RACCONTI PER GIOVINETTI


Pag. 15.

RACCONTI
PER
GIOVINETTI

SCRITTI
DA PIETRO THOUAR


18ª EDIZIONE
approvata dal Consiglio Scolastico.

FIRENZE
R. BEMPORAD & FIGLIO
CESSIONARI DELLA LIBRERIA EDITRICE FELICE PAGGI
Via del Proconsolo.


ROMA, L. Roux e C. — Enr. Trevisini — G. B. Paravia e C. NAPOLI, Cav. Ant. Morano — L. Roux e C. — MESSINA, C. De Stefano. TORINO, G. B. Paravia e C. — Grato Scioldo — G. B. Petrini. PALERMO, R. Sandron — C. Clausen — GENOVA, Tip. Sordo-Muti. MILANO, Enr. Trevisini — G. B. Paravia e C. — A. Rivolta.

1890


PROPRIETÀ LETTERARIA
degli Editori R. Bemporad & Figlio.

Tipografia Moder, Via del Presto, 4.



[INDICE]


Proseguendo la nostra collezione delle cose del Thouar, in tanto favore che hanno ricevuto e che ricevono, sarebbe superfluo raccomandare questo volumetto di Racconti per Giovinetti. Ci corre obbligo però di notare che a questa edizione de' Racconti manca quello che s'intitola Un amico del Parini, comecchè sembrasse giovevole porlo nella raccolta dei Racconti Storici, che fa parte della collezione.

La presunzione di sapere.

Amico,

Ti lagni tu forse del mio silenzio? Hai ragione, ma eccoti alfine una lettera, anzi una bazzoffia che non finisce mai. Così puoi vedere che, anche in mezzo agli svaghi della villeggiatura, io mi rammento della scambievole promessa di darci contezza delle cose più notabili che ci accadono ora che siamo separati.

Per alcuni giorni è stato nostro ospite un valente professore di Botanica[1], amico intrinseco del babbo. Oltre al desiderio di vederlo, egli venne quassù per erborare[2] nelle vicinanze; ed io lo accompagnai in tutte le sue gite. Ecco perchè fin qui non ho avuto tempo di scriverti.

Ora ti narrerò ciò che m'intravvenne nella prima di queste gite scientifiche.

Ma innanzi è bene che tu sappia che il nostro botanico è uomo d'età avanzata, di aspetto autorevole e di temperamento robusto; ha modi cortesi, disinvolti e gioviali, e tanta modestia con molto sapere, che sebbene egli abbia viaggiato lungo tempo e fatto parecchi lavori di grande utilità per l'avanzamento delle scienze, tuttavia non parla mai di se stesso: e quando entra in discorso di Storia naturale, procede con la medesima cautela di un novizio negli studi. «Per dubitar meno di ciò che asseriamo intorno alla botanica» diceva egli «bisognerebbe studiare ed osservare di continuo senza mai concedere al corpo o alla mente il necessario riposo; tanti sono i progressi che ogni giorno fa questa scienza e le rettificazioni che occorrono nell'ordinamento e nella nomenclatura[3] delle piante, soprattutto ora che molti uomini distinti, in ogni parte del globo, la studiano con ardore e viaggiano dovunque, e moltiplicano miglioramenti e scoperte! Linneo sarà sempre, per così dire, l'Omero della botanica; ma dal tempo in cui fiorì sino ai nostri giorni, si è fatto in essa un così gran numero di variazioni fondamentali, che la sola cognizione degli scritti di quel grand'uomo non potrebbe bastare per istruire un botanico...»

Dipoi rammentati della mia ridicola arroganza scientifica. Tu sai che avendo io scartabellato vari libercoletti dove si parla della vegetazione e della coltivazione dei fiori; che imparando a mente il sistema organico di Linneo dalla prima classe delle Monandrie fino alla ventiquattresima delle Crittogame, e le distribuzioni delle piante in famiglie, in generi, in specie e in varietà; ed ora raccogliendo mostre per comporre l'erbario[4], ora facendo dissezioni[5] e disegni di fiori e di frutti, m'era finalmente dato a credere d'essere poco meno che un altro Linneo, o un Vallisnieri, e o un Micheli od un Savi in erba; e che di questa presunzione m'aveva rimproverato più volte mio padre, senza che mai fosse riuscito di correggermi, stimando io sempre che l'imparare una scienza fosse quasi la stessa cosa che intrattenerci dei nostri fanciulleschi balocchi. «M'è a grado che tu sia preso da tanto amore (soleva dirmi) per questa occupazione utile e dilettevole; ma tu ne meni troppo vanto, e t'immagini d'aver imparato la botanica su quei compendiòli. E' ti potranno somministrare alcune cognizioni elementari, e procacciarti una ricreazione preferibile alle inezie infantili, e non altro. Sfuggi, figliuolo mio, sfuggi il difetto oggimai troppo comune di dare tanto valore alla dottrina acquistata in cotal modo. Gli elementi del sapere sono cosa di molta importanza, ed è difficile esporli bene; e tuttavia non bastano per conoscere a fondo una scienza. È anche vero che quanto più è semplice l'insegnamento, tanto più s'accosta alla esattezza; ma vi vuole anche la modestia; altrimenti la facilità dell'imparare fa sì che le cose gravi passino per inezie, e all'opposto; ovvero la mente crede essersi provvista d'idee, mentre non possiede altro che vane parole.»

Ma queste savie ammonizioni io le credeva fatte per moderare la mia grande inclinazione a quello studio, e non per liberarmi dalla vampa dell'orgoglio.

Preparandoci adunque a visitare i nostri poggi, il professore, che non v'era mai stato, chiese la compagnia di un contadino che fosse pratico dei luoghi e conoscesse a modo dei campagnoli le piante silvestri che vi germogliano. Io, che sfoderando tutto il mio sapere aveva già detto d'aver girato ed erborato più volte nei medesimi poggi, mi tenni offeso di questa ricerca, sebbene non ardissi di manifestarlo. — Come può egli intendersi di botanica un contadino? — pensava tra me: — avrà notizia delle piante ch'egli coltiva, e notizia grossolana e imperfetta; degli studj dei quali dobbiamo occuparci noi e' non ne può saper nulla. — Intanto mio padre mandò con noi un certo Betto, figliuolo del contadino, buon ragazzo, vispo, intelligente, e quasi dell'età mia.

Betto voleva togliere al professore l'impiccio dello scartafaccio da riporvi le piante; ma questi postoselo ad armacollo ne lo ringraziò, dicendo che era solito di portarlo se medesimo. Io non fui tanto discreto; io mi lasciai servire; e la mia cartella era più voluminosa e legata con più eleganza di quella del professore. Inoltre io aveva meco un arnese fatto apposta per tagliare o sradicare le piante, e un grazioso astuccio per fare le dissezioni dei fiori: egli un semplice coltellino e un bastoncello... Insomma, vedendoci insieme, e considerando la mia gravità, avresti detto ch'io tenessi il posto del maestro, e il professore quello del discepolo.

Non istò a descriverti le belle vedute di cui godemmo, nè il diletto di quella gita, nè le piante che furono raccolte dal professore: sarebbe faccenda troppo lunga, e non è questo l'oggetto della mia lettera. Io voglio solamente accennarti come rimanessi scorbacchiato della mia presunzione, e (almeno lo spero) corretto.

Quel ragazzo che a parer mio non doveva essere altro che il nostro somarino, diventò, sto per dire, il nostro oracolo. Il professore interrogava prima me intorno al tempo della fioritura d'una tal pianta, alla qualità del terreno dove germoglia, al nome volgare, ed a varie altre notizie, ma io non sapeva che cosa rispondergli; e allora volgendosi a Betto, questi lo soddisfaceva a puntino di ogni sua richiesta. Io m'affaticava a indicargli or una pianta ora un'altra, già sembratemi cose rare, ma non erano quelle che al professore importasse gran fatto conoscere; io voleva descriverne alcune, ma Betto garbatamente mi correggeva ad ogni parola; mi rimase per ultimo refugio l'astuccio, ed incominciai a contar petali, a tagliare stami e pistilli, a spaccare ovarj[6] e che so io; ma il professore, dopo un'occhiata, diceva parergli che quei fiori appartenessero al tale ordine o alla tale famiglia, e tutto ciò che gli pareva era poi esattamente vero; volli provarmi a proferire i nomi scientifici, e di rado ne azzeccai qualcuno, e spesso il professore dicevami: — Un tempo fu nominata così quella pianta: ora s'è conosciuto che non appartiene alla stessa famiglia, e conviene appellarla così e così... — in conclusione tutta la mia dottrina se n'andò in fumo: e intanto il professore stava attento alle parole di Betto, le notava nel taccuino, e confessò poi che dalla semplice esperienza di quel garzoncello aveva ricavato argomento per utili osservazioni, e sopra tutto per un lavoro che aveva intrapreso intorno alla nomenclatura volgare ed alla fisiologia[7] di parecchie piante. Da me, senza ch'ei lo dicesse, ma pur troppo io stesso me n'ero accorto, da me non aveva ricavato altro che strambottoli e passi inutili.

Tu già ti avvedi che il mio orgoglio fu rintuzzato pel dì delle feste. Tornai a casa tutto sgomento; e chiusomi nella mia cameretta, sotto colore di riposarmi dalla stanchezza di lunga gita, mi posi mestamente a deplorare la mia disgrazia: — Un ragazzo che non sa neanche leggere, soverchiar me che ho raccolto ed esaminato tante piante, che ho libri ed erbari, e stampe ed arnesi, che studio da lungo tempo, e coltivo e disegno fiori? Dunque tutto quello che fin qui ho fatto è inutile! un visibilio di cose che ho imparato, non mi valgono a nulla! Eh via! smettiamo quest'occupazione, leviamoci di torno tutti questi ninnoli! — E con sì bel proposito andai a tavola.

Ogni parola che fu fatta intorno alla nostra gita era puntura al mio amor proprio. Non già che il professore avesse in animo di mortificarmi, chè anzi si contenne da uomo indulgente, non adulò nè biasimò; e parlando di Betto sfuggì qualunque confronto che mi potesse umiliare. Ma io, prima della gita, era già persuaso di dover fare a tavola una bella figura, di dover raccogliere il frutto dei miei sudori... Eccomi tornato con le trombe nel sacco!

Sebbene mostrassi disinvoltura, mio padre conobbe lo stato del mio animo, e il giorno dopo, quasi avesse indovinato anche il proposito ch'io aveva fatto di non impicciarmi più di botanica, chiamatomi a sè, mi disse da solo a solo con affettuose parole:

«Figliuolo mio, vedo bene che tu sei stato poco sodisfatto della tua gita scientifica; ed è avvenuto a te ciò che avviene a tutti coloro i quali credono di aver imparato molte cose con poca fatica. Bada di non incolpare i libri nè gli uomini, e nemmeno te medesimo, se non in quanto la tua immaginazione e la tua vanità abbiano potuto trarti in inganno. Io t'ho ammonito più volte a non credere che un'occupazione ricreativa intorno ad una scienza possa tener luogo di studio fatto di proposito; ma il nome e le parole t'hanno sedotto. Volli compiacerti concedendoti tempo e modi per conoscere i principj di questa parte della Storia naturale, poichè ho avuto sempre più caro di vederti occupato in essa che nei passatempi puerili; e finchè tu voglia essere naturalista per riposarti dagli altri studj, tanto il professore che io confessiamo che tu hai saputo adoperar bene le ore della ricreazione. Ma tu non potevi avere imparato la scienza. Questa presunzione t'ha finalmente nociuto. Lo stesso accaderebbe a qualunque altro giovinetto, e in qualsivoglia ramo del sapere umano. I tuoi studj presenti sono rivolti alle belle lettere italiane e latine; e sai che i maestri sono soddisfatti della tua buona riuscita. Or bene, t'è egli mai caduto in animo di fare sfoggio di sapere letterario con essi? Credi tu che la botanica richieda minori fatiche della letteratura per poter giungere a saperla davvero? Ma non ti sconfortare, nè ti dispiaccia d'essere rimasto umiliato nel paragone con Betto; anzi ciò ti porga occasione a riflettere che un semplice campagnolo, con la comodità d'osservare di continuo le produzioni della natura, conosce molte cose che lo scienziato non può imparare studiando nella sua stanza. Il professore non si vergognava d'apprendere da Betto ciò che avrebbe potuto sapere anche da te, se tu dimorassi, come quel giovine, tutto l'anno in campagna, e udissi di continuo i colloquj dei vecchi agricoltori. Ora dunque noi ti confortiamo a non perdere l'amore per questa occupazione, e ti promettiamo ogni aiuto per renderla più proficua; giacchè moderando la tua presunzione, non puoi ricavarne altro che vantaggio e decoro. E se l'inclinazione per la botanica t'indurrà a coltivarla a preferenza di ogni altra cosa, io non m'opporrò alla tua volontà; ed allora, a suo tempo, e dopo assidui studj, potrai diventare botanico e scienziato.» Ciò detto mi lasciò, ringraziandolo io di così affettuose parole e di così bella promessa, e sentendomi ritornare la quiete nell'animo.

Infatti, dopo questi avvertimenti, il conversare intorno alla Storia naturale col professore e col babbo mi riuscì più dilettevole e più utile che per l'innanzi. Convinto di saper poco, senza che l'orgoglio rintuzzato mi facesse sdegnare con me medesimo, allora acquistai molte cognizioni che prima l'arroganza giovanile m'avrebbe reso più difficili. Allora conobbi che la mente è più lucida quando siamo disposti a confessare di buona voglia la nostra ignoranza, che quando l'amor proprio ci domina tanto da minorare la nostra attenzione, e da farci rimanere offesi delle altrui riprensioni. Il colloquio tornò a cadere sopra Linneo e, fosse caso o accortezza del professore, egli s'intrattenne molto nel descrivere le gravi difficoltà che il sommo naturalista dovè superare, e le fatiche enormi che dovè intraprendere prima di far palese il suo sapere e di trarne profitto per la scienza. Era necessario aver grande ingegno ed infaticabile ardore per ordinare i principj, quei medesimi principj che ad un giovinetto parranno sì facil cosa a imparare; e nello stesso tempo bisognava cercare scrupolosamente l'esattezza della verità, perchè le prime sue dottrine non inducessero gli altri in errore. Un ingegno meno vigoroso si sarebbe perduto d'animo: un naturalista meno diligente avrebbe forse acquistato fama in quel tempo nel quale pochi si volgevano a siffatto studio; ma il suo nome sarebbe rimasto oscuro ai posteri. Quanti studj, quanti viaggi penosi, quante osservazioni ripetute e pazienti prima di poter dire: Io so; — d'arrischiarsi ad ammaestrare gli altri!

Toccando alcune più minute particolarità della vita di Linneo, disse che gli pareva anche d'aver letto che per l'amor della scienza e' si ridusse a vivere sì poveramente, che non potendo comprarsi tante scarpe quante gliene occorrevano pei suoi viaggi, non isdegnava d'accettare in dono quelle già logore dei suoi discepoli, e di ricucirle da se medesimo, rattoppandole talora con la cartapecora dei suoi scartafacci di studio. — La conclusione poi di questi ragionamenti fu che la dottrina, in qualunque scienza, non consiste nelle cognizioni leggiere acquistate a guisa di semplice trastullo, nè in una filastrocca di parole imparate a mente. È vero che in generale ogn'insegnamento, e soprattutto quello così dilettevole della Storia naturale, deve essere agevolato dalla semplicità dei metodi[8]; ma non bisogna immaginarsi di potere imparar bene alcuna cosa senza fatica. Aggiunsero ancora che l'abilità e l'ingegno non hanno mai avuto bisogno di vanagloriose apparenze per riuscire utili e per manifestarsi; e che gli uomini, i quali giovarono più degli altri alla società facendo progredire le scienze con l'ingegno e con la fatica, sdegnarono le superflue agiatezze del vivere; e, sempre modesti, non usarono mai di quelle artifiziose dimostrazioni che paiono fatte per incantare gl'idioti. Allora sì che rivedendo il mio erbario legato con eleganza, il mio astuccio botanico pieno di graziosi strumenti, e ricordandomi d'altro lato delle scarpe rotte accettate dal sommo Linneo, ebbi ad arrossire della mia presuntuosa vanità fanciullesca! — Io studierò la botanica, perchè mi sento sempre inclinato a questa scienza, e perchè le savie parole del professore e di mio padre me ne hanno fatto innamorare più di prima. Essi conoscono questa mia volontà, e a te, mio amico, io non poteva nasconderla; ma serba il segreto, il quale a niun altro sarà palese, finchè non vedrò di poter fare sicuramente buona riuscita in questo studio. — Addio.

II. Fiducia nella Provvidenza.

Il bellissimo cielo che s'apre nel vasto orizzonte di Napoli, la marina infinita, placida e sparsa di navi con le vele biancheggianti, il Vesuvio, che spinge al cielo vortici immensi di fumo, la Baja con ampia e maestosa curva coronata dalle selve d'aranci, i castelli antichi e le torri merlate, le ville magnifiche, le ruine venerande, e il sole splendidissimo che illumina tanta e sì maravigliosa copia d'oggetti, parevano occupare la mente di un giovinetto, che sedeva immobile meditando sopra una rupe lungo la costa di Margellina. Ai piedi aveva una carta, e nella destra la matita.

I suoi sguardi vivaci erano immobilmente rivolti alle rovine della tomba di Virgilio. La faccia aveva pallida e addolorata, la positura come quella di chi è spossato da sfinimento, le vesti logore per miseria. Presso di lui una fanciullina e un bambinello, coperti di pochi stracci, talora si spassavano a coglier fiori, tal'altra si fermavano piegando la testa sopra le spalle a contemplare il fratello: e parevano presi dalla stessa malinconia: e i fiori già colti cadevano loro di mano. Di lì a poco tempo comparve un uomo ben vestito, che passeggiava deliziandosi nella bellezza del luogo. La fanciulla ristette a considerarlo, guardò incerta prima il fratello, poi lui; quindi movendosi risoluta col fratellino per mano, si ridusse a' piedi di quel signore, e in atto supplichevole mostrandogli il bambinello, stese la destra per l'elemosina. «No!» esclamò allora con fuoco il giovinetto alzandosi prestamente, e slanciandosi in mezzo ad essi. «No, Maria, non chiedere l'elemosina!» — «Ma, abbiamo fame, rispose ella con l'accento della disperazione: e tu, ah! tu sei più digiuno di noi!» — «La mamma è malata, gridava piangendo il piccino.» Il signore impietosito poneva la mano in tasca; ma Salvatore, rattenendogli il braccio con dignitosa risolutezza: «Io posso lavorare » gli disse: «finchè sarò vivo io, non chiederemo l'elemosina.» — «Ma quali assegnamenti hai tu oggi che è festa?» gli rispose il signore. Salvatore additando il sepolcro di Virgilio e mostrando la sua matita: «Fra due ore, disse, avrò finito un disegno. Se qualcuno lo comprerà...» — «Lo comprerò io: vediamo intanto cosa tu hai fatto.» Salvatore esclamando: «Che siate benedetto!» corse a raccor la sua carta che conteneva la veduta della tomba di Virgilio abbozzata, e gliela mostrò: «Ma colui che fu degli poeti onore e lume, disse con enfasi il giovinetto, meriterebbe un monumento più splendido e la mano di Raffaello per disegnarlo.» Quel signore intanto esaminava attentamente il disegno, e gli pareva maraviglioso per esser fatto da quel povero ragazzotto. «Finiscilo, finiscilo,» gli disse abbracciandolo con trasporto. «Lo compro io. Eccoti il prezzo» e gli donò tutto il danaro che aveva in tasca. «Domani verrai a portarmelo in via Toledo al numero 24; cerca di Giovanni Lanfranco!» — «Giovanni Lanfranco!» esclama Salvatore; «voi forse quel pittore famoso?...» — «Sì, io son pittore, e tu lo sei forse più di me. Come ti chiami?» — «Salvator Rosa.» — «Scolaro del Francanzano?» — «Per l'appunto.» — «Ne ho visti altri dei tuoi disegni, ma non davano da sperare come questo. O perchè sei caduto in tanta miseria?» — «Mio padre morì, e lasciò nove creature senza campamento. Io mi industrio con questi disegni, perchè ora non ho modo di fare i quadri, e li vendo in piazza per aver pane quando trovo chi li voglia comprare.» — «Ebbene! da qui innanzi non sarai più tanto povero! Non aver paura. Non vi sarà più pericolo che dobbiate andar mendicando. La Provvidenza ha assistito me, ed io posso farti da padre. Va', corri a consolare la tua famiglia.» Salvatore e i bambini gli caddero ai piedi abbracciandolo. Il pianto della riconoscenza impediva le parole. Il pittore si affrettò ad andare subito a levar d'angustia la madre.

Essi a fatica si staccarono dalle sue ginocchia; ma poi balzando dalla gioia volarono in traccia della madre. Lanfranco ristette a guardarli, considerando come i casi della fortuna sogliano travagliare i grandi ingegni sul principio della loro carriera.

E Salvator Rosa fu davvero uno dei grandi ingegni non tanto nella pittura quanto nella poesia. Con l'aiuto generoso del Lanfranco si fece presto noto all'Italia ed al mondo intero, pe' suoi quadri di paese, per le sue satire e pel suo bizzarro ingegno nell'arte comica. Nacque il 1615 nell'ameno villaggio della Renella due miglia distante da Napoli, e morì in Roma il 15 Marzo del 1673. Nella chiesa di S. Maria degli Angioli alle Terme ha il sepolcro ornato di belle statuette di marmo, col ritratto e la seguente iscrizione:

D. O. M.
SALVATOREM ROSAM NEAPOLITANUM
PICTOREM SUI TEMPORIS
NULLI SECUNDUM
POETARUM OMNIUM TEMPORUM
PRINCIPIBUS PAREM
AUGUSTINUS FILIUS
HIC MOERENS COMPOSUIT
SEXAGENARIO MINOR OBIT
ANNO SALUTIS MDCLXXIII
IDIBUS MARTII.

Questa iscrizione si crede composta dal celebre Padre Gio. Paolo Oliva. Eccone la traduzione.

A Dio Ottimo Massimo. Salvator Rosa Napoletano, non inferiore ad alcun pittore de' tempi suoi, pari ai primi fra i poeti di tutte le età. Lo pose qui, piangendo, il suo figliuolo Agostino. Morì in età di poco men che sessant'anni, l'anno della salute 1673 agli idi di marzo (il dì 15).

III. La buona e la cattiva compagnia.

Sulla panca degli scolari negligenti fu visto un giorno un giovinetto che per l'innanzi non v'era mai stato. «Enrico sulla pancaccia!» maravigliati sussurravano i condiscepoli sopravvenienti. A molti ne dolse, chè Enrico sempre buono e bravo era stato. Tre soli ne risero, e appunto sedevano sgraziatamente sulla medesima panca: era quello il loro posto dal principio alla fine dell'anno. Enrico sgomentato, a testa bassa, con una mano alla fronte e l'altra sopra la coscia, fissava gli occhi sul libro senza battere palpebra, non decifrava verso per la velatura del pianto. Stato così una mezz'ora immobile si risentì lamentandosi: «Perchè mi fermai io a quella rissa di mercatini? Che ne ricavai dagli urli, dalle bestemmie, dalle busse di quei disgraziati? Stava bene a un ragazzo vedere e sentire tali cose? Avessi potuto entrare di mezzo, a spartirli e farli tornare amici, non dico.... Ma per curiosità, per ispasso.... Oh! se in quel tempo avessi studiato la mia lezione, oggi non sarei venuto a questi ferri. Tutti mi passeranno avanti! E son vicini gli esami! Povero me! che passione!» Intanto egli non capiva la nuova lezione che il maestro spiegava pel giorno dopo. Punto nell'amor proprio, tormentato dai rimorsi di un primo fallo, avvilito dalla vergogna, trascurava il rimedio, e peggiorava il suo stato. «Non ti confondere (gli subornava il negligente matricolato); quaggiù si sta allegri.» — «Da' retta a me (gli rifischiava quell'altra buona lana): Vedi questo filetto[9]? è fuori del tiro del Maestro[10]. Animo! una partitina, e quel che è stato è stato.» Enrico inorridiva, e si turava gli orecchi. «Ancora non è tempo (dissero fra loro i due tentatori); è troppo cùcciolo.»

La lezione finì, gli scolari uscirono a coppia; Enrico se li vide sfilare davanti; e chi lo guardava compassionando, chi gli faceva animo, chi gli diceva: «Torna presto tra noi!»

Uno di essi, l'amico suo sviscerato, Giulio figliuolo d'un fornaio, gli strinse forte la mano, e con volto acceso d'affetto, gli fece capire che era pronto e facile il riparo alla sua disgrazia; che dovea far capitale del suo aiuto; che, per essere un giorno o due confinato laggiù, non avea perduta la stima di lui nè degli altri.

Passati i primi, si mosse anch'egli da ultimo intenerito, confuso e male in gambe. Di passo, rasente il muro, col capo in seno si ridusse a casa per la più corta.

La mamma non v'era: da tre giorni lavorava fuori a giornata. Gli aveva dato la chiave; sapeva di potersi fidare, che sebbene il figliuolo avesse appena dodici anni, mostrava senno per venti. Era una mamma di proposito; vedova e bracciante, ma contenta della sua condizione, confortandosi dell'avere un figlio savio, amoroso e di talento; e si procacciava col lavoro il necessario per campare, e per mantenerlo alle scuole le conveniva misurarsi a puntino, ma sapeva farci entrare ogni cosa; ed Enrico, benchè tutta non conoscesse la sua povertà, pure per naturale moderazione delle voglie, e per virtuosa semplicità di costumi, se ne stava contento di quel vitto e di quel vestito che aveva; teneva in ordine e custodiva bene ogni cosa, e benedicendo l'umile ma provvida e amorosa industria materna, studiava di proposito per arrivar presto a guadagnarsi il pane col suo sapere.

Ma postosi a tavolino, questa volta si ritrovò affatto diverso da quel di prima. Un passo falso, non riparato a tempo, uno scoraggiamento improvviso gli avevano fatto divenire ottusa la mente e duro il cuore. Non ricavava costrutto dai libri, si sconfortava della tardità dell'intelletto, si vergognava di se medesimo. Disperando di riuscire negli studi perdeva quella fidanza nelle proprie forze, quella pronta lucidezza di mente, quella volontà lieta, intrepida e costante che eccita, abbellisce e rende profittevole l'occupazione di un giovinetto. Amareggiato di questa lacrimevole condizione del suo animo, respinse da sè con dispetto i libri, e andò alla finestra per distrarsi con nuovi oggetti dalla passione che tanto lo tribolava. Dopo esservi stato qualche minuto, vide passare quei tre della panca dei negligenti, che spensieratamente sgloriati girellavano abbraccetto; vestiti con eleganza, e con una certa andatura da snoccolati che pareva non avesser mai avuto un pensiero al mondo. «Vedete? (disse egli tra sè) vedete chi se la gode? Essi sono ricchi, vestiti bene, si divertono e non fanno mai il loro dovere alla scuola; ed io per aver mancato una volta, la prima volta, ecco qui m'arrovello senza conclusione, son rovinato senza rimedio.» Se l'amarezza del pensiero non glielo avesse impedito, egli avrebbe pianto: ma invece si morse i labbri con ira, e cacciò le mani per entro a' capelli. In questo frattempo sua madre spuntò dalla cantonata. Veniva via lesta lesta, perchè l'ora del cibo era trascorsa, e temeva che l'indugio pregiudicasse il figliuolo. Quei tre storditi al vedere una femminetta tanto frettolosa, vestita all'antica, che batteva il tacco e faceva sventolare la gonnella, trovarono da riderci sopra e si presero il gusto di attraversarle, ora da una parte ora dall'altra, la via, beffandola con atti e parole da rompicolli. Enrico, acceso di sdegno, era per uscire precipitosamente dalla finestra e scendere nella strada, quando parvegli che la giustizia del cielo facesse le sue parti. Un signore autorevole capitò all'improvviso alle spalle dei temerari, e con un solenne ceffone per ciascuno, li fece fuggire a gambe, scornati e rincorsi a fischiate dai ragazzi delle botteghe. Calmato Enrico da questa inaspettata lezione a quei signorini, corse incontro alla mamma, proferendo invettive contro di loro. «Enrico, diss'ella, carezzandolo dolcemente, non ti curare di certa gente. Che male hann'eglino fatto a me? Avrai visto ancora a chi è toccata la peggio. Pensa a rispettarla tu la tua povera mamma, sebbene vestita da contadina. Mi dispiace per le mamme loro, perchè quando i figliuoli non rispettano quelle degli altri, vuol dire che non hanno mai saputo rispettare la propria. Tu grazie a Dio non rassomigli ad essi; e se io non ho da mostrare i vestiti belli e le gioje, mostro un figliuolo da potermene tenere, che è la gioja più preziosa d'una donna.» Enrico non seppe che cosa si rispondere; chinò la testa, arrossendo di quella lode che allora non meritava; di quella lode che altre volte lo riempiva di giubbilo, e lo moveva a slanciarsi al collo di sua madre; ma in quel momento... in quel momento gli stringeva il cuore lo spasimo del rimorso. Tornò a sedere compunto, fece proposito di cercare ogni modo per ajutarsi, riprese i libri; ma l'animo non gli resse alla prima difficoltà che incontrò. Il pensiero di aver tradito una madre così affettuosa e che riponeva tanta fiducia in lui, la memoria degl'insulti a lei fatti da quelli stessi dei quali in scuola era divenuto compagno nel posto ignominioso, avevano aumentato la sua confusione, e reso più disperato il suo caso.

