LA VITA ITALIANA NEL RISORGIMENTO
(1831-1846)
I.
LA VITA ITALIANA NEL RISORGIMENTO
(1831-1846)
SECONDA SERIE
I.
STORIA.
La politica degli Stati italiani dal 1831 al 1846.
Romualdo Bonfadini.
La vecchia Italia.
Guglielmo Ferrero.
Il brigantaggio meridionale durante il regime borbonico.
Francesco S. Nitti.
Il Vescovo d'Imola.
Ernesto Masi.
FIRENZE R. BEMPORAD & FIGLIO CESSIONARI DELLA LIBRERIA EDITRICE FELICE PAGGI 7, Via del Proconsolo — 1899.
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INDICE
LA POLITICA DEGLI STATI ITALIANI
DAL 1831 AL 1846
CONFERENZA DI R. BONFADINI. Il Congresso di Vienna aveva dato all'Italia un ordinamento territoriale e politico assai ripugnante alle aspirazioni che la Rivoluzione francese e i regimi napoleonici vi avevano alimentato.
Restituendo la corona delle Due Sicilie a quel re Ferdinando che nel 1799 vi aveva esercitato così feroci vendette, la Santa Alleanza non gl'impose nessuna riserva, nè per gli antichi diritti costituzionali mantenuti costantemente, in maggiore o minore misura, nell'isola di Sicilia, nè per le nuove esigenze di civiltà amministrativa, sorte nella parte continentale del Regno, durante il governo del re Gioachino Murat.
Così pure, ricollocando sotto l'autorità del Papa i territorî dell'antico Patrimonio, le Legazioni, le Marche e l'Umbria, non si dava a quelle popolazioni nessuna speranza che il vecchio regime sacerdotale potesse aprirsi a nessun miglioramento di legislazione o di indirizzo politico.
Ritornavano in Toscana i principi di Lorena; ed era forse quella la parte d'Italia meno offesa nei suoi sentimenti, vista l'antica e mite tradizione di governo di quella Casa.
Ma i ducati di Modena, di Parma, di Lucca, stabiliti solo per convenienza di principi e di principesse, rappresentavano la forma più acre del dispotismo, non temperato da nessuna responsabilità internazionale, da nessuna rispettabilità dei governanti.
Due repubbliche di antichissima origine, Genova e Venezia, invece di essere ricostituite come si ricostituiva quasi ogni cosa nelle condizioni anteriori al 1796, venivano aggregate a due grossi Stati; più fortunata Genova, che almeno serviva ad arrotondare uno Stato interamente italiano; più offesa nei suoi sentimenti e nel suo orgoglio Venezia, che diventava provincia di un Impero straniero, a cui si concedeva anche l'ambíto riacquisto della Lombardia.
La casa di Savoia, meno l'annessione di Genova, rientrava a un di presso ne' suoi territorî antichi; e per verità dalla Santa Alleanza avrebbe meritato maggiori riguardi, in ragione dell'aspro trattamento subíto dal predominio francese e della costante fedeltà da essa serbata verso i governi di diritto divino.
Ma il Congresso di Vienna era stato, in ogni sua deliberazione, il trionfo dei forti. E il Piemonte non aveva potuto uscire più saldo da quelle stipulazioni, soprattutto per l'ostilità dell'Austria, che nutriva contro la casa di Savoia una diffidenza intuitiva, paralizzata ne' suoi effetti maggiori soltanto dalla benevolenza della politica russa.
L'Austria poi s'era assicurata una perfetta dominazione su tutte le cose della penisola italiana, vuoi pel possesso del magnifico territorio lombardo-veneto, così ricco di prodotti, di abitanti, di strade e di fortezze, vuoi per la stretta parentela della casa d'Habsburg con quasi tutti i principi minori d'Italia, vuoi per l'immensa superiorità delle sue forze militari, accresciuta da speciali trattati, che ponevano interamente a sua disposizione la politica, le armi e le polizie dei principati rifatti lungo la valle del Po.
In complesso, può dirsi che questo ordinamento rappresentava soltanto interessi di principi e di Case regnanti. Nessun interesse di popolo v'era stato consultato o contemplato. Fiera de' suoi successi militari contro il colosso napoleonico, la Santa Alleanza s'era illusa che il mondo dovesse, d'allora in poi, essere governato dalla sola forza, e che questa sola meritasse d'avere organismi e guarentigie.
Non tardò a comprendere di essersi ingannata; ma intanto il suo inganno servì per molti anni a far persistere il governo austriaco, suo rappresentante in Italia, nell'uso, anzi nell'abuso della forza: e così sorse, quasi immediatamente nella penisola, il sentimento della resistenza contro gli ordinamenti politici e territoriali, imposti all'Italia dai trattati del 1815.
Com'è naturale, non avendo mezzi di esprimersi nè colla stampa, nè con forme di rappresentanza, gelosamente vietate dai regimi ristabiliti, il malcontento pubblico s'avviò verso i metodi della cospirazione. Trovatosi ad un tratto come chiuso in una camicia di forza, dopo avere passato parecchi anni sotto governi inspirati a principî più o meno tumultuosi di libertà, il popolo italiano non seppe acquetarsi a così improvviso e così duro mutamento d'istituzioni; molto più avendo la coscienza di essere stato anche prima piuttosto vittima che complice degli avvenimenti. Non potendo manifestarsi alla luce del sole, senza pericolo di prigione o di capestro, cercò le vie sotterranee. E ne avvenne ciò che avviene di quelle terribili sostanze aeriformi, che, trovandosi chiuso il passaggio per le viscere della terra, prorompono e diventano terremoti.
Di lì quel carattere speciale di monotonia, che impronta di sè la politica degli Stati italiani, dal 1830, anzi addirittura dal 1815 fino al 1846.
Ad eccezione di uno solo, in tutti quegli organismi governativi non parve penetrare durante tutti quegli anni verun pensiero. Parve anzi che l'unica ed accanita preoccupazione di quei regimi fosse la guerra al pensiero, sotto qualunque forma e da qualunque compagine uscisse. Mentre tante novità sorgevano e si discutevano in Europa, dalla ricostituzione della Grecia a quella del Belgio, dalle insurrezioni iberiche all'insurrezione polacca; mentre tante questioni nuove di amministrazione e di governo balzavano lucidamente dalla virile eloquenza dei Parlamenti di Francia e d'Inghilterra, in Italia una sola attività prendeva il posto di tutte, un'attività di spionaggio e di polizia. Ricostituiti sull'unica base di un interesse dinastico, quegli Stati non ebbero dunque altro proposito che di mantenere la base. Purchè la casa del Principe fosse tranquilla e ben provveduta, l'interesse pubblico non esigeva di più. Se di questa situazione qualche Principe abusava per uscire dal proprio diritto e violare, a danno dei sudditi, i doveri della moralità e dell'onestà, l'unica conseguenza era la necessità di una maggiore oculatezza, talvolta di una maggiore ferocia negli stromenti di polizia, per reprimere sdegni legittimi propositi di resistenza. Al postutto, le solidarietà nel male erano assicurate dall'interesse comune, e su tutte stendeva la sua indulgenza irresponsabile e sistematica la politica protettrice del principe di Metternich.
Nulla dunque distraeva quei ministri di Stato dall'esclusiva cura di perfezionare i metodi della polizia. E i dispacci di tutti quegli ambasciatori, quei consoli, quei diplomatici, diretti dalla suprema saviezza dei Canosa, dei Riccini, dei Lambruschini, arieggiano rapporti di questura, piuttosto che avvedimenti di uomini politici. Ora si tratta d'impedire un colloquio sospetto fra la marchesa Camerata e il prigioniero Duca di Reichstadt, ora di indagare le relazioni personali dei membri della famiglia Bonaparte in Roma, ora di vigilare perchè Achille Murat non si muova da Londra per lidi ignoti. V'è perfino un progetto di deportare tutti i liberali al di là dei mari europei; progetto che si ruppe unicamente contro la ripugnanza manifestata dai governi di Torino e di Firenze.
Centro di tutta questa reazione appassionata ed imprevidente fu soprattutto il seggio pontificio, sul quale, al principio del 1831, era venuto ad assidersi, per intrighi austriaci e spagnoli, un monaco d'illibati costumi, di mente corta e di pregiudizi fanatici, Mauro Cappellari della Colomba.
Rappresentato, ne' suoi rapporti di governo, da due personaggi, egualmente fanatici, il cardinale Bernetti e il cardinale Lambruschini, tutta la sua vita politica fu una lotta fiera e sanguinosa contro i suoi sudditi; sui quali fece pesare replicatamente l'onta dell'occupazione austriaca, richiesta ad ogni stormir di foglia e accordata anche più volonterosamente che non si chiedesse.
Di questa politica tutta a base di persecuzioni, di repressioni e di supplizi, si mostrava fiero censore un forte uomo politico italiano, Pellegrino Rossi; il quale scriveva al ministro degli affari esteri di Francia: «Se voi sapeste come tornerebbe agevole soddisfare i voti di queste popolazioni, senza nulla riversare, nulla snaturare! Tutta la parte sana non domanda che un poco d'ordine e di buon senso nell'amministrazione. Che s'impianti un governo assennato, e issofatto i demagoghi si troveranno isolati e impotenti.»
Ma questi consigli della ragione, dei quali parecchi governi italiani, e prima e poi, avrebbero dovuto sentire l'opportunità, non tornavano a grado del governo austriaco, gran consigliere e gran protettore di Gregorio XVI; poichè il cardine fondamentale della politica metternicchiana in Italia fu sempre d'impedire che i principi indigeni accettassero progressi di legislazione; allo scopo di poter dimostrare che le provincie amministrate meglio erano quelle governate dalla Casa d'Austria, e trarne così, agli occhi dell'Europa, titolo a rendere sempre più durevole e più esclusiva l'influenza austriaca nelle cose della penisola.
Sicchè i metodi del Bernetti e del Lambruschini continuavano a trionfare contro tutti gli sforzi dei cospiratori interni e contro le timide rimostranze della diplomazia europea. Continuava lo scandalo delle dilapidazioni e dei favoriti, continuava la preminenza nelle cose dello Stato ora del barbiere Moroni, ora del colonnello Freddi, ora dell'agente austriaco Sebregondi, ora del prete Abbo, spergiuro e infanticida. In questa vergogna di cose s'andava rapidamente spegnendo ogni prestigio della sovranità temporale esercitata dal Sommo Pontefice; tanto che, fin dal 1837, l'inviato sardo a Roma, marchese Crosa, non si peritava di scrivere al conte Solaro della Margherita: «È qui comune idea fra le persone che spingono lo sguardo nel lontano avvenire, il pensare che qualora prosegua in questo paese l'attuale ordinamento di cose, debba col tempo aver luogo qualche crisi essenziale; e la ipotesi la più plausibile sarebbe quella di vedere la gran Roma ridotta alla mera supremazia ecclesiastica, non conservando che l'ombra del temporale....» Il sagace diplomatico piemontese intravedeva già, fra gli errori e fra gli orrori del tempo, la soluzione soddisfacente, e, senza confessarlo a se stesso, tradiva il pensiero che, dalla tribuna parlamentare, avrebbe proclamato, ventiquattr'anni dopo, Camillo di Cavour!
Per allora, nulla si mutava e nulla si voleva mutare nello Stato Pontificio, a cui soltanto avrebbe dato una scossa, di proporzioni impreviste, il Papa futuro del 1846. Alle potenze europee, preoccupate di questa perpetua alternativa fra rivoluzioni e reazioni, la curia romana prometteva riforme, col preciso proposito di non attuarle; e i diplomatici d'allora si rassegnavano ad essere ingannati, come si rassegna sempre la diplomazia ad ogni inganno che serva alla pace d'un quarto d'ora.
L'Austria entrava ed usciva dai territorî papali come da casa sua; la Francia occupava Ancona, con gran fracasso di frasi, poi rimpiattava la sua sterile iniziativa dietro le più umilianti dichiarazioni imposte dal cardinale Bernetti. Nel tutto assieme, trionfo di prepotenza, di reazione e d'ipocrisia, da cui la provvidenza storica si preparava a trarre i germi del fatto nuovo.
Poco al di sopra o poco al disotto della politica pontificia stava quella del duca di Modena, Francesco IV; al quale per rifare Cesare Borgia mancò l'audacia e per rifare Filippo II mancò l'intelligenza.
Dell'uno e dell'altro però ebbe l'istinto dispotico, le morbose ambizioni, l'animo freddamente feroce. Regnava da alcuni anni, quando scoppiò in Francia la rivoluzione del 1830. Una grande illusione s'era da quel rivolgimento diffusa nell'animo degli Italiani, specialmente del centro; l'illusione che da Parigi uscisse energico aiuto alle rivendicazioni liberali d'Italia. Il generale Pepe aveva capitanato queste illusioni, destreggiandosi presso il generale Lafayette, perchè accordasse alcuni soccorsi di fucili e di denaro.
Speranze simili erano penetrate anche in un uomo d'alto animo e di larghi concetti, Ciro Menotti, modenese e commerciante di professione. Poco fiducioso in moti popolari di carattere repubblicano, egli non aveva avuto difficoltà ad aprirsi politicamente col suo principe, il duca Francesco IV, di cui conosceva la cupa indole, ma di cui aveva indovinato la segreta ambizione.
Sfiduciato di ottenere il trono di Sardegna, al quale per tanti anni aveva rivolto sguardi ed intrighi, Francesco IV suppose che la rivoluzione di Francia, riaprendo l'èra dei mutamenti italiani, gli avrebbe forse permesso di ricomporsi un trono più ampio, sui dominî dei principati vicini. Anche il titolo di re d'Italia pare sia balenato al suo pensiero. Sicchè, dimentico per un istante de' suoi fanatismi legittimisti, non respinse i discorsi di Ciro Menotti, che sembrava poter essere chiamato da prossimi avvenimenti a notevoli influenze politiche.
Però il prepotente atteggiarsi dell'Austria e il vacillante programma dei nuovi governanti francesi, la cui fierezza svampava nella rettorica parlamentare del generale Sebastiani, fecero accorto l'ambizioso duca della vanità de' suoi sogni. Sicchè, ritraendosi da' primi affidamenti, passò, come accade, a feroci vigilanze intorno al Menotti, di cui aveva sorpreso alcuni andamenti. Il Menotti s'era ingannato di vent'anni, supponendo maturo un popolo a concetti unitarî e fedele un principe ad impegni di libertà. Vistosi a un tratto circondato di diffidenze, dopo le prime larghezze lasciate al suo disegno, non fu più in tempo a rompere le tese fila, e dovette anzi, per necessità di salvezza, precipitare lo scoppio. Il 3 febbraio 1831 l'avviso era dato, e una trentina di congiurati s'erano raccolti in casa Menotti. Ma l'avviso era giunto contemporaneamente anche a cognizione del Duca, il quale inviò soldati e cannoni, fece assalire la casa, uccidere alcuni complici e tradurre incatenato alle sue carceri Ciro Menotti. È del giorno successivo quel terribile dispaccio di Francesco IV al governatore di Reggio: «Questa notte è scoppiata una formidabile rivolta contro di me. I cospiratori sono nelle mie mani. Mandatemi il boja.»
Erano questi i pregiati autografi dei principi d'allora.
Del resto, il trionfo momentaneo delle insurrezioni romagnole e modenesi non riuscì a togliere una vittima alle vendette del duca di Modena. Il quale, fuggendo sul territorio austriaco e ritornando dopo la bufera, ne' suoi dominî, aveva trascinato seco in catene l'infelice Menotti. Il processo aperto da un tribunale statario contro di lui ebbe l'esito che non era difficile prevedere. La mattina del 26 maggio 1832 fu appiccato per ordine dell'implacabile Duca, a cui quell'uomo vivo rappresentava il rimorso d'una politica equivoca.
E questa politica fu anche l'unica, fu l'ultima che desse un qualche rilievo al Ducato di Modena. Il quale era poi cercato con affettata ignoranza sulla sua carta geografica dal re Luigi Filippo, un po' indispettito perchè il principe modenese si fosse impuntato a non riconoscere la sua sovranità. Tempi curiosi, nei quali i principi a cui una rivoluzione riusciva pretendevano essere accettati da sovrani legittimi; mentre poi i principi che in un tentativo di rivoluzione s'erano tuffati credevano disonorarsi riconoscendo principi a cui il tentativo aveva giovato.
