ISTORIA CIVILE DEL
REGNO DI NAPOLI VOLUME IX


ISTORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI

DI

PIETRO GIANNONE

VOLUME NONO

MILANO
PER NICOLÒ BETTONI
M.DCCC.XXII


[INDICE]


STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI

LIBRO TRENTESIMOQUINTO

Il Regno di Filippo III, che quasi cominciò col nuovo secolo XVII, paragonato con quello del padre e dell'avolo fu molto breve; e per ciò, che riguarda il nostro Reame, voto di grandi e segnalati avvenimenti. Succedè egli al padre in età poco più di venti anni, e secondo il costume de' suoi predecessori prese l'investitura del Regno da Papa Clemente VIII a' 9 di settembre dell'anno 1599[1]. Non vi regnò, che ventidue anni e mezzo, insino al 1621, anno della sua morte. Filippo suo padre gli lasciò la Monarchia ancorchè di sterminata grandezza per lo nuovo acquisto del Regno di Portogallo, infiacchita però di denari e di forze. Fu egli un Principe, quanto di singolare pietà, altrettanto disapplicato al Governo, e che contento della Regal Dignità, lasciò tutto il potere a' Consigli, a' Favoriti, ed a' Ministri. Nel suo regnare comandarono in Napoli quattro Vicerè, de' quali il primo fu D. Ferrante Ruiz di Castro Conte di Lemos, del quale, e delle cose più ragguardevoli accadute in tempo del suo governo, saremo ora brevemente a narrare.

CAPITOLO I. Di D. Ferdinando Ruiz di Castro Conte di Lemos, e della congiura ordita in Calabria per opera di Fr. Tommaso Campanella Domenicano, e di altri Monaci Calabresi del medesimo Ordine.

Rimosso, per le cagioni rapportate nel precedente libro, il Conte d'Olivares, fu da Filippo III destinato Vicerè il Conte di Lemos, il quale giunto in Napoli a' 16 di luglio del 1599 insieme con D. Caterina di Zunica sua moglie e D. Francesco di Castro suo figliuolo secondogenito, applicò subito (essendo di spirito grande e magnanimo) a perfezionare ed ingrandire gli Edificj pubblici, che i suoi predecessori aveano lasciati imperfetti. Ma tosto fu richiamato a cose più gravi e serie, per una congiura ordita in Calabria da Tommaso Campanella, della quale bisogna ora far parola.

Costui avendo sofferta lunga prigionia in Roma, dove i suoi difformi costumi e l'aver dato sospetto di miscredenza, l'Inquisizione gli avea fatto soffrire i suoi rigori, ritrattandosi degli errori, e mostrandone pentimento, ottenne d'esser liberato; ma gli fu assegnato per sua dimora un picciol Convento in Stilo sua patria, donde non potesse più vagare. Ma essendo di genio torbido ed inquieto, per vendetta de' rigori sofferti in Roma, cominciò in quell'angolo a tentar nuove cose. Persuase a' Frati di quel Convento, che nell'anno 1600, secondo gli aspetti degli Astri, di cui egli ben s'intendeva, doveano accadere grandi revoluzioni e mutazioni di Stato, e spezialmente nel Regno ed in Calabria: che per ciò bisognava prepararsi e far comitiva di gente armata, perchè a lui gli dava il cuore in quella rivoluzione di mutar le Calabrie, ed il Regno in una ottima Repubblica, con toglierlo dalla tirannide de' Re di Spagna e de' loro Ministri, gridando libertà; e perch'era un grande imbrogliatore, sovente nelle sue prediche diceva, ch'egli era destinato da Dio a tal impresa, e che di questo suo fatto nelle profezie di S. Brigida, in quelle dell'Abate Gioachimo e di Savonarola, e nell'Apocalissi stessa si faceva memoria, ancorchè ad altri oscura, a lui molto chiara. Che per ciò egli avea eletti due mezzi, cioè la lingua e le armi. Colla lingua bisognava predicar libertà contra la tirannide de' Principi e de' Prelati, per animar i Popoli a scuoter il giogo; e che per ciò egli avrebbe il seguito di molti Religiosi, che avrebbero con lui cooperato a questo fine. Per le armi, egli per terra si credeva facilmente avere quelle de' Banditi e degli altri fuorusciti, e dopo aver mossi costoro, d'aver il concorso della plebe minuta, e con romper le carceri abbruciare i processi e dar libertà a tutti, accrescere le forze: oltre di molti Signori e Prelati, li quali avrebbe tratti a quest'impresa. Per mare e' si fidava aver l'armata del Turco, il quale sarebbe accorso a dargli ajuto.

Cominciò egli ad insinuar questi sentimenti a molti in Stilo, poco dopo la morte di Filippo II, nell'istesso anno 1598, com'egli confessa nella sua deposizione ed in effetto trovandosi allora quella Provincia piena di fuorusciti, e gravati i popoli per le tante contribuzioni e per una nuova numerazione allora seguita, non solo trasse a se i Frati, ma molti altri di Stilo e de' suoi Casali, li quali avrebbero volentieri ricevuta l'occasione d'ogni tumulto e rivoluzione.

Fatto ciò, scelse per Catanzaro Fr. Dionisio Ponzio del suo Ordine, di Nicastro, il quale predicando a molti con fervore quest'istesso, esagerava molto più, che il Campanella, per facile l'impresa: diceva, che costui era un uomo mandato da Dio, e che per ciò se gli dovea credere: ch'era sopra tutti gli uomini dottissimo e scienziato, il quale avendo conosciuto, che nell'anno 1600 doveano seguire grandi mutazioni e cangiamenti di Stato, per ciò non dovean lasciarsi scappare quest'opportunità di divenir liberi, che per quest'effetto s'era dato pensiero a molti Predicatori di diverse Religioni, e fra gli altri agli Agostiniani, Zoccolanti e Domenicani, che insinuassero a' popoli, che i Re di Spagna erano tiranni, e che questo Regno se l'aveano tirannicamente usurpato; e che per ciò erano a casa del Diavolo; e che li popoli, per li tanti pagamenti e collette, erano costretti per soddisfarle a perder l'anima ed il corpo: che per revelazioni fatte a più Religiosi questa era volontà di Dio di cavar il Regno da simili suggezioni, per la poca giustizia de' Ministri del Re, che vendevano il sangue umano per danari, scorticando i poveri, onde doveano tutti accorrere per agevolar l'impresa, proccurando altri loro amici e confederati, li quali in determinato giorno, sentendo gridar libertà, si sollevassero tutti, essendosi concertato d'ammazzare tutti gli Ufficiali del Re, rompere le carceri, liberar i carcerati ed in segno di libertà, abbruciar tutti li processi; e tanto più dovean riputar facile la impresa, che molte terre della provincia erano già pronte ed apparecchiate, coll'intelligenza ancora d'alcuni Signori e Prelati, e che per quest'effetto tenevano tutti li Castelli a loro divozione e che trattavano avere ancora il Castello di Cotrone.

Fra' Ministri più fedeli e fervorosi del Campanella, oltre al Ponzio, furono ancora Fr. Giovan-Battista di Pizzoli, Fr. Pietro di Stilo e Fr. Domenico Petroli di Strignano; e del Convento de' Domenicani di Pizzoli più di 25 Frati di quest'Ordine, aveano fatti grandi progressi, unendo molti fuorusciti, e tirando al lor partito molti altri Religiosi e Calabresi; e non pur in quella provincia, ma nell'altra vicina erasi attaccata la contagione.

Secondo le pruove, che si leggono nel processo fabbricato di questa congiura (copia del quale M. S. si conserva presso di Noi), de' Frati di diversi Ordini, fra gli altri di Agostiniani, Zoccolanti e Domenicani, depongono vari testimoni ch'erano più di 300. I Predicatori, che aveano l'incombenza d'andar secretamente insinuando e persuadendo i popoli alla sollevazione, erano 200. Tra Vescovi, che n'erano intesi, e che nascostamente favorivano l'impresa, si nominavano il Vescovo di Nicastro, quello di Girace, l'altro di Melito ed il Vescovo d'Oppido. Ne furono parimente intesi alcuni pochi Baroni Napoletani, ma il numero de' provinciali fu ben grande, i nomi de' quali, per buon rispetto delle loro famiglie, che ancor durano, qui si taciono.

Queste prediche (almeno secondo vantavano il Campanella ed il Ponzio) aveano ridotti molti cittadini delle città e terre non men dell'una, che dell'altra provincia. Si contano, Stilo co' suoi Casali, Catanzaro così per li Nobili, come per li Popolani, Squillace, Nicastro, Cerifalco, Taverna, Tropeja, Reggio co' suoi Casali, S. Agata, Cosenza co' suoi Casali, Cassano, Castrovillari, Terranuova e Satriano.

Non meno il mezzo della lingua, che quello delle armi avea fatti maravigliosi progressi. Per terra oltre i Castelli, de' quali si promettevano, aveano uniti 1800 fuorusciti, ed alla giornata cresceva il lor numero per l'impunità promessa e libertà sognata: promettevano di liberare tutte le Monache da' Monasterj, uccider tutti li Preti e Monaci che non volevano aderire ad essi, e passar a fil di spada tutti li Gesuiti. Volevano abbruciar tutti i libri e far nuovi Statuti: che Stilo dovea esser Capo della Repubblica, e far chiamare quel Castello, Mons Pinguis, e che Fr. Tommaso Campanella s'avea da chiamare il Messia venturo, siccome già alcuni de' congiurati lo chiamavano. Per mare, teneva il Campanella nella Marina di Guardavalle sentinelle, le quali, quando passava qualche legno Turco col pretesto di doversi riscattare qualche schiavo, andassero a trattar co' Turchi, ed insinuar loro la resoluzion presa di sollevarsi, e che perciò fossero pronti ad accorrere ed agevolar l'impresa; di vantaggio fece nella Marina di Castelvetere imbarcare Maurizio di Rinaldo con otto altri compagni sopra le Galee di Murath Rays, perchè trattassero col Bassà Cicala il soccorso della sua armata, offerendogli molte Fortezze e terre; ed in fatti, essendo comparse nel mese di giugno le Galee di Murath nella Marina di S. Caterina e Guardavalle, per conchiudere il trattato e stabilire il modo da tenersi, fu conchiuso per la mediazione di Maurizio, che l'armata fosse venuta nel mese di settembre, perchè alla sua comparsa si sarebbe fatta la sollevazione, con entrare nelle terre, e gridando libertà, ammazzare gli Ufficiali del Re, e tutti coloro che si fossero opposti.

Ma come è difficile, ove vi corra tempo, e sia grande il numero de' congiurati, tenersi simili maneggi lungamente celati, fu la congiura scoverta da Fabio di Lauro e Giovan-Battista Blibia di Catanzaro, complici di quella, li quali la palesarono a D. Luigi Xarava, che si trovava allora Avvocato Fiscale della provincia di Calabria ultra, e per mezzo del medesimo ne fecero una piena e distinta relazione al Conte di Lemos Vicerè. Il Conte spedì tosto in Calabria D. Carlo Spinelli con amplissima autorità, il quale col pretesto di fortificar quelle Marine contra l'invasione de' Turchi, pensava a man salva imprigionare tutti i congiurati; onde portatosi in Catanzaro, ed all'ultimo d'agosto di quest'anno 1599, ricevute avanti il Fiscale le deposizioni di Fabio di Lauro e Giovan-Battista Blibia, cominciò a carcerare segretamente alcuni de' congiurati; ma la fuga d'uno, e l'essersi da poi il cadavere del fuggitivo affogato in mare, veduto in quelle marine, rese pubblico il fatto; onde sparpagliati i congiurati si diedero in fuga, e costrinsero lo Spinelli a palesemente operare. Alcuni spensierati furono presi senza contrasto, fra' quali fu Maurizio di Rinaldo, il quale, e prima e dopo la tortura, confessò il tutto; altri scapparon via; ma Tommaso Campanella, ch'era corso alla marina travestito per imbarcarsi, fu colto in una capanna per opera del Principe della Rocella. Fra Dionisio Ponzio, ancorchè fosse stato più presto ad imbarcarsi, per sottrarsi dal supplicio, fu arrestato in Monopoli in abito sconosciuto di secolare.

E veramente fu la congiura scoverta a tempo opportuno; poichè già il Bassà Cicala, secondo il trattato, a' 14 settembre del medesimo anno s'era fatto vedere al capo di Stilo con 30 Galee, il quale non avendo trovata quella corrispondenza, che i congiurati gli avean fatta sperare, anzi vedute le marine guarnite di soldatesche ben disposte a riceverlo, si ritirò alla Fossa di S. Giovanni, donde, dopo la dimora d'alcuni giorni, fece vela verso Levante.

I presi furon esaminati e tormentati, li quali nelle loro deposizioni scovrirono altri, che erano intesi nella congiura, e furono mandati in Napoli sopra quattro Galee, e giunti al Porto, il Vicerè, per terror degli altri, ne fece due d'essi sbranar vivi dalle Galee medesime, ed appiccare quattro all'antenne: tutti gli altri furono mandati in carcere per punirli secondo il merito di ciò che venivano rei. Il Campanella, col Ponzio, ed alcuni altri Preti e Frati, stati presi, furon condotti nel Castello.

Nacque tosto contesa di giurisdizione intorno alla loro condanna: gli Ecclesiastici pretendevano volerli essi giudicare, all'incontro i Ministri regj dicevano, che la cognizione del delitto di fellonia s'apparteneva a' Tribunali del Re, non ostante il carattere, che portavano molti de' congiurati di persone Ecclesiastiche e Religiose. Fu preso temperamento, che il Nunzio per delegazione della Sede Appostolica insieme con un Ministro del Re, che fu D. Pietro di Vera, giudicassero la causa de' Preti e de' Frati, e che a rispetto delle molte ed esecrande eresie, delle quali erano imputati, procedesse il Vicario Generale della Diocesi, con l'intervento di Benedetto Mandini Vescovo di Caserta.

I Frati furono aspramente tormentati; ma il Ponzio in mezzo de' tormenti non lasciossi scappar di bocca nè pure una sola parola. Fu tormentato ancora il Campanella, di cui si legge una sua lunga deposizione fatta nel mese di febbrajo del nuovo anno 1600, nella quale, a guisa di fanatico e di forsennato, sia per malizia, sia per lo terrore, ora affermando, ora negando, tutto s'intriga e s'inviluppa: gli riuscì, per tante cose strane ed inette che gli usciron di bocca, farsi creder pazzo, onde fu condennato a perpetuo carcere, dal quale a lungo andare pure seppe co' suoi imbrogli uscirne; onde finalmente ricovratosi in Francia finì in Parigi i giorni suoi nell'anno 1639[2].

I secolari sottoposti a' Tribunali del Re furono sentenziati secondo i delitti, de' quali erano convinti: il Consigliere Marcantonio di Ponte fu destinato Commessarie alle loro cause, e molti con crudelissima morte pagarono la pena della loro ribalderia. Maurizio Rinaldo essendo stato condennato alle forche, mentr'era per giustiziarsi avanti il largo del Castel Nuovo, disse, che per disgravio di sua coscienza dovea rivelare alcune cose di somma importanza; il Vicerè fece trattener la giustizia, e lo fece condurre in Vicaria, dove fece una lunghissima deposizione, nella quale minutamente espose l'ordine tenuto in questa congiura, e svelò maggior numero di congiurati, la quale ratificò anche ne' tormenti, e poco da poi portato di nuovo al patibolo, avanti la piazza del Castel Nuovo lasciò su le forche ignominiosamente la vita.

Così dileguossi questo turbine, ma non per ciò, tornato che fu il Vicerè da Roma, ov'erasi portato in quest'anno del Giubileo, per render ubbidienza al Pontefice Clemente VIII in nome del Re, fu libero da nuovi timori del Turco; poichè Amurath Rays nel mese d'agosto del medesimo anno comparve con sei vascelli nelle marine di Calabria, e posta a terra la sua gente a' lidi della Scalea, meditava dar il sacco a quella Terra e luoghi circostanti; ma fattasegli valida resistenza da D. Francesco Spinelli Principe della Scalea, ancor che fugasse que' barbari, vi lasciò egli però miseramente la vita.

Fu spettatore il Conte da poi di quella comedia, che un impostore volle rappresentare in Napoli sotto la maschera di D. Sebastiano Re di Portogallo, di cui nel precedente libro fu brevemente narrata la favola. Ed avendo la Contessa di Lemos moglie del Vicerè invogliato il Re a far un viaggio per Italia per vedere il Regno di Napoli; dandone Filippo speranza, il Conte riputando il Palagio regale di Napoli edificato da D. Pietro di Toledo, troppo angusto per un tant'Ospite, e per una così numerosa e splendida Corte, pensò d'edificarne un altro più maestoso e magnifico, ed ottenutosene assenso dal Re, ne fece fare il disegno dal celebre Architetto Fontana. Così cominciossi la fabbrica della nuova abitazione de' nostri Vicerè, la quale continuata da poi con non minor magnificenza da D. Francesco di Castro suo figliuolo, s'ammira ora per uno delli più stupendi e magnifici edificj di Europa, sufficiente a ricevere non uno, ma più Principi e Corti regali.

Non si tralasciò ancora da Spagna, in tempo del suo governo, premere il Regno con nuovi donativi; onde ragunatosi un Parlamento generale in S. Lorenzo, nel quale, come Sindico, intervenne Alfonso di Gennaro nobile della piazza di Porto, si fece al Re un donativo d'un milione e ducentomila ducati, oltre di venticinquemila altri donati al Vicerè.

Ma poco da poi infermatosi il Conte, fu il male così pertinace, che sempre più avanzandosi, finalmente a' 19 d'ottobre di quest'anno 1601 gli tolse la vita. Fu il suo cadavere con magnifico accompagnamento trasportato nella Chiesa della Croce de' Frati Minori, dove gli furon celebrate pompose esequie. Governò egli il Regno due anni e tre mesi, nel qual tempo promulgò diciassette Prammatiche tutte savie e prudenti, per le quali si emendano molti abusi ne' Tribunali, e si danno altri salutari provvedimenti, che possono vedersi nella tante volte accennata Cronologia, prefissa nel primo tomo delle nostre Prammatiche.

Lasciò morendo, in vigor di regal carta venutagli mentr'era infermo, per Luogotenente del Regno D. Francesco di Castro suo figliuolo, giovane di 23 anni, ma maturo di senno e di prudenza, il quale lo governò insino ad aprile del 1603, nel qual tempo pubblicò diece savie Prammatiche, ed ebbe pure ad accorrere alle scorrerie del Bassà Cicala, il quale nel 1602 pose le sue genti in terra alle marine del Regno, e saccheggiò Reggio[3]. Cedè egli il governo al Conte di Benavente, eletto da Filippo per nostro Vicerè, di cui ora bisogna brevemente ragionare.

CAPITOLO II. Del Governo di D. Giovanni Alfonso Pimentel d'Errera Conte di Benavente; e delle contese, ch'ebbe con gli Ecclesiastici per la Bolla di Papa Gregorio XIV, intorno all'immunità delle Chiese.

Giunto che fu il Conte in Napoli a' 6 aprile di quest'anno 1603 mostrò un'applicazion continuata alla retta amministrazione della giustizia, e vedendo rilasciata la disciplina, riprese il rigore, e con serietà attese ad emendare gli abusi de' Tribunali, a sollecitar le cause criminali, ordinando di più, che tutti i processi, che marciavano ne' Tribunali delle province venissero in Napoli, dove sollecitamente fossero spediti i rei, o con morte, o col remo, o con altri castighi a proporzione de' delitti, de' quali erano convinti. Fu rigido e severo in punir i delinquenti, e sovente non faceva valer loro il refugio alle Chiese, cotanto era cresciuto il numero de' ribaldi, siccome tuttavia cresceva quello delle Chiese, onde con facilità si ponevano in salvo: ciò che accese nuove contese con Roma per l'immunità di quelle, di cui più innanzi saremo a favellare.

Ma non meno la perduta disciplina, che le gravezze, che soffrivano i nostri Regnicoli, e le continuate scorrerie de' Turchi, non meno che de' banditi, tennero occupato il Conte di Benavente in cure sollecite e moleste. Per essere il Regno stato premuto tanto con sì spessi e grossi donativi, e gravose tasse, mal si soffrivano poi nuove gravezze e nuovi dazj. Non finivan mai i bisogni della Corte e le richieste di nuovi soccorsi; onde bisognò finalmente venire all'imposizione d'una nuova gabella sopra i frutti. Dispiacque notabilmente alla plebe sì scandalosa gabella, ed ancorchè soffrisse il giogo, non lasciava internamente d'abborrirlo e di scuoterlo sempre che le ne veniva l'opportunità. Avvenne, che un Gabelliere avea fatto dipingere nella casetta ove riscoteva il dazio, posta al Mercato, otto Santi Protettori della Città: ciò parendo disdicevole al Vicario Generale della Diocesi, volendo egli farsi giustizia colle sue mani, mandò un suo Ministro con comitiva, con ordine di cancellar quelle Immagini con molto rumore e strepito. Accorse per ciò ivi molta gente, ed in un tratto si vide quella contrada piena di popolo: alcuni fomentati da' mal contenti, credendo che il tumulto fosse per levar via la gabella, si lanciarono sopra quella stanza per rovinarla da' fondamenti, affinchè si togliesse ogni vestigio di sì abbominevol dazio. Fu il tumulto sì strepitoso, che se la vigilanza del Vicerè non faceva tosto accorrer gente per quietarlo, sarebbe certamente degenerato in una aperta rivoluzione. Si quietò finalmente, ed il Vicerè volle prender severo castigo de' Capi principali dell'eccesso, e sopra ogni altro, dell'impertinente Ministro mandato dal Vicario, cagione di tutto il disordine: si opposero a ciò gli Ecclesiastici con attaccar brighe di giurisdizione; ma il Vicerè castigò severamente i Capi, e mandò in galea il Ministro del Vicario.

Una nuova gabella imposta sopra il sale cagionò pure dell'amarezze e disturbi; ma sopra tutto era intollerabile l'uso delle monete, tanto avidamente tosate da' Monetarj, che impedivano notabilmente il commercio: fu la città per sollevarsi, ma vi diede il Conte tosto riparo, con lasciar correre le zannette (moneta, il cui valore era di mezzo carlino) giuste o scarse che fossero, e che l'altre monete, nuove o vecchie, si ricevessero a peso per supplire con ciò alle tosate, e per togliere a' Monetarj l'occasione di tosarle per l'avvenire.

Le scorrerie de' Corsari Turchi nelle marine di Puglia non meno frequenti che dannose, saccheggiavano, predavano e riducevano in ischiavitù non picciol numero di persone. Essi s'aveano fatto asilo la Città di Durazzo nell'Albania, lontana dal Capo d'Otranto non più che cento miglia. Per isnidarli da quel luogo, fu risoluto doversi impiegar ogni opera per distrugger Durazzo. Ne fu data la cura al Marchese di S. Croce, il quale colla squadra delle nostre galee, giunto nei lidi d'Albania, e poste a terra le soldatesche ed artiglierie, superò a viva forza il Castello di Durazzo, diede il sacco alla Città, la distrusse, e ciò che vi rimase, fece divorar dalle fiamme.

I banditi dall'altra parte non lasciavano d'infestar le Calabrie: vi accorse D. Lelio Orsini per far loro argine, ne dissipò buona parte, ma non gli estinse affatto; imperocchè essendo notabilmente cresciuti, provvidero alla loro salvezza, ritirandosi altrove tra monti inaccessibili.

Ma non meno fastidiose e moleste furono le contese, ch'ebbe il Conte di Benavente a sostenere con gli Ecclesiastici per cagion d'immunità pretesa, non meno per le loro persone, che per le Chiese. La gran pietà del Re Filippo III, e la poca sua applicazione al Governo de' suoi Regni, diede lor animo di far nuove sorprese, e sopra tutto di far valere nel Regno la Bolla di Gregorio XIV stabilita intorno all'immunità delle Chiese. Si resero a questi tempi sopra noi maggiormente animosi, dal vedere, che in quella famosa contesa insorta tra il Pontefice Paolo V colla Repubblica di Venezia, sopra la quale tanto si è disputato e scritto, il Re Filippo pendeva dalla parte del Pontefice; e non ostante, che la causa di quella Repubblica doveva esser comune a tutti i Principi, seppero far sì, che il Re, non solo s'impiegasse a trattar per essi vantaggioso accordo, spedendovi a tal effetto in Venezia D. Francesco di Castro con carattere di suo Ambasciadore; ma l'indussero a comandare al Conte di Benavente nostro Vicerè, e al Conte di Fuentes Governador di Milano, che in ogni caso assistessero alla difesa della Sede Appostolica; onde da Napoli il Vicerè mandò a quest'effetto in Lombardia ventidue insegne di fanteria sotto il comando di Giantommaso Spina, ed altre ventitrè sotto il Marchese di S. Agata. Quindi è, che fra la turba di coloro che scrissero in questa causa a favor del Pontefice contra il P. Servita, Fr. Fulgenzio e Giovanni Marsilio Teologi di quella Repubblica, ve ne siano molti Spagnuoli, e de' nostri ancora, e tra questi vi fu anche il Reggente di Ponte, riputato a torto fra noi il più forte sostenitore della regal giurisdizione.

Avea Papa Gregorio nel 1591 pubblicata una Bolla, nella quale derogando alle Bolle di Pio e di Sisto V, ristrinse il numero de' delitti incapaci d'immunità, e quel che più era insopportabile, volle, che i Giudici Ecclesiastici avessero a giudicare della qualità de' delitti, e quali fossero gli eccettuati, affin di poter estrarre i delinquenti dalle Chiese; e che il Magistrato Secolare non ardisse d'estrarli, se non con espressa licenza del Vescovo; da poi che avrà costui giudicato d'essere i rei immeritevoli del confugio, per aver commessi delitti eccettuati dalla Bolla.

Prima il dichiarar le Chiese per Asili e dichiarar i delitti, s'apparteneva agl'Imperadori, come si vede chiaro ne' libri del Codice di Teodosio e di Giustiniano, e per cinque interi secoli, la Chiesa sopra ciò non v'avea stabilito canone alcuno[4]: la qual preminenza, come fu veduto ne' precedenti libri di questa Istoria, fu lungo tempo ritenuta da' nostri Principi. Da poi si videro stabiliti sopra ciò alcuni canoni, ed i Pontefici non vollero in appresso tralasciare nelle loro Decretali di maggiormente confermarsi in questo diritto. Ma furono i primi canoni e le prime loro Costituzioni moderate e comportabili, tanto che le Bolle di Pio e di Sisto non recarono fra noi molta novità, nè furono stimate cotanto strane, sì che se ne dovesse far risentimento, siccome accadde promulgata che fu questa di Gregorio, contenente pregiudizj gravissimi alle preminenze del Re e de' suoi Magistrati. Il Conte di Lemos D. Ferdinando, non la fece perciò valere nel Regno, mentre vi era Vicerè, ed a' 2 d'agosto del 1599, fece dal Reggente Martos far relazione al Re de' pregiudizj, che conteneva; ed il Re sotto li 27 febbrajo del seguente anno 1600, gli rispose, che non facesse sopra ciò far novità alcuna, ma che osservasse il solito d'estrarre i delinquenti, che si ritirano nelle Chiese, avendo egli ordinato, che si faccia istanza in Roma al Papa, acciò che moderi la Costituzione di Gregorio. Il perchè avendo il Conte, niente curando della Bolla, fatto estrarre di Chiesa il Marchese di S. Lucido, e datane parte al Re, gli fu dal medesimo risposto sotto li 17 ottobre del medesimo anno, che egli approvava il fatto, e che per l'avvenire non permettesse sopra ciò far introdurre novità alcuna[5].

Ma nel governo del Conte di Benavente gli Ecclesiastici, resi più animosi, impresero in ogni conto volerla far valere nel Regno, in tempo men opportuno che mai; poichè la città, per la perduta disciplina, era tutta corrotta, quando i delitti erano più frequenti, e quando le Chiese erano cresciute in tanto numero, che non vi era angolo, che non ne abbondasse. S'aggiungeva, che oltre alla Bolla di Gregorio, li Canonisti ed altri Dottori Ecclesiastici aveano trattato questo soggetto d'immunità con sentimenti così stravaganti e smoderati, che finalmente rare volte, secondo essi, poteva avvenir caso di poter estrarre rei per qualunque delitto, che si fosse, dalle Chiese; ed ascrivendo alla sola Corte Ecclesiastica il potere di dichiarare i delitti eccettuati, diedero in tali stranezze, che secondo le loro massime, era impossibile poterne qualificar uno per tale. Di vantaggio stesero a lor capriccio l'immunità de' luoghi, non solo a' Cimiterj, Monasterj, Cappelle, Oratorj, alle Case de' Vescovi ed Ospedali; ma anche agli atrj, alle case, alle logge, a' giardini, a' vacui ed insino a' forni, ch'erano alle Chiese vicini. Sono in fine arrivati a tale estremità di dire, che se il rifugiato, ancorchè laico, commetta nel luogo dell'asilo qualche delitto, possa il Giudice Ecclesiastico giudicarlo, col pretesto che si sia abusato del confugio.

Bastava, per non far valere la Bolla di Gregorio, la sola frequenza de' delitti ed il tanto numero delle Chiese: di che poteva il Conte di Benavente, per governo del Regno a se commesso, prender ancora ammaestramento dalla sapienza del Senato Romano, il quale, secondo che narra Tacito[6], crescendo tuttavia in molte città della Grecia l'abuso di multiplicarsi gli Asili, tanto che quelle città erano ripiene d'uomini scelleratissimi, per la licenza che lor dava l'immunità di quelli, con danno gravissimo dello Stato, reputò il Senato, a cui Tiberio avea commesso tal affare, che dovesse restringersi il numero degli Asili.

Il Conte pertanto, per reprimere con maggior vigore la pretensione degli Ecclesiastici, ne scrisse al Re sin da' 30 maggio del 1603; e non cessando quelli di proseguir l'impresa, raddoppiò l'istanza a' 19 luglio 1606, pregandolo a dar pronto rimedio ad un tanto abuso; poichè di continuo i Ministri Regj aveano differenza sopra ciò con gli Ecclesiastici, li quali volevano in ogni modo eseguire la Bolla di Gregorio, e perciò non tralasciavano contra quelli di fulminar monitorj e scomuniche, ch'era lo stesso, che perturbare il Regno, e mandare a terra la Regal Giurisdizione[7]. Dopo fatte queste rappresentazioni al Re, essendo accaduto in Napoli, che a due Nobili venuti fra loro in urta, per tema di maggior pericolo, si fosse ingiunto mandato Regio di non partirsi dalle loro case; costoro poco di ciò curando si fecer lecito di passeggiar per la città, non ostante il divieto, ed incontratisi, cimentandosi a duello, ne rimase uno estinto: l'uccisore con un suo compagno, ch'era Cavaliere Gerosolimitano, ed un servidore, tosto si salvarono nel Convento di S. Caterina a Formello de' PP. Domenicani. Ma non fece lor valere l'Asilo il Conte di Benavente; poichè avendo fatto circondare il Convento da due compagnie di Spagnuoli, e da quella del Capitan Alfonso Modarra, gittate a terra le porte, amendue col servidore furono estratti, fatti prigioni e condotti nelle carceri della Vicaria; e giudicata la causa, nel mese di maggio del 1610 fu fatto mozzar il capo all'uccisore, risparmiando la vita al Cavaliere, a riguardo dell'abito di S. Giovanni che portava.

Non mancò subito il Vicario dell'Arcivescovo di Napoli di dichiarar scomunicati il Reggente ed Avvocato Fiscale di Vicaria, con affiggere cedoloni ancora contra il Capitan Modarra e' suoi soldati, e contra il Caporale e' soldati della guardia del suddetto Reggente, che aveano rotte e fracassate le porte del Monastero ed estratti i rifugiati; ma il Vicerè non tralasciò immantenente a' 6 del detto mese di mandar una grave ortatoria al Vicario, che dichiarasse nulle tali censure, e togliesse i cedoloni; e nell'istesso dì ne mandò un'altra per via d'ambasciata al Nunzio, fattagli dal Segretario del Regno Andrea Salazar, che desse ordine al Vicario, che levasse i cedoloni, siccome a' 10 del medesimo se ne replicò un'altra al Vicario[8]; tanto che colla restituzione del Cavalier Gerosolimitano nelle mani del suo Giudice competente, fu composto l'affare, nè si parlò più di Bolla. Distese con tal occasione il Reggente di Fulvio di Costanzo Marchese di Corleto una scrittura, che volle drizzarla al Pontefice Paolo V, dove con molta evidenza dimostrava di doversi togliere, o almeno moderare la Costituzione di Gregorio.

Ma questi ricorsi avuti in Roma furon sempre inutili; onde non tralasciandosi dagli Ecclesiastici di farla valere, quando loro veniva in acconcio, fu nel Pontificato di Clemente X preso espediente, di mandar in Roma due Ministri per ottener qualche riforma agli abusi dell'immunità Ecclesiastica, uno per lo Stato di Milano, che fu il Visitator Casati, e l'altro per lo Regno di Napoli, che fu il Consigliere allora Antonio di Gaeta, poi Reggente, trascelto dal Conte di Pegneranna, che dopo il Viceregnato di Napoli, era passato in Madrid al posto di Presidente del Consiglio d'Italia. Compose ancora il Consigliere Gaeta una dotta scrittura sopra questo soggetto, e la indirizzò pure al Pontefice Clemente X ed al Marchese d'Astorga, che si trovava allora Ambasciadore in Roma; ma la missione fu inutile, siccome riuscirono in appresso sempre vani i ricorsi, che sopra ciò s'ebbero in Roma vanamente lusingandoci, che da quella Corte si potesse la Bolla riformare; onde ora non rimane altro rimedio, se non che accadendo, che gli Ecclesiastici vogliano procedere a scomuniche per far valere la Bolla (quando si è voluto usare la debita vigilanza) s'è di lor presa severa vendetta, con discacciarli dal Regno, sequestrar le loro rendite, e carcerare i loro parenti; siccome a' tempi nostri fu praticato nel governo del Conte Daun, ch'essendosi con molto scandalo di tutta la città fulminate censure contra i Giudici e l'Avvocato Fiscale di Vicaria per essersi estratta da un forno attaccato ad una Chiesa una venefica, che avea commesse infinite stragi, e tuttavia nel luogo stesso del rifugio stava fabbricando veleni; fu con modi non tanto strepitosi, quanto applauditi da tutti, cacciato dalla città e Regno il Vicario dell'Arcivescovo, cacciati i suoi Ministri, imprigionati i cursori, che ebbero ardimento d'affigger i cedoloni, e sequestrate l'entrate all'Arcivescovo istesso.

Mentre con tanta vigilanza il Conte di Benavente amministrava il Regno, pervenne avviso in Napoli, che il Re Filippo, secondo le insinuazioni de' Favoriti, da' quali reggevasi la Monarchia, avea disegnato per suo successore il Conte di Lemos figliuolo di D. Ferdinando; ond'egli con molto dispiacere, e più della Contessa sua moglie, s'apparecchiò a riceverlo per cedergli il Governo; e giunto il Lemos nel mese di giugno di quest'anno 1610 nell'Isola di Procida, fu egli ad incontrarlo, e quantunque l'avesse pregato ad entrare e stanziare in Palagio, non volle il Lemos partire da quell'Isola per dar maggior agio al predecessore di disporsi alla partenza. Partì finalmente il Conte di Benavente da Napoli a' 11 del seguente mese di luglio, dopo aver governato il Regno per lo spazio poco più di sette anni. Lasciò di se monumenti ben illustri della sua giustizia (della quale fu oltremodo zelante) e della sua magnificenza. Egli magnifico in tutte le occasioni, che se gli presentarono in tempo del suo governo, come si vide nelle feste, che fece celebrare nel 1605 per la natività di Filippo Principe delle Spagne: e nel 1607 per la nascita dell'Infante D. Ferdinando, quegli, che sotto il nome di Cardinal Infante si rese cotanto celebre al Mondo per la vittoria ottenuta agli Svizzeri presso Norlinghen. Alla sua magnificenza dobbiamo quelle ampie e Regali strade, una, che conduce a Poggio Reale ornata di bellissimi alberi e d'amenissime fonti: l'altra, che dal Regio Palagio conduce a S. Lucia, nobilitata da una vaghissima Fontana, adornata di Statue d'esquisitissima scultura, siccome egli fu, che fece costruire il Ponte, ed innalzare quella magnifica Porta della città, che conduce al Borgo di Chiaja, volendo, che dal suo cognome si fosse chiamata Porta Pimentella; e sotto i suoi auspicj fu fabbricato il Palagio destinato per uso ed abitazione degli Ufficiali, che assistono alla conservazione de' grani riposti ne' pubblici granai per l'Annona della città. Nell'Isola d'Elba, posta ne' mari di Toscana, a lui dobbiamo il Forte Pimentello: siccome nel Regno que' magnifici Ponti della Cava, di Bovino e di Benevento.

Egli ci lasciò più di cinquanta Prammatiche tutte savie e prudenti. Regolò per quelle le Fiere del Regno, e comandò, che fossero celebrate ne' tempi stabiliti ne' loro privilegi e non altramente: proibì severamente l'asportazione delle arme corte, e fu terribile contra i falsari e contra i giocatori; e diede altri salutari provvedimenti intorno alla pubblica Annona, che secondo furono stabiliti, possono vedersi nella Cronologia prefissa al primo tomo delle nostre Prammatiche.

CAPITOLO III. Del Governo di D. Pietro Fernandez di Castro Conte di Lemos; e suoi ordinamenti intorno all'Università de' nostri Studi, perchè presso noi le discipline e le lettere fiorissero.

Don Pietro di Castro fu figliuolo di D. Ferdinando, che morì in Napoli essendovi Vicerè, e fratello di D. Francesco, che governò pure il Regno in qualità di Luogotenente lasciatovi da suo padre in vigor di facoltà concedutagli dal Re. Giunto in Napoli trovò il Regno non pur esausto, ma il Patrimonio Reale e la pubblica Annona in debito di più milioni, in guisa, che nè la città avea modo di provveder di frumenti i granai, nè la Cassa Militare di pagar le soldatesche. Ma applicatosi egli a favorire le Comunità del Regno, acciò fossero più pronte a pagare i tributi dovuti al Re: a far rivedere i conti, così delle Regie entrate, come della città: a riparar le frodi, che si commettevano dagli amministratori di esse: a porre i libri in registro: e sopra tutto vegghiando, che si spendesse fruttuosamente il denaro, accrebbe l'Erario del Principe e la pubblica Annona, tanto che nel corso del suo governo fu goduta una compiuta abbondanza.

Applicò ancora l'animo ad una esatta amministrazion di giustizia, invigilando alla sollecita spedizione delle cause: fu severo e terribile contra a' malfattori, e pose terrore a' Ministri, perchè invigilassero a castigarli, ed attendessero con assiduità e vigilanza a' loro ufficj.

Ma sopra ogni altro, di che resta a noi perpetuo ed illustre monumento, fu l'amore, che egli ebbe verso le lettere e la stima che fece della nostra Università degli Studi. Innalzò per degno ricetto delle Muse un superbo e magnifico Edificio, di cui non può pregiarsi aver simile qualunque Università d'Europa. I Professori di quest'Università per non aver luogo proporzionato a' loro esercizj, da S. Andrea a Nido, ove anticamente dimoravano, erano stati costretti ricovrarsi nel cortile, che serve d'atrio alla Chiesa di S. Domenico de' Frati Predicatori, dove in alcune volte terrene, che formavano tre stanze, addottrinavano la gioventù: nelle due, che sono nel muro verso mezzo giorno e dirimpetto alla Chiesa nella prima si leggeva la Ragion Canonica e la Gramatica Greca, e nella seconda s'insegnavano le leggi civili: nell'ultima stanza del lato interno verso occidente era la Cattedra, che chiamavasi degli Artisti[9]. Ma luogo angusto ed incomodo, e mal atto a tal ministerio, nè con architettura conforme al bisogno dell'opera ed al decoro e magnificenza della città: il sentirsi con poca riverenza della vicina Chiesa spesse dispute ed armeggiamenti degli Scolari: i fastidiosi ed importuni suoni delle campane che spesso interrompevano gli esercizj de' Professori, fecero, che il Conte di Lemos, affezionato agli Studi, ne' quali nell'Università di Salamanca, in tempo della sua gioventù, avea fatti maravigliosi progressi, pensasse da dovero a darvi riparo; e riputando ciò indegno di un'Università cotanto preclara, di cui non meno l'Imperador Federico II che i Re dell'Illustre Casa d'Angiò aveano fatta tanta stima, si determinò di prepararle una magnifica abitazione e degna delle scienze, che ivi si professavano. Colla direzione adunque del Cavalier Fontana, famoso Architetto di que' tempi, fece ergere un ampio edificio fuori la Porta di Costantinopoli, nel medesimo luogo, dove prima da D. Pietro Giron Duca d'Ossuna era stata edificata la Real Cavallerizza: fecevi costruire un ben ampio Teatro, per uso de' concorsi e per altre pubbliche dispute, e sale ben grandi capaci d'un gran numero di studenti; ma ciò, che rese l'opera stupenda e maravigliosa, furono li magnifici portici e le prospettive arricchite di statue di finissima scultura. Mancò solamente la perizia dell'arte nelle Iscrizioni, che in marmo vi s'addattarono nelle sue facciate e magnifiche Porte. A questi tempi erasi corrotta fra noi la Poesia, e questi studi erano passati a' Gesuiti, presso i quali era allora riputato risiedere la letteratura; quindi da' più valenti e savi critici, che in Napoli eran allora molto pochi e rari, furono in quelle notati molti errori, e leggendosi in una d'esse a lettere cubitali quell'ULYSSE AUDITORE, si diede occasione a Pietro Lasena di comporre quel suo dotto ed erudito libro Dell'Antico Ginnasio Napoletano, dove fa vedere i sogni dell'Autor dell'Iscrizione.

