttavia dalla Marca e da Romagna faceva venire nuovi soldati, ed accresceva il numero, e già pareva che in Puglia ed in Apruzzo le cose scoppiassero in manifesta guerra, e dall'altra parte nella Calabria per opra del Marchese di Cotrone le cose si trovavano ancor disposte a prorompere in tumulti e disordini. E mentre Re Ferrante era tutto inteso a reprimere questi moti, ecco che s'ebbe l'avviso, che il Duca Giovanni con ventidue galee e quattro navi grosse era sorto nella marina di Sessa tra la foce del Garigliano e del Vulturno; onde per tutte le parti si vide in un baleno arder tutto il Regno d'intestina e crudel guerra.

Tutta questa guerra, che seguì ne' primi anni del Re Ferrante, fu scritta da Gioviano Pontano, celebre letterato di que' tempi e scrittor contemporaneo, poichè fu secondo Segretario del Re Ferrante istesso. Michele Riccio, pur egli autor coetaneo, parimente trattonne, ancorchè ristrettamente Angelo di Costanzo[10] poi più a minuto e con maggior esattezza ce la dipinse, protestando, che se egli s'allargava in molte cose, che il Pontano non scrisse, o non espresse, era per relazione di Francesco Puderico, quegli, che insieme col Sannazaro gli diedero la spinta, e l'infiammarono a scrivere la sua istoria, che morì nonagenario, e di alcuni altri Cavalieri vecchi, che furono prossimi a quel tempo. Antonio Zurita, che seguì per la maggior parte il Fontano, il Summonte ed altri, anche ampiamente ne scrissero; onde essendosi questa guerra cotanto divulgata da questi Autori, nè essendo ciò del mio istituto, volentieri mi rimetto all'istorie loro.

In breve fu ricevuto il Duca Giovanni dal Principe di Rossano; e spinse la sua armata fino al Porto di Napoli, ed invase gran parte di Terra di Lavoro. Passò poi in Capitanata, e trovò Baroni e Popoli tutti inclinati a seguire la sua parte. Lucera subito aperse le porte, e Luigi Minutolo rese il castello: il simile fece Troja, Foggia, Sansevero, e Manfredonia e tutte le castella del Monte Gargano: ed Ercole da Este, ch'era stato Governadore di quella provincia per lo Re, vedendo tutte le Terre della sua giurisdizione ribellate, passò a servire il Duca. Vennero anche a giurargli omaggio Giovanni Caracciolo Duca di Melfi, Giacomo Caracciolo suo fratello Conte d'Avellino, Giorgio della Magna Conte di Bucino, Carlo di Sangro Signore di Torre Maggiore, Marino Caracciolo Signore di Santo Buono, li quali aveano in Capitanata e nel Contado di Molise molti e buoni castelli; e l'Aquila a persuasione di Pietro Lallo Camporesco alzò le bandiere d'Angiò. Il Principe di Taranto, che si trovava a Bari uscì fino a Bitonto ad incontrare il Duca e lo condusse in Bari, dove fu ricevuto con apparato regale. Il Principe di Rossano tentò insidie e tradimenti per assassinare il Re; ma fu il suo esercito rotto presso Sarno. Tutto Principato, Basilicata e Calabria fin a Cosenza alzò le bandiere angioine, e l resto di Calabria l'avea fatto già ribellare il Marchese di Cotrone; e chi legge l'istoria di questa guerra scritta dal Fontano, può giudicare in che opinione di perversa natura stasse il Re Ferrante appresso i Baroni ed i Popoli, che non solo tutti quelli che con grandissima fede e costanza aveano seguita la parte di Re Alfonso suo padre, o i figliuoli d'essi cospirarono a cacciarlo dal Regno, ma gli stessi suoi Catalani, cominciando da Papa Calisto III che fu suo precettore.

Le cose di Ferdinando si ridussero in tanta declinazione, che fu fama, la quale il Fontano tiene per vera, che la Regina Isabella di Chiaramonte sua moglie, vedendo le cose del marito disperate, si fosse partita da Napoli con la scorta d'un suo confessore in abito di Frate di S. Francesco, e fosse andata a trovare il Principe di Taranto suo zio e buttatasegli a' piedi l'avesse pregato, che poi che l'avea fatta Regina, l'avesse ancora fatta morire Regina, e che il Principe l'avesse risposto, che stesse di buon animo, che così farebbe.

Il Duca di Milano, che era entrato in questa guerra in ajuto del Re Ferrante e che correva la medesima fortuna che il Re, per la pretensione del Duca di Orleans sopra lo Stato di Milano, sentendo le cose di Ferdinando in tale stato, pensò se per via di pace e di riconciliazione potesse salvargli il Regno, e mandò Roberto Sanseverino Conte di Cajazza, ch'era figliuolo di sua sorella, in soccorso del Re con istruzione di consigliarlo, che proccurasse di riconciliarsi i Baroni, e ricovrare a poco a poco il Regno; e perchè sapeva, che il Re per la natura sua crudele e vendicativa era noto a' Baroni, che non osservava mai patti, nè giuramenti, per saziarsi del sangue di coloro, che l'aveano offeso; mandò una proccura in persona di Roberto, che sotto la fede di leal Principe potesse assicurare in nome suo quelli Baroni, che volessero accordarsi col Re[11]. Questa venuta del Conte di Cajazza sollevò molto le cose del Re, perch'essendo parente del Conte di Marsico e di Sanseverino trattò con lui, che avesse da tornare alla fede del Re, siccome venne ad accordarsi accettando volontieri l'onorati partiti che gli fece il Re, fra' quali fu la concessione della città di Salerno con titolo di Principe; di poter battere moneta; che i beni de' suoi Vassalli devoluti per fellonia, fossero del Fisco del Principe, e non del Fisco regale, ed altri onoratissimi patti rapportati dal Costanzo. Il Conte di Marsico, che da questo tempo innanzi fu chiamato Principe di Salerno, mandò subito al Pontefice Pio per l'assoluzione del giuramento, che avea fatto in mano del Duca Giovanni, quando lo creò suo Cavaliere, rimandando al medesimo l'ordine della luna crescente, del quale l'avea ornato Cavaliere e molti altri seguirono quest'esempio; ed il Chioccarello[12] rapporta la Bolla di Pio II fatta a' 5 Gennajo dell'anno 1460 colla quale assolve dal giuramento tutti coloro, che aveano dal Duca Giovanni preso l'ordine della luna crescente e disfece questa Confrateria, ch'era chiamata de' Crescenti.

L'accordo del Principe di Salerno col Re fu gran cagione della salute di Ferdinando, perchè non solo gli diede per le Terre sue il passo, e gli aperse la via di Calabria; ma andò insieme con Ruberto Orsino a ricuperarla; e perchè di passo in passo, da Sanseverino fino in Calabria erano Terre sue, o del Conte di Capaccio, o del Corte di Lauria, o di altri seguaci di casa sua, quanto camminò fino a Cosenza, ridusse a divozione del Re. Fu presa Cosenza e saccheggiata: Scigliano, Martorano e Nicastro si resero: Bisignano fu preso a forza, ed in breve quasi tutta quella provincia tornò alla fede del Re.

Il Pontefice Pio mandò Antonio Piccolomini suo Nipote in ajuto del Re con mille cavalli e cinquecento fanti, che gli ricuperò Terra di Lavoro. Nel medesimo tempo il Duca di Milano mandò nuovo soccorso, col quale nell'Apruzzo ridusse molte Terre alla sua ubbidienza. Il Re passò in Puglia per dare il guasto al paese di Lucera, ove era il Duca Giovanni con buon numero di gente, aspettando il Principe di Taranto. Si resero a lui Sansevero, Dragonara e molte altre Terre del Monte Gargano: e finalmente prese S. Angelo, dove trovò ridutte tutte le ricchezze della Puglia. Fu saccheggiato con ogni spezie di avarizia e di crudeltà, ed il Re sceso alla Chiesa sotterranea di quel famoso Santuario, trovò gran quantità d'argento e di oro, non solo di quello, ch'era stato donato per la gran devozione al Santuario, ma di quello, ch'era stato portato ivi in guardia da Sacerdoti delle Terre convicine. Il Re fattolo annotare se lo prese, promettendo dopo la vittoria restituire ogni cosa, e di quell'argento fece subito battere quella moneta, che si chiamava li Coronati di S. Angelo; che gli giovò molto in questa guerra.

(Questa moneta pur trovasi impressa dal Vergara Tab. XXIII n. 4, nella quale da una parte è l'immagine di Ferdinando e dall'altra quella dell'Arcangelo Michele, col motto IVSTA TVENDA: per iscusarsi, che la necessità di difendere lo Stato l'obbligò a valersi degli Argenti di quel Santuario).

Sopraggiunse ancora in questo stato di cose al Re Ferdinando un altro improviso ajuto, poichè venne da Albania a soccorrerlo con un buon numero di navi, con settecento cavalli e mille fanti veterani Giorgio Castrioto cognominato Scanderbecch, uomo in quelli tempi famosissimo per le cose da lui adoperate contra Turchi. Costui, ricordevole, che pochi anni avanti, quando il Turco venne ad assaltarlo in Albania, dove e' signoreggiava, Re Alfonso gli avea mandato soccorso; avendo inteso, che Re Ferdinando stava oppresso da tanta guerra, volle venire a questo modo a soccorrerlo, e la venuta sua fu di tanta efficacia che fece diffidar i suoi nemici d'attaccarlo.

Il Cardinal Rovarella Legato appostolico, che stava in Benevento, fece pratica di tirare dalla parte del Re Orso Orsino; e poco da poi il Marchese di Cotrone si riconciliò col Re, ed il simile fece il Conte di Nicatro.

Alfonso Duca di Calabria primogenito del Re, che non avea più che quattordici anni, fu mandato dal padre sotto la cura di Lucca Sanseverino ad interamente sottomettere la Calabria, il quale mostrandosi dalla sua puerizia quello, che avea da essere nell'età perfetta, con somma diligenza ed audacia perfezionò l'impresa. Dall'altro canto il Re debellò i suoi nemici in Capitanata, prese Troja e ridusse quella provincia interamente alla sua fede; onde gli altri Baroni, vedendo posta in tanta grandezza la casa del Re, ed in tanta declinazione la parte Angioina, venivano a trovarlo e rendersegli, come fece Giovanni Caracciolo Duca di Melfi.

Il Principe di Taranto vedendo finalmente, che non restava altro di fare al Re, che venire ad espugnarlo, deliberò di mandare a domandargli pace[13]: Ferdinando non la ricusò, e mandò Antonello di Petruccio suo Segretario col Cardinal Rovarella Legato del Papa a trattare le condizioni con gli Ambasciadori del Principe, fra le quali fu convenuto, che il Principe avesse da cacciare da Puglia e da tutte le Terre sue il Duca Giovanni. Il Principe si ritirò in Altamura, dove poco da poi morì, non senza sospetto, che il Re l'avesse fatto strangolare.

Solo rimaneva da ridurre Terra di Lavoro di là dal Vulturno e l'Apruzzo, ove il Duca Giovanni s'era fortificato ed il Principe di Rossano. Fu pertanto guerreggiato a Sora, dove le genti del Papa, ancorchè sollecitate da Ferdinando per l'assalto, non si vollero movere; con iscoprire la cagione, dicendo, che il Papa non gli avea mandati a dare ajuto al Re, perchè più non bisognava, essendo tanto estenuato lo stato del Duca d'Angiò, ma solamente perchè pretendeva, che 'l Ducato di Sora, il Contado d'Arpino e quello di Celano, essendo stati un tempo della Chiesa romana, dovessero a quella restituirsi. Il Re per non intrigarsi a nuove contese, prese espediente di dare in nome di dote il Contado di Celano ad Antonio Piccolomini nipote del Papa, e suo genero, con condizione, che riconoscesse per supremo Signore il Re; e morto poi Papa Pio, con la medesima condizione diede il Ducato di Sora ad Antonio della Rovere nipote di Papa Sisto. Finalmente il Principe di Rossano mandò pure a trattare la pace, e per mezzo del Cardinal Rovarella fu conchiusa, con condizione per maggior sicurtà, che si dovesse fermare con nuovo vincolo di parentado, cioè, che il Re desse a Giovan Battista Marzano figliuolo del Principe, Beatrice sua figliuola, che poi fu Regina d'Ungheria, la quale fu subito mandata a Sessa ad Elionora Principessa di Marzano come pegno di sicurtà e di certa pace. Ma non passò guari, che il Principe fu fatto incarcerare dal Re, il quale avendo mandato a pigliar subito il possesso di tutto il suo Stato, fece venire in Napoli la Principessa, e li figli insieme con la figliuola sua, ch'avea promessa per moglie al figliuol del Principe.

Il Duca Giovanni vedendosi tolti i suoi partigiani, s'accordò col Re d'andarsene dove gli parea, e gli fu data sicurtà, e se n'andò in Ischia; ed il Re, dopo avere interamente ridotta tutta la Puglia, l'Aquila e tutto l'Apruzzo a sua divozione, non gli restava altro, che l'impresa d'Ischia, ove erasi ritirato il Duca d'Angiò, che veniva guardata da otto galee, le quali ogni dì infestavano anche Napoli; nè potendo il Re venirne a capo, fu necessitato mandare in Catalogna al Re Giovanni d'Aragona suo zio, per far venire Galzerano Richisens, con una quantità di galee di Catalani per finire in tutto queste reliquie di guerra; onde il Duca vedendo tutti i partigiani suoi, o morti o prigionieri o in estrema necessità, deliberò partirsi dal Regno, ed imbarcato con due galee, se n'andò in Provenza: dopo la di cui partita essendo venuta l'armata de' Catalani, fu dal Toreglia, che comandava l'Isola, proposto trattato per mezzo di Lupo Ximenes d'Urrea Vicerè di Sicilia, di renderla; ma perchè il Re Alfonso avea fatta Ischia colonia de' Catalani, dubitando il Re Ferdinando, che costoro non alzassero le bandiere del Re d'Aragona suo zio, e lo facessero pensare all'impresa del Regno, si contentò fare larghissimi patti al Toreglia, con liberar Carlo suo fratello, che poc'anzi avea fatto prigione, e dargli cinquantamila ducati, e restituirgli due galee, che avea prese: ciò che fu subito eseguito, e Ferdinando rimase padrone dell'isola.

Scrive Giovanni Pontano, che nel partir il Duca Giovanni dal Regno, lasciò ne' Popoli, e massimamente appresso la Nobiltà un grandissimo desiderio di se, perch'era di gentilissimi costumi, di fede e di lealtà singolare, e di grandissima continenza e fermezza, ottimo Cristiano, liberalissimo, gratissimo, ed amatore di giustizia, e sopra la natura de' Franzesi grave, severo e circospetto. Per tante virtù di questo Principe si mossero molti Cavalieri del Regno a seguire la fortuna sua, ed andare con lui in Francia, tra' quali furono il Conte Nicola di Campobasso, Giacomo Galeotto, e Roffallo del Giudice: e questi due salirono in tanta riputazione di guerra, che 'l Galeotto fu generale del Re di Francia alla battaglia di S. Albino, dov'ebbe una gran vittoria[14]; e Roffallo nella guerra del Contado di Rossiglione Generale del medesimo Re in quella frontiera contra 'l Re d'Aragona, dove fece molte onorate fazioni; ed il Re gli diede titolo di Conte Castrense.

Ma il Duca Giovanni, come fu giunto in Provenza, non stette in ozio, perchè fu chiamato da' Catalani, ch'erano ribellati al Re Giovanni d'Aragona, il che aggiunse felicità alla felicità del Re Ferdinando I, perchè s'assicurò in un tempo di due emoli, del Duca Giovanni e del Re Renato suo padre e del Re d'Aragona, che si tenea per certo, che se non avesse avuto quel fastidio del Duca Giovanni, avria cominciato a dare al Re Ferdinando quella molestia, che diede poi al Re Federico il Re Ferdinando il Cattolico, che a lui successe. Il Contado di Barzellona erasi ribellato contro Re Giovanni, ed avea chiamato Re Raniero per Signore, nato da una sorella del Re Martino d'Aragona, il quale avea le medesime ragioni sopra quello Stato, e sopra i Regni d'Aragona e di Valenzia, che avea avuto il padre del Re Alfonso e di esso Re Giovanni, ch'era nato dall'altra sorella. Il nostro Re Ferdinando avvisato di ciò, mandò alcune compagnie di uomini d'arme in Catalogna in soccorso del zio, ed il Duca Giovanni da poi che partì dall'impresa del Regno, arrivato in Francia, subito andò a quella impresa, come Vicario del padre, e signoreggiò fino all'anno 1470, nel qual anno morì in Barzellona, e perchè non finissero qui di travagliare i Franzesi questo Regno, trasfuse le sue ragioni, nella maniera che diremo più innanzi, a Luigi ed a Carlo Re di Francia.

CAPITOLO II. Nozze d'Alfonso Duca di Calabria con Ippolita Maria Sforza figliuola del Duca di Milano; di Elionora figliuola del Re con Ercole da Este Marchese di Ferrara; e di Beatrice altra sua figliuola con Mattia Corvino Re d'Ungheria. Morte del Pontefice Pio II, e contese insorte tra il suo successore Paolo II ed il Re Ferrante, le quali in tempo di Papa Sisto IV successore furon terminate.

Da poi che il Re Ferdinando ebbe trionfato di tanti suoi nemici, e ridotto il Regno sotto la sua ubbidienza, pensò ristorarlo da' preceduti danni, che per lo spazio di sette anni di continua guerra l'aveano tutto sconvolto e posto in disordine, ma prima d'ogni altro, per maggior precauzione, volle fortificarsi con nuovi parentadi, e mandare in esecuzione il trattato, che molti anni prima avea tenuto col Duca di Milano, di sposare il Duca di Calabria con Ippolita sua figliuola; onde nella primavera di quest'anno 1464 inviò Federico suo secondogenito con 600 cavalli in Milano a prender la sposa.

Federico giunto a Milano sposò in nome del fratello Ippolita, che dopo partita da Milano, e dopo essersi trattenuta per due mesi a Siena, passata indi a Rema, giunse finalmente in Napoli, ove con molta pompa fu ricevuta da Alfonso suo marito, e si fecero dal Re celebrare molte feste e giuochi. Alcuni anni appresso fu conchiuso il nuovo parentado con Ercole da Este Marchese e poi Duca di Ferrara, al quale il Re sposò Elionora sua figliuola, e fu dal Duca mandato a Napoli Sigismondo suo fratello a pigliar la sposa, che il Re mandò accompagnata dal Duca d'Amalfi e sua moglie, dal Conte d'Altavilla Francesco di Capua, e dalla Contessa sua moglie, dal Conte e Contessa di Bucchianico, dal Duca di Andria e da altri Signori.

Fu poi conchiuso anche il matrimonio di Beatrice con Mattia Re d'Ungheria; e venuto il tempo, che la sposa dovea essere condotta al marito, fu ordinata la sua coronazione avanti la Chiesa dell'Incoronata, ove eretto un superbissimo teatro, vi venne il Re con veste regali, e corona in capo accompagnato da' suoi primi Baroni: poco appresso vi giunse Beatrice, la quale con gran pompa fu coronata Regina d'Ungheria per mano dell'Arcivescovo di Napoli Cardinale Oliviero Caraffa accompagnato da molti Vescovi; ed il dì seguente, avendo la nuova Regina cavalcato per tutti i Seggi della città colla corona in testa accompagnata da tutto il Baronaggio, partì poi da Napoli in comitiva de' Duchi di Calabria e di S. Angelo suoi fratelli, e giunti in Manfredonia, imbarcatisi su le Galee di Napoli, si condussero in Ungheria. Con questi Signori s'accompagnarono ancora alcuni nostri Avvocati, li quali, siccome narra Duareno, colli loro intrighi e sottigliezze invilupparono l'Ungheria d'inestricabili liti: tanto che bisognò pensare d'allontanargli da quel Regno, perchè si restituisse nel primiero stato di pace e di quiete.

Tutte queste feste furono interrotte da' lutti, che portò la morte della Regina Isabella, donna d'esemplare vita e di virtù veramente reali. Fu compianta da tutti, e con pomposissime esequie fu il cadavere portato in S. Pietro Martire, ove ancor si vede il suo sepolcro.

Ma maggiori disturbi avea recato al Re Ferdinando la morte del Pontefice Pio, accaduta a' 14 agosto del 1464, la quale nel medesimo anno fu accompagnata da quella del Duca di Milano, e poi seguìta da quella di Giorgio Castrioto Signor d'Albania, suoi maggiori amici e grandi fautori; poichè rifatto in luogo di Pio il Cardinal di S. Marco Veneziano, che Paulo II volle chiamarsi; questi di natura avarissimo cominciò a premere il Re Ferdinando, che gli pagasse tutti i censi decorsi, che dovea alla sua Chiesa, li quali per più anni non s'eran pagati; e Ferdinando, il quale aggravato per le eccessive spese della passata guerra, era rimase esausto di denari, non solo si scusò di potergli pagare, ma richiese al Pontefice di doverglieli rilasciare. E da quest'ora si sarebbe venuto a manifesta discordia, se il Papa volendo abbassare i figliuoli del Conte dell'Anguillara, non avesse avuto bisogno del Re, al quale ebbe ricorso, perchè gli mandasse le sue truppe, ciò che Ferdinando fece assai volentieri. Ma terminata l'impresa con li fratelli dell'Anguillara, queste differenze, che per alcun tempo erano rimase sopite, risursero di bel nuovo; poichè il Papa tornando a richiedere con maggior acerbità i censi di quello che avea fatto prima, obbligò il Re a dichiararsi, che non solo pretendeva, che i censi si dovessero rilasciare, anche per cagion delle spese, che ultimamente avea fatte in dargli soccorso; ma che per l'avvenire il censo, che prima importava ottomila once l'anno, si dovesse minorare; poichè prima questo censo si pagava non meno per lo Regno di Napoli, che per quello di Sicilia: onde possedendosi la Sicilia dal Re Giovanni d'Aragona suo zio, e non da lui, non era dovere ch'egli pagasse l'intero censo. Il Papa dall'altra parte esagerava gli ajuti, che il Re avea avuti dal suo predecessore, il quale gli avea salvato il Regno, ed allegava l'investiture date con questa legge, ed i tanti meriti della Chiesa[15]. E portandosi le querele or dall'uno ora dall'altro, ciascheduno aspettava congiuntura di coglier il tempo opportuno per far valere le sue ragioni; ma Ferdinando per farlo piegare a' suoi voleri, pose in campo un'altra pretensione, e faceva premurose istanze che se gli restituissero quelle Terre, che il Papa possedeva, le quali erano dentro i confini del Regno, cioè, Terracina in Terra di Lavoro e Cività Ducale, Acumoli e Lionessa nell'Apruzzo a' confini dello Stato della Chiesa; e ciò in vigore dell'accordo fatto nel 1443 da Papa Eugenio IV col Re Alfonso suo padre; come ancora pretese la restituzione di Benevento, la quale egli avea restituita al Pontefice Pio suo buon amico, e non volea che di vantaggio se la godesse ora un Pontefice a se sospetto ed odioso. Il Papa vedendo inasprito l'animo del Re, nè potendo colle forze e con altri maneggi resistergli, mandò subito in Napoli il Cardinal Rovarella suo Legato a placare il Re, il quale adempì così bene la sua incumbenza, che per allora non si parlò più di censi decorsi, nè di restituzione di quelle Terre.

Sursero poi fra di loro alcune altre contese per la difesa de' Signori della Tolfa, perchè il Papa pretendendo, che l'alume di rocca, che quivi nasce, fosse sua, assediò quel luogo: ma sopraggiunto l'esercito del Re, si posero subito le genti del Papa in fuga, lasciando l'assedio[16]. Le contese ch'ebbero i nostri Re co' Pontefici romani intorno quest'alume, furon sempre acerbe e continue; non pure nella Tolfa, ma anche ne' campi di Pozzuoli e d'Agnano, ebbero i Papi pretensione, che l'alume, che si fa in questi luoghi, spettasse alla Sede appostolica, delle quali controversie trattò il Chioccarello nel volume 21 de' suoi M. S. Giurisdizionali. La morte poi seguìta a 25 luglio del 1471 del Pontefice Paolo, e l'esaltazione in quella Cattedra a' 9 agosto del Cardinal Francesco della Rovere, che fu chiamato Sisto IV fece cessare tutte queste discordie; poichè Papa Sisto, purchè non si parlasse più delle pretensioni di Ferdinando, spedì al medesimo nel 1475 una Bolla, rapportata dal Chioccarello[17], nella quale gli rimette tutti i censi, e che durante la sua vita non fosse obbligato pagarglieli; ma, invece del censo, fosse obbligato mandargli ogni anno, per cagion dell'investitura, un palafreno bianco e ben guarnito[18], e conoscendo quanto questo Pontefice fosse di grande spirito, volle il Re apparentar con lui, e diede il Ducato di Sora (che avea tolto a Giovan Paolo Cantelmo) ad Antonio della Rovere, col quale poi collocò Caterina figliuola del Principe di Rossano, nata da Dionora d'Aragona sua sorella.

CAPITOLO III. Splendore della Casa Reale di Ferdinando, il quale, pacato il Regno, lo riordina con nuove leggi ed istituti: favorisce li Letterati e le lettere; e v'introduce nuove arti.

Ferdinando, calcando le medesime pedate del Re Alfonso suo padre, ora che si vide il Regno tutto placido e tranquillo, non trascurò in questi anni di felicità e di pace, di ordinarlo, di arricchirlo di nuove arti, di fornirlo di provide leggi ed istituti, e d'uomini letterati ed illustri in ogni sorte di scienze, e sopra tutto di Professori di legge civile e canonica; onde avvenne, che nel suo Regno, oltre lo splendore della sua casa Regale, cotanto presso di noi fiorissero i Giureconsulti e le lettere. E certamente Napoli videsi a questi tempi in quella floridezza che fu nel regno di Carlo II d'Angiò, per li tanti Reali, che adornavano il suo Palazzo. Ebbe Ferdinando non meno che Carlo, molti figliuoli, che illustrarono la sua Casa reale. Dalla Regina Isabella di Chiaramonte, oltre Alfonso Duca di Calabria, destinato suo successore nel Regno, ebbe Federico Principe tanto buono e savio, che il padre lo fece Principe di Squillace, indi Principe di Taranto e poi Principe d'Altamura. Ebbe Francesco, che lo creò Duca di S. Angelo al Gargano. Ebbe Giovanni, che da Sisto IV fu fatto Cardinale, ed era nomato il Cardinal d'Aragona[19]; ma questi due premorirono al padre. Ebbe ancora Eleonora, e Beatrice sue figliuole, che maritò una col Duca di Ferrara e l'altra col Re d'Ungheria.

Il Re Ferdinando rimaso vedovo della Regina Isabella nel 1477 si casò la seconda volta con Giovanna sua cugina figliuola del Re Giovanni d'Aragona suo zio, dalla quale ebbe una sola figliuola che chiamò col nome della madre pur Giovanna. Oltre di questi ebbe D. Errico e D. Cesare suoi figliuoli naturali, ed oltre alle femmine che maritò co primi Signori e Baroni del Regno.

A tanti Regali di Napoli s'aggiungeva ancora la famiglia del Duca di Calabria, il quale casato, come si è detto, con Ippolita Sforza figliola del Duca di Milano, avrà con lei procreati tre figliuoli, Ferdinando primogenito, che poi gli successe nel Regno, Pietro ed Isabella; ma Pietro premorì non meno al padre, che all'avo, e Isabella fu data in moglie a Giovanni Galeazzo figliuolo di Galeazzo Duca di Milano, il quale morto il padre fu sotto il baliato e tutela di Lodovico suo zio: quegli, che, come si dirà, pose in Italia tanti incendj, e fu cagione di tante rivoluzioni e disordini. La Casa regale di Napoli non avea in questi tempi da invidiare qualunque Corte de' maggiori Principi d'Europa; e narra Camillo Tutini, deplorando la sua infelicità nel supplemento della varietà della fortuna di Tristano Caracciolo, che un giorno in un festino celebrato in Napoli comparvero più di cinquanta persone di questa famiglia, tal che non si credea che si potesse estinguer mai; ed era sostenuta colla maggior splendidezza e magnificenza, così nelle congiunture delle celebrità, che si facevano per tante nozze ed incoronazioni, come per riguardo di tante Corti, che questi Reali tenevano e per tanti Ufficiali maggiori e minori della Casa e dell'ostello regale, li quali con molto fasto, mentre fu Napoli Sede Regia, si mantennero.

Non solo fu mantenuto il fasto e lo splendore della Casa regale, ma Ferdinando volle anche ristabilire nel Regno gli Ufficiali della Corona, i di cui uficj esercitati per la maggior parte da que' ribelli Baroni, che egli avea spenti, eran per le precedute rivoluzioni e disordini, rimasi vacanti. Per la morte del Principe di Taranto, dovendosi provvedere l'uficio di Gran Contestabile, egli n'investì Francesco del Balzo Duca di Andria. Vacando ancora per la ruina del Principe di Rossano il G. Ammirante, lo diede a Roberto Sanseverino Principe di Salerno. Per la ribellione di Ruggiero Acclocciamuro fece G. Giustiziere Antonio Piccolomini Duca d'Amalfi e Conte di Celano. Elesse per G. Protonotario Onorato Gaetano Conte di Fondi: per G. Camerario Girolamo Sanseverino Principe di Bisignano: per G. Cancelliere Giacomo Caracciolo Conte di Brienza e per G. Siniscalco D. Pietro di Guevara Marchese del Vasto. Questi Ufficiali durante il Regno degli Aragonesi erano nell'antico loro splendore e preminenza; anzi si videro ora più rilucere, quanto che Ferdinando non avea altri Stati e perciò proccurava ingrandire le loro prerogative per porre in maggior lustro il suo unico Regno.

Ancorchè questo Principe fosse stato terribile coi suoi Baroni per le precedute ribellioni, e s'avesse perciò acquistato nome di crudele e d'inumano; nientedimeno non tralasciava per acquistar benevolenza presso i suoi aderenti di innalzarli con onori e dignità. Accrebbe per ciò il numero de' Titoli e di Conti sopra ogni altro, creandone molti, come nel 1467 fece con Matteo di Capua, che lo creò Conte di Falena, con Scipione Pandone, facendolo Conte di Venafro, con D. Ferrante Guevara, che lo creò Conte di Belcastro e con tanti altri; ond'è che accrebbe il numero de' Titoli nel Regno assai più, che non fece il Re Alfonso, siccome si vede chiaro dal catalogo, che ne tessè il Summonte, numeroso assai più degli altri, così ne' tempi d'Alfonso, come degli altri Re angioini suoi predecessori.

Egli ancora, come si disse, fra gli altri Ordini di Cavalleria istituì nel Regno un nuovo Ordine, chiamato dell'Armellino di cui soleva molti ornare. L'istituì per le gare ch'ebbe col Principe di Rossano, il quale, come s'è detto essendosi dato alla parte del Duca Giovanni d'Angiò, non potendo colla forza vincere il nemico, rivoltossi agl'inganni, ed a' tradimenti, perchè nell'istesso tempo che, per via di nuove parentele col Re, erasi con lui pacificato e mostrava aver lasciato il partito di Giovanni, ordinò contro al Re nuovi trattati col Duca: di che accortosi Ferdinando lo fece pigliare, e mandato prigione a Capua, lo fece poi condurre a Napoli. Molti consigliavano il Re, che lo facesse morire; ma non vi consentì Ferdinando, dicendo, che non era giusto tingersi le mani nel sangue di un suo cognato, ancorchè traditore. Volendo poscia dichiarar questo suo generoso pensiero di clemenza, figurò un armellino, il qual pregia tanto il candor della sua politezza, che più tosto da' cacciatori si fa prendere, che imbrattarsi di fango, che coloro sogliono spargere intorno alla sua tana per pigliarlo. Si portava per ciò dal Re una collana ornata di gemme e d'oro coll'Armellino pendente, cui motto: Malo mori, quam foedari. Per opporsi al Duca Giovanni ed alla sua Compagnia de' Cavalieri detta de' Crescenti, istituì perciò egli quest'altra detta dell'Armellino, ornando di questa collana molti, facendogli Cavalieri; ed il Pigna[20] rapporta che fra gli altri, fece di questa Compagnia Ercole da Este Duca di Ferrara suo genero, al quale per Giovan Antonio Caraffa Cavalier napoletano mandò una di queste collane.

Oltre d'aver Ferdinando in tante maniere illustrato il Regno, come Principe provido ed amante dell'abbondanza e delle ricchezze de' suoi sudditi, egli facilitò i traffichi a' mercatanti, ed agevolò il commercio in tutte le parti non meno d'Occidente che d'Oriente; ma sopra tutto (di che Napoli deve confessar molto obbligo a questo Principe, e porre per una delle cagioni della sua grandezza, ed accrescimento de' suoi cittadini e delle ricchezze) fu l'avervi introdotte ed accresciute molte arti, e particolarmente l'arte di lavorar seta e tessere drappi e broccati d'oro.