Meno feroci, anzi punto feroci, perchè l'ambiente non consentiva ferocia, erano le pressioni esercitate dal gabinetto austriaco sulla famiglia toscana.
Nella casa di Lorena non era minore che in tutte le altre d'Italia la preoccupazione dinastica; ma poichè le miti tradizioni popolari non incoraggiavano tentativi settarî, quel governo cercava mantenersi con politica blanda, addormentando piuttosto che urtando, corrompendo piuttosto che offendendo, cercando di deviare verso istituti di benessere materiale quelle forze intellettuali bramose d'ideali, che nel paese sovrabbondavano.
Era, scrive il Tabarrini «la mediocrità in ogni cosa». Sicchè Gino Capponi patíva «le fiere malinconie dell'ingegno inerte e costretto». «Il principato lorenese», afferma Giuseppe Montanelli «faceva degenerare il popolo toscano».
Il che non pareva sufficiente alla politica del principe di Metternich, il quale avrebbe certamente creato delle sètte dove non esistevano, per darsi la gioia di perseguitarle. Contro il granduca Leopoldo attizzava la diffidenza fra i potentati europei. Il non vedere erette forche in quell'angolo d'Italia gli pareva una debolezza, fomite di prossime rivoluzioni. Quando, nel 1835, il governo granducale mitigò la pena del carcere ad alcuni condannati per causa politica, l'ambasciatore d'Austria a Firenze consegnò un dispaccio ufficiale, in cui era detto che «il Sovrano della Toscana, così operando, incoraggiava il delitto».
Per una sommossa di studenti nell'Università di Pisa, il gabinetto austriaco consigliava riformare gli statuti della pubblica istruzione, sostituendo nella scelta dei professori al criterio della scienza quello della fedeltà politica. Chiese, e pur troppo ottenne, la facoltà d'istituire per suo conto un gabinetto nero per l'apertura delle corrispondenze private. Chiese, e pur troppo ottenne, che si sopprimesse l'Antologia e si sbandisse da Firenze Niccolò Tommasèo. Chiese, e pur troppo ottenne, crescendo colle rassegnazioni le esigenze, che fossero arrestati il Guerrazzi, il Bini, il Salvagnoli, il Contrucci e parecchi altri, processandoli per aderenze settarie, che non furono mai potute provare. Perfino il Congresso dei Dotti, tenutosi in Pisa nel 1844, fu argomento di fieri rabbuffi alla debolezza del principe che lo aveva concesso. E quel filosofo del maresciallo Radetzki, scrivendo all'ambasciatore austriaco in Firenze, considerava il Congresso di Pisa come «un'istituzione destinata a travagliar gli animi in segreto per gettare le fondamenta dell'opera infernale della rigenerazione italiana».
Sicchè non è meraviglia se la politica austriaca avesse anche immaginato, circa la Toscana, ipotesi più ardite e più avide, quando pareva che al granduca Leopoldo mancasse la prole. Le manifestava senza ambagi l'imperatore Francesco al Granduca, dicendogli: «Mi spiace dirvelo, ma non avvi rimedio; la Toscana diverrà provincia austriaca». Fortunatamente — guardate di che avverbi deve talvolta servirsi la storia! — fortunatamente la granduchessa Marianna Carolina morì, e da un successivo matrimonio Leopoldo ebbe prole maschile. La «provincia» agognata dall'imperatore d'Austria era destinata a tutt'altra sovranità.
Di questa politica toscana, tutta a spinte e controspinte, ebbe per moltissimi anni la responsabilità principale Vittorio Fossombroni, spirito arguto, scienziato eminente, uomo di Stato profondamente scettico, i cui ideali di governo non oltrepassavano i limiti d'un dispotismo bonario, e che, finite le ore d'ufficio, respingeva ogni affare, dicendo: «Il desinare brucia, lo Stato no».
Pure, così scettico com'era, si devono a lui quelle poche resistenze che oppose la Toscana così alle pretese austriache come alle esigenze chiesastiche. Sapeva di rispondere ad una vecchia tradizione di governo locale, equilibrandosi contro Vienna e Roma. Spento lui, prevalsero sulla fiacca indole del principe lorenese influenze tortuose e schiettamente retrive. Il suo confessore Balocchi gli negava l'assoluzione se resisteva alle domande della Corte di Roma; il suo ministro degli esteri, Hombourg, gli faceva firmare tutto ciò che piaceva al Gabinetto di Vienna.
Era con siffatte disposizioni che la dinastia lorenese si affacciava ai nuovi tempi. Erano queste le forze che preparava per resistere all'onda mossa dietro di lei da quella pleiade illustre di liberali colti ed energici, che dai Galeotti, dai Salvagnoli, da Ferdinando Andreucci giungeva a Gino Capponi, a Ubaldino Peruzzi, a Bottino Ricasoli.
Ci allontaniamo parecchio da questi nomi scendendo giù per l'Italia fino a Napoli, dove troviamo quelli di Ferdinando II, del marchese Del Carretto, di monsignor Cocle, confessore del Re.
Qui ritorniamo all'antitesi nella sua più cruda espressione; la prosperità dinastica fondata sulla pubblica umiliazione; i supplizi correttivi delle cospirazioni; la polizia e lo spionaggio, elementi dominatori dello Stato.
La polizia muta, pur rimanendo identica. Vuol dire, cioè, che nel sogno d'un despotismo più intenso, si cerca perfino di allontanare l'influenza austriaca, contrapponendovi ora influenze francesi, ora influenze sarde, purchè aiutino il programma d'una indipendenza del principato, unicamente volta a intera libertà di oppressione.
Questo parve essere infatti il pensiero direttivo del nuovo Sovrano, che saliva al trono l'8 novembre 1830. Ferdinando II, come fu più tardi giudicato da scrittori senza passione, non era uomo cattivo, ma sopraffatto da un'indole rozza e volgare. Apparteneva ad una stirpe regia, per la quale il giurare una Costituzione era fenomeno altrettanto consueto quanto il ritoglierla. Governava un'amministrazione, la cui corruttela formava il disgusto di tutti i diplomatici accreditati presso la Corte di Napoli. Non voleva lasciar far nulla a nessuno ed era poi così inerte e svogliato, che non riusciva a far nulla da sè. Si stemperava in motti di spirito, in lazzi osceni o brutali. Ora toglieva la sedia di sotto alla regina, per farla sconciamente cadere a rovescio, ora frustava le gambe al cavaliere Caracciolo di Castelluccio, per vederlo saltare, gridare e piangere. Quando gli parlavano di modificare le uniformi dei soldati, rispondeva: «Vestili come vuoi, fuggiranno sempre». Quando gli additavano qualche ufficiale pubblico, arricchitosi scandalosamente colle concussioni, diceva: «Preferisco i ladri ingrassati ai ladri da ingrassare».
Al di sopra poi di tutto questo scetticismo e di tutta questa brutalità, appariva un furore quasi morboso di comando dispotico. Del principe di Metternich amava i principî di governo, se non accettava sempre volentieri i consigli. Al re Luigi Filippo, che lo aveva timidamente invitato ad allentare un po' le redini della tirannia, rispondeva senza ipocrisie: «Il mio popolo ubbidisce alla forza e si curva; ma la libertà è fatale alla famiglia dei Borboni, ed io sono deciso ad evitare ad ogni costo la sorte di Luigi XVI e di Carlo X». Non l'ha evitata al suo immediato successore. Dio ha permesso che gli giungesse all'orecchio, prima di morire, il rombo dei cannoni di Montebello.
Con siffatto re e siffatta politica, i destini delle popolazioni meridionali apparivano chiari; oscillare fra le agitazioni e le repressioni.
Sbollite infatti le prime illusioni del nuovo regno, cominciarono i fenomeni del pubblico malcontento.
Nel marzo 1831, cospirazione in Abruzzo, due cospirazioni a Napoli nel 1832, cospirazione a Capua e a Salerno nel 1833, insurrezioni nel 1837, così nell'isola di Sicilia come sul continente. Poi, altra cospirazione nel 1838, pronunciamento costituzionale in Aquila nel 1841, moto insurrezionale nelle Calabrie durante il 1843, e finalmente spedizione dei fratelli Bandiera nel 1844.
Da tutti questi movimenti uscivano processi, combattimenti, fucilazioni, esilii; e si disperdevano pel mondo giovani divenuti poi stromenti vigorosi d'italianità nei successivi periodi, come Pier Silvestro Leopardi, Carlo Poerio, Giuseppe Massari, Benedetto Musolino, Giuseppe Ricciardi, Luigi Settembrini, Saverio Baldacchini, Francesco Paolo Bozzelli. La politica di Ferdinando II, come quella di tutti i governi persecutori del pensiero, preparava così a sè stessa gli elementi della sconfitta. Nessuno sa dire che forze d'ingegno e che virtù di propaganda scompaiano pei supplizi politici; ma le carceri e gli esilii politici ingrandiscono sempre uomini, che forse, meno perseguitati, avrebbero avuto minori spinte all'azione e minori opportunità di rinomanza. Certo, l'eco mondiale dei dolori di Silvio Pellico, del Confalonieri, del Maroncelli ebbe per l'Austria, come diceva il Sismondi, peggiori conseguenze che una battaglia perduta. E la falange di esuli creata dalle persecuzioni politiche di Ferdinando II rese popolari nell'Europa, che prima non li conosceva, quei nomi e quegli uomini, da cui trasse Guglielmo Gladstone la coscienza di quella terribile invettiva, sotto la quale cadde prostrato il governo dei Borboni di Napoli.
È una delle leggi storiche più consolanti, una di quelle che più si ripetono e confermano nel tempo. E se il dispregiarla è carattere proprio dei regimi dispotici, che alle forze morali non credono e l'avvenire non curano, sarebbe fatale pei regimi liberali l'obliarne l'efficacia e la logica.
Del resto, — ed ora può dirsi — sarebbe stato un grande ostacolo per lo svolgimento normale del sistema italiano se Ferdinando II avesse ubbidito a consigli politici di altra natura. Questa tentazione era passata, nei primi tempi, per l'animo suo: ed anche su lui, come sul duca Francesco IV, aveva tentato qualche pressione quel manipolo di liberali che in ogni regione italiana stava all'agguato per indovinare un principe.... diverso dagli altri. Il pericolo sarebbe stato grave se, cedendo alle influenze di Luigi Filippo, il re di Napoli avesse camminato per quella via delle riforme che lo aveva sedotto nei primi mesi del suo governo. Una iniziativa liberale partita dal mezzogiorno, negli anni fra il 1830 e il 1840, avrebbe potuto impacciare l'iniziativa liberale del settentrione e creato fra i patriotti italiani un dualismo forse esiziale per l'ideale politico.
Se le cospirazioni furono la ragione o il pretesto per cui la dinastia borbonica respinse ogni tentazione di liberalismo e si rifugiò paurosa nell'abbraccio austriaco, bisogna dire che queste cospirazioni hanno raggiunto il loro scopo. Le ultime soprattutto, perchè in queste spuntava nuovo e seducente il concetto unitario, a cui Giuseppe Mazzini, colla sua grande facoltà d'iniziativa, aveva ormai coordinate tutte le fila del movimento settario, staccandolo dalle antiche tradizioni di vendette locali.
Certo, non s'era mai visto prima che un drappello di giovani veneti chiamasse a rivolta popolazioni napoletane; si sarebbe visto non molto dopo un generale napoletano chiamato a comandare rivolte venete. Erano i primi sintomi di quella felice fusione di sentimenti, che avrebbe dato alle popolazioni italiane un solo vessillo ed un solo programma.
La generazione contemporanea può discutere liberamente il fenomeno delle cospirazioni italiane, che sarà argomento di studio, non sempre facile, per le generazioni venture. Quando un paese, dopo mezzo secolo d'esercizio, s'è tanto inoculato il vaccino della libertà da credere piuttosto al diritto di abusarne che alla possibilità di scemarla, può essere anche impunemente ingiusto verso quei precursori, o efficaci o semplicemente ingenui, che a metodi diversi hanno dovuto ricorrere. Il collocarsi col pensiero negli ambienti giuridici, morali e politici del passato è uno sforzo che non sempre riesce neanche a storici pacati e desiderosi d'imparzialità. È proprio dell'indole umana giudicare altri da sè come esaminare i tempi alla stregua dei criteri contemporanei.
Sugli innumerevoli tentativi di movimento che hanno agitata l'Italia dal 1815 al 1848 si possono portare giudizi diversi, secondo gli scopi, secondo gli effetti, secondo gli uomini. Però il tentativo dei fratelli Bandiera ha ed è giusto che abbia un posto a parte. La povertà dei mezzi coi quali fu condotto potrà sempre meritare, nell'opinione dei pensatori austeri, rimprovero di spensieratezza; ma le splendide idealità a cui s'inspirò quell'impresa, cominciata con tanto amore e finita con tanta pietà, hanno innalzato il sacrificio all'altezza di programma politico, ed hanno gettato su tutto il successivo movimento italiano quel profumo di giovinezza e di poesia, che, anche quando rimane leggenda, aiuta a render grandi le cose nobili e a mantenere nobili le cose grandi.
Ho detto, sul principio di questo discorso, che, ad eccezione di uno solo, tutti gli organismi governativi italiani respingevano volontariamente da sè ogni velleità di pensiero.
L'eccezione, voi l'avete indovinato, deve cercarsi nello Stato Sardo; che venne pigliando, attraverso molte contraddizioni, il suo preciso indirizzo, soprattutto dopochè, morto Carlo Felice, senza discendenti diretti, saliva al trono, il 27 aprile 1831, un uomo, contro il quale s'è per lunghi anni sbizzarrita un'aspra e ingenerosa polemica, Carlo Alberto, principe di Carignano.
È un nome che non può uscire dalla penna o dalle labbra, senza richiamare ogni animo gentile a profonde meditazioni. Fu nella vostra città, in Firenze, ch'egli venne a cercare conforto de' suoi primi dolori; fu il vostro gran cittadino, Gino Capponi, che ne ottenne le prime confidenze di uomo e di principe. Chi lo ha chiamato Amleto, non ha riassunto che ima parte dell'anima sua; poichè Amleto ha ucciso di spada per vendicare la patria, Carlo Alberto s'è ucciso di dolore per liberarla; Amleto è morto nel dubbio, Carlo Alberto è morto nella fede, — in quella fede che sul campo di Novara gli aveva fatto indovinare Vittorio Emanuele II.
Più nel vero è il marchese Costa de Beauregard che lo chiama le plus grand des méconnus. È infatti questa l'amarezza che gli avvelena la vita: essere sempre giudicato a rovescio, — essere accusato di accarezzare sentimenti in diretta opposizione coi suoi. Ha il desiderio di allargare a' suoi sudditi le funzioni del governo, e lo chiamano reazionario; dirige tutta la sua politica allo scopo di render possibile una guerra d'indipendenza, e lo chiamano austriacante; abdica e muore per rimanere fedele alla sua missione, e lo chiamano traditore.
Sono le grandi ingiustizie dei contemporanei che la storia è sovente chiamata a rintuzzare. E dopo cinquant'anni sono ormai già tanto rintuzzati, che ognuna delle pubblicazioni relative a Carlo Alberto aggiunge una giustificazione od un elogio per lui, nessuna riesce ad aggiungergli un biasimo od una colpa.
Il pensiero politico ch'egli porta al trono e con cui dirige lo Stato è il pensiero dell'indipendenza italiana. Nè, malgrado le difficoltà dei tempi, lo teneva talmente celato che non si avvertisse dai ministri suoi, più invecchiati nel sentimento dinastico e nella tradizione diplomatica del diritto divino. Quando infatti, sollecito di non tradir l'avvenire, nominava a suo ministro degli affari esteri un uomo innamorato delle vecchie forme, il conte Solaro Della Margherita, questi lasciava scritto fin dal 1835: «Non ebbi d'uopo di grande scaltrezza per iscoprire, che oltre al giusto desiderio d'essere indipendente da ogni influenza straniera, egli era fin nel profondo dell'animo avverso all'Austria e pieno d'illusioni sulla possibilità di liberare l'Italia dalla sua dipendenza. Non pronunziò la parola di scacciare i barbari, ma ogni suo discorso palesava il suo segreto».
