LA VITA ITALIANA NEL RISORGIMENTO (1846-1849) III.
LA VITA ITALIANA NEL RISORGIMENTO
(1846-1849)
TERZA SERIE
III.
STORIA.
Pio IX e Pellegrino Rossi.
Ernesto Masi.
I moti di Napoli nel 1848.
Francesco Nitti.
La Sicilia e la Rivoluzione.
Francesco Crispi.
I moti toscani del 1847 e 1848: loro cause ed effetti.
Niccolò Nobili.
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INDICE
PIO IX E PELLEGRINO ROSSI
CONFERENZA DI ERNESTO MASI. Continuo il tema che mi fu assegnato l'anno scorso.
Mi fermai al 16 luglio 1846, e, riepilogando l'effetto immenso, profondo, fulmineo del grand'atto compiuto da Pio IX, col perdonare a tutti i condannati politici, precorsi alquanto il tempo seguente. Mi conviene ora ridare alla cronologia tutti i suoi diritti: imprescrittibili sempre, più che mai lo sono a proposito di Pio IX. La sua gloria di primo promotore, nell'ordine dei fatti (s'intende), del risorgimento politico italiano ha non solo gli anni, ma i mesi, i giorni, le ore contate.... E a passar oltre sbadatamente si rischia di non comprender più nulla nè della storia, nè dell'uomo.
La storia diviene una diatriba politica tutta pro o tutta contro, a seconda della fazione che la inspira; l'uomo un così confuso mistero di luce e di buio, di bene e di male, che la sua stessa personalità si oscura e si dilegua quasi del tutto, nè è più possibile distinguere e determinare la responsabilità sua e quella degli altri personaggi, portati via via accanto a lui o sbalzati lontano dalla bufera rivoluzionaria, che, non volendo, egli ha sollevata.
Chi guardasse soltanto ai primi effetti e così straordinari dell'opera di Pio IX, ci sarebbe quasi per un momento da scambiarlo per uno degli Eroi del Carlyle, la potenza creatrice dei quali è la sola realtà naturale, che, secondo il filosofo inglese, domini la storia. Questo, che è un po' il concetto medesimo del Machiavelli, per cui pure la volontà, l'energia, l'intelligenza individuale dei grandi uomini sono la causa unica di tutti i maggiori avvenimenti, non s'attaglia però che come un'apparenza fuggevole a Pio IX. È giusto soggiungere bensì, che, nelle complicazioni via via crescenti sempre più della storia moderna e contemporanea, tale concetto s'attaglia a tutti i grandi uomini sempre meno.
Al Carlyle derivava da quella metafisica tedesca, per la quale la storia non era che l'incarnazione visibile d'un' Idea: e al posto dell' Idea il Carlyle mise l' Eroe. Ma se quest'attenuazione o trascrizione inglese d'uno schema storico puramente metafisico è resa più pratica, più positiva, più francese, direi, dal Taine, che al posto dell' Idea e dell' Eroe ha messo un Fatto, da cui tutti gli altri provengono, e lo ha suddistinto nelle tre categorie: razza, ambiente, momento, che all'osservazione psicologica dovrebbero far scoprire il documento umano nella storia, Pio IX, il nostro eroe, non se ne vantaggerebbe molto di più, perocchè in lui è tale sproporzione coll' ambiente e il momento, che prima ancora che il momento passi e l' ambiente si muti, l' eroe è già quasi scomparso. Ne ebbe la chiara visione egli stesso, e l'ebbe (sia detto a lode della sua sincerità) e l'ebbe prima d'ogni altro, quando nella piena luce della sua apoteosi: «mi vogliono un Napoleone, diceva, mentre io non sono che un povero curato di campagna!»
Non per questo diviene vera e giusta l'affermazione del repubblicano federalista, Carlo Cattaneo: «Pio IX fu fatto da altri e si disfece da sè»; non per questo diviene vera e giusta l'affermazione del mazziniano Aurelio Saffi: «il papa delle speranze e dei desiderii degli Italiani non esistette mai nella storia.» No, Pio IX non si disfece tutto da sè. Molti altri aiutarono: lo stesso Cattaneo e i suoi correligionari fra i tanti. No. Il Pio IX dal 16 luglio 1846 fino all'Enciclica del 29 aprile 1848, con cui disertò la causa italiana, fu una vera e grande realtà della storia, e a cui Aurelio Saffi credette allora non meno di tutti gli altri.
Più giusto, più vero, se mai, lo stornello contemporaneo del Dall'Ongaro:
Chi grida per le vie: viva Pio IX,
Vuol dir: viva la patria ed il perdono!
La patria ed il pardon vogliono dire
Che per l'Italia si deve morire...;
espressione schietta d'un sottinteso, che sfuggì allora a Pio IX al pari che a tutti gli altri, siccome sfuggì allora a tutti, per esempio, che mentre il 16 luglio 1846 era concessa l'amnistia ai condannati politici, il 18 del mese stesso si concedevano premi e decorazioni ai benemeriti, i quali avevano represso il moto liberale di Rimini del 1845.
Pio IX non s'accorse, che l'amnistia volea dire guerra all'Austria e indipendenza italiana, e niun altro s'accorse del pari, che fra quei premi, quelle decorazioni e l'amnistia era un'antitesi così balorda, da escludere persino il sospetto che fosse stata voluta. Un solo storico, e fra i meno noti, registrò questo fatterello, Benedetto Grandoni, un moderato e fanatico di Pio IX, ma fratello a quel Luigi Grandoni, ardente repubblicano e suicidatosi in carcere, perchè sospettato correo nell'assassinio di Pellegrino Rossi; contrasto intimo di famiglia codesto, da poter esso pure sembrare fortuito e insignificante, se non rappresentasse in piccolo quel ben più largo, vario ed universale contrasto, in cui moderati, repubblicani, riforme, costituzioni, costituenti, popoli, principi, insurrezioni, guerre, monarchie, repubbliche, tutto il gran moto nazionale, iniziato da Pio IX, fu travolto e precipitato in una sola, identica ed immensa ruina.
