Il giurato numero sette
«Sarà quel che Dio vorrà» mormorò Eli Martin al signor Queen in tribunale, il lunedì mattina, mentre aspettavano l’ingresso del giudice Newbold.
«Vale a dire?» domandò Ellery.
«Vale a dire» sospirò l’avvocato «che, a meno di un intervento miracoloso, il genero del mio amico è fritto. Mamma mia, che disastro di processo! Non mi è mai capitato niente di simile. Nessuno vuol dirmi niente: l’accusato, la Roberts, la famiglia; nemmeno quella scimmietta di Patricia ha voluto parlare con me…»
«Patty…» mormorò pensosamente Ellery.
«Pat vuole che la chiami a testimoniare, ed io non so nemmeno perché! Questa non è legge: è pura follia.»
«È uscita sabato sera con un’aria molto misteriosa» mormorò Ellery. «Ieri è uscita di nuovo, e tutte e due le volte è rientrata molto tardi. E aveva bevuto, anche.»
«Quasi dimenticavo che lei è un investigatore. Come l’ha scoperto, Queen?»
«L’ho baciata.»
Il giudice Martin trasalì.
«Baciata?»
«Ho i miei metodi» disse rigido il signor Queen, ma poi sorrise. «Però non è servito a nulla; non ha voluto dirmi assolutamente che cosa stava combinando…»
«E il profumo “Odalisca”» brontolò il vecchio giudice. «Se Patricia Wright crede che un profumino dolciastro possa impedire al giovane Bradford di fare quel che vuol fare…»
Il primo testimone che il giudice Martin chiamò a favore di Jim Haight fu Hermione Wright. Hermy salì con regale dignità sullo sgabello dei testimoni e disse «Giuro» con voce ferma, quasi tragica. Era stata una mossa astuta, da parte di Martin, chiamare la madre di Nora a testimoniare in favore dell’uomo che aveva cercato di uccidere la figlia! Il pubblico e i giurati rimasero molto impressionati dalla ferma dignità con cui Hermy affrontò i loro sguardi. Era una donna veramente coraggiosa.
Con grande abilità, il vecchio avvocato portò Hermione a parlare della gaiezza della serata, dell’infantile gioia di Jim e di Nora quando avevano ballato insieme e incidentalmente le fece anche dire quanto aveva bevuto quella sera Frank Lloyd, il testimone principale di Bradford. Risultò chiara in contrario la sobrietà del signor Ellery Queen, il quale aveva bevuto un solo liquore prima del tragico brindisi al millenovecentoquarantuno.
Il giudice Martin indusse poi Hermy a parlare della conversazione avuta col genero, poco dopo il ritorno degli sposi dalla luna di miele. Jim le aveva confidato che Nora sospettava di dover avere un bambino. La sposa desiderava tenere la cosa segreta finché non ne fosse sicura, ma Jim aveva dichiarato di essere troppo felice per poter stare zitto.
Con una vaga emozione sul volto, Carter Bradford rinunziò al contro-interrogatorio. Vi fu un tentativo di applauso quando Hermy scese dal banco dei testimoni.
Il giudice Martin chiamò poi una lunga serie di persone per testimoniare la mitezza di carattere di Jim Haight. Una serie lunga quasi come il muso del giudice Newbold. E quando John si presentò a sua volta sulla pedana e dichiarò che Jim era un buon ragazzo, un figliolo d’oro, e che tutta la famiglia Wright giurava per lui, nel pubblico vi fu un’ondata di simpatia per i Wright che attutì un po’ l’animosità popolare verso l’imputato.
Durante la sfilata di questi testimoni, Carter Bradford mantenne un atteggiamento distaccato.
Poi il giudice Martin chiamò Lorenzo Grenville. Era un o’metto con gli occhi acquosi e il volto raggrinzito. Si definì un esperto calligrafico.
Dichiarò di essere stato presente in aula fin dall’inizio del processo e di aver sentito la testimonianza degli esperti dell’accusa riguardo l’autenticità della calligrafia delle tre lettere presumibilmente scritte dall’imputato. Disse inoltre di aver avuto l’opportunità di esaminare le suddette lettere, oltre a campioni della grafia di Jim Haight, e che secondo la sua «esperta» opinione esistevano gravi motivi per dubitare della paternità di Jim riguardo le lettere incriminate.
«Quindi lei non ritiene che Jim Haight abbia scritto quelle lettere?»
«No.» (Il Pubblico Ministero lanciò un’occhiata obliqua in direzione della giuria.)
«E perché, signor Grenville?» domandò il giudice.
Il signor Grenville si buttò sui dettagli. E poiché arrivò a delle conclusioni diametralmente opposte a quelle degli esperti citati dall’accusa, la giuria, con grande soddisfazione del giudice, era naturalmente confusa.
