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UNA NOTTE FATALE
—Amore è Dio, tel dissi, Erminia, perchè Dio non è che amore.
Cap. VII, pag. 72.
UNA NOTTE FATALE OVVERO IL RITORNO DELL'ESILIATO
BOZZETTI MILANESI
PEL
R. A. P.
VOLUME UNICO
MILANO 1872
PRESSO CARLO BARBINI EDIT.-LIBRAJO
via Chiaravalle N.9
Sotto la protezione della legge 25 giugno 1865 N. 2337. essendosi adempito a quanto essa prescrive.
Tip. Ditta Wilmant.
CAPITOLO PRIMO
Era Lina un'ingenua verginella
Che ai sedici anni non toccava ancor,
Era bionda, era pallida, era bella,
Nè ancor sapea che cosa fosse amor.
FUSINATO.
Siamo nel 1778 in un dopopranzo del mese di maggio.
Il sole compie la luminosa curva sul sereno orizzonte; la primavera brilla splendida nel suo clima temperato, ne' suoi balsamici effluvii.
I corsi di Milano presentano un aspetto lieto, pressochè festevole; notasi un movimento tranquillo di gente e di carrozze che sembrano convenire tutte in un punto solo.
Sono i felici del nostro mondo elegante che recansi a diporto nei pubblici giardini ove un corpo di musica saluta con melodiosi concenti lo schiudersi della stagione dei fiori.
Là si respira un'aria fragrante che porta la salute nei petti ed una grata armonia alle orecchie.
Allorquando il zeffiro che scherza dolcemente infra le fronde degli alberi si muta a poco a poco in vento freddo e molesto.
Una nube nerastra si avanza minacciosa e dilatandosi e moltiplicandosi con ispaventevole rapidità sembra invadere l'azzurro del firmamento.
Il sole scompare; le piante agitate mandano un mormorio stridente.
Il cupo del cielo si riflette sulla terra, l'aria diventa oscura; la luce, sinistra del lampo non tarda a fendere ripetutamente le nubi che già si accavallano come le onde in un mare in tempesta.
È uno di quei rapidi cambiamenti della natura che non ci meravigliano punto nel mese di maggio.
I passeggianti colti all'improvviso si affrettano a ricondursi alle loro case, ma il tuono li sorprende sordo dapprima, indi fragoroso e col tuono un acquazzone fitto, infuriato, continuo.
È un correre, un affannarsi a riparare sotto l'atrio delle case ed in pubblici alberghi; le vie di Milano così tranquille dianzi, ora offrono uno spettacolo quasi di confusione.
Solo l'operaio mal tardandogli l'ora di riabbracciare la famiglia cui lo tenne diviso per l'intera giornata le esigenze dell'officina, affronta indifferente la pioggia sorridendo alle dolci premure che si vedrà fatto scopo dalla madre de' suoi figli.
In breve la notte cade avvolgendo il creato nel suo manto tenebroso; la città si fa deserta e silenziosa… presentando solo un'eccezione nella via di San Paolo.
Chiudevasi colà nientemeno che uno dei più rinomati magazzeni di mode ed erano circa venti giovinette vispe ed allegre che venivano messe in libertà.
Lascio immaginare che rumore assordante di voci, di risa, di urli e poverine non si poteva fargliene carico se sfogavansi in quel momento della soggezione che loro imponeva una maestra vecchia, brontolona e severa.
La natura non si può vincere, talvolta si riesce a soffocare un istante, indi bisogna che segga regina all'impero del mondo; ed è appunto in forza d'un'ineluttabile legge di questa natura che la lingua delle donne… debba sciogliere la questione del moto perpetuo.
—Guarda che brutto tempaccio, diceva una bella brunetta con un tuono di voce tale da soperchiare il cicaleccio delle compagne—ed a dire che stamattina c'era fuora tanto di sole!
—È proprio vero che in questo mese la costanza del tempo assomiglia molto a quella degli amanti; osservò sorridendo una fanciulla dallo sguardo maliziosetto.
—Già, degli amanti del giorno d'oggi.
—E di quelli ancora dei miei tempi; sospirava una vecchia zitella incaricata dalla maestra a sorvegliare la partenza delle sartine.
—Vale a dire, s'udì una voce, che i giovani del nostro secolo sono ancora quelli del secolo scorso.
—Ih, mi credete tanto vecchia!
E qui una risata generale.
—Un momento, saltò su una bella giovinetta dagli occhi azzurri e dai capelli d'oro, io protesto contro questa taccia d'incostanza; vi potrebbero essere delle eccezioni.
—Una protesta in questo caso è una rivelazione.
—Certamente. La biondina vuol difendere qualcuno.
—È chiaro.
—Qualcuno che si trova nella categoria degli amanti.
—Sarà il suo.
—Tò, tò, la biondina ha l'amoroso?
—Sicuro.
—Che furba!
—E noi l'ignoravamo.
—Io però lo sapeva da un pezzo e lo conosco anche.
—Sentite? la Martina lo conosce; è giovane?
—È ricco?
—È biondo?
—È nero?
—Adagio, adagio, altrimenti non parlo più; dirò prima di tutto ch'egli è molto bello.
—Ma brava!
—È giovane e l'ama poi alla follia.
—Ohe biondina, si palesano i segreti.
—Non m'importa; rispose la giovinetta con ingenuo sorriso.
—Tanto meglio. E di', Martina, come si chiama l'innamorato?
—Sì, sì, parla.
—Si chiama… Miccio.
—Miccio! Oh, che brutto nome, gridarono tutte in coro.
—Ed appartiene alla famiglia rispettabile dei… quadrupedi.
—Burlona!
—Sissignore, giacchè l'amante in questione al quale voi prendete sì grande interesse non è altro che un bel gatto soriano, domestico e affezionatissimo alla nostra biondina.