Di lì a poco tempo il desinare fu all'ordine. Enrico mangiava svogliatamente; la madre lietamente affaccendata, ancora non se n'era accorta. Quand'ebbe ripreso fiato e si fu posta a sedere di faccia a lui: «E oggi» gli disse «che cos'hai tu di bello da raccontarmi de' tuoi studj?» — «Nulla, mamma, nulla.» E tacquero. Poi: «Mi pare che tu non abbia il tuo solito appetito. Cosa vuol dire? Pensi forse a quell'incontro di poco fa? Giuccherello! se te l'ho detto! Io per me non ne fo caso davvero. Non ho nulla che fare con loro. Sono maleducati, saranno ignoranti... Sicuro, non può essere a meno; scommetto che se andassero a scuola, sarebbero in quella panca che tu m'hai raccontato a volte... come si chiama?... la pancaccia, mi pare; sì, la panca dei negligenti, dove tu, benchè non abbia la giubba bella, e la mamma ricca, non sei mai stato, nè mai...» — «No, mamma (esclamò Enrico fremendo), no, mamma, non ne parliamo più!» — «Così è; non amareggiamo questo boccone da poveri braccianti, che non ha astio ad un pranzo, specialmente quando il mio Enrico ha da darmi una buona nuova. Domenica, eh? domenica ragioneremo delle tue cose, perchè tu sai che due paroline teco mi fanno tanto piacere.» In questo mentre un pigionale che scendeva le scale in compagnia d'un altro, diceva forte: «O non sarebbe meglio palesare ogni cosa? Più che s'aspetta, peggio è...» Enrico non intese altro. Queste parole, dette chi sa per qual motivo, ma venute a proposito per lui come una buona ispirazione, lo fecero a un tratto cambiare di colore, e restare immobile a riflettervi. Sua madre s'era alzata. Ritornando a sedere, diceva: «Animo, dunque, da bravo: mangia...» La sua voce lo riscosse dalla riflessione; e la buona donna tutta compresa dall'idea di custodire un buon figliuolo, non sapeva raccapezzarsi perchè egli fosse tanto serio quel giorno, e non le passava neanche per la mente un sospetto che lo potesse offendere. Attribuiva tutto al dispiacere da esso provato nel vederla insultare. «Povero ragazzo! (ella diceva tra sè, sparecchiando) è tanto sensibile, mi vuol tanto bene, che non può soffrire che mi venga torto un capello. Tira da suo padre, buon'anima. I soprusi, e poi da certa gente che non ha altro merito che di avere in tasca qualche soldo più di noi, non li poteva patire: era di sangue caldo.» Sparecchiato ch'ella ebbe, ritornò sollecita al suo lavoro, non pensando neppure per ombra che a lasciar libero Enrico gli potesse venire la tentazione di non studiare, o che so io, da quanto era grande la fiducia ch'ella aveva nella sua saviezza.

Egli ebbe così molto campo a riflettere, a studiare; ma inutilmente. Lacrime, lamenti, disperazioni, propositi vani, e poi daccapo disperazioni. Venne la sera; non aveva concluso nulla. Sul punto di lasciar la mamma per coricarsi, quand'essa lo abbracciò e lo baciò teneramente, gli ribollirono in capo quelle parole: non sarebbe meglio palesare ogni cosa? Ma egli, divenuto pusillanime, sempre scacciò la buona idea che gli attraversava la mente nelle più favorevoli congiunture. Quella notte gli pareva essere sopra un letto di spine; mai eragli intravvenuto di stentar tanto per addormentarsi. Alla fine serrò gli occhi, ma non ebbe altro che sogni stravaganti e paurosi. La mattina si levò che pareva melenso; la madre considerando come fosse tra il sonno, andò al suo lavoro. «Caro piccino!» diceva per via «studia con tanta passione, che anche dormendo vi pensa... Ma gli farà poi male tanto sizio?... M'hanno assicurato di no; a studiar di genio, nessuno patisce; e poi se è bianco e rosso come una rosa! Nelle vacanze che si trova meno occupato, non ha tanto brio, e pare che mi dimagri. Ora vien su proprio sano e robusto...;» e più altre cose, tutta lieta d'un bene che non le era giammai paruto fallace.

Questa volta Enrico, per andare a scuola, aspettò che le ore gli suonassero in casa; a mezza strada si ritrovò senza libro; tornò indietro con fretta; fatti pochi passi, l'idea di entrare degli ultimi a scuola lo spaventò: passare e ripassare fra mezzo alla scolaresca... vedersi tutti gli occhi addosso collocarsi laggiù... no no! sarebbe troppa vergogna. Ma come fare? andarvi senza libro. Corse e arrivò che appunto il maestro apriva la scuola. Tutti gli alunni erano voltati alla porta: entrò l'ultimo non veduto: subito si strisciò nel suo posto. Ma per tre volte parecchi sguardi si volsero a lui, quando un dopo l'altro giunsero sfrontatamente i suoi nuovi compagni di posto, e per tre volte arse di sdegno, raccapriccì di doverli ricevere accanto e dover sentire i loro discorsi inverecondi, i loro dileggi villani. Oh! se non fosse stato in scuola, chi lo teneva dall'abbandonarsi a un eccesso? Eppure in quei momenti si ritrovava per forza congiunto a loro, avea quasi bisogno di loro per rimanere confuso nel numero, per divider con alcuno e alleggerire in parte la vergogna di quella panca.

Già il punto della ripetizione si avvicinava, ognuno s'apriva davanti il libro, e cercava il segno. Enrico non l'ha: se il maestro lo vede, se lo rimanda a casa sdegnato... povero Enrico! povera madre sua!

In quel punto l'amico Giulio, emulo di Enrico, ma generoso, troppo sofferendo nel vederlo così umiliato, pensava: Chi sa come Enrico avrà studiata la nuova lezione! dicerto la saprà meglio di tutti; egli che è tanto bravo a fare le ripetizioni. Se la sorte toccasse a lui!... Tornerebbe subito al suo posto: e io glielo renderei tanto volentieri! Non posso sopportare d'esser cresciuto di grado a scapito d'un amico, sebbene sia stato per colpa sua.... Ma proprio per colpa sua? io non mi so raccapezzare, ancora non lo credo. E cogliendo il momento opportuno palesò una sua idea a un compagno. L'idea piacque, la parola passò di posto; e fino in quaranta si trovarono del medesimo sentimento. Allora Giulio salì alla cattedra e disse alcune parole nell'orecchio al maestro, il quale fece segno di approvazione. Quando egli agitò la scatola, nessuno dei primi e i più diligenti batteva palpebra desiderando che uscisse a sorte il suo numero. Enrico poi a quello strepito spiritò dalla paura, e fece il viso di mille colori. Se tira su il mio numero! pensò egli con terrore. Il numero è fuori, è il 3, appunto quello di Giulio che era passato al suo posto. Enrico si rincorò, ma che! Giulio non si muove: il maestro parla: «Oggi gli scolari delle prime panche hanno lasciato d'accordo la ripetizione ad Enrico, perchè egli possa tornare più presto fra loro. Mi gode l'animo d'annunziare questa riprova di fratellanza tra' miei alunni. Venga Enrico.» Un applauso di tutta la scolaresca tenne dietro a queste parole. Enrico restò come colpito da fulmine. Acciecato dalla paura, non pensando chi gli era accanto, supplichevole chiese il libro a uno dei persecutori di sua madre; questi leggeva un romanzo. L'altro, che lo aveva, ma chiuso, glielo dette con un sorriso maligno, che fece in un tratto rammentare ad Enrico tutto l'avvilimento in che lo gettava quel benefizio. Tremando uscì dalla panca; s'avanzò a passi vacillanti; arrivato presso gli amici, balbettò a capo basso un grazie che appena fu inteso; essi gli fecero animo colle parole e coi gesti; e quando al primo scalino della cattedra inciampò ed ebbe a cadere, Giulio corse a sostenerlo e a dargli di braccio fino accanto al maestro, dicendogli sotto voce: «Coraggio!» Enrico aperse il libro, e cercava il punto: silenzio profondo per tutta la scuola. Egli era solito fare le ripetizioni meglio degli altri; aveva voce sonora, gradevole; si animava ai passi più eloquenti; la ripetizione di quel giorno ne conteneva parecchi; ognuno se l'aspettava bellissima. Ma Enrico non trovando tosto la pagina si sgomentò più che mai; cincischiava...; quaranta libri gli furono sporti dai condiscepoli; non se ne accorse, ma trovò allora la pagina che cercava. La vista gli si era abbagliata; a stento proferì la prima parola; la seconda era scorbiata: la pagina imbrattata tutta di fregacci, di figure sconcie, di parole tradotte in margine; era difficile spiccicarne un senso. Sul primo il suo imbarazzo era stato preso per commozione, per timidezza; il maestro gli fece animo, gli mise in bocca le parole; ma pur vedendo che non andava innanzi, si accorse che Enrico non ne sapea buccicata, e vide quel libro così straziato. Allora toltoglielo di mano, e mostratolo alla scolaresca, esclamò: «La vostra generosità, ragazzi miei, è stata inutile, come vedete. Enrico per ora non merita compatimento. Torni al suo posto; venga il numero 3; non perdiamo più tempo coi negligenti.» Tutti rimasero maravigliati ed afflitti; molti se ne sdegnarono; Enrico si trascinò piangendo laggiù, e cadde a sedere quasi svenuto; non ardiva scolparsi d'un fallo non suo col palesarne un altro suo proprio; il padrone del libro, per viltà si tacque; Giulio obbedì mortificato e confuso.

Per avventura in quel giorno il maestro dovè assentarsi dalla scuola per poco tempo, e aveva chiesto che fosse mandato in suo luogo il Prefetto. Ma invece del Prefetto, comparve, come alcuna volta soleva accadere nell'anno, il Superiore. «Eccomi da voi,» disse egli con lieta faccia, «voglio vedere un po' da vicino i migliori tra gli scolari. Appunto ora che abbiamo gli esami a ridosso, mi preme di conoscere quelli che faranno buona passata.» E si trattenne alquanto ora con l'uno, ora con l'altro lungo le prime panche. «Ora poi ho da darvi una notizia, soggiunse accostandosi un poco verso il fondo: abbiamo deliberato di purgare le scuole dai più negligenti. So che in questa scuola vi sono alcuni scalda-panche,» e ingrossò la voce, «i quali hanno abusato della nostra tolleranza, e pare che se ne tengano del cattivo esempio che danno. Lo dico innanzi, perchè abbiano tempo a ravvedersi, e ad esaminare se torni loro più conto frequentare la scuola uniformandosi agli altri, od essere rimandati alle loro case.» Enrico soffriva, soffriva crudelmente. La vergogna di trovarsi compreso tra quelli sciagurati sotto gli occhi del Superiore; la minaccia autorevole che fulminava anche lui meno reo, ma con tutte le apparenze della colpa; la memoria di sua madre tradita nelle più care speranze; lo scoraggiamento aumentato rendevano sempre più lacrimevole la sua condizione. «Intanto (continuò il Superiore), voglio una memoria di quelli che ho trovato oggi nei primi posti; il segretario della scuola me la faccia: io gli detterò i nomi. Essi poi verranno da me domattina prima d'entrare in scuola, e riceveranno un attestato di diligenza per farne dono ai respettivi genitori il prossimo Capo d'anno.» E andò da se stesso di mano in mano chiedendo il nome agli alunni. Giunto al N. 3, Giulio si alzò francamente, e interrogato rispose: «Enrico...» I fanciulli stupirono, e accompagnarono quel nome con segni di gioia. Ma Enrico non potè contenersi: «Ah! non lo merito (esclamò egli, slanciandosi dal suo posto). Signor Superiore, egli nomina me invece di se stesso, perchè jeri l'altro io era in quel posto, ed oggi sono quaggiù; ma se vi sono, l'ho meritato pur troppo! La mia condotta mi ha reso indegno di un amico e del suo sacrifizio generoso!» — «Enrico, rispose Giulio, io conosco il tuo cuore. E tu non puoi essere tanto colpevole quanto apparisci. La tua disgrazia, forse una sola negligenza, ti ha ridotto costà, ma il resto dipende dal tuo carattere troppo sensibile e troppo timido.» — «Giulio, tu vuoi salvarmi, lo vedo, sì, il tuo affetto, la tua amicizia, mi rendono quella forza che mi è mancata fin qui. Confesserò la mia colpa; il signor Superiore mi giudicherà.» E chiestagli licenza di parlare, palesò la prima cagione della sua sventura, l'avvilimento che glie ne derivò, la irrisolutezza che lo tratteneva, la mancanza di fiducia nella madre, nel maestro, negli amici, in se stesso; ma tacque ogni altro particolare che potesse nuocere ai tre negligenti, e in quanto al libro malconcio si contentò di dire che non era suo, scongiurando il Superiore a non volerne essere informato altrimenti. Questi encomiando affettuosamente l'azione di Giulio, e riprendendo con dolcezza il fallo d'Enrico in quanto avesse mancato per la prima volta al suo dovere, trasse argomento ad ammonire i fanciulli dall'esempio che avevano sott'occhio; e ne ricavò molte riflessioni, opportune a premunirli contri i primi falli, a incoraggirli ad emendarsene, a sapervi rimediare con buoni proponimenti, e concluse con queste parole: «Enrico, dunque non ti scoraggire, poichè non hai ancora perduta la stima dei tuoi condiscepoli, nè la fiducia del maestro; ed hai un amico che ha fatto proposito di salvarti. Studia indefessamente per ricuperare il tuo posto: Giulio ti ajuterà. Dopo scuola resterai mezz'ora con lui per quanti giorni ci vorranno a rimetterti in pari con gli altri. Scriverò io stesso ai vostri genitori perchè ve ne diano il permesso. Intanto esci, Enrico da codesto luogo funesto; sederai per ora al tavolino del segretario. Non è giusta che chi ha confessato il suo fallo e se ne è pentito, seguiti a occupare un luogo svergognato. Così possa ognuno di voi averlo sempre in orrore, e sappia liberarsene chi ha avuto la disgrazia d'esservi stato da lungo tempo. Il ravvedimento, benchè tardo, è sempre utile a qualche cosa. E voi tutti, o fanciulli, rammentatevi che il sapere senza la virtù non val nulla, e che la nobile emulazione deve essere sempre accompagnata da generosa amicizia.» Uno scoppio di evviva tenne dietro a questo discorso. I due amici si abbracciarono, e piansero di tenerezza e di giubbilo. Enrico dopo tre giorni ritornò al suo posto, e lo abbandonò solamente per seguir Giulio, quando questi per i suoi meriti diventò il primo della sua parte. Dopo una settimana la panca dei negligenti era vuota. Due di essi si convertirono; chiesero ajuto; lo ebbero dal maestro, e da tutti i condiscepoli, e specialmente da Enrico e da Giulio. Il terzo, benchè sfrontato, non potè più a lungo soffrire la vergogna di vedervisi solo; ma invece di ravvedersi, preferì di abbandonare la scuola. Il suo cuore era ormai troppo corrotto. Infelice lui, se nelle altre vicende della sua vita si sarà lasciato vincere dalla medesima difficoltà a liberarsi dal male!

Ma non ci funestiamo ora con così tristo pensiero. Torniamo piuttosto al nostro Enrico. Vediamolo in quella domenica, nella quale aveva promesso alla mamma di parlare dei suoi studj. Eccolo a confessare il suo errore, a descrivere i patimenti sofferti per nasconderlo a una madre tanto amorosa, i rimorsi, gli scoraggimenti; a dipingerle con l'energia della riconoscenza la bella azione di Giulio: essa a perdonare al suo Enrico con tutta l'espansione degli affetti materni; a benedire il Cielo che nella sua povera vedovanza le accordava un figliuolo di sì amorevoli e teneri e delicati sentimenti, e faceva dono al figliuolo di un amico sì virtuoso; a piangere di consolazione, e giubbilare delle più liete speranze.... Ma questi sono momenti ed affetti di maravigliosa dolcezza. Non v'è lingua, non v'è parola che valga a narrarli. Chi ha intelletto aggiustato, chi è figliuolo amoroso, chi è padre, li sente, li concepisce e ne gode.

IV. La buona figliuola.

Nello scartabellare certi manoscritti di un mio parente, parroco di campagna, defunto non è gran tempo, m'imbattei nel seguente ricordo: «In nome di Dio amen. Essendomi già posto in animo di registrare le cose più notabili ch'io m'imbattessi a vedere o udire nella mia parrocchia, m'è parso che le seguenti fossero degne d'essere date alla memoria dei miei successori, e intendo che ciò sia fatto solamente a testimonio delle virtù che più spesso vedonsi esercitate dai poveri, ed a conforto dei buoni.

« — Nell'anno del Signore 1823, poco tempo dopo il principio del mio ministero in questo popolo, fui chiamato ad assistere uno scalpellino, colpito d'apoplessia ed in pericolo di morire. Trovai la famiglia, com'è naturale, nella massima desolazione: inoltre la moglie dell'infermo era malaticcia; due delle sue quattro figliuole pativano d'asma, ed una era allettata e già spedita per tisica; ed il figliuolo maschio, gracile di membra e ottuso d'intelletto, non poteva dare alcuno ajuto agli altri, nè sovvenire alla mancanza del padre. Un pianto disperato era intorno al letto dell'infermo, e per tutta la povera casa era pianto.

Io sebbene avvezzo a vedere più da vicino le umane tribolazioni, tuttavia non aveva trovato mai tanto giusto dolore da compiangere, tante avversità piombate sopra una sola famiglia, tanto pericolo di rovina con sì poca speranza di scampo.

Non ostante la Provvidenza, che talora si manifesta con ajuti più straordinari laddove il bisogno è maggiore, aveva dato alla Luisa, la sola che fosse cresciuta sana e robusta tra le quattro sorelle, un'anima capace di resistere alle percosse della sventura, e tante soavità di modi da confortare gli altri nelle afflizioni. Io la vidi, benchè fosse ancor giovinetta, infondere coraggio nella sbigottita famiglia; assistere tutti con senno, con istancabile attività, con amore; e trovar solleciti espedienti e ripari contro la loro indigenza.

Anche prima di questa occasione, per quello che io estimassi, la mi parve sempre una buona figliuola; religiosa e non pinzochera; onesta sì che ogni sua parola, ogni suo atto spiravano candore; casalinga, lavoratrice indefessa ed abile nel suo mestiere (che è quello di far la treccia)... Ma allora, ho! allora dovei proprio persuadermi che poche sapessero come lei osservare i filiali doveri, senza lagnarsi giammai delle fatiche e delle privazioni continue, e senza darsi aria di fare tutto quel bene ch'ella faceva. E non poco mi maravigliai nel trovare improvvisamente in una casa di poveri artigiani, quasi direi l'abbondanza di quelle cose che abbisognano ad un malato grave pel suo custodimento e per la cura e per la convalescenza. Nonostante, vedendo che la malattia andava in lungo, e dubitando che alla fine dovesse mancare la possibilità di così accurata assistenza, chiamai un giorno la Luisa in disparte e le offersi quell'ajuto che per me si poteva. «Le ne rendo merito» mi rispose con tenera gratitudine, «ma per ora Dio provvede.» Non molto dopo il malato era fuori d'ogni pericolo; in due mesi ne uscì quasi guarito ed il medico stesso asserì che al buon esito della cura aveva giovato moltissimo la grande assistenza della figliuola. E questo era naturale. Ma come avevano fatto a reggere a tante spese? Poi lo vedremo.

Intanto quella guarigione fu un ristoro per la famiglia; ma non perciò finirono le fatiche della Luisa. V'era quella povera fanciullina della sorella minore, che peggiorava, che andava in consunzione. Non so se per incaute parole dettele da qualcuno, o per naturale presentimento, ella pensava già che il suo male fosse senza rimedio; e fermatasi in questa idea, se ne stava per ore ed ore tacita e mesta, forse investigando perchè avesse dovuto nascere per morire così sul fiore degli anni, e senza aver goduto neanche uno dei pochi piaceri di questa vita. Ma la Luisa con ogni maniera d'attenzioni e di conforti, si studiava di toglierla alla dolorosa meditazione; ed in fatti la poverina al solo vedere la sorella, anzi al solo udirne la voce, si riconsolava tutta; un sorriso le sfiorava le labbra; e levando la faccia, apriva due occhi neri neri ad affissare con tenerezza il suo sostegno, il suo rifugio.

Intanto avevano bisogno della Luisa anche le due sorelle asmatiche, e la madre sempre infermiccia. Nientedimeno ella sapeva riparare a tutti, e trovava inclusive i suoi ritagli di tempo, o di giorno o di notte, per lavorare. Ma quel poco di guadagno non poteva essere sufficiente a tanti bisogni. Mi provai di nuovo ad offerirle aiuti, e mi rispose come la prima volta.

Il padre, dopo la convalescenza, tornò al mestiere; e solamente allora seppi da lui che la Luisa, per la cura e pel mantenimento della famiglia, aveva dato fondo ad un capitaluccio raccapezzato per l'innanzi a forza di lavoro, e destinato a comperarsi il vezzo di perle. Anche questo m'è parso dover notare a conforto dei buoni....

La Luisa non è bella; ma nella sua prima gioventù, con cera di sanità e con vigorosa floridezza, aveva una di quelle fisonomie che piacciono, e che ispirano onesto affetto. Laonde quantunque non uscisse mai di casa, e le sue virtù fossero occulte per modestia, nonostante, e perchè tutto il paese incominciava ad amarla ed a stimarla, e perchè il padre se ne teneva co' suoi amici, accadde allora che a lei povera e di bassi natali, parecchi giovani benestanti offerissero la mano di sposo. Ma lei ringraziando con buona maniera, diceva: «Non mi dà l'animo di lasciare il babbo e la mamma;... le mie sorelle non hanno salute.... Io sola, in casa mia sono sana... posso far poco, ma pure, a un bisogno, voglio esser libera d'assisterli.» — «Ma trovandomi a godere di una certa agiatezza» le dicevano «potrete meglio soccorrere la famiglia.» — «Oh!» rispondeva «io spero che la Provvidenza non mi abbandonerà mai, come non mi ha abbandonato finora.»

Dopo alcun tempo la sorella minore si ridusse agli estremi. Sebbene la sua agonia fosse breve, pure essendo rimasta sempre in cognizione pativa molto; ma l'amorosa pietà della Luisa la dispose a morire rassegnata e contenta; e spirandole nelle braccia, pareva un angelo venuto per poco sulla terra a provare le nostre tribolazioni ed a sperimentare la bontà della Luisa.

La prima separazione che la morte cagiona in una famiglia è sempre più dolorosa. Gli occhi non ancora avvezzi a vedere spenta la vita sul caro volto s'empiono di lacrime più dirotte. Se ne risentì molto la salute vacillante della madre e delle due sorelle malate, ma la Luisa, sebbene non ne provasse minore affanno degli altri, pur seppe mitigare la loro afflizione, e far sì che la memoria della Maria che aveva finito di patire più presto, fosse argomento di religiosa consolazione.

Dopo ciò la Luisa fu chiesta per fattoressa in una buona tenuta della nostra Comunità. Sulle prime ricusò, stando ferma nel proposito di non abbandonare la famiglia. Ma in quel tempo le tribolazioni parevano diminuite, e il luogo dove avrebbe dovuto andare era vicino da poter presto accorrere a' suoi.... Indottavi insomma, più che altro, per obbedienza, entrò nella fattoria; ma per modo di prova, e con la condizione di poterne uscire a suo piacimento.

Non passarono infatti cinque o sei mesi, che avuto sentore d'un peggioramento della sorella Anna, e di qualche accenno di ricaduta del padre, chiese ed ottenne licenza di tornare in famiglia; e tosto, con nuovo vigore, alle interrotte faccende, ad assistere, a fare animo a tutti, senza più discorrere di lasciarli.... L'ho vista io più contenta in mezzo a quei poverini, per l'amore dei quali non si concedeva riposo, e più soddisfatta della frugalità casalinga, di quello che fosse invaghita dell'agiatezza e dell'abbondanza d'una fattoria. Anzi si rammaricava d'essersi ritrovata a vivere lautamente quando i suoi quasi stentavano il necessario. Ma alfine il suo lavoro indefesso, il guadagno del padre, e quel po' di pane che dava il fratello tornarono a farli campucchiare; e qualche piccolo ajuto usciva anche dalle mani della madre e delle sorelle; benché l'Anna cominciasse a tribolare di più, a motivo della sua complessione. Era di bassa statura, gobba, e di petto soverchiamente ristretto; il respirare, il parlare, quando più quando meno, le riuscivano penosi; ed il muoversi con tutta la persona spesso le costava molto spasimo.

Quand'ecco sopraggiungere al fratello la volontà d'ammogliarsi, nè valere consigli o esortazioni a dissuadernelo. Incapace di misurare le proprie forze, credendosi provveduto assai perchè suo padre possedeva una cava di pietre, s'imbattè in una sconsigliata fanciulla, e il parentado fu fatto.

Benché l'ajuto di questo fratello fosse stato sempre debole, nondimeno la sua mancanza volle dire qualche cosa per loro che dovevano fare a miccino di tutto. Eppure la Luisa seppe rimediarvi, aumentando il risparmio dove poteva, senza far mancare il necessario a nessuno; e sottoponendo solamente se stessa a privazioni e fatiche che nemmeno un uomo avrebbe potuto sostenere.

Intanto un altro colpo d'apoplessia minacciò daccapo i giorni del padre. Mancava allora il denaro tenuto in serbo dall'angiolo tutelare della famiglia, il fratello stentava a tirarsi innanzi con la moglie e due infelici creaturine... Oh! ma non era venuto meno l'animo della Luisa, che secondo il solito assistè il padre, provvide la famiglia sua, ajutò quella del fratello, e infondeva coraggio e rassegnazione in ciascuno. È vero che fu necessario vendere la cava di pietre per trarne denaro subito quanto occorresse al bisogno; ma anche questa volta ebbero la consolazione di veder guarire il capo di casa.

La povera Anna era quella che incominciava a dar da pensare di più; mentre che la Caterina, che è la maggiore, si sosteneva assai debolmente. Qui mi converrebbe narrare come la Luisa per più anni continuasse ad assistere sempre da sè sola e senza stancarsi mai, le sorelle, la madre, il padre di quando in quando soggetto a ricadute più o meno leggiere; come abbia sempre saputo con ajuti e consigli sottrarre il fratello dalle angustie della miseria; e con quanta industria trovasse anche il tempo di lavorare, conservando la sua presenza di spirito e di serenità di mente e di volto: ma questo che è tuttavia suo abito giornaliero, vorrebbe troppo lungo e troppo minuto discorso. Laonde, senza paura d'offendere la sua modestia, parlando cose già note al paese, dirò quello che più di straordinario m'è occorso vederle fare e patire, e che mi sembra più meritorio di quanto ho registrato finora.