«Signor Grenville, ha qualche altra ragione per ritenere che quelle lettere non siano state scritte dall’imputato?»
Il signor Grenville spiegò: «Il fraseggiare è ampolloso, e non corrisponde al solito stile che l’imputato usa nelle lettere.»
«Concludendo, signor Grenville, qual’è la sua opinione definitiva?»
«Secondo me, si tratta di falsi.»
Il signor Queen si sarebbe sentito rassicurato se non avesse saputo che un altro imputato, in un altro processo aveva firmato un assegno e il signor Grenville aveva dichiarato che la firma era falsa. Ellery non aveva nessun dubbio sulle tre lettere. Erano state scritte da Jim Haight. Si domandò come avrebbe reagito il giudice Martin e lo scoprì subito.
«Secondo lei» disse il giudice «è facile o difficile falsificare la grafia del signor Haight?»
«Molto facile.»
«E lei sarebbe in grado di farlo?»
«Certamente.»
«Potrebbe farlo qui, subito?»
«Be’, dovrei studiarci un po’… diciamo un paio di minuti.» Bradford balzò in piedi e seguì un violento diverbio col giudice Newbold. Infine la corte accettò la dimostrazione e al perito furono consegnate carta, penna, inchiostro e una copia fotostatica di un campione di calligrafia di Jim.
Lorenzo Grenville studiò la fotocopia esattamente per due minuti.
Poi prese la penna, la intinse nell’inchiostro e cominciò a scrivere.
«Riuscirei meglio» disse «se avessi la mia penna.»
Poi il giudice Martin osservò ciò che il suo teste aveva scritto, e con un sorriso passò il foglio alla giuria, assieme alla fotocopia. Dall’espressione di stupore che si dipinse sul volto dei giurati, Ellery capì che il colpo era riuscito.
Vic Carlatti alla sbarra. Si, il proprietario del locale più malfamato della città.
D. «Signor Carlatti, lei conosce l’imputato, James Haight?»
R. «L’ho visto spesso in giro.»
D. «È mai venuto nel suo locale?»
R. «Si.»
D. «A bere?»
R. «Be’, un bicchiere o due, ogni tanto, non c’è nulla di male.»
D. «Ora, signor Carlatti, c’è stata una testimonianza secondo la quale pare che Jim Haight abbia ammesso con la moglie di aver perduto del denaro al gioco, nel suo locale. Ne sa qualcosa?»
R. «È una sporca menzogna.»
D. «Vuol dire che Jim Haight non ha mai giocato nel suo locale?»
R. «Mai.»
D. «L’imputato si è mai fatto prestare dei soldi da lei?»
R. «Mai.»
D. «L’imputato le deve del denaro?»
R. «Non un centesimo.»
D. «A quanto ne sa, l’imputato non ha mai perduto denaro nel suo locale? Al gioco o in qualche altro modo?»
R. «Gli unici soldi che l’imputato ha tirato fuori nel mio locale è stato per comprarsi da bere.»
«Signor Bradford, a lei!» disse il giudice Martin.
Contro-interrogatorio di Bradford:
D. «Carlatti, è contro la legge gestire una bisca?»
R. «E chi dice che io gestisco una bisca?»
D. «Nessuno, signor Carlatti. Si limiti a rispondere alle mie domande.»
R. «È una sporca montatura. Lo dimostri. Non sono qui in veste di imputato… Giudice Newbold: Il teste si astenga da commenti gratuiti e si limiti a rispondere alle domande.»
D. «Nella saletta posteriore del suo cosidetto night-club esistono una roulette e altri tavoli da gioco?»
R. «E io dovrei rispondere a una sporca domanda come questa? È un insulto, giudice. Non ho intenzione di stare qui a farmi insultare…»
Giudice Newbold: «Ancora un commento come questo e…»
Giudice Martin: «Mi sembra, Vostro Onore che questo interrogatorio sia improprio. Il problema se il teste gestisce una bisca o no non rientra nel caso in esame.
Giudice Newbold: «Respinto!»
Giudice Martin: «Eccezione!»
Bradford: «Se Jim Haight le deve dei soldi perduti ai suoi tavoli da gioco, signor Carletti, lei è costretto a negarlo per non incorrere nella legge, vero?»
Giudice Martin: «Io sostengo che la domanda…»
R. «Ma che vi prende a tutti? Se credete di farmi paura vi sbagliate! Ho un sacco di amici e vi faranno vedere che Vic Carlatti non si farà incastrare…»
Giudice Newbold: «Signor Bradford, ha altre domande?»
