Il paese del maleficio

Parte prima

I

Il signor Queen scopre l’America

Ellery Queen stava immerso nei bagagli fino alle ginocchia, sulla banchina della stazione di Wrightsville, e pensava: “Mi par di essere un ammiraglio: l’ammiraglio Colombo”.

La stazione era poco più di una baracca in mattoni rosso scuro. Su una carriola di ferro arrugginito, due ragazzini in tuta blu fissavano il viaggiatore con lo sguardo assente, masticando gomma all’unisono. Sulla ghiaia del piazzale vari cavalli avevano lasciato i loro ricordi. In lontananza il signor Queen scorse alcuni edifici di una certa imponenza. In quella parte era la città propriamente detta. Dal lato opposto della stazione c’erano soltanto magazzini. Il resto era tutto bosco.

“La campagna è sempre bella, perdinci” mormorava il signor Queen con entusiasmo. “Verde e gialla. I colori della paglia. E il cielo è di un azzurro inverosimile e le nubi sono d’un bianco inverosimile. Da una parte la città e dall’altra la campagna; e qui s’incontrano, qui dove la stazione di Wrightsville sembra, per così dire, volgere le spalle al ventesimo secolo. Sì, Ellery, hai trovato quello che cercavi. Facchinooo!…”

Nessuno dei tre alberghi della città era in grado di offrire al forestiero una camera anche modesta. C’era un’insolita affluenza di forestieri a Wrightsville e l’ultima stanza disponibile all’albergo Hollis fu soffiata sotto il naso del signor Queen da un signore maestoso che aveva l’impronta inconfondibile del funzionario governativo. Senza scoraggiarsi il signor Queen depositò le valige all’albergo Hollis, fece colazione in un ristorante vicino e lesse una copia del Wrightsville Record…, editore e direttore Frank Lloyd. Imparò a memoria i nomi menzionati nel Record che sembravano avere una certa importanza locale, comperò due pacchetti di sigarette, nonché una pianta della città, poi s’incamminò attraverso la piazza sotto il sole cocente.

Al centro della piazza, il signor Queen si fermò per ammirare la statua di Jezreel Wright che aveva fondato la città nell’anno 1701, quando era una riserva indiana abbandonata, aveva pavimentato le strade, avviato una fattoria e prosperato. Parve al signor Queen che le finestre della Wrightsville National Bank (John F. Wright, presidente) gli sorridessero; il signor Queen ricambiò il sorriso.

Poi fece un giro intorno alla piazza (che era rotonda), sbirciò nelle vetrine di varie botteghe tra le quali la Farmacia Centrale, di proprietà di Myron Garback, e osservò le strade che si dipartivano a raggera dalla piazza. All’imbocco di un ampio corso troneggiavano l’edificio rosso del Municipio e la Biblioteca Carnegie, mentre in lontananza si scorgevano gli alberi di un parco. C’era poi una strada fiancheggiata di botteghe, affollata di donne in abiti dimessi e di uomini in tenuta da lavoro. Per quella strada s’incamminò il signor Queen e vi trovò l’ufficio del Record; dalla via si scorgeva la grossa rotativa che il vecchio Phinny Baker era intento a lustrare, dopo la tiratura del giornale del mattino. C’erano poi i grandi magazzini, il nuovo ufficio postale, il Teatro Bijou e l’Agenzia Immobiliare J. C. Pettigrew. Ellery entrò nella Cremeria Al Brown, prese un gelato e ascoltò le chiacchiere di un gruppetto di studenti.

Il signor Queen continuò le sue esplorazioni in città. Gli piacque l’aquila impagliata che troneggiava nel vestibolo della Biblioteca Carnegie e gli piacque persino la signorina Aikin, la vecchia bibliotecaria, che gli lanciò un’occhiataccia come per dirgli: «Se crede di potermi soffiare un libro sotto il naso, si sbaglia, giovanotto!». Gli piacquero le stradicciole tortuose del Low Village, l’Emporio Generale di Sidney Gotch dove comprò un pacchetto di tabacco da masticare tanto per avere la scusa di fiutare l’odore misto di caffè, di suole di gomma, d’aceto, di formaggio e di petrolio di cui era impregnata l’atmosfera del bottegone.

Sidney Gotch, proprietario dell’emporio, spiegò a Ellery Queen il mistero della scarsità degli alloggi. Alcuni stabilimenti, tra i quali un lanificio situato vicino al monumento ai caduti di Low Village, erano stati riaperti recentemente ed avevano ottenuto grosse ordinazioni per l’Esercito.

«Qui si lavora in pieno, caro signore» dichiarò Sidney. «Non mi meraviglio che non sia riuscito a trovare alloggio. Io ho dovuto ospitare uno zio e un cugino che vengono da Pittsburg!»

Insomma tutto piaceva al signor Queen. Guardò l’orologio sulla torre del municipio. Le due e mezzo. Sicché, non c’erano camere? A passo rapido rifece la Lower Main e si fermò soltanto quando ebbe raggiunto il negozio su cui spiccava l’insegna dell’Agenzia Immobiliare J. G. Pettigrew.

II

La Casa del Malaugurio

Il signor J. G. Pettigrew sonnecchiava coi piedi sulla scrivania quando il signor Queen entrò. Era tornato da poco dal pranzo settimanale della Camera di Commercio a Upham House, ed era gonfio di pollo arrosto, specialità di mamma Upham. Il signor Queen lo svegliò.

«Mi chiamo Smith» dichiarò il signor Queen. «Sono appena arrivato a Wrightsville e cerco una casetta ammobiliata da affittare mese per mese.»

«Lieto di conoscerla, signor Smith» rispose J. G., infilandosi la giacca da ufficio di gabardine. «Misericordia, che caldo! Una casetta ammobiliata, eh? Si vede che è forestiero. Casette ammobiliate non se ne trovano a Wrightsville, signor Smith.»

«Magari un appartamentino.»

«Peggio che peggio.» J. G. sbadigliò. «Mi pare che il caldo vada aumentando.»

«Pare anche a me» convenne Ellery.

Il signor Pettigrew si appoggiò all’indietro contro lo schienale della poltroncina girevole e, con uno stuzzicadenti d’avorio, tolse un frammento di pollo che aveva tra i denti, poi l’esaminò con attenzione.

«Il problema degli alloggi è grave. Sissignore. La gente affluisce in questa città di continuo. Molti vengono a lavorare negli stabilimenti. Aspetti un minuto!» Il signor Queen aspettò, mentre J. G. toglieva delicatamente dallo stuzzicadenti il frammento di pollo. «Signor Smith, lei è superstizioso?»

Queen lo guardò allarmato.

«Veramente no.»