Solamente al ricordarmi del travagliato corpo dell'Anna e delle sue tribolazioni di tanti anni il dolore mi vince sì che ne piango. Ormai nè arte nè scienza valevano; e dopo molti e inutili tentativi, la poverina rimase affatto raccomandata alla pietà della sorella. Ed essa, a non staccarsi più dal suo letticciuolo, a pensare, e provare espedienti per sollevarle il corpo infermo e lo spirito abbattuto. «Ecco qui,» diceva talvolta la malata rammaricandosi con un gemito che straziava il cuore, «pur troppo avrò peccati da scontare; ma se Iddio non ha compassione di me, alla fine perderò la pazienza...... morirò disperata.» E mescolava con isforzo doloroso i singulti all'affanno. «No, amor mio,» le rispondeva soavemente la Luisa, «non ti posso dire che tu abbia ragione a disperarti così, perchè tu sai che tutti dobbiamo soffrire... — Oh! non parlar più di disperazione; seguita ad aver pazienza... Quanto più soffrirai quaggiù, ma con santa rassegnazione, tanto più sarai felice nel cielo.» E l'affettuosa dolcezza delle parole e dei modi la racchetavano. Ma essa arrivò a far di più: dopo aver provato e riprovato ingegnosi espedienti per mitigare gli affannosi spasimi dell'asma, le riuscì d'ajutarla a rifiatare con meno difficoltà, comprimendola con un moto blando e uniforme sotto i polmoni; ed allora, specialmente di notte, continuava quelle pressioni anche per più ore di seguito, fintantoché l'inferma non giungesse ad ottenere un po' di sonno. Nonostante, il male andava per indole sua peggiorando ogni giorno, e la ridusse al punto di non si poter nutricare con altro che con pochi sorsi di liquido, e di non poter chiudere occhio nemmeno con l'ajuto delle pressioni. Il digiuno, l'inedia, lo sfinimento e poi la certezza di una morte sempre vicina ma sempre invano desiderata, la prostravano tanto che talvolta, uscita fuori di se medesima, sarebbe divenuta insopportabile a qualunque altra infermiera meno amorosa della Luisa. E in lei pareva anzi che il vigore crescesse, deliberata a non darsi per vinta, a non cedere ad altri quel penoso e difficile ufficio.

Già da lungo tempo si studiava la Luisa di procacciare alla paziente su quel suo letto di spine una positura più adattata alla mala conformazione delle membra; ma non bastando più nè guanciali nè altro, era impossibile tenerla cinque minuti a giacere nello stesso modo, ed ogni tramutare di capezzale o di materassa era cagione di nuovi tormenti. Una notte che l'Anna tribolava più del solito, venne fatto alla Luisa di sdraiarsi un poco sulla sponda del suo letto, piuttosto per meglio spiarne il respiro, che per cercarvi riposo. Lo scheletro della sorella s'appuntellava al suo corpo: «Fatti più in qua» sussurrò l'inferma: «appoggiandomi a te mi sento riavere:» e la Luisa subito le si accosta; tanto che l'una piegandosi un altro poco, e l'altra secondando tutti i suoi moti, alla fine accadde che l'Anna si ritrovò a giacere attraverso il corpo della Luisa; e siccome vi si sentì meglio collocata che in qualunque altro modo, così potè prendere un po' di sonno dopo tante notti vegliate nel dolore. «Sia ringraziato Dio!» diceva tra sè la Luisa, soffrendo, ma tutta contenta che almeno il suo corpo fosse capace di porgere alla sorella quel refrigerio che ormai non pareva più ottenibile per altra via. Intanto le acute vertebre della spina contorta le maculavano il petto; ma lei, intrepida a sopportare l'oppressura, il disagio, le trafitte. Se l'Anna svegliandosi aveva bisogno di mutar positura, la Luisa ne provava un'altra, e poi, qualunque si fosse lo scorcio, in quello durava. Potendo inoltre rimaner libera con le braccia non ismetteva di lavorare!... e così fece per quaranta notti di seguito!.. Quasi non credetti a me stesso la prima volta che vidi... Ma pur lo vidi e lo noto a conforto dei buoni.

La quarantesima di quelle notti angosciose per tutti, fu l'ultima per l'Anna. «Dio te ne renda merito» disse ella quando fu in agonia. «Addio, Luisa; tu hai patito tanto per me!... Dio te ne renda merito...» E poi guardando il Cielo spirò. La Luisa non potè staccarsi da quel cadavere, nè cessare di bagnarlo con le sue lacrime, se non quando le convenne farsi consolatrice degli altri.

Due sere dopo io rasentava il muro del Camposanto. Al lume della luna vidi una donna a sedere a piè del cancello. M'accostai, e conobbi che era la Luisa. «Che fai tu in questo luogo, a quest'ora?» le dissi. Ed ella, senza poter parlare, mi accennò la fossa dove la sorella era stata sepolta. Aveva un viso pallido pallido: le presi la mano; era gelata: la confortai a darsi pace, a pensare che la morte era stata vita per quella sventurata; ed ella: «Sì, lo so» mi rispose, «ma dopo essere stata insieme per tanto tempo, dopo averla vista patire in quel modo, non mi riesce di sopportare il dolore di questa separazione. Ho bisogno di sfogo, e son venuta qui.» — «Ma ora basta» soggiunsi alzandola di terra; «consolati, chè la tua sorella sarà già in paradiso a ricevere il guiderdone dei suoi patimenti; su via, ritorna a casa.» Allora mi accorsi che ella tremava, che il polso era febbrile; e dubitai della sua salute, e bisognò che la sostenessi per tutta la strada. «No» mi diceva con ansietà, «per amor del Cielo stia zitto; non è vero, io non ho male; non dica nulla in casa mia...» Il tremito cresceva, ed i passi erano sempre più vacillanti; tuttavia continuò a raccomandarmi il silenzio; poi le sue parole cominciarono ad essere mal connesse; e finalmente conobbi che delirava. La forza dell'animo aveva dovuto cedere alla fragilità del corpo; i lunghi strapazzi l'avevano finalmente infermata. Ricondottala a fatica in seno della famiglia, che già era sgomenta per l'insolita assenza; e cercando di mitigare il disperato dolore dei genitori quando la videro in quello stato, mandai tosto pel medico. Il pericolo infatti era grave; si trattava di un malacuto. Espedienti pronti, efficaci, furono subito messi in opera. Quei poveretti, malazzati anch'essi, in specie la Caterina, e impauriti di rimanere senza l'aiuto della Luisa, essa sola capace di provvedere a tutto, le stavano attorno pieni di smarrimento, come naufraghi che si veggono involare dalle onde furiose la sola tavola su cui sperassero scampo. Ma la Luisa, appena passato il delirio e riavuta un poco dai primi assalti del male, sorridendo diceva: «Non ho bisogno d'altro che di riposo: trappoco non è più nulla; mi sentirò bene, vedrete. Mi dispiace che non stiate bene voi, e che abbiate dovuto rimescolarvi per me. Ora il peggio è passato.» Poi si chiamava accanto la Caterina; le rammentava tutte le cure da usare per sè e per sua madre; ed ogni suo pensiero, benchè inchiodata nel letto, era per loro. Appena sentì di star meglio avrebbe voluto levarsi, e mettersi a trafficare per casa. Dovemmo insieme col medico raccomandarci molto perchè indugiasse e riflettesse che una ricaduta poteva riuscire più che mai pericolosa per lei e per la famiglia.

Erano cinque o sei giorni ch'io non la vedeva, quando una mattina, chiamato per assistere un povero orfanello moribondo, ci trovo la Luisa, venuta in ajuto della vecchia zia del fanciullo. «Luisa mia» le dissi: «mi consolo di vederti levata; ma non vorrei che fosse troppo rischio mettersi così subito a faticare.» — «Ma io sto bene» rispose con tutto il suo spirito. «Oh! la non creda che fosse un male serio: io aveva bisogno di riposo, e tutti lesti. Che vuol ella? la povera zia qui la fa quel che può; ma è sola, e tanto vecchia....» — «Bene via; ma ora basta. Ritorna a casa, e riguardati. Ora ci sto io.» — «Sì signore;» e obbedì, lasciando un bacio a quella creatura per la quale ormai ogni umana assistenza era inutile. Nell'accomiatarla la condussi in disparte sull'uscio, e le ripetei l'offerta di qualche soccorso, che dopo tante disgrazie io credeva più opportuno di prima; ed ella, secondo il solito: «La ringrazio di tutto cuore» rispose; «per ora la Provvidenza non manca; quando posso lavorare non ho paura. Queste» accennando la vecchierella «queste hanno bisogno di lei. Pensi a loro, e Dio le ne renda merito...»

La famiglia della Luisa non istette molto senza nuove calamità. Le intravenne anzi la maggiore di tutte; imperocchè il padre percosso fieramente da un altro colpo apoplettico, e già vecchio, non potè sostenerne la violenza; nè per quanto la Luisa si adoperasse, le fu possibile di salvarlo. In poco tempo dovè soccombere, e la desolazione di quelle sventurate fu estrema. Questa volta poi vidi la Luisa non malata (almeno lo seppe nascondere), ma quasi vinta dall'afflizione. È vero che lo strapazzo era stato più breve, perchè il padre morì quasi all'improvviso; ma gli affetti in un'anima come la sua hanno tanta forza, che ad ogni ora io temeva di vederla soggiacere alla nuova disgrazia.

Tuttavia in presenza della madre e della sorella, quanto lei desolate, sapeva reprimersi e confortarle anzi con tanta efficacia, che le poverette un poco si riebbero. «È vero, ci resti tu, ed è molto,» diceva la madre; «ma tu, povera Luisa, tu, che potresti farti uno stato e campar meglio, ti dovrai tu sempre arrapinare per noi?» — «No, che non potrei star meglio, se fossi fuori di casa; non lo dite davvero! Dio mi dà la salute per assistervi e per lavorare. Non desidero altro. Basta che non vi sgomentiate voialtre. Rassegnamoci ai voleri del Cielo, e andiamo avanti.»

E quello che prometteva lo ha sempre mantenuto. Sono già cinque anni che suo padre è morto; la vedova è stata sempre malaticcia; ed ora la vecchiaia la fa peggiorare un giorno più dell'altro: la Caterina è affatto inferma, e sono ventotto anni che la sorella la tien viva a forza d'assistenza. La sua complessione pare meno debole di quella dell'Anna: ma la difficoltà del respiro va sempre crescendo, a segno che spesso ha bisogno dell'alito della Luisa per rianimarlo, quasi essa gl'infonda parte della sua vita!... Quel poco di bene che avevano è consumato da lungo tempo; le fatiche della buona figliuola ed il suo coraggio sono il solo patrimonio delle meschine. E il fratello che stenta tanto a campare la sua famiglia? se non fosse la Luisa e' sarebbe ridotto ad accattare: non avrebbe un tetto da ricoverarsi, ma e' l'ha perchè, al bisogno, la sorella, sebbene di nascosto a lui, va dal padrone di casa: «Ecco,» gli dice, «il mio fratello, poverino, forse non potrà pagare la pigione questa volta. L'abbia pazienza, non lo mandi via; intanto prenda questi po' di soldi in acconto.... non gli dica nulla....» E quei danari sono frutto del suo sudore, raccapezzati a forza di lunghe veglie, di lavoro accanto al letto della sorella o della madre, o riscossi per assistenze che va a fare in casa d'altri, quando è sicura che la madre o la sorella non abbiano bisogno di lei. Ma per queste assistenze, per le quali è abilissima (e chi può esserlo più di lei?) non accetta già ricompensa da tutti. Ai poveri, anche non chiesta, quando può si offre da se medesima e poi non vuol nulla. «Ci vorrebbe la Luisa,» dicono essi, «ma come si fa? no' siamo poveri, e lei non vorrà esser pagata; oh non conviene poi abusare della sua carità...» Non sarà finito questo discorso, che la Luisa è lì. «Come va ella?» dice tutta serena: «animo! non vi scoraggite. Confidiamoci in Dio e poi sia fatta la sua volontà. Se volete che io vi dia un po' d'aiuto, eccomi qui.» Figuratevi, a quella povera gente non par vero, se non ch'altro, di vederla per casa. Ne pigliano subito buon augurio; il malato se ne consola tanto, che gli pare già di star meglio. Il medico stesso l'ha caro; perchè la Luisa non è una di quelle donnicciuole che trovano da dire sulle ordinazioni di un medico savio, che si vantano di conoscere rimedi segreti, che prestano più fede alle imposture dei ciarlatani che ai consigli delle persone istruite... Ella raccomanda fiducia e obbedienza al medico, una volta che sia inevitabile di ricorrere a lui. Sa che spesso il buon esito di una cura dipende in gran parte dall'assistenza continua, dalla tranquillità dell'animo del malato, dalla pulitezza scrupolosa intorno a lui, dalla scelta e dalla parsimonia dei cibi. Questo principalmente ho voluto notare, per avvertimento di coloro tra' miei popolani, che a chiusi occhi danno retta ai rimedi delle donnicciuole e dei ciarlatani, che se dopo l'uso di essi rimedj vedono sparire i segni d'una malattia rientrata in dentro, credono al miracolo, ed hanno l'ardire di supporre la mano di Dio nelle opere dell'impostura o della superstizione.

Sento che mi rimangono pochi giorni di vita, aggiunge il buon parroco in una postilla al suo manoscritto (e lo mostra il carattere che par fatto con mano paralitica): ma io muoio contento, perchè lascio tra' miei popolani questo esempio continuo di virtù, il quale vedo che non è senza frutto. Sì, la Luisa è viva e verde: prosegue ad esercitare la sua carità veramente fiorita, e m'imbatto in molti che stimandola e amandola si sforzano d'imitarla; in alcuni, che sebbene traviati, s'inteneriscono ed hanno speranza di ravvedersi all'aspetto del bene che ella fa ai loro parenti e a loro stessi, quando sono travagliati dalle conseguenze di qualche stravizio. Perocchè la sua è quella virtù vera, umile e tollerante, che non isdegna nessuno, non presume di sè, e pare, come dovrebbe essere, facile ad imitarsi. L'ho rivista oggi accanto al letto d'una povera malata. Lavorava, e intanto assisteva l'inferma, e insegnava far la treccia ad una sua nipotina. Le ho domandato come se la passava. Mi ha risposto secondo il solito, sorridendo: «la Provvidenza non manca mai.» — «Brava figliuola!» le dicevo. «Seguita ad obbedire alla tua santa vocazione. Vedrai un giorno che ricompensa ti sarà serbata nel cielo!» — «Ricompensa?» mi risponde maravigliata. «Io non fo altro che il mio dovere. Sarei ricompensata abbastanza se vedessi di riuscirvi... Po' poi se ho la sanità è dovere ch'io l'adoperi, è naturale che aiuti i più deboli di me. E se lo fo per gli altri, tanto più debbo farlo per chi m'ha dato la vita.» — «Hai ragione, ma questi sentimenti tutti i figliuoli non gli hanno!...»

Qui trovo nel manoscritto molti versi cancellati scrupolosamente; e mi pare che su questa pagina sieno cadute alcune lacrime... Oh! forse il buon parroco le spargeva deplorando gli umani traviamenti!... Ma riconsolato col pensiero della Luisa, e' finisce, al solito, scrivendo: «E tutto questo a conforto dei buoni: Laus Deo

Seguitai ad esaminare le altre carte; e vidi (com'io già me l'era aspettato) ch'ei non aveva potuto lasciar nulla agli eredi, perchè tutto il suo lo dispensava a' poveri. Ma io presi per eredità più preziosa d'ogni altra la conoscenza ch'egli mi ha fatto fare di questa Luisa. Essa avrà ora intorno i quarantasei anni. Non era bella, ma ebbe e conserva piacevole aspetto, come dice il parroco, ed ha il colorito bruno e gli occhi vivaci; tiene i capelli tirati dietro gli orecchi, e mostra una faccia serena con atto d'ingenua sicurezza di sè, con un sorriso che si travede agli angoli della bocca; il naso è affilato e un po' volto alle labbra; parla poco, ma assennata e gioviale, e con una voce che scende al cuore; le vesti sono dimesse, ma linde; ha il passo lesto, ma senza darsi aria d'affaccendata. Se incontra un tapino si addolora, e lo compiange non di sterile compassione, chè le si vede brillare negli occhi la brama di sollevarlo. Di faccia al fasto e alle apparenze nella felicità, non si pèrita, nè mostra maraviglia od invidia; e ritorce lo sguardo con aria di commiserazione dalla superba vanità dell'orgoglio. Ma, in tutto, e sempre, si vede che il bene operare in lei viene da naturalezza, spontaneo come il retto pensare; e d'essere virtuosa, o non sa, o non crede.

Se tutto questo a taluno paresse superfluo, non voglio obbligarlo a sapermene grado; chi poi non n'è appagato abbastanza, e voglia vedere da sè, m'interroghi: dirò volentieri la patria e il cognome della Luisa[11].

V. Il buon esempio.

Nel dormentorio dei ragazzi di un ospizio dei poveri in Madrid, non era suonata ancora la campanella che dà il cenno d'andare a letto. Quella sera faceva un gran freddo, ed era stato concesso lo scaldarsi. Intorno ad ogni caldano era un crocchio, dove più dove meno animato da vari colloqui.

Tutti questi ragazzi, per la maggior parte garzoni d'artigiani e di mestieranti, si raccontavano i fatti loro: parlavano delle loro speranze ed erano generalmente ilari, perchè il riposo dopo una giornata di lavoro mette allegria ed ispira buoni sentimenti. In una sola di quelle conversazioni, separata dalle altre con un tramezzo di tela, v'era meno contentezza, quantunque vi fosse maggiore strepito.

La componevano cinque o sei sciagurati giovinetti di nascita benestanti, rinchiusi nell'ospizio perchè pei loro mali portamenti s'erano resi indegni d'abitare nelle proprie case; e venivano quivi custoditi come in luogo di correzione. Ma o che non volessero pigliare esempio da quei miserelli operosi, docili e rassegnati alla loro condizione, o che non fossevi nell'ospizio chi si curasse di loro, se non una specie di bestiale aguzzino per tenerli a dovere; essi invece di ravvedersi pel gastigo, persistevano nel mal pensare e nel peggio operare. Non ci tratteniamo da loro; poichè vi sarebbe il rischio di udire stolti o disonesti ragionamenti. Ritorniamo tra i buoni ragazzetti, e facciamo conoscenza con uno di essi.

Si chiama Diego; ha quindici anni, e fa il battilano. La sua fisonomia è bella e civile, ed ha una bontà di carattere e di costumi veramente esemplare: tutti i suoi compagni lo amano e lo rispettano. Se tra loro accadesse qualche sconcerto, egli trova subito il rimedio; toglie di mezzo le dispute, corregge amorevolmente chi ha torto, modera il risentimento di chi ha ragione. La sera poi, dopo tornato dal lavoro, si mette lì con un libro in mano, e un po' per uno istruisce alla meglio quelli dei suoi compagni che non sanno leggere.

Mentre egli faceva, secondo il solito, questa buona azione, ecco a un tratto spalancarsi la porta, ed entrare un giovinetto ben vestito. Dietro a lui è l'aguzzino, il quale esclama ad alta voce, e con aria di villana ironia: «A lei, signor Contino, questa è la sua camera, e ci troverà dei garbati compagni.» A tali parole, il volto di quel giovinetto diventò a un tratto di mille colori, gli tremarono le gambe, e calde lacrime gli scesero lungo le gote. I ragazzi sospesero i loro colloqui, restarono per un momento in gran silenzio, e nei loro cuori si svegliò subito molta compassione per lui. Ma i cattivi soggetti della stanza di correzione, fattisi avanti con molta curiosità, e conosciutolo da lontano, gli corsero subito incontro, dicendo: «Come, come! il nostro Carlo! — Ci sei venuto anche tu! — Ma che hai? — Non piangere. — Che fanciullaggini sono queste? — Vieni, vieni, sarai de' nostri....» Egli dando loro un'occhiata severa, e facendo un passo indietro, esclamò con voce risoluta: «No! io non sarò più dei vostri!... lasciatemi;» e perchè forse non poteva più reggersi per la fortissima commozione, si buttò sul letticciuolo che gli era più vicino. I compagni, sconcertati da quella mossa, si ritirarono ristringendosi nelle spalle; l'aguzzino intimò d'andare a letto; e i ragazzi guardandosi tutti con aria di maraviglia, andarono a spogliarsi. Il letticciuolo, sul quale Carlo s'era buttato quasi fuori di sè, era appunto quello di Diego. L'aguzzino, dopo aver tolti i caldani e invigilati i discoli, voleva menar Carlo tra loro. Diego, con buon garbo, gli disse: «Lasciatevelo stare, povero ragazzo, se gli fa piacere di rimaner lì; tanto a me non importa d'andare a letto. Per questa notte posso dormire sedendo qui accanto.» — «Che cosa c'entri tu, ora, a fare il saccente? Bella pietà per un monello!» — «Non lo vedete, che è ancora mezzo svenuto? E poi laggiù con loro non ci starebbe volentieri.» — «Ebbene, vacci tu nel suo posto.» — «O questo poi no! la loro compagnia non piace neanche a me.» — «E che vuoi tu fare costì?» — «Se egli avesse bisogno di qualche cosa...» — «Finisci di sdottorare; non ci son io a badarci?» — «Ma voi non potreste sentire.» — «Perchè?» — «Perchè ve la dormite nella grossa...» — «Temerario! vorresti forse tacciarmi di non saper fare il mio dovere?» — E offeso della sincerità di Diego, quell'uomo brutale, e in quella sera, come spesso accadeva, con la testa alterata dal vino, cominciò a nerbarlo senza discrezione.

Il povero Diego, per non far peggio, si chetò, e andò a rannicchiarsi accosto al suo letto. Intanto un mormorio di biasimo si fece sentire per tutto. Allora l'aguzzino, accortosi forse di aver ecceduto nella collera, lasciando star Diego che non rifiatava, andò nel mezzo del dormentorio e agitando in aria il nerbo, disse con dispetto: «Così si fa ai temerari: e guai a chi parlerà!»

Dopo pochi minuti venne il superiore dell'ospizio a far la ronda consueta. L'aguzzino gli fece il rapporto di Carlo, ma senza parlare di Diego. Questi uscito allora dal suo ricovero seppe con sì buona maniera far conoscere al superiore lo stato di Carlo, la repugnanza che aveva mostrato a stare coi discoli, e il proprio desiderio di cedergli il letto per quella notte e stare a custodirlo che il superiore, umana persona e amorevole verso Diego, che era stato sempre irreprensibile, gli accordò ogni cosa, e ne lodò anche il buon cuore. L'aguzzino stesso fu compunto dalla generosità di Diego, mentre s'aspettava, tremando, un'accusa della commessa imprudenza.

Ora vediamo un po' chi era mai questo Carlo. Nato in una delle famiglie dei così detti Grandi del Regno, in mezzo alle ricchezze e a tutti i comodi e i piaceri della vita, allevato fra le mollezze, adorato dai genitori, che non avevano altri figliuoli che lui, ebbe la disgrazia di perdere la madre quando era sempre nell'età dell'infanzia. Oh! quella di non avere più madre è tra le più grandi sventure dei figliuoli. Chi può mai porgere ad essi le preziose cure materne? Chi ben conosce l'indole, i bisogni, le inclinazioni di un fanciullo, se non colei che gli ha data la vita, che lo ha educato, assistito fin dalla culla? Ah! ben diceva un grand'uomo: La madre è una seconda Provvidenza. A Carlo restava un padre amoroso, e che sarebbe stato capacissimo di fare le veci di lei. Ma costretto a star lungo tempo lontano dalla patria, a motivo della sua carica di ambasciatore, credè provvedere convenientemente all'educazione e all'istruzione del figliuolo collocandolo con ogni maniera di raccomandazioni in un collegio che passava per buono. Ivi, sia che mancassero allora direttori capaci e maestri abili, o che il fanciullo fosse di natura sua disposto a imitare piuttosto i cattivi che i buoni esempi, fatto sta che presto perdette ogni buona qualità, divenne vizioso, nemico dello studio, insubordinato, incorreggibile, e commise alla fine tanti falli, che fu cacciato dal collegio. Il padre afflitto per questa cattiva riuscita del figliuolo, e d'altra parte sempre costretto a star lontano da lui, pensò di affidarlo ad un onesto e sapiente precettore. Questi presolo ad amare e custodire come proprio figliuolo, avrebbe saputo adoperare ogni mezzo per ridurlo buono. Ma i mali abiti presi da Carlo in collegio lo avevano tanto e poi tanto sciupato, che pareva non esservi più rimedio nè speranza di farne, se non un bravo, almeno un onesto giovinetto. Certi compagni della stessa razza, alcuni dei quali erano stati suoi camerati in collegio, altri gli aveva imparati a conoscere fuori, trovarono insieme con lui il modo di deludere la scrupolosa vigilanza del precettore, e si diedero a commettere ogni sorta di azioni contrarie al decoro delle famiglie e alla buona riputazione.

Sapute queste cose il padre di Carlo ordinò addirittura che questo figlio ingrato fosse posto in un luogo di correzione, dove potesse restarne umiliato l'orgoglio, e piegata la volontà, se non agli studi, almeno all'esercizio d'un'arte o d'un mestiere. Scrisse che non voleva oramai considerarlo più come figliuolo, fino a che non avesse affatto mutato condotta. In conseguenza di questo severo comando, Carlo fu fatto chiamare da un magistrato di Polizia. Questi dopo avergli fatta conoscere la gravezza delle sue colpe, e come non correggendosi avrebbe potuto ridursi a peggior partito, gli palesò la volontà paterna, e lo confortò a sottoporvisi per suo bene. Il giovinetto a questa notizia diede nelle furie; ma raffrenato presto dall'autorità della persona che gli parlava, cominciò a riconoscere i propri falli ed a pentirsene; ma troppo tardi. Allo sdegno successe la vergogna, il pianto, la preghiera. «Non è in mio potere,» gli rispondeva il magistrato, «di fare altrimenti in questo punto. Vi siete reso immeritevole dell'indulgenza di vostro padre. Dovete sopportare un gastigo; il mondo è rigoroso, non lo nego; la vita che dovrete menare nell'ospizio per voi assuefatto alla insubordinazione, ai divertimenti, all'ozio, sarà un po' dura; ma quanto più sollecitamente ripiglierete il sentiero della virtù, tanto più presto vi sarà restituita la stima e l'affetto del padre, la riputazione altrui e quella libertà della quale avete abusato.» Accortosi Carlo che quella non era più una semplice minaccia, e che per forza o per amore bisognava obbedire, prese la sua risoluzione, e si sottopose alla meritata pena, lasciandosi condurre nell'ospizio, e proponendosi in cuor suo di correggersi davvero.

Infatti quel ricusare di far lega nell'ospizio coi cattivi compagni non corretti, fece vedere che il proposito era fermo, e che non era ancora spento in lui il sentimento dell'onore. E ci voleva, io non lo nego, un po' di coraggio a perseverarvi anche dopo aver visto il locale e conosciuti i mali trattamenti che vi si usavano. Che se consideriamo che prima Carlo abitava uno dei più bei palazzi di Madrid, era servito di tutto punto, aveva carrozze e cavalli al suo comando, soleva frequentare (quantunque non vi fosse troppo bene accolto) le case dove gli oziosi si studiano di scacciare la noia coi balli ed i giuochi; e ora si ritrovava in quel ricovero di poveri ragazzi, in un dormentorio piuttosto sudicio e nauseante, sopra un meschino letticciuolo senza materassa e con biancheria ordinaria; e sottoposto non solamente al superiore del luogo, ma ancora a quel brutale aguzzino; e che questo gran rovescio di medaglia era avvenuto da un momento all'altro; bisognerà convenire, che il suo animo doveva essere oppresso da straordinario travaglio. Almeno avess'egli potuto buttarsi a' piedi di un padre ed implorare perdono, o meno severa punizione; ricorrere alla pietà di una madre, cercare i conforti e gli aiuti di un amico! Ma no! Il padre era lontano, sdegnato; la madre gli era morta fino da quando era piccino; amici..... oh! ne aveva molti, ma di nome soltanto, ma di quelli che sono anzi indegni del venerato e carissimo nome di amici; di quelli che si accordano a fare il male invece di consigliare il bene, e fanno la corte a chi gli accoglie finchè pare felice; lo scherniscono e lo fuggono quando si propone di essere virtuoso; lo abbandonano allorchè diventa infelice. Ma Diego che non gli era amico, anzi non lo aveva mai conosciuto, e che a vederlo in quel luogo doveva giudicarlo colpevole, pure pensando solamente che era infelice, ebbe compassione di lui, e sopportò anche di essere maltrattato per assisterlo. Chi lo avesse detto un giorno a Carlo, orgoglioso nel suo palazzo, che si sarebbe trovato ad aver bisogno della protezione di un povero orfanello!