Bradford: «Credo che basti, Vostro Onore.»
Quando Nora prestò giuramento, si sedette e cominciò a deporre con voce soffocata, il tribunale pareva una chiesa. La donna che Jim Haight aveva cercato di uccidere, doveva per forza essere contro di lui… Ma Nora non era contro Jim. Era dalla sua parte, con tutta se stessa; fu una testimone superba, e difese suo marito da tutte le accuse. Ripeté che l’amava, che aveva fede nella sua innocenza. Mentre parlava, i suoi occhi continuavano a posarsi sulla misera figura di Jim che, a pochi passi di distanza, se ne stava a capo chino fissando la punta delle proprie scarpe sporche.
Nora non poté offrire ai giurati nessun fatto positivo per scagionare il marito, ma implorò per lui con tutta la forza della sua fede. Carter Bradford, generosamente, rinunziò al contro-interrogatorio.
La sposa sarebbe dovuta essere l’ultimo teste della difesa, ma Pat dal suo posto cominciò a fare segni frenetici al giudice Martin finché questi, con aria infelice, quasi colpevole, la chiamò a prestare giuramento. Il signor Queen si sporse in avanti sulla sedia, preso da una tensione indescrivibile.
Era chiaro che il giudice Martin non sapeva da che parte cominciare, ma Pat prese le redini del colloquio quasi immediatamente. Era indomabile. “Ma dove vuole arrivare?” si domandò Ellery.
Sebbene fosse un testimone della difesa, Pat fece chiaramente il gioco dell’accusa. Più parlava, e più danneggiava la disgraziata causa di Jim. Dipinse il cognato come un poco di buono, un bugiardo. Raccontò che aveva umiliato Nora, l’aveva trascurata, le aveva rubato i gioielli, le aveva rovinato la vita tormentandola e litigando con lei continuamente… Prima che potesse finire, il pubblico fischiava; il giudice Martin sudava come una fontana e faceva di tutto per rimandare la ragazza al suo posto. Nora fissava la sorella come se la vedesse per la prima volta, ed Hermy e John scivolavano sempre più giù dai loro sedili come due statue di cera sul punto di sciogliersi.
Il giudice Newbold interruppe Pat nel bel mezzo di una requisitoria contro il cognato.
«Signorina Wright, si rende conto di essere una teste della difesa?»
«Sono molto spiacente, Vostro Onore» ribatté Pat seccamente. «Ma io non posso sopportare di assistere a questa dolorosa commedia quando so che Jim Haight è colpevole…»
«Mi oppon…» cominciò il giudice Martin fuori di sé.
«Signorina» cominciò a sua volta il giudice Newbold irosamente. Ma Pat lo prevenne.
«È colpevole, come dicevo anche a Bill Ketcham ieri sera…»
« Che cosa? »
L’esplosione era venuta contemporaneamente dal giudice Newbold, da Eli Martin e da Carter Bradford. Per un momento il pubblico rimase in silenzio, agghiacciato dalla sorpresa; poi si scatenò una specie di giudizio universale, e il giudice Newbold ruppe la seconda mazzetta.
«Vostro Onore!» gridò al di sopra del baccano il giudice Martin. «Voglio che sia messo immediatamente a verbale che la dichiarazione fatta dalla mia teste un minuto fa mi giunge assolutamente nuova. Non avevo la minima idea che…»
«Un momento, un momento, giudice Martin» gemette il giudice Newbold con voce strozzata. «Signorina Wright!»
«Dica, Vostro Onore» fece Pat sorpresa, come se non riuscisse a capire il perché di tanta agitazione.
«Ma ho sentito bene? Ha detto d’aver parlato con Bill Ketcham, ieri sera?»
«Sì, Vostro Onore» assentì Pat rispettosamente. «E Bill era del mio parere…»
«Mi oppongo!» urlò Carter Bradford. «Questa è una commedia preordinata!»
La signorina Wright rivolse a Carter Bradford uno sguardo innocente.
«Un momento, signor Bradford!» Il giudice Newbold si sporse dal suo seggio. «Che cos’è accaduto ieri sera?»
«Ecco: Bill ha detto che Jim era colpevole senz’altro, e che se io gli avessi promesso di…» Pat arrossì. «Ehm, se io gli avessi promesso una certa cosa, lui avrebbe fatto sì che Jim avesse quel che si meritava. Disse che avrebbe parlato agli altri giurati e, da buon agente d’assicurazioni, ha detto che li avrebbe senz’altro persuasi tutti. Ha detto ch’io ero la ragazza dei suoi sogni, e che per me avrebbe scalato anche l’Himalaya.»
