La seconda domenica di maggio

«Forse ha bevuto una goccia di liquore di troppo» spiegò il signor Queen a Gus Olensen. «Possiamo usare il salottino riservato, Gus?»

«Certo, certo» assentì Gus. «Mi dispiace molto, signor Bradford… il rum che vendo io non è fatturato, ne ha bevuto solo uno… lasciate che vi dia una mano…»

«Possiamo fare benissimo da noi, grazie mille» mormorò il signor Queen. «Ma forse sarebbe bene che ci portasse una buona dose di cognac.»

«Ma se ha bevuto troppo…» cominciò Gus perplesso. «Be’, fate come volete.»

Trasportarono Pat, che aveva gli occhi vitrei e fissi, sul divano di pelle della saletta riservata di Gus. Il barista arrivò subito, con un enorme bicchiere di cognac e Carter Bradford costrinse la ragazza a bere. Pat soffocava, tossiva, il liquore le andò di traverso e gli occhi le lagrimarono, ma finalmente riuscì a inghiottire qualche goccia, e si appoggiò all’indietro contro lo schienale con il viso rivolto verso il muro.

«Sta già meglio» disse con tono rassicurante il signor Queen «grazie Gus. Ci occuperemo noi ora della signorina Wright.»

Pat sedeva immobile. Carter imbarazzato rimase in piedi accanto a lei, poi si sedette e le prese una mano. Ellery allora si alzò e andò all’altro capo della stanza dove si fermò ad ammirare il tradizionale cartellone pubblicitario della birra Block.

Per lungo tempo non si udì alcun suono. Finalmente Pat chiamò: «Ellery».

Il signor Queen si voltò. Pat si era messa a sedere e teneva, tra le sue, entrambe le mani di Carter Bradford, come se fosse il giovane ad avere bisogno di consolazione. L’investigatore capì che in quei pochi minuti di silenzio era stata combattuta e vinta una grande battaglia.

«Voglio sapere il resto» comandò Pat con voce ferma, guardandolo fisso negli occhi. «Avanti Ellery, il resto.»

«Non fa grande differenza ormai, Patty cara» borbottò Cart. «Lo sai benissimo.»

«Lo so, Cart.»

«Qualunque cosa sia, tesoro, tu sai che tua sorella era sempre stata nevrastenica, forse molto vicina ai limiti della pazzia.»

«Sì, Cart. Mi racconti il resto, Ellery.»

«Pat, si ricorda d’avermi raccontato di essere capitata in casa di Nora, pochi giorni dopo l’arrivo di Rosemary, in novembre, e d’aver trovato sua sorella intrappolata per sbaglio nella dispensa?»

«Il giorno in cui Nora udì Jim e Rosemary litigare?»

«Sì, lei mi ha detto di non avere sentito che la fine della lite, una cosa molto violenta ma senza speciale significato. Mi ha raccontato che Nora non aveva voluto ripeterle quello che aveva udito, ma che aveva la stessa espressione del giorno in cui aveva trovato le tre lettere nel libro di tossicologia.»

«Sì…»

«Deve essere stato quello il momento cruciale, Pat, probabilmente allora, per colpa del caso, di un puro caso, Nora udì tutta la verità. Seppe che Jim e Rosemary non erano fratello e sorella ma marito e moglie e che lei, di conseguenza, non era legalmente sposata.»

Ellery abbassò gli occhi e si fissò le mani.

«La dolorosa realtà del primo matrimonio di Jim sconvolse Nora, distruggendo il suo morale e la sua ragione. Non dovete dimenticare che Nora era spiritualmente debolissima dopo i tre anni di vita completamente innaturale che aveva condotto in seguito all’abbandono di Jim… In quel momento Nora oltrepassò i confini tra la sanità e la follia. E così decise di vendicarsi delle due persone che le avevano rovinato la vita. Decise di uccidere la donna odiata che si faceva chiamare Rosemary e, nella sua mente malata, stabilì che Jim avrebbe dovuto pagare per quel delitto. Lo avrebbe incriminato usando le stesse armi che lui aveva contato di usare tempo prima, e che ora, provvidenzialmente, erano cadute nelle sue mani.

«Nora deve aver preparato i suoi piani molto lentamente. Era in possesso delle tre sconcertanti lettere che per lei non erano ormai più un mistero. Il contegno di Jim contribuiva a dare agli estranei l’idea della sua colpevolezza. E in più Nora scoprì in se stessa un talento eccezionale, quasi un genio per dissimulare le sue emozioni e i suoi reali sentimenti.»

Pat chiuse gli occhi e Carter le baciò la mano.

«Dopo essere riuscita molto abilmente ad attirare la nostra attenzione sulle tre lettere, Nora seguì con cura lo schema dei tre avvelenamenti. L’ultima domenica di novembre bevve volontariamente una piccola dose di arsenico per far credere che Jim stesse svolgendo i suoi piani. Ricordate che cosa fece subito dopo aver mostrato i primi sintomi di avvelenamento? Corse al piano superiore e bevve una enorme quantità di latte di magnesia che, come spiegai più tardi, è un antidoto di emergenza contro gli avvelenamenti da arsenico. Vedete, quindi, che Nora se n’era interessata. Questo non prova naturalmente che si fosse avvelenata da sola, ma se pensate agli altri episodi dovete ammettere che questo è un fatto molto significativo. Devo continuare, Pat? O è meglio che Carter la porti a casa…»

«Voglio sapere tutto» affermò Pat. «Tutto e subito, Ellery.»