Erasi quest'arte cominciata già ad introdursi in molte città d'Italia, ond'egli dopo la morte della Regina Isabella sua moglie nel 1456 pensò introdurla anche in Napoli, e fattosi da diversi luoghi chiamare più periti di quella, finalmente scelse Marino di Cataponte veneziano di quest'arte sperimentato maestro, il quale ricevuti dal Re in prestanza mille scudi per servirsene per lavorare, fece qui tessere drappi di seta e d'oro: e per maggiormente accrescerla fece franco ed immune d'ogni dogana e gabella tutto ciò che serviva per questo lavoro, concedendo che la seta, oro filato e la grana, ed ogni altra cosa bisognevole per servizio di quest'arte tanto per tingere quanto per tessere e far broccati e tele d'oro fosse esente da ogni pagamento[21]. Di vantaggio stabilì, che i lavoratori di quelli dovessero esser trattati e reputati in tutto come Napoletani: che nelle loro cause tanto civili, quanto criminali non possano essere riconosciuti da niuno Tribunale o Ufficiale, eccetto che da' loro Consoli: che tutti quelli di qualunque nazione si fossero, che in Napoli venissero ad esercitar quest'arte siano guidati ed assicurati e franchi e liberi da ogni commesso delitto, nè da altri potessero essere riconosciuti se non da' loro Consoli: che tutti coloro, che vorranno fare esercitare, o eserciteranno quest'arte, siano mercatanti, maestri, scolari o ajutanti, si debbano far scrivere nella matricola, o sia libro della lor arte, nel quale scritti che saranno, debbano godere di tutti i privilegi e capitoli conceduti o che si concederanno dal Re e suoi successori nel Regno: che in ogni anno nel dì di S. Giorgio, assembrati, dovessero eleggere tre Consoli per lo reggimento e governo di quella, i quali ogni Sabato dovessero tener ragione con amministrar loro giustizia. Molti altri privilegi furono da Ferdinando conceduti a quest'arte ed a Marino Cataponte. Altri ancora ne concedè a Francesco di Nerone fiorentino, al quale promise pagargli ducati trecento l'anno di provisione, acciò assistesse e la esercitasse in Napoli. Altri a Pietro de Conversi genovese, ed altri a Girolamo di Goriante pur fiorentino[22]. Li successori Re parimente nobilitarono quest'arte con nuove altre prerogative, tanto che si eresse perciò in Napoli un nuovo Tribunale, che si chiama della nobil arte della seta. Lo compongono i Consoli, il Giudice, ovvero loro Assessore e l'Avvocato fiscale di Vicaria vi puol anche intervenire[23]. Da' suoi decreti non dassi appellazione, se non al S. C. dove il Giudice fa le relazioni stando in piedi e con capo scoverto, nè se gli dà titolo di Magnifico, come rapporta il Tassoni nel suo universale magazzino.

Non è da tralasciare ciò che ponderò il Summonte[24] nella sua istoria di Napoli scritta, come ogni un sa, sono più che cento anni, che per quest'arte fu cotanto accresciuta Napoli e nobilitato il Regno, che concorrendo da tutte le parti molti a professarla, ed i naturali dandosi a quella, si vide la città accresciuta d'abitatori, e vivere la metà degli abitanti col guadagno d'essa, venendovi non pure dalle città e Terre convicine del Regno, ma anche intere famiglie da diverse parti d'Europa, tanto che a' suoi tempi, e' dice, che avea preso tanta forza, che per ciò la città si vide ampliata ed ingrandita forse un terzo più, che non era.

Così scrive quest'Autore quando i lussi e le pompe non erano arrivate a quella grandezza ed estremità, che abbiam veduto a' tempi nostri dopo un secolo e più ch'e' scrisse. Ora le cose sono ridotte al sommo e non vi è picciola donnicciuola, o vil contadino o artigiano, che non vestano di seta, quando ai tempi di questi Re d'Aragona, come ce n'è buon testimonio il Consigliere Matteo d'Afflitto, gli abiti serici non erano, che di Signore e Gentildonne[25].

Non pure quest'arte introdusse Ferdinando fra noi, ma pochi anni appresso, nel 1480, v'introdusse l'arte della lana e quasi gl'istessi privilegi concedè a' suoi Consoli. Volle che i professori si scrivessero nella matricola e che non fossero riconosciuti se non da' Consoli[26]. Surse per ciò un altro Tribunale, detto dell'arte della lana, che si compone di Consoli e loro Giudice ovvero Assessore; ed ove, sempre che voglia, può intervenire l'Avvocato fiscale di Vicaria. Parimente da' suoi decreti non s'appella, che nel S. C. ove si fanno le relazioni, e tiene molta conformità col Tribunale della nobil arte della seta.

Parimente negli anni 1458 e 1474 innalzò Ferdinando l'arte degli Orafi, istituendo il lor Consolato, a cui diede la facoltà d'aver cura de' difetti, che si commettessero nell'arte[27] e prescrisse il modo e la norma per evitar le frodi; ed ugual vigilanza praticò in tutte le altre arti, perchè maggiormente fiorissero, e le fraudi si togliessero.

CAPITOLO IV. Come si fosse introdotta in Napoli l'arte della stampa e suo incremento. Come da ciò ne nascesse la proibizione de' libri, ovvero la licenza per istampargli; e quali abusi si fossero introdotti, così intorno alla proibizione, come intorno alla revisione de' medesimi.

Ma quello di che Napoli e 'l Regno, e tutti gli uomini di lettere devono più lodarsi di questo Principe, fu d'essere stato egli il primo che introdusse in Napoli l'arte della stampa. Ferdinando fu un Principe non pur amante delle lettere, ma fu egli ancora letteratissimo; onde è, che nel suo Regno fiorissero tanti letterati in ogni professione, come diremo. Erasi l'arte dello stampare trovata nel principio di questo secolo verso l'anno 1428. Ma se deve prestarsi fede a Polidoro Virgilio, fu inventata nel 1451 da Giovanni Gutimbergo Germano, il quale in Erlem città d'Olanda cominciò ad introdurla. Si divolgò poi nelle città di Germania e nella vicina Francia. Due fratelli alemani, secondo scrive il Volaterrano, la portarono in Italia nell'anno 1458; uno andò in Venezia, l'altro in Roma, ed i primi libri che si stamparono in Roma, furono quelli di S. Agostino De Civitate Dei, e le Divine Istituzioni di Lattanzio Firmiano. Non guari da poi fu fatta introdurre in Napoli dal Re Ferdinando. Il Passaro narra, che nell'anno 1473 Arnaldo di Brassel Fiammengo la portasse, il quale accolto dal Re con molti segni di stima, gli concedè molte prerogative e franchigie. Altri rapportano che nell'anno 1471 fra noi l'introducesse un Sacerdote d'Argentina chiamato Sisto Rusingeno[28]. Che che ne sia, Ferdinando accolse i professori, e fece porre in opra la loro arte, onde s'incominciarono in Napoli a stampar libri. Fra i primi libri che qui s'imprimessero, furono i Commentarj sopra il secondo libro del Codice del famoso Antonio d'Alessandro; ed i libri di Angelo Catone di Supino, Lettor pubblico di Filosofia in Napoli, e Medico del Re Ferrante, il quale avendo emendato ed accresciuto il libro delle Pandette della medicina di Matteo Silvatico di Salerno dedicato al Re Roberto, lo fece stampare in Napoli nel 1474 da questo tedesco, che poco prima avea quivi da Germania portata la stampa[29]. Indi di mano in mano se ne stamparono degli altri, come l'opere d'Anello Arcamone sopra le Costituzioni del Regno e di tanti altri.

(Di queste prime stampe fatte in Napoli non se ne dimenticò l'Autore degli Annali Tipografici, rapportandole alla pag. 454).

Venne poi Carlo VIII in Italia ed avendo conquistato il Regno di Napoli, dimorando qui per sei mesi, quanto appunto lo tenne, alcuni Maestri francesi esperti in quest'arte subito vi si condussero e la ripulirono assai, riducendola in miglior forma, e rimase non così rozza com'era prima. Così tratto tratto, come suole avvenire di tutte le altre arti, si ridusse fra noi in forma più nobile, siccome si vede dall'impressione di alcuni libri fatti a questi tempi e fra gli altri dell'Arcadia del Sannazaro, che Pietro Summonte suo amico, mentre l'Autore seguendo la fortuna del Re Federico suo Signore dimorava in Francia, essendosi in Venezia due volte stampata piena d'errori e scorrettissima, la fece ristampare in Napoli in carta finissima e di buoni caratteri; e pure il Summonte si scusava col Cardinal d'Aragona a cui la dedicò, se la stampa non era di quella bellezza, la qual altra volta vi solea essere, e secondo per l'altre più quiete città d'Italia si costumava allora; poichè trovandosi Napoli per le rivoluzioni di guerra difformata, appena avea potuto avere comodità di quel carattere.

Ma venuto da poi in Napoli l'Imperador Carlo V ai conforti ed istanze del famoso Agostino Nifo da Sessa celebre Filosofo e Medico dell'Imperadore e suo famigliare, fu questa arte favorita molto più, e posta in maggior polizia e nettezza; poichè questo Imperadore nel 1536 concedè alla medesima, ed a' suoi professori grandi privilegi e franchigie, facendogli esenti da qualunque gabella, dogana o altro pagamento, tanto per la carta bianca che serve per la stampa de' libri e figure, quanto per tutte quelle cose che bisognano a perfezionarla; del qual privilegio, oltre il Summonte[30], ne rendono testimonianza fra' nostri Scrittori, Toro[31] ed il Consigliere Altimari[32]. Tanto che per li favori di questo Principe s'accrebbero in Napoli le stamperie: ed i letterati, vedendosi cotanto favoriti, s'ingegnarono mandare i parti de' loro ingegni in istampa; ed imprimendosi i libri degli Antichi, che prima scritti a penna, ed in membrane erano rari e non per tutti, recò ad essi grandissimo giovamento, non solo per aver libri con facilità, ma anche ben corretti. Quindi si videro fiorire per l'Accademie e crescer il numero de' letterati non solo in Napoli, ma nelle altre città del Regno, ove furon ancora introdotte le stamperie, come nell'Aquila, in Lecce, in Cosenza, in Bari, in Benevento ed in alcune altre. E l'edizioni riuscivan perfettissime in carte finissime e d'ottimi caratteri, come si può vedere da alcuni libri stampati in quei tempi, e fra gli altri dalle poesie di Bernardino Rota, dall'opere legali di Cesare Costa Arcivescovo di Capua e di tante altre, delle cui prime edizioni se ne veggono moltissime nella libreria di S. Domenico Maggiore di questa città.

Siccome la invenzione di quest'arte fu riputata a questi tempi la più utile e necessaria per lo commercio delle lettere, così ancora ne' susseguenti tempi venne ad apportarci danno; poichè gli uomini dati alla lezione di tanti libri che uscivano, caricavano sì bene la lor memoria d'infinite erudizioni, ma la riflessione mancava; onde non si videro, se non rari uomini di ingegno grande, e che facendo buon uso de' loro talenti, avessero potuto per se medesimi stendere le cognizioni e le scienze. Ancora presso di noi, nel precedente secolo, cominciò a recarci degli altri incomodi e delle confusioni: poichè tutti pretendendo esser dotti e savj, vedendo la facilità della stampa e la poca spesa che vi bisognava, venne uno stimolo universale agli uomini di lettere di stampar ciò che loro usciva di capo di penna in qualunque professione: onde nel secolo 17 si videro in istampa infiniti volumi impressi per la maggior parte da' Frati e da' Legisti, per lo più insipidi e pieni di cose vane ed inutili. Gli Stampatori davano loro fomento, e fecero, per non isgomentargli della spesa, fabbricar una carta d'inferior qualità, della quale regolarmente si servivano nella impressione de' loro libri, che poi chiamarono carta di stampa. Ma perciò non si tralasciarono da' più culti le edizioni in carte finissime e di ottimi caratteri. Tanto ha bastato all'avidità ed ingordigia de' pubblicani de' nostri tempi, che con tutto che l'Imperador Carlo V avesse conceduto privilegio di franchigia agli Stampatori per la carta bianca che dovea lor servire per uso di stampa, di pretendere che questa franchigia di dogana e d'ogni altra gabella dovesse ristringersi per la carta di stampa, non già ad altre carte di miglior qualità: quasichè in queste non si potesse stampare, ovvero prima d'introdursi questa diversità di carte, non si fosse stampato in carta finissima, ed in tutti i tempi dai più culti letterati non si fosse quella adoperata.

§. I. Abusi intorno alle licenze di stampare e di proibire i libri.

Il buon uso della stampa, che produsse al Mondo tanti comodi ed utilità, per la pravità degli Autori, e per la facilità e prontezza che molti aveano di pubblicare ciò che loro usciva dalla penna, si converti da poi in un altro mal uso. L'eresia di Lutero che sparsa per la Germania minacciava le altre parti di Europa, per questa via della stampa si disseminava per varj libri: onde bisognò che i Principi vi ponessero occhio, e regolassero colle loro leggi l'uso di quella. I Pontefici romani vi badarono assai più e con maggiore oculatezza, come quelli che colla libertà della stampa potevano ricevere maggior danno che i Principi secolari: per ciò, e dagli uni e dagli altri, furon in diversi tempi, dopo essersi quest'arte introdotta, fatte molte proibizioni e divieti.

Ma i Pontefici romani tentarono anche da poi sopra ciò far delle sorprese; poichè pretesero che di lor sulamente fosse il proibire le stampe, anche con pene temporali, e conceder le licenze per le impressioni. Il Cardinal Baronio nel XII tomo de' suoi Annali, scrivendo per la propria causa, quando da Filippo III gli fu proibito il suo tomo XI nel quale, quando men dovea, volle combatter la Monarchia di Sicilia, fu il primo a dirlo arditamente[33]. Ma essendosegli dato da quel Principe conveniente gastigo, niuno ardì difendere l'impresa del Cardinale; poichè, siccome fu da noi rapportato nel secondo libro di quest'istoria, l'antica disciplina della Chiesa era, che trattandosi di Religione, la censura apparteneva a' Vescovi, ma la proibizione al Principe. Gl'Imperadori, dopo la censura de' Vescovi o del Concilio, proibivano con pene temporali i libri degli Eretici e gli condennavano al fuoco: di che nel Codice Teodosiano abbiamo molti esempj. l Padri del Concilio Niceno I dannarono i Codici d'Ario; e poi Costantino M. fece editto proibendogli, e condennandogli ad essere bruciati; e lo stesso fu fatto de' libri di Porfirio[34]. I Padri del Concilio Efesino dannarono gli scritti di Nestorio, e l'Imperadore promulgò legge proibendone la lezione e la difesa[35]. Il Concilio di Calcedonia condennò gli scritti d'Eutiche: e gl'Imperadori Valentiniano e Marciano feron legge, dannandogli ad esser bruciati[36]. Il medesimo fu praticato da Carlo M.[37], e così dagli altri Principi ancora ne' loro dominj. E per non andar tanto lontano, Carlo V nel 1550 promulgò in Brusselles un terribile editto contro i Luterani, nel quale, fra le altre cose, proibì rigorosamente i libri di Lutero, di Giovanni Ecolampadio, di Zuinglio, di Bucero e di Giovanni Calvino, li quali da 30 anni erano stati impressi, e tutti quelli di tal genere che da' Teologi di Lovanio erano stati notati in un loro Indice a questo fine fatto[38]; poichè a' Principi appartiene che lo Stato non solamente da' libri satirici, sediziosi e scostumati o pieni di falsa dottrina non venga perturbato, ma anche da perniziose eresie. E siccome a' Vescovi s'appartiene la censura, perchè la disciplina o la dottrina della Chiesa non sia corrotta; così a' Principi importa che lo Stato non si corrompa, e che li suoi sudditi non s'imbevino d'opinioni, che ripugnino al buon governo: nel che ora più che mai è bisogno, che veglino per le tante nuove dottrine introdotte contrarie all'antiche ed a' loro interessi e supreme regalie; poichè da quelle ne nascono le opinioni, le quali cagionano le parzialità che terminano poi in fazioni, e finalmente in asprissime guerre. Sono parole sì, ma che in conseguenza han sovente tirati seco eserciti armati.

Nel nostro Regno i nostri Re ributtaron sempre con vigore questi attentati, e si lasciò a' Vescovi la sola censura, ma non che sotto pene temporali potessero vietar le stampe: nè che queste proibizioni s'appartenessero ad essi unicamente, ma furon anche dai nostri Re fatte o da' loro Vicerè, ed in cotal guisa fu mai sempre praticato.

Papa Lione X a' 4 maggio del 1515 pubblicò una Bolla, che fece approvare dal Concilio Lateranense, colla quale proibì che non si potessero stampare libri senza licenza degli Ordinarj ed Inquisitori delle Città e Diocesi, dove dovranno stamparsi: ponendovi pena che quelli che gli stampassero senza questa approvazione, perdessero i libri, li quali dovessero pubblicamente bruciarsi. Di vantaggio impose pena pecuniaria, di doversi pagare da trasgressori ducati cento alla fabbrica di S. Pietro di Roma, e che gli Stampatori per un anno restassero sospesi dall'esercizio di stampare: gli dichiara ancora scomunicati, e persistendo nella censura, che siano gastigati conforme i rimedj della legge.

Ma questa Bolla, per quello che s'attiene alla pena pecuniaria e sospension dell'esercizio e perdita dei libri, non fu fatta valere nel nostro Regno, e sol ebbe vigore nello Stato della Chiesa.

Il Concilio di Trento nella sessione 4[39], che fu celebrata a' 8 Aprile del 1546, ancorchè avesse proibito agli Stampatori di stampare senza licenza de' Superiori ecclesiastici libri della Sagra Scrittura, annotazioni e sposizioni sopra di quella: e che non si stampassero libri di cose sagre senza nome dell'Autore, nè quelli si vendessero o tenessero, se prima non saranno esaminati ed approvati dagli Ordinarj, sotto quelle pene pecuniarie e di scomunica apposte nell'ultimo Concilio Lateranense; nulladimanco questo capo, per ciò che riguarda la pena pecuniaria, non fu ricevuto nel Regno, ed agli Ordinarj si è lasciato di poter solo imporre spiritual pena, non già pecuniaria o temporale.

Si mantennero ancora i nostri Re, ovvero i loro Vicarj nel possesso di proibirli, stabilendo molte prammatiche e editti, colle quali proibirono le stampe senza lor licenza; ed abbiamo che D. Pietro di Toledo Vicerè, mentre regnava l'Imperador Carlo V, diede ancor egli provvedimenti intorno alla stampa de' libri, ed a' 15 ottobre del 1544 promulgò una prammatica, colla quale ordinò che i libri di teologia e sagra scrittura, che si trovassero stampati nuovamente da 25 anni in quà, poichè per la pestilente eresia di Lutero sparsa per la Germania, cominciava a corrompersi la dottrina e disciplina della Chiesa romana, non si ristampassero, e quelli stampati non si potessero tenere nè vendere, se prima non si mostrassero al Cappellan maggiore, acciò quelli visti e riconosciuti potesse ordinare quali si potessero mandar alla luce. Di vantaggio, che quelli libri di teologia e sagra Scrittura, che fossero stampati senza nome dell'autore, e quegli altri ancora, i di cui Autori non sono stati approvati, che in nessun modo si potessero vendere nè tenere. E poi nel 1550 a' 30 novembre stabilì un'altra prammatica, colla quale generalmente ordinò, che non si potesse stampare qualsivoglia libro senza licenza del Vicerè, nè stampato vendersi.

Il Duca d'Ossuna Vicerè, nel medesimo tempo che il Pontefice Sisto V stabilì in Roma la Congregazione dell'indice, a' 20 marzo del 1586, regnando Filippo II, promulgò altra prammatica colla quale ordinò, che gli autori del Regno o abitanti in esso, non facessero stampar libri nè in Regno, nè fuori senza licenza del Vicerè in scriptis. E finalmente il Conte d'Olivares, che fu Vicerè nel Regno di Filippo III, a' 31 agosto del 1598 fece anche prammatica, proibendo agli Stampatori di poter aprire stamperie nè casa per istampare, senza espressa licenza del Vicerè in scriptis.

Quindi nacque presso noi il costume di destinarsi dal Vicerè, Ministro o altra persona per la revisione de' libri: e ciò vedesi praticato sin da' tempi del Duca d'Alcalà Vicerè, il quale a' 23 novembre del 1561 spedì commessione, che fu poi rinovata a' 8 maggio 1562, al P. Valerio Malvasino persona da lui ben conosciuta d'integrità e dottrina, deputandolo Regio Commessario a vedere e riconoscere i libri, che venivano da Germania, dalla Francia e da altre parti nel Regno di Napoli, perchè trovatili infetti d'eresia proibisse di venderli o di tenerli[40]. Fu da poi destinato Ministro regio di sperimentato zelo verso il servizio del Re, e d'eminente dottrina: questo costume l'abbiam veduto continuato sin a' tempi de' nostri avoli; ma ora queste revisioni soglionsi commettere anche ai privati, e sovente a persone di poca buona fede e di molto minor dottrina: ciò ch'è un abuso, che meriterebbe un conveniente rimedio.

Si è ritenuto ancora presso noi il costume di proibirli, quando o contra i buoni costumi, o contra i diritti del Principe della nazione, ovvero contra la fama e riputazione d'alcuni, siansi composti; siccome a dì nostri dal Vicerè e suo collateral Consiglio fu proibito un libro, per altro sciocchissimo e pieno di inezie, che il Marchese Gagliati diede alle stampe sotto il titolo di capricciose fantasie.

Queste proibizioni erano praticate, siccome tuttavia si pratica sopra qualunque libro o scrittura anche dei Prelati o altre persone ecclesiastiche, che venisse preteso di stamparsi. Nel Regno di Filippo II il Nunzio del Papa residente in Ispagna portò querela al Re Filippo contro il Duca d'Alcalà suo Vicerè in Napoli, il quale avea proibito agli Stampatori d'imprimer cosa alcuna senza sua licenza, e che perciò l'Arcivescovo di Napoli e tutti gli altri Prelati del Regno non potevano far stampare cosa alcuna, anche concernente al loro uficio: di che il Re Filippo ne scrisse al Duca, il quale a' 17 aprile 1569 l'informò di ciò che occorreva con piena consulta, dicendogli che egli avea fatto quell'ordine, perchè il Vicario di Napoli, siccome tutti gli altri Prelati del Regno, stampavano molti editti pregiudiciali alla regal giurisdizione, e sovente facevano imprimere Bolle, alle quali non era stato conceduto l'Exequatur Regium[41]. Quindi postosi silenzio alle pretensioni del Nunzio, nacque che poi i Vescovi quando volevano stampare i loro Sinodi, i loro editti, insino i calendarj circa l'osservanza delle loro diocesi, anche i Brevi dell'indulgenze concedute dal Papa alle loro chiese e cose simili, ricorrevano al Vicerè e suo collateral Consiglio per la licenza. Così leggiamo, che volendo l'Arcivescovo di Napoli Annibale di Capua stampar un Concilio provinciale, cercò licenza di farlo, e dal Collaterale, a primo febbrajo del 1580, gli fu data con riserba, che se in quello vi era alcuna cosa contro la regal giurisdizione, si avesse per non data nè consentito a quella in modo alcuno. L'Arcivescovo di Capua per mezzo del suo Vicario chiese il permesso di poter far stampare un nuovo Calendario circa l'osservanza delle feste della sua Diocesi, e rimessane la revisione al Cappellan maggiore, questi a' 5 novembre del 1582 fece relazione al Vicerè, che poteva darsi la licenza. Il Vescovo d'Avellino dimandò l'Exequatur Regium e la licenza di poter far stampare un Breve d'indulgenze concedute dal Papa alla sua Chiesa nel dì di S. Modestino, e commessosi l'affare al Cappellan maggiore, questi a' 26 aprile del 1577 fece relazione al Vicerè che potevasi dare l'Exequatur al Breve e la licenza di stamparlo[42]. Ciò che poi si è inviolabilmente osservato, sempre che i Ministri del Re han voluto adempire alla loro obbligazione ed aver zelo del servigio del loro Signore.

§. II. Abusi intorno alle proibizioni de' libri che si fanno in Roma, le quali si pretendono doversi ciecamente ubbidire.

Bisognò ancora rintuzzare un'altra pretensione della Corte di Roma intorno a quest'istesso soggetto della proibizion de' libri. Pretendevano, che a chiusi occhi i Principi cristiani dovessero far valere ne' loro dominj tutti i decreti che si profferivano in Roma dalle Congregazioni del S. Ufficio o dell'Indice, per li quali venivano i libri proibiti, e che non stassero soggetti questi decreti a' loro Regj placiti, onde dovessero da noi eseguirsi, senza bisogno d'Exequatur Regium. Della cui necessità e giustizia, sarà da noi diffusamente trattato ne' seguenti libri di quest'Istoria.

Ma non meno in Francia che in Ispagna, in Germania, Fiandra ed in tutti gli altri Stati de' Principi cattolici, che nel nostro reame (sempre che s'abbia voluto usare la debita vigilanza) fu lor ciò contrastato, e come ad un attentato pregiudizialissimo alla sovranità de' Principi, se gli fece valida l'esistenza; tanto che siccome tutte le Bolle, rescritti ed altre provisioni che vengono di Roma, non si permettono, che si pubblichino e si ricevano senza il placito Regio; così ancora i decreti fatti sopra la proibizione de' libri soggiacciano al medesimo esame. Anzi se mai i Principi ed i loro Ministri devono usar vigilanza nelle altre scritture che vengono di Roma, in questi decreti devono usarla maggiore; così perchè si sa la maniera, come in Roma i libri si proibiscono, come ancora il fine perchè si proscrivono, ed i disordini e scandali che potrebbero cagionare ne' loro dominj, se si lasciassero correre a chiusi occhi.

Si sa che i Cardinali che compongono queste due Congregazioni onde escono tali decreti, non esaminano essi i libri: alcuni per la loro insufficienza, altri perchè distratti in occupazioni riputate da essi di maggiore importanza, non possono attendere a queste cose, e molto meno il Papa, da chi sarebbe impertinenza il pretenderlo. Essi commettono l'esame ad alcuni Teologi che chiamano Consultori, ovvero Qualificatori, per lo più Frati, i quali secondo i pregiudicj delle loro scuole regolano le censure. Ciò, che non consente colle loro massime, riputano novità, e come opinioni ereticali le condannano. I Casuisti, che s'han fatta una morale a lor modo, giudicano pure secondo que' loro principj. Ma il maggior pregiudicio nasce quando si commette l'affare a' Curiali istessi ed agli Ufficiali e Prelati di questa Corte per esaminar libri attenenti a cose giurisdizionali; può da se ciascun comprendere, quanto in ciò prevaglia l'adulazione in ingrandire l'ecclesiastica e deprimere la temporale. Si sa quanto da costoro s'estolle sopramodo l'autorità del romano Pontefice sopra tutti i Principi della terra, insino a dire che il Papa può tutto, e la sua volontà è norma e legge in tutte le cose: che i Principi ed i Magistrati siano invenzioni umane; e che convenga ubbidir loro solamente per la forza; onde il contraffar le loro leggi, il fraudar le gabelle e le pubbliche entrate, non sia cosa peccaminosa, ma solo gli obbliga alla pena, la quale o colla fuga o colla frode non soddisfacendosi, non per ciò restano gli uomini rei innanzi la Maestà Divina, compensandosi col pericolo che si corre: ma per contrario, che ogni cenno degli Ecclesiastici, senza pensar altro, debbia esser preso per precetto divino ed obblighi la coscienza. Sono tanti arghi e molto solleciti e vigilanti, perchè non si divulghi cosa contraria a queste loro mal concepite opinioni. Ed è ormai a tutti per lunga esperienza noto, che la Corte di Roma a niente altro bada più sollecitamente che di proscrivere tutti i libri che sostenendo le ragioni de' Principi, i loro privilegj, gli statuti, le consuetudini de' luoghi e le ragioni de' loro sudditi, contrastano queste nuove loro massime e perniziose dottrine.

Fatte che hanno questi qualificatori le censure le portano a' Cardinali, i quali senza esaminarle in conformità di quelle condannano i libri. E lo stile d'oggi in formar tali decreti è pur troppo grazioso: si condanna semplicemente il libro, senza censura e senza esprimersi o designarsi niuno particolar errore, che avrebbe forse potuto dar occasione alla proibizione; ma generalmente come continente proposizioni ereticali, scismatiche, erronee contro i buoni costumi, offendenti le pie orecchie e cose simili, e senza impegnarsi a spiegare quali siano l'ereticali, l'erronee etc. se ne liberano con una parola respective, lasciando l'autore ed i lettori nell'istessa incertezza ed oscurità di prima. L'esperienza ha poi mostrato, che per queste sorti di proibizioni ne siano nate presso i Teologi stessi gravi contrasti, li quali sovente han perturbato lo Stato, perchè accaniti i Frati di opinione contraria, non han mai finite le risse e le contese.

Parimente a questi decreti sogliono andar congiunte alcune clausole penali contro i lettori e detentori dei vietati libri che sovente toccano la temporalità de' sudditi o conturbano i privilegj ed i costumi delle province. Sovente per alcuni errori che si trovano sparsi in un libro, che a' Professori ed alla Repubblica sarà utilissimo, si proibisce interamente il libro; onde lo Stato viene a riceverne incomodo e danno.

Per tutte queste ed altre ragioni, non meno i più saggi Teologi[43], che la pratica inconcussa di tutte le province d'Europa, han fatto vedere che si appartenga al Principe, non meno che fassi nell'altre provisioni che vengono da Roma, d'invigilare sopra questi decreti. Qualunque decreto che venga da Roma da queste Congregazioni o editto che si faccia dal Maestro del Sagro Palazzo, onde vengono i libri vietati, non è stato mai esente dal placito regio ma fu sempre sottoposto ad esame: siccome lo stile di tutte le province cristiane il quale ebbe il suo principio, sin che da Roma cominciarono ad uscire queste proibizioni, lo dimostra. E ben si vide praticato nell'Indice stesso volgarmente detto Tridentino, fatto compilare dal Pontefice Pio IV poco da poi terminato il Concilio.

Secondo l'antica disciplina della Chiesa, la censura de' libri s'apparteneva a Concilj, siccome il Concilio Niceno, Efesino e di Calcedonia fecero de' libri d'Arrio, di Nestorio e d'Eutiche. Volendo i PP. del Concilio di Trento seguitare le medesime pedate, da poi che quello fu ripigliato sotto il Pontefice Pio IV, proposero in una Congregazione tenuta in Trento a' 26 gennaio del 1562 che dovessero esaminarsi i libri dati fuori dopo l'eresie nate in Germania ed altrove, e sottoporsi alla censura del Concilio, acciò che determinasse quello, che gli parrebbe: fu conchiuso, che si commettesse ad alcuni PP. la cura di farne Catalogo, ovvero Indice di quelli e de' loro Autori; siccome da' Presidenti di esso fu data la commessione a diciotto Padri, a' quali poi con decreto del Concilio fu incaricato, che diligentemente esaminassero i libri riferendo poi al Sinodo ciò che aveano notato, per darvi providenza[44]. Essendosi da poi affrettata la conchiusione del Concilio, di quest'affare dell'Indice non se ne trattò altro, ma solamente nell'ultimo giorno che quello ebbe fine, essendosi letto il decreto della sessione 18 fu risoluto, che non essendosi potuto dal Concilio porre a quest'affare l'ultima mano per tanta moltitudine e varietà di libri, ordinava per ciò che tutto quello, che i Padri destinati alla cura di quest'Indice avean fatto, che lo presentassero al Pontefice, dalla cui autorità e parere si determinasse l'Indice e fosse divulgato.

In conformità di ciò, essendosi disciolto il Sinodo fu da que' Padri presentato al Pontefice Pio IV un Indice, ove aveano notati gli Autori ed i libri, che riputavano doversi proscrivere. Il Pontefice, come egli testimonia nella sua Bolla pubblicata per ciò in forma di Breve, che incomincia: Dominici gregis, fece esaminar da altri dotti Prelati l'Indice, e dice averlo anche egli letto; onde lo fece pubblicare con alcune Regole, che si dicono perciò dell'Indice, dando fuori quella Bolla, nella quale comanda, che quell'Indice con le Regole ivi aggiunte, debba da tutti riceversi, ed osservarsi sotto gravissime pene e censure. Minacciansi tutti coloro, che leggeranno, o riterranno quei libri in quest'Indice contenuti: dichiara, che questa proibizione, dopo tre mesi, da che sarà la Bolla pubblicata ed affissa in Roma, obbligherà tutti in maniera, ac si ipsismet hae literae editae, lectaeque fuissent[45].

Fu quest'Indice diviso in tre classi. Nella prima, non i libri, ma i nomi degli Autori solamente s'esprimono, perchè tutti conoscessero, che venivano proibite non solo le opere già stampate, ma anche quelle da stamparsi da loro. Nella seconda, si riferiscono i libri, i quali per la non sana dottrina, o sospetta che contengono, si ributtano, ancorchè gli Autori non fossero separati dalla Chiesa. La terza abbraccia quei libri, che senza nome d'Autore uscirono alla luce e che contengono dottrina, che, come contraria a' buoni costumi ed alla Chiesa romana, si è riputato dannarla.

Ma siccome pubblicati che furon in Roma i decreti del Concilio, non per ciò nell'altre regioni d'Europa furono quelli attinenti alla disciplina ed alla riforma universalmente ricevuti, come al suo luogo diremo; così ancora pubblicato che fu quest'Indice in Roma, non ostante la Bolla di Pio, non fu senz'esame ricevuto, nè accettato in tutte le sue parti in Francia, in Spagna, nelle Fiandre ed in altre province cristiane.

Diedesi l'Indice ad esaminare a' Collegi, alle Università e ad uomini dottissimi di ciascun paese. In Francia, la cosa è pur troppo nota, che quelle Università vi vollero la lor parte, nè lo ricevettero in tutto secondo il suo vigore.