«In tal caso…» cominciò J. G. rischiarandosi in volto, ma si fermò. «Che mestiere fa? Non che questo cambi molto le cose, ma…»

Ellery esitò un attimo.

«Sono uno scrittore.»

Pettigrew spalancò gli occhi.

«Scrive novelle?»

«Precisamente… novelle, libri e così via…»

«Guarda, guarda» fece J. G. sorridendo. «Onoratissimo di conoscerla, signor Smith. Smith… strano, io leggo molto, ma non mi sembra d’aver mai visto… Com’è il suo nome di battesimo, signor Smith?»

«Ellery. Ellery Smith.»

«Ellery Smith» ripeté J. G. meditabondo.

Il signor Queen sorrise.

«Scrivo sotto uno pseudonimo.»

«Ah, sotto uno pseudonimo?» insistette il signor Pettigrew; poi, vedendo che il signor Smith continuava a sorridere, si stropicciò il mento e soggiunse: «Immagino che sia in grado di dare referenze».

«Spero che il pagamento anticipato di un trimestre d’affitto basti a conquistarmi una buona reputazione a Wrightsville, signor Pettigrew.»

«Senza dubbio» rispose J. G. sogghignando. «Venga con me, signor Smith. Ho proprio la casa che fa al caso suo.»

«Perché mi ha domandato se sono superstizio so?» chiese Ellery mentre salivano sulla utilitaria verde di J. G. «Si tratta forse di una casa stregata?»

«Ehm… no. Ma corrono strane voci su quella casa… voci che potrebbero darle un’idea per uno dei suoi romanzi. È una villetta sulla collina, proprio accanto all’abitazione di John F. Wright, presidente della Wrightsville National Bank. I Wright sono la più antica famiglia della città. Ebbene signor Smith: tre anni or sono, una delle tre figlie di John… la seconda, Nora… si fidanzò con un certo Jim Haight che era cassiere nella banca di John F. Wright. Haight non era nativo del luogo… era venuto a Wright da New York due anni prima, con ottime raccomandazioni. Aveva cominciato come vice-cassiere e stava facendo carriera. Pareva un bravo ragazzo; evitava le cattive compagnie, frequentava la biblioteca e si divertiva poco. Era simpatico a tutti.»

Il signor Pettigrew sospirò, ed Ellery si chiese perché mai quell’argomento lo deprimesse.

«Mi sembra di capire che alla signorina Nora Wright fosse più simpatico che agli altri» mormorò Ellery.

«Proprio così» borbottò J. G. «Ne era innamorata pazza. Nora era sempre stata una ragazza quieta, prima che Jim comparisse all’orizzonte. Porta gli occhiali, e forse per questo credeva di mancare di attrattive. Infatti, mentre le sorelle, Lola e Patricia, si davano alla pazza gioia con gli amici, lei se ne stava quasi sempre a casa a cucire e ad aiutare la mamma nelle opere di beneficenza. Ebbene, signor Smith: l’arrivo di Jim cambiò ogni cosa. Jim non era tipo da formalizzarsi per un paio d’occhiali. Nora è una bella ragazza…» J. G. si accigliò. «Forse sto chiacchierando troppo. Comunque, tanto per venire al sodo, quando Jim e Nora si fidanzarono, tutti, in città, se ne rallegrarono… specialmente dopo ciò che era accaduto a Lola, la figlia maggiore di John.»

«E cioè?» si affrettò a domandare Ellery.

La macchina svoltò in un’ampia strada campestre. Erano ormai fuori città, ed Ellery ammirava beato la vegetazione rigogliosa.

«Ehm…» balbettò Pettigrew «Lola era scappata di casa con un attore di una compagnia viaggiante. Dopo un po’ riapparve a Wright. Era divorziata.» J. G. strinse le labbra assumendo un’espressione cocciuta; il signor Queen capì che non gli avrebbe detto niente di più sulla signorina Lola Wright. «In ogni modo» riprese J. G. «John ed Hermione Wright decisero di dare a Jim e a Nora una casetta ammobiliata, come regalo di nozze. La fecero costruire apposta accanto alla loro villa. Capirà: Hermione voleva aver vicino Nora, dato che… aveva perso già una delle figlie…»

«Lola» mormorò il signor Queen. «Ma non mi ha detto che ha divorziato? Non è tornata ad abitare col padre e la madre?»

«No» rispose secco J. G. «Dicevo, dunque, che John costruì per Jim e per Nora una casetta deliziosa di sei stanze. Hermione stava arredandola e ammobiliandola quando, improvvisamente, è accaduto quel che è accaduto.»

«E cioè?» domandò Queen.

«A dire il vero, signor Smith, non lo sa nessuno esattamente. Nessuno, ad eccezione di Nora Wright e di Jim Haight. Comunque, il giorno prima del matrimonio, quando tutto sembrava andare liscio come l’olio, Jim Haight ha fatto fagotto e ha lasciato la città. Sissignore, proprio così. È scappato. Questo accadeva tre anni or sono, e nessuno l’ha più rivisto.»

Ora percorrevano una strada tortuosa in salita. Ellery vide varie ville circondate da prati di smeraldo, da olmi, da cipressi e da salici piangenti più alti degli edifici. Il signor Pettigrew fissava la strada con aria truce. Soggiunse:

«La mattina seguente, John Wright trovò una lettera di dimissioni sulla propria scrivania alla banca, ma non una parola sul motivo per cui Jim se l’era svignata. Nora non aprì bocca. Si chiuse nella propria camera e non volle uscirne nemmeno alle preghiere del padre, della madre, della sorella Patricia e della vecchia Ludie, la fedele domestica, che praticamente ha allevato le tre ragazze Wright. Mia figlia Carmel ha saputo tutta la storia da Patricia Wright che è sua intima amica. Quel giorno anche Patricia pianse molto. Credo che piangesse tutta la famiglia.»

«E la casa destinata agli sposini?» mormorò Queen.

J. G. fermò la macchina sul ciglio della strada e spense il motore.

«Il matrimonio andò a monte. Noi tutti credevamo che Jim ricomparisse… che si trattasse di un bisticcio da innamorati, ma Jim non si è più fatto vedere. Quei due devono essersi lasciati per gravi motivi!» Il proprietario dell’agenzia immobiliare scosse il capo. «Quanto alla casa, nessuno ci è mai andato ad abitare. È stato un colpo terribile per Hermione. Ha tentato persino di far circolare la voce che Nora aveva liquidato Jim, ma la gente chiacchiera, e dopo un po’…»

Pettigrew parve esitare.

«Diceva?» mormorò Ellery.

«Ehm… dopo un po’, qualcuno si è messo in mente che Nora fosse impazzita e che la villa fosse maledetta.»

«Maledetta?»

Il signor Pettigrew ebbe un sorriso melenso.