Già gli altri dormivano, e Diego si provava a richiamare alla mente la fisonomia di Carlo vista alla sfuggita, ma sembratagli molto espressiva. Infatti Carlo aveva un bel volto, occhi neri e vivaci, ed una capigliatura folta ed inanellata; il colorito di salute, e svelta la persona. Quando questi, sollevandosi sulla sponda del letto dalla parte di Diego, gli prese una mano, e gliela strinse. Diego, alzandosi, gli domandò subito se aveva bisogno di qualche cosa; ed egli, con voce sommessa: «Vieni sul tuo letto; io anderò sul mio se tu m'insegni dov'è. Grazie della garbatezza che m'hai usata. Dimmi il tuo nome perchè io possa benedirlo come il nome di un mio benefattore.» — «Sentite, sarà meglio che seguitiate a stare costì; io v'aiuterò a spogliarvi perchè possiate dormire con più comodo. Le lenzuola son di bucato: un po' grosse, ma pulite.» — «No, no, questo sarebbe troppo» rispose Carlo, e voleva scendere dal letto: ma le forze gli mancavano. «Lo vedete, è meglio che proseguiate a starvi. Tanto io ci sono avvezzo a dormire così.» — «Ma credi tu che io meriti questa tua compassione? Non sai che sono un figliuolo colpevole.... scacciato dalla casa paterna;... che fa orrore a me stesso la vita che ho menato fin qui?» — «Ma se riconoscete di aver fatto male, vuol dire che adesso siete pentito, e che cercate di correggervi. Sentite, io mi son messo qui accanto a voi perchè non ho potuto fare a meno. Quando vi ho visto venir qui con quell'aria tanto afflitta, e quando avete ricusato di far lega con quelli là, mi son sentito intenerire; ho cominciato a stimarvi... a volervi bene.» Carlo da queste parole inaspettate ebbe tanto conforto, che ripreso coraggio e vigore gli buttò piangendo le braccia al collo, e gli diede un bacio. «Dunque tu mi compatisci, tu mi ami? Io non avrei sperato questa consolazione. È tanto, se tu sapessi, è tanto tempo che tutti mi disprezzano! Mi ricordo che da fanciullo quando io era buono, tutti mi accarezzavano, ed allora ero felice. Da che incominciai ad essere cattivo non ebbi più l'amore di nessuno... neanche quello del babbo! Ora... ora forse non sarò più in tempo per ottenerlo... No! mi ha messo fuori di casa; io sarò infelice e svergognato per sempre.» — «Non dite così; quando vostro padre saprà che vi portate bene, dimenticherà il passato e tornerà ad amarvi; ne sono sicuro. Dopo un castigo come questo, si fa celia? Io, vedete! io sono infelice davvero e senza rimedio, perchè non ho babbo nè mamma, e non gli ho neanche conosciuti: mi morirono quando io era piccino. Tutti mi chiamano Diego, ma nessuno mi dice figliuolo, nè fratello.» — «Dio mio! la tua disgrazia è grande davvero; ma tu sei innocente; la tua coscienza non ti rimprovera come a me d'esserti reso indegno d'averli i genitori. Mio padre mi scaccia da sè, mi toglie il nome di figlio.» — «Ma c'è la speranza del perdono.» — «Se non fosse questa, sicuro, non potrei vivere.» — «Dunque state tranquillo, riposatevi, e se avrete bisogno di me, chiamatemi. Sono qui accanto.» E si rimetteva a sedere, giacchè Carlo aveva lasciato la sua mano. «Se ho bisogno di te?...» Soggiunse questi, «sì certo, tu sei il mio protettore; so quanto hai già sofferto per me; veggo proprio che mi sei stato dato dal Cielo per aiutarmi. Nella mia desolazione, in un luogo come questo, con la vergogna che ho, mi era necessaria un'anima che avesse compassione di me. Oh! se io fossi meno colpevole, mi arrischierei a chiamarti amico; ma no!... no..., non sono ancora degno di avere un amico!» — «Sentite, io posso essere buono a poco; ma farò tutto quello che potrò per aiutarvi.» — «Aiutami, sì, aiutami a ritornare virtuoso; per incoraggiarmi, dammi il nome di amico, amami come un tuo fratello; io cercherò di meritarmi la tua amicizia e il tuo amore.» Diego non poteva rispondere da quanto era intenerito; e a quelle parole si sentiva come sollevare dalla sua misera condizione di orfano. Tante volte aveva egli pianto in segreto pel dolore di non avere una creatura che lo amasse quanto egli sentiva di poter amare! Gli affetti soavissimi di figlio e di fratello che la natura pone in cuore a tutti, erano in lui repressi, ma non distrutti; non gli aveva potuti gustare, ma era sempre avido di gustarli; e ora questi affetti erano tutti compresi in quello dell'amicizia che gli veniva offerta in sì commovente maniera.

Fino da quel momento adunque i due giovinetti si sentirono inclinati ad amarsi come fratelli: e appena conosciuta dai compagni di Diego questa amicizia, essi cominciarono a dimostrare per Carlo una parte di quella stima che avevano per Diego. Senza di ciò, Carlo sarebbe stato da tutti considerato come un di quei sciagurati della stanza di correzione; e lo avrebbero sfuggito con ribrezzo. Egli poi ottenne licenza di non dormire in quella camera; ma sì di avere il suo letto accanto a quello di Diego.

Il giorno dopo gli convenne sottoporsi ad una umiliazione che gli sarebbe costata molto, se non avesse già rassegnato l'animo a dimenticarsi della vita passata. Fu chiamato in una stanza terrena e gli fu detto di mettersi a sedere; e poi un perrucchiere gli recise tutta la bellissima chioma che gli scendeva inanellata fino alle spalle. Se due giorni prima il suo cameriere gliene avesse strappato un capello nel pettinarlo, il vanaglorioso contino si sarebbe talmente sdegnato da scacciarlo subito dalla sua presenza. Ora bisognava essere rapato come gli altri. Dopo di che ebbe a spogliarsi dei suoi vestiti, e mettersi la camicia di canapa, l'uniforme dell'ospizio, con le mostre d'un altro colore e i bottoni di metallo, il berretto numerato, e la piastra d'ottone da attaccarsi al petto. In ultimo gli fu detto di scegliersi un mestiere. Egli domandò qual fosse quello esercitato da Diego; e udendo che Diego faceva il tessitore di lana, scelse il medesimo, pensando che così sarebbe stato continuamente con lui.

Fu condotto nel lanificio, e consegnato al maestro di quella officina. Oh! quella officina era ben diversa dal suo elegante salotto di studio. Figuratevi un lungo stanzone con 10 o 12 telaj che facevano un continuo strepito, che unito a quello di varj incannatori e al brusìo de' lavoranti assordava; e aggiungete il molestissimo odore della lana unta, i motteggi di qualche ciarlone, che parevano lanciati contro di lui, e la meschina figura di chi non è buono a far nulla. Per allora fu fatto incannatore. A poco per volta il moto che si dovè dare, la vista dei nuovi oggetti, il buon umore di quelli onesti manifattori, valsero a distrarlo dalla sua malinconia. Ma il suo primo pensiero fu quello di ricercare di Diego, il quale peraltro non v'era. Ne interrogò il suo maestro, e questi gli fece sapere che quel buon giovine andava a tesser fuori dell'Ospizio, perchè insieme con altri pochi aveva ottenuto questo privilegio per la sua abilità nell'arte della lana. Se questa notizia dovè piacergli da un lato, come conferma del buon carattere del suo amico, lo contristò dall'altro, riflettendo che erano pochi i momenti nei quali poteva stare insieme con lui. Invece dunque di trovar Diego nel lanificio, ebbe la mortificazione di incontrarvi due o tre di quelli della camera di correzione, incannatori come lui, rassegnati a quella condizione, e in conseguenza svogliati, e spesso umiliati dai rimproveri dei loro maestri, dagli strapazzi, dai castighi.

Carlo si sottoponeva volentieri ai più rozzi lavori del suo mestiero, e cercava anche delle fatiche per lui troppo gravi, come se avesse voluto con quel continuo affaccendarsi soggiogare l'orgoglio che di quando in quando ricompariva a tentarlo. Ma per tramischiare a quelle facili occupazioni qualche cosa di più soddisfacente per il suo spirito, si pose poi ad ajutar Diego nell'insegnare a leggere, cominciò una lezione di scritto a lui ed agli altri, e si proponeva poi di far loro conoscere l'aritmetica, e qualche elemento di geometria. Quando poteva si occupava con ardore appassionato a richiamare alla memoria certe poche nozioni di meccanica che aveva acquistate nei tempi scorsi.

Questa nuova vita ei l'avrebbe chiamata felice, se il pensiero del padre da lui offeso non l'avesse afflitto continuamente. La sua buona condotta poi era premiata dall'amore di Diego e dalla benevolenza degli altri che volentieri si familiarizzarono con lui.

Quindi mostrandosi ognora più umile e compunto, anche dal direttore fu valutata la sua costanza nella virtù. E siccome ogni sabato sera i lavoranti andavano nello scrittojo dell'ospizio e veniva loro distribuita una certa sommerella di quattrini, la quale cresceva o diminuiva secondo il maggiore o minore lavoro che avevano compito nella settimana, così anche Carlo fu dopo qualche tempo ammesso a questa distribuzione. I compagni se ne rallegrarono molto; e qualche volta spontaneamente gli rendevano giustizia, e ne facevano elogio alla presenza del superiore e di Diego. Oh quanto gli erano care quelle lodi sincere dei poveri e virtuosi artigianelli! Che differenza tra esse e la vile adulazione degli stolti che lo corteggiavano ai tempi addietro! Ma sebbene Carlo avesse ripreso fiducia nella virtù, e si sentisse ormai la coscienza tranquilla, pure quante volte pianse con Diego il silenzio di suo padre! Egli aveva perfino incominciato a temere che quel genitore giustamente sdegnato si fosse affatto scordato di lui, e lo avesse abbandonato per sempre. Quand'ecco una sera, mentre erano per andare a letto, Carlo, fuori di sè dalla gioja, corse da Diego e gli disse: «Bisogna separarci per ora; stasera rivedrò mio padre che è tornato, e mi ha perdonato; la mia gioja è indicibile; una sola cosa mi dispiace: di non ti poter condurre meco; ma conoscerà mio padre, conoscerà colui che gli ha salvato il figliuolo. Addio.» E abbracciatisi teneramente i due amici si separarono; l'uno per correre al seno di un padre non veduto da tre anni, l'altro per rimanere orfano nell'ospizio dei poverelli. Diego non potè proferire alcuna parola; ma tutto lieto della felicità dell'amico, si coricò sul meschino suo letticciuolo accanto a quello abbandonato da lui. Per qualche ora non potè addormentarsi. Con una soavissima compiacenza si figurava tutte le consolazioni che in quella sera l'amico suo avrebbe gustate: il perdono, il riacquistato affetto di un padre; la stima riottenuta da tutti; il rivedere l'abitazione e le cose sue; il ritornare a godere di una libertà di cui non avrebbe più abusato. In mezzo a questi dolci pensieri gliene venne uno sinistro: Carlo, nella sua nuova vita si ricorderà dell'orfano lasciato nell'Ospizio?... Ma presto lo scacciò dalla mente: era tanto grande il loro affetto, s'era manifestata così bella l'anima di Carlo, che Diego lo avrebbe troppo offeso dubitandone per un solo istante.

VI. La vera beneficenza.

Carlo usciva dall'ospizio dei poveri industriosi con l'animo migliorato dall'esempio della loro virtù, e il cuore intenerito dalla dolcezza dei loro sentimenti. La superiorità che essi avevano naturalmente acquistata sopra di lui invece di abbassarlo nell'opinione di se stesso, lo aveva liberato dai folli pregiudizi dei giovani vanagloriosi, e fattogli conoscere che la vera nobiltà dell'uomo consiste nella illibatezza dei costumi e nel sapere. In mezzo alla gioia del dover rivedere tra poco suo padre, e del sentirsi degno di perdono e d'amore, gli doleva non solamente di essersi dovuto separare a un tratto da Diego, ma anche di aver lasciati gli altri buoni compagni, e quelle mura testimoni del suo ravvedimento e gli arnesi del suo mestiero onorato, e l'umile strapunto sul quale aveva dormito tanti sonni tranquilli. Avrebbe voluto tornare ad abbracciar Diego, perchè gli pareva di averlo lasciato troppo freddamente; per due o tre volte rivolse lo sguardo alla porta dell'Ospizio, e sospirò pensando che tante anime amorevoli e virtuose, tante menti svegliate vi fossero quasi che imprigionate sotto un duro governo; ma poi si rammentò che quei giovanetti erano rassegnati e contenti della loro sorte, che sapevano condursi in modo da non aver a temere la più severa disciplina, che non conoscevano cosa fosse la invidia; e che egli v'era entrato con la fronte bassa e il volto coperto di rossore, ed ora ne usciva pieno di fiducia in se stesso, e con la coscienza tranquilla. Tanto egli era occupato da questi pensieri che solamente quando fu presso il portone del palazzo di suo padre, e in mezzo allo splendore del gran lampione che ne illuminava l'atrio, vide luccicare la piastra d'ottone che aveva sul petto e s'accorse che era sempre vestito dell'uniforme dei poveri. Il segretario di suo padre, la persona che era andata a pigliarlo, ne lo aveva avvertito prima che lasciasse l'Ospizio; ma egli impaziente di volare ai piedi del genitore, non gli aveva potuto dar retta, nè trattenersi un istante per mutarsi le vesti. Quando erano per salire le scale del palazzo preceduti dai servi con le torce accese, cosa che fe' venire sulle labbra di Carlo un sorriso di compatimento a quel fasto ridicolo, il segretario gli ripetè: «Vostra Eccellenza vuol presentarsi in quest'abito?...» Carlo dolcemente lo interruppe, dicendo: «Quando mio padre saprà quanta virtù ho conosciuta sotto queste vesti, non si offenderà di vedermele indosso.» — «Ne sono persuaso, Eccellenza; ma se le poteva mutare. Io avevo fatto già ritrovare le sue all'Ospizio.... Non vorrei che Don Alonzo mi rimproverasse.» — «Ma egli ha mandato a ripigliar me, e non le mie vesti;» e così dicendo, faceva in due salti gli ultimi quattro gradini della scala di marmo.

Appena entrato nella sala, vide spalancarsi la porta di una stanza, ed apparire sulla soglia suo padre; suo padre che lo aspettava a braccia aperte e con la gioia dipinta sul volto. Carlo non badò che fossero presenti il segretario ed i servi; ma subito corse a buttarsegli ai piedi, esclamando:«Perdono!» — «Sì, figlio mio, ti ho già perdonato. La tua buona condotta nell'Ospizio ti rende meritevole di tutto l'amor mio. Alzati: dammi un bacio....»

Le lacrime del vecchio e del giovinetto si unirono insieme: e dopo un lungo sfogo di tenerezza, Don Alonzo esclamò sospirando: «Perchè non è ella viva tua madre? Povera Cristina! Sarebbe questa la più bella ora della sua vita!» Carlo a tali parole si sentì commovere più che mai; e più vivamente gustò la consolazione di avere riacquistato l'affetto di un padre. Quando furono rimasti soli, Don Alonzo appoggiato alle spalle di Carlo andò a porsi a sedere, e si tenne il figliuolo fra le braccia con lo stesso giubbilo col quale era solito accarezzarlo da piccino. Lo guardava fissamente, e vie più se ne compiaceva scorgendo nell'espressione dei suoi lineamenti la contentezza di una coscienza pura, la verecondia dell'età, e le sembianze venerate e care della estinta sua sposa. «Dopo tre anni di separazione, diceva egli, dopo aver tanto sofferto per te....» (a queste parole Carlo si sentì stringere il cuore, e chinò il volto pieno di rossore) «dopo aver corso tanti rischi ne' miei gravi uffici, il ritrovarti meritevole di tutto l'amore di un padre, è una consolazione sovrumana, figliuolo mio! Godiamola tutta, non ci addoloriamo più del passato; cancelliamo ogni memoria funesta. Sì, tu sei il mio Carlo. Oh! non saremo mai più separati.» E così dicendo, fissava i suoi sguardi in un quadro di Murillo[12] che rappresentava il Figliuol prodigo della Scrittura. — «Ma tu non sai, caro padre, disse Carlo, chi ti ha salvato il figliuolo.» — «So tutto: e vedrai se io saprò esser grato al nostro Diego.» — «Oh sì! toglilo, per pietà, toglilo dalla sua misera condizione. Egli era nato per avere un padre come te.» — «E lo avrà.» Carlo gli si buttò al collo, ricoprendolo di carezze.

«Impara, soggiunse Don Alonzo, impara, figlio mio, a rispettar l'indigente che per nostra vergogna è tanto vilipeso tra noi. Vi sono degli uomini inetti che non si degnan considerarlo come loro simile, mentre essi non hanno meritato giammai un grado nella società. Non valutano altro che le ricchezze e i titoli, perchè il debole intelletto e lo stolto orgoglio non si solleva a idee generose. Tu hai avuto in tempo una bella lezione, e spero che tu ne saprai approfittare per sempre. Tu vedi intorno a te le ricchezze; ma ricordati continuamente che a te non appartiene altro che la virtù e il talento di saperle adoperare a vantaggio de' tuoi fratelli, e che la più bella compiacenza dell'uomo facoltoso è quella di sentirsi degno della stima e dell'amore di tutti.» Così quella sera fino a notte avanzata, la passarono in dolce colloquio, fecero dei progetti per Diego, e non si saziarono di stare insieme.

La sera dopo i parenti e gli amici di Don Alonzo andarono in buon numero, e con tutto il fasto dei grandi di Spagna, a visitare l'ambasciatore. Le stanze erano sontuosamente addobbate e illuminate. Tutti si rallegravano coll'ambasciatore di rivederlo in patria, sano e in prospera fortuna, per aver con molta riputazione, e con buon esito compiute le gravi incombenze affidategli dallo Stato. Ma egli ringraziandoli delle loro congratulazioni, andava ripetendo agli amici più confidenti e più stimabili: «Or ora avete a rallegrarvi meco per una fortuna di gran lunga superiore a queste.» Niuno di essi sapeva di qual fortuna egli intendesse parlare, e stavano in molta aspettazione. Quando egli, dopo essersi per alcun tempo separato dalla comitiva, ritornò in mezzo ad essa, conducendo per mano Carlo e Diego col loro abito dell'Ospizio, dicendo ad alta voce: «Ecco, io aveva perduto un figliuolo, e ne ritrovo due: questi è il mio Carlo, e questi è Diego suo amico;» e così dicendo li baciava e gli abbracciava ambedue. A tale scena inaspettata molti cuori si intenerirono, e si alzò un applauso generale di approvazione e di affetto per quel padre virtuoso e per quei buoni giovinetti.

Vi fu non pertanto taluno al quale parve che quell'azione del vecchio ambasciatore e quell'abito del suo figliuolo dovessero oscurare il decoro della famiglia; ma costoro veramente erano di quei cotali cortigiani abietti che giudicano della dignità e del valore di un uomo dal numero dei servi e delle carrozze che ha, dai titoli della famiglia, e massimamente dalla copia e dalla squisitezza delle vivande. Tutti gli uomini di senno goderono di cuore con Don Alonzo della sua felicità, e cercarono di far conoscenza con Diego. Don Alonzo, presentandolo ad essi, narrava come la sua virtù gli avesse indirizzato sulla via dell'onore il figliuolo, e Carlo stesso ne faceva risaltare i meriti. Ma Diego col suo fare un po' rozzo, ma bello perchè sincero ed energico, rispondeva che tutto era dipeso dalle buone disposizioni e dal pentimento di Carlo; che egli non aveva fatto altro che volergli un gran bene, giacchè il cuore di un orfano quando trova corrispondenza ama davvero, ama costantemente.

Finita la conversazione, Diego voleva tornare all'Ospizio; ma era tardi, e non gli sarebbe stato possibile entrarvi. Sicchè dovè restare nella casa del suo amico.

«Forse ti dispiacerebbe, gli diceva Don Alonzo, di abitare con noi, e non più nell'Ospizio? di abbandonare il tuo mestiero, onorato sì, ma faticoso e misero, per istruirti nelle scienze e nelle arti, e per coltivare con ogni mezzo il tuo ingegno? Ecco, tu sei infelice perchè non hai una famiglia; e qui trovi un padre e un fratello. La tua virtù, il servigio grandissimo che tu mi hai reso, aiutando Carlo a perseverare nel suo proposito di correggersi, meritano una ricompensa molto maggiore di quella che io ti offro. Sì, Diego, sì, figliuol mio: Carlo ed io vogliamo oramai tenerti per nostro; tu porterai il nome della mia famiglia, goderai insieme con Carlo delle mie ricchezze; io avrò due sostegni, due difensori nella vecchiaia, e in questo modo mi renderai un beneficio più grande di quello che io ti fo. Sarai sempre compagno fedele del mio Carlo; ed io morrò con la consolazione di non averlo lasciato solo.

«Il Direttore dell'Ospizio ti ha già accordato la libertà. Non manca altro che il tuo consentimento. Rispondi, e seconda i miei desiderj per accrescere la nostra fortuna.» Così dicendo egli teneva le sue braccia sulle spalle di ambedue i giovinetti, e Carlo posando una mano su quella del padre, stringeva con l'altra la destra di Diego, e lo guardava fisso fisso, come per interpetrare i suoi pensieri dall'espressione del volto. Ma Diego immerso a tal discorso in profonda riflessione, teneva la testa chinata sui petto, non corrispondeva alle strette di mano di Carlo, e vi furono alcuni minuti di silenzio prima che proferisse queste parole: — «Che ho io fatto per poter accettare le vostre offerte? Null'altro che il mio dovere. Tutti dobbiamo essere buoni, ed aiutare il nostro simile, e chi lo fa, non ha bisogno di premio; e poi il premio, v'è chi ce lo dà segretamente qua dentro. Ma di qual servigio parliate, io non lo so. Carlo mi chiese amicizia; io mi sentii disposto ad amarlo.... Tu, Carlo, rispondi a questo affetto, e mi consoli tanto col chiamarmi fratello; voi mi volete esser padre; che posso io desiderare di più? O perchè dovrei io abbandonare il mio mestiero, lasciare il nome dei miei poveri genitori, che io non ho conosciuti, ma sono sempre loro figliuolo; che io non vedo, ma so dove sono sepolti e vo a piangere sulla terra che ne ricuopre le ossa? Non potrete voi forse continuare ad amarmi nella mia condizione? Oh! io sento per voi un affetto che non so dire, tanto egli è tenero e grande; ma sono anche affezionato agli arnesi del mio mestiero, ai compagni che ho lasciato nell'Ospizio, alle speranze che ho per la mia sorte avvenire. Continua ad amarmi, sì Carlo; non potrei vivere senza questa certezza; e voi, Don Alonzo, continuate a chiamarmi figliuolo, perchè alleggerite così l'afflizione di un orfano; ma lasciatemi nella mia condizione oscura e tranquilla. Queste grandezze, lo sento, non sono fatte per me. Finchè avrò salute e voglia di lavorare, avrò tanto che basti per soddisfare a' miei bisogni. Tra un anno il mio principale mi passa lavorante; esco dall'Ospizio se voglio, sono liberissimo di me stesso. Non potrei rinunziare a questa speranza, tradire così i miei compagni e gli obblighi che ho contratto nel mio mestiero. Oh! se non mi fossi già incamminato in una professione, potrei chiedervi consiglio ed aiuto; ma or ora sono lavorante, ed ho in mano un'arte che può fare dei passi, e darmi un pane discreto e una buona riputazione.»

Carlo rimase maravigliato a questo discorso. Don Alonzo ne riconobbe la saviezza, ed esaminando con più attenzione i tratti di Diego, si accôrse che egli doveva avere una di quelle anime elevate che si congiungono al vero merito, si accorse che il volerlo porre nel grado suo non era un farlo salire ma piuttosto un farlo scendere, giacchè errano molto coloro i quali si argomentano di sollevare a maggiore stato gli uomini ponendoli in mezzo alle pompe o fregiandoli di titoli. Il proprio merito è la vera, la sola dignità che possa mettere l'uomo al di sopra degli altri. Sicchè Don Alonzo rispose tosto:

«Così parla un bravo Spagnolo: Diego, tu sei il mio amico. Fa' dal canto tuo quello che giudichi meglio. Io so cosa apparterrà di fare a me.»

Carlo che aveva poca esperienza degli uomini, ed era tanto persuaso che Diego avrebbe accolto l'occasione di mutare stato, non potè subito indovinare quel che passava per la mente di suo padre, e ne rimase mortificato. Non volle insistere, perchè sapeva quanto Don Alonzo fosse fermo nei suoi proponimenti, e perchè vide ritornare sul volto di Diego la serenità d'un animo contento.

Pur diceva tra sè: «Io non capisco come un meschino artigiano possa ricusare la fortuna di diventare a un tratto ricco signore.» E infatti a molti altri giovanetti abituati a vivere signorilmente, e che non hanno avuto mai occasione di conoscere la condizione di un artigiano onesto e capace, potrebbe questa parere una cosa strana.

Ma siccome Carlo aveva già goduto delle dolci soddisfazioni della vita operosa, così non indugiò molto ad accorgersi che Diego poteva ragionevolmente preferirla a qualunque altra. Infatti non avendo più da darsi tanto moto nella giornata, cominciò a dormire sonni meno profondi, e le morbide materasse del suo letto parato gli facevano spesso desiderare lo strapunto dell'Ospizio.

Benchè avesse già preso ad occuparsi di qualche studio con ordine e buona volontà, pure talvolta una certa malinconia lo tormentava. E riuscivagli gravoso il dovere stare in sussiego alla presenza dei grandi che incontrava, l'udire le adulazioni dei servi o dei protetti di suo padre, l'essere trattato per tutto con complimenti affettati, il doversi sottoporre spesso a noiose cerimonie.

Sapeva bene egli accordare il dovuto rispetto a ciascuno, e si studiava di seguire le buone regole della civiltà; ma queste non bastavano con i grandi, avvezzi a cerimonie ampollose e stucchevoli; ed egli, semplice e schietto, si nauseava di tutti quei modi artificiosi. — Diego intanto, ritornato nell'ospizio, fra' suoi compagni, al suo telaio, continuava a vivere tranquillamente, e non si era pentito del suo rifiuto.

Carlo andava spesso a visitarlo tanto nell'Ospizio che a bottega; e quivi ritrovava tutta la ingenua letizia, si godeva la dolce domestichezza degli onesti artigiani, la loro sincera affezione, la semplicità e la franchezza delle loro maniere.

Diego poi qualche volta visitava Don Alonzo, e in specie le domeniche si tratteneva con Carlo a continuare il suo studio dei principj di geometria. Questi in poco tempo, aiutato da un maestro, riacquistò le cognizioni dimenticate in quella scienza, e così poteva ripeterle a Diego che vi aveva presa una passione grandissima. Una volta Don Alonzo assisteva a una di queste lezioni. Arrivati a mezzo, nasce una difficoltà; e Carlo non sa più andare avanti.