In Spagna parimente il Re Filippo II lo fece esaminare dalle sue Accademie ed Università, nè fu in tutto ricevuto; poichè fra gli altri libri, l'opere di Carlo Molinco, arrolate nell'Indice Tridentino fra gli Autori di prima classe, non tutte furono vietate, alcune furono permesse, altre con piccola espurgazione parimente permesse. Quindi sursero in Spagna, ed altrove gl'Indici Expurgatorj; poichè i Prelati e le Università ed i Collegj di ciascuna provincia vollero in ciò avervi anche la lor parte e credettero, che la lor censura fosse più esatta per le province ove dimorano, ed il Principe sa meglio ciò che nel suo Stato possa apportar quiete, o incomodo, o disordine, che non si sa di fuori. Così in Spagna s'è introdotto stile di farsi questi Indici. E dall'Indice Expurgatorio fatto compilare per comandamento del Cardinal Gaspare di Quiroga Arcivescovo di Toledo e General Inquisitore di Spagna, ed impresso nel 1601, manifestamente si vede, che in Spagna l'Indice Tridentino non fu giammai in tutto e secondo il suo rigore ricevuto.[46]

Parimente l'istesso Filippo II non solo ne' suoi Regni di Spagna, ma in tutti gli altri suoi dominj, volle che l'istessa vigilanza si fosse usata; e siccome fece de' decreti del Concilio, con maggior ragione dovea premere, che per quest'Indice Tridentino si facesse. Nella Fiandra divulgato che fu, non per ciò fu ciecamente ricevuto; ma per autorità Regia si diede ad esaminare. Essendosi osservato, che in quello si proscriveano molti libri in ogni facoltà e scienza, i quali gastigati e purgati da alcuni errori e false opinioni, poteva di quelli aversi buon uso e leggersi con utilità e profitto: narra Van-Espen[47], dotto Prete e gran Teologo dell'Università di Lovanio, che il Duca di Alba, allora Governatore di quelle province, in nome del Re Filippo II comandò, che si fossero conservati que' libri proscritti dall'Indice Romano, e solamente fece bruciare l'opere degli Eresiarchi. Ma perchè da que' riserbati non si cagionasse danno, commise a' Prelati ed alle Università ed agli uomini letterati di quelle province che esaminassero que' libri, notassero gli errori e gli espurgassero, con farne particolari Indici. Fu con ogni diligenza ciò eseguito e presentati poi al Duca gl'Indici, instituì egli in Anversa un Collegio di Censori, al quale per l'Ordine ecclesiastico presedè un Vescovo, ed in nome del Re vi fu proposto il famoso Teologo Arias Montano, quel medesimo, ch'era intervenuto al Concilio in Trento. Questi Censori con ogni diligenza e maturità esaminarono di nuovo i libri contenuti in que' Cataloghi, conferirono i luoghi notati da' primi Censori con gli esemplari, e ne formarono un'esatta Censura; dando poi fuori un libro, al quale diedero questo titolo, Index Expurgatorius. Quest'Indice poi nel 1570, per ispezial diploma del Re Filippo II, fu approvato, e per sua regal autorità fu comandato, che s'imprimesse, come fu fatto e di quello si servirono poi tutte quelle province, non già del Romano. Erano questi due Indici fra loro differenti: in questo Expurgatorio di Fiandra, più libri, che per l'Indice romano erano assolutamente proscritti, furono ritenuti e permessa la lor lezione, essendosi solo in alcuni usata qualche espurgazione ed emendazione: siccome, per tralasciarne molti, fu fatto dell'opere istesse di Carlo Molineo, affatto proscritte e totalmente condannate dall'Indice Romano, le quali con piccola emendazione furono permesse. Il Commentario alle Consuetudini di Parigi dello stesso Molineo, fu senz'alcuna correzione ritenuto, dicendosi: In hoc opere nihil est, quod haeresim sapiat, quapropter admittitur. De' suoi trattati De donatione, et inofficioso testamento, pur si disse: Nihil habent, quod Religioni adversetur, aut pias aures offendere possit, quapropter admittitur. E così di molte altre sue opere fu giudicato.

Questa fu la pratica, che cominciò ne' Dominj dei Principi cristiani, nell'istesso tempo che da Roma si cominciarono a far Indici proibitorj di libri. Molto più fu ne' seguenti tempi continuata, quando i Principi s'accorsero, che in Roma si badava molto a questo affare, e ch'era entrata in pretensione di poter sola proibire i libri, e che senza altra promulgazione ed accettazione, che di quella fatta in Roma, nelle altre province dovesse valere ciò che in Roma veniva stabilito. Fondossi a tal effetto nel Pontificato di Sisto V una nuova Congregazione di Cardinali, chiamata per ciò dell'Indice: e così questa, come l'altra del S. Uficio, ed il Maestro del Sagro Palazzo Appostolico, non badavano ad altro. Ma non perciò s'arrestarono i Principi ne' loro Reami far valere le loro ragioni e preminenze, così di non permettere impressione di libro alcuno senza lor licenza, nè senza il consueto exequatur regium far osservare le proibizioni di Roma, come anche di proibire essi i libri, come si è detto di sopra.

La loro vigilanza vie più crebbe, quando s'accorsero, che in Roma erano più frequenti, che prima le proibizioni; e che qualunque libro che usciva, nel quale si difendevano le regalie di qualche Principe, o si facevano vedere le intraprese della Corte di Roma sopra la loro autorità e giurisdizione a' diritti delle Nazioni, erano pronti i decreti della Congregazione dell'Indice, e gli editti del Maestro del Sagro Palazzo a proibirlo.

Per questa cagione furono avvertiti di non permettere, che simili proibizioni fossero ne' loro Reami ricevute. I Re di Spagna, come dice Salgado[48], non meno che i Re di Francia, avendo avvertito, che in Roma erano questa sorte di libri affatto vietati, solo perchè in quelli si fondavano le regalie e la giurisdizione de' Re e le ragioni de' loro sudditi; per riparare ad un così grave pregiudizio, ordinarono, che i Brevi appostolici e consimili decreti o editti fossero portati alla suprema Inquisizione di Spagna, e secondo il costume usitatissimo ne' Regni di Spagna, fossero ritenuti, nè permessa la loro pubblicazione e molto meno l'esecuzione, affinchè non allacciassero le coscienze de' sudditi per queste proibizioni, non ad altro fine procurate, che per annientare le ragioni de' Principi e delle Nazioni.

Questo medesimo fecero valere nelle province di Fiandra, e quel ch'è da notare, nel nostro Regno di Napoli ancora, cotanto a Roma vicino, ed al quale sovente gli Spagnuoli, per vantaggiar le condizioni dei Regni loro di Spagna, permisero, che molti aggravj dalla Corte di Roma sofferisse.

Il Pontefice Clemente VIII, dopo la Giunta di Sisto V, accrebbe l'Indice Romano e fatto di nuovo imprimere e pubblicare, in tutto il tempo del suo Pontificato tenne così esercitata la Congregazione dell'Indice ed il Maestro del Sagro Palazzo, che non vi fu anno, che da Roma non uscissero decreti e editti proibitorj. Dal primo anno del nuovo secolo 1601, e per li seguenti anni insino alla sua morte, non uscivano altro da Roma, che questi decreti e editti, per li quali furono successivamente proibiti molti libri di quasi tutte le professioni e scienze, sol perchè o gli Autori erano separati dalla Chiesa, o perchè sostenevano le regalie, o altre ragioni di Principi, o perchè qualche errore fosse in quelli trascorso. Furono proibiti molti libri legali, fra gli altri con molto rigore l'opere di Molineo, li trattati di Alberico Gentile, di Giovanni Corasio, di Scipione Gentile e di tanti altri.

Infra questi il nostro reggente Camillo de Curte, che, come diremo, fu uno de' più rinomati nostri Professori di que' tempi, diede in Napoli, nel 1605, alle stampe una sua opera intitolata: Diversorii juris Feudalis Prima, et Secunda Pars: nella seconda parte della quale trattò de' remedj, che sogliono praticarsi nel Regno per difesa della giurisdizione regale, affinchè nè i diritti regali ricevano oltraggio, nè i suoi vassalli siano oppressi da' Prelati, usurpando la regal giurisdizione: dichiara in questo libro il modo solito e per lungo uso stabilito di resister loro: cioè nel principio di farsegli una, due e tre ortatorie: quando queste non bastano, di chiamargli: non obbedendo alla chiamata, di sequestrar loro le temporalità e carcerare i parenti più a lor congiunti, i servidori, anche gli amici: e per ultimo, non volendo obbedire, di cacciargli dal Regno. Modi legittimi, permessi ed approvati da una inveterata pratica di tutti i Regni d'Europa. Ma il libro appena fu dato alla luce, che ecco si vide nel medesimo anno uscir da Roma un editto, col quale fra gli altri libri venne anche severamente proibito questo, con tali parole: Camilli de Curtis secunda pars Diversorii, sive Comprensorii juris Feudalis, Neapoli apud Constantinum Vitalem 1605 omnino, et sub anathemate prohibetur[49].

Il Conte di Benavente, che si trovava allora Vicerè in Napoli, intesa la proibizione, non volle a patto veruno concedere Exequatur all'editto; anzi a' 14 decembre del medesimo anno, scrisse una grave consulta al Re Filippo III, nella quale fra l'altre cose occorsegli in materia di giurisdizione, gli diè raguaglio di questa proibizione fatta del libro del Reggente in Roma, sol perchè in questo si dichiaravano que' rimedj ed i diritti di S. M. che ha in simili occorrenze, rappresentando al Re, che contro questo abuso bisognava prendere risoluti e forti espedienti, perchè altramente ciò soffrendosi, non vi sarebbe chi volesse difendere la regal giurisdizione[50].

Parimente nel 1627, sotto il Pontificato di Urbano VIII, dalla Congregazione dell'Indice uscì un decreto sotto la data de' 4 febbrajo di quell'anno, dove oltre la proibizione fatta d'alcune opere legali di Treutlero, di Ugon Grozio e dell'Istoria della giurisdizion pontificia di Michele Roussel, fu anche proibito un libro che D. Pietro Urries avea allora pubblicato in Napoli in difesa del Rito 235 della nostra G. C. della Vicaria, intorno a' requisiti del Chericato, da riconoscersi da quel Tribunale; e perchè quel Rito, ancorchè antico, non mai però interrotto, si oppone alle nuove massime della Corte di Roma, fu tosto il libro proibito in Roma: Petri de Urries liber inscriptus: Aestivum otium ad repetitionem Ritus 235 M. C. Vicariae Neapolitanae[51]. Ma il Duca d'Alba Vicerè non fece valere nel Regno quel decreto, e ne scrisse al Re, da cui ne ricevè risposta sotto li 10 agosto del detto anno, maravigliandosi della proibizione fatta in Roma di quel libro dove non si difendeva, che un Rito antichissimo della Vicaria del Regno[52].

Questa vigilanza si tenne presso di noi, quando si volevano far valere i nostri diritti e le nostre patrie leggi ed istituti; poichè noi, affinchè non si ricevano bolle, brevi, decreti, editti ed in fine ogni provisione di Roma senza l'Exequatur Regium, ne abbiamo legge scritta stabilita dal Duca d'Alcalà nel 1561, quando vi era Vicerè, e che leggiamo ancora impressa nei volumi delle nostre Prammatiche[53]: requisito che in conformità della legge era necessario, e si praticava anche ne' decreti che venivano da Roma, per li quali si proibivano i libri: ed in ciò il Regno nostro non ha che invidiare (quando si voglia) nè a Francia, nè a Spagna, nè a Fiandra, nè a qualunque altro Principato più ben istituito e regolato del Mondo Cattolico.

In Francia è a tutti noto che non han forza alcuna simili Bolle o Decreti proibitorj di Roma: sono quelli ben esaminati, e se si trovano a dovere, si eseguiscono, altrimente si rifiutano. Ciò che non potrà più chiaramente dimostrarsi, se non per quello che accadde nella proibizione dell'opere di Carlo Molineo. Avendo la Corte di Roma saputo, che non ostante l'indice Romano, per cui erano state affatto quelle proibite, venivano lette in tutti i Regni d'Europa, particolarmente in Francia ed in Fiandra, le cui Università e Censori, avendole solamente espurgate d'alcuni errori, le permettevano, tanto che giravano per le mani di tutti i Giureconsulti e d'altri Letterati, e tenute in sommo pregio; Clemente VIII riputando ciò a gran dispregio della Sede Appostolica, a' 21 Agosto del 1602, cavò fuori una terribile Bolla, colla quale sotto gravissime pene e censure proibì di nuovo assolutamente tutti i suoi Libri, anche gli Espurgati, dicendo, che non aliter quam igne expurgari possint. Rivocò per tanto tutte le licenze date, e volle che per l'avvenire affatto non si concedessero. Quindi nacque il moderno stile delle Congregazioni del S. Officio e dell'Indice, che nelle licenze, che si concedono, quantunque ampissime di legger libri, anche laidissimi e perniziosi, si soggiunga sempre: Exceptis operibus Caroli Molinei. Fu pubblicata questa Bolla, secondo il solito, in Roma a' 26 agosto di quell'anno 1602, ed affissa ad valvas Basilicae Principis Apostolorum in acie Campi Florae, soggiungendosi che tutti ita arctent, ac afficiant, perinde ac si omnibus, et singulis intimatae fuissent.

Ma che pro? niente valse questa Bolla, nè in Francia, nè nelle Fiandre, nè altrove: l'opere di questo insigne Giureconsulto niente perderono di pregio, nè erano meno stancate da' Professori ora di prima: tutti i Giureconsulti, ed ogni Pratico l'ebbe tra le mani, ed era più studiato quest'Autore, e più frequentemente allegato nel Foro che Bartolo e Baldo; e resesi così necessario, che, come dice Bertrando Loth[54], nella Francia ed in Fiandra niuno insigne Pratico o Avvocato può starne di senza, particolarmente nell'Artesia, dove le Consuetudini di quella Provincia essendo simili a quelle di Parigi, gli scritti di questo Autore sono stimati più di tutti gli altri, e molta autorità ha ottenuto ne' loro Tribunali.

I Prammatici franzesi gli hanno così famigliari che non vi è arringo o scrittura che si faccia, che non sia ripiena di allegazioni tratte da quelli in qualunque materia, sia di ragion civile o canonica. Ma niun argomento più convince non essere stata in Francia ricevuta questa Bolla, e di non essersi di tal proibizione tenuto alcun conto, quanto quella magnifica ed esatta Edizione fatta modernamente di tutte le Opere di questo Autore in Parigi, e proccurata per opera ed industria di Francesco Pinson il giovane, celebre Avvocato di Parigi, il quale oltre avervi aggiunte alcune sue note molto erudite ed accomodate alla moderna pratica, aggiunse ancora alle suddette opere alcune altre appartenenti alla materia ecclesiastica, che compongono il quarto e quinto tomo. Fu divolgata questa edizione in Parigi in cinque volumi, con espresso privilegio del Re, perchè più chiaramente si conoscesse nel Regno di Francia non essersi tenuta in niun conto la proscrizione di Roma.

Ed in vero non meritavan tanta abbominazione l'Opere di questo Autore, che dovesse portar tanto orrore, il quale, ancorchè non bene sentisse in vita colla Chiesa romana, morì poi Cattolico; e se si permettono, come bene a proposito osservò Van-Espen[55], l'opere de' Gentili, ancorchè piene di lascivie e di laidezze, che possono con facilità corrompere i costumi dei giovani; perchè non s'avran da permettere l'opere d'un così insigne Giureconsulto per la loro gravità, dottrina ed erudizione, dalla lezione delle quali possono ritrarre gran frutto? Tanto maggiormente che se bene in quelle vi siano mescolate alcune cose che non bene convengono colla dottrina della Chiesa romana, hanno a ciò rimediato colle loro note, ed avvertimenti Gabriele de Pineau e Francesco Pinson, in maniera che ora è più facile di poter essere contaminati i giovani dalla lezione de' libri lascivi de' Gentili, che il Giureconsulto cristiano possa essere in pericolo, leggendolo, di deviare dalla dottrina della Chiesa Cattolica.

Altri esempi non meno illustri potrebbero raccorsi dalla Francia e dalle province di Fiandra, che convincono il medesimo: come delle proscrizioni fatte in Roma del Libro di Cornelio Giansenio Vescovo d'Iprì, intitolato Augustinus, e della Bolla per ciò emanata dal Pontefice Urbano VIII nel 1643, che comincia: In Eminenti; delli decreti profferiti in Roma dalla Congregazione del S. Ufficio sotto li 6 settembre del 1657 per li quali, fra l'altre, furono proscritte le Lettere volgarmente chiamate Provinciali; della Bolla d'Alessandro VII promulgata in Roma nel 1665, per la quale furon proscritte due Censure della Facoltà di Parigi, non fatte valere nè in Francia, nè in Fiandra: e di tante altre delle quali Van-Espen trattò diffusamente[56].

Solo non abbiam riputato tralasciare in quest'occasione di notare, che per tutti i Regni d'Europa i Principi hanno invigilato soprammodo, che da Roma non si proscrivano libri che difendono la loro giurisdizione e le prerogative de' loro Popoli; e con tutto che fossero da quella Corte stati proibiti, non han fatta valere ne' loro Stati la proibizione, nè permesso che i decreti fossero ricevuti, tanto che senza scrupolo vengon letti, nè la proibizione curata; poichè hanno essi scoverto l'arcano di Roma, e quanto importa, che i loro sudditi non s'imbevino d'opinioni che ripugnano al buon governo.

Ne' Regni di Spagna, come si è detto, i decreti venuti di Roma, onde si proibiscono i libri che difendono l'autorità regia, sono ritenuti e si sospende l'esecuzione[57].

In Francia la cosa è notissima, e tra le prove della libertà della Chiesa gallicana[58], si legge un arringo fatto dall'Avvocato del Re Domenico Talon nel Consiglio regio, per occasione d'un consimile decreto emanato dalle Congregazioni del S. Ufficio e dell'Indice, dove fa vedere che simili decreti non debbono pubblicarsi, come pregiudizialissimi alla Corona ed allo Stato; ed avverte che far il contrario cagionerebbe gravi disordini; poichè da quelle Congregazioni tuttavia l'Indice proibitorio ed espurgatorio di libri si va accrescendo, ed alla giornata prende augumento, e si proscrivono libri in diminuzione delle Regalie del Re e libertà della Chiesa gallicana, siccome eransi avanzati di proibire sino agli Arresti del Parlamento contra Giovanni Castelli, l'opere dell'illustre Presidente, Tuano, le libertà della Chiesa gallicana ed altri Libri concernenti la persona del Re e la sua regal giurisdizione.

In Fiandra dal Consiglio di Brabante co' medesimi sensi ne fu avvertito l'Arciduca Leopoldo, a cui nel 1657 dirizzarono que' Consiglieri una Consulta, nella quale l'ammonirono, che trascurare questo punto sarebbe l'istesso che rovinar l'imperio; perchè già con lunga esperienza s'era veduto, che Roma non fa altro, che proscrivere que' libri che difendono la Regia autorità, tanto che ricevere quelli decreti senz'esame e senza il Placito Regio, è il medesimo che permettere che il Papa possa proscrivere ed interdire al Re di far editti o far imprimere libri o scritti, per li quali sono difese le ragioni sue regali e de' suoi vassalli. E confermando tutto ciò con esempj di fresco accaduti, gli raccordarono che intorno a quattro anni furono in Fiandra impressi due scritti, uno sotto il titolo: Jus Belgarum circa Bullarum receptionem; l'altro: Defensio Belgarum contra evocationes, et peregrina Judicia. In quelli non si toccava niun dogma o articolo di fede, ma unicamente si difendevano le ragioni di S. M. di non ammettersi Bolle senza il Placito Regio: ciò non ostante, erano stati da Roma con decreto Pontificio proscritti: tanto che bisognò che il Consiglio del Brabante con suo decreto facesse cassare ed annullare la proibizione, come si legge dell'arresto rapportato da Van-Espen nel suo Trattato De Placito Regio[59].

Questa medesima vigilanza tennero anche un tempo i nostri Vicerè, e sopra tutti, come vedremo ne' seguenti libri di quest'Istoria, il Duca d'Alcalà: la tennero ancora il Conte di Benavente ed il Duca d'Alba, per la proibizione fatta a libri del Curte e d'Urries; ma ora par che in ciò siasi perduto quel vigore e zelo che si dovrebbe tenere del servigio Regio e del Pubblico; e siansi alquanto i Ministri del Re raffreddati in un punto cotanto importante: ciò che hammi mosso a far questa digressione. Non solo si veggono uscir da Roma libri pregiudizialissimi alle ragioni del Re e de' suoi vassalli, ma si permette che s'introducano nel Regno, e la loro lezione non è vietata; ma quello che merita più tosto riscotimento che ammirazione, è il vedersi che all'incontro si proibiscono in Roma ogni dì colla maggior facilità tutti i libri, ove si difendono, contro gli attentati di quella Corte, le ragioni del Re e delle Nazioni; e senza che i Decreti o Bolle siano qui ricevute, senza che vi s'interponga Regio Exequatur, che presso noi è per legge scritta indispensabile a tutte le provisioni che vengano da Roma, niuna eccettuata, si permette l'effetto, non si puniscono chi le osserva, e si crede il suddito peccare leggendogli contro il divieto di Roma, e non peccare rompendo la legge del Principe, per la quale queste provisioni, quando non siano avvalorate di Regio placito, si riputano nulle e di niun vigore, ed in effetto, è come se non vi fossero. E qual maggiore stupidezza fu quella ne' trascorsi anni tra noi usata, che contendendosi tra la Corte di Roma, e 'l nostro Re intorno a' Benefici che giustamente si pretendono doversi conferire a' Nazionali, ed il Principe l'avea con suo Editto comandato; appena uscite tre nobili Scritture, che difendevano l'Editto, e lo dimostravano conforme non meno alle leggi, che a' canoni, si videro tosto in Roma con particolar Bolla di Clemente XI proscritte e condannate alle fiamme, e noi taciti e cheti non farne alcun risentimento; ed all'incontro le contrarie girar attorno libere e franche, senza che si fosse lor dato il minimo impedimento? Anzi siam ridotti a tal vano timore, che non s'ardisce di dar alle stampe opere per altro utilissime, sol perchè si temono queste proscrizioni di Roma.

All'incontro non avviene così de' libri di Roma, che sono stampati e cento volte ristampati, e corrono sempre per le mani di tutti, donde la gente viene universalmente imbevuta di quelle opinioni pregiudizialissime all'autorità del Re ed alle ragioni de' Popoli. Forse altri dirà, non doversi di ciò molto curare, e non piatire in ogni passo per vane parole: non l'intende però così Roma. Sono parole sì, ma, come altri disse, parole che tirarono alle volte eserciti armati: parole che istillate continuamente agli orecchi dei Popoli, gli rendono persuasi di ciò che scrivono, onde nasce l'avversione, la contumacia e l'indocilità di non potergli poi più ridurre alla diritta via: condannano perciò nelle occasioni la parte del Principe, stimano noi miscredenti, e che si voglia colla forza solo sopraffargli. Empiono di false dottrine le coscienze degli uomini, e sovente pregiudizialissime allo Stato; onde nasce che si creda da alcuni potersi usar fraude ne' pagamenti de' dazj e delle gabelle; e se siano imposte senza licenza della Sede Appostolica, credono che non siano dovute, perchè così leggono nella Bolla in Coena Domini, e così ne' loro Casuisti e Teologi. Quindi s'apprendono i tanti alti concetti della potenza e giurisdizione ecclesiastica, ed all'incontro i tanto bassi della potestà del Principe[60]. Ma di ciò sia detto abbastanza e prendane chi può e deve di ciò cura e pensiero. Di questa mia qualsisia opera ben prevedo che l'abbia da intervenire lo stesso; ma io che, nè per odio, nè per altrui compiacenza ho intrapreso a scriverla, ma unicamente per amor della verità, e per giovare a coloro che vorranno prendersi la pena di leggerla, se ciò l'avverrà, rivolto al Signore che scorge i cuori di tutti ed a cui niente è nascoso, lo pregherò vivamente che la benedica egli, ed istilli negli altrui petti sensi di veracità e d'amore.

CAPITOLO V. Re Ferdinando I riforma i Tribunali e l'Università degli Studj: ingrandisce la città di Napoli e riordina le province del Regno.

Non solo a questo Principe deve la città e Regno di Napoli, per avervi introdotte tante buone arti e di tante prerogative averlo fornito, ma assai più gli deve per la particolar vigilanza, che tenne nel riordinare i Tribunali di questa città, e di provvedergli di dotti ed integri Ministri, perchè la giustizia fosse in quelli ben amministrata. Egli accrebbe i Tribunali del S. C. e della Regia Camera con nuovi e migliori istituti, e in forma più ampia gli ridusse di ciò che Alfonso suo padre aveagli lasciati. Riordinò il Tribunale della G. C. della Vicaria, ed a' suoi Riti aggiunse nuovi regolamenti intorno al modo d'istituire le azioni e l'accuse, e in miglior forma prescrisse l'ordine giudiziario ed i compromessi, siccome si vede da' suoi editti che pubblicò nel 1477[61], donde poi i nostri più moderni Pratici, e fra gli altri Bernardino Moscatello Lucerino, preser la norma ch'è quella, che tuttavia in gran parte regola oggi i giudicj ne' nostri Tribunali.

Fu tutto inteso a fornir questo Tribunale d'ottimi Giudici; onde si narra che non ben soddisfatto d'alcuni Dottori ch'erano in Napoli, mandò a cercargli per le province del Regno, e presso il Summonte[62] si legge una sua pistola drizzata ad un suo famigliare in Apruzzo, dove gli dice che avea caro d'avere da quella provincia due Dottori che fossero persone da bene per mettergli per Giudici nella Vicaria, e che facesse opera che dall'Aquila venisse Messer Jacopo de Peccatoribus, e che vedesse ancora se in Cività di Chieti ve ne fosse un altro, perchè gli piacerebbe averlo più presto da quella città che d'altra parte.

Nel suo Regno cominciarono a fiorire le lettere, onde si videro sorgere tanti uomini illustri nella giurisprudenza e nell'altre scienze, de' quali più innanzi faremo parola; e per essere egli gran fautore delle scienze, proccurò, che nell'Università di Napoli fossero uomini illustri, che da tutte le parti invitava a leggere in quella Università. V'invitò nel 1465 con buoni stipendi Costantino Lascari, che da Milano, ove in quella Università avea letto sei anni, lo fece venire in Napoli a leggere lingua greca[63]. Leggiamo ancora, che nel 1474 v'invitò Angelo Catone di Supino celebre Filosofo o suo Medico, facendolo leggere Filosofia ne' pubblici Studj di questa città. Quel famoso Antonio d'Alessandro, che da questo Principe fu adoperato negli affari più rilevanti di Stato, e che per la gran perizia della giurisprudenza acquistò il soprannome di Monarca delle leggi, pure nel 1483 volle che la leggesse in questa Università. Antonio dell'Amatrice celebre Canonista di questi tempi fu da Ferdinando nel 1478 posto in questi Studj per Cattedratico, ove insegnò con grand'applauso e concorso la legge Canonica. E nel 1488 v'invitò per Lettori Bartolommeo di Sorrento, Girolamo Galeota, Giuliano di Majo, Francesco Puzzo, Antonio Feo ed altri famosi Professori, li quali illustrarono quest'Università e la resero non inferiore alle altre Università d'Italia[64].

Per le tante utili arti quivi introdotte e per la grandezza de' Tribunali, per la celebrità di quest'Accademia e per tanti altri pregi onde ornò questo Principe Napoli, concorrendovi da tutte le città e Terre del Regno, e da più remote parti gran numero di persone: avvenne, che il numero degli abitatori crescesse a tal segno, che fu d'uopo a Ferdinando ingrandir la città, ed allargare il giro delle sue mura. Avea Carlo I d'Angiò, dopo le antiche ampliazioni, di cui ben a lungo favella il Tutini[65], dato principio ad allargare le sue mura, riducendo il mercato (quel miserabil teatro ove rappresentossi l'orribil tragedia dell'infelice Corradino) dentro la città, edificando le mura con torri avanti la chiesa del Carmelo, tirandole per dritto incontro al mare insino all'antico porto della città che si chiama piazza dell'Olmo, e racchiuse dentro di esse le strade, che oggi si appellano della Conciaria, la Ruga de' Franzesi, la Piazza, detta Loggia de' Genovesi, la Piazza delle Calcare e la Ruga de' Catalani. Carlo II suo figliuolo nel 1300 l'ampliò dalla parte di Forcella, e la Regina Giovanna II nel 1425 erse le nuove mura dalla dogana del sale, insino alla strada delle Corregge. Ma Ferdinando dilatò il suo circuito in più ampj e magnifici spazj, e con augusta celebrità si diede ad ingrandirla, buttando la prima pietra con gran solennità e pompa a' 15 giugno dell'anno 1484 dietro il Monastero del Carmelo, ove edificò una Torre, che oggi giorno è in piedi, ed è nomata la torre Spinella, per essere stato Francesco Spinello Cavalier napoletano dal Re destinato Commessario a questa nuova fabbrica delle mura di Napoli. Venne perciò racchiuso dentro la città per queste nuove mura il monastero del Carmelo, e si tolsero via i ponti di tavole, ch'erano avanti a ciascheduna porta della città, poichè attorno all'amiche mura v'erano i fossi; ed a lato della chiesa suddetta si fece quella porta, che ancor oggi si vede adornata di pietra travertina. Camminano queste mura da questo luogo, e rinserrano la strada del Lavinaro, l'altra della Duchesca (così appellata, perchè ivi anticamente era il giardino d'Alfonso Duca di Calabria e della Duchessa sua moglie) e la piazza chiamata Orto del Conte; e si trasferì la porta di Forcella dall'antico luogo a quello dove è al presente, donde vassi a Nola, onde Nolana appellossi. Così ancora fu trasportata la porta Capuana, ch'era vicina al castello di Capuana, a fianchi della Chiesa di S. Caterina a Formello, ove ordinò Ferdinando, che magnificamente si costruisse, e fece scolpire in marmo la sua coronazione per collocarla sopra la medesima; benchè poi, non sapendosene la cagione, non vi fu posta, se non che da poi proseguendo l'Imperador Carlo V di cinger Napoli di nuove mura, abbellì ed adornò questa porta di finissimi marmi e maravigliose sculture con quella magnificenza, che ora si vede. Furono da Ferdinando continuate queste mura, insino al monastero di S. Giovanni a Carbonara, per le quali così questo, come quello di Formello vennero a rinserrarsi dentro la città. Ma rimase interrotto ogni lavoro per le turbolenze, che seguirono, e per le nuove guerre, ch'ebbe a sostenere nella nuova congiura orditagli da' Baroni, cotanto ben descritta da Camillo Porzio. La fabbrica è ben intesa: ella è tutta di piperno, e da passo in passo vi sono molti Torrioni della stessa pietra, il cui Architetto fu Messer Giuliano Majano da Fiorenza[66]. Sopra ciascuna porta vi fu scolpita in marmo l'effigie del Re sopra un destriere con l'iscrizione: Ferdinandus Rex nobilissimæ Patriæ. Carlo V poi finì il disegno, poichè nel 1537, quando egli venne a Napoli, rinovò ed abbellì la porta Capuana con quella magnificenza, che ora si vede, e togliendo l'effigie di Ferdinando vi pose le sue imperiali insegne; e tirando le mura dalla parte di dietro del Monastero di S. Giovanni a Carbonara le continuò sino alla porta di S. Gennaro, e poi le stese insino alle falde del Monte di S. Martino, nella maniera, ch'ora si vedono; ma le fabbricò non già di piperno, ma di pietra dolce del monte del paese con nuovo modo di fortificazioni, non con torri, ma con Baloardi: e questa fu l'ultima ampliazione per ciò che riguarda il giro delle mura, poichè da poi si fabbricò tanto intorno ad esse, che i suoi borghi nello spazio di 150 anni sono divenuti ora tante ampissime e vastissime città.

Non pure il Re Ferdinando ne' suoi anni di pace inalzò cotanto Napoli capo di un sì floridissimo Regno; ma ebbe ancora particolar pensiero delle sue ampie province, che lo compongono. Non volle, che d'un Regno se ne formasse una città sola, con ispogliar le altre delle loro prerogative; ma le città principali delle province le fece Sedi de' Vicerè. Quando prima i Presidi, che si mandavano a governarle, eran chiamati Giustizieri, ne' suoi tempi cominciarono a chiamarsi Vicerè. Quindi ne' tempi di questi Re Aragonesi leggiamo i Vicerè d'Apruzzo e di Calabria. Quindi leggiamo concedute alle città ove risedevano grandi prerogative, come all'Aquila, Bari, Cosenza ed a molte altre.

Ma sopra ogni altra provincia innalzò quella d'Otranto, e particolarmente la città di Lecce, dove ristabilì con ampissimi privilegi e prerogative quel Tribunale. Quando questo Contado, dì cui Lecce era capo, fu sotto i Principi di Taranto dell'illustre famiglia del Balzo e poi Orsino, questi Principi tenevano il lor Tribunale, ch'era chiamato il Concistoro del Principe; quindi ancor oggi vediamo alcune sentenze profferite in Lecce in Consistorio Principis, dove s'agitavano le cause di quel Contado, ed avea il suo Fisco; onde si diceva il Fisco del Principe, a differenza del Fisco del Re. Questo Concistoro era composto di quattro Giudici Dottori, d'un Avvocato e d'un Proccuratore fiscale, d'un Maestro di Camera, o sia Camerario, d'uno Scrivano e d'un Mastrodatto. Fu istituito nel 1402 da Ramondello Orsino e da Maria d'Engenio genitori del Principe Giovanni Antonio[67]: ed avea la cognizione delle cause così civili, come criminali, sopra tutto il Contado e sopra tutte quelle città e Terre, che i Principi di Taranto aveano occupate alla Regina Giovanna I.

Quando per la morte dell'ultimo Principe, accaduta in Altamura, il Principato di Taranto venne in mano del Re Ferdinando, ancorchè il Duca Giovanni d'Angiò tentasse i Leccesi perchè si mantenessero sotto le sue bandiere, nulladimanco furon costanti sotto la fede del Re, al quale si diedero, subito che intesero esser morto in Altamura il Principe[68]. Ed oltre ciò, venuto il Re in Lecce nel 1462 dopo la morte del Principe, gli presentarono tutto il tesoro del Principe, che teneva serbato nel castello di quella città, ricchissimo di vasi d'oro e d'argento e di preziosissime suppellettili: ciò che oltremodo fu accettissimo a Ferdinando, il quale, per le spese della guerra, che sosteneva col Duca Giovanni, era rimaso molto esausto di denaro. Concedè per tanta fede e per un sì opportuno soccorso a Leccesi privilegi ampissimi: confermò loro tutte le concessioni e contratti di terre demaniali e burgensatiche, che aveano avuti col Principe. Confermò il Concistoro co' Giudici, che lo componevano, e gli stipendj che tenevano situati sopra le entrate d'alcuni Casali della città: concedè loro privilegio, che quel Tribunale dovesse sempre risedere in Lecce: lo ingrandì d'altre più eminenti prerogative, costituendolo Tribunal d'appellazione sopra tutte le altre città e Terre della provincia così dei Baroni, come demaniali: che potesse conoscere delle cause feudali, anche de' feudi quaternati: potesse dare i balj ed i tutori a pupilli feudatarj: potesse ravvivare l'istanze perente, che noi diciamo insufflazion di spirito: che le sentenze potessero proferirsi in nome del Re, e potesse farle eseguire, non ostante l'appellazione interposta. Vi costituì per Capo D. Federico suo figliuolo secondogenito, il qual vi dimorò fin che per la morte di Ferdinando II, suo nipote non fosse stato chiamato alla successione del Regno. Volle perciò, che non meno del S. C. di Santa Chiara, fosse nomato ancor egli Sacro Consiglio provinciale, e che dopo quel di Napoli fosse il più eminente sopra tutti gli altri Tribunali del Regno. Quindi avvenne, che la Puglia, essendosi divisa in due Province, in Terra di Bari e Terra d'Otranto, avendo ciascheduna il suo Tribunal separato, ambedue s'usurpassero il titolo di Sacra Audienza; ma ora molte delle riferite prerogative sono svanite, e toltone questo spezioso nome ed alcuni altri privilegi di picciol momento, sono state uguagliate alle Udienze di tutte le altre province del Regno.