«La gente ha certe strane idee! Che c’entra la casa, con la rottura del fidanzamento tra Jim e Nora? Quanto a Nora, non è vero che sia pazza. Ma via! Però, per quanto riguarda la casa, la storia non è finita. Quando John F. si convinse che Jim non sarebbe ritornato, decise di vendere la villa che aveva costruito per la figlia. Si fece avanti un compratore, un certo Hunter, parente di Elice Martin, che è un giudice di Wrightsville. Io trattavo l’affare.» J. G. abbassò la voce. «Signor Smith, sulla mia parola d’onore, non le racconto una storiella. Avevo accompagnato il signor Hunter per un’ultima ispezione ai locali, prima della firma del contratto, e stavamo dando un’occhiata alla stanza di soggiorno. Il signor Hunter mi disse: “Non mi piace quel divano messo nell’angolo”; poi fa una faccia spaventata, si porta una mano al cuore e stramazza al suolo. Era morto! Be’, non sono riuscito a dormire per una settimana!» Si asciugò la fronte. «Il dottor Willoughby disse che si trattava di una paralisi cardiaca, ma non gli credette nessuno. In città cominciarono a dire che la casa era maledetta, e per giunta un cronista del Record, dando il resoconto della morte di Hunter, definì la villetta come la “Casa del Malaugurio”. Frank Lloyd, il direttore del giornale, lo licenziò subito. Frank è molto amico dei Wright.»

«Che sciocchezze!» commentò il signor Queen.

«In ogni modo, nessuno si è mai più presentato per comperare la casa» borbottò Pettigrew. «John la offrì in affitto, ma non si trovarono inquilini. La gente diceva che portava disgrazia. Le interessa ancora quella casa, signor Smith?»

«Sicuro!» rispose il signor Queen in tono giulivo, e J. G. rimise in marcia l’automobile.

«Mi sembra poco fortunata quella famiglia» soggiunse Ellery. «Una figlia che scappa. Un’altra abbandonata alla vigilia delle nozze. E la figlia minore ha qualche guaio anche lei?»

«Patricia?» fece J. G. con un largo sorriso. «Dopo la mia Carmel, è la puledrina più in gamba di tutta la città. Fila il perfetto amore con Carter Bradford che è il nostro nuovo Procuratore Distrettuale… Eccoci arrivati!»

Il mediatore svoltò con la macchina nel viale di una casa circondata da un meraviglioso parco. Era la casa più grande e più maestosa che Ellery avesse veduto su quella collina. A brevissima distanza c’era una villetta bianca con tutte le persiane chiuse.

Mentre s’incamminava con Pettigrew verso il porticato di casa Wright, il signor Queen continuò a fissare le persiane della villetta che intendeva prendere in affitto. Poi J. G. premette il campanello. La vecchia Ludie apparve con uno dei suoi famosi grembiuli apprettati e domandò ai due visitatori che cosa diavolo volevano.

III

«Un noto autore ospite di Wrightsville»

«Vado subito ad avvertire il signor John» brontolò Ludie, e si allontanò.

«Ludie ha già capito che siamo qui per prendere in affitto la casa del malaugurio» mormorò Pettigrew.

«Per questo mi ha guardato come se fossi un Gauleiter nazista?» domandò il signor Queen.

«Secondo Ludie, non sta bene che persone come John Wright affittino le loro case» spiegò il mediatore. «Alle volte non so chi sia più orgoglioso del nome della famiglia: se Ludie o Hermione.»

Il signor Queen si guardò attorno. C’erano alcuni mobili di gran pregio, un bel camino di marmo italiano e almeno tre o quattro quadri di valore. J. G. notò il suo interessamento.

«I quadri sono stati scelti tutti da Hermione Wright» disse. «Se ne intende d’arte. Ma eccola assieme a John.»

Ellery si alzò. Si era aspettato di vedere una donna imponente e severa; invece Hermione, che gli intimi chiamavano Hermy, aveva un aspetto fragile, dolce e materno. Hermy Wright ingannava sempre chi non la conosceva. John F. Wright era un ometto dal viso delicato e aristocratico. A Ellery riuscì subito simpatico. Portava sotto il braccio un album di francobolli.

«John» disse Pettigrew un po’ impacciato «le presento il signor Ellery Smith che vorrebbe prendere in affitto una casa ammobiliata. Il signor Wright, la signora Wright, il signor Smith… ehm…»

John F. si dichiarò “fortunatissimo” di conoscere il signor Smith, ed Hermione gli porse la mano mormorando con voce dolcissima «tanto piacere di conoscerla»; ma il signor “Smith” vide un bagliore gelido passare negli occhi azzurri della donna e capì che, come al solito, era meno malleabile dell’uomo. Si affrettò allora a sfoderare la propria galanteria. Hermy si ammansì un po’ e si passò le dita affusolate tra i capelli grigi.

«Naturalmente» soggiunse J. G. in tono rispettoso «ho pensato subito a quella bella casetta di sei locali che avete costruito qui accanto…»

«Non mi garba affatto l’idea di affittarla, John» intervenne Hermione con voce fredda. «Non capisco, signor Pettigrew…»

«Se lei sapesse chi è il signor Smith, forse…» insinuò J. G.

Hermy parve un po’ sconcertata. John si protese in avanti.

«Chi è?» domandò la signora Wright.

«Il signor Smith è Ellery Smith, il famoso scrittore» ribatté il mediatore gonfiando il petto.

«Il famoso scrittore!» balbettò Hermy. «Oh, che emozione! Metta qui, metta qui, Ludie, sul tavolino!»

La donna depose il vassoio sul quale, assieme a quattro bicchieri di cristallo, troneggiava un’enorme caraffa colma di succo di frutta.

«Sono sicura che la nostra casa le piacerà, signor Smith» proseguì Hermy. «L’ho arredata io con le mie mani. Lei tiene conferenze? Il nostro circolo femminile…»

«Qui attorno ci sono anche dei buoni campi da golf» intervenne John. «Per quanto tempo vuole affittarla, signor Smith?»

«Sono certa che il signor Smith s’innamorerà di Wrightsville e ci rimarrà a lungo» fece Hermy. «Gradisce un po’ di succo di frutta, signor Smith? È la specialità della nostra Ludie.»

«C’è un inconveniente» mormorò John, aggrottando le sopracciglia. «Data l’affluenza di forestieri a Wright, credo che mi possa capitare presto l’occasione di venderla…»

«Il rimedio è molto semplice, John» dichiarò J. G. «Inseriremo nel contratto una clausola in base alla quale il signor Smith, in caso di vendita della casa, dovrà sgomberare con un preavviso ragionevole.»