Che a questo concetto dell'indipendenza della patria si associasse l'altro di ingrandire lo Stato, secondo le secolari tradizioni della casa di Savoia, non è difficile supporlo e non gli procurerebbe nessun rimprovero dalla storia. Ma dal cauto suo labbro uscì pure una frase, la quale dimostra che non egoista e non angusta era in lui la previsione dell'avvenire; poichè all'inviato suo, conte Ricci, che gli poneva alcune obbiezioni di carattere dinastico, non esitò a rispondere fin dal 1845: «Conte, la forma dei governi non è eterna; cammineremo coi tempi».
Il 1821 e il 1833 furono le due epoche formidabili, che servirono a tante penne, alcune oneste, per dilaniare la memoria di Carlo Alberto. Nel 1821, fu detto, tradì i suoi amici, ai quali aveva promesso di aiutarli nel movimento. Nel 1833 perseguitò i liberali, condannandoli all'esilio od alla morte.
Ebbene, a settant'anni di distanza possiamo avere l'animo abbastanza calmo per esaminare queste due accuse.
Nessuno ha mai saputo dimostrare che cosa Carlo Alberto avesse promesso ai cospiratori del 1821 e in che modo quindi li avesse traditi.
Bisogna essere bene inesperti di congiure e di rivoluzioni per ignorare quanto sia facile a cospiratori illudersi sopra una parola o sopra un gesto, e come sia prepotente, negli uomini che si sono posti, anche per una causa nobile, fuori della legge, il bisogno di aggrapparsi a qualunque filo che sembri legarli ad altri e maggiori cooperatori del loro proposito.
Gli uomini che s'erano illusi di poter dare nel 1821 istituzioni costituzionali al Piemonte, erano tutti amici commensali del principe di Carignano. Se dunque o il Lisio o il Balbo o il Santarosa o il Collegno, tutti insieme, come pare, disvelarono a Carlo Alberto i loro vincoli colle società segrete, chiedendogli appoggio per ottenere promesse liberali dal Re, doveva essere in loro fortissima la speranza che l'adesione di un personaggio così vicino al trono avrebbe nel tempo stesso dato guarentigie maggiori al successo della loro impresa e sopra tutto giustificata in loro un'attitudine, che, da parte di ufficiali e di funzionari pubblici, poteva sembrare passabilmente arrischiata.
Quale fu la risposta di Carlo Alberto? Una conferma dei sentimenti liberali manifestati nell'intimità di antecedenti colloqui; un serio ammonimento circa l'impossibilità che in quel momento l'impresa riuscisse; la più esplicita dichiarazione che in nessun caso egli avrebbe aiutata una soluzione, a cui il Re legittimo fosse contrario. Si sono potute ammucchiare contro Carlo Alberto centinaia di pagine; non s'è mai potuto accertare che altre da queste siano state le sue dichiarazioni.
Ora, sia che i congiurati abbiano afferrata a volo la prima frase, dimenticando le altre; sia, com'è più probabile, che il moto li abbia trascinati, al solito, più in là delle loro previsioni, non avevano essi il diritto di affermare la complicità di Carlo Alberto in una impresa, uscita affatto dai limiti, nei quali egli avrebbe potuto accettarla.
E se, malgrado gli ammonimenti suoi, la congiura, prorompendo a rivoluzione, lo poneva nel bivio di diventare un ribelle o di restare un principe di casa Savoia, chi oserebbe, specialmente oggi, fargli una colpa d'aver voluto rimaner tale?
Non egli dunque tradì i congiurati; ma la congiura tradì lui e tutti, portando la situazione a conseguenze non prevedute, a scopi non proporzionati ai mezzi militari, finanziari e politici, di cui la congiura poteva disporre. E, del resto, questo compresero così bene, dopo le prime amarezze, i congiurati stessi, che poi ad uno ad uno si raccostarono al principe calunniato, e ridivennero prima ancora del 1848, i più fedeli suoi consiglieri, i suoi amici più cari. Nè a quel gran sofferente venne mai meno la generosità dell'oblio. Poichè, quando gli accadde, verso il 1846, d'aver bisogno d'un segretario, offrì il posto e lo stipendio a quel poeta Giovanni Berchet, che lo aveva, pei fatti del 1821, flagellato di versi così crudeli. E il Berchet, declinando con animo commosso l'offerta, diceva all'amico suo Carlo d'Adda, oggi senatore del Regno: «Darei dieci anni della mia vita per non avere scritto quei versi».
E veniamo al 1833. In quell'anno, come è noto, un'altra congiura politica, a cui non erano pure estranei alcuni ufficiali, era stata ordita in Piemonte sotto le prime influenze della propaganda mazziniana, disciplinata nella Giovane Italia. Pioveva, come suol dirsi, sul bagnato; poichè soltanto due anni prima, all'epoca della proclamazione di Carlo Alberto, una setta repubblicana aveva reclutato tra le stesse guardie del Corpo alcuni proseliti disposti ad assassinare il Re. Scoperta la prima cospirazione, il Re fu clemente e si limitò a chiudere in Fenestrelle il capo della congiura[1]. Scoperta la seconda, l'atteggiamento diventò severissimo e il Re deferì i colpevoli al giudizio dei consigli di guerra. Questi procedettero, secondo l'indole loro, inesorabili e le condanne a morte furono più d'una. Nessuno affermò che con quelle condanne si fossero violate le disposizioni della legge stataria vigente, ma tutti deplorarono che Carlo Alberto non avesse usato più largamente del suo diritto di grazia.
E lo deploro anch'io. Però non si può non pensare che questo diritto di grazia costituirebbe nei nostri codici una bugia, se i Principi se lo vedessero sotto mano tramutato in dovere; se a loro non fosse mai lasciata nessuna libertà di considerare i tempi, le circostanze, le difficoltà dello Stato. Si possono desiderare i Principi sempre magnanimi; non si possono vituperare i Principi anche severi, se la giustizia non è offesa dagli atti loro.
Carlo Alberto si trovava ne' suoi primi mesi di regno. La sua condotta era gelosamente investigata dagli altri monarchi europei, nei quali non si poteva dissipare la nube di sospetti, addensata, pei casi del 1821, intorno a lui. Ebbe egli il sentimento che la severità legale fosse in quella occasione l'unico modo di uccidere quei sospetti per sempre e di lasciargli intera l'indipendenza de' suoi movimenti per l'avvenire? o fu veramente dominato dal pericolo che quei tentativi settarî, specialmente rivolti contro l'esercito, si riprendessero e scuotessero nella sua compagine la monarchia, di cui divisava fare più tardi una macchina per l'indipendenza italiana?
Certo è che i procedimenti susseguiti a quelle agitazioni parvero eccedere ogni misura di colpa, e ne restò sulla condotta di Carlo Alberto lungo rimprovero di liberali. Ci vollero gli eroismi e le sventure del biennio 1848-49 perchè quelle impressioni rimanessero interamente dimenticate.
Del resto, non erano tempi facili, nè pei popoli, nè pei principi; difficili specialmente per quel principe, che voleva e diede più tardi al suo popolo istituzioni a cui nessun principe italiano contemporaneo si rassegnava di buona fede. Al duca d'Aumale, venuto alcuni anni dopo a visitarlo, Carlo Alberto diceva: «Je suis entre le poignard des Carbonari et le chocolat des Jésuites». Non è dunque storicamente giusto il biasimo inflitto dagli scrittori intransigenti alla contraddizione quasi tragica nella quale oscillò Carlo Alberto, prima della sua ultima e grande evoluzione politica. Quella contraddizione poteva essere in parte attribuita all'indole del tempo. Fra il Metternich, che minacciava di detronizzare Carlo Alberto a beneficio del duca di Modena, e il Mazzini che s'agitava per detronizzarlo a beneficio della Repubblica, la via sempre diritta non si vedeva chiara.
I sovrani hanno, anche più degli altri uomini, il diritto d'essere giudicati sopra l'insieme della loro vita, non sopra episodi passeggieri, di cui ordinariamente non si scoprono e non si misurano che assai tardi le varie responsabilità.
Nel 1821, un principe d'impulsi subitanei, ma di scarsa previdenza, avrebbe forse potuto strappare ai pubblicisti del tempo un grido d'ammirazione, rinunciando ai suoi diritti dinastici per combattere una battaglia disperata in nome della libertà. Ebbene? quale ne sarebbe stato l'effetto? ch'esso avrebbe dovuto, dopo la sconfitta, o andare a morire in Grecia, come Santorre di Santarosa, o trascinare per tutte le capitali europee l'antipatica figura di un principe spodestato. Il Berchet non avrebbe scritta la sua fiera apostrofe, ma sul trono sabaudo si sarebbe assiso il carnefice di Ciro Menotti, e forse l'Italia starebbe ancora meditando, per secoli, il problema della sua esistenza.
Carlo Alberto fu assai meglio inspirato. Affrontò, con mesto animo, ma con grande energia morale l'ingiustizia de' suoi contemporanei. Scelse Iddio e la storia a giudici suoi. E la storia certamente gli perdonerà qualche menda de' suoi primi anni, ricordando la grandezza degli ultimi; nei quali la sua lealtà non può essere pareggiata che dal suo ardimento, e la semplicità del sacrificio è in perfetta armonia colla nobiltà della causa per cui lo fece.
In questa differenza tra il pensiero politico di Carlo Alberto e il pensiero, o meglio il metodo politico degli altri principi della penisola, sta il segreto dell'avviamento che prese la storia d'Italia dopo il 1846.
E poichè in una legge storica consolante già ci siamo imbattuti durante questa passeggiata italiana, vediamo di non isfuggirne un'altra, che pure al nostro pensiero si afferma.
È assioma di pubblicisti volgari e di menti isterilite da scetticismo, essere la politica fondata sulla furberia piuttosto che sulla lealtà, e doversi respingere dall'arte di governare i popoli ogni miscela di sentimento o di cuore. Tutto ciò risponde ai dettami di quell'egoismo, sul quale una falsa scienza sedicente positiva vorrebbe impernare le novità del mondo.
Ebbene, la politica dei vari principi italiani dal 1815 al 1848, fu essenzialmente egoista; una sola, quella di Carlo Alberto, ebbe virtù di espansione, carattere di altruismo. Questa rimase, trionfò e trionfa ne' suoi successori; dell'altra non restano più che ricordi, rattristati dalle catastrofi e illanguiditi dal tempo. In quegli anni di dolori e di speranze, un solo principe buttò agli eventi la sua corona per capitanare due guerre d'indipendenza; uno solo giurò la Costituzione, senza ritoglierla. Che meraviglia se a quel solo l'Italia s'avvinse, indovinando dalla fede del primo la lealtà non mai smentita dei successori?
Non è dunque vero che la modernità debba uccidere gl'ideali per far vivere gl'interessi. La contraddizione fra gli uni e gli altri è l'ipotesi d'una dialettica artificiosa, non la formola uscita dalla logica degli eventi.
La morale pubblica non può essere, non è diversa dalla morale privata. Attingono entrambe la loro autorità dal sentimento del dovere, che non è mai in contrasto coi dettami della virtù.
Vi riuscirebbe difficile dedurre da qualche deplorabile eccezione che nella vita privata la disonestà produca dei felici. Potete affermare, senza tema di smentite, che, nella vita pubblica, la prosperità degli Stati è in ragione diretta dell'onestà dei Governi.
LA VECCHIA ITALIA
CONFERENZA DI GUGLIELMO FERRERO.
Mezzo secolo addietro la vecchia Europa sentì a un tratto tremarsi sotto la terra. In un impeto di audacia, che anche oggi, dopo tanti anni, sembra a noi miracoloso, gli uomini insorsero quasi dovunque contro l'ordine che si diceva costituito per volere di Dio; e, in pochi mesi, i governi più antichi rispettati e temuti parvero distrutti per sempre o vicinissimi all'estrema rovina.
Questa rivoluzione del grande anno, unica in apparenza, fu in realtà molteplice; perchè ogni popolo meritò un premio suo, con le proprie audacie rivoluzionarie. In Italia i rivolgimenti del 1848 parvero mirare specialmente alla liberazione nostra dalla signoria straniera; ma chi fruga un poco addentro nella storia della società italiana, dal 1830 al 1848, vien fatto di accorgersi presto che, sotto la guerra tra austriaci e italiani, si nascose allora, come dopo, il conflitto tra una società che esisteva e l'idea, il disegno, il proposito di una società nuova. Non è possibile comprendere la storia italiana di questo ultimo mezzo secolo, se non si comprende il carattere sociale della rivoluzione del 1848; ma la natura di questo terribile rivolgimento si può a sua volta capire solo studiando la società della vecchia Italia dal 1830 al 1848; nella quale maturò la discordia, che doveva scoppiar poi nella aperta guerra durata dal 1848 al 1870.
La vecchia Italia era uno degli ultimi avanzi, e dei meglio conservati, della vecchia Europa aristocratica e teocratica, nemica di quel complesso di cose materiali e morali, che noi chiamiamo la civiltà moderna. I diversi governi ricostituiti in Italia dopo la caduta di Napoleone si affaticarono intorno a una impresa di conservazione, empia e stolta secondo le idee nostre, ma alla quale non mancò una certa avvedutezza e coerenza, derivatale dall'aver quei governi capito quale sia il primo principio dell'arte di conservare gli Stati; che cioè le istituzioni non durano a lungo, se le idee degli uomini non restano eguali; e che gli uomini mutano tanto più facilmente di idee, quanto più sono mutevoli le condizioni della loro esistenza. L'instabilità delle idee e delle istituzioni, e l'instabilità dei destini individuali e delle fortune si accompagnano sempre, come gli effetti alle cause; sono ambedue i segni esteriori della interna elaborazione vitale delle società che si rinnovano; onde la vera politica conservatrice deve cercare di distruggere questa plasticità vitale della società, quasi direi pietrificandola in tutti i suoi organi. L'opera a cui attesero principalmente i governi italiani dal 1830 al 1848 fu quasi di pietrificare tutti gli organi della società italiana, per modo che questa non fosse più un animale vivente, capace di malattie e di guarigioni, di crescite e di invecchiamenti; fu di mummificarla per sempre in una forma morta, tenendola lungamente immobile entro un bagno di ignoranza, di bigottismo, di pregiudizi e anche di virtù modeste e di ragionevoli saviezze.
Le virtù modeste, le ragionevoli saviezze che dovevano essere tra i primi elementi di conservazione della vecchia Italia, furono la semplicità e parsimonia del vivere, universale in Italia sino al 1848; in una società nella quale i bisogni erano meno numerosi e le spese di apparenza minori che nella nuova. Le città, salvo qualche monumento di lusso pubblico, qualche teatro, qualche chiesa, qualche palazzo gentilizio, erano costruite dimessamente; strette le vie; pochi e miseri i giardini; trascurata la pulizia e ogni altra cosa nelle strade; scarsa la luce di notte. Gli uomini erano contenti di vivere in case più piccole, più buie, nelle quali parevano lussi molte cose che ormai sono diventate bisogni volgari. Tutto era solido e durevole: le mura delle case, granitiche e secolari; la mobilia robustissima, costosa ma capace di servire a molte generazioni; i vestiti, tagliati in stoffe solidissime, che passavano di padre in figlio e facevano parte dell'asse ereditario. La spesa per il mantello ricorreva una o due volte nel corso di una esistenza; nè era ancor noto il moderno divenire continuo della moda. Il commercio non conosceva ancora quelle teatralità goffe, quelle grandiosità posticcie, quella prodigalità burlesca di ori e marmi falsi, quel barocco da poco prezzo che hanno ridotte le vie delle nostre città grandi a orribili imposture della bellezza, grandezza e ricchezza. I caffè e le botteghe erano in stanze piccole e basse, come se ne vedono ancora a Venezia e a Mosca, i caffè soprattutto non arieggiavano a falsi fôri romani, ad Alambre di cartapesta.