«Brava la mia bambina coraggiosa» mormorò Carter Bradford, con voce soffocata.

«Pensi al suo contegno, Pat. Se Nora si fosse veramente preoccupata della salvezza di Jim, come voleva far credere, avrebbe lasciato nella cappelliera quelle tre lettere che l’avrebbero incriminato non appena fossero state trovate? Non le sembra che una qualsiasi donna che nutrisse realmente per il marito i sentimenti che Nora diceva di sentire per Jim avrebbe bruciato quelle lettere sull’istante? Nora invece le conservò… ed è naturale. Sapeva che avrebbero provato la colpevolezza di Jim, quando fosse stato arrestato, e voleva averle sottomano, per usarle contro di lui. Come le trovò Dakin, infatti?»

«Nora… Fu Nora a richiamare la nostra attenzione sulle lettere» disse Cart, debolmente. «Fu lei che ne parlò durante una crisi isterica. Fino a quel momento noi ne avevamo ignorato l’esistenza.»

«Crisi isterica? Mio caro Bradford, quella fu una delle più superbe commedie di Nora! Finse semplicemente di credere che io le avessi già parlato delle lettere! In questo modo riuscì ad informarvi che le lettere esistevano e potevano essere trovate. Fu… fu terribile. Ma finché non seppi che Nora era la vera colpevole tutto questo non ebbe alcun significato per me.»

«C’è dell’altro, Ellery?» domandò Pat, con voce tremante.

«Pat, è sicura… mi sembra che…»

«Che cosa c’è, ancora?»

«Jim. Lui solo sapeva per certo la verità… sebbene forse Roberta Roberts l’avesse immaginata. Jim sapeva di non aver avvelenato quel cocktail, quindi doveva immaginare per forza che soltanto Nora poteva averlo fatto. Eppure Jim non pronunciò parola. Non vi ho detto poco fa che quel disgraziato ragazzo aveva una ragione sublime per martirizzarsi, come ha fatto? Era la sua penitenza, la punizione che si era imposta. Perché Jim sapeva di essere il vero responsabile della tragica rovina della vita di Nora… Sapeva che, per colpa sua, Nora era diventata un’assassina. Per questo accettò il processo e la condanna ed era pronto ad accettare la morte in silenzio… Però… Jim non riusciva a guardare sua moglie. Ricordate in tribunale? Non guardò Nora nemmeno una volta. Non riusciva ad alzare gli occhi su di lei. Rifiutò poi d’incontrarla, di parlarle, di vederla, prima, durante e dopo. Sarebbe stato troppo… perché, dopotutto, Nora aveva…» Ellery s’alzò. «Credo di non aver altro da dire.»

Pat levò gli occhi su Cart e parve sul punto di completare il discorso di Ellery.

«No» disse Cart. «Per favore non parlare. Non voglio sentir nulla.»

«Ma Cart, tu non sai che cosa stavo per dire…»

«Lo so benissimo! ed è un insulto!»

«Veramente…» cominciò il signor Queen…

«Se tu pensi» riprese Cart con voce dura «se tu pensi che io sia il tipo di mascalzone che sbandiera in pubblico una storia simile per l’edificazione e la letizia di tutte le Emmy Du Pré di Wrightsville, solo per un malinteso senso del dovere, allora non sei la donna che voglio sposare, Pat!»

«Non potrei sposarti comunque, Cart» fece Pat parlando a fatica. «Non potrei sposarti, sapendo ormai che Nora… che mia sorella si è macchiata di…»

«Ma non era responsabile delle sue azioni! Era ammalata! Queen, cerchi di far ragionare questa ragazza. Ascoltami, Pat, se tu conti di comportarti così, se insisti in questo stupido atteggiamento… ti pianto, ecco, non voglio più saperne di te.» Si alzò con un gesto brusco, fece alzare la ragazza e se la strinse forte al petto. «Patty cara, non è per Nora, non è per Jim, non per tuo padre, né per tua madre, né per Lola e non è nemmeno per te che parlo così… non credere che io non sia stato all’ospedale… Ci sono stato, varie volte. Ho visto la bambina di Nora subito dopo che l’hanno tirata fuori dall’incubatrice. Mi ha guardato facendomi dei versini buffi, poi si è messa a piangere con tutte le sue forze e ora… accidenti, Pat, noi ci sposeremo non appena le convenienze lo permetteranno. Porteremo questo maledetto segreto nella tomba con noi, e adotteremo la piccola Nora in modo che tutta questa dannata faccenda sembri la trama di un romanzo d’appendice. Ecco che cosa faremo!»

«Cart» mormorò Pat. Poi chiuse gli occhi e appoggiò la guancia sulla spalla del giovane.

Quando il signor Ellery Queen uscì dalla saletta interna della taverna, aveva un sorriso sulle labbra.

Fece scivolare un biglietto da venti dollari sul banco di Gus Olensen e disse:

«Domandi a quei due innamorati di là che cosa vogliono ancora bere… Il resto se lo tenga. Addio, Gus. Devo prendere il treno per New York.»

Gus fissò sbalordito il biglietto di banca.

«Ma non sto sognando, vero? Lei non è Babbo Natale…»

«Non esattamente, sebbene abbia regalato da poco, a due persone, un bamboccio di quasi quattro chili.»

«Ma, che significa?» domandò Gus. «C’è qualche specie di festa?»

«Naturalmente! Non lo sa, Gus? Oggi è la festa delle mamme!»

FINE