Diego, quasichè non accortosi del suo imbarazzo, pare immerso in profonda meditazione.

Don Alonzo, come uomo molto istruito, avrebbe saputo levare la difficoltà, quantunque non fosse delle più leggiere; ma accortosi che l'ingegno di Diego tentava di superarla con le proprie forze, fe' cenno a Carlo di tacere, e aspettò. Infatti Diego non tardò a far conoscere sorridendo che aveva trovato la soluzione del problema, e si pose ad aiutare Carlo ad intenderlo. Lo scolaro era divenuto maestro. Così fu d'allora in poi; e allorchè Don Alonzo, che teneva dietro con gran premura ai progressi di Diego, propose lo studio della meccanica, allora sì che l'ingegno dell'orfano si manifestò veramente straordinario.

Appena conosciuto l'effetto e le proprietà delle macchine elementari, Diego seppe intendere l'artifizio delle più complicate, immaginarne delle nuove e applicarle ai lavori del suo mestiere.

Bisognava proprio dire che la natura lo avesse fatto nascere per i progressi di quella manifattura. Intanto Don Alonzo, unitamente al principale di Diego, provvedeva in segreto ai modi adattati a coltivare un ingegno che poteva riuscire utilissimo al suo paese.

Era già trascorso un anno, e Diego doveva passar lavorante. Nel medesimo giorno nel quale un anno fa il garzoncello preferiva alle ricchezze e ai piaceri di una vita signorile la speranza di esser fatto lavorante, Don Alonzo e Carlo andarono a trovarlo nel lanificio, e insieme col suo principale lo condussero fuori. Arrivati in una delle primarie strade di Madrid, si fermarono di faccia ad un edifizio costruito di nuovo, e che aveva l'aspetto di una fabbrica per la manifattura della lana. Don Alonzo cavò fuori le chiavi dello stabile, e vi introdusse la comitiva. Era esso spazioso, elegante senza fasto, corredato di tutti gli arnesi della manifattura i più perfezionati, come telai, incannatoi, cardi ec., e provveduto di tutti i comodi immaginabili. V'era un vasto magazzino ripieno delle lane più pregiate che dar potessero i merini di Spagna; una buona quantità di acque sorgenti, un vasto cortile, un comodo scrittoio. Dopo aver tutto visitato minutamente, e riconosciuti i pregi di quella officina, formata come per incanto, Don Alonzo disse: «Questo è un bel corpo, come vedete: ma gli manca l'anima.»

Tutti guardarono Diego; e Carlo che aveva già indovinato il pensiero del padre, correndo all'amico e abbracciandolo, esclamò: «Eccola qui, eccola qui l'anima che ci vuole.» — «Così è, Diego mio, soggiunse Don Alonzo; oggi il tuo principale ti fa lavorante, e sei libero di te. Ecco la tua officina, egli ti sarà compagno ed aiuto; scegli fra i tuoi amici dell'Ospizio i lavoranti e i garzoni dei quali avrai bisogno per la tua manifattura. Carlo sarà il tuo ministro, il tuo segretario: io ho già messo a tua disposizione una somma che ti servirà di capitale; e tutti i miei greggi di merini son tuoi. Ecco qui un contratto col quale sei dichiarato perpetuamente possessore dell'edifizio, delle macchine, dei merini e del capitale.

«Prendine il possesso, lavora e prospera. Spero che oggi non mi risponderai come un anno fa.» — «No, uomo generoso, riprese egli baciandogli la mano con un trasporto di riconoscenza, io non ricuso i vostri benefizi; avete secondato la mia inclinazione; saprò approfittarmi degli aiuti che mi porgete, ma permettete che io gli accetti come imprestito, e non come dono. Questo edifizio, questi oggetti, il capitale, ogni cosa sia vostra per ora; io voglio acquistare tutto ciò coi miei guadagni. E se un giorno potrò dire, come spero, che tutto è frutto dei miei sudori, allora il vostro sarà vero benefizio, allora io mi compiacerò d'averlo meritato. Se non mi accordaste questa grazia, io sarei costretto a ricusare di nuovo le vostre offerte generose.» — «Ebbene, rispose Don Alonzo, sia fatto come tu vuoi. Io ti ammiro sempre più, e non mi vergogno a confessare che sei più savio di me. Rispetto l'indipendenza dell'ingegno, e convengo che è meglio che tu ti adoperi con le tue proprie forze a venire in miglior condizione. Hai ragione, i ricchi non debbono donare, ma somministrare al povero i modi perchè lavori, e così acquisti prospero stato con la propria industria. È vero tuttavia che io non aveva intenzione di soverchiarti, ma solamente mi muoveva ad operare così il molto desiderio che ho di farti conoscere la mia gratitudine, e di rendere giustizia alla tua virtù.» — «E a me parrebbe di essere troppo ingrato se non riconoscessi queste buone intenzioni. Perdonatemi: io mi son sentito costretto a parlare in quel modo da un interno sentimento che non saprei come spiegare.» Tanto Don Alonzo che il principale convennero di nuovo che Diego aveva ragione, e che andava lasciato libero di fare in quella maniera.

Carlo non intese alla prima la ragionevolezza di quelle riflessioni; trasportato con ardore dal suo affetto per Diego, avrebbe voluto dargli tutto se stesso, avrebbe barattato condizione; ma poi si avvide che appunto questo suo desiderio di trovarsi nella condizione di Diego piuttosto che nella sua, veniva anche dal vederlo incamminato ad una professione conforme alle sue inclinazioni e alla sua capacità, e dal conoscerlo tanto pieno di saviezza per sapersi regolare nelle diverse occorrenze. Voleva esser Diego, perchè Diego ne' suoi diciotto anni era già uomo fatto per abilità e per senno.

Qui fermiamoci, e godiamo nell'immaginare come Carlo sapesse usar bene della sua fortuna, e come Diego divenisse abilissimo e facoltoso principale di fabbrica, e potesse adoperare l'ingegno per il bene della patria.

VII. Il Dottor Paolo.

Era d'inverno, un sabato sera alle 9; la nebbia sollevatasi dalla neve, perchè il tempo era dolce, ricopriva la campagna. Una buona e povera vedova, dopo essere stata in città a riportare il lavoro fatto e a cercarne dell'altro per la settimana, tornava al suo villaggio distante circa due miglia.

Il lampione del tabernacolo mandava in mezzo ai fitti vapori una luce fosca e sanguigna che non illuminava la via, e faceva all'occhio parer più cupe le tenebre. Ad ogni passo i piedi della Maddalena entravano in una pozza d'acqua mescolata alla neve, che più qua e più là ne impediva lo scolo. Povera donna! per aspettare in città la sua mercede e il lavoro nuovo le era convenuto far tardi, pigliarsi tutto quell'umido, e quel che è peggio pagare il pedaggio della porta e del ponte. Ma era tanto paziente che per la strada non le uscì di bocca nè anche un lamento; e arrivata al tabernacolo del suo villaggio, vi si inginocchiò, secondo il solito, a ringraziare il Signore d'averle accordato il campamento per un'altra settimana. Nell'inginocchiarsi andò per posare il fagotto del lavoro sul muricciolo; ma sentì che v'era roba, e udì un gemito sommesso. Da prima ebbe ribrezzo e paura; ma poi fattasi animo, perchè si accorse che quello era il gemito d'una creatura, tastò lemme lemme, e sotto le mani si trovò il viso e il corpicciuolo d'un fanciullino involto alla peggio in pochi stracci. Non pensando ad altro, se lo raccolse pietosamente in grembo, entrò in casa senza aver trovato un'anima per istrada, lo adagiò al buio sul letto e accese subito il lume per guardarlo. Ohimè! che lacrimevole spettacolo era quello! Figuratevi un bambino di tre anni, smunto, rattrappito dalla rachitide, aggranchiato dal freddo, con la testa e il corpo tutto ricoperto di croste e di bolle dalle quali gemeva una marcia fetente, gli occhi serrati da una cispa grossa e risecchita come la colla, le sopracciglia aggrinzite pel continuo dolore, e appena visibili, la bocca bollosa e ancora in atto di piangere. A quella vista la Maddalena giunse le mani guardando il cielo, ed esclamando: Maria Vergine! Poi le caddero le braccia come in segno di scoraggimento, e restò immobile a considerare quella creatura sì meschina. Ma quanto più le apparve tribolata e schifosa, tanto più le crebbe la compassione e l'affetto, e si fece cuore; poi s'inchinò sopra lui per sentire il debole respiro che mandava; gli tastò il polso, e assicuratasi che era vivo, accese il fuoco per riscaldare dell'acqua, perchè pensò che avrebbe fatto bene a lavarlo, e che l'acqua calda lo avrebbe meglio liberato dal freddo. Quindi gli preparò una pappina, mise il fuoco nel letto, e cercò fra le sue robicciole di che ricoprirlo un po' meglio. Dopo che lo ebbe nutricato con qualche boccone di pappa, di che egli aveva gran bisogno, lo mise a letto, e gli si pose accanto a far delle fila per medicarlo. Si provò allora a domandargli qualche cosa; ma il fanciullo non rispondeva. Solamente al nome di mamma o di babbo dava segno di piangere; ma quel pianto che non poteva essere sfogato, che non trovava libera uscita dagli occhi, lo faceva diventare paonazzo in que' pochi posti del viso dove la carne rimaneva scoperta dalle croste. La Maddalena allora stette zitta: le scoppiava il cuore; ma non lasciava di affaccendarsegli intorno per custodirlo. Finalmente le parve che si addormentasse, e se ne consolò. Ma a lei non venne neppur l'idea di dormire. Tutta quella notte la passò vegliando accanto al malato e continuando a preparargli ogni sorta di aiuti. Appena fatto giorno, mentre il bambino ancora dormiva, la Maddalena andò a chiamare il medico, ed avvertire il parroco di aver trovato quel fanciullo. Le malattie cutanee[13] prodotte in esso dallo stento e dal sudiciume, erano parecchie, e avevano preso tanto piede che il medico si sgomentò. Eppure egli era un brav'uomo; ma in quel paese mancavano i mezzi di studiare quelle malattie, ed egli non sapeva dove si metter le mani. Tuttavia ordinò una ricetta, e lasciò la Maddalena in gran dubbio sulla vita del disgraziato bambino. Il solo spediente che potesse dare qualche speranza era quello di assisterlo continuamente, di tenerlo con pulitezza scrupolosa, e di nettarlo ogni momento dalle marcie. Insomma ci voleva una persona che non avesse altro che fare. In quanto al parroco egli non potè, nè per congetture nè per ricerche fatte, ritrovare i genitori o i parenti di quella misera creatura. Che poteva ella fare la Maddalena povera, sola, e nella necessità di lavorare indefessamente per guadagnarsi il pane? Ma non le dava il cuore di abbandonare quel povero piccino in uno spedale, come le era stato consigliato di fare, perchè sapeva pur troppo che sarebbe stato lo stesso che mandarlo alla sepoltura. Anch'essa era stata madre un giorno, e aveva conosciuto per prova quanto a un bambino siano necessarie le cure di una madre, o di qualcheduno che lo ami con un cuore di madre. Oh! la se lo rammentava sempre il suo Paolo.

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Ell'era nel fiore della gioventù, godeva di tutte le gioje di un matrimonio felice: ogni sua dolcezza, ogni suo pensiero erano il marito ed il figlio. Oh Dio! il vajolo le rapì questo, ed una terribile epidemia la privò crudelmente di quello. Per l'assistenza fatta al marito e poi ad altri meschini colpiti dalla stessa epidemia, per lo sfinimento che sentiva dal non cibarsi bene e dal non aver dormito per tanto tempo, per la perdita di tutte le forze, non ostante la sua fresca età di venticinque anni, la credeva di dovere andar presto a ricongiungersi alle due anime che l'avevano lasciata quaggiù; ma il Cielo avea disposto altrimenti; e la Maddalena, quasi per prodigio, scampò dall'epidemia, e vinse i patimenti del dolore e dello strapazzo. Rassegnata alla sua sorte, si pose a lavorare, a condurre una vita ritirata e tranquilla, senza speranza e senza timori, serbando la memoria dei suoi cari e il dolore di averli così presto perduti.

Ora eccola tornata ad esser madre per adozione, perchè gl'infelici hanno bisogno di amare sommamente chi quanto loro o più di loro è infelice. «Sì, esclamò dopo aver contemplato per un pezzo l'orfanello, il Signore mi levò il mio, ed ora mi affida quello di un'altra madre che sarà morta, poverina! o che per la troppa miseria non lo potrà rilevare. Andiamo, piccino mio, tu piglierai il posto ed il nome del mio Paolo; ti amerò quanto quello al quale io posi questo nome in terra, e che ora si chiamerà Angiolo in Cielo. Quelle forze che Iddio mi avea dato per allevar lui, le impiegherò tutte per te.»

In quel mentre egli s'era svegliato: ma gli occhi non gli s'aprivano per poter vedere la dolce fisonomia della sua benefattrice; nè la bocca poteva sorridere a quell'amore che gli prometteva salvezza. Intanto passavano le settimane ed i mesi, nè per quante prove facesse il medico, nè per quante industrie praticasse la Maddalena, volevano mitigarsi i dolori di quel corpo travagliato. Ogni mezz'ora, posato il lavoro, la pietosa donna aveva una cura, un pensiero, una parola di conforto, un bacio amoroso per Paolo. La notte non chiudeva occhio; e se alla fine qualche leggero miglioramento comparve, più che dalla forza delle medicine, venne dalla continua assistenza, da cento minute cure che solamente amore consiglia e solamente una madre sa porre in opera.

Erano già scorsi tre anni di questa vita tormentosa per ambedue, quando Paolo cominciò a poco a poco a risorgere. Aveva già messo fuori la sua vocina, aveva imparato a chiamar mamma la Maddalena, a rispondere alle sue domande, a farne a lei; s'era trovato finalmente a passare qualche ora senza dolori, a poter rasserenare la faccia di già libera di bolle e visibile nei suoi lineamenti che erano la stessa bellezza. La testa si ricopriva del suo ornamento di capelli neri e lunghi, e il corpo tutto cresceva e diveniva più svelto, nè aspettava altro che le forze per isciogliersi ai moti vivacissimi dell'infanzia. Gli occhi solamente rimanevano ancora serrati, lasciavano sempre nell'anima ansiosa della Maddalena un crudele sospetto. Ella teneva da gran tempo socchiusa la finestra, pensando che se una volta il fìtto velo che faceva ostacolo alle pupille di Paolo si fosse squarciato, la troppa luce vista a un tratto gli avrebbe potuto far male. Ma se quella precauzione fosse stata inutile, se una volta guarito dalle bolle ciliari avesse scoperta la pupilla, ma una pupilla senza vigore? Questo era l'acerbo sospetto che tormentava la Maddalena. Tuttavia con pazienza ella aspettava il momento decisivo; e s'immaginava la gioja che avrebbe goduto insieme con lui se egli non era cieco.

Una mattina d'estate il vento battè nella finestra, mentre la Maddalena era fuori, e fece entrare dallo spiraglio nella stanza un vivo raggio di sole che andò a riflettersi per l'appunto sulla faccia del fanciullino. Se egli non era cieco, doveva a traverso le palpebre meno incrostate di prima, vedere una specie di globo rosso, e provare una sensazione insolita e quasi dolorosa. Intanto, il calore del raggio gli fece impressione in quella parte così delicata del nostro corpo, e nella porzione di faccia che ne era rimasta investita. Levò di sotto le lenzuola le sue braccine, e cominciò ad agitarle in aria come per ghermire od allontanare quel raggio che egli non poteva sapere cosa fosse. In questo mentre la Maddalena tornò, e lo vide in quell'atto. Corse a lui e gli domandò che cosa sentiva: «Caldo qui,» rispose il fanciullo. — «Solamente caldo? non vedi nulla?» — «Vedere, mamma? cosa vuol dire vedere?» — «Non hai nulla ora davanti agli occhi?» e gli parava il raggio. — «Ora no.» — «E ora?» levando la mano. — «Ora c'è qualche cosa che mi fa male.» La Maddalena con un grido di giubbilo corse alla finestra per chiuderla, e d'allora in poi cominciò a medicargli gli occhi nel modo che il medico le aveva ordinato di fare, qualora si fosse accorta che il fanciullo vedesse.

In poche parole, il nostro Paolo riacquistò perfettamente la vista, della quale aveva forse goduto solamente nei pochi primi mesi della sua vita, innanzi che fosse da tanti mali assalito. E belli erano i suoi occhi e maraviglioso diletto fu il suo primo schiuderli alle magnificenze della natura. Chi può ridire la commozione soavissima di un fanciullo dotato di molto ingegno e di cuore amoroso, che dopo aver passati i primi anni della sua vita tra gli spasimi di un lungo dolore, dopo aver languito in mezzo alle tenebre, per la prima volta a mano a mano contempla le maraviglie che lo circondano, e vagheggia l'immagine di colei che lo salvò con tanto amore dalla morte e dai patimenti? Quante dimande aveva egli da fare ogni istante alla sua cara benefattrice! e come ella si studiava di istruirlo, e di fargli vedere tutto ciò che potea dargli nel genio! Presto egli fu in grado di andar con lei in città; e lì sì che si raddoppiavano le interrogazioni e i piaceri. Quando fu divenuto un po' robusto, e che si poteva dire finita la convalescenza, volle aiutare la Maddalena nei suoi lavori, imitare quello che vedeva fare dagli altri; s'invaghì dell'occupazione, e gli riusciva ogni cosa. Essa poi gl'insegnava quel poco che sapeva di leggere e di scrivere, fintantochè non avesse acquistata tanta robustezza da potere imparare un mestiere. Così ella sapeva metterlo a parte dei piaceri e dei beni della vita innocente, educarlo nella virtù e nell'industria. Nè quella della Maddalena era scienza acquistata, ma naturale accorgimento di un'anima buona, ispirazione continua di una carità veramente materna.

Così passavano ambedue lietamente i loro giorni, quando alla Maddalena si manifestò una malattia nell'interno del corpo. Fece di tutto la coraggiosa donna per vedere di superarla senza mettersi in letto: ma finalmente le forze le mancarono, e una mattina si sentì così rifinita, che non aveva neppur fiato di vestirsi. Paolo si accorse che ella piangeva segretamente. Levatosi, le domandò perchè fosse tanto afflitta; ed ella: «Non è nulla, Paolo mio, non è nulla. Mi sento qualche doloruccio; e voglio sapere perchè. Va' a chiamare la Teresa,» che era una sua buona vicina. Paolo sospirando volò in cerca di quella donna. La Teresa accorse; ma v'era bisogno del medico. Venuto questi, trovò una malattia trascurata da lungo tempo, e dubitò che fosse divenuta irrimediabile. La malata si raccomandò che non lo dicessero a Paolo per non affliggerlo troppo; e si rassegnò anche questa volta ai voleri del Cielo. Allora il fanciullo già più franco e più vispo e addestrato dall'esempio della Maddalena a custodire i malati, si pose a renderle come poteva, le cure che ella aveva avuto per lui. Ma le sue, per quanto, povero piccino, ei fosse intelligente e infaticabile, non bastavano; e presto diventò necessario l'aiuto della Teresa. Ma con tutto l'aiuto di lei e l'assistenza del medico, la malattia ogni giorno diventava più pericolosa, e il modo di far la cura necessaria mancava. Nel tempo stesso fu giudicato non esservi da sperare salvezza, altro che in una rischiosa e difficile operazione; che bisognava perciò mandar l'inferma allo spedale, e in ogni caso allontanare da lei quel fanciullo, che per la continua agitazione in cui le teneva lo spirito, poteva nuocerle. Non pensavano che senza vederlo se ne sarebbe afflitta di più, e che le sarebbe mancato un custode, un po' debole sì, ma fidato e costante. È una pietà qualche volta crudele quella di allontanare dal letto di un malato grave le persone che gli sono più care. Ma la forza del male crebbe tanto, che, alla fine, il medico perdette la speranza di guarirla, e l'abbandonò alle cure del parroco, senza più discorrere d'operazione. La Maddalena capì tutto; e quando si vide sola con Paolo, che stava a piè del suo letto, e piangeva sommessamente, con quel dolore che serra la gola, gli fece un cenno di testa e lo chiamò a sè. Quando le fu presso ella si provò a parlargli, ma non potè sulle prime articolare parola, perchè il male e la compassione di quel meschino che, morta lei, sarebbe tornato ad esser infelicissimo, glielo impedivano. Si ripose in calma, e aspettò. Paolo non sapeva ancora cosa fosse la morte, perchè la pietosa Maddalena non glie ne aveva parlato mai; e specialmente quando la vita era in lui tanto incerta, vegliava affinchè nessuno gli proferisse quella parola lugubre. Ma ora, al vedere quasi immobile il corpo già tanto attivo della Maddalena, scolorite le labbra e livide le guance, spento il vivace lume degli occhi, fatta muta quella voce che gli sonava sì cara, fu assalito dal tristo presentimento di una grande disgrazia, senza capire quale potesse essere. Finalmente la Maddalena, raccolte le poche sue forze, e composta la faccia a serenità, proferì a stento queste parole: «Bisogna, figliuol mio, che ci separiamo: non so per quanto, ma sarà per un pezzo. Io non ti abbandono, no; spero che potrò sempre pensare a te. Lo sai se ti voglio bene, e se mi dispiace di lasciarti: ma abbi pazienza. Va' con la Teresa; non dimandare più nulla di me, e non t'affliggere di quello che mi è avvenuto. Tutti, sai, tutti dobbiamo soffrire così prima o poi. Ora è toccato a me. Presto non soffrirò più e sarò felice, e pregherò Dio che faccia felice anche te. Dunque sta' tranquillo e non ti abbandonare al dolore. Tu mi hai obbedito in tutte le cose; so che mi obbedirai anche in questa. Dammi un bacio, e va'.» Paolo non potè rispondere; la baciò e la ribaciò tante volte, poi gli venne un brivido e un sudore diacciato come quello del volto della sua benefattrice. Ma quella faccia e' non l'aveva mai vista serena tanto. Le sue lacrime che vi cadevano sopra, erano un sollievo all'inferma, e la vista di Paolo la consolava come quella di un angelo che fosse venuto a raccorre la sua anima. Intanto il respiro cominciava ad essere più languido e più raro e accompagnato dal ranto: la Maddalena era moribonda. Paolo, non potendo più reggere al dolore, cadde in ginocchio accanto al letto e pregò Dio per la sofferente. Intanto il Parroco ed altre persone entrarono in camera, e si accostarono al letto; e la Teresa prese il fanciullo per menarlo via.

Accorgendosi egli che quello era il momento nel quale doveva essere separato, forse per sempre, dalla sua cara Maddalena, cadde in deliquio, e la Teresa lo condusse di peso a casa sua.

Questa donna era una buona creatura; ma non si poteva paragonare alla Maddalena. Pure la non ricusò di assistere quell'orfano sventurato. Viveva anch'essa del lavoro delle sue mani, ma era un lavoro diverso da quello della Maddalena, perchè andava a opera dai contadini del luogo. Perciò era costretta a star fuori tutta la giornata; e Paolo che avrebbe avuto ancora bisogno di un gran riguardo andava sempre con lei. Quindi, pel desiderio che i fanciulli hanno di occuparsi specialmente nelle faccende campestri, e per la gratitudine verso quest'altra donna che gli faceva parimente da madre, si pose a durare fatiche che non erano da lui. Nel tempo stesso il dolore continuo per la perdita della sua cara Maddalena, il silenzio che teneva intorno a lei per obbedire costantemente, lo oppressero di così crudele malinconia, che presto perdette le forze, tornò pallido e magro, e le sue malattie non ancora vinte, ma solamente sopite, ricomparvero a tormentarlo. La Teresa non lo poteva custodire; i contadini coi quali praticava, temevano che Paolo attaccasse qualcheduno dei suoi mali cutanei ai loro figliuoli. Non volevano che la Teresa lo conducesse più seco, e vedevano di mal occhio anche lei. La povera donna, non sapendo a quale altro partito appigliarsi, per non perdere il suo pane, e non aversi a rimproverare la morte di Paolo, lo condusse in città, e lo lasciò allo spedale. Qui cominciò pel meschinello una vita di tribolazioni più grandi delle passate. Senza un cuore che lo amasse, senza una mano che lo medicasse con la caritatevole diligenza materna, senza una voce che gli dasse conforti, che gli parlasse di care virtù e dolci speranze, in mezzo ai gemiti di tanti altri disgraziati come lui, con l'agonia e la morte dinanzi agli occhi a tutti i momenti... oh! misero Paolo! quando finirai di soffrire? Allora egli si accorse pur troppo quale poteva essere stata la fine della sua benefattrice... Allora intese dolorosamente il senso di quelle fatali parole — bisogna che ci separiamo. — «Dunque non la rivedrò più la mia mamma! oh! sicuramente ella è morta; io la lasciai moribonda. Ma anch'io morirò; sì, morirò presto, lo sento; e anderò a trovarla nel Cielo.» Questo pensiero lo confortava, e specialmente lo confortava di molto quando vedeva passare tante madri che andavano a visitare i loro figliuoli, e si fermavano ai loro letti; ma neppure una al suo! La Teresa, sia che non potesse o non le dasse il cuore di vederlo in tanta disgrazia, non ci capitò mai. Eppure e' l'aspettava: la non era una mamma, la non era la Maddalena; pur sarebbe stata per lui una gioja grandissima il rivederla: ma non ci capitò mai!

Quindi o che la ricaduta del male, come suole accadere, fosse più ostinata, o che la cura dello spedale (non tanto diligente, quanto quella che si può avere in casa da una donna come la Maddalena) riescisse inefficace, Paolo invece di migliorare peggiorava.

La cura de' fanciulli tormentati dai mali della pelle era quasi tutta abbandonata al custode dello spedale, uomo intelligente ed onesto, ma non fornito d'altro sapere che di quel che dà la pratica; di carattere burbero, e poco adatto ad aver pazienza co' ragazzi. E poi erano tanti! A Paolo, che per sè, ma non per loro, desiderava la morte, facevano compassione; e se avesse potuto avrebbe fatto ai suoi compagni di sventura le stesse diligenze che la Maddalena usava con lui per medicarlo, giacchè sapeva per prova quanto quelle fossero più efficaci delle medicine.

Alla fine continuando a peggiorare, ed essendo stato dichiarato incurabile, lo lasciarono quasi affatto in abbandono. Ma egli aveva un temperamento robusto; la natura non più contrariata da male scelti o male applicati rimedj, adoperò le sue forze, e al muovere dell'adolescenza cominciò a distruggere ed espellere da se stessa i mali germi e i pestiferi umori che per tanto tempo avevano infettato quel corpo.

Erano già quattro anni che Paolo languiva in quello spedale. Tutti i fanciulli che ci trovò nell'entrarvi, o erano morti o usciti guariti. Paolo a forza di star lì, con la sua indole tanto buona e tanto paziente, si era fatto amico il custode, che per la prima volta sentiva una tenera compassione per uno dei tanti fanciulli che erano stati alle sue mani.

Cominciata la convalescenza, Paolo non poteva stare ozioso in quello spedale diventato oramai la casa sua; e andando dietro al custode lo ajutava nel curare i malati, e si tratteneva da loro a confortarli, a sentire i loro desideri, i loro bisogni, a ravviar loro il letto, a rilegare le fasce, a ripulirli; a fare insomma tutto quello che la Maddalena faceva a lui. Quei ragazzi, poveretti! avevano preso a volergli un bene grandissimo. Tutti facevano a gara d'averlo un po' accanto al letto. Era diventato il loro piccolo protettore; per mezzo suo ottenevano dal custode certi favori, che per l'innanzi non si sarebbero neppure avventurati di chiedere. Paolo con quella vita operosa, che lo distraeva dalla sua malinconia, e consolato internamente dalla contentezza di far de' servigj e d'essere amato, uscì presto fuori di pericolo; e lo spedale non era più luogo per lui. Il suo letto era necessario per un altro malato; che molti ve ne erano, specialmente in quell'anno. Ma dove rimandare questo ragazzo? a chi consegnarlo? Nessuno era mai venuto a cercarne. Dove sono i suoi genitori? Poverino! afflitto da queste dimande egli non sapeva che si rispondere, e aveva dimenticato il nome del villaggio nel quale fu raccolto; solamente si ricordava del caro nome di Maddalena, e del bene che ella gli aveva fatto. Per lui sulla terra non v'era casa, non v'era una persona che lo raccogliesse.