Anche i bisogni erano molto meno numerosi. Pochissimi i giornali; pochi i libri e letti solo da un piccol numero; rari i viaggi. Nè ferrovie nè tranvai. I signori avevano le ville per l'estate nei pressi della città stessa dove abitavano. Le alpi non erano state ancora inventate; pochi i luoghi di bagnature celebri, poche le acque e famose per una reputazione di secoli. Non esistevano ancora le macchine da cucire, le biciclette, il gaz illuminante, il petrolio; non si conoscevano ancora gli innumerevoli prodotti chimici, quei surrogati e quelle falsificazioni, che hanno poi tanto complicata e popolata di insidie la nostra esistenza. Un uomo si faceva fare il ritratto, forse una sola volta durante tutta la sua vita. Il vivere insomma era più semplice e rozzo, ma anche più schietto; i divertimenti erano pochi di numero, lo sport ancora in fasce; le abitudini dei figli ripetevano quelle dei padri, che a lor volta avevano ereditate quelle dei nonni. Una generazione passava, prima che un nuovo bisogno si fissasse nelle abitudini di tutti; lo spirito della tradizione reggeva la famiglia e la vita privata, come il governo dello Stato.
Non crediate che, riferendosi a cose così umili, queste considerazioni siano futili. Esse hanno invece una importanza capitale: perchè la differenza essenziale tra la vecchia Europa e la nuova, tra la vecchia e la nuova Italia, il mutamento essenziale da cui derivarono gli altri fu proprio questo: che nella vecchia Europa ed in Italia vigeva un tenor di vita semplice, con bisogni sempre eguali o lentamente crescenti; nella nuova, un tenor di vita con bisogni crescenti indefinitamente e rapidamente. Un governo unitario ha potuto alla fine costituirsi in Italia, perchè trovò un sostegno in questa nuova maniera di vivere, divenuta comune nel popolo dopo il 1860; mentre gli antichi governi avevano capito che non avrebbero potuto reggersi a lungo, se le antiche forme del vivere, semplici e parsimoniose, sparivano; e avevano in vari modi cercato di salvare i loro popoli dalla seduzione della nuova civiltà, che prosperava in Inghilterra e in Francia.
Molti furono i mezzi; primo tra tutti, la oppressione della classe che sola poteva farsi veicolo della nuova civiltà forestiera, la borghesia istruita; oppressione esercitata per mezzo di una curiosa alleanza della aristocrazia e del popolino. I re si fecero i tutori della canaglia; l'aristocrazia, che rappresentava la ricchezza fondata sulla proprietà della terra, la devozione alla Chiesa e alla monarchia assoluta, l'orgoglio gentilizio che vuol sovrastare alle capacità personali, prese a proteggere l'infimo popolino, a mantenerlo grasso e ignorante. Madre per la plebe, la monarchia aristocratica era invece matrigna per il ceto medio; che essa cercava di umiliare in ogni modo, impedendogli di crescere, di imparare, di arricchire; consentendogli appena di vivacchiare oscuramente, con l'elemosina di magri impiegucci o con l'esercizio di professioni, ma a condizione di andare a messa e di esser fedele al re: permettendogli al più di darsi a studi punto malsani e pericolosi, come decifrare iscrizioni latine o annotare vecchi testi di lingua. A elaborare questo disegno bizzarro di una società aristocratica e plebea, fanaticamente conservatrice in ogni cosa, più che ad altro, hanno faticato, nei diciotto anni che precedettero il 1848, gli Stati italiani, dall'Austria a quel Ferdinando II, tipo curioso di re ingegnoso e ignorante, abile e ingenuo, che ha impersonato forse meglio di ogni altro sovrano questa idea dello stato monarchico lazzaronesco.
Quei 18 anni furono infatti il momento della suprema fatica, per i governi della vecchia Italia. Correvano i tempi in cui cominciavano a fiorire in Inghilterra e in Francia i nuovi commerci e la nuova industria meccanica, che hanno contribuito tanto a convertire l'antico tenor di vita modesto e tradizionale, nel nuovo, sibaritico e con bisogni sempre più numerosi; che hanno mutato l'antico assetto delle fortune, rese labili tutte le ricchezze, ridotta l'essenza della società moderna a un divenire continuo. Per queste ragioni gli antichi governi, soprattutto l'impero d'Austria e il regno delle Due Sicilie, si adoperarono a strozzare in culla le nuove industrie e i nuovi commerci. Non era lecito aprire un opificio senza permesso speciale del governo; ma le formalità erano tante, tante le condizioni, le restrizioni, i rinvii, le diffidenze e le cautele delle amministrazioni, che introdurre una industria nuova era quasi così difficile come costituire una società segreta. Inoltre, come sempre succede, la legislazione improntava di sè il sentimento pubblico, il quale era portato a riguardare con diffidenza ogni impresa industriale. Così in Lombardia si notano, sino al 1848, solamente progressi agricoli, nella coltivazione del gelso, ad esempio; ma nessun progresso industriale[2]. Ancor più ostinata fu la resistenza del governo borbonico, che durò sino all'ultimo; onde le concessioni industriali di quegli anni si possono contare tanto sono poche; e qualche volta sono motivate con ragioni bizzarre, che mostrano l'intima natura di quel governo; come quel permesso dato al marchese Patrizi, nel 1858, di costruire due molini sul Sebeto, ma a condizione di far dire un certo numero di messe in suffragio delle anime dei terrazzani. E la concessione era data, dice espressamente il decreto, «avuto riguardo ai vantaggi spirituali degli abitanti di quella pianura»[3].
Dallo stesso ordine di idee nasceva la politica doganale della vecchia Italia, anche essa uno dei tanti processi di pietrificazione applicati alla società italiana. A differenza dell'Italia contemporanea, gli Stati italiani di prima del 1848 fecero libera la importazione del grano; o la tassarono di diritti minimi, imposti per fini fiscali, non per favorire come si fece dopo un «ordine privilegiato dalla fame pubblica.» Così la Toscana, che nel 1842 aveva stabilito un leggero dazio sul grano, sopravvenuta la carestia nel 1846 lo abolì senza tanto cavillare e tergiversare, come fece, cinquant'anni dopo, un altro governo; perchè il popolino doveva vivere ben pasciuto; le derrate dovevano vendersi a prezzi vilissimi; i pericoli delle carestie esser ridotti a meno che si potesse da saggie misure di previdenza pubblica. Il Duca di Modena accumulava nei granai pubblici, durante gli anni di abbondanza, per sovvenire al popolo negli anni magri, e salvarlo dagli usurai e dalla fame. Pane in piazza, era il primo principio di quell'arte antica di Stato.
Ma al liberismo agrario corrispondeva un fiero protezionismo industriale, soprattutto negli Stati austriaci, nel regno delle Due Sicilie e nello Stato pontificio. Nel 1846 un cardinale dichiarava in Roma allo Zobi che la libertà di commercio e il giansenismo erano due forme di errore sorelle; tanto è vero che il solo Stato che inclinasse un poco alla libertà di commercio, la Toscana, era quello che aveva dato motivo di maggior scandalo, con le inclinazioni di alcuni suoi prelati agii errori del giansenismo[4]. La libertà di commercio era considerata come una teoria funesta allo Stato; ciò che ci spiega facilmente come mai l'Italia rivoluzionaria sia stata tenuta al fonte battesimale del libero scambio; fede dalla quale essa doveva fare così presto apostasia.
Sennonchè il protezionismo industriale della vecchia Italia era ben diverso dal protezionismo industriale dell'Italia contemporanea. Questo è la conclusione di una politica nello stesso tempo oligarchica e rivoluzionaria, plutocratica e sovvertitrice; che aggrava la disuguaglianza delle fortune; che affretta la formazione di una oligarchia di milionari e di un proletariato industriale ammucchiato e turbolento al nord dell'Italia; che porta con sè l'aumento dei bisogni, la crescente costosità della vita, la universale avidità del denaro, l'idolatria delle apparenze, la dissoluzione morale delle classi medie, la miseria delle plebi rurali, la fermentazione di tutti gli spiriti di progresso e di rivoluzione, di tutte le audacie buone e cattive, l'instabilità sociale, la contradizione tra i desiderii e la realtà, lo sforzo violento della invidia che tenta colmare l'abisso tra gli uni e l'altra.... Il protezionismo della vecchia Italia era invece un procedimento di mummificazione della società; mirava a salvare l'antico artigianato dalla concorrenza delle grandi manifatture inglesi e francesi, l'antica semplicità del vivere dalle seduzioni alla nuova varietà e molteplicità dei consumi. L'industria era allora in Italia esercitata da un ceto di artigiani, lavoranti in casa o in piccoli laboratori; e il commercio dei manufatti era quasi un privilegio ereditario di poche famiglie di mercanti. Un ceto operaio ignorantissimo, che si serviva di un macchinario rozzo, che applicava ostinatamente una tecnica tradizionale; nemico, per stupidità e misoneismo, di qualunque ragionevole novità industriale; quasi dovunque violento e facile al sangue, tale era la popolazione urbana nella vecchia Italia. Questi artigiani fabbricavano cose di qualità buona ma costosissime, perchè la rozzezza della tecnica era causa di un grande spreco di lavoro; in compenso però essi stessi erano un popolo di grandi fanciulli, violenti, imprevidenti, ignoranti, fanaticamente conservatori, pronti al coltello, che potevano facilmente esser governati da un regime di beneficenza e di terrore alternati. Difatti, proprio in mezzo a questo popolino, che odiava ogni cosa nuova, la vecchia Italia trovò quei settari che, specialmente negli Stati della Chiesa, pugnalavano i campioni delle idee liberali. I vecchi governi italiani erano dunque portati dalla forza stessa delle cose a proteggere questo ceto di pretoriani del vecchio regime; onde, quando la industria forestiera cominciò, tra il 1831 e il 1848, a voler portare in Italia, contro la solidità tradizionale e costosa dei lavori dell'artigianato, la brillante caducità a buon mercato delle cose sue, studiando di comunicare al pubblico quella volubilità di gusti divenuta ora universale, i governi corsero subito al riparo, inasprendo il protezionismo.
Di questa politica che rendeva difficili le rivoluzioni industriali e commerciali, era ad un tempo conseguenza e parte integrante tutta l'opera sociale e morale di quei governi, intesa a mortificare una delle passioni, cresciuta poi a dismisura nella nuova Italia, come nella nuova Europa: la cupidigia dei subiti guadagni. Il self-made-man non era punto l'eroe di quella società, nella quale lo Smiles, il Plutarco dell'êra borghese, sarebbe stato giudicato autore di libri malsani, atti a corrompere l'immaginazione e il cuore dei giovani. La società della vecchia Italia era come una chiesa antica e venerabilissima, nella quale tutto è stato santificato dalla pietà dei fedeli; le lampade vecchie di secoli, le pietre del pavimento sconnesse e logorate da milioni di piedi, dove nulla si può toccare senza commettere sacrilegio; onde la virtù vera consisteva a quei tempi in rassegnarsi al grado di fortuna toccato in sorte nascendo, in saper rimpiccolire in ogni modo il proprio essere. Lo spirito di avventura, la ambizione di ingrandire sè e la propria fortuna, l'energia personale che vince gli impedimenti della nascita oscura; tutte queste che poi furono considerate come le prime virtù dell'uomo sembravano allora tentazioni del diavolo, perchè contenevano un principio di rivolta contro l'ordine delle cose vigente.
Così si capisce perchè la vecchia Italia si sia mostrata tanto diffidente contro le nuove banche che si fondavano in Inghilterra e in Francia; e si sia contentata di conservare gli storici banchi del medio evo, istituzioni mirabili e prettamente italiane, ma che potevano soltanto bastare alla conservazione di traffici tradizionali, non al crescere di un nuovo commercio. È curioso a questo proposito che il trapasso alle istituzioni bancarie moderne sia segnato in Italia dal cambiamento di sesso della parola che le indica, che da banco, come era nel vecchio italiano, diventa banca, alla francese. Basti dire che non ci fu mai modo di persuadere Ferdinando II a fondare una sola succursale del Banco di Napoli fuori di Napoli, salvo due casse istituite nel 1843 a Messina e a Palermo, neanche quando il Banco aveva nel suo tesoro più di 120 milioni[5]. Così successe che tra il 1830 e il 1848 l'Italia godè di una inutile abbondanza di capitale, che giaceva ozioso, nascosto in fondo alle calzette, sotto i materassi e sepolto nei forzieri. La popolazione era più scarsa; la terra rendeva discretamente; i governi sprecavano poco; il vivere era meno caro perchè più povero di bisogni: l'Italia poteva così risparmiare: ma gli impieghi industriali e finanziari essendo pochi, il capitale ristagnava. Erano intatti gli anni in cui a Torino si dovevano puntellare le vòlte della tesoreria, perchè i sacchi di marenghi non le sfondassero; i tempi in cui in Lombardia i proprietari di terre mutuavano facilmente al 4% senza ipoteca, onde prima del 1848 si poterono dissodare molte terre e diffonder per la Lombardia la coltura del gelso e l'allevamento dei bozzoli[6]; erano i tempi in cui, intorno al 1840, Leopoldo II si risolveva a intraprendere la bonifica della maremma, specialmente in considerazione di una grossa somma di denaro che dormiva nelle casse del tesoro, e che parve giusto di impiegare in qualche modo[7].
Insomma nessuno aveva ancora gridato all'Italia la frase del Guizot, la parola della nuova alla vecchia Europa: Enrichissez-vous. Gli incantesimi spesso pericolosi con cui la borghesia degli affari è riescita a svegliare dal lungo sonno e a far prorompere di sottoterra le fontane della ricchezza, erano ancora ignoti o detestati. I grossi mercanti di prima del 1848, la prosperità delle cui case era spesso opera di molte generazioni, consideravano le cambiali un poco come i ponti che il diavolo delle leggende costruisce sopra gli abissi; che da lontano paiono solidi, ma quando il peccatore orgoglioso ci monta sopra, il ponte sparisce in niente e il peccatore precipita. Firmare una cambiale era per essi quasi un disonore. Eguale prudenza, e, diciamolo pure, prudenza onesta ben maggiore di quella che la nuova Italia ha mostrato, usavano i governi di allora nel trattar la moneta pubblica; in modo che essa non fu mai falsificata e adulterata da nessuno di quei disonesti artificii, che divennero dopo così comuni. La vecchia Italia usò sempre moneta d'argento e d'oro; e nel regno delle Due Sicilie le fedi di credito del Banco di Napoli, come allora si chiamavano i biglietti, valevano più dell'oro, come succede ora ai biglietti della banca imperiale germanica, ma come non è mai successo ai biglietti di banca della nuova Italia[8].
Questo differente stato morale della vecchia Italia si manifesta mirabilmente nella corruzione amministrativa di allora, così diversa da quella presente. Gli alti funzionari di allora erano quasi tutti nobili e ricchi, che amministravano per onore e che per un senso di probità e fierezza gentilizio non rubavano, ma lasciavano invece per buon cuore rubacchiare i piccini, che non potevano fare gran danno e che così si ingegnavano a viver meglio; mentre nella amministrazione borghese successa dopo, più colta ma formata da una classe in cui erano stimolate tutte le ambizioni e tutte le cupidigie, i piccoli doverono rispettare i centesimini, ma i grandi rubarono i milioni.... In questo consiste tutta la filosofia della storia del Banco di Napoli. Sotto il governo borbonico i piccoli impiegatucci del Banco si ingegnavano per spillar qualche quattrino dai clienti rendendo quei piccoli servigi che un impiegato può rendere ai clienti di una grande amministrazione; spesso anche trascuravano il loro ufficio per altri lavori. Ma l'amministrazione del patrimonio, affidata a grandi personaggi, era così rigorosa, le regole per gli sconti così severe, e così osservate, che dal 1818 al 1861 sopra una media annua di 69 milioni di sconti e prestiti su pegno, le perdite furono in media di 65,000 lire l'anno[9]. Dopo il 1860 gli uscieri e gli scribi poterono ingegnarsi meno; ma si ingegnarono troppo intorno al Banco altri amministratori, ben più avidi e malefici.
È facile capire come questa corruzione spicciola contribuisse a conservare lo Stato, perchè giovava agli umili e non metteva a repentaglio la prosperità pubblica. Cotesta era una corruzione conservatrice; mentre quella che successe poi fu una corruzione rivoluzionaria, che generando la miseria di molti, mettendo in mezzo alla società lo scandalo di poche grandi fortune fatte col furto, dissestò la fortuna pubblica e turbò il senso morale del popolo e fu uno stimolo a desiderare forme più perfette di Stato.