—Questo alle curiose!
Un altra sonora risata fu ripetuta dagli echi della via.
—Ih, che fracasso Madonna santa, borbottava Agata la vecchia zitella, ma che diranno i vicini, che direbbe la maestra se mai vi udisse! La prenderà con me, già son sempre io che porto la pena delle vostre bardassate. Tutte le sere allorquando torno di sopra, Agata, Agata, la mi brontola sempre, le ragazze fanno troppo strepito, ne parleranno tutti, verranno dei lamenti e tu che fai in mezzo ad esse? Gli è che non sei capace di tenerle al dovere oppure ti associ anche tu alle loro pazzie? In ogni modo bada bene poichè io non sono al caso di mantenere una donna che mi sia utile a nulla.—Capite? per causa vostra arrischio di essere cacciata di casa, d'essere abbandonata sulla strada ed alla mia età non si trova facilmente di che guadagnarsi la vita. Andiamo adunque, da brave, il tempo va acquietandosi, cogliete l'occasione e ritornate tranquille alle vostre case; avreste forse paura d'un po' d'acqua?
Facili ad arrendersi ad amorevoli parole le nostre sartine si fecero sul limitare della porta, sotto l'atrio della quale stavano raccolte ed involontariamente quasi tulle guardarono il cielo.
—È vero, s'udì una voce, la pioggia pare che cessi.
—Agata ha ragione, è tempo che ce n'andiamo.
Incomincierò io a dar il buon esempio; buona notte a tutte.
E ratta staccatasi dalle compagne una bella giovinetta, rasente al muro perdevasi nel bujo della via.
—E non avere uno straccio d'ombrello, prorompeva indispettita un'altra, ed a dire che stamattina mi va proprio a saltare in mente d'indossare il mio abito più bello; chissà come lo sciupo!
—Te ne farai regalare un altro.
—Uh, linguaccia!
Ed una terza risata non meno universale delle precedenti sovrastò di gran lunga il rumore del temporale.
Se qualcuno mi osservasse ch'io faccio ridere per troppo poco risponderei che i miei personaggi presentemente son tutte donne.
La sartina del bell'abito forse per non lasciar scorgere un certo vermiglio che suo malgrado le saliva le guancie senza darsi per inteso se la svignò chetamente.
Così continuando a cinguettare or su questa, or su quella cosa, ad una ad una, riparandosi alla meglio sotto l'ombrello dei privati, ritornavano tutte alle loro case con grandissima soddisfazione della vecchia Agata.
La biondina, l'amante del miccio, non fu tra le ultime a partire.
Ell'era una fanciulla di circa diciott'anni; i capelli del color dell'oro e la regolarità inappuntabile de' suoi lineamenti le avevano guadagnato l'appellativo di bella bionda e nessuno, neppur le più intime di lei amiche la conoscevano sotto altro nome.
Orfana della madre conviveva felice col vecchio genitore, il quale affranto dagli anni e da lunghe infermità doveva la sua vita ai sudori della figliuola e ad uno scarso compenso mensile che gli fruttava il suo modesto impiego.
Egli era portinajo d'una casa di nobile famiglia situata sul corso di
Porta Nuova.
Povera ma ricca di cuore e di generosi sentimenti la biondina consumava i suoi giorni nel lavoro e nelle cure che esigeva il cadente padre suo—e quantunque spesse volte si vedesse costretta a dure privazioni non bastando i tenui guadagni a supplire ai tanti bisogni, pure nella sua povertà ell'era felice ed il volto, riflettendo la pace dell'anima era sempre sereno e sorridente.
Si alzava col sole alla mattina ed accudite le domestiche faccende e dato un bacio al padre ed un abbraccio ad un gatto che colla sua domestichezza e fedeltà erasi guadagnato la tolleranza dell'infermo e tutto l'amore della fanciulla, volava lieta al magazzeno, ove amata dalla maestra per l'assiduità al lavoro e dalle compagne pel carattere schietto e la bontà dell'anima passava contenta l'intiera giornata.
Beata allorquando gli era data trascorrere la sera in dolce ozio col miccio in grembo, seduta ai piedi del padre suo, non era perciò dolente allorchè i bisogni della maestra e più ancora i suoi propri l'obbligavano a spendere parte della notte al tavolino da lavoro.
La compagnia del gatto le svaniva dalla mente ogni superstizioso timore e l'idea di migliorare l'esistenza del vecchio sofferente le allontanava il sonno allorchè s'aggradava pesante sulle di lei pupille.
Il padre superbo di tal figliuola soleva chiamarla il suo angelo e coloro che conoscevano la bella biondina approvavano unanimi la tenerezza paterna.
Fatti appena alcuni passi la biondina s'incontrò in un elegante giovinotto che percorreva da qualche tempo la via di S. Paolo nell'attitudine di chi aspetta qualcuno.
Vestiva egli con quella femminea ricercatezza che esigeva la moda de' suoi tempi.
I capelli portava incipriati e annodati indietro; indossava un lungo pastrano verde ricco di merletti e guarnizioni d'ogni sorta; il panciotto gli scendeva sin oltre le anche ed i pantaloni di stoffa rossa allacciati alle ginocchia lasciavano vedere il contorno di due gambe aggraziate e coperte da calze di seta.
Vide la fanciulla e cedendole cortesemente il marciapiedi si fermò a contemplarla, indi come colui che si risolve dopo un'istante d'indecisione le si porta al di lei fianco.
—Bella fanciulla, le disse in tuono garbato, io non voglio lasciarvi esposta a quest'acqua che cade a rovesci, degnate d'appoggiarvi al mio braccio e permettete che vi accompagni coll'ombrello.
La biondina per tutta risposta chinò il capo e mosse più ratta i suoi passi.