D'altra parte il custode, quando pensò che tra un giorno o due Paolo se ne sarebbe dovuto andare, sentì un'insolita scontentezza, una smania che non sapeva raccapezzarsi da che dipendesse. Avvezzo da tanti anni a vedere con indifferenza le umane miserie, non tocco mai dal piacere nè dal dolore nè dalla speranza, allora per la prima volta egli sentì il suo cuore commosso; godè nel vedere quel caro giovinetto scampato dal sepolcro, si afflisse all'idea di perderlo, si sentì consolato dalla speranza di conservarlo, e si accorse alla fine che per non perder la testa avrebbe avuto bisogno di lui. Perchè se nelle sue faccende pensava che tra poco l'avrebbe visto partire, non si ricordava più di quello che doveva fare; se ne restava per qualche minuto immobile in mezzo ad una corsia, poi dava una medicina a chi doveva avere un cordiale e il cordiale a chi doveva avere la medicina. Ma appena rifletteva che un modo di ritenerlo ci sarebbe potuto essere, purchè egli volesse, oh! allora subito si ritrovava: accorgevasi degli sbagli commessi, diceva: «Non c'è rimedio, colui m'ha incantato: o egli riman qui, o io gli vo dietro.»

Paolo aveva già avuto il suo certificato di sanità dallo scrittojo dello spedale: nel suo letto era già stato posto un altro malato; e veniva con le lacrime agli occhi a dire addio a Taddeo: perchè sebbene e' fosse burbero, impaziente, duro, pure Paolo gli voleva bene e aveva sempre cercato di entrargli in grazia. Taddeo non era la Maddalena, era anche meno della Teresa: ma alla fine era la sola persona che dopo la mancanza di quelle due si fosse qualche rara volta lasciato scappar di bocca un «Paolo mio! — Povero Paolo!» E tanto bastava all'infelice perchè si sentisse consolato per molto tempo. È vero che dopo questo conforto veniva una sequenza di seccatura e di rimproveri, come se Paolo fosse stato obbligato ad aiutare Taddeo, e Taddeo avesse avuto il diritto di comandargli. Ma tant'è: dopo essere stati insieme quattro o cinque anni, un certo legame s'era pure stretto fra loro; e romperlo a un tratto, per quanto e' fosse debole, non si poteva senza dolore. Quando Taddeo si vide venir Paolo innanzi in quel modo piangendo, col foglio in mano, a passi lenti, a capo basso, col vestituccio di quattro anni fa, sulle prime gli venne da ridere. Il garzoncello a quel riso impallidì; l'addio tenero che voleva dare gli morì sulle labbra sbiancate, e si volgeva per cercare un appoggio sul letto vicino, perchè si sentiva piegare i ginocchi. L'altro allora aggrottò le ciglia indispettito della sua durezza, si diede un colpo sulla fronte come per gastigarsene, e sostenne Paolo con una mano; con l'altra gli prese quel foglio, lo rincincignò incollerito, e lo gettò lontano da sè dieci braccia: «Vieni, vieni, caro Paolo, potevi tu credere che io ti lasciassi andar via? Non so che diavolo tu mi abbia messo in corpo; ma io non voglio stare senza di te. Stanotte sono di guardia: dormirai nel mio letto. Domani penseremo per domani. »

Paolo sorpreso e rincorato, lo abbracciò e gli dette un bacio, ma un bacio propriamente di quelli che paiono portar l'anima seco. Era tanto tempo che non ne aveva più dati! L'ultimo lo aveva avuto la Maddalena. Taddeo che non ci pensava davvero, che non ne aveva mai ricevuti in vita sua, restò come basito a gustarne la dolcezza, e non gli diede l'animo di sciogliersi dalle braccia del giovine amico, come forse avrebbe fatto con una maniera un po' rustica: no; ma si provò anzi ad abbracciarlo con certa tenerezza, e a rendergli un bacio, che fu dato con poco garbo, ma insomma fu un bacio che restituì a Paolo tutto il coraggio che aveva perduto. Così quel materialone di Taddeo che era stato nella gioventù un soldato fiero ed impassibile, che aveva date e ricevute tante schioppettate senza riscuotersi, che s'era visto morire accanto gli amici senza fare una lacrima nè un sospiro, eccolo divenuto tenero e mansueto all'aspetto di un fanciullo addolorato. Tanto è vero che l'innocenza è cara a tutti, e che ai fanciulli, quando sono buoni, riesce ogni cosa, fino d'impietosire un Taddeo. Così l'orfano aveva trovato in lui un padre, come nella Maddalena una madre. Gli toccava al solito a sfaccendare per lo spedale, ma non perchè Taddeo lo pretendesse; che anzi allora non uscì mai dalla sua bocca un comando assoluto; ma lo faceva perchè quella di assistere gl'infelici era la sua vocazione. Avevano tanto assistito lui quando era così disgraziato, che ora divenuto sano, e si può dire fortunato nella sua condizione, rendeva agli altri con generosa misura il bene ricevuto; e siccome sapeva di non fare altro che il suo dovere, così non era mai contento del fatto; avrebbe sempre voluto potere e saper fare di più; e non si accordava mai un'ora di riposo, mai un divertimento, come avrebbe potuto. Perchè Taddeo, non contento di dargli da dormire nel suo letto, di spartir seco la sua porzione, di rivestirlo, spesso gli dava qualche soldo perchè si comprasse le frutta o andasse a divertirsi, e questi regali glieli faceva specialmente più grossi per ogni anniversario delle famose vittorie di Napoleone, sotto il quale avea combattuto; che in tali occasioni ei si sentiva rinascere tutto il suo spirito marziale. Paolo però di quei denari non ne faceva l'uso pel quale gli venivano dati; ma desideroso d'istruirsi comprava qualche libricciuolo e della carta, e da sè, nei pochi momenti di riposo cavava profitto dalle lezioni della Maddalena, che sebbene smesse da tanto tempo, pure egli non avea dimenticate giammai. Intanto il Commissario dello spedale vide più volte rigirare quel fanciullo per le corsìe; e finalmente rammentandosi un giorno che era stato da un pezzo licenziato per guarito, ne interrogò Taddeo. «Consuma del mio, e fa del bene ai malati,» rispose egli con la sua burbera franchezza. — «Ma che ti appartiene questo ragazzo?» — «Non so neppure chi sia, ed egli lo sa meno di me. Gli voglio bene, e mi figuro d'avere un figliuolo. » — «Da quando in qua sei divenuto sì tenero, Taddeo?» — «Da quando in qua? che m'ha preso per un orso me? Per quel ragazzo darei la vita; è una perla. Ho caro che non abbia babbo nè mamma. Gli farò io da babbo.» — «È una carità singolare; ma tuttavia è carità e ti lodo.» — «Non ho bisogno di lodi; fo quello che credo, e mi basta.» — «Se veramente è un buon ragazzo, merita la tua assistenza e quella degli altri. La fisonomia mi piace; dev'essere sveglio ed onesto; poi quando gli vuoi bene tu, me ne fido.» — «Come sarebbe a dire?» — «Dico che tu sei onesto, e per isvegliare la tua stima e la tua affezione ci vuol proprio un fior di virtù.» — «Dunque se si contenta, lo lascio fare. Ha una premura e un garbo a custodire i malati, che mi dà un grande ajuto, e qualche volta.... sì, qualche volta m'ha insegnato certe cose... non mi vergogno a dirlo, che nè un par mio nè il medico di turno con tutta la nostra scienza le avremmo sognate.» — «Mi dici una cosa che mi consola. Voglio conoscerlo bene questo ragazzo, perchè a volte....» — «A volte?...» ripetè Taddeo, squadrando il Commissario con certi occhi di fuoco.... — «A volte si trova l'ingegno dove meno si aspetta; e allora è bene ajutarlo.» — «Oh! a questo ci penso io. Non voglio che venga un altro, e mi levi il merito. Quel ragazzo deve star meco....» — «E che cosa gli vuoi tu insegnare?» — «Oh! questa è bella!...» Una dimanda sì fatta non se l'aspettava; chè poco fa aveva confessato che Paolo avrebbe potuto insegnare a lui e al medico: sicchè ripetè questa è bella due volte, e poi si ristrinse nelle spalle e si mise a guardare i mattoni. — «Non aver paura che io ti voglia levar la mano sul conto del tuo protetto; sarà sempre tuo; ma se potessimo ricavarne qualche cosa più che un custode di malati, non sarebbe bene per te e per lui?» — «che un buon custode di malati è una persona che si trova a ogni canto di strada?» — «Lo so; specialmente abile come te, è cosa rara e da tenerne di conto.» — «Lo credo io!» e incrociava le braccia sul petto scotendo la testa con la nobile alterezza di chi si sente capace di far bene il suo dovere, e più del suo dovere. — «Insomma, non sarai mica geloso se io gli parlerò, se ti darò mano a fare la sua fortuna. purché lo meriti....» — «Ed ella vorrebbe?...» — «Dargli il modo di studiare, fargli uno stato...» — «Davvero? Che la sia benedetto!» e gli prese la mano, e gliela strinse forte forte con un trasporto di gioja grandissima, con quella confidenza che un onesto sottoposto ha pel suo superiore, con quella franchezza di un veterano italiano che combattè sotto gli occhi di Napoleone, e stette a campo insieme ed ebbe dalle sue mani stesse la splendida ricompensa del valore. Poiché quando Taddeo s'accorse che il Commissario pigliava la cosa sul serio (e non era uomo da far di nòccioli), travide la possibilità di fare un gran bene al suo adottivo, e rinunziò volentieri al gusto d'aver egli solo tutto il merito. « — Dunque ci siamo intesi» soggiunse il Commissario, «domani....» — «Ora subito,» riprese Taddeo, tenendo sempre la mano del Commissario che voleva andarsene, e aveva furia; ma gli toccò a restare: chi poteva uscire dalle mani stempiate del veterano? «Eccolo là. — Paolo, Paolo!» lo chiamò risolutamente. Il giovinetto presa la rincorsa verso la voce, e solamente quando fu a pochi passi da loro conobbe il Commissario, e si soffermò abbassando per rispetto e per timidezza la testa. «Animo, buacciòlo, vieni avanti. Il signor Commissario non è una bomba: che paura hai?» Il Commissario sorrise a queste parole, fece animo al giovinetto ed entrò in colloquio con lui. Questi, ripreso animo e incoraggiato dalle occhiate di Taddeo, che gli aveva dato una spinta per accostarlo al Commissario, rispose con ingenuità e con franchezza. Narrò quel che egli si rammentava delle sue sventure: lacrimando parlò della Maddalena, e poi volto a Taddeo cominciò a dirne ogni bene. «Queste chiacchiere non ci hanno che fare» disse allora colui: «dicci che intenzione è la tua, che inclinazione hai: noi ti faremo.... cioè il signor Commissario ti vuol fare del bene.» Paolo non rispondeva. La dimanda era così improvvisa e assoluta, che la meraviglia e la timidezza non gli davano luogo alla riflessione.

«Lo dirò io,» riprese Taddeo con impazienza. «Son già quattro anni che sei qui, e non t'è mai venuto a noia l'assistere questi malati; sei diventato mezzo dottore; vorresti sempre ciacciare con le medicine, leggere i libri di medicina.... A proposito, signor Commissario, lo vede questo tocco di disobbediente? io gli do qualche quattrinello perchè vada a spassarsi, a comprare i dolci, ed egli compra dei libri, la carta....» — «Mi pare che abbia giudizio.» — «Più di me, la vorrebbe dire? Per un verso ne vo d'accordo. Dunque tornando al discorso di dianzi, vuoi tu studiare la medicina, la chirurgia? le intendi le lezioni dei professori? perchè, quando può, mi scappa e va a sentirle....» — «Basta così, disse il Commissario, ho capito; già non aveva bisogno della tua eloquenza, Taddeo; è la prima volta che ti sento ragionar tanto.» — «Quando siamo al campo bisogna menar le mani.» — «Ma qui spero che non troverai nemici. Hai fatto bene però a dirmi queste cose; quantunque i suoi occhi, li vedi? i suoi occhi parlano chiaro. Coraggio, Paolo (e gli batteva la mano sulla spalla), se ti conserverai onesto, sottomesso e studioso, son qua io per secondare il tuo genio. Domani ti manderò da chi ti potrà insegnare tutto quel che è necessario per essere ammesso allo studio della medicina e della chirurgia! Taddeo sarà sempre il tuo padre adottivo; seguita ad obbedirlo, a volergli bene.... Addio, addio.» — Paolo voleva ringraziarlo, ma il Commissario aveva furia, e gli faceva segno di rimanere. Taddeo, tutto contento, si fregò le mani ridendo, e poi disse: «Lo vedi? di che cosa sono capace io? eh! con me non si scherza. Ecco fatta la tua fortuna. Presto, presto, va' a chiamare il sarto. Questo non è più vestito per te. Uno scolaro di medicina deve avere le falde; quand'io ero come te, portavo il lucco; quelli eran tempi!... non si facevano i medici per forza allora....» Paolo dovè correre, senza rifiatare, in cerca del sarto; e Taddeo, esclamando: «Anche questa è fatta, andò a continuare le sue faccende. Quando Paolo fu solo, e potè riflettere all'accaduto, gustarne la gioja, accoglierne le speranze e ringraziare Taddeo, benché non fosse presente, si abbandonò a tutto l'impeto degli affetti; saltò, corse, batté le mani, pareva un frenetico. Poi la memoria della Maddalena comparve in mezzo a questo trambusto d'idee, e le ripose in calma spargendo sulla sua anima una dolce melanconia.

Quella donna amorosa, ei la lasciò in braccio alla morte; ma era egli certo che avesse resa l'anima a Dio? Oh! aveva già obbedito per tanto tempo; ora gli pareva di potere senza colpa farne ricerca. Perché tanta contentezza che ora godeva? chi aveva egli a cui farne parte su questa terra? Taddeo era umano, sì, era il suo angelo custode, teneva le veci della Maddalena; ma con un uomo di quel carattere non si poteva sfogare. E poi la sua gioja non poteva essere intiera se colei che gli salvò la vita non avesse visto quale uso era egli venuto al punto di farne. «Oh! girerò tutti gli spedali, tutti i villaggi, ne domanderò a tutti; la troverò finalmente; Taddeo non se l'avrà a male; è tanto generoso! sa che le voglio bene come a lui; egli sarà il babbo, essa la mamma; allora sarò felice davvero.» Ma consolato appena da questa speranza, si risovvenne dello stato nel quale la lasciò, e dell'operazione pericolosa; rifletté che se fosse sopravvissuta, avrebbe già fatto ricerca di lui; era impossibile che quella cara donna avesse voluto abbandonarlo! Queste riflessioni lo fecero ricadere nell'afflizione, amareggiarono tutta la sua letizia; si sentì mancare, perse il lume degli occhi, non potè più andare innanzi, e dovette appoggiare la testa sopra un piolo.

Egli aveva una di quelle vispe e amabili fisonomie che talora si vedono tra i garzoncelli della campagna; aperta la fronte, bruno il colorito della faccia, il naso un po' aquilino, incarnate le labbra, svelto il collo e molto sporgente la laringe. Gli occhi erano un po' infossati sotto ampie ciglia, ma con il globo molto rotondo; e la pupilla nerissima, aveva una vivacità e una movenza, che ad affissarla si provava un senso d'amore. I capelli folti e ricciuti a grandi anella gli scendevano sul collo, e facevano rilevare le belle forme del volto. Nella sua età di undici anni aveva la persona svelta e più grande dell'ordinario; e chi l'avesse veduto quando lo raccolse la Maddalena, certamente non si sarebbe persuaso che fosse il medesimo Paolo. Tanto è vero che la temperanza, l'innocenza e l'attività aiutano le forze della natura a rendere sano e robusto un corpo meschino e tribolato dai mali.

Dopo esser rimasto in quella positura per qualche tempo, ritornò in sè, ma con la solita malinconia sulla faccia; potè camminare, ma a lenti passi. Quando Taddeo lo rivide in quel modo, gli disse un visibilio di cose per farlo tornare allegro: ma Paolo non fu contento, se non quando ebbe il permesso di poter andare giorno per giorno a far ricerca della Maddalena in quei luoghi ove s'immaginava di poterne avere notizia. «Lo so io dove la troveresti, disse il veterano: a quest'ora sarà sotto terra, povera donna! ma cerca pure; non ti voglio distruggere quest'illusione. Basta che in questo mondo non si possa esser mai contenti per l'affatto! Che miseria!» e con un gran colpo sulla fronte scacciò il mesto pensiero. Fin da quel tempo Paolo si mise a studiare con grandissimo zelo: presto potè essere ammesso alle lezioni dello spedale; sostenne onorevolmente tutti gli esami; conservò sempre le sue buone qualità; fu adorato dai suoi condiscepoli, dei quali in poco tempo divenne il primo; ebbe pel Commissario una gratitudine esemplare; e stette sempre sottoposto al suo caro Taddeo, che ne andava propriamente superbo. Così nulla sarebbe mancato alla sua felicità, se avesse potuto ritrovare in vita la Maddalena; ma tutte le sue ricerche furono inutili, e si rassegnò.

Aveva già cominciato ad esercitare la professione con buon esito; tutti i suoi studi erano principalmente rivolti alle malattie cutanee già per l'innanzi troppo trascurate in quella città; e così faceva un bene che da tanto tempo era desiderato; e non si allontanava da Taddeo. Anzi i superiori, conosciuta questa mancanza, e sapendo quanto ormai il giovine fosse valente, affidarono a lui la cura dello spedale dei cutanei e lo incoraggirono a propagare lo studio di quel ramo di scienza. V'era in quella città un ampio luogo di ritiro pei poveri di tutte le età, e per gl'infermi dichiarati incurabili. Colà infierivano maggiormente le malattie della pelle tra i fanciulli. Vi fu mandato Paolo per introdurvi modi di curare più efficaci, riformare e disporre a seconda dell'occorrenza. Egli vi trovò molti abusi e molta incuria, ma seppe con lo zelo, con le sue buone maniere e coll'autorità di un giovine sapiente e virtuoso, mitigare gli effetti del male e togliere le cause che lo fomentavano. Nel fare la visita di tutto quell'edificio passò anche nel quartiere delle donne e nel dormentorio delle incurabili. Tra quelle meschine ve ne fu una, la quale udendo proferire il nome di Dottor Paolo, mentre egli teneva a lei volte le schiene, alzò lentamente la testa dal capezzale, e guardò; poi ricadde sospirando in una specie di letargo. Paolo sentì quel sospiro: si volse, e vide un'inferma sulla cui faccia magra e pallida si scorgevano i segni di un dolore profondo. Si accostò con segreta commozione al suo letto, s'incurvò su quella faccia, e trovò nei lineamenti una somiglianza. La donna teneva gli occhi serrati, e forse non si era accorta del suo accostarsi. Paolo tremando, con bassa voce le domandò: «Che male vi sentite buona donna?» Ella aperse gli occhi languidamente e a fatica rispose: «Che vuol ella ch'io dica? aspetto che il Signore mi tiri a sè.» Quella voce gli parve di riconoscerla. Interrogò l'infermiere, e seppe che dopo aver essa scampato la morte, e sofferto un'operazione rischiosa nello spedale, vi era rimasta per molto tempo a fine di ristabilirsi in salute: ma i patimenti sopportati le avevano tanto pregiudicato, che divenuta inferma fu recata in quel luogo e abbandonata dai medici. Erano già undici anni che vi languiva; tutti l'avevano dimenticata; ma dalla sua bocca non era mai uscito un lamento; solo di quando in quando sospirava, e le avevano udito proferire sognando il nome di Paolo. Domandò come si chiamava, e gli fu risposto «Maddalena.» — «È lei senza dubbio, » esclamò Paolo fuor di sè dalla gioja. Ma si sforzò di calmarsi per non le cagionare una commozione troppo forte, alla quale, nello stato in cui era, avrebbe potuto soccombere. «Dite, Maddalena (le domandò egli), ve ne ricordate di un povero ragazzo che teneste tanto tempo con voi prima di ammalarvi?» La donna a questa dimanda si scosse, riaperse gli occhi con vivacità, fece uno sforzo come per alzarsi a sedere sul letto, e poi affissando il volto di Paolo con una espressione di meraviglia e di rammarico, disse: «Se me ne ricordo? il mio Paolo! Ditemi, ditemi, cosa n'è stato? Chi siete voi? Prima di morire...» — «State quieta, può essere che abbiate la consolazione di rivederlo presto. Ha cercato di voi, ed è in grado di ajutarvi, di rendervi il bene che gli avete fatto.» — «Dov'è, dov'è? ch'io lo veda subito il mio figliuolo!» E gli stringeva la mano; e dal pianto della consolazione non poteva parlare e pareva volesse uscire dal letto per andare ad incontrarlo. «State quieta per amor suo. Adesso non è tempo. Vi prometto che presto lo rivedrete, e verrà a cavarvi da questo luogo; vi metterà in casa sua, perchè siate custodita meglio. Sapete? per essere felice non gli manca altro che di stare con voi e di vedervi un poco ristabilita. Dunque serbatevi a lui; addio per ora.» E scappò, perchè non poteva più reggere. Corse a Taddeo, e gli gridò da lontano: «La Maddalena è viva! Taddeo, l'ho trovata, l'ho vista!» — «Laus Deo!» rispose egli senza scomporsi; «ora non sarai più malinconico.» — «Sì, Taddeo, siamo felici: ma poveretta! in che stato...» « — Hai fatto miracoli per gli altri, ne potrai fare uno per lei. Animo! voglio vederla. Che male è il suo? troveremo insieme il rimedio; faremo un consulto, fra me e te; e scommetto che la facciamo guarire.» — «È inferma.» — «Non ti sgomentare; ne ho visti degli altri ritornar sani. Povera donna, chi sa quanto ha penato senza di te! Col rivederti, la metà della guarigione è bell'e fatta.»

La fiducia di Taddeo era temeraria, a dir vero, ma valse ad accrescere quella di Paolo, e subito ambedue si posero a prepararle la miglior camera che fosse nel loro quartiere. Quindi egli tornò con lui dalla Maddalena, che aspettava con ansietà e con impazienza l'istante di rivederlo. Ma le pareva un sogno. Era stata un pezzo senza pensare al suo figliuolo adottivo; perchè dopo aver sostenuto l'operazione, aveva perduto i sensi, e restò per molti mesi in una specie di stupidezza e di dimenticanza di tutte le cose. Poi quella memoria le tornò, ma vaga ed incerta. Ora di tutto si rammenta, ne parla a tutti, e ogni poco ne domanda. Ma l'infermiere le risponde secondo l'istruzione di Paolo, e la prepara a partire.

Finalmente eccolo. La Maddalena lo vide, e guardò subito dietro a lui; ma rimase mortificata allo scoprire un vecchio, e quasi sospettò che avessero voluto ingannarla. Paolo accostandosi al letto, se ne accorse, ma subito le disse: «È tanto tempo che non ci siamo visti, che tu non mi hai riconosciuto. Sono io il tuo Paolo; son io che ti ho cercato tanto; sono io quello che tu liberasti dalla morte. Io ti credeva perita; ma ora.... ora sono felice;» e si abbracciarono con tanta espansione d'affetto, che Taddeo e gli altri ne piangevano per tenerezza. La Maddalena senza poter parlare lo accarezzava, lo affissava e pareva che coi cenni dicesse: «Oh! ti conosco ora: quegli occhi, quella fronte, quella bocca; oh! sì; non m'inganno.» Questa gioja indescrivibile di ambedue si prolungò tanto, si sfogarono tanto col piangere, che la Maddalena non ne risentì alcun incomodo; anzi parve un poco ritornata in forze, e poterono facilmente portarla subito nella casa di Paolo.

Taddeo che aveva già chiesto il riposo dal suo impiego, pose il suo letto accanto a quello della Maddalena, e in breve tempo tanto fecero con la loro assistenza, che ella non era più inferma. Aveva già ripreso il suo spirito, cominciato a camminare ed a lavorare; che sempre le pareva un sogno; sempre domandava a Taddeo se tutto questo era vero. Il veterano a tali dimande qualche volta era tentato d'andare in collera; ma si sfogava con qualche barzelletta che la faceva ridere... eppure non aveva mai sognato in vita sua di dire barzellette. Ma la forza della virtù e dei teneri sentimenti è così grande, che vale a far diventare ilare e dolce il carattere più burbero ed il più austero.

Chi avesse visto nella camera della Maddalena queste tre persone riunite come se fossero d'una medesima famiglia, chi avesse potuto leggere nei loro cuori, avrebbe conosciuto davvero quanto i legami dell'amore e della gratitudine siano talvolta forti e soavi quanto quelli stessi della natura.

Anche il Commissario e qualche amico di Paolo ne erano spesso testimoni; e Paolo si poneva in mezzo ai due vecchi, e diceva: «Eccoli qui i miei genitori,» e una lacrima di consolazione spuntava sulle sue ciglia nell'abbracciarli.

Ma Paolo era diventato un signore. La sua abilità nella medicina gli aveva già procacciato i modi di beneficare ampiamente i suoi protettori, e di procurar loro tutti i comodi della vita. Quando la Maddalena fu in grado di respirar l'aria aperta, egli comprò una villa prossima alla città, e vi si allogò co' suoi cari. Quella villa era vicina al villaggio della Maddalena. I vecchi del luogo si ricordavano della povera pigionale; se ne ricordò anche la Teresa, ed arrossì di aver potuto abbandonare quel fanciullo che era stato affidato alla sua carità; ma Paolo e la Maddalena si rammentavano solamente di quel po' di bene che ella aveva lor fatto con assistere l'una e col tenere l'altro per vari giorni in casa sua; e le resero a mille doppi il suo benefizio. Taddeo si pose a coltivare un giardinetto, a far l'infermiere dei contadini malati, e insieme con la Maddalena, servendosi del bene che Paolo dava loro a larga mano, divennero i benefattori del luogo. Intanto la fama e la fortuna di Paolo crescevano.

Specialmente con la sua abilità nella cura delle malattie cutanee fece alla patria uno dei più grandi benefizi. I molti poveri tribolati da quei mali tormentosi trovarono in lui un protettore. L'emulazione dei giovani studenti di medicina fu risvegliata, i professori già fatti sentirono stimolato il loro zelo a sollievo del popolo, e conobbero viepiù l'importanza di questo ramo di medicina: il governo istituì una cattedra espressamente per insegnarlo, e l'affidò al sapere di Paolo. Il primo giorno dell'apertura di essa egli fece un discorso così eloquente, che svegliò l'entusiasmo della numerosa scolaresca. Tutti vollero accompagnarlo con lieti evviva sino alla sua villa; e Taddeo e la Maddalena furono testimoni di questo trionfo del loro caro figliuolo adottivo. Quello fu il più bel giorno della loro vita.

VIII. La Ricompensa.

Un valente e facoltoso gentiluomo, dopo aver viaggiato per parecchi anni i più culti paesi dell'Europa, ritornò alla sua patria; ma invece di scegliersi a dimora il palazzo che aveva nella città, volle prima recarsi a una sua villa da questa molto distante, forse perchè la quieta solitudine gli parve più opportuna a riflettere riposatamente sulle cose vedute fuori via. E i primi giorni gli piacque di visitare le terre di sua pertinenza intorno alla villa, dubitando che per esser tanto tempo rimaste senza la vigilanza del padrone, fosservi molti guai da scoprire e da riparare. Inoltre egli aveva osservato, e studiato viaggiando, i perfezionamenti fatti nell'arte agraria dai popoli più industriosi, e seco stesso si proponeva di ricavarne qualche costrutto a pro dei suoi poderi. Non è a dirsi ora la piacevole sorpresa del nostro gentiluomo, quando s'accorse che le sue terre comparivano meglio tenute e più ubertose di quando n'era partito, e che anzi vincevano il paragone delle più belle culture ammirate nei suoi viaggi; che i contadini erano meno rozzi nei modi, più diligenti nelle campestri faccende, e maggiormente amorevoli e concordi tra loro, e che parecchi di essi, adulti e fanciulli, già sapevano leggere e scrivere e far di conto. E ogni volta ch'ei domandava come e da chi fossero state immaginate e condotte le utili novità, che di mano in mano gli cadevan sott'occhio, venivagli sempre nominato il vecchio Marco.