Con tutto che questa grand'opera non fosse finita si spesero dal Conte centocinquantamila ducati, ch'e' raccolse da tutto il Regno. Non potè egli aver il piacere di vederla interamente compita, essendo stato breve il tempo del suo governo; con tutto ciò, ancorchè non fosse terminata la fabbrica volle far seguire la traslazione degli studi, dal luogo ov'erano, in questo nuovo magnifico edificio, e per mostrare la stima che faceva di tal Università, volle egli intervenirvi coll'assistenza de' Tribunali, disponendo egli la celebrità con una numerosa cavalcata, la quale in Napoli non fa mai veduta simile, e la novità era, perchè v'intervennero i Dottori del Collegio ed i Professori dell'Università, vestiti all'uso di Spagna con una sorta d'insegna Dottorale, che chiamavano Capiroto, divisato con varietà di colori corrispondenti ed applicati alla varietà delle scienze, che da loro si professavano. I Teologi la portavano bianca, e negra: i Filosofi azzurra e gialla; i Legisti e Canonisti di color verde e rosso; e tutti avevano le berrette co' fiocchi de' medesimi colori. In cotal guisa si fece in quest'anno 1616 l'apertura dei Regj Studi in questo nuovo Edificio, dove il Vicerè intervenne ed ascoltò l'orazione, che per tal solennità recitossi.

Ma non bastava aver in sì magnifica forma ridotti i nostri Studi, se per ben reggergli non si provvedessero di savie leggi ed ottimi istituti. Egli riordinolli con prescrivere più Statuti, che ora si leggono nel Corpo delle nostre Prammatiche[10], nelli quali, confermando la Prefettura d'essi al Cappellan Maggiore, prescrisse la norma ed il numero degli altri Ufficiali, che doveano averne pensiero: ciò che s'appartenesse a' Protettori ed al Rettore, e del modo d'eleggerlo: ai Bidelli, al Maestro di cerimonie, al Capitan di guardia ed a' Portieri. E perchè il Conte meditava arricchire quest'Edificio d'una copiosa Libreria, prescrisse ancora in questi Statuti il modo da conservare i libri, e dell'uso che se ne dovea avere, e ciò che dovea essere dell'incombenza del Custode. Parimente stabilì in quelli una Cappella propria, e v'assegnò il Cappellano, e prescrisse le Feste, che si doveano ivi celebrare.

Distribuì le Cattedre e le materie che si doveano leggere, determinando ancora a' Professori i Salari in ogni facoltà: diffinì il corso dell'anno per lo studio, e quanto tempo arcano da durare le lezioni: preserisse il modo di leggere che doveano tenere i Lettori: le visite, che il Prefetto dovea fare a' medesimi: de' loro sustituti, ed in quali casi potevano concedersi; e che niuno nelle private case potesse leggere quelle facoltà, che si leggevano ne' pubblici Studi.

Ma quello, di che merita maggior lode questo savio Ministro, fu l'avere con severe leggi stabilito, che tutte le Cattedre si provvedessero per concorsi e per opposizioni. Avea il nostro Imperador Federico II, quando riformò, ed in miglior forma ridusse questi Studi, fin dall'anno 1239, per sua Costituzione[11] ordinato, che niuno potesse assumersi titolo di Maestro, che ora diciamo Lettore, se non fosse diligentemente esaminato in presenza de' suoi Ufficiali e de' Maestri di quella facoltà, che si pretende insegnare. Questo diligente esame facevasi per opposizione: modo non già da Federico inventato, ma molto antico ed a noi da' Greci tramandato, leggendosi presso Luciano[12], che in Atene sotto M. Aurelio, morto il Professore, era surrogato in suo luogo chi dopo aver disputato coll'oppositore, e fatto un tal esperimento, avea il suffragio degli Ottimati. Parimente in Costantinopoli, per legge stabilita da Teodosio il giovane, l'esame e l'elezione de' Professori si faceva Coetu amplissimo judicante[13]. Quest'istesso praticandosi inviolabilmente nelle Università di Spagna, siccome in molte altre d'Europa, volle il Conte di Lemos con leggi più strette stabilire presso di noi. Egli ordinò, che tutte le Cattedre si provvedessero per opposizione, invitandosi con pubblici Editti coloro, che degnamente si volessero opporre: prescrisse il modo, che si dovrà tenere nella pubblicazione di questi Editti: coloro, che possono opporsi alle Cattedre; gli esercizi, che avran da fare gli Oppositori e che avranno da osservare, durante la vacanza della Cattedra: determinò il numero de' Magistrati e de' Professori, che avranno da votare in quelle: il modo da tenersi: i diritti, che dovranno pagare coloro che saranno provvisti, ed il giuramento che avran da dare prima di pigliare il possesso.

Dopo avere il Lemos dati provvidi regolamenti intorno agli Ufficiali, che reggono l'Università, ed intorno a' Professori, e del modo d'eleggerli; passa a regolare ciò che s'appartiene agli Studenti, ricerca da quelli la matricola, l'esame che dovrà farsi quando dalla Gramatica passano ad altra facoltà: determina il tempo del corso de' loro studi: prescrive il modo da tenersi nelle dispute, e pubbliche conclusioni; i loro esercizj nella Rettorica, nella lingua Greca, Matematica ed Anatomia; ed in fine le Repetizioni, che avran da fare ogni anno a' medesimi li Lettori delle letture perpetue.

Queste furono le leggi Accademiche, che stabilì il Conte di Lemos per la nostra Università degli Studi, le quali partito che fu egli dal Governo di Napoli, vedendo il suo successore D. Pietro di Giron Duca d'Ossuna, che non erano con quel rigore osservate, che ordinato avea il Conte, promulgò sotto li 30 novembre del medesimo anno 1616, nuova Prammatica, nella quale inserendo tutte le sopraddette leggi, ordinò, che quelle inviolabilmente si fossero osservate[14].

La stima che il Conte di Lemos teneva per le lettere da lui cotanto favorite, fece sì che a questi tempi fiorissero in Napoli molti Letterati, e che si rinovellasse l'istituto dell'Accademie, incominciato in tempo di D. Pietro di Toledo. Sopra tutte le altre fioriva a questi tempi l'Accademia degli Oziosi, che nacque sotto gli auspicj del Cardinal Brancaccio, e che ragunavasi dentro il Chiostro del Convento di S. Maria delle Grazie presso la Chiesa di S. Agnello, della quale era Principe Giambattista Manso Marchese di Villa; ed alle volte in S. Domenico Maggiore, nella stanza, nella quale in memoria d'avervi insegnato S. Tommaso, è rimasta la Cattedra in piedi[15]. Si ascrissero a quella, oltre i Letterati di questi tempi, molti Nobili e Signori, che aveano buon gusto delle lettere: fra quali erano D. Luigi Caraffa Principe di Stigliano, D. Luigi di Capua Principe della Riccia, D. Filippo Gaetano Duca di Sermoneta, D. Carlo Spinelli Principe di Cariati, D. Francesco Muria Caraffa Duca di Nocera, D. Giantommaso di Capua Principe di Rocca Romana, D. Giovanni di Capua, D. Francesco Brancaccio, D. Giambattista Caracciolo, D. Cesare Pappacoda, Fr. Tommaso Caraffa dell'Ordine de' Predicatori, D. Ettore Pignatelli, D. Fabrizio Caraffa, e D. Diego di Mendozza. Ma il maggior lustro glie lo diede il Conte istesso di Lemos, il quale sovente in quest'Accademia insieme con gli altri andava a leggere le sue composizioni, ed una volta vi recitò una Commedia da lui composta, che fu intesa con grandissimo plauso.

S'ascrissero parimente in quest'Accademia quasi tutti i Letterati, che si riputavano a que' tempi i migliori, come il Cavalier Giambattista Marini, Giambattista della Porta, Pietro Lasena, Francesco de Petris, il nostro Consigliere Scipione Teodoro, Giulio Cesare Capaccio, Ascanio Colelli, Tiberio del Pozzo, Anton-Maria Palomba, Giannandrea di Paolo, Paolo Marchese, Giancamillo Cacace, che fu poi Reggente, Colantonio Mamigliola, Ottavio Sbarra, e molti altri.

A questi medesimi tempi nel Chiostro di S. Pietro a Majella ne fioriva un'altra, della quale era Principe D. Francesco Caraffa Marchese d'Anzi, e vi s'arrolarono D. Tiberio Caraffa Principe di Bisignano, Monsignor Pier Luigi Caraffa, Giammatteo Ranieri, Ottavio Caputi, Scipione Milano, ed alcuni altri.

Ma per vizio di quest'età erano professate le lettere non da tutti con quella politezza e candore, che si vide da poi verso la fine dello stesso secolo. La nostra Giurisprudenza non mutò sembiante, ed i Professori così nelle Cattedre, come nel Foro, de' quali era il numero cresciuto, seguitavano i vestigj de' loro maggiori. La filosofia era ancor ristretta ne' Chiostri, dove s'insegnava al lor modo Scolastico. La Medicina era professata da' Galenici. Lo studio delle lingue, e spezialmente della latina, e l'erudizione era ristretta ne' Gesuiti. La Poesia, tutta trasformata, era esercitata da' stravaganti cervelli; e l'Istoria da pochi era trattata con dignità e nettezza.

Non fu però, che in mezzo a tanti, alcuni nobili spiriti, allontanandosi da' comuni sentieri, non calcassero le vere strade, li quali a lungo andare dieder lume a' posteri di seguire le loro pedate; ma a questi tempi essendo pochi e rari non poterono far argine ad un così ampio ed impetuoso fiume. Rilusse Giambattista della Porta, cotanto noto per le opere, che ci lasciò. Pietro Lasena Avvocato ne' nostri Tribunali e letterato di profonda erudizione. Fabio Colonna celebre Filosofo e Matematico. Mario Schipani valente Medico e cotanto amico del virtuosissimo viaggiante Pietro della Valle. Costantino Sofia, al quale Lasena dedicò il suo libro de' Vergati; ed Antonio Arcudio, Sacerdote del Rito Greco, ed Arciprete di Soleto nella provincia d'Otranto, professori di lingua Greca, amendue Maestri del Lasena e Niccolò-Antonio Stelliola, Maestro del famoso M. Aurelio Severino. E se Francesco de Petris diede fuori a questi tempi quella sua sciocca Istoria Napoletana, ben vi furono alcuni valenti investigatori delle nostre memorie che la derisero, e che diedero saggi ben chiari di quanto sopra lui valessero: fra' quali non deve tralasciarsi qui privo della meritata lode Bartolommeo Chioccarello: costui, per la testimonianza, che a noi ne rende Pietro Lasena[16], che fu suo grande amico, non cedeva a uomo nelle più laboriose ricerche delle nostre antichità, tanto che s'acquistò il titolo di Can bracco. Egli per lo spazio di quaranta e più anni consumò sua vita in ricercare tutti i regj Archivj di questa città: quello della Regia Zecca, l'altro grande della Regia Camera e quello de' Quinternioni; ed anche l'altro della Regia Cancelleria: vide quasi tutti li protocolli, ed atti de' Notari antichi di Napoli: le scritture de' Monasteri più antichi, e tutti gli Archivj de Monasteri famosi, e delle Città più celebri del Regno: donde per commessione datagli nel 1626 dal Duca d'Alba Vicerè, raccolse que' 18 volumi di scritture attenenti alla regal giurisdizione. Raccolta quanto laboriosa, altrettanto gloriosa e degna d'eterna ed immortal memoria, per la quale i sostenitori della regal giurisdizione si fanno scudo e difesa contra le tante intraprese degli Ecclesiastici, che non hanno altro scopo, che d'abbatterla.

Le costui pedate seguitarono D. Ferdinando della Marra Duca della Guardia, e D. Camillo Tutini Sacerdote Napoletano, celebre ancor egli per le opere che ci lasciò. Se D. Francesco Capecelatro suo coetaneo avesse proseguito il suo lavoro, certamente avrebbe a noi lasciata una perfetta Istoria Napoletana. Ed Antonio Caracciolo Chierico Regolare Teatino diede nei suoi libri, che ci lasciò, saggi ben chiari quanto sopra questi studi intendesse. S'innalzò poi sopra tutti costoro il famoso Camillo Pellegrini Capuano, il più diligente Scrittore, ed il più savio ed acuto critico che abbiamo noi delle nostre antichità e delle nostre memorie.

Ma ritornando al conte di Lemos, dopo avere illustrata Napoli con l'innalzamento dell'Università degli studi, non tralasciò d'adornarla l'altri edificj. A lui devono i Gesuiti la fondazione del nuovo Collegio di S. Francesco Saverio. A lui dobbiamo quella grande opera de' mulini aperti fuori le mura della città presso Porta Nolana; ed a lui deve anche il Regno d'aver resi più comodi i viaggi terrestri, con far costruire nuovi Ponti. Ma furon interrotte le speranze di ricever da lui beneficj maggiori dall'avviso, che s'ebbe d'avergli li Re Filippo destinato per successore il Duca d'Ossuna, che si trovava allora Vicerè in Sicilia. Abbandonò tosto egli il governo del Regno, e lasciato D. Francesco suo fratello in sua vece, fino all'arrivo del successore, si partì a' 8 di luglio di quest'anno 1616 alla volta di Spagna, per andare ed esercitare la carica di Presidente del supremo Consiglio d'Italia. Ci lasciò ancor egli più di 40 utili e sagge Prammatiche, le quali secondo l'ordine de' tempi s'additano nella tante volte rammentata Cronologia.

CAPITOLO IV. Del Governo di D. Pietro Giron Duca d'Ossuna; e delle sue spedizioni fatte nell'Adriatico contra Vineziani, ch'ebbero per lui infelicissimo fine.

Il Duca d'Ossuna, ne' principj del suo governo, mostrò un'applicazione grandissima ed una assiduità indefessa nell'ascoltare e provvedere a' bisogni del Regno, usando molto rigore perchè la giustizia fosse senza eccezion di persone rettamente amministrata, e nell'istesso tempo somma magnificenza e liberalità per cattivarsi universal applauso e benevolenza: per cattivarsi quella del Popolo fece togliere due Gabelle, poco prima per certo determinato tempo imposte; e per quietare la Corte di Spagna insospettita di ciò, diede a credere, che ciò notabilmente avrebbe giovato al Patrimonio Regale, ed alleggeriti i sudditi, e resigli più abili a soffrire le imposizioni; e per confermare questi concetti con le opere, sollecitò un donativo dal Regno d'un milione e ducentomila ducati, che mandò a presentare al Re per li bisogni della Corona.

Ma una nuova guerra accesa in Italia per la morte di Francesco Gonzaga Duca di Mantua, della quale il Cavalier Battista Nani[17] distesamente notò i successi e le cagioni, intrigò il Duca d'Ossuna in cose più difficili e gravi. Per le cagioni rapportate da questo Scrittore, Filippo III fu indotto ad entrarvi, e ad opporsi al Duca di Savoja, al quale con sopracciglio spagnuolo imperiosamente avea comandato, che restituisse tutto l'occupato in Monferrato. Li Veneziani all'incontro favorivano il Duca con forze e denari, onde nacquero i disgusti tra la Corte di Spagna con quella Repubblica. S'aggiunse ancora, che al Re Filippo, essendosi il Senato Veneto per cagion degli Uscocchi disgustato coll'Arciduca Ferdinando, fu duopo assistere all'Arciduca cotanto a lui stretto di parentela, e di sovvenirlo. Ma non perciò s'era fra la Repubblica ed il Re dichiarata aperta guerra, nè licenziati dalle loro Corti gli Ambasciadori.

Il Duca d'Ossuna però, secondando il genio degli Spagnuoli che pubblicavano di voler movere apertamente le loro truppe contra Veneziani, nell'istesso tempo, che il Cardinal Borgia proccurava in Roma concitargli contra il Pontefice, non tralasciò quest'occasione d'ubbidire insieme a' comandi della Corte di Madrid, e di soddisfare il suo animo, che tenne sempre avverso a' Veneziani; e por opporsi al Duca di Savoja per la guerra del Monferrato, spedì al Governador di Milano replicati soccorsi, mandandovi quattro compagnie di cavalli leggieri, e sedici d'uomini d'arme, sotto scorta di D. Camillo Caracciolo Principe di Avellino, e seicento Corazze comandate da D. Marzio Caraffa Duca di Maddaloni; e per l'altra guerra, che per cagion degli Uscocchi si faceva dalla Repubblica agli Stati dell'Arciduca, armava Vascelli per infestare l'Adriatico, parte alla Repubblica sommamente gelosa. Sapeva l'Ossuna, che non poteva più nel vivo toccar i Vineziani, che col turbare il Dominio, ch'essi vantano del Mare Adriatico, infestare il commercio e romper il traffico, ancorchè da ciò ne dovessero ricevere danno i sudditi stessi del Regno, che tenevano opulente negozio nella città di Venezia; perciò fu tutto inteso, non tanto a raccoglier milizie per soccorrere il Milanese, quanto ad armar Vascelli per molestare i Vineziani; onde rotta la sicurtà de Porti, rappresagliò la nave di Pellegrino de' Rossi. Narra il Nani[18], che avendo la Repubblica per mezzo del suo Ambasciador Gritti fattane di ciò doglianza colla Corte di Spagna, avesse ottenuti ordini diretti all'Ossuna di rilasciarla; ma che costui con superbissimo animo li disprezzasse, non senza sospetto di connivenza della stessa Corte, la quale godesse di coprire i disegni più arcani con l'inobbedienza di capriccioso Ministro. Per la qual cosa i Vineziani risolutissimi alla difesa di quel Golfo, s'applicarono a rinforzarsi nel Mare con due Galeazze ed alcune Navi, ed elessero trenta Governadori dì Galee, acciocchè, secondo il bisogno, a parte a parte andassero armando.

Ma dall'altra parte il Vicerè, vedendo, che gli Uscocchi aveano perduti molti de' loro nidi, gli allettò a ricovrarsi nel Regno con Porto franco e con premj, quelli più accarezzando, che a' Vineziani riuscivano maggiormente molesti. Presero perciò costoro sotto il calore di tal protezione la Nave Doria, che con merci ed altri Navilj minori da Corfù passava a Venezia, vendendo sotto lo Stendardo del Vicerè pubblicamente le spoglie; e se bene i Gabellieri de' Porti principali del Regno esclamavano, che col traffico mancherebbero i dazj e l'entrate Reali, furono dall'Ossuna minacciati della forca, se più ardissero di dolersi. Il Nani, quanto buon Cittadino, altrettanto appassionato Istorico nelle azioni del Duca d'Ossuna, rapporta, che costui per natura vanissimo di lingua e d'animo, non solo applicava a turbar il mare, ma di continuo parlava di sorprendere Porti dell'Istria, saccheggiar Isole, e penetrare ne' recessi medesimi della città dominante: che ora in carta, ora in voce delineava e divisava i disegni, ordinava barche di fondo atto a' canali e paludi, tracciava macchine, nè più volentieri alcuno ascoltava, che coloro, i quali lo trattenessero con adulazioni al suo nome, o con facilità dell'impresa; ma che però non era tanto ciò ch'egli credeva di poter eseguire, quanto quello che desiderava, che si credesse, acciocchè si tenesse la Repubblica involta in maggiori dispendj, e distratta a tal segno, che più debolmente, ed offender potesse l'Arciduca, ed assistere a Carlo Duca di Savoja. Spinse pertanto l'Ossuna sotto Francesco Rivera dodici ben armati Vascelli nell'Adriatico: e benchè nel procinto di spiegare le vele, giungessero ordini della Corte di Spagna di sospender le mosse, parendo strano, che nel tempo d'aprire trattati di pace in Madrid, s'inferissero dal Vicerè durissime offese; egli ad ogni modo, facendo assembrare il Collaterale, fece far relazione dal medesimo alla Corte, rappresentando, che avendo alcune Barche armate della Repubblica preso un grosso Vascello, che voleva entrar in Trieste, conveniva al decoro e servizio del Re, che il Rivera partisse, e si reprimessero i Vineziani; onde fece partire i Vascelli, ed affinchè non fosse ciò imputato ad atto di romper la guerra in nome del Re colla Repubblica, fecegli partire colle sue insegne solamente.

La Repubblica perciò impose al Belegno, che comandava la sua Armata, d'unire in Lesina quella parte, che potesse avere più pronta per passar a Curzola, per coprire le Isole, ed in particolare per rompere il principal disegno dell'Ossuna di comparire a vista dell'Istria, per dar fomento all'armi dell'Arciduca Ferdinando, e divertire quelle della Repubblica. Conseguì l'intento il Belegno; poichè giunto che furono le Navi dell'Ossuna a Calamota, spinse loro la sua Armata incontro; onde il Rivera dubitando d'essere con disavvantaggio combattuto in quel sito, date le vele a prospero vento, attraversò il mare, ed a Brindisi si condusse.

Queste mosse avendo ingelositi i Turchi, gli spinsero a calare in grosso numero alla custodia, ed ai Presidj delle loro Marine; onde da ciò prese il Vicerè l'opportunità di chiedere ad altre Potenze soccorso, pubblicando non esser altro il suo scopo, che di abbattere l'inimico comune, e per ciò chiedeva, che si dovesse unir seco le Galee del Pontefice, di Malta, e di Fiorenza. Ma dall'altra parte i Ministri della Repubblica facevano altamente risuonare il contrario alle Corti di que' Principi, dicendo, che l'Ossuna al primo Visir avea inviati schiavi, e doni per allettarlo, e con ogni sorte d'uffizio incitarlo a muovere contra la Repubblica l'armi; e fecero valer tanto i loro ufficj, che non solo s'astennero que' Principi di dare all'Ossuna le loro Galee, ma proccurarono divertirlo dall'impresa, dicendo, che non servirebbe per altro, che a svegliare i Turchi e tirarli nell'Adriatico a fronte del Regno di Napoli e dello Stato Ecclesiastico.

Ma non per ciò il Duca si ritenne d'inviar sotto Pietro di Leyva diciannove Galee ad unirsi al Rivera, il quale passato con questo nuovo soccorso a S. Croce e trovati a Lesina i Vineziani inferiori di forze tentò di tirarli fuori a combattere: ma costoro fermi solo alla difesa, sopraggiunta la notte, obbligarono l'armata Spagnuola a ritirarsi in Brindisi con la preda d'un Naviglio di Sali e d'un Vascello d'Olanda, che navigando con alcuni soldati di quelle Levate, si trovò sopraffatto dalle navi dell'Ossuna. I Vineziani per ciò seriamente pensando all'importanza dell'affare ingrossarono la loro armata; e dall'altra parte l'Ossuna accrebbe la sua a diciotto Navi e trentatrè Galee, la quale comparse sopra Lesina, con animo di provocar la Veneta alla battaglia; ed intanto i Ministri spagnuoli, per atterrire con la fama di vasti apparecchi, avean fatto precorrer voce, che l'armata dei Galeoni solita a custodire la navigazione dell'Oceano, entrando nello stretto di Gibilterra, penetrerebbe nell'Adriatico, e che in Sicilia pure s'armavano di nuovo moltissimi Legni; le quali voci erano in parte accreditate dalle ardite procedure del Vicerè, il quale oltre d'aver ingrossata con alquante Galee la Squadra del Leyva, faceva scorrere dagli Uscocchi tutto il Golfo, i quali colle loro Barche insultavano fino in vista de' Porti di Venezia istessa con depredazioni e con danni gravissimi; tanto che obbligò il Senato a disponere qualche Galea alla guardia di Chioggia, ed a scegliere in Venezia certo numero di gente atta all'armi: ciò che riuscendo nuovo in quella città, avea posto il Popolo in non poco scompiglio; il quale per una falsa voce insorta, che, essendosi già combattuto dalle due armate intorno Lesina, i Vineziani avessero ottenuta una insigne vittoria sopra gli Spagnuoli, era corso impetuosamente per manomettere la persona e la Casa di D. Alfonso della Queva Marchese di Bedmar Ambasciadore del Re Filippo in Venezia, creduto principal instigatore de' tentativi dell'Ossuna.

Le due armate però intorno Lesina, ancorchè la Spagnuola avesse provocata la Veneta, non vennero mai a battaglia; onde il Leyva, vedendo che i Vineziani s'erano posti su la difesa del Porto s'allargò a Traù vecchio, dove incendiò il paese, e predò molte barche; indi colle Galee speditamente verso Zara trascorse, dove per una preda offertaglisi, si divertì da maggior vittoria; poichè con tutto che avesse precisi ordini di tentar la sorpresa e l'occupazione di Pola, o d'alcun altro Porto nell'Istria, egli scontrandosi a due Galee di mercatanzia, avido della preda, si trattenne ad occuparle con alcuni Legni, che conducevano provvisioni di vitto all'armata nemica; onde sopraggiunti da questa gli Spagnuoli, ed imbarazzati in oltre co' Legni predati e con le ricchissime spoglie, traversato il Mare verso il Monte Gargano, radendo le rive, finalmente a Brindisi si ricondussero e poco da poi le lor Galee uscirono dal Golfo. Il Vicerè di ciò ne rimproverò acremente il Leyva, che per quella preda si fosse perduta l'opportunità d'una più importante conquista; ad ogni modo, ostentando la preda, fece condurre a Napoli le merci ed i legni, molto godendo del dispiacere che in Venezia n'appariva.

Esclamavano intanto i Ministri della Repubblica in tutte le Corti de' Principi di questi atti ostili dell'Ossuna, il quale in mezzo a' trattati di pace oltraggiava il Golfo creduto di lor Dominio, e che proccurava, avendo intelligenza co' Turchi, tirar le armi di quelli a' danni della Repubblica, li quali, pretendendo rifacimento del danno ancor da essi sofferto in quella preda, minacciavano di prenderne ragione coll'armi contra la Repubblica. Ma nell'istesso tempo non tralasciava il Duca ancor egli di declamare contra i Vineziani, dicendo esser pur troppo insoffribili i loro vanti del dominio, che sognano di quel mare: essere per ragion delle genti la navigazion libera e molto meno potersi pretendere di vietarla all'armata del Re Cattolico, che non conosce superiore alcuno nel Mondo. A questi tempi e per tali occasioni, narrasi, che il Marchese di Bedmar Ambasciadore del Re Cattolico in Venezia, per toccar più sensibilmente i Vineziani, avesse fatto comporre da M. Velsero, o come altri tengono da Niccolò Peireschio, (ciò che parimente si suspica da quel che Gassendo ne scrisse nella di lui vita) quel libro intitolato: Squittinio della libertà Veneta. Questo libro acerbamente trafisse i Vineziani, li quali con difficoltà poterono trovar altro condegno Scrittore, che lo confutasse; e che finalmente non trovando altri, vi facessero rispondere da Teodoro Grass-Winckd Olandese, il quale ne compose un opposto, col titolo: Majestas Reipublicae Venetae; siccome da poi fecero Scipione Errico e Raffael della Torre Genovese.

(Burcardo Struvio[19], ciò che conferma nel Syntagm. Juris publici Imp. R. G. cap. 2 §.17, scrisse il vero Autore di questo libro essere stato Alfonso della Queva; e dirà vero, se intende che costui, il quale era lo stesso che il Marchese di Bedmar allora Ambasciadore dei Re Cattolico in Venezia, desse commissione a M. Velsero, o ad altri di comporlo, ma non già ch'egli dettato l'avesse o composto.)

(Narrasi che il Doge di Venezia avendo data commessione a Fra Paolo Sarpi, il quale avea sì bene e dottamente confutate tante scritture uscite in difesa di Paolo V, in quella briga che prese colla Repubblica, che rispondesse anche a questo libro; Fra Paolo saviamente considerando l'arduità dell'impresa, gli avesse risposto: Serenissime, ne moveas Camarinam, immotam hanc exepedit esse.)

Scrisse parimente l'Ossuna una grave lettera al Pontefice Paolo V rappresentandogli le soverchierie dei Vineziani e la necessità, ond'era stato costretto alle spedizioni da lui fatte nell'Adriatico, e punto di ciò che coloro gli addossavano d'aver amistà ed intelligenza col Turco, gli diceva che gli Spagnuoli non avean avuta mai tregua nè pace, com'essi, col Turco, e che la guerra, che egli ad essi faceva, non era contra Cristiani, perch'essi non erano tali, se non nel nome; poichè avendogli nelle contese passate negata l'ubbidienza, perdendogli il rispetto, non potevano dirsi Cattolici; e molto più per aver discacciata da' loro Stati una Religione cotanto esemplare e zelante del servigio di Dio, quanto era quella della Compagnia di Gesù: pagando, oltre a ciò, gli Eretici di Francia, che tengono nel servizio del Duca di Savoja, e gli Eretici d'Olanda, che tengono stipendiati nelle loro armate ed eserciti, profanando le Chiese delle Terre dell'Arciduca, e che per ciò lui desiderava sapere di che Religione essi erano, e se fossero forse Cristiani, come sono li Mori e gli Eretici.

Ma mentre tra l'Ossuna, ed i Vineziani le contese erano nel maggior fervore, non si tralasciavano i trattati di pace, la quale trasferita di Spagna in Francia, finalmente si conchiuse in Parigi e si distese in Madrid, dove si conchiusero le condizioni d'essa, accettate dalla Repubblica; onde alle doglianze, che il di lei Ambasciadore fece alla Corte di Madrid contra l'Ossuna, comandò il Re al medesimo, che restituisse al Ministro della Repubblica residente in Napoli li vascelli e le merci.

Non meno al Toledo Governador di Milano, ed al Marchese di Bedmar Ambasciadore del Re Cattolico in Venezia, che all'Ossuna dispiacque questa pace, e proccuravano a tutto potere porre ostacoli in eseguire le condizioni; ma sopra ogni altro l'Ossuna, col pretesto, che i Vineziani fabbricavano un Forte a S. Croce, pubblicava per ciò di voler invadere di nuovo il Golfo; ed all'ordine venutogli di render i Legni e le merci, si mostrò pronto di ubbidire solamente in quanto a consegnare i Legni a Gaspare Spinelli Residente della Repubblica, ma non già interamente le merci, dicendo, che gran parte di quelle s'erano acquistate al Fisco Regio, per appartenersi ad Ebrei, ed a Turchi nemici della Corona di Spagna: onde non volendo ricevere il Residente il resto offertogli, si venne di nuovo alle invasioni; ed il Duca inviò con diciannove Navi da guerra di nuovo nell'Adriatico Francesco Rivera. Non minori difficoltà frapponeva il Governador di Milano all'esecuzione per ciò che s'apparteneva dal suo canto; onde il Pontefice, i Franzesi e gli altri Principi frappostisi per farli quietare, estorsero dal Marchese di Bedmar, che desse parola al Senato Veneto, che tutto sarebbesi restituito. Ma con tutto ciò sempre sorgevano nuovi ostacoli, finchè finalmente datasi esecuzione in Piemonte ed in Istria alla pace, ritirossi il Rivera nel Porto di Brindisi coll'armata; ed i Vineziani ora più che mai esclamando nella Corte di Madrid contra l'Ossuna, ottennero da quella, che, tolto da mezzo il Vicerè, l'affare della restituzione de' Legni e delle merci fosse commesso al Cardinal Borgia, con ordine, che lo componesse insieme con Girolamo Soranzo Ambasciadore della Repubblica in Roma.

Ma nel nuovo anno 1618 si scoprirono le cagioni, ond'avveniva, che non ostante la pace, l'Ossuna, il Toledo e la Queva tenevan sempre Legni armati nei Porti dell'Adriatico, li quali non tralasciavano di scorrer il mare, e con ciò tener solleciti i Vineziani, onde sovente sortivano delle rappresaglie ne' Porti con gravi doglianze de' Napoletani, che rappresentarono in Ispagna i danni, che per ciò soffrivano. Tutto nasceva dall'esito che s'attendeva d'una congiura, che il Marchese di Bedmar maneggiava in Venezia, con participazione dell'Ossuna e del Toledo. Avea il Marchese tentato in Venezia tutte le arti per accrescersi partigiani, proccurando ancora di sviar molti dall'insegne e servizio della Repubblica, e d'introdurne degli altri per valersene all'occasione. Tra questi principalmente l'Ossuna inviò un tal Jacques Pierre, Franzese di Normandia e Corsaro di professione, ma di spirito grande. Costui, finti coll'Ossuna disgusti, mostrò di voler vendicarsi, passando al servizio della Repubblica, e con facilità vi fu accolto con un compagno chiamato Langlad, perito in maneggio di fuochi. L'Ossuna, mostrandosi di ciò fieramente sdegnato, faceva custodire la moglie del Pierre, e con lettere finte proponendogli gran premj, lo richiamava al servizio. Egli all'incontro, per rendersi accetto in Venezia, mostrava le lettere istesse, proponeva molte cose speziose, simulava di propalar i disegni del Vicerè, e suggerire i mezzi per contrapporvisi. Conciliata per tanto gran confidenza, s'introdusse col Langlad nell'Arsenale ad esercitar la sua arte. In occulto teneva poi con la Queva congressi, e di continuo secretamente passavano a Napoli corrieri e spie, avendo intanto aggregati alcuni Borgognoni e Franzesi al lor partito. Il concerto era, che sotto un Inglese, chiamato Haillot, l'Ossuna spingesse alcuni bergantini e barche, capaci d'entrare ne' Porti e Canali, de' quali avevano per tutto preso la misura ed il fondo: dovevano poi seguitare più grossi vascelli, per gittar l'ancore nelle spiagge del Friuli, sotto il calor de' quali, e nella confusione, che i primi erano per apportare nel Popolo, i congiurati s'aveano divisi gli uffici, il Langlad di dar fuoco nell'Arsenale, altri in più parti della Città; alcuni manometter la zecca, prender i posti più principali, trucidar i nobili, e tutti d'arricchirsi con dare alla Città spaventevol sacco.

Ma mentre i bergantini s'apprestavano per unirsi insieme, alcuni furono presi da Fuste Corsare, altri dissipati da fiera tempesta; onde non potendo i congiurati raccogliersi al tempo concertato, loro convenne differire l'esecuzione al prossimo Autunno. Il Pierre ed il Langlad, comandati a salire sopra l'armata, non poterono negare di partire col Capitan Generale Barbarigo. Gli altri, rimasi in Venezia, non cessavano di ruminar i modi dell'esecuzione, impazientemente attendendone il tempo; ma frequentandosi tra loro i discorsi, e per aggregarsi compagni, dilatandosi tra altri delle loro nazioni la confidenza ed il segreto; Gabriele Montecasino e Baldassar Juven, gentiluomini, quegli di Normandia e questi del Delfinato, discoprirono al Consiglio de' Dieci il concerto: carcerati per ciò alcuni cospiratori, restò il tradimento comprovato, e da scritture che si trovarono, e dalla confessione de' medesimi rei, che ne pagarono con pubblico e severo supplicio la pena: alcuni però, dall'arresto de' compagni, si sottrassero colla fuga, ricorrendo al loro asilo, ch'era appunto l'Ossuna; ma il Pierre ed il Langlad, per ordine spedito al Capitan Generale, furono affogati nel mare. La Città di Venezia inorridì allo scoprimento di tal congiura, ed al pericolo corso di veder ardere i Tempj e le case; onde il Marchese di Bedmar, che era riputato il direttore ed il ministro di così pravi disegni, vedendosi in grande pericolo di essere dal furore del Popolo sagrificato al pubblico sdegno, deliberò ritirarsi nascostamente a Milano. Aveva già il Senato con espresso corriere risolutamente richiesto al Re Filippo, che lo rimovesse; onde disapprovandosi dalla Corte di Madrid, essendo solito, che a' Principi, di tali negoziati piacciano più gli effetti che i mezzi, fu all'Ambasciador Veneto risposto, che già essendosi destinato al Queva Luigi Bravo per successore, dovea egli passare in Fiandra, per assistere all'Arciduca Alberto.

Il nostro Vicerè, scoverta la congiura, negava d'esserne stato a parte, tuttavia il Mondo lo condannava per reo, vedendo, che appresso di lui s'erano ricovrati i fuggitivi, e la vedova del Pierre, posta in libertà, essere stata inviata a Malta con onorevole scorta; ma egli niente di tali romori sgomentandosi, non lasciava di tener sempre pronti ed armati li suoi legni in suo nome con dispendio immenso, e con isprovvedere d'artiglierie le Fortezze principali del Regno: di che se ne facevano acerbe doglianze alla Corte, alle quali unendosi gli ufficj, che di continuo si facevano dall'Ambasciador Veneto, si pensava di levarlo dal Governo; ma egli coll'aiuto de' suoi congiunti ed amici che teneva in Madrid, e colle spesse rappresentazioni che faceva al Re de' suoi segnalati servigi, costantemente difendeva le sue procedure; ed intanto non tralasciava di molestare i Vineziani nell'Adriatico.

Crescevano tuttavia le accuse contra il Duca di trattar il Regno crudelmente, facendolo sopportare gl'incomodi di soldatesche: dipinsero ancora al Re la scandalosa sua vita, che ad onta della Duchessa sua moglie, non contento delle pubbliche meretrici, si faceva lecito di conversare con troppa libertà con le Dame più principali, dando con ciò motivo al volgo di lacerar l'onore delle famiglie più cospicue del Regno, con somma indignazione de' mariti e de' parenti, li quali finalmente si sarebbero risoluti a qualche strano eccesso: istavano per tanto i Nobili al Re a toglierlo dal Regno; e deliberarono di inviare secretamente alla Corte F. Lorenzo di Brindisi Cappuccino, il qual avea fama di santissima vita, e dal Re Filippo tenuto, per la sua pietà, in grande stima. Proccurò il Duca impedir la missione, per averne avuta notizia, onde fece per ordine del Cardinal Montalto, Protettore dell'Ordine Francescano, arrestar il Frate in Genova; ma ottenuta dopo qualche tempo licenza di seguitare il viaggio, giunto a' piedi del Re gli rappresentò le opere del Duca; ed alle costui relazioni essendosi unite le querele di molti Nobili, furtivamente andati a Madrid, ancorchè l'Ossuna non tralasciasse di muovere ogni mezzo per difendersi dall'imputazioni fattegli, non poterono i suoi fautori sostenerlo più a lungo; onde fu da quella Corte risoluto di chiamarlo.

Fu fama confermata poi da alcuni successi, ed il Nani[20] l'ha per cosa certa, che avendo il Duca penetrato, che gli soprastava mutazione di posto, meditava cambiare il Ministerio nel Principato. A questo fine, servendosi del mezzo di Giulio Genuino Eletto del Popolo, uomo d'ingegno acre, di spirito pronto, inventore di novità, ed avido di turbolenze e di sedizioni, s'avea con lusinghe obbligata la Plebe: teneva in oltre milizie straniere al suo soldo, e legni armati da se dipendenti: proteggeva contra i Baroni indistintamente i Popoli, e dava voce di moderare gli aggravj e levar le gabelle; anzi passando un giorno, dove per aggiustare l'imposte si pesavano i viveri, tagliò alla bilancia colla sua spada le funi, dando ad intendere di voler liberi ed esenti i frutti della Terra, come sono gratuiti i doni dell'aria e del Cielo; ed il Nani soggiunge, che sperando, che i Principi d'Italia fossero per secondare il pensiero, con secretissimi mezzi tentò il Duca di Savoja ed i Vineziani: questi con insinuar loro d'aver tutto operato per ordini precisi della Corte di Madrid, e quello con invitarlo a cospirare nel disegno di cacciare gli Spagnuoli d'Italia; ma la Repubblica, aliena da simili atti e sempre cauta, nè meno volle prestarvi orecchio: il Duca ne conferì alla Corte di Francia il progetto, e dal Duca di Dighieres Contestabile di Francia fu inviata persona a Napoli, che osservasse lo stato delle cose.

La Corte di Spagna, che per la lontananza da molti suoi Stati, avea per massima la diffidenza dei Ministri che li governavano, attentissima alle procedure dell'Ossuna, penetrò facilmente le pratiche, e deliberò senza frapporvi la minor dilazione di presto levarlo, ma dubitando, che con ispedirgli successore di Spagna, si valesse della dilazione per fortificare la sua inobbedienza, ordinò al Cardinal Borgia, che da Roma con celerità e cautela si portasse a Napoli, ed introducendosi nel Governo, scacciasse l'Ossuna. Ma non si potè ciò eseguire con tanta cautela e prestezza, sì che volendo partir il Borgia nel mese di maggio di quest'anno 1620, il Duca nol penetrasse; ed avendo egli tentato invano il Cardinale, che prorogasse la sua venuta insino ad ottobre, quando vide, che il successore era giunto a Gaeta, pensò nel restante cammino tendergli insidie ed aguati: fecegli apparecchiare in Pozzuoli, dove credeva dovesse soggiornare quel dì, agiata stanza; ma il Cardinale postosi in sospetto, invece di posar in Pozzuoli, andò nell'Isola di Procida a trattenersi.