—Si tratta di voi, ribattè il damerino, si tratta della vostra preziosissima salute che potrebbe soffrire affrontando quest'ostinato temporale; siate adunque discreta e fatemi l'onore in questa sera d'essere il vostro cavaliere servente.
«Voi non rispondete? ah, capisco, gli è che sperate di incontrare lui non vero? il fortunato mortale che possiede il vostro cuore e che per combinazione quest'oggi è in ritardo.
«Oh, ma se io fossi al suo posto, se spettasse a me l'alta fortuna di chiamarmi… vostro amico, certamente vi sarei più assiduo, apprezzerei meglio il mio biondo tesoro.
«Ebbene io vi offro il mezzo di vendicarvi di lui se lo volete, appoggiatevi al mio braccio e se avremo la disgrazia d'incontrarlo rispondetegli che non è più in tempo; accettate?»
—Signore, rispose ingenuamente la biondina, non potendo trattenere un sorriso, io non devo incontrare nessuno.
—Davvero?
—Ho sempre preferito far la mia strada da sola; vi prego adunque di lasciarmi.
—Voi non avete amanti?
—No.
—Tanto meglio…. cioè volevo dire che fate molto male; vi mettete in contraddizione con tutte le fanciulle della vostra età.
—Mi congratulo della bella opinione che avete delle donne.
—Ma chi non ha l'amoroso? È una regola generale.
—Io ne sarò l'eccezione.
—Non ve lo darei per parere, disse il giovinetto, tanto più voi, che costretta a ritornare dal magazzeno ad ora tarda, la compagnia d'un amico sincero e fedele vi sarebbe altrettanto utile…. che piacevole.
—Ma come sapete voi ch'io ritorno tardi? domandò meravigliata la biondina.
—Son varie sere che vi seguo senza aver mai avuto il coraggio d'avvicinarvi; cosa volete di più ingenuo? Oh! io devo essere molto riconoscente a questo temporale!
—Signore, vi prego, lasciatemi.
—Via, non sentite come piove? bramate proprio inzupparvi tutta?
—Non ne avrei il tempo perchè abito qui vicino.
—Lo so, sul corso di Porta Nuova.
—Avete fatto molto male a seguirmi, disse la biondina in tuono di dolce rimprovero.
—Ebbene, se ciò vi dispiace, non lo farò più, ma stassera è inutile che insistiate, vostro malgrado vi accompagnerò coll'ombrello.
—Oh, siete pur ostinato; e la biondina per la prima volta alzò gli occhi in volto allo sconosciuto.
Era un bel giovinotto.
—Sono sempre ostinato quando si tratta di esser utile a qualcheduno; diss'egli cortesemente.
—In allora, se volete proprio….
—Ebbene?
—Se volete proprio accompagnarmi, datemi il vostro braccio.
—Ah, così va bene; ora eccomi ad un posto che invidieranno certamente tutti quelli che incontreremo.
—Non ne incontreremo molti, state certo.
—E voi non temete far sempre sola queste vie così deserte?
—Che volete si faccia ad una povera tosa che corre da suo padre?
—E perchè non v'accompagna vostro padre? le domandò il damerino.
—Poveretto…. è vecchio ed infermo.
—Ebbene, farò io quel che non può far lui.
—Cioè?
—Tutte le sere, se voi me lo permettete, verrò a prendervi al magazzeno e vi restituirò nelle sue braccia.
—Nossignore, nol permetterò.
—Voi non avete amanti, mi diceste.
—E non ne avrò mai.
—Non fate così; sentite, voi siete molto bella, vedervi chi ha un cuore in petto, bisogna che v'ami; ebbene, io l'ho questo cuore, vi vidi e v'amai. Sareste voi tanto cattiva da respingere l'amor mio? Noi ci vedremo tutti i giorni, pensate alla felicità di quei momenti che passeremo insieme uniti coi dolci legami di un puro affetto.
—Ma mio Dio, bisogna lasciar fare all'amore chi ne ha il tempo; noi ragazze del popolo non possiamo. È vero che per prendere marito è necessario farsi l'amante, ma però non andiamo per le lunghe, noi; s'egli è bello, s'egli è buono, se ci conviene insomma ce lo sposiamo e buona notte, altrimenti alle sue prime dichiarazioni gli si fa capire che non fa per noi, ed in tal modo, vedete, schiviamo quegl'infiniti dispiaceri, che come si legge sui libri, colgono sempre chi ha troppa fiducia nell'amore.
—Ebbene, insistè nuovamente il damerino, ditemi una parola, ed io domani, questa sera istessa vengo da vostro padre e vi chiedo in isposa.
«Noi compereremo una casetta in campagna, poichè io amo molto l'aria pura e la vita semplice dei campi; abbandoneremo la città, ed i giorni scorreranno per noi felici, la vita priva di lagrime e di dolori ci farà credere d'anticipare quella del cielo.
«Avremo una famiglia; oh! qual gioia in allora veder i nostri figli correr leggieri pei prati, condurli alla mattina sulla vicina collinetta ad assistere allo spettacolo sublime del sole nascente, divider con loro le innocenti gioie, i loro stessi trastulli ed alla sera mentre dormiranno il sonno degli angeli, sull'agile barchetta, solcando le argentine onde del lago, ai pallidi raggi d'una mesta luna, stretti in ineffabili amplessi vagheremo per quelle incantate regioni ove per qualche momento è dato trasportarsi nei lieti giorni della vita a quei fortunati amanti che il propizio fato ha riuniti.
«Tutto ciò, vedete, dipende da voi, una vostra parola può cangiare questo sogno nelle più ridente realtà.
«Suvvia adunque, a che state pensosa? Non vi garba forse la campagna? Ebbene, noi vivremo in città, e voi farete invidia a tutte le eleganti signorine di Milano.