Se dunque anche la corruzione amministrativa contribuiva alla politica della stabilità eterna, che fu propria della vecchia Italia, la politica intellettuale le portò il compimento. Che la vecchia Italia fosse poco amica della istruzione popolare è notissimo, e lunghe dimostrazioni sarebbero inutili, se anche nella Toscana, che pure tra il 1830 e il 1848 fu il più civile degli Stati italiani, si trovavano dei borghi di 10,000 abitanti senza scuole[10]. Sennonchè questa politica intellettuale, fatta di semplice astensione, era possibile rispetto al popolino, che poteva restare illetterato e ignorantissimo; ma non rispetto alla classe media e all'aristocrazia, che qualche cosa dovevano pure studiare, per la necessità stessa della loro funzione sociale. Che cosa poteva dunque esser dato a studiare a costoro, tra il 1830 e il 1848, senza che gli studi fossero veicolo di idee empie, stimolo di ambizioni malsane? I vecchi governi avevano stabilito censure più o meno rigorose; ma tutti sanno che il contrabbando delle idee è il più facile di tutti. Perciò quei governi apprestarono un'altra difesa, più potente: l'istruzione classica, con carattere specialmente letterario. Nelle scuole frequentate dalla classe media e dalla aristocrazia (collegi, il maggior numero, e sempre con ecclesiastici per insegnanti) si insegnavano soprattutto il latino e l'italiano: si insegnavano bene, ma non si insegnava altra cosa. I nostri nonni imparavano davvero a leggere il latino e a scrivere l'italiano, l'italiano pretto dei classici, la pura lingua letteraria, la cui tradizione era conservata con molto zelo nelle scuole dei vecchi governi, anche di quelli stranieri, come l'austriaco. Fedeli in tutto alla tradizione, i vecchi governi erano in filologia puristi: cosicchè sino al 1848 tutte le scritture degli uomini colti furono scritte in pretto italiano, dalla requisitoria del poliziotto austriaco che voleva mandare sul patibolo il Confalonieri, ai libri dei medici, degli scienziati, degli eruditi. La rivoluzione nazionale imbarbarì poi la lingua in quel gergo bastardo in cui oggi si scrive ogni cosa: le leggi, i giornali, il maggior numero dei libri, e dal quale bisognerà trar fuori una nuova lingua letteraria, nostra e bella, viva e limpida, che non sia nè la lingua arcaica ora in uso in una certa letteratura, nè il miscuglio fangoso in cui si appesantisce il pensiero del maggior numero degli altri scrittori. Era quella dunque una coltura tutta letteraria, che insegnava a curare una forma la quale doveva restare vuota di ogni contenuto di idee vive e di cui il maggior numero degli uomini colti del tempo si accontentava; perchè gli uomini si appassionavano per le questioni sostanziali nei tempi di rapidi e molteplici mutamenti sociali, per le questioni formali nei tempi di universale osservanza delle tradizioni. D'altra parte l'educazione puramente letteraria, il culto della forma, il classicismo, cioè l'ammirazione delle opere antiche professata secondo certi canoni fissi, convengono interamente a una società che vive di tradizioni, perchè sono una scuola eccellente dello spirito di conservazione. Gli uomini hanno immaginato mille prigioni per serrarci dentro la infinita energia espansiva e sovvertitrice del pensiero umano; le carceri, la povertà, l'infamia, la morte; sempre invano però! perchè una sola è la prigione capace di contenere il pensiero: il carcere di formole irrigidite, la gabbia di parole che hanno perduto il loro significato, il sepolcro di antiche scritture ormai vuote di senso. Dal momento in cui le classi colte di un paese si danno a curare la propria lingua come una lingua morta e a lavarne continuamente il cadavere; quando esse prendono a considerare certi capolavori della loro arte antica come i tipi perfetti soli ed eterni della bellezza, che si devono ricopiare indefinitamente, senza tentar cose nuove che sono di per sè inferiori alle antiche, il loro spirito si chiude alle novità sostanziali, ripugna ai rivolgimenti ideali che precedono o almeno accompagnano i rivolgimenti sociali. Il Settembrini si meravigliava che il governo borbonico lasciasse il Puoti, il celebre purista di Napoli, insegnare a 300 giovani l'amore dei trecentisti, dimostrando ancora una volta la nobile ingenuità del suo animo e la abilità del governo borbonico; il quale sapeva che quei limatori di aggettivi, quei futuri puristi che sarebbero caduti in convulsioni a udire un francesismo, sarebbero stati quasi tutti buonissimi conservatori, salvo pochi così perversi che sarebbero usciti liberali anche dalla educazione del più fanatico prete. In un certo senso, i più formidabili baluardi della vecchia Italia contro l'avvenire erano allora l'Accademia della Crusca e la Rettorica di Aristotele; perchè gli studi letterari servirono fino al 1848 a cristallizzare le idee degli Italiani, come lo studio del Corano serve a cristallizzare quelle dei Turchi. Negli studi della letteratura classica si preparava il personale delle amministrazioni italiane di quei tempi, come adesso con lo studio del Corano si prepara la burocrazia turca; e così quel personale riesciva facilmente pieno di un fanatico spirito conservatore, che metteva in armonia l'amministrazione con il governo.
Infine la vecchia Italia trovava le ultime seduzioni alla neghittosità sociale, nella universale pigrizia e gaiezza. La vecchia Italia era poco laboriosa e allegra; sapeva asciugar presto le lagrime e non conosceva quegli esaurimenti ereditari che hanno tanto incupito, dopo, il carattere italiano. I proprietari abbandonavano le terre ai fattori e ai coloni, non passavano in campagna che qualche mese di autunno, ma non per sorvegliare i contadini in un lavoro di cui essi del resto non sapevano nulla, ma per convitare gli amici e divertirsi; poi tornavano, alle prime nebbie invernali, in città, a oziare tra il caffè, la piazza, il salotto e il teatro. Un principio di rivolta contro questa neghittosità si nota qua e là tra il 1830 e il 1848; ma sono voci solitarie che ammoniscono un popolo di sordi. Nel 1845 si istituisce a Ravenna una società di agricoltura, di cui fu presidente il conte Pasolini; tra il 1840 e il 1848 si discusse molto in Toscana nella Accademia dei Georgofili, e il Salvagnoli rimproverò aspramente ai «possidenti di ogni classe» la loro «vita oziosa e improduttiva»[11]; anzi il marchese Cosimo Ridolfi volle dare un esempio, ritirandosi sulle sue terre a istruire i contadini[12]. Proposito ed esempi singoli, che non trovavano imitatori, mentre la classe media — professionisti e impiegati — imitava l'ozio dei grandi, lavorando dolcemente, attendendo soprattutto al teatro, al giuoco del pallone o del biliardo. Il popolino degli artigiani applicava per conto suo un regime igienico di lavoro, senza intervento di ispettori governativi e di leggi sociali, ribellandosi a ogni disciplina rigorosa di lavoro, prolungando al lunedì le baldorie della domenica, osservando tutte le feste sacre e profane.... Innumerevoli erano del resto le feste di rito, quelle in cui i lavoranti riposavano, i mercanti chiudevano bottega, gli impiegati e gli scolari restavano a casa: tutti i momenti interveniva dal cielo qualche santo o santa a concedere per un giorno amnistia da quella pena del lavoro, a cui Dio condannò l'uomo nel paradiso terrestre. Forse solo la Turchia può oggi esser paragonata alla vecchia Italia, come società in cui le feste si seguano fitte, e in cui la vacanza sia una delle istituzioni cardinali dello Stato. L'ozio infine era tanto considerato come la condizione regolare della vita, che la vecchia Italia tollerava con indifferenza torme immense di mendicanti. L'elemosina era, nella vecchia Italia, una istituzione sociale organizzata da usi e leggi nelle case dei ricchi, nei conventi e nel governo, in grazia della quale prosperava un numerosissimo ceto di mendicanti. Nelle grandi città, nelle medie, nelle piccole, nelle grosse borgate di campagna vivevano torme di proletari oziosi, senza terra, senza arte, senza volontà di lavorare; vagabondi un poco per necessità, un poco per elezione; che si facevano nutrire e vestire dai ricchi, dai conventi e dal governo; che si aiutavano con furtarelli e professioni immonde, quali il lenocinio e la prostituzione[13]: torme superstiziose e violente che i governi accarezzavano e fustigavano, che a più riprese aizzarono sui novatori: vero semenzaio di criminali, che provvedeva il miglior personale alle bande di briganti, numerosissime e audacissime nelle campagne di quasi tutta Italia; e alle associazioni di malfattori, a volte, come la camorra, potentissime nelle città. Questa miseria oziosa, palude di abiezione che la nuova Italia, riescì in parte a prosciugare, non pareva ai vecchi governi dovesse esser curata, cercando di indurre quei vagabondi al lavoro; essi si credevano invece tenuti a sovvenir loro con le elemosine, a incoraggiarne cioè le inclinazioni all'ozio.
Tempi bizzarri! Perfino le ferrovie, che proprio in quei tempi cominciarono a comparire in Italia, non furono, prima del 1848 e specialmente nel regno delle Due Sicilie, che un pretesto di elemosine al popolino. Pochi fatti possono far meglio capire la natura di quei vecchi governi e mostrare come da un paese all'altro si possa falsare il carattere di una istituzione, che l'amministrazione delle ferrovie borboniche prima del 1848, e il modo con cui esse furon ridotte a esser quasi una succursale dei conventi e un pretesto per distribuire zuppe al popolo. La prima linea di ferrovie, la Napoli-Torre Annunziata risale al 1840: da questo anno al 1848 si costruirono in Italia solo 223 chilometri di ferrovie, di cui 113 nel regno delle Due Sicilie, 45 in Lombardia e 65 in Toscana. La vecchia Italia diffidava delle ferrovie; Ferdinando II le considerava come funeste al popolino, cui avrebbero rincarato il vivere, promuovendo l'esportazione dei generi agrari; il governo pontificio resistè lungamente a ogni proposta di costruzione. I pochi chilometri costruiti nel regno delle Due Sicilie, erano come un giuocattolo per divertire il popolino: consistevano di poche linee nei dintorni di Napoli, di cui una, quella da Napoli a Caserta, congiungeva le due reggie e serviva soprattutto alla corte; le altre erano usate dal popolino specialmente per scampagnate domenicali. In conseguenza, l'amministrazione si era data cura di togliere dal divertimento le occasioni di scandalo: tutte le stazioni erano provviste di una cappella; per espressa volontà di Ferdinando II non si ammettevano tunnels, i pertusi, come egli diceva, perchè immorali; nelle terze classi i viaggiatori in giacca e coppola, quelli cioè che avevano il cappello e la giacca, godevano di un ribasso negato agli scamiciati, allo scopo di far viaggiare il popolino vestito decentemente. La stazione era una specie di fôro, dove il re, al partire o arrivando, dava udienza al popolo. Gli impiegati delle ferrovie erano tenuti in conto di sudditi fedelissimi; formavano una aristocrazia tra la plebe napoletana, distinta con un segno di favore speciale dalla Corte e dal Governo. Non i bisogni del servizio o la capacità, ma la protezione di persone potenti faceva ammettere tra quel personale; mancavano i ruoli dei funzionari; accanto agli ordinari si ammettevano indefinitamente i soprannumeri, accanto a questi gli aspiranti al soprannumerato. Il re li considerava come i suoi protetti e beniamini, ai cui capricci più fanciulleschi qualche volta, nei momenti di buonumore, amava piegarsi. Una volta i capisquadra della officina dei veicoli gli chiesero che concedesse a ogni squadra di costruire a piacere un vagone, perchè si impegnasse una gara di immaginazione e di abilità tra le varie squadre; avendo il re accolta la domanda e dato il denaro, questi operai si baloccarono per diversi anni a fabbricare vagoni di forme strane, di cui uno era ancor in uso dopo il 1860, tutto noce e ferri cesellati, con i propulsori che uscivano da gole di leoni. Così uno dei trovati più rivoluzionari del secolo diveniva per quei governi un balocco buono per trastullare il popolo[14].
* * *
Ecco adunque chiaro che la opera vera della rivoluzione italiana fu di convertire una società dove tutto era tradizionale, in una società dove tutto fu instabile e mutevolissimo. È stato perciò un grande errore credere che la rivoluzione cominciata nel 1848 e finita nel 1870 sia stata solamente una rivoluzione nazionale; mentre il suo vero merito, quanto essa conteneva di pericoli e di possibilità future di grandezza, fu piuttosto nell'essere stata una rivoluzione antinazionale, che snazionalizzò il carattere della società nostra da quello che era stato negli ultimi due secoli. La rivoluzione fu nazionale in parte, in quanto si adoperò a rovesciare la signoria austriaca; ma in quanto si adoperò contro gli altri governi essa fu rivoluzione antinazionale. I governi della vecchia Italia erano per certe parti assai cattivi, ma non si può negare che fossero prettamente italiani, che rappresentassero tradizioni sociali e una forma di governo tutta nostra, che cercassero di conservare incontaminate la lingua e la coltura italiana. Come abbiamo visto, faceva parte dei loro stessi disegni di conservazione sociale l'avversione contro le istituzioni, le idee e le invenzioni quasi tutte straniere, che formano la civiltà moderna. La gloria appunto della rivoluzione italiana fu di aver rotto in guerra contro la tradizione locale, di aver parteggiato per istituzioni, idee e costumi forestieri; per le diverse filosofie razionaliste contro i rammodernamenti della scolastica tradizionali nelle scuole delle vecchia Italia; per il romanticismo contro il classicismo; per le ferrovie, la grande industria e la vita a larghi consumi, contro il modesto sempre eguale e ozioso vivere della vecchia Italia. La società della vecchia Italia, pur essendo prettamente italiana, si era mummificata, aveva ridotta la sua esistenza a una eterna e vuota ripetizione; come avrebbe potuto l'Italia rinascere e rivivere, se quella vecchia società non cadeva? Aver cominciato questa opera necessaria di distruzione è stata la gloria dei rivoluzionari del 1848. Lo so: questa rivoluzione fu compiuta in modo ben doloroso e con terribili sprechi e turbamenti di tutte le cose; ma è meglio si sia fatta così che se non si fosse fatta. I popoli hanno bisogno, di tempo in tempo, di questi rivolgimenti di istituzioni, costumi ed idee che rinnuovano il loro carattere. Come la merry England del secolo XVI è diventata la melanconica e puritana Inghilterra del XIX; come l'Italia del 500 non è più quella del 300, così l'Italia del secolo XX non dovrà esser più quella della prima metà del nostro secolo.
La vecchia Italia, ignorante, allegra e pigra non è più; l'Italia vuol farsi più laboriosa, più colta, più seria; più consapevole dei fini supremi della vita. Purtroppo noi siamo ancora lontani dal profondo e soave riposo del rinnovamento compiuto; noi siamo esausti dal sostenere l'immensa fatica del rinnovamento in via di farsi dentro di noi. Chi riconoscerebbe più nell'Italia contemporanea l'Italia grassa e gaia e triviale, la pingue comare che sino al 1848 divertì con i suoi carnevali l'Europa? La pingue comare è diventata esile come una santa dedita a discipline estenuanti. La terribile fatica la ha consunta; le sue mani si sono fatte diafane; le sue guancie si sono infossate, i suoi occhi scintillan di febbre, il suo spirito esausto è tormentato di tempo in tempo da allucinazioni terribili; il suo corpo da piccole ma dolorose convulsioni periodiche. È la prova da cui essa potrà uscire a una condizione superiore di salute, se non si avvilirà sotto la sofferenza presente e se saprà espiare utilmente gli errori passati.
IL BRIGANTAGGIO MERIDIONALE
DURANTE IL REGIME BORBONICO
CONFERENZA DI FRANCESCO S. NITTI.[15]
L'anno scorso, in luglio, io ero a Strasburgo, nella solenne città dei Nibelunghi, sacra pur nella leggenda al dissidio e alla guerra.
E, nella gentile ospitalità della famiglia di uno scienziato tedesco, si discuteva la sera della Germania e dell'Italia, dello stato sociale dei due paesi e di scienza e d'arte. Per quella strana curiosità che i paesi del sole svegliano sempre nelle genti del Nord, le fanciulle sopra tutto non mi chiedevano che del Mezzodì.
— Che nome ha la terra in cui siete nato? — mi chiese di un tratto la vecchia padrona di casa, che nei suoi giovani anni (una giovinezza che cominciava già a declinare alla caduta del potere temporale dei papi) era stata nel Mezzogiorno d'Italia.