Intanto il Genuino, esagerando alla plebe i beneficj ricevuti dall'Ossuna, e che partendo sarebbero dagli Spagnuoli più severamente trattati, avea commossa una sedizione affin d'impedire al Cardinale l'entrata nella città, ed ottener per questo mezzo la continuazione del governo dell'Ossuna: di che avvisato il Cardinale, per non esporsi a' popolari insulti, risolse di nascostamente entrar nella città, e concertato il modo col Castellano del Castel Nuovo, pronto ad aprirgli le porte del Castello, montato in una picciola barchetta, e sbarcato a Pozzuoli, dentro un cocchio di notte furtivamente s'introdusse nel Castello, e la mattina poi per tempo lo sparo del cannone avvertì la città, che giunto il nuovo Vicerè, era deposto l'Ossuna. Con tutto ciò non mancò costui nella brevità del tempo tentar con lusinghe la plebe e le milizie con doni; e scrisse al Re accagionando il Cardinale di questa sua furtiva entrata, quando egli aveagli offerto con prontezza le Galee: ma ch'egli questo affronto, ed il non vendicarsene lo riponeva fra gli altri suoi servigi importanti prestati alla Corona, perchè, siccome con facilità gli avrebbe potuto vietare l'entrata in Napoli, così dopo l'ingresso con le forze della sua armata di mare e dei seimila Spagnuoli, ch'erano sue creature, avrebbe potuto scacciare l'intruso, che tale dovea riputarsi, del possesso illegittimo e clandestino, preso in luogo insolito e senza le consuete cerimonie: che avrebbe ancora potuto punire l'attentato del Castellano, che aprì di mezza notte le porte della Fortezza, ed i Reggenti del Collaterale, e gli Eletti della Città per la potestà arrogatasi di levare, e porre a lor posta i Vicerè; ma che sagrificava ogni cosa al servigio della Corona, e partiva per sostenere la sua giustizia avanti il suo cospetto nella sua regal Corte. Gli convenne per tanto partire nel giorno 14 giugno di quest'anno 1620 alla volta di Spagna, lasciando in Napoli la moglie co' suoi figliuoli, avendo prima mandato in Piombino il Genuino travestito da Marinaro, per sottrarlo dalle debite pene, donde presolo poi nel suo passaggio, il condusse in Ispagna; ma per dar tempo, che lo sdegno del Re si placasse, proseguiva il viaggio a lenti passi, e giunse a Marsiglia dopo due mesi, dove trattenevasi in feste e balli con poca volontà di seguitare il viaggio.

Intanto il Cardinal Borgia, partito l'Ossuna, s'applicò a punire i colpevoli de' passati tumulti, e delegando le loro cause al Consigliere Scipione Rovito, furono contra costoro fabbricati più processi, e molti posti in carcere, ed il Genuino fu prima dichiarato contumace, e poscia bandito di pena capitale, e confiscati tutti i suoi beni, e venduti i mobili, ancorchè per impedirne la vendita fosse stato opposto da' suoi congiunti, ch'egli era Cherico. Per disfare ciò che il suo predecessore avea imperiosamente fatto, fece riponere quelle stesse gabelle, che erano state tolte dal Duca; e diede altri provvedimenti, che si leggono in tre sue Prammatiche, nel breve tempo del suo governo lasciateci.

Ma giunto l'Ossuna in Madrid, dopo un così lento viaggio, avendo in tanto placato l'animo del Re per mezzo del Duca d'Uzeda e degli altri Favoriti suoi amici e congiunti, seppe sì ben discolparsi di ciò, che gli era stato imputato, ed aggravare all'incontro la condotta del Cardinal Borgia, che si fece ardito di domandare, che si levasse il Cardinale, e tornasse egli in Napoli a continuar l'esercizio della sua carica. Il Consiglio di Stato, che secondo lo stato deplorabile di quella Corte era governato a capriccio de' Favoriti pose l'affare in dispute, e se l'Ambasciadore della città di Napoli non si fosse gagliardamente opposto alla pretensione del Duca di voler tornare, sarebbe seguita peggiore determinazione: pure, ancorchè non si risolvesse il ritorno dell'Ossuna, fu disapprovata la maniera usata dal Cardinale, e risoluto che il Cardinal si rimovesse, non ostante le doglianze della Duchessa di Candia di lui madre, la quale altamente lamentavasi col Re del pessimo trattamento, che si faceva al suo figliuolo, dopo averlo così ben servito; e perchè ostinatamente contendeva il Duca per ritornare, si prese espediente di sospendere l'elezion del Vicerè, ed in luogo del Borgia, mandar per Luogotenente in Napoli il Cardinal Antonio Zappata, che si trovava in Roma, come fu eseguito nel mese di novembre di quest'istesso anno 1620.

Ma succeduta indi a poco la morte del Re Filippo III, mancò il modo a' Favoriti di poterlo più proteggere; poichè pervenuto alla Corona il Re Filippo IV, e caduta l'autorità della privanza al Conte d'Olivares poco amorevole dell'Ossuna, fu ordinata dal Re una nuova Giunta di Ministri per esaminare con termini giudiciali l'imputazioni, che si davano al Duca, contenute ne' processi, stati fabbricati dal Consigliere Scipione Rovito, e mandati alla Corte per ordine del Cardinal Borgia. Ne fu fatto rigoroso esame e trovatosi il Duca colpevole fu fatto arrestare e con buone guardie fu condotto nel castello d'Almeda, dove dopo una lunga prigionia, afflitto da passioni d'animo, finì la vita a' 25 settembre dell'anno 1624. L'incontinenza nei piaceri del senso, e più la smoderata ambizione di dominare, corruppe l'altre belle doti del suo animo, corruppe il pregio del suo valor militare, la sua singolare abilità per comandare e la sua prudenza civile. Ci lasciò egli per ciò molti saggi e lodevoli regolamenti che pur si leggono ne' volumi delle nostre Prammatiche additati, secondo l'ordine de' tempi, nella Cronologia prefissa al primo tomo delle medesime.

CAPITOLO V. Infelice Governo del Cardinal D. Antonio Zapatta. Morte del Re Filippo III, e leggi che ci lasciò.

Giunto il Cardinal Zapatta in Napoli (a cui il Borgia cede il governo a' 12 decembre di quest'anno 1620, giorno della di lui partita) fu accolto dalle voci del popolo, che oppresso dalle precedute calamità, non altro ardentemente desiderava, che abbondanza; onde egli per corrispondere a' loro desiderj, invigilò seriamente sopra i venditori de' commestibili, perchè non alterassero i prezzi, che imponevano gli Eletti della città, gastigando severamente coloro che contravvenivano all'assise. Visitò le Carceri della Vicaria, e d'accesso facile ascoltava volentieri ogni sorta di persone; e così soddisfacendo a' bisogni de' sudditi, s'acquistò in questi principj l'applauso e le comuni benedizioni. Essendo accaduta in gennaio del nuovo anno 1621, la morte del Pontefice Paolo V, lasciando per suo Luogotenente D. Pietro di Gambona e Leyva Generale della Squadra navale di Napoli, partì per Roma per assistere al Conclave, e seguita dopo brevi giorni a' 9 febbraio, l'elezione nella persona del Cardinal Alessandro Lodovisio, chiamato Gregorio XV, fece ritorno in Napoli, a ripigliar l'amministrazione del Regno, continuata colla medesima comune soddisfazione; la qual tanto più s'accrebbe, quando si videro riformati i Tribunali, e comandata la continua assistenza a' Ministri, e la sollecita spedizion delle liti, avendo a tal fine ordinato, che nel Palazzo di Capuana si ponesse una campana, la quale nell'ora determinata, invitando col suono i Ministri ad andarvi, togliesse a tutti il pretesto della tardanza.

Ma due infauste occorrenze interruppero il corso della sua applaudita condotta, e resero il suo governo torbido ed infelice. A' preceduti anni sterili ed infecondi, ne era succeduto un altro assai più infelice, onde ne nacque una penuria di viveri estrema: a tutto ciò s'aggiunse, che per quattro mesi continui caddero dal Cielo così incessanti pioggie, che rendute le strade impraticabili, impedivano il trasporto delle vettovaglie dalle province alla città; ed in mare i continui e tempestosi venti impedivano la navigazione, ed alcune navi, che cariche di frumenti erano per giungervi, miserabilmente naufragarono: i Turchi ancora scorrendo da per tutto le nostre marine, predavano i vascelli che di Puglia carichi di grani s'erano avviati per soccorrere l'affamata città, il prezzo delli commestibili per ciò arrivò ad eccessive ed esorbitanti somme; onde si vide un'estrema miseria e carestia da per tutto.

A questa calamità s'aggiunse un altro male gravissimo e difficile a ripararsi, per cagion delle monete chiamate comunemente Zannette, ridotte per l'ingordigia de' tosatori a stato sì miserabile, che non ritenevano più che la quarta parte dell'antico valore, ond'erano da tutti rifiutate; tanto che i prezzi delle cose alterati, la moneta non sicura e rifiutata, ridusse molti alla disperazione. Si pensò alla fabbrica d'una nuova moneta per abolirle, e fu pubblicato, che nella abolizione di quelle, niuno v'avrebbe perduto. Ma essendo impossibile a por ciò in effetto per la quantità di Zannette, ch'erano nel Regno, e 'l poco argento, che v'era da coniarsi, per sorrogarsi in luogo di quelle; nacquer per ciò disordini gravissimi e sediziose turbolenze.

La vil plebe, che vuol satollarsi, nè sapere l'inclemenza de' Cieli, o la sterilità della Terra, vedendosi mancare il pane cominciò a tumultuare ed a perder il rispetto a' Ministri, che presidevano all'Annona: il Reggente Fulvio di Costanzo un giorno del mese d'ottobre di quest'anno 1621 poco mancò, che non fosse da lei oppresso; e già ogni cosa era disposta per prorompere in un universal tumulto. Il Consigliere Cesare Alderisio, Prefetto dell'Annona, per sedar le turbolenze persuase al Cardinale, che uscisse per la città, ed in una calamità così grande consolasse il Popolo; ed in fatti in gennaio del nuovo anno 1622 postisi amendue in un cocchio uscirono; ma questa uscita peggiorò il male, poichè la plebe insolentita, veduto il Vicerè, con poco rispetto cominciò a rinfacciargli la pessima condizione del pane, che mangiava; ed avendo la guardia Alemana voluto frenar gl'insulti, si videro sopra il cocchio del Cardinale piover sassi lanciati da que' ribaldi; tanto che bisognò ricovrarsi nel vicino Palazzio dell'Arcivescovo, e far chiuder le porte di quello e della Chiesa, infinchè accorsi molti Signori ad assisterlo, non lo riconducessero salvo in Palazzo.

I disordini per le Zanette abolite, e per non essersi potuto supplire colla nuova moneta, fecero crescere le confusioni nel Popolo, il quale perduto ogni ritegno, essendo a' 24 aprile uscito il Cardinale in cocchio fuori le Porte della città, quando fu fuori Porta Capuana, si vide dietro uno stuolo di plebei, uno dei quali avvicinatosi al cocchio con un pane nelle mani, con molta arroganza gli disse: Vede V. S. Illustrissima che pane ne fa mangiare, e soggiungendo altre parole piene di minacce, lanciogli quel pane a dosso sopra il cocchio. Il Cardinale sospettando di peggio, fece sollecitar i cavalli, e presa la strada di S. Carlo fuori la Porta di S. Gennaro, entrando per la Reale, che ora diciamo dello Spirito Santo, si condusse di buon passo in Palazzo: dove consultato l'affare, fu risoluto dissimularlo.

Ma questa tolleranza, in vece d'acchetare, fomentava i tumulti e li ridusse nell'ultima estremità, come si vide poco da poi; poich'essendo a questi tempi venuto in Napoli il Conte di Monterey, destinato dal Re Ambasciador estraordinario al Pontefice Gregorio XV, postosi in cocchio il Cardinale col Conte, mentre camminavano per la città, nella strada dell'Olmo furono circondati da molti plebei, che gridavano; Signore Illustrissimo, grascia, grascia: alle quali voci essendosi voltato il Cardinale con volto allegro e ridente, un di coloro temerariamente gli disse in faccia: non bisogna, che V. S. Illustrissima se ne rida, essendo negozio da lagrimare, e seguitando a dire altre parole piene di contumelie, si mossero gli altri a far lo stesso, ed a lanciar pietre al cocchio, talchè a gran passi fu duopo tornar indietro e ritirarsi in Palazzio. Allora stimossi dannosa ogni sofferenza e fu riputato por mano a severi castighi; onde formatasi Giunta di quattro più rinomati Ministri, che furono il Reggente D. Giovan Battista Valenzuola ed i Consiglieri Scipione Rovito, Pomponio Salvo e Cesare Alderisio, fabbricatosi il processo, furono imprigionate più di 300 persone: convinti i rei, contra essi a' 28 maggio fu profferita sentenza, colla quale diece ne furono condannati a morir su la Ruota, all'uso Germanico, dopo essersi sopra carri per li pubblici luoghi della città fatti tanagliare: furono le lor case diroccate ed adeguate al suolo: pubblicati i loro beni ed applicati al Fisco: i loro cadaveri divisi in pezzi, e posti pendenti fuori le mura della città per cibo degli uccelli, e le loro teste fur poste sopra le più frequentate Porte della medesima in grate di ferro. Sedici altri meno colpevoli furono condennati a remare, e fu diroccato ancora il fondaco di S. Giacomo nella strada di Porto, dove fu aperta quella strada, che si vede al presente, ed in cotal maniera finirono i tumulti, che sotto il governo del Cardinal Zapatta cagionarono la fame e le Zannette.

A questi tempi, mentre la città era involta in questi rumori, giunse in Napoli D. Francesco Antonio Alarcone, al quale il Re avea delegata la causa del Duca d'Ossuna. Il Genuino intanto era stato preso, ed in stretto carcere era detenuto in Madrid, donde fu condotto con buone guardie a Barcellona, e da poi trasportato nella Fortezza di Portolongone, dove fu strettamente custodito per lo spazio di molti mesi: passando l'Alarcone lo portò seco in Napoli, e chiuso nel Castel Nuovo, fu dopo due giorni mandato in quello di Baja, da dove passò in quello di Capua, e poi a quello di Gaeta. Trattatasi la sua causa, fu il Genuino condannato a perpetuo carcere nella Fortezza di Orano, ed i suoi nepoti e seguaci furono condennati a remare. Ma il Genuino dopo molti anni ottenne finalmente libertà; e narrasi che fosse, per aver mandato al Re Filippo IV che lo bramava, un modello di legno della Fortezza del Pignone, da lui lavorato nelle prigioni dell'Affrica; e ritornato poi in Napoli, benchè fattosi Prete, fu colui, che più d'ogn'altro fomentò le revoluzioni popolari del Regno accadute nell'anno 1647, delle quali più innanzi farem parola.

Intanto la città di Napoli, perchè a disordini sì gravi si desse pronto ristoro, avea segretamente spedito alla Corte il P. Taruggio Taruggi Prete della Congregazione dell'Oratorio; e consideratosi lo stato miserabile del Regno, e che per riparare alle tante strettezze, che cagionava la mancanza de' viveri e della moneta, eran necessari rimedi forti e solleciti, e che il genio facile ed indulgente del Cardinale non era confacente allo stato, nel quale eransi le cose ridotte: fu riputato espediente di levar il Cardinale, e mandare per Vicerè in Napoli il Duca d'Alba, il quale prestamente si pose in cammino, e giunse in Pozzuoli a' 14 del mese di dicembre di quest'anno 1622, e pochi giorni da poi prese il governo del Regno. Il Cardinal partì lasciando di sè concetto di mal fortunato Ministro, e che la sua natura troppo indulgente e dolce, avesse più tosto fomentati i disordini accaduti in tempo del suo governo. Egli però ci lasciò savi provvedimenti, che si leggono nel volume delle nostre Prammatiche, e s'additano nella Cronologia prefissa al primo tomo delle medesime.

In tempo del suo Governo, e propriamente a' 31 marzo del 1612, accade la morte del Re Filippo III in età di 43 anni, de' quali ne regnò 22 e mezzo. Ne fece egli nel Duomo di Napoli celebrare pompose esequie, dopo aver fatto acclamare il Re Filippo IV con cavalcata e pubblica celebrità. Morì Filippo d'acuta febbre, che gli tolse intempestivamente la vita, e in età cotanto acerba ed immatura. Egli di Margherita d'Austria, che fu sua moglie, procreò tre maschi ed altrettante femmine: D. Filippo, che fu suo successore nei Regni; D. Carlo, che poi morì; e D. Ferrante, Diacono Cardinale del Titolo di S. Maria in Portico, detto comunemente il Cardinal Infante. Delle femmine, D. Anna fu moglie di Lodovico XIII Re di Francia; D. Maria maritossi con Ferdinando Re d'Ungheria, e poscia Imperadore; ed un'altra, che morì bambina. Il suo regnare fu più tosto d'apparenza, che di realtà; poichè contento della Regal dignità, lasciò governare a' Favoriti ed a' Consigli. Si credette, che quando per l'istigazioni del Duca d'Uzeda e di Fr. Luigi Aliaga Confessore del Re, fu comandato al Cardinal Lerma, che si ritirasse, fosse il Re per assumere in se stesso il governo; ma la morte, che poco da poi lo rapì ai travagli, che seco porta l'Imperio, ne interruppe le speranze. Principe, ch'essendo decorato degli ornamenti della vita, meglio che dotato dell'arte di comandare; siccome la bontà, la pietà e la continenza lo costituirono superiore a' sudditi, così la disapplicazione al Governo lo rese inferiore al bisogno. Tenendo oziosa la volontà, si credeva, che altra funzione non avesse riserbata a se stesso, che d'assentire a tutto ciò, che il Favorito voleva; e si credette, che nell'agonia della sua morte, non fosse tanto consolato della memoria de' suoi innocenti costumi, quanto agitato dagli stimoli della coscienza per l'omissione del governo. Con tutto ciò dal primo anno del suo regnare insino al penultimo stabilì per noi molte leggi savie e prudenti, le quali, secondo il tempo che si pubblicarono, vengono additate nella Cronologia prefissa al tomo primo delle nostre Prammatiche.

FINE DEL LIBRO TRENTESIMOQUINTO.

STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI

LIBRO TRENTESIMOSESTO

Filippo IV succedè al padre in età così giovanile, che non avea oltrepassati i sedici anni, per esser egli nato in Valladolid agli 8 d'aprile dell'anno 1605. Il suo Regno fu molto lungo, avendo durato quarantaquattro anni e mezzo insino al 1665 anno della sua morte. Si sperava, che per l'assunzione al soglio d'un nuovo Re, dovessero cessare i Favoriti, ed assumer egli in se stesso il Governo, ma riuscì vana ogni lusinga; poichè portati al Re i dispacci, gli consegnò a D. Gaspare di Gusman, Conte d'Olivares, il quale, ancorchè lo desiderasse, mostrandosene alieno, con questa sua simulata modestia mosse il Re a comandargli, che fossero dati a chi il Conte volesse. Egli simulando moderazione, gli rassegnò a D. Baldassar di Zunica, vecchio ed accreditato Ministro; ma però di concerto tra loro, perchè, essendo il Zunica suo zio, aveano convenuto di sostenersi reciprocamente; onde presto caduta la maschera, tutto l'arbitrio ed il potere si restrinse nel Conte, che decorato ancora col titolo di Duca, si scoprirà ne' seguenti racconti con questo doppio titolo di Conte Duca. Nel suo lungo regnare, sempre più le cose peggiorando, fu questo Reame teatro infelice di grandi e funesti avvenimenti, per li quali rimase voto di forze e di denari, e miseramente travagliato ed afflitto. Egli avendone presa l'investitura dal Pontefice Gregorio XV lo governò in questo spazio di tempo per mezzo di nove Vicerè, che successivamente ne presero l'amministrazione, de' quali il primo fu D. Antonio Alvarez di Toledo Duca d'Alba, del cui governo saremo ora brevemente a narrare.

CAPITOLO I. Di D. Antonio Alvarez di Toledo Duca d'Alba, e del suo infelice e travaglioso governo.

Venne il Duca d'Alba a ristorar il Regno dalle precedenti calamità e miserie; ma per trovar efficaci rimedi a tanti mali, riusciva l'impresa pur troppo dura e malagevole. A fin d'evitare il disordine, che seco portava l'uso delle Zannette, se n'era incorso in un altro maggiore, per la ordinata loro abolizione, non essendovi materia, nè modo per surrogare in lor vece una nuova moneta: cagionossi per ciò un danno gravissimo non meno a' pubblici Banchi, che a' loro Creditori, li quali Banchi si trovavano avere di Zannette la somma di quattro milioni e quattrocentomila ducati. Molti altri particolari Cittadini si trovavano pure quantità grande di Zannette, che furono costretti a venderle a peso d'argento, con ciò impoverironsi molte famiglie, che per tal cagione si ridussero in una estrema mendicità, donde nasceva ancora la penuria di tutte le cose, e l'impedimento del commercio. A riparar questi mali applicò l'animo il Duca d'Alba nel principio del suo Governo, ed avendo formata una Giunta di Ministri e d'altre persone pratiche, commise allo scrutinio di quella di trovare opportuno espediente per restituire nel Regno l'abbondanza ed il commercio. Esaminato l'affare, fu conchiuso d'imporre una nuova gabella per riparare in parte a perdita sì grave, poichè ripararla in tutto era impresa disperata ed impossibile. Ma s'urtava in un altro scoglio, per la difficoltà, che s'incontrava, che non v'era materia sopra dove potesse imporsi. Era il Regno gravato di tante gabelle e dazj, che quasi tutte le cose, delle quali hassi bisogno per conservar la vita, n'erano gravate: pure, consideratosi che solo i vini, che si vendevano a minuto nell'Osterie pagavano il dazio, e gli altri, che entravano nella Città per vendersi a barile, o a botte per uso de' Cittadini, non portavano peso alcuno, fu risoluto d'imporre un ducato di gabella per botte. Così fu imposta questa nuova gabella, la quale affittatasi per la somma di circa ducati novantamila l'anno, fur queste entrate assegnate a' creditori de' Banchi per la terza parte de' loro crediti, de' quali ne riceverono un'altra terza parte in moneta nuova di contanti: e si assegnarono a' Partitarj, in soddisfazione del prezzo degli argenti somministrati per la nuova moneta, le rendite de' forastieri, delle quali era stata dal Cardinal Zapatta predecessore ritenuta un'annata da riscuotersi in quattro anni. A queste ordinazioni s'aggiunse la moderazione fatta a' prezzi de' cambj, alterati ad un segno, che non potevano tollerarsi; onde si cominciò un poco a respirare, ed a restituirsi, nel miglior modo che si potè, in parte il commercio.

Ma nuovi accidenti tennero ne' seguenti anni non meno travagliato il Regno, che il Duca. Nel 1624 per un'infausta e scarsa raccolta di viveri, si vide la città in una grande angustia. Al flagello della carestia si accoppiò il timore della peste, che dipopolava la vicina Sicilia; ma rese al Duca più travaglioso il suo governo la guerra, che per lo Marchesato di Zuccarello s'accese tra il Duca di Savoja e la Repubblica di Genova, dalla quale, nel progresso di quella, per la fama del suo valore, reso celebre nelle guerre di Fiandra ed altrove, fu preso al suo servizio il nostro Maestro di Campo D. Roberto Dattilo Marchese di S. Caterina, figliuolo del Sargente Maggiore D. Alfonso, e confidatogli il comando della soldatesca pagata. Vi si aggiunse ancora l'altra guerra della Valtellina, per l'una e l'altra delle quali, per comando del Re, bisognava assistere di gente e di danaro. Mancava per sostenerle massimamente il danaro: le passate sciagure, in un governo senza economia, e con tutto ciò sempre profuso, posto in mano di Favoriti, che non come pastori legittimi, ma mercenarj, non curando le stragi e le calamità de' Popoli, aveano impoverito non meno i vassalli, che il Sovrano, e l'Erario Regale non era meno esausto che le borse de' sudditi; ma con tutto ciò il Conte Duca premeva il Vicerè, che dal Regno si spedissero milizie, e si soccorresse di danaro. Bisognò per provvedere all'estrema penuria di raccorlo con modi soavi, e che meno incomodassero i sudditi: fu per ciò ritenuta in due volte la terza parte dell'entrate d'un anno, che i creditori della Corte tenevano assegnate sopra le gabelle e fiscali, dato loro l'equivalente sopra il nuovo dazio del cinque per cento, aggiunto alle Dogane del Regno. Dall'entrate de' forestieri si tolsero venticinque per cento, e fu ordinata l'esazione di due carlini a fuoco.

Per raccor gente fu conceduto il perdono a tutti i delinquenti, contumaci e banditi, che andassero ad arrolarsi sotto l'insegne. Raccolte le soldatesche, fecene il Duca mostra sul piano del Ponte della Maddalena: oltre le milizie Spagnuole, ed i Reggimenti italiani de' Maestri di Campo Carlo di Sangro, ed Annibale Macedonio, si videro in buon'ordinanza schierati i Battaglioni delle province di Principato citra e Basilicata, sotto il comando del Sargente Maggiore Marco di Ponte: quello del Contado di Molise e Capitanata, sotto il comando del Sargente Maggiore D. Pietro de Solis Castelbianco: l'altro di Principato ultra, era condotto dal Sargente Maggiore D. Antonio Caraffa Cavaliere di S. Giovanni: quello di Terra di Lavoro, era guidato dal Sargente Maggiore Vespasiano Suardo; e quel di Terra di Bari dal Sargente Maggiore Giantommaso Blanco.

Oltre a ciò furono raccolti seimila altri uomini dalle Comunità del Regno, tassate a dar questo numero a proporzione de' fuochi; e questi furono parimente spediti sotto il comando de' Maestri di Campo D. Antonio del Tufo, e D. Roberto Dattilo, quello stesso, che poi fu richiesto al servizio de' Genovesi, come di sopra s'è narrato; ed il Principe di Satriano D. Ettore Ravaschiero guidò pure sotto la sua scorta altre squadre.

A queste spedizioni fatte dal Duca d'Alba s'aggiunse l'aver egli proccurato un donativo dalla città di centocinquantamila ducati per supplire alle spese di queste guerre, per le quali non tralasciarono di somministrare altri ajuti molti Titolati e Cavalieri napoletani. E fu duopo al Duca d'accorrere a' bisogni non solo delle guerre d'Italia, ma insino a Fiandra mandar dal Regno gente e denaro.

Nè pur di ciò sazio il Conte Duca, poichè le guerre d'Italia tuttavia continuavano, e n'andavano sempre mai pullulando altre nuove, avea mandato ordine a tutti i Governatori degli Stati, che il Re possedeva di qua dell'Alpi, che per accorrere in ogni bisogno che mai potesse nascere, era mestieri mantener sempre pronti, anche in tempo di pace, ventimila fanti e cinquemila cavalli, e che perciò trovassero espedienti per sostentarli. Ma, avendo il Vicerè proposto l'affare nel Consiglio di Stato, fu risoluto, che si rappresentasse al Re, che questo sarebbe stato un peso insoffribile al Regno cotanto aggravato; e che l'aggiungerne altri nuovi particolarmente in tempo di pace, sarebbe stata un'oppresione, che avrebbe distrutti i mezzi di poterlo poi servire in tempo di guerra, e nelli più urgenti bisogni.

Non tralasciarono ancora a questi tempi i Turchi di travagliar le nostre marine, li quali profittandosi dell'occasion dell'assenza delle squadre marittime dal Regno, comparvero ne' nostri mari, e sotto il Monte Circello alcune Galee di Biserta presero sei Navi, che andavano a caricar grani per l'Annona della città; poscia assalirono la Terra di Sperlonga presso Gaeta, il Castel dell'Abate e la Torre della Licosa. Altri quattordici vascelli Turchi infestarono le marine del Capo d'Otranto; e se il Marchese di S. Croce non fosse qui giunto coll'armata di Spagna, che gli pose in fuga, d'altri più gravi danni sarebbero stati cagione.

Pure i tremuoti vi vollero avere la lor parte. Nel mese di marzo del 1626 fecesi sentire in Napoli, ed in molte parti del Regno, un così orribile tremuoto, che empì la Città d'orrore e di spavento. Nel seguente mese d'aprile scosse più fieramente la Calabria, con gran danno della città di Catanzaro, di Girifalco e d'altre Terre. Ma nel nuovo anno 1627 si fece con maggior violenza sentire in Puglia, dove abbattè molte Terre, e fece strage grandissima degli abitatori, a' quali non bastando i sepolcri, fu duopo incendiar i cadaveri, perchè l'aria non si contaminasse.

Cotanto travaglioso e così pieno di fastidiose cure fu il Governo del Duca d'Alba; ma con tutto ciò non si sgomentò egli mai, nè mancò col suo valore e costanza andar incontro a' Fati. Egli ancora in mezzo a tanti travagli, non mancò dimostrare l'animo suo magnanimo e generoso in tutte le occasioni, che in Napoli durante il suo Governo gli s'offersero così nelle pubbliche allegrezze per la natività d'una figliuola, che in questo tempo nacque al Re, e delle funzioni celebrate nel Palagio Regale per li Tosoni dati a' Principi della Roccella, d'Avellino, e di Bisignano, come nella venuta, che, per l'occasione del Giubileo generale dell'anno 1625, fece in Napoli il Principe Ladislao, figliuolo di Sigismondo III Re di Polonia, e degli altri Signori ed Ambasciadori del Re, che si portavano in Roma. Ma sopra tutto rilusse la sua magnificenza, che seguendo i vestigj de' suoi predecessori, volle abbellir la Città o con nuovi edificj, o con ristorare, ed ingrandir gli antichi. Egli rifece quella Torre della lanterna al Molo, e la ridusse in quella altezza, che oggi si vede: costrusse un Baloardo nella punta del Molo con quattro Torrioni, per difesa del Porto; ed aprì quella magnifica Porta, che dal suo ancor ritiene il nome di Port'Alba, per comodità di coloro ch'andavano a' Tribunali. Costrusse il Ponte sopra il fiume Sele nel territorio della città di Campagna, un altro nella città d'Otranto; e sopra il Garigliano per comodità de' viandanti ne fece innalzar un altro. Per li timori conceputi della peste, che travagliava la vicina Sicilia, fece egli trasportare l'Espurgatojo dal luogo, ove allora si trovava presso Posilipo, in quello dove sia oggi vicino a Nisita. Fece ancora condurre l'acqua di S. Agata e d'Airola in Napoli per servigio de' Cittadini e delle fonti della città, e spezialmente del fonte vicino al Regio Palazzio da lui abbellito.

Nè mancò render la città vie più vaga e dilettevole con aprir nuove fonti, come fece nella strada di S. Lucia, d'allargar le strade, come fece in quella di Mergellina, affinchè coloro, che ricevono incomodo dal Mare, potessero andarvi comodamente per terra, ed egli fece abbellire di pitture il Regal Palazzio del famoso pennello di Belisario. Ma sopra tutto, di che il Regno gli deve, fu d'aver comandato al Reggente Carlo Tappia di perfezionare lo Stato dell'entrate e de' pesi di tutte le Comunità del Regno, e limitare le quantità che doveansi spendere in ciascun anno per servigio del pubblico: ciò, che tolse in gran parte agli amministratori di quelle la comodità di profittarsi del pubblico peculio. Parimente molto gli si deve per aver nel 1626 comandato a Bartolommeo Chioccarello quella Raccolta di tutte le scritture attinenti alla Regal Giurisdizione, ch'egli fece in 18 volumi, e che poi nell'anno 1631, per ordine del Re Filippo IV, consegnò al Visitator Alarcone, per doverli portare in Ispagna, dove furono conservati nel supremo Consiglio d'Italia.

Ma mentre il Duca d'Alba con universal soddisfazione ed applauso amministrava il Regno, avendo finiti appena sei anni del suo Governo, gli pervenne l'avviso, che il Duca d'Alcalà gli era stato dalla Corte destinato per successore: di che molto contristossene, e con tutto che non potesse sfuggir la partita, proccurò nondimeno con vari modi differirla: tanto che l'Alcalà partito dalla Corte e giunto a Barcellona, aspettando la comodità delle Galee per imbarcarsi, e queste mai non giungendo, fu costretto, dopo aversi per suo sostentamento in sì lunga dimora impegnati gli argenti, che seco portava per suo servigio, d'imbarcarsi sopra le Galee di Malta, che inaspettatamente lo condussero a vista di Napoli.

Giunse l'Alcalà a' 26 del mese di luglio dell'anno 1629, e smontato alla riviera di Posilipo, fu alloggiato dal Principe di Cariati nel Palagio di Trajetto, dove colla Duchessa sua moglie, col Marchese di Tariffa suo primogenito e con tutta la sua famiglia, fu magnificamente trattato. Il Duca d'Alba era allora travagliato in letto da fieri dolori nefritici, ed il nuovo Vicerè fu a visitarlo; ma con tutto che stasse infermo, non tralasciava l'applicazione a' negozj; ed alzatosi poi da letto, e restituita la visita all'Alcalà, si portò agli 8 d'agosto in S. Lorenzo a terminare il Parlamento già cominciato, il quale per l'infermità sopraggiunta a D. Giovan-Vincenzo Milano creato Sindico della Piazza di Nido, era rimaso sospeso. In questi ultimi giorni del suo governo ottenne egli un donativo d'un milione e ducentomila ducati dal Baronaggio ed Università del Regno, rimettendo alle medesime tutto ciò che doveano al Re di pagamenti fiscali già maturati; ed oltre a ciò ottenne un dono per se medesimo di settantacinquemila ducati. Proseguiva ancora il suo governo, ed a far molte grazie, ed a provveder diverse cariche Militari e di Toga; ed intanto l'Alcalà si tratteneva in divozioni, ed in esercitar opere di pietà in Posilipo. Finalmente partì il Duca d'Alba a' 16 agosto, lasciando di se a' Napoletani un grandissimo desiderio per la sua giustizia, bontà e prudenza civile, siccome lo dimostrano ancora le sue leggi, che ci lasciò, tutte savie e prudenti per le belle ordinazioni che contengono, le quali possono vedersi nella Cronologia prefissa al primo tomo delle nostre Prammatiche.

CAPITOLO II. Del Governo di D. Ferrante Afan di Riviera Duca d'Alcalà.

Questo nuovo Duca d'Alcalà, che venne al governo del Regno, potè mal imitare i vestigi dell'altro Duca d'Alcalà suo maggiore, per la corruzione, in cui erano ridotte le cose del Regno. Qualunque più esperto e savio Ministro era per confondersi ne' tanti disordini e calamità. Non vi erano nel Regno guerre, ma quelle di Lombardia cagionavano a noi mali peggiori, che se ardessero nelle viscere di quello. I Turchi non tralasciavano le loro scorrerie nelle nostre Marine, nè vi era chi potesse loro opporsi, perchè divertite le nostre forze altrove, erano assai deboli e scarse le difese. Gli Sbanditi per l'istessa cagione non lasciavano d'infestar le campagne e le pubbliche strade, e talora anche le Terre murate. I Tremuoti, ed i nuovi timori di peste e le altre sciagure, posero tutto in costernazione e disordine.

Da chi dovea sperarsi conforto, si riceveva maggior tracollo. Il Re, posto in mano del Favorito, niente curava di noi; ed il Conte Duca che reggeva la Monarchia, per sostenere le guerre di Lombardia avea fondata la sua maggior base nel Regno di Napoli. Con tutto che col continuo premere si vedesse così esangue e smunto, non si tralasciava di dimandar continuamente soccorso di gente e di danari. L'angustie del Vicerè, e più de' sudditi, erano per ciò grandi; pure per supplire in parte a' bisogni, fu a questi tempi trovato espediente di sospendere i pagamenti delle quantità assegnate a' creditori del Re sopra le Comunità del Regno, e di prendere quarantamila ducati dalle rendite della Dogana; ma ciò non bastando, fu duopo insinuare a tutti una volontaria tassa, la quale fu regolata dal Vicerè in cotal guisa, che non eccedesse la somma di ducati mille, nè fosse meno di diece: furono per ciò costretti i Titolati ed i Baroni ed anche gli Avvocati, insino i Mastrodatti e Scrivani a votare le loro borse nelle mani del Vicerè, che raccolse per questi tributi somme grossissime, sì che si pose in istato d'accorrere con soldatesche e denari alle necessità della guerra.

Nominò pertanto il Vicerè per queste spedizioni tre Mastri di Campo per arrolare tre Reggimenti, li quali furono D. Giovan d'Avalos Principe di Montesarchio, il quale poi per la morte sopravvenuta a due suoi figliuoli rinunziò il comando, e fu eletto in sua vece D. Luzio Caracciolo di Torrecuso, ch'era suo Sargente Maggiore; Carlo della Gatta e Mario Cafarelli. Il Principe di Satriano fece pure a sue spese un Reggimento di ventidue Compagnie, che tutte andarono a servire a Milano, per dove furono parimente imbarcati altri seicento Spagnuoli e molte Compagnie del Battaglione, e ciò oltre al Reggimento di Mario Galeota, che colle Galee prima di tutti s'era avviato a Gaeta, dove gli convenne trattenersi molti mesi, perchè i venti contrari gli avean impedita la navigazione.

Ma che pro? Tanti e tali soccorsi, che riguardandosi la povertà del Regno, donde si mandavano, potevano dirsi potenti, si dissiparono in un baleno in quella guerra mal guidata e sempre infelice. Veniva per ciò di nuovo sollecitato l'Alcalà a mandarne degli altri; ma donde dovea provvedersi del denaro, già che mancavano i fondi, ed erano già esauste tutte le scaturigini? Allora si venne alla risoluzione di vendere le città e Terre demaniali del Regno, ed a metter mano alle supreme Regalie. La città di Taverna fu venduta al Principe di Satriano, quella dell'Amantea al Principe di Belmonte, il Casale di Fratta al Medico Bruno, Miano e Mianello alla Contessa di Gambatesa, Marano al Marchese di Cerella D. Antonio Manriquez, ed altri luoghi ed altre persone: ciò che cagionò disordini grandissimi, perchè avvezzi que' cittadini al Demanio Regale, ed abborrendo la servitù, che lor soprastava di sottoporsi a Baroni, diedero in tali eccessi, che i Cittadini dell'Amantea e di Taverna chiusero a' compratori le Porte, ricusando di dar loro il possesso, e fecero valere i lor privilegi in guisa, che istituitasene lite, furono, con isborsare il prezzo per termini di giustizia conservati nel Demanio Regale.

La venuta della Regina Maria sorella del Re, che andava in Alemagna a trovar Ferdinando d'Austria Re d'Ungheria suo sposo, finì d'impoverire l'Erario Regale e le Comunità del Regno. Ella, per lo sospetto della peste di Lombardia, torse il cammino, ed accompagnata dal Cardinal di Gusman Arcivescovo di Siviglia e dal Duca d'Alba, con una Corte splendida e numerosa, deliberò, tralasciata la strada di Lombardia, di far quella del Regno. Si credette che il Duca d'Alba, per oscurare l'autorità del Vicerè fosse stato l'autore di tal risoluzione, e che perciò proccurasse far differire dalla Regina il cammino, siccome in fatti dal mese d'agosto del 1630, ch'entrò in Napoli, vi si trattenne quattro mesi continui splendidamente assistita, ed in continue feste e tornei trattenuta, come conveniva ad una tanta Principessa. Il Pontefice Urbano VIII le spedì Monsignor Serra a presentarle la Rosa d'oro, che rimase presso la Regina per suo Nunzio: venne da Roma il Conte di Monterey, Ambasciadore del Re alla Corte del Papa, a baciarle la mano, siccome fecero molti altri Signori e Principesse di conto. Non si parlava di partire, ed intanto la spesa, che questa dilazion portava al Patrimonio regale, era grandissima: s'erano fatti venire molti cavalli, ed altri animali per le vetture, e s'erano costrette le comunità del Regno a mandarle, ma poi non partendo, doveansi soministrar le spese per loro mantenimento e de' condottieri. L'Erario Regale era già voto, tanto che per supplire alla spesa, s'era posto mano all'entrate del Re assegnate a' particolari, e ciò nè meno bastando, s'era convenuto torre in prestanza grosse somme da' Banchi. Il Conte di Francburgh Ambasciador d'Alemagna sollecitava il viaggio, e scorgendo, che tanto più si differiva, finalmente si dichiarò colla Regina, che giacchè non voleva partire, gli dasse permissione d'andarsene. Anche il Vicerè Alcalà s'arrischiò a dirle, che si compiacesse dargli certezza della sua risoluzione; poichè se le fosse piaciuto differir la partenza, avrebbe licenziati i cavalli, e fatti soprasedere gli altri apparecchi, che il Provveditor Generale D. Francesco del Campo avea avuto ordine di fare; il qual ufficio passato dall'Alcalà per suo zelo, che egli ebbe del maggior servigio del Re, diede appoggio al Duca d'Alba di proccurare dalla Corte, che fosse egli rimosso dal Governo, come più innanzi diremo.