«Come l'ape coglie l'etere svolazzando di fiore in fiore, così noi godremo di tutti quegl'infiniti piaceri che offre di continuo la bella capitale; teatri, salons, feste, tutto sarà per voi; sarete un astro così fulgido di luce che eclisserà in passando anco i soli più superbi del nostro mondo elegante.»
Vedremo se queste parole gli partivano sincere dal cuore, oppure se erano frutto della più bassa perfidia.
Come qualunque altra fanciulla, la biondina si sentì travolta, incantata, affascinata dal lusinghevole linguaggio del giovine; buon per lei che ebbe ancora il coraggio d'ascoltare una voce che le rammentava il dovere.
Assumendo quindi un contegno assai grave si volse allo sconosciuto e rispose:
—Voi mi parlaste franco, o signore, e voglio credere anche seriamente, permettete che ancor io faccia lo stesso: ascoltate.
«Due anni or sono, colpita da improvviso malore, io perdeva mia madre.
«Nella breve ora della sua agonia, mentre al capezzale io disfogava in lagrime il dolore dell'imminente perdita, la moribonda dopo d'avermi dato quei saggi consigli che l'esperienza le suggeriva, mi disse con voce solenne:
«—Datti pace, figlia mia, poichè se la morte inesorabile ti toglie la madre, ti rimane però sempre il padre tuo, che t'ama tanto. Egli giace infermo, ma rammentati che quel miserando stato lo deve ai disagi sofferti ed alle ferite ond'è crivellalo il suo corpo, toccate sul campo della gloria. Tu lo sai, egli è veterano dell'armata di Pasquale Paoli, fu compagno a quel valoroso principe tanto nella prospera come nell'avversa fortuna, combattè con lui tutte le battaglie dell'indipendenza della Corsica; onde tu vedi ch'egli è degno di tutto il tuo rispetto. Io era l'unico sostegno della mia famiglia, e fra pochi momenti non sarò più; guai se tuo padre si vedesse perciò costretto a rivolgersi alla pubblica compassione; tu non sai qual'anima altera racchiude il suo corpo malaticcio; a te adunque il sacro obbligo di vegliare al suo soccorso, soddisfare con onesti guadagni i suoi molti bisogni, e far in modo ch'egli non abbia a rimpiangermi troppo sovente. Dall'alto del cielo io veglierò su te, pregherò Iddio onde ti guardi da ogni sciagura, ed allorquando lassù ci rivedremo, fa ch'io possa dire abbracciandoti: figlia mia, tu hai compiti saggiamente i tuoi doveri.
«Commossa dalla solennità del momento, io giurai sagrificarmi tutta intera alla felicità di mio padre, ed onde nessuno mi togliesse quell'affetto che a lui solo voleva consacrare, feci voto di vivere fanciulla al di lui fianco, sin che a Dio piacesse chiudere i suoi occhi al sonno eterno.
«Voi vedete adunque, mio signore, ch'io non posso accettare la vostra proposta; manterrò i miei giuramenti, poichè mi fu detto che
È la sventura
Retaggio eterno della spergiura.
«Ora, continuò la giovinetta fermandosi vicina ai Portoni di Porta Nuova, permettete ch'io vi ringrazi del disturbo che vi siete preso; io abito in questa casa, mio padre n'è il portinaio, ed egli mi attende; dunque, buona notte!»
E fatto un grazioso inchino, leggera come una silfide mezza donna e mezza nube, senza neppur dar tempo all'incipriato ganimede di rispondere una parola, ratta fuggì sotto l'atrio della porta.
Ma il giovinetto, che quell'addio così asciutto non gli andava troppo a sangue, sperando inoltre di vincere con altri argomenti i sensi troppo severamente onesti della leggiadra fanciulla, la seguì correndo, e cintole colle braccia l'esile corpicino, stava per deporre un bacio su quella candida fronte; ma la ritrosa dibattendosi stizzita, svincolossi con qualche sforzo dall'amplesso ardito, lesta aprì l'uscio che metteva al portinaio, e lo rinchiuse sul naso del giovinotto.
Egli la vide gettarsi nelle braccia d'un vecchio adagiato immobile sur un ampio seggiolone, e baciarlo ripetutamente in volto.
Con occhio invido contemplò quella scena d'amore; che non avrebbe dato per uno di quei baci? Indi comprendendo che nulla più aveva a sperare, si tolse di là molestato da mille diversi pensieri.
—Davvero che s'io credessi nella virtù delle donne, pensava il deluso dandy, giurerei d'averne incontrata una onesta. Tanta fermezza non la so comprendere e sì che non tralasciai di blandire in mille modi quella vanità che le donne possedono in buona dose ed alla quale noi dobbiamo i nostri più bei trionfi.
«Oh, ma perchè si fu respinti in un primo attacco si dovrebbe forse rinunciare avviliti all'impresa? Se ne tenti un secondo, un terzo se fa duopo; eppoi una buona volontà trova infiniti mezzi per conseguire il suo intento.
«Quella biondina è troppo bella perch'io la possa incontrare per via, guardarla indifferente e passare avanti; quegli occhi celesti promettono un amore ardente! un amore di fuoco; quel corpo modellato su forme divine… oh, essa dev'esser mia; io solo debbo cogliere quel fiore ancor rorido di rugiada e dimenticato per avventura sul suo gracile stelo.
«S'io lo rispettassi, un'altra mano s'avanzerebbe verso di lui, perchè adunque rifuggirò dal fare in oggi quello che altri farebbero domani?
«Sarà d'uopo di costanza ma io l'avrò e giacchè sembra superiore ad ogni seduzione continuerò ad infingere intenzioni rette, la domanderò a suo padre in moglie, gli giurerò di farla felice e vorrei vedere che quel miserabile vecchione me la rifiutasse.