«Silenzio in aula!» ruggì il giudice Newbold. «Dunque, signorina Wright» continuò poi, cupo in volto. «Dobbiamo credere che ieri sera lei ha avuto una conversazione con Bill Ketcham, il giurato numero sette di questo processo?»
«Sì, Vostro Onore» fece Pat con gli occhi spalancati. «C’è qualcosa di male? Se l’avessi saputo…» il resto delle sue parole si perse nel baccano.
«Usciere, sgombrate l’aula!» urlò il giudice Newbold.
«Ed ora sentiamo tutto» fece il giudice Nevvbold con voce così fredda, che a Pat vennero le lacrime agli occhi.
«Siamo usciti insieme, Bill ed io, sabato sera. Bill m’ha detto qualcosa a proposito di non farci vedere, perché forse non era legale; così siamo andati in un ritrovo notturno di Slocum che lui conosce. Da allora ci siamo tornati tutte le sere. Io gli ho detto che Jim era colpevole, e Bill mi ha dato ragione; lui pensa che…»
«Vostro Onore» cominciò il giudice Martin con voce terribile.
«Eli Martin, se la sua reputazione non fosse… io penserei… Ohi, laggiù! Ketcham numero sette! In piedi!»
Il grasso Bill Ketcham, l’assicuratore, cercò di obbedire, ma ricadde a sedere. Finalmente riuscì a rizzarsi, e rimase in piedi oscillando leggermente.
«Bill Ketcham, è vero che ha trascorso tutte le sere, da sabato in qua, in compagnia di questa signorina? Le ha veramente promesso d’influenzare gli altri giurati…? Usciere! Dakin, prendetelo!»
Ketcham fu afferrato nella corsia principale mentre tentava di guadagnare la porta, dopo aver fatto lo sgambetto a due colleghi giurati. Quando fu trascinato davanti al giudice, cominciò a balbettare:
«Io… io non credevo di far niente di male, signor giudice. Io non mi sono reso conto, signor giu… giudice. Io giu… giuro che tutti sanno che quel figlio d’un cane è colpevole…»
«Fermate quest’uomo» mormorò il giudice Newbold. «Usciere, metta dei piantoni alle porte. C’è una sospensione di cinque minuti. Il resto dei giurati deve rimanere dove si trova. Nessuno dei presenti lasci l’aula.»
Il giudice Newbold si diresse verso il suo spogliatoio.
«Questo» disse il signor Queen mentre aspettava «capita quando non si tengono richiusi i giurati. Capita anche» soggiunse, fissando la signorina Patricia Wright «quando i ragazzini senza cervello s’impicciano degli affari dei grandi.»
«Ma Patty, come hai potuto?» singhiozzò Hermione. «Con quell’impossibile Ketcham! Ti avevo avvertita che avrebbe fatto delle avances spiacevoli se tu l’avessi incoraggiato. Ti ricordi, John, come tormentava Patty perché…?
«Me lo ricordo!» esclamò John, fuori dalla grazia di Dio. «E ricordo anche dove si trova il battipanni!»
«Sentite un po’» intervenne Pat a bassa voce. «Jim correva un grave pericolo, non è vero? Io allora mi sono lavorata quel ciccione di Bill, che ha tentato un paio di volte di mettermi le mani addosso… Avanti, continuate a guardarmi come se fossi una donnaccia!» Patricia cominciò a piangere. «In ogni caso, io ho fatto qualcosa che voi non siete stati capaci di fare… ve ne accorgerete in seguito!»
«È vero» convenne Ellery. «In questo processo Jim sarebbe stato senz’altro giudicato colpevole.»
«Se solo…» cominciò Nora col viso pallido, illuminato da un’immensa speranza. «Oh, Patty: sei una pazzerella, ma ti voglio tanto bene!»
«E Carter è diventato tutto rosso» balbettò Pat fra le lacrime. «Crede di essere così in gamba…»
«Sì» le fece notare il signor Queen. «Ma guardi il giudice Martin.»
Eli Martin si accostò a Pat.
«Patricia, tu mi hai messo in una delle più imbarazzanti posizioni della mia carriera. A me non importa, come non m’importa l’aspetto morale della tua condotta; però ti avverto che, nonostante quel che dirà il giudice Newbold, tutti capiranno che l’hai fatto apposta, e questo può forse ricadere su Jim…»
«Immagino che quei graffiacarte di vecchi avvocati debbano sempre fare i pignoli» dichiarò Lola. «Ma non prendertela, mocciosina; in ogni caso sei riuscita a dare a Jim un po’ di fiato… e qualche migliore probabilità!»
Pochi minuti dopo, il giudice Newbold rientrò in aula, e con voce fredda e irritata annunziò che il processo veniva rimandato a nuovo ruolo.