Ma la dimora era eziandio cagionata, perchè intendendo la Regina di passar a Trieste colla stessa armata Spagnuola ingrossata dalle solite squadre de' Principi italiani, colla quale era giunta a Napoli, se le opposero i Vineziani, riputando con ciò offendersi il lor preteso dominio del mare; ed offerirono tutta, o parte della loro Armata, per servire al trasporto. Ricusavano i Ministri spagnuoli, minacciando di passare anco senza lor consenso; ma risolutamente dichiaratisi i Vineziani, che se alla cortesia dell'esibizioni volessero i Spagnuoli preferire la forza dell'armi, converrebbe alla Regina passare alle nozze tra le battaglie ed i cannoni; stimarono gli Spagnuoli far sospendere il viaggio, fino a nuovi ordini della Corte, la quale vergognosamente cedendo, richiese la Repubblica di prestare la sua armata ed il passo. Così finalmente partì la Regina a' 18 decembre di quest'anno 1630, e facendo il cammino di Puglia, entrò per gli Apruzzi nello Stato del Papa, ed andò a trattenersi in Ancona: da dove da Antonio Pisani Generale de' Vineziani con tredici Galee sottili fu con trattamento magnifico e regale sbarcata a Trieste[21].

Intanto non lasciavano di render travaglioso il Governo al Duca le scorrerie de' Turchi, che danneggiavano le nostre Marine; e le Galee di Biserta posero in tal confusione le spiagge di Salerno, portando via molti Schiavi, ed attaccando fuoco alla Terra d'Agropoli, che il Vicerè fu costretto a spedirvi otto Galee per discacciarli: le genti della famiglia del Duca d'Atella, che andavano nel di lui Stato, in Calabria, furono fatte schiave da' Turchi, e se non fossero state liberate dalle Galee di Fiorenza sarebbe loro convenuto tollerare una misera servitù.

Anche gli Sbanditi in molte parti del Regno facevan guasti terribili; tanto che bisognò al Vicerè che vi spedisse D. Ferrante di Ribera suo figliuol naturale con titolo di Vicario Generale di tutto il Regno, e con tutta l'autorità, che in lui risedeva, a fin di sterminarli e di visitar le Fortezze. I tremuoti, che si fecero sentire a' 2 aprile di quest'anno 1630, posero ancora gran timore e spavento: ma assai maggiori furono i timori, che s'avevano della peste, che in Lombardia faceva stragi crudeli, e che manifestossi più volte ne' confini del Regno. S'aggiunse eziandio la voce sparsa, che camminassero per l'Italia alcuni infami, li quali inventando nuove fogge di morte, proccuravano con peste manufatta estinguere, per quanto potevano, il genere umano, avvelenando l'acque per le Chiese e per le strade, ed in cotal guisa andavano spargendo la contagione. Se ben l'immaginazione de' popoli, alterata dallo spavento, molte cose si figurava; ad ogni modo il delitto fu scoperto, e punito, stando ancora in Milano l'iscrizioni, e le memorie degli Edificj abbattuti, dove que' mostri si congregavano[22]; laonde fu ordinato per tutto il Regno, che si facessero diligentissime guardie, e che non si permettesse far entrar persona alcuna, senza le debite fedi di sanità.

In tale costernazione trovandosi il Regno, ogni cosa andava in perdizione. La poca giustizia, che s'amministrava ne' Tribunali, e le sordidezze d'alcuni Ministri, costrinsero il Vicerè ed il Visitator Alarcone con ordine della Corte, di sospenderne alcuni. Gli Avvocati si congiurano e non vogliono esporsi all'esame ordinato dal Re e s'astengono d'andare a Tribunali; ed i Ministri senz'alcuna difesa votano le cause; onde fu costretto il Vicerè usar contra essi rigore, perchè ripigliassero il lor mestiere La Regal Giurisdizione, posta a terra, dà sommo adito agli Ecclesiastici di maggiormente insolentire, ed il presente Duca d'Alcalà, troppo diverso dall'altro suo predecessore, gli soffre e non ne prende severo castigo, ma usando piacevolezza, vie più gli rende insolenti; siccome chiaramente si vide a quel che accade all'Auditor Figueroa. Avea il Duca d'Alba mandato certo Spagnuolo con sua commessione ad eseguire i beni d'alcuni di Nicotera, siccome eseguì; ma fatta l'esecuzione, pretendendosi, che fra le robe eseguite ve ne fossero alcune appartenenti al Vescovo, fu da costui il Commessario di propria autorità fatto carcerare. All'attentato commesso a fin di ripararlo, si mosse il Preside della Provincia a mandar l'Auditor Figueroa in Nicotera, affinchè lo sprigionasse; ma il Vescovo intanto avealo fatto trasportare altrove in sicura custodia: onde giunto quel Ministro in Nicotera e fatte gittar a terra le porte delle prigioni, rimase deluso, non trovandovi dentro persona alcuna; e non bastando al Vescovo d'averlo così schernito, per l'ardir usato di rompere le carceri, lo scomunicò, e ne affisse i cedoloni. Il Figueroa niente curando tali fulmini, ch'ei riputava senz'alcuna ragione essersi scagliati, e per ciò da non temersi, non pensò nemmeno farsene assolvere; ma passato l'anno della censura, si vide citato a dire ciò, che sentiva della Fede Cattolica: non curò pure il Figueroa tal citazione; ma passato un altro anno, si vide, che l'Inquisizione di Roma gli avea fabbricato un processo e con solenne sentenza lo dichiarò eretico. Forse di ciò nemmeno se ne sarebbe egli molto curato; ma gl'Inquisitori di Roma, fatto questo, mandarono ordini precisi a Monsignor Petronio Vescovo di Molfetta, che si tratteneva ancora in Napoli con carattere di Ministro del S. Ufficio, che in tutte le maniere lo imprigionasse. Il Vescovo Inquisitore, senza darne notizia al Vicerè, e senza richieder da quello l'Exequatur Regium agli ordini venutigli da Roma, chiamati a se tutti i Cursori dell'Arcivescovo e del Nunzio, co' quali avea concertata la carcerazione, saputo che il Figueroa soleva trattenersi dentro il Convento di S. Luigi de' PP. Minimi, poco prezzando la riverenza del luogo, e molto meno d'esser così vicino al Palagio Regale, comandò loro, che andasser tosto ad arrestarlo. Un attentato così enorme commesso in faccia al Principe, ed una carcerazione così strepitosa fatta innanzi a' suoi occhi, mosse il Vicerè a mandar subito una compagnia di Spagnuoli per reprimer tanta arroganza, li quali avendo posto in libertà il Figueroa lo condussero nel Regal Palagio. In altri tempi si sarebbe di ciò fatto altro risentimento, e si sarebbero severamente puniti gli autori d'un sì scandaloso insulto; ma assembratisi i Regj Ministri, non fu risoluto altro, che di disarmare tutta la famiglia dell'Arcivescovo, del Nunzio e dell'Inquisitore; onde in una notte fur tolte le armi a tutte le Corti Ecclesiastiche, nè contra il Vescovo Inquisitore si procedè a castigo. Tanta moderazione nè pure bastò, perchè Roma si quietasse, la quale profittandosi del tempo, fece di questa esecuzione un rumor grandissimo, spedendo monitorj e censure contra gli esecutori e tutti coloro, che l'aveano consigliata e comandata: ciò che intorbidò alquanto le feste, che si stavano celebrando allora in Napoli per la natività del Principe D. Baldassar Carlo primogenito del Re Filippo IV, il quale fece poi cessar tutti i timori, con una sua regal carta, che mandò al Vicerè, nella quale approvando ciò ch'erasi fatto, comandò, che gli ordini del S. Ufficio di Roma non s'eseguissero affatto nel Regno, senza saputa del Vicerè, e senza sua permissione.

Mentre, per la partita della Regina Maria, il Duca d'Alcalà avea ripreso con maggior libertà il governo del Regno, vennegli avviso, che il Duca d'Alba per molte accuse fattegli alla Corte circa il trattamento fatto alla Regina, avea ottenuto, che fosse colà chiamato. Ma non furon tanto le imputazioni fattegli per ciò alla Corte, che lo rimossero, quanto che il Conte Duca, per cui si reggeva la Monarchia, volendo gratificare il Conte di Monterey Ambasciadore del Re in Roma, a lui doppiamente congiunto in parentado, per tenere il Monterey una sua sorella per moglie, ed il Conte Duca parimente erasi ammogliato con una sorella del Monterey, ricevè volentieri le accuse fatte all'Alcalà, perchè potesse servirsene di spezioso pretesto. E per non amareggiare cotanto il Duca, con grave dispendio del Re, comandò, che il Duca d'Alcalà venisse a giustificarsi in Corte de' carichi, che gli s'adossavano, non intendendosi per ciò privato del Governo, e che per ciò gli corresse il soldo di ventiquattromila ducati l'anno; e che in sua assenza andasse a governar il Regno il Conte di Monterey, al quale corresse per ciò lo stipendio di soli ducati dodicimila l'anno, come interino. Ma il Duca non vi tornò mai più, se non quando fu per passar al Governo della Sicilia; ed il Conte, ch'era interino, vi stette sei anni. Così postergato il servigio del proprio Principe, per privati interessi del Favorito, fu a noi tolto il Duca d'Alcalà, il quale, partito da Napoli ai 13 maggio di quest'anno 1631, diede luogo al Monterey, che da Roma fin da' 17 d'aprile erasi portato in Napoli, trattenendosi intanto in Chiaja nel palagio del Marchese della Valle, insino alla partita del suo predecessore. Lasciò il Duca di se un grandissimo desiderio, ed un rammarico a' Napoletani, che sentirono al vivo le calunniose imputazioni fattegli in Corte. Egli ci lasciò dodici Prammatiche tutte savie e prudenti: fu terribile contra gli sbanditi e loro ricettatori: vietò alle Piazze di Napoli ed alle Comunità tutte del Regno, di assegnar salarj, o far donazioni, anche per causa pia, senza precedente assenso e licenza del Vicerè: riformò i Regj Studi, e comandò, che non si fosse dispensato all'età necessaria per ascendere al grado del Dottorato: fece molte ordinazioni attenenti all'ufficio di Commessario Generale di Campagna; e diede altri savi provvedimenti, che si additano nella Cronologia prefissa al primo tomo delle nostre Prammatiche.

CAPITOLO III. Di D. Emmanuele di Gusman Conte di Monterey; e degl'innumerabili soccorsi, che si cavarono dal Regno di gente e di denaro in tempo del suo Governo.

Cominciò il Conte di Monterey ad amministrare il Regno con funeste apparenze, che diedero presagi d'un calamitoso governo: nella Villa del Vomero diede una donna alla luce un mirabil mostro: una spaventosa Cometa comparsa ne' principj di settembre di quest'anno diede a molti terrore; ma i tremuoti, le orribili errutazioni, le orride nubi, gli spaventosi torrenti di fuoco, le orrende piogge di cenere, che dalla notte de 15 di dicembre avea il Monte Vesuvio cominciato a spandere, non solo empiè la città ed il Regno di spavento e d'orrore, ma presagirono altri mali e nuove calamità. Vomitò il Monte fiamme con tanto empito e con tale spavento, che Napoli temè, o d'abissarsi ne' tremuoti, o di seppellirsi nelle ceneri. Lo scuotimento abbattè edificj, arrestò il corso a' fiumi, rispinse il mare ed aprì le montagne. Esalarono in fine con oppositi ed orribili effetti acque, fiamme e ceneri, dalle quali non solo restarono oppressi alcuni luoghi vicini, ma si temè, che levato il respiro dell'aria, non fosser tutti per soffocarsi. Ma placato il Cielo dalle pubbliche penitenze, spirò tal vento dalla parte avversa, che le portò a cadere oltre mare fin'a Cattaro, ed altri luoghi dell'Albania e della Dalmazia; e consumato in fine nelle viscere della Terra il sulfureo alimento, il fuoco s'estinse.

Ma non s'estinsero in noi le calamità maggiori, che ci cagionavano le guerre d'Italia. Il Conte Duca più famoso che fortunato, per gl'infelici successi delle arme Spagnuole in Lombardia, vedeva che i Ministri di quella Monarchia avevano perduta in Italia quell'autorità, che solevan prima godervi fino a tal segno, che sovente con imperiosi modi comandavano al Duca stesso di Savoia, che disarmasse. Ora li Franzesi eransi cotanto intrigati negl'interessi di quella, che avendosi resi dipendenti il Duca di Savoia per lo freno di Pinarolo, il Duca di Mantua per la custodia di Casale e del Monferrato, e gli altri Principi, chi per inclinazione, e chi per profittare, aveano posto in bilancia tra la corona di Spagna e la franzese l'Italia. Si credeva eziandio, che il Pontefice Urbano VIII per l'antiche parzialità verso la Corona franzese, per esservi stato Nunzio, e per essere compare del Re, pendesse dalla sua parte, e traversasse gl'interessi degli Austriaci; e ne diede non oscuri indizi, per vedersi il Cardinal Antonio Barberino suo nipote aver con ricche pensioni accettata la protezione di quel Regno; e dicevasi, che il Papa, quando entrarono gli Alemani in Mantova, avesse chiesto a' Cardinali soccorso per discacciarneli: e che nelle angustie maggiori, che soffriva la Religione in Germania, oppressa dagli Eretici, e calpestata dalle armi del Re di Svezia, non si fosse egli mosso, ancorchè in nome del Re Cattolico ne gli fossero state fatte in pubblico Concistoro dal Cardinal Borgia premurose istanze. S'aggiungevano le male soddisfazioni, che ricevevano in Roma i Ministri di Spagna, le quali ridussero il Cardinal Sandoval a partirsi mal soddisfatto da Roma, e ritirarsi in Napoli.

Per ciò gli animi de' Ministri spagnuoli erano pregni d'acerbi disgusti e di gravi pensieri, intendendosi esagerazioni frequenti del Conte Duca, che non sarebbe mai per godersi la pace, se non si restituisse l'Italia nell'esser di prima. A tal fine fu deliberato, che il Cardinal Infante fratello del Re passasse a Milano, per di là trasferirsi al suo Governo di Fiandra; ed a comandare nuovi apparati di guerra, ed in particolare al Regno di Napoli, che provvedesse di danaro, ammassasse gente, ed allestisse legni.

Per far argine alle male inclinazioni del Pontefice, di cui erasi sparsa voce, che avesse spedito buon numero di soldati alle frontiere del Regno, bisognò al Vicerè, che mandasse a' confini mille e cinquecento cavalli sotto il comando d'Annibale Macedonio, Marchese di Tortora; e che per fornire il Regno di nuove soldatesche comandasse a tutti i Baroni e Terre demaniali, che somministrassero buon numero di soldati.

Da questi disgusti, che passavano colla Corte di Roma, nacque a questi tempi qualche rialzamento della regal Giurisdizione, presso noi quasi che depressa; poichè la Corte di Madrid, per vendicare i disgusti co' disgusti, spedì a Roma il Vescovo di Cordova, e Giovanni Chiumazzero in qualità di Commessarj, per richieder riforma di molti abusi, che la Dataria di Roma avea introdotti in Ispagna, onde si portavano grandi aggravj a quel Regno[23], de' quali avevan fatto lungo catalogo, e con una dotta scrittura[24], rispondendo ancora ad un'altra, fatta per ordine del Papa da Monsignor Maraldi Segretario dei Brevi, li giustificavano per abusivi e intollerabili; e si stimava, che tenessero segrete istruzioni di chiedere un Concilio, ed angustiare il Pontefice con minacce e con moleste dimande[25]. Di che accortosi Urbano, pensò con frapporre lunghezza di render vani i disegni; poichè negando in prima d'ammetterli col titolo di Commessarj, dicendo, che ciò pareva che significasse certa giurisdizione ed autorità, stancò tra queste, ed altre difficoltà e lunghezze in modo il negozio ed intiepidì anche il Vescovo con isperanza di maggior dignità, che il Re accortosene lo richiamò, e conferito al Chiumazzero il titolo d'Ambasciadore, mentre col tempo si mitigava il bollore degli animi, e per l'avversità de' successi si piegava dagli Spagnuoli sempre più alla sofferenza, svanì da se stesso il negozio.

Ma intanto fra noi, animati da questi disgusti il Vicerè ed i Regj Ministri, non tralasciavano, ne' casi che occorrevano, di procedere con fortezza e vigore; poich'essendo stato con modi barbari e crudeli ucciso da alcuni Preti il Governador della Sala fratello del Consigliere D. Francesco Salgado, ancorchè Francesco Maria Brancaccio Vescovo di Capaccio, sotto la cui Diocesi si comprende la Sala, ne avesse presa di ciò conoscenza, con aver condennati alcuni degli uccisori in galea; nulladimanco riputandosi ciò troppa indulgenza ad un così scandaloso ed enorme delitto, per la qualità e carattere dell'ucciso; il Vicerè spedì una compagnia di Spagnuoli nella Sala, dove coll'alloggio a discrezione, trattarono, alla rinfusa così Preti come laici, malamente que' Cittadini: di che avendone voluto far risentimento il Vescovo con monitorj, fu il di lui fratello D. Carlo Brancaccio mandato prigione in Castello, ed egli fu costretto sgombrar dal Regno, e girsene in Roma. Ciò che gli riuscì di maggior favore; poichè mentre trattenevasi nella Corte del Papa angustiato dalle spese e da' debiti, entrato in somma grazia del Cardinal Antonio nipote del Papa, fu per esempio degli altri (affinchè si mostrassero sempre forti nella difesa della giurisdizion Ecclesiastica, con la speranza d'esserne ben premiati) nel Concistoro de' 20 novembre dell'anno 1633 promosso, senz'aspettarlo, al Cardinalato; e per aggiungerci maggior onta e disprezzo, gli fu dal Papa conferito l'Arcivescovado di Bari, e rimandato nel Regno per prenderne la possessione. Ma il Vicerè di ciò fortemente crucciato, al suo arrivo, in vece del possesso, gli fece apprestare una Galea, perchè tosto ritornasse in Roma, nè mai più nel Regno capitasse; di che il Papa fecene gran romore, e ne ricevè sommo dispiacere: a' quali disgusti se ne aggiunsero poco da poi altri, perchè dalle genti di Corte fu fatto uccidere in Pozzuoli un Canonico di quella Chiesa: e trovandosi nelle carceri di Vicaria un ribaldo, che pretendeva, per essersi estratto dalla Chiesa di S. Giovanni a Mare, esser in quella riposto; mentre si disputava dell'articolo della reposizione, commise un nuovo delitto nelle carceri stesse, onde il Vicerè la notte de' 19 di aprile del 1633 lo fece morire su le forche, che fece piantare davanti al Palagio della Vicaria, poco curando le istanze e le censure, che l'Arcivescovo fece lanciare contra coloro, che il fecero imprigionare.

Ma durò poco fra noi tal vigore, poichè per l'avversità de' successi delle armi del Re, sempre piegando gli Spagnuoli alla sofferenza, bisognò usar ogni arte per rendersi amico il Pontefice, e gli altri Principi d'Italia; e poichè i Ministri franzesi non cessavano d'imprimere ne' Principi gelosi pensieri, e d'esortarli a congiungersi insieme per discacciare, sotto il patrocinio della loro Corona, gli Spagnuoli d'Italia; all'incontro gli Spagnuoli proponevano a tutti grandi vantaggi, al Gran Duca di Fiorenza grosse pensioni, al Duca di Modena Correggio, al Duca di Parma il Generalato del Mare, ed una Vice-Reggenza: e sopra tutto per dar riputazione alle armi, studiavansi di accrescerle con nuove soldatesche, che da Napoli si sollecitavano insieme con denari ed altri militari provvedimenti.

Per ciò il Conte di Monterey era continuamente richiesto di soccorsi, onde comandò l'elezione de' Soldati della nuova milizia del Battaglione, ed unì cento e quindici Compagnie di pedoni di ducento trenta uomini l'una; e liberando i soldati d'uomini d'arme dal peso di mantenere un doppio cavallo, ridusse sedici compagnie di essi a compagnie di corazze, accrescendone il numero fino a sessanta per ciascheduna, oltre gli Ufficiali. Partì ancora in novembre del 1631 per lo Stato di Milano il Principe di Belmonte con un Reggimento d'Italiani di 14 Compagnie, assoldate a sue spese, e nel mese di gennajo del nuovo anno 1632 prese la medesima strada un altro Reggimento d'Italiani di mille e seicento soldati comandati dal Mastro di Campo Marchese di Torrecuso, col quale s'accompagnò il picciol Conte di Soriano per andare a ritrovare il Duca di Nocera suo Padre. Parimente nel luglio del seguente anno 1633 furono spediti per Milano quattrocentocinquanta fanti sotto i Maestri di Campo Lucio Boccapianola e D. Gaspare Toraldo, oltre mille cavalli comandati dal Commessario Generale D. Alvaro di Quinones, co' quali il Duca di Feria Governadore di quello Stato si portò nell'Alsazia a soccorrere Brisac.

Non solo questo Regno era riserbato per somministrar soccorsi di gente e di denaro per le guerre d'Italia; ma anche per quelle di Fiandra, di Catalogna, insino a quelle di Germania. Nell'anno 1632 s'imbarcarono quattromilasettecento soldati, comandati da' Marchesi di Campolattaro e di S. Lucido per Catalogna, e v'andarono parimente otto Compagnie di Cavalli smontati col denaro bisognevole per montarle in quel Principato. Nel mese di gennajo del seguente anno 1633 sotto il comando del Sargente Maggiore Ettore della Calce furono spediti per Catalogna settecento persone, per riempire i Reggimenti napoletani, che ritrovavansi in quel Paese.

Giunse intanto in Milano il Cardinal Infante con titolo di Generalissimo di tutte le armi della Corona, essendosegli dato per Consigliere D. Girolamo Caraffa Principe di Montenegro, al quale, morto in Milano, fu sustituito dal Re Fr. Lelio Brancaccio, che immantenente si condusse a Milano, alla qual volta il Vicerè spedì subito D. Gaspare d'Azevedo Capitan delle sue guardie a passar con l'Infante i dovuti ufficj, e nel mese di maggio del seguente anno 1634 gli mandò soccorsi tali, che non furono veduti più potenti uscire dal Regno; poichè vi spedì seimila fanti, de' quali n'erano mille Spagnuoli del Reggimento di Napoli, sotto il comando di D. Pietro Giron; gli altri erano Napoletani, comandati da' Maestri di Campo Principe di S. Severo e D. Pietro di Cardenes. Il Marchese di Tarazena Conte d'Ajala guidava mille cavalli, ed era Capo di tutto questo potentissimo soccorso, che fece risolvere il Cardinale di passare in Germania, dove avendo unite le forze della Corona con quelle del Re d'Ungheria e del Duca Carlo di Lorena, diede sotto Norlinghen quella famosa battaglia, nella quale dissipò l'esercito Svedese con morte d'ottomila persone, e prigionia di quattromila, oltre l'acquisto d'ottanta pezzi d'artiglieria e di ducento insegne. Vittoria della quale ogni anno agli otto di settembre si celebra anniversario, come quella, che preservò il resto dell'Alemagna dall'eresie e dall'invasioni de' Svedesi, e cagionò poco da poi all'armi Cattoliche l'acquisto di Ratisbona.

Ma non finirono qui i soccorsi: altri maggiori se ne cercavano dal Regno per la custodia dello Stato di Milano, minacciato dall'arme del Re di Francia. Bisognò prima, che il Vicerè provvedesse di diece grossi Vascelli il Marchese di Santa Croce Luogotenente Generale del Mare, con 2200 Napoletani e molte provvisioni, spediti sotto il comando dell'Ammiraglio D. Francesco Imperiale, e di diciotto Galee con duemila Spagnuoli e mille e trecento Napoletani comandati da' Maestri di Campo Gaspare d'Azevedo e D. Carlo della Gatta; e nel seguente anno 1635, prima che il Re Franzese assalisse lo Stato di Milano, bisognò al Vicerè provvedere alla difesa, mandando in Lombardia 2800 pedoni, divisi in due Reggimenti dei Maestri di Campo Filippo Spinola e Carlo della Gatta, e mille cavalli sotto il Commessario Generale D. Alvaro di Quinones, col danaro necessario per assoldare quattromila Svizzeri ne' Cantoni collegati con la Casa d'Austria. Ed in tanto fu disposta la partenza dell'Armata navale, composta di trentacinque Galee e diece grossi Vascelli, sopra la quale montarono settemilacinquecento soldati tra Spagnuoli e Napoletani. Gli Spagnuoli erano duemilanovecento, de' quali duemilatrecento erano del Reggimento del Regno, comandati dall'Azevedo, e seicento dell'Isola di Sicilia sotto il comando di D. Michele Perez d'Egea. Gli altri erano Napoletani distribuiti in tre Reggimenti de' Maestri di Campo D. Giovan-Battista Orsini, Lucio Boccapianola e D. Ferrante delli Monti; e Fr. Lelio Brancaccio comandava a tutti con titolo di Maestro di Campo Generale. Partì l'Armata dal Porto di Napoli verso Ponente a' 10 maggio di quest'anno 1635, ma ebbe infelice navigazione, sbattuta da' venti e da procellose tempeste; tanto che il Marchese di S. Croce, lasciata buona parte delle milizie in Savona per accrescere l'esercito di Lombardia, dove i Franzesi tenevano assediata Valenza, non fece altra conquista, che quella dell'Isola di S. Margarita.

Nuovi sospetti s'aggiunsero nel nuovo anno 1636, che obbligarono il Vicerè alla difesa del proprio Regno. Per li continui timori, che dava la Francia, fu fatto arrestare un Frate Agostiniano, per sospetto d'intelligenza co' Franzesi, chiamato Fr. Epifanio Fioravante da Cesena, il quale posto fra' ceppi rivelò, che i Franzesi meditavano far delle irruzioni in diversi luoghi del Regno, e che tenevano la mira anche d'invadere la città dominante; anzi soggiunse, che il famoso bandito Pietro Mancino, di concerto, dovea impadronirsi del Monte Gargano, per consegnarlo al Duca di Mantova, e porre sossopra tutta la Puglia. Ciò saputosi, fu di mestieri al Vicerè, con esorbitantissime spese, fortificare Barletta, Taranto, Gaeta, ed il Porto di Baja, dove vi fece edificare due gran Torri, di ristorare la Fortezza di Nisita e le mura di Capua: di terminare le fortificazioni dell'Isola d'Elba, detta comunemente Portolongone, principiate già dal Conte di Benavente; di provvedere tutte le marine del Regno di soldatesca e di mettere in mare trenta vascelli e diece Tartane. E per maggior custodia della città fece prender l'armi a diecemila persone del Popolo napoletano, poste sotto il comando di D. Giovani d'Avalos Principe di Montesarchio. Ma il tempo fece da poi conoscere, che questi timori venivan dai Franzesi, non per altro fine, che obbligando il Regno alla propria difesa, venisse con ciò ad impedire i continui soccorsi, che da quello si mandavano in Milano, onde il Monterey penetrato il disegno, sollecitò nuovi soccorsi, e spedì in Lombardia sopra alcuni Vascelli e Galee i Reggimenti de' Maestri di campo D. Michele Pignatelli, Tiberio Brancaccio, Achille Minutolo, Giambattista Orsini, Pompeo di Gennaro, Girolamo Tuttavilla e Romano Garzoni, oltre a mille cavalli, che Giantommaso Bianco vi condusse per terra. Ciò che fece risolvere al Marchese di Leganes, accresciuto di sì validi soccorsi, di venire coll'inimico a battaglia in Tornavento, nella quale gloriosamente vi morì Girardo Gambacorta de' Duchi di Limatola Generale della cavalleria napoletana, siccome avvenne a Lucio Boccapianola sotto Vercelli.

Non furono veduti ne' passati governi degli altri Vicerè soccorsi sì spessi e sì potenti cavati dal Regno quanto quelli, che si fecero in tempo del Conte di Monterey, non solo per lo Milanese, ma per la Catalogna, per la Provenza ed altrove; e coloro che si presero la briga di tenerne conto, calcolarono, che di gente il numero arrivò a cinquemilacinquecento cavalli, e quarantottomila pedoni; e di denaro la somma ascese a tre milioni e mezzo di scudi; oltre al denaro consumato nelle fortificazioni delle Piazze del Regno, nell'arrollamento di tanta gente, nelle spedizioni dell'Armate navali, nel mantenimento dell'Isola di S. Margherita, nella fabbrica di sei vascelli da guerra e d'alcune Galee per accrescere la Squadra al numero di sedici, e di ducentotto pezzi di cannoni, come anche in quella di settantamila archibugi, moschetti e picche per la fanteria, e delle pistole e corazze per la cavalleria.

Cotante, e sì insopportabili spese tutte uscivano dalle sostanze de' sudditi, e dalli Patrimonj della città e delle Comunità del Regno, che continuamente eran costrette a somministrar nuove somme per la necessità di tante infelici e mal fortunate guerre, e per li tanti e continui bisogni della Corte di Spagna; donde fu in buona parte cagionato il debito di quindici milioni, del quale si trovava aggravato il Patrimonio della città, la quale ne pagava l'interesse ai creditori del frutto, che perveniva delle sue gabelle. E ciò nè meno bastando furono più volte a' forastieri tolte le loro entrate, e sovente anche quelle che possedevano i regnicoli sopra gli arrendamenti, e' fiscali. S'imposero per ciò molte altre gravezze, essendosi aggiunto alla gabella della farina, prima cinque grana, poi altre sette per moggio: un grano per rotolo alla gabella della carne, ed un carlino sopra ciascun stajo d'olio. Ciò che non seguì senza contrasti ed opposizioni, considerandosi non solo le grosse somme spremute in pochi anni dal Regno, ma che buona parte andava a colare, non già nella cassa del Re, ma nell'altrui borse, e che sempre via più crescendo i bisogni, e l'un chiamando l'altro, venivano i popoli a soffrire insopportabil giogo; onde fu risoluto spedire al Re D. Tommaso Caraffa Vescovo della Volturara, perchè avesse di tante miserie ed afflizioni compassione, e vi desse conforto; ma queste missioni, per li bisogni urgenti che tuttavia crescevano, riuscivano tutte vane ed inutili. Bisognò pagare i seicentomila ducati, che il Cardinal Infante dimandò da Milano: continuare a sostenere le soldatesche, che guardavano il Regno: unir nuove milizie per reclutare gli eserciti, che teneva scarsi la Spagna in più luoghi; fornir l'armate navali, e sostenere l'Isole di S. Margherita e di S. Onorato occupate in Francia, finchè di nuovo, nel mese di maggio del 1637, costrette dalla fame, non cedessero all'armi di quel Re, e tornassero sotto il di lui dominio.

In mezzo a tante calamità non tralasciava però il Conte di Monterey i sollazzi, le commedie e le cacce, alle quali era inchinato: nè mancò, imitando i vestigj de' suoi predecessori, di lasciare a noi belle memorie della sua magnificenza. Egli rese più ampia e comoda la strada di Puglia: arricchì li fonti della città d'acque più abbondanti, e fecene innalzar un altro sul muro del fosso del Castel Nuovo; ma sopra tutto erse quel magnifico Ponte, che congiunge la contrada di Pizzofalcone con quella di San Carlo delle Mortelle. La Contessa sua moglie pur ci lasciò un monumento perenne della sua pietà, avendo fondato in Napoli il Monastero della Maddalena, per sicuro asilo delle donne spagnuole, che abbominando le passate lascivie, volessero ivi ridursi a menar vita casta.

Ma con tutto che il Conte di Monterey fosse cotanto benemerito al Re per li tanti soccorsi mandati, mancò poco però, che il Conte Duca per vantaggiar la sua Casa, non lo richiamasse, non avendo ancor finito il secondo triennio del suo governo. La cagione si fu il matrimonio da lui ambito di D. Anna Caraffa Principessa di Stigliano col Duca di Medina las Torres. Questa Signora per la morte di D. Antonio Caraffa Duca di Mondragone suo padre, e del Principe Luigi Caraffa di Stigliano suo avolo, era rimasa unica erede di floridissimi Stati. Isabella Gonzaga sua avola figliuola, ed erede di Vespasiano Gonzaga Duca di Sabioneta, l'avea ancora arricchita di questo titolo e di queste ragioni: per ciò il Conte Duca non avendo potuto perpetuar la sua Casa ne' discendenti della figliuola, che fu moglie di D. Ramiro Gusman Duca di Medina las Torres, e morì senza prole, desiderava per questo suo Genero, ch'egli da semplice Cavaliere avea innalzato cotanto, di trovare una sposa, niente inferiore alla prima. Fece credere al Re, essere questo matrimonio espediente per poter ripetere Sabioneta, di che già i Principi d'Italia se n'erano insospettiti[26]; e per ciò, ancorchè trovasse durezza nell'avola, sollecitò le nozze colla madre della sposa per mezzo del Cardinal suo fratello: la quale, colla promessa del Viceregnato, che s'offeriva al Duca, fu facilmente guadagnata: la sposa, ambiziosa di vedersi Viceregina, vi condiscese parimente; onde partitosi di Spagna il Duca con carattere di Vicerè e di Castellan perpetuo del Castel Nuovo, giunse colla squadra delle Galee di Spagna in Napoli, dove nel palagio della Principessa, presso la Porta di Chiaja, fur celebrate le nozze.

Intanto il Conte di Monterey accingevasi alla partenza, ma avvisato il Conte Duca essere già seguito il matrimonio, scrisse al Monterey, che non conveniva per le fastidiose congiunture delle guerre d'Italia partire, non essendo ancor terminato il suo secondo triennio; onde gli sposi rimasero delusi, e convenne al Medina trattenersi nel Regno da privato, con dispiacere non ordinario, non men suo che della moglie, e molto più della Duchessa di Sabioneta, la quale, avendo sempre dissuasa la nipote a far tal matrimonio, non mancava di mordere pubblicamente l'azioni del Conte Duca, e biasimare la soverchia semplicità della Duchessa di Mondragone, del Cardinale e degli altri congiunti della nipote, che s'erano fatti ingannare dalle promesse dell'Olivares. Ma passato un anno, parendogli non poter più trattenere, mandò il Conte Duca ordine della Corte, che si desse al Medina il possesso. Così depose il Monterey il Governo, dopo averlo esercitato sei anni; ed a' 12 novembre di quest'anno 1637 ritirossi a Pozzuoli, donde proseguì poi il suo cammino per la Corte. Ci lasciò il Monterey molte savie e prudenti leggi insino al numero di quarantaquattro, per le quali riordinò i nostri Tribunali e quelli della Bagliva, e delle Regie Audienze; riordinò gli affitti e le vendite delle rendite e beni fiscali, i cambj e gli apprezzi: proibì severamente i duelli e l'esportazione di qualsivoglia sorta d'armi: fece diverse ordinazioni per ovviar le fraudi che si commettevano nella Dogana, e maggior Fondaco di Napoli: vietò l'uso smoderato delle vesti, servidori e carrozze: impose su la testa del famoso bandito Pietro Mancini una taglia di tremila ducati, oltre la facoltà d'indultare quattro persone: tolse le Gabelle delle Carte e del Tabacco, ancorchè da poi fossero state di nuovo imposte; e diede molti ordini pel Governo e disciplina de' soldati del Battaglione, e pel grado di Dottorato da darsi, così in Legge, come in Medicina, ed altri provvedimenti che vengono additati nella Cronologia prefissa al primo tomo delle nostre Prammatiche.

CAPITOLO IV. Del Governo di D. Ramiro Gusman Duca di Medina las Torres; e de' sospetti che s'ebbero di nuove invasioni tentate da' Franzesi.

Il Governo del Duca di Medina, durando le medesime cagioni, anzi vie più crescendo, non poteva riuscire men gravoso a' sudditi, che il precedente. Le guerre infelici, che consumavano gli Stati della Monarchia di Spagna, mantenevano tuttavia, anzi rendevan assai più esausto l'erario regale, ed in continue necessità di denaro. Il nostro Reame era il bersaglio infelice, dove per provvedersene si dirizzavano tutti i disegni, e nulla pietà avendosi delle miserie estreme, nelle quali era il Regno caduto per le somme immense cavate in tempo del Monterey, altre nuove se ne richiedevano. Furono perciò imposte nuove gabelle e dazj, ed accresciuti gli antichi: s'aggiunsero gravezze alle sete, all'olio, al grano, alla carne, a' salumi; e s'imposero nuovamente alla calce, alle carte da giocare, all'oro ed argento filato, e sopra tutti i contratti de' presti, che celebravansi nella città e nel Regno. S'introdusse, all'uso di Spagna, la gabella della carta bollata, della quale bisognava necessariamente servirsi in tutti li contratti e negli atti giudiziari, sotto pena di nullità; quantunque poscia, come cosa troppo odiosa, fosse stimato meglio sopprimerla. S'arrivò a tale estremità, che si pose sul tappeto il dazio d'un grano il giorno per testa agli abitanti di Napoli, per lo spazio di quattro anni; e facevasi il conto, che toltone gli Ecclesiastici ed i putti, se ne sarebbero cavati cinque milioni di scudi: ma poscia, essendosi considerato il pericolo che si correva di porre in pratica tal esazione, e quanto avrebbe sembrato intollerabile al Popolo questo peso cotidiano, si lasciò di più parlarsene.

Si tassarono bensì tutti i Mercatanti ai pagamento di duecentomila ducati per pagarne le soldatesche: si venderono li Casali di Napoli, quelli di Nola, e molti altri luoghi demaniali, che non ebbero modo di ricomprarsi, passarono dalla libertà che godevano sotto il Demanio Regale, alla servitù de' Baroni.

E perchè niente mancasse, il Vicerè fece convocar un Parlamento generale, dove per Sindico intervenne D. Ippolito di Costanzo, nobile di Portanova, e s'estorse dal Baronaggio e dal Regno un donativo d'un milione di ducati, in vece d'una nuova gabella di cinque grana per moggio di frumento, che pretendevasi d'imporre in tutto il Reame. Solo tra tanti aggravj e gabelle se ne tolse una, che riscuotevasi in Napoli da tutte le meretrici, riuscendo ciò di non picciolo giovamento alla pubblica tranquillità, per gli scandali continui che ne nascevano.

Fu perciò seriamente risoluto, per non ridurre i popoli cotanto oppressi all'ultime disperazioni, di mandar Ambasciadore alla Corte, per implorare dalla clemenza del Re qualche conforto a tanti e sì estremi mali; e concorrendovi anche il Vicerè, mosso ancor egli a pietà di tante miserie, fu eletta dalla Città la persona del Consigliere Ettore Capecelatro. Lo stato in che erasi ridotto il Regno, era pur troppo lagrimevole: oltre le tante gravezze, che impoverivano gli abitatori, si vedeva da giorno in giorno mancare d'abitatori, e struggersi tra le miserie e sciagure. Gl'incendj del Vesuvio avevan cagionate morti e miserie estreme; ma sopra tutto la guerra che consumava coi disagi e col ferro le soldatesche, avea desolato il Regno: n'erano uscite dal Regno in numero infinito per reclutare gli eserciti, non pur di Lombardia, ma d'Alemagna, de' Paesi Bassi e del Principato di Catalogna; ed avendo tutte quelle spedizioni avuti infelici successi, pochi ne ritornavano alle paterne case.

Ma i tremuoti, che avevano desolata la Puglia in quest'anno 1638, portarono nelle Calabrie danni assai più gravi ed irreparabili. Furono in queste Province così spaventosi, che abbatterono la Città di Nicastro ed il famoso Tempio di S. Eufemia. Rimasero ancora distrutti molti luoghi ed altre Terre, Nocera, Pietramala, Castiglione, Maida, Castelfranco, ed altre di minor grido. La Città istessa di Cosenza, con molti de' suoi Casali patì notabilmente: Catanzaro, Briatico ed altri luoghi soffrirono il medesimo flagello: in fine non vi fu luogo di Calabria, che potesse vantarsi di essere stato esente dal danno; e calcolandosi il numero de' morti, si trovò essere periti sotto le ruine degli edificj più di diecimila persone; siccome l'istesso Consigliere Capecelatro, che fu spedito dal Vicerè a rincorare que' popoli (a' quali non solamente bisognò rimettere i pagamenti fiscali, ma soccorrerli con abbondanti limosine somministrate parte dal Patrimonio Regale e parte dal Monte della Pietà insino alla somma di ottomila ducati) poteva, come testimonio di veduta, testificare al Re le miserie di quelle Province. Si aggiunse ancora la costernazione, nella quale l'avea poste un solenne impostore, chiamato Pietro Paolo Sassonio, medico Calabrese, il quale andava disseminando che doveano sopraggiungere tremuoti più orribili: che non solamente il Regno, ma tutto il Mondo dovea crollare, avvicinandosi già il Giudicio finale: che il Mare dovea uscir dal suo letto ed inghiottir le campagne e sommergere le città: che doveano piovere dal Cielo grandini di peso di cinque libbre l'una, e che i monti doveano vomitar tutti fiamme per incendiar l'Universo. Queste infauste predizioni, vedendosi verificate in parte per li tremuoti e gl'incendj preceduti dal Vesuvio, posero in tale costernazione i paesani, che credendo, che la Calabria dovess'essere la prima a sopportar queste desolazioni, che doveano precedere alla destruzione del Mondo, ciascuno abbandonava la Patria, e cercava altrove ricetto: laonde il Vicerè per liberare gl'incauti da questi falsi pronostici, comandò, che il Sassonio fosse preso, e condotto legato in Napoli, come fu eseguito, dopo di che fu condennato a remare in una Galea.