«Marco, il mio fedele, indosserà i suoi abiti da prete e celebrerà il matrimonio…
«Domani la vedrò ancora, mi troverà dappertutto, in tutti i suoi passi io sarò al di lei fianco, non le parlerò che d'una cosa sola, del mio amore e se la bella ostinata persisterà in un capriccioso rifiuto si ricordi ch'io non son uomo d'abbandonare i miei progetti qualunque sieno gli ostacoli che mi si parassero davanti.»
E continuando l'acqua a cadere a diluvi, riuscendogli nojosa la povertà delle vie, entrò in un caffè cui dal giocondo schiamazzare comprendevasi come non dividesse punto la tristezza della natura.
CAPITOLO II.
Io vorrei che stendesser le nubi
Sull'Italia un mestissimo velo;
Perchè tanto sorriso di cielo
Sulla terra del vile dolor!
NICOLINI.
Fu nel 1714 in forza dei trattati di Utrecht e di Rastadt che la nostra Lombardia da lunghi anni soggetta agli Spagnuoli passò sotto il dominio dell'Austria; e gl'italiani credendo mutar destino col mutar di padrone applaudivano al nuovo signore.
Povera Italia, che dopo d'aver tracciati fasti luminosi sul libro della storia, dopo d'aver tenuto per lunga stagione in suo pugno i destini del mondo intero, or si vedeva avvinta in mille diverse catene, doveva ubbidire sommessa a mille diversi padroni.
L'Austria voleva unire per sempre la nuova terra all'impero ed a questo scopo tentò ogni mezzo per legarsela con vincoli d'amore; incominciò quel gran lavoro di assimilazione che se gli riuscì in Ungheria ed in altri paesi gli doveva fallire completamente in Italia.
Abolì balzelli immorali, frutti dell'ingordo dispotismo spagnuolo, che colpivano il povero nei bisogni più urgenti della vita; stese una mano protettrice alla snervata industria, alla languente agricoltura tentando risorgere la Lombardia a quell'importanza industriale ed agricola che sempre aveva goduta in Europa—e seminando benefici l'Austria ne raccoglieva frutti di riconoscenza.
Ma non mancavano però coloro che comprendevano come la tigre pe' suoi feroci fini abbia facoltà di rendere la sua branca gentile quanto la mano d'una vergine, che comprendevano insomma come non si cercasse che di renderci leggiere le catena del più ignominioso servaggio.
Erano coloro che dovevano tenere accesa la sacra fiamma di libertà in quegli anni di schiavitù.
Fra questi nobili patrioti era il conte Sampieri.
Amantissimo della patria, di carattere energico ed intraprendente, di bello ingegno si era fatto nel 1764 iniziatore d'un comitato segreto scopo del quale far pratiche con Carlo Emanuele III Duca di Piemonte, onde unire colla rivoluzione la Lombardia a quella provincia.
Il sommo pensiero del conte Sampieri era l'unità d'Italia sotto lo scettro d'un re italiano; nobile aspirazione che doveva costare più tardi immensi sacrifici.
Il comitato erasi guadagnato molti giovani milanesi ardenti sempre e volonterosi quando trattasi della patria.
Carlo Emanuele nobilissimo principe, cui ne fu in ogni tempo feconda la stirpe di Savoja, non aspettava che un moto per muovere alla testa de' suoi piemontesi in ajuto ai fratelli lombardi, ma sventuratamente alla vigilia del gran giorno la congiura venne scoperta e soffocata nel sangue.
Sampieri fuggì in Corsica; fu nel 1765.
In quell'isola già da molti anni combattevasi per la libertà.
Soggetta alla Repubblica di Genova la Corsica mal potendo sopportare il modo tirannico ond'era governata si sollevò.
La vacillante Repubblica di Genova con improvvido consiglio domandò l'aiuto dell'Austria, indi della Francia, ma i Corsi stretti intorno a Pasquale Paoli, uomo di forte ed elevato carattere lottavano intrepidi contro gli stranieri invasori.
Il conte Sampieri istrutto nelle discipline militari ed amico personale di Pasquale Paoli che seppe apprezzare l'esule patriota, occupò un posto importante nella sollevazione della Corsica; ma sconsideratamente Genova con turpe mercato cedette l'isola al governo di Francia e gl'insorti non poterono allora resistere alle preponderanti forze francesi.
Pasquale Paoli esigliò in Inghilterra nel 1769 e Sampieri trovò una morte gloriosa sui campi di battaglia.
Il conte milanese morendo abbandonava per sempre una moglie adorata e due figli ancor di giovane età; Renato ed Alberto.
Renato il maggiore contava all'incirca diciott'anni.
Di carattere dolce, d'indole mite egli era la delizia della madre sua; amante della pace e d'una vita tranquilla non poteva comprendere come suo padre avesse volontariamente corsi tanti pericoli—morendo vittima del suo coraggio.
Guai se il destino provava con fortunosi avvenimenti quella debole natura; simile alla canna del deserto si sarebbe spezzata al primo vento che l'avvolgeva ne' suoi turbini.
Adorava sua madre per un forte bisogno d'essere amato, divideva seco lei le sue gioje, versava sul di lei seno le sue lagrime—non volendo conoscere altri piaceri che quelli dello studio, altre affezioni che quelle pure, ineffabili della famiglia.
Alberto invece era l'antitesi del fratello.
D'animo virile, di natura energica, inquieta, attiva, possedeva tali qualità che ben regolate l'avrebbero fatto degno del nome di suo padre, ma che invece il mal'esempio di cattivi compagni le guastò.
Trascurava gli studi per la ginnastica, la scherma ed il cavallo e crescendo di forze crescevano in lui i germi della corruzione.