E chi era egli mai quest'uomo del quale tutti parlavano con giubbilo e con rispetto? Null'altro che un contadino, il quale era capitato alla fattoria poco dopo la partenza del padrone, e aveva chiesto lavoro, e fu preso a opra per potare le viti, giacchè quella era stata l'abilità nella quale potè far subito buona prova. Il vecchio Marco, datosi presto a conoscere per agricoltore abile, per uomo onestissimo, serviziato e indefesso lavoratore, aveva ottenuto la fiducia e la stima di tutte le famiglie coloniche dei contorni. Era sua cura speciale il coltivar l'orto della fattoria e una vigna staccata dagli altri poderi; e abitava soletto in una casipola o piuttosto in una capanna accanto alla vigna.

Il vecchio Marco adunque aveva consigliato e dimostrato con l'esempio i miglioramenti più sostanziali in varie culture, quei miglioramenti che proprio persuadevano tutti, anche i più restii, perchè si vedeva bene che derivavano dall'accurata osservazione e dalla lunga esperienza; il vecchio Marco, facendosi benvolere pei modi amorevoli, sinceri e piacevoli, e acquistandosi credito con la illibatezza dei costumi, con l'abilità, con la modestia, era divenuto amico dei capocci, aveva ottenuto la venerazione e l'affetto dei giovani e dei fanciulli; e i suoi consigli, le sue esortazioni, i suoi pareri valevano a mantenere la moralità, la benevolenza e la prosperità in ogni luogo; il vecchio Marco raccoglieva in una stanza terrena della fattoria quando i giovani e quando i fanciulli, e in ore e giorni diversi secondo le stagioni e le faccende, insegnava loro molte cose, utili all'onesto vivere di ciascheduno, e gli ammaestrava nel leggere, nello scrivere e nell'abbaco fino a quel tanto che poteva ad essi giovare a regola dell'età e della condizione; e spesso nelle lunghe sere d'inverno, faceva il medesimo in alcune case dove si radunavano più madri e più fanciullette desiderose anch'esse d'approfittarsi dei suoi utili e graditi ammaestramenti. Quando il gentiluomo ebbe saputo tutte queste cose, volle andar subito a visitare il vecchio Marco, e lo trovò appunto che lavorava attorno alle viti. Il contadino salutò con rispetto il possidente; e questi onorò la sua canizie, gli manifestò alla presenza de' circostanti la contentezza d'aver saputo e visto i buoni effetti della sua virtù operosa, e gli chiese dipoi un abboccamento da solo a solo.

Entrati nella capanna, il gentiluomo ebbe subito a fare attenzione alla polizia e al buon ordine che vi si vedeva. Pochi attrezzi semplici e ordinari, ma quanti potessero bastare ai discreti bisogni d'un contadino; il letticciuolo consistente in un pagliericcio, separato dal focolare con un tramezzo di legno; qua bene assestati gl'istromenti dell'ortolano e del vignajolo, colà un tavolino con sopra il libro del Vangelo e parecchi libercoletti che il vecchio adoperava per ammaestrare i molti suoi alunni. Marco poi aveva una fisonomia austera, ma nel tempo stesso piacevole e affettuosa; era piuttosto magro, con le carni abbronzite pel sole, e alquanto curvo dalle fatiche e dagli anni; ma sempre vegeto e franco e robusto. Vestiva pulitamente, ma nè più nè meno come gli altri campagnoli, ed era pieno di garbatezza, senz'ombra di servilità o d'affettazione. Tutti godevano infatti di conversare seco lui, benchè nessuno si rammentasse d'averlo visto ridere o d'aver udito dal suo labbro racconti burleschi o triviali barzellette. Anzi alcuni avevano osservato che imbattendosi egli in un giovinetto, pareva improvvisamente assalito da una profonda malinconia, benchè si studiasse di dissiparla o di nasconderla.

Postisi a sedere l'uno in faccia dell'altro, il gentiluomo incominciò: «Una buona ventura è stata per me e per questa campagna il vostro arrivo tra noi, o rispettabile vecchio. Voi avete saputo in pochi anni migliorare l'industria, e quello che più importa, i costumi di questo luogo. Per tutto io ritrovo uomini e donne più lieti e contenti del loro stato e di se medesimi, fanciulli bene avviati, persone che benedicono il vostro nome; son divenute ubertose le terre che io lasciai sterili e inculte; vedo meglio custodite quelle che già davano qualche frutto; le raccolte dei grani e dei fieni sono andate ogni anno crescendo, la vite e l'ulivo mostrano gli effetti d'un intelligente cultura; e il buon andamento, la pace, l'amorevolezza delle famiglie fanno sì che questo sia divenuto un soggiorno propriamente beato.... Tutto ciò è opera vostra. Così è. Mentre io viaggiava per ricavare dagli altri popoli istruzioni ed esempi, un semplice agricoltore, seguendo gli ammaestramenti del buon senso e della natura, faceva qui, contro ogni mia aspettazione, più di quello che io mi figurava di poter conseguire con molti anni di fatiche. Amico mio (permettete che così vi chiami col labbro, mentre il cuore vorrebbe darvi piuttosto il nome di padre), amico mio, se noi fossimo ai tempi del gentilesimo, io crederei che una divinità fosse scesa dall'Olimpo sotto codeste umili spoglie per farsi protettrice de' miei campi; ma i modi che avete scelti per ottenere tutto questo bene, lo so, non hanno nulla di favoloso nè di soprannaturale. Alla virtù operosa e costante riesce tutto, e la voce fraterna e autorevole d'un uomo esperimentato val più dei comandi un principale, o della scienza di chi studia sui libri. Nondimeno, se io non vi chiedo troppo, e se l'immaginazione m'inganna, ditemi di grazia: Siete voi propriamente quello che le vesti rozze e le mani callose e la faccia bronzina addimostrano? piuttosto, quantunque nato e educato altre opere e ad altri studj, vi piacque mutare spoglie e costumi, e segregarvi tra gli onesti montanari, per fuggir forse il doloroso spettacolo della depravazione che predomina nelle città?

Marco rispose: «Signore, voi siete il possessore della terra ch'io lavoro, e che da qualche anno mi dà il campamento; gli è giusto dunque che abbiate contezza dell'esser mio. Ecco qui, come voi mi vedete i' son nato contadino, e sono stato sempre contadino; con questo di differenza ch'io lavoravo sul mio; e se gli è vero ch'io ne sappia un po' più di qualchedun altro, posso ringraziare mio padre e gli anni che ho sulla schiena. Dovete anche sapere che il nostro campo era prossimo alla città in una collina molto fertile, e che noialtri abbiamo potuto sperimentare di mano in mano le migliorìe suggerite da chi s'intendeva d'agricoltura. E benchè, lasciatemelo dire, la conclusione di molte novità e d'un visibilio di prove fosse quella d'attenersi per la più sicura a' semplici ricordi de' nostri vecchi, nientedimeno quelle lezioni ci aiutavano a levarci dal capo molti pregiudizi e a conoscere il perchè di molte cose per essere più sicuri del fatto nostro. Dunque non vi state a maravigliare di quel po' di bene che voi vedete ora su' vostri poderi; e se anche fosse dipeso tutto da me, persuadetevi ch'io non avrei ragione di farmene bello. Gli è che quando il contadino è diligente e sta al sizio; quando sa scegliere il tempo per le faccende, senza pretendere dalla terra più di quello che la può dare; e quand'ei segue i buoni consigli, non di mala voglia o alla cieca, ma perchè è docile e intelligente, oh! allora è naturale ch'ei vada sempre di bene in meglio. Del resto, ho fatto quello che l'esperienza m'aveva insegnato per farne il mio pro, senza tener segreto nulla a nessuno. Coloro che hanno visto e che hanno conosciuto ch'io facevo meglio di loro, a poco per volta son rimasti persuasi: m'hanno fatto delle dimande, ed io ho risposto; e siccome una cosa tira l'altra, ho preso allora occasione di ragionare anche su quelle di cui non mi domandavano. Chi ha saputo darmi retta se n'è trovato bene; e poi voi sapete che nessuno ha gusto d'esser da meno degli altri. E così, se v'è qualche merito, tutti n'hanno la loro parte. Ora poi, vi dirò la disgrazia che mi fece perdere quel campo dove i miei vecchi, di generazione in generazione, avevan mangiato il pane del proprio sudore. La guerra che anni sono messe a soqquadro tanti paesi, come voi sapete meglio di me, fu uno sperpero d'uomini, e massime di gioventù, da ricordarcene per un pezzo. Io, di tanti che s'era in famiglia, restai solamente con due figliuoli; l'età, le malattie, le afflizioni avevano mandato al cimitero i vecchi e le donne; un fratello scapolo mi morì nella prima campagna d'Italia. Quando Napoleone volle andare a perdersi in Russia, anche il mio maggiore fu coscritto; quell'altro era sciupato dalla rachitide, gracile e quasi ebete; ma Lorenzo, oh! Lorenzo era bello, era robusto, era alto della persona, coraggioso come un leone. Se si fosse trattato di mandarlo proprio alla guerra pel nostro paese, figuratevi! anch'io, benchè vecchio, avrei preso il fucile; ma Bonaparte, dicevano, non pensa più all'Italia; s'è lasciato avvilire da una bassa ambizione: corre a precipitare ogni cosa; e que' poveri giovani dovranno spendere il proprio sangue per gli altri, in luoghi tanto lontani, e senza utilità per quello dove son nati. Allora mi venne voglia di far di tutto per serbarmi Lorenzo; ma non bastò che vedessero l'infelicità di Niccola, che invece di darmi un ajuto nella vecchiaja aveva bisogno della mia assistenza! Mi fu fatto sperimentare se per quattrini.... e io a vendere inclusive il nostro podere.... Ma quei quattrini andarono senza costrutto nelle mani rapaci di chi si faceva pagare le promesse con animo deliberato di non le mantenere!... insomma il mio povero Lorenzo dovè partire, e io rimasi a custodia di quell'altro che senza di me sarebbe morto di stento. Allora industriandomi alla meglio coll'andare a opra dai contadini del vicinato aspettai un pezzo il ritorno di Lorenzo; e in quel frattempo mi s'ammalò Niccola, e non fu possibile di salvarlo.... Povero ragazzo! è vero che con quella struttura non avrebbe potuto campar di molto, e che a essergli padre non v'era da consolarsene; ma nientedimeno io gli voleva un gran bene, e forse più che s'ei fosse stato appariscente e rigoglioso come quell'altro. Non vi starò a dire se l'afflizione mi messe in terra; e, senza la speranza che Lorenzo tornasse, a quest'ora.... Ma che? Lorenzo non tornerà più! E io son sempre vivo. Iddio non ha voluto che questi dolori m'uccidessero! Sia fatta la sua volontà!...»

«E come potete voi esser certo di non rivederlo? Alcuni altri che si credevano perduti in tanta vastità e in tanta lontananza di paesi, ritornarono inaspettatamente in seno delle loro famiglie.»

«Giacchè voi avete la bontà d'ascoltarmi, sentite il rimanente. Questa è la prima volta ch'io paleso ad altri la storia dolorosa delle mie disgrazie. Non vi faccia specie di vedermi le ciglia asciutte, perchè alla mia età le lagrime, se me ne fossero rimaste, mi leverebbero il fiato. Gli è un gran pezzo ch'io so piangere qui dentro! Gli è anche un gran martirio, lo so; ma piuttosto questo che lasciarsi indebolire fino al punto di perder l'uso della ragione. Dopo ch'io ebbi sotterrato Niccola, cominciai a non aver più lettere di Lorenzo: poi vennero le notizie dei gran rovesci di Bonaparte! Io, come potete figurarvi, rimasi sgomento; ma piuttosto che starmene a spasimare in casa, mi volli mettere in cammino pellegrinando per tutti quei luoghi di dove Lorenzo mi aveva scritto. Girai tutti gli spedali; ne domandai a quanti potevano essere stati del suo reggimento; scrissi lettere; mi trattenni dove un barlume di speranza mi s'affacciava; e alla fine, senza più denari, spossato, scoraggito, mi vidi costretto a tornare indietro. Un giorno io attraversavo, pensate voi con che cuore, una di quelle terre dove si vedevano ancora i segni della guerra, e mi ritrovai sopra un campo dove morirono tante migliaja, che l'ossa non erano ancora tutte sepolte. Più qua e più là si scorgevano alcune croci; una era caduta. Io mi chinai per rialzarla sul monticello dov'era stata confitta, e vidi una larga lastra di pietra con sopra parecchi versi di scritto scolpito malamente, forse dalla punta d'una bajonetta. E quei versi dicevano: «Qui sessanta prodi, tutti Italiani, combatterono valorosamente per due ore di seguito contro cinquecento nemici, e vollero piuttosto morire che arrendersi. Le loro ossa posano sotto questa pietra, confuse con quelle dei molti nemici che caddero in questa lotta tremenda. Ora la pace dell'eternità li congiunga fratelli nel cielo. Conduceva questo drappello il capitano....» Ma qui la pietra era spezzata, e allora anche tra' versi riconobbi i colpi che v'erano stati scagliati, come per ridurla tutta in frantumi, anche prima che il tempo la consumasse. Ma io smanioso di raccapezzare il resto dello scritto, andai brancolando tra quelle macerie e mi posi a guardare con attenzione tutti i sassi che mi venivano alle mani. E infine alcuni ne ritrovai, dove potei leggere un nome, e tra quei nomi.... Ah! io avevo detto di non poter più piangere! Queste lacrime sono per lui!... Allora mi sparì il lume dagli occhi, mi sentii scoppiare il cuore, e mi lasciai cascar come morto. Il resto non lo posso raccontare, perchè non so dopo quanto tempo, riavutomi un poco, mi vidi disteso sul letto d'uno spedale. Quegli che venne lì per assistermi non intendeva la mia lingua, nè io la sua; e nessuno vi fu che potesse intendere il mio dolore! In capo a quindici giorni mi ritornò la forza per reggermi in piedi, e fui subito condotto dinanzi a una specie di commissario. Costì in cattivo italiano mi sentii dire che le carte trovatemi addosso non erano in regola; e mi fu fatto poi un visibilio di domande, alle quali si vede bene che tra l'imbarazzo di non intenderci e lo sbalordimento del mio dolore e della febbre sofferta, io non seppi rispondere a garbo, perchè la conclusione fu che mi vidi rinchiudere in un carcere. Ma come Dio volle, un mese dopo ne fui liberato, a patto peraltro che uscissi subito da quel paese e non avessi più l'ardire di ritornarvi. Anzi, per meglio assicurarsi de' fatti miei, mi fecero scortare sino ai confini da due soldati. Ora considerate voi quant'io dovessi patire nel mio viaggio! L'acqua, il freddo, la fame, e, le più volte, appena un cantuccio di stalla per ricoverarmi la notte! Ogni poco mi sentiva spossato da non poter andare più innanzi; ogni poco, invece di mettermi a mendicare un altro soccorso, mi veniva la voglia di lasciarmi piuttosto finire dallo stento sul cimitero d'una chiesa. Ma poi la speranza di rivedere, almeno di sulla vetta dell'Alpe, il mio paese, mi faceva animo; e più che mi accostava, più mi pareva di ritrovarmi gagliardo. Oh, sì: quando fui su que' monti di dove si principia a scorger l'Italia, mi parve a poco a poco d'essere un altro; l'aria, l'azzurro del cielo, la bellezza della terra mi fecero quasi dimenticare per un momento le mie disgrazie, e scesi a passi più franchi, e guardai con occhi bramosi.... E davvero questo è il paese più bello di quanti n'ho veduti nel mio doloroso pellegrinaggio!.... Ma nessun v'era che mi chiamasse padre o fratello! Degli amici ch'io aveva lasciato, i migliori erano tra que' più; e io mi sentii crescere il crepacuore a ritrovarmi solo tra tanta gente. Ecco perchè mi venne desiderio di finir la vecchiaia in questi luoghi più solitari; e qui, per la buona accoglienza che subito mi fu fatta, mi sentii rinascere un po' d'amore alla vita. E poi desiderai di mostrarmi buono a qualche cosa, non foss'altro per gratitudine a chi m'aveva levato di sulla strada. Ma io, povero vecchio, con che cosa potevo contraccambiare questo benefizio? Col lavoro e con l'esperienza di chi ha fatto il contadino sotto le porte[14] d'una città. E se v'è stato da ricavarne qualche costrutto per utile di questa buona gente, mi consolo d'avere in parte pagato così il mio debito.»

Il gentiluomo, commosso al racconto di Marco, gli prese la destra, se la strinse al petto, e non aveva parole per esprimere i sentimenti d'amore, di cordoglio, di venerazione che lo agitavano in folla. Dopo averglieli dimostrati come meglio poteva, rispose:

«Amico, se noi dovessimo parlare di benefizi, è chiaro, e voi dovete confessarlo, che ora il beneficato son io insieme con queste famiglie che da voi ricevono educazione, ammaestramenti ed esempj di virtù....»

«Scusate, ma io non so come c'entri la virtù; qui si tratta di doveri....»

«Oh! ma troppo rari sono coloro che gli adempiono come voi!»

«E se questo fosse? Voi non mi dovreste far merito de' mancamenti degli altri. D'avanzo qualche volta uno si figura d'aver a essere chi sa che in tante cose da nulla, ancora che nessuno glielo dia a credere! a me basta che fintanto mi reggeranno le forze, voi mi diate licenza di lavorare la vostra terra....

«Ma che cosa dite voi? Anzi io son qui per esortarvi a uscire da questa meschina capanna, e scegliervi una buona stanza nella villa, accanto a me. Voi siete vecchio, avete bisogno di qualche comodo, di coprirvi di vesti meno rozze, di nutricarvi meglio, e soprattutto d'un po' di riposo. Oh sì! a codesta età, dopo i disagi sofferti, ormai è tempo di lasciar la zappa e la vanga. Per insegnare ai miei contadini basta la vostra voce: dell'esempio n'avete dato assai; e la vostra vigilanza farà sempre un gran bene. Fin d'ora io v'assegno il mantenimento come se foste uno della mia famiglia; m'onorerò di tenervi alla mia stessa tavola, e vi prego d'accettare una provvisione in denaro. Voi sarete il capoccia dei miei contadini e il Mentore dei loro figliuoli. Se non è in poter mio di rendervi Lorenzo, abbiate invece l'amore e la riconoscenza di tante povere creaturine che già vi benedicono e vi rispettano come un padre. Io lo so, caro Marco, gli ho uditi io stesso. Amico! venite subito meco; andiamo insieme a visitare queste famiglie, e veda ognuno come io so onorare e ricompensare il vero merito.» E s'alzava per avviarsi col vecchio. Ma questi, sebbene rittosi in piedi con lui, lo rattenne garbatamente; e soggiunse:

«Che cosa occorre ch'io vi dica la consolazione che mi viene dalle vostre offerte? Ma di grazia, lasciatemi star qui. Anche questa capanna è casa vostra; e come voi vedete, mi sono ingegnato di farci tutti quei comodi e tutti quei ripari che possono occorrere a un vecchio. Non mi vietate il lavoro poco faticoso dell'orticello e della vigna; il lavoro e la temperanza sono la mia salute; e se non avessi sempre il pensiero delle mie faccende, chi sa, la malinconia m'entrerebbe addosso senza rimedio. Quand'io avrò bisogno dell'aiuto di altre braccia più robuste delle mie, oh! saprò allora dove trovarle. E questi vestiti gli ha portati così mio padre, così li portavano i miei figliuoli.... no, no! io non posso mutarli. E poi perchè vorreste voi mettere queste disuguaglianze tra me e gli altri vostri contadini? Tanto, benchè si riconoscano miei eguali, mi rispettano e danno retta a' miei consigli. Coi vecchi, mi vergognerei di parere da più di loro; coi giovani, se v'è una distinzione che valga, me l'hanno data i capelli bianchi e gli anni spesi nelle fatiche. Gli onori e i favori del principale, il vestito meno grossolano, i cibi più scelti mi leverebbero anzi una parte di quella confidenza che me gli ha affezionati. E alcuni potrebbero credere che io avessi cercato d'adempiere il mio dovere per un sentimento d'ambizione, per uscire da quello stato nel quale nacqui, e di che ho sempre detto: — Figliuoli, siatene contenti; sappiate ricavarne tutto il bene che vi può dare con l'onestà e col lavoro, e persuadetevi che alla fin de' conti pochi potranno dire di stare meglio di voialtri, anche tra quelli che vi pajono felici. — Ma se io ricuso per me quelle cose che mi sarebbero superflue, non dico già che gli altri vostri contadini stiano tutti tanto bene da non aver bisogno dell'assistenza del padrone. Vi sono certe famiglie più numerose e meno provviste delle altre; vi sono alcune case mal riparate dalle intemperie; e poveri da rivestire, e malati e vecchi e vedove da soccorrere. Ecco dove la carità e il dovere vi chiamano, massime verso chi ha faticato e fatica per farvi fruttare la terra. E già, io lo so, non occorreva ch'io mi facessi ardito a rammentarvelo. E così saranno meglio spesi anche i denari che avete la generosità d'offerirmi. Io che cosa ne dovrei fare, quando non mi manca nulla del necessario? E poi ora che son solo! Ah! se avessi da riscattare un figliuolo dalla coscrizione, e da ajutarlo per farsi uno stato, oh! allora.... non aspetterei che mi fossero offerti; mi metterei anche in ginocchio davanti un ricco misericordioso per chiedergli la vita della mia creatura.... Ma ora son solo! i miei figliuoli sono quei cari fanciulli che per amore mi chiamano nonno quando vengono ad ascoltarmi. Così quel bene che voi farete a loro e alle famiglie più bisognose, sarà come se fosse fatto a me stesso; e io ve ne serberò la medesima gratitudine.»

«Voi parlate saviamente, e so anch'io che non siete uomo da doversi ricompensare col denaro o con la vanità dell'apparenza. Aborro anch'io l'ostentazione in tutte le cose. Rimanete pure nella tranquilla oscurità che tanto vi piace. Ma le opere, amico mio, le opere buone vanno fatte conoscere; e io vorrei che i miei amici che sono in città sapessero che tesoro ho trovato quassù; vorrei che i giornali manifestassero a tutti con quanta semplicità di modi voi abbiate saputo concludere assai più di quello che insegnano i libri e le scuole.»

«Abbiatemi per iscusato se v'interrompo. Ma questo a che fine?...»

«A che fine? per dare un esempio!....»

«E a chi? e di che cosa? I vostri amici che sono in città, quelli che leggono i giornali hanno sempre sott'occhio tante miserie, e tanto più grandi di quelle che si possono ritrovare in questi luoghi fuor di mano, che se vi vogliono mettere qualche rimedio, non hanno bisogno d'imparare da un povero vecchio come me, il quale non ha fatto altro che industriarsi onestamente in quel modo che poteva essere utile a sè e ai suoi fratelli. Chi è proprio intenzionato di soccorrere gl'infelici e gl'ignoranti non si contenta di leggere la descrizione de' loro guai, ma va a ritrovarli, e vede e provvede fino a tanto che le sue forze glielo permettono. Ognuno dal canto suo obbedisce alla propria vocazione. E se vi fosse l'usanza di prender la tromba per far sapere al popolo e al comune tutto il bene che questi e quelli procureranno, io avrei sospetto che allora i più infingardi se ne stessero con le mani in cintola dicendo: — A ogni modo vi son tanti che fanno! io mi sbraccerei inutilmente; tra poco andando di questo passo non vi sarà più nessuno che abbia bisogno di essere aiutato. Voi sapete poi che quando si comincia a dir del bene di una persona, v'è sempre chi passa la parte; e quando e' entrano di mezzo le incensature, la testa di chi le riceve ne rimane invasata, e il fine del bene operare non è più quello. Tutti gli uomini hanno il loro debole; e quanto a me potrei perder la bussola come chiunque altro.

«Oh! questo poi son sicuro....»

«Figuratevi una distinzione, un titolo, il favore del padrone, i quattrini più del bisogno.... Eh! non ci vuole poi tanto a lasciarsi avvezzar male da queste cose! Oggi un pochino da non accorgersene neanche, domani un altro poco, e via discorrendo, come la gocciola che trafora la pietra, e s'arriva a metter su muffa, a crederci chi sa che, a scordarci di esser tutti fratelli. Ma già questi discorsi non hanno che fare nel caso mio. Dico così perchè così la penserei se anco mi ritrovassi a dover far dire di me. Questo che cosa mi farebbe? Rimarrei lo stesso; o una ricompensa vanagloriosa me la meriterei solamente quando mi fossi abbassato a desiderarla.»

L'altro se ne stava maravigliato, non sapendosi persuadere che un uomo dell'estrazione di Marco potesse nutrire quei sentimenti. Avvezzo a vedere, come cosa inevitabile e comune per ogni persona, la continua lotta delle ambizioni di tutte le specie, e persuaso fin dall'infanzia che non si potesse dare elevatezza d'animo in gente, come suol dirsi, volgare, tutto ciò che aveva udito gli sembrava un sogno.

Il vecchio poi, come se non paresse suo fatto, si scusò d'averlo trattenuto tanto con questi discorsi, lo ringraziò della visita, e s'accingeva a ritornare alla vigna, allorché il gentiluomo esclamò abbracciandolo:

«Padre mio, lasciate, lasciate che io vi chiami sempre così. La luce del vero è nella vostra mente! Vivete come meglio vi piace; io non divulgherò il vostro nome, vi lascerò in quella tranquilla e operosa oscurità che tanto vi è cara; ma accettate almeno,» e si levava di dito un anello prezioso, «e conservate per segno della mia venerazione, quest'anello. Fu già di mio padre....»

«E voi continuate a portarlo; è un ricordo che vi farà consolazione. Altrimenti vi direi: — Invece di darlo a me, barattatelo in tanto pane pei poveri, per quell'infinito numero di tribolati che menano una vita di stenti e d'umiliazioni intorno ai pochi ricchi della terra. Ma giacché voi mi volete dare a ogni modo una ricompensa, io vi chiederò anche più di tutto quello che m'avete offerto. Se è vero che questa buona gente dei miei compagni, e massime i loro fanciullini, abbiano ricavato qualche cosa di buono dai miei consigli e da quella po' di istruzione che mi diede mio padre, fate che morendo io abbia la consolazione di sapere che un altro farà le mie veci....»

«Io stesso che, fin d'ora, vi prego di mettermi nel numero dei vostri alunni....»

«O che farà anche meglio, purché s'attenga sempre alla semplicità che ho visto per esperienza essere tanto efficace. A volere educare e istruire quelli che, poveretti, non sanno ancora il bene che potrebbero ricavarne, bisogna contentarci di poche cose, d'andare innanzi a passo lento, purché si vada sempre innanzi, e che non manchi il coraggio quando s'incontrano degli ostacoli nè diminuisca mai la costanza. Chi vuol troppo e troppo presto, non conclude nulla; meglio l'ignoranza che un'istruzione abborracciata e superflua, moderazione nelle nuovità, nessun artifizio, nessuna perdita di tempo in prove capricciose ed inutili, e prima di tutto e sempre l'educazione del cuore. Chi non venisse docile a voi, non lo costringete con l'autorità del comando, ma persuadetelo prima con le buone ragioni, e poi lasciate fare all'esempio degli altri; i più restii a poco per volta diventano i più solleciti.... Ma voi non avete bisogno de' miei suggerimenti, nè io sarei capace di darne a nessuno. Dico questo, perchè me l'ha insegnato mio padre; e ho visto con l'esperienza che mio padre aveva ragione.»