«A questi particolari penseremo dopo» protestò Hermy in tono gaio. «Intanto il signor Smith non ha visto la casa. Signor Pettigrew, resti qui a far compagnia a John. Lei venga con me, signor Smith.»

Hermione rimase aggrappata al braccio di Ellery durante il breve tragitto dalla casa grande alla casa piccola, come se temesse di vederlo scappar via.

«Abbiamo coperto i mobili per proteggerli dalla polvere, ma sono molto belli, vedrà. Non è deliziosa?»

Hermy pilotò Ellery dalla cantina al solaio, sostando in ogni stanza per decantarne la bellezza e i vantaggi.

«Naturalmente le cercherò una cameriera» disse Hermy. «Oh, dove lavorerà, signor Smith? Si potrebbe trasformare la seconda camera da letto del primo piano in uno studio. Le occorre senz’altro uno studio, signor Smith.»

Il signor Smith disse che era un’ottima idea.

«Dunque le piace la nostra casetta? Sono proprio contenta!» Hermione abbassò la voce. «Immagino che sia venuto in incognito.»

«Veramente, il termine è un po’ solenne, signora Wright…»

«Farò in modo che nessuno lo sappia, all’infuori dei nostri amici più intimi» soggiunse Hermione sorridendo. «Che genere di lavoro ha in programma, signor Smith?»

«Un romanzo» rispose Ellery con voce fioca. «Un romanzo che si svolge in una tipica cittadina, signora Wright.»

«Allora è alla ricerca del colore locale! E ha scelto la nostra cara Wrightsville! Bisogna che le faccia conoscere subito mia figlia Patricia, signor Smith. È una ragazza intelligentissima. Potrà aiutarla molto, se vuole conoscere a fondo Wrightsville…»

Due ore dopo, il signor Ellery Queen firmava col nome di Ellery Smith un contratto in base al quale prendeva in affitto per un periodo di sei mesi, a decorrere dal 6 agosto 1940, la casa posta al numero 460 di Hill Drive, al prezzo di 75 dollari mensili. Avrebbe dovuto versare un trimestre d’affitto anticipato, e il proprietario s’impegnava a dargli un preavviso di un mese in caso di vendita.

«Signor Smith, le confesso che per un attimo ho trattenuto il respiro» disse J. G. mentre uscivano da casa Wright.

«Quando?»

«Quando ha preso la penna di John per firmare il contratto.»

«Ha trattenuto il respiro?» Ellery corrugò la fronte. «Perché?»

J. G. sghignazzò:

«M’è venuto in mente il povero Hunter che è morto proprio quando stava per concludere l’affare. La casa del malaugurio! Che idea! E lei è qui vivo e vegeto!»

Senza smettere di ridere, il mediatore salì in macchina e partì verso la città. Andava a prelevare il bagaglio di Ellery all’albergo Hollis.

Ellery Queen rimase sul viale di casa Wright in preda a uno strano senso di irritazione.

Quando Ellery rientrò nella sua nuova residenza, si sentì correre un brivido lungo la schiena. Ora che non si trovava più in compagnia della signora Wright, gli sembrava che la casa avesse un aspetto desolato, squallido. Ma ben presto si riprese, dandosi dello sciocco. La casa del malaugurio! Che stupidaggine! Sarebbe stato come chiamare Wrightsville il paese del malefico! Si tolse la giacca, si rimboccò le maniche della camicia e si mise all’opera.

«Signor Smith!» gridò una voce scandalizzata. «Che cosa sta facendo?»

Con aria colpevole, Ellery lasciò ricadere la copertura di tela che stava togliendo da un mobile, e in quel momento Hermione Wright entrò come un bolide.

«Questi non sono lavori per lei! Alberta, vieni dentro; il signor Smith non ti mangerà.» Un’amazzone dall’aria scontrosa entrò dietro la signora Wright. «Signor Smith, questa è Alberta Manaskas, proprio la domestica che fa al caso suo. Alberta, non restare lì impalata. Corri di sopra!»

Alberta scappò via. Ellery mormorò qualche parola di ringraziamento e si lasciò cadere sopra una poltrona coperta di tela, mentre la signora Wright si metteva all’opera per riordinare la stanza con un’energia impressionante.

«Tutto sarà a posto in men che non si dica. A proposito: spero che non le dispiaccia… poco fa, quando sono andata a cercare Alberta, ho fatto casualmente una capatina alla redazione del Record… misericordia, che polvere! E ho avuto un colloquio in privato con Lloyd, il direttore del giornale…»

Ellery provò una stretta al cuore.

«A proposito: mi sono presa anche la libertà di ordinarle delle provviste. Però, questa sera pranzerà a casa nostra. Aspetti; forse ho dimenticato qualcosa… l’elettricità, il gas, l’acqua… no, ho pensato a tutto. Quanto al telefono, me ne occuperò domattina. Dunque, come dicevo, ho pensato che, per quanto ci sforziamo, presto o tardi tutti verranno a sapere la sua identità, a Wrightsville, signor Smith… Naturalmente, da buon giornalista, Frank dovrà scrivere un articolo su di lei… quindi ho ritenuto opportuno pregare Frank, come favore personale, di non menzionare il fatto che lei è un famoso autore… Patricia, Carter, oh, cari, ho una grande sorpresa per voi!»

Il signor Queen si alzò e si mise ad annaspare in cerca della giacca.

«Dunque lei è il famoso scrittore» fece Patricia Wright, squadrando Ellery con la testa un po’ piegata da un lato. «Quando papà mi ha parlato di lei, credevo di trovare un poeta con i calzoni a fisarmonica, gli occhi malinconici e le chiome fluenti. Ora sono molto contenta.»

Ellery Queen fece un inchino cerimonioso.

«Patricia, cara, presenta Carter!» esclamò Hermione.

«Oh, Carter, scusa. Il signor Smith, il signor Bradford.»

Bradford era un giovanotto alto, dal viso intelligente. Mentre gli stringeva la mano, Ellery ebbe l’impressione che fosse preoccupato. Si domandò se fosse preoccupato per il timore di lasciarsi sfuggire la signorina Patricia Wright, e in tal caso si sentì propenso a dargli pienamente ragione.

«Lei mi giudicherà certo una provinciale, signor Smith» disse Hermy «ma il suo arrivo, per me, è un grande avvenimento.»

«Penso che le sembreremo tutti provinciali, signor Smith» fece Carter Bradford. «Scrive opere di narrativa, oppure saggi?»

«Narrativa» rispose Ellery e, senza batter ciglio, registrò il tono ostile di Bradford.

«Sono proprio contenta» disse ancora Pat, squadrando di nuovo Ellery. Carter si accigliò. Il signor Queen rise beato.

