LA VITA ITALIANA NEL RISORGIMENTO (1815-1831)

I.

STORIA.

Invece di Prefazione
Guido Biagi.

La genesi storica dell'unità italiana.
Isidoro Del Lungo.

La Lombardia alla caduta del Regno Italico.
Gerolamo Rovetta.

Il Congresso di Vienna.
Ernesto Masi.

Sui moti di Napoli del 1820.
Francesco S. Nitti.

Politica e bel mondo (Cronache fiorentine).
Guido Biagi.

FIRENZE R. BEMPORAD & FIGLIO CESSIONARI DELLA LIBRERIA EDITRICE FELICE PAGGI 7, Via del Proconsolo — 1897.

PROPRIETÀ LETTERARIA

RISERVATI TUTTI I DIRITTI.

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firma manoscritta

Firenze, 1897. Tip. Cooperativa, Via Pietrapiana, 46.

INDICE

Invece di Prefazione.

Queste Letture Fiorentine su la Vita italiana nei vari secoli, iniziate ott'anni sono, a cura d'una Società di gentiluomini[1], hanno fin qui ottenuto una grande e non immeritata fortuna. Per sei anni consecutivi ebbero la signorile ospitalità d'uno di quei nostri palazzi, in cui la gentilezza e il buon gusto son domestica gloria, e presero nome di «Conferenze del Palazzo Ginori»; poi quando il cresciuto favore crebbe altresì il numero delle ascoltatrici e degli uditori devoti, convenne alla Società mutar sede. E la fortuna le fu novamente propizia nell'ottenere ospitalità in un altro palazzo, quasi di fronte a quello Ginori, in una sala già famosa per antiche letterarie adunanze, adornata dal pennello di un geniale pittore. Il Palazzo Riccardi e la Sala di Luca Giordano, offerta con premurosa cortesia dalla Deputazione Provinciale, sempre amica agli studii, videro crescer nell'inverno e nella primavera del 1896 e del 1897 il numero dei fedeli a queste letture, per le due ultime serie, quella sulla vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero, e l'altra che or vede la luce sui primi quindici anni del Risorgimento italiano. Soggetti attraentissimi, trattati con l'usata maestria da' lettori più noti e pregiati, ormai familiari al nostro uditorio, e ai quali si aggiunsero nuovi e valorosi oratori anche per riempire i vuoti che nell'eletta schiera ha pur troppo fatto la morte, togliendoci due cari e indimenticabili amici: Enrico Nencioni e Diego Martelli. E di questi l'opera e l'ingegno commemorava con caldezza d'affetto e felice eloquenza, Enrico Panzacchi preludendo al corso di quest'anno con la conferenza sul Romanticismo che sarà pubblicata nel terzo volume.

Il periodo assegnato alle ultime conferenze che toccano di eventi a noi più vicini, è senza dubbio il più curioso e importante; anche perchè questa recentissima storia, che abbiam visto quasi svolgersi sotto gli occhi nostri, è ne' suoi particolari, nelle sue ragioni politiche, ne' suoi documenti men nota. La Società di pubbliche letture, cui da prima convenne affrettarsi nel suo cammino per non indugiarsi ne' secoli più tetri della vita italiana, poi che vide di aver in gran parte colorito il vagheggiato disegno, pensò di svolgere con maggiore larghezza questo periodo del Risorgimento dividendolo nei suoi momenti storici principali, di cui piantò i contrassegni Giosuè Carducci; negli anni di contrasto, di confusione, di aspettazione che arrivano fino al 1830, e in quelli di ravviamento, di svolgimento, di risolvimento che vanno dal 1831 al 1870.

Anche le piacque tentare un'altra novità, e chiamare letterati stranieri che avessero a parlare di certi argomenti una particolare competenza, procurando così quello scambio di opinioni e di idee che giova nella storia a serbare la serenità dei giudizi, affinchè l'opera, che esce da queste conferenze, viva e feconda, e si perpetua nel libro letto e cercato nei salotti, nelle scuole, da' giovani, dalle gentildonne, in Italia e fuori, non sia panegirico di vuota rettorica, ma offra de' tempi, de' casi, degli uomini, un quadro animato e veritiero. Perchè il segreto del favore onde le Conferenze fiorentine sono accolte, quando si pubblicano per le stampe, e quello dell'efficacia che ormai hanno e possono avere sulla cultura nazionale, in due cose consiste: nel nesso ideale che le congiunge, e nell'aver reso piacevole la storia, invitando a trattarne quanti sanno renderne più facile l'intelligenza, e più attraente la narrazione.

Ricordo un desiderio del Giusti: quello d'esser delle più difficili questioni addottrinato da persone competenti, che le cose più astruse spiegassero senza sussiego, con quella semplicità onde si discorre tra amici a fin di tavola. Allora, quando il Giusti scriveva, le «conferenze» non erano state inventate, per soddisfare appunto cotesto desiderio d'imparare senza fatica e senza perdita di tempo. Imparare? E perchè no, se gli uomini più illustri non disdegnano, anzi ricercano, di farsi ascoltare dalle uditrici della Sala di Luca Giordano, e se gl' immortels dell' Académie Française tengono ad onore sedere su quella poltrona di damasco rosso, che ha ormai sentito il peso di tutta la scienza e la letteratura italiana?

La Società di letture, fatta certa del favore onde fu accolto il suo disegno, non pensa di disertare il campo, fra tre o quattr'anni, quando il programma della prima serie sulla Vita Italiana sembri compiuto. Essa si propone di continuare nel suo assunto, poichè il pensiero che lo inspirava ha superato una difficile prova: quella di pigliar la forma d'un libro che si fa leggere.

Guido Biagi.

LA GENESI STORICA DELL'UNITÀ ITALIANA

CONFERENZA DI ISIDORO DEL LUNGO.

I.

Altezze Reali[2], Signore, Signori.

Sul cader dell'autunno del 1852, un italiano ritirato a Parigi moriva nottetempo, solo, in un modesto quartierino da studente. Era il triste decennio che successe alla caduta delle speranze italiane; e sei anni ancora dovevano passare, sei anni d'indecoroso servaggio, di aspirazioni mal represse, di angosciose trepidazioni, prima che i patimenti della patria nostra si accogliessero, da regione a regione, in quel grido di dolore che sulle labbra del Primogenito di Carlo Alberto fu squillo di guerra, della guerra trionfale per la giustizia e per la libertà. Sopra il letto di quel glorioso solitario, da ambasciatore del suo Piemonte fattosi esule e restituitosi banditore dei nazionali destini, due libri si trovarono aperti, i due ultimi a cui fossero consacrate le veglie di quella gran mente: i Promessi Sposi, l' Imitazione di Cristo. Il filosofo che le ragioni del diritto italico congiungeva con le funzioni provvidenziali dei popoli nella cristiana civiltà; lo scrittore che nella parola italica cercava il suggello indelebile della nazione; ebbe da que' due libri immortali le visioni alla mente, le ispirazioni al cuore, supreme; ebbe l'affidamento delle magnanime speranze per la patria terrena, delle speranze cristiane nella divina finalità. Su quella «deserta coltrice» scendevano dall'alto alla morte di Vincenzo Gioberti consolazioni degne.

La vita di quell'uomo fu tutta una contemplazione in ispirito, e un apostolato in azione, della potenziale e attuale grandezza della patria italiana. Di vocazione sacerdote e filosofo; per abito d'ingegno e vigoria di spiriti, divulgatore d'idee; integratore e innovatore negli ordini morali e civili, con larga e razionale comprensione storica dai loro ideali principii all'auspicato avvenire; il Gioberti segna nella storia del pensiero italiano il compiuto svegliarsi della coscienza nazionale, che, dal Parini evocata, si era con l'Alfieri, quasi sobbalzando, riscossa. E come questo riscuotersi fu violento e convulso, così quello svegliamento veniva a diffondersi in una specie di estasi, i cui fantasmi, le idealità del Primato, erano sovrapposizioni luminose a quel «vero» che, secondo il concetto dantesco, si sogna «presso al mattino.» Ma il mattino era l'età nuova d'Italia; e il vero, la realtà destinata, di quei sogni augurali era il rinnovamento civile d'Italia, sotto l'egemonia politica del Piemonte guerriero e dinastico, e ne' santi auspicii dell'unità della Patria.

Il Gioberti, che aveva veduto svanirsi dinanzi agli occhi, nel vorticoso turbine delle contingenze mondane, le splendide fantasie del Primato, non sopravvisse alla profezia di quel Rinnovamento, del quale designò, con la lucidità d'un veggente biblico, in Vittorio Emanuele e in Cammillo Cavour gli eroici iniziatori. Ma il nome di lui è con que' due nomi indissolubilmente congiunto; mentre poi, nella storia dei nostri fatti e del nostro pensiero, egli è quello che, mediante il largo avvolgimento delle sue sintesi, conserta i tempi nuovi dell'Italia che tra il 1815 e il 1870 ha compiuta la sua laboriosa evoluzione, con le età precedenti, durante le quali l'evo barbarico e medio, i Comuni e le libertà, i Principati e le domestiche o straniere servitù, contengono di quella Italia e trattengono i germi.

Che se verso quel fortunoso passato un altro nobilissimo e vigoroso pensatore subalpino, Cesare Balbo, spinse più addentro, con pazienti e sagaci analisi, l'acume della ricerca storica, e si studiò di rannodare le memorie d'Italia con le speranze, il termine ultimo a cui queste per impulsione provvidenziale si spingevano; fu tuttavia il Gioberti che di grado in grado lo attinse, e lo determinò, e lo additò con sicuro intuito alla generazione che sorgeva quand'egli, adempiuti in breve spazio gli uffici di una lunga vita, scendeva nel sepolcro. Tale testimonianza è doveroso rendergli oggi noi, che posseditori di fatto della unità della patria, ci accorgiamo aver già bisogno di ravvivarne le generose idealità, e che i giovani abbiano presente da quali vicende preparata e disposta, a quale susseguita irrequieto alternarsi di condizioni di fatto deficienti d'un diritto supremo e reale, da quali contrasti emersa, l'unità di nazione abbia finalmente coronata di legittima corona la storia d'Italia.

Fra le letture di quest'anno sul Risorgimento italiano, non Vi dispaccia che una, ed è questa mia, rimonti pe' tempi, e rannodi e rattesti con l'antica storia della patria italiana l'ordine nuovo di cose, che ha trasformate le relazioni nostre con le altre nazioni, integrando il diritto, iniquamente impeditoci, d'essere una di esse. La genesi storica dell'unità italiana, che io mi studierò di tracciar sommariamente nella breve ora concessami, dimostra che l'unità nella quale l'Italia oggi si afferma ed è, non ce l'hanno data gl'impeti della rivoluzione, nè i maneggi delle sètte, nè le espansioni d'un'ambizione dinastica; ma che ad essa per lento e involuto procedimento hanno dovuto far capo, col non fermarsi mai in nessun'altra forma organica e sospinti sempre dalla coscienza del pensiero italiano, gli elementi costitutivi della nostra nazionalità.

Il tema, come vedete, esce alquanto, da capo e da piedi, fuor de' limiti cronologici delle Conferenze di quest'anno, proponendomi io, fra la Vita italiana dei passati secoli e il Risorgimento italiano, dal quale avrà nella storia titolo d'onore il secolo nostro, disegnarvi come una linea di congiunzione, i cui estremi risalgono e discendono, fuori di quei confini, necessariamente. A ogni modo, se riuscirò a cattivarmi, come altre volte, la vostra attenzione benevola, meglio avere sconfinato non dispiacendovi, che se vi avessi, dentro i confini dal 15 al 31, fatta parer lunga o vuota quest'ora del 97 che mi fate l'onore di passare con me.

II.

La tesi della tradizione unitaria (com'è stata chiamata in lodati studi di questi ultimi decennii), della tradizione unitaria nella storia d'Italia, è una di quelle che richiedono, ad essere tenute ne' loro veri termini, la maggiore indipendenza di spirito da ogni, sia pur generoso, preconcetto ideale, come la maggior cautela contro o le gretterie d'una critica troppo materiale e letterale ai fatti, o le negazioni passionate e partigiane. Che innanzi al decennio dal 1861 al 1870 la unità non soltanto politica, ma anche la storica, o etica che voglia dirsi, sia mancata, la prima sempre, la seconda quasi sempre, nella vita reale ed effettiva di quella che per l'idioma è pur da dieci secoli la nazione italiana, apparisce innegabile. Che, d'altro lato, la figura della unità nazionale abbia balenato; sia dai fatti, nel loro atteggiarsi e connettersi; sia in idea, o a menti elette di pensatori, o alla ispirata fantasia di poeti, o al sentimento magnanimo di cittadini operanti; si comprova positivamente senza sussidio di interpretazioni. Ma accettata l'una cosa e l'altra, rimane a vedersi come questo disgregato procedimento di quasi altrettante storie; quante le regioni che il dialetto e la geografia fisica ha differenziate, e quante altresì le energie di Comune vivacissime e contrastanti nel seno stesso di ciascuna regione; abbia, questo procedimento, pur fatto capo all'unità: e non per violenze di conquista, nè per isforzamento settario contro la volontà e l'acquiescenza dei più, ma vi abbia fatto capo siccome ad una suprema necessità di diritto e di fatto, ed inoltre siccome ad una giustizia dinanzi alla quale debba inchinarsi chi voglia conservar fede in una Provvidenza che prepara e indirizza a destinati termini le cose umane.

III.

Conquistata, più faticosamente che tutto il resto del mondo, dalla predestinata fra le città sue ad essere, di civiltà in civiltà, l'urbe mondiale; l'Italia, che da questa sua figlia superba, Roma, non aveva potuto avere una unità latina, vi si trovò (strano a dirsi) più prossima, dopo che il giardino peninsulare, dalle valli gallo-padane alla costiera greco-italica, venne a mano dei Barbari, che vi eseguivano ferocemente le vendette della umanità conculcata. Da Teodorico a Carlo Magno, la storia di cotesti Barbari, che con Odoacre avean rovesciato il simulacro d'Impero rimasto a Roma disfatta, è pure, ciò che non era mai stata la storia dell'Impero, una storia d'Italia; e la gesta Gotica, e la rivendicazione Bizantina, e il poderoso regno Longobardico, hanno sempre per obietto e subietto, sia regno, sia esarcato, siano ducati in vincolo di regia signoria, hanno, dico, per loro base, uno stato e dominio italiano. È quindi fatalmente logico, che col restaurarsi dell'Impero d'Occidente, tale condizione di cose, nata dalle rovine di quello, si muti: sotto il quale rispetto, la caduta dei Longobardi, quando anche si giungesse a provare che le loro relazioni con le plebi latine furono assolutamente di tiranni verso schiavi, riman tuttavia la caduta d'una forza, assimilatrice, fosse pur violenta, di elementi italiani a costituire nazione italiana. Catastrofe degna, invero, che il più grande Poeta nostro di questa età ripensatrice del passato, il Manzoni, vi abbia esercitate sopra le mirabili facoltà dell'acume suo critico, per circondarla poi di tanta pietà, quanta emana dalla virtù guerriera di Adelchi, dalle cocenti lacrime del vecchio re tradito e consegnato, dalla perdonatrice agonia della ripudiata Ermengarda.

Carlo Magno restaura nominalmente l'Impero, e instaura effettivamente il Papato politico: e condanna l'Italia a neanche pensare l'unità sua di nazione: subordinare il concetto della libertà ai diritti supremi di cotesto Impero ideale; di cui addiviene «il giardino», ma non la casa; e la propria indipendenza tollerare mescolata alle vicende di esso e alle relazioni di esso coi Pontefici, diventati per donazione, questa volta non fittizia pur troppo (sebbene mal definita e sin da principio litigiosa), sovrani in Italia, senza ch'e' possano mai, perchè obbligati al loro universal magistero affermarsi ed operare da sovrani italiani. E da Carlo Magno, attraverso a quella sua fantasmagoria di Regno Italico associato alla dignità Imperiale, e poi per gli Ottoni, gli Svevi, gli Asburgo, i Lussemburgo, gli Austriaci, sino a Carlo V, l'Impero e il Papato politico sovrastanno alla vita italiana di ben sette secoli; lungo i quali la evoluzione del Comune, feconda di operosità sociale, splendida di rinnovata civiltà, si compie energicamente, e si dissolve nei Principati, senza che nessuna delle maggiori Repubbliche, nessuna di quelle ambizioni comitali o durali, nessuna di quelle avventure di regia conquista dopo che sul cadere del secolo XV l'Alpe è dischiusa novamente alle armi straniere, raccolga intorno a sè in un concetto o in un proposito, foss'anche solamente d'una lega nazionale, l'Italia. Vengono sì a questa Italia i Cesari tedeschi a cingervi la corona di Roma: ma una corona storica: poichè l'«alma Roma» è diventata in realtà «il loco santo» dove il Papa incoronatore pontefica e, non senza contrasti anche sanguinosi, signoreggia e regna: e Cesare e Papa, sovrani e signorie regionali comunali, ciascuno procacciante per sè, sono, rispetto all'italianità della penisola, altrettante forze negative, il cui positivo resultato è che una Italia non sia. Non sia: mentre fra i contrasti di coteste forze, nell'esercizio delle quali è trasferita e dispersa la legittima virtù dell'esser suo di nazione, tuttavia si contesse l'istoria d'Italia: atteggiandosi spesso il Papato politico a propugnatore di diritti italici, e talvolta l'Impero accennando a voler essere, non una nominalità, bensì una cosa, italiana: ma in effetto ambedue le istituzioni subordinando ciascuna all'immanente interesse proprio queste mutabili contingenze della loro politica. Così nella rivendicazione che le città della gloriosa Lega lombarda fanno dei loro diritti contro l'Impero ferocemente invasore, Alessandro III benedice le loro armi contro il comune nemico: ma appena riconciliato col Barbarossa, abbandona i vincitori di Legnano, che la pace di Costanza restituirà fedeli al Cesare inutilmente vinto. Così Innocenzo III seconderà l'impresa italica di Ottone IV, favorirà altresì fino ad un certo segno le libertà dei Comuni; ma l'una cosa e l'altra sottoponendo a quel preconcetto di teocrazia, che iniziato vigorosamente dall'austero e virtuoso Gregorio VII, non sarà da Innocenzo sospinto alla massima altezza, che per finire, non ancor passati cent'anni, nelle mondane macchinazioni di Bonifazio VIII tanto ignobilmente, quanta è la distanza morale che disgiunge il trionfo di Canossa dallo sfregio d'Anagni. Che se guardiamo agli imperatori, e propriamente ai tre che soli, forse, ebbero ed accettarono dai fatti occasione ed impulso a favorire in Italia un assetto politico nazionale, Ottone IV, Federigo II, Arrigo VII, l'opera loro, ove ben si consideri, non assunse mai il carattere d'una obiettiva costituzione delle cose italiane, qualunque dovesse poi o potesse essere la forma del reggimento; ma fu piuttosto un destreggiarsi tra la fazione loro imperiale e quella chiesastica, con intenzioni più o men generose verso la libertà popolare. Le quali buone intenzioni certo non mancarono nemmeno ad alcuni Pontefici; però fatalmente negli uni e negli altri, pontefici o imperatori, vincolate a ciò: che quel doppio diritto pontificio e cesareo si sovrapponesse al fatto, di per sè non giuridico, dell'esserci questa Italia, le cui cittadinanze, mal compaginate di elementi latini e barbarici, travagliate fra impossenti grandigie feudalesche e irrequiete democrazie, gran mercè se avessero balìa d'insanguinare con le loro discordie le bandiere, neanch'esse italiane, anzi mancipate esse pure o all'Impero o alla Chiesa, le bandiere malaugurate di Ghibellino e di Guelfo.