— Sono di Napoli, — risposi.
— Proprio di Napoli?
— No, di una terra ancora più meridionale, della Basilicata. —
La mia provincia, sopra tutto da quando ha il nome attuale, ha una storia di assai mediocre interesse per la civiltà. Mi accorsi che il nome riesciva nuovo e volli precisare.
— È una terra — io dissi — molto grande, grande la terza parte del Belgio, grande più del Montenegro; non ha città fiorenti, nè industrie. La campagna è triste e gli abitanti sono poveri. È bagnata da due mari e l'uno e l'altro hanno costiere assai malinconiche; dintorno ha le Puglie, i Principati e le Calabrie.
I nomi di queste terre dovettero produrre una certa impressione; poichè la mia interlocutrice non mi fece quasi finire.
— Il vostro, — mi disse — se è tra la Calabria e le Puglie, deve essere il paese dei briganti. —
E allora fu dintorno un movimento di curiosità viva; come sono? li avete conosciuti? vestono ancora come nelle vecchie stampe? Le domande mi piovevano d'ogni parte; e la figliuola gentile del mio ospite, che così bionda e bella e solenne parea Elsa, insisteva più delle altre: — Raccontate, raccontate le storie del vostro paese. —
Io rimasi come interdetto: che cosa dovevo dire? Vi era tanta ingenua e tanta simpatica curiosità, che non avevo ragione di offendermi. Protestai timidamente: dissi che i briganti sono oramai nella leggenda, come i cappelli a punta e i fucili a tromba. Credettero che io non avessi voluto dire per pregiudizio o per prudenza; e gli occhi continuarono a fissarmi con curiosità incredula.
Io non prevedevo, o signore, o signori, che sarei venuto dopo meno di un anno, dinanzi a voi a parlare non dirò delle storie, ma di uno dei lati più interessanti della storia del mio paese.
E questa volta posso parlarne senza rancore, senza vergogna; poichè a voi posso dire di più, e voi potete intender meglio.
Noi ci conosciamo così poco in Italia, che di ciò che è la parte fondamentale della storia del nostro paese abbiamo nozioni e criteri spesso contrari alla realtà.
Il brigantaggio meridionale, ancora per il maggior numero degli italiani è circondato di leggende e di misteri paurosi. Sarò molto fortunato se mi sarà dato esaminare senza prevenzioni un fenomeno che attende ancora il suo storico — e intorno a cui si sono accumulati gli errori più strani e le credenze più assurde.
Ogni parte d'Italia, oserei dire ogni parte di Europa, ha avuto banditi e malviventi, che in periodi di guerra o di sventure hanno dominata la campagna e si son messi fuori della legge. Si può dire anzi che, in alcuni paesi dell'Europa centrale, il brigantaggio sia stato per secoli una vera istituzione: e i banditi della Germania, che i romantici hanno troppo spesso idealizzato, in brutalità e in ferocia hanno segnato pagine assai più sanguinose delle nostre.
I masnadieri tedeschi, che l'individualismo romantico e il favore della leggenda circondarono di simpatia erano spesso veri malviventi; molti dei briganti meridionali, che ebbero nella loro condotta un lato cavalleresco, o per lo meno non furono rozzi delinquenti, non trovarono invece poeti o romanzieri che avessero saputo appropriarsi il lato ideale della leggenda. Nè gli storici e gli statisti penetrarono spesso le cause di tanto male.
Ma vi è stato un paese in Europa in cui il brigantaggio è esistito si può dire sempre e non è finito se non ai giorni nostri; un paese dove il brigantaggio per molti secoli si può rassomigliare a un immenso fiume di sangue e di odî, cui sono affluiti tutti i rivoli del dolore, della ingiustizia, e della delinquenza; vi è stato un paese in cui per secoli una monarchia si è basata sul brigantaggio, che è diventato come un agente storico di grande importanza: questo paese è l'Italia del Mezzodì.
Per quanto io sappia, anche le monarchie più potenti non sono riescite a estirpare del tutto il brigantaggio dal reame di Napoli. Tante volte distrutto, tante volte risorgeva; e risorgeva spesso più poderoso. Il sangue genera il sangue — e spesso più la repressione era feroce, più grande rinasceva il male. Come le cause non erano distrutte, nè si poteva, ogni repressione era vana.
Così vediamo in tempi assai vicini a noi i briganti riunirsi in bande numerose, formare dei veri eserciti, entrare nelle città, spesso trionfalmente, imporre al Governo patti vergognosi; vediamo intere città distrutte dai briganti e questi spingersi non di rado fin sotto le mura della capitale.
Ancora adesso percorrendo le terre ove più il malandrinaggio e il brigantaggio hanno celebrato i loro fasti, ci accorgiamo subito che non solo la leggenda è viva, ma che non sono morti i sentimenti che generarono il male. Per le plebi meridionali il brigante fu assai spesso il vendicatore e il benefattore: qualche volta fu la giustizia stessa. Le rivolte dei briganti, conscenti o inconscenti, nel maggior numero dei casi ebbero il carattere di vere e selvagge rivolte proletarie.
Ciò spiega quello che ad altri e a me è accaduto tante volte di constatare; il popolo delle campagne meridionali non conosce assai spesso nemmeno i nomi dei fondatori dell'unità italiana, ma ricorda con ammirazione i nomi dell'abate Cesare e di Angelo Duca e dei loro più recenti imitatori.
Non ho mai visto in mano a un contadino un libro popolare sull'unità italiana: ho visto spesso, insieme ai Reali di Francia, la rapsodia dell'abate Cesare e la Bellissima istoria di Angiolillo, e tuttavia il dramma di Peppe Mastrilli appassiona ed esalta le menti.
Ancora adesso, nelle lunghe sere d'inverno, nelle notti vegliate, nelle soste del lavoro, trasformate e ingigantite dalla leggenda si ripetono con compiacenza le storie dei briganti.
È tutto questo un male? Io non vorrei dire e non saprei.
Le cause che hanno prodotto per tanti secoli il brigantaggio non sono ancora del tutto rimosse — e il male è che esistano, non che esistendo operino e, scomparso il brigantaggio, producano effetti di altra natura, ma sempre egualmente dolorosi.
* * *
Si può dire che, durante tutto il vicereame spagnuolo e il regno dei Borboni il brigantaggio sia stato una delle parti più interessanti, se non la più interessante della storia meridionale.
Era il più delle volte un vero malandrinaggio: contadini affamati, o perseguitati dalla così detta giustizia baronale, si riunivano in bande, sceglievano un capo più intelligente o più feroce, e si davano, come si diceva allora, alla campagna, per rubare e per uccidere. Se i capi erano il più delle volte persone nate a delinquere, i gregari, gli oscuri erano sofferenti, che avean torti da vendicare, o contadini ridotti a una vita quasi bestiale, e che desideravano, per qualche anno almeno, saziare la fame e vendicare le offese.
E tutto incitava al brigantaggio. Ancora adesso in Basilicata o in Calabria, in Abbruzzo o nel Cilento, percorrendo la campagna tristissima, ove alcune croci sorgono a ricordare ai passanti antichi misfatti, la natura dei luoghi ci spiega in gran parte ciò che è accaduto.
I paesi sono messi in alto sui monti, al riparo dalla malaria e dai malviventi. I torrenti non arginati, le boscaglie nane e piene di sterpi, la mancanza quasi assoluta di case non possono essere che condizioni predisponenti al male.
Se pensate a ciò che è stata la feudalità nell'Italia meridionale, come vi si sia radicata per secoli, e come, mutate le forme, in qualche provincia duri tuttavia, vi spiegherete lo svolgersi e l'espandersi del brigantaggio. Ma nulla vi contribuì di più della immoralità profonda della dominazione spagnuola, durata per sì lungo volgere di tempo.
I baroni prepotenti erano attorniati da tal gente ed esercitavano giustizia in tal modo, che dovevano eccitare alla rivolta anche gli spiriti più miti. Essere inquisito, cioè aver commesso dei reati, essere ciò che noi diremmo un criminale, era un requisito quasi indispensabile per essere ammesso al servizio di un barone. Mancava ogni fede pubblica e privata; le università che con grandi sforzi riescivano a riscattarsi erano rivendute dagli stessi sovrani che davano l'esempio della disonestà. In alcuni casi e non rari i baroni stessi partecipavano al brigantaggio e lo proteggevano, sia per misura di difesa, sia per desiderio di guadagno. Or le classi povere, che non avevano nessuna fede nella giustizia, che in alcuni luoghi doveano sostenere una lotta impari contro la perfidia della natura da una parte e i cattivi ordinamenti sociali dall'altra, non doveano nè poteano avere verso i banditi, cioè verso coloro che si mettevano in lotta aperta con la società, alcun sentimento di avversione.
Come accade in tutti i periodi di violenza, in tutti i periodi di anarchia, gli elementi peggiori prevalevano e dominavano; in una società in cui la violenza e la ferocia eran mezzi di lotta, le nature più perverse s'imponevano. Così in epoca più vicina a noi fra Diavolo e Mammone, Parafante e Taccone, mostri di crudeltà prevalgono sugli altri; ma non tutti coloro che li seguivano erano crudeli e feroci allo stesso grado, nè tutti erano usciti dal consorzio civile per causa di misfatti e di violenze.
Quando un contadino vedeva un suo pari mettersi contro le leggi e quindi non soffrire più la fame e salire qualche volta in potenza e trattare coi grandi della terra e averne onori, dovea ben sentire qualche invidia. Che importa il pericolo? Il pericolo ha anch'esso le sue attrattive, e un anno di vita vissuta bene, vale agli occhi delle nature più impazienti e più vive assai più di una lunga vita vissuta male.
Durante la dominazione spagnuola, nel 1559, è stato possibile a un bandito famoso, a Re Marcone, andare realmente a prender possesso della città di Cotrone e battere le truppe regolari. Alla fine del secolo decimosesto Benedetto Mangone, Marco Sciarra e Battinello erano i veri arbitri di alcune province. E non poche volte si videro i briganti spingersi in gran numero fin sotto le mura di Napoli, bloccare la capitale e mettere in pericolo la sicurezza del governo.
Anche prima i banditi erano stati molte volte una forza politica di cui i sovrani si erano serviti contro i baroni e i baroni contro i sovrani. Ma, durante la dominazione spagnuola, cioè per più di due secoli, non vi è stata guerra combattuta con le forze interne del Regno, in cui una delle parti nemiche non abbia adoperato i banditi.
Province intere, per secoli, furono al di fuori di ogni legge, sotto la dominazione diretta o indiretta dei banditi, sotto la persecuzione di un ordine feudale, che era tanto più esigente in quanto i baroni solevano vivere in città.
Il brigantaggio era una gran forza da usare negli estremi perigli: i Borboni che con Carlo III aveano cercato fiaccarlo se ne valsero più tardi per riconquistare il reame e per tenere a freno, per sessant'anni, le classi ricche o colte.
La storia dei Borboni, dopo Carlo III, è anzi strettamente legata a quella del brigantaggio. Furono i briganti che a Ferdinando IV riconquistarono il reame nel 1799; furono essi che tentarono, durante la dominazione francese, di riconquistarlo una seconda volta e che più tardi furono adoperati, e non in una sola occasione, contro la borghesia aspirante a riforme politiche, o malcontenta.
Per la prima volta forse nel mondo civile passando sopra ogni legge morale, i Borboni osarono scegliere come cooperatori i banditi più infami: alcune belve crudelissime ebbero grado di colonnello o di generale, titolo di marchese o di duca e laute pensioni, come se fossero vecchi e gloriosi generali; ebbero l'amicizia del sovrano e attestati di pubblica stima. È una non interrotta serie di fatti di tale natura, che va dai mostri della reazione del 1799 a Giosafat Talarico e ancora più tardi ai tentativi di reazione posteriori al 1860.
Io non credo che la lotta di classe sia base della vita sociale dei popoli; non credo che sia metodo di trasformazione; non credo che dal bandire e dal propagare questa lotta potrà uscire la pace.
Ma se un governo si è mai basato sul dissidio delle classi, è stato il governo dei Borboni di Napoli. L'aristocrazia e la borghesia liberale, entrambe scontente, hanno avuto per un secolo sospesa sul capo la minaccia di rivolte proletarie a servizio della monarchia. Ne fu tutta colpa loro, ma delle circostanze storiche; poichè non bisogna mai dimenticare che i Borboni vennero a Napoli animati da spirito di riforme e che essi e i loro ministri, per sessanta anni almeno, non fecero che nimicarsi l'aristocrazia e il clero, poichè ne limitarono la potenza. La rivoluzione del 1799 appare appunto composta degli elementi più vari: ed erano in essa numerosi ecclesiastici e moltissimi nobili, che alla monarchia centralizzata preferivano qualsiasi altro regime.
In Italia la feudalità non ha avuto forse mai salde radici; solo a Napoli e in Sicilia è stata potente, e le sue tradizioni sono tuttora vive. Trapiantata dai Normanni in tutto il suo vigore, ha trovato, per espandersi e per durare, tutte le condizioni favorevoli. La tenue densità della popolazione, una larga superficie malarica che impediva e impedisce la popolazione sparsa e l'accumula solo in alcuni luoghi, il debole sviluppo degli scambi determinavano l'esistenza e la potenza della feudalità.
D'altra parte faceva riscontro una borghesia, nata non già dal traffico e dalla industria, ma da tre funzioni che la rendevano ugualmente odiosa al popolo: l'intermediarismo agrario, il piccolo commercio del danaro, le professioni liberali e sopra tutto l'avvocatura.
L'intermediario della terra non era un coltivatore, ma aveva il più delle volte una funzione puramente parassitaria; agente del barone o del signore, che viveva in città, cercava di arricchire sui fitti brevi e più avea bisogno di vivere (non dirò di arricchire) più incrudiva sui coltivatori. Il piccolo commercio del danaro, che dava all'usura agricola forme forse non più viste altrove, dura tuttavia ed è stata origine assai frequente di arricchimento. Infine l'avvocatura, sempre disposta a dimostrare le ragioni del più forte, sempre difenditrice delle usurpazioni delle terre popolari, abilissima nei sotterfugi, toglieva alla classe intermedia ogni fiducia. Il Colletta chiamò l'avvocatura peste del reame di Napoli; e lo storico illustre delle finanze napoletane, Ludovico Bianchini, riconosce che per secoli essa in ogni occasione si mostrò sempre pronta a sostenere la cattiva disciplina di governo.
Rappresentava e rappresenta forse tuttavia la parte più attiva, più intraprendente, più audace: ma era ed è senza dubbio causa di dissoluzione e di corruzione, rendendo più difficili i rapporti sociali e corrompendo in ogni guisa tutte le magistrature. Il parlamentarismo anzi, piuttosto che mitigare il male l'ha esacerbato, annullando ogni dignità della magistratura e creando il tipo infame dell'avvocato politico, che in passato non esisteva e non poteva esistere.
Uno degli studi più interessanti sarebbe quello della distribuzione territoriale del brigantaggio. Senza dubbio le condizioni geografiche agivano sopra tutto; ma dopo di esse in prima linea le condizioni economiche.
Le provincie che hanno più sofferto il brigantaggio sono state la Basilicata e il Principato Citra, nella parte sua più povera; vengono dopo alcune zone dell'Abbruzzo e della Calabria, nella parte ove il concentramento della proprietà era maggiore. Ma dovunque le ragioni sono identiche.
Le cause predisponenti del brigantaggio erano numerose: alcune sono scomparse, qualcuna ancora permane.
La prima, la vera, la grande causa era la miseria.
Alla vigilia della rivoluzione francese, nel 1786, il reame di Napoli aveva appena 4,800,000 abitanti. Ora il reddito del reame, in un'epoca in cui le industrie erano scarse e pochi i commerci, era tenue: era un reddito quasi esclusivamente agrario, quale potea venire da un paese a cultura estensiva e in gran parte pastorale. L'intero reddito dei feudi era calcolato a oltre 4 milioni di ducati, esenti da tributi e i feudatari aveano innumerevoli diritti, l'uno più gravoso dell'altro per i cittadini. Di oltre 2000 comuni appena 384 erano demaniali, cioè dipendevano direttamente dal Re. Il numero dei famigli e dei dipendenti dei baroni, che applicavano i diritti feudali senza scrupoli, era eccessivo: eccessivo più ancora il numero delle pretese. Circa 10 milioni di ducati prendevano sotto ogni titolo gli ecclesiastici, e il loro numero sommava a oltre centomila, cioè vi era un ecclesiastico per meno di ogni 50 abitanti. Popolazione enorme e improduttiva, non forse però più enorme di quello che sarà fra breve il numero dei professionisti usciti dalle università, dei diplomati delle scuole secondarie, spostati desiderosi di impieghi e quindi bisognosi di mutazioni.