Troppo debole era il freno che poteva imporgli la madre perchè egli non lo rompesse e si facesse arbitro delle sue azioni.
Passarono otto anni.
La vedova contessa Sampieri affranta dalle infermità d'una costituzione viziosa rendeva santamente l'anima a Dio.
Renato ne pianse la perdita ed allorquando il tempo ebbogli guarito il lutto del cuore, seguendo le proprie inclinazioni s'unì in matrimonio con una giovinetta di nobile casato milanese e stabilissi nella casa de' suoi parenti.
Alberto invece divenuto coll'età superbo e malvagio chiese al fratello la parte spettantegli dell'asse paterno e ricco di vari milioni ritirossi in un palazzotto sul corso di Porta Tosa* ove circondato da servi corrotti menava una vita dissoluta e libertina rotto ad ogni eccesso, ad ogni turpe nefandità.
* Ora Porta Vittoria.
CAPITOLO III.
Ahi, misero! t'han guasto e scolorito
Lascivia, ambizion, ira ed orgoglio
Che alla colpa ti fero il turpe invito!
MONTI.
Siamo a Porta Tosa precisamente nel palazzo del giovine conte Alberto
Sampieri.
È quasi mezzanotte.
In un'ampia stanza che serve nel tempo istesso di anticamera e di sala d'arme stanno raccolti intorno ad un tavolino quattro uomini che con un mazzo di carte ed un fiasco di vino passano il loro tempo giuocando e bevendo allegramente.
Vestono tutti la livrea e dalla sua uniformità si comprende come appartengano ad un medesimo padrone.
Sono i quattro servi di casa Sampieri.
Se si dovesse giudicarli dal volto non si potrebbe al certo dar di loro un giudizio lusinghiero; sebben giovani ancora portano scolpite in fronte le traccie del vizio, del disonore, del delitto.
Il maggiore di essi, conta all'incirca trent'anni.
È piccolo e robusto di corpo; una folta barba gli nasconde quasi tutto il volto, un volto da patibolo, due occhi neri pieni di malizia brillano sotto la fronte ampia, sede d'un ingegno svegliato al male e fecondo d'abominii.
Egli è Marco, il servo di confidenza del conte Sampieri e siccome avvi una misteriosa simpatia che lega fra loro i buoni quanto gli uomini cattivi, così Marco ama svisceratamente il suo padrone e n'è da lui riamato.
Superbo di tale affezione, come avviene quasi sempre nei servi prediletti, Marco vorrebbe sollevarsi un gradino dal livello degli altri suoi compagni di servizio ed arrogarsi diritti e privilegi di padrone, ciò che mal comportano questi; ma finiscono quasi sempre a chiudere un occhio visti gl'intimi accordi che esistono realmente fra Marco ed il conte.
Seduto dicontro a Marco e suo compagno di giuoco è un giovinetto i cui stivali che gli arrivano sin oltre il ginocchio, il frustino che costantemente gira fra le dita ed il bonetto ad ala tesa che di tempo in tempo si calca in testa, lo fanno il vero tipo del cocchiere.
Franz è inglese, e conoscendo mediocremente l'italiano, parla poco, sebbene di carattere allegro e sans souci.
Professa una specie di culto pei cavalli, è felice allorquando impalato sul ricco palafreno guida per le spaziose vie di Milano i suoi puledri puro sangue, ed è ancora più lieto quando solo nella scuderia può abbandonarsi con loro nell'idioma patrio in mille cordiali tenerezze.
Sono l'unico oggetto che gli rammentino la patria, e li ama come s'ama la patria.
Del resto, d'indole fredda come quasi tutti i suoi compaesani, Franz ha un'anima incapace al bene come pure al male; è una di quelle creature la cui vita è una landa sterile d'ogni utile germoglio, ma che non è per anco sbattuta da turbinose tempeste.
Colla massima indifferenza canticchiando l'usato ritornello inglese, egli avrebbe condotto il suo padrone tanto ad una semplice passeggiata lungo il corso, quanto al ratto d'una vergine, tanto in chiesa che al lupanare; sordo ad ogni voce di coscienza, egli fa il suo mestiere; riprovevole apatia che pur troppo si riscontra sovente nel cuore dell'uomo.
Gli altri due, Tonio e Piero, giovani poco più che ventenni e capaci d'ogni vilissima azione, trovano alloggio e nutrimento presso il conte Sampieri, servendolo in ogni suo delittuoso capriccio.
—Quà i bicchieri, vuotiamone un altro gotto, indi alla rivincita, disse Marco afferrando l'ampio fiasco che s'ergeva maestoso in mezzo alla tavola; animo, Franz, son due partite di seguito che perdiamo stassera; e che! ci lasceremo noi forse soperchiare da due sbarbatelli che mi farei ballare in sulle dita come il saltimbanco fa ballare le marionette? Franz, la nostra fortuna è in fondo a questo fiasco; suvvia adunque, peschiamola colle labbra.
E portatosi il colmo bicchiere alla bocca, lo vuotò d'un fiato.
L'esempio fu seguito da tutti.
—Ah yes! altro bicchiere, gridò l'inglese facendo scoppiettare il suo frustino, altro ancora, eppoi vincere.
—Vèh, vèh, l'inglese s'infiamma! osservò Piero con un po' d'ironia.
—To', è vero, aggiunse Tonio.
—Yes! e perchè non m'infiammare? Non avere forse puledro inglese più nobile sangue che non italiano? Non valere cavallo inglese tre volte cavallo italiano?
—Guarda Franz, disse Marco ridendo, che te la lascio passare perchè hai avuta la prudenza di limitare il confronto ai soli cavalli delle due razze, ma se mi facevi una questione d'uomini, t'avrei provato che avevi torto.
—Ah, io non conoscere che vostri cavalli, uomini non ancora.