Quando poi dai Comuni, pel gradino delle Signorie, si ascese ai Principati, l'una e l'altra delle due grandi Potestà politiche preoccupanti le funzioni vitali dell'organismo italiano, si trovarono a molto miglior agio per maneggiare e patteggiare le respettive ambizioni. E d'allora in poi l'Impero tradizionale si straniò sempre più dall'Italia, ma sanzionando e convalidando i Principati che a ventura se la spartivano, ed esso rimanendo come quasi un padrone locatore di questa sua ideale proprietà. Nei Pontefici poi fermentarono sempre più acremente i maligni umori, pei quali sullo spirituale prevalse il politico o, a dirlo con appropriata parola, la mondanità: la mondanità che rinnegava il santo vangelo di Cristo — non essere di questo mondo il suo regno —; la mondanità, che cooperò all'annullamento di quel grande moto di civiltà cristiana, che vollero, e avrebber potuto, essere le Crociate; la mondanità, che dopo aver cagionato Avignone e lo scisma d'Occidente, segnò il ritorno della sede pontificia al legittimo centro della cattolica civiltà. Roma, lo segnò e lo disonorò con le spedizioni di sanguinarii Legati per tutta Roma-magna: in quella Romagna dove un secolo appresso il duca Valentino avrebbe, condegnamente al padre suo papa Borgia, menata la infausta gesta del poter temporale, e Giulio II avrebbe sfruttato, a solo benefizio di questo malaugurato potere, il nobilissimo sentimento della nazionale indipendenza. Infausto il poter temporale, alla Chiesa, poichè assorbiva in una signoria del tutto secolaresca le aspirazioni teocratiche, che, se non evangeliche, erano state almeno sacerdotali: infausto all'Italia, nella quale cotesto fatto suggellava la impossibilità di essere nazione una ed intera; pregiudicandosene poi immensamente la religione, in quanto si mescolavano le cose dello spirito e gl'interessi materiali, con scandalo delle anime pie e dei più nobili intelletti. E lo scandalo addivenne presto una irreparabile calamità della Chiesa, quando nello splendido pontificato mediceo di Leone X dilagata la corruzione, se ne rompeva con la Protesta nordica l'unità religiosa, che lo Scisma orientale aveva già lacerata.

E intanto la barbarie Musulmana, invano deprecata dall'ultimo e quasi postumo Papa Crociato, il buono e magnanimo Pio II, si era insediata minacciosa di qua dal Bosforo, calpestando le ultime realtà dell'Impero latino e cristiano: la barbarie Musulmana: questa sozza, che troppo lungamente si è poi alimentata di sangue cristiano.... e di egoismo europeo. Fra la Protesta di Lutero e a pochi anni di distanza l'Assedio di Firenze: fra il papato di Leone e l'altro quasi immediato papato mediceo di Clemente VII, alle cui mani le orde imperiali rinnovano col Sacco di Roma le geste dei Goti e dei Vandali; patiscono gli estremi danni, degnamente congiunte, le due divine animatrici di tanta italiana grandezza nell'età dei Comuni, la fede e la libertà. Il rogo del Savonarola, che ha sperato di salvarle insieme, illumina sinistramente la loro rovina, e investe di sanguigni riflessi la corona dei Cesari che papa Clemente pone sul capo di Carlo V, il gran bargello d'Europa; corona consacrata da mani fatte a ciò degne pel consumato matricidio fiorentino! Oggi cotesti due pontefici, Leone e Clemente, riposano l'uno dirimpetto all'altro nella Minerva di Roma: ma l'urna che in mezzo ai due monumenti superbi custodisce alla pia ombra dell'altare le ossa verginali di Caterina senese, l'eroina dell'amore e della carità, che ben altro sperò alla fede di Cristo riconducendone da Avignone a Roma i vicarii, cotesta urna in mezzo a quelle due statue, inchiude la più acerba condanna che, in nome di tuttociò che è santo, possa aggravarsi sul papato mondano e politico.

Con la caduta della libertà d'Italia, e la consegna di lei schiava e mutilata nelle mani dei non aventi, dinanzi all'eterna giustizia, alcun diritto su lei, la storia de' suoi Popoli cessa per non essere più che la storia de' suoi Stati. E possiamo dire de' suoi Principi: e principi stranieri più o meno, o portati o retti dallo straniero: senza che facciamo grande torto al poco, e non bene, sopravvissuto di Stati repubblicani: sol che si rilevino (oltre quella, tutta a sè, dello Stato Ecclesiastico) due eccezioni gloriose: — una grande Repubblica, Venezia, cui l'intendimento all'Oriente alienò, ne' secoli suoi vigorosi, da qualsiasi egemonia italica; e che, rinchiusa nel suo aristocratico pomerio, fu distrutta di lenta decrepitezza anche prima che d'un colpo a tradimento finita; — e un Ducato alpigiano, domestico retaggio di valorosi, che bilanciate alcun poco le proprie aspirazioni fra il di là e il di qua de' suoi monti, si affermava risolutamente italiano, quando appunto addosso all'Italia si aggravò la servitù: e sulla fronte di quei Duchi la corona di Re era predestinata a divenire la corona popolare d'Italia.

Ma prima che ciò fosse, doveva l'Italia discendere tutta intera la via dolorosa della politica decadenza, sino all'annientamento suo in espressione geografica, terra di morti, nazione da carnevale, paese (tutt'al più) dove i poeti venissero a veder fiorire il cedro e l'arancio, il mirto e l'alloro: dovevano i suoi Stati esser ridotti alla condizione di merce quotabile e permutabile nel mercato della diplomazia europea: dovevano, non per la gloria del nome italiano, ma per la vita nostra utile di nazione, andar frustrati e dispersi il lavorio scientifico sperimentale del secolo XVII; il movimento di civili e sociali riforme del XVIII, che anticipava negli ordini ideali la rivoluzione francese; e finalmente, doveva non essere per l'Italia che una fuggitiva luminosa meteora il grande travolgimento napoleonico: nel quale però il braccio italiano si ritemprava alle armi, e il Regno italico non rinnovava soltanto una memoria od un nome che suona nazione, ma rifioriva senno e operosità di cittadinanza cosciente, e la corona di Monza cingeva, per que' pochi anni di gloria e di ebra violenza, la fronte cesarea dell'abolitore del Sacro Romano Impero.

Col secondo decennio del secolo che ora tramonta, e propriamente con l'infausto 1815, il ribadimento delle imperiali catene trisecolari, la servitù dei popoli concordata in Santa Alleanza dalle Potenze, la sanzione del Pontefice, restaurato re, a quest'altra riattiva violenza, furono i provvidenziali flagelli, sotto il cui stimolo la coscienza nazionale si svegliò finalmente, per non assopirsi più mai. Ammaestrava gl'Italiani tutto un passato d'illusioni, di sventure, di errori, di colpe, dominato fatalmente dalla bugiarda idealità dell'Impero, che subordinando l'Italia ad una sopravvivenza nominale di Roma pagana, aveva insieme e impedito la sua personalità reale di nazione moderna, e soggettata la Chiesa di Gesù alle funzioni d'un ministero essenzialmente politico. Ammaestramento che era sublimato dalle eroiche prove, confermato dalle repressioni sanguinose, consacrato dal martirio: le fosse dello Spielberg, le forche di Modena, i Bandiera fucilati a Cosenza, preparavano l'era nuova d'Italia. Il moto dei popoli sforzava la coscienza dei principi: e la prima guerra d'indipendenza, che si svolge tra la benedizione del Pontefice piamente ribelle, per breve ora, all'Impero, e il sacrifizio del Re che, devoto al patto giurato, non abbandona il campo dell'ultima battaglia che per cercare l'esilio di Oporto; quella prima guerra, in cui tutta Italia, se non ancora con le armi, ma coi cuori, combatte; alla quale Milano dà le cinque giornate, Toscana i giovanetti veterani di Curtatone e Montanara, Messina Venezia Roma gli assedii gloriosi, Palermo e Bologna i vittoriosi impeti del braccio plebeo, Brescia lo strazio de' suoi eroici insorti, Napoli le sue galere nobilitate dal fior dell'ingegno e del cuore, e il Piemonte tutto sè stesso: quella guerra, di nazione e di popolo, annunzia al mondo che l'Italia ha finalmente ritrovato il vero esser suo. La sconfitta delle armi è vittoria dell'idea: lo spergiuro dei Principi, legittimi per convenzione diplomatica, ma non nel diritto storico della nazione, toglie di mezzo il generoso equivoco di quel primo movimento: e la questione italiana, imposta ormai alla vecchia tenace Europa di Carlo V e di Metternich, la questione italiana maturata con ben altri auspicii nel decennio di preparazione alla guerra seconda, trionferà in questa e nelle sue conseguenze, e trionferanno con essa il diritto e la civiltà. Nel marzo del 1861 l'Italia, nel suo primo parlamento, proclama il suo Re e la sua capitale. E quando l'Emanuele della nazione mancherà, innanzi tempo, ai destini di lei rivendicata e costituita, non ne accoglieranno la salma lacrimata i sotterranei dell'avita Superga, ma il Pantheon d'Agrippa, il grande monumento imperiale, darà in Roma cattolica la tomba legittima all'unificatore d'Italia: legittima in Roma, e non altrove che in Roma, al cui nome politicamente abusato fu incatenata per secoli, con doppia catena, la statuale esistenza d'Italia e la sua unità di nazione.

Se l'alba d'un lieto giorno spunterà mai, che annunzi conciliate, nell'augusta serena libertà del pensiero, le energie della fede e della scienza verso il divino ignoto che, volenti o ribelli, consapevoli o ignari o dimentichi, ci predomina tutti; quel giorno incoroneranno quella tomba i fiori d'una primavera italica, che noi non siamo destinati a vedere; e la civiltà umana, novellamente attratta verso la cosmopoli eterna, segnerà forse dall'unità d'Italia un nuovo ordine di secoli, nel quale sia restituita ai popoli anche la consolatrice unità del consentire almeno in una speranza non offuscata da vapori mondani.

IV.

Ma questa unità d'Italia, che si è svolta latente, avanzando sempre per progressi e regressi, finchè, giunta l'ora sua, si è rivelata come il termine destinato e non removibile, al quale, e solo a quello, si doveva arrivare; questa unità, che già da secoli sarebbe stata l'ordine, quando gli elementi dell'organismo nazionale si attraevano per natura, e per contingenza si respingevano; sarebbe stata la pace, quando le discordie bruttavano di sangue fraterno le nostre contrade; sarebbe stata la forza, quando gli stranieri vi calavano alla preda; la unità nazionale fu, siccome quella necessità che era, fu ella intuita da quel grande anticipatore dei fatti umani, che è l'umano pensiero? fu, in quel doloroso secolare problema di «essere o non essere» che pareva sciogliersi col «morire, dormire.... null'altro», fu ella il sublime «sognare forse» con che Amleto riattacca il filo della vita? sorrise la unità nostra alla fantasia di quei profeti delle nazioni, che sono i grandi poeti? suscitò, prima del secol presente, alcuni di quei generosi tentativi, la cui vittima trasmette all'avvenire, con la vendetta, la riuscita? A queste domande fu risposto con più d'una di quelle diligenti e sottili analisi che caratterizzano gli studi nostri in questo scorcio di secolo; e che a me, nel conferire, gentili Signore, con voi, altra parte non lasciano che di condensarne in breve tratto le conchiusioni somme, e lumeggiarne qualche figura.

Quella «umile Italia», che i compagni d'Enea salutano, nel verso di Virgilio, dall'alto mare, come la meta della venturosa peregrinazione in cerca d'una patria seconda; e che nel verso di Dante accomuna gli eroi della guerra laziale, «Camilla Eurialo Turno e Niso», coi nuovi destini italici, che il Poeta dei Guelfi Bianchi augura dalla ricacciata della negra Lupa curiale nell'inferno per opera del Papa Angelico che il Medio Evo inutilmente aspettò; è, quella Italia de' due sacri poeti di nostra gente, è, ben dessa, la figura d'una patria unica, che si sposò fedelmente alle immaginazioni di quanti, con dolente pietà di figliuoli o con fierezza di propugnatori del materno diritto, han poetato di patria nella lingua del sì. Patria unica, che si sovrapponeva idealmente alle condizioni di fatto della penisola italiana. Dante, che sollecita l'Imperatore a «drizzare Italia», e compiange che non sia ancora a ciò «disposta» questa «Italia, serva» non tanto, per allora, di genti straniere, quanto della guerra intestina che «intorno dalle prode delle sue marine», e nel «seno» suo, la diserta: — il Petrarca, che su «le piaghe di quel bel corpo» sospira, e vuol essere interprete delle «speranze» che dalle rive del Tevere, dell'Arno, del Po congiuntamente si levano a Dio: — l'Ariosto, che impreca alla calata delle «Arpie» straniere sulle mense d'Italia, invocando il giorno ch'ella richieda ai «figli neghittosi» la sua libertà: — il Tasso che vagheggia la unione delle «voglie divise e sparse» da tutto il paese che «i monti e i fiumi» dividere non possono, perchè «quel che partì natura, amor congiunge»: — e nello sfacelo d'Italia lungo il Cinquecento fatale, la voce d'un virtuoso prelato, il Guidiccioni, che in nobilissimi versi consacra al medesimo rimpianto la violata libertà nazionale e il disonor dell'Impero e la fede pericolante di Cristo: — e poi, nell'aggravarsi della servitù e della decadenza, i cortigiani stessi di quei principati sotto tutela, levarsi contro la obbrobriosa tirannide iberica, e convertire come il Tassoni la poesia giocosa in filippiche per il conculcato diritto d'Italia, e volgersi con arcano presentimento a un Duca irrequieto e valoroso di casa Savoia, Carlo Emanuele I, che risponde ancor egli con versi italiani: — e da quelle medesime aule, sia di corte sia d'accademia, qualche alata apostrofe di retorica generosa, o sulla culla d'un Principe pur di cotesta Casa acclamare col Manfredi «Italia, Italia, il tuo soccorso è nato», o deplorare nel sonetto del Filicaia la «funesta bellezza» che le ha tirato addosso, con le straniere cupidigie, la condanna di «servir sempre o vincitrice o vinta»: — finchè l'Alfieri, prenunciatore della libertà che si approssima, dedichi l'opera sua tragica e fatidica «al popolo italiano futuro»: — è tutta, insomma, una non interrotta comunicazione come di una sacra parola, di secolo in secolo, da Dante all'Alfieri, la quale attesta e proclama una Italia, che impedita d'essere nel fatto, vive, come nel decreto divino, così nel cuore e nella fantasia de' suoi fedeli poeti.

E non per questo diremo che la poesia d'Italia fosse una cospirazione a conseguire in effetto l'unità politica della patria italiana; tradurre in atto, con determinati mezzi e deliberata intenzione, quel sentimento italico che empiva i petti e li dilatava in un'aspirazione generosa, o vibrava nei raggi luminosi della visione poetica. A noi, che scendiamo ormai la curva del mezzo secolo nella vita civile della patria costituitasi libera ed una, non si addicono davvero, se anche fossero ormai possibili, certi entusiasmi, ne' quali, aspettando i nuovi tempi, o nella prima esultanza dell'avvento loro, si compiacque l'accademia e la scuola d'allora; quando Italia libera ed una pareva la parola d'ordine che le fide scolte del pensiero italiano si fossero trasmesse perpetuamente dall'uno all'altro dei vigilati posti d'arme; e la rivelazione dei precursori vaticinati, nuova maniera di oroscopia a rovescio, addiveniva esercizio di fantasie quotidiane; e quel povero Veltro dantesco «salute dell'umile Italia» veniva tramutato in tuttociò che tornasse opportuno farlo essere, ma soprattutto nella figura del Re liberatore: di che la Maestà di Vittorio Emanuele è lecito credere che sotto i gran baffi molto di cuore ridesse.

La poesia, o, altramente atteggiato, il saluto del pensiero italiano, non mancò (questo è vero; e i moderni studi critici ne hanno aggiunto preziosi documenti ai già noti) non mancò di augurare, od anco di secondare, a più d'una di quelle che potremmo chiamar geste regionali, non molte del resto, che in diversi momenti della storia d'Italia, allettarono questa o quella, più o meno generosa o interessata, iniziativa, sia di principi, sia di tribuni o cospiratori.