Parecchi mesi erano passati dall'amnistia, e le buone intenzioni del nuovo Papa erano rimaste intenzioni: Segretario di Stato il cardinal Gizzi, perchè Massimo d'Azeglio l'avea pubblicamente giudicato uno dei meno peggio fra i cardinali, qualche circolare, qualche Commissione (i soliti armeggii di chi non sa che pesci pigliare), ma di vere riforme neppure un principio.
Nonostante il popolo non si saziava di adorare Pio IX e d'incitarlo con le continue manifestazioni del suo entusiasmo e delle sue speranze, fra le quali, oltre alle solite d'ogni sera, sono rimaste celebri quella dell'8 settembre col grand'arco di trionfo a piazza del Popolo e il delirio di grida e di applausi, che accompagnò il trionfatore, e quella del 4 novembre, in cui gli applausi e le grida furono invece tanto minori, appunto per ammonire il Papa, che era finalmente tempo di muoversi.
Si mosse di fatto: accrebbe il numero dei laici nella Commissione per la riforma dei codici; fra gli altri il Silvani, un rivoluzionario del 31; pensò a frenare il vagabondaggio; promise le ferrovie: bazzecole, se si vuole, ma il popolo e il suo tribuno, Ciceruacchio, non dovevano stentar molto a concluderne, che il loro schiamazzo o il loro silenzio entravano dunque per molto nelle risoluzioni del Papa, le cui esitanze avevano, si diceva, due cause segrete: gli ammonimenti dell'Austria e l'opposizione della Corte e della Curia Romana.
Altri pretende che egli stesso repugnasse ad andar oltre. Non credo! L'idillio è vero e schietto ancora da ambe le parti: nel popolo, che chiede, nel principe, che concede. Ma il popolo è ombroso, geloso del suo idolo, e l'11 novembre al banchetto del teatro Alibert, Ciceruacchio, fra gli osanna a Pio IX, fa già vedere nel suo rude linguaggio qualche baleno di minaccia:
Se alcun, corpo di Dio, de' rei nemici
Fa un passo avanti.... noi già semo intesi!
E l'anno 1846 finisce con due fatti, che mirano essi pure a schiarire la mistica nebbia, in cui l'idillio papale è ancora tutto ravvolto: la celebrazione del primo centenario della cacciata degli Austriaci da Genova e l'eco dolorosa della morte di Federico Confalonieri, il martire dello Spielberg, accaduta mentre tornava in Italia, attratto appunto da questo miracoloso chiarore di alba, che era spuntato sulla cupola di San Pietro.
A capo d'anno del 1847 nuovi e sviscerati applausi ed augurii a Pio IX, di cui gli ottimisti presagivano sempre mirabilia, senza che mai l'effetto rispondesse, onde un acuto osservatore, Pellegrino Rossi, che, quantunque Ministro di Francia a Roma da quasi due anni, considerava nondimeno quanto accadeva sotto i suoi occhi con vero cuore d'italiano, se in sulle prime s'era sentito vinto e rapito esso pure da tutto quel nuovo spettacolo e descrivendo al Guizot le dimostrazioni popolari per l'amnistia diceva: «immagini una magnifica piazza, una notte d'estate, il cielo di Roma, una folla immensa, lagrimante, commossa, che riceve con amore e rispetto la benedizione del suo pastore e del suo principe, ed Ella non sarà stupita se aggiungo d'aver partecipato all'emozione generale,» Pellegrino Rossi, dinanzi alla lunga inazione di Pio IX, scriveva ora invece allo stesso Guizot: «questo non è un ideale di governo, bensì un governo allo stato d'idea.»
E intanto la marea popolare pian piano saliva e salendo si ordinava: uscivano giornali; si aprivano circoli; le provincie fraternizzavano colla capitale; mentre da parte del Papa il 19 aprile si concedeva a mala pena una Consulta di Stato, estremo limite di riforme per lui in quel momento, principio invece di ben più larghe riforme per tutti gli altri; principio insomma d'un equivoco ancora latente, ma che al Rossi pareva non dover tardar molto a chiarirsi, sicchè osservando quelle continue dimostrazioni popolari, dal genio tribunizio di Ciceruacchio improntate già quasi di un carattere di disciplina e di simmetria militare, a chi si compiaceva di quel bell'ordine: «fin troppo bello, rispondeva, perchè rassomiglia già ad un'organizzazione!» E per un dottrinario alla Guizot, come molti lo giudicano, vedea abbastanza bene, mi sembra, la realtà sotto le apparenze!
La debolezza del governo si palesava poi ogni giorno di più colla mancanza ovunque di sicurezza pubblica e con brutti torbidi in Roma fra una classe e l'altra d'operai o fra plebe ed ebrei, con forte sospetto, che fossero sobillati da austriacanti e gregoriani. Ed ecco domandarsi a difesa la Guardia Civica, istituzione, che noi abbiamo vista divenir ridicola e poi a poco a poco svanire, ma che allora era importantissima, uno anzi degli articoli di fede del Credo liberale.
Non volle saperne il cardinal Gizzi e si dimise. Tutt'al più avrebbe consentito a rifare i Centurioni alla Bernetti. Che cime d'intelligenze anche allora fra certe aquile del Sacro Collegio!! Ma quella del Gizzi era essa una dimissione od una fuga?