Non meno che da' tremuoti, fu questa Provincia, nel medesimo anno, travagliata da' Turchi di Barbaria, li quali avendo concepito il disegno di saccheggiare il Santuario di Loreto, scorrevano con sedici Galee i nostri mari, e danneggiavano i naviganti, e le nostre riviere; tal che se i Vineziani non fossero occorsi per rompere i loro disegni, di mali peggiori sarebbon stati cagione[27].

I Franzesi intanto sempre più profittandosi de' disordini, e della declinazione della Monarchia di Spagna, oltre d'aver contrappesata in Italia la potenza degli Spagnuoli, erano ancora entrati in pensieri, per le speranze, che lor davano alcuni mal contenti del governo spagnuolo, di far un'invasione nel Regno di Napoli. Essi per mezzo del Marchese di Covrè Ambasciadore del Re di Francia in Roma, e di Monsignor Giulio Mazzarini a questi tempi semplice Prelato, poi Cardinale, e primo Ministro di quella Corona, aveano con un Titolato[28] del Regno ordita una congiura per sorprender Napoli, e già in Roma se ne concertavano i modi; ma scovertosi da uno de' congiurati il trattato al Vicerè, fu fatto arrestare in Roma, ov'erasi portato, il Titolato, e condotto nel Castel Nuovo, fu con ogni sollecitudine fabbricato il processo. Fu eretta dal Vicerè una Giunta per sentenziarlo, la quale componevasi del Reggente D. Matthias di Casanatte, de' Consiglieri D. Flaminio di Costanzo, D. Giovan Francesco Sanfelice, Annibale Moles, D. Ferrante Mugnos, D. Ferrante Arias di Mesa, e D. Diego Varela. Il Fiscale fu Partenio Petagna Presidente della Regia Camera; ed i Pari della Corte furono i Principi della Rocca e del Colle. Furono intesi gli Avvocati del Reo Pietro Caravita, ed Agostino Mollo celebri Giureconsulti di que' tempi; e proferitasi dal Vicerè la sentenza, sedendo pro Tribunali nell'Assemblea dei mentovati Ministri, coll'assistenza dell'Uscier delle armi, e con tutte le solennità consuete, fu condennato sul palco ad essergli mozzo il capo. Così, spogliato prima del titolo, e dell'abito di Cavalier Gerosolimitano, lasciò sul talamo nella piazza del Mercato ignominiosamente la vita.

Ma con tutto che si fosse scoverto il trattato, non tralasciarono però i Franzesi di tentar l'impresa, fondati sopra la mala soddisfazione, che mostravano i Napoletani del Governo spagnuolo: laonde nell'anno 1640, avendo nel Porto di Tolone un'armata sotto il comando dell'Arcivescovo di Bordeos, dopo essersi trattenuta alcuni giorni ne' Porti di Corsica e poi alle spiagge dello Stato della Chiesa, s'inoltrò ne' mari di Gaeta, e quivi fermata, si pose in speranza di sottomettere quella Fortezza; ma valorosamente rispinta dal cannone di quel Castello, continuò il suo cammino, e giunse al Golfo di Napoli.

Il Vicerè, considerato il pericolo, spedì tosto D. Francesco Toraldo e Cesare di Gaeta, Sargente Maggiore del Battaglione della Provincia di Terra di Lavoro, a' confini dello Stato del Papa, per guardar quelle frontiere; ed al Maestro di Campo D. Giovan-Battista Brancaccio appoggiò la difesa della Città di Pozzuoli e del Territorio di Baja e di Cuma a quella vicini. Mandò in Salerno Fr. Giovan-Battista Brancaccio Cavaliere Gerosolimitano, perchè col Principe di Satriano Governadore di quella Provincia attendesse alla difesa di quel paese: fu spedito a Gaeta Vincenzo Tuttavilla Commessario Generale della Cavalleria; ed il Maestro di Campo D. Diomede Caraffa ebbe la cura di guardar tutto il rimanente con l'Isola di Capri. Chiamò poscia gli Eletti della città co' Deputati delle Piazze, affinchè allestissero le artiglierie, per guarnire i baluardi delle marine: convocò i Baroni, perchè stesser pronti alla difesa del Regno, e l'Eletto del Popolo Giovan-Battista Nauclerio offerse trentamila uomini tutti armati per difesa della città. Mancava però il danaro onde, nascevano li fastidiosi e molesti pensieri per trovare i modi di provvedersene.

Mentre la città era per ciò in continue agitazioni, verso la metà di settembre di quest'anno comparve l'Armata Franzese, composta di trentaquattro Navi di guerra, a vista di Napoli: ciò che pose in maggior scompiglio la città. Fur prestamente tolti i cannoni, ch'erano nel campanile di S. Lorenzo, e posti nelli torrioni del Carmine, in quello di S. Lucia, nell'altro delle Crocelle e sopra il Molo: se ne piantarono alcuni altri sul colle di Posilipo, da quella parte, che guarda il picciol Porto di Nisita, sotto la guida di D. Antonio dal Tufo Marchese di S. Giovanni e del Mastro di Campo D. Tiberio Brancaccio; ed altri quattro sopra l'Isola di Nisita sotto la cura di D. Antonio di Liguoro, che la guardava con titolo di Capitan a guerra: Scipione d'Afflitto, vecchio e valoroso soldato, guardava tutta quella riviera, che chiamasi de' Bagnuoli. In Napoli presero le armi ottomila Borghesi, divisi in quaranta compagnie, delle quali fu creato Maestro di Campo Generale D. Tiberio Caraffa Principe di Bisignano. Ma ciò che preservò Napoli da mali maggiori, fu l'esser quivi opportunamente giunto D. Melchior di Borgia con le quattordici Galee del Regno; alle quali essendosene aggiunte quattro altre, che conducevano D. Francesco Melo da Sicilia a Milano, si fece che il Borgia preposto alla custodia del mare, impedisse le scorrerie de' nemici, li quali insultando insino alla spiaggia di Chiaja, aveano più volte tentato lo sbarco, ma ripressi dalle soldatesche poste alle marine, spaventati dagl'incessanti colpi di cannoni, che tiravano da' colli e da' torrioni, e costeggiati in mare dal Borgia, finalmente si ritirarono verso Ponente, e ritornarono a Ponza, non mancando il Borgia d'andar lor dietro seguitandoli fino al Promontorio di Minerva. In cotal guisa i Franzesi rimaser delusi dalle speranze, ch'erano state lor date da' malcontenti, i quali aveano lor dato a credere, che alla sola comparsa della loro armata, i popoli mal soddisfatti del Governo spagnuolo, avrebbero prese l'armi per introdurli nel Regno. Ma non furono vani i loro ufficj, nè andarono a voto le loro assistenze nelle rivoluzioni di Catalogna ed in quelle di Portogallo, gli infelici successi delle quali saremo ora a narrare: poichè essendosi accesa fiera guerra nel Principato di Catalogna, bisognò pure, che dal nostro Regno si supplisse di gente e di danaro in quella non men lunga che dispendiosa spedizione.

CAPITOLO V. Il Principato di Catalogna si sottrae dall'ubbidienza del Re, e si dà alla Protezione e Dominio franzese. Il Regno di Portogallo parimente scuote il giogo ed acclama per Re Giovanni IV, Duca di Braganza. Guerre crudeli, che perciò s'accendono per la ricuperazione della Catalogna; per sostegno delle quali, siccome per quella di Castro, bisognò pure dal Regno mandar gente e danaro.

Siccome la Monarchia di Spagna camminava a gran passi incontro alle sue ruine, così riempiva i Franzesi di grandi disegni; tantochè le speranze della pace universale che il Pontefice avea impreso a maneggiare, tuttavia si dileguavano; onde stanco ormai del dispendio, e del poco suo decoro di trattenere ozioso in Colonia il Legato, lo richiamò. Vie più difficili si rendettero poi questi trattati di pace per le rivolte di Catalogna e di Portogallo, che riempirono li Franzesi di più grandi speranze ed alti disegni.

Il Conte Duca, che con assoluto arbitrio reggeva in Spagna non meno il Re che i suoi Stati, con superbissimo genio e con massime severe e violenti consigli trattava gli affari. Egli s'avea proposto d'esaltare la potenza e la gloria del Re al pari del titolo, che gli avea fatto assumere di Grande; ma la fortuna con eventi infelici secondò così male il pensiere, che pareva offuscato in gran parte lo splendore della Corona; tantochè gli emoli del Conte Duca con argutezza spagnuola solevan motteggiarlo, dicendo, che il Re era Grande, come il Fosso, il quale s'ingrandiva tanto più, quanto più si scemava il terreno della sua circonferenza. Si era perciò appresso gli esteri rilasciato quel timore, che conciliato dalla potenza, soleva contenerli in rispetto; e nell'animo de' sudditi avvezzi sotto un velo di riputazione e di prosperità a venerare gli arcani infallibili del Governo, sottentrava già il disprezzo e l'odio verso il Re ed il privato.

Non era oscuro il pensiere dell'Olivares di allargare non solo la Monarchia oltre a' primi confini, ma ne' Regni medesimi stabilire assoluta l'autorità del Monarca, la quale in alcuna delle Province era circoscritta dalle leggi, dagl'indulti e da' patti. A ciò lo spingeva principalmente il bisogno del danaro e di gente, per supplire a tante guerre straniere, perchè dal censo de' Popoli convenendo dipendere, non riuscivano le provvisioni uguali alla necessità, nè pronte all'urgenza. Pensava dunque d'abolire, o almeno di restringere tanta libertà, che s'attribuivano alcuni, e principalmente i Catalani, i quali decorati da grandissimi privilegi, ed immuni da molti pesi, custodivano la loro libertà con zelo non minore che la Religione. Già alcuni anni, tenendo il Re in Barcellona le Corti, resisterono più volte alle soddisfazioni dell'Olivares, dal che irritato egli, nudrì poi sempre nel cuore di reprimerli e d'abbassarli. I Re solevano veramente rispettare quella Nazione per natura feroce, e per lo sito importante, perchè la Provincia, se dalla parte del mare per l'impetuosità è impenetrabile, da quella di terra, pare inaccessibile per le montagne; anzi queste internandosi, ed in molti rami divise, le formano altrettante trinciere e ripari, ne' quali si comprendono piazze forti, città popolate, terre, e gran numero di villaggi. La vicinanza poi alla Francia, i passi dei Pirenei, l'ampiezza del giro, la popolazione e l'inclinazione marziale degli abitanti, la rendevano considerabile e poco men che temuta.

Ad ogni modo il Conte Duca aspettava col pensiero l'opportunità di frenarla; ma quando stimò, che la fortuna gli aprisse la strada, non s'avvide, che insieme portava il precipizio alla grandezza ed alla salute di tutta la Spagna. I Franzesi allargando sempre da quella parte i confini, speravano di promuovere gravi accidenti, e particolarmente d'irritare gli animi dei Popoli tra gl'incomodi della guerra, ed i danni dell'armi, e così loro riuscì puntualmente; poichè avendo gli Spagnuoli perduta Salses, convenne loro per ricuperarla, piantare la piazza d'armi nella Catalogna, con lasciarvi a quartiere l'esercito; onde, se durante l'assedio fu la Provincia gravemente afflitta dal passaggio delle milizie, da poi ne sentì la licenza, tanto più dura, quanto n'erano que' Popoli meno avvezzi; si udirono estorsioni ed aggravj, profanati i Tempj, violate le donne e rapiti gli averi; a' quali eccessi i Capi non riparando, si formava concetto, che l'Olivares per imporre, sotto titolo di necessaria difesa, il giogo a quel Principato, volentieri lo tollerasse; ed è certo, che da frequenti lettere di lui, stimolato il Conte di S. Coloma Vicerè, a cavar genti e denari dalla Provincia, si valse in Barcellona di certo denaro, che s'apparteneva alla disposizione della città, senza badare a' privilegi, ed attendere l'assenso degli Stati; ed avendo uno de' Giurati, Magistrato il più ragguardevole, voluto opporsi a tanta licenza, con fare eziandio premurose istanze, che fossero corretti i trascorsi delle milizie, il Vicerè lo carcerò. Tanto bastò per commuovere un Popolo, che tollerava l'ubbidienza, ma non conosceva ancora la servitù; furono prese l'armi, aperte le carceri, e corse le strade, con sì grave ed universal tumulto, che il Vicerè impaurito stimò riporre nella fuga solamente il suo scampo. Si ridusse per ciò all'Arsenale, dove nemmeno essendo sicuro, perchè il Popolo, dato fuoco al Palazzo, lo cercava per tutto, fece accostare una Galea; ma mentre s'incamminava al lite per imbarcarsi, sopraggiunto da' sollevati, restò miseramente trucidato. Allora il Popolo, parte inorridito dal suo medesimo eccesso, parte tra le apprensioni della servitù, e le apparenze della libertà, invaghito e confuso, riputò, che non vi fosse più luogo al suo pentimento, nè alla regale clemenza.

Scosso per tanto il giogo, trascorso nell'ultime estremità, e la confusione non potendo da se stessa sussistere, fu data per ciò forma ad un independente governo col Consiglio de' Cento, e degli altri antichi Magistrati della città. A tale esempio s'alterò quasi tutto il Principato, e nelle Terre e Villaggi si presero universalmente le armi, e le genti spagnuole furono trucidate e scacciate.

A così improvviso accidente l'animo del Conte Duca commosso, non ardiva palesarlo al Re, nè poteva tacerlo; proccurò di fargli credere, che non vi fosse, che un popolare tumulto, che svanirebbe da se, e con la forza prestamente sopito, varrebbe a rendere più illustre l'autorità del comando; poichè sotto l'armi si potrebbe, non solo domare la ribellione, ma il fasto ancora de' Catalani, ed abolirsi que' Privilegi, che gli rendevano contumaci. Ma nell'animo suo con più tacite cure riflettendo all'importanza della Provincia, alla qualità del sito, ed a' danni maggiori se vi s'introducessero i Franzesi, bilanciava, se la destrezza, o la forza dovesse più utilmente impiegarvisi. Nè mancavano dubbi, che altri Regni, e l'Aragona particolarmente, fosse per seguitare un tal esempio. Tentò prima con le persuasioni della vecchia Duchessa di Cardona, che appresso il Popolo di Barcellona godeva molta venerazione, ed autorità, e col mezzo di un Ministro del Pontefice che vi risedeva, sedare gli animi, e placare il romore; ma riuscendo ciò inutilmente, deliberò di usare la forza, con tale potenza e con tanta celerità, che nè il Popolo potesse resistere, nè i Franzesi giunger opportunamente al soccorso.

Proccurò dunque d'ammassare l'esercito, comandando a' Feudatarj, ed invitando la Nobiltà, e tra questa molti de' più sospetti, particolarmente i Portoghesi, acciò servissero insieme di soldati e d'ostaggi. Le provvisioni tuttavia non poterono essere così prontamente allestite, che i Catalani non avessero tempo, e di munirsi con molta costanza, e di spedire Deputati in Francia a chiedere ajuti. Non si può dire quanto il Cardinal di Richelieu, direttore allora di quella Monarchia, e che avea già con le solite arti coltivate le prime loro disposizioni, gli accogliesse avidamente. Li cumulò d'onori, e li caricò di promesse; ma nel tempo medesimo volendo godere dell'occasione, che il caso gli presentava, non solo applicò a nutrire nelle viscere della Spagna la guerra, ma di ridurre la Catalogna alla necessità di arrendersi alla soggezione franzese. Inviò il Signor di S. Polo con alquanti Ufficiali, e per mare alcune milizie e cannoni, acciocchè que' popoli prendessero cuore d'insanguinarsi coi Castigliani; e spedì il Signor di Plessis Besanzon, Ministro eloquente, e d'acutissimo ingegno, a riconoscere la disposizione degli affari e degli animi.

Dall'altra parte il Conte Duca, avendo raccolto un esercito di trentamila combattenti, lo consegnò sotto il comando del Marchese de los Velez, di nascita Catalano, e destinato per Vicerè dell'istessa Provincia, verso la quale tanto è lontano che tenesse costui disposizione di affetto, che anzi aveva cagioni d'odio e d'abborrimento, essendoglisi dal Popolo in Barcellona spianata la casa, e confiscati gli averi. Si mosse adunque il nuovo Vicerè nel mese di dicembre di quest'anno 1640 da Tortosa, città partecipe della sollevazione; ma che, o per l'inclinazione degli abitanti, o per le minacce dell'armi, fu la prima a rimettersi in obbedienza; s'avanzò a Balaguer, per tutto rendendosi molte Terre inabili alla difesa. Ivi sebbene l'angustie de' passi possono essere impedite da pochi, ad ogni modo le guardie de' Catalani non ardirono d'aspettarlo; onde il Marchese spirando terrore e severità s'avanzò fino a Combriel, Piazza d'armi de' sollevati. Il luogo debole ardì per cinque giorni resistere, dopo i quali volendo rendersi, non fu ricevuto che a discrezione; restando desolata la Terra, impiccati gl'Ufficiali, e tagliate a pezzi le soldatesche. Da questo sangue pullulò la disperazione per tutto; in Barcellona particolarmente s'animavano i Cittadini, l'uno con l'altro a sofferire ogni estremo più tosto, che cadere in mano, e sotto il governo di vincitor così fiero, e di un Vicerè incrudelito. Trattandosi della libertà, e della stessa salute, fu la difesa disposta, fortificato il Mongiovino, ed unendosi gli animi pel comune pericolo, si procedè nel governo e nelle risoluzioni con vigore e concordia.

Tuttavia temevano di non potere a scossa così poderosa senza forte appoggio resistere. Dall'altro canto i Ministri franzesi fomentavano l'apprensione, e loro additavano dall'una parte imminente l'eccidio, dall'altra vicino il soccorso; ma dimostrando non convenire che la Corona di Francia, per procacciare l'altrui, abbandonasse li proprj vantaggi, insinuavano fra' timori e i discorsi, quanto complisse obbligare un Re così grande a sostenere per decoro e per interesse quel Principato. Colpì l'artificio, perchè il timore del pericolo e la speranza degl'ajuti indusse i Catalani a consegnarsi alla protezione ed al dominio franzese con molti patti, che preservavano i Privilegi, quei principalmente dell'assenso de' Popoli per l'imposte, e della collazione de' Beneficj di Chiesa, e delle cariche a' nazionali, eccettuata la suprema del Vicerè, che poteva essere straniero. A ciò diedero tutti l'assenso; la maggior parte per desiderio di cose nuove, li semplici per concetto di cambiare in meglio la sorte, e i più savj per essersi accorti, che dopo i primi passi della ribellione, qualunque si fosse la libertà, o la servitù, non poteva provarsi, che fiere stragi e calamità non disuguali. Ciò accadde negl'ultimi giorni di quest'anno, nel procinto, che il Portogallo pur anche scosso il giogo, ravvivò con nuovo Re l'antico nome del Regno.

§. I. Il Regno di Portogallo scuote il giogo, e si sottrae dalla Corona di Spagna.

L'emulazione, che passava tra' Castigliani ed i Portoghesi, cotanto antica, che tramandata, come per eredità, da' loro antenati a' successori, era a questi tempi per i boriosi modi e feroci consigli del Conte Duca, assai più cresciuta, che quando convenne a questi piegare il collo sotto la dominazione della Castiglia, divenne ora abborrimento ed impazienza: tantochè avevano i Portoghesi applicata più volte l'attenzione e la speranza a vari accidenti, che potessero far cambiare la fortuna presente. Ma la potenza e la felicità de' Castigliani, avevano fino ad ora, o tenuti gli stranieri lontani, o dissipati l'interni disegni; ad ogni modo cresceva maggiormente il desiderio, e serviva ad incitarlo l'oggetto de' Duchi di Braganza, che discendenti da Odoardo, fratello di Errico Re, erano appresso molti altrettanto preferiti nelle ragioni, quanto alla forza del Re Filippo avevano convenuto soccombere. Il presente Duca Giovanni, osservando sopra di lui l'occhio de' Castigliani aperto, si dimostrava altrettanto alieno da ogni applicazione e negozio; ed essendo pochi anni addietro accaduto tumulto in qualche città, uditosi acclamare il suo nome, egli si era contenuto con tale modestia, che fu creduto ugualmente alieno dall'ambizione e dall'inganno. Il Conte Duca però considerando, e le ragioni della Casa, ed il favore del Popolo, oltre alle ricchezze e gli Stati, che eccedevano la condizione di vassallo, per assicurarsi di lui, l'invitava alla Corte con premj ed impieghi, e con simulata confidenza gli conferiva cariche e titoli: il che si credè mirasse non per adornarlo di dignità, ma per esporlo a pericoli, acciocchè esercitando particolarmente il suo impiego di Contestabile, salisse sopra l'armata o entrasse nelle Fortezze, dove fossero ordini occulti d'arrestarlo prigione. Giovanni con varie scuse schivando di condursi a Madrid, con tali riserve in tutto si governava, che se non poteva sfuggire gli altrui sospetti, almeno divertiva i suoi rischj. L'Olivares si valse della rivolta di Catalogna, e della fama, che il Re volesse uscire a debellarla, per invitare la Nobiltà Portoghese, e tra questa con maggior premura il Braganza a concorrere con la persona e con le forze in così segnalata occasione: ma la stessa congiuntura servì a' Portoghesi per isvegliare in loro gli antichi pensieri; onde molti nelle private conversazioni soliti a frequentemente lagnarsi, che un Regno famoso ed esteso nelle quattro parti del Mondo, fosse ridotto in provincia, e divenuto appendice al Dominio de' loro naturali nemici, ora consideravano la Nobiltà oppressa, il Popolo conculcato; e per le gelosie del Conte Duca snervato il Paese, i Grandi perseguitati, infranti i Privilegi e sfigurata quell'immagine, che al Portogallo restava di libertà e d'apparente decoro. Passando poi dalle querele de' tempi al rimprovero di loro stessi, quasichè ne' Portoghesi mancasse quell'ardire e quel cuore, che così altamente nobilitava il Popolo catalano, divisavano la facilità di eseguire ogni grande attentato, retti da una donna e da un odiato Ministro con pochi presidj e provvisioni minori, in tempo, che era tutta la Spagna commossa, le forze distratte, il Re impotente a resistere in tante parti, e pronta la Francia al soccorso.

Margherita Infanta di Savoja sosteneva il titolo di Viceregina, il governo però risedeva in alcuni Castigliani, ed in particolare nel segretario Vasconcellos, che l'assisteva, e che confidente dell'Olivares e dal suo favore innalzato, tutto tirava alle di lui massime d'abbassar i Grandi e d'esercitare assoluto comando. Per le congiunture veramente pareva, che per sollevarsi fosse maggior pericolo in iscovrire i pensieri, che in praticargli; onde ridotti alcuni Nobili in Lisbona nel giardino d'Autan d'Almada, considerate le congiunture presenti, tutti si risolsero di tentar l'impresa dandosi reciprocamente la mano e la fede di segretezza e di non mai abbandonarsi. Stavano alquanto perplessi sopra il risolvere, qual forma si dovesse scegliere del nuovo governo. Ad alcuni, con l'esempio de' Catalani, aggradiva l'istituto delle Repubbliche; ma si considerò dalla maggior parte la confusione, che seco porta l'innovare comando in un paese avvezzo all'arbitrio di un solo. Si voltarono perciò al Braganza, nel quale, per giustificare la causa, e tirare i popoli, concorrevano i requisiti più principali, e per ragione al Regno e per distinzione di fortuna; gli spedirono dunque separatamente Pietro Mendozza, e Giovanni Pinto Ribero a rappresentargli i voti comuni ed offerirgli lo scettro; e perchè s'avvidero questi, che al Duca s'affacciavano tra varj pensieri l'immagini di molti pericoli, proccuravano di sgombrargli ogni dubbiezza: ed il Pinto particolarmente tramettendo alle ragioni ed alle preghiere minacce e proteste, gli dichiarò, che anche contra sua voglia sarebbe Re proclamato, senzachè dalla sua renitenza, ed a se ed agli altri fosse per accogliere, che rischj maggiori di più certe perdite. Il Duca ad oggetto sì grande, ed improvviso della Corona, titubava ne' suoi pensieri; ma sua moglie, sorella del Duca di Medina Sidonia, essendo d'altissimi spiriti, lo rincorò, rimproverandogli la viltà di preferire alla dignità dell'Imperio la caducità della vita. Nè mancarono i Franzesi conscj di quanto si tramava, con segretissimi messi di confortarlo ed animarlo con ampie promesse d'assistenze e soccorsi, facendogli credere tanto più ferma dover essere la Corona sopra il suo capo, quantochè gli additavano vacillanti le altre sopra quello del Re Filippo. Dunque s'indusse a prestarvi l'assenso e fu concertato il tempo ed il modo per dichiararsi.

Sebbene in questo affare il segreto fosse grande, ad ogni modo la notizia essendo sparsa tra molti, ne traspirò qualche cosa alla Viceregina, la quale non mancò d'avvertire il Conte Duca più volte de' discorsi e disegni de' congiurati; ma egli solito di prestar fede a se stesso, più tosto che ad altri, lo credè troppo tardi. Adunque il primo di dicembre di quest'istesso anno 1640 molti Nobili essendo andati a Palazzo, al battere delle nove ore della mattina, ch'era il segno accordato, ad un colpo di pistola, snudarono le armi, e caricarono le guardie della Viceregina, le quali inermi e sbandate, ogni altra cosa attendendo, cedettero facilmente. Occupato il palazzo, i Nobili gridavano Libertà, insieme acclamando il nome di Giovanni IV, per Re; ed altri nelle piazze, chi per le strade, alcuni dalle finestre e tra questi Michele Almedia di veneranda canizie, animando il Popolo e concitandolo all'armi, fu sì grande in pochi momenti il concorso, che, come se un solo spirito movesse la moltitudine, non vi fu chi dissentisse, o titubasse. Una Compagnia di Castigliani, che entrava di guardia al Palazzo, fu dal furore della plebe costretta alla fuga. Antonio Tello con altri seguaci, sforzate le stanze del Vasconcellos, che inteso il romore, s'era in certo armario rinchiuso, lo ritrovò, e trucidato, lo gittò dalle finestre, acciocchè nella piazza fosse spettacolo all'odio del vulgo, e testimonio insieme, quanto poco sangue costasse la mutazione di un Regno. L'Infanta, custodita in potere de' congiurati, fu trattata con molto rispetto, astretta però a comandare al Governadore del Castello, che s'astenesse di tirare il cannone, altrimenti i Castigliani nella città sarebbero stati tutti tagliati a pezzi. Egli non solo ubbidì all'ordine di sospender l'offese, ma subitamente, o per timore, o per necessità, trascorse alla resa, allegando d'essere così sprovveduto, che all'invasione del Popolo non avrebbe potuto resistere. Fu maraviglia vedere una città, come Lisbona, grande, popolata, commossa, restare in brevissimo tempo in potere di se medesima, ma con tanto ordine e con tal quietudine, che nessun comandando, ogni condizione di persone, al nome del nuovo Re, prontamente ubbidiva.

Giovanni, inteso l'accaduto di Lisbona, fattosi proclamare Re ne' suoi Stati, entrò in quella città il sesto giorno del medesimo mese di dicembre con indicibile pompa; e ricevuto il giuramento da' Popoli, lo prestò reciprocamente per l'osservanza de' Privilegj. Sparsasi per quel Regno la fama di tal accidente, non vi fu luogo, che tardasse a seguitare l'esempio della Capitale, con tanta unione degli animi, che non pareva mutazione di governo, ma che solamente al Re si cambiasse nome, con insolito gaudio de' Popoli. I Castigliani sparsi in alcuni presidj e quelli di S. Gian, Fortezza d'inespugnabile sito, sorpresi da fatale stupore, n'uscirono senza contrasto. L'Infanta fu accompagnata a' confini, ed alcuni de' Ministri Castigliani restarono prigioni, per sicurtà di que' Portoghesi, che fossero in Madrid trattenuti. In otto giorni si ridusse tutto il Regno ad una tranquilla ubbidienza. Fino nell'Indie dell'Oriente, nel Brasile, nelle coste d'Affrica e nell'Isole, che si numerano tra le conquiste de' Portoghesi, quando da Caravelle, in diligenza spedite, ne fu portato l'avviso, quasichè fosse stato atteso, abjurata con universal consenso l'ubbidienza a Castiglia, il nome di Giovanni IV fu riconosciuto ed acclamato.

Il Conte Duca accortosi, che in vece di ingrandire la Monarchia e la prepotenza, conveniva essa della propria salute contendere, non potendo contrastare da due parti, stava in dubbio dove s'avessero a rivolgere le maggiori cure e gli sforzi. In fine giudicò meglio contra la Catalogna applicarsi, sperando, che non riuscisse lunga l'impresa ed insieme temendo, che col dar tempo, la fortezza del paese, la ferocia del Popolo, ed il soccorso de' Franzesi, la difficultassero maggiormente. All'incontro, essendo aperti i confini, più lontani gli ajuti, i popoli meno agguerriti, ed in Lisbona sola potendosi debellare tutto il Regno, si figurava, che lasciati i Portoghesi in sicurezza ed in ozio, non applicarebbero a premunirsi, e che i Nobili, superbissimi per natura, non sofferirebbono a lungo il comando di uno a diversi emolo, ed a molti uguale. Proseguendosi pertanto in Catalogna la guerra, il Portogallo vie più si stabiliva, tanto che riusciti vani i presagj dell'Olivares, rimase, siccome tuttavia ancor dura, staccato ed indipendente dalla Corona di Spagna.

In Catalogna adunque proseguendosi eziandio nel verno la guerra, los Velez si portò ad espugnare Terracona, che dopo la Metropoli del Principato, tiene per l'ampiezza e per la nobiltà il primo luogo. I Catalani animati da' Franzesi sprezzavano gli sdegni e l'armi del Re, tanto che pronti alla difesa, sostennero lungamente la guerra, la quale non meno agli altri Stati della Monarchia, che al nostro Regno costò sangue e tesori. A questo fine si proccurava dal Medina nostro Vicerè nuovo donativo per la Corte, s'allestivano nuove soldatesche, e s'armavano nuovi legni, gravando con ciò i sudditi e le Comunità del Regno con nuove tasse ed imposizioni.

Ma non terminando qui le nostre miserie, una nuova guerra, che s'accese pure a questi tempi in Italia, dal Papa contro al Duca di Parma, per lo Stato di Castro, portò pure al Vicerè, ed al Regno nuove cure e nuove spese, e maggiori se ne sarebbero sofferte, se gli Spagnuoli non si fossero raffreddati, e ne' proprj mali, per le rivoluzioni di Catalogna e per la perdita di Portogallo, occupati, non avessero più modo d'ingerirsi negli affari altrui, se non con mediazioni, ed ufficj, onde al nostro Vicerè avendo il Pontefice richiesto i novecento cavalli, per l'investitura del Regno dovuti in caso d'invasione dello Stato Ecclesiastico, gli furono denegati, per non essere questa causa della S. Sede, ma della sua Casa e de' suoi Congiunti[29]. Fu mestieri con tutto ciò al Medina, a spese del Regno, guarnir le Piazze della Toscana, ed i Confini del Regno dalla parte degli Apruzzi, dove mandò il Maestro di Campo Generale Carlo della Gatta, e commise ad Achille Minutolo Duca di Belsano, che si trovava Governadore di quella Provincia, che invigilasse alla custodia della medesima. Molte Compagnie di Tedeschi, fatte venir d'Alemagna per la via di Trieste, furono ancor ivi alloggiate, e da poi, ricevute dal Mastro di Campo D. Michele Pignatelli, fur fatte venire in Napoli, e fu loro assegnato alloggiamento nello Spedale di S. Gennaro fuori le mura della città.

Ma non perchè doveansi riparare i proprj mali del Regno, si rallentavano le richieste di nuovi soccorsi nel Milanese; bisognò al Vicerè spedirvi tremila pedoni sopra galee; ed affinchè le Università del Regno avessero corrisposto con maggior prontezza al pagamento de' donativi fatti al Re, comandò, che in ciascheduna d'esse si fosse fatto il nuovo Catasto (così chiamano il libro, dove si notano gli averi de' sudditi) con deputarsi un Ministro del Tribunal della Camera, acciocchè l'esazione si fosse regolata con la guida di esso, e ciascuno avesse portato il peso a misura delle sue forze.

Gli sbanditi pure in questo nuovo anno 1644 vie più che mai infestavano le Province, inquietavano i Popoli e disturbavano il traffico; nè bastando le genti di Corte a far loro argine, fu duopo al Medina spedire il Principe della Torella D. Giuseppe Caracciolo con titolo di Vicerè Generale della Campagna, per reprimere le loro insolenze.

CAPITOLO VI. Caduta del Conte Duca, che portò in conseguenza quella del Duca di Medina, il quale cede il Governo all'Ammiraglio di Castiglia suo successore.

Ma mentre il Medina, per maggiormente prolungare il suo Governo, essendo già scorsi sei anni e più mesi dal dì che ne avea preso il possesso, trattava un nuovo donativo per la Corte, vennegli avviso che il Re gli avea disegnato per suo successore l'Ammiraglio di Castiglia, che governava allora la Sicilia. La caduta del Conte Duca dalla grazia del Re, portò in conseguenza la sua depressione, e 'l cangiamento di prospera in avversa fortuna. Le gravi perdite della Catalogna e di Portogallo, imputate in gran parte a' violenti consigli dell'Olivares, aveano nel Re Filippo raffreddato l'affetto, che avea verso di lui: o fosse, che per le continue disgrazie gli venisse a noja l'infelice direttor degli affari, o pure, che si fosse avveduto, d'essergli state fin allora dal Favorito rappresentate le cose con aspetto diverso dal vero. Molti vedendo tanti precipizj e ruine, si conoscevano dalla necessità obbligati, lasciata da parte l'adulazione ed il timore, a parlar chiaro; ma niuno ardiva d'esser il primo, fin tanto che la Regina, sostenuta dall'Imperadore con lettere di propria mano scritte al Re e con la voce del Marchese di Grana, suo Ambasciadore, non deliberò di rompere il velo e scoprire gli arcani. Allora tutti si scovrirono, ed anche le persone più vili, o con memoriali, o con pubbliche voci sollecitavano il Re a scacciar il Ministro e ad assumere in se stesso il governo. Egli, maravigliandosi d'aver ignorate fin allora le cagioni delle disgrazie, sopraffatto al lume di tante notizie, che gli si svelavano tutte ad un tratto, vacillò prima tra se medesimo, apprendendo la mole del governo, e dubitando, che contra il Favorito s'adoperassero le fraudi solite delle Corti; ma in fine al consenso di tutti non potendo resistere, gli ordinò un giorno improvvisamente, di ritirarsi a Loeches. L'eseguì prontamente l'Olivares con intrepidezza, uscendo sconosciuto di Corte per timore del Popolo. A tale risoluzione tutti applaudirono con eccesso di gioja. I Grandi prima allontanati ed oppressi, concorsero a servire il Re, ed a rendere più maestosa la Corte; ed i Popoli offerivano a gara gente e denari, animati dalla fama, che il Re volesse assumere la cura del governo fin allora negletta. Ma, o stancandosi al peso, o nuovo agli affari e con più nuovi Ministri nel tedio de' negozj e nelle difficoltà di varj accidenti, sarebbe ricaduto insensibilmente nel pristino affetto verso il Conte Duca, se tutta la Corte non si fosse opposta con uniforme susurro, anzi se lo stesso Olivares non avesse precipitate le sue speranze; perchè volendo con pubblicare alcune scritture, purgarsi, offese molti a tal segno, che il Re stimò meglio d'allontanarlo assai più e confinarlo nella città di Toro. Ivi, non avvezzo alla quiete, annojatosi, com'è solito de' grandi ingegni, terminò di mestizia brevemente i suoi giorni.

Caduto l'Olivares, ancorchè il Re pubblicasse di voler assumere in se stesso il Governo, nulladimanco, o perchè non poteva, o perchè non voleva da se solo reggere il peso, si disponeva ad abbandonar il carico; e fattisi avanti alcuni Grandi, che ambivano di sottentrare in luogo del Conte Duca, Luigi D'Haro, nipote, ma insieme dell'Olivares nemico, lentamente s'insinuò, e con grande modestia, mostrando d'ubbidire al Re, assunse in breve tempo l'amministrazione del Governo.

D. Luigi d'Haro adunque reputando per uno dei più forti pretensori alla privanza l'Ammiraglio di Castiglia, che si trovava allora Vicerè in Sicilia, per tenerlo lontano insieme, e soddisfatto, lo promosse al Viceregnato di Napoli, dandogli per successore in quell'isola il Marchese de los Velez, che dalle guerre di Catalogna era passato Ambasciador del Re in Roma: furono per ciò spediti i dispacci regali nelle persone dell'uno e dell'altro; ma, fosse errore o malizia degli Ufficiali della Segretaria del dispaccio universale tenuti ben regalati dal Medina, invece di mandarsi a ciascuno de' provveduti il suo, vennero chiusi amendue nel plico delle lettere del Medina. Costui, volendo imitare gli artificj del Monterey per prolungare la sua partita, ricusava di consegnar loro i dispacci; e quantunque il Marchese de los Velez fosse venuto da Roma in Napoli per passare in Sicilia, era trattenuto in parole dal Medina, tanto che non poteva partire per mancamento della commessione Regale, che lo qualificava per Vicerè; dall'altra parte l'Ammiraglio nè tampoco poteva lasciar il governo dell'Isola senza il successore; e con tutto che questi avesse mandato in Napoli il suo Segretario a domandargli i dispacci, trovò molta durezza: non avendo potuto disporre il Medina a deporre il Governo. Ma ciò, ch'egli non volle volontariamente fare, ve lo fece risolvere il vedersi insensibilmente mancare nell'autorità, e raffreddare quella riverenza e rispetto, che per ordinario languisce ne' sudditi alla fama del successore; anzi volendo egli sollecitare e porre in effetto il trattato di fare un altro donativo al Re d'un milione, si videro rifugiati nella Chiesa di S. Lorenzo i Deputati delle Piazze, li quali, o perchè non volevano imporre questo nuovo peso alla Patria, o perchè lo volessero riserbare ne' principj del Governo del nuovo Vicerè, sfuggivano l'unione. Conoscendo per tanto il Medina di non potere più lungo tempo con suo decoro continuar nel Governo, si risolse di consegnare i dispacci; onde essendosi il Marchese de los Velez partito per Sicilia, partì pure al suo arrivo l'Ammiraglio per Napoli, dove giunse a' 6 di maggio di quest'anno 1644, ed il Medina deponendo immantenente il Governo, andò ad abitare nella sua Villa di Portici, dove si trattenne fin tanto che s'allestissero le galee per traghettarlo in Ispagna.

Ci lasciò egli molti illustri e magnifici monumenti, che ancor adornano la città. A lui dobbiamo quel fonte d'ammirabile architettura col Dio Nettuno, che sparge dal suo tridente limpidissime acque, il quale trasportato nel largo avanti Castel Nuovo, ed ingrandito da lui, e reso abbondante d'acque, ritiene ancora oggi dal suo il nome di Fontana Medina. A lui parimente si dee quella magnifica Porta della città sotto la falda del Monte di S. Martino, che anticamente chiamavasi del Pertugio; per una picciola apertura, che il Conte d'Olivares fece fare nel muro per comodità degli abitanti di quella contrada, e che ritiene similmente dal suo il nome di Porta Medina. Ebbero questa sorte il Duca d'Alba, ed il Duca di Medina, che queste Porte ritenessero ne' tempi seguenti, e tuttavia, il lor nome; poichè costrutte in luoghi oscuri, non in contrade rinomate, il lor nome antico non potè oscurare il nuovo. Non così avvenne della Via Gusmana, della Porta Pimentella, della strada magnifica e d'ameni alberi adorna, che a' tempi nostri fece il Duca di Medina Celi e d'altri edificj, perchè costruiti in S. Lucia, in Chiaja, ed in altri luoghi noti e frequentati, perderono tosto quel nome, che i loro Autori ad esse avean dato.

Ristaurò egli ancora il Castello di S. Eramo, innalzò il Ponte fuori Salerno, che domina il fiume Sele, ed aprì quella ampia strada, che conduce al Monastero di S. Antonio di Posilipo. Ma sopra ogni altro edificio, il più stupendo fu il palagio fabbricato da lui nella riviera di Posilipo, che chiamasi ancora di Medina, nel quale vi lavorarono più di quattrocento persone: opera veramente magnifica, e ch'è riputata per uno delli tre Edificj maestosi, che s'ammirano ora in Napoli, gareggiando con quello degli Studi, e del Palagio Regale; ma non potè (siccome altresì il Conte di Lemos per la fabbrica de' Regj Studi) avere il piacere di vederlo finito, per cagion della sua partita dal Regno, ed ora rimane in gran parte ruinoso e quasi che inabitabile e cadente.