Se anche non è a Cola di Rienzo che il Petrarca abbia indirizzata l'altra delle sue magnanime canzoni italiche, certo accompagnò con altre espresse manifestazioni la impresa repubblicana di lui; la quale, come già quasi quattro secoli prima quella di Crescenzio, poteva, col mutare le condizioni di Roma rispetto al Papato, aprire nuove strade ai destini d'Italia. Ed era naturale che il Petrarca, sì gagliardamente compreso di patriottica latinità, e così fervidamente intento a restaurarla negli studi, si volgesse, con la mobile fantasia, ad accogliere, come una promessa di rinnovamento italico anche negli ordini civili, qualsifosse evento o persona, che più o meno direttamente accennassero a tanto: fosse oggi quel suo re angioino Roberto, che nel trono di Napoli, e nel capitanato di Parte Guelfa in tutta Italia, avrebbe avuto (se non era il «re da sermone» ben proverbiato da Dante) solido fondamento alle medesime ambizioni di supremazia italica, che su codesto trono avean circondata la corona di Federigo II re ghibellino; o fosse domani l'Impero, se anche nella persona del più dappoco di tutti quei Cesari posticci, Carlo IV di Lussemburgo.

Nel modo stesso, quando, pochi anni dopo, un'altra ambizione, e ben altramente audace e invasiva, quella del Conte di Virtù Giangaleazzo Visconti, fattosi con le armi il ducato di Milano, compratane dall'Impero l'investitura, sentì angusti i confini del Po e dell'Appennino; — e fu quello, in tutta la triste storia frammentaria delle Signorie e Principati domestici, il solo momento che una di codeste avventure (poichè non fu la sola) per una piccola tirannide più o meno italica parve poter essere generatrice d'una forza concentrativa e unitaria in benefizio della nazione; — non più allora la voce di alcun grande poeta, ma voci molte di minori si levarono; non tutte di consenso e d'applauso, ma tutte di apprensione per cosa grande e vitale alla patria italiana. E come in nome d'Italia («Sappi ch'i' sono Italia che ti parlo») avevano vituperato quel «di Lucimburgo ignominioso Carlo»; così ora a questa nuova, ma non degna, speranza d'Italia e di Roma esclamavano:

Roma vi chiama: — o Cesar mio novello,

I' sono ignuda, e l'anima pur vive:

Or mi coprite col vostro mantello.

Poi francherem colei, che Dante scrive

Non donna di provincie, ma bordello;

E piane troverem tutte sue rive.

Non degna speranza, e ambizioni bieche, codeste del Visconti: alle quali il più libero de' nostri Comuni, Firenze, nido e seggio ormai d'italianità intellettuale, contrastò fieramente, nel nome di quella tradizione di libertà municipali, che si era concretata in centri a raggio anche men che regionale, Stati sia di Popolo, sia di Signore o Tiranno; fronteggianti l'uno l'altro, e amici e bonvicini non a più larga stregua che del respettivo tornaconto. Tale tradizione, era, un secolo appresso, da Lorenzo de' Medici fermata e consolidata in equilibrio, ma pe' soli pochi anni che al Pericle fiorentino bastò la vita per la vagheggiata grandezza di questa Atene fatta retaggio suo e de' suoi. Cotesto equilibrio di Stati (che il Guicciardini nel Proemio alla sua storia descrive) imperniato da Lorenzo nella intrinsichezza con Roma papale, e il cui turbamento, loscamente macchinato dal Moro, segna l'era nefasta della intrusione straniera nelle cose d'Italia, fu pur sempre bilanciamento di soli interessi. E ben si addiceva ne descrivesse i congegni il Guicciardini, questo grande scettico della unità di nazione in omaggio alla libertà dei municipii, contro la quale finì egli poi ministro di tirannide; lo descrivesse con quel suo tatto pratico schivo d'ogni idealità, e con la sua impassibile Liviana magnificenza. L'equilibrio che possiamo, da Cosimo il Vecchio al magnifico Lorenzo, chiamare Mediceo, fu maneggiato con quel sentimento pagano di realtà, o quotidiana o archeologica, che caratterizza la politica e la cultura dell'umanismo: e come indarno vi cercheremmo un'alta ispirazione, che dal passato domestico e d'ieri aleggi verso l'avvenire della patria, così da nessuno dei togati umanisti esce pur uno di que' magnanimi accenti d'evocazione, ne' quali il Petrarca, iniziatore di cotesta scuola, con tanta passione congiungeva la Roma antica dominatrice del mondo e quella ch'egli avrebbe voluto veder risorgere, Roma italiana e cristiana, dalle gloriose rovine. Gli accademici vivono nell'antico; i politici lavorano al presente, con tutte le brutali energie della forza e le perfidie sanguinose della frode: finchè un generato e da quelle accademie e da quelle cancellerie, ma sovrano intelletto, Niccolò Machiavelli; — dopo avere nelle ambascerie del suo Comune esercitato le arti di cotesta politica, e nel silenzio campestre del suo studiolo investigato ansiosamente sulle storie di Roma repubblicana il segreto della potenza e della grandezza; — testimone e sperimentatore, e complice egli stesso, di quella collisione di forze, tutte insieme ripugnanti e discordi ad unificarsi, od anche soltanto ad unirsi, e nessuna valida a subordinare le altre o a schiacciarle; — consapevole di quanto egli valga, e fremente di nulla potere; — ficcherà, egli solo fra tutti gli uomini del suo tempo, l'acuto sguardo nell'avvenire, nell'avvenire disperato e lontano; e lo invocherà, e lo attrarrà a sè, con le più generose parole forse che mai, duranti i secoli che Italia non fu, siano uscite da petto italiano. «Provvedetevi» dice egli a quel suo Principe, che nè un Borgia nè un Medici erano degni di essere, nè doveva essere ciò che egli allora era condotto a volere che fosse «Provvedetevi d'armi proprie.... che si vedano comandare da loro Principe.... per potersi con virtù italiana difendere dagli stranieri.... Era necessario che l'Italia si conducesse ne' termini presenti, e che la fusse più schiava che gli Ebrei, più serva che i Persi, più dispersa che gli Ateniesi; senza capo, senz'ordine; battuta, spogliata, lacera, corsa; ed avesse sopportato d'ogni sorta rovine.... Vedesi come la prega Dio che le mandi qualcuno che la redima.... Vedesi ancora tutta prona e disposta a seguire una bandiera, purchè ci sia alcuno che la pigli.... L'Italia vegga dopo tanto tempo apparire un suo redentore. Nè posso esprimere con quale amore ei fussi ricevuto in tutte le provincie...; con qual sete di vendetta, con che ostinata fede, con che pietà, con che lacrime. Quali porte se gli serrerebbono? quali popoli gli negherebbono la obbedienza? quale invidia se gli opporrebbe? quale italiano gli negherebbe l'ossequio?...» Parole fatidiche, le quali non possiamo noi Italiani ripetere senza che il cuore presti alla voce il suo accento; ma che sopraffatte, vivente pure il Machiavelli, dalla violenza delle due grandi Potestà in nome di Roma contro l'Italia alleate, non osò egli stesso riadattare a un altro Medici, il condottiero delle Bande Nere, che con ben altra vigoria avrebbe alzata quella bandiera, se bandiera solamente soldatesca fosse potuta essere: nè furono certamente, coteste parole, nemmen ripensate negli efimeri episodii che quel medesimo secolo ebbe, di qualche cospirazione (quella del Morone, quella del Burlamacchi) contro la signoria straniera. Solo ai giorni nostri, sugli albori ancora incerti del risorgimento nazionale, il Gioberti le convertiva in apostrofe a Carlo Alberto, quando ancora nè il Re aveva vinti gl'intimi contrasti che formavano il suo segreto, nè al filosofo stava in cospetto, come poi sull'estremo limitare della vita, la visione della nuova Italia. Pochi anni ancora: e il successore di quel Re ebbe adempito, fra il 59 e il 70, il vaticinio di Niccolò Machiavelli.

Nè questa volta erano fatti moderni, ai quali, dopo il grande lavorio di tutta una letteratura civile, quanta intercede dall'Alfieri al Carducci, fosse adattato quasi per parafrasi un simbolo tradizionale della nostra storia e della nostra poesia. Non era l'aquila cesarea di Dante, addestrata col logoro retorico a roteare in larghi giri attorno alla corona dell'Italia plebiscitaria, e librar goffamente su quella corona le vecchie ali spennacchiate: non la navicella d'Enea navigante dalla Sicilia alle foci del Tevere con seco i fati latini, che mostrasse il solco a quella sulla quale Garibaldi e i suoi Mille dallo scoglio di Quarto cercavano «l'isola del fuoco», per muovere di laggiù, con l'Italia di Vittorio Emanuele sulle invitte spade, verso Roma destinata. Erano, questa volta, senza simboli e senza interpretazioni, tali quali il Segretario fiorentino aveva, con fioca o forse già soffocata speranza, invocato, erano finalmente l'Italia redenta e il suo Re.

È poi notabile, che se altre voci, di ben minore portata, si levarono in quel triste splendido secolo iniziativo del nostro servaggio, mosse da affetto di patria ad augurare dondechessia un liberatore, non furono indirizzate verso quella regione d'Italia di dove la Provvidenza dovea suscitarlo. Scriveva Benedetto Varchi, rilevando l'interessata politica di Venezia nelle cose italiane, e altresì la necessità d'una egemonia nazionale sulle forze vive della penisola, «non essere le fatiche e gl'infortunii d'Italia mai per cessare, infino che i Veneziani (poichè sperare da' Pontefici un cotal benefizio non si dee) o alcuno prudente e fortunato principe non ne prenda la signoria»: e ciò, forse, con qualche intenzione, del tutto cortigiana, al suo duca Cosimo de' Medici; certo, con nessuna ai duchi di Savoia. Nè altri che Venezia e i Pontefici, «Marco e Piero», pensava il Guidiccioni possibili propugnatori dell'indipendenza italica: ma soggiungeva dolorosamente, non avere speranza alcuna dell'opera loro. Nel quale concetto dovevano quei nostri del Cinquecento essere indótti dal considerare lo Stato ecclesiastico e il dominio di San Marco siccome le sole provincie d'Italia, cui non investisse quel complicato intrico d'interessi dinastici paesani, alleati sinistramente con la rapacità straniera, nelle maglie del quale era irretita, per tutto il rimanente, la patria nostra infelice. Ma e il Guidiccioni e il Varchi, uomini di chiesa ambedue, sentivano pure, quanto ai Pontefici, come questa potenziale attitudine del loro Principato a benefizio d'Italia fosse da altre condizioni storiche o contingenze di fatto impedita: il che si era veduto in Giulio II, e si vide poi in Paolo IV; confermandosi sempre la tremenda sentenza con la quale il Machiavelli e il Guicciardini ebbero, quasi con identiche parole, condannata la Signoria temporale dei Pontefici e la corrottissima Curia, dello avere e fatto «diventar gl'Italiani senza religione e cattivi» e «impedita l'unione d'Italia». E quando il Gioberti disegnò e radiosamente colorì l'apoteosi civile del Papato, non però gli resse l'entusiasmo, nè gli bastò l'eloquenza, ad attribuirgli una iniziativa che innanzi tutto bisognava fosse guerriera; ma di questa riconobbe e i caratteri storici e le condizioni giuridiche nel suo Piemonte, anche senza evocare, come avrebbe potuto, le tradizioni di quella che, gesta ambiziosa e di ereditaria ambizione, ma fu pur gesta d'indipendenza italiana, di Carlo Emanuele I. D'allora in poi, dico dal 1848, fu nella egemonia subalpina fermato il concetto, e anticipato con auspicii immanchevoli il fatto, prima, dell'unione, poi dell'unità, d'Italia: di questa unità, alla quale fin dal 1821 era volato il verso di Alessandro Manzoni; della unità italiana, in nome della quale, nel 31, a Carlo Alberto che ascendeva il trono, Giuseppe Mazzini avea mandato il saluto o la minaccia (scegliesse egli) del pensiero italiano; di questa sacra unità, che il venerando Gino Capponi (raccolgo dalle labbra di lui una parola non dimenticabile) diceva essere stata, agli uomini della sua generazione, il primo dei desiderii, l'ultima, perchè la più bella, delle speranze.

V.

Se non che all'unità politica avea precorso da secoli l'unità intellettuale: l'unità che emerge dal solo fatto del concepire e rappresentare, e il concetto e l'immagine atteggiare esteriormente secondo un ideale e sopr'uno stampo, che è quello e non altro che quello. Nella parola de' suoi poeti, nella mente de' suoi pensatori, nei miracoli dell'arte emulatrice a quella di Grecia e di Roma, nella sospirosa melodia de' suoi canti, nella musica perpetua della sua lingua, l'Italia sempre era stata, e splendidamente era stata. Il sentimento di questa immanente sopravvivenza ai fenomeni transitorii, anche nei tempi più depressi e desolati della nostra storia, si salvò sempre, e con esso fu salva la parte di noi più preziosa: la coscienza di essere, ed esser noi. Non eravamo «in eterno periti», come nella voce di Giacomo Leopardi sonava nel 1818 il pianto d'Italia serva: «In eterno perimmo?»: poichè, rispondeva il poeta,

Voi, di che il nostro mal si disacerba,

Sempre vivete, o care arti divine,

Conforto a nostra sventurata gente,

Fra l'itale ruine

Gl'itali pregi a celebrare intente.

E salutava il sorgere nel tempio di Santa Croce d'un altro di quei monumenti, dai quali, e dalla storia del nostro pensiero, aveva Ugo Foscolo invocati gli auspicii al risorgimento d'Italia.

Ben può oggi affermarsi, che il primo passo alla unificazione politica fu, in quei primi decennii del secolo, la restaurazione della italianità nel pensiero e nella lingua: della qual restaurazione furono benemeriti anche tali che, nelle conseguenze sue estreme, non avrebber certo voluta preparare l'altra unità; ma questa aveva, lo abbiamo veduto, ragioni di necessità e di diritto che di secolo in secolo l'hanno avviata e guidata, spingendola innanzi anche quando è sembrato che ristesse e indietreggiasse, finchè si sia potuto dire: Siam giunti, e qui stiamo: hic manebimus optime! Non pensava certo a un'Italia dell'avvenire, o ne avrebbe avuto sgomento, il buon padre Cesari, quando straniandosi valorosamente dal gergo italo-franco che aveva finito col sostituirsi alla lingua italiana, scriveva le novellette boccaccevoli, o assettava nel suo artefatto trecento Orazio e Cicerone, e nel volgar fiorentino del Cinquecento manipolava la commedia latina: ed è certo altresì che la Proposta di correzioni al Vocabolario, con la quale il Monti si atteggiò a guerra di lombardo a toscani, attesta, più ancora che della sua dottrina di lingua e vivacità di spiriti indomita, della senile sua incoscienza politica. Ma bene a questa Italia aveva pensato l'Alfieri, quando protestava contro la soppressione che i pedanti della filosofia riformatrice avean fatto dell'Accademia della Crusca: ci pensava il Foscolo quando si appellava alla nazione, dalla sentenza del Gran Consiglio Cisalpino contro la lingua latina: era purista cittadino il Giordani, quando incorando negli amici suoi lo stile greco e la lingua del Trecento, si sottoscrive fratello nel nome dell'«augusta e cara nostra mamma l'Italia»: e filologia preveggente era quella di Niccolò Tommasèo, il quale dalla critica delle dottrine del Perticari, dalla vagliatura fiorentina dei sinonimi, dovea condursi con Daniele Manin al Palazzo dei Dogi, prigioniero prima, poi Ministro della Repubblica, e, fino agli estremi delle armi del colèra e della fame, sostenitore d'un diritto nazionale che al Dalmata si era fin da giovanetto fatto sentire nel caro idioma d'Italia. Sì, il purismo è stato anch'esso una potenza benefica alla costituzione della patria, ravvivando e rivendicando le ragioni della lingua, dagli stranieri influssi e preponderanze corrotta: al corpo poi, così risanato, un possente interprete del pensiero e del sentimento umani, restituiva il vivo alito della toscanità, cioè dell'idioma d'Italia: Alessandro Manzoni. La unità idiomatica avea suggellato del suo stampo il Poema, sul cui fondo, disteso fra «cielo e terra», rilevava in figure immortali il Medio Evo italiano: la unità idiomatica, ricondotta al suo principio vivente, reintegrò quel medesimo suggello sopra un altro, esso pure grande poema, dove la servitù e la corruttela italiana, lungo i più lacrimevoli anni suoi, era ritratta e condannata nella storia di due egualmente immortali figure, di due poveri perseguitati Promessi Sposi del contado lombardo. Ed è questa italianità, di pensiero e di forma, che noi dobbiamo oggi, insieme con la unità che ce la garantisce, custodire gelosamente e propugnare: è questa italianità che noi con trepido affetto consegnamo, raccomandiamo, ai nostri figliuoli. La santa centenaria bandiera, per la quale combattono, soffrono, muoiono da eroi, i nostri soldati, non si difende solamente sui campi di battaglia: ogni cittadino operante è per essa soldato.

Altezze Reali, Signore, Signori,

Quella «storia ideale eterna» che Giambatista Vico idealeggiava, «sopra la quale corrono in tempo tutte le nazioni», assunse nell'alta mente di lui, la figura d'un circolo: dove però il corso dal male al bene soggiacerebbe alla legge del ricorso dal bene al male; e simbolo della vita civile, sarebbe quella linea circolare che «sè in sè rigira», e a cui gli Aristotelici attribuivano maggior perfezione che non alla linea retta, apponendo a questa la manchevolezza dell'essere non finita. Ma Galileo rispose agli Aristotelici; e le teorie del Vico, detrattone quel che di a priori scolastico si aggravava sopr'esse, possono conciliarsi con una legge positiva di progresso, che saldi in armonia scientifica le tradizioni e le speranze del genere umano. Pure, se ad un elemento della vita delle nazioni rimane tuttavia adattabile puntualmente cotesta imagine vichiana del circolo, è a quell'elemento che in sè comprende i caratteri essenziali e distintivi di ciascuna nazione, pe' quali esse rassomigliano a un conserto di famiglie, il cui padre unico sovrasta alle cose terrene. Nel circolo della italianità, nessun progresso è interdetto alla patria nostra: sfasciandosi quello, i movimenti non avrebbero più nè cammino diritto nè meta sicura. Il pensiero e la lingua, gli studi del vero e le arti del bello, le istituzioni e le leggi, descrivono la circonferenza di cotesto circolo: ma nel centro sta, somma di tutte le forze, principio di vita necessario, fortezza ed altare, l'unità della Patria.