Siamo alla vigilia del primo anniversario dell'amnistia, ed il popolo, si può credere, s'apparecchiava a festeggiarlo più che mai. Ad un tratto, che è? che non è?... voci paurose si diffondono che l'Austria, d'accordo coi cardinali più avversi a Pio IX, coi Gesuiti e coi retrivi, trama di suscitare gravi disordini nell'Italia centrale per pescarvi un pretesto d'intervento e farla finita subito con tutto questo tramestìo riformista, che le puzza forte di rivoluzionario; i peggiori arnesi della vecchia polizia pontificia sbucano dal guscio delle loro paure e si mostrano di nuovo per Roma baldanzosi, insolenti; essere accorsi, dicevasi, briganti e borghigiani di Faenza, avanzi di sanfedismo, pronti al sangue e al saccheggio; monsignor Grassellini, governatore di Roma, di balla con essi; non altro aspettarsi che l'opportunità di agire.
Ciceruacchio ne è informato; fa sospendere e rimandare tutte le feste già preparate; raduna i suoi seguaci più fidi; rincorre i sanfedisti; alcuni arresta, altri sbanda, altri costringe alla fuga; mette insomma il campo a rumore; ottiene un armamento provvisorio della Guardia Civica; fa destituire ed esiliare il Grassellini; s'incomincia un processo, la trama è sventata, ed il Gioberti può senz'altro paragonare Ciceruacchio a Cicerone, quando salvò Roma dalla congiura di Catilina.
Tuttociò era avvenuto a vista ed a saputa di tutti; un proclama del nuovo Governatore di Roma l'aveva ufficialmente confermato. Eppure, lo credereste? Questa, che si chiamò allora la gran congiura di Roma è da moltissimi scrittori negata; da altri tenuta in conto d'una fantasmagoria insignificante, che solo l'immaginazione popolare ingrossò, da altri infine è mutata addirittura in una cospirazione dei liberali contro i retrogradi.
Due circostanze però, messe ora in piena luce, chiariscono il mistero: l'una è la contemporaneità d'un simile tentativo in altre dieci città italiane, l'altra è l'occupazione improvvisa di Ferrara per parte degli Austriaci il 17 luglio 1847.
A questa avea preceduto l'offerta d'intervento armato nelle quattro Legazioni fatta dal Metternich a monsignor Viale Prelà, nunzio a Vienna, avversissimo a Pio IX, e confermata in Roma al cardinal Gizzi dal conte Lutzow, ambasciatore austriaco. La quale offerta è provata dalla corrispondenza diplomatica dei due residenti inglesi di Vienna e di Firenze con Lord Palmerston e da quella del Conte di Revel, ambasciatore di Sardegna a Londra, col suo Ministro degli esteri.
Non accettata l'offerta, fu tentato provocar l'intervento, eccitando tumulti nell'Italia centrale, con che quella vecchia volpe del Metternich si proponeva due fini, come apparisce dalle sue lettere e dalle sue Memorie, l'uno che se il tentativo riusciva si percorreva al solito in sembiante di restauratori dell'ordine mezza Italia e tutto era finito; l'altro, che se il tentativo non riusciva, la brutale violenza dell'occupazione di Ferrara avrebbe provocato in modo il sentimento degli Italiani, che il riformismo, messo in voga da Pio IX, avrebbe per forza dovuto strapparsi la maschera e lasciar prorompere la rivoluzione e la guerra, e allora bazza a chi tocca, ma almeno s'avrebbe avuto di fronte un corpo, una cosa salda, e non un'ombra inafferrabile, e in ogni modo gli si sarebbe piombato addosso, mentre era ancor debole, scompaginato e, nell'opinione del Metternich, assai più impotente di quello che si mostrò in realtà.
La cosiddetta congiura di Roma è dunque veramente esistita, e grande o piccola che sia stata, un'ignobile bricconata fu di certo e tutta opera del Metternich, degli austriacanti e dei nemici di Pio IX.
Se è parsa dubbia a taluno, se gli storici clericali si sono valsi di questa incertezza per negarla, se restò un abbozzo, anzichè un quadro finito, ciò non toglie nulla al merito del politico senza scrupoli, che la inventò e la promosse, tanto più che se il primo de' suoi calcoli andò fallito, il secondo riescì appuntino, e l'occupazione di Ferrara accelerò a precipizio tutto il moto italiano, chiuse il periodo delle riforme e iniziò quello delle costituzioni, delle insurrezioni e della guerra d'indipendenza, la vera cioè, la grande rivoluzione del 1848.
Ma un altro dubbio sorge qui. V'ha chi pretende nient'altro che Pio IX fosse già complice dell'Austria in questo momento e già pensasse a fuggire da Roma e già avesse chiesto egli stesso l'intervento dell'Austria. Se non che alla gratuita affermazione di pochi manca persino ogni apparenza di prova, mentre invece basta riflettere che se il Papa l'avesse voluto, nessuno l'avrebbe allora impedito e che niente avrebbe giovato meglio al Metternich, per tagliar corto alle proteste del Papa sull'occupazione di Ferrara, e screditarlo per sempre nell'opinione liberale, del rivelare il segreto della sua complicità. No. Non si esclude che tra il Metternich ed il Viale Prelà a Vienna, tra il Lutzow ed il Gizzi a Roma qualche trattativa fosse corsa, e forse è in ciò il motivo della dimissione del Gizzi e la spiegazione dello strano motto del suo successore, Gabriele Ferretti, alla Guardia Civica di Roma, convocata per la tutela dell'ordine: «mostriamo all'Europa che noi bastiamo a noi stessi;» ma pel Metternich, come si rileva da una sua lettera al Ficquelmont del dicembre 1847, Pio IX è ancora un capo di Carbonari, riescito, non si sa come, a cingersi la tiara di San Pietro, nè il principe Cancelliere avrebbe giuocata coll'occupazione di Ferrara l'ultima carta, se avesse avuto tanto in mano da potersi sbarazzare di colpo e senza rischio d'un tale avversario.