Quale poteva essere la vita del popolo? Una vita grama e stentata; una vita di miserie e più ancora di depressione morale. In alcuni feudi i baroni erano implacabili nel pretendere che il molino fosse un loro monopolio; e il pane si cuoceva sotto la cenere ed era negato ai contadini ciò che hanno anche le popolazioni più misere e meno progredite.
«Il brigantaggio — conchiudeva tristamente l'on. Massari — diventa in tal guisa la protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche e secolari ingiustizie.»
Le genti dell'Italia meridionale, risultato delle mistioni di razze sì varie, hanno forse da tanti incroci, forse più ancora dalla rapidità loro nell'ideare, una vaga tendenza alla vita di avventure. Vi è, sopra tutto nelle genti di Basilicata e di Calabria un senso di misticismo inconscio, che invade l'anima popolare.
Non è il misticismo gentile e delicato, che penetrò l'anima di Francesco d'Assisi: ma un misticismo rozzo e quasi selvaggio, com'è quello che dovè albergare nell'anima di Gioacchino di Fiore, il calavrese abate Gioacchino, che esercitò appunto il suo rude apostolato nei monti di Basilicata e di Calabria.
In quelle aspre regioni ogni paese, ogni zona, ha il santuario lontano, in cima ai monti; chiese perdute tra i boschi, o costruite su antiche caverne, abitate da pellegrini o da santi. Si va ai santuari, dopo aver digiunato, pregando per via, qualche volta con i fiori in cima alle canne, gli umili fiori dei campi e dei boschi: molto spesso si va a piedi nudi, salmodiando e orando. Lunghi cortei di uomini e di donne salgono le erte faticose fino ai luoghi da cui si spazia l'orizzonte lontano. Nei lunghi pellegrinaggi il misticismo si trasforma; diventa qualche volta desiderio di avventure. Il pellegrino è ora più che non si pensi il precursore dell'emigrante; in altri tempi era il precursore del brigante. Nulla di più naturale che, nelle lunghe notti vegliate, nelle lunghe vigilie, nell'incontrarsi con genti nuove, sorga un bisogno di andar lontano e di espandersi. La terra maligna, che dà la febbre e uccide, discaccia. La razza sabellica ama l'intrapresa e l'ignoto; la Basilicata, che non ha la quarta parte della popolazione di Toscana, manda fuori di Europa assai più del doppio di emigranti all'anno. Senza dubbio la causa più profonda e più generale è la miseria; ma io non oserei dire che non vi sia in molti casi un bisogno di tentare e di cercare.
Ricordo, come se fosse ora, un vecchio contadino del mio paese tutto bianco, ma diritto tuttavia come un abete delle montagne. Andava al Brasile: non possedeva che cinque lire e il biglietto d'imbarco; non sapeva leggere, non avea nessuna nozione dei paesi dove si recava. Sapeva solo che altri della sua terra vi era stato. Gli chiesi da qual parte fosse il Brasile: mi rispose solo che era lontano, assai lontano che non si potea misurare quanta fosse la lontananza. E mi accennò con la mano in aria, come per indicare qualche cosa di strano e di indeterminabile. Quando gli domandai che cosa avrebbe fatto: — E chi lo sa? — mi rispose con la profonda filosofia meridionale, così piena di fatalismo e di tristezza; e non volle dire niente più. Avrebbe lavorato, avrebbe goduta quella che gli pareva la grande ricchezza, cioè mangiare fino alla sazietà, come a Natale, come a Pasqua; sarebbe morto forse.
Le anime inquiete non potendo far meglio ora emigrano; allora l'unica professione possibile per chi non volea rassegnarsi a una vita bestiale era il brigantaggio.
Così si spiega che tra i briganti noi troviamo alcune figure di veri idealisti, alcune anime pur nella loro rozzezza, e qualche volta nella loro crudeltà, desiderose di giustizia e amorose del bene.
Ciò che qualche volta sorprende nell'Italia meridionale è vedere nei contadini più rozzi alcune finezze di sentimento e qualche volta anche fisicamente alcune figure le quali fanno pensare a razze nobili decadute. In un paese, che è stato teatro di tutte le guerre, in un paese che è stato per molti secoli la porta del Levante e in cui è stata contesa la signoria del mare, mutamenti frequentissimi hanno assai volte cambiata la condizione degli individui: sì che le nobili stirpi sono precipitate più in basso. Non è raro vedere nei tratti di un contadino qualche cosa che rivela un'antica grandezza, o l'abitudine di una vita non servile e non povera.
I patologi dicono che la malaria sia causa predisponente dell'isterismo e delle malattie nervose: certo traversando le zone malariche (sopra tutto dove la malaria è meno grave e non prostra addirittura gli individui) si notano subito le tendenze fantastiche degli abitanti, la loro tendenza verso l'ignoto, il bisogno della vita di avventura.
Adesso si emigra; quando l'emigrazione non v'era, il desiderio dell'ignoto produceva conseguenze ben diverse.
Altra causa che agevolava grandemente il brigantaggio era la mancanza di strade. La popolazione, agglomerata in alcune province, quasi non avea strade. Per molte miglia si percorreva una campagna in cui non eran che sentieri mal sicuri e i trasporti per necessità eran lenti e difficili.
La Basilicata, centro principale del brigantaggio, ai tempi di Carlo III non avea quasi alcuna strada rotabile. La strada delle Calabrie giungeva fino a Persano; nel 1792 era estesa fino a Lagonegro e solo nel 1795 giungeva a Muro e nel 1797 ad Atella.
Ancora nel 1863, quando fu fatta l'inchiesta parlamentare sul brigantaggio, sui 124 comuni della Basilicata 91 erano senza strade; sui 108 della provincia di Catanzaro 92; sui 75 della provincia di Teramo 60. Dei 1848 comuni del Napoletano 1321 mancavano di strade.
Or tutto ciò era necessariamente a profitto del brigantaggio; internandosi nelle boscaglie, facendo periodiche comparse al piano, i banditi resistevano facilmente alle persecuzioni più audaci.
Alcuni dei banditi facevan fortuna, e qualche volta ottenevan la grazia e si ritiravano a vivere tranquillamente; ma nel grandissimo numero perivano uccisi o traditi, o erano imprigionati.
Qualche volta i signori del paese, per timidità, o per desiderio di guadagno, proteggevano i briganti; il più delle volte davano nelle loro masserie, nelle case di campagna asilo e rifugio. Ai tempi di Carlo III anche i conventi erano asilo securo; e Carlo dovè molti abolirne per questa ragione che eran covo di malviventi. Nei piccoli paesi le lotte eran frequenti, eran frequenti le lotte tra un paese e l'altro: dove i comuni eran più divisi e quindi più aspre e più inique le persecuzioni della parte perditrice, maggiori eran le cause che determinavano gli individui meno tolleranti a darsi alla campagna, come si diceva allora. La vendetta era una necessità e un dovere, e le vendette eran lunghe e terribili.
Oh! la tristezza di una borgata meridionale, perduta nelle gole di Basilicata o nelle asperità della Sila, una borgata, senza luce di pensiero, senza blandizie dell'arte, senza la suprema poesia della lotta in comune.
Anche nell'Italia centrale le lotte erano terribili nei piccoli centri come nei grandi: e quei che un muro ed una fossa serra si tormentavano e si dilaniavano fra loro quando non dovean lottare contro i vicini. Ma la relativa prosperità e la mitezza del clima e la salubrità dei campi davano alla lotta un carattere più umano; permettevano lo sviluppo delle forme libere dei comuni; determinavano il bisogno dell'arte, davano carattere di epica grandezza anche alle lotte delle fazioni della stessa città.
Ma la vita in un piccolo centro campestre dell'Italia meridionale nell'interno della Basilicata o delle Calabrie! ma la vita in un casolare dell'Appennino! ma la vita in un grosso borgo pugliese! La malaria da una parte e i cattivi ordinamenti dall'altra inducevano gli abitanti a vivere uniti; in una unione necessaria e forse per questo più ingrata. Le case si aggruppavano miseramente fra loro, e non v'erano, d'ordinario, che il castello del barone, la chiesa e il convento che avessero un'aria meno misera. Impedite quasi le comunicazioni o limitate ai paesi vicini, la vita trascorreva sempre allo stesso modo; quando non era turbata da cataclismi violenti, come le guerre. Assoluto il potere del feudatario e peggiore di esso quello di coloro che lo rappresentavano, non era possibile al popolo nessuna salute fuori della rivolta individuale. La religione, quando non era una superstizione, avea il carattere dei luoghi: una religione dura e paurosa, quasi crudele, mitigata solo dall'intervento del protettore — un santo, per lo più patrono di un male grave e pronto più a punire che ad amare, più a vendicare che a perdonare.
La violenza sessuale delle genti del Sud faceva il resto, e contribuiva non poco a inasprire i rapporti. Si può dire che fra dieci persone che si davano al brigantaggio tre o quattro almeno ricorrevano a un così estremo passo solo per vendicare la violenza patita da una moglie, da una figliuola o da una sorella.
Per spiegarsi alcune cose bisogna intendere quale violenza abbia l'istinto carnale nelle genti del Sud. Per i contadini specialmente è spesso l'unica forma in cui riescano a concepire l'ideale e ad avere una ebrietà dello spirito. Così come il desiderio è violento, l'istinto della proprietà è completo.
La donna infedele — sopra tutto se cede a una violenza — altrove non è causa di disprezzo per il marito o per il padre. Fra i contadini del Mezzogiorno vi è invece una parola che riunisce tutti gli insulti, una parola che è pronunziata spessissimo, e che nella crudeltà sua è peggiore della morte, ed è il nome che è dato al marito ingannato o vittima. Che un uomo sia ladro, omicida o perverso e che tutte queste cose gli siano rimproverate egli soffrirà sempre meno che sentendosi insultare per colpa o per sventura della moglie.
Ho letto molte storie di briganti, ne ho sentite raccontare moltissime; ho vissuto nei luoghi dove più vivi sono i ricordi; dovunque ho visto le stesse cause agire allo stesso modo.
Nei piccoli centri il potere del feudatario o del borghese, del funzionario o del padrone era usato non di rado per attirare le donne dei contadini: quando non cedevano volontariamente erano persecuzioni lunghissime ai mariti, ai fratelli, ai padri. Era il disonore sotto altra forma; era la miseria; era la sopraffazione quotidiana.
Come resistere in una lotta così impari? Le nature deboli si avvilivano e tolleravano; ma gli uomini risoluti si davano alla campagna, si facevano briganti; si ribellavano insomma nella sola forma che era loro possibile.
La suprema gioia di uccidere dopo aver sofferto l'oltraggio supremo; la suprema gioia di vendicare e di vendicarsi dopo aver tanto penato, tentavano anche le nature meno cattive. La religione avea indulgenze per i forti; e ne aveano più ancora i funzionari dello Stato.
Il brigantaggio diventava un mezzo di salvezza e un mezzo di riabilitazione. Al marito oltraggiato, all'uomo perseguitato rendeva quasi sempre la stima del pubblico, qualche volta la tranquillità dello spirito, la gioia di vivere.
Le persone out laws hanno avuta sempre una certa attrazione: maggiore essa dovea essere in una società, in cui le leggi erano pessime.
Il contadino che, dopo aver sofferto tutte le persecuzioni, si dava alla campagna, prendeva qualche volta la sua rivincita nel modo più assoluto: la donna che lo aveva rifiutato si dava spesso a lui, per paura, o per amore, poichè sulle anime rozze la vita del brigante esercitava una attrazione: coloro che lo aveano perseguitato o cercavano riparo nella fuga, o si umiliavano venendo a patti; e quasi sempre vedeva il suo prestigio rialzarsi. Poteva essere odiato, non mai disprezzato — e in questa differenza è la causa non ultima del fàscino che la campagna immensa esercitava sulle anime insofferenti.
Quasi tutto questo non fosse bastato, incitava al brigantaggio, come si è detto, l'opera dei governi. Nei periodi in cui ne aveano bisogno per sedare interne lotte, i governi ricorrevano ai briganti. E si videro i maggiori fra questi diventare ricchi e potenti, occupare alti gradi e imporsi agli uomini onesti; si videro mostri di crudeltà, come Mammone e Fra Diavolo premiati dal re e trattati come amici.
Il vicereame spagnuolo avea fatto lo stesso; ma nessuno avea mai osato ciò che fece Ferdinando IV e ciò che fecero dopo di lui i suoi discendenti.
Nell'Italia meridionale esisteva ed esiste tuttavia un vero proletariato agricolo; vi sono in ogni provincia molte migliaia di persone che non possiedono che la loro forza di lavoro. I cafoni di Basilicata e di Calabria: i terrazzani di Capitanata sono le forme tipiche di classi la cui miseria e la cui incertezza del vivere sono spesso a un livello che non potrebbe essere più basso.
Non avendo altra industria che la terra, queste masse, che per giunta hanno assistito per un secolo alla usurpazione delle terre pubbliche, che vi assistono tuttavia, non amano le classi medie. Non amavano nemmeno l'aristocrazia; ma essa aveva almeno il prestigio del nome e della tradizione.
Quando venne l'onor. Castagnola insieme alla Commissione d'inchiesta sul brigantaggio giù nell'Italia meridionale, fu vivamente sorpreso di quest'odio che esisteva tra possidenti e salariati, fra galantuomini e cafoni, come si dice da noi, all'indomani stesso della rivoluzione liberale del 1860.
Prima del 1860 quasi nessun contadino sapea leggere; un certo numero di possidenti delle campagne ignorava persino le prime e più elementari nozioni. Superstiziosissime, per razza e per natura avventurose, abituate per secoli a vedere il più forte opprimere il più debole, le masse consideravano il brigante come il vindice dei torti che la società loro infliggeva.
Ora i Borboni di Napoli, la cui colpa suprema fu non già la crudeltà, come si ripete a torto, ma la paura, che nei regnanti è madre della crudeltà, ed è peggiore di essa, non concepivano nemmeno che il popolo potesse essere altra cosa fuori di quello che era. Molti provvedimenti vollero per migliorarne le condizioni, nessuno per educarlo. Sentivano che la loro fortuna era appunto nel disporre di una forza cieca da scatenare contro le classi medie, tutte le volte che esse si mostravano desiderose di ordinamenti nuovi.
Non solamente durante il 1799, ma durante la monarchia francese, ma nel 1820, ma nel 1848, ma nel 1860, i Borboni ebbero il brigantaggio come suprema difesa. Il brigantaggio era il modo di sfogare tutte le vendette.
Era un'onda cui non si resisteva: secondata dai preti, fatta servire alle passioni locali, inasprita da tutte le sofferenze, quest'onda irrompeva terribile e devastatrice.
Passato il pericolo, restaurate le sue basi, la monarchia premiava i più fortunati, i capi delle insurrezioni e perseguitava e sterminava gli altri; tranne a ricominciare ove ne fosse il bisogno.
Così nella storia del brigantaggio, noi troviamo due forme distinte: i briganti comuni erano o delinquenti desiderosi di far fortuna e di sfogare i loro istinti, o poverissimi uomini spinti dalla fame e dalle ingiustizie a mettersi contro la società.
Oltre di questo vi è stato un vero brigantaggio politico, che riunendo gli elementi che già v'erano, e rivolgendosi alle masse e svegliando istinti rivoluzionari, è stato sostegno della monarchia e da essa a volta a volta creato e distrutto.
* * *
Quando si parla di briganti si pensa subito a tutte le leggende che noi abbiamo sentito ripetere: si pensa al trombone, al cappello a punta, ai delitti terribili e alle grassazioni più spaventevoli.