LA LOMBARDIA ALLA CADUTA DEL REGNO ITALICO

CONFERENZA DI GEROLAMO ROVETTA.

Signore e Signori,

Il secolo non è finito ancora, e già se noi ci volgiamo indietro a considerare gli avvenimenti che ne agitarono il principio, essi ci appaiono lontani lontani, estranei affatto alla vita nostra, quasi che tra essi e noi intercedesse l'ombra di un intero evo storico, non lo spazio di una vita d'uomo.

A mano a mano che la ricerca erudita, fatta oramai positiva e serena, studia quei casi snebbiandoli dalle leggende che già vi si formarono intorno, e corregge gli errori, ripara alle ingiustizie, assolve i calunniati e condanna gli usurpatori di gloria; mentre la critica si affatica sui documenti e la verità torna in luce; in noi, strano a dirsi, nell'impressione comune di chi oggi ripensa a quegli anni fortunosi, nella coscienza della gente anche istruita, la distanza tra la fine e il principio del secolo cresce di continuo; e gli uomini e i fatti del tempo che segnò la giovinezza dei nostri nonni par che si ritraggano sempre più rapidamente nel buio del passato, vi si avvolgano di una nebbia sempre più densa, impiccioliscano, scompaiano dalla memoria delle moltitudini.

Napoleone, la sua sanguinosa e trista epopea, le catastrofi di Russia e di Germania, quell'avvicendarsi di avvenimenti che soltanto sette od otto decine d'anni fa mettevano a soqquadro l'Europa.... e le nostre famiglie, che insidiavano gli averi di cui ora noi stessi godiamo e turbavano e scompigliavano gli amori dai quali i nostri padri sono nati, tutto non sembra — se ci pensiamo — appartenere ad un'altra epoca ben più remota?

La critica moderna «vergine di codardi oltraggi» ma implacabile nelle sue deduzioni positive, ha relegato «l'uomo fatale» tra i malinconici nefasti della storia, fra gli antichi maniaci per la guerra, violenti ed infelici: ed il feticismo che per lui nutrivano i suoi soldati, a noi almeno, appare come un caso diffuso di allucinazione morbosa delle moltitudini.

— Come mai? Donde tanta disparità del vivere e del sentire? — Io credo che tale enorme allontanamento dalla coscienza nostra di uomini e di cose storicamente vicine, non provenga tanto dai molti e varî casi intervenuti tra loro e noi, quanto dal velocissimo, anzi precipitoso cammino compiuto dalle idee in questo intervallo di tempo, che, se per sè medesimo è breve, relativamente alla importanza storica contiene la materia non di uno, ma di più secoli!

Ciò che non è d'oggi o di ieri è già per noi antico: tanto s'è slargato innanzi a noi il mondo, tanto volo abbiamo spiccato incontro all'avvenire! Le idee han soverchiato i fatti, han dato una nuova anima battagliera, feconda, a questo vecchio secolo pieno di esuberanze giovanili, hanno oramai tolto di mezzo quanto del passato poteva esser loro d'impaccio, e abbandonato negli avelli della storia tutto ciò che non era vivo e germogliante.... come la calce sparsa sulle rovine di un disastro cela agli sguardi le macerie e i cadaveri insieme.

Ed è per ciò che debbono avere la acuta e perspicace pazienza degli archeologi, coloro che vanno frugando in un mondo pur così vicino a noi, e come gli archeologi debbono saper dar vita alle pietre e parole alle tombe e leggere tra le righe dei non ancora ingialliti documenti, e scrutare il senso riposto delle satire, delle caricature, delle canzoni, delle arguzie, delle tradizioni popolari: debbono svestirsi d'ogni propria passione politica, debbono cercare la luce vera che illuminava quei tempi e giudicare gli odii, e gli amori d'allora come gli odii e gli amori d'adesso, cioè come passioni umane, fallaci quindi ed ingiuste il più delle volte, torbide dispensatrici di fama.... e d'infamia, non sempre meritata.

Questo non è cómpito per le mie forze, nè per i miei gusti. Io penso, invece, con intimo compiacimento d'artista che, mentre tutte quelle cose e quella gente ci appaiono così come se le guardassimo col canocchiale a rovescio, l'arte e gli artisti sono rimasti così vicini a noi, così nostri e del nostro tempo da indurre noi pure — imbevuti di tanto scetticismo! — in quella fede classica che vate chiamava il poeta, cioè veggente nell'avvenire, ed eterna proclamava l'arte, cioè immortale nei secoli.

Non è forse così? Mentre la logistica delle battaglie napoleoniche non interessa più che gli studiosi delle Accademie militari, al pari di quella delle campagne di Alessandro o di Giulio Cesare, e le bricconate di certi ministri del vicerè Eugenio, gli spionaggi ed il gabinetto nero, si confondono colle altre iniquità di palazzo del cardinale di Richelieu e il dominio dell'Austria rinnova le gesta di tutte le più antiche e sinistre tirannidi: ecco qui vive e parlanti, colle nostre idee, colle nostre ribellioni, le nostre speranze, gli stessi nostri sarcasmi, ecco qui le figure del Foscolo e di Carlo Porta, e col nostro stesso culto del vero, le tele dell'Appiani e del Canonica: ecco ripetersi, con esempi nuovi, l'amabile storia della giovinezza di Gioacchino Rossini, a cui la fortuna e le belle donne aprono le braccia e spianano la via; ecco rinnovarsi oggi tra idealisti e veristi, tra naturalisti e spiritualisti, quella vivace e multiforme polemica d'allora tra classici e romantici che, in fondo, preparava i germi a tutte le battaglie intellettuali dell'avvenire. I critici dicevano ottant'anni sono molta parte di quel che dicono adesso; e i gazzettieri — anche allora — insegnavano l'armonia al «signor Rossini», la chiarezza al capitano Foscolo, e al giovane autore del Carmagnola un po' di lingua italiana; e di questi, i più accaniti — erano forse i francesi! —

Ancora gl'impeti del Foscolo, noi li abbiamo nel cuore; e quante, quante volte la musa lepida, ed anche salace del Porta, non ci soccorre per irridere alle ipocrisie che oggigiorno tocchiamo con mano!

Il Foscolo ed il Porta — meno di tutti gli artisti di quell'epoca — sono invecchiati, perchè, in modo diverso, la loro poesia rispecchia ciò che in apparenza soltanto è mutevole, e rimane invece tal quale: « l'anima del popolo »; — l'uno ruggendo nelle prose concitate le sue imprecazioni contro gli autori d'ogni servaggio, o cantando nei versi grecamente armoniosi le illusioni e le delusioni dello spirito moderno; l'altro sintetizzando nella rima epigrammatica e tagliente l'umorismo formidabile che del popolo è un'arma, un conforto, ed uno sfogo ad un tempo.

Così l'arte del Foscolo e quella del Porta, come i tipi umani dei due poeti, ci appaiono unite con vincoli di fratellanza alla grande arte e ai grandi tipi delle epoche più remote; ed è perciò ch'essi sono tuttora modernissimi. Un soldato poeta, prode, ardito, cavalleresco, con qualche spacconata, pieno di debiti, di duelli, di amori, di gelosie turbolenti; ed un altro — un poeta cassiere — tutto arguzia, tutto malizia nella rima gioconda e così bonario nella vita semplice e prudente d'impiegato, sempre amico della giustizia, ma benanche del quieto vivere; — un ribelle, che dà al popolo la satira demolitrice di poteri e di tirannidi, ma che si tapperebbe in casa — gottoso e pieno d'acciacchi — ove nelle vie scoppiasse la sommossa.... sono due tipi umani — sono due estri, per così dire, che in tutti i tempi le vicende hanno destato ed ispirato.

Ma il Foscolo, nella gravezza che incombeva sulla vita milanese in quel procelloso finire del Regno Italico, rappresenta anche l'irrequietudine dei presagî.

Dalle nebbie di Milano, fra le bieche congiure degli austriacanti, le paure dei napoleonici e i tentennamenti degli italici, egli anelava al bel sole di Toscana, alla luminosa villa di Bellosguardo ove gli erano fioriti sotto la penna i versi delle Grazie, nitidi e flessuosi come le forme divine scolpite dal Canova; anelava a questa Firenze dell'anima sua, sacra a lui per le memorie dei Grandi cantate nei Sepolcri, da Dante all'Alfieri, e insieme per indimenticabili dolcezze d'amore:

Per me cara, felice, inclita riva!...

Ove sovente i piè leggiadri mosse

Colei che, vera al portamento Diva,

In me volgeva sue luci beate,

Mentr'io sentìa dai crin d'oro commosse

Spirar ambrosia l'aure innamorate....

* * *

Era una specie di nostalgia pei tepori e i profumi che gli assaliva l'anima, una sete di parole italiane pronunciate dalle labbra delle donne fiorentine che tanta grazia aggiungono all'efficacia del perfetto dire.... e non Voi, che di azzurro e di fragranze avete in ogni tempo dovizia, ma noi, di lassù, poveri inglesi d'Italia, possiamo comprendere le smanie del Foscolo per la vostra bella città. — Marmi e fiori, le memorie e l'eloquio, il serto delle colline, l'aria stessa che qui si respira, tutto ci attrae sino al dolore, e noi ricordiamo sino al rimpianto.

Qui da voi sorrideva, come sempre, amica fida, l'arte; da noi, in Lombardia, non si respirava che l'intrigo. Dico l' intrigo, non la politica. La politica vera era maneggiata dai sovrani, dai ministri, dagli ambasciatori; il resto, i sudditi, anche quelli delle classi sociali più elevate, non conoscevano altro che il pettegolezzo di società, le trame personali, ordite per interesse privato, per vizio senile, per passatempo.

Nell'esercito, e più nell'aristocrazia, si congiurava come si intavola un giuoco: erano ancora i cicisbei dell'arcadia belante che divenivano a un tratto cospiratori tra le gonne della dama servita.

Rancori, invidie, gelosie di corte o d'alcova; e ognuno aveva pronto il suo re, per diventarne il vicerè.

Trista politica di corridoio e d'anticamera, sospettosa, cupida, procacciante, che pur preparava la ruina della patria prima ancora che nei fatti, negli animi, dove la grande idealità dell'Italia unita, libera, indipendente non s'era accesa ancora a illuminare, come avvenne più tardi, anche i giorni squallidi della schiavitù, a confortare i migliori, a compensarli d'ogni sacrificio, a irradiare per essi anche le segrete delle prigioni e le forche drizzate ad attenderli.

Che poteva mai l'arte in tanta miseria spirituale? Non l'arte del pensiero, ma quella dei sensi e della furberia era in onore presso il volgo patrizio e plebeo! Gli scherni, si dispensavano in egual misura al Foscolo «matto infido» e al Monti «cortigiano pagato».

Giorni egualmente tristi s'annunziavano ai due grandi poeti, che erano da amici divenuti irreconciliabili; e veramente quanto diversi nell'arte e nella vita! E per ciò, come già tra il Foscolo e il Porta, così tra il Foscolo e il Monti dovrebbe riuscire il raffronto attraente e curioso allo spirito indagatore.

Il Foscolo, non sempre buono e probo nella vita privata, aveva pur sempre espresso ne' suoi scritti la grande anima italiana, sdegnosa di padroni vecchi e nuovi, assorta in una virile idea di libertà classica insieme e moderna; ed ora, al cadere della fortuna napoleonica, passava non curato in mezzo agli armeggioni e agli opportunisti, dai quali al ritorno dell'Austria doveva separarsi per sempre, esulando lontano con l'anima ferita, ma altera e sicura. — Il Monti buono, troppo buono, e nella sua mutabilità intimamente onesto, aveva cantato prima il trono e l'altare, poi il fanatismo giacobino, poi la libertà italica, poi l'onnipotenza di Napoleone — il Giove Massimo — il Dio Terreno; e con la gloria di Napoleone vedeva cadere la sua, sentiva fors'anco l'amarezza di essere considerato dagli intriganti e dai faccendieri come un adulatore venale che, per opportunità o per interesse, avrebbe seguitato a cantare per i vincitori d'oggi.... i dominatori del domani.

* * *

A Milano, nella capitale del Regno agonizzante, non si congiurava che per mutar di padrone. Pareva ad alcuni — ai migliori forse — che una parte di ciò che allora si diceva «la gloria di Napoleone» toccasse di riverbero ai Lombardi: e ci tenevano, e non si ribellavano ancora all'orgoglio e all'egoismo feroce di lui: invece, tentavano ridestare intorno al suo nome gli entusiasmi svaniti. E tra questi il duca Melzi — l'ex presidente della Repubblica Italiana, e allora, del Regno Italico, presidente del Consiglio dei Ministri — e col duca Melzi, il conte Giuseppe Prina.

E il Melzi e il Prina erano fautori di Napoleone e dei Napoleonidi.... chi sa?... anche per un primo barlume di quell'Italia, ch'era forse ancora più nella mente che nel cuore dei due uomini di Stato; che, ancora, era forse.... un concetto politico, un regno, più che una nazione; quell'Italia, a cui già mirava, cupidamente, l'orgoglio sfrenato del Murat, e alla quale occhieggiava, come con una ballerina della Scala, la bramosia senile, la vanità eroicomica del divisionario Pino. Ma se qualche magnanimo illuso, o qualche insoddisfatto avventuriero poteva unirsi al Murat, disertore di Napoleone; se nelle chiassose e allegre adunanze dell'Albergo del Gallo, le vecchie mercantesse e gli strozzini inneggiavano col barbèra e col barolo «al generale Pino re d'Italia», chi mai poteva seguire il Melzi e il Prina, i due bigotti dell'Impero, i due compari del Vicerè?

Chi poteva seguirli?... Chi del popolo, specialmente?

Non vi era quasi famiglia nella quale le ecatombe di Russia e di Germania non avessero lasciato un lutto o rimandato un infermo; le donne più ancora, madri, spose, sorelle, non si rassegnavano a tanta.... seminagione di dolori, di cui non vedevano lo scopo, mentre fra gli uomini, essa poteva trovar pretesto nello spirito militare ritemprato e fatto consuetudine e nella smania politicante.

Nei ceti più umili delle città e fra le plebi delle campagne, sbollita l'ubbriacatura dei grandi avvenimenti, dell'imprevisto, delle teatrali partenze delle truppe e l'ansia dell'attendere e del commentare le notizie della guerra, era subentrato lo sconforto amaro, profondo, del danno patito, delle braccia mancanti, dei cari morti e perduti nei gorghi dei fiumi gelati e sotto le nevi delle steppe.... La fantasia popolare rievocava quei quadri di battaglie sfrondandoli d'ogni epica attrattiva, ne aumentava, se pure era possibile, l'orrore, e un grande sentimento d'odio dilagava nelle anime contro coloro che si erano gravata la coscienza di tanto lutto, di tanta desolazione, di tanta miseria.

Oh, la miseria!... Si faceva di giorno in giorno più cruda, più feroce.

I signori, i ricchi, ammaestrati dai casi, non pensavano che a difendere i redditi; a nessuno veniva in mente di arrischiare un po' di danaro per dar lavoro ai poveri, in qualunque industria, che un disperato tentativo di Napoleone e delle potenze avrebbe buttato all'aria.

Mancava il lavoro, mancava il pane; turbe di poveri, di pezzenti, di oziosi, mendicavano alle porte dei presbiterî, delle scarse locande, dei palazzi, degli uffici pubblici; e in quegli stomachi vuoti si preparava l'urlo della rivolta.

E tanta e così grande miseria era poi esacerbata, invelenita, giorno per giorno, dalle rapacità del fisco. I balzelli e le tasse più odiose crescevano di numero e di gravezza.

Anche il poco che non rappresentava il diritto di non languire per l'inedia, destava le ingordigie del fisco, veniva insidiato, carpito, portato via con atti esecutivi, che costituivano un succedersi di ignobili rapine, larvate di legalità e compiute colla forza del governo.

Naturalmente, dalle furfanterie dei soldati e dei finanzieri, prendevano audacia i birbanti, per così dire, spiccioli: il malandrinaggio era ancora.... una professione! In mancanza del guadagno offriva almeno la promessa, in quella scarsità di pane, di un pane in galera; e mai come allora, gli stradali di Lombardia furono infestati da tanta e così feroce canaglia.

Eugenio Beauharnais, il figlio dell'imperatrice Giuseppina, era il Vicerè di questo povero paese. Strana e melanconica figura!

Un altro cittadino, creato sovrano da Napoleone e che da principe non ha saputo fare nè il bene nè il male, per cui i principi, talvolta, affrettano le soluzioni della storia.

Il Romagnosi parla del vicerè Eugenio come di un uomo mal conosciuto, di retti sentimenti, ma non così saldo, da non lasciarsi sviare fra gli intrighi del tempo, ed abbagliare da quell'altra peste, pure del tempo, la vanità militare.

Dopo la campagna del 1813, i principi confederati gli avevano promesso il Regno d'Italia, purchè avesse vôlte le armi contro l'Imperatore; ma egli fedele e riconoscente, aveva respinto le blandizie: e di ciò chi mai vorrebbe biasimarlo?

Poi, Napoleone gli aveva ingiunto di abbandonare l'Italia e di ridursi in Francia, colle sue truppe. Eugenio gli dimostrò che queste lo avrebbero abbandonato, ma — come sottilmente nota il De Castro — non seppe nè riaffermarsi virilmente per lui, nè separarsene per unirsi alle potenze alleate, nè prendere il partito più giudizioso e più generoso ad un tempo, quello, cioè, di sposare francamente, lui del popolo, la causa dei popoli e farsi ad un tempo loro capo e difensore.