Alla popolarità di Pio IX la congiura di Roma e l'occupazione di Ferrara giovarono; ma tre conseguenze si manifestarono subito: l'odio alla Corte e alla Curia, che espresso da pochi per le vie fin dal marzo nel grido: Viva Pio IX solo, divenne ora il grido di tutti; l'allargarsi del moto riformista, il quale, se in Roma aveva già quasi compiuta tutta la sua parabola ascendente, agitò ora nello stesso modo Napoli, Palermo, Milano, Torino, Firenze, e infine l'aspirazione nazionale a cacciar l'Austria dall'Italia, che, dissimulata finora sotto il velo delle riforme, proromperà fra breve con un entusiasmo irresistibile e darà, ripeto, tutto il suo genuino carattere alla rivoluzione iniziata coll'amnistia di Pio IX.
E comincia pure (se non sarebbe meglio dire: continua) l'equivoco fatale, per cui ogni atto, ogni parola del Papa si traggono ad un senso maggiore, più largo e in sostanza diverso, che non abbiano in realtà, e solo uno schiarimento ch'egli voglia dare del suo pensiero, de' suoi scrupoli o delle sue ripugnanze s'interpreta prima per un artificio e una vittoria dei gesuiti o degli austriacanti, poi per una sua defezione e finalmente per un vero e proprio tradimento alla causa italiana.
La Consulta di Stato, che per lui era il non plus ultra delle sue concessioni, si tira subito ad un principio di governo rappresentativo, e non sono i soli democratici e gli esaltati ad interpretarla così, ma gli stessi moderati, che della Consulta fanno parte. L'aver restituita a Roma una rappresentanza municipale pare al Papa un gran che e da doversene contentare i più esigenti. In quella vece la rappresentanza municipale chiede subito, come complemento necessario d'ogni riforma, la Costituzione, mentre d'altro lato cardinali, diplomatici, Gesuiti assediano Pio IX, perchè non si lasci andare alla corrente e profetizzano scismi, eresie, il finimondo, ad ogni nuova sua concessione.
Delle ambiguità, delle incertezze, dell'innanzi e indietro di questa bizzarra situazione, il satirico popolare romanesco dà torto agli altri e non al Papa:
Chè tra Erode e Pilato, Anna e Caifasso
Io, er Papa dirà, me chiamo gesso;
Cor una mano scrivo e l'antra scasso.
Ed anche il grande satirico toscano lo scusa:
Col parapiglia di questi anni addietro,
Oh remerebbe adagio anche San Pietro!
Se non che il Radetzky a Milano s'incarica esso d'accentuare le provocazioni del Metternich, fors'anco al di là delle intenzioni del principale; al Viva Pio IX la soldatesca austriaca risponde a fucilate; si massacrano vecchi, donne, fanciulli; sono quelli, che Massimo d'Azeglio chiamò i lutti di Lombardia; ed in Roma nella stessa protesta vedete uniti i nomi di Ciceruacchio e di Marco Minghetti e nella stessa chiesa a pregar pace alle anime delle vittime, democratici e consultori di Stato, la bizzarra principessa Belgioioso e la saggia contessa Antonietta Pasolini.
D'ora in poi gli eventi non si seguono più, ma s'accumulano, s'accavallano, come le onde d'un mare in tempesta, nè bastano neppur più le date a distinguerli, perchè esse pure si rincorrono, e si confondono le une sulle altre. Palermo insorge il 12 gennaio 1848; il 29 il Borbone di Napoli dà la costituzione; l'8 febbraio l'annuncia Carlo Alberto; il 17 il Granduca di Toscana; il 22 Parigi caccia gli Orléans e proclama la repubblica; il 13 marzo la stessa fedelissima Vienna insorge e manda a rotoli quell'onniveggente Principe di Metternich, che era persuaso d'aver imbrigliato il mondo per sempre; il 18 marzo Milano, e dopo una lotta eroica caccia gli Austriaci; il 22 Venezia, e l'Austriaco Zichy si perde d'animo dinanzi a un filologo e a un avvocato, a Tommasèo ed a Manin; il 29 marzo Carlo Alberto passa il Ticino.
Mi fermo, signore, chè non abbiate a dire che io sto compilandovi un calendario. Ma appunto questa ressa incalzante di date, questa rapidità vertiginosa di eventi sono la caratteristica principale di questo tempo e spiegano meglio di molte parole il delirio, la febbre, il tumulto, che investono, sconvolgono e trascinano tutto e tutti. In men di tre mesi l'Italia è costituzionale, la lotta per l'indipendenza è cominciata, l'Europa è in fiamme.
Pensate ora quello che doveva passare nell'animo di Pio IX, nell'animo di quel povero curato di campagna, quando, contemplando dall'alto del Quirinale l'universale pandemonio, che gli turbinava dinanzi, e rientrando in sè stesso, doveva dirsi: «e sono io, proprio io, che ha dato le mosse a tutto questo! tutti questi popoli si rovesciano l'uno contro l'altro, acclamando il mio nome! sono io la prima favilla, che ha fatto divampare questo incendio!»