Forse il Re Ferdinando in maggior splendore ed in una più perfetta polizia avrebbe ridotto il Regno di Napoli, se avesse avuti nel suo regnare più anni di pace e di tranquillità; ma ecco che contro di lui sorgono nemici più fieri e terribili, ed i Baroni più ostinati che mai, tornano di nuovo a perturbargli il Regno. Egli è vero, che se Ferdinando le virtù medesime ch'esercitò nel principio del suo Regno e tra le avversità della sua fortuna, l'avesse continuate nella prospera, sarebbe certamente stato un Principe de' più saggi che abbiano regnato in terra; ma il vedersi ora, dopo aver trionfato de' suoi nemici in un Regno vastissimo e floridissimo, tutto pacato ed in pace; o che non potesse resistere all'impeto della dominazione, o che prima covrisse i suoi naturali costumi, fu poi notato di poca fede, e di animo fiero e crudele. Dice Francesco Guicciardino[69] gravissimo istorico, essere stato Ferdinando un Principe certamente prudentissimo e di grandissima estimazione, che colla sua celebrata industria e prudenza, accompagnato da prospera fortuna, si conservò il Regno acquistato nuovamente dal padre contra molte difficoltà, che nel principio del regnare se gli scopersero, e che lo condusse a maggior grandezza, che forse molt'anni innanzi l'avesse posseduto Re alcuno; e che sarebbe stato un ottimo Re, se avesse continuato a regnare con le arti medesime, con le quali avea principiato; ma da poi, siccome ponderò Angelo di Costanzo[70], non men di quello, savissimo Scrittore, il vedersi in tanta prosperità, mutò maniera e costumi; poichè non ricordandosi de' beneficj che Iddio gli avea fatti, cominciò a regnare con ogni spezie di crudeltà ed avarizia, non solo contra quelli, che alla guerra passata aveano tenuta la parte contraria, ma anche contra coloro che l'aveano più servito, perchè rivocò tutti i privilegi che loro aveva fatti in tempo di necessità. Ma quel, che più d'ogni altro gli facesse acquistare l'odio universale, fu Alfonso Duca di Calabria suo primogenito, il quale seguendo il medesimo stile lo superava di crudeltà ma assai più di libidine, disonorando molte case principali, pigliandosi pubblicamente dalle case de' padri le figliuole, e togliendole a' mariti illustri a cui erano promesse, e poi maritandole a Nobili, e sovente contro lor volere. Accumulò per tanto Alfonso tanto odio all'odio che s'avea acquistato il padre, che non solo da' sudditi del Regno, ma da altri Potentati d'Italia fu desiderata la sua ruina.

Conoscendo tanto Ferdinando, quanto Alfonso la mala volontà universale, pensarono di vivere sempre armati, tenendo molte genti di guerra, perchè potessero tenere in freno i soggetti che non si ribellassero. E Ferdinando per aver occasione di nutrire il suo esercito in paesi d'altri, fatta lega con Papa Sisto, mosse guerra ai Fiorentini, e mandò il Duca di Calabria all'impresa di Toscana. Reggeva allora la Repubblica fiorentina Lorenzo de' Medici, cittadino tanto eminente sopra il grado privato nella città di Fiorenza, che per consiglio suo non pur si reggevano le cose di quella Repubblica, ma era per tutta Italia grande il nome suo, poich'invigilava con ogni studio che le cose d'Italia non in modo bilanciate si mantenessero che più in una che in altra parte non pendessero, e sovente l'aiuto dell'uno si ricercava per far contrappeso all'altro. I Fiorentini per ciò, per tema che il Re Ferdinando non stendesse oltre i suoi confini e non venisse ad insignorirsi della Toscana, impegnarono i Venegiani ad entrar in lega contro Ferdinando. I Vinegiani temendo ancora, che presa la Toscana, non venisse a farsi Signore della Lombardia, s'unirono prontamente co' Fiorentini, li quali non potendo dalle potenze cristiane conseguire che travagliassero Ferdinando, si girarono a quella del Turco che avea suo imperio nell'Albania, e parte nella Schiavonia dirimpetto al Regno[71]; onde i Fiorentini per divertire l'arme di questo Re dalla Toscana, ed i Vinegiani quelle del Turco da' loro proprj Stati, invitarono Maometto II alla conquista del Regno di Napoli. Gli avvenimenti della qual impresa, siccome quella de' Baroni congiurati, bisogna riportare al seguente libro di questa istoria.

FINE DEL LIBRO VENTESIMOSETTIMO.

STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI

LIBRO VENTESIMOTTAVO

Insino ad ora fra tante nazioni che invasero queste nostre province, non s'erano ancora intesi i Turchi; ma perchè niuna ne mancasse, ecco, che ne sorge una più potente e più terribile dell'altre. Gl'Imperadori Ottomani non è, come volgarmente si crede, che al lor fasto ed alterigia, ed all'immoderata sete di dominare unicamente appoggino la pretensione che vantano tenere sopra il nostro Reame. Eglino pretendono, che dopo la presa di Costantinopoli, e d'aver vinto e morto l'Imperador Costantino Paleologo ultimo Imperador Greco, essendosi ad essi trasferito l'Imperio di Oriente, possano con ragione riunire a quell'Imperio tutto ciò che ora si trova da altri occupato, ed in mano di stranieri Principi. Pretendono, che l'Italia e molto più le nostre province, particolarmente la Puglia e la Calabria, loro s'appartenga, come a veri e legittimi successori di Costantino M. e degli altri Imperadori d'Oriente. Essi vantano, e così han mostrato di essere colle opere, d'imitare i Romani; e forse se si riguardano le loro ampie conquiste ed i progressi che han fatti dall'anno 870 in qua, gli acquisti loro non sono stati minori di quelli de' Romani, ed han mostrato sempre, che non men che fecero i Romani, si nutrisce in loro la pretensione di farsi Signori d'Italia e del Mondo.

Scipione Ammirato[72] fa vedere, che i progressi fatti da' Turchi dall'anno 870, quando chiamati dai Persiani, dal Monte Caucaso, dove primieramente abitavano, incominciarono a metter piede nell'Asia, insino a' tempi suoi, cioè nel 1585, che non erano scorsi più che 715 anni, furono assai maggiori di quelli, che in altrettanto spazio di tempo aveano fatti i Romani. E quantunque non si fossero resi Signori dell'Italia e della Francia, come furono i Romani; nulladimanco erano Signori dell'Egitto e dell'Armenia e d'altre province nell'Asia che non ne furono i Romani, e dell'Illirico e della Pannonia non è alcun dubbio, che posseggono parte molte maggiore che non possedevano i Romani. Essi a gran passi s'ingegnarono sempre di camminare alla Monarchia del Mondo, e resi padroni di tante e si sterminate province, altro ad essi non restava di sottoporre alla loro dominazione, che Costantinopoli capo dell imperio, e così estinguere affatto i Greci, che insino a tempi del Re Alfonso aveano seduto in quella sede. Furono perciò rivolti tutti i loro pensieri a quest'impresa, la quale finalmente fu riserbata a Maometto X Re de' Turchi e della famiglia ottomana di quel nome II, il quale essendo succeduto nel 1451 a' Regni paterni, pose ogni studio di venire a capo dell'impresa. Con formidabili eserciti e stupende armate cinse finalmente nel 1453 per mare e per terra la città di Costantinopoli: Costantino Paleologo che n'era Imperadore, non potendo resistere a tante forze erasi, per difender la sua persona, chiuso nella città. Invano si cercavano aiuti da' Principi cristiani, li quali fra di lor guerreggiando, poca cura prendeansi della ruina dell'Imperio d'Oriente, non ostante che i Pontefici romani gl'incoraggiassero e scongiurassero a prenderne la difesa. Solo il nostro Re Alfonso offerì soccorsi, perchè quella città sede dell'imperio non cadesse in mano d'Infedeli; ma mentre Alfonso s'affanna e gli affretta, ecco che Maometto a' 29 maggio di quell'anno 1453 espugna la città, prende e fa morire in quella l'Imperador Costantino e tutta la nobiltà, ed in un istante si rende Signore non meno della città che dell'imperio di Costantinopoli. Così finì l'Imperio greco, che era durato 1127 anni. Non meno che il Romano, che sotto Augusto cominciò e finì in Augustolo; così il Greco cominciò sotto Costantino M. figliuolo d'Elena e venne a mancare sotto Costantino Paleologo figliuolo parimente di Elena.

Trasferito in cotal guisa l'Imperio da' Greci a' Turchi, Maometto fu gridato Imperadore de' Turchi. I progressi da lui fatti da poi furono stupendi e portentosi, lasciando stare da parte l'altre cose di minor conto, egli nel 1460 occupò l'Imperio di Trebisonda, e fece mozzare il capo al Re David. Nel 62 s'insignorì dell'isola di Metelino. L'anno 70 tolse a' Vinegiani l'isola di Negroponte. Nel 73 vinse in battaglia Usum Cassano Re di Persia, come ch'egli altre volte fosse stato vinto da lui. L'anno 75 tolse a' Genovesi Caffa. Nel 77 costrinse i Vinegiani a dargli Calcide e Scutari, ed a pagargli un censo l'anno per lasciargli navigare ne' suoi mari. Ed avendo per tante vittorie pieno l'animo di concetti vasti e smisurati, e sopra tutto acceso di desiderio ardentissimo di mettere piè nell'Italia, pretendendo che l'Imperio di quella a se, come a vero e legittimo Signore s'appartenesse, per virtù dell'Imperio costantinopolitano da lui acquistato, i Vinegiani per divertirlo da' loro Stati, e perchè maggiormente non gli angustiasse, gl'insinuarono che lasciata l'impresa dell'isola di Rodi, dove stava allora impegnato Maometto per toglierla a' Cavalieri gerosolimitani, verso la Puglia nel Regno di Napoli drizzasse la sua armata; poichè in vece di un'isola avrebbe acquistato un floridissimo e vastissimo Regno[73]. Angelo di Costanzo rapporta, che Lorenzo de' Medici per mezzo d'alcuni mercatanti che negoziavano ne' paesi del Turco, invitasse Maometto che venisse nel Regno. E può esser vero l'uno e l'altro, che non meno i Vinegiani, che i Fiorentini, nemici allora di Ferdinando, l'avessero stimolato.

Dimostrarono a Maometto, come l'alterigia ed ambizione d'Alfonso era, se non al presente, nel tempo a venire per dover nuocere non meno ad esso che a loro; anzi molto più a lui, essendo l'impresa più giusta rispetto alla religione, più agevole per lo poco tratto del mare Jonio, che divide ambi i loro Regni, e più favorita da' Principi cristiani. Maometto ancora per diverse cagioni era contra il Re Ferdinando oltramodo sdegnato, e vie più d'ogni altra cosa per aver porto quella State medesima soccorso a Rodi, ch'egli indarno avea oppugnato; sicchè non fu difficile a Fiorentini disporlo all'impresa[74].

Lasciata adunque Maometto l'impresa di Rodi, nel 1480 navigò sino alla Velona, da dove mandò Acubat suo Bassà per questa spedizione, il quale nella fine di giugno di quell'anno giunse in Puglia con un'armata poderosissima, e posti a terra, oltre della fanteria, cinquemila cavalli di gente bellicosissima, cinse di stretto assedio la città d'Otranto. In questa città non vi eran di guarnigione che mille combattenti, ed altri 500 ne avea portati allora da Napoli Francesco Zurolo. I cittadini più che i soldati fecero valorosa difesa, ma contro sì potente e numeroso esercito nulla valse la loro costanza. In men di un mese fu presa la città per assalto, dove entrati furiosamente quei Barbari non vi fu crudeltà che non praticassero: incendj, ruberie, morti, violazion di vergini e quanta immanità usarono nella presa di Costantinopoli, altrettanta in Otranto vi fu praticata. Molti cittadini furon fatti passare a fil di spada, come si fece in Costantinopoli, ma con sorte disuguale; poichè l'ossa di coloro rimasero per sempre in suol nemico esposte alla pioggia e mosse dal vento, nè furon curati; ma le ossa di questi d'Otranto, scacciati dopo un anno i Turchi, e tornata sotto la dominazione di Ferdinando, furono a gara onorate non meno da' paesani, che da Papa Sisto e dal Duca di Calabria Alfonso.

Presa questa città, avendo Maometto richiamato a se Acmet, questi, ubbidendo al suo Signore, lasciò in suo luogo Ariadeno Baglivo di Negroponte con settemila Turchi e 500 cavalli, ed egli con dodici galee, con la preda fatta nel sacco di quella città, s'avviò per Costantinopoli. Ariadeno volendo proseguire le conquiste pensava d'occupar Brindisi e porre l'assedio ad altre città, tanto che si vide il Regno in grandissimo pericolo di perdersi.

Ferdinando, vedendosi in tali angustie, scrisse a quasi tutti i Principi d'Europa per soccorso, e mandò subito a chiamar Alfonso da Toscana, perchè lasciata quella impresa venisse tosto a soccorrere il Regno. Il Duca di Calabria abbandonò la guerra di Toscana, e lasciò in pace i Fiorentini, e giunto in Napoli a' 10 di settembre di quest'anno, avendo raccolta un'armata di 80 galee, con alcuni vascelli, ne diede il comando a Galeazzo Caracciolo, il qual giunto coll'armata ne' mari d'Otranto diede molto spavento all'esercito nemico, e poco appresso vi venne il Duca di Calabria accompagnato da gran numero di Baroni napoletani. Il Re d'Ungheria cognato del Duca vi mandò 1700 soldati con 300 cavalli Ungari; ed il Papa v'inviò un Cardinale con 22 galee de' Genovesi: tanto che l'esercito del Duca si pose in istato di fronteggiare con quello de' Turchi, li quali, dopo molte scaramucce, finalmente furon ridotti a ritirarsi dentro Otranto, dove per molto tempo intrepidamente si difesero. Ma la morte opportunamente accaduta a' 3 maggio dell'entrato anno 1481 dell'Imperador Maometto, liberò il Regno da questi travagli: poichè Ariadeno giudicando, che per la morte di Maometto il soccorso che aspettava sarebbe giunto molto tardi, si risolvè a render la Piazza in poter d'Alfonso; ed essendogli stati a' 10 agosto accordati onorati patti, rese la piazza che per un anno era stata sotto la lor dominazione, ed imbarcatosi con le truppe sopra la sua armata, prese il cammino di Costantinopoli.

Questa opportuna morte non solo diede spavento a' Turchi d'Otranto, ma anche ad un esercito di 25m. uomini che appresso la Velona erano venuti a danno d'Italia, i quali se ne ritornarono tutti addietro. Alfonso lieto di sì buon successo, licenziò i soldati Ungari, e vittorioso ritornò in Napoli, dove trovò il soccorso che gli era venuto da Portogallo e da Spagna, l'uno di 19 caravelle ed una nave, e l'altro di 22 navi, e, regalati i lor Comandanti, gli licenziò tutti. Vi morì in questa guerra il fiore de' Capitani e dei Cavalieri del Regno veterani e famosi, perchè vi morì Matteo di Capua Conte di Palena Capitano vecchio, e per tutta Italia riputato insigne; vi morì Giulio Acquaviva Conte di Conversano, il quale avea avuti i supremi onori della milizia dal Re Ferdinando: morì ancora D. Diego Cavaniglia, Marino Caracciolo ed un gran numero di Cavalieri molto onorati[75]. Nel sacco che fu fatto da' Turchi in Otranto passarono a fil di spada più di 800 cittadini, l'ossa de' quali fur fatte da Alfonso seppellire con molto onore e religione, e ne portò molti in Napoli, che, come scrive il Galateo[76], fece riporre nella chiesa di Santa Maria Maddalena, donde poi furon trasferite nella Chiesa di S. Caterina a Formello, ove ora si adorano come reliquie di Martiri.

E per non venire a parlar di nuovo de' disegni che han sempre, insino a' dì nostri tenuti i Turchi sopra la conquista di questo Regno, degl'inviti che sono loro stati fatti da' nostri Principi cristiani medesimi, i quali infra di loro guerreggiando, sovente per divertire le armi del nemico, ricorrevano al Turco: dico ora, che mi si presenta l'occasione, che quantunque nel Regno di Ferdinando e de' successori Re aragonesi, non tornassero ad inquietare queste nostre province, non era però che per gli acquisti grandi che nelle vicine parti faceano, da tempo in tempo non ci portassero spavento e timore.

Morto Maometto II, che per avere acquistati due Imperi e dodici Regni, e preso più di ducento città de' Cristiani, fu gridato I. Imperadore de' Turchi; Bajazet II suo figliuolo che gli succedette nell'Imperio, con non interrotto corso di fortuna, fece altri progressi; poichè nel 1484 prese la Valacchia, e nel 92 occupò i monti Cerauni e tutto il tratto dell'Albania, e si sottomise tutte quelle genti che viveano libere. Quindi molte famiglie, per non vivere in ischiavitù, fuggirono da que' luoghi, e si ricovrarono nelle più vicine parti ed alcune nel nostro Regno. Vi vennero perciò i Castrioti ed i Tocchi che possedevano in quelle province buone Signorie. Vi venner molti Albanesi; ond'è che da nostri Re fur loro assignate varie Terre per luogo d'abitazione e tuttavia ancor vi dimorano. Sottomise poi Bajazet al suo Imperio nel 1499 Modone e Corone città della Morea, e nell'anno seguente tolse a' Vinegiani Mero città. Selim I figliuolo di Bajazet nel 1514 vinse in battaglia Ismaele Re di Persia, e 'l cacciò nelle campagne Calderane. L'anno seguente ruppe e fece prigione il Capitan Generale d'Aladola Re della Cappadocia, a cui mozzò il capo, ed il mandò a' Vinegiani per segno della vittoria. Nel 1516 superò combattendo Campsone Soldano d'Egitto, e messolo in fuga il costrinse a morirsi; nel corso della qual piena e gloriosa victoria, vinto ed impiccato l'altro Soldano, prese il Cairo, soggiogò Alessandria, e fattosi Signore dell'Egitto, acquistò anche Damasco capo e sede del Regno di Soria.

Solimano II figliuolo di Selim tolse nel 1521 agli Ungheri Belgrado; nel 22 cacciò la religione di S. Giovanni dall'isola di Rodi, ed acquistò all'Imperio suo quell'isola nobilissima. Nel 26 diede di nuovo una terribil rotta agli Ungheri, nella quale restò morto il misero lor Re Lodovico. Nel 29 occupò Buda, e nel 24 tolse il Regno al Re di Tunisi. Nel 37 oltre molti danni fatti a' Vinegiani, a' quali saccheggiò il Zante e Citera, spianò ancora Egina, prese Paro e fece tributaria Nasso. Nel 39 prese Castel Nuovo, ove tagliò a pezzi la miglior milizia che avessero mai avuta gli Spagnuoli. Selim II figliuolo di Solimano, tolse ai Vinegiani il deliziosissimo Regno di Cipro, dopo avere con potentissima armata cercato di soggiogare Malta nuova Residenza de' Cavalieri gerosolimitani. Con tal occasione ne venne a noi la famiglia Paleologa, di cui si legge in Napoli il tumulo nella chiesa di S. Giovanni Maggiore rapportato dall'Engenio[77]. Amurat III figliuolo di Selim, ancorchè per le continue guerre ch'egli ebbe a sostenere col Persiano, non inquietasse le province cristiane, tennele però in grandissimo timore. Ma i suoi successori Maometto III ed Acmet tolsero a' Vinegiani Candia, gran parte della Dalmazia, la Bosnia, la Schiavonia; ed in breve quasi tutto il lido del mare superiore, che diciamo ora Adriatico, opposto a' mari d'Otranto e della nostra Puglia, passò sotto la lor dominazione. Caddero questi sterminati acquisti, e s'estinsero tanti Reami e Ducati. Caddero i Duchi d'Atene, i Duchi di Durazzo, i Despoti dell'Arta Principi della Morea nella Grecia, i Duchi d'Albania, i Principi d'Achaja e tanti altri Signori e Baroni che lungo sarebbe a raccontargli. Ed essendo ne' loro Dominj succeduto un sì potente e terribile nemico pur troppo a noi vicino, e che non altro tratto ci divide, se non che il golfo di Vinegia e quello di Otranto; quindi nacquero i continui timori, e le spesse scorrerie e saccheggi d'alcune Città e Terre della Puglia e della Calabria.

Quindi si diede occasione a spessi ricorsi, che da Principi disperati e da Baroni malcontenti, si faceva a loro, con sovente sollecitargli, offerendo facile la conquista del Regno. Quando, come diremo appresso, il Re Ferdinando fermò la pace col Pontefice Innocenzio VIII alcuni Baroni, temendo della poca fede del Re, consultarono per loro quiete di doversi mandare Ambasciadori a Bajazet, acciò che loro somministrasse pronto soccorso, invitandolo alla conquista del Regno. Furono perciò sovente invasi i nostri mari, e quelli di Gaeta furono scorsi e dati sacchi funestissimi a quella città. E nei seguenti anni, Paola e S. Lucido in Calabria, Sorrento e Massa incontro Napoli, furono da' Turchi con lagrimevol strage saccheggiate, e gli abitanti fatti schiavi[78].

Nell'Imperio di Carlo V, il Principe di Salerno profugo da' suoi Stati, non trovando udienza in Francia, ebbe ricorso a Turchi, a' quali dipinse facile l'impresa del Regno, e fece mettere in mare una potente armata per invaderlo.

Nel Regno di Filippo II suo figliuolo le spedizioni contra Turchi furono assai spesse e strepitose; onde cotanto rilusse la fama di D. Giovanni d'Austria, che in mare gli vinse e debellò: ed essendosi accesa fiera ed ostinata guerra tra questo Re col Pontefice Paolo IV, questi non contento d'aver fatta lega col Re di Francia e con altri potentati, chiamò anche l'armata del Turco in suo aiuto per assaltare il Regno. E fra noi è ancor rimasa memoria della congiura che Tommaso Campanella con altri Frati domenicani Calabresi nel 1599 avea ordita per dar le Calabrie in man de' Turchi; li quali da poi nel 1621 con buona armata vennero ad invadere Capitanata e occuparono Manfredonia, e dopo averla tenuta per qualche tempo, datole un fiero sacco, abbandonarono l'impresa. Infinite scorrerie fecero ne' nostri mari, riducendo molti nostri Regnicoli in ischiavitù. Ed in quest'anni 1716 e 1717 se non avessero avute in Ungheria due strane rotte dalle vittoriose armi imperiali colla perdita di Temisvar e di Belgrado, minacciavano l'Italia e queste nostre province, che corsero gran pericolo. Ma fattasi ora col Turco tregua per venti anni, si è veduta cosa che non videro mai i nostri maggiori, cioè traffico e commercio aperto fra noi ed il Turco. Se durasse, ci vedremmo almeno per quanto corre il mare Adriatico, liberi da corsari e non esposti que' lidi a tanti danni e riscatti; poichè dall'aver vicino sì potente nemico, e per poco tratto i nostri lidi divisi dai suoi, si è ricevuto ancora l'incomodo di spesse scorrerie da' corsari barbareschi nelle terre poste ne' lidi dell'Adriatico e delle Calabrie, e la desolazione di molte famiglie, che per redimere dalle loro mani i loro parenti, si sono impoverite, dovendo pagare grosse somme per gli riscatti. Carlo V per tener guardati da quei pirati i nostri lidi fece costruire molte torri per le marine del Regno, gravandolo d'eccessive spese per le provvisioni che bisognò somministrare a' Torrieri. Quindi per sovvenire a questi bisogni sursero le religioni della Redenzione de' cattivi, che da Spagna a noi ci vennero, e molti altri luoghi Pii che tengono destinate le loro rendite per lo riscatto.

L'opera non può negarsi che non sia molto pietosa, ed in Spagna, che patisce i medesimi travagli da' pirati Algerini e dell'altre coste di Tunisi e di Barberia e da' corsari Mori, è soprammodo cresciuta, vedendosi per ciò eretti grandi Conventi di religiosi destinati a quest'opera della redenzione, e ricchissimi di rendite; ma non può negarsi ancora, che per questo istesso i Turchi esercitino l'arte piratica, riuscendo ad essi molto utile e fruttuosa; onde quasi tutti vi si applicano perchè sanno, che ridotti i cristiani in servitù, vengono tosto immense somme per redimergli. All'incontro essi non riscattano niuno di loro, se avviene che capitino essi in mano de' cristiani; gli lasciano stare, nè se ne prendon pensiero; e quindi i cristiani non s'invogliano a far prede e corseggiare i loro mari, com'essi fanno de' nostri. Se noi non curassimo di riscattar i nostri, certamente che si dismetterebbe presso loro il corseggiamento, e forse si vivrebbe assai meglio, senza sospetti e senza timori ed in maggior quiete. Ma di ciò sia detto a bastanza, richiamandoci il nostro istituto a parlar di Ferdinando, e d'una nuova e più insidiosa congiura orditagli ora da' suoi Baroni.

CAPITOLO I. I Baroni nuovamente congiurano contra il Re. Papa Innocenzio VIII unito ad essi gli fa guerra: pace indi conchiusa col medesimo, e desolazione ed esterminio de' congiurati.

Alfonso Duca di Calabria ritornato in Napoli dopo l'impresa d'Otranto tutto glorioso e trionfante, pieno d'elati pensieri ed istigato dal genio suo crudele ed avaro, pensò abbassare i Baroni, de' quali se ne mostrava mal soddisfatto, e teneva sempre in sospetto. Tutti i suoi pensieri erano a ciò rivolti, nè potè tanto coprire questi suoi disegni che coloro non se ne insospettissero; poichè sovente co' suoi confidenti soleva dire, che giacchè i Baroni non avean mai avuto riguardo in tante guerre ed in tanti bisogni, ne' quali s'era il Re veduto soccorrere il regio erario di denaro, voleva egli insegnar loro, come i sudditi trattar dovessero col loro Signore. Non si potè ancora contenere co' suoi famigliari d'assicurargli che stessero allegri, che fra breve gli farebbe divenire gran Baroni senza dar loro Stato, poich'egli avrebbe tanto abbassati i grandi che sarebbero essi divenuti primi; e di vantaggio non si ritenne di porre nel suo elmo una scopa per cimiero, ed alla sella del suo cavallo certe taglie, per dimostrare volergli tutti sterminare.

Il Re Ferdinando, ancorchè Principe prudentissimo, nulladimanco per l'affetto grande che portava al Duca D. Alfonso, per la sua vecchiaia e per gli amori della novella sposa, s'era invilito tra gli affetti di padre e di marito; e perchè fidava molto nel valore del Duca suo figliuolo, aveagli quasi che cedute le redini del governo, e sol ne' casi estremi scosso, riparava i disordini colla sua prudenza. I Baroni che aveano concepito odio grande verso Alfonso, atterriti da queste minacce, cominciarono a pensare il modo da potersene liberare.

Era in quest'anno 1484 a' 13 d'agosto trapassato il Pontefice Sisto, ed a' 29 dello stesso mese era stato rifatto in suo luogo il Cardinale Giovan Battista Cibo genovese, che Innocenzio VIII chiamossi. Questo Pontefice ebbe pensieri diversi da' suoi predecessori Pio e Sisto, e bramando occasione d'ingrandir Franceschetto suo figliuol naturale, vedendo gli animi dei Baroni disposti alle novità, cominciò a darvi mano; e mostrandosi mal soddisfatto del Re Ferdinando, il quale gli avea richiesto, che per le grandi spese sofferte nella guerra d'Otranto, e per quelle che faceva in mantenere tante genti d'arme per opporsi al Turco, e per tenere ben difeso il Regno ch'era contra Turchi quasi il propugnacolo d'Italia, gli rilasciasse il censo solito da pagarsi alla chiesa, come avean fatto i suoi predecessori, i quali s'erano contentati del solo palafreno; egli non solo non volle rilasciarglielo, ma avendo il Re a' 29 giugno del seguente anno 1485, giorno stabilito al pagamento, mandato secondo il solito Antonio d'Alessandro per suo Oratore in Roma a profferirgli il palafreno in vigor dell'investitura, il Papa non volle riceverlo; tanto che fu obbligato Antonio di farne pubblica protesta, che ancor si legge presso il Chioccarello ne' suoi volumi M. S. della regal giurisdizione.

Dall'altra parte i Baroni, vedendo la mala soddisfazione del Papa, pensarono di ricorrere a lui per essere sostenuti. Li Capi ed Autori di questa congiura, che è stata tanto bene scritta da Camillo Porzio, furono Francesco Coppola Conte di Sarno ed Antonello Petrucci Segretario del Re. Il Conte di Sarno, ancorchè d'antica e nobil famiglia del Seggio di Portanova, seguendo i vestigi del suo genitore, erasi dato tanto a' traffichi, ed a mercatantare, in cui v'avea un'abilità grandissima, che il Re istesso allettato anch'egli dal guadagno, gli diede molto denaro, entrando in società ne' negozj, che colui tenea[79], tanto che divenne ricchissimo: il Re medesimo lo creò Conte di Sarno, ed il suo nome tanto in Levante, quanto in Ponente avea tanto credito, che i mercatanti di quasi tutte le Piazze d'Europa gli fidavan somme e merci rilevantissime. Antonello Petrucci nato in Teano, città presso Capua, di poveri parenti, ed allevato in Aversa da un Notajo, mostrando molto spirito e grande applicazione alle lettere, fu da costui portato in Napoli, dove lo pose a' servigi di Giovanni Olzina Segretario del Re Alfonso. L'Olzina, conosciuti i talenti del giovane, dimorando in casa sua il famoso Lorenzo Valla, lo diede a lui perchè lo ammaestrasse: ed avendo Antonello sotto sì eccellente Maestro in poco tempo fatti miracolosi progressi, fu dall'Olzina posto nella Cancelleria regia, il quale quando gravato d'affari non avea tempo d'andare egli dal Re, soleva mandarvi Antonello. Piacquero anche al Re Ferdinando le virtù e' tratti modesti d'Antonello, onde per questa famigliarità entrò in somma sua grazia; tanto che morto poi l'Olzina lo creò suo Segretario, nè vi era affare, ancorchè gravissimo, che non passasse per le sue mani, per la confidenza grandissima, che teneva col Re. Acquistò per tanto ricchezze grandissime e parentadi nobili: poichè prese per moglie la sorella del Conte di Borrello Agnello Arcamone del Seggio di Montagna, dalla quale generò più figli, e tutti col favore del Re pose in grandezza. Il primo fu Conte di Carinola, l'altro di Policastro, il terzo Arcivescovo di Taranto, il quarto Prior di Capua, e l'ultimo Vescovo di Muro.

Le tante ricchezze, ed i cotanti estraordinarj favori, che il Re faceva a questi due personaggi, gli fecero entrare nell'odio ed invidia di molti, e massimamente del Duca di Calabria, il quale sovente non poteva contenersi di dire in pubblico, che suo padre per arricchir costoro avea se stesso impoverito: ma ch'egli non avrebbe mandato a lungo quel che suo padre per tanto tempo avea dissimulato. Essendo pertanto tutte queste cose sapute dal Conte e dal Segretario, pensarono unirsi co' Baroni mal soddisfatti, co' quali, tenuto consiglio, deliberarono ricorrere al Papa per ajuto. I Baroni, che congiurarono, furono il Principe di Salerno Antonello Sanseverino Gran Ammirante del Regno, il Principe d'Altamura Pietro del Balzo Gran Contestabile, il Principe di Bisignano Girolamo Sanseverino, il Marchese del Vasto Pietro di Guevara Gran Siniscalco, il Duca d'Atri Andrea Matteo Acquaviva, il Duca di Melfi, il Duca di Nardò, il Conte di Lauria, il Conte di Melito, il Conte di Nola e molti altri Cavalieri[80]. Questi uniti insieme a Melfi, coll'occasione delle nozze di Trojano Caracciolo figliuolo di Giovanni Duca di Melfi, mandarono al Pontefice Innocenzio perchè col suo favore li ajutasse; ed il Papa volentieri accettò l'impresa. Egli considerò, che non vi era altra miglior congiuntura di questa per innalzar suo figliuolo; e per far questo si rivoltò alle solite cose praticate da' Papi, cioè d'invitar altri all'acquisto del Regno con prometterne l'investitura. Giovanni Duca d'Angiò si trovava sin dal 1470 morto in Catalogna, e Renato suo padre era parimente morto: non vi restava, che un altro Renato figliuolo di Violanta figliuola di Renato, ch'era Duca di Loreno; mandò pertanto in Provenza a stimolarlo, che venisse tosto all'acquisto del Regno, del qual egli ne l'avrebbe investito, purchè in ricompensa dì sì grande beneficio avesse arricchito Franceschetto suo figliuolo di onori e Signorie.

Intanto Alfonso Duca di Calabria avendo scoverti questi movimenti de' Baroni, perchè la cosa non procedesse più avanti, pensò tosto romper loro i disegni, e si impadronì all'improvviso del Contado di Nola, e presa Nola, con carcerare due figliuoli del Conte con la madre, gli fece condurre prigioni nel Castel Nuovo di Napoli. Quando gli altri congiurati intesero questa risoluzione di Alfonso, temendo che parimente i loro Stati non fossero occupati, tolto ogni rispetto, cominciarono scovertamente ad armarsi, e da per tutto a tumultuare. In un tratto si vide il Regno sossopra, le strade rotte, tolti i commerci, serrati i Tribunali, e ciascun luogo pieno di confusione. Re Ferdinando scosso da questi rumori cercava sedarli, ed il Principe di Bisignano, per dar tempo che gli altri Baroni s'armassero, cominciò a trattar di pace col Re: Ferdinando in apparenza si mostrò molto disposto, ma con animo, cessati que' sospetti, di non osservar cos'alcuna. L'uno cercava con simulazione ingannar l'altro: proposero al Re condizioni di pace impertinentissime, ma dal Re furon loro tutte accordate: quando poi si venne a firmarle, s'andavano dal Principe di Salerno frapponendo difficoltà, ed essendosi intanto gran parte de' Baroni ritirati in Salerno, fece egli sentire al Re, che per maggior sicurezza voleva, che mandasse in Salerno D. Federico suo secondogenito, che in suo nome le firmasse e ne proccurasse l'osservanza. Il Re glielo mandò, e Federico fu ricevuto dal Principe e dai Baroni, che ivi erano, con molti segni di stima, e salutato non altramente che a Re si conveniva. Federico era un Principe dotato di rare ed incomparabili virtù, avvenente e di maniere dolcissime, moderato e modesto, in modo che s'avea tirato l'amore di tutti. Di costumi opposti al Duca di Calabria suo fratello, e se la fortuna, siccome lo fece nascere secondogenito, l'avesse favorito di farlo venir primo al mondo, certamente che il Regno avrebbe continuato nella posterità de' nostri Re nazionali aragonesi; e tante revoluzioni e disordini, che si sentiranno nel seguente libro, non avrebbe certamente patiti e sofferti.