Il 22 novembre 1813, al principe La Tour e Taxis che nel villaggio di San Michele, fra Vicenza e Verona, gli rinnuovava l'offerta del trono purchè si unisse alla Santa Alleanza, Eugenio rispondeva collo stesso rifiuto dato pochi dì innanzi ad una deputazione del Senato che gli proponeva di organizzare un moto in Milano per proclamarlo re.

«Non si può negare — esclamava colle lacrime nella voce, per il ricordo dei propri figli — non si può negare che la stella dell'Imperatore non cominci a impallidire.... Ma per coloro che furono da lui beneficati, è una ragione di più per serbarsi fedeli».

Questa è storia, una pagina di storia umana più che politica. Apprezzò Napoleone la devozione di quella resistenza, devozione tanto più grande, dopo che egli aveva ferito nel Beauharnais il cuore del figlio e gli interessi del principe, ripudiandone la madre?... Chi lo sa?

Certo il Beauharnais fu compreso da una donna, dalla moglie: la viceregina Amalia Augusta di Baviera, che merita un posto a parte nella storia di quell'epoca, e fra la gente di quel tempo un posto d'onore.

Nella storia, perchè certo essa ha molto contribuito col suo consiglio, colla modesta prudenza e colla semplicità affettuosa, alla condotta leale del Beauharnais, risparmiando guerre, non di popoli, ma di interessi dinastici.

Il posto d'onore fra le genti di quel tempo le spetta, perchè si conservò virtuosa moglie e buona madre, in mezzo al dilagare di una corruzione e di una licenza, più ipocrita forse, ma più profonda di quella del Direttorio.

Qual era, in fatti, questa società?...

La moda era impudica nelle sue fogge scollate, aderenti, accarezzanti le forme: curioso il battesimo ai colori del momento: o nomi feroci come: il color «dei cosacchi spaventati», oppure erotici, come: il color «sospiro di vergine», il color «grido di sposa», il color «baciami in bocca» ed altri ed altri che non è decente ricordare, ma che si possono leggere sfogliando la raccolta del Corriere delle Dame.

Taceremo i nomi e le gesta: solo ricorderemo che le gentildonne più eccelse.... e più belle, si travestivano da ussaro o da dragone nelle scappate coi loro amanti, ufficiali, tenori.... ed anche mimi, e al teatro della Scala, durante lo spettacolo, molte volte, a metà della conversazione fra dama e cavaliere, venivano calate le tendine del palchetto.

Nei varî partiti politici, erano pur implicate anche le donne e congiuravano insieme contro tutti i poteri.... e tradivano insieme tutte le fedeltà.... politiche e coniugali.

E le vecchie dame, bigotte del partito austriaco? Esse, immemori delle sregolatezze di Leopoldo II, si scandalizzavano per il libertinaggio del principe Eugenio e di tutti gli esecrati Franciosi, com'esse li chiamavano a denti stretti; ma ricordavano forse col confessore, l'abatino profumato e galante del settecento.

Oh voi leggiadra e virtuosa Viceregina, dal cuore nobile e dall'intelligenza onesta, come risplendete di luce soave, di una giovinezza intatta in mezzo a questa vecchia società intrigante e venale, corrotta e corruttrice, che pareva dissolversi nel vizio.

Il principe Eugenio non ebbe certo immeritata la taccia di donnaiuolo; certo non mancavano per colpa sua i mariti offesi.... e non abbastanza ricompensati con adeguate cariche a corte — nei varî partiti che più lo combattevano; pure si direbbe che.... modernamente conciliasse i teneri e facili errori, con un affetto vero e sentito per la sua dolce compagna.

Le scriveva dal Tirolo, rimandando a Milano uno de' suoi scudieri che stava per prender moglie: «.... pensa, mia buona Augusta, che il tuo fedele sposo non potrebbe amarti di più. Rinvio il Battaglia, che morrebbe se qui lo tenessi; è così smanioso d'ammogliarsi, che non dorme più. Gli auguro la felicità anelata: ma il matrimonio è una lotteria, nella quale non tutti, al pari di me, estraggono un numero alto.»

Come però egli fosse amato, profondamente, santamente amato da lei, che il Foscolo disse:

. . . . . . . . . bella fra tutte

Figlie di regi e agli immortali amica:

lo prova, fra le molte, una lettera scritta dalla Viceregina al principe Eugenio, in un giorno fra i più infelici della loro vita.

«...... La notizia del divorzio mi addolora — sempre il divorzio di Napoleone da Giuseppina — e tanto più soffro prevedendo la triste tua posizione e la gioia di coloro che ci fanno tanto male. Ma non arriveranno mai a ciò che agognano, non potendo toglierti una riputazione senza macchia, ed una coscienza senza rimorsi. Tu non hai meritata cotesta sventura, e lo dico nel supposto che altre ne sovrastino. Io vi sono preparata, e nulla rimpiangerò purchè mi resti l'amor tuo, felice di provarti che t'amo per te solo. Cancellati dalla lista dei grandi, c'inscriveranno su quella dei felici: non val meglio? Non scrivo alla tua povera madre; che potrei dirle? Assicurala del mio rispetto e della mia tenerezza. L'avviso del tuo sollecito ritorno mi allevia e impaziente l'aspetto. Eugenio! il mio coraggio eguaglia il tuo, e voglio provarti che sono degna d'esserti moglie. Addio, caro amico; credi alla tenerezza che ti serberò fino all'ultima ora della mia vita.»

Ma certo l'uomo del momento non era il Beauharnais, non era il principe, il marito.... che nel consenso della dolce compagna trovava il premio migliore alla rinuncia del trono.

Ben altrimenti del Beauharnais, pensava e operava di lontano Gioachino Murat, che si sottraeva al duro giogo del cognato, pur di giungere alle audaci sue mire: fare un'Italia per farla sua.

L'aura popolare, il favore dei poeti, le speranze dei Carbonari erano per lui che parlava del «riscatto d'Italia,» ed aderenti ne aveva anche in Milano; fra gli altri il capo della Polizia conte Luini, il generale Giuseppe Lechi, e quell'altro generale di Napoleone, il Pino, che per sè solo vorrebbe, nonchè un discorso, una monografia, un volume, tanto appare stoffa bizzarra di soldato, di avventuriero.... e di affarista.

Il Vicerè, gramo conoscitore d'uomini, se n'era fatto un nemico implacato e subdolo, relegando il suo orgoglio in un meschino presidio della Romagna.

Riuscito il Pino a tornare a Milano, si diede, per vendicarsi, anima e corpo al re di Napoli; e benchè provvisto, in mezzo alla generale miseria, di uno stipendio di 145 mila franchi all'anno, si attaccava come un polipo alle casse dello Stato, e pur brigando e congiurando contro il Vicerè, lo tempestava di richieste di fondi, di sussidi, di anticipazioni, di gratificazioni, e prostituiva la sua bella fama di soldato valoroso alla più ignobile avidità di danaro, ch'egli poi malamente profondeva al giuoco e colle donne.

Tuttavia, e forse, anche per ciò, era popolare: la moltitudine non vedeva in lui che l'eroe vincitore della Pomerania, della Spagna, della Russia; pareva alla gente che quel bell'uomo che sfoggiava teatralmente la divisa e le decorazioni, potesse essere anche un buon sovrano e «Viva Pino re d'Italia!» si ripeteva nelle conventicole dei mestatori, nelle osterie, per le piazze.

E il Pino, ringalluzzito, cominciava a ingannare anche il Murat dopo il Beauharnais, e lasciava gridare, e lasciava fare.... Perchè no? «Viva Pino re d'Italia» ripeteva in cuor suo. — Perchè no? — e così, prima blandito e adescato, poi, spiato e raggirato, cascava nelle trappole di quella parte dell'aristocrazia che aspettava coi desiderî, coi brogli e cogli imbrogli, l'avvento dell'Austria, e vedeva nel generale Pino, non già un re, neppure da palcoscenico, ma uno strumento per le sue stesse debolezze prezioso.

Solo il popolo, il popolino malaccorto, poteva credere ancora a quella pazza fortuna dei generali napoleonici, che dalle più umili origini erano saliti, per la via dell'armi, ai troni. A quei generali, a quei marescialli, venuti su dal nulla, tutto era stato possibile. Ma questo appunto non voleva la vecchia nobiltà, piena di sprezzo e di astio contro tutti quegli avventurieri, che le avevano tolto la sua vecchia supremazia — non solo non voleva ch'essi fossero gli eredi del loro autore, ma con la caduta di lui voleva sparissero anche gli strumenti della sua potenza, quei chiassosi affascinatori del popolo, che già troppo lungamente avevano sconvolte le cose d'Italia.

Frattanto, Austriaci e Inglesi s'inoltravano nel Veneto, nella Romagna, in Toscana; si avanzavano i Napoletani con non ben definite intenzioni. Il Vicerè dirigeva ai sudditi vibrati proclami, scongiurandoli a stringersi intorno alla sua insegna: «Onore e fedeltà» e il dì 8 febbraio 1814, avanzando da Mantova e da Peschiera, batteva gli Austriaci.

Il piccolo esercito italiano, mentre tutto rovinava intorno al colosso napoleonico, impavido ed incorruttibile, gli dava l'illusione di saper vincere ancora d'oltralpe.

* * *

Firmato l'armistizio del 16 aprile 1814, rimpatriate le truppe francesi, il Beauharnais si trovò in Milano, in mezzo ai politicanti che lo odiavano, come sopra un terreno minato.

I varî partiti, quello degli italici, degli austriacanti, dei murattiani, si univano non solo nelle congiure per rovesciare il Vicerè, ma nelle calunnie per diffamarlo, per renderlo inviso, odiato.

Dice un cronista che «le genti pie o di austere massime non entravano nel palazzo del Vicerè senza provare un segreto raccapriccio; chè di bocca in bocca correvano novelle di donne sedotte, di mariti di padri maltrattati ed anche uccisi.» E si narrava che, per ordine del Vicerè, fosse stata fucilata una guardia d'onore per aver pensato alla diserzione; che fossero stati torturati con cinquanta colpi di bastone al giorno, per un mese di seguito, i condannati ai lavori forzati nelle prigioni di Mantova.

I nobili soffiavano nel fuoco, e aizzavano l'odio del popolo anche contro i ministri, tre dei quali specialmente invisi, perchè non milanesi: il Prina di Novara, il Paradisi di Modena e il Vaccari di Bologna.

Altro uomo odiatissimo era il segretario del Vicerè, conte Méjean, naturalizzato italiano, un napoleonista cieco e oggetto del livore universale: più ancora di lui quel Darnay, che dal gabinetto del Principe era passato alla direzione generale delle Poste, e, ignobilmente, aveva ridotto il pubblico servizio ad un'insidia quotidiana di polizia, violando, sopprimendo, disperdendo le lettere.

Le gesta di questo osceno — è proprio la parola — di questo osceno gabinetto nero, oltrechè d'orrore a tutti i cittadini onesti e pacifici, tornavano di grave danno ai commercianti, già esasperati per le difficoltà create dal blocco continentale e stremati di forze dai balzelli; sicchè, tutt'insieme, non si respirava che fiele e vendetta.

I fallimenti erano incessanti e disastrosi e.... scandalosi, quasi come adesso; e ciò, mentre le campagne, come ho già detto, erano infestate dai malandrini e dai mendicanti, e le città divise fra chi osava imprecare apertamente all'Imperatore e i più furbi che, pensando potesse egli tornare alla strapotenza di prima, si rammaricavano che gli alleati avessero passato il Reno.

Le caricature e i giuochi di parole esprimevano gli umori del tempo. Il citato De Castro ricorda una stampa che rappresentava il padrone del mondo con quattro enormi gozzi, sopra ognuno dei quali erano le lettere componenti la parola Sire; le iniziali delle quattro nazioni: Spagna, Italia, Russia, Egitto, ch'egli aveva voluto ingoiare, e che gli erano rimaste in gola.

Così la parola di moda era quella che doveva tornare in voga, colla tragica desinenza in ismo, presso i rivoluzionari della Russia contemporanea: la parola Nihil, e questo solo perchè le sue cinque lettere erano le iniziali dei nomi latini di cinque re detronizzati o che stavano per esserlo, cioè: Napoleone, Joseph, Hieronimus, Joachim, Ludovicus.

Le colpe della Francia, gli eccessi del liberticida, dello sterminatore, favorivano la riscossa della vecchia Europa, preparavano la ristorazione del vecchio regime, davano un colore di novità preziosa e desiderabile a tutto ciò che, sotto le parvenze di un ordine riparatore, pur celava le cupidigie grette e crudeli della reazione secolare.

In quei giorni, cogli alleati alle porte e mentre il Senato convocavasi pel 17 aprile, per offrire la corona al Beauharnais, aumentavano le irrequietudini di un partito che si era dato un bel nome: quello degli Italici puri, ma che mancava di un vero e buon programma.... forse perchè italici, a quei tempi, non voleva ancor dire italiani.

Di questa fazione facevano parte uomini di non comune levatura, che si radunavano presso un noto avvocato, oriundo valtellinese, il Traversi, la cui moglie avida, intrigante, stizzosa contro la corte, a lei preclusa, aiutava il marito, vecchio ed astuto mestatore d'affari, volgare d'animo come d'ingegno.

In quelle sale, ove si voleva ad ogni costo un re italiano, ma dove, in attesa di inventarne uno, inconsciamente forse, si faceva il giuoco dell'Austria, bazzicavano i Bossi, i Cicogna, i Durini, i Fagnani, i Balabio, i Silva, Carlo Castiglioni, Luigi Porro e più raramente, perchè si teneva in disparte, Carlo Verri. E capo e despota di questo partito, voleva farsi anche l'aristocratico, l'altiero e il liberale — liberale d'idee, non di abitudini — Federigo Confalonieri, del quale conte Confalonieri, si diceva altresì che odiasse il Vicerè, perchè questi aveva osato ammirare oltre il segno la sua bellissima e castissima sposa.

Ed altre e ben meschine gelosiucce, altri ancor più bassi risentimenti, come per gradi e cariche non ottenute a corte e concesse invece ad ufficiali, erano forse le più gravi cagioni d'inimicizia contro il Beauharnais, specie nei giovani patrizi, fautori di una nuova dinastia, colla quale, più proficuamente, venire a patti. Volevano un altro padrone: o il re del Piemonte, o il re di Napoli, o il general Pino, o un patrizio lombardo d'alto nome, o alla peggio anche un re straniero.

Non mancavano i candidati di fuori: si parlava, ad esempio — tanto è grottesca la politica, veduta da lontano — del duca di Chiarenza, uno dei dodici figli del re Giorgio III d'Inghilterra; con che gli Italiani si sarebbero assicurata la protezione di lord Castlereagh, che a quei giorni faceva la pioggia e il sereno nell'orizzonte diplomatico d'Europa. — Tale era il funesto effetto della dominazione napoleonica, sorta con la fortuna e con la violenza di un uomo, che, al suo declinare, tutte le ambizioni pazzamente si sfrenavano in un campo rimasto vuoto a un tratto, e quasi in balìa di un nuovo fortunato occupante.

È facile immaginare come in un ambiente simile, fra tante correnti diverse, con tanti interessi in giuoco, trovassero la loro cuccagna gli agenti segreti, i provocatori, gli imbroglioni politici, le spie, specialmente austriache e inglesi!

L'Austria, però, aveva per sè, in Milano, fautori assai più abili ed efficaci dei soliti arnesi di polizia. Un tristo miscuglio di odii e di vendette contro il Beauharnais, e in genere contro la Francia, di ambizioni e di cupidigie personali, di servile ed ostinata devozione all'Austria, moveva a congiurare in favor suo gente formidabile per astuzia e malvagità.

Il posto d'onore tocca al marchese Filippo Ghislieri di Bologna, già consigliere aulico di Francesco I, poi relegato a Mantova, come spia austriaca, poi liberato dal Beauharnais: uomo turbolento, il quale da anni covava nell'animo, e sapeva celarla a tempo, la smania di riafferrare colla restaurazione dell'Austria, le ricchezze e gli onori perduti; abile parlatore, elegante, sarcastico, capace di tutto pur di riuscire.

Dopo la parte trista avuta negli eventi a cui siamo arrivati, un'altra ancor più trista egli doveva avere di poi, nel processo politico per cui furono condannati il celebre medico Rasori, il generale De Maister, i colonnelli Gasparinetti, Moretti ed altri, prime vittime dell'Austria rifatta padrona; e in fine dai padroni stessi disprezzato e gittato in un canto, doveva vestire l'abito fratesco, per morire in pochi mesi, dilaniato dai rimorsi.

Il Ghislieri era di nascosto a Milano, a riannodare — vestito ora da frate, or da contadino, or da giocoliere.... persino da donna! — i vecchi intrighi col conte Gambarana, col Mellerio, con Alfonso Castiglioni, intrinseco suo, e cogli altri sfegatati austriacanti, o, come erano detti, materialoni; e in quegli stessi giorni giungevano da Mantova il Vaccari e il Méjean per indurre il Senato a proclamare re il Beauharnais. Ma il conte Dandolo, al Senato appunto, presentava un decreto, il quale, anzichè l'offerta della Corona, conteneva per Eugenio una specie di benservito, e invano tentavano di opporvisi il Vaccari e gli altri Eugenisti e lo stesso ministro Prina.

Durante il 17 e il 18 aprile tutti a Milano si chiedevano: Che farà il Vicerè? Che cosa farà l'esercito? E l'Austria? E gli alleati?

Agli angoli delle vie si leggeva: «Non re chi, vicerè d'Italia, sprezza e spoglia.»

Al Municipio, uomini di tutti i partiti, firmavano in odio ai francesi, una richiesta di convocazione dei collegi elettorali. V'erano i nomi del Pino e dei più noti fra gli italici puri, quelli di molti austriacanti, dell'anglomane Trecchi, dello stesso podestà Durini e altri già insigni nelle arti e nelle lettere: il Cagnola, il Monteggia, il Rosmini — Carlo Porta e Alessandro Manzoni.