Ma molto più se gli dee per averci lasciate poco men di cinquanta Prammatiche tutte savie e prudenti, e d'aver eretti due nuovi Tribunali nelle Province di Apruzzo ultra e nella Basilicata. Elesse in Basilicata per Preside D. Carlo Sanseverino Conte di Chiaramonte, assegnandogli per luogo di residenza Stigliano, ma non vi dimorò lungo tempo; onde la Sede dei Presidi di questa Provincia essendosi trasportata ora in un luogo, ora in un altro, fu poi trasferita nella città di Matera, dove ora ancor dura. Per la residenza dell'altro Preside, fu assegnata la città dell'Aquila, ed il primo Preside, che governolla, fu D. Ferrante Mugnoz Consigliere di S. Chiara. Così essendosi divisa la Provincia d'Apruzzo in due, siccome avea fatto il Re Alfonso per ciò che s'apparteneva alli Questori, ed all'amministrazione delle Regie entrate; ed essendosi in Basilicata eretto un nuovo Tribunale, venne il numero delle Province, in quello che s'attiene all'amministrazione della giustizia, a pareggiarsi ed a corrispondere al numero de' Tesorieri, il quale prima era maggiore di quello de' Presidi, ovvero de' Giustizieri. Parimente riordinò il Tribunale dell'Audienza d'Otranto, e costrusse le sue carceri nella forma, nella quale presentemente sono.

Le Prammatiche, che ci lasciò, contengono molti savj provvedimenti. Egli rinovò le ordinazioni per la moderazione del lusso nelle vesti, ne' servidori, e carrozze: vietò sotto gravissime pene l'asportazione delle armi, spezialmente quelle di fuoco: fu terribile persecutore de' banditi: discacciò tutti i vagabondi dal Regno: vietò agli studenti d'andare in altri studi, che in quelli dell'Università; e diede altri salutari provvedimenti, che sono additati nella Cronologia prefissa al primo tomo delle nostre Prammatiche.

Giunto il Medina in Corte, fu escluso dall'udienza del Re, il quale, ad istigazione de' suoi nemici (li quali per la caduta del Conte Duca suo suocero, resi più baldanzosi, gli avean imputato, che avesse sottratto molto denaro da donativi fatti al Re) gli fece chieder conto di molti milioni, che nel tempo del suo Governo avea egli riscossi dal Regno; ma allegando il Duca, che i Vicerè di Napoli non eran obbligati a dar conto, e che se pure S. M. volesse ciò esiger da lui, era prontissimo a darlo, pur che però ciò seguisse senza forma di giudicio, ma privatamente per non pregiudicare a' Vicerè successori: l'affare si pose in trattato, e secondo la solita tardità spagnuola non venendosene mai a capo, svanì il trattato e si pose alla faccenda perpetuo silenzio. La Principessa di Stigliano sua moglie, che addolorata per la perdita del Governo, era rimasa gravida in Portici, essendosi abortita, soffrì da poi una malattia consimile a quella del Re Filippo II, la quale resala schifosa per la colluvie de' pidocchi, che l'innondò, le tolse anche la vita: miserabile esempio dell'umane grandezze. Fu il suo cadavere depositato nella Chiesa de' PP. Scalzi di S. Agostino nella Villa stessa di Portici; e non avendo potuto i suoi congiunti ottenere dal Vicerè la permissione di trasportarlo con pompa e trattamento Regale, che pretendevano le si dovesse, come Duchessa di Sabioneta, fu dopo qualche tempo privatamente condotta nella Cappella della sua famiglia posta nella Real Chiesa di S. Domenico Maggiore di Napoli.

CAPITOLO VII. Del breve Governo di D. Giovanni Alfonso Enriquez Almirante di Castiglia.

Giunto l'Ammiraglio in Napoli, e preso il possesso della sua carica a' 7 maggio di quest'anno 1644, non tardò guari ad accorgersi in che stato lagrimevole era il Regno ridotto: vide le miserie estreme dei sudditi gravati di tante imposizioni e gabelle: esausti tutti i fonti, e l'Erario Regale tutto voto. Ma le sue maggiori afflizioni erano, che non solamente non vedeva mezzi convenienti a potervi rimediare, ma che tuttavia più crescendo i bisogni per nuove cagioni, nè cessando i Ministri della Corte di Spagna, avvezzi a ricevere somme immense da' suoi predecessori, di cercar nuovi donativi di milioni, l'avean posto in agitazioni tali, che cominciava già a confondersi.

Pure in questi principj non sgomentandosi in tutto, colla sua prudenza e vigilanza suppliva, come si poteva meglio, a' nuovi bisogni, che occorrevano. Ancorchè per la pace fatta da Papa Urbano fin dal mese di marzo di quest'anno col Duca di Parma, colla scambievole restituzione de' luoghi presi, si fosse spento quel fuoco, che s'era acceso in Italia per l'occupazione e demolizione di Castro, appartenente al Duca; con tutto ciò non aveano i Barberini lasciate l'arme, nè licenziati i quattromila pedoni, co' dodicimila cavalli, che tenevano in piedi sotto il Duca di Buglione; ed essendosi gravemente infermato il Papa in questo mese di luglio, il nostro Vicerè, prima che spirasse, fece fare in Roma premurose istanze, che i nepoti del Papa deponessero l'armi, ed offerì ancora al Collegio de' Cardinali la sua persona e le forze del Regno per la libertà del futuro Conclave; onde essendo seguita già la morte d'Urbano a' 29 dell'istesso mese di luglio, non tardò di spingere a' confini del Regno le soldatesche; ma fattosi disarmare dal Concistoro il Prefetto di Roma, e seguita l'elezione a' 15 di settembre in persona di Giovambattista Cardinal Pamfilio, che si fece chiamare Innocenzio X si richiamarono le milizie a' quartieri[30].

Cessati questi timori, ne sopraggiunsero altri assai più gravi; poichè queste milizie istesse bisognò poco da poi sostenerle contra i Turchi, i quali con un'armata di quarantasei galee sotto il comando di Bechir Capitan Bassà s'eran presentati a vista d'Otranto. Gli Spagnuoli divulgavano, che questa mossa fosse per suggestione de' Franzesi, per tener distratte le forze del Regno: altri dicevano, che fosse principio di più alto disegno de' Turchi, per iscoprire la disposizione nella difesa delle marine d'Italia: che che ne sia, ancor che da' venti spinte ne' lidi della Velona, non avessero apportato altro male ad Otranto, che il terrore suscitato dalle rimembranze delle passate invasioni; nulladimeno ritornaron da poi nel Golfo di Taranto, dove saccheggiarono la Rocca Imperiale, e ridussero in ischiavitù quasi ducento persone, che con esso lor ne portarono[31]. E da poi nel seguente anno avendo investiti i lidi della Calabria, vi saccheggiarono alcune Terre.

La ricca preda, che fecero da poi i Maltesi all'Eunuco Zanbul Agà nel suo viaggio per la Mecca (origine, che fu della guerra di Candia) pose in timore i Maltesi minacciati dal Turco d'invader Malta; onde il Gran Maestro di quella Religione invocando gli ajuti de' Principi vicini, fece premurose istanze a' Vicerè di Napoli e di Sicilia, perchè volessero prontamente soccorrerlo: tanto che all'Ammiraglio fu duopo spedirgli quattro vascelli, due de' quali carichi di munizioni così da guerra, come da bocca, e gli altri due di soldatesche Spagnuole ed Italiane; ma svanito il timore dell'invasione di quell'Isola, per essersi gittati i Turchi sopra il Regno di Candia, furono rimandate dal Gran Maestro le soldatesche speditegli dal Vicerè, ma non già le munizioni da guerra e le vettovaglie.

Ma questi soccorsi s'avrebber potuto con non molta difficoltà tollerare: altri maggiori se ne richiedevano per altre guerre e particolarmente per quella di Catalogna, che teneva angustiata la Spagna: bisognò dunque spedir da Napoli ottocento cavalli e quattromila pedoni sopra ventisei navi per quella volta, sotto il comando del Generale D. Melchior Borgia: soccorso quanto valido, altrettanto ruinoso al Regno, che 'l finì d'impoverire. Pure con tutto ciò non cessavano i Ministri della Corte di Spagna premere l'Ammiraglio con nuove dimande di donativi di milioni, per accorrere a' bisogni grandi della Corona, ne' quali per la mala condotta degli Spagnuoli si vedeva posta; ma non erano minori le miserie de' sudditi per tante gravezze, che sopportavano, e quando credeva il Vicerè di potergli alleggerire, non già maggiormente aggravargli di nuove imposte, fu costretto per soddisfare a tante e sì continue istanze, di sollecitare le Piazze della Città per l'unione d'un nuovo donativo. Fu conchiuso di farlo per la somma d'un milione; e perchè non vi era altro modo di poterlo con altre gravezze riscuotere dai sudditi, se non sopra le pigioni delle case di Napoli, fu risoluto di prender i nomi da' Cittadini pigionali per quest'effetto e tassargli; ma quando ciò volle mettersi in pratica, si vide una sollevazion universale e ne' borghi di S. Antonio e di Loreto molti della plebe cominciarono a tumultuare; tanto che il Vicerè, prevedendo disordini maggiori, fece sospendere l'esazione. Avvisati di ciò i Ministri di Spagna, ascrivendo questa sospensione a debolezza dell'Ammiraglio, acremente lo ripresero, e col solito fasto ed alterigia gli comandarono la continuazione dell'esazione; ma questo savio Ministro, che più da presso conosceva le pessime disposizioni, ch'erano nella città e nel Regno, con molta costanza stette fermo nella sospensione e scrisse al Re, pregandolo a volerlo rimovere dal Governo, ed a non voler permettere, che volendo cotanto premere un così prezioso cristallo, venisse a rompersi nelle sue mani.

I Ministri Spagnuoli deridendo la timidità dell'Ammiraglio, non diedero orecchio alle sue domande, anzi non lasciavano in Corte di biasimarlo, e di trattarlo da uomo di poco spirito, inabile a governare un Convento di Frati, non che un Regno tanto importante, come quello di Napoli. Ma fermo l'Ammiraglio nel suo proponimento, affermando di voler servire, non tradire il suo Re, rinovò le preghiere, perchè lo lasciassero partire, e gli Spagnuoli di buon animo indussero finalmente il Re a rimoverlo, ed a comandargli, che si portasse in Roma a render in suo nome ubbidienza al nuovo Pontefice; e credendo, che D. Rodrigo Ponz di Leon Duca d'Arcos, come più forte e risoluto potesse riparare alla debolezza, ch'essi imputavano all'Ammiraglio, lo destinarono per suo successore: di che il Duca soleva di poi cotanto dolersi, che s'erano a lui riserbate tutte le sciagure, e ch'egli era venuto a portare le pene delle colpe degli altri Vicerè suoi predecessori.

L'Ammiraglio intesa la risoluzione della Corte, giunto che fu il Duca d'Arcos nel Regno partissi da Napoli nel mese di aprile di quest'anno 1646, ed entrò in Roma a' 25 del medesimo mese, ed a' 28, adempiè la sua commissione col Pontefice; indi, dopo aver fatto un giro per Italia, si ricondusse in Corte ad esercitar la carica di Maggiordomo della Casa Regale, dove poco da poi, infermatosi di mal d'orina, trapassò a' 6 di febbrajo del nuovo anno 1647.

Nel breve tempo del suo Governo, che durò meno di due anni, ci lasciò pure da venti Prammatiche tutte savie e prudenti; attese all'esterminio de' banditi e scorridori di campagna; invigilò perchè non si fraudassero le gabelle e le dogane, vietando a' Monasterj, ed altri luoghi pii la vendita del vino a minuto: vietò la fabbrica, ed asportazion delle armi; e diede altri savj provvedimenti, che sono additati nella tante volte mentovata Cronologia prefissa al tomo primo delle nostre Prammatiche. Ma quello, che nel principio del suo governo gli acquistò maggior plauso, fu l'aver tolto molti abusi, che s'erano introdotti nel precedente dal Medina, infra i quali era scandaloso quello introdotto nel Tribunale della Vicaria per lo gran numero de' Giudici, che vi avea creati, più tosto per soddisfare alle importune raccomandazioni de' parenti della Viceregina D. Anna sua moglie, in quel tempo molto potenti in Palazzo, che per rimunerazion di merito. L'Ammiraglio, lasciato un competente numero a reggere quel Tribunale, mandò gli altri a scrivere nelle Regie Udienze delle Province.

A lui parimente si deve d'essersi tolte le molte brighe con gli Ecclesiastici intorno al ceremoniale, e di essersi allontanate le funzioni Regali dal Duomo, con farle celebrare nelle Chiese Regali, o sottoposte all'immediata protezione del Re. Per la morte accaduta in ottobre dell'anno 1644 della Regina di Spagna Isabella Borbone, ordinò l'Ammiraglio, che se le celebrassero solenni esequie nel Duomo, siccome prima praticavasi; ed avendo ivi fatto innalzare un superbissimo Mausoleo, mentre dovea cominciarsi la funzione, insorse il Cardinal Filamarino Arcivescovo, e pretese, che si dovesse dare il piumaccio a tutti i Vescovi che vi doveano intervenire; ma i Ministri Regj riputando ciò una novità, non vollero acconsentirvi a patto veruno; e dall'altro canto ostinandosi il Cardinale, venne in risoluzione il Vicerè di far disfare il Mausoleo drizzato nel Duomo, e farlo trasportare nella Regal Chiesa di S. Chiara, siccome fu fatto; dove essendosi innalzato ed adornato d'iscrizioni ed elogi composti per la maggior parte da' Gesuiti, e spezialmente dal P. Giulio Recupito di quella Compagnia, furono celebrati i funerali alla defunta Regina a' 21 marzo del seguente anno 1645, recitandovi l'orazione in idioma spagnuolo il P. Antonio Errera della medesima Compagnia; onde da questo tempo in poi le altre consimili funzioni si sono celebrate nella stessa Chiesa, siccome fu fatto ne' funerali di Filippo IV, ed a tempi men a noi lontani, nell'esequie dell'altra Regina di Spagna Borbone, moglie che fu del Re Carlo II e degli altri Regali, come diremo.

Il Duca d'Arcos, avendo preso il governo del Regno, contra il credere de' Ministri di Spagna trovò le cose in istato pur troppo lagrimevole; ed il suo infortunio portò, che le tante cagioni cumulate da' suoi predecessori, avessero da partorire in tempo suo quegli calamitosi effetti e quegli infausti successi che si diranno; il racconto de' quali, per la loro grandezza e novità, fa di mestieri, che si porti nel seguente libro di quest'Istoria.

FINE DEL LIBRO TRENTESIMOSESTO.

STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI

LIBRO TRENTESIMOSETTIMO

Gli avvenimenti infelici del nostro Reame, che riserbati in tempo del Governo di D. Rodrigo Ponz di Leon Duca d'Arcos, faranno il soggetto di questo libro non meno che le rivoluzioni di Catalogna, la perdita del Regno di Portogallo, delle Fiandre e dei tumulti di Sicilia, potranno esser ben chiaro documento a' Principi, che il reggimento del Mondo raccomandato ad essi da Dio, come a legittimi Rettori, malamente, e contra il suo Divin volere si commette a' Mercenarj, dall'ambiziosa autorità de' quali non solamente i Popoli pruovano stragi e calamità, ma il Principato istesso va in ruina ed in perdizione. Certamente i nostri Re Filippo III e IV furon Principi d'assai religiosi costumi, ma così inabili a reggere il peso gravissimo di una tanta Monarchia, che abbandonatisi in tutto nelle braccia de' Ministri e de' Favoriti, furon contenti della sola ombra, o nome di Re, permettendo, che della potenza, dell'autorità e di tutto il resto si facesse da coloro un pubblico ed ingordissimo mercato; senza che da tanta infingardia avessero mal questi Principi potuto essere rimossi, nè dagli stimoli de' parenti, nè dalle lagrime de' Popoli oppressi, nè dalle percosse di tante sciagure. Veniva anche questo letargo coltivato dall'arte più sopraffina della Corte e de' Favoriti; imperocchè per renderlo più tenace, e che niun rimorso di coscienza fosse mai valevole a riscuoterlo, avevano nelle loro fortune interessati gli istessi Regali Confessori, per tender aguati fino nei penetrali della coscienza, e ne' più riposti colloquj dell'anima.

Videro fin qui da lontano i nostri maggiori questi disordini in molti Stati di quella sì vasta ed ampia Monarchia; ma a questi tempi ne furono ancor essi insieme spettacolo e spettatori. Già per li precedenti libri s'è veduto, che ridotte le cose nell'ultima estremità, non presagivano che ruina e disordini maggiori, e tanto più inevitabili, quanto che in vece di portarvi rimedio, vie più con nuove spinte si acceleravano. Non bastarono le guerre che ardevano nella Germania, nella Catalogna, ne' Paesi bassi e nello Stato di Milano, le quali tennero la Spagna sempre bisognosa d'ajuti, ed avida di continui soccorsi; ma se ne aggiunse a questi tempi una nuova, che s'ebbe quasi colle sole forze del nostro Regno a sostenere, per conservare al Re i Presidj di Toscana invasi dall'arme di Francia: la quale diede l'ultima spinta alle rivolte: ciò che saremo brevemente a narrare.

CAPITOLO I. Del Governo di D. Rodrigo Ponz di Leon Duca d'Arcos; e delle spedizioni che gli convenne di fare per preservare i Presidj di Toscana dalle invasioni dell'armi di Francia.

Il Duca d'Arcos entrato in Napoli agli 11 di febbrajo di quest'anno 1646, e veduto lo stato lagrimevole del Regno, i popoli oppressi da tanti pesi, che lor conveniva sovra le proprie forze portare; ed all'incontro ritrovandosi fra le necessità di soccorrere a' bisogni della Corona e le difficoltà di trovare i mezzi per eseguirlo, giudicò minor male applicarsi all'esazione delle somme, delle quali era rimasta creditrice la Corte, per resto de' donativi fatti al Re, sotto il governo del Duca di Medina, che caricare i sudditi di nuove imposte. A questo fine deputò due Giunte di Ministri, perchè l'una vegghiasse a vietare i contrabbandi col rigor del gastigo; l'altra a trovare spedienti per l'accennata esazione, dalla quale sperava di tirar somme immense, senza incorrere nell'odio de' Popoli, imponendo loro nuove gravezze sul principio del suo governo.

Ma la nuova guerra, che bisognò sostenere per difender le Piazze di Toscana da' Franzesi assalite, lo costrinse a proseguire il costume de' suoi predecessori: e per supplire alle nuove spese, venire a' mezzi di nuove gravezze.

Il Cardinal Mazzarini, che nell'infanzia del Re Luigi XIV governava la Francia, crucciato col nuovo Pontefice Innocenzio, che nonostante gli ufficj fatti portare dalla Repubblica di Venezia, proseguiva negli atti giudiziarj contro a' Barberini: covrendo la privata vendetta per la repulsa data dal Pontefice in voler acconsentire alla nominazione fatta al Cardinalato di suo fratello dal Re di Polonia, diede ad intendere alla Regina Reggente ed al Consiglio Regale, che il Papa si era già scoverto d'inclinazione contraria agl'interessi della Francia, e troppo affezionato alla Corona di Spagna, come si vedeva chiaro dalla promozione da esso fatta di Cardinali tutti sudditi, o dipendenti da quella Corona; laonde doversi non solamente con esso lui sospendere ogni atto di confidenza, ma anche adoperare ogni mezzo per farlo ritrarre da questa parzialità. A tale oggetto fu risoluto di ricevere sotto la protezione di Francia i Baroni, e d'atterrire il Papa con disporre un grande armamento per l'Italia, e pungere più da vicino Innocenzio. Ricercò egli per tanto il Duca d'Anghien, perchè assumesse il comando dell'armata destinata per l'Italia, per l'impresa delle Piazze Spagnuole della Toscana, come quella, ch'era più valevole a porre il Pontefice in angustie; ma il Condè, padre del Duca, non volle acconsentirvi, onde egli chiamò in Parigi il Principe Tommaso di Savoja, confidandogli, che le sue intenzioni principalmente erano per quella spedizione contra i Regni di Napoli e di Sicilia; ma per diminuire l'invidia di tanto acquisto, voler esibirne gran parte a' Principi d'Italia, ed a lui principalmente offerirla, che per virtù militare e tant'altre doti, meritava di cingere le tempie di corona Regale. Il Principe tutto credendo, o fingendo di credere, n'abbracciò prontamente il carico, e fu stabilito di far l'impresa del Monte Argentaro e delle altre Piazze, che in Toscana vi tengono li Spagnuoli; spinse dunque l'armata a' 10 di maggio di quest'anno da' porti della Provenza, composta di dieci galee, trentacinque navi e settanta legni minori, sotto il comando dell'Ammiraglio Duca di Bressè, sovra la quale furono imbarcati seimila fanti scelti e seicento cavalli. Al Vado vi montò sopra il Principe Tommaso Generalissimo con il suo seguito, ed alquante truppe. Con tal armata scorse le marine d'Italia, arrivò a Telamone, che senza contrasto s'arrese, come pure il Forte delle Saline e di S. Stefano, dove il Governadore volendo difendersi senza forza, perdè nel primo attacco la vita, accingendosi poi per assalire Orbitello, Piazza forte di muro e di sito. A' Vicerè di Napoli spettava la cura e la difesa di quelle Piazze, perciò il Duca d'Arcos, penetrata l'intenzione de' Franzesi, vi avea spedito Carlo della Gatta, celebre Capitano, per comandarvi: poi avendo preparato un soccorso di settecento fanti, tremila dobble in contanti, e molte provvisioni, così da guerra come da bocca, fatto gli uni e l'altre imbarcare sovra cinque ben armate galee e due navi, le spinse a quella volta sotto il comando del Marchese del Viso e di D. Niccolò Doria, figliuolo del Duca di Tursi, li quali ebbero la fortuna d'introdurre le provvisioni e la gente in Portercole, e ritornarsene con la medesima felicità. Ma volendo ritentare la sorte con la spedizione di quaranta filuche ed un bergantino, sopra le quali andavano molti ufficiali, e quattrocento soldati; fatti accorti i Franzesi dall'antecedente successo, furono lor sovra con le galee, e sotto la Fortezza di Palo, ne presero 27, onde stringendo il Principe Tommaso la Piazza, non bastando alla sua difesa così lenti e scarsi soccorsi, fu astretto il Duca d'Arcos d'ammassar nuove milizie e di spingervi più valevole soccorso, affine di far levar l'assedio.

Fra questo mentre comparve l'armata raccolta in Ispagna con grandissima fama sotto il comando del General Pimiento, la quale era composta di trentuna galee e venticinque grandissimi galeoni, oltre alcuni incendiarj, ma così mal fornita di gente da guerra, che i Franzesi, rinforzati da altre dieci galee, non dubitarono, benchè inferiori di numero e di qualità di vascelli, di venire a battaglia; sfuggivano per ciò li Spagnuoli l'abbordo, contentandosi di battersi col cannone, col quale maltrattarono due galee nemiche e conquassarono il restante; ma il colpo fortunato, che loro diede la vittoria, fu quello di cannonata, che levò la testa al Duca di Bressè, Grand'Ammiraglio di Francia; perchè quell'armata, restando senza Capo, e non avendo pronto ricovero, s'allargò subito, ed alzate le vele si ricondusse in Provenza.

Potè allora il Duca d'Arcos, risoluto di far levar l'assedio, far imbarcare le fanterie sotto il comando del Marchese di Torrecuso, Capitano di gran nome in que' tempi, e mandar la gente a cavallo per terra sotto la scorta del Mastro di Campo Luigi Poderico, il quale prendendo il passo, senza richiederlo, per lo Stato Ecclesiastico, per Castro e per la Toscana (dolendosene in apparenza que' Principi, ma godendone ognuno, ingelositi del troppo potere che acquistavano in Italia i Franzesi, e tacitamente additando a' Spagnuoli la strada) si condusse ad unirsi col Torrecuso; il quale appena sbarcato, ed incendiati a Telamone quasi tutti i legni da carico che vi avevano lasciati i Franzesi, incamminandosi verso la Piazza, astrinse il Principe Tommaso a levarsi. Costui avendo perduta molta gente nelle fazioni, e l'altra resa quasi inutile per l'infermità nell'aria corrotta delle Maremme, ritrovandosi con deboli forze, si ritirò a Telamone, e ritornata l'armata Navale, che il Mazzarini con ordini pressanti vi avea spedita, s'imbarcò, ed andato in Piemonte co' suoi, rimandò il rimanente dell'esercito a riposarsi in Provenza. Carlo della Gatta, uscito nell'abbandonate trincere, guadagnò ricche spoglie e venti cannoni: e l'armata del Pimiento, contenta del conseguito vantaggio, ritornò subito verso i Porti di Spagna, contro il parere degli altri Ministri della Corona, che stimavano dovesse fermarsi.

Del successo d'Orbitello godè altrettanto l'Italia, quantochè penetrati i disegni vastissimi del Cardinal Mazzarini, avea mirata l'impresa con gelosia, ma sopra tutti ne giubilò il Pontefice, che secondava, ancorchè cautamente, gl'interessi della Spagna. All'incontro se ne crucciava il Mazzarini, irritato da' rimproveri, che abbandonati gl'interessi di Catalogna ed indebolite le armi in Fiandra, avesse atteso solamente a pascere le sue private vendette in Italia. Ma egli avendo inteso che l'armata nemica se ne ritornava in Spagna, chiamato in Fonteneblò d'improvviso il Consiglio della Reggenza, vi fece deliberare l'impresa di Piombino e di Portolongone, credendo con doppio colpo ferir vivamente non meno il Pontefice, che gli Spagnuoli; poichè la piazza di Piombino, tenuta da guarnigione di Spagna, apparteneva nondimeno col suo picciolo Principato al Lodovisio nipote del Papa.

Si vide allora quanto valesse la forza, quando in particolare veniva spinta dalla passione; poichè in momenti rimessa l'armata, e raccolte le truppe, riuscita al Cardinale sospetta la condotta del Principe Tommaso, ne consegnò il comando a' Marescialli della Melleraye e di Plessis Plarin, li quali con ugual premura apprestandosi, sciolsero speditamente da' Porti. Appena in Italia se n'era divulgato il disegno, che l'armata comparve, e subito sforzato Piombino, dove erano a guardia soli ottanta soldati, sbarcò sopra l'Elba, ed investendo Portolongone non mal difeso, ma scarsamente munito, l'obbligò ad arrendersi a' 29 d'ottobre di quest'anno 1646. Con tal acquisto si rallegrò il Cardinale, che avesse con larga usura cambiato Orbitello per Portolongone: il quale, come fortissima cittadella del Mediterraneo, separando la comunicazione della Spagna co' Regni d'Italia, dava Porto all'armata Franzese, e ricoverò a' legni, che infestassero la navigazione a' nemici. Il Papa ora atterrito, vedendo muoversi di nuovo le armi, chiamato a se il Cardinale Grimaldi parzialissimo della Francia, gli accordò il perdono per li Barbarini, e la restituzione delle cariche e de' beni, rivocando le Bolle, e le pene, a condizione, che si restituissero nello Stato d'Avignone e di là rendessero con lettere il dovuto ossequio al Pontefice. Ma la speranza da lui concepita di preservare con ciò lo Stato al nipote, fu dal Mazzarini delusa, il quale conoscendo col Papa poter più il timore, lasciò correr l'impresa, scusandosi, che partiti i Marescialli non avea potuto a tempo rivocare le commessioni.

La perdita di Portolongone attristò grandemente il Duca d'Arcos, vedendo i Franzesi annidati in un luogo, donde con facilità potevano assalire il Regno; onde gli convenne applicarsi a fortificare le Piazze di maggior gelosia, ed a far grosse provvisioni, per accingersi a riacquistare il perduto. A questo fine fece nuove fortificazioni intorno Gaeta, imponendo per far ciò una tassa a' benestanti: e diede fuori patenti per arrolare dodicimila persone. Dovevano fra queste trovarsi cinquemila Tedeschi, che con grossi stipendj si fecero venire d'Alemagna. Chiamò in Napoli le milizie del Battaglione del Regno; ma queste si dichiararono, che essendo esse destinate per guardia del proprio paese, non intendevano uscirne. Ma mentre il Vicerè sopra galee e vascelli era tutto inteso per far imbarcar le milizie per l'espedizione di Portolongone e di Piombino; i Capitani Franzesi, che comandavano queste Piazze, meditavano altre spedizioni per invadere i Porti del Regno, e spezialmente il Porto di Napoli ed incendiar le Navi, che vi si trovavano. Con tal disegno partitosi il Cavalier Pol dal Canale di Piombino con una squadra di cinque navi e due barche da fuoco, giunse nel Golfo di Napoli nel primo giorno d'aprile di questo nuovo, e funestissimo anno 1647. Fece egli preda a vista della città d'alcune barche: ciò che pose Napoli in non picciolo scompiglio; ma trovandosi allora nel Porto tredici vascelli, e dodici galee, fecer sollecitamente partire di que' legni armati, sopra i quali montativi molti nobili Napoletani, usciti dal Porto, fecero ritirare le navi Franzesi; ma poichè le nostre sciagure eran fatali, ciò che i francesi non fecero, fece contra di noi il caso, o la malizia; poichè accesosi fuoco nell'Ammiraglio delle navi Spagnuole alle 3 della notte de' 12 maggio, si consumò tutte le munizioni, che v'erano, con rimaner abbruciati quattro cento soldati, e quel ch'è più, si perderono trecentomila ducati contanti, che ivi erano. Quest'incendio di notte, ed a vista della città, per lo strepito e rumor grande, apportò agli abitanti un terrore, ed uno spavento grandissimo, e fu reputato un infausto ed infelice presagio d'incendj più lagrimevoli, per le rivoluzioni indi a poco seguite delle quali saremo ora brevemente a narrare.

CAPITOLO II. Sollevazioni accadute nel Regno di Napoli, precedute da quelle di Sicilia, ch'ebbero opposti successi: quelle di Sicilia si placano: quelle di Napoli degenerano in aperte ribellioni.

Gli avvenimenti infelici di queste rivoluzioni sono stati descritti da più Autori: alcuni gli vollero far credere portentosi, e fuor del corso della natura; altri con troppo sottili minuzie distraendo i Leggitori, non ne fecero nettamente concepire le vere cagioni, i disegni, il proseguimento ed il fine: noi perciò, seguendo gli Scrittori più serj e prudenti, gli ridurremo alla loro giusta e natural positura.

De' due Regni d'Italia sottoposti alla Corona di Spagna, quello di Sicilia più quietamente soffriva la dominazione Spagnuola, perchè la terra bagnata dal sangue Franzese inspirasse in que' popoli col timore delle vendette, l'avversione a quel nome, ovvero, perchè non erano cotanto premuti ed oppressi, quanto l'opulenza di queste nostre province invitava gli Spagnuoli a praticare co' Napoletani. Non era nemmeno in alcuni de' nostri Baroni cotanto odiosa la Nazion Franzese, poichè alternato più volte il dominio di questo Regno tra le due Case d'Aragona e d'Angiò, restavano ancora le reliquie dell'antiche fazioni, e l'inclinazioni per ciò vacillanti; onde avveniva, che la Francia nutrisse sempre l'intelligenze con alcuni Baroni; ed i Ministri Spagnuoli, ora dissimulandole, ora punendole, proccuravano di regger con tal freno, che divisi gli animi, impoveriti i potenti, introdotti ne' beni e nelle dignità gli stranieri, non conoscessero i Popoli le forze loro, nè sapessero usarle.

Nell'animo de' Popoli alla Monarchia Spagnuola soggetti, era a questi tempi, per tedio di sì lunghe avversità, scaduto il credito del governo; ed il nome del Re, nella felicità e nella potenza già quasi adorato, restava vilipeso nelle disgrazie e per gli aggravj della guerra poco men che abborrito. Si considerava ancora, che essendo morto in età giovanile il Principe D. Baldassare, dal Re Filippo IV procreato colla defunta Regina Isabella Borbone figliuola d'Errico IV e sorella di Lodovico XIII, Re di Francia, era facile, che la Monarchia rimanesse priva d'eredi; onde i sudditi perderono quel conforto, ed insieme il rispetto, con cui l'attesa successione del figlio al padre, suole, o lusingare i malcontenti, o raffrenare gl'inquieti; e per ciò gli spiriti torbidi sopra ciò promoveano discorsi frequenti ed i più quieti con taciti riflessi deploravano la fortuna maligna, che ciecamente trasferirebbe que' nobilissimi Regni ad incerto dominio, tanto più duro, quanto più ignoto.

I Popoli non men dell'uno che dell'altro Regno si dolevano delle imposizioni rese pesanti dal bisogno non solo, ma dall'avarizia de' Vicerè, e de' Ministri, pe' quali erano stati ridotti a tale stato di miseria e di carestia, che non bastando la fertilità de' nostri campi, nè la Sicilia istessa, che si reputa il Regno fertile di Cerere, ed il granajo d'Italia, potendone esserne esente, si cominciò da per tutto a patirsene penuria. Certamente, che non mai con più chiare pruove si conobbe esser vero, che per stabilire gl'Imperj Dio suscita lo spirito degli Eroi; ma per abbattergli si serve de' più vili e scellerati, quanto che per questi successi.

In Sicilia cominciava la plebe a mormorare per la penuria, che sofferiva di frumenti; ma non curate le sue querele, anzi invece di rimediarvi, impicciolito il pane per nuovi aggravj, diede ella in furore, e dal furore passando all'armi, riempì la città di Palermo di confusione e di tumulti. Il Marchese de los Velez, che governava quel Regno, non ebbe in quel principio forze per reprimerla, nè consiglio per acquietarla; onde lasciando pigliar animo a quella vilissima plebe, vide arder i libri delle gabelle, scacciare gli esattori, levar da' luoghi pubblici l'armi, e fin da' bastioni l'artiglierie; ed udì gridarsi per tutto, che l'imposte s'abolissero, e che nel governo si concedesse al Popolo parte uguale a quella, che teneva la Nobiltà. Il Vicerè accordava ogni cosa, e molto più prometteva; ma il Popolo prima contento, poscia irritato traboccava ad eccessi maggiori ed a più impertinenti domande; o perchè la facilità d'ottenere gli suggerisse pensieri di più pretendere, o perchè non mancassero istigatori, che spargevano essere simulata l'indulgenza e pericolosa la pietà di Nazione, per natura severa e contro i delitti di Stato implacabile per istituto. Se dunque un giorno, accarezzata, deponeva l'armi, l'altro, furiosa, le ripigliava con maggiore strepito, dilatandosi il tumulto anche per lo Regno.

Mancava però un Capo, che con soda direzione regolasse la forza del volgo, il quale se cominciava con rumore, presto languiva, contento d'assaggiare la libertà con qualche insolenza. Ma la nobiltà, poco amata dal popolo, nemmen ella poteva fidarsi di tant'incostanza, e se pur alcuno volle applicar l'animo a servirsi dell'occasione, fu poi fuori di tempo. Tra l'istesso popolo, i più benestanti, esposti agli strazj de' più meschini, da' quali a capriccio venivan lor arse le Case, e saccheggiate le sostanze, sospiravano la quiete primiera. Alla plebe più vile s'univano i delinquenti, da' quali aperte le carceri si cercava franchigia de' debiti ed impunità de' delitti. Fu detto, che in una taverna gettassero alcuni le sorti di chi assumer dovesse la direzione della rivolta, e che toccasse a Giuseppe d'Alessi uno de' più abbietti. Costui molte cose ordinò, e molte n'eseguì d'importanti. Discacciò il Vicerè dal Palazzo, e lo costrinse ad imbarcarsi sopra le Galee del Porto; poi si compose con un trattato solenne, che al popolo concedeva tali privilegj ed esenzioni sì larghe, che anche in Repubblica libera sarebbero stati eccedenti; ma in fine mentre l'Alessi sta con guardie, e tratta con fasto, invidiato da tutti e resosi odioso a' suoi stessi, fu dal popolo ucciso. È però vero, che dal suo sangue di nuovo sorse la sedizione, perchè alcuni credendo, che dagli Spagnuoli gli fossero state tessute l'insidie, altri ambindo quel posto, fluttuarono grandemente le cose, e molto più furono agitate dappoi, che il Vicerè caduto infermo per afflizione d'animo, terminò la sua vita.

Lasciò los Velez il governo al Marchese di Monteallegro, che tutto tollerò per sostenere alla Spagna almeno l'immagine del comando, e guadagnar tempo, sino all'arrivo del Cardinal Trivulzio, che il Re gli avea destinato per successore. Giunto il Cardinale in Palermo mantenne in fede i Siciliani, ed acchetò i romori; tanto che portatosi poi a Messina D. Giovanni d'Austria coll'armata, confermò in quel Regno la quiete, e ridusse le cose in una total calma e tranquillità.

Ma nel Regno di Napoli, non avea tante fiamme il Vesuvio, quanti erano gl'incendj, ne' quali stava involto. In questo Regno, siccome da' precedenti libri si è veduto, avevano gli Spagnuoli riposti i mezzi principali della loro difesa, perchè fertile e ricco forniva danaro ed uomini ad ogni altra provincia assalita. Avrebbe la fecondità e l'opulenza supplito al bisogno, se l'avidità de' Ministri, sempre premendo, non avesse del tutto esauste ed espilate le ricchezze istesse della natura; ma in Ispagna essendo più stimato quel Vicerè, che sapeva ricavare più danaro, non v'era macchina, che non s'adoperasse, per aver il consenso della nobiltà e del popolo, ch'era necessario per deliberare l'imposte, e per cavarne la maggior somma che si potesse. Vendevansi le gabelle a chi più offeriva, e con ciò perpetuando il peso, s'aggravavano le estorsioni, perch'essendo i compratori stranieri, e per lo più Genovesi, avidi sol di guadagno, non era sorta di vessazione, che, trascurate le calamità de' miseri popoli, crudelmente non si praticasse. Non restava più, che imporre, e pur il bisogno cresceva: poichè tentato da' Franzesi Orbitello, ed occupato Portolongone, si richiedevano, e per supplire altrove e per difender il Regno, grandissime provvisioni.

Il Vicerè Duca d'Arcos, trovandosi angustiato dalla necessità del danaro, per porre in piedi nuove soldatesche, e mantenere in mare Armate, non essendo sufficienti le somme, che, senza impor nuovi dazj, pensava di ricavare dagli espedienti sopra accennati, venne alla risoluzione di convocare un Parlamento: dove avendo esposti li bisogni della Corona, e sopra tutto, che bisognava mantener eserciti armati per la vicinanza molesta de' Franzesi, annidati in Toscana, estorse un donativo d'un milione di ducati; ma per ridurlo in contanti era necessario venire all'abborrito rimedio delle gabelle. Con imprudente consiglio, scordatisi così presto di quel, ch'era accaduto sotto il governo del Conte di Benavente, fu proposta la gabella sopra i frutti, altre volte imposta e poi tolta, come gravosa per lo modo di praticarla, ed odiosa alla plebe, e più da lei sentita, quanto ch'ella nell'abbondanza del paese, e sotto clima caldo, non si nutre quasi d'altro alimento, massimamente nell'estate; ad ogni modo trovandosi tutte l'altre cose aggravate ad un segno, che non potevano sopportar maggior peso, vi diedero le Piazze l'assenso, ed il Vicerè abbracciò l'espediente. Ma pubblicato a pena, nel terzo dì di gennajo di quest'anno 1647, l'editto per l'esazione d'essa, che cominciò il Popolo a mormorare, e tumultuosamente ad unirsi, e sempre che usciva il Vicerè, circondavano il suo cocchio, ad alta voce gridando, che si levasse: s'udivano minacce tra' denti, si trovavano affissi molti cartelli, dove si esecrava la gabella, ed una notte fu bruciata la casa, posta in mezzo al Mercato, dove se ne faceva l'esazione.

Il Duca d'Arcos, temendo da tali insolenze disordini maggiori, fece trattar dalle Piazze l'abolizione della gabella, e cercare espedienti di soddisfare coloro, che avevano sopra di quella somministrato il denaro, con imposizione d'altre gabelle meno gravose; ma non si poteva rinvenir alcun mezzo, per le altre maggiori e più gravi difficoltà, che s'incontravano, volendo imporne altre nuove; onde tutte le assemblee riuscivano vane e senz'effetto; e tanto più crescevano i tumultuosi discorsi del popolo; nè mancavano malcontenti, che servivano di mantice per accender maggior fuoco, fra' quali il più istigatore era il Sacerdote Giulio Genuino, il quale avea a se tratti molti della sua condizione, e non men di lui d'ingegni torbidi e sediziosi. Fra la vil plebe era surto ancora un tal Tommaso Aniello, chiamato comunemente Masaniello, d'Amalfi, uomo vilissimo, che serviva ad un venditor di pesce a vender cartocci per riporvelo; giovane di primo pelo, ma vivace ed ardito, il quale, soprammodo crucciato dal pessimo trattamento, ch'era stato fatto da' Gabellieri alla moglie, trovata con una calza piena di farina in contrabbando, minacciava vendicarsene, e meditava di trovar occasione di suscitar in mezzo al Mercato qualche tumulto nel dì della festività del Carmine, solita celebrarsi nella metà del mese di luglio. A tal fine, col pretesto di doversi assalire un Castello di legno nel dì della festa, avea provveduto ad alcuni ragazzi di canne col denaro somministrato da Fr. Salvino Frate Carmelitano, il quale o per propria perfidia, o per suggestione de' malcontenti, era il principal istigatore e fomentatore al Masaniello di farsi Capo del meditato tumulto.