Entrò per tanto Federico in Salerno con ferma speranza di conchiuder la pace; ma un dì il Principe di Salerno avendo fatto nel suo palazzo convocare i Baroni, e fatto sedere Federico nel consesso in una eminente e pomposa sede, cominciò con molta forza ed energia a persuadergli, che prendesse dalle lor mani il Regno, ch'essi gli offerivano, affinchè discacciato Alfonso crudelissimo Tiranno, quello riposasse sotto la sua clemenza: ch'essi lo difenderebbero con armi e danari sino allo spargimento dell'ultimo sangue: che avendo dal loro canto il Papa, renderebbesi giusta l'impresa, il quale tosto ne lo investirebbe, e se gli altri romani Pontefici, e' diceva, poterono per lo bene della pace permettere ad Alfonso, che ne privasse il Re Giovanni suo fratello, a cui di ragione questo Regno s'apparteneva, quanto più ora sarà riputata azione giusta e gloriosa del presente Pontefice Innocenzio, che togliendo il Regno dalle mani d'un Tiranno, lo riponga nelle vostre, che tanto dissimile siete da lui, quanto il lupo dall'agnello, quanto un crudele ed avaro, da un Principe tutto clemente, tutto buono e tutto virtuoso: nè certamente se ne offenderà il vecchio vostro padre Ferdinando, il quale son sicuro, che seconderà la volontà degli uomini e d'Iddio, anzi si terrà del tutto padre felice, che tra' suoi figliuoli abbiane generato uno, che per giudicio universale sia stato riputato degno dello scettro e della regal Corona. Doversi rammentare esser nato fra noi in questo Cielo ed in questa preclara parte d'Italia per nostro scampo: dovere la pietà del vostro cuore esser mossa dalle nostre miserie, abbracciare i nostri innocenti figliuoli, sollevare le spaventate madri, e finalmente non soffrire, che, cacciati dalla necessità, ricorriamo per aver salute in grembo di genti barbare, come senza fallo avverrà, non accettandoci per servi vostri[81].

Orò il Principe con tanto ardore ed efficacia, che ciascuno de' circostanti credeva, che Federico non dovesse rifiutare il dono: ma questo Principe, cui non movea nè ambizione, nè immoderata sete di dominare, ma sola virtù, dopo aver rese le grazie dell'offerta, con molta placidezza rispose loro, che se il concedergli il Regno stasse in lor mano, volentieri accetterebbe il dono, ma non potendolo egli acquistare, se non con violare tutte le leggi, il volere paterno e la ragion di suo fratello, non voleva, che per mantenerselo poi con la forza, fosse costretto usar maggiori fraudi e scelleratezze. Essere il Regno pieno di tante fortezze e presidj, che appena la vita di due Re valorosi e sempre vittoriosi, basterebbe a vincerli ed espugnarli, massimamente, che buona parte de' Baroni avvezzi alle armi seguivano l'insegne del Duca, il quale, ancorchè da Popoli fosse mal veduto, era però da' soldati, co' quali s'avrebbe a far la guerra, molto amato, anzi adorato. Che s'ingannavano nel paragone ch'essi facevan tra le sue maniere con quelle del Duca: non esservi proporzione tra un uomo privato, qual egli era, ad un Principe. Nè dover loro recar meraviglia, se per aver egli coltivati gli studj delle buone lettere, fosse divenuto di natura piacevole, ed all'incontro il Duca nutrito tra le armi, terribile e feroce: che se divenisse Re, sarebbe forzato lasciare i suoi antichi costumi, e prendere quelli del fratello per confermazione dello Stato regale, maneggiando le guerre, imponendo nuove gravezze, assicurandosi de' malcontenti, ed in brieve adoperando tutto quello, per cui egli era odiato. Talchè quando da lui erano assicurati, che gli articoli accordati sarebbero stati religiosamente eseguiti, doveano lasciar questi pensieri, ed appigliarsi alla pace, ch'egli loro offeriva.

Quando i Congiurati intesero la resoluzione di Federico, cambiati di volto e impalliditi, presaghi del futuro, che di quella congiura resultar dovea, vinti dalla disperazione diedero in furore ed in mille enormità. In cambio di farlo Re, lo fecero prigione; e per invigorir l'animo del Papa, scosso svelatamente il giogo, alzarono con biasimo non men loro, che del Pontefice, le bandiere colle Papali insegne e si scovrirono non meno aperti, che ostinati nemici del Re.

Ferdinando vedendo tanta indegnità, per abbattere non meno la loro fellonia, che l'ambizione del Papa, si risolvè movergli guerra, e senza riguardo alcuno assaltar lo Stato della Chiesa per costringerlo a lasciar l'indegna impresa; onde voltò i suoi pensieri a far ogni provisione di guerra, e mandò il Duca di Calabria con un floridissimo esercito a' confini del Regno. Prima di mandarlo, perchè molti di debile spirito si sbigottivano in sentire, che si dovesse maneggiare una guerra contro il Pontefice, onde mal si disponevano ad intraprenderla, per togliergli di questo inganno, fece egli a' 12 novembre di quest'anno 1485 nel Duomo di Napoli ragunar la Nobiltà e 'l Popolo, con molti Capitani e Baroni, ed in loro presenza fece pubblicamente leggere una protesta, colla quale dichiarava, che egli non avea, nè voleva alcuna guerra contra la Santa Sede: che tutto quell'apparato di guerra non era per offendere, nè occupar l'altrui, ma solo per difender se, e conservare il suo Stato e liberarlo d'altrui insidie: che del rimanente egli era stato e sarà sempre ubbidientissimo figliuolo alla Sede Appostolica.

Fece ancora pubblicar bando, col quale s'ordinava a tutti Prelati e persone Ecclesiastiche del Regno, che tenevano Vescovadi, Arcivescovadi e beneficj nel Regno, e che dimoravano nella Corte romana, che fra 15 giorni numerandi dal dì della pubblicazione del bando, venissero tutti nella sua presenza, ed a risedere nelle loro Chiese, altrimenti gli privava del godimento de' frutti di quelle, li quali sarebbero stati da lui fatti sequestrare; e non avendo voluto ubbidire al bando l'Arcivescovo di Salerno, i Vescovi di Melito e di Teano, che risedevano nella Corte romana, sequestrò i frutti delle loro Chiese e destinò Economi per l'esazione[82].

Ragunò anche un altro esercito, del quale ne diede il comando a D. Ferrante Principe di Capua suo nipote, primogenito del Duca di Calabria, al quale, per moderare la giovanil età del Principe, diede per compagni i Conti di Fondi di Maddaloni e di Marigliano; e mandò anche in Puglia con altro esercito il Duca di S. Angelo suo quartogenito a guardar quelle Terre.

Papa Innocenzio atterrito da' tanti apparati di guerra, e non vedendo comparire Renato Duca di Lorena da lui invitato all'acquisto del Regno, si voltò al soccorso de' Vinegiani potenti allora in Italia, e proccurava con ogni sforzo di far con esso loro lega per la conquista del Regno, offerendo loro buona parte di quello; ma i Vinegiani, avendo preveduta la riuscita, che doveano fare i Baroni congiurati, non vollero entrare in manifesta lega contro il Re, nè abbandonar il Papa, ma per vie segrete ajutarlo, come fecero.

Intanto il Duca di Calabria avendo invaso lo Stato del Papa, ed avendo più volte combattuto gli Ecclesiastici, era arrivato fino alle porte di Roma, cingendo di stretto assedio questa città. Ed il Principe D. Federico, per opera d'un Capitano de' Corsi, che teneva stipendiato il Principe di Salerno, era fuggito di prigione e venuto a Napoli, ove dal padre, e da tutti gli Ordini della città fu con grande giubilo accolto, commendando la sua virtù; onde il suo nome andava glorioso per le bocche di tutti.

Il Re Ferdinando non tralasciava ancora dall'altra parte con astuzie ed inganni tirar alla sua parte alcuni de' Baroni congiurati; onde il Papa, ch'era più atto alla pace, che alle cose di guerra, non vedendo comparir il Renato, nè grandi soccorsi venirgli dai Vinegiani, molestato ancora dal Collegio de' Cardinali e da' lamenti di molti; perchè i soldati de' Baroni del Regno, per non aver le paghe, rovinavano lo Stato della Chiesa, vedendosi ancora per tre mesi assediato in Roma, venne finalmente a trattar di pace, ed a persuadere a' Baroni, che volessero accordarsi col Re, perchè avria trattato di fargli avere buone condizioni. I Baroni per non poter far altro, da dura necessità costretti inclinarono all'accordo, cercandolo con le maggiori cautele, che fossero possibili e vollero, che il Re Giovanni d'Aragona, e 'l Re Ferrante, detto poi il Cattolico, suo figliuolo, ch'era allora Re di Sicilia, ed avea per moglie la Principessa di Castiglia, che poi ne fu Regina, mandassero Ambasciadori, che promettessero in nome loro la sicurtà della pace[83]. Fu in fine quella fermata a' 12 agosto dell'anno 1486 intervenendovi l'Arcivescovo di Milano ed il Conte di Tendiglia Ambasciadori del Re di Spagna e di Sicilia; e fu accettata in nome del Re Ferdinando da Giovanni Pontano famoso letterato di quei tempi. Fu per quella conchiuso, che il Re riconoscesse la Chiesa romana, pagandogli il consueto censo; e rimanesse di molestare i Baroni.

Papa Innocenzio fermata ch'ebbe questa pace, fu nel resto di sua vita amico del Re, lo compiacque in tutto ciò, che gli chiedeva. Spedì a sua richiesta a' 4 giugno del 1492 una Bolla, nella quale dichiarava, che dopo la sua morte, dovesse succedere nel Regno Alfonso d'Aragona Duca di Calabria suo figlio primogenito, per osservanza delle Bolle di Papa Eugenio IV e di Pio II suoi predecessori: che se occorresse morire il Duca di Calabria, vivente il Re, dovesse succedere nel Regno Ferdinando d'Aragona Principe di Capua figliuolo del Duca di Calabria. A questo fine fu mandato il Principe di Capua in Roma, al quale Alfonso suo padre fece mandato di proccura, perchè in suo nome dasse il giuramento di fedeltà e ligiomaggio in mano di Papa Innocenzio, siccome lo diede tanto in nome suo proprio, quanto in nome d'Alfonso suo padre, giusta l'investitura, che questo Papa gli avea conceduta[84].

I Baroni, ancorchè assicurati dal Papa e da' Re di Spagna e di Sicilia, sapendo la crudeltà d'Alfonso e la poca fede di Ferdinando, rimasero grandemente afflitti. Pietro di Guevara G. Siniscalco, prevedendo la ruina, di dolore ed estrema malinconia se ne morì. Gli altri infra di lor uniti, si fortificarono nelle loro Rocche, e non tralasciavano ancora per vie segrete di mandar uomini diligenti in Roma, Vinegia e Firenze per implorar ajuti, nè mancarono di quelli, che consultarono di doversi mandar al Turco per soccorso; ma il Duca di Calabria ed il Re Ferdinando, per avergli in mano, si portavano con gran simulazione, gli offerivano sicurezza e mostravan loro umanità: molti ingannati s'assicurarono; ma il Principe di Salerno loro non credè mai, e sospettando quel che ne dovea avvenire, uscì di nascosto dal Regno e si portò a Roma; e vedendo, che il Papa era affatto alieno di rinovar la guerra, se ne passò in Francia: andata, che se bene per varj impedimenti non partorì allora niente, non passarono molti anni, che cagionò effetti grandissimi; poichè, come diremo, col favore del Re di Francia afflisse non solo il Re ed il Duca, ma estinse tutta la loro progenie.

Intanto Ferdinando ed il Duca suo figliuolo covrendo i loro disegni, andavan assicurando gli altri; e risoluti di disfare il Conte di Sarno ed il Segretario Petrucci co' loro figliuoli (poichè gli altri Baroni, scusandosi, ributtavano la colpa della guerra su le spalle di costoro) pensarono un modo, per assicurarsi di tutti, il qual fu di congregarli insieme. Ed affrettando le nozze che s'erano appuntate tra Marco Coppola figliuolo del Conte di Sarno con la figliuola del Duca d'Amalfi nipote del Re oprarono che il Duca si contentasse, e vollero che nella sala grande del Castel Nuovo splendidamente si celebrassero. Mentr'erano tra balli e feste ivi tutti ragunati, fu convertita l'allegrezza in estremo lutto ed amaro pianto; poichè niente curando del luogo e di funestare quella celebrità, niente ancora stimando l'autorità del Papa, nè de' due Re di Spagna padre e figlio, ch'erano stati assicuratori della pace, fece Ferdinando imprigionare il Conte di Sarno, Marco ch'era lo sposo e Filippo suoi figliuoli, il Segretario Petrucci, i Conti di Carinola e di Policastro suoi figliuoli. Agnello Arcamone cognato del Segretario, e Giovanni Impoù catalano. Fece ancora spogliare le case de' prigioni, così a Napoli come a Sarno; e perchè il fatto era detestato da tutti, che ne parlavano con orrore e biasimo, non volle farli morire da se, ma destinò una Giunta di quattro Giudici, acciocchè ne fabbricassero il processo e gli condennassero come felloni e rei di Maestà lesa, secondo il rigor delle leggi. Trattando questi la causa, dovendosi proferir la sentenza contro Baroni, e disponendo le nostre Costituzioni che nell'interposizione della sentenza debbano intervenire i Pari della Curia, furono anche eletti quattro Baroni per Pari, li quali furono Giacomo Carracciolo Conte di Burgenza Gran Cancelliere, Guglielmo Sanseverino Conte di Capaccio, Restaino Cantelmo Conte di Popoli e Scipione Pandone Conte di Venafro. Fu proferita la sentenza dai Commessarj, i quali congregati di nuovo co' Pari nella sala grande del Castel Nuovo, sedendo col Reggente della Gran Corte della Vicaria pro Tribunali, fecero leggere e pubblicar la sentenza, presenti tutti quattro i rei che furono il Segretario, e due suoi figliuoli ed il Conte di Sarno, i quali furono condennati alla privazione di tutti gli onori, titoli, dignità, ufficj, cavalleria, contadi, nobiltà e d'esser loro troncata la testa, ed i loro beni incorporati al Fisco. Non volle il Re che in un dì morisser tutti: fece prima giustiziare sopra un palco nel mezzo del mercato i figliuoli del Segretario; alcuni mesi da poi dentro la porta del Castel Nuovo, avendo fatto erger un palco altissimo, perchè fosse veduto dalla città, fece mozzare il capo al Conte ed al Segretario. Ciò che si fece a' 11 maggio del 1487.

Ciò eseguito fece poi il Re a' 10 di ottobre imprigionare il Principe d'Altamura, il Principe di Bisignano, il Duca di Melfi, il Duca di Nardò, il Conte di Morcone, il Conte di Lauria, il Conte di Melito, il Conte di Noja e molti altri Cavalieri; e stimolato poi dal Duca di Calabria, in varj tempi e diversità di supplicj gli fece tutti segretamente morire: anche Marino Marzano Duca di Sessa che per venticinque anni era stato prigione, perchè la tragedia fosse compita, fu fatto morire; ed il Re per far credere al Mondo che fossero vivi, mandò loro per molto tempo la provisione di vivere; ma la verità fu che poco da poi, vedendosi in potere del boja una catenella d'oro che portava nel collo il Principe di Bisignano, si disse ch'erano stati scannati e gettati dentro sacchi in mare. Furono poco appresso presi i figliuoli e le loro mogli, sotto pretesto che cercassero di fuggire per concitar nuova guerra, e confiscati tutti i loro beni. Solo Bandella Gaetana Principessa di Bisignano, donna non men d'origine che per virtù romana, salvò i suoi figliuoli, che di soppiatto imbarcatigli in una picciola nave, fuggì con loro, e giunta in Terracina, gli condusse nelle Terre de' Colonnesi stretti parenti de' Sanseverini; onde avvenne che estinta la progenie di Ferdinando, in tempo del Re Cattolico ricuperassero i paterni Stati.

Una tragedia sì crudele e spaventevole diede orrore a tutto il Mondo; onde Ferdinando e molto più il suo figliuolo Alfonso, acquistaron fama di crudeli e di tiranni. Gli Scrittori di que' tempi e molto più i Franzesi gli detestarono, e Filippo di Comines Monsignor d'Argentone, Scrittor contemporaneo[85], gli descrisse per ciò per empj ed inumani. Ma non mancò Ferdinando di difendere la sua fama nell'opinione del Mondo, e di purgarsi dalla crudeltà che se gl'imputava. Fece porre in istampa il processo fabbricato contra il Segretario e 'l Conte di Sarno, che corre ancora oggi per le mani di alcuni, e gli altri processi fabbricati contra gli altri Baroni, e gli mandò non solo per tutta Italia, ma sino in Inghilterra, acciò gli fossero scudo a quietare gli animi de' Principi. Si scusò ancora per lettere dirette a tutte le Potenze cristiane, scrivendo loro, com'egli l'aveva carcerati, non per farli morire, ma per assicurarsi di loro, perchè già tentavano cose nuove. Ma tutte queste sue dimostranze niente gli giovarono, e molto meno col Re di Spagna, appo il quale egli più d'ogni altro studiava di purgarsi.

Era a questi tempi già morto il Re Giovanni d'Aragona, zio di Ferdinando e succeduto in que' Reami Ferdinando suo figliuolo, il quale s'avea sposata Elisabetta Principessa di Castiglia, sorella d'Errico Re di quel Regno, al quale ella poi succedette. Re Ferdinando, che fu detto il Cattolico, e che alla sua Corona per ragion della moglie avea anche unita la Castiglia, avendo inteso, che s'era mancato alla sua fede, cominciò a lamentarsi col Re Ferdinando; e con tal pretesto a pensare all'acquisto del Regno di Napoli. Re Ferdinando, a cui ciò molto premeva, avendo intesa la poca soddisfazione del Re Cattolico, inviò tosto in Ispagna Giovanni Nauclerio ad escusarsi con quel Re che non avea potuto far altro, perchè quei Baroni inquieti cominciavano a macchinare cose nuove contra di lui, e che il Principe di Salerno fuggito in Roma, coll'intelligenza de' Baroni rimasi nel Regno, meditava nuova impresa. E vedendo che il Re Cattolico non stava soddisfatto con quella ambasceria. per meglio assicurarsi, cominciò a trattar matrimonio per mezzo della Regina Giovanna sua moglie, ch'era sorella del Re Cattolico, del Principe di Capua figliuolo primogenito del Duca di Calabria, con una delle figlie del detto Re Cattolico; ma fu opinione di molti, ch'Elisabetta Regina di Castiglia moglie del Re Cattolico non avesse voluto che s'effettuasse, perchè stava in quel tempo con la cura e col pensiero tutta rivolta all'acquisto di questo Regno; ma con tutto ciò non essendo venuta ancora l'ora destinata alla rovina della Casa del Re Ferrante, essendosi in quel medesimo tempo ribellata l'isola di Sardegna, ed i Mori di Granata avendo cominciato a tumultuare contra i Regni di Castiglia, la cosa fu differita, nè si pensò ad altro.

CAPITOLO II. Morte del Re Ferdinando I d'Aragona; sue leggi che ci lasciò: e rinovellamento delle lettere e discipline che presso di noi fiorirono nel suo Regno e de' suoi successori Re Aragonesi.

Il Re Ferdinando, dissipati i suoi nemici, ed arricchito dalla rovina di tanti gran Signori, da' quali ebbe un tesoro inestimabile, continuò ne' sei altri anni, che visse, a regnare con somma quiete e pace: e le cose della città e del Regno si ridussero in un tranquillo e sicuro stato. Egli cominciò, per maggiormente stabilirsi in un più sicuro e continuato riposo, a tenere al suo soldo i migliori Capitani di quel tempo, de quali il primo era Virginio, appresso Gio. Giacomo Trivulzio ed i due Colonnesi Prospero e Fabrizio, e 'l Conte di Pittigliano ed altri: e si diede a fortificar di nuovo le fortezze della città e quelle del Regno, ed a ben munirle di necessari presidj, e con la prudenza sua e col valore del Duca di Calabria sperava di non avere a temere nè del Re di Spagna, nè di quello di Francia. Invigilava ancora a questo fine, per la quiete comune d'Italia, concorrendo nella medesima inclinazione di Lorenzo de' Medici, per mantenervi la pace; e quantunque in quello tempo fosse molto stimolato dal Duca di Calabria, il qual mal volentieri tollerava che Giovanni Galeazzo Sforza Duca di Milano maggiore già di venti anni, ritenendo solamente il nome Ducale, fosse depresso e soffocato da Lodovico Sforza suo zio, il quale avendo più di dieci anni prima presa la di lui tutela, e con questa occasione ridotte a poco a poco in potestà propria le fortezze, le genti d'arme, il tesoro e tutti i fondamenti dello Stato, perseverava nel governo, non come Tutore o Governatore, ma dal titolo di Duca di Milano in fuori, con tutte le dimostrazioni ed azioni di Principe; nondimeno Ferdinando avendo innanzi agli occhi più l'utilità presente, che l'indignazione del figliuolo, benchè giusta, desiderava che Italia non s'alterasse; o perchè, come ponderò Francesco Guicciardini[86], avendo provato pochi anni prima con grandissimo pericolo l'odio contra se de' Baroni e de' popoli suoi, e sapendo l'affezione che per la memoria delle cose passate molti de' sudditi aveano al nome della casa di Francia, dubitasse che le discordie italiane non dessero occasione d'assaltare il suo Regno, e perchè conoscesse essere necessaria l'unione sua con gli altri, e spezialmente con gli Stati di Milano e di Fiorenza, per far contrappeso alla potenza dei Vinegiani, formidabile allora a tutta Italia; ed in questa tranquillità si visse per alcuni anni.

Ma la morte accaduta nel mese d'aprile dell'anno 1492 di Lorenzo de' Medici, la quale pochi mesi appresso fu seguitata da quella d'Innocenzio VIII fece mutare lo stato delle cose, e che si preparassero più occasioni alle future calamità d'Italia e del Regno; poich'essendo succeduto ad Innocenzio Roderigo Borgia, nominato Alessandro VI, ed a Lorenzo, Pietro de Medici; e nate tra Pietro, che continuò la medesima alleanza col Re Ferdinando, e tra Lodovico Sforza aspre ed irreconciliabili discordie, ne procedè l'invito fatto da Lodovico a Carlo VIII Re di Francia per la conquista del Regno, e le altre calamità e disordini, che saranno il soggetto del seguente libro.

Il Re Ferdinando, che insino all'anno 1493, colla sua prudenza e consiglio, avea proccurato mantenere la quiete non meno del Regno che dell'Italia, sentendo queste mosse ed i grandi apparati di guerra, che si facevano in Francia, non tralasciò di far ogni opera e con Lodovico Sforza e coll'istesso Re Carlo per rimovergli dall'impresa; nulladimanco mostrandosi il Re di Francia alienissimo dalla concordia con Ferdinando, ed avendo comandato agli Oratori del medesimo, che come Oratori di Re nemico si partissero subito dal Regno di Francia; si vide incontanente il tutto ingombrato da grandi timori d'una crudele e nuova guerra. Ed a Ferdinando intanto per aver dovuto prepararsi a resistere ad un così potente inimico, affaticandosi più dell'ordinario a provvedere l'esercito che apparecchiava, gli sopravvenne un gran catarro, ed a questo essendo sopraggiunta la febbre, nel decimoquarto giorno di sua infermità lo tolse di vita in Napoli al 25 gennajo del 1494, sopraffatto più da' dispiaceri dell'animo che dall'età. Morte pur troppo funesta e luttuosa, e che portò seco la ruina, non pure della sua progenie e del Regno, ma ricolmò di infiniti mali e calamità l'Italia tutta; poichè la sua prudenza e celebrata industria era tanta, che si tenea per certo, che se fosse più vivuto, avrebbe tentato qualunque rimedio per impedire la passata de' Franzesi in Italia, ed avrebbe tollerato qualunque incomodo ed indegnità per soddisfare a Lodovico Sforza in tutto quello desiderasse per distaccarlo da' Franzesi, da lui invitati alla conquista del Regno.

Egli lasciò un Regno, che colla sua virtù avea condotto alla maggior grandezza, che forse molt'anni innanzi l'avesse posseduto Re alcuno. Oltre della buona disciplina militare, lo riordinò con provide e sagge leggi che ancora ci restano, e che sono le più culte che abbiamo di tutte l'altre, che vi stabilirono i Re angioini suoi predecessori, per le quali sin ad ora si governano i nostri Tribunali. Egli riordinò gli studj nella città di Napoli, donde ne uscirono molto valenti uomini in ogni scienza, tanto che i Napoletani fra i privilegi e grazie, delle quali cercarono la conferma al G. Capitano, una fu questa che ad esempio di Ferdinando, il Re Cattolico mantenesse questi studi[87] Ebbe ancora il pregio, che nel suo regnare si rinovellassero presso noi i buoni studj e le discipline e le lettere riacquistassero la loro stima e riputazione, e che il Regno fiorisse non meno di famosi Giureconsulti che d'insigni letterati: che la giurisprudenza, la quale quasi per un secolo fra noi da pochi era professata ed era in declinazione, si ristabilisse, ed in maggior splendore si vedesse illustrata da tanti celebri Scrittori che nel suo Regno rilussero: che le leggi delle Pandette e del Codice fossero più adoperate, e con sommo studio la giurisprudenza romana abbracciata e commendata, donde nacque in noi la total dimenticanza delle leggi longobarde: che il Regno fosse più culto e la barbarie non fosse cotanta, così nelle scuole, come ne' nostri Autori.

§. I. Rinovellamento delle buone lettere in Napoli.

L'origine di tal rinovellamento, non solo al favore di questo Principe, ma deve principalmente attribuirsi alla caduta di Costantinopoli. Passata questa città sotto la dominazione di Maometto II primo Imperador dei Turchi, ed invaso l'Imperio d'Oriente da questi barbari nemici delle buone lettere, molti uomini dotti che in Grecia ed in Costantinopoli dimoravano[88], per non rimanere in ischiavitù, si ritirarono co' loro libri in Italia, e molti nel nostro Regno, come quello che era lor più vicino. Oltre a tanti, di cui ora è il lor nome oscuro, vi vennero Emanuel Crisolora, Bessarione, Costantino Lascari Bizantino, che fu invitato da Ferdinando a legger lingua greca nell'Università degli studi di Napoli[89], Trapezunzio, Gaza, Argiropilo, Fletonte, Filelfo e molti altri, de' quali Giovio tessè accurati elogi.

Prima di questo tempo, come s'è potuto vedere nei precedenti libri di quest'Istoria, nelle Università degli studi d'Italia, le facoltà e le discipline erano insegnate, ma non con molto candore e polizia, nè molto s'attendeva allo studio delle lettere umane, e quantunque il Petrarca ed il Boccaccio avessero nel secolo precedente rilevata questa sorte di studi, non aveano ancora presso che niente avanzato.

La giurisprudenza, ancorchè nell'Accademie d'Italia ed in questa nostra di Napoli, s'insegnasse su i libri di Giustiniano e molti Professori vi faticassero attorno, chi in commentando le loro leggi, chi in glossandole e chi in altra maniera sponendole; nulladimanco poichè l'ignoranza del latino e della istoria romana impediva loro lo intender bene i testi, tutti si rapportavano ai Sommarj ed alle Chiose di coloro che credeansi esserne i meglio intesi; e quelli che non aveano il soccorso d'altri libri, non facevano altro che spiegare un luogo del Digesto o del Decreto per mezzo d'un altro luogo, collazionandolo insieme quanto più esattamente potevano, nel che Accursio sopra le Pandette riuscì maraviglioso. I difetti di tali maestri trassero in errore facilmente gli scolari; ed alcuni abusando la loro credulità, tramischiarono nelle loro Chiose etimologie ridicole e favole stravaganti, come fra gli altri in più luoghi fecero Accursio ed i Chiosatori del Decreto[90].

O perchè non comprendessero, non potersi praticare le leggi se non s'intendono, o perchè disperassero di meglio capirle, la loro applicazione più grande era di ridurle in pratica, trattando quistioni sopra le conseguenze, che deduceano da' Testi, e dando consigli e decisioni. Quando poi si volle applicare la legge romana sì mal intera, e sì lontana da' nostri costumi, ed istituti totalmente diversi da quelli de' Romani, ai nostri affari, e conservare nello stesso tempo le nostre usanze, le quali era impossibile di cangiare, le regole della giustizia divennero molto più incerte di prima, e s'intrigavano in quistioni sopra conseguenze, ch'essi credean dedurre da' Testi. Tutta la Giurisprudenza perciò si ridusse in dispute di scuola, e nelle opinioni de' Dottori, li quali non avendo cavati a bastanza i principj della morale, e della equità naturale dalle leggi romane, che ben, se l'avessero comprese, potevan apprendersi, sovente o cercavano i loro interessi particolari, ovvero si sposavano co' loro mal regolati ed ostinati pareri. Quelli pure, che cercavano la giustizia, non sapevano altri mezzi per proccurarla, che i rimedj particolari contro la ingiustizia: il che fece loro inventare tante clausole per li contratti e tante formalità per li Giudici.

Non così avvenne in questi medesimi secoli nella Grecia ed in Costantinopoli, così per ciò che riguarda le lettere umane e l'altre facoltà, come la Giurisprudenza; ed in quanto alle lettere umane, in Grecia gli Studi s'erano molto ben conservati, ed il solo Commento d'Eustazio sopra Omero dimostra esservi rimasta sino agli ultimi secoli infinità di libri e personaggi di grand'erudizione. In quanto alla giurisprudenza, il Corpo delle leggi e de' canoni raccolti da Leunclavio, e da Marquardo Freero, fanno vedere, che in Costantinopoli insino a' tempi del suo eccidio si conservava intatta. Le opere poi de' Giureconsulti greci, che fiorirono sino agli ultimi secoli, dimostrano ancora il medesimo: lo dimostrano le opere di Michele Attaliota, che fiorì nel 1077, di Michele Psello, che visse intorno a' medesimi tempi, di Costantino Armenopolo, che fiorì nel 1143, di Antioco Balsamone, di Giuseppe Tenedo, d'Eustazio Antecessore, ed altri Chiosatori Greci rapportati da Giovanni Doujat[91], e da Giovanni Leunclavio, e Marquardo Freero, il quale ne tessè una Cronologia, dalla morte di Giustiniano insino alla perdita di Costantinopoli[92].

Caduta per tanto Costantinopoli, e passata la Grecia sotto la dominazione di que' Barbari, si vide nella metà di questo secolo decimo quinto improvvisamente apparire una folla d'uomini letterati in queste nostre parti d'Occidente Ma la prima fu la nostra Italia: ella tiene il vanto essere stata la prima ricevitrice delle lettere: d'Italia l'apprese la Francia, poi passarono di mano in mano all'altre province d'Europa.

Que' dotti, che si ritirarono coi loro libri in Italia invogliarono gli altri allo studio delle buone lettere: questi con incredibile ansietà s'applicarono a leggere tutti i libri degli antichi, che potevano trovare, ed a scrivere in latino con maggior purità; poichè non mancava chi loro insegnasse il greco, si posero ad impararlo, e per far maggior profitto, così nell'una, come nell'altra lingua, si posero a tradurre in latino gli Autori greci, de' quali n'avean copia. L'arte dello stampare trovata, come si è detto, in questo medesimo tempo, fu loro di grandissimo ajuto per avere libri con facilità, ed averli anche ben corretti. Molti anche attendevano a fare edizioni eccellenti di tutti i buoni Autori sopra i manoscritti migliori, ricercando i più antichi e raccogliendone molti insieme. Altri fecero dizionari e gramatiche perfettissime; altri Commenti sopra Scrittori difficili; altri Trattati di tutto ciò, che può servire ad intenderli, come delle loro Favole, della Religione, del Governo e della Milizia. E nei tempi seguenti, poichè non tutto si fece in un tratto, questi studi furon coltivati tanto, che si discese sino alle menome particolarità de' loro costumi, de' loro vestiti, pranzi e divertimenti, tal che han fatto tutto lo sforzo necessario per farne intendere, dopo sì lungo intervallo di tempo, tutti i libri antichi greci, o latini, che ci restano. Ma poichè è difficile agli uomini il restringersi in una giusta mediocrità, si vider poi alcuni troppo fermati in questi studj che non sono che istromenti per gli studj più serii; perocchè vi furono molti curiosi, che passarono la loro vita studiando il latino ed il greco, e leggendo tutti gli Autori solamente per la lingua, o per intendere gli Autori medesimi, e spiegarne i luoghi più difficili, senz'arrivare più oltre, nè farne alcun altro buon uso. Furonvi tra quelli alcuni, che si fermarono nella sola mitologia e nelle antichità: altri che ricercarono le iscrizioni, le medaglie e tutto ciò che poteva illustrare gli Autori, ristringendosi nel solo diletto, che recavano queste curiosità.

Certi passando più avanti, studiarono negli antichi le regole delle belle arti, come della eloquenza e della poesia, senza mai praticarle, donde avvenne, che noi abbiamo tanti trattati moderni di poetica e di rettorica, ancorchè vi siano stati tanti pochi veri Oratori; e tanti trattati di politica fatti da' privati, che non sono stati giammai a parte degli affari pubblici.

Finalmente l'applicazione di leggere i libri antichi produsse in molti un rispetto sì cieco, che vollero più tosto anzi seguitare i coloro errori, che darsi la libertà di farne giudicio. Così si credette, che la natura fosse tale, quale è stata descritta da Plinio, e che ella non potesse operare, salvo che secondo i principj d'Aristotele. Ma il peggio si fu, che alcuni ammirarono troppo la lor morale, senza avvedersi quanto ella sia inferiore alla religione, che sin da' fanciulli aveano appresa: altri, benchè in picciol numero, diedero nell'eccesso opposto, affettando di contraddire agli antichi, e di allontanarsi da' loro principj.