Il Melzi — povero duca di Lodi! — era inchiodato in casa dalla gotta, e anche di ciò gli austriacanti gongolavano.

Grave e controversa è una circostanza di quei giorni, che verrebbe a cumulare sovra persone irradiate più tardi dalla luce del patriottismo, la grave, la dolorosa responsabilità della vergogna incombente.

Voglio dire gli accordi che sarebbero intervenuti prima in casa della letterata Bianca Mileti, poi in quella del consigliere Freganeschi, tra il Gambarana da una parte e il Confalonieri, il Porro, il Botti, il Ciani ed altri italici, dall'altra.

Se si pensa che cosa meditassero e affrettassero il Gambarana e il Ghislieri e il Traversi, la loro comunanza coi patrizi riesce profondamente amara, rattristante.

Due dei loro emissari, un tal Fontana e un sinistro figuro, il Tencino, stavano raccogliendo nel contado, specialmente nel Novarese e nella Lomellina, la feccia dei malfattori: l'assoldavano regolarmente, con mercede fissa — sei lire italiane al giorno per ogni collo da forca, e assicurazione di cibo e di vino. I patti?

Trovarsi tutti in Milano la notte del 19 aprile e la giornata seguente: — Ci sarebbe stato da fare! —

Gli italici avevano apparecchiato una delle solite « dimostrazioni » contro il Senato: or bene, quella feccia di malfattori, quella marmaglia, avida di stragi, d'anarchia e di rapine, doveva a mano a mano ingrossare il gruppo dei Signori; doveva a mano a mano mutare la chiassata in tumulto, il tumulto in rivoluzione.... rivoluzione che avrebbe costretto il generale Neipperg, comandante l'avanguardia dell'esercito austriaco, ad entrare in Milano, per ristabilirvi l'ordine.... e una volta entrato poi.... anche a rimanervi, per mantenerlo!

Che orribile giornata quella del 20 aprile 1814! II cielo buio, caliginoso, la pioggia diaccia e fitta.

Prima ancora del mezzogiorno, intorno al Palazzo del Senato, si formavano capannelli di persone, per lo più ben vestite, che discutevano in tono iracondo, sfidando il maltempo che infuriava, sotto la tettoia mobile e sgocciolante degli ombrelli aperti, sbattuti dal vento.

Si aggiravano tra i gruppi parecchi nobili: — il conte Federigo Confalonieri, il Serbelloni, il Durini, il Silva, il ciambellano e consigliere di Stato Fagnani, e non pochi ufficiali della guardia civica.

«A misura che giungono le carrozze dei Senatori» narra il Verri, «qualcuno del gruppo salendo su di una scala tenuta in mano da un uomo d'alta statura, s'affacciava allo sportello gridando il nome del Senatore, e scoppiavano urli plebei e fischi contro quelli che nella seduta del 17 avevano sostenuto il Vicerè.» Si seppe poi esser colui il domestico d'un patrizio di parte austriaca.

E il Verri continua a narrare di essere stato egli stesso assai «plaudito» mentre infilava il portone del palazzo e d'aver udito, insistente, la domanda di convocazione dei collegi elettorali.

Non v'era a custodia del Senato che un picchetto di dragoni: della truppa, comandata dal generale Pino, nè allora presso il Senato, nè dipoi, durante l'imperversare del tumulto, nessuna notizia!

La soggezione del Pino a quei medesimi cospiratori che avevano assoldato i sinistri eroi della giornata, non avrebbe potuto apparire, nè più patente, nè più vergognosa.

Mentre il capitano Benigno Bossi, ammesso nell'aula, si offriva colla propria guardia civica a custodia del Senato, e i Senatori, per quanto non tutti compresi della gravità del momento, acconsentivano, la folla, col pretesto di volersi riparare dalla pioggia sotto i portici del cortile, vi irrompe, disarmando i dragoni che invano tentano opporvisi; spezza loro le spade, strappa loro la lettera N dalle divise e dagli elmi e prorompe in grida minacciose: «Non più francesi! Non più Vicerè! Costituzione! Indipendenza!»

I Senatori, intimoriti, sospendono la seduta, e il Verri si affaccia alla soglia per arringare la folla. «Ma quale non fu la mia sorpresa» — lasciamogli la parola — «nello scorgere totalmente mutata la qualità delle persone ivi affollate: al mio arrivo erano tutti cittadini nobili o almeno civili, colle loro ombrelle; invece vi trovai una sessantina d'individui del basso popolo, tutti a me sconosciuti. Chiesi più volte chi mi conoscesse, e pregai che qualcuno si avanzasse esponendo cosa volevasi. Ma fu inutile: la folla rimase immobile e muta: vidi figure che nulla presagivano di bene, bensì saccheggio e rapina.»

Saccheggio, rapina e strage! E la vittima era già designata nel ministro Prina.

II conte Giuseppe Prina, nato a Novara il 19 luglio 1766, da nobile famiglia, aveva studiato a Monza, nel collegio dei Barnabiti, poi all'università di Pavia, ove s'era laureato. A 25 anni era ministro delle dissestate finanze di Carlo Emanuele II e nel 1798 rinunciava nobilmente al potere per non emanare un decreto fraudolento col quale si voleva far perdere alla carta monetata due terzi del suo valore nominale.

Quintino Sella, Giovanni Lanza, Marco Minghetti e Silvio Spaventa sembrano usciti dallo stesso ceppo dell'onesto ministro del primo regno italico.

Nominato podestà da' suoi concittadini, nei Comizi di Lione parla con molto senno e si offre con molta abilità: Napoleone col suo occhio d'aquila, vede in lui il ministro delle finanze che gli occorre, e lo addita, senz'altro, al duca Melzi.

Sebbene affranto dal faticosissimo riordinamento delle finanze della Repubblica italiana, il Prina accetta, e co' suoi metodi di esazione e di contabilità, colle imposte indirette e con altri spedienti della sua mente fiscale operosissima, dà al Regno Italico una forza finanziaria non prima conosciuta: triplica l'esportazione dei grani, diffonde l'insegnamento dell'agricoltura, crea a Milano la Manifattura dei tabacchi, fa della Zecca una delle migliori d'Europa, vi annette un museo numismatico ancora invidiato e riesce a gittare per anni e anni milioni e milioni nelle insaziabili fauci napoleoniche, senza arricchire d'un soldo sè stesso, ma stremando, taglieggiando spietatamente il popolo, accumulando un'infinità di dolori, di lacrime, di odii.

Se codest'uomo non si fosse dato anima e corpo, colla sua piena, cieca, cocciuta devozione di piemontese e di impiegato, a Napoleone; se avesse saputo por freno alla libidine di danaro del despota, non avrebbe avuto d'uopo d'incrudelire contro i poveri con una specie d'incoscienza che si può spiegare, ma non scusare; e l'opera sua di rinnovamento economico, gli avrebbe assicurata in Lombardia la celebrità che sfida il tempo: quella della gratitudine.

Semplice in mezzo agli onori, incorruttibile nella sua amministrazione, probo sino allo scrupolo, vivace e cortese a Corte, dolce e virtuoso nella vita privata, appariva gelido, spietato, quale ministro.

Non seppe far altro che spremere danaro per l'Imperatore; e l'Austria, inconsapevole, lo scelse a farne il primo martire — cronologicamente — del risorgimento italiano.

Ch'egli fosse vittima designata a prezzolati sicarî, lo prova anche la prima circostanza che ci si riaffaccia, riprendendo la lugubre cronaca del 20 di aprile.

La turba ingrossata, anzichè occuparsi dei Senatori, che votata in fretta e in furia la riunione dei collegi elettorali, fuggivano lividi e tremanti, cominciò a gridare, con voce minacciosa, il nome del Prina.

Carlo Verri invano rispondeva a quelle torve figure, che il Prina non era al Senato. Il popolaccio, e alcuni signori — dicono anche qualche ufficiale austriaco travestito — invadono le aule, circondano, minacciando, il presidente Veneri, rimasto imperterrito: uno dei nobili — il Verri, lo indica con le sole iniziali — «fu il primo a scagliarsi contro il ritratto di Napoleone dipinto dall'Appiani, lo forò coll'ombrello e gittollo dalla finestra.» Il Confalonieri cui l'atto venne specialmente imputato, smentì poi di averlo commesso, in una lettera a stampa. Intanto il maggior numero dei tumultuanti davasi a saccheggiare, a distruggere: strappava e disperdeva carte, documenti, registri, scagliava i mobili, i tappeti, le librerie nella strada, e ripeteva come un ruggito sempre più spaventoso il grido, imposto da alcuni, e che molti altri avevano certo nel cuore: Morte al Prina! Vogliamo il Prina! Morte al boia della carta bollata!

Le grida, le imprecazioni feroci, gli urli di morte si fanno tremendi, fra il rintronare di colpi incessanti per abbattere la porta del palazzo dell'odiato ministro, che un cocchiere era stato in tempo a chiudere. Già da mesi, cartelli satirici si trovavano affissi di nottetempo ai muri di quella casa: «Da affittarsi: recapito dal dottor Scappa.» E altrove: «Prina, Prina, il giorno s'avvicina!»

E il Prina sapeva che si era detto di voler far la festa ai tre P delle finanze; cioè a lui, e a' suoi due segretari Pavesi e Pioltini. Durante le sue passeggiate a cavallo per le vie della città — narra il Cusani — era stato insultato, minacciato, ed anche gli era stato consegnato un biglietto anonimo, nel quale si avvertiva di lasciar tosto Milano, se voleva aver salva la vita.

Convinto dell'opera sua, testardo, tempra in fondo di buon granatiere, Giuseppe Prina di tutto ciò non si era curato: ed anche la mattina del 20, a chi lo scongiurava di sottrarsi al furore popolare, rispondeva ostinatamente: « I saria nen piemonteis! »

La porta non resse a lungo: già coloro che capitanavano la masnada salivano le scale,... e il Prina, cui l'imminenza del pericolo aveva ridato l'istinto della conservazione, febbrilmente cominciò a travestirsi, poi si celò nel caminetto di una stanza appartata....

La turba irrompe: pone tutto a soqquadro: sfonda cassettoni e armadi, agguanta gli arredi e il poco danaro. No, no!... non ci sono i tesori che il volgo diceva da lui rubati e accumulati!

Anche molte carte e documenti sono sottratti, e questi — credesi con ragione — non dalla plebaglia acciecata, ma da chi fra essa aveva ordini e istruzioni speciali.

Fu notato un tale, che corse senz'altro allo scrittoio del ministro; ne forzò il cassetto, ghermì un plico di carte e disparve.

E mentre il turpe saccheggio infuriava nell'appartamento, altra gente sui terrazzi e sui tetti cominciava a demolire letteralmente la casa; e la demolizione «fu compiuta poi nella notte e il dì dopo, da persone che parevano del mestiere e che rivelarono più tardi di essere state pagate.»

Il conte Giovio, tra i pochi accorsi per salvare l'infelice ministro, fu minacciato e insultato da uomini «cui era sul volto l'indizio dell'ordinato delitto» e frattanto nè Giacomo Luini, capo della polizia, nè il generale Pino, comandante del presidio, si fecero vivi. Anzi, l'aiutante del generale, Luigi Cima, al capitano della guardia civica, Bosisio, che con pochi soldati moveva verso il luogo del saccheggio, intimava di ritirarsi in Castello.

La giornata doveva essere tutta dei sicarî chiamati a Milano per affrettare all'Austria il cómpito di ristabilire l'ordine sanguinosamente turbato.

Soltanto verso le 4 del pomeriggio, il Pino fece una delle sue teatrali comparse in grande uniforme.

Ad un invito perentorio del podestà, finiti appena di intascare altri 50,000 franchi di gratificazione estorti nella mattinata al Vicerè, il vecchio sciagurato si recò alla casa del Prina, si aprì il passo tra la folla furibonda, ne raccolse scherni e minacce, quantunque sfoggiasse la Corona ferrea e la coccarda italiana; e siccome un servo tremando e baciandogli le mani, gli ripetè che il Prina non era nella casa, se ne ritornò come era venuto, lasciando che la masnada sitibonda di sangue continuasse a frugare in ogni camera, fin nelle soffitte.

Corrono versioni disparate, intorno al modo preciso col quale il Prina cadde nelle mani de' suoi carnefici. Dicesi che un falegname lo scorse nel nascondiglio ov'era rannicchiato, ebbe la promessa d'un milione purchè tacesse, ma con un grido involontario tradì la vittima e sè stesso. Narrano altri che il ministro fu colto in camicia, fra il soppalco e i tetti. Altri ancora, che avendolo il dottor Bazzoni celato in una vasca nel solaio, fu colà rinvenuto da un garzone muratore che si diè a gridare: «È qui; è qui, il Prina!» attirando tosto contro di lui la turba inferocita.

Certo è che l'infelice, semivestito, livido, tremante, a mani giunte, ripetendo convulsamente: «Confessione! Confessione!...» fu tratto giù dai piani superiori nelle sue stanze, percosso coi pugni e cogli ombrelli. Ad ogni colpo gli si gridava: «Questo per il registro! Questo per il focatico! Questo per la carta bollata!» Ridotto quasi nudo, fu prima mostrato dal balcone della scuderia, alla folla imprecante, poi sospinto, legato e tramortito, calato giù, fra le braccia allungate, tese dai più furenti che con grandi urla lo volevano vivo, fra le mani!

Alcuni pietosi, fingendosi i più accaniti nell'ingiuriarlo, lo circondano, lo spingono traverso la piazza San Fedele poi nella casa Blondel, ove sorge ora il teatro Manzoni; ma il generoso tentativo fallisce: strappato loro di mano, riescono ancora a difendere l'infelice dalle ombrellate, a sottrarlo alla folla, a nasconderlo nel cortile di una vicina osteria.

Ma intanto si faceva notte: «Vogliamo il Prina! Vogliamo il Prina!» La turba furente vieppiù imbestialiva, assediava la casa, ammucchiava una catasta di fascine per incendiarla: «Fuoco e morte! Vogliamo il Prina!»

E il Prina, che nella tregua si era alquanto riavuto, pensando certo che attirava l'estrema rovina su chi lo voleva salvare, uscì da sè stesso dal nascondiglio, e si offrì agli assassini ripetendo: «Confessione! Confessione! Un prete!»

Quattro ribaldi — continua a narrare il Cusani — gli si precipitano addosso, ed uno, con un colpo di martello sulla testa, lo stende al suolo, e per le gambe lo getta nella via.

Il pensiero ne rifugge, raccapricciando! Al fioco chiarore delle lampade, sotto la pioggia fitta, scrosciante, sanguinolento, livido per le percosse, legato pei piedi sur un asse, il conte Prina, semivivo, fu trascinato per mezza la città da un'orda d'indemoniati.

«Le loro grida di patria, di libertà», scrive il Foscolo, «e le loro fiaccole che mi mostravano facce pallide, atroci, e labbra tremanti di rabbia e occhi pieni di stupidità e di delirio, e i loro corpi barcollanti d'ubbriachezza e di furore baccante, e alcuni con mani armate di coltella mezzo rotte o di corde da strozzare e di sacchi vuoti a rubare, m'insegnarono più teorie di libertà che non tutti i libri della filosofia e quanto lessi mai nelle storie!»

All'orrenda scena indietreggiavano i popolani atterriti, si chiudevano case e finestre, svenivano le donne....

Finchè ebbe voce, la povera vittima ripetè le parole «Confessione! Confessione! Un prete!» Morì, non per alcuna delle tante ferite — come provò poscia la perizia medica — ma di angoscia, di terrore, di dolore.... Il cadavere pesto, sformato, venne buttato da' suoi carnefici stanchi, affranti, nel cortile del Broletto e là giacque per parecchie ore sotto la pioggia gelida, nel sangue e nel fango, finchè la notte stessa, quasi di soppiatto, fu trafugato e sepolto nel camposanto di porta Comasina.

* * *

Un pezzo di gronda — creduto nel buio un cannone — valse a mettere in fuga la masnada che si accaniva a demolire la casa del Prina. Compiuto il delitto, uscirono le truppe e per tutta la giornata del 21, il Pino fu nelle vie, sempre a cavallo, a prodigarsi, a farsi acclamare ed anche a farsi minacciare, giacchè la piazza gli aveva preso la mano; e alle intimidazioni proterve, il vecchio soldato non trovò il coraggio di rispondere se non abbottonandosi il pastrano per celare le decorazioni invise, e facendo togliere il cannone posto dinanzi alla porta del palazzo reale, come una mano di facinorosi, con grida sconce, gli imponeva.

La cittadinanza, frattanto, sentiva orrore dell'accaduto, e nondimeno pareva consolarsi che una sola fosse stata la vittima.

Si riunì tosto il Consiglio comunale, ed elesse una reggenza provvisoria presieduta da Carlo Verri, l'uomo in quei dì più popolare, perchè l'unico veramente puro, tenutosi lontano da tutta la baraonda di bramosie venali e vanitose, dalle sètte, dalle congiure, dai tradimenti.

Il Verri, sin dal mattino, cominciò ad abolire le tasse che più gravavano sul popolo, e lo annunziò con manifesti «che scongiuravano i buoni milanesi di tornare in calma.»

E i buoni milanesi non domandavano di meglio; ma per le porte, disertate persino dalle guardie del dazio, continuava a piovere in Milano — chiamatavi ancora dall'odor del bottino — la feccia più turpe del contado. — E questa si univa agli eroi del giorno innanzi e stava per muovere verso il palazzo del duca Melzi e contro quello del Vicerè, allorchè — più efficace dei violenti manifesti del Pino — provvide a spazzarne le vie con qualche carica a baionetta in canna, il capitano della guardia civica, Bernardo Ottolini, arrestando molti dei più sinistri figuri, finchè alla sera del 21 una lugubre calma si stese sovra la città, contristata da tanta vergogna.... vergogna non tutta sua.

Nondimeno, nè tosto, nè poi, si vollero seriamente, di questa infamia conoscere gli autori, punire i veri colpevoli. Parve che un accordo pauroso si formasse nella cittadinanza, anche fra gli uomini più eletti di mente, il Pellico ed il Manzoni, ad esempio, perchè sulla tragedia del 20 aprile, si stendesse un pronto oblio. E così, gran parte degli arrestati furono messi in libertà, senza inizio di processo, altri, inquisiti fiaccamente, pro forma, pochi processati.... ed assolti.