Se non si tien conto di questo smarrimento angoscioso dell'animo di Pio IX; se non si tien conto del dubbio terribile, che lo travaglia, d'avere per un fine politico messa in pericolo la religione; se la sua defezione seguente, la quale fu certo una delle cagioni principali della rovina di tutto il moto italiano ed europeo del 1848, si vuole arrecare o tutta all'insita e insuperabile contraddizione, che è fra il dogma e la libertà, fra il Papato e l'Italia, o tutta alla malafede e alla dappocaggine di Pio IX, che tratto dalla vanità delle lodi e degli applausi non chiede di meglio che farsi strumento ad una tregenda d'inganni per meglio dominare le coscienze e ribadire la servitù dell'Italia, non si comprende Pio IX, nè si è equanimi e giusti verso gli uomini politici, che da prima gli si accostarono, nè si valutano i fatti come sono. Appunto perchè quella contraddizione esisteva (non assoluta, perchè nulla v'è d'assoluto nei fatti umani) appunto perchè quella contraddizione esisteva ed esiste, era ed è naturale ancora, che vi fosse allora e che vi sia ora, chi credeva e chi crede alla possibilità di toglierla di mezzo o di conciliarla. Appunto perchè Pio IX non è un Napoleone, come diceva egli stesso, bensì un povero curato di campagna, tanto più sono palesi così la sua imparità alla mole di eventi, che gli si rovesciò addosso, e la sua imprevidenza, come la sua buona fede e la sua innocente meraviglia, il suo accusar tutti di ingratitudine, le sue esitanze, i suoi inutili tentativi di fermarsi e di retrocedere e finalmente la sua defezione.
A questo tragico momento della sua vita, in cui miseramente affondarono la sua gloria, il suo nome, ogni sua benemerenza patriottica, quello stesso ideale forse, sia pure irraggiungibile, ch'egli avea creduto di rappresentare (e che altro sono, del resto, la vita e la storia se non una continua corsa verso ideali irraggiungibili?) a questo tragico momento della sua vita la reazione era lì pronta a spalancargli le braccia ed egli, da quel debole uomo che era, vi si gettò, vinto, disilluso, sottomesso, pentito.
Sbaglierò, ma questo, secondo me, è il Pio IX della storia, non quel machiavellico tiranno a nativitate, che radicaleggianti e mazziniani ci dipingono; non quella vittima sacra all'eccidio e perciò appunto inebriata d'applausi e coronata di fiori dai liberali d'ogni tinta, che ci è rappresentata dal Padre Bresciani nell' Ebreo di Verona e da tutta la massoneria gesuitica e gesuitante; non quell'ombra vana, fatta di nulla, mai esistita nella realtà e nella storia, ma soltanto in una aberrazione momentanea della fantasia popolare, che il Cattaneo ed il Saffi pretendono, e i cui errori e le cui colpe i radicali e i repubblicani attribuiscono tutte, per odio di partito, ai riformisti ed ai moderati, e questi alla lor volta attribuiscono tutte ai radicali e ai repubblicani, come se buona parte di quegli errori e di quelle colpe non spettasse rispettivamente agli uni ed agli altri, e come se i retrogradi, gli austriacanti, la Corte, la Curia Romana ed i Gesuiti non avessero approfittato egualmente degli errori e delle colpe di tutti, per riconquistare il terreno, che le prime mosse di Pio IX aveano fatto perdere loro e, a quel che pareva, per sempre.
Se non che tali polemiche partigiane, surrogate ormai da tante altre peggiori, sono oggi fuori di moda. L'odierno positivismo storico, alquanto volgaruccio e che spesso si scambia, non so perchè, per libertà di pensiero, le scarta tutte, riferendo la grande illusione destata da Pio IX e i successivi disinganni e la catastrofe finale all'assoluta contraddizione storica e dottrinale, che è fra dogma e libertà, Papato ed Italia, e concludendo: «è accaduto così, perchè doveva accadere così e non poteva accadere altrimenti.» Ma che razza di positivismo è mai questo, che introduce una simile e così inesorabile fatalità nella storia? che per amore d'un preconcetto, sia vero o no, toglie ogni significato e ogni ragion d'essere ai fatti come accaddero e persino ai principali attori della storia ogni responsabilità? Perocchè se quella contraddizione è così assoluta e le conseguenze di essa sono così fatali, in tal caso, mi pare, il primo a dover uscire assolto da ogni torto avrebbe a essere Pio IX. Mettete pure un Napoleone al posto del povero curato di campagna, e il risultamento potrebbe forse essere diverso? E che vogliono significare allora tutti quei popoli, che insorgono, e tutte quelle franchigie e libertà rivendicate, e tutte quelle battaglie combattute al grido di viva Pio IX in Italia e fuori d'Italia?
È tale e così grande spettacolo e così nuovo nella storia, che lo stesso Pio IX, quantunque angosciato già di mille scrupoli e di mille dubbiezze, ne è estasiato per primo, e dopo avere nell'allocuzione del 10 febbraio 1848, scritte le parole famose: «benedite, gran Dio, l'Italia», ripete a viva voce il giorno seguente a tutto il popolo quelle parole medesime, che avranno un'eco così potente, e quando Milano e Venezia e Parigi e Vienna sono insorte al grido di viva Pio IX, egli nell'allocuzione del 30 marzo non potrà a meno di dirsi commosso che i conforti della religione abbiano preceduto colà i pericoli dei cimenti e inspirati quegli eroismi patriottici, quei sentimenti di generosità verso i vinti, tutti segni esteriori di quell'accordo pieno, e sia pur momentaneo, di tutte le facoltà della coscienza umana, che formò allora la poesia nuova, l'universalità vera e mai più rinnovatasi di tutto il moto del 1848 e che sia pure dinanzi alla critica filosofica una grande illusione, non è meno un fatto per questo, i cui ricordi Cesare Correnti (un progressista impenitente) chiamava tanti anni dopo, con una delle sue frasi sentimentali, le reliquie d'un amore tradito, e su cui ben meschino è il positivismo storico, che può passare senza rispetto, senza risentirne le profonde emozioni di quei giorni, e peggio ancora che può sfatarlo del tutto per orgogli razionalisti, che in sostanza valgono quanto la fede delle beghine, o per passioni politiche, che valgono ancora di meno.