Ma non bisognò aspettare la metà di quel mese, perchè a' 7 di luglio un picciolo ed impensato accidente gli aprì la strada. Alcuni contadini della città di Pozzuoli, avendo la mattina di quel giorno portate alcune sporte di fichi al Mercato, erano sollecitati dagli esattori del dazio al pagamento; ed insorta contesa tra essi, ed i bottegai, che doveano comprarle, intorno a chi dovesse pagarlo; essendo accorso Andrea Nauclerio Eletto del Popolo a darne giudicio, decise, che conveniva si sborsasse da chi le portava dalla campagna: uno de' contadini, che non aveva danaro, versò con imprecazioni un cesto di fichi per terra, rabbiosamente calpestandoli. Accorsero molti a rapirli, con risa, altri con collera, ma tutti compatendo quel misero, ed odiando la cagione. Allo strepito essendo sopravvenuto Masaniello con altri ragazzi armati di canne, cominciarono tutti, da costui animati a saccheggiar il posto della gabella, scacciandone co' sassi i ministri. Da ciò accesi gli animi, ricevendo forza dall'unione e dal numero, svaligiarono tutti gli altri luoghi de' dazj; e guidati da cieco furore, senza saperne i motivi, nè discernere il fine, corsero al Palazzo del Vicerè con proteste d'ubbidienza al Re, ma con esclamazioni contro il mal governo.

Le guardie, deridendo quel puerile trasporto, non vi s'opposero, ed il Vicerè impaurito lo fomentò, esibendo prodigamente ogni grazia. Cresciuta con ciò la licenza, e cominciando i più risoluti a porre a sacco il Palazzo, egli tentò di salvarsi nel Castel Nuovo; ma trovato alzato il ponte, non sapendo per lo timore dove ridursi, corse in carrozza chiusa verso quello dell'Uovo: scoperto però dalla plebe, poco mancò, che non restasse oppresso, se non si fosse ricovrato nel Convento di S. Luigi, nè quivi tampoco sarebbe potuto giugnere, se per la breve strada non fosse andato gettando monete d'oro al popolo per trattenerlo, che non lo seguitasse. Di là fece sparger editti, che abolivano la nuova gabella delle frutta; ma ciò non ostante, il tumulto a guisa di un torrente che inondi cresceva, e suggerendo i più torbidi al volgo semplice varie cose, chiedevano ad alta voce, che si levassero tutte l'altre gabelle, e che si consegnasse al Popolo il privilegio di Carlo V. Quelli che lo dimandavano, sapevano meno degli altri dove fosse, e ciò che contenesse, perchè il dominio lungo degli Spagnuoli, e la sofferenza de' sudditi, abolita ogni memoria d'indulto, avea reso arbitrario ed assoluto il comando.

A tanta commozione essendo accorso il Cardinal Filomarino Arcivescovo, per quietar il tumulto, s'interpose col Vicerè: il quale trovandosi in quell'arduo procinto, in cui era pericolosa la severità e l'indulgenza, e se si negava ogni cosa, e se tutto si concedeva: credè in fine meglio consegnargli un foglio in cui prometteva quanto sapevan pretendere, con speranza, che sedato il romore, e sciolta l'unione di que' scalzi, tutto prestamente si rimettesse in buon ordine e quiete. Ma il contrario avveniva, perchè la maggior parte confusa da que' fantasmi di libertà, senza saper ciò che volesse, voleva più, onde il male peggiorava coi rimedj, e s'irritava co' lenitivi.

Scoppiò in oltre l'odio fierissimo, che la plebe contro la Nobiltà lungo tempo nutrito avea: onde i sollevati scorrendo per le strade, trucidarono alcuni Nobili, arsero le case d'altri, proscrissero i principali, e bramando di sterminarli tutti, stava la città in procinto d'andar a fuoco, ed a sangue. E pure il Popolo stolto credeva di mantenersi fedele al Re, e solo di correggere il cattivo governo, e risentirsi de' strazj patiti da' Nobili superbi e da' Ministri malvagi.

Masaniello lacero e seminudo, avendo per teatro un palco e per scettro la spada, con centocinquantamila uomini dietro, armati in varie foggie, ma tutte terribili, comandava con assoluto imperio ogni cosa. Egli Capo de' sollevati, anima del tumulto, suggeriva le pretensioni, imponeva silenzio, disponeva le mosse, e quasi che tenesse in mano il destino di tutti, trucidava co' cenni, ed incendiava co' sguardi; perchè dove egli inchinava, si recidevan le teste e si portavan le fiamme. Il Vicerè per tanto, per la mediazione del Cardinal Arcivescovo, fu indotto a dar in potere del Popolo istesso il privilegio richiesto, ed accordare un solenne trattato, in cui s'abolivano quelle gabelle, ch'erano state imposte dopo le grazie di Carlo V, e si proibiva d'imporne nell'avvenire altre nuove: si concedeva parità di voti al Popolo con la Nobiltà: si prometteva oblivion d'ogni cosa, e si permetteva, che ne' tre mesi, ne' quali si doveva attendere la confermazione del Re, stesse armata la plebe. Fu tutto ciò ratificato con solenne giuramento nella Chiesa del Carmine, onde si diede qualche breve respiro.

(Questa Capitolazione contenente 23 articoli e cinque altri aggiunti, fu per la mediazione del Cardinal Filomarino accordata ai 13 luglio 1647 tra 'l Vicerè e Masaniello, il quale intervenne come Capo del fedelissimo Popolo e si legge presso Lunig[32].)

Masaniello onorato dal Vicerè con eccessi, siccome sua moglie dalla Viceregina, gonfio di vanità cominciò ad agitarsegli la mente, e finalmente dalle vigilie e dal vino ridotto a delirare, fatto insopportabile a' suoi e contra tutti crudele, fu la mattina de' 16 di luglio da gente appostata nel Convento del Carmine ucciso, siccome fu fatto d'alcuni altri de' suoi confidenti, e dal vedersi, che la plebe non fu niente commossa dalla sua morte: anzi pareva, che godesse alla vista del teschio conficcato ad an palo, si credeva che fosse ogni cosa per ridursi in buon ordine e quiete.

Ma con dannosa imprudenza, strapazzati da' Nobili alcuni di que' della plebe, e con peggior consiglio il giorno susseguente essendosi diminuito il peso del pane, si risvegliò il tumulto con tanto furore, che disotterrato il cadavere dell'ucciso e preso il teschio, unendolo al busto, fu esposto con lumi accesi nella Chiesa del Carmine, nè sarebbe cessato il concorso del popolo e la curiosità di vederlo, se con solennissime e regali esequie, a guisa di Capitan Generale non fosse stato sepolto; ed immantenente fu occupato dal Popolo il torrione del Carmine, e presi altri siti opportuni per dominar il Porto, ed opporsi alle batterie de' Castelli.

Il Duca d'Arcos ritiratosi in Castel Nuovo, lo trovò sguarnito d'ogni cosa, e così erano tutti gli altri poichè per accudire a' bisogni lontani, avevano i Vicerè indebolito il freno della città, e la custodia del Regno. Mancava il denaro, niuno osava più esiger le rendite, e tutti con pari licenza ricusavano di pagare l'imposte. Le milizie erano già state spedite a Milano, ed alcuni pochi fanti chiamati dalle province, furono da' popolari per cammino battuti e sbandati. Dilatandosi poi per lo Regno la fama de' successi della città, siccom'erano per tutto universali le cagioni, così non furono dispari gli avvenimenti; poichè in ogni luogo, scosso il giogo delle gabelle, e sollevandosi il Popolo contra l'insolenza de' Baroni, si riempirono le province di tumulti e di stragi.

Fu perciò costretto il Vicerè a' 7 di settembre a giurare un altro accordo più indegno del primo.

(Questa seconda Capitolazione contenente 52 articoli è stata anche impressa da Lunig, e si legge Tom. 2 pag. 1374).

Ma il Popolo sempre temendo, ed il Duca niente dissimulando, non ebbe più lunghi periodi la calma. Passandosi adunque, come suole accadere, dal tumulto alla ribellione, dimandavano i popolari al Vicerè i Castelli, e non volendo egli dargli, si venne all'attacco. Egli è certo, che se allora quella gente infuriata avesse avuto un corpo di ben disciplinate milizie, ed un Capo sperimentato e fedele, avrebbe espugnati i Castelli, e quindi discacciati gli Spagnuoli dal Regno. Ma dal Popolo abborrendosi il nome di soccorso straniero, e coll'oggetto di libertà immaginaria tendendo a più misera servitù, fu scelto (essendosene scusato Carlo della Gatta) per Capitan Generale Francesco Toraldo Principe di Massa, che n'accettò il carico di concerto col Vicerè. Egli ritardando con apparenza di meglio assicurarsi gli attacchi, e con errori volontarj e mendicate dilazioni, guastando ogni cosa, non potè finalmente a tanti occhi occultare l'inganno: onde imputato d'intelligenza con gli Spagnuoli, con miserabile supplicio dalla plebe arrabbiata fu trucidato.

CAPITOLO III. Venuta di D. Giovanni d'Austria figliuolo naturale del Re; che inasprisce maggiormente i sollevati, i quali da tumulti passano a manifesta ribellione. Fa che il Duca d'Arcos gli ceda il Governo del Regno, credendo con ciò sedar le rivolte. Parte il Duca, ma quelle vie più s'accrescono.

Gli avvisi intanto pervenuti alla Corte di Spagna di questi successi, sollecitarono la partenza dell'armata navale, sopra la quale imbarcossi D. Giovanni d'Austria, figliuolo naturale del Re, con titolo di Generalissimo del mare, e con ampio potere sopra gli affari del Regno, giovane di 18 anni, ben fatto di sua persona, che accoppiava alla gentilezza e soavità dei costumi un giudizio maturo; giunse l'armata, e diede fondo nella spiaggia di S. Lucia nel primo giorno d'ottobre. Si componeva ella di 22 Galee e 40 Navi, ragguardevoli per lo numero e per la grandezza, ma poco meno, che sguarnite di munizioni, e con soli quattromila soldati; e pure era stimata da' Spagnuoli il presidio della Monarchia, perchè era destinata a frenar i due Regni fluttuanti, soccorrere l'Italia e riscuotere Portolongone e Piombino dalle mani de' Franzesi. Questa non tantosto approdò, che il Vicerè, contra il parere del Consiglio Collaterale, che sentiva di introdurre col negozio la quiete, indusse D. Giovanni ad usare la forza.

Amaramente vedeva questo giovane Principe, partito di Spagna coll'impressione datagli da' suoi adulatori, di vincere con la sola presenza, che così vil plebe ancora osasse tenere in mano le armi, e volesse capitolare del pari. Il Vicerè per gli scorsi pericoli e per gli affronti patiti, desideroso di vendicarsi, figurava tutto facile e piano. Fu pertanto da D. Giovanni fatto sapere al Popolo, che consegnasse le armi, e ciò negato, come si prevedeva, sbarcati tremila fanti, e da essi presi i posti più alti ed opportuni, cominciarono i Castelli e l'armata indistintamente a percuotere da ogni parte, con incessante tempesta di cannonate la città. Ciò, benchè nel principio alquanto atterrisse, fu però tanto lontano che domasse il Popolo, che anzi i Tempj ed i Palazzi si danneggiavano indistintamente i colpevoli, ed i fedeli; ma in sì vasta città non per tutto arrivavano i colpi, nè oltre lo strepito e le ruine, apportavano altre notabili offese. All'incontro i mantici della ribellione infiammavano gli animi contro gli Spagnuoli, notandoli di mancatori di fede, e che il Re Filippo avea inviato il figlio, acciocchè portasse più possenti i fulmini del suo sdegno, e che amava più tosto di perder Napoli, con esempio atroce di crudeltà e di vendetta, che conservarla con moderato ed indulgente imperio.

(Furono emanati dal Popolo per questa irruzione de' Spagnuoli due editti, uno a' 15 ottobre, l'altro nel giorno seguente 16, per cui si aboliscono affatto tutte le gabelle, si proibisce a tutti i Baroni e Titolati d'unirsi in comitiva di gente, e s'offeriscono taglioni di più migliaja di ducati ed indulti generali a chi ammazzasse il Duca di Maddaloni, D. Giuseppe Mastrillo, Lucio Sanfelice, il Duca di Siano, e li figli di Francesco Antonio Muscettola. Nel giorno 17 si pubblica un Manifesto, nel quale il popolo espone l'infrazione fatta da' Spagnuoli agli articoli accordati, e le crudeltà da' medesimi praticate, onde s'invitano il Papa, l'Imperadore, tutti i Re, Repubbliche e Principi a prestar lor ajuto e favore. Si leggono i due Editti ed il Manifesto presso Lunig[33]).

Poco ci volle per confermare con la disperazione del perdono nella contumacia i sollevati: anzi per indurvi i più quieti, mentre il danno e l'offesa era comune, s'animavano tutti con odio estremo alla resistenza.

Ripartita perciò la difesa, fortificati i posti, cavate armi, e cannoni dagli Arsenali, per tutto mostravansi, con risoluzione ostinata, di voler difendere se stessi e la patria. S'avvidero presto gli Spagnuoli esser vano ogni sforzo di vincere col timore una città sì grande, piena di Popolo furibondo ed armato. Mancarono loro inoltre presto la polvere e i bastimenti, onde convennero rallentare le batterie, ad allontanare le navi, rendendo più audace il popolo col dimostrarsi impotenti. Nè vi fu caso enorme, in cui licenziosamente la plebe non trascorresse. Nel patibolo del Toraldo, pareva che fosse stato affisso un decreto d'odio perpetuo contro la Nobiltà; e nelle conventicole non s'udiva altro, che disperati consigli, e concetti rabbiosi contro i Nobili.

Si venne infine ad abbattere le riverite insegne del Re, ed a calpestare i suol Ritratti, sino a quell'ora, si può dire, adorati; e la città di Napoli assunse titolo di Repubblica. Non si può dire quanto di tal nome nel principio esultasse la plebe fastosa, quantunque pochi credessero dover essere lunga la forma del suo reggimento. Non vi è Popolo della libertà più cupido del Napoletano, e che altresì men capace ne sia, mobile ne' costumi, incostante negli affetti, volubile nei pensieri, che odia il presente, e con sregolate passioni, o troppo teme, o troppo spera nell'avvenire. Per la morte del Toraldo, s'intruse un tal Gennaro Annese nel Generalato dell'armi, uomo di profession militare, ma d'abbietti natali, accorto però, e niente meno sagace architetto di frodi, che ardito esecutore di scelleratezze.

In questo stato di cose, non mancarono i confidenti della Corona di Francia di andar spargendo tra il popolo, che per mantenersi in quel governo, era bisogno di ricorrere alla protezione di un Re potente: e mostrando lettere del Marchese di Fontanè, Ambasciador di Francia in Roma, per le quali si prometteva ogni favore, furono risoluti di ricorrere per miglior partito ad Errico di Lorena, Duca di Guisa, che si Trovava per suoi affari domestici allora in Roma, e di chiamarlo al reggimento della nuova Repubblica, con dichiararlo Capo di essa. Il Duca di Guisa era un Principe giovane, di amabile aspetto, di cuor generoso, prode ne' fatti, e nelle parole cortese; in oltre d'alti natali, e che discendendo dagli antichi Re, vantava ragioni sopra il Regno, ed ancor ne conservava i titoli e l'insegne.

(Le ragioni per lo quali la famiglia di Lorena conservi ancora i titoli e l'insegne di Napoli e di Gerusalemme, furon esposte altrove, parlandosi de' discendenti di Renato d'Angiò, ultimo e discacciato Re dal Regno).

Si credeva, che egli non molto contento del presente governo di Francia potesse di là bensì trarne soccorsi, ma non dipendesse dalle voglie de' Ministri nè dagl'interessi di quella Corona.

Il Duca a così grand'oggetto d'impiego famoso, si lasciò rapire, ed arditamente con poche filuche spedite a quest'effetto dal popolo, superati gli agguati dell'armata spagnuola, s'introdusse in Napoli a' dì 15 di novembre, dove fu accolto con quelle acclamazioni ed applausi, che suggeriva la stima della persona, ed il bisogno della città. Accompagnato da' Capi principali del popolo, andò la mattina seguente a dare il giuramento nel Duomo, dove volle farsi benedire lo stocco; ma avendo scorto il disordine grandissimo che vi era nell'infima plebe, indiscreta, insolente, che uccideva, rubava e bruciava sol per soddisfare l'ingordigia e la vendetta: e che le milizie regolate, a proporzion del bisogno, erano pochissime: applicò l'animo a trovar mezzi per mettervi freno, e darvi compenso; vietò pertanto con severe pene i furti, le rapine e gl'incendj: assoldò un reggimento a sue spese, proccurando di tirare eziandio qualche nobile al suo partito: comandò, che si trattassero gli Spagnuoli all'uso di buona guerra, e per supplire alla mancanza del danaro, fece aprir la Zecca delle monete, delle quali ne furono coniate molte d'argento e di rame coll'impronta della nuova Repubblica; della quale egli si fece eleggere Duca, con sommo rammarico di Gennaro Annese, che vedevasi poco men che privato dell'intero comando.

(Le Monete coniate a questo tempo hanno lo scudo col monogramma S. P. Q. N.; nè vi è immagine di Errico di Lorena, ma solo intorno il suo nome col titolo REIP. NEAP. DUX. Furon anche impresse dal Vergara nel suo libro delle monete del Regno di Napoli; e ciò ch'è notabile, le medesime, dopo essere ritornato il Regno alla divozione del Re di Spagna, si lasciarono intatte, e tuttavia si spendono, ed hanno il lor corso, come, tutte le altre monete Reali).

S'applicò ancora il Duca in Campagna a reprimere gli sforzi de' Baroni, li quali, ridotti a disperazione per l'odio del popolo, unitisi agli Spagnuoli, avevano sotto Vincenzo Tuttavilla e Luigi Poderico raccolte in Aversa alcune milizie.

In questo tempo era comparsa L'armata franzese a vista della città con non più di 29 mal provveduti Vascelli da guerra e 5 da fuoco, non già per secondare l'impresa del Duca di Guisa, ma unicamente per proccurare di trarre nei romor de' tumulti alcun profitto per la Corona di Francia, non tenendo ordini il Comandante di prestare ajuto a! Duca; poichè quando giunse in Francia l'avviso di questi tumulti, e successivamente, che il Guisa si era portato a Napoli, il Cardinal Mazzarini con gran sentimento disapprovò la condotta, non credendolo, per la volubilità dell'animo, capace di maneggiare negozio sì arduo; perciò l'Armata franzese dopo aver scorsi questi Porti, e sol cannonandosi da lontano con la Spagnuola, trovandosi con poche forze, presto si ritirò. Nè il Duca si curò di cavarne sussidj, perchè come la Corte di Francia non approvava, che egli si fosse intruso in quel carico, così egli divisava di operar da se, e profittar per suo conto. Ciocchè però fu di grande ostacolo alla sua impresa, vedendosi la confusione in quegli del partito istesso franzese: poichè alcuni Capi del popolo, a suggestione d'alcuni soldati franzesi, posero in trattato d'acclamare il Duca d'Orleans allo scettro. Inclinavano molti altri a darsi al Pontefice, chiamandolo a piene voci, per essere più validamente protetti dalla religione e dall'armi; ma Innocenzio, ancorchè potesse allettarlo l'apparenza del sicuro profitto, con riflessi però più maturi considerava, che se in ogni tempo questo Regno era stato preda del più potente, ora la sua cadente età non poteva porgergli speranze di veder ridotta a perfetto stato l'impresa, che promovesse, e che convenendo alla Chiesa valersi d'armi straniere, ogni acquisto resterebbe finalmente in preda di quegli, che avesse chiamato in ajuto. Applicò dunque più tosto l'animo a comporre le cose, dandone commessioni efficaci ad Emilio Altieri suo Nunzio in Napoli.

Dall'altra parte D. Giovanni d'Austria, il Duca d'Arcos e tutti i Nobili, attediati da sì gravi e lunghi disordini, anzi l'istesso Annese, che mal soffriva il comando del Guisa, erano desiderosi della quiete; quindi fecesi pubblicare un editto,[34] nel quale si conteneva un'ampia plenipotenza, che avea conceduta il Re al Duca d'Arcos, e si offeriva di consolar tutti, facendovi per lor sicurezza intervenire l'autorità del Pontefice, che ne avea date precise commessioni al Nunzio Altieri. Ma, e l'editto e le lettere, che il Nunzio fece consegnare all'Annese, non partorirono effetto alcuno, dichiarandosi costui, che la plenipotenza era buona, ma non il personaggio, che la rappresentava, come quegli, che col mancamento delle promesse avea coltivati i semi della discordia, e conchiudeva, che fidandosi del Duca d'Arcos sarebbe cadere ne' medesimi errori. D. Giovanni vedendo, che tutte le Province del Regno, non men che la Metropoli, andavano in ruina, involte tra tumulti e sedizioni, volle tentare, se tolto di mezzo il Duca d'Arcos, persona al popolo resa cotanto odiosa, potesse ripigliarsi il trattato; rinnovò per tanto le pratiche, e fu proposto di rimovere il Duca dal governo del Regno, e porlo nelle mani di D. Giovanni, nella persona del quale non concorrendo quell'odio, che i sollevati mostravano al Vicerè, credevasi rimedio efficace per acchetare i rubelli; tanto più, che il popolo n'avea fatta prima istanza particolare a D. Giovanni di farlo rimovere. Si mostrò pronto il Duca d'Arcos a rinunziare il comando, purchè da ciò ne seguisse la quiete del Regno; anzi egli stesso fece ragunare il Consiglio Collaterale di Stato, perchè autenticassero la sua deliberazione. Alcuni furono d'opinione, che non potesse ciò farsi, appartenendo solo al Re il creare e rimovere i supremi moderatori del Regno; altri (che furono la maggior parte) assolutamente conchiusero, che convenisse al servigio del Re e del Regno la partenza del Duca, e l'introduzione di D. Giovanni al governo. Ciocchè essendo stato da costui approvato, mandò il Duca la moglie e i figliuoli in Gaeta, ed a' 26 di gennajo di questo nuovo anno 1648 partì da Napoli, dopo aver governato pochi giorni meno di due anni.

Così terminò il suo Governo infelice il Duca d'Arcos, il quale in una rivoluzione cotanto lagrimevole di cose, non potè lasciar di se presso noi altra memoria, se non quella d'alcune sue Prammatiche, che ancor ci restano insino al numero di quattordici, per le quali, a fin di supplire, come si potea meglio agli estremi bisogni, proccurava di toglier le frodi, che si commettevano in pregiudizio de' dazj e delle gabelle, e rinovò le pene contro coloro, che commettevano contrabbandi, particolarmente di salnitro e di polvere, e diede altri provvedimenti, che vengono additati nella Cronologia prefissa al primo tomo delle nostre Prammatiche.

§. I. D. Giovanni d'Austria prende il Governo del Regno.

Preso ch'ebbe il governo del Regno D. Giovanni d'Austria, s'applicò a' mezzi, che e' credeva più proprj per estinguere tanto incendio, che ora più che mai ardea, non solo nella Metropoli, ma in tutte le Province; ed a tal fine pubblicò un editto, col quale invitava il popolo alla quiete, ed oltre alla concessione di moltissime grazie, gli prometteva un general perdono; ma questo editto pubblicato in tempo, che i disordini erano più cresciuti, produsse effetti contrarj; poichè essendo stati alcuni esemplari dell'editto affissi ne' quartieri, che eran tenuti dal popolo, furono immantinente lacerati, e poste grosse taglie su le teste di coloro, che avevano avuto ardimento di affiggerli in quei luoghi. Anzi per mostrar maggiormente la loro pertinacia, furono da' popolari eletti Ministri per empire i Tribunali del Consiglio di S. Chiara, della Regia Camera, della G. C. della Vicaria, e di quella del G. Ammiraglio, affine d'amministrare a tutti giustizia. Nè intanto si tralasciavano le zuffe più crudeli tra le soldatesche spagnuole, e quelle del popolo, che riempivano la città di terrore e di spavento.

In questo stato lagrimevole di cose, il Duca di Guisa, volendo a se trarre tutto il comando, pose gran tepidezza ne' popolari: e molta discordia ne' Capi: ciocchè fu l'origine che il Regno fosse poi confermato sotto l'imperio del Re Cattolico; poichè Gennaro Annese, che teneva il Torrione del Carmine, non poteva patire, che il Duca fossegli superior nel comando, ed il Duca non voleva sofferire per emulo dell'autorità un uomo sì vile; e procedendo perciò con gelosie e diffidenze, non mancarono di praticare insidie per torsi l'un l'altro la vita; onde nella città ed in campagna, fluttuando gli affetti, anche l'armi con varia fortuna s'agitavano. S'aggiunse la confusione in quei del partito Franzese, che col fomento del Fontanè Ambasciador di quella Corona appresso il Pontefice, pretendevano alcuni di essi di formar fazione distinta da' seguaci del Duca di Guisa. Ma questi erano pochi, e non molto forti; poichè avendo il popolo prevenuti i disegni ancora immaturi, che la Francia nudriva con alcuni Baroni, questi erano stati quasi tutti costretti, per salvarsi dall'ira e crudeltà della plebe, ad unirsi con li Spagnuoli, e contro lor voglia cospirare allo stabilimento di quell'abborrito dominio.

(Presso Lunig[35], si legge una plenipotenza spedita dal Fontanè in Roma a' 20 gennaro 1648 all'Abate Laudati Caraffa fratello del Duca di Marzano per impiegar la sua opera in far sì che la Nobiltà del Regno prendesse le armi nella presente congiuntura contra gli Spagnuoli, promettendogli in nome del suo Re, anche se non seguisse l'effetto, di rifargli le rendite, che venisse a perdere nel Regno, le quali consistevano in una Badia intitolata S. Catarina, di quattromila scudi di rendita, che possedeva nel Ducato di suo fratello, ed in cinquemila altri scudi annui di suo patrimonio).

D. Giovanni, informato di queste divisioni, pensò approfittarsene, e valendosi della discordia degli nemici, cominciò di nuovo a spingere innanzi trattati di pace, vedendo riuscire inutili ed infelici quelli di guerra, e per mezzo del Cardinal Filomarini Arcivescovo gli fece promovere, il quale scorgendo, che inutilmente si consumavano gli uffizj col Duca di Guisa, volgendosi alla parte contraria, nella quale trovò miglior disposizione, indusse l'Annese ad impiegarsi da senno a promovere la quiete, ch'egli, non men, che gli altri ardentemente desiderava, per liberarsi dal pericolo della vita, a lui dal Guisa insidiata.

Intanto essendo giunto alla Corte di Spagna l'avviso della resoluzion presa dal Consiglio Collaterale di far rinunziare al Duca d'Arcos il governo del Regno, e darne l'amministrazione a D. Giovanni, disapprovò il fatto, e mal intese, che i sudditi s'arrogassero, in materia così importante, l'autorità di togliere un Vicerè, e sostituirne altri. Non piaceva ancora per gelosia di Stato, in congiunture sì pericolose, essersi sostituita la persona di D. Giovanni, onde immantenente fu comandato al Conte d'Onnatte, che si trovava Ambasciadore del Re in Roma, che si portasse tosto al governo del Regno di Napoli con titolo di Vicerè, il quale ricevuti i Regali dispacci, con ogni prestezza si partì da Roma, e venne a Gaeta, e quindi in Baja, donde spedì un suo Segretario coi dispacci per darne la notizia a D. Giovanni, il quale immantenente nel primo giorno di marzo di quest'anno 1648, depose in mano del Conte il Governo, lasciandoci pure egli in così breve tempo tre Prammatiche, che si leggono ne' volumi di quelle: non contenendo, che le grazie, i privilegi ed il perdono conceduto da lui al popolo, come plenipotenziario del Re.

CAPITOLO IV. Di D. Innico Velez di Guevara, e Tassis, Conte d'Onnatte, nel cui governo si placarono le sedizioni, e si ridusse il Regno sotto il pristino dominio del Re Filippo.

Giunto il Conte d'Onnatte in Napoli, avendo visitati i luoghi della Città, e tutte le trincee, ch'erano a fronte de' popolani, si dispose non pure alla difesa, ma pose ogni studio d'impadronirsi de' quartieri occupati dal Guisa; ed animando le sue milizie, fece dar loro le paghe, distribuendo centottantamila ducati, che avea seco portati da Roma. Nell'istesso tempo, approvando la condotta di D. Giovanni, non tralasciò di seguitar il trattato del perdono e dell'accordo prima coll'Annese incominciato: ciò che giovò non poco, perchè con queste pratiche sempre più s'andava scemando il partito del Guisa mal sofferto dall'Annese. Erano ormai gli abitanti stanchi di tante confusioni e miserie, e tutti sospiravano la quiete; imperocchè interrotto ogni commerzio, e turbata la società civile, non restava più alcuna cosa sicura dalle voglie sfrenate de' scellerati, e dall'audacia di que' meschini, che avvezzi colle fatiche a guadagnar la mercede, ora volevano viver nell'ozio con le rapine, e sotto il manto di libertà essendosi introdotta una dissoluta licenza, la maggior parte era stanca delle sue stesse passioni.

Approssimandosi adunque la vicina Pasqua, in cui gli uomini riconciliandosi a Dio, ammettono ne' loro cuori desideri pietosi di giustizia e di pace, s'impiegarono segretamente molti Religiosi ad introdurre, e coltivare questi sentimenti nella plebe. Proccurò similmente l'Onnatte da alcuni principali de' sollevati ricavar le condizioni, che richiedevano, ma essendo così esorbitanti, che innalzavano i privilegi del Popolo sopra l'autorità del Re, egli trattò di moderargli, perdonando a' rei, e levando le gabelle dal Regno, e per accertargli maggiormente promise, che fra tre giorni gli avrebbe con pubblici documenti a lor piacere confermati e soddisfatti. Disposte in cotal guisa le cose, prima che tal tempo spirasse, presa la congiuntura, che il Duca di Guisa erasi portato nella punta di Posilipo per ridurre la piccola Isola di Nisita a sua divozione, D. Giovanni da una parte, ed il Conte dall'altra uscirono all'improvviso da' Castelli con gente armata, e calando nella Città, ben ricevuti in alcuni quartieri, dove tenevano intelligenza, gridandosi con voci giulive il nome del Re, e rispondendo in concorde suono gli altri vicini, implorandosi pace e clemenza, si dileguò per tutto la sedizione, e la città fu occupata in pochi momenti. Non più di tremila uomini ridussero quel popolo innumerabile all'ubbidienza, e tutto seguì senza strepito e senza sangue. L'Annese ammesso al perdono, presentò le chiavi del Torrione, che furono consegnate a Carlo della Gatta, il quale vi entrò subito con due compagnie di spagnuoli. Nel Duomo si riferirono a Dio solennemente le grazie. Così in un momento s'estinse quell'incendio, che mi nacciava l'eccidio al Regno; e ciò, che apportò maggior maraviglia, fu la subita mutazione degli animi; che dalle uccisioni, da' rancori e dagli odj passarono immantenente a pianti di tenerezza, ed a teneri abbracciamenti, senza distinzione d'amici, o d'inimici, fuorchè alcuni pochi, i quali guidati dalla mala coscienza si sottrassero colla fuga; tutti gli altri restituiti a' loro mestieri, maledicendo le confusioni passate, abbracciarono con giubilo la quiete presente. Seguì la reduzione di Napoli a' 16 d'aprile di quest'anno 1648 giorno di lunedì santo.

Il Duca di Guisa, che in questo giorno, come si disse, trovavasi fuori della Città, intesa la rivoluzione, rimase attonito a tanto accidente: onde cercando colla fuga lo scampo, s'incamminò verso Apruzzi per unirsi colà co' Franzesi: ma seguitato da' Regj, fu fatto prigione e condotto a Gaeta. Fu lungamente consultato in Napoli sopra la di lui vita: da poi fu risoluto di mandarlo con buone guardie in Ispagna, come fu eseguito, dove rimase prigioniero infino a tanto, ch'essendosi il Principe di Condè dichiarato del partito spagnuolo, e sperando di fortificarlo con l'aggiunta del Guisa, chiestolo in grazia al Re, cortesemente l'ottenne; ma il Duca credendosi più obbligato d'osservare la fedeltà al suo Principe, che le promesse fatte a' nemici, al ritorno che fece in Francia, non ne volle udir altro.

L'esempio di Napoli giovò non poco agli altri luoghi del Regno; e se bene in alcune province fluttuanti rimanessero alcune commozioni, ed in particolare nell'Apruzzo, dove da Roma concorsero alcuni Franzesi in aiuto de' sollevati: nulladimeno dalle forze de' Baroni e dall'autorità del Vicerè, furono con poco romor dissipati. Tanto che sedati affatto gli umori della plebe, che dopo una sì fiera tempesta eran rimasi ancor fluttuanti, potè D. Giovanni a' 22 settembre di quest'anno partirsi da Napoli, e portarsi coll'armata a Messina a confermar i Siciliani, che sedati i tumulti, s'eran rimessi già nell'antica ubbidienza ed ossequio del Re.

Il Duca d'Onnatte, sgombrato il torbido, rimosso il Capo, e partito D. Giovanni, pel suo natural talento che inclinava più al rigore che alla clemenza, diede a molti terrore. Con tutto ciò egli assicurò tutti con general perdono, e tosto si applicò a riordinar il Regno; e vedutosi che l'abolizione di tutte le gabelle e de' fiscali portava disordini gravissimi non meno al regio erario, che a' Cittadini istessi, dalle Piazze della città, e particolarmente da quella del Popolo, fu richiesto ad imporre il pagamento di carlini quarantadue per ciascun fuoco delle Comunità del Regno, e la metà di tutte le gabelle abolite, fuorchè quelle dei frutti e de' legumi, che rimasero per sempre estinte. Ed a fine di sovvenire non solo a' bisogni dell'erario regale, ma anche agl'interessi di coloro che l'aveano comprate, fu stabilito, che della rendita di tutte le accennate gabelle dovessero pagarsene ducati trecentomila l'anno per la dote della Cassa militare, applicandosi il rimanente a beneficio de' compratori, i quali dovessero per lor medesimi governarle e ripartirsene il frutto. E per quel che tocca a' fiscali, fu assegnata similmente parte della lor rendita a' compratori, ed il rimanente fu applicato alla dote della Cassa militare. In cotal guisa, e con l'imposizione del jus prohibendi sopra il tabacco, cotanto ora fruttifera, fu sovvenuto al Re ed ai sudditi, e cominciò notabilmente a restituirsi il commerzio ed il traffico da per tutto.

Non tralasciò da poi il Conte, sorgendo in un mare poc'anzi placato sovente nuovi flutti, di mettere in uso i più forti rigori; onde a tal effetto avendo stabilita una Giunta di Ministri contro gl'inconfidenti, fu poi terribile contro i colpevoli de' passati tumulti, e mostrandosi più avido di pene, che soddisfatto del pentimento, non risparmiò alcuno de' principali: imperciocchè ora imputando delitti, ora inventando pretesti, alcuni punì con pubblici supplicj, altri con segrete esecuzioni di morte, e molti costrinse a prender esilio dal Regno: ciò che gli fece acquistar nome di severo e di crudele, e che si reputasse una delle cagioni di non aver potuto prolungare tanto il suo governo, quanto e' reputava convenirsi a' suoi meriti.

CAPITOLO V. Il Conte d'Onnatte restituisce i Presidj di Toscana all'ubbidienza del Re, e rintuzza le frequenti scorrerie de' banditi. Sua partita: monumenti, e leggi, che ci lasciò.

Diede agli altri maraviglia insieme, ed a lui sommo encomio la risoluzione del Conte d'Onnatte di tentar ora colle forze del Regno l'impresa de' Presidj di Toscana, essendo rimaso per le precedute scosse cotanto abbattuto e smunto. Ma dall'altro canto l'uomo savissimo considerava, che non si sarebbe potuto giammai apportar quiete nel Regno, se non si snidavano i Franzesi da que' luoghi cotanto vicini: così per gl'impedimenti, ch'essi davano alla comunicazione e traffichi con gli altri Stati della Monarchia nel Mediterraneo; come ancora per lo ricetto, che i ribelli del Regno ritrovavano in quelle Piazze, risolse per tanto il Conte d'impiegar tutti i suoi talenti a quest'impresa, spinto ancora dall'opportunità de' romori, che in questi tempi s'udivano in Francia, involta nelle confusioni, che il Principe di Condè v'aveva poste[36]. Applicossi perciò ad unir soldatesche, ed a preparare un'armata proporzionata al disegno, e per maggiormente accalorar l'impresa volle egli imbarcarvisi; onde dal suo esempio mossa quasi tutta la Nobiltà del Reame, corse a gara a servire in tal congiuntura il Re. Prima di partire lasciò per suo Luogotenente, D. Beltrano di Guevara suo fratello, il quale per lo spazio di quattro mesi, quanto appunto durò la sua assenza, governò il Regno con molta saviezza, e sopra tutto s'applicò a sollevare le Comunità del Regno, stabilendo, che l'annue entrate, che corrispondevano a' loro creditori, si riducessero alla ragion del cinque per cento. Riparò la Sala della Gran Corte della Vicaria, e diede altri salutari provvedimenti, che si leggono in due sue Prammatiche, che ci lasciò. Nel terzo dì di maggio adunque dell'anno 1650 si mosse da' nostri Porti l'armata verso Gaeta, dove s'unì D. Giovanni d'Austria con altri legni e milizie, che seco conduceva dalla Sicilia. Quivi fattasi la rassegna si contarono trentatrè grosse Navi e tredici Galee oltre le sette della squadra del Duca di Tursi, ch'erano andate a Finale a prender le soldatesche, che il Governador di Milano mandò a questa spedizione.

Giunta l'armata a' 25 del medesimo mese a vista dell'Elba, prima d'attaccar Portolongone, fu risoluto di ricuperar Piombino; onde data la cura al Conte di Conversano, che con titolo di Generale della Cavalleria e con 300 fanti 80 cavalli e sei tartane, tutto a sue spese, erasi accompagnato in questa spedizione, si portò egli con 1500 fanti, 400 cavalli e sette pezzi d'artiglieria, oltre le soldatesche di Nicolò Lodovisio a cui s'apparteneva quel Principato, ad investir la Piazza, e dopo molte ore d'un fierissimo combattimento, costrinse i Franzesi ad abbandonar la città, ed a ritirarsi nella Fortezza. A questo avviso non tardò il Vicerè d'andare con gente fresca a dar calore all'impresa; onde i Franzesi veduti gli assalitori schierati in ordinanza per dar l'assalto, non avendo speranza alcuna di soccorso, tosto si resero a patti di buona guerra. Il Vicerè, dopo aver introdotta la guarnigione in Piombino e restituita al Principe Lodovisio la possessione di quello Stato, ritornò all'armata.

Intanto era riuscito al suo esercito, e senz'opposizione alcuna, di por piede su l'Elba. Ma dovendosi montar su l'erto dove giace Portolongone, eransi i Franzesi posti in agguato, per maltrattare nella salita le soldatesche; scovertosi nondimeno il disegno, essendo montato a cavallo D. Dionigio Gusman, Maestro di Campo Generale del Regno, con una squadra di moschettieri, i Franzesi si ritirarono sotto la Piazza siccome fece il lor Comandante Novigliac. Montò dunque l'esercito senza contrasto e pervenuto su 'l piano, schierate le truppe, fur assaliti li ripari. Prese le fortificazioni esteriori, ed essendo i nostri alloggiati nel fosso, cominciarono i Franzesi ad entrar in trattato di render la Piazza, con le medesime condizioni concedute alla guarnigion di Piombino, e con la permissione di condurre con esso loro due pezzi d'artiglieria, quando fra lo spazio di quindici giorni, che terminavano nella metà d'agosto, non fosse sopravvenuto soccorso capace di far levar l'assedio, fu convenuta la resa. La mattina adunque de' 15 di quel mese uscì dalla Fortezza il Comandante Novigliac alla testa di 700 persone, ch'erano rimaste dal numero di 1500 lasciatevi di guarnigione, le quali giunte alla marina s'imbarcarono su alquanti legni allestiti per loro trasporto. Entrati i nostri nella Piazza, si resero a Dio le grazie del buon successo dell'impresa, la quale, benchè avesse costato molto sangue e grandissime spese, ad ogni modo avrebbe potuto allungarsi molto più, e non si sa con qual felice esito, se i Franzesi avessero voluto difendersi fino all'estremo.

D. Giovanni d'Austria ritornò in Sicilia, ed il Vicerè, dopo aver dati gli ordini necessarj per riparare la Piazza e porla in istato di resistere ad ogni insulto, ritornò in Napoli, dove giunto riprese il governo, e con sommo rigore e severe esecuzioni contro gl'inconfidenti e contro gli sbanditi, i quali travagliavano ora più che mai le due province d'Apruzzi, estinse i primi, ed abbattè i secondi.