«Penso io a mettere a posto questa stanza, mamma» fece la ragazza. «In seguito, signor Smith, quando avremo finito di affliggerla con la nostra presenza, potrà cambiare la disposizione dei mobili, senza aver paura di offenderci.»

Mentre osservava Pat Wright che riordinava la casa sotto lo sguardo vigile e sospettoso di Carter Bradford, Ellery pensò: “Che il cielo mi mandi un malaugurio di questo genere ogni giorno! Carter, ragazzo mio, mi dispiace, ma non potrò fare a meno di coltivare la tua Pat!”.

Il buon umore del signor Queen non svanì quando Pettigrew ritornò con le valige, sventolando l’ultima edizione del Wrightsville Record. Frank Lloyd, proprietario direttore, aveva mantenuto la parola data a Hermione Wright soltanto tecnicamente. Nell’articolo riguardante le notizie cittadine aveva accennato al forestiero soltanto dicendo che si trattava del “signor Ellery Smith” di New York; però il titolo dell’articolo diceva: “Un noto autore, ospite di Wrightsville! “.

IV

Le tre sorelle

L’arrivo del signor “Ellery Smith” mise a rumore il gran mondo intellettuale di Wrightsville, costituito dalla signorina Aikin, bibliotecaria, che aveva studiato il greco; dalla signora Holmes, che insegnava letteratura comparata alla scuola superiore; da Emmeline Du Pré, soprannominata dagli irriverenti “il gazzettino della città”, la quale, tuttavia, era invidiata da giovani e vecchi per l’impagabile fortuna di essere vicina di casa del signor Smith. E infatti la villa Emmy Du Pré era situata accanto a quella di Ellery Queen.

Improvvisamente il movimento di automobili aumentò sulla strada della collina. L’interesse e la curiosità manifestati dai cittadini di Wrightsville erano tali, che Ellery non si sarebbe meravigliato nemmeno se la compagnia degli autobus avesse istituito un servizio turistico fino alla porta di casa sua.

Poi piovvero inviti. Inviti al tè, ai pranzi, a colazione.

Intanto il signor Queen se la svignava ogni mattina con Pat la quale, in pantaloni e maglioncino di lana, andava a rapirlo e lo conduceva con la propria decappottabile a esplorare la città e la contea. In breve il taccuino del signor Queen si riempì di bizzarre annotazioni, di frasi in gergo, di nomi di ritrovi diurni e notturni… insomma, di colore locale americano, edizione Wrightsville.

«Non so che cosa farei senza di lei» le disse Ellery una mattina mentre ritornavano dal Low Village. «Come fa a conoscere tutta questa strana gente?»

«Sono laureata in sociologia» rispose Patricia sogghignando. «E devo pur tenermi in esercizio…»

«A proposito; che cosa pensa di tutto ciò il signor Bradford, Pat?»

«Di me e della sociologia?»

«Di me e di lei.»

«Ah!» disse Patricia, scrollando le chiome con aria soddisfatta. «Carter è gelosissimo.»

«Davvero? Ma allora…»

«Non cominciamo con i bei gesti» l’interruppe la ragazza. «Carter ha avuto sempre il vizio di sentirsi troppo sicuro di sé, specialmente nei miei confronti. Siamo cresciuti assieme; un po’ di gelosia gli farà bene.»

«Non posso dire che questa parte di “reagente” amoroso mi garbi molto» mormorò Ellery sorridendo.

«Oh, non mi pianti in asso!» mormorò Patricia. «La sua compagnia mi diverte tanto.» Gli lanciò un’occhiata di traverso. «A proposito: sa che cosa dice la gente?»

«Che cosa?»

«Lei ha detto al signor Pettigrew di essere un famoso scrittore.»

«L’aggettivo è stato aggiunto dal signor Pettigrew.»

«Gli ha detto inoltre che non scrive col nome di Ellery Smith, che usa uno pseudonimo… ma non gli ha confidato qual è lo pseudonimo.»

«Veramente no.»

«E allora la gente dice che forse lei non è per niente un famoso scrittore» concluse Pat. «Bella cittadina, vero?»

«Quale gente?»

« La gente. »

«E lei mi crede un mistificatore?»

«Lasci perdere quello che credo io» ritorse Pat. «Però deve sapere che c’è una raccolta di fotografie di scrittori nella biblioteca Carnegie. La signorina Aikin dice che il suo ritratto manca.»

«Perché non sono ancora abbastanza famoso» spiegò Ellery.

«È quel che le ho detto io. La mamma è andata su tutte le furie al solo pensiero che lei non sia famoso, ma io le ho detto: “Mamma, che cosa ne sappiamo?” Poveretta, non ha chiuso occhio tutta la notte.»

Risero assieme, poi Ellery disse:

«A proposito: come mai non ho ancora fatto la conoscenza di sua sorella Nora? È malata?»

Pat diventò improvvisamente seria.

«Nora?» ripeté con voce atona. «No, sta benissimo. Ci vediamo più tardi, signor Smith.»

Quella sera Hermione diede un ricevimento intimo in onore dell’ospite illustre. C’erano soltanto il giudice Martin con la moglie Clarice, il medico Willoughby, il giornalista Frank Lloyd, Carter Bradford e Tabitha Wright, unica sorella vivente di John. Tabitha era la più altezzosa e la più formalista della famiglia Wright e non aveva mai “accettato” completamente la cognata Hermione. Lloyd e Bradford parlavano di politica, ma erano entrambi distratti. Carter lanciava continuamente occhiate velenose verso Pat ed Ellery seduti in disparte sopra un divanetto, mentre Lloyd guardava di continuo verso la scala del vestibolo.

«Frank aveva un debole per Nora, prima che arrivasse Jim» spiegò Patricia. «Non gli è ancora passata. Quando Nora s’innamorò di Jim Haight, non sapeva darsi pace.» Ellery osservò il giornalista, grande e grosso e un po’ scimmiesco, e pensò che poteva essere un pericoloso avversario. I suoi occhi infossati parevano d’acciaio. «Quando poi Jim ha piantato in asso Nora, Frank ha detto…»

«Che cosa?»

«Lasciamo andare» fece Patricia, balzando in piedi. «Come sempre, parlo troppo.»

E corse verso il signor Bradford per spezzargli un altro pezzettino di cuore. Pat portava un vestito da sera di taffetà turchino che frusciava leggermente.

«Milo, ecco il signor Ellery Smith!» disse Hermy in tono orgoglioso, avanzando col corpulento dottor Willoughby.

«Le piace la nostra città?» domandò il medico.

«Ne sono innamorato, dottore.»

«È una cittadina simpatica…»

«Per chi è largo di vedute» commentò il giudice Martin, avanzando a braccetto della moglie.

Martin era un ometto allampanato, dai modi alquanto bruschi.