—Sta sempre a te se vuoi farne la conoscenza, notò Piero con malizia.
—Ed io la fare molto volontieri, anche subito; e Franz balzava in piedi scoppiettando bruscamente il suo frustino.
Piero, giovinetto molto ardito, d'un salto fu davanti all'inglese e si preparava a rispondere alla sfida, se non che la voce amorevole di Marco tuonò:
—Ma sì, fatemi delle scene adesso; diavolo, che non si sappia reggere ad uno scherzo? Giù, Franz, al tuo posto; io non voglio andar a dormire col peso di due partite in sulle spalle; qua il mazzo adunque e giuochiamo.
—È vero, brontolò l'inglese tornandosi a sedere, non perdiamo tempo inutilmente.
—Già, perchè a momenti tornerà il padrone, aggiunse Tonio.
—Oh, per questo, disse Marco, possiamo star certi che il padrone non lo vedremo tanto presto. Oggi è sabato, ed in questo giorno le sartine sogliono guadagnarsi di notte le ore di riposo dell'indomani, e fra il padrone e le sartine corrono adesso certi rapporti…
—Ah sì?…
—Tien dietro forse ad una di loro?
—E che bella tosa, aggiunse Marco.
—Ecco un'avventura che il padrone incomincierà, e che noi come al solito dovremo terminare.
—Sicuro, lui fiuta la preda, a noi acchiapparla e mettergliela nel carniere.
—Diventate conti e milionari, eppoi farete lo stesso.
—Bravo Marco, hai ragione.
—Scommetto che tutto finire come altre volte con un viaggio a Magenta, osservò Franz; miei cavalli oramai sapere a memoria la strada.
—Tanto meglio, la faranno più in fretta.
A por fine a questa enigmatica conversazione si fece sentire il passo d'un uomo salire lentamente lo scalone. Tutti tesero attenti l'orecchio.
—È lui, esclamarono in coro i quattro servi, e balzarono in piedi.
—Va adagio, brutto segno, congetturò Marco accendendo un lume.
Infatti poco dopo entrò il conte Sampieri e girando attorno uno sguardo bieco senza neppur curarsi degli ossequiosi inchini dei suoi servi s'internò negli appartamenti.
Marco lo seguì.
Arrivato il conte nel suo salotto si gettò senza profferire parola sur una sedia ed appoggiati i gomiti alle ginocchia si nascose il volto nelle mani.
Marco si fermò rispettosamente davanti al conte aspettando i suoi ordini.
Passò qualche minuto, alla fine Marco vedendo che il padrone non sembrava accorgersi di lui, non osando parlare pel primo sapendo quanto veemente ed impetuoso egli fosse, si pose a passeggiare per la camera movendo or questo or quell'altro mobile, fingendo porli in assetto, ma in sostanza al puro scopo di far un po' di rumore.
Infatti Sampieri alzò la fronte; vi si scorgeva impresse le traccie d'una lotta crudele combattuta internamente.
—Che fai Marco, gridò dispettoso, ritirati e non mi seccare più oltre.
—Signor conte, belò umile il servo…
—Vattene in tua malora, urlò Sampieri.
—Gli è…
—E che, non obbedisci? bada Marco…—I suoi occhi scintillavano di rabbia.
—Ebbene me ne vado, lo lascerò solo…—Ed il servo mosse verso la porta.
Il conte lo accompagnava con lo sguardo ed allorquando lo vide uscire quasi pentitosi del suo piglio troppo severo:
—Marco! chiamò con voce più dolce.
Il servo rientrò.
—Dove vai adesso?
—A dormire, signor conte, non me n'ha ella data licenza?
—E mi abbandoni qui soletto come un cane mentre ne ho tanto bisogno di compagnia?
Il conte sembrava commosso.
—Ma non è forse quello ch'io bramo di rimanere con lei? Oh ma senta, signor padrone, proruppe il servo con espressione assai risoluta, se è una vendetta incompiuta, un odio non soddisfatto, un insulto patito, quello che lo rende così triste, si ricordi ch'io sono sempre pronto a farmi fare in mille pezzi per lei, comandi, io non verrei meno di fronte a qualsiasi pericolo, fossa anche di provare al boia che so fare il suo mestiere.
—Lo credo, Marco, esclamò il conte rabbonito, tu mi sei affezionato e fedele, lo credo, ma ora non mi puoi far nulla. Ho l'inferno nel cuore, la confusione nella testa, sono malato.
—Ma di una malattia non incurabile signor conte: disse Marco moderando la voce, penso io a guarirla. Lei ha bisogno di cambiare un po' d'aria, d'abbandonare per esempio Milano e fare una gita al suo castello di Magenta. L'aria di quel paese gli ha sempre fatto bene lo neghi se lo può, gli ha sempre portata la salute in mezzo ad un nembo di gioie, di voluttuosi piaceri… Magenta, ecco la ricetta infallibile.
Il conte alzò gli occhi ed incontrò lo sguardo di Marco.
Servo e padrone si compresero pienamente, un sorriso malizioso sfiorava le loro labbra.
—E bisognerà risolversi a questa gita, proruppe Sampieri, non ci sono vie di mezzo, sono stanco io di sopportare più oltre questi ardori veementi, questi desideri di fuoco che mi tormentano giorno e notte e che mi fanno imbecillire. Figurati, stassera le parola d'una donna mi spaventarono, mi ammutolirono confuso.
—Forse una gran dama?
—Bah, una semplice femminetta.
—È la sartina, pensò Marco.—Ch'ella ama forse?
—Che io amo da impazzire, esclamò il conte; oh ma dev'essere mia ad ogni costo. Senti Marco io ti ho sempre tenuto in conto d'uomo destro e coraggioso, di uomo che tutto può ciò che vuole, ora tocca a te non mentirmi.