Fino a questo momento è il sogno del Primato di Vincenzo Gioberti, che sembra divenuto realtà; fino a questo momento Pio IX è quel Papa e l'Italiano è quel popolo, che il Gioberti ha sognato. La situazione è dominata ancora da questa potente idealità, e per qual via si giunge a vederla poi dominata invece da un'idealità affatto opposta, e surrogato insomma, per dir tutto in una parola, al Gioberti il Mazzini? Per via dell'equivoco, che passa fra Pio IX ed il popolo, al quale equivoco ho già accennato, e che ingrossando via via compirà il vero e irrimediabile distacco. Quest'equivoco s'insinua come un cuneo tra popolo e principe, e a profondarlo sempre più e ad affrettare il distacco raddoppiano i colpi i retrogradi da un lato e i demagoghi dall'altro. La malafede è qui, non in quel popolo e in quel principe, sbalestrati entrambi, se si vuole, da una reciproca illusione, ma per parecchio tempo ancora entrambi, agitati già forse da dubbi, scrupoli e dolorosi ricordi, ma schietti, sinceri, in buona fede nei loro intenti e nelle loro speranze. Quando questa buonafede verrà meno nel popolo e nel principe, sarà segno che retrogradi e demagoghi, gesuiti e mazziniani hanno compita l'opera loro.
O io m'inganno a partito, o questa (a volerla fare) è la psicologia, positivista davvero, che in quell' ambiente e in quel momento ci fa scoprire i documenti umani di questa storia.
In forza di quell'equivoco niuno porrà mente alle riserve, che il Papa ha fatte, agli ammonimenti quasi severi e corrucciati, che si contengono nelle sue due allocuzioni del 10 febbraio e del 30 marzo. E le parole stesse, ch'egli, parlando al popolo dal balcone del Quirinale, ha immediatamente soggiunte al suo famoso: «benedite, gran Dio l'Italia» niuno le ha sentite o le ha volute sentire. Eppure egli avea detto chiaro e tondo: «non mi si facciano domande, che non posso, non debbo, non voglio ammettere,» e Pellegrino Rossi, che sentì quelle parole, disse, volgendosi a Marco Minghetti, ch'era con lui: «il Papa ha ricorso a un rimedio eroico; per questa volta sarà esaudito, ma guai, se si avvisasse di riparlare al popolo; ogni suo prestigio sarà perduto.» E così fu in realtà!
D'ora innanzi si procede più in fretta, ma la fiducia reciproca va scemando nel Papa e nel popolo, appunto perchè il primo non concede, nè resiste a tempo, e la concessione è sempre più larga o slargata al di là delle sue intenzioni, ed al secondo pare sempre di non aver nulla ottenuto, se non ottiene di più.
Così in poco d'ora, dal 12 febbraio al 10 marzo, si passa da un Ministero misto di laici e di prelati ad un Ministero quasi laico del tutto ed in cui entra col Pasolini e col Minghetti Giuseppe Galletti, i primi due le più spiccate figure del partito riformista e moderato nello Stato Pontificio, l'altro lo specimen precoce di quei radicali ed ex cospiratori, che a cuor leggero trapasseranno dal Ministero Papale alla rivolta del 16 novembre, da questa alla Costituente, dalla Costituente alla Repubblica.
Il 14 marzo anche Pio IX concesse la Costituzione, ed il Ministero che doveva attuarla, non solo non l'avea pensata e compilata lui, ma neppure la conosceva, perchè manipolata in segreto da una Commissione di prelati e di cardinali. Pellegrino Rossi, appena vide quell'informe intreccio di poteri, di giurisdizioni e di diffidenti cautele, annientantisi l'una coll'altra, la giudicò così: «è una guerra legalizzata fra sudditi e sovrano;» giudizio profondo, degno dell'uomo, ma giudizio solitario allora, e a cui nessuno partecipò.
C'era ben altro! Ben altra guerra premeva: la guerra d'indipendenza, il porro unum necessarium del Balbo, ed ecco il Papa in conflitto prima di tutto con sè stesso e coll'ufficio suo di pastore di tutti i Cattolici; ecco che il Ministero, il quale nella sua maggioranza non chiede di meglio che far la guerra e assecondare l'impeto d'entusiasmo, da cui è spinto tutto il paese, ecco che il Ministero si trova tosto alle mani il più intricato dei problemi: far dichiarare al Papa la guerra contro una nazione cattolica, o come principe metterlo in aperto contrasto con gli stessi suoi Ministri e coi sudditi, tutti d'un animo in tale questione.
L'unica soluzione del problema pare una dieta federativa di stati italiani, a cui partecipi il Papa e che dichiari essa la guerra e stabilisca essa il contributo d'uomini e danaro spettante a ognuno dei confederati. Così la responsabilità diretta del Papa sarebbe eliminata, ed i suoi scrupoli, legittimi o no, sarebbero quietati.
Chi n'avesse il tempo, signore, bisognerebbe seguire questo negoziato in tutte le sue fasi, vederlo trattato sotto tutte le forme, travagliarvisi intorno gli animi più elevati e i più eletti ingegni del tempo, indagare perchè non riesca mai e quanto per colpa delle intrinseche sue impossibilità, quanto per colpa degli eventi e quanto infine per colpa degli uomini. Certo la sua non riescita è la cagione più larga della rovina del gran moto del 1848, ma Pio IX, si noti bene, ci ha forse meno colpa di tutti gli altri, meno di certo degli statisti Piemontesi, i quali temono sempre di compromettere le aspirazioni dinastiche di Casa Savoia, meno di certo del Borbone di Napoli, il quale in piena malafede non pesca mai in questo negoziato se non un mezzo indiretto per domare la ribellione di Sicilia.
Ciò è dimostrato dalle strane vicende della delegazione napoletana venuta in Roma a trattare e in cui fa la sua prima apparizione politica Ruggero Bonghi, e da quelle non meno strane dei negoziatori Piemontesi fino al Rosmini, il più illustre, il più sincero, il più convinto di tutti, e che perciò appunto si trovò alla fine sconfessato da' suoi stessi mandanti.