«Non badi a quello che dice mio marito!» esclamò Clarice. «Questa sera è amareggiato perché ha dovuto mettersi lo smoking. Hermione, tutto è perfetto. »

«Oh, non ho fatto niente di straordinario» mormorò la signora Wright, inorgoglita. «Si tratta di un pranzetto intimo, Clarice.»

In quel momento apparve sulla porta Henry Clay Jackson per annunciare che il pranzo era servito. Henry Clay era l’unico maggiordomo “finito” di Wrightsville e le signore della buona società, con una forma di comunismo sforzato, se ne dividevano i servigi. Secondo una consuetudine inviolabile, Henry Clay doveva essere chiamato soltanto nelle grandissime occasioni.

«I signori» disse Henry Clay Jackson «sono serviti.»

Nora Wright apparve all’improvviso, mentre a tavola si stava servendo il dolce. Per un attimo il silenzio regnò nella sala, poi Hermione disse con voce tremante:

«Oh, Nora cara!»

E tutti le fecero coro.

Ellery fu il primo ad alzarsi. Frank Lloyd fu l’ultimo. Era paonazzo in volto. Pat si affrettò ad intervenire per togliere l’imbarazzo generale.

«Bell’ora di scendere a pranzo, Nora!» esclamò allegramente. «Ludie aveva preparato un arrosto meraviglioso, ma l’abbiamo finito! Signor Smith, ecco mia sorella Nora.»

Nora gli porse una manina fresca e fragile come un ninnolo di porcellana e disse in tono incerto, come se si fosse disabituata a servirsi della propria voce:

«La mamma mi ha parlato molto di lei.»

«E naturalmente ora ne è delusa» fece Ellery sorridendo; poi andò a prenderle una poltrona.

«Salve, Nora» disse Frank Lloyd quando la ragazza lo salutò; poi tolse di mano a Ellery la poltrona, col gesto più naturale del mondo.

Nora arrossì e si sedette con le mani abbandonate in grembo, come se fosse esausta. Le sue labbra pallide erano atteggiate a sorriso. A quanto sembrava, si era vestita con molta cura, perché l’abito che portava era perfetto quanto la pettinatura e le unghie smaltate di fresco. Ellery ebbe la visione di quella giovane chiusa nella sua camera, intenta a curare minuziosamente, quanto macchinalmente, tutti i particolari ai quali senza dubbio non dava importanza… tanto minuziosamente da arrivare a pranzo con un’ora di ritardo.

E ora che aveva raggiunto la perfezione, ora che aveva compiuto il supremo sforzo di scendere, sembrava come svuotata, quasi che la fatica fosse stata eccessiva e si fosse accorta che dopo tutto non ne valeva la pena. Ascoltò le chiacchiere di Ellery con un sorriso di circostanza, pallida in volto, senza nemmeno sfiorare il dolce che le avevano servito, né il caffè, e mormorando di quando in quando un monosillabo. Non sembrava annoiata, ma soltanto stanca… stanca al punto di non provare alcuna sensazione.

Poi, improvvisamente com’era venuta, si alzò e disse:

«Scusatemi.»

La conversazione cessò di nuovo. Frank Lloyd scattò in piedi e le spostò la poltroncina. La divorava con gli occhi. Lei gli sorrise, sorrise agli altri e uscì. Mentre varcava l’arco del vestibolo, affrettò il passo, poi scomparve. La conversazione riprese.

Il signor Queen era intento a vagliare mentalmente i vari piccoli episodi della serata, mentre s’incamminava verso la propria casa, nella tiepida oscurità. Le foglie dei grandi olmi mormoravano, e nel cielo brillava una luna che pareva un immenso cammeo. Sentiva ancora nelle narici il profumo dei fiori di Hermione. Ma quando vide la vetturetta accostata al marciapiede davanti alla sua casa, buia e vuota, parve che la dolcezza della sera incantevole svanisse. Qualcosa stava per accadere. Una nube velò la luna e il signor Queen procedette ai margini del prato; l’erba attutiva il rumore dei suoi passi. Sotto il porticato del villino c’era un minuscolo punto luminoso che a tratti si moveva.

«È lei il signor Smith?» domandò una voce da contralto in un tono leggermente beffardo.

«Sì, sono io» rispose Ellery, salendo i gradini. «Le dispiace se accendo la luce del porticato? È così buio!»

«Faccia pure. Sono curiosa di vederla… come lei del resto è curioso di vedere me.»

Ellery accese la luce. La donna era un po’ rannicchiata sul muricciolo pendente, di fianco alla gradinata. Lo guardava tra il fumo della sigaretta. I pantaloni di camoscio color tortora le aderivano alle cosce, e un maglioncino di cachemire le modellava il busto. Ellery ebbe subito l’impressione di trovarsi di fronte a un essere giovane, ma troppo maturo, spiritualmente, amareggiato. La donna ebbe una risatina nervosa e gettò via il mozzicone della sigaretta.

«Ora può spegnere la luce, signor Smith. Sono poco presentabile, e poi la mia famiglia si troverebbe in serio imbarazzo se sapesse che sono nelle vicinanze.»

Ellery obbedì.

«Dunque lei è Lola Wright.»

Era quella che era fuggita per poi ritornare divorziata. La figlia che i Wright non nominavano mai.

«Vedo che è ben informato.» Lola ebbe un’altra risatina che finì in un piccolo singhiozzo. «Mi scusi, è il settimo singhiozzo per il settimo whisky. Sa, sono famosa anch’io. Delle ragazze Wright sono quella che beve. »

Ellery scoppiò a ridere.

«Ho già raccolto qualche pettegolezzo.»

«Anch’io ho raccolto dei pettegolezzi sul suo conto e la credevo antipatico, ma devo ricredermi. Qua la mano!»

Lola si alzò, barcollò annaspando e si aggrappò al collo di Ellery. Lui la sorresse per un braccio.

«Ehi, avrebbe dovuto fermarsi al sesto whisky.»

La giovane gli pose le mani sullo sparato della camicia da sera e lo respinse energicamente.

«Se mi crede ubriaca, si sbaglia!» esclamò con forza, e tornò a sedersi sul muricciolo. «Dunque, signor celebre scrittore, che cosa pensa di noi tutti? Ha trovato materiale per un libro?»

«Certo!»

«Ha scelto il posto ideale.» Lola Wright accese un’altra sigaretta; la fiammella del suo accendisigari tremolava. «Wrightsville, la tipica città di provincia… pettegola, maliziosa, intollerante. Qui si trovano più panni sporchi in un metro quadrato che non in tutta New York e Marsiglia.»

«Non esageriamo» obiettò il signor Queen. «Ho girato un po’ dappertutto e mi pare che sia una cittadina piacevole.»

«Piacevole! È meglio che stia zitta! Questo è un vivaio di malvagità.»