Il brigante invece non era che un rivoltato: e fra i rivoltati vi erano, come vi sono oggi, i sofferenti, gli idealisti e i perversi. Bakounine ha detto che il brigante meridionale rappresenta il tipo del perfetto anarchico. Se essere anarchico vuol dire soltanto mettersi contro la società, apertamente, violentemente, i briganti erano anarchici.
Quando si pensi alle descrizioni terribili che abbiamo lette o udite, pare strano che anche i più feroci di essi erano religiosissimi. I ladroni che seguivano il cardinal Ruffo, prima di mettere a sacco e fuoco le città, di commettere ogni più terribile strage, ascoltavano la messa. La vita di avventure va sempre unita a un fondo di misticismo: ciascun brigante portava sul petto le sacre immagini, faceva doni alle chiese e non mancava di recitare il rosario. Era una religione rozza e primitiva credente in un Dio terribile, che qualche volta i banditi invocavano perchè le loro operazioni riescissero.
Così tra i briganti troviamo i tipi più diversi, come le nature più varie: accanto ai ladri e agli assassini, che costituivano il fondo del malandrinaggio, uomini desiderosi di più umano vivere e qualche volta perfino amanti di giustizia. Una giustizia rozza, quale poteva apparire alla mente di uomini incolti e superstiziosi.
Il tipo più singolare, più interessante, direi quasi più leggendario del brigantaggio meridionale è stato Angiolo Duca, conosciuto dal popolo sotto il nome di Angiolillo.
Ancora qualche anno fa la storia si cantava sul molo di Napoli e interessava e commoveva non meno di quella di Rinaldo di Montalbano. Ciccio Zuccarino, che vende e tradisce Angiolillo, apparisce più esecrabile di Gano di Maganza, il Maganzese, orrore del popolo napoletano. I briganti che la letteratura tedesca ha vagheggiato, e Karl Moor dei Raüber di Schiller trovano il loro riflesso in Angelo Duca, che fu filantropo anche nelle sue avventure brigantesche.
Contadino della terra di San Gregorio, Angelo Duca divenne bandito per sfuggire all'ira di un barone, che volea vendicare un servo, cui Angelo in rissa avea ucciso un cavallo. Vagò da prima con altri banditi: poi formò una banda propria. Non ebbe mai grandissimo numero di compagni, come già altri famosi prima di lui e quasi tutti erano delle terre di Basilicata e di Salerno. Angelo un po' per abilità sua, un po' per la disorganizzazione della giustizia in quel tempo, fu per parecchi mesi padrone di larga zona e operò con buon successo non solo nel nord di Basilicata, che fu il teatro delle sue gesta, ma nelle provincie di Avellino e di Salerno e si spinse fino in Capitanata.
Non uccideva se non coloro che lo perseguitavano; non assaliva mai i viandanti, nè ricorreva mai ai soliti espedienti di rubare di notte. Preferiva chiedere apertamente ciò che gli era necessario: e tutti davano per timore o per calcolo. Quando fermava sulle vie maestre i ricchi viandanti divideva amabilmente, da uomo educato. E il danaro che prendeva, solo in parte dava ai compagni suoi: il resto lo distribuiva ai poveri, impiegava a scopi di bene, sopra tutto a dotare le zitelle.
Ogni brigante che volea durare a lungo dovea essere o mostrarsi filantropo: ma Angiolillo era sinceramente pietoso.
Un secolo prima di Angelo Duca anche il terribile abate Cesare usava fare opere di pietà e dotava le fanciulle povere; e Peppe Mastrillo — il brigante più leggendario — secondo un suo biografo consigliava ai compagni di far la carità ai poveri e di difendere l'onore delle zitelle.
Ma nessuno dei briganti nè prima, nè dopo ha avuto la filantropia larga e disinteressata di Angelo Duca.
Quando entrava in un paese, e ciò gli accadeva di frequente, andava subito dai più ricchi, si faceva dare il danaro che possedevano e lo distribuiva ai poveri. Così fece a Calitri dove il più ricco era il parroco.
Non amava che i ricchi godessero e i poveri soffrissero. Ad Ascoli in casa di un ricco signore si faceva festa: egli vi andò, ma volle che una parte dei cibi e molto danaro fossero distribuiti ai contadini,
Con dir se festa fa la signoria,
Anche alla povertà festa si dia.
Questi versi sono dei suoi biografi, che ne hanno raccontato in ottava rima le gesta; come in versi (o strazio della rima!) è la Bellissima istoria che si cantava sino a pochi anni fa.
Non amava gli usurai e con essi era qualche volta crudele. Una volta incontrò un pover uomo che era menato in prigione, perchè non avea pagato l'usuraio. La moglie l'accompagnava piangendo e singhiozzando. Angiolillo liberò l'arrestato; si recò subito al paese dell'usuraio, entrò nella casa di questi e lo atterrì dicendogli che l'usuraio è peggiore del brigante. Il poeta gli mette in bocca le seguenti parole:
Il ladro ruba ed ha grande timore
. . . . . . . . . . . . .
Ma l'usuraio ruba francamente
E rende afflitta e misera la gente.
È inutile aggiungere che si fece dare dall'usuraio tutti i danari, tutti i registri e tutte le obbligazioni. Distribuì i primi ai poveri e bruciò il resto.
Sopra tutto non amava l'economia politica, poichè fissava i prezzi a piacere. In un anno in cui in Puglia era grande carestia di grano, Angelo seppe che un barone avea fatto grande incetta di frumento e avea venduto sulla piazza di Genova 12 mila tomoli di grano a 37 carlini il tomolo. Angiolillo non esitò un momento solo: andò dal barone e con bel garbo si fece dare le chiavi dei depositi, dicendo che voleva egli stesso occuparsi della vendita. Poi, secondo il poeta, fece dare il bando....
.... a chi necessita lo grano,
Angelo vende a quindici carlini
cioè ad assai meno della metà. Il grano fu venduto in pochi giorni, e, cosa abbastanza singolare, Angelo restituì fedelmente il ricavato della vendita al barone.
Non amava confondersi con i delinquenti comuni, e quando poteva arrestare i peggiori di essi lo faceva assai volentieri, e si occupava perfino di consegnarli ai giudici.
Religiosissimo e accolto a braccia aperte, come un amico, dai frati in tutti i conventi della regione, avea una strana propensione a svaligiare i vescovi e i ricchi prelati; anzi si può dire che la sua opera fu principalmente diretta contro di essi. Ma nemmeno in tali casi amava essere scortese. Un vescovo avea 1000 zecchini; glie ne prese 500, dicendogli con profondo rispetto: — 500 vi bastano per il vostro viaggio. — Un'altra volta incontrò un abate benedettino, che ne avea 2500: glie ne prese metà e di questa fece due parti: una per sè e per i suoi compagni; dell'altra si servì, al solito, per dotar zitelle.
Questo desiderio di proteggere l'onore delle fanciulle non può essere compreso da chi non abbia un concetto della prepotenza baronale e più ancora di quella della ricca borghesia, che abusava delle fanciulle nel modo più indegno che si possa immaginare.
Angiolillo insegnava la morale non solo ai signori, ma anche ai preti e ai vescovi.
Gli accadde che, andando pei boschi, s'incontrò in un prete che bestemmiava come un turco. Erano strani tempi, in cui i preti bestemmiavano e i briganti insegnavano la morale.
Voi facendo sì trista funzione
Padre mi fate ancor scandalizzare,
gli disse Angiolillo; poi un po' col tu, un po' col voi, com'è abitudine dei meridionali, aggiunse:
Quietatevi, ti prego in cortesia,
E dimmi ancora la ragion qual sia.
Il prete raccontò tutto. Vacava una buona parrocchia: e il vescovo simoniaco l'avea destinata non a lui che ne avea diritto ma a un prete ricco e immeritevole, che avea pagato una grossa somma. Angiolillo andò subito dal vescovo, gli s'inchinò, gli baciò la mano e
Dopo questo si misero a parlare
Sul punto del dovere e dell'onore.
Il vescovo non seppe negar nulla a tanto intercessore, e la parrocchia fu data a chi ne avea diritto. La giustizia però non era completa: Angiolillo si recò dal prete corruttore e si fece dare 250 ducati, in punizione di aver cercato di corrompere un vescovo, e, come al solito
Tutto il contante che il prete ha portato
Il fuoruscito ai poveri ha donato.
Circondato dalla simpatia delle masse Angelo Duca avea tale potenza, che entrava da trionfatore in città di sei o settemila abitanti.
Il popolo lo considerava come un eroe e lo credeva invulnerabile.
Perseguitato aspramente e tradito da un compagno, fu arrestato nel monastero di Muro Lucano e nel 1784 impiccato in Salerno, per semplice ordine del re, senza nemmeno la parvenza di un processo. Fu forse l'ultima condanna pronunziata a Napoli per biglietto, senza nessuna procedura; e il fatto parve mostruoso anche alla Curia, che di questo scandalo parlò a lungo.
Nè prima, nè dopo di lui vi fu alcuno che, anche lontanamente, si potesse paragonare ad Angelo Duca. Vi furono tra i banditi molte anime desiderose di giustizia, o almeno di vivere più umano; vi furono individui che in non poche occasioni diedero prova di spirito di sacrifizio e di devozione. Ma erano nature rozze, e la loro primitiva morale non permetteva mai di elevarsi fuori dell'ambiente di miserie e di odî in cui vivevano.
* * *
Ma il vero brigantaggio politico non comincia che nel 1799. Fuggiti in quell'anno i sovrani in Sicilia e proclamata la repubblica, questa non avea nè potea avere salde radici nel popolo. Messa su dai francesi, raccoglieva intorno a sè gli spiriti più eletti e insieme gran numero di scontenti dell'aristocrazia del reame. Nondimeno si sorreggeva, e, nonostante Nelson, la lotta da parte della squadra britannica sarebbe durata se un uomo audace e intraprendente non avesse concepito il pensiero arditissimo di conquistare il regno al Sovrano, eccitando le passioni popolari e scatenando il brigantaggio.
Il cardinale Fabrizio Ruffo, il cui nome è rimasto tristamente famoso, ma che fu migliore della sua riputazione e sopra tutto fu più onesto dei suoi sovrani, concepì l'idea audace di riconquistare il reame, mettendo in rivolta le classi proletarie. Principe della Chiesa e feudatario, pieno di debiti e di audacia, senza scrupoli e pure non perverso, egli avea un piano assai semplice ed ardito. Partendo dalla punta estrema della Calabria e descrivendo un grande arco di cerchio traverso la Basilicata, le Puglie e i Principati si proponeva di giungere a Napoli, dopo aver percorso le zone principali del brigantaggio. Riunendo dintorno a sè i banditi — come si diceva allora che la parola brigante non era ancora penetrata — riunendo i miserabili e gli scontenti, sapeva di arrivare a Napoli seguìto da turba infinita e feroce, e contava di poter facilmente distruggere la mal difesa repubblica.
In una lettera da Monteleone al ministro Acton, il Cardinale spiega chiaramente i mezzi di cui volea valersi; contava sopra tutto di andare avanti «nutrendo sempre la gelosia fra il popolo e il ceto medio.» Le classi colte erano desiderose di nuovi ordinamenti: bastava atterrirle svegliando l'odio popolare contro i possidenti. «Spero — scriveva in un'altra lettera, partecipante la presa di Cosenza — che il popolo basso abbia saccheggiato insieme con gli aggressori, e così mantenga a freno i nobili e i paglietti,» cioè l'aristocrazia scontenta e la borghesia.
Il Cardinale era seguìto da malfattori venuti d'ogni parte e da banditi famosi, cui si prometteva ogni sorta di premio e da turbe desiderose di saccheggio, le quali assai facilmente propendevano a dichiarar giacobino chiunque possedesse. A Napoli il sinistro canto dei sanfedisti diceva:
Chi tene grane e vine
Ha da esse giaccubine.
Chi possiede è giacobino.
Nelle Provincie si pensava presso a poco allo stesso modo.
Quando il Cardinale giunse a Napoli, seguìto dalle sue turbe brigantesche, dopo aver traversato sì larga parte del reame, scrisse sinceramente in una sua lettera che si era accorto che il popolo trasformava ogni possidente in giacobino: «è la rapina — egli scriveva — che produce i proprietari giacobini.»
Il piano di Ruffo era il solo che potesse riescire e riescì; dire ai contadini: rubate le case dei ricchi, saccheggiate, dividetevi le terre era valersi di interessi e di sentimenti veri.
Uno storico austriaco, apologista del cardinal Ruffo, il barone von Helfert, dice che il Cardinale, per una così difficile impresa, non potea scegliere i suoi compagni. E certo non gli scelse! Ruffo avea seco, condottieri del suo strano esercito, briganti famosi come Panedigrano, Pansanera, Sciarpa, Mazza, de Castro e tanti altri famosi negli annali del delitto.
E mentre il Cardinale operava da un lato, Pronio e Rodio, due avventurieri, operavano in Abbruzzo, Mammone e fra Diavolo in Terra di Lavoro: altri iniquissimi altrove.
I nomi di Mammone e fra Diavolo hanno oramai acquistata una celebrità internazionale.
Gaetano Mammone, nativo di Terra di Lavoro, era un monomane del delitto: uccideva senza ragione, per piacere, e giungeva ad atti di crudeltà che parrebbero inverosimili. Vincenzo Coco dice di lui ch'era mugnaio di mestiere; che in due mesi di comando in poca estensione di terreno fece fucilare 350 persone, oltre forse del doppio uccisi dai suoi satelliti ed accenna alle crudeltà e ai tormenti da lui inventati. «Il suo desiderio di sangue umano, scrive Coco, era tale che si beveva tutto quello che usciva dagl'infelici che facea scannare: chi scrive lo ha veduto egli stesso beversi il sangue suo dopo essersi salassato e cercar con avidità quello degli altri salassati che eran con lui; pranzava avendo a tavola qualche testa ancor grondante di sangue, beveva in un cranio.... A questi mostri scriveva Ferdinando da Sicilia: mio generale e mio amico.»
Tutto ciò è confermato dalle cronache dei tempi e dagli scrittori più autorevoli.
Meno terribile ma più drammatica la storia di Michele Pezza, conosciuto sotto il nome di fra Diavolo; le cui avventure romanzesche hanno fornito a Scribe e ad Auber il soggetto di uno dei loro migliori melodrammi. Omicida e dei più terribili avea, dicono, l'astuzia del monaco e la perfidia del diavolo. Era già brigante da qualche anno, quando sopraggiunsero gli eventi del 1799; non tardò ad illustrarsi colle sue crudeltà.
Dopo la restaurazione monarchica ebbe, come Mammone, un altissimo grado nell'esercito, una pensione di 3000 ducati e fu nominato duca di Cassano. Nel 1806 volle ancora insorgere in difesa del re Ferdinando contro la monarchia francese: ma dopo molte peripezie, fu impiccato al largo del Mercato — e a dileggio, dicono, gli si lasciò l'uniforme di generale addosso e gli si sospese al collo il diploma di duca di Cassano.
Or guardate i miracoli della previsione.
Nel 1803, tre anni prima cioè che fra Diavolo fosse impiccato, era pubblicata a Parigi una storia romanzesca sotto il titolo Les exploits et les amours de frère Diable, géneral de l'armée du cardinal Ruffo. L'incisione innanzi al frontespizio rappresenta fra Diavolo in abito da frate, armato di carabina, pistola, pugnale, sciabola e accetta: nel romanzo egli è fatto cavaliere e la scena delle sue azioni è raffigurata in Calabria. Il romanzo non è che una serie d'invenzioni. Ma vi è di vero solo una predizione! Il romanziere fa finire fra Diavolo sulla forca, per essersi messo di nuovo in campagna: allora fra Diavolo era vivo, ma tre anni dopo finì in realtà sulla forca.
Or fu con questi elementi, che la monarchia borbonica fu restaurata.
I lazzari di Napoli gridavano a Ferdinando IV che rientrava a Napoli:
Signò, 'mpennimmo chi t'ha traduto,
Prievete, muonece e cavaliere!
Fatte cchiù cà, fatte cchiù là,
Cauce 'n facce a la libbertà.
Tutti i canti popolari di quel tempo non sono che feroci apostrofi alla libertà, violente ingiurie ai giacobini: poesia infame, ma che esprimeva sentimenti veri e sopra tutto speranza di tempi migliori.
A lu suono de li tammurilli