Ma fra quelli, che ammirarono gli antichi, il più ordinario difetto era la cattiva imitazione. Si credette, che per iscrivere com'essi facevano, bisognava scrivere nella lor lingua, senza considerare, che i Romani scriveano in Latino, non già in Greco; e che i Greci scrivevano in Greco, non già in Egiziaco, o in Siriaco, Quindi avvenne, che la lingua toscana, che dal Petrarca, Boccaccio, e da alcuni altri del decimoquarto secolo si era rilevata tanto, cadesse in questo decimoquinto secolo, perchè tutti i Letterati d'Italia la disprezzarono come lingua del volgo; tanto che se nel seguente secolo Pietro Bembo e gli altri Letterati, che lo seguirono, non v'avessero fatto argine, e coll'esempio e colla ragione non avessero mostrato, che si poteva, così bene ed in ogni materia, scrivere nell'una, che nell'altra, sarebbe affatto rovinata[93]; ma a questi tempi i dotti la disprezzavano, e s'appigliavano al Latino ed alcuni anche al Greco, dettando le loro composizioni in verso, o in prosa in questa lingua, con pericolo di non essere intesi da alcuno.

Cominciarono adunque in questo secolo presso noi a risorgere le lettere, le quali accolte da' favori del Re Ferdinando, Principe ancor egli letterato, fecero nel suo Regno non piccioli progressi. Alfonso suo padre avea accolti, come si è detto, nella sua Corte alcuni Letterati di que' tempi, Lorenzo Valla, Antonio Panormita ed alquanti altri, i quali invogliarono questo Principe a proteggerle; gli scoprirono le bellezze, la gravità e la prudenza dell'istoria romana; gli posero tanto a cuore i libri di Livio, che divennero perpetua sua lezione; e fecero educare il suo figliuolo Ferdinando, ch'egli avea destinato per successore del Regno di Napoli, non meno nell'esercizio delle armi, che delle lettere. Lo provide perciò Alfonso di buoni Maestri, oltre al Vescovo di Valenza Borgia, Cardinale e poi Papa, detto Calisto III, al Valla, e Panormita celebri al Mondo, ebbe anche Ferdinando per Maestro Paris de Puteo e Gabriele Altilio famoso Poeta di que' tempi e versatissimo nella lingua latina, che poi fu creato Vescovo di Policastro, de' quali appresso ragioneremo[94].

Allevato questo Principe tra' Letterati, divenne ancor egli non pur amante de' Letterati, ma letteratissimo. Di Ferdinando ancor si leggono alcune Epistole ed Orazioni elegantissime, donde si scorge il buon gusto, ch'egli avea delle buone lettere: di lui ancora non men che del Re Roberto potea dirsi, che

Fur le Muse nutrite a un tempo istesso,

Ed anco esercitate.

Furono queste sue Epistole ed Orazioni impresse nel 1586, e porta il libro questo titolo: Regis Ferdinandi, et aliorum Epistolae, ac Orationes utriusque militiae, etc.[95].

Non men che suo padre avea di lui fatto, fece egli de' suoi figliuoli: toltone Alfonso Duca di Calabria, che nato e cresciuto in mezzo alle armi, di genio feroce e guerriero, non ebbe alcuna inclinazione agli studi; Federigo secondogenito e gli altri suoi figliuoli furono dati alle discipline; Federigo fu letteratissimo, e D. Giovanni quartogenito vi fu parimente, tanto che dal padre fu destinato per la Chiesa, e dal Pontefice Sisto IV fu creato Cardinale, detto il Cardinal d'Aragona.

I suoi Segretarj e gli Ufficiali della sua Cancellaria non erano se non letterati: Antonio Petrucci suo primo Segretario fu discepolo di Lorenzo Valla, da cui apprese la purità della lingua latina e le lettere umane, e divenne uom dotto e versato in molte scienze. Giovanni Pontano suo secondo Segretario, che dopo la morte del Panormita occupò il suo luogo, niun è che non sappia quanto fosse celebre e rinomato in tutte le scienze e nella perizia della lingua latina. Quindi osserviamo, che le Prammatiche e gli Editti, che leggiamo del Re Ferdinando I, particolarmente quelli che si stabilirono nell'anno 1477 di cui più innanzi farem parola, poichè dettati da questi due politissimi Scrittori, siano i più culti e scritti in buon latino, ciò che non si vede negli altri de' nostri Re. Quindi ancora si vede, che non valendosi la Cancellaria de' nostri Re aragonesi d'altra lingua, che della latina ed italiana, i diplomi e l'altre scritture, che n'uscivano, quegli dettati in latino fossero tanto più culti, quanto quelli in italiano (per essere questa lingua disprezzata) rozzi e plebei.

Oltre della sua Cancellaria, si è di sopra veduto, che invitò all'Università degli Studj di Napoli i migliori Professori di que' tempi; ed è notabile per conferma di tutto ciò, quel che si legge in un suo diploma impresso dal Toppi[96], drizzato nel 1465 a Costantino Lascari di Bizanzio, dove mosso dalla fama d'un sì celebre Letterato, l'invita con grosso stipendio a leggere lingua greca nell'Università degli Studj di Napoli: Decrevimus vos ad lecturam graecorum Auctorum, Poëtatum scilicet, et Oratorum in hac Urbe Neapolis ad pubblice legendum praeficere, freti moribus vestris, et literis etiam confisi, per vos graecarum litterarum doctrina, ad frugem aliquam nostrorum dilectissimorum studentium ingenia perventura.

CAPITOLO III. Degli Uomini letterati, che fiorirono a tempo di Ferdinando I e degli altri Re aragonesi suoi successori.

Fiorirono per tutte queste cagioni nel Regno di Ferdinando insino a Federigo ultimo Re della sua discendenza, presso noi uomini illustri per lettere e per dottrina. Non meno che Roma e le altre città d'Italia si gloriavano in questi tempi d'un Pico della Mirandola, di Marsilio Ficino, Bartolommeo Platina, Raffael Volaterrano, d'Ermolao Barbaro, de' Poliziani, Ursini e di tanti altri[97], che Napoli ancora dei suoi, li quali e per numero e per dottrina non erano a quelli inferiori.

Oltre al Panormita[98] e gli altri già detti, ebbe Gabriele Altilio celebratissimo Poeta e versatissimo nella lingua latina. La Basilicata lo produsse e per la fama del suo nome fu da Alfonso, come si è detto, dato per Maestro al suo figliuolo Ferdinando: fu adoperato, non meno che il Pontano, negli affari di Stato in Roma col Pontefice Innocenzio VIII ed altrove. Il Pontano suo coetaneo ne fece molta stima, dedicandogli il suo libro, De magnificentia, dove lo cumula di grandi lodi; e morto, gli tessè un culto Epitaffio che si legge nel libro primo de' suoi Tumuli. Non men che il Pontano, fu ammiratore della sua Musa il Sannazaro e nel primo libro de' suoi Epigrammi, si legge il Natale dell'Altilio: De Natali Altilii Vatis, e nelle sue Elegie non lascia di commendarlo per i suoi dotti carmi. Molti altri Scrittori insigni di questo famoso Poeta ne fanno illustre ed onorata memoria, che possono vedersi presso Toppi e Nicodemo[99]. Ci restano ancora le sue Poesie latine, l'Epitalamio, alcune Elegie ed Epigrammi, che furon raccolte dal Ruscelli, da Giovanni Matteo Toscano e da altri.

Fiorì ne' medesimi tempi Antonio Campano nato in Cavelli, Terra presso Capua, da vili parenti. I suoi talenti gli fecero trovar sommo favore presso il Pontefice Pio II, da cui fu creato Vescovo di Teramo nell'Apruzzo. Fu celebre Oratore, Istorico e Poeta, ed ancorchè niente fosse istrutto di lettere greche, fu delle latine intendentissimo. Ci lasciò molte opere: La Storia d'Urbino: La Vita di Braccio: L'Epistole Latine, e moltissime altre, di cui Nicodemo[100] tessè un ben lungo catalogo. Alcune di queste sue opere dedicò ad Alfonso Duca di Calabria, da cui fu tenuto in somma stima. Fu molto celebrato da' suoi coetanei e da altri Scrittori de' tempi seguenti, di che è da vedersi Nicodemo. Morì, secondo il Volaterrano[101], non avendo più che quaranta anni, in Teramo in questo secolo 15 intorno l'anno 1477. Il Possevino ed il Toppi rapportano il suo Epitaffio, che sono da vedersi.

Non men celebre fu il suo coetaneo Angelo Catone famoso Filosofo e Medico del Re Ferdinando I. Questi nacque in Supino nel Contado di Molise: per la sua dottrina fu da' Napoletani ricevuto nella lor città con molta stima, e tenuto in gran pregio; ed il Re Ferdinando, oltre averlo fatto suo Medico, nel 1465 lo invitò ad insegnare nell'Università degli Studj di Napoli Filosofia ed Astrologia, ove lesse molti anni. Emendò il libro delle Pandette di medicina, che Matteo Silvatico di Salerno avea composto e dedicato al Re Roberto: egli l'accrebbe, e nel 1473 lo fece imprimere da quel Tedesco, che poco prima avea in Napoli introdotta la stampa, e fu un de' primi libri che si stampassero in questa città[102]. Lo dedicò al Re Ferdinando, dove gl'indrizza una Orazione, celebrando l'amenità e bellezza del Regno, e ciò, che più di raro si trova in quello. Furonvi due altri Angeli Catoni, uno di Benevento molto caro al Re Carlo VIII di Francia, da cui per la sua dottrina fu creato Arcivescovo di Vienna: l'altro di Taranto, Medico ed Elemosiniere di Lodovico XI Re di Francia, a persuasione di cui scrisse i Commentarj delle cose di Francia, per quel che ne scrive Filippo di Comines Monsignor d'Argentone.

Ebbe il famoso Pontano Poeta anch'egli illustre, Istorico, Oratore e Filosofo eminente, come dimostrano le sue opere, a tutti non men note, che celebrate. Nacque egli nell'Umbria in Cerreto, ovvero, secondo che altri scrissero, in Spelle, donde, essendo stato ucciso suo padre, venne in Napoli giovanetto: e da Antonio Panormita, conoscendolo di vivace ingegno, fu caramente accolto e posto nella Corte del Re Ferdinando: diede gran saggio de' suoi talenti, onde il Panormita fece, che il Re lo deputasse per Maestro e Segretario del Duca di Calabria suo figliuolo. Crebbe tanto nella grazia di Ferdinando, che morto Panormita sottentrò nel suo luogo per secondo Segretario del Re. Fu poi fatto cittadino napoletano, e da Ferdinando creato Presidente della Regia Camera, e poi anche Luogotenente del G. Camerario[103]. Fu adoperato nei più gravi e rilevanti affari dello Stato, e per sua opera fu conclusa, come si è detto, la pace col Pontefice Innocenzio. Narra Camillo Porzio[104], ch'avendo il Pontano per sua industria e diligenza recata a fine quella pace, era entrato in speranza, caduto Antonello Petrucci, di succedere egli nel suo luogo ed autorità, fidando ne' buoni ufficj del Duca di Calabria che gli avrebbe fatti col padre; ma il Duca, ch'era poco amico delle lettere, e de' beneficj ricevuti sconoscente, non lo favorì appresso il padre, come dovea ed avrebbe potuto; da che provocato l'ambizioso vecchio, compose il Dialogo della Ingratitudine, dove introducendo un Asino delicatamente dal Padrone nudrito, fa ch'egli in ricompensa lo percuota co' calci. Non è però che Alfonso, morto il Re Ferdinando, non l'avesse tenuto in somma stima, e non gli avesse renduti i più grandi onori: poichè nel suo magnifico palagio, che egli edificò presso il castello Capuano (che, come si è detto, per la sua abitazione e per quella della Duchessa sua moglie finora ritiene quel luogo dov'era fabricato, il nome di Duchesca) tra gli altri arredi nobili e preziosi, ed una famosa Biblioteca, vi fece ergere una statua di rame del Pontano[105], che non senz'encomi era dal Re Alfonso mostrata a coloro, che venivano a vedere le ricchezze di quell'edificio.

Per essere stato sì grandemente esaltato da questi due Re, fu non poco biasimato, quando entrato Carlo VIII in Napoli, volendo prima di tornarsene ricevere solennemente nella chiesa Cattedrale, secondo il costume de' Re di Napoli, l'insegna reale egli onori, ed i giuramenti consueti prestarsi a' nuovi Re; orando in questa celebrità in nome del popolo il Pontano parve che o per servare le parti proprie degli Oratori, o per farsi più grato a' Franzesi, si distendesse troppo nella vituperazione di que' Re, da' quali era sì grandemente stato esaltato. Tanto ch'ebbe di lui a dire il Guicciardini[106], che qualche volta è difficile osservare in se stesso quella moderazione e que' precetti, coi quali egli ripieno di tanta erudizione, scrivendo delle virtù morali, e facendosi per l'universalità dell'ingegno suo in ogni spezie di dottrina maraviglioso a ciascuno, avea ammaestrati tutti gli uomini.

Quanto fossero insigni e celebrate l'opere che ci lasciò questo Scrittore, così in prosa, come in verso, ben è a tutti palese; e quanti laudatori avessero così de' nostri, come de' forastieri, ben ciascuno potrà vederlo presso il Vossio[107], e fra' nostri presso Nicodemo[108], che di questo Autore e delle sue opere tratta ben a lungo.

Gli fu falsamente imputato, che nella Biblioteca di Monte Cassino, la quale siccome da noi fu narrato ne' precedenti libri di quest'istoria, fu dall'Abate Desiderio arricchita di molti antichi volumi, avesse trovate alcune opere di Cicerone e datele fuori per sue; ma di ciò è da vedersi il Vossio e lo Schootkio.

Al Pontano deve Napoli la gloria, che acquistò per l'Accademia cotanto celebre da lui quivi eretta, dove a gara vollero ascriversi molti Nobili de' nostri Seggi ed i maggiori Letterati di que' tempi.

Del Seggio di Nido furono Trojano Cavaniglia Conte di Troja e di Montella: Ferdinando d'Avalos Marchese di Pescara: Belisario Acquaviva Duca di Nardò: Andrea Matteo Acquaviva Duca d'Atri; e Giovanni di Sangro.

Del Seggio di Capuana, il Cardinal Girolamo Seripando, se bene altri dicono aver questa famiglia goduto nel Seggio di Nido: Girolamo Carbone e Tristano Caracciolo.

Del Seggio di Montagna Francesco Puderico. Del Seggio di Porto, Pietro Jacopo Gianuario ed Alfonso Gianuario suo figliuolo. Del Seggio di Portanova, Alessandro d'Alessandro ed il Sannazaro.

Fuori de' Seggi, i Napoletani furono Antonio Carlone Signor di Alife: Giovanni Elia ovvero Elio Marchese: Giuniano Maggio, ovvero Majo, precettore del Sannazaro: Luca Grasso: Giovanni Aniso: il Cariteo (di cui non si sa il nome): Pietro Compare: Pietro Summonte: Tommaso Fusco: Rutilio Zenone: Girolamo Angeriano: Antonio Tebaldo: Girolamo Borgia e Massimo Corvino, poi Vescovi di Massa e di Isernia.

De' Regnicoli: vi furono Gabriele Altilio della Lucania Vescovo di Policastro: Antonio Galateo di Lecce e Giovanni Eliseo, d'Anfratta in Puglia.

De' Forastieri vi furono, Lodovico Montalto di Siracusa, Segretario di Carlo V: Pietro Gravina di Catania, Canonico Napoletano: M. Antonio Flaminio di Sicilia: Egidio Cardinal di Viterbo: Bartolommeo Scala di Firenze: Basilio Zanchi di Lucca: Jacopo Cardinal Sadoleto di Modena: Giovanni Cotta di Verona: Matteo Albino: Pietro Cardinal Bembo, e M. Antonio Michieli Vinegiani: Giovan Pietro Valeriano di Bellun di Francia: Niccolò Grudio di Roano: Giacomo Latomo della Fiandra: Giovanni Pardo, filosofo Aragonese. Michele Marcello di Costantinopoli e molti altri chiarissimi Letterati, de' quali il Pontano, come Principe dell'Accademia era capo. Secondo l'uso dell'Accademia di Roma di mutarsi il nome (onde il Poggio e Bartolommeo Platina patì tanto) se lo cambiavano ancor essi; onde il Pontano mutossi in Jovianus, Sannazaro in Actius Sincerus e così gli altri.

Morì il Pontano già vecchio in Napoli nel 1503 ne' primi anni del Regno di Ferdinando il Cattolico, e giace sepolto nella cappella di S. Giovanni, ch'egli vivendo s'avea costrutta presso la chiesa di S. Maria Maggiore ove si legge il suo tumulo, ch'egli stesso s'avea in vita composto.

Fiorirono ancora negli ultimi anni del Re Ferdinando, di Alfonso e di Federico, molti altri insigni Letterati che toccarono il decimosesto secolo. Fiorì il famoso Michele Riccio nostro non men insigne Giureconsulto che istorico[109]. Questi ancorchè originario di Castel a Mare di Stabia fu gentiluomo Napoletano del Seggio di Nido, e rilusse non meno nel Foro che nella Cattedra, essendo stato un gravissimo Giureconsulto ed eminente Avvocato ne' nostri supremi Tribunali. Il Re Ferdinando lo fece Lettor primario di legge ne' pubblici studj di Napoli e suo Consigliere. Quando poi Carlo VIII venne in Napoli, e s'impadronì del Regno, aderì a costui, il quale nel 1495 lo fece Avvocato fiscale del regal Patrimonio. Ma fugati i Franzesi, tornando il Regno sotto il Re Ferdinando II, rimase il Riccio molto depresso, insino che passando di nuovo a' Franzesi sotto Lodovico XII Re di Francia, non fosse stato da questo Re innalzato a primi onori[110]. Fu egli nel 1501 da Lodovico creato Vice-protonotario del Regno, presidente del S. C. ed aggregato colla sua posterità nel Seggio di Nido. Lo fece poi Consigliere del suo gran Consiglio e del Parlamento di Borgogna, Senator di Milano e Presidente di Provenza. Entrò in tanto favore presso questo Principe che era adoperato negli affari più rilevanti dello Stato; poich'essendo nata contesa fra il Re Cattolico ed il Re Ludovico intorno alla divisione del Regno per la provincia di Capitanata, diede egli fuori molte allegazioni a favor di Lodovico[111], difendendo con tanto vigore e fortezza le sue ragioni, che dal Zurita[112] fu notato di soverchia arroganza. Ma finalmente essendo stati pure discacciati i Franzesi dal Regno da Ferdinando il Cattolico, Michele volle seguire le parti di Lodovico, ed abbandonando tutti i suoi beni e la famiglia, andò in Francia a dimorare dove dal Re fu caramente accolto, onorandolo de' primi posti. Lo mandò nel 1503 per Ambasciadore in Roma a congratularsi in nome di quel Re con Giulio II ch'era stato allora assunto al pontificato, dove si trattenne per alcuni anni, nei quali trattò con Giulio della recuperazione del Regno di Napoli per Lodovico; ma lo stato e la condizione di que' tempi avendo fatto riuscire inutili tutti i suoi negoziati, con tutto ciò lo fece il Re trattenere in Roma, dove avendo maggior ozio compose la sua Istoria. Ritornò poi in Francia, da dove nel 1506 fu mandato dal Re Ambasciadore in Genova, e poi nel 1508 in Firenze[113]. ✠ In fine dopo essere stato adoperato dal medesimo ne' più rilevanti affari della sua Corona, morì a Parigi nel 1515, non senza sospetto di veleno. Accoppiò alle lettere umane una profonda cognizione di dottrina, e sopra tutto di Giurisprudenza nella quale fu così eminente, che Giano Parrasio non fece difficoltà d'uguagliarlo a' Sulpicj, a' Pomponj, Paoli ed agli Scevoli. Fu eloquentissimo, e scrisse la sua Istoria con non minor gravità che prudenza: il suo stile, secondo il giudizio del Parrasio fu candido, puro e faticato, nè la sua brevità partorisce oscurezza. Egli scrisse: De Regibus Francorum lib. III. De Regibus Hispaniae lib. III. De Regibus Hierusalem lib. I. De Regibus Neap. et Siciliae lib. IV. Se ne veggono di questi libri molte edizioni fatte in diversi tempi, rapportate dal Toppi[114]. Fu celebrato da' più illustri Scrittori di que' tempi; e Giano Parrasio gli dedicò un libro, ch'egli fece imprimere a Milano nel 1501 che conteneva il Carme Pascale di Sedulio Poeta cristiano da lui fra' M. S. antichi trovato, ed i Poemi di Aurelio Prudente, dove nell'epistola dedicatoria con grandi encomj celebra la costui virtù e dottrina. Scrisse a' tempi de' nostri avoli la Vita di sì insigne letterato Carlo de Lellis, che la premise al volume de' suddetti libri d'Istoria, impresso in Napoli nel 1645.

Non men celebre fu in questi medesimi tempi il famoso Poeta Giacomo Sannazaro, il quale non altrimenti che il Riccio, volle seguire in Francia la fortuna del suo Signore. Non bisogna che di lui facciam molte parole, come di uomo pur troppo noto ed illustre, di cui e delle sue opere è stato tanto scritto e tanto ammirato. Egli nacque in Napoli, come di se medesimo dice nell'Arcadia, negli estremi anni del Re Alfonso I, intorno l'anno 1458, e fu Cavaliere del Seggio di Portanova, di costumi cotanto gentili e politi che Federigo, secondogenito del Re Ferdinando, l'ebbe sommamente caro, tanto che il Sannazaro così nella prospera che nell'avversa fortuna, non volle mai abbandonarlo: lo seguì in Francia, ove dimorò molto tempo: ritornò poi in Italia, e dopo essersi fermato alcuni anni in Roma, tornò in Napoli, dove alcuni scrissero che morisse l'anno 1532. Ma vi è gran contesa fra' Scrittori intorno al luogo ed all'anno della sua morte.

Giovan-Battista Crispo che scrisse la sua vita con molta esattezza, per la testimonianza che egli rapporta di Ranerio Gualano e del Costanzo, lo fa morire in Napoli, siccome anche scrisse l'Eugenio[115]. Ma l'autorità di costoro deve cedere a quella di Gregorio Rosso scrittor contemporaneo, il quale ne' suoi Giornali rapportando in due luoghi[116] la morte di questo insigne Poeta, accaduta nel tempo ch'egli andava stendendo que' suoi Componimenti, dice che morì nel mese di agosto in Roma, senza veder più Napoli, poco da poi della morte del Principe d'Oranges, della quale si compiacque tanto che nell'estremo di sua vita non tralasciò di dire che Marte avea fatto vendetta delle Muse, alludendo alla sua Torre di Mergoglino diroccata per ordine del Principe: e che li suo corpo fu trasferito a Napoli, e seppellito nella sua chiesa di Mergoglino nel seguente mese di settembre di quell'anno, che fu il 1530.

L'anno parimente viene chiarito da questo Scrittore, al quale concorda l'Iscrizione del suo sepolcro, nella quale non vi è errore alcuno, come credettero il Crispo e l'Engenio: poich'essendo nato nel 1458, e concordando quasi tutti col Giovio, che morì di 72 anni, viene a cadere la sua morte appunto nel suddetto anno 1530. La morte, accaduta del Principe di Oranges, a 3 agosto del detto anno, conferma lo stesso, essendo poco innanzi preceduta a quella del Sannazaro[117].

Suo contemporaneo e fido amico fugli Francesco Poderico famoso letterato anch'egli di questi tempi. Era gentiluomo del medesimo Seggio e della stessa Accademia del Pontano; ancorchè fosse cieco di corpo, non già dal nascimento, era uomo d'esquisitissimo giudicio, tanto che il Sannazaro, mentr'era tutto inteso al lavoro del suo Poema de Partu Virginis, non tralasciava mai pur un giorno di andarlo a ritrovare e conferire con lui que' versi, ne' quali il Poderico era tanto critico che il Sannazaro, per poterne sciegliere un verso degno di quelle purgate orecchie, assai sovente ne recitava diece composti d'un medesimo sentimento, e così per lo spazio di venti anni, seguendo questo tenore di studio, pervenne al fine di quell'opera[118]. Il Pontano l'ebbe ancora in grande stima; a lui dedicò il quarto de' suoi libri, de Rebus Coelestibus; l'onorò sempre nelle sue opere, e nel libro primo de' suoi Tumuli si legge ancora quello del Poderico. Pietro Summonte l'ebbe pure in grande venerazione ed in una sua pistola d'eccelse lodi lo cumula, dedicandogli ancora il Dialogo del Pontano intitolato, Actius.

A questi due insigni uomini dobbiamo noi l'istoria di Napoli del famoso Costanzo: confessa egli, che fu confortato a scriverla dal Sannazaro e dal Poderico, che benchè fosse degli occhi della fronte cieco, ebbe vista acutissima nel giudicio delle buone arti e delle cose del mondo. Questi due buoni vecchi, dic'egli[119], che nell'anno di N. S. 1527 s'erano ridotti a Somma, dove io era, fuggendo la peste che crudelmente infestava Napoli, in aver veduti tanti errori nel Compendio di Collenuccio, che allora era uscito, mi coortarono ch'io avessi da pigliare la protezione della verità, ed alle persuasioni aggiunsero ancora ajuti, perchè non solo mi diedero molte scritture antiche, ma ancora gran lume, onde poter trovare delle altre: e certo, se tre anni dopo non fosse successa la morte dell'uno e dell'altro, dic'egli, che la sua Istoria sarebbe più copiosa ed elegante, perchè avrebbe avuto più spazio d'imparare e ripulirla nella conversazione di così prudenti e dotte persone

Fiorirono ancora in questi medesimi tempi dell'istessa Accademia del Pontano il tante volte nominato Pietro Summonte, ancor egli letteratissimo, come si vede dalle sue pistole, ed a cui dobbiamo l'edizioni dell'opera del Pontano e dell'Arcadia del Sannazaro, da' quali ne' loro carmi vien cotanto celebrato, e da Ambrosio di Lione cognominato il dotto[120]. Il famoso Tristano Caracciolo, di cui l'istesso Sannazaro cantò:

Ma a guisa d'un bel Sol fra tutti radia

Caracciol che 'n sonar sampogne e cetere

Non trovarebbe il pari in tutta Arcadia.

Il cotanto celebrato da' carmi di Pontano e dal Sannazzaro Cariteo famoso Poeta di que' tempi[121]. Ambrogio di Leone di Nola: Vir, come di lui scrisse il Vossio[122], Latine, Graeceque doctissimus, Philosophus idem, ac Medicus insignis. Fu egli amicissimo d'Erasmo, come si vede dalle loro vicendevoli lettere; dal quale fu cotanto stimato, che 'l priega insino a volerlo nominare nelle sue opere, delle quali il Nicodemo fece lungo ed accurato Catalogo[123]. Il famoso Alessandro d'Alessandro, la di cui opera de' Giorni Geniali, ebbe il favore d'avervi impiegati intorno i loro talenti tre famosi Scrittori Franzesi, non pure il Tiraquello ed il Colero, ma anche il chiarissimo Giureconsulto Dionigi Gotofredo. Fu egli in Napoli ed in Roma nudrito fra' Letterati di questi tempi ed uscì dall'Accademia del Pontano: conversò con Francesco Filelfo, Giorgio Trapezunzio, Bartolommeo Platina, Giovanni Pontano, Teodoro Gaza, Niccolò Perotti, Domenico Calderino, Ermolao Barbavo, Paolo Cortese e Raffael Volaterrano. Ascoltò alcuni di questi in Roma, con altri visse familiarmente, onde divenne erudito: mentr'era giovane intese in Roma Filelfo ch'essendo già vecchio spiegava in quell'Università le Tusculane di Cicerone: ascoltò ivi ancora Perotti e Calderino che spiegavan Marziale. Egli di professione era Avvocato, e ne' nostri Tribunali ed in que' di Roma si diede a difender cause. Poi lasciato il Foro si diede a' studj men severi ed alle lettere umane tutto intese. Vi è chi lo nota d'ingratitudine, che avendo composti i suoi Giorni Geniali a similitudine delle Notti Attiche d'Agellio e de' Saturnali di Macrobio, e preso da varj Autori tutto ciò che vi scrive, non siasi mai ricordato di lodarli, dissimulandoli, come se tutto fosse stato dettato di suo capo.

Fiorirono ancora intorno a questi medesimi tempi Pietro Gravina Poeta assai celebre, Girolamo Carbone, Girolamo Massaino, Giuniano Majo, celebre Gramatico, Maestro del Sannazaro e tanti altri insigni Letterati: tanto che l'Accademia del Pontano fu uguagliata dagli Scrittori al Cavallo Trojano, donde uscirono tanti bravi guerrieri.

Ma ove lascio il famoso Andrea Matteo Acquaviva Duca d'Atri e di Teramo, insigne non men nell'armi che nelle lettere? Dal cui esempio tutta la sua posterità e la lunga serie de' Duchi d'Atri, seguendo i suoi vestigi, si adorna di simili virtù, e di esser perpetua fautrice delle discipline e de' letterati. Fra tanti pregi onde questa famiglia si è presso di noi resa eminente sopra tutte le altre, fu senz'alcun dubbio questo, che la rese celebratissima presso tutti gli Scrittori. Sin da questo principio nel risorgimento delle lettere in Italia ed in Napoli, fu questo Duca come di lui scrisse il Puntano[124]: Princepem Virum et in mediis philosophantem belli ardoribus, et Philosophorum inter libros, naturaeque ratiocinationes tractantem Ducum artes, muneraque Imperatoria, utrumque cum dignitate, neutrum sine suo, et decore, et laude. E quanta stima facesse di lui questo Scrittore si vede, che oltre i tanti elogi, che si veggono sparsi per le sue opere, gli dedica i due libri de Magnanimitate, ed il primo de Rebus Coelestibus. Tutti gli altri Letterati dell'Accademia del Pontano di questi tempi gli resero estremi onori: Pietro Summonte fece lo stesso che il Pontano lodandolo e dedicandogli le sue opere; i libri degli Epigrammi del Sannazaro[125] sono di sue lodi. Alessandro d'Alessandro gli dedicò i suoi libri de' Giorni Geniali. Il Minturno[126] nel libro de' suol Epigrammi, il Giovio[127] in quello de' suoi Elogj e tanti altri rapportati dal Nicodemo[128], non finiscono d'altamente lodarlo. Ci restano ancora di quest'Eroe i suoi Commentarj, ed i quattro libri delle Disputazioni Morali, che impresse in Napoli sin dal 1526, furon da poi ristampate in Germania nel 1609. Ci testifica ancora il Toppi[129], che questo libro si trovava anche M. S. in pergameno nella Biblioteca de' PP. Agostiniani di S. Giovanni a Carbonara; ma non sappiamo se dopo il sacco ultimamente datovi, sia ora rimase fra quei miseri avanzi.

Fu con non interrotta successione continuata la cognizione delie migliori lingue e di tutte le discipline liberali nella di lui posterità. Gio. Antonio Acquaviva suo figliuolo fu, secondo testimonia l'Atanagio, assai dotto e buono. Giovan Girolamo suo nipote, per giudicio di questo istesso Scrittore, fu nella poetica ed in tutte le discipline liberali gran Maestro; al quale egli per ciò dedicò le poesie di Bernardino Rota. Ed ultimamente Giosia Acquaviva XIV Duca d'Atri, che emulando le virtù paterne, non men nelle armi che nelle lettere, fu celebratissimo, favorì cotanto i Letterati, che volle avere per direttore de' suoi studj l'incomparabile Cattedratico Domenico Aulisio pregio di questa Università e suo maggior splendore, il quale l'ebbe in tanta stima, che gli dedicò quel suo libro intitolato; la Sfinge, ovvero l'Interprete dell'Affrica Occidentale con le sue isole, il quale M. S. presso noi si conserva.

CAPITOLO IV. Stato della nostra giurisprudenza in questi ultimi anni del Regno degli Aragonesi; e leggi, che da Ferdinando furono stabilite.

Cotanto le lettere umane eransi rialzate nella fine di questo secolo, e tale fu il numero de' Letterati, che vi fiorirono; ma la nostra giurisprudenza, ancorchè cominciasse in questi tempi per li favori e per le leggi di Ferdinando a sollevarsi, non fece però, come nel secolo seguente que' progressi che si sentiranno ne' seguenti libri di questa Istoria. Insino ad ora andavan di pari i Legisti e' Canonisti, come i Teologi. Le altre facoltà furon tutte, come s'è veduto riformate e ridotte nel loro splendore: le lingue, la gramatica, la poesia, la oratoria, la politica ed in gran parte la filosofia, e la medicina. Ma le gare insorte tra i Professori di queste facoltà, con i Dottori e Teologi, fecero che questi ostinatamente seguitassero la tradizione, e lo stile delle loro scuole e de' Tribunali, anteponendo l'utile al dilettevole. I Dottori e' Teologi tenevano questi nuovi Letterati, ch'e' chiamavano Umanisti, come Grammatici, Retori e Poeti, per uomini da poco, li quali trattenevansi ne' giuochi de' fanciulli ed in vane curiosità. Gli Umanisti al contrario allettati dalla bellezza degli Autori antichi e sorpresi dalle loro invenzioni, sprezzavano il comune de' Dottori, che seguitavano la tradizione delle Scuole, trascurando lo stile per attaccarsi alle cose, e per parlare col linguaggio proprio delle Scuole[130]. Essi si facevano ben sentire, e perchè scrivevano con tutta la pulitezza, e perchè aveano appreso colla lettura degli antichi a guadagnarsi in tal guisa la buona grazia da tutti. Questi loro sforzi, ancorchè, come si è detto in questo cadente secolo non molto riscotessero i Giureconsulti ed i Teologi, nulladimanco nel secolo seguente fecero effetti maravigliosi; poiché nell'entrar di quello s'incominciarono gli studi sopra le Pandette e gli altri libri di Giustiniano con modo diverso, cioè coll'aiuto delle lingue e dell'istoria romana, di quello che si era fatto per lo passato. Si cominciarono a spiegar le leggi in altra guisa ed a commentarle in miglior lingua, ed a penetrarne i veri sensi; ed il primo che nella nostra Italia rompesse il guado fu Andrea Alciato Professore di legge nell'Università di Milano. D'Italia questa nuova maniera passò in Francia, dove prima di ogni altro Guglielmo Budeo e Carlo Molineo vi impiegarono i loro talenti; ma in decorso di tempo non si può negare, che la Francia superasse in ciò i Professori d'Italia; poichè vi rilussero tanti Giureconsulti insigni, fra' quali l'incomparabile Cujacio, che oscurò la fama di tutti.