Se non che mentre le pratiche diplomatiche per la Lega e la Dieta si trascinavano senza conclusione in difficoltà bizantine, i fatti s'incaricavano essi di concludere da sè soli.
Carlo Alberto è già in campo contro l'Austria. Volente o no Pio IX, partono da Roma e da tutto lo Stato Pontificio i volontari e le truppe sotto la guida del Durando e del Ferrari, ed il Durando, con un proclama fornitogli dalla penna romantica e neoguelfa, che ha scritto l' Ettore Fieramosca e il Niccolò de' Lapi, bandisce la guerra santa al grido di: Dio lo vuole; evoca i ricordi delle Crociate, di Alessandro III, dei liberi Comuni vittoriosi a Legnano; e passa il Po.
Quando e dove mai s'era data una situazione politica simile a questa? Pio IX è già in guerra contro l'Austria ed ha ancora ai suoi fianchi l'ambasciatore Austriaco come in piena pace; i Ministri vogliono in cuor loro la guerra, e per calmare la collera del Papa sconfessano il Durando e il suo proclama (povero espediente in verità, e poco degno dei valentuomini che l'adoprarono) l'Austria ed i Gesuiti agitano dinanzi al Papa lo spettro d'un immaginario scisma germanico; la contraddizione tra il pontefice e il principe costituzionale sta per scoppiare; niuno sa più quale responsabilità prevalga, se la cattolica del Pontefice o la costituzionale del Ministero, ed ecco l'Enciclica del 29 aprile 1818, che come uno schianto di fulmine illumina per un istante la tenebra in cui tutti camminiamo a tastoni, poi la riaddensa subito più fitta e più minacciosa di prima.
Con essa Pio IX separava nettamente la causa sua e del papato dalla causa italiana, e quell'Enciclica è rimasta nella storia come l'affermazione più solenne della defezione di Pio IX. È giusto; nè vi ha quindi vitupero che sia stato risparmiato a quell'atto: Roma e l'Italia ne inorridirono; l'Austria e i Gesuiti ne gongolarono come d'una grande vittoria.
Ma questi effetti così potenti e così disastrosi furono essi veramente previsti e voluti da Pio IX? Il popolo Romano non capì alla prima il latino dell'Enciclica, ma forse neppure Pio IX si rese ben conto di tutta la portata di quel documento. Il Gioberti lo crede, e pensa che per troppe cose egli, nella sua scarsa coltura, dovea rimettersene al giudizio degli altri.
Ad ogni modo, le proteste di Pio IX, le sue meraviglie coi Ministri, ed in ispecie con l'amico più fido, qual era per lui il conte Giuseppe Pasolini, l'aver pure ventilato ora il progetto di recarsi in persona a Milano, le sue promesse di riparare al mal fatto, l'averlo in più modi tentato, cogli uffici ai Ministri dimissionari, affinchè rimanessero, con una chiara allocuzione in italiano per essere ben inteso alla prima, colla missione Farini al campo di Carlo Alberto per assicurare la qualità di belligeranti in piena regola alle sue truppe e ai volontari, colla lettera, tanto celebre, quanto inefficace, all'imperatore d'Austria, tuttociò, se dimostra la sua inesperienza politica, dimostra altresì, mi sembra, ch'egli era forse il solo a credere incoscientemente di non aver fatto tutto il male che gli imputavano, nello stesso modo che non avea creduto coll'amnistia d'aver fatto tutto il bene, onde gli era venuta così gran gloria.
Comunque, questa in realtà è la fine dell'idillio italico-papale!
Da un lato lo sdegno popolare, arroventato dalle vecchie sètte, che rompono la tregua, si muterà ben presto in rivolta; dall'altro la reazione farà forza di remi per ripescar questo Papa, che, Dio sa come, gli era scappato di mano. Tant'è che monsignor Pentini, il quale avea scritta esso l'allocuzione papale in lingua italiana, con cui si volea medicare il cattivo effetto dell'Enciclica del 29 aprile, confidò al Pasolini (e questi n'ebbe poi la prova) che di nascosto del Papa quella buona lana del cardinale Antonelli l'avea sulle bozze di stampa sostanzialmente mutata, facendo il 1º di maggio affiggere sulle muraglie di Roma un documento, che non solo ribadiva, ma peggiorava, se mai, il latino dell'Enciclica.
Siamo in piena commedia dell'arte: Pantalone vittima delle astuzie del suo servo Brighella; ma l'ilarità dura poco, che in un subito tutta Roma è in tumulto; la Guardia Civica frena a stento gli eccessi; Ciceruacchio, mentre i Ministri moderati, bravissime persone al solito, ma che non trovano nulla di più ardito e di più ingegnoso da fare che andarsene, Ciceruacchio è ancora il solo protettore di Pio IX; sorge il Ministero Mamiani, in cui balenò allora, precorritrice di trent'anni dopo, la mezzatinta soave del governo progressista; il Papa è già costretto di commettersi ad uomini, dei quali diffida; Pellegrino Rossi sinceramente si duole che Pio IX «abbia inutilmente sciupato un tesoro di popolarità;» l'Ambasciatore d'Austria invece se ne va finalmente da Roma, fregandosi le mani e dicendo: «ho messo il Papa in tale impiccio, che non ne leverà i piedi mai più!»
La parte più nobile del Ministero Mamiani fu la ripresa delle trattative per la Lega; la più originale il tentativo d'attuare in pratica la Costituzione del 14 marzo.