«Ma allora perché è ritornata?»

Il puntino rosso della sigaretta di Lola si agitò rapidamente.

«Non è affar suo. Le piace la mia famiglia?»

«Moltissimo. Lei assomiglia a sua sorella Patricia… ha anche lo stesso fascino.»

«Con la differenza che Patricia è giovane, mentre in me la fiamma si sta affievolendo. Senta, signor Smith: non so perché sia venuto a Wrightsville, ma se farà amicizia con i miei familiari, ne sentirà molte sul conto della piccola Lola. A me non importa nulla di ciò che Wrightsville pensa di me, ma per un forestiero… la cosa cambia. Mi è rimasto un residuo di vanità.»

«La sua famiglia non mi ha ancora parlato di lei.»

«No?» Lola rise di nuovo. «Questa sera mi sento in vena di confidenze. Le diranno che bevo. È vero. Ho imparato a bere da… lasciamo andare. Le diranno pure che frequento i ritrovi più malfamati della città e, quel ch’è peggio, li frequento sola. Pensi un po’! Mi giudicano troppo spregiudicata. In realtà, faccio quel che mi pare, e tutti gli avvoltoi della buona società mi dilaniano con i loro artigli.»

Fece una pausa.

«Vuole bere qualcosa?» domandò Ellery.

«Ancora no. Non biasimo mia madre. Ha le idee ristrette come le altre signore di Wrightsville. Si preoccupa soltanto della propria posizione sociale. Tuttavia, se mi comportassi secondo le sue regole, mi accoglierebbe di nuovo. Il coraggio non le manca, lo riconosco. Ma non sono disposta ad assoggettarmi. La mia vita mi appartiene, e non tollero limitazioni! Mi spiego?» Rise ancora. «Avanti, mi dica che ha capito!»

«Ho capito» mormorò Ellery.

«Ora forse comincio ad annoiarla. Buona sera.»

«Vorrei rivederla.»

«No, addio.»

La ragazza cominciò a scendere la gradinata. Ellery riaccese la luce. Lola alzò un braccio per nascondere gli occhi.

«Posso almeno accompagnarla a casa, signorina Wright.»

«No, grazie. Sono…» si fermò di colpo.

La voce gaia di Patricia Wright chiamò tra le tenebre:

«Ellery, posso venire a darle la buona notte e a fumare l’ultima sigaretta? Carter è andato a casa e io ho visto la luce del porticato accesa…»

Anche Pat si fermò. Le due sorelle si guardarono.

«Ciao, Lola!» esclamò Pat. D’un balzo fu in cima alla gradinata e baciò la sorella. «Perché non mi hai avvertita che saresti venuta?»

Il signor Queen si affrettò a spegnere la luce.

Pat aggiunse in tono malinconico:

«Lola cara, perché non torni a casa?»

«Io andrei a fare due passi» mormorò Queen.

«No, no» fece Lola. «Me ne vado davvero.»

«Lola!» La voce di Pat era un po’ incrinata.

«Vede, signor Smith, Patricia ha la lacrimuccia facile» soggiunse Lola. «Da bambina piangeva per nulla.»

«Non sto piangendo» brontolò Pat soffiandosi il naso. «Ti accompagno a casa.»

«No, Patricia. Buona sera, Smith.»

«Buona sera.»

«Ho cambiato idea» riprese Lola rivolgendosi ancora a Ellery. «Può venire a trovarmi quando vuole… e a bere qualcosa con me. Arrivederci.»

Lola se ne andò. Quando il rumore della sua vecchia utilitaria sconquassata svanì in distanza, Patricia mormorò:

«Lola abita in una tana di due stanze nel Low Village, nella zona industriale. Non ha mai voluto accettare gli alimenti da suo marito, che è rimasto un furfante fino al giorno della sua morte, e non vuole accettare denaro da papà. La roba che porta ha per lo meno sei anni. Si mantiene dando lezioni di piano a mezzo dollaro all’ora.»

«Ma perché abita a Wrightsville? Che cosa l’ha indotta a ritornare dopo il divorzio?»

«Non lo so. Alle volte mi sembra quasi… che Lola sia venuta qui per nascondersi. Come al solito mi fa parlare troppo. Buona notte, Ellery.»

«Buona notte.»

Il signor Queen rimase a lungo con gli occhi fissi nelle tenebre. Sì, la trama andava prendendo forma. Era stato fortunato. C’erano tutti gli elementi. Ma il delitto… il delitto dov’era? Mancava oppure era già stato perpetrato?

Nella casa del malaugurio, Ellery si coricò. Aveva come la sensazione d’essere preso in un groviglio di eventi passati, presenti e futuri.

Nel pomeriggio di sabato, 24 agosto, quasi tre settimane dal giorno del suo arrivo a Wrightsville, Ellery stava fumando una sigaretta dopo pranzo, sotto il porticato della sua casa ed era intento a godersi lo spettacolo del tramonto, quando il tassì di Ed Hotchkiss salì la strada dalla collina a tutta velocità e si fermò con grande stridore di freni davanti alla casa dei Wright. Un giovanotto senza cappello balzò dalla macchina. Preso da una improvvisa agitazione, Queen si alzò per vedere meglio quello che succedeva.

Il giovanotto gridò qualcosa a Ed, salì la gradinata in due balzi e premette il pulsante del campanello. La vecchia Ludie aprì la porta. Ellery la vide alzare un braccio come per parare un colpo, poi scomparire seguita dal giovanotto. La porta si chiuse con un tonfo. Cinque minuti dopo fu riaperta violentemente; il giovanotto uscì di gran furia, risalì sulla macchina e gridò qualcosa all’autista.

Il tassì rifece la strada della collina.

Ellery Queen tornò a sedersi. Forse era come pensava lui. Avrebbe saputo ben presto. Patricia sarebbe arrivata di gran carriera… Ed eccola infatti.

«Oh, Ellery, se sapesse! Non indovinerebbe mai!»

« Jim Haight è ritornato » fece pacifico Queen.

Pat lo guardò a bocca aperta.

«Straordinario! Pensi, a tre anni di distanza! Dopo aver piantato in asso Nora!… Ancora non ci posso credere. M’è parso molto invecchiato. Voleva vedere Nora. Voleva sapere dov’era. Perché non scendeva? Sì, sapeva benissimo quel che mamma e papà pensavano di lui, ma per quello c’era tempo… Dov’era Nora? E intanto continuava ad agitare il pugno sotto il naso di papà e a saltellare da un piede all’altro come un pazzo.»

«E poi che cosa è successo?»