L'eresia di Lutero, che poco da poi alzò il capo, diede occasione di portar anche simile cangiamento alla teologia[131]. Pretendeva egli del pari riformare gli Studi, che la Religione. Melantone suo fedele discepolo v'impiegò tutte le sue belle lettere e tutto il suo talento; onde si diedero i pretesi Riformatori con grande ardore a studiare le lettere umane, vedendo che la eloquenza ed il credito d'una scelta erudizione a se chiamava gran numero di seguaci: consideravano questi studi, come mezzi necessari alla riforma della Chiesa; e facendosi ammirare dagl'ignoranti, davan lor facilmente ad intendere che i Teologi cattolici non più sapevano della Religione che delle Belle Lettere: obbligarono perciò i Cattolici ad impiegarsi a questi studi per combattergli con le lor proprie armi: si diedero a questo fine alla cognizione delle lingue originali e degli Autori antichi secondo le lor proprie edizioni: incominciossi adunque di nuovo a studiare i Padri sì greci come latini, troppo poco conosciuti ne' secoli precedenti. Si studiò la Storia ecclesiastica, i Concilj, gli antichi Canoni, penetrando per sino nella origine della tradizione, e deducendo la dottrina dalla sua propria fonte; ed il senso letterale della Scrittura fu ricercato col soccorso delle lingue e della critica.

Ma tutti questi avanzi così nelle leggi e ne' canoni, come nella teologia, si videro nel seguente secolo decimosesto. Nel Regno di Ferdinando e de' suoi figliuoli, presso di noi le buone lettere cominciavan sì bene a restituire la giurisprudenza in qualche lustro, ma in questi principj non fu tanto. Nell'Università nostra si proseguiva lo stesso stile, ancorchè i Professori come i migliori di que' tempi, vi ponessero maggiore studio. Ma se non fu restituita la giurisprudenza nel suo antico candore, la saviezza di questo Principe, la perizia delle lingue de' suoi Secretarj e la dottrina de' nostri Professori che cominciavano, più di quel ch'erasi fatto ne' precedenti secoli, ad impiegar i loro talenti in questi studi, produssero leggi non men savie e prudenti, che culte. La legge romana avea preso piede non pure nell'Accademie ma anche nel Foro; onde avvenne, che la longobarda affatto mancasse.

Fra le nostre leggi patrie, quelle di Ferdinando, come di Principe più illuminato e dotto, e che teneva la sua Cancelleria adorna d'uomini letteratissimi, si videro più prudenti e più culte. Furono consultate da gravissimi Giureconsulti, in fra gli altri da Luca Tozzolo, Antonio d'Alessandro, Paris de Puteo e da Agnello Arcamone, e dettate in latino per la maggior parte da Antonello Petrucci e Giovanni Pontano grandi Letterati, come si è detto di que' tempi.

Le leggi de' nostri Re normanni e Svevi furon appellate Costituzioni: quelle de' Principi angioini, all'uso di Francia, Capitularj, ovvero Capitoli: queste de' Re Aragonesi, come da poi anche degli Austriaci, si dissero Prammatiche; di queste ne furon fatte più compilazioni, come di tempo in tempo andremo notando.

Abbiam veduto quanto poche ne stabilisse il Re Alfonso, vedremo ancora quante meno ne facessero Ferdinando II e Federico ne' brevi e tumultuosi anni del loro regnare: Ferdinando I però fu quegli, che fra' Re Aragonesi ci lasciasse più leggi e le più sagge e le più culte.

Ne' primi anni del suo Regno furono stabilite quelle, che ora leggiamo sparse nel terzo volume delle prammatiche, sotto il titolo De Offic. S. R. C. eccettuatane la prammatica 2 che, come fu ne' precedenti libri notato, a torto s'attribuisce a Ferdinando, essendo d'Alfonso, istitutore di questo Gran Tribunale: sono di questo Principe, di cui anche portano in fronte il nome, la prammatica 4, 5, 8, 9, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20, 21, 22, 23, 24, 25, 26, 27, 28, 29, 30, 32, 33, 34, 35, 36, 37, nelle quali si danno molti regolamenti intorno all'amministrazione e governo del S. C., del numero e qualità de' Ministri, così maggiori, come minori, che lo compongono, del modo d'istituir i giudicj, delle recusazioni e d'ogni altro riguardante alla riforma e buona istituzione di questo Tribunale.

Nel 1462 ne promulgò una sotto li 9 Ottobre, per la quale si permette agli Ufficiali di procedere ex officio ne' delitti, ancorchè non vi fosse querela della parte offesa, o questa desistesse, rivocando il privilegio che su di ciò avea conceduto ad alcune Università del Regno, la quale per questo fine fu collocata nel tom. 3, delle prammatiche, sotto il titolo de Privilegiis Universitatibus concessis.

Nel 1466 ne promulgò due, una sotto li 23 luglio, che si legge sotto il titolo de Baronibus[132], per la quale si vieta a' Baroni di cercar sussidj da' Vassalli, fuor de' casi dalle leggi e costituzioni permessi, e d'impedire il vendere le loro robe, come lor piaccia; l'altra a' 15 agosto pure sotto il medesimo titolo, colla quale si conferma la precedente sotto rigorose pene.

Nel 67 a' 19 novembre ne fu stabilita un'altra drizzata a Renzo d'Afflitto Commessario delle province di Principato ultra, e Capitanata, colla quale si prescrive il modo, come debba farsi l'estimo, o sia apprezzo de beni di ciascuno per regolare i pagamenti fiscali: noi ora la leggiamo sotto il titolo de Appretio, seu bonorum aestimatione.

Nel 68 a' 2 novembre ne promulgò altra, con cui ordina, che i delinquenti si mandino a' loro Giudici competenti, nè alcuno abbia ardimento di dar loro ricovero ed alimento[133].

Nel 69 ne furon pubblicate sei, la prima a' 27 marzo, la seconda a' 25 maggio, per le quali si vieta agli Ufficiali ricever doni e pranzi e si prescrivono a' Mastrodatti e ad altri Ufficiali minori i loro diritti facendosene tariffa[134]; tre altre nel medesimo mese e la sesta nel seguente di giugno.

Nel 1470 ne' mesi di marzo, aprile ed ottobre, tre altre; e nel 71 un'altra in giugno.

Nel 1472 ne stabili un'altra a' 13 settembre, per la quale fu deputato Bernardo Striverio Avvocato fiscale per Inquisitore Generale del Regno contro gli Usurarj e contro altri malfattori, che nelle moderne edizioni si legge sotto il titolo de Usurariis, ma con data scorrettissima de' 9 ottobre 1462, quando quella, secondo l'edizioni antiche, fu promulgata nel decimo quinto anno del suo Regno, come ivi si legge: Dat. 13 septembris 1472, Regnor. nostror. A. 15.

Nel 73 in marzo ed aprile due altre, e nel 74 nel mese di marzo, una.

Nell'anno poi 1477 furono stabilite quelle tante leggi intorno all'ordine giudiciario, delle quali si è altrove fatta memoria; ne' seguenti anni 1479, 80, 81, 82, 83, 84, 86, 87, 88, 90 insino al 1492 ne furono molte altre da questo Principe promulgate, le quali possono con facilità vedersi, secondo l'ordine de' tempi, nella Cronologia di queste leggi prefissa al tomo primo nelle nostre prammatiche secondo l'ultima edizione dell'anno 1715.

Furono queste prammatiche di Ferdinando nel seguente secolo raccolte in un volume insieme con alcune altre di Ferdinando il Cattolico e di Carlo V, ed impresse nel 1558. Da poi unite colle Costituzioni, Riti e Capitoli del Regno furono ristampate in Vinegia nel 1590. V'impiegarono i loro studi in quel secolo molti nostri Professori, chi con Note, chi con diffusi Commentarj ed altri con particolari Trattati. Annibale Troisio della Cava, nominato perciò il Cavense, commentò tutte quelle, che nel 1477 s'erano pubblicate, per le quali furono i giudicj riordinati e molte altre ancora: Giovannangelo Pisanello, Marc'Antonio Polverino e Giacomo de Bottis vi fecero delle piene Note. Orazio Barbato sopra la prammatica Assistentium, vi stese un Trattato. Gio. Bernardino Moscatello di Lucera stese la sua Pratica de' nostri Tribunali, che ora si vede ristampata colle addizioni del Consigliere Prato, sopra le suddette leggi di Ferdinando promulgate nel detto anno 1477. Altri sopra la prammatica Odia inter conjunctos, stesero i loro trattati e le varie dispute intorno a compromessi. Cotanto le leggi di questo Principe furono non pure in que' tempi, ma anche ne' seguenti secoli riputate savie e dotte.

CAPITOLO V. De' Giureconsulti, che fiorirono fra noi a questi tempi.

Dopo Luca di Penna e Sebastiano Napodano, era quasi che intermesso fra' nostri Professori l'uso di scrivere, e la nostra giurisprudenza era in declinazione; ma nel Regno di Ferdinando e de' suoi figliuoli, sursero alcuni eccellenti Giureconsulti, de' quali bisogna farne qui memoria.

Surse Paris de Puteo, il qual nato in Pimonte nel Ducato d'Amalfi, due miglia lontano da Castell'a Mare[135], venne giovanetto in Napoli, dove nell'Università de' nostri Studi apprese la legal disciplina. Non contento de' nostri Cattedratici, girò per tutte l'Università d'Italia, dove ascoltò i più insigni Dottori di quei tempi. Fu in Roma, a Pavia, Milano, in Firenze, in Bologna, Perugia e nell'altre città più rinomate, ed ebbe per maestri, com'egli stesso ci testifica[136], Andrea Barbatia, Angelo Aretino, Alessandro de Tartagnis d'Imola ed Antonio de Pratoveteri di Bologna. Ritornato a Napoli fu per la sua gran dottrina dal Re Alfonso, gran favoreggiatore delle Lettere, caramente accolto, facendolo suo Consigliere. Da poi, essendo già adulto Ferdinando suo figliuolo Duca di Calabria, lo deputò per maestro del medesimo non meno nelle lettere umane, che nella giurisprudenza o nell'altre scienze[137]. Per molti anni Ferdinando fu suo discepolo, da cui apprese le leggi civili e le altre discipline[138]. Era Paris non pur eccellente Giureconsulto, ma versato (per quanto comportavano que' tempi) nelle Sacre carte e nella lettura de' Padri e nelle opere d'Aristotele; ed era secondo l'uso di que' tempi, inteso anche d'Astrologia. Dell'Istoria non fu cotanto ignaro, e sopra i libri di Tito Livio v'avea fatto molto studio. Entrò pertanto in somma grazia del Duca di Calabria, e da lui era tenuto in molta stima, e quando Alfonso dovendo partire da Napoli per la spedizione di Toscana, fece Luogotenente generale del Regno Ferdinando suo figliuolo, questi nel 1446 creò Paris suo Auditore Generale in tutto il Regno; la quale carica per due anni, che il Re fu assente, esercitò con molto applauso ed universale ammirazione.

Morto nel 1458 Alfonso, Ferdinando che gli successe, lo decorò assai più di dignità e d'onori: lo fece Inquisitor Generale di tutto il Regno contra i facinorosi: nel 1459 lo creò Consigliere, ed in tutti gli anni che regnò, si valse della sua opera e de' suoi consiglj, così nel promulgar delle leggi, come negli altri rilevanti affari della sua Corona. Perchè a quei tempi non era riputata cosa incompatibile a' Ministri del Re di patrocinar cause, non altrimente, che non si stimava cosa strana di leggere nelle Cattedre; si diede ancora Paris all'avvocazione, nella quale riuscì il primo; e per essere gran Giureconsulto e peritissimo Feudista, tutte le cause de' primi Signori del Regno eran da lui patrocinate, onde acquistò grandi facoltà. Ma sopra tutto, quello che lo rese arbitro de' più potenti Signori non pur di Napoli, ma di molte città d'Italia, fu, che stando a que' tempi in Italia in fiore il costume, e presso noi da' Longobardi introdotto, del duello, non vi era punto di Cavalleria, che dovesse per quella via decidersi, che non era Paris consultato, come in ciò versatissimo sopra tutti gli altri. Venivano non pur i nostri, ma i più remoti Principi da lui, donde gli fu data occasione di compilare un Trattato de Duello, che scritto prima da lui in latino, egli stesso poi lo tradusse in volgar materno[139]. Carico di tanti onori e dignità e della familiarità regia di Ferdinando, divenuto già vecchio, morì poco prima del Re Ferdinando nel 1493 d'età maggiore di ottanta anni in Napoli, ove nella chiesa di S. Agostino giace sepolto.

Egli fu il primo, che rinovò l'istituto, tralasciato da molti anni, di giovare il pubblico con lo scrivere; onde altri mossi dal di lui esempio, ci lasciarono molti insigni volumi delle loro opere legali. Compose egli un libro de Syndicata Ufficialium; opera, che nel Foro acquistò molta autorità, tanto che il Consiglier Matteo d'Afflitto[140] non lasciò ne' suoi scritti di commendarla. Fu la prima, che nell'istesso tempo del Re Ferdinando fosse stata impressa; ma perchè non era in tutto perfezionata, l'Autore la ripulì ed emendò, e così corretta fu di nuovo in appresso mandata alle stampe. Fu da poi ristampata, ed in Vinegia, ed in Lione, ed oggi si legge tra' volumi de' Trattati[141].

Scrisse ancora un libro de Reintegratione Feudorum de finibus, et modo decidendi quaestiones confinium, territoriorum, etc. che fu stampato in Napoli, e poi in Francfort. Opera anch'ella da' nostri Scrittori molto lodata, ancorchè Carlo Molineo vi desiderasse miglior ordine, parendogli quel trattato assai confuso.

Compilò anche un altro libro de Reassumptione instrumentorum; ed alcuni han creduto, che quel trattato de Liquidatione, et Praesentatione instrumentorum, che fu impresso in Vinegia l'anno 1590 fosse pure opera sua; ma altri dubitano non sia apocrifo.

Compose ancora varie Allegazioni intorno alle Collette imposte innanzi di Luca di Penna, delle quali fece menzione Antonio Capece[142]; ma queste non sono pervenute all'età nostra; siccome alcune altre sue fatiche sopra alcuni titoli delle Pandette. De in integrum restit. De eo, quod met causa. De dolo malo, et de receptis arbitris.

Il libro De Re Militari, ovvero De singulari certamine, fu da lui dedicato all'Imperador Federico III. Matteo d'Afflitto[143] narra, che gli diede anche occasione di scriverlo, un libretto De Duello, che prima di lui avea composto Goffredo antico Dottore. Fu quel suo libro prima impresso a Milano nell'anno 1515 ed ora lo leggiamo ancora fra' Trattati. Egli stesso, come fu detto, lo tradusse in volgar materno, il quale fu poi stampato in Napoli nel 1518.

Scrisse finalmente un altro libro De Ludo, del quale Afflitto[144] fece anche memoria lodandolo, ed ora pur lo vediamo impresso tra' volumi de' Trattati

Non men, che si questioni della Patria di Pietro delle Tigne e di Luca di Penna, fu disputato della Patria di Paris. Giulio Claro[145] d'Alessandria del Ducato di Milano, lo vuole Alessandrino. Ma Toppi[146], non men di quel che fece per Luca di Penna, dimostra esser nostro, siccome han per fermo tenuto non meno i nostri Scrittori, che i forastieri, come Molineo, che lo chiama Dottor napoletano, siccome chiamò ancora Luca di Penna Partenopeo.

Fiorì anche intorno a' medesimi tempi Antonio d'Alessandro Cavaliere napoletano, ed ancor egli insigne Giureconsulto. Fu sin dalla sua giovanezza dato allo studio delle leggi nell'Università di Napoli: non ben pago de' nostri Professori ne cercò altri nell'altre Università d'Italia. Fu in Ferrara ed in Siena, dove ascoltò Francesco Aretino famoso Giureconsulto di quei tempi, sotto la cui disciplina fece maravigliosi progressi, e fu ancora discepolo di Alessandro d'Imola, come narra Matteo d'Afflitto[147]. In Bologna prese il grado di Dottore, e dapoi ritornò in Napoli. Appena giuntovi fu da Ferdinando invitato a leggere Giurisprudenza in questa Università, dove per più anni insegnò con tanto plauso ed ammirazione, che tirò a se Uditori dalle più remote parti. Fu egli di acuto e grande ingegno, piano e facile nello spiegare, chiaro e copioso: tanto che dalla sua scuola, non meno che dall'Accademia del Pontano, uscirono innumerabili Giureconsulti e dotti Ministri.

Nell'istesso tempo che insegnava nelle Cattedre, non tralasciava esercitarsi nel Foro, dove riuscì famoso Avvocato; e fu egli non men dotto ch'eloquente: difese cause de' primi Baroni e non meno orando, che scrivendo si rese celebre. Scrisse egli un dotto responso in materia feudale nella causa d'Antonia Tommacella, che ora leggiamo tra' Consiglj d'Alessandro d'Imola[148], dopo quelli di Sigismondo Loffredo[149], e per la sua prudenza, dottrina, perizia dell'istorie e gravità de' costumi, s'acquistò presso il Re Ferdinando somma grazia e stima: fu per ciò adoperato dal Re ne' maggiori e più importanti suoi affari. Lo mandò nel 1458 Oratore in Roma al Pontefice Pio II per ottener da quel Papa l'investitura del Regno: superò gli ostacoli, che s'eran frapposti per parte del Duca d'Angiò, ed in fine entrò in tanta buona grazia del Papa e del Collegio de' Cardinali, ch'egli consultò e dettò la Bulla dell'investitura. Maneggiava affari di Stato con molta destrezza, felicità e prudenza, onde fu in appresso da Ferdinando mandato due volte per suo Ambasciadore in Ispagna al Re Giovanni d'Aragona suo zio col quale trattò le nozze del Re colla costui figliuola Giovanna. Lo inviò ancora due altre volte in Francia suo Legato a quel Re; ed altrettante a' Pontefici successori di Pio, Innocenzio VIII ed Alessandro VI, nelle quali legazioni si portò con tanta prudenza e destrezza, che tutte ebbero felice successo. Fu per ciò da Ferdinando innalzato a sommi onori; oltre averlo cinto Cavaliere, lo fece Presidente della regia Camera, da poi nel 1465 Consigliere, indi nel 1480 Viceprotonotario e Presidente del S. C, nel qual Tribunale presedè non pure in tutto il tempo che visse Ferdinando, ma anche vi fu mantenuto da Alfonso II suo successore, da Ferdinando II, da Carlo VIII istesso e da Federico ultimo Re, nel cui Regno, essendo già vecchio, trapassò in Napoli a' 26 ottobre del 1499. Gli furon fatti pomposi funerali nella chiesa di Monte Oliveto, dove vi recitò l'Orazion funebre Francesco Puccio Fiorentino famoso Letterato di que' tempi, in presenza di Ferdinando d'Aragona Duca di Calabria, e dove al presente giace sepolto.

Ci lasciò questo insigne Dottore molti monumenti della sua dottrina. I dotti Commentarj fatti a quelle leggi, ch'egli spiegava nell'Università de' quali pochissimi furono mandati alle stampe. Quelli che furono impressi sono i Commentarj sopra il secondo libro del Codice, che portano questo titolo: Reportata Clarissimi U. J. Interpretis Domini Antonii de Alexandro super II Codicis, in florenti studio Parthenopaeo sub aureo saeculo, et augusta pace Ferdinandi, Siciliae, Hierusalem, et Ungariae Regis invictissimi. Fu il libro impresso in Napoli nel 1474 nella stamperia di Sisto Riessinger Alemanno, che fu il primo, come si disse, che introdusse l'arte della stampa in questa città.

Niccolò Toppi ci rende testimonianza aver egli veduti gli altri Commentarj sopra altre leggi, manuscritti, nelle librerie d'alcuni, ed in quella del Consigliere Felice di Gennaro averne osservati più volumi. Alcuni altri supra l'Inforziato ed il Digesto nuovo, in quella del Presidente di Camera Vincenzo Corcione. Altri sopra il Digesto vecchio, in quella del Consigliere Ortensio Pepe. Alcune Letture sopra il secondo del Digesto vecchio in pergamena, le conservava il Dottor Giovanni Battista Sabatino. Gio: Luca Lombardo conservava ancora un libro intitolato: Recollectae D. Antonii de Alexandro in tit. Soluto matrimonio. De liberis, et posthumis, et de vulgari, et pupillari, etc. collectae per Franciscum Miroballum ejus scholarem, dum idem Antonius in Neapolitano Gymnasio, anno 1466 publico Regio stipendio conductus, legeret, concurrens Domini Andreae Maricondae in lectione extraordinaria. Toppi istesso afferma che ebbe anche in suo potere alcune note M. S. fatte da questo Giureconsulto nel corpo di Bartolo.

Alcune Note ed Addizioni fatte da lui nella Glosa di Napodano ancor oggi si leggono: Grammatico[150] allega le Addizioni che fece a Bartolo ed a Baldo; allega ancora con Antonio Capece[151] quelle altre che fece ad Andrea d'Isernia sopra le Costituzioni del Regno; e si vedono queste Addizioni alle Costituzioni ancor oggi impresse insieme colle Chiose e Commentarj di Napodano, di che è da vedersi Camillo Salerno[152] nell'Epistola alle Consuetudini di Napoli.

Fiorì ancora in questi medesimi tempi un altro Giureconsulto illustre, il qual fu Giovan-Antonio Caraffa non men famoso Legista che Canonista. Fu caro ad Alfonso e più al Re Ferdinando suo figliuolo, da cui fu creato Consigliere. Fu ancora Professore nella Università degli studi non men di legge civile, che canonica, e finalmente fu innalzato nel 1463 al posto di Presidente del S. C. Ci restano di questo insigne Dottore molte sue opere. Un trattato de Simonia, impresso a Roma, un altro de Ambitu, allegati da M. Afflitto[153] nelle Costituzioni e nelle Decisioni e l'altro de Jubileo. Scrisse ancora alcune Prelezioni sopra il Codice, allegate da Afflitto. Lorenzo Valla[154] gli tessè quest'elogio: Joannes Antonius Carafa Jureconsultus pari nobilitate, et scientia proximus, Princeps Jureconsultorum. Morì egli di morte improvvisa in Napoli a' 25 decembre del 1486 e fu sepolto nel Duomo, come rapporta Giuliano Passaro ne' suoi Giornali.

Luca Tozzolo ancorchè romano, esule però dalla sua Patria[155], venuto in Napoli, qui finì i suoi giorni, e per la sua erudizione e gran perizia delle leggi, fu da Ferdinando accolto con molto onore. Era stato egli discepolo di Giovanni Petrucci di Monte Sperello Perugino famoso Giureconsulto de' suoi tempi[156]: fu egli fatto nel 1466 Consigliere, nel medesimo tempo leggeva anche Giurisprudenza nell'Università degli Studj di Napoli. Poi nel 1468 fu innalzato all'onore di Viceprotonotario, e presedè ancora per qualche tempo nel S. C. come Afflitto rapporta ne' suoi Commentarj e decisioni, dove si leggono in più luoghi le sue lodi[157].

Andrea Mariconda del Seggio di Capuana fiorì pure in questi medesimi tempi ed acquistò fama di celebre Giureconsulto. Fu dalla giovanezza dato allo studio delle leggi, e prese il grado di Dottore in Napoli ai 25 d'ottobre del 1460. Riuscì nel Foro celebre Avvocato, e dalla Regina Isabella Luogotenente Generale del Re suo marito, fu creato Consigliere nel 1461. Da Ferdinando poi fu fatto Presidente della Regia Camera e Razionale della G. C. della Zecca, e nel 1477 fu rifatto Consigliere: fu celebre ancora nell'Università de' nostri studi, ove insegnò giurisprudenza insieme con Antonio d'Alessandro nel 1466. Di lui si leggevano alcune Letture M. S. sopra l'Inforziato e Digesto nuovo. Fu lungo tempo Consigliere e per l'assenza ed impedimenti d'Antonio d'Alessandro esercitò anche in sua vece più volte l'ufficio di Viceprotonotario. Poi per la sua età decrepita fu licenziato con la ritenzione della metà del soldo finchè visse. Morì egli in Napoli intorno l'anno 1508, e lasciò Diomede e Niccolò suoi figliuoli non men dotti che gravi Giureconsulti. Matteo d'Afflitto suo Collega non è mai satollo di lodarlo nelle sue decisioni ed altrove[158].

Fiorirono ancora intorno a' medesimi tempi Niccolò Antonio de Montibus di Capua celebre Giureconsulto, Avvocato, Regio Consigliere, Presidente e Luogotenente della regia Camera: Pontano[159] lo chiama Vir Juris Romani consultissimus. Questi ancora fu adoperato dal Re Ferdinando negli affari di Stato, inviandolo per suo Oratore in Roma, ove nel 1467 dimorò tre mesi; e si legge ancora la sua soscrizione, come Luogotenente del Gran Camerario in alcune Prammatiche del Re Alfonso e di Ferdinando[160].Agnello Arcamone del Sedile di Montagna, Presidente di Camera nel 1466, poi nel 1469 regio Consigliere, fu anch'egli dal Re Ferdinando adoperato negli affari di Stato, inviandolo nel 1474 per suo Ambasciadore in Vinegia ed in Roma al Pontefice Sisto IV per negozj gravissimi[161]. Disbrigato dall'Ambasceria con felice successo, fu dal Re nel 1483 fatto Conte di Borrello, investendolo ancora delle Terre di Rosarno e di Gioja in Calabria. Ma da poi la sua fortuna mutò sembiante: poichè nella congiura de' Baroni, perchè sua sorella era moglie d'Antonello Petrucci, fu dal Re insieme con gli congiurati imprigionato, e fin che Ferdinando visse, lo tenne con gli altri in carcere[162], donde poi insieme con tutti gli altri ne fu da Ferdinando II nel 1495 liberato[163]. Ci lasciò egli alcune Addizioni sopra le Costituzioni del Regno che ora abbiamo. Morì in Napoli nel 1519, e giace sepolto nella chiesa di S. Lorenzo, ove si vede il suo tumulo.

Fiorirono ancora Antonio dell'Amatrice celebre Canonista e Lettore de' Canoni nella nostra Università nel 1478. Antonio di Battimo napoletano, Dottore anch'egli rinomato di legge non men civile che canonica. Compose egli nel 1475 un volume, che M. S. avea Toppi[164] veduto che portava questo titolo: Reportata, et tradita per Dominum Antonium de Battimo Partenopaeum U. J. D. A. D. 1475. Lallo di Tuscia napoletano, di cui abbiamo ancora alcune Note nella nostre Costituzioni del Regno[165]. Stefano di Gaeta parimente napoletano, famoso Canonista, fiorì nel Regno di Ferdinando nel 1470. Scrisse un'opera molto stimata de Sacramentis, che la drizzò a Giovan-Battista Bentivoglio Consigliere del Re Ferdinando, e molto vien commendata dall'Abate Tritemio[166].

Non men celebre Giureconsulto fu nella fine di questo secolo, per tralasciar gli altri d'oscuro nome, Antonio di Gennaro del Sedile di Porto. Fu egli figliuolo di Masetto e di Giovanella d'Alessandro sorella del famoso Antonio: negli studi legali fece miracolosi progressi, tanto che nell'Università di Napoli fu reputato il miglior Cattedratico de' suoi tempi. Fu poi dal Re Ferdinando nel 1481 creato Giudice della G. C. ed indi a poco Regio Consigliere. Ancor egli era adoperato dal Re ne' più importanti affari di Stato; fu inviato da Ferdinando nel 1491 per suo Oratore al Duca di Milano, e nell'istesso anno in Ispagna al Re Ferdinando il Cattolico, ed alla Regina Isabella sua moglie, e nel 1493 fu di nuovo mandato in Milano ed a Roma. Morto Ferdinando, dal Re Alfonso II suo successore fu la terza volta mandato al Duca di Milano. Il Re Federico l'inviò di nuovo nel 1495 suo Legato in Ispagna al Re Cattolico e poi al Duca di Milano. Estinta la progenie di Ferdinando, sotto il Regno di Ferdinando il Cattolico fu ancora in somma grazia del G. Capitano, da cui nel 1503 fa creato Viceprotonotario e Presidente del S. C. nel cui ufficio lungamente visse: essendo poi d'anni già grave, depose il posto, e fu contento che in suo luogo sottentrasse Francesco Loffredo allora Consigliere, ma con legge che fin che vivea non assumesse il nome di Viceprotonotario o di Presidente, ma fosse sol contento dell'esercizio. Morì finalmente nel 1522 in Napoli e fu sepolto nella Chiesa di S. Pietro Martire, ove si vede la sua statua e si legge l'iscrizione ai suo tumulo.

Chiuda in fine la schiera il cotanto presso di noi celebre e rinomato Matteo degli Afflitti, quel perpetuo splendore del nostro S. C. il quale, secondo il giudicio che ne diede l'incomparabile Francesco d'Andrea[167], fu omnium nostrorum quotquot ante, et post ipsum scripserunt, proculdubio doctissimus. Nacque egli in Napoli intorno l'anno 1443, ma i suoi maggiori furono della città di Scala, com'egli stesso ci testifica[168]. Ebbe ancor egli la vanità di tirar la sua schiatta dai Patrizj romani, e da S. Eustachio Martire (non meno di ciò, che si diceva di Sebastiano Napodano e del Sannazaro; il primo che traesse sua origine da S. Sebastiano; il secondo da S. Nazario): perciò nell'invocazione de' Santi, che premette nelle sue opere, fra gli altri invoca S. Eustachio suo gentile. Non si ritenne perciò egli di scrivere ne' Commentarj alle Costituzioni del Regno, essere stati i suoi maggiori Romani, i quali vennero, nella decadenza dell'Imperio, ad abitare nella città di Scala, donde poi si trasferirono in Napoli, ove furono nel Seggio di Nido aggregati. Che che ne sia, si diede egli nella giovanezza allo studio delle leggi, dove riuscì eccellente, e nell'anno 1468 prese in Napoli il grado di Dottore[169]. Si diede poi all'avvocazione, e divenne nel Foro famoso Avvocato: da' Tribunali passò alla Cattedra e nell'Università de' nostri studi spiegò non solo il Jus civile e canonico, ma anche il feudale e le nostre Costituzioni, nel che riuscì ammirabile ed oscurò la fama di quanti lo precedettero. Egli consumò venti anni in questa lettura con applauso universale ed ammirazione di tutti. Ne' primi anni sotto il Re Ferdinando spiegò in quest'Università tutti i libri feudali co' Commentarj di Andrea d'Isernia, secondo l'ordine di que' titoli: fatica veramente grande e nuova, che nè prima, nè dopo lui, alcun si confidò di farla, e la ridusse felicemente a fine[170]. Incominciò egli a scrivere questi suoi Commentarj de' Feudi nel 1475 nel trentesimosecondo anno di sua età, e li terminò nel 1480, come egli stesso ne rende testimonianza[171]. Ciò che convince l'error di coloro, i quali ingannati da Bartolommeo Camerario[172], che credette avere Afflitto stesi questi Commentarj essendo già vecchio, e perciò non aver ben capita la mente d'Andrea d'Isernia, scrissero inconsideratamente il medesimo[173], mostrando con ciò non aver ben letti questi suoi Commentarj, i quali potevano disingannargli di quest'errore, e fargli apprendere, l'opera essere stata dettata nel suo maggior vigore, e di essere la più sublime e dotta di quanti mai intorno a' Feudi scrivessero.

Interpretò ancora nella nostra Università le leggi del Codice ed i libri delle Istituzioni, e negli ultimi, anni vi spiegò le Costituzioni del Regno con indefessa ed instancabile lena.

La fama del suo sapere, l'esser nelle leggi sublime cotanto, e, secondo comportava quel secolo, la perizia che mostrava avere della Sagra Scrittura, delle opere di S. Tommaso e di Niccolò di Lira, lo resero assai rinomato. I Nobili di Nido lo aggregarono al lor Seggio: il Re Ferdinando I ed il Duca di Calabria suo figliuolo cominciarono ad innalzarlo a pubblici Ufficj; prima lo elessero Avvocato de' Poveri, ma egli non volle accettarlo, come egli stesso lo scrisse[174]: poi il Re Ferdinando nel 1489 lo fece Giudice della G. C. della Vicaria: indi dall'istesso Re fu nel 1491 creato Presidente della regia Camera. La morte del Re Ferdinando, siccome pose in disordine tutto il Regno, così non solo troncò le ali alla sua fortuna, ma con varie vicende fu dall'avversa afflitto. Non trovò il suo merito ne' Principi successori quella mercede, che si conveniva: fu trasferito ora in uno, ora in un altro Tribunale, e sotto il Re Cattolico la fortuna gli fu pur troppo avversa. Dal Re Ferdinando II nel 1496 fu fatto Consigliere, e vi stette sin all'anno 1502, nel qual anno fu di nuovo trasferito in Camera. Carlo VIII lo levò, ma poi fu rimesso[175]. Fece da poi nel 1503 ritorno in Consiglio, ove sedette insino all'anno 1507. Ma il livore de' suoi Emoli potè poi tanto presso Ferdinando il Cattolico, che datogli a sentire, che la sua decrepita età sovente lo portava a delirare, fecion sì, che quel Re lo levasse dal Consiglio, e si ridusse a menar vita privata, di che egli nelle sue opere cotanto si duole, e si querela. Ma in questa sua vacazione non intermise i suoi studi, ed ancorchè vecchio perfezionò in questa età in pochi anni i suoi Commentarj sopra le Costituzioni, che avendoli cominciati nel 1510 li ridusse a fine nel 1513 nel settuagesimo anno di sua età[176].