Ma mentre il Conte con indefessa applicazione era tutto inteso a riordinare il Governo, ed abbellir la città e ristorarla de' passati tumulti, giunge improvvisamente in Napoli a' 10 di novembre di quest'anno 1653 il Conte di Castrillo, che gli era stato dalla Corte destinato successore. Si turbò egli grandemente di questo arrivo; ma seppe tanto nascondere l'interno rammarico, che non gli uscì giammai parola di bocca di risentimento, se non quando, dopo la deposizione del Governo, si ritirò nel Convento di S. Martino de' PP. Certosini. Alcuni imputavano la rimozione a' suoi rigori: altri a' mali ufficj fattigli da D. Giovanni d'Austria, col quale, dicevasi, che passasse poco buona corrispondenza: nè mancò chi dicesse, che fossero state le suggestioni o l'istanze del Papa, il quale mal soffriva, che il Conte rintuzzasse le pretensioni del Cardinal Filomarino Arcivescovo e degli altri Ecclesiastici, li quali volendo pescare in questi torbidi, s'erano resi insolenti con monitorj ed interdetti conculcando i diritti regali.

Egli in tutti que' spazj, ch'ebbe di riposo, non tralasciò di abbellire la città, ristorare i Tribunali e restituire i Regj Studi. Fece rifare il Palagio della Regia Dogana, quasi tutto rovinato nel tempo delle passate rivoluzioni, ampliando, e dando nuova forma al cortile e rifacendo il fonte, che v'è in mezzo. Nella gran Piazza del Mercato ne fece aprir uno e restaurarne un altro, e dirimpetto la Porta del Castel Nuovo ne fece aprir un nuovo. La Casa della conservazione dei grani fuori Porta Reale e l'altra della conservazione delle farine furono di suo ordine risarcite. Coprì la scuola di cavalcare nella Cavallerizza del Ponte della Maddalena. Trasportò nel Quartiere di Pizzofalcone la Polveriera, che prima era fuori Porta Capuana. Egli fu, che nel Palagio Regale fece costruire quella magnifica Scala, che non v'ha simile in tutta Europa. Egli fece quella gran Sala, ora detta de' Vicerè, abbellita poi de' loro ritratti dal Conte di Castrillo suo successore; siccome tutte le scale segrete, che si vedono in quel Palagio: quella scala coperta, che dal medesimo conduce all'Arsenale: tutte quelle stanze con loggia, che guarda il mare: ed i rastelli davanti alla Porta principale di esso, furono da lui introdotti. E quel disegno, che poi fu posto in esecuzione a' nostri tempi dal Duca di Medina Celi Vicerè, nel Borgo di Chiaja, fu tutto suo, poichè meditava già egli di abbellir tutta quella spiaggia di platani e di fonti e già ne aveva comandato il disegno all'Ingegnere Pietro Marino, e l'avrebbe posto in effetto, se li giorni del suo Governo fossero stati più lunghi. Egli in fine fece risarcire diversi ponti nel Regno, perchè fosse più comodo e sicuro il traffico per le Province.

Ma quello, di che maggiormente gli studiosi gli sono tenuti, oltre d'aver risarcito il magnifico edificio de' Regi Studi, che nel corso de' passati tumulti avea patito notabili ruine, fu la cura, che prese per fare ripigliar gli studi, riponendo in esercizio i Professori in quella Università, quasi che spenta per li precedenti disordini; con aver ordinato nel tempo della restituzione una solenne apertura, nella quale volle egli intervenire. Egli assegnò a' Lettori il soldo, e proibì di leggere in casa, ed ordinò, che gli studenti nel giorno 18 d'ottobre, dedicato a S. Luca, dovessero prendere le matricole, e presentarne fede affermativa del Cappellan Maggiore: restituì le Cattedre e per insinuazioni fattegli dal rinomato Francesco d'Andrea allora Avvocato de' nostri Tribunali, rimise in questa Università la Cattedra di Matematica nella persona di Tommaso Cornelio, celebre Filosofo e Medico di quei tempi. Nè contento d'aver restituiti i pubblici Studi, per l'amor, ch'egli portava alle lettere, s'applicò ancora a favorire l'Accademie; onde sotto di lui fu restituita in Napoli, nella Chiesa di S. Lorenzo, l'Accademia degli Oziosi, sotto il governo del Duca di S. Giovanni, nella quale si riprese dagli Accademici l'istituto di recitar erudite lezioni, dove sovente soleva egli intervenire. Siccome restituì i Regj Studi alla pristina dignità, avendo il Cappellan Maggiore D. Giovanni Salamanca aperta ne' medesimi Studi una Accademia di Legge, per far conoscere al Vicerè il profitto, che vi si faceva, sovente, quando si celebravano le funzioni Accademiche, soleva il Conte onorarle della sua presenza. E se il seguìto contagio non avesse intermessi tutti questi studi, la buona letteratura in Napoli non sarebbe così tardi fra noi poscia risorta, come si dirà nel seguente libro di questa Istoria.

Restituì ancora il Conte d'Onnatte l'autorità ed il decoro ne' nostri Tribunali; e stabilì poco men di cinquanta Prammatiche tutte savie, e prudenti, per le quali regolò i Tribunali: tassò i diritti a' Ministri subalterni: prescrisse i modi, e diede le istruzioni a' Delegati e Governadori degli arrendamenti (o sien gabelle) nuovamente riposti: comandò, che tutti i registri preservati dall'incendio dell'Archivio della Regal Cancelleria, seguìto ne' passati tumulti, e pervenuti in potere di persone private, dovesser portarsi al Segretario del Regno per riporsi nell'Archivio: impose rigorose pene a' Notai, che trascurano di registrare i contratti nei protocolli: fece molte ordinazioni per evitare i contrabbandi; e diede altri salutari provvedimenti, i quali sono additati nella riferita Cronologia prefissa al tomo primo delle nostre Prammatiche.

CAPITOLO VI. Governo di D. Garzia d'Avellana, ed Haro Conte di Castrillo, nel quale il Duca di Guisa con nuova armata ritenta l'impresa di Napoli, ed entra nel Golfo, ma con infelice successo.

La Corte di Spagna reputò, per mitigare il rigore del Conte d'Onnatte, mandar per suo successore nel Governo del Regno il Conte di Castrillo, di genio più mite ed indulgente, come colui, che datosi prima nell'Università di Salamanca agli studi legali, ed impiegato per più anni ne' Ministerj della Toga, era stato da poi promosso a quelli della Spada. Giunse egli in Napoli a' 10 di novembre di quest'anno 1653, e per dar saggio ne' principj del suo Governo, quanto gli fosse a cuore l'abbondanza, fece accrescere due once al peso del pane. Ma cure assai gravi e moleste travagliarono il suo animo in questi medesimi principj; poichè coloro, che sottratti colla fuga al rigor dell'Onnatte, eransi ricovrati in Francia, non tralasciavano in quella Corte magnificare le loro corrispondenze nel Regno, la scontentezza de' popoli per vedersi ricaduti sotto il giogo degli Spagnuoli, e la facilità, che figuravano si sarebbe avuta nel conquistargli. A queste istigazioni s'aggiunsero gli uffizj del Duca di Guisa, il quale, avendo, come si disse, ottenuta la libertà, in vece d'attender le promesse di favorire i malcontenti di Francia, per non tradire il suo natural Signore, si era portato in quella Corte, ed insinuatosi nella di lui grazia, ed abbagliato tuttavia dagli splendori della Corona del Regno, che avea sperato di poter ottenere per se medesimo, non poteva acchetarsi; onde appoggiato all'istanze di que' miseri rifugiati, aggiungeva maggiori stimoli, esagerando la moltitudine de' Porti, ch'erano nel Regno di Napoli, capaci di ricevere qualunque più grande armata: il numero degli amici, ch'egli vi teneva in ciascheduna provincia: l'affezione, che il popolo minuto portava alla sua persona, donde si prometteva una nuova sollevazione, se un'altra volta avesse avuta la sorte di comparirvi, non già disarmato, come prima, ma con forze valevoli a sostenere le risoluzioni de' malcontenti, avviliti dal timor del castigo. Indusse pertanto quella Corte a somministrargli ajuti, e fur dati gli ordini per la spedizione dell'armata, commettendone al Guisa il comando.

Il Conte di Castrillo, avvisato di questi nuovi tentativi della Francia, fu costretto a mettersi in difesa, ed oltre d'aver comandata una nuova elezione di milizie del Battaglione, così a piedi come a cavallo, e delle Compagnie d'uomini d'arme del Regno, fece arrolar nuova gente, e chiamando tutti gli Ufficiali riformati, ne compose due Compagnie, una di trecento Italiani, alla quale diede per Capitano D. Gaspar d'Haro suo figliuolo, e l'altra di Spagnuoli, della quale diede il comando al Marchese di Cortes suo genero. Furono destinate per Piazze d'armi le città di Sessa e di Teano, dove furono chiamate tutte le soldatesche del Battaglione, e le genti di guerra del Regno; e fattasene rassegna in presenza del Maestro di Campo Generale D. Carlo della Gatta, ne furono spediti duemila a rinforzare i presidj di Toscana. Tutte le province del Regno, esposte agl'insulti de' nemici, furono provvedute di soldatesche e di Capitani.

Fatte queste prevenzioni, essendo passato il mese d'ottobre, nè comparendo armata veruna de' Franzesi, si dubitò non fosse stato lor artificio di pubblicare questa spedizione, per impedire che non fossero andati soccorsi dal Regno in Catalogna ed in Fiandra, dove ardeva più che mai fra l'una e l'altra Corona la guerra. Ma si trovò poi vero il sospetto; poichè essendo convenuto al Duca di Guisa consumar maggior tempo di quello, che s'era creduto per porre in ordine l'armata, non potè trovarsi pronta, che sul principio d'ottobre a partir da Tolone, composta di sette Vascelli d'alto bordo, e quindici mercantili, e di sei Galee, con altrettante Tartane, sopra de' quali legni eransi imbarcati settecento soldati, e centocinquanta cavalli, oltre un gran numero d'armi, ed altri ordegni, che doveano servire ad armar tutti quelli, che il Duca sperava si dovessero dichiarare del suo partito, al quale effetto avea fatto imbarcare ducento Nobili per valersene da Comandanti. Sbattuta poi l'armata da tempesta, non comparve ne' nostri mari, se non agli dodici di novembre.

Il Vicerè, all'avviso, che gli diede il Governador di Gaeta, fece tosto porre in ordine sedici Galee, che erano nel Porto: fece guarnire di soldatesche tutte le marine e le città e terre del Golfo di Napoli: fece rinforzare la guarnigione della città di Pozzuoli e del Castello di Baja; e fu spedito il General dell'artiglieria D. Diego Quiroga con fanteria, cavalleria e cannoni a guardar la spiaggia de' Bagnuoli.

L'armata nemica, dopo aver costeggiate le marine di Sorrento e di Vico Equense, gettò l'ancore dirimpetto a Castell'a Mare. Fu questa città, dopo breve opposizione, renduta a patti dal Comandante, nella quale entrato il Duca di Guisa col seguito di cinquanta Cavalieri Gerosolimitani, si portò al Duomo, dove avendo con pubblica e solenne cerimonia rese a Dio le grazie, si pose a fortificar la Piazza con nuove trinciere ben guarnite di soldatesche. A tutti coloro, che non vollero rimanervi, diede ampissimi passaporti, ne' quali s'intitolava Vicerè, e Capitan Generale del Re di Francia nel Regno di Napoli. Commosse questa perdita grandemente il Popolo Napoletano, ed ancorchè si fossero non men i Nobili, che i Popolari offerti al Vicerè di sagrificar la vita e la roba in servigio del Re, non mancavano de' malcontenti che ponevano col timore in costernazione gli animi; tanto che fu obbligato il Vicerè d'imprigionare alcuni, che erano stati Capi de' passati tumulti, fra' quali, due Preti ed un Frate, che andavan facendo pratiche a favor de' Franzesi.

Perchè il Guisa non potesse allargar gli acquisti, il Vicerè, valendosi anche de' Banditi, a' quali concedè il perdono, fece occupar la montagna posta alle spalle di Castell'a Mare. Mandò poi ordine a Carlo della Gatta, al Principe d'Avellino ed agli altri Ufficiali, che dimoravano in Sessa, che provvedute le Piazze di Terra di Lavoro, marciassero col grosso dell'esercito ne' contorni di Castell'a Mare; e spedì sei Galee al Finale per prendere le soldatesche, che calavano dal Milanese. Intanto affollandosi i soccorsi, il Guisa, ancorchè uscito dalla Piazza tentasse occupar i luoghi vicini, trovò da pertutto valida resistenza, e venutisi più volte a scaramucce, con perdita de' suoi, bisognò ritirarsi. Ma sopraggiunto dapoi il General della Gatta con un esercito di dodicimila uomini, composto di Nobili, Baroni, Ufficiali, e soldati riformati, e rinforzato in appresso da altri Reggimenti, svanirono in un tratto le mal concepite speranze; onde i Generali Franzesi pensarono d'abbandonar la Piazza, e proccurar nel miglior modo, che potessero, d'imbarcarsi sopra l'armata e ricondursi in Tolone. Consideravano, che voler stendere le conquiste per terra era impresa non che dura, ma disperata; poichè tutto il paese circostante era pieno di truppe nemiche. Rimaner in quel mal sicuro Porto in quell'inverno, era lo stesso, che esporre l'armata ad un certo naufragio. Non restava loro altro che il mare libero, per non esservi Armata Spagnuola, che potesse far ostacolo; nè la stagione, che correva tempestosa, avanzata già ne' principj d'un rigido inverno, poteva lor promettere felice navigazione, sicchè potessero sicuramente condursi ad invadere altri Porti. L'inclinazione de' Popoli alla persona del Guisa, ch'era stato il principal fondamento di quest'impresa, si vedeva interamente svanita, tardi il Guisa avvedendosi della incostanza della Nazione: rimanendo non poco sorpreso di tanta mutazione e vie più sbigottito, quando intese essersi trovato affisso in Castell'a Mare un cartello, col quale si promettevano trentamila ducati a chi troncasse la sua testa.

Tenutosi per tanto Consiglio di guerra, fu da tutti gli Ufficiali franzesi deliberato d'abbandonare la Piazza, e di condur l'armata in Tolone, per non lasciarla miseramente perire in quel Porto; onde fur dati gli ordini opportuni per la partenza. A quest'avviso cominciarono le soldatesche a saccheggiar le case de' cittadini, nè si perdonarono le Chiese, le quali furono spogliate di tutte le suppellettili e vasi sagri; e fatta non picciola preda, montarono i Franzesi su l'armata la sera de' 26 di novembre; ma trattenuti per quindici giorni, e combattuti da' venti contrarj alla loro navigazione, quietatosi alquanto il mare, partirono al 10 di dicembre verso Tolone: nell'istesso tempo, che comparve nel nostro Golfo una squadra di 23 navi inglesi, la quale ad istanza del Re Filippo era stata spedita per opporsi a' Franzesi: onde non essendovi del lor soccorso più di bisogno, a' 26 di dicembre voltarono le prore verso ponente, dopo essersi trattenuta in questo Porto due giorni.

In cotal guisa terminarono i timori, che la spedizione del Duca di Guisa avea cagionati nel Regno; ma non finirono le cure del Vicerè e le occasioni di provvedere a' bisogni d'una nuova guerra. I Franzesi non cessavano con nuovi mezzi di tenere solleciti gli animi e distratte le forze: aveano a questi tempi indotto il genio guerriero di Francesco Duca di Modena ad armare, per rinovar la guerra nel Milanese; onde il Marchese di Garacena Governador di Milano, per ridur questo Principe con la forza dell'armi alla quiete era entrato ne' di lui Stati. Era a' 7 di gennaio di quest'anno 1755 morto Innocenzio X, ma con tutto ciò il Collegio de' Cardinali, ridotto in Conclave per la nuova elezione del successore, non avea tralasciato spedir Emilio Altieri, per ridurre le Parti a' più moderati consigli; ed essendo da poi a' 7 d'aprile seguita l'elezione del nuovo Pontefice nella persona di Fabio Chigi, nominato Alessandro VII, interpose costui i più fervorosi ufficj per dar riposo all'Italia. Ma nulla giovando le interposizioni del Papa, nè quelle della Repubblica di Vinezia, la quale angustiata da' Turchi mal soffriva queste contese tra' nostri Principi in Lombardia: il Duca di Modena, dichiarato Generale del Re di Francia, andò ad accamparsi sotto Pavia. Bisognò per tanto all'avviso di queste mosse, che il Vicerè, richiesto di soccorso, spedisse nel mese di maggio al Finale sopra sette Galee millecinquecento fanti: e poco da poi allestisse una Squadra di Vascelli e Galee: sopra le quali vi furono spedite quattromila persone sotto il comando del Marchese di Bajona. Nè perciò essendo cessati i bisogni, fu duopo in agosto sopra cinque Galee, e quaranta Tartane di spedir altri duemila fanti del Battaglione e millecinquecento cavalli, sotto il comando del Marchese di Cortes genero del Vicerè. Ebbe costui poscia il contento di veder bene impiegate tutte queste spese e travagli; poichè rinforzato da sì valevoli soccorsi l'esercito del Governador di Milano, ed all'incontro trovatasi da' Franzesi grandissima resistenza in Pavia, valorosamente difesa dal Conte Galeazzo Trotti, fu costretto il Duca di Modena a ritirarsi dall'impresa.

CAPITOLO VII. Crudel pestilenza miseramente affligge la città ed il Regno: si estingue, ed al Conte vien dato successore.

Dopo tanti e così lagrimevoli avvenimenti, dopo tante miserie e sciagure, perchè nulla mancasse, si vide in quest'anno 1656 il Regno miseramente afflitto da una crudele e mortifera pestilenza. Non eran bastati i tanti sconvolgimenti e sedizioni, le tante afflizioni cagionate da fiere guerre, o da' timori di quelle ch'eran peggiori, le scorrerie de' Banditi, le invasioni de' Turchi, le carestie ed i tremuoti: che per ultimo eccidio, fu duopo soffrir anche quest'altro pestifero flagello, così spietato, che non si legge aver altrove portato, in così breve tempo, tanta strage e ruina. Quella che si soffrì in tempo della guerra di Lautrech durò quasi due anni, e si tenne conto che non avea ammazzato più di sessantamila persone: questa, in men di sei mesi, disolò le province del Regno, e ridusse la Metropoli in cimitero, con morte intorno a quattrocentomila de' suoi cittadini. Da molto tempo, che l'Isola di Sardegna era travagliata di pestilenza, e per ciò non meno dal Conte di Castrillo, che dagli altri Vicerè suoi predecessori s'eran pubblicati severi bandi, proibendo ogni commerzio; ma capitato nel nostro Porto un Vascello procedente da quell'Isola carico di soldatesche, o sia per trascuraggine de' Guardiani del Porto, o perchè, in vece delle patenti di Sardegna, si fossero esibite quelle di Genova, ovvero, che per non trattener le soldatesche fosse così stato eseguito con particolar ordine del Vicerè, gli si diede pratica. Non tardò guari, che ammalatosi uno de' sbarcati, condotto nello Spedale dell'Annunziata in tre giorni se ne morì, apparendo nel suo corpo minute macchie livide; poco da poi un che serviva lo Spedale, assalito da un capogiro in ventiquattro ore spirò; e poco appresso spirò anche la madre. Attaccatosi il malore nelle vicine case, si vide in brevissimo tempo sparsa la contagione ne' quartieri inferiori della città, e particolarmente nel Lavinaro, Mercato, Porta della Calce ed Armieri.

I Medici in questi principj ascrivevano ad altre cagioni tali perniziosi effetti, chi a febbri maligne, chi ad apoplesie, e chi ad altri mali; non mancò ad ogni modo, chi per più accurata osservazione fattane, riputasse il morbo pestilenziale; ma pervenuto all'orecchie del Vicerè, che costui andava pubblicando il male esser contagioso, fu il Medico posto in oscuro carcere, dove ammalatosi ottenne per sommo favore d'andare a morire in sua casa: donde gli altri medici fatti accorti, proseguirono ad occultare la qualità del male. Ma questo tuttavia crescendo, e spandendosi in altre contrade vicine alle già dette, parve al Cardinal Filomarino Arcivescovo di dover avvertirne il Vicerè, che non bisognava in cosa cotanto importante starsene così ozioso e lento. Dispiaceva sommamente al Conte di Castrillo, che insorgesse fama, esservi in Napoli pestilenza; poichè dovendo egli spedire soccorsi di soldatesche per la guerra dello Stato di Milano, travagliato tuttavia dall'armi del Re di Francia, questi rumori glie l'avrebbon impediti; onde come poteva il meglio, proccurava, che non si venisse a tal dichiarazione; con tutto ciò non potendo più resistere alle continue mormorazioni, e tuttavia il malore crescendo, fu costretto a far unire i più rinomati Medici de' suoi tempi, perchè ne dessero parere. Costoro, o per ignoranza, o per timore, ovvero per secondare le brame del Vicerè, non ardirono di dichiarare il morbo per pestilenziale; ma sol consigliando, che s'accendessero fuochi per tutte le contrade della città, e che si vietasse la vendita de' pesci salati, uscirono da ogni briga. Ma altro che frasche vi volevano, per far argine ad un così impetuoso torrente: il male incrudeliva maggiormente; nè consiglio di Medico, nè virtù di medicina pareva che valesse: ne morivano il giorno a centinaia, nè si scorgeva altro per le strade che condurre Sagramenti agl'infermi, e cadaveri alle sepulture. Spaventati gli animi de' cittadini, chi con umili supplicazioni, chi in processioni confuse e numerose d'uomini e di donne, con donzelle scapigliate, chi dietro allo immagini più venerate e chi in altre guise cercava a Dio ed a' Santi pietà e ristoro a tante miserie e desolazioni. Ma essi non accorgevansi, che affollati più strettamente insieme tra la calca, e la pressura d'infinito numero di popolo concorsovi, il malore prendeva più forza, e la morte recideva in uno i colli di più migliaja di persone.

S'accrebbe poi, e dilatossi più furiosamente il mortifero veleno, quando presa tal opportunità, insorse voce, che Suor Orsola Benincasa, donna che aveasi a que tempi acquistata fama di santissima vita, non trovando per anche comoda abitazione per le Suore, avea innanzi di morir profetizzato, che in tempo del maggior travaglio della Città dovea farsi la fabbrica del suo Romitorio nella falda del Monte di S. Martino; e credendosi, che con la costruzion d'un tal edificio, sarebbe cessato il travaglio, il Vicerè fu il primo, che fattosi il disegno e tirate le linee, andò a portarvi con le proprie mani dodici cesti di terra: all'esempio del Capo, movendosi gli altri, gli Eletti della città, e tutti i Cittadini a folla vi concorsero, non solo somministrando denaro, ma l'opera eziandio delle loro proprie mani. Era cosa di maraviglia il vedere uomini e donne, giovani e vecchi, nobili, cittadini e plebei, spogliarsi de' migliori averi, ed offerirgli in limosina per la costruzione di quell'Edificio, che dovea essere il liberatore della loro Patria. Si erano nelle pubbliche strade poste non già cassette, ma botti, le quali, poc'anzi vote, si vedevano in un tratto piene di monete di rame, d'argento ed anche d'oro: le donne istesse spogliatesi della lor natural vanità, si toglievano dalle dita gli anelli, dagli orecchi i pendenti, e dal collo e dalle braccia i monili, e quasi baccanti l'offerivano al sorgente Edificio, e ciò che recava maggior stupore era, che persone di qualità mescolavansi a gara ne' più vili esercizj, chi portando un cesto di chiodi, chi con un fascio di funi, chi con un barile di calce, chi con pietre, chi servendo per manuale a' fabbri, e chi in fine sopra le spalle caricarsi di travi, con pericolo di mancare sotto il grave e pesante incarico. Ma pari effetti seguirono da pari cagioni; mentre l'opra ferve, assai più s'accende e si dilata il malore: l'unione di tanta gente, che a gara tutt'ansante si sollecita, si travaglia, ed affolla concorrendo da tutti li quartieri, fa sì, che il morbo, che prima era ristretto in poche contrade, si spanda per tutto. Così mentre l'Edificio è quasi in fine, la città rimane poco men che desolata.

A stato di cose cotanto lagrimevole s'aggiunsero nuove confusioni e disordini. Non mancavano de' malcontenti, misero avanzo de' passati tumulti, li quali per risvegliar nuove sedizioni, andavan disseminando nel Popolo, venir questo flagello non già da giusta ira di Dio, mandato a correzione de' miseri mortali, ma procedere dalle vendicatrici mani degli Spagnuoli, per esterminar la plebe, e prender vendetta delle passate rivoluzioni: vedersi chiaro da' preceduti andamenti del Vicerè, il quale avea tosto fatta dar pratica alle soldatesche venute dall'appestata Sardegna, con essersi poi ingegnato di far occultare il male, perchè ne' principj non si provvedesse d'opportuni rimedj: lo confermavano con far riflettere, che per ciò non si vedevano infettare le Fortezze guarnite di lor presidio, nè i quartieri più alti della città, abitati dagli Spagnuoli, ma solo i Rioni del Lavinaro, Conciaria, Mercato ed altri luoghi più bassi, quasi tutti abitati da gente minuta; e dopo aver tratti molti nel lor sentimento, si avanzarono eziandio a far credere, che per la città andavano girando persone con polveri velenose, e che bisognava andar di loro in traccia per isterminarli. Così in varie truppe uniti andavan cercando questi sognati avvelenatori, ed avendo incontrati due soldati del Torrione del Carmine (affin d'attaccar brighe, che poi finissero in tumulti) avventaronsi sopra di essi, imputandoli d'aver loro trovata addosso la sognata polvere. Al romore essendo accorsa molta gente, per buona sorte vi capitò ancora un uomo da bene, il quale con soavi parole e moderati consigli gli persuadè, che dessero nelle mani della giustizia uomini cotanto scellerati, affine, oltre del supplicio, che di lor se ne sarebbe preso, si potesse da essi sapere l'antidoto al veleno e con tal industria gli riuscì di salvarli; ma appena saputosi, che que' due soldati uno era di nazione Franzese e l'altro Portoghese, ed uscita anche voce, che 50 persone con abiti mentiti andavan spargendo le polveri velenose, si videro maggiori disordini: poichè tutti coloro, che andavan vestiti con abiti forastieri e con scarpe, o cappello, o altra cosa differente dal comun uso de' Cittadini, correvan rischio della vita. Per acchetar dunque la plebe bisognò far morire sopra la ruota Vittorio Angelucci, reo per altro d'altri delitti, tenuto costantemente dal volgo per disseminator di polvere. Ma nell'istesso tempo fu presa rigorosa vendetta degl'inventori di questa favola: molti di essi essendosene stati in oscure carceri condotti, cinque di loro in mezzo al mercato su le forche perderono ignominiosamente la vita; ed in cotal guisa furono i romori quietati.

Intanto gli Eletti della città vedendo, che non solo il male spopolava la Metropoli, ma che si spandeva ancora nelle province, fecer premurose istanze al Vicerè, perchè dovessero porsi in uso i più forti e risoluti rimedj; e dopo essersi più volte sopra ciò radunato il Consiglio Collaterale, venne il Conte nella risoluzione di comandare alle Piazze, che creassero una Deputazione particolare, alla quale egli dava per ciò tutta l'autorità necessaria, assegnandole ancora per Capo D. Emanuele d'Aghilar Reggente della Vicaria. La Deputazione diede la cura a' Medici più rinomati di que' tempi, che osservassero non men gl'infermi, che i cadaveri, facendone esatta notomia; onde ragunatisi insieme, presidendo a questi il famoso M. Aurelio Severino, cotanto celebre al Mondo per le sue opere di Filosofia e Medicina, che ci lasciò (morto da poi ancor egli di tal mortifero veleno) fu conchiuso, che il male fosse pestilenziale, e che si dovesse porre ogni cura negli ammalati, dal cui contatto erano inevitabili le morti.

Il Vicerè e la Deputazione s'affaticaron perciò a darvi quel miglior riparo che si poteva: fu comandato, che si facessero le guardie in tutte le città e terre del Regno, e che non s'ammettesse persona, senza le necessarie testimonianze di sanità: che in ciascun Rione di Napoli dovesse eleggersi un Deputato Nobile o Cittadino, al quale dovessero rivelarsi tutti gli infermi di ciascun Quartiere: che gli ammalati tocchi di pestilenza dovessero condursi nel Lazzaretto di S. Gennaro fuori le mura: che coloro i quali avessero comodità di curarsi nelle lor case, si chiudessero in esse: che niun Medico, Chirurgo, o Barbiere partisse dalla città, ma attendessero alla cura degl'infermi, secondo la distribuzione, che sarebbe stata fatta dalla Deputazione: che si fossero tolti i cani e gli altri animali immondi che andavano per la città, e si diedero altri salutari provvedimenti per far argine ad un tanto inondamento. Ma riusciron vani ed infelici tutti questi rimedj: il male vie più incrudelendo riempiè in un tratto tutti gli Spedali: se ne costrussero dei nuovi, ma questi nè tampoco bastando, la gente periva nelle porte delle case, nelle scale, e nelle pubbliche strade. Mancarono eziandio le tombe ed i cimiterj; poichè il malore attaccatosi non pure in tutti i quartieri, ma in tutte le case della città faceva orribile e spaventosa strage: onde fu fama, che ne perissero otto e diecemila persone il giorno: morivano non meno i Medici, i Chirurgi e tutti coloro, che erano destinati alla cura del corpo, che i Sacerdoti, ed altri Religiosi destinati a quella dell'anima. Non vi era chi seppellisse gli estinti; onde i cadaveri giacevano nelle vie, su le scale e nelle porte: le Confessioni si facevano pubbliche e l'Eucaristia si portava agl'infermi senz'alcuno accompagnamento, e si porgeva loro in una punta di canna: quelle case, che poc'anzi erano aperte poco da poi si vedevano chiuse e desolate: da capogiri assaliti taluni, che camminavano per la città, vedevansi improvviso cader morti in mezzo alle piazze. I morti per la maggior parte rimanevano insepolti dentro le case, o su le scale delle Chiese; ma era molto più grande il numero di coloro, che restavano insepolti su le pubbliche strade, e coloro che con molto favore e grandissima spesa erano seppelliti dentro le Chiese, non avevano nè meno un Prete, che gli accompagnasse, e l'esequie più solenni erano una semplice tavola, o al più una bara.

In tanta confusione non rimaneva luogo a provvedimento alcuno, se non che per lo puzzor grande dei cadaveri estinti, e perchè l'aria non maggiormente si infettasse, si pensò unicamente a seppellire i morti: se ne preser cura i Deputati e l'Eletto del Popolo, il quale da' casali contorni fece venire intorno a centocinquanta carri; ed il Vicerè v'impiegò a questi ufficj estremi da cento schiavi Turchi delle Galee. Era cosa assai spaventosa ed orribile vedere strascinarsi per le strade i cadaveri aggrappati con uncini, ed innalzarsi su i carri; e sovente coi morti andar congiunti i semivivi creduti estinti. S'empirono le grotte del Monte di Lautrech, dove poscia fu edificata una Chiesa sotto il nome di S. Maria del Pianto: i cimiterj di S. Gennaro fuori le mura; molte cave di monti, dond'erano state tagliate pietre per fabbricare: il piano delle Pigne fuori la Porta di S. Gennaro; l'altro davanti la Chiesa di S. Domenico Soriano fuori Porta Reale; e ciò nemmeno bastando, sempre più le stragi avanzando, precisamente nel mese di luglio, nel quale vi furono giorni, che il numero de' morti arrivò sino a quindicimila, fu duopo consumar i cadaveri col fuoco, ed altri finalmente buttarli in mare.

Non meno nella Metropoli che nell'altre province del Regno accadevano sì funeste e crudeli stragi. Toltone le province d'Otranto e di Calabria ulteriore, tutte le altre rimasero disolate. Delle città e terre, narrasi, che solamente Gaeta, Sorrento, Paola, Belvedere e qualche altro luogo rimaser preservate.

Ma ridotte le cose in questo infelicissimo stato, verso la metà d'agosto, una impetuosa ed abbondante pioggia, temperò alquanto la furia del malore: cominciò il mortifero veleno a cessare; niuno più s'ammalò di tal morbo, e coloro, che n'eran tocchi, guarivano; in guisa che alla fine del seguente mese di settembre, non si numerarono più infermi in Napoli, che soli cinquecento. Si ripigliarono per tanto dalla Deputazione i provvedimenti, e furono da quella dati vari ordini per purgar le robe di quelle case, dove era stata la contagione, ed altre istruzioni e metodi, affinchè non ripullulasse il male. Passarono due altri mesi, e non s'intese altro sinistro accidente, onde ragunatisi alquanti Medici, ch'eran scampati dal comune eccidio, fu a' 8 decembre su la testimonianza de' medesimi, solennemente dichiarata Napoli libera da ogni sospetto.

Nelle province s'andava ancora tuttavia scemando il malore, ma perchè doveva essere opera di più mesi convenne mantener li rastelli alle Porte della città e le guardie per evitar l'entrata a quelli, che venivano da parte sospetta. Il Vicerè a questo fine sottoscrisse un rigoroso Editto, col quale comandò sotto gravissime pene, che niun forastiero fosse ammesso nella città senz'espressa sua licenza, da darsi precedente visita, e parere dalla Deputazione. La Corte Arcivescovile di Napoli, a richiesta del Vicerè, sottopose alle censure Ecclesiastiche tutti coloro, che avessero occultate robe infette o sospette di pestilenza, se non l'avessero fra certo tempo rivelate e fatte purgare. Ma non mancò l'Arcivescovo, profittandosi di queste confusioni, di avanzar un passo, e mescolarsi anch'egli in queste provvidenze; poichè si fece lecito di pubblicare un altro Editto consimile a quello del Vicerè, come se questo non bastasse per obbligar anche gli Ecclesiastici all'osservanza, col quale comandava, che niuno Ecclesiastico osasse entrare in Napoli senza sua licenza in iscritto. Il Vicerè, per reprimere un così pernizioso attentato, immantenente diede fuori un rigoroso comandamento, col quale ordinò, che non s'ammettessero altre licenze, che quelle de' Ministri del Re, a' quali unicamente apparteneva di preservare il Regno. Per la qual cosa, essendosi frapposto il Nunzio, si sedarono presto le brighe, con stabilirsi, che tutti gli Ecclesiastici, ch'entravano nella città, avessero ubbidito agli ordini del Vicerè, e si fossero sottoposti alle diligenze della Deputazione, e poscia, se volevano, fossero andati a presentarsi ne' loro Tribunali. In cotal maniera si continuò a praticare fino al mese di novembre del seguente anno 1658, nel qual tempo essendosi pubblicate libere dalla contagione le città di Roma e di Genova, fu aperto generalmente il commerzio, e tolti i rastelli e le guardie.

Si proseguì dal Vicerè a por sesto alle cose turbate della città e del Regno: a provveder l'Annona, ed a reprimere l'ingordigia degli artisti ed agricoltori rimasi, li quali per esser pochi, ed arricchiti col patrimonio de' morti, o con difficoltà si riducevano a ripigliare il lor mestiere, ovvero angariavan la gente ne' lavori, restituendo i prezzi e le mercedi, siccom'eran prima della contagione. Si applicò poscia il Conte a sollevare le Comunità del Regno, ordinando, che quelle, ch'erano state tocche dalla pestilenza, non fossero molestate per li pagamenti fiscali, ne' quali rimanevan debitrici per tutto aprile del 1657, e che dal primo di maggio del medesimo anno avessero contribuita la quarta parte meno di quello, che stavano tassate nell'antica numerazione del Regno. Si resero da poi pubbliche e solenni grazie a Dio ed a' Santi: su le Porte della città furon dipinte dal famoso pennello del Cavalier Calabrese le immagini de' Santi Tutelari, ed al B. Gaetano Tiene innalzate statue; ed allora nella piazza di S. Lorenzo s'erse a questo Santo quella piramide, con sua statua di metallo ed iscrizione, che ora si vede.

Restituendosi tratto tratto il Regno delle precedute sciagure nel pristino stato, non mancavano tuttavia al Conte altre moleste occupazioni, nelle quali lo ponevan gli sbanditi, particolarmente in Principato, ove si erano multiplicati, per la protezione, che n'aveano preso alcuni Baroni; applicò per tanto i suoi pensieri a severamente punire i protettori, ed a snidar li protetti da que' luoghi; e perchè il suo governo così calamitoso ed infelice ricevesse alquanto di conforto, il cielo riserbò negli ultimi mesi di quello, che la Regina a' 28 di novembre del 1637 si sgravasse d'un maschio, al quale fu posto nome Prospero Filippo, per cui si diede il successore alla Monarchia. In gennajo del nuovo anno 1658, pervenne in Napoli l'avviso, onde il Conte per ristorar anche i popoli dalle precedute calamità, fece celebrare superbissime e magnifiche feste. Ed essendo da poi a' 18 luglio del medesimo anno seguita l'elezione di Leopoldo in Imperadore, furon replicate in Napoli le feste e li tornei. Ma appena ebbe finite le feste, che gli venne avviso, che il Conte di Pennaranda, sbrigato dalla Dieta di Francfort, dove come Ambasciadore estraordinario del Re era intervenuto alla coronazione di Leopoldo, era stato destinato per suo successore. Essendo pertanto giunto il Pennaranda in Napoli a' 29 di dicembre, fu duopo al Conte, a' 11 gennajo del nuovo anno 1659, deporre nelle di lui mani il governo. Ci lasciò egli molte savie ed utili Prammatiche, fra le quali fu la pubblicazion della grazia, che il Re fece al Baronaggio ed al Regno, allargando la successione de' beni feudali per tutto il quarto grado, con facoltà d'istruire majorati, e fedecommessi ne' feudi, dentro i gradi della succession feudale; e diede altri provvedimenti, che sono additati nella tante volte riferita Cronologia; e quantunque il suo infelice governo non gli avesse permesso di lasciar a noi memoria alcuna della sua magnificenza, pure egli fu, che facendo abbattere molte case, ridusse in isola il palagio regale, e fece porre tutti i ritratti de' Capitani Generali del Regno nella sala de' Vicerè.

Parve, che colla venuta del Pennaranda il nostro Reame cominciasse a ristorarsi de' passati mali, e cessando tante calamità di più travagliarlo, ripigliasse le proprie sue sembianze; ond'essendo fin qui durate le sue sciagure, termineremo ancor noi qui il libro, ponendo tra questo ed il seguente sì distinti confini, affinchè gli avvenimenti, che seguiranno, non siano contaminati da' precedenti infelici e lagrimevoli successi.

FINE DEL LIBRO TRENTESIMOSETTIMO.

STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI

LIBRO TRENTESIMOTTAVO

Avventurosi furono i principj del Governo del Conte di Pennaranda, non solo per la tranquillità restituita nel nostro Regno, ma per la felicità della pace, che maneggiata lungamente tra le due Corone, venne ora ne' Pirenei a conchiudersi da' due Favoriti, dal Cardinal Mazzarini per la Francia, e da D. Luigi di Haro per la Spagna. Facilitò la conchiusione l'esser nato al Re Filippo IV il secondo figliuolo, per la natività del quale pareva, che maggiormente si fosse allontanata la successione della Monarchia nell'Infanta D. Maria Teresa d'Austria, figliuola del primo letto del Re Filippo. Ambivano questi due Favoriti di esser creduti autori d'una pace cotanto da' popoli sospirata, siccome erano stati prima riputati istromenti delle tante calamità della guerra; e per ciò ricusavano qualsisia mediazione, ed in particolare quella del Pontefice Alessandro VII, resosi poco grato ad amendue le Corone. Concertatesi adunque le principali condizioni, che consistevano nel matrimonio dell'Infanta col Re Luigi XIV, e nel ritenersi la Francia una parte delle conquiste, rilasciandone l'altra, convennero questi primi Ministri di trovarsi a' Pirenei per istipulare e suggellar il trattato. Si mosse pertanto il Mazzarini da Parigi, il quale per cammino ricevè da Madrid l'approvazione del concertato; ma giunto a' confini trovò, che gli Spagnuoli, anche nel discapito della fortuna, vollero sostenere il rigor del posto; poichè D. Luigi di Haro, ancorchè dovesse cedere alla dignità Cardinalizia, pretese però, uguagliandosi nel Ministerio, di sostenere la parità col Mazzarini, e con tratti d'ingegno nel negoziar tal competenza proccurò di superarlo; poichè fu trovato espediente nell'Isoletta chiamata De' Fagiani del picciol fiume Vidasso, noto, e non per altro famoso, se non perchè divide i due Regni, di fabbricarvi una casa di legno, in cui entrando dalla parte sua per un ponte ogni uno de' Ministri, si trovassero ambedue in una sala comune. Quivi adunque entrati tennero moltissime conferenze, e dopo essersi lungamente dibattuto intorno all'inclusione in questa pace di Portogallo, ed alla restituzione del Principe di Condè nel Regno di Francia, ne' suoi beni e nelle cariche: finalmente rimaso escluso il Portogallo, ed accordata la reintegrazione al Principe, fu il trattato di pace sottoscritto a' 7 di novembre di quest'anno 1659 dai due Ministri, e solennizzato con reciprochi amplessi e con giubilo degli astanti, il qual si diffuse con indicibile allegrezza per tutti i Regni delle due Corone.