Anche la musa popolare non si destò, da principio, se non per inferocire grossolanamente contro il ministro assassinato.

Solo due anni più tardi, un poeta, un tranquillo poeta, manzonianamente fluido nella forma e misurato nell'impeto, ma nondimeno vero poeta civile, Tommaso Grossi, rivendicava la probità e la buona fede del conte Prina, in quel piccolo capolavoro di poesia vernacola intitolata la Prineide, nel quale il verismo descrittivo e la fine arguzia politica fecero supporre, senz'altro, l'estro possente del Porta.

Ma il Porta si affrettò a respingere la gloria di quella coraggiosa opera d'arte che troppe noie.... gli avrebbe attirato dagli Austriaci, i nuovi e sospettosi padroni. E così, anche il verso dialettale ch'era sgorgato finalmente a deplorare l'eccidio del 20 aprile, parve pentito di sè, fu sconfessato quasi, non in nome dell'arte, ma della paura.

Quanta nostra fine di secolo, in quel principio di secolo! Come tra il fluttuare degli ordini sconvolti, degli elementi storici già disgregati, ma non ancora atti a comporsi in una novella armonia, gli uomini appaiono allora ed ora agitati da passioni che li traggono alla ruina o inspirati da idealità a cui solo i tempi futuri potranno spianare la via!

Partiti estremi che non s'intendono fra loro: uomini, che sopra l'ondeggiare di questi partiti rumorosi e vani s'intendono per dominare fin che possono; plebi travagliate e ignare che nei loro impeti insani fanno il giuoco dei loro oppressori medesimi; intelletti confusi e coscienze turbate dall'aspettazione di un avvenire incertissimo, che la volontà più poderosa non può nè allontanare nè affrettare; come tutto ciò che forma il quadro della vita pubblica nella prima grande rivoluzione, si rinnova nell'ultimo scorcio di questo secolo che fu ed è tutto una rivoluzione! Per tal rispetto, a leggere i giornali d'allora, si è colti, talvolta, da uno stupore profondo: se non fosse la carta ingiallita, la vecchia stampa, l'odor d'antico che esalano i volumi di quelle vecchie collezioni, si potrebbe credere di aver sott'occhio i giornali d'oggi, tanto è qua e là, la somiglianza del linguaggio, tanto si pareggiano gl'inni e le contumelie, le adulazioni e le calunnie gettate a piene mani contro questo o quell'uomo politico, destinato a trionfare, destinato a perire, destinato in ogni caso ad essere travolto nell'oblio, fino a che i nipoti curiosi non pensino un giorno a rievocarne la memoria. Possiamo — ahimè! — specchiarci tutti nelle immagini del passato, e impararvi che il mondo rinnova sempre i suoi errori, perchè dalla storia, che Cicerone chiamò maestra della vita, la vita non va mai a scuola....

Tornando a quelle giornate dell'aprile, la figura che novamente ci si riaffaccia, in una luce comicamente fosca, mentre gli austriacanti rimangono nella loro sinistra penombra, è ancora quella del Pino.

Quest'uomo, di cui al mondo non andrà mai estinta la razza, per la sua stessa sfacciata vanità, appariva in mezzo al gregge genuflesso, come un salvatore della patria.

Quanta analogia tipica in codesto parvenu del potere, con altri violenti, ed avidi e spudorati, saliti in alto molti anni dopo di lui! Si accusava, si vituperava, si calunniava forse e non di meno si temeva: anche allora si ripeteva, supinamente, che quel vecchio era necessario, che quel vecchio assicurava l'ordine, il benessere pubblico, sociale, l'avvenire dello Stato.

Uomini probi, disinteressati, che sarebbero morti di vergogna ove di loro si fosse detto ciò che la voce pubblica diceva del Pino; che sapevano de' suoi imbrogli, delle sue cambiali, delle sue malversazioni, delle somme enormi estorte al Vicerè ed allo stesso Napoleone, dell'assassinio del Lahoz sugli spaldi d'Ancona, delle brutture della sua vita intima, giudicavano, nondimeno, che al Pino fosse dovuta in quei frangenti la tutela degli istituti pubblici e delle casse dell'erario.

È sorte delle moltitudini questa, di subire periodici accecamenti; di credere che a volte occorra un briccone violento per governare migliaia e migliaia di galantuomini.

* * *

Il Beauharnais, caduto Napoleone, si trovava davanti un fiero dilemma: o dar guerra o ritrarsi; imporsi per forza, in Milano, ai molti che più non lo volevano, o cedere alle insistenze dei congiunti che lo chiamavano a Monaco.

«La condotta del Vicerè — giudica uno scrittore sereno, acuto e coscienzioso — la condotta del Vicerè fu in quel punto morale per ogni verso, semplice, schietta, recisa, ma — aggiunge — terribile per gli Italiani. Non voglio, disse Eugenio a' suoi generali, a' suoi soldati, ai congiunti, alla consorte, ai nemici, non voglio pormi per forza a capo d'un paese che non mi desidera.»

E infatti, il 23 aprile, Eugenio stipulava una seconda convenzione militare che sanciva l'abolizione del Regno Italico, e la consegna ormai fatale del suo territorio all'Austria.

Nell'esercito costernato, invano tentarono gli ufficiali superiori di opporsi a questa dedizione. Eugenio si accomiatò dal popolo e dalla milizia con proclami nei quali vibrava una nota gentile, cavalleresca, civilmente umana. Se per noi ricominciava l'antica servitù, non ne era già egli l'autore: egli pure cadeva vittima del tristo destino d'Italia.

Oh! come ripensando alla calma fierezza di quell'uomo in quei giorni, e rileggendo le sue parole spicca a lui vicina dinanzi alla nostra mente la figura nobile e buona della principessa Amalia!

Lei, che aveva voluto che il figlio suo nascesse a Mantova, tra le ansie e i pericoli della guerra, perchè dalla memoria stessa del luogo nativo, fosse indotto ad amare l'Italia, lei, non esitava ora a consigliare al marito la via del disinteresse e delle nobili rinuncie.

È anche questa una provvida ricorrenza della storia: quando in basso come in alto rugge la tempesta, e si addensano miasmi di disonestà e di depravazione, chi deve rispondere dei gravi doveri di una corona, trova spesso in una donna la buona consigliera, la purificatrice, la degna alleanza e la salvezza.

Ma questa donna non è, non può essere, una che abbia carpito i favori del principe, che ne abbia distratto anzichè temprato il pensiero, che ne abbia spento i begli entusiasmi tra i dolci peccati....

No! No! Il regno di Aspasia è tramontato con Pericle! La salvezza non può venire dalla «favorita», dalla «bella» pel cui capriccio sovrani e popoli, correvano in altri tempi i rischi della rovina e del ludibrio.... Chi tutto salva è ben altra donna, una sola: la moglie, la madre, la compagna del presente e dell'avvenire.

Indulgenti e pietose, nella purissima intimità, negli ignorati sacrifici, nella santità degli affetti, donne auguste come Amalia di Baviera, al pari della donna più umile, esercitano un benefico impero d'amore sopra l'uomo amato. La moglie del principe, salva talora un'epica fama e decide di un periodo storico, delle sorti di un popolo, per quella stessa virtù del cuore, che alla oscura moglie dell'uomo di lavoro, suggerisce spesso, nel silenzio e senza che alcun lo sospetti, il franco e generoso consiglio che salva dalla sciagura lui, i suoi figli, la sua casa!

IL CONGRESSO DI VIENNA

CONFERENZA DI ERNESTO MASI.

Signore e Signori,

Vi sono nella storia fatti e personaggi, a dir corna dei quali non si sbaglia mai, perchè si è certi d'avere dalla parte vostra il consenso di quella maggioranza di gente, per cui accettare un giudizio bell'e fatto e ripeterlo e adagiarvisi sopra è, se non altro, un gran risparmio di tempo, di fatica e di seccatura; e a tale categoria di fatti e di personaggi appartengono il Congresso di Vienna tra l'anno 1814 e 1815 ed i regnanti e gli uomini di Stato, che vi primeggiarono.

Sbagliare in pochi è un gran rischio: essere in molti a sbagliare è quasi come non avere sbagliato. Il parlamentarismo, per esempio, si regge tutto su questo principio, e ritiene anzi d'avervi trovata la massima delle sue forze, qualunque sia poi il modo, con cui la maggioranza fu messa insieme.

Gli effetti di questo principio, applicato alla politica, son.... quel che sono.

Ma la politica non è spesse volte se non la risultanza, molto volgarmente pratica, degli interessi dei partiti e, peggio ancora, delle persone, che li compongono, e applicare lo stesso principio alla storia sarebbe come rinunciare di proposito alla critica, che è invece la ricerca assidua, obbiettiva e disinteressata della verità. D'altro lato però, se in questi casi l'andar contro corrente è per certi animi, non dirò più eletti, ma più solitari, una tentazione seducentissima e quasi irresistibile, non bisogna neppure esaltarsi ed ostinarsi di troppo in tale tentazione. Un'opinione larga, persistente, tradizionale, nella storia non si forma, se non ha radici, che si diramino profondamente nella realtà, e scartarla, come taluni fanno, solo perchè s'imbattono, frugando per gli archivi, in un gruzzolo di documenti, che sembrano testimoniare in contrario, è un altro grande pericolo di trovarsi dilungati dalla verità, quando appunto si è più persuasi d'averla potuta afferrare per i capelli.

Così è del Congresso di Vienna, il quale, per la grandezza delle cagioni che lo promossero, per l'ampiezza e la complessità del fine che si proponeva, e per la varietà e l'importanza dei suoi componenti, fu, senza dubbio, la maggiore assemblea diplomatica adunatasi in Europa dal Congresso di Westfalia, con cui si chiuse la guerra dei Trent'anni, dal Congresso di Westfalia fino al 1814, e la maggiore altresì, che dal 1814 in poi si riescisse ad adunare mai più.

Orbene, quale sia l'opinione più diffusa intorno al Congresso di Vienna, non ho bisogno di dirvelo, perchè tutti voi lo sapete. Fu, si dice universalmente, sotto le apparenze della giustizia, il più turpe mercato, che si potesse immaginare. Non si ebbe riguardo a nulla, nè a nazionalità, nè a confini geografici, stabiliti dalla natura, nè a tradizioni, nè a diritti, nè a storia. I popoli furono spartiti come armenti, comprati e barattati come ad una fiera; si voleva fare un'opera di pace, e si posero i germi di nuove rivoluzioni e di nuove guerre; si voleva disfare l'opera della violenza Napoleonica nel suo delirio di monarchia universale, e si imitò: l'ambizione e la cupidigia delle quattro maggiori potenze vincitrici di Napoleone, Russia, Austria, Prussia, Inghilterra, non ebbero altro limite che l'ambizione e la cupidigia di ciascuna di esse.

E tale giudizio sul Congresso di Vienna non è quello soltanto delle vittime o degli oppositori liberali, ma è il giudizio dei conservatori e dei legittimisti; è il giudizio di Giuseppe De Maistre, ch'era allora ambasciatore di Sardegna a Pietroburgo; è il giudizio degli stessi, che parteciparono all'opera del Congresso, del signor di Talleyrand, pontefice massimo del dogma della legittimità, di Federico Gentz, la penna d'oro che ne vergò i protocolli in qualità di segretario, l'anima dannata del Metternich, il tipo della suprema eleganza e disinvoltura diplomatica del 1815, il quale, in un accesso di sincerità, scrive all'Ospodaro di Valacchia, amico suo, il Congresso di Vienna, con tutte le sue lustre di rigenerazione del sistema politico d'Europa, di rifacimento dell'ordine sociale e di pace durevole fondata su una giusta ripartizione di forze, non essere stato altro in sostanza che uno sbranarsi coi denti fra i vincitori le spoglie del vinto. Che più? Se leggete gli storici posteriori, Russi, Tedeschi, Francesi, Italiani, vedrete che ognuno ha il sentimento d'essere la propria nazione in particolare stata la vittima designata, il capro espiatorio di quell'immenso traffico di popoli e di regni, ed i Russi l'accusano d'avere, impedendo la ricostruzione d'un'intiera Polonia Russa, rapita ad Alessandro I, ch'era il vincitor vero di Napoleone, la più pura gloria del suo regno; i Tedeschi si dolgono che, vietata l'annessione della Sassonia alla Prussia e data all'Austria la presidenza della sconnessa Confederazione Germanica, non siasi voluto altro in sostanza che impedire l'egemonia Prussiana, come se Federigo il Grande non fosse mai esistito, pagare d'ingratitudine gli eroi della sollevazione nazionale del 1813 e ritardare la rigenerazione della gran patria tedesca, la quale dovrà aspettare la fatale apparizione contemporanea di Re Guglielmo, d'un Bismark e d'un Moltke: i Francesi s'arrabbiano che tutto sia stato concertato in odio e per diffidenza verso la Francia, riducendola ai confini del 1790, privandola d'ogni solida difesa sul Reno, stringendola fra la Sardegna ingrossata e un regno dei Paesi Bassi di nuova invenzione; gli Italiani finalmente si disperano di essere stati dati, piedi e mani legate, in preda all'Austria, la quale, ripreso dalla Baviera il Tirolo tedesco, ha fatto suo tutto il territorio fra l'Alpi, il Ticino, il Po e l'Adriatico, sue le vallate della Valtellina, di Bormio e di Chiavenna, sua la riva orientale dell'Adriatico fin oltre Ragusa, e come se tuttociò non bastasse, ha piantato luogotenenti suoi a Parma, a Modena, in Toscana, s'è ritenuta quella parte di provincia ferrarese, che è sulla sinistra del Po, ed ha acquistato persino diritto di guarnigione entro le fortezze di Ferrara e Comacchio negli Stati del Papa.

Si direbbe che non v'ha di soddisfatti se non gli Inglesi, che dopo essersi, durante venticinque anni di guerre, beccate a una a una tutte le colonie, ne restituiscono alcune per gran tratto di magnanimità, ma intanto si ritengono il Capo di Buona Speranza, la miglior parte delle Guiane, l'isola di Francia, altre isole delle Indie Occidentali, poi Malta e finalmente, a titolo di protettorato, le isole Jonie, tutti insomma i migliori punti d'appoggio, che assicuravano la loro indisputabile signoria sui mari Atlantico, Indiano e Mediterraneo.

Tant'è che il loro rappresentante, l'imperturbabile Castlereagh, era forse il solo, che, a braccetto coll'Austria, poteva andarsene soddisfatto dal Congresso, e se, sette anni dopo, credette bene di tagliarsi la gola, fu per tutt'altro, fu, vale a dire, perchè la signoria del cuore d'una donna è spesse volte più difficile assai della signoria dei mari, e l'amore, quando dice davvero, non comporta gli accomodamenti e i compensi, dei quali la politica può contentarsi.

Voi vedete, Signore, sotto quanti e diversi aspetti l'opera del Congresso di Vienna appare ed è, per larghissimo consenso d'opinioni, giudicata trista e biasimevole. In tale giudizio non si può a meno di convenire, nè bastano ad attenuarlo le poche deliberazioni che nel cosiddetto Atto finale di Vienna del 9 giugno 1815 riverberano principii umanitari e non soltanto calcoli egoistici d'interessi e d'ambizioni particolari, l'abolizione cioè della tratta dei negri, la libera navigazione dei fiumi e quella specie di galateo diplomatico, che credo sia vigente tuttora, per la gerarchia delle rappresentanze internazionali. Ci voleva altro a riscattar tutto il resto!!

E ciò che imprime un marchio anche più ripugnante sul Congresso di Vienna, e sullo strazio fatto da esso d'ogni ragionevole aspirazione nazionale di popoli, nel preteso assetto, che impose a tutt'Europa, salvo che alla Turchia (materia predestinata a brighe ulteriori e a cui lasciavano intanto martoriare la Grecia) ciò che imprime, per ragione di contrasto, un marchio anche più ripugnante sul Congresso di Vienna, è tutta quell'aria di perpetuo carnevale, che lo circonda, tutta quell'orgia continua di balli, di pranzi, di cene luculliane, in cui si profondono tesori; è quell'incetta universale di cantanti, di comici, di ballerine, di acrobati, di cavallerizzi, di ciurmadori, chiamati da ogni parte a rallegrare gli ospiti della capitale austriaca; è tutta quella giocondità spensierata d'amori e d'intrighi romanzeschi, tutto quello sfoggio d'eleganze, tutto quello scintillìo d'oro e di gioielli, tutta quella prodigalità di lusso, onde una folla d'imperatori, di re, di principi, di diplomatici, di militari, e insieme d'intriganti, d'avventurieri, di scrocconi e di giuocatori di vantaggio circonda un'altra folla (ben più geniale, se vogliamo), quella delle più belle donne d'Europa, fra imperatrici, regine, principesse, dame autentiche, dame di princisbecco, peccatrici di fantasia e peccatrici di professione, con ali aperte e ferme convolate dai quattro punti cardinali ad intrecciare i mirti di Venere agli allori di Marte, a mescolare le grazie, le dolcezze, le seduzioni, i piaceri, i liberi moti del sangue, della gioventù e della vita a tutta quella accigliata, pensierosa, compassata e inamidata solennità diplomatica, che avea il mondo sulle braccia e se lo voleva spartire, facendosi ognuno la parte del leone.

Trentamila franchi al giorno costava la sola mensa imperiale; quarantanove milioni di franchi l'Austria sola spese di suo in pompe, spettacoli e cerimonie, e questo è niente a petto allo sperpero di danaro dei più ricchi signori d'Europa, che o gareggiavano di lusso, o liquidavano patrimoni in una notte ai tavolieri da giuoco, o gli arrischiavano sui fondi pubblici, speculando anche allora al rialzo e al ribasso sulle sventure della patria, o li gettavano (meno male!) ai piedi delle deità femminili più in voga.