—Eccomi quà tutto orecchi, signor conte, parli pure liberamente e più l'avventura è arrischiata più mi ci metto con gusto. Era appunto un po' di tempo che mi lasciava in riposo ed io non son nato per dormire tutto il giorno in un'anticamera, io; mi piace la vita attiva, nei pericoli, nell'imprese azzardose, fra nemici, fra le risse, in mezzo ai pugnali, là perdio è il mio posto. Un misfatto più o meno non è quello oramai che mi manda all'inferno lo stesso.
—Bravo Marco ed a cosa finita tu sai ch'io non sono spilorcio. Dammi ascolto adunque. Son circa quindici giorni ch'io tento invano d'affezionarmi una fanciulla che incontrai per la prima volta nella via di San Paolo.
—Lo so, disse Marco.
—In che modo? gli chiese il conte sorridendo.
—Una sera lo vidi passeggiare a piccoli passi davanti ad un certo magazzeno di mode. In quel mentre vi usciva schiamazzando una turba di giovinette e senza aver l'intenzione di spiarlo lo sorpresi nell'atto d'offrire il braccio alla più bella, alla più degna di lei.
—Ebbene, riprese Sampieri, son quindici giorni ch'io l'avvicino ma che getto il mio tempo inutilmente. Più che ritrosa ell'è ostinata e non sa d'altro parlarmi che di doveri, d'onore… che so io, pregiudizi da femminetta. Stassera mi disse chiaro e netto ch'io cessassi dall'inseguirla o che non si sarebbe più mossa di casa. Ed io l'amo, sento di non poter vivere senza di lei… ma l'avrò, tu me ne sei mallevadore Marco, e guai s'io mal ripongo la mia fiducia. Ti do otto giorni; Sabato venturo mi reco a Magenta, ella ritornerà dal magazzino a mezzanotte, due ore dopo voglio averla nelle mie braccia, m'intendi?
—Perfettamente, rispose Marco sottovoce e girando attorno gli occhi sospettoso come tutti coloro che tramano un delitto; a mezzanotte quella via è affatto deserta, muta, e tenebrosa; io faccio appostare una carrozza e mi ci acquatto dentro; Tonio e Piero attendono la bella al varco, ella giunge ed in men che non lo pensa con la bocca imbavagliata l'accomodo in vettura e le uso la cortesia di condurla in campagna. Oh, è un affare semplicissimo e non dev'essere il primo ch'io conduco a buon fine… se non isbaglio.
—È vero.
—Ed ai parenti mo', ci ha ella pensato?
—È sola con suo padre; questi è vecchio e povero ci chiuderemo la bocca con una manciata d'oro. D'altronde non lo vogliamo privare per sempre della sua cara figliuola. Gli dirai che stanca dal lavoro ha voluto recarsi un po' a diporto, che si trova in un luogo ove non le manca nulla, che vive da signora e che fa conto anzi d'inviargli settimanalmente il frutto de' suoi risparmi che sorpasserà al certo i tenui guadagni del magazzeno. Anche questo è affar tuo, penserai ad accomodarla col vecchio a quei patti ch'egli vuole. Sopra tutto non profferire il mio nome, ne indicare il mio castello.
—Eh, sono una volpe vecchia io, ed ho un'abilità speciale nel piantar carote in terreno altrui. Ma—quì Marco abbassò ancora più la voce—e se il padre s'incaponisse e mi mettesse di mezzo la polizia? Capirà bene una fanciulla sparita merita che se ne occupi e questi demoni di tedeschi, che ci venga a tutti il malanno, hanno le braccia lunghe, saprebbero scoprire l'ovile ove sta rinchiusa la pecorella. E lei deve ancora il saldo di certe vecchie partite…
—La polizia tedesca, Marco, io la sfido; d'altronde ella è più venale d'una femmina da partito e sebbene abbi dei motivi di odiare la mia famiglia, odio che in fin dei conti mi fa molto onore, sono ricco abbastanza per comperare i di lei favori. Ciò non toglie che tu debba comporla amichevolmente col vecchio.
—Farò del mio meglio. Ora a lei a farmi conoscere la fanciulla.
—Ecco, rispose il conte un po' imbarazzato, il suo vero nome l'ignoro, vien chiamata da tutti biondina ed abita sul corso di Porta Nuova. Suo padre è il portinaio di quel bel palazzo vicino ai portoni… dopo la bettola all'insegna dell'Aquila.
—Che! proruppe Marco, ha detto la biondina di Porta Nuova? Oh guardi la combinazione!
—La conosci forse, rispondi, sai qualche cosa sul di lei conto?
—Altro che sapere, nientemeno che stiamo per cogliere due piccioni ad una fava.
—Non t'intendo, suvvia spiegati, disse Sampieri impazientito.
—Si tratta di far restare con tanto di naso un piccolo bellimbusto tedesco che mena tanto ruzzo perchè veste la divisa d'ufficiale.
—In che modo?
—Ecco quà, incominciò Marco assumendo una cert'aria d'importanza: la bettola all'insegna dell'Aquila a Porta Nuova è l'unico sito ch'io conosca in Milano ove se ne possa bere un boccale di quel buono e per questo, allorquando i miei doveri lo permettono, mi compiaccio passarvi qualche oretta giuocando una partita con mastro Andrea il degnissimo oste.
«Uno dei più fedeli frequentatori della bettola è un buon diavolo di croato che questi ladri tedeschi ci hanno menato giù da quelle parti dove usano farla da padroni come qui da noi.
«Parla abbastanza bene l'italiano e non essendo totalmente sciocco scambio con lui volontieri qualche ciarla, anzi mi tien luogo di mastro Andrea nella solita partita, allorquando questi è occupato altrove.