«Io sono corsa su ad avvertire Nora. È diventata pallidissima e si è abbattuta sul letto. Ha detto: “Jim?” poi ha cominciato a piagnucolare. Ha soggiunto che preferiva morire piuttosto che vederlo… che avrebbe fatto meglio a starsene lontano… che lei non l’avrebbe ascoltato nemmeno se si fosse prostrato ai suoi piedi. I soliti luoghi comuni. Povera Nora!»

Intanto anche Patricia minacciava di scoppiare in lacrime.

«Ho capito che era inutile discutere» continuò. «Nora è cocciuta quando ci si mette. Sono scesa per riferire a Jim il quale ha cominciato a smaniare e ha tentato di salire le scale, ma papà è andato in furia, gli ha sbarrato il passo e gli ha ordinato di uscire dalla casa. Be’, Jim avrebbe dovuto travolgere papà se avesse voluto passare e allora è scappato via di corsa gridando che presto o tardi vedrà Nora, a costo di farsi largo con bombe a mano. Io intanto era occupatissima per far riprendere i sensi alla mamma che molto opportunamente era svenuta. Ma ora devo tornare a casa subito!» Pat girò sui tacchi, poi si volse di nuovo. «In nome del cielo, perché mi viene sempre voglia di correre da lei a raccontarle i particolari più intimi degli affari di famiglia, signor Ellery Smith?»

«Forse perché ho una faccia da buon samaritano» rispose Ellery sorridendo.

«Sciocchezze! Crede che io sia inn…» si morse le labbra e scappò via.

Il signor Queen accese un’altra sigaretta con mano malferma, poi rientrò in casa e tirò fuori la macchina per scrivere.

V

L’innamorato redivivo

Gabby Warrum, lo sdentato capostazione di Wrightsville, vide Jim Haight scendere dal treno e lo disse a Emmeline Du Pré. Prima ancora che Ed scaricasse Jim a Upham House, dove mamma Upham, in ricordo dei tempi passati, riuscì a improvvisargli un giaciglio, la Du Pré aveva telefonato a mezza città.

Il signor Queen, aggirandosi per la città dalla mattina di domenica, e tenendo gli orecchi ben aperti, costatò che le opinioni erano contrastanti. L’ambiente maschile, in genere, era del parere che Jim Haight dovesse venire scacciato da Wrightsville. Le signore erano del parere contrario: era un giovane simpatico. Qualunque cosa fosse accaduta tra lui e Nora Wright tre anni prima, non poteva essere colpa di Jim.

Frank Lloyd scomparve. Al giornale dicevano che era andato a caccia in montagna. Quando lo seppe, la Du Pré era sdegnata.

«Che combinazione! È partito per la caccia proprio la mattina dopo l’arrivo di Jim Haight. Se l’è svignata, naturalmente. Che pallone gonfiato!»

Era delusa che Frank non avesse tirato fuori uno dei suoi fucili e non avesse dato la caccia a Jim per le vie di Wrightsville, come aveva fatto Gary Cooper in un famoso film.

Sul mezzogiorno il signor Queen trovò il vecchio Anderson, detto da alcuni il savio e da altri il pazzo di Wrightsville, che se ne stava sul piedestallo del monumento ai caduti intento a monologare.

«Come va, signor Anderson?» gli domandò Ellery.

«Benissimo, signor Smith. Sto pensando a un proverbio di Salomone… il ventiseiesimo, credo… che dice: “Chi scava una fossa, vi cadrà dentro”. Mi riferisco, s’intende, alla riapparizione di Haight nella nostra deplorevole comunità.»

Colui che era causa di tanto fermento, si comportava in modo strano. Ritornato a Wrightsville si era chiuso nella sua stanzetta a Upham House e non usciva nemmeno per andare a mangiare. Per contro Nora Wright, la reclusa, ricominciò a farsi vedere. Non in pubblico, naturalmente. Tuttavia nel pomeriggio del lunedì, assistette a una partita di tennis tra Pat ed Ellery sul campo dietro la casa dei Wright. Era su una sedia a sdraio al sole, con gli occhi protetti da grandi occhiali neri. Sorrideva. Lunedì sera andò con Pat e Carter Bradford a far visita al signor Smith e a domandargli come procedeva il suo libro. Ellery fece servire il tè coi pasticcini da Alberta Manaskas e trattò Nora come se avesse l’abitudine di fargli visita ogni giorno. E venne la sera del martedì…

La sera del martedì, a casa Wright, era dedicata al bridge. Come di consueto, Bradford era stato invitato a pranzo, poi lui e Pat facevano coppia contro Hermione e John. Hermione quel martedì, 27 agosto, aveva invitato il signor Smith per fare il quinto ed Ellery aveva accettato.

«Io preferirei fare da spettatrice» dichiarò Pat. «Carter, caro, tu e papà potete giocare contro Ellery e la mamma. Io farò da arbitro.»

«Andiamo, non perdiamo tempo» incalzò John. «Smith, tocca a lei stabilire la posta.»

«Per me è indifferente» disse Ellery. «Cedo l’onore a Bradford.»

«Allora giochiamo d’un decimo di centesimo» s’affrettò a intervenire Hermione. «Carter, perché lo stipendio di procuratore distrettuale è tanto basso?» Poi si rischiarò in volto. «Ma quando sarà nominato Governatore…»

«Un centesimo il punto» fece Carter, paonazzo in volto.

«Ma Carter, non intendevo…» gemette Hermione.

«Se Carter vuol giocare di un centesimo al punto, vada per un centesimo» intervenne Pat con fermezza. «Sono sicura che vincerà.»

«Buona sera» disse Nora.

Non era scesa a pranzo. Hermione aveva parlato di “emicrania”. Ora la ragazza sorrideva a tutti. Aveva portato con sé un cestino da lavoro. Si sprofondò in una poltrona e si mise a sferruzzare.

«Sto vincendo la guerra per la Gran Bretagna» soggiunse. «Questo è il decimo maglione che faccio.»

I coniugi Wright si scambiarono uno sguardo sconcertato. Patricia cominciò distrattamente ad arruffare i capelli di Ellery.

«Qua le carte» fece Carter con voce soffocata.

La partita cominciò in un’atmosfera che a Ellery sembrò gravida di eventi a causa di quella manina nervosa che giocherellava con le sue chiome nonché della faccia feroce di Bradford. Infatti dopo due rubbers, Carter gettò le carte sulla tavola.

«Che c’è?» domandò Pat e le fecero eco Hermione e John.

«Se tu la smettessi di svolazzare, Pat» proruppe Carter «potrei concentrarmi in questo maledetto gioco!»

« Svolazzare? Sono rimasta qui tutta la sera seduta sul bracciolo della poltrona di Ellery, senza dire una parola!»

«Se hai proprio voglia di giocherellare con le sue morbide chiome» urlò Carter «perché non lo porti fuori al chiaro di luna?»