Se io potessi a parole far rivivere dinanzi a voi quel grande quadro, quel caleidoscopio così vario di feste e di spassi non mai interrotti, che rallegrò la società cosmopolita, raccoltasi a Vienna tra il settembre del 1814 ed il giugno del 1815, e rimasto poi un ricordo incancellabile, di cui son piene le Memorie e le Lettere posteriori di molti fra gli eroi e le eroine di quella lieta gazzarra, un ricordo che, a guisa di strascico luminoso, rischiara ancora le ombre e consola ancora le inevitabili mestizie della loro memore vecchiaia, potrei sperare, pur con un simile argomento alle mani, d'intrattenervi molto piacevolmente in quest'ora, che m'è assegnata, certo più piacevolmente di quello che riferendo le discussioni precedenti al trattato e analizzando il contenuto dei 121 articoli dell'Atto finale del Congresso.

Due grossi volumi ne ha riempito il De La Garde, uno dei tanti giramondo, che vi assistevano da dilettanti, e framezzo a molti errori grossolani di fatti e di nomi e a molte inutili chiacchiere, che oggi non possono aver più alcun valore, l'opera sua ha una certa importanza, perchè il De La Garde riferisce, con riverenza di discepolo, i giudizi, i racconti e le impressioni del suo Mentore in quell'occasione, che era il famoso Principe di Ligne, un vero sopravvissuto del secolo XVIII, un vero rappresentante, già quasi ottuagenario, dei costumi e della sensualità frivola, gaudente, ma schietta e sincera d'una società già finita, perchè v'era passato sopra nient'altro che il turbine della Rivoluzione francese e delle guerre napoleoniche.

Bene o male, il Principe di Ligne s'era acconciato anche a queste; ed ora, compiuta ormai la sua lunga carriera di guerriero, di diplomatico e di avventuriere di gran lignaggio, e cinghiate alla meglio le vecchie membra nel suo uniforme onorario di feld-maresciallo austriaco, senza più fede nè illusioni negli uomini, ma conservando sempre una gran tenerezza, purtroppo alla sua età disinteressatissima, per le belle donne, ed ora, dico, amava (forse per gratitudine) che esse almeno si divertissero più che era possibile, avessero pure ad andarne a rifascio tutte le politiche di questo mondo.

S'era quindi fatto esso pure promotore e ordinatore instancabile di quella successione di feste, che non soffriva mai nè respiro, nè ripetizioni, ed a chi si lagnava che, oltre alle discordie dei potentati e dei diplomatici, anche questo continuo svago impedisse ai lavori del Congresso di camminare, il Principe di Ligne rispondeva: « non cammina, ma balla! » Consolazione da filosofo del secolo XVIII! Il giocondo vecchio nel dicembre del 14 morì, da pari suo, d'un'infreddatura presa all'uscita d'un ballo, e ne' suoi ultimi momenti, dopo d'avere raccomandato che gli scrivessero sulla tomba:

Ci gît le prince de Ligne:

Il est tout de son long couché.

Jadis il a beaucoup péché,

Mais ce n'était pas à la ligne,

il giocondo vecchio si compiaceva che a Vienna, dove, tra balli, corse sulle slitte, giostre medievali, caccie col falcone, commedie di salotto, quadri plastici, concerti, teatri, non si sapea più oramai come variare spettacolo, le sue dolci amiche potessero, mercè sua, godersi anche quello del funerale di un feld-maresciallo.

Se non che il Principe di Ligne era uno spettro del passato. Questa precisa disposizione di spirito, questa gaiezza inesauribile erano già tramontate, ed il romanticismo, con tutti i suoi fervori di restaurazione monarchica, di mesta sentimentalità, di ritorno agli ideali religiosi, di reazione agli eccessi della Rivoluzione e a quelli del Cesarismo soldatesco di Napoleone, il romanticismo aleggiava già dappertutto e sotto tutte le forme, modificava e rinnovava già dappertutto le disposizioni morali d'una società, stanca di tante lotte, di tanti travagli, di tanti sacrifici, di tante ecatombi di vite umane, di tante rovine di fortune, di tanti strazi d'affetti domestici, di tanto rimescolio di classi, di governi e di popoli, d'una società insomma, che sentiva il bisogno di riafferrarsi nuovamente alle vecchie tradizioni scompaginate, il bisogno di tornare a credere per poter tornare a sperare, e intanto cominciava dal godere, l'unica filosofia, in cui gli uomini si sono sempre trovati e si troveranno sempre tutti d'accordo.

Napoleone stesso avea avuto sentore di questo mutamento profondo, che s'andava compiendo, e che dovea esser tutto a suo danno, quando avea detto: «il giorno ch'io sparirò dalla scena, il genere umano tirerà un gran: oh!! di sollievo e di riposo», e consentaneo a tale condizione universale degli animi era in fondo il pensiero che moralmente avea inspirato il Congresso di Vienna, oltre alla necessità politica, dopo l'abdicazione di Napoleone e la sua relegazione all'isola d'Elba, di compiere nei suoi particolari quello che il trattato di Parigi del 30 maggio 1814 fra gli alleati vincitori ed i Borboni restaurati aveva appena abbozzato. Far la pace, assicurarla per lungo tempo, mutare quindi uno stato di cose, che non avea avuto altra legge se non la violenza e l'arbitrio più sconfinato, erano concetti veri, giusti e rispondenti alla piena realtà del momento storico, che s'attraversava.

Ed eccoci così, o Signore, al punto di non secondare del tutto quell'immensa corrente d'avversione contro il Congresso di Vienna, a cui accennavo in principio; eccoci alla tentazione, che chiamai seducente, di dir bene di quello, di cui una gran maggioranza dice male. Ma eccoci altresì di fronte a due pregiudizi storici: l'uno, che sciupò l'opera del Congresso di Vienna, l'altro che non consente di riconoscere neppure quel tanto di buono, che era nel concetto fondamentale, da cui fu mosso, e che solo può spiegare perchè esso sia il fatto più importante della storia contemporanea dopo la Rivoluzione francese, e perchè, nonostante il come fu attuato, esso creasse uno stato di cose, che bene o male durò circa cinquant'anni e assicurò colla pace all'Europa (una pace travagliata, se si vuole) il periodo più fecondo di progressi materiali e civili, di cui ella avesse goduto mai.

Il pregiudizio storico, che sciupò l'opera del Congresso di Vienna, fu che fermarsi, rifar la strada, retrocedere a tutta forza era il solo mezzo di riparare alle malefatte della Rivoluzione, quasichè essa non avesse avuto alcuna giusta ragion d'essere, e prima di essa fosse esistita in Europa una vera età dell'oro, un modello, un ideale di gran «repubblica Cristiana», come taluno osava dire, in cui tutto fosse stato regolarissimo, e il più scrupoloso rispetto dei diritti costituiti avesse governato sempre le transazioni internazionali e la più fraterna solidarietà delle monarchie avesse garantito, sempre, col mantenimento dell'ordine pubblico, la durata degli obblighi contratti, ed i diritti dei singoli fossero sempre e unicamente risultati dai doveri di tutti. Ma tuttociò era falso e la realtà era precisamente il contrario.

Il secondo pregiudizio, il pregiudizio dei rivoluzionari, che divenne poi quello dei liberali, e impedisce anche oggi di riconoscere il buono del pensiero iniziatore del Congresso di Vienna e quel tanto di bene, nonostante le tristi passioni, dalle quali si lasciò vincere, gli riescì di compire, è che la Rivoluzione avesse, decomponendo del tutto la società preesistente, rimpastato il mondo secondo un ideale, perfetto esso pure, di fraternità umana e di assoluta giustizia, il quale, in conformità ai dogmi nuovi della filosofia, avesse attuato al di dentro d'ogni nazione il modello dei governi e al di fuori il modello delle relazioni internazionali. Ma tuttociò era falso del pari, e la realtà era precisamente il contrario, perocchè la vecchia Europa, trattando colla Rivoluzione, come avea fatto a Campoformio e in tant'altre occasioni, avea bensì riconosciuta la propria impotenza e liquidato quasi sè stessa con una specie, direbbe il Sorel, di bancarotta fraudolenta, ma anche la Rivoluzione, che a tutti i popoli avea promessa una patria, la pace e la libertà, avea contraddetto a sè stessa, di filosofica e pacifica divenendo militare e conquistatrice, facendo consistere in sostanza tutta la forza della Repubblica nella forza de' suoi eserciti, partorendo, novella Roma, un nuovo Cesare, e in cambio di patria, di pace e di libertà manomettendo le patrie di tutti e a tutti recando la guerra ed una nuova foggia di servitù. La Rivoluzione avea vissuto di conquiste; la conquista è violenza, e per questo i popoli la odiarono. Ma le conquiste della Rivoluzione aveano in pari tempo rovesciate molte delle barriere, frapposte già fra popolo e popolo dalle particolari cupidigie delle vecchie monarchie europee, e una volta rovesciate quelle barriere, molti popoli (l'Italiano e il Tedesco in ispecie) si riconobbero e s'affratellarono. La Rivoluzione avea così, suo malgrado, insegnato ai popoli l'indipendenza; la Rivoluzione, che avea trionfato dei Re, era caduta a Lipsia sotto la vendetta dei popoli, e la fine della Rivoluzione francese avea segnato il principio delle Rivoluzioni nazionali, che si compirono nel 1870.

È questo, Signore, il concetto critico moderno della storia contemporanea, mercè il quale non si hanno più nè soluzioni di continuità, nè illazioni senza premesse, nè architetture sistematiche e rettoriche, le quali sforzino i fatti ad espressione diversa dalla loro realtà, e al lume di tale concetto esaminando anche il Congresso di Vienna, se ne vede il bene ed il male con quella maggiore obiettività che è possibile, e che sola per lo meno impedisce le innocenti falsificazioni della storia.

Mi parrebbe ora, del resto, di considerarlo così. Ottantadue anni sono passati, grande spazio di tempo in un'età, come quella dal 1789 in poi, in cui i periodi storici si vanno via via restringendo quasi metodicamente, la vita dei popoli si affretta come quella degli individui, il decennio surroga il secolo, e un breve volger d'anni sembra contenere in sè tutt'un'epoca storica.

Anche le passioni, che il Congresso di Vienna suscitò, si sono calmate; l'opera sua, di cui tante volte si annunciò la fine, senza che in realtà fosse vera, è oggi finalmente e veramente distrutta. Ricorderete che in Italia non ci fu governuccio provvisorio, sorto dai moti popolari fino al 1859 e durato magari ventiquattr'ore, il quale per prima cosa non bandisse ai quattro venti: i trattati del 1815 hanno cessato di esistere, e questo medesimo luogo comune della rettorica rivoluzionaria italiana si ripetè in Francia con singolare perseveranza, dal Guizot sotto il regno di Luigi Filippo, dal Lamartine nel 1848, da Napoleone III nel 1863. Ma l'opera del Congresso di Vienna, che pur s'era venuta sgretolando via via, non finì tutta in realtà che nel 1870.

C'erano però voluti più di cinquant'anni, e qual è l'imbroglio diplomatico, che possa esser sicuro di durare altrettanto?

Finita dunque l'opera del Congresso di Vienna, anche gli uomini, che v'ebbero parte principale, il Metternich, il Talleyrand, Alessandro I di Russia, sono cadaveri quatriduani, che non destano più nè odii, nè amori. Il successore dello Czar ascolta oggi in piedi e col cappello in mano la Marsigliese, una graziosa macchietta, di cui ha tanto riso il Tolstoï; se per le strade d'Italia noi ricantassimo oggi:

Io vorrei che a Metternicche

Gli tagliassero la testa

E per farne una minestra

Alla moglie del suo re,

nessuno ci darebbe retta o probabilmente l'eco ci risponderebbe coll' Inno dei lavoratori; se rievocassimo infine il Girella di Giuseppe Giusti col suo:

Tenni per àncora

D'ogni burrasca

Da dieci o dodici

Coccarde in tasca,

per farne onta nuovamente al Principe di Talleyrand la libertà e la democrazia ci potrebbero offrire da parte loro tali esemplari di canaglie politiche, da far apparire quell'utilitario camaleonte del dispotismo una candidissima colomba, o tutt'al più un tristaccio, che riscattava almeno colla grandezza dell'ingegno e la mirabile eleganza dello spirito le sue marachelle.

Possiamo dunque giudicare spassionatamente uomini e cose, e avendo detto del Congresso di Vienna il male che merita, possiamo soggiungere che il tentativo, dopo un così grande rovinìo e sconvolgimento d'istituzioni, di confini e di popoli, di dare all'Europa un'organizzazione elementare, se attuato con vera elevatezza di concetti politici, sarebbe stato un grande progresso e non un inconsulto ritorno al passato. Tant'è vero, che verso la fine del secolo scorso tale tentativo non era ancora che un'utopia di filosofi, la quale avrebbe fatto passare per mentecatti gli uomini di Stato, che le si fossero mostrati favorevoli, ed era ad arte confusa, per toglierle appunto ogni credito, colle chimere della pace perpetua del Saint-Pierre e del Rousseau, e in buona fede fu poi confusa con tali chimere, dopo il Congresso del 15, dal Saint-Simon, uno dei santi padri del socialismo moderno.

Se nel fatto il Congresso di Vienna riuscì un'applicazione del principio d' intervento, un attentato continuo all'indipendenza degli Stati minori, un sistema d'alta polizia nelle mani dell'Austria; se come tale è giudicato dalla maggioranza degli storici e dei trattatisti di diritto internazionale, non è men vero che determinare lo stato di possesso dell'Europa, porre questo stato di possesso sotto la garanzia di tutte le Potenze maggiori, far del Congresso europeo, siccome fu stabilito dall'articolo 6 del secondo trattato di Parigi, una instituzione permanente e normale, destinata a prevenire e a regolare, sotto l'arbitrato e l'egemonia delle grandi Potenze, le controversie fra le nazioni e gli Stati, e impedire la guerra, era un abbozzar quasi un disegno di Stati Uniti d'Europa, un precorrere di lontano le idealità, sto per dire (e non vorrei vi paresse una bestemmia), le idealità di Garibaldi e di Giuseppe Mazzini. Abbozzare, precorrere di lontano, dico, perchè il disegno resta incompiuto, perchè, come scrive il prof. Scipione Gemma nel suo eccellente libro sulla Storia dei Trattati nel secolo XIX, non rappresenta se non «una oligarchia di grandi potenze, che tratta, in circolo chiuso, gli affari delle altre»; perchè, per di più, furono empiriche, abusive, arbitrarie pressochè tutte le sue applicazioni. Ma il concetto fondamentale era buono e progressivo, rispetto almeno ai Congressi ed ai Trattati anteriori, e ciò spiega non solo la sua durata, ma altresì come e perchè, in onta alle sue ingiustizie, il Congresso di Vienna assicurò per lungo tempo la pace generale e con essa un moto largo e fecondo di civiltà.

Vorreste ora saper qualche cosa in particolare degli uomini, che vi presero parte? Ma senza contare i regnanti, i principi, i cortigiani d'alto grado, che gli accompagnavano, e gli uomini politici più in vista, ch'erano accorsi al Congresso, ben novanta erano i plenipotenziari di Stati, che aveano cooperato alla guerra, e cinquantatrè quelli di piccoli sovrani, repubblichette, comuni, corporazioni, che tutti avevano rivendicazioni, pretensioni o esigenze da far valere.

Per questo anzi vera assemblea generale del Congresso non fu tenuta mai, nè mai si procedette ad una vera e compiuta verifica di poteri fra gli intervenuti, non potendosi equiparare l'importanza di ciascun rappresentante o dare ugual peso al voto, poniamo, degli ambasciatori di Russia, Francia e Inghilterra e a quello degli inviati dei Cavalieri di Malta, della repubblica di Lucca o del principato di Piombino. Non è quindi possibile del pari profilare fra tal folla le singole figure, ma varrebbe la pena, chi ne avesse il tempo, di fermarsi alquanto alle più prominenti, alle tre, se non altro, che ho testè ricordate, Alessandro I, il Metternich ed il Talleyrand.

Alessandro I era uno stranissimo impasto di qualità le più opposte: ascetico come San Luigi Gonzaga, e dissoluto come Don Giovanni Tenorio; ingenuo e spensierato come un artista, e subdolo e avido come un greco del Basso Impero; tirannico come un sultano, e umanitario come un filantropo; umile come un anacoreta, e vano d'applausi come una ballerina; infatuato di sè stesso come un Lucifero, e pieghevole a tutti i venti come una canna; un insieme di despota, di mistico e di liberale, che per un pezzo gli imbroglia la testa, poi finisce a dargli l'illusione d'essere il braccio dritto della provvidenza di Dio, destinato a rimetter l'ordine sulla terra e ravviare tutto il gregge umano per la via maestra del bene.

A cullarlo in tale illusione, a fissarla anzi sempre più nel suo cervello, contribuì soprattutto, verso appunto il 1815, l'amicizia da lui stretta con Giuliana di Krüdner, una vedovella vagabonda, originaria della Livonia, che in gioventù avea scritto in francese un romanzo eccessivamente sentimentale, intitolato: Valerie, e avea ballato nei salotti parigini con grande flessuosità di movimenti e grandi trasparenze di vestiario la cosiddetta danza dello scialle. Dall'ideale della sensibilità galante del secolo XVIII era trapassata, invecchiando, all'ideale medievale e cavalleresco della controrivoluzione. Nicomede Bianchi la dice una settaria dell' illuminismo tedesco del Weishaupt e dei Rosa Croce, ma non mi pare sia provato. Il Sainte-Beuve la dice visionaria come il Tasso, anzi una Clorinda battezzata, e mi par troppo. Certo è che durante la campagna del 13 contro Napoleone, e in mezzo a tutto quel bollore di patriottismo tedesco, Valerie, o Giuliana di Krüdner, che è lo stesso, diviene la Velleda evangelica, la molto vedova profetessa delle non più vergini foreste del Nord, e nel 15 ( en tout bien, tout honneur, suppongo, perchè dovea aver più di 50 anni) la più intima e più ascoltata consigliera e inspiratrice di Alessandro I.