Il gentiluomo ripetè allora la sua promessa di continuare da se medesimo l'opera del vecchio Marco, e di trasmetterne l'obbligo ai figliuoli e agli eredi, destinando in perpetuo una parte del patrimonio all'educazione, all'istruzione e al miglioramento di stato dei suoi contadini e dei poveri dei contorni. E questa promessa fu attenuta.

Il vecchio Marco morì con la pace del giusto e con la contentezza di lasciare nel proprietario di quelle terre ai suoi figliuoli adottivi un altro padre sempre sollecito del loro vero bene. Era questa la sola ricompensa ch'egli desiderava delle sue fatiche, e l'ottenne: così il fine della virtù consiste nel conseguimento del bene per gli altri.

IX. I Racconti della Milla.

1.

Sofia. Oggi dunque avremo da noi la Milla, è vero, sorelle? Quanto è buona la vecchia Milla, eh? che ne dite?

Sorelle. Buonissima; devi dire buonissima.

Sof. L'avete caro ch'ella venga a tenerci compagnia?

Sorelle. Altro!

Maria. Io n'ho un gusto matto.

Teresa. Io vorrei averla meco il giorno e la notte.

Sofia. Or ora sarà qui. Poniamo in ordine i nostri lavori.

Luigia. E prepariamoci a stare allegre davvero.

Maria. Già io mi aspetto un racconto.

Angiolina. Io la chicca....

Teresa. Oh, sì! Appena è venuta, glielo dico subito veh! un racconto da sua pari.

Luigia. Porterà la rocca e io voglio filare con la sua rocca; io mi ci diverto tanto!

Angiol. Ma quanto si fa aspettare!

Sof. Oh! un po' di pazienza. Sono andati a chiamarla ch'è poco. La non ha le nostre gambe, sapete?

Angiol. Potevano esser andati a chiamarla più presto.

Maria. Oh che uggia aspettar tanto!

Sofia. Zitte, zitte, bambine! Sentite.... intanto che aspettiamo, farò io da Milla. Vo' vedere se so imitarla. Questa mazza del babbo sarà la rocca.... Qui, nel suo seggiolone. Bambine mie.... (cercando d'imitare la Milla).

Luigia. Oh! sì, sì, facci un po' ridere. Ma ci vorrebbero gli occhiali.

Sofia. Hai ragione, gli occhiali; e dov'è ora un pajo d'occhiali? Basta, figuratevi ch'io gli abbia. Ecco; grassa grassa; co' suoi occhialoni a cavalluccio sul naso. Comincia a filare.... Noi ci mettiamo fitte fitte intorno a lei e la guardiamo.... Comincia a ridere.... Ecco, si mette le mani in tasca....

Angiol. E tira fuora un confetto....

Sofia. No signora.... E tira fuori la scatola del tabacco (figura di prendere il tabacco).

Angiol. Eh! va' via col tabacco.

Sofia. E poi dice.... dopo aver tossito....

Maria. Volete sentire un racconto?

Sofia. Aspetta! — Bambine mie, state voi tutte bene? Avete voglia?...

Maria. Di sentir come e quando....

Sofia. Ancora no! Non mi interrompete. — Avete voi voglia di lavorare?

Maria. Che! Tu non ci riesci a imitarla.

Luigia. Queste non sono dimande da farsi a noi.

Teresa. Sarebbe un'offesa. Noi lavoriamo sempre di genio.

Luigia. Ce ne vuole per essere un'altra Milla!

Sofia. Eh! lo so, per contentare voialtre....

Angiol. E poi la prima cosa dev'essere la chicca.

Milla. Come, come? I' ho a sentire anche questa? Deo grazia, bambine.

Così dicendo, la Milla (udite l'ultime parole dell'Angiolina) apre la porta, ed entra. Le giovinette, sorprese ed allegre, esclamano:

«Eccola, Eccola! Viva la nostra Milla!» Poi corrono ad incontrarla. L'Angiolina si mostra un po' compunta, e meno sollecita; ma a lei, prima che alle altre, la Milla si volge sorridendo, e le dice:

Milla. Non le vo' più sentire queste cose, Angiolina mia. Non conviene mostrarsi ghiotta, nè anche per ischerzo. E poi, un bravo signore m'ha detto che i dolci fanno male ai bambini; e so che la mamma pensa come lui; e hanno ragione. Oh! non voglio far cose di danno a te e di dispiacere a tua madre. Ho per voi tutte un racconto, che ve ne grillerà 'l core. Andiamo andiamo (va nel suo seggiolone); a sedere tutte: e prendete i vostri compiti. Il babbo e la mamma son fuori eh? Ed io farò da babbo e da mamma, se Dio m'aiti.

Sofia. Brava, brava! Siamo tutte contente quando vieni da noi.

Maria. E quanto ti abbiamo desiderata!

Angiol. Più di tutto di tutto!

Milla. E per me è un giorno di festa quando sono con voi.

Sofia. Andiamo, io qui accanto alla Milla. Tu qui, Maria... e voialtre.... sicuro.... così va bene. Tutte intorno alla brava Milla (le bambine si pongono a sedere).

Milla. O bene via! Dite un po', le mie care fanciulle.... (le bambine ridono mentre la Milla si accomoda gli occhiali). Oh! E ora? di che ridete?... Almanco aspettate ch'io mi sia messo le barelle sul naso, prima di far questi versi. Vedete un po'!... Insomma, si può sapere di che tanto ridiate?

Bambin. Sofia....

Sofia. Oh! lo dirò io il perchè. La Milla mi perdonerà lo scherzo, io spero. Sai tu, Milla? Mi era posta nel tuo seggiolone per contraffarti; mi dispiaceva di non avere gli occhiali da par tua.... e ora che gli hai....

Milla. Ho capito, via, ho capito. A lei, signora dottoressa, si metta gli occhiali, e mi contraffaccia meglio ora (e mette i suoi occhiali sul naso a Sofia).

Bam. (ridono vedendo la Sofia con gli occhiali della Milla).

Milla. Chi burla è burlato, dice il proverbio, sa ella?

Sofia. Per carità! Che te lo sei avuto a male, Milla mia, questo scherzo?

Milla. No, no, il Ciel me ne guardi! Anch'io fo per chiasso. I' so bene che il brio di voialtre fanciulline è innocente; e che nessuna di voi avrebbe il coraggio di beffarsi di una povera vecchia. Ora stiamo allegre, su via, stiamo allegre. Se sapeste! Ho tanta voglia anch'io di spassarmi con voi! Quand'io ho a venir qui, mi sento quasi ringiovanire.

E le fanciullette, fatta corona alla vecchia, si sogguardano e sorridono col lavoro in mano, aspettandosi a ogni momento che la buona vecchia incominci a dire le solite barzellette o a raccontare. Essa avvolge il pennecchio alla rocca, vi adatta la pergamena, e guarda sorridendo quel cerchio di fantoline, i cui anni messi tutti insieme, appena appena fanno la metà de' suoi. Per due o tre volte fa con la bocca un certo atto, come di chi vuol parlare, e poi non trova subito il verso, o pensa ad altro; e le fanciulle, per due o tre volte si rigirano sulla sedia e spingono innanzi la faccia, come chi si dispone a sentir cosa che assai gli prema. Finalmente la Milla apre la bocca per parlare di buono, e incomincia in questo modo.

Milla. Oh.... sentite.... Ma prima, dovete sapere ch'egli è un fatto proprio vero, seguito giù di quì, e' son anni, anni!... E' mi fu raccontato da un baccalare, da uno di que' che la sanno lunga. E vi dirò le sue proprie parole. Oh! sì, me ne ricordo come se fuss'ora. Dunque state a sentire.... Badiamo veh! gli è un po' lungo, ma e' vi piacerà: e non mi interrompete, eh, voialtre piccine?

Bam. No, no, Milla. Fa' presto.

Milla. Ch'i' non senta uno zitto! Me lo promettete?

Bam. Sì, te lo promettiamo. Racconta, racconta.

Milla. Comincio subito. Ma voglio posar la rocca, perchè non vorrei....

Bam. Oh che pazienza!

Milla. Meno furia! Roma non fu fatta in un giorno. Mettiamola qui. Ve', ve', a Maria farebbe gola quella rocca. Verrà tempo che filerai anche tu.

Maria. No, no; ora non ne ho voglia. Mi par mill'anni che tu incominci.

Milla. Eccomi davvero. Sentite (sputa, si soffia il naso, e principia)

RIGUCCIO

PARTE PRIMA

A Fiesole in Borg'unto, era una buona fanciulla di 16 in 17 anni, piuttosto più che meno, bianca e linda com'il bucato, con due occhi neri sgranati, e tenera tenera come il latte premuto. L'era proprio una consolazione a vederla, in una casetta pulita, con tutte le su' cose a sesto, che io non vi so dire. La sua povera mamma era morta giovane d'un male lento e penoso, e avea lasciata questa figliuola e un angioletto d'otto o nov'anni, salvo il vero. Il padre, morto anch'esso, e prima della moglie, era mugnaio; e nella sua casetta di Borg'unto avea messo in piedi una bottega per la vendita della farina e del semolino, e via discorrendo. Quand'era viva la madre di Marta, vi stava essa al banco; e, alla meglio, tirava innanzi la famigliuola, senz'altro ajuto che quello del suo buon garbo e della sua onestà. Ma quando quella madre infelice non ebbe più forza di patire i dolori di questa terra, Marta potete figurarvi quanto rimanesse sconsolata col suo Riguccio! E' credevano di dover portare alla sepoltura anche lei. Per qualche giorno la modesta bottega fu chiusa, e la casetta fu chiusa, e Riguccio non andò a fare il chiasso con gli altri ragazzi in piazza di Fiesole, e Marta pianse dì e notte accanto al letto della defunta madre. Non vi fu un cristiano in Fiesole che non si affliggesse per Marta ch'era l'idolo di tutti; e a certe pietose donne riuscì finalmente di consolare un po' l'orfanella, e di farle rivedere la faccia del sole. A un tal Romolo, parente lontano del padre di Marta, fu dato l'incarico di guardare agl'interessucci di que' due sventurati. Ma questo tutore, scelto in mal'ora, altro non era che un disutilaccio, Iddio lo perdoni, che faceva d'ogni erba un fascio, e aveva il lacrimevole vizio di bazzicare ogni po' l'osteria. Di rado capitava in sul far bruzzo nella bottega della farina, traballando com'il solaio sotto il badile, a farvi che? a metter a soqquadro ogni cosa, e spesso con due o tre compagni della stessa pasta, che gli facevan tenore. Figuratevi Marta! Ma la poverina, fatta più coraggiosa dalla disgrazia più grande, s'acconciò da sè a bottega, e coi modi aggraziati, che rammentavan sua madre buon'anima, seppe così bene richiamar gli avventori, che tutti volentieri difilavano a comperare il fior della farina da lei. Chi l'avesse vista col suo candido grembialetto, dare a tutti con gentil modo il buon peso, accogliere e baciare da sorella i fantolini che andavano col soldo stretto nel pugno a fare spesa, rimandar sempre il povero consolato di qualche elemosina di farina o di grano, sopportare con angelica rassegnazione i mali trattamenti di Romolo, e custodirlo quando il vino l'avea messo proprio in terra, e dolcemente ammonirlo e consigliarlo quando pareva in buona, sicché talvolta e' ne rimaneva commosso, l'avrebbe detta un angiolo venuto in terra a consolazione degli uomini. E così, a stento, poteva campar da ruina quel po' di bene di Dio che a lei e a Riguccio lasciato avevano i genitori. Ora, a proposito di Riguccio, per tornare un passo indietro, e' bisogna sapere che egli andava a scuola a imparare il latino, perchè suo padre, povero uomo, aveva avuta grande smania d'aver nella casata un calonaco[15]; e Romolo, che non gli pareva vero metter la tonaca a quel ragazzo, per non averlo più tra' piedi e lasciarlo al Capitolo, era intestato a far eseguire la volontà del defunto. Ma il povero piccino, di quello studio non ne capì a buccicata, e spesso gli toccava a star ginocchioni, e far pepino[16] in mezzo di scuola. Voglia d'istruirsi, come l'avrebbe avuta! ma quelle parolacce nere nere in bus ed in bas non gli entravano in capo, e lo facevano andare alla malora. E la mamma, povera mamma! gli aveva promesso di liberarlo da quel diascolo dell'inferno, intercedendo per lui presso il tutore, e di mandarlo piuttosto laggiù a Firenze da un certo maestro Michelangiolo famosissimo, che insegnava a far certe statue di marmo ch'egli era un portento a vederle; perchè Riguccio bisogna dir proprio ch'e' fosse nato con quella pulce nel capo, di voler fare le statue di marmo. Ogni volta che con que' suoi occhiolini scorgeva un'immagine di terra cotta o di pietra delle cave, o di marmo, e nella cattedrale di Fiesole un certo mausoleo d'un vescovo, e' restava lì basito a guardare, e si sarebbe scordato della merenda. Quando poi sulla piazza di Fiesole cascava giù la neve come Iddio la manda, correva là a rimpasticciare certi fantocci, che tutti chi li mirava e' non facevan altro che dire, ve' belli! Ma la mamma era morta! E Riguccio tutto scorrucciato e sulle spine, andava alla scuola sì, ma sempre alle solite. E Marta ci soffriva, e sospirava con lui confortandolo amorevolmente a sperare, che un qualche rimedio prima o poi sarebbe venuto; e finalmente fattasi animo, lo prese un giorno con sè, e andò a incontrar Romolo, che tornava dal mulino, lì presso al cimitero di Fiesole, dov'era sepolta anche la sua povera mamma. Lo fermò, e gli disse di volergli chiedere una grazia; una grazia che quella sventurata che giaceva colà sotto terra gli volea chiedere prima di morire; ma Dio non le lasciò tempo; ed ella pigliava ora le sue parti, e lo pregava in nome di lei a voler liberare Riguccio dalle parole latine, e mandarlo da maestro Michelangiolo a Firenze a studiare scultura, che tanto e po' tanto Riguccio inclinava a quell'arte: e piangeva accennando le sepolture, e Riguccio stava col viso nascosto nel guarnellino della sorella. Romolo in sulle prime non volea neppure stare a sentir que' discorsi; ma le lacrime e le parole di Marta, che avrebbero intenerito un cuore più duro del suo, tanto poterono che Romolo si strinse nelle spalle, e per levarsi, com'e' diceva, quella seccatura di torno: Va', disse a Marta, va' pure a Firenze, a condurre questo monello a imparare lo scalpellino. E in quel dire adocchiò un suo compagnone, gli fe' cenno ponendo il pollice della destra sulle labbra con la mano e il gomito sollevato, e diè di volta verso la bettola. Marta lo ringraziò in nome del Cielo e di sua madre, e un po' tra 'l dolce e l'amaro, prese per mano Riguccio tutto ringalluzzato, e tornò a casa. Quivi si ajutò presto presto a rassettare alla meglio tutte le briccicòle di Riguccio per mandarlo un po' ravviatino a Firenze. «Ma intanto, gli diceva, come farai tu, piccino mio, a scendere ogni mattina a Firenze, e di Firenze risalir quassù ogni sera? Le tue gambucce ti porteranno? — «Eh! perchè no? Dovessi andare anche a finimondo, rispondeva quell'innocente, v'andrei come fanno le rondini, purché potessi imparare una volta a fare un po' un viso di Madonna a me' modo.» — «E solo solo?... Io non ti potrò accompagnare....» — «Oh! non aver paura! E poi vi son tanti scalpellini e sbozzatori quassù, che vanno ogni giorno a Firenze!» — «È vero, hai ragione. Pregherò il Gori che ci abbia un occhio. — «Sì, sì, il mio compare. Gli voglio tanto bene, ed egli ne vuol tanto a me, che lo farà volentieri.» — «E il tuo desinaruccio, non te lo potrò più fare io con le mie mani, e resterò sola....» — «Tu mi farai la cena e la colazione, e staremo insieme la sera, e le domeniche; e io ti racconterò allora tante cose....» — «Bene via, domani è domenica; la bottega sta chiusa; sì.... domani anderemo a Firenze.... Ma.... e da chi anderemo, noi poveretti, ora che ci penso su con più fondamento? Dove troveremo uno che ci accompagni, che ci presenti a Michelangiolo? Io, meschina me! come potrei fare a parlare ad un uomo tanto famoso? E poi, mi ascolterebbe?... Oh! aspetta, aspetta! quel Gelasio, quel cugino della povera mamma, quello che sta sempre laggiù a Firenze, in quella casa grande grande.... egli, egli mi farà questa carità, ne son certa. E' mi pare un buon uomo; quando v'andavo con la povera mamma che gli faceva sempre un regaluccio di castagne e di fior di farina, e' ci faceva pure il buon viso! Se ne ricorderà di noi. Sì, sì, anderemo da lui.» — Così per la coraggiosa Marta non v'erano ostacoli, e si figurava che tutto sarebbe andato benone. Ma poveretta! Ella era stata, sì, qualche volta a Firenze con sua madre buon'anima; ma non potea sapere quanto fosse difficile a una fanciulla timida e inesperta come lei, senza conoscenze di Fiorentini, in quei tempi indiavolati, col solo ajuto di quel Gelasio, che sarà stato forse un povero fante, aggirarsi in quella gran voragine, parlare a Michelangiolo; a quell'uomo straordinario, concludere un affare di quella sorta, per un ragazzo di sì tenera età. Ma tentar non è mai male, e a chi nulla tenta, nulla riesce.

PARTE SECONDA

Ecco il dì di domenica, in sull'alba, sereno come il volto e l'anima di Marta. Il campanile di Fiesole annunziava suonando a festa l'ora dello svegliarsi; e Marta ai primi tocchi della campana balzava dal suo letticciuolo, accoglieva in cuore buon augurio dalla bellezza del tempo, e acconciatesi addosso le proprie vesti, preparava con amorosa sollecitudine quelle di Riguccio, ammanniva la colazione, e sbrigava quelle faccende, pregando in silenzio per non isvegliare ancora il fratello. Andò due o tre volte a guardarlo, e pareale vago siccome un angioletto: nè lo svegliò se non quando ebbe ogni cosa all'ordine per vestirlo da festa, e dargli da colazione, e menarlo a Firenze. «Andiamo, Riguccio; oggi Iddio deciderà della tua sorte. Raccomandiamoci a Lui; e la mamma, sai? e la mamma pregherà anch'essa per noi. Andiamo a Firenze.»

Pag. 110.

Eccoli sulla via. Nel sereno della notte l'erbe s'eran coperte di rugiada, il calore del sole nascente la scioglieva in vapori, e le nebbie ricoprivano la pianura. Ma una brezza di ponente un po' qua e un po' là sollevava e dissipava quelle nebbie, sicchè or si scorgeva un pezzo di paese, ora un pezzo di città comparire com'isola in mezzo a splendido mare. Ma presto disparvero quei flutti vaporosi; e allora com'era magnifico lo spettacolo della valle dell'Arno vista da quell'altura di Fiesole! E la città distesa nel mezzo a un torrente di luce che pioveavi sopra a fare scintillar come soli le finestre dei templi e dei palazzi. Tante e tante campane risuonavano insieme e producevano tale armonia che i giovinetti ne restarono insolitamente meravigliati, perchè prima non s'eran trovati in uno stato da essere tanto commossi a quello spettacolo, non avendo mai avuta la mente e il cuore pieni di trepidanza e di confusi e teneri sentimenti come in quel giorno. Firenze per loro era divenuta un mistero: la terra promessa, o il deserto. Marta andava, andava, ma più col pensiero che con le gambe; a ogni passo verso colà nasceale un sospetto, un dubbio, un timore. Troverò io chi cerco? Sarò io esaudita? o scacciata? o derisa? Fra tanta gente, sola con questo fanciullo! Ma Dio m'accompagnerà; ed affrettavasi in così dire e in un momento avea fatta una di quelle rapide scese che mutano lo spettacolo della veduta come un incanto. Riguccio non era mai stato a Firenze; ma aveva sentito dire e dire.... Case spropositate, innumerabili, strade che non finiscono mai, chiese immense, colonne, portici, e una folla di gente, che va e viene, cocchi, soldati, e vesti di mille foggie, e quel che è più, statue, statue da incantar le persone. E tutto ciò che egli confusamente vedeva sollevarsi laggiù tra gli altri edifizi, gli pareva una statua, che dovesse, accostandovisi, mostrar braccia e gambe e testa gigantesche, maravigliose.... Altro che i suoi fantocci di neve! altro che le immagini dei tabernacoli! Ma sapete? eran poi campanili, torri, cupolette, rocche di cammini, alberi, merli.... E dove son dunque le statue? e s'indispettiva, il povero Riguccio, per l'impazienza, e sbirciava da averne dolore negli occhi. E tutti i suoi pensieri non erano altro che questi. Quando uno spettacolo più vicino e dolente arrestò impauriti i nostri viandanti. Era un uomo steso bocconi, immobile sopra la terra con la testa penzolante nel fosso e insanguinata. Dio mio! l'idea che fosse un morto, la solitudine del luogo in quell'ora sì mattutina, gli fece raccapriccire e arretrarsi. Ma ritrovò presto la buona Marta il suo coraggio; guardò con occhi più fermi, protese la testa verso il meschino, le parve scorgervi un segno di vita, gli corse presso, lo sollevò, fasciò la ferita col fazzoletto, saltò in Mugnone, e inzuppato il velo nell'acqua, la spruzzò nella fronte al caduto e nettatolo un poco, lo riconobbe per un misero di que' contorni, che spesso facea per improvviso svenimento quelle male cadute. Egli cominciò a riaversi, e Marta si provò a trarlo sotto un albero, perchè stasse meno in disagio; ma da tanto le sue forze non erano; ed allora le giunse un aiuto inatteso. La sollecitudine di Marta in prestar quel soccorso tanta era stata, da non farla accorta che verso quel luogo veniva un uomo pulitamente vestito, di volto un po' burbero ma umano, il quale accostatosele, zitto zitto le diè vigoroso ajuto in quell'ufficio ch'ella non potea compiere da se sola. Riguccio in tutto questo tempo s'affannava a fare, si dava gran moto, ma che poteva? Alfine il povero si riebbe; la ferita era poco temibile; lo condussero nella casa vicina d'un mugnajo conoscente di Marta; essa glielo raccomandò come fosse suo padre: il mugnajo forse anche più volentieri alle preghiere di Marta, lo accolse e n'ebbe cura. Marta ringraziò poi dell'apprestatole ajuto l'incognito con quel suo fare tanto garbato, ch'e' ne sentì in cuore i' non vi so dire qual tenerezza. Ed egli avea già visto da lontano ogni cosa; e quantunque paresse non d'altro premuroso che di continuar la sua via tra sè e sè co' suoi pensieri fantasticando, pur non potè a meno di rallentare il passo, e considerare la bella faccia di quella buona ragazza e l'ingenuo volto del vispo fanciullo che non gli avea mai levati gli occhi di dosso. Infine rallentò il passo, e si rivolse a domandare a Marta (come taluni fanno in campagna) s'ella fosse fiesolana, e dove ne andasse mai a quell'ora con quel ragazzo. Marta cortesemente gli palesò la sua condizione, gli narrò il fine della sua gita a Firenze, gli parlò dell'inclinazione di Riguccio per l'arte (e qui anch'egli mise la bocca) e gli fece note le sue incertezze, i suoi timori, e di Michelangiolo ragionò come dello Smisurato. Quel messere intanto andava fisamente guardando or Riguccio ora Marta, e or sorrideva, ora aggrottava le ciglia e increspava la fronte, come chi si trova agitato da gravi pensieri. — «Dunque tu, fiesolanetto mio caro, tu ami la scultura, e piccin come sei, vorresti porti a studiarla?» — Oh! sì davvero! non sarò contento finché non mi vedrò nascer sotto le mani un volto bello come quelli che sono lassù nella chiesa di Fiesole.» — «Davvero! e come quello scolpito da Mino, eh?» — «Chi è questo Mino, scusate?» — «Oh! il piccolo artefice che non conosce il grande scultore della sua patria! Ma tu sei troppo in erba, è vero, per saper queste cose. Te lo dirò io; Mino è un fiesolano, famoso scultore; è quello appunto che ha scolpito il monumento del Vescovo Salutati nella chiesa di Fiesole.» — «Oh che mi dic'ella! Questo Mino è nato proprio nell'aria di Fiesole? Che grand'uomo doveva essere! Com'è bello quel vescovo! Vero che par vivo quel volto!» — «Sì, Mino era un grand'uomo, e quello è un gran bel volto, Riguccio! e anch'io, sai? anch'io vi sono stato estatico a rimirarlo, e l'ho studiato, e non ho potuto ancora farne uno che valga quello. Ah possa tu aver questa sorte! E giacché parmi che il Signore ti voglia mettere in sulla via dell'arte, vieni, Riguccio, vieni pur meco. Ti condurrò io a maestro Michelangiolo.» A questa profferta si sentirono consolati. Andarono dietro dietro a quell'uomo, per un pezzetto in silenzio, guardandosi di tempo in tempo con occhiate di giubbilo. Presto giunsero alla Porta San Gallo; entrati in Firenze, Riguccio non capiva in sè dalla maraviglia. Tutto quanto aveva udito dire della città gli pareva nulla. Quando poi vide la Cupola e il Campanile!... Basta dire che Marta dovè allora pigliarlo per mano, e quasi trascinarlo dietro la loro incognita guida. Dove la calca della gente incominciò a farsi maggiore, tutti guardavano e molti facevano riverenza a colui che gli menava seco. Alfine egli entra nel terreno d'una casa, spinge innanzi una porta, li fa passare in uno stanzone pieno di statue e di marmi abbozzati, e dice sorridendo: «Ecco qui maestro Michelangiolo.» Guardarono intorno timidamente, e non v'era altri che egli stesso. «Dunque!...» — «Dunque sono io.... così è: quello che tu cerchi son io, che non ho difficoltà ad insegnarti quel che vorrai. Sicuro! La tua faccia, la tua inclinazione, mi promettono un artefice. Vedremo. Bada bene! è un gran cimento, Riguccio, il tuo; ma non iscoraggirti; anch'io da giovinetto sentii un impulso prepotente, e alfine potei ubbidirvi, e trovai anch'io un maestro che m'accolse amorevole. Io seguirò quell'esempio. È una via di triboli quella che tu scegli; ma, se sarai uomo, e avrai anima vera d'artefice, quei triboli invece d'arrestarti, saranno di sprone all'ingegno e potrebbero spingerti alla gloria. Intanto, ecco la mia bottega. Dimani t'aspetto.» Queste cose dette con impeto di grande passione una dietro l'altra, senza respiro, colpirono prima di gran sorpresa Marta e Riguccio, che finalmente poi diedero ambedue in un pianto dirotto; s'abbracciarono, copersero di baci e di lacrime le mani di Michelangelo, e benedissero Dio.

2.

Sof. Eh! il tempo non può esser più bello. Per questa parte non ho paura.

Lui. O dunque per quale? che altro motivo ci potrebb'essere che oggi la Milla non venisse da noi?

Sof. Chi lo sa? forse per via della debolezza. Sta un po' lontano di casa.

Mar. Sicuro! Dopo la malattia che ha sofferto, sarà debole. È stata più d'un mese nel letto, povera vecchia!

Ang. Ma ora è guarita hanno detto.

Ter. Ora è convalescente.

Ang. Convalescente che cosa vuol dire?

Ter. Domandalo a Sofia; te lo saprà dire meglio di me.

Sof. Vuol dire che è guarita, ma che è obbligata a un riguardo per mettersi in forze.

Infatti non potrà ancora arrischiarsi a far quel che faceva prima d'aver avuto quella febbre tanto cattiva: camminar di molto, uscir di casa a tutte l'ore....

Lui. Mi fate celia? ci vuole un gran riguardo, altrimenti....

Sof. Guai a lei se le ritornasse il male addosso! le ricadute sono peggiori delle malattie.

Ter. Oh! guarda guarda! l'Angiolina fa i lucciconi!

Mar. Chi sa che cosa avrà capito per convalescenza!

Sof. È guarita, sai? Angiolina, la Milla è guarita e sta bene.

Ang. Ma non è venuta da noi....

Mar. Se non viene oggi, verrà domani.