Fu da poi nel 1512 di nuovo fatto Giudice di Vicaria, ma per un sol anno, onde quello terminato, tornò a' suoi studi, ed a finire i suoi giorni in riposo, ed in privata quiete. Quindi è, che nel suo testamento, che e' fece poco prima di morire a' 27 settembre del 1523 non si legge decorato d'altro titolo, che di semplice Dottore. E quindi ancora è avvenuto, che morto in questo anno 1523, avendo ordinato in questo suo testamento, che il suo cadavere si seppelisse nella Chiesa di Monte Vergine, Diana Carmignano sua seconda moglie, donna molto savia, e d'incorrotti costumi, per togliere quella taccia, che da' suoi emoli era stata data a suo marito d'alienazione di mente, nella iscrizione, che fece ponere quivi al suo tumulo, vi facesse scolpire queste parole: Ad extremam senectutem integra, et animi, et corporis valetudine pervenit

Lasciò della sua prima moglie Ursina Caraffa, Marino suo figliuolo, che fattosi Sacerdote, fu Canonico del Duomo di Napoli; e di Diana Carmignano più figliuoli, che istituì eredi, tre de' quali, come e' dice, generò dopo aver passati i sessanta anni[177]. Sottopose la sua casa, che possedeva nel quartiere di Nido, ed un podere nella Villa di Centore presso Aversa, ad un perpetuo fedecommesso, al quale, mancando tutta la sua discendenza maschile, chiamò il Collegio de Dottori dell'una e l'altra legge di Napoli (del quale egli era) con peso al Priore di quello, di dovere della sua casa formare un Collegio, dove dai frutti di quel podere dovessero alimentarsi ed allevarsi diece Studenti, la cui elezione si dà al Priore; e nel caso venisse a distruggersi il Collegio, invitò in luogo di quello cinque Nobili del Seggio di Nido, dei quali il più giovane dovesse avere l'istesso peso, che avea imposto al Priore, di mantenere il collegio, ed i diece Studenti, affinchè niente loro mancasse per attendere agli studi: ne raccomanda efficacemente l'osservanza, quia scit, come sono le parole del suo testamento, quantum viri scientifici sint utiles Reipublicae, et toti saeculo.

Tali erano le disposizioni degli uomini saggi e prudenti di questi tempi, mancata la loro posterità, non invitare monasteri e chiese al godimento de' loro patrimonj, ma sovvenir poveri, e provvedere a' bisogni delle lettere, e proccurare, che nelle Repubbliche quelle s'avanzassero, e si dasse a' bisognosi modo d'apprenderle. Durano ancora oggi i suoi posteri, i quali devono a questo insigne Dottore non solo il pregio, ch'essi godono degli onori di Nido, ma molto più, perchè possono pregiarsi d'avere un sì glorioso progenitore per Autore della loro Casa.

Durano ancora via più luminose le insigni opere, che ci lasciò. De' suoi Commentarj sopra i Feudi (ancor che altrimenti ne sentissero i suoi emoli Sigismondo Loffredo[178] e Camerario[179]) ecco ciò che ne lasciò scritto l'incomparabile Francesco d'Andrea[180]: inter omnes, qui post Afflictum integra Commentaria in fenda edidere, pauci sunt, qui cum illo possint comparari; qui praeferri, certe nullus. Non potè in vita aver il piacere di vedere in stampa tutti i suoi volumi, che compose; toltone le Decisioni ed i Commentarj sopra le Costituzioni, tutti gli altri furon impressi dopo la sua morte. Avea in vita disposto con Niccolò Agnello Imparato Stampatore in Napoli, e s'era con costui convenuto per la stampa, e nel suo testamento avea designato soddisfar le doti e monacaggi d'alcune sue figliuole, col denaro che dovea ritrarsi da questi libri da imprimersi: ma la morte ruppe i suoi disegni. Questi Commentarj sopra i Feudi furono da poi stampati in Vinegia del 1543 e 1547 e poi in altri tempi e luoghi più volte.

Egli fu il primo che pensasse di raccorre le decisioni, che nel corso di più anni erano nate nel nostro S. C. e le distendesse in quella maniera, che ora si leggono, nelle quali rapportò non pur le diffinizioni di questo Tribunale e della regia Camera profferite in tempo, che e vi sedette, ma ancora quelle, che e' stimò degne di memoria, e che s'interposero poco prima, fin dal tempo, che il S. C. dal Re Alfonso fosse stato istituito. Opera non pur fra' nostri, ma anche presso i Forestieri celebratissima, dal cui esempio presero l'altre Nazioni a distender le decisioni de' loro Tribunali, onde surse la nuova schiera de' Decisionanti.

Furono queste impresse in Napoli la prima volta nel 1509 vivente l'Autore, e furono dedicate alla città di Napoli sua patria[181]. Egli stesso nel suo testamento lo dice: poichè volle, che della legittima lasciata a D. Marino suo figlio s'escomputassero ducati venticinque, prezzo di ventisette corpi di decisioni, che costui s'avea presi. Quanto fossero commendate dai nostri Professori, ben si vede dalle fatiche che vi fecero intorno Tommaso Grammatico, Giovannangelo Pisanello, Marc'Antonio Polverino, Prospero Caravita, Cesare Ursillo e Girolamo de Martino, i quali l'illustrarono colle loro note ed addizioni, che ora insieme col corpo di quelle si vedono impresse, nel che Ursillo sopra tutti fu eminente. Non tralasciarono però i suoi emoli Loffredo e Camerario di screditarle e vilipenderle, scrivendo nelle loro opere non doversegli dare tanta fede, ex quo, come dice Loffredo[182], aliter judicatum fuit, quam Afflictus dicit: e Camerario[183], nemo a Sacri Consilii auctoritate commoveatur ex iis Afflicti decisionibus, cum sint Afflicti verba, qui cum homo fuerit potuit errare. Ma il livore di costoro niente oscurò la lor fama; poichè nelle età seguenti corsero per tutta Europa luminose e commendate non men da' nostri, che da' più eccellenti Giureconsulti di straniere Nazioni; e Tesauro[184] l'antepone a quante mai decisioni uscissero da tutti gli altri Tribunali del Mondo.

Ci lasciò ancora i suoi Commentarj sopra le Costituzioni del Regno: opera, per la condizione di quei tempi, assai dotta e copiosa, la quale fu avuta in sommo pregio non men da' nostri, che dagli esteri. Giacomo Spiegelio[185] grandemente lodolla, e narra, che Cassaneo ne' suoi Commentarj alle Consuetudini di Francia, trasportò molte cose da quelli d'Afflitto; onde da molti è ripreso, che con somma ingratitudine non si degnasse nè pure nominarlo. Questi anche furono impressi in vita dell'Autore nel 1517, e reimpressi poi in Milano nel 1523 ed altrove.

Insegnando egli nella nostra Università le Costituzioni del Regno compilate dall'Imperador Federico II su la credenza, che fosse ancor sua la Costituzione Sancimus de jure prothomiseos, prese egli a spiegarla nella Cattedra nel 1479. Era veramente quella di Federico I e non s'apparteneva punto alle nostre Costituzioni, siccome fu da noi altrove avvertito; ma perchè questo Scrittore per la condizione di que' tempi non fu molto inteso d'istoria, come di lui disse Marino Freccia, prese per tanto tal'abbaglio. Non è però, che il Commentario che vi fece, non fosse avuto in sommo pregio; anzi ebbe il favore, che dall'incomparabile Cujacio[186] venga citato ne' suoi libri de' Feudi. Fu più volte impresso, e si legge ancora fra' Trattati. Da poi Francesco Rummo Giureconsulto napoletano vi fece copiose addizioni, che stampato da lui con queste sue fatiche in Napoli nel 1654 l'abbiam veduto ora ristampato in quest'ultimi nostri tempi.

Molte altre sue Opere che compilò, ce l'ha tolte l'ingiuria del tempo; e siccome si raccoglie dal suo testamento, molti libri avea egli destinato di far imprimere ad Imparato suo Stampatore: ma la sua morte e la peste indi seguìta in Napoli nel 1527, per iscampar la quale fu obbligata Diana Carmignano a fuggire in Aversa, fece sì, che si perderono non meno i suoi M. S. che i libri, ch'egli avea lasciati a' suoi figliuoli. Pure presso Gabriele Sariana nella raccolta, che fece di diversi M. S. di Dottori, che stampò nel 1560, leggiamo di questo Autore alcune Letture sopra il settimo libro del Codice[187].

Nell'iscrizione del suo tumulo leggiamo ancora: multa scitissima consiglia reliquit: ma ora non sono: sovente però egli nelle sue opere impresse allega questi consigli e fra gli altri uno, che e' compilò nel Regno di Sardegna[188].

Scrisse ancora molti Commentarj sopra alcune leggi del Codice e sopra le Istituzioni, de' quali toltone la memoria ch'egli ce ne dà nelle sue opere citandogli, non se ne ha altra notizia.

Compose parimente un Trattato de Consiliariis Principum, et de Officialibus eligendis ad justitiam regendam, ac eorum qualitatibus, et requisitis, che dedicò a Ferdinando I. Compose anche a richiesta del Cardinal Oliviero Caraffa, l'Ufficio della Traslazione del corpo di S. Gennaro[189], coll'occasione della traslazione, che si fece del medesimo Corpo nel 1497 dal monastero di monte Vergine in Napoli; delle quali opere non è a noi rimalo altro vestigio, se non nelli suoi libri, dove si citano. Scrisse pure un libro de Privilegiis Fisci, di cui fece menzione Giovan Battista Ziletto[190].

Cotanto nel Regno di Ferdinando I e de' suoi figliuoli, per li favori di questo Principe, e per li tanti e sì illustri Professori, erasi la nostra giurisprudenza innalzata e salita in pregio assai più, che non si vide ne' precedenti secoli. E siccome nell'altre Università d'Italia tutto lo studio e tutta l'applicazione delle Cattedre era sopra i libri di Giustiniano, così ancora nella nostra questo studio crebbe per li tanti Professori, che vi s'impiegarono; e poichè, come si è veduto, per lo più i Cattedratici erano insieme Magistrati ed altri Avvocati, quindi avvenne, che siccome que' libri nelle Cattedre avean molti anni prima presa forza e vigore, così poi tratto tratto si vide, che il medesimo vigore ed autorità acquistassero ne' nostri Tribunali. Quindi avvenne, che in questo secolo la legge Longobarda fosse non men dalle Cattedre, che dal Foro affatto sterminata ed abborrita, e che finalmente cedesse alla Romana. I Cattedratici, gli Avvocati ed i Magistrati si diedero allo studio di questa, e di coloro che l'avean commentata, allegandola non men nelle Scuole, che ne' Tribunali. E narra l'istesso Matteo d'Afflitto[191], che se bene dagli Avvocati vecchi avea inteso, che la legge Longobarda nel Foro avesse alcun tempo prevaluto alla Romana, nulladimanco, che a' suoi tempi e quando fu Giudice di Vicaria e quando poi fu Presidente di Camera e Consigliere nel S. C. non mai ciò vedesse, anzi tutto il contrario, che la Romana prevaleva alla Longobarda.

In questi tempi fu adunque, ed in questo rialzamento non meno delle buone lettere che delle altre discipline, che presso noi le leggi longobarde cedessero alle romane; onde poi avvenne, che presso i nostri Causidici fosse appena noto il lor nome. Ecco il periodo ed il fine delle leggi longobarde, e di qua innanzi non sentirete di lor più favellare.

Non è però, che abolite queste leggi non rimanessero ancora presso noi alcuni vestigi de' loro costumi. In Apruzzo si ritengono molti istituti intorno a' Feudi che si regolano secondo le leggi longobarde, e ritiene ancora quella provincia i beni gentilizj. In Bari, poi che le loro consuetudini per lo più sono fondate sopra quelle leggi, si ritengono ancora non meno i vocaboli che gl'istituti. Negl'istromenti, che in molte altre province si stipolano, i Notari anche a' tempi nostri, se vi sono donne, vi fanno intervenire per esse il Mundualdo. Ancora dura lo stile, che negl'istromenti si metta la clausula Jure Romano etc. per denotare, che i contraenti vivevano sotto quella legge e non longobarda. Durano ancora le voci di Vergini in capillo, di Meffio e Catameffio e moltissime altre, delle quali fu da noi fatto lungo catalogo nel quinto libro di quest'istoria. E perchè di loro affatto ogni memoria non mancasse, Giovan Battista Nenna di Bari non ignobile Giureconsulto di que' tempi, Autore del trattato della vera nobiltà, che intitolò il Nennio, e dedicò alla Regina Bona di Polonia e Duchessa di Bari, trovando tra' libri de' suoi antenati un voluminoso Commentario M. S. sopra le leggi de' Longobardi di Carlo di Tocco per la ricerca che ne avea da molti, l'abbreviò e fattevi alcune postille, con una esplicazione per alfabeto delle parole oscure de' Longobardi, il fece stampare in Vinegia nel 1537 con grande utilità de' legisti, e come dice Beatillo[192], con non minor comodità della città di Bari ed altri molti luoghi del Regno, dove ancor oggi si vive con l'osservanza delle leggi longobarde.

Di quest'opera oltre i nostri[193], ne fanno memoria anche gli Scrittori forestieri, come il Pignoria[194] e quel ch'è più strano, sino i Germani come Lindenbrogio[195], e Burcardo Struvio[196]. A questo medesimo fine Prospero Rendella Monopolitano distese quel suo trattato: In Reliquias Juris Longobardi: impresso in Napoli l'anno 1609, perchè molti luoghi del Regno serbano ancora alcune loro usanze; ma perchè ora il Regno universalmente si regola con altre leggi, e le longobarde sono andate in disusanza, chi per se allega questi particolari usi, si carica del peso di provarli[197].

Le leggi adunque, onde universalmente fu governato il nostro Regno, erano quelle racchiuse nelle Pandette di Giustiniano, secondo l'antica partizione di Pileo e di Bulgaro, della quale si valse Accursio e tutti gli altri Repetenti e Glossatori: il Codice di repetita prelezione: le Istituzioni e le Novelle, secondo il numero d'Agileo. Seguirono le Costituzioni del Regno, ove sono racchiuse le leggi de' nostri Re Normanni e Svevi. I Capitolarj, ovvero Capitoli del Regno, che racchiudono le leggi de' Re Angioini. I Riti della Camera e della G. C. Le Consuetudini particolari così di Napoli come dell'altre città del Regno; e finalmente le novelle Prammatiche, che s'incominciarono dal Re Alfonso I, e furon da poi accresciute dagli altri Re Aragonesi ed Austriaci, insino a quel numero che ora si vede. Per quel che riguarda la legge Feudale, i libri de' Feudi colle Costituzioni, Capitoli e novelle Prammatiche stabilite da poi a quelli appartenenti.

Ancorchè in questi tempi i libri de' Dottori non fossero cresciuti in quell'infinito numero che si vede ora; e non si vedessero tanti volumi di Trattati, di Consiglj, di Controversie, di Allegazioni, di Discettazioni, di Resoluzioni e di Decisioni; nulladimanco, perchè per l'uso della stampa cominciavano ad apparire più del solito, quindi nacque la massima, che i Giudici, quando le leggi mancassero dovessero seguire o l'autorità delle cose giudicate o la opinione più comune de' Dottori, e più i loro Commentarj che i Consiglj; onde mancando le leggi, le consuetudini, i riti e lo stile di giudicare, non si rimetteva al loro arbitrio e prudenza il decidere, ma che dovessero seguire il più comune insegnamento de' Dottori. Ed in ciò pure si prescrissero molte regole e cautele. I se gli Interpreti saranno fra' loro varj e discordanti, il Giudice dovrà seguire quella parte dove sia maggior numero, ed il detto di costoro dovrà riputare la più comune opinione. II dovranno i Giudici attenersi più tosto alla sentenza di coloro, li quali di proposito e profondamente avranno discussa ed esaminata la materia che di quelli, che di passaggio senza punto esaminarla, vanno dietro agli altri. III che debbiano più tosto seguire i loro commentarj ed i trattati, che i consiglj o i loro responsi ed allegazioni. IV ove si tratti di cause appartenenti al Foro ecclesiastico, debbano seguitare i canonisti, siccome i legisti in quelle del Foro secolare. V invecchiando non meno, che tutte l'altre cose umane, le opinioni; ed il corso del tempo, il lungo uso e la nuova esperienza delle cose, ammaestrando gli uomini in maniera, che sovente fanno loro abbandonare gli antichi dettami; quindi è dovere, che i Giudici debbiano seguire più tosto le nuove, che le vecchie opinioni degli Interpreti. Moltissime altre regole vengono da' nostri Autori prescritte intorno a ciò, delle quali lungamente scrissero, per tralasciar altri, Dionigi Gotofredo[198], ed il savissimo Arturo Duck[199].

Ecco in fine lo stato nel quale Ferdinando I di Aragona lasciò questo Regno, per quel che riguarda la sua politia e governo: lo vedremo ora nel seguente libro tutto sconvolto e disordinato, in maniera che in pochissimi anni vide sette Re che lo dominarono; nella revoluzione delle quali cose rimase cotanto sbattuto, fin che poi non riposasse sotto la Monarchia dell'inclito Re Ferdinando il Cattolico.

FINE DEL LIBRO VENTESIMOTTAVO.

STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI

LIBRO VENTESIMONONO

La guerra, che per invito di Lodovico Sforza mosse Carlo VIII Re di Francia, ad Alfonso II, il quale, morto suo padre, fu subito in Napoli con grande celebrità incoronato Re per mano del Cardinal Borgia[200], è stata cotanto bene scritta da Filippo Comines Signor d'Argentone, Scrittor contemporaneo e che fu da Carlo adoperato ne' maneggi più gravi di quella spedizione, da Francesco Guicciardino e da Monsignor Giovio, che a ragione potremmo rimetterci alle Istorie loro: ma poichè non fu da Principe savio mossa guerra alcuna, che insieme non si proccurasse farla apparire giusta, non avendo i nostri Scrittori palesate le ragioni, onde i Franzesi per tale la dipinsero al loro Re; perciò non ci dee rincrescere di scoprirle ora, che ce ne vien somministrata l'occasione. Prima di muoverla, e dopo gl'inviti del Moro, furono esaminate le pretensioni del Re con solenne scrutinio, e trovatele a lor credere, sussistenti, persuasero al Re esser dal suo canto somma giustizia di poter unire alla Corona di Francia il Regno di Napoli. Essi appoggiavano la pretensione sopra questi fondamenti. Renato d'Angiò, che, come si è veduto ne' precedenti libri, perduto il Regno avea lasciato a Giovanni suo figliuolo la speranza di ricuperarlo dalle mani di Ferdinando I d'Aragona, mentre visse Giovanni, non potè vedere alcun buon esito di quella guerra; poichè Ferdinando, sebbene dopo la morte del padre Alfonso fosse stato assaltato e da lui e da' principali Baroni del Regno, nondimeno con la felicità e virtù sua, non solamente si difese, ma afflisse in modo gli avversari, che mai più, nè in vita di Giovanni, nè di Renato, che sopravvisse più anni al figliuolo, ebbe nè da contendere, nè da temere degli Angioini. Morì finalmente Renato, e non lasciando di se figliuoli maschi, ma solamente una figliuola femmina, da chi nacque il Duca di Lorena, fece erede in tutti i suoi Stati e ragioni Carlo figliuolo del Conte di Maine suo fratello[201].

(Questa figlia era Violante, la quale si maritò con Ferry II di Lorena Conte di Vaudemont, dal qual matrimonio nacque Renato Duca di Lorena, che fu invitato da Innocenzio VIII all'impresa del Regno. Lasciò sì bene Renato padre di Violante un'altra figliuola femmina, Margherita vedova del Re d'Inghilterra, alla quale nel suo testamento lasciò le rendite del Ducato di Bar; ma a Renato figliuolo di Violante lasciò il Ducato stesso di Bar, siccome si legge nel suo Testamento, fatto in Marsiglia nell'anno 1474, che dettò in lingua franzese, trascritto da Lunig Tom 2 p. 1278. Anzi in questo istesso suo Codice Diplomatico pag 1291 si legge ancora un Istromento di donazione che fece la vedova Regina d'Inghilterra Margherita al suddetto Renato suo Padre, di tutte le sue ragioni, che avea nel Ducato di Bar, le quali furono trasferite a Renato di Lorena suo nipote in virtù dei detto suo testamento, e poichè allegava, che suo avo non potesse negli altri suoi Stati posporlo a Carlo Conte di Maine, ch'era collaterale, come figlio di suo fratello, quando era egli nella linea discendente, essendo figliuolo di sua figlia: perciò pretendeva appartenersegli non meno il Ducato d'Angiò, ed il Contado di Provenza, che il Regno stesso di Napoli e di Gerusalemme. E per questa pretensione i Duchi di Lorena discendenti da Renato fra gli altri loro titoli presero ancor quello di Duchi di Calabria, e nelle loro arme inquartarono eziandio quelle di Sicilia e di Gerusalemme; siccome può osservarsi dalle lor monete impresse da Baleicourt nel Traité Historique et Critique sur l'origine, et Généalogie de la Maison de Lorraine. Il qual Autore notò assai a proposito p. 28 Explication des Monnoies, che i Duchi di Lorena prima di questo maritaggio di Violante con Ferry di Lorena Conte di Vaudemont, non inquartavano le armi di Sicilia e di Gerusalemme, nè s'intitolavano Duchi di Calabria, siccome fecero da poi i suoi discendenti, e proseguono tuttavia fino al presente a fare; senza che mai i Re di Spagna glielo avesser contraddetto; anzi a' tempi nostri, essendo accaduta nel mese di marzo del 1729 la morte del Duca di Lorena Leopoldo padre del presente Duca Francesco regnante, nelle pompose esequie, che l'Imperadore Carlo VI fecegli celebrare nell'Imperial Chiesa di Corte degli Agostiniani in Vienna, nel Mausoleo e nelle iscrizioni fra le sue armi, si vedevano inquartate quelle di Sicilia e di Gerusalemme, e fra i suoi titoli si leggeva anche a lettere cubitali quello di DUX CALABRIAE).

Non fu già questo Carlo figliuolo di Giovanni, come con errore scrissero alcuni moderni[202], fu sì bene nipote di Renato, ma di fratello, non di figliuolo. Carlo morì poco da poi parimente senza lasciar figliuoli, e lasciò per testamento la sua eredità a Lodovico XI Re di Francia, ch'era figliuolo d'una sorella di Renato[203]. Molte clausole di questo testamento, che fu fatto da Carlo in Marsiglia a' 10 decembre del 1481, si leggono nel primo tomo della Raccolta dei Trattati delle Paci tra' Re di Francia con altri Principi, di Federico Lionard, stampato in Parigi l'anno 1693, dove istituisce suo erede universale Lodovico, che chiama perciò suo consobrino, e dopo lui Carlo il Delfino di Francia figliuolo di Luigi, al quale non solo ricadde, come a supremo Signore, il Ducato di Angiò, nel quale, per esser membro della Corona, non succedono le femmine, ma entrò nel possesso della Provenza, e per vigore di questo testamento potea pretendere essergli trasferite le ragioni, che gli Angioini aveano sopra il Reame di Napoli. Ma Luigi fu sempre avverso alle cose d'Italia e, contento della Provenza, non inquietò il Regno. Morto Luigi, essendo continuate queste ragioni in Carlo VIII suo figliuolo, giovane avido di gloria, entrò, a' conforti d'alcuni che gli proponevano questa essere occasione d'avanzar la gloria de' suoi predecessori, nella speranza d'acquistar coll'arme il Regno di Napoli.

Ma in questi principi surse il Duca di Lorena per suo competitore; poichè essendo il Re per coronarsi nell'età di 14 o 15 anni, venne da lui il Duca a dimandare il Ducato di Bar ed il Contado di Provenza. Appoggiava la sua pretensione per essere egli nato da una figliuola di Renato, e per conseguenza non aver potuto Renato preporre Carlo ch'era nato da suo fratello a lui, ch'era nato d'una sua propria figliuola. Ma replicandosi in contrario, che nella Provenza non potevan succeder le femmine, gli fu renduto il Ducato di Bar, ed intorno alla pretensione della Provenza, fu stabilito che fra quattro anni si avesse a conoscere per giustizia delle ragioni d'amendue sopra quel Contado. Narra Filippo di Comines che fu uno del Consiglio destinato all'esame di queste ragioni, che non erano ancora passati i quattro anni che si fecero avanti alcuni Avvocati provenzali, cavando fuori certi testamenti del Re Carlo I fratello di S. Lodovico e d'altri Re di Sicilia della Casa di Francia, in vigor de' quali diceano, non solo appartenersi al Re Carlo il Contado di Provenza, ma il Regno ancora di Sicilia, e tutto ciò che fu posseduto dalla Casa d'Angiò; e che il Duca di Lorena non vi potea pretendere cos'alcuna, non solo perchè Carlo ultimamente morto Conte di Provenza figliuolo di Carlo d'Angiò Conte di Maine e nipote di Renato, avea per suo testamento istituito erede Lodovico XI, ma ancora perchè Renato l'avea preferito al Duca di Lorena, ancorchè nato di sua figliuola, per eseguire le disposizioni de' suddetti testamenti fatti da Carlo I d'Angiò e dalla Contessa di Provenza sua moglie. Aggiungevano parimente che il Regno di Sicilia ed il Contado di Provenza, non potevano esser separati: nè potevano in quelli succeder le donne, quando v'erano maschi della discendenza. E per ultimo che oltre Re Carlo I, coloro che a lui successero nel suddetto Regno, fecero consimili testamenti, come fra gli altri Carlo II d'Angiò suo figliuolo.

Per questi ricorsi de' Provenzali, e per avere il Re Carlo insinuato a que' del Consiglio, che s'adoperassero in modo ch'egli non perdesse la Provenza, finiti i quattro anni, il Consiglio portava in lungo la deliberazione per istancare il Duca, e non potendolo più trattenere, finalmente il Duca, scoverta la volontà del Re e di coloro del suo Consiglio, si partì dalla Corte mal soddisfatto e molto adirato con loro.

In questi tempi, quattro o cinque mesi prima di questa sua partenza dalla Corte, gli fu fatto l'invito, che nel precedente libro si è narrato, dal Papa e dai Baroni ribelli per la conquista del Regno, del quale se egli se ne avesse saputo ben servire, s'avrebbe potuto mettere in mano il Regno di Napoli; ma la sua lentezza e tardanza fa tale che il Papa ed i Baroni resi già stanchi e fuori di speranza, per averlo sì lungamente aspettato, s'accordarono con Ferdinando: onde il Duca con molto rossore ritornossene al suo paese, nè da poi ebbe egli mai alcuna autorità appresso il Re.

Intanto crescendo il Re Carlo negli anni, vieppiù cresceva nel desiderio di passare in Italia alla impresa del Regno; nè mancavano i suoi Consultori tutto dì stimolarlo, dicendogli, che il Regno di Napoli s'apparteneva a lui. In questo mentre capitò a Parigi il Principe di Salerno, il quale non fidandosi delle parole di Ferdinando, uscì, come si disse, dal Regno, e prima con tre suoi nepoti, figliuoli del Principe di Bisignano, andò a Vinegia, dove egli avea molte amicizie. Quivi prese consiglio da quella Signoria, dove le paresse meglio ch'eglino si ricoverassero o dal Duca di Lorena, o dal Re di Francia, o da quello di Spagna. Filippo di Comines, che mostra nelle sue Memorie aver tenuta grande amicizia col Principe di Salerno, narra che avendo di ciò tenuto discorso col Principe, gli disse che i Viniziani lo consigliavano che ricorresse al Re di Francia; poichè dal Duca di Lorena, come uomo morto, non era da sperarne cos'alcuna. Il Re di Spagna non bisognava allettarlo a quella impresa, ma doveasene guardare, poichè se egli avesse il Regno di Napoli con la Sicilia e gli altri luoghi nel golfo di Vinegia, essendo già molto potente in mare, in breve porrebbe in servitù tutta Italia: onde non vi restava che il Re di Francia, dal quale, e dall'amicizia ch'essi v'aveano, s'avrebbero potuto promettere un Regno placido e soave. Così fecero, e giunti in Francia furono con lieto viso ricevuti, ma poveramente trattati. Penarono per due anni interi, assiduamente insistendo che si facesse l'impresa del Regno; ma poichè il partito di coloro che dissuadevano il Re, era de' più prudenti e solamente alcuni favoriti che vedendo la sua inclinazione, per adularlo, l'instigavano al contrario, perciò erano menati in lungo, un giorno con isperanza e l'altro senza.

Quello che poi gli fè dar tracollo fu, come s'è detto, l'invito di Lodovico Sforza, il quale vedendo che non in altra guisa avrebbe potuto rapire al nipote il Ducato di Milano, se non con porre sossopra il Regno ad Alfonso, che s'opponeva a' suoi disegni per gli continui ricordi che ne avea dalla Duchessa di Milano moglie del Duca e sua figliuola, trattò efficacemente questa venuta, ed inviandovi Ambasciadori per affrettarla, finalmente rotto ogni indugio, si dispose Carlo al passaggio d'Italia.

(Le convenzioni ed articoli accordati tra Carlo e Ludovico Sforza, si leggono presso Lunig[204]).

Partì il Re da Vienna nel Delfinato a 23 agosto del 1494, tirando diritto verso Asti: passò a Torino, indi a Pisa, donde partitosi venne a Fiorenza, per passare a Roma[205].

(Giunto in Fiorenza il Re Carlo, diede fuori un Manifesto, nel quale dichiarava a tutti ch'egli veniva per conquistar il Regno di Napoli, non solo per far valere le sue ragioni che vi avea: ma perchè conquistato avesse più facile e pronto passaggio per invadere gli Stati del Turco, e vendicare le devastazioni e le stragi che sopra il sangue Cristiano facevano que' crudeli e perfidi Maomettani; cercando perciò a tutti passaggi, ajuti e vettovaglie per le sue truppe, per le quali avrebbe soddisfatto i loro prezzi. Leggesi il manifesto presso Lunig[206]).

Intanto Re Alfonso intesa questa mossa avea disposto un esercito in campagna nella Romagna verso Ferrara, condotto da Ferrandino Duca di Calabria suo figliuolo, ed un'armata per mare a Livorno e Pisa, di cui ne fece Generale D. Federico suo fratello; ma quando intese che Re Carlo a grandi giornate con tanta prosperità, secondandogli ogni cosa, s'approssimava a Roma, mandò ivi Ferrandino a trattar col Papa per la salute del Regno. Ma non erano minori l'angustie nelle quali, approssimandosi l'esercito di Carlo alle mura di Roma, si trovava Papa Alessandro, poichè vedendolo accompagnato dal Cardinal di S. Pietro in Vincoli, e da molti altri Cardinali suoi nemici, temeva che il Re, per le persuasioni de' medesimi, non volgesse l'animo a riformare, come già cominciava a divulgarsi, le cose della Chiesa: pensiero a lui sopra modo terribile che si ricordava con quai modi fosse asceso al Pontificato, e con quai costumi ed arti l'avesse poi continuamente amministrato[207]. Ma il Re che sopra ogni altra cosa non desiderava altro più ardentemente che l'andata sua al Regno di Napoli, lo alleggerì di questo sospetto, mandandogli Ambasciadori a persuadergli, non essere l'intenzione del Re mescolarsi in quello che apparteneva all'autorità pontificale, nè dimandargli se non quanto fosse necessario alla sicurtà di passare innanzi; onde fecero istanza che potesse il Re entrare col suo esercito in Roma, perchè entrato che fosse, le dissensioni state fra loro si convertirebbero in sincerissima benivolenza. Il Papa giudicando che di tutti i pericoli questi fosse il minore, acconsentì a questa dimanda; onde fece partire di Roma il Duca di Calabria col suo esercito, il quale se n'uscì per la porta di S. Sebastiano l'ultimo di decembre di questo medesimo anno 1494, nell'istesso tempo, che per la porta di S. Maria del Popolo v'entrava coll'esercito franzese il Re armato.

Dimorò Carlo in Roma da un mese, non avendo intanto cessato di mandar gente a' confini del Regno, nel quale già ogni cosa tumultuava, in modo, che l'Aquila e quasi tutto l'Apruzzo avea, prima che 'l Re partisse di Roma, alzate le di lui bandiere: nè era molto più quieto il resto del Reame, perchè subito che Ferdinando fu partito da Roma, cominciarono ad apparire i frutti dell'odio, che i popoli portavano ad Alfonso: laonde esclamando con grandissimo ardore della crudeltà e superbia d'Alfonso, palesemente dimostravano il desiderio della venuta de' Francesi[208].

Alfonso, intesa ch'ebbe la partita del figliuolo da Roma, entrò in tanto terrore, che dimenticatosi della fama e gloria grande, la quale con lunga esperienza avea acquietata in molte guerre d'Italia, e disperato di poter resistere a questa fatale tempesta, deliberò di abbandonare il Regno, e dettando l'istromento della rinunzia Giovanni Pontano, coll'intervento di Federico suo fratello, e de' primi Signori del Regno[209], rinunziò il nome e l'autorità reale a Ferdinando suo figliuolo, con qualche speranza, che rimosso con lui l'odio sì smisurato, e fatto Re un giovane di somma espettazione, il quale non avea offeso alcuno, e quanto a se era in assai grazia appresso a ciascuno, allenterebbe peravventura ne' sudditi il desiderio de' Franzesi. Questo consiglio, pondera il Guicciardino, che se si fosse anticipato, forse avrebbe fatto qualche frutto, ma differito a tempo che le cose non solo erano in troppo gran movimento, ma già cominciate a precipitare, non ebbe più forza di fermar tanta rovina.

Ceduta ch'ebbe Alfonso al figliuolo Ferdinando (il quale non passava l'età di 24 anni) la possessione del Regno, e fattolo coronare e cavalcare per la città di Napoli, non trovando nè giorno, nè notte requie nell'animo, entrò in sì fatto timore, che gli pareva udir che tutte le cose gridassero Francia, Francia; onde deliberò partir subito da Napoli e ritirarsi in Sicilia, e conferito quel ch'avea deliberato solamente con la Regina sua matrigna, nè voluto a' prieghi suoi comunicarlo, nè col fratello, nè col figliuolo, nè soprastare pur due o tre giorni solo per finir l'anno intero del suo Regno, si partì con quattro galee sottili cariche di molte robe preziose, dimostrando nel partire tanto spavento, che pareva fosse già circondato da' Franzesi. Si fuggì por tanto a Mazara Terra in Sicilia della Regina sua matrigna, stata a lei prima donata da Ferdinando Re di Spagna suo fratello, la quale volle anch'ella accompagnarlo.