Nella mente del Mamiani (mente speculativa e letteraria per eccellenza) quell'informe aborto piglia le fattezze estetiche e le dialettiche simmetrie d'un sistema filosofico. Un po' alla volta il Mamiani si persuade che non può darsi anzi più bel modello d'irresponsabilità costituzionale di quella d'un Sovrano, che ha i piedi in terra e la testa in cielo, che collocato in tal regione intermedia fra il mondo di là e il mondo di qua, lassù prega, benedice e perdona, e quaggiù lascia a Ministri, umanamente fallibili e peccatori, la cura delle faccende terrene. Questa posizione a mezz'aria non piacque però a Pio IX, il quale si mostrò sempre ostile e diffidente al Mamiani, fino a sospettarlo ingiustamente di tradimento, e il Ministero Mamiani trascinò la vita in una crisi perpetua, resa ognora più grave dalle condizioni generali d'Italia, per la quale, colla giornata del 15 maggio a Napoli ed il richiamo delle truppe borboniche, colle successive vittorie degli Austriaci, contro i Pontifici a Vicenza, contro i Toscani a Curtatone, contro i Piemontesi a Custoza e a Milano, si chiudeva ormai tutto un periodo della sua rivoluzione e se n'apriva un'altro; si chiudeva cioè il periodo dell'esperimento Giobertiano e si apriva quello dell'esperimento Mazziniano. Il 2 agosto il Ministero Mamiani si dimise; successe fino a mezzo settembre l'interregno d'un Ministero del conte Eduardo Fabbri, durante il quale la dissoluzione organica dello Stato s'andò accelerando sempre più, e il 16 settembre era Ministro Pellegrino Rossi, destinato a rappresentare ed a pagare colla sua nobile vita il supremo sforzo, forse l'ultimo per sempre, di tener uniti ancora Pio IX e il suo popolo, il Papato cattolico e la causa della libertà e dell'indipendenza italiana.
Chi era quest'uomo, che osava tanto e in un'ora così disperata?
Compromesso nell'impresa Murattiana del 1815, avea esulato in Isvizzera; colà avea tenuto alto il nome italiano e, facendosi largo coll'ingegno e gli studi, era salito ai primi onori della repubblica. La sua fama, come scienziato, pubblicista e uomo di Stato era già europea, quando nel 1833 era andato a Parigi, chiamatovi dal Guizot, che gli affidò la cattedra di economia politica nel Collegio di Francia. V'era rimasto fra molto favore e non poche contrarietà, ma le aveva vinte tutte, e nel 1839 era Pari di Francia, nel '44 Ministro di Francia a Roma. Come tale, avea assistito alla morte di Gregorio XVI, ai primordi di Pio IX, e vi avea assistito, fedele interprete della politica francese, ma in pari tempo con quel cuore di patriotta e d'italiano, per cui, rivalicando le Alpi dopo quasi trent'anni d'esilio e rivedendo l'Italia: «ho pianto, diceva egli stesso, come un fanciullo,» e nel 1848 avea benedetto suo figlio, che andava volontario in Lombardia a combattere contro gli Austriaci. Di tuttociò sono documento splendidissimo la sua corrispondenza diplomatica e privata col Guizot e le sue lettere a Teresa Guiccioli, scritte quand'egli, dopo la Rivoluzione francese del febbraio, era rimasto in Roma da privato, nell'una e nell'altre delle quali appariscono tutta la profondità, la sapienza, la finezza, l'eleganza d'ingegno di Pellegrino Rossi, e insieme la grandezza d'animo, con cui considera uomini e cose del suo tempo; qualità tutte, rivelate persino dai vari motti del Rossi, così veri e scultorii, suggeritigli dagli avvenimenti, che gli passano sott'occhi e che ho citati via via per concludere che se si ricongiungono quelle qualità di animo e d'ingegno colla probità laboriosa della sua vita pubblica e privata e collo straordinario ardimento di opporsi solo, e mentre tutti gli uomini più eminenti del partito moderato si ritraggono timidi e sfiduciati, di opporsi solo, dico, alla fiumana reazionaria e repubblicana, che irrompe da ogni lato e salvar Roma e forse con essa l'Italia dalla rovina, Pellegrino Rossi è indubitabilmente il solo grand'uomo di Stato, degno di questo nome, che l'Italia abbia avuto prima e dopo il Conte di Cavour.
V'ha chi oppone ch'egli tentò l'impossibile, e lo tentò, perchè imbevuto di quel dottrinarismo, che aveva appreso alla scuola del Guizot. Senza negare gli errori del Guizot e dello stesso Rossi, confesso che non partecipo punto al disprezzo dei cosiddetti uomini pratici per la dottrina e alle loro ammirazioni per certi estemporanei della politica, che la corruzione del parlamentarismo fa spuntare (purtroppo per noi, che siamo l' anima vilis dei loro esperimenti) sempre più fitti e più solleciti che mai. Che se il Rossi tentò l'impossibile, dirò che l'impossibile tenta appunto, come una fata morgana, ingegni ed animi pari al suo. Gli altri (oh non ne dubito!) preferiscono serbarsi ad occasioni più facili.
Comunque, ch'egli tentasse l'impossibile non dovette allora essere in tutto l'opinione de' suoi avversari, se per fermarlo ai primi passi non trovarono altro mezzo che ucciderlo e ucciderlo prima (fu una delle grandi preoccupazioni degli assassini e dei loro mandanti) e ucciderlo prima che egli aprisse bocca nel parlamento, da lui riconvocato pel 15 novembre 1848.
V'ha chi oppone ancora: «e s'egli fosse riuscito? Chi sa quando e come si sarebbero potute raggiungere l'unità d'Italia e la fine del poter temporale dei Papi?» Ah! si crede proprio che i primi e veri autori di questi trionfi nazionali siano i dissennati, che spinsero Carlo Alberto a Novara, o gli scellerati, che trucidarono Pellegrino Rossi il 15 novembre 1848? In verità che, a ragionar così, la storia diviene un bel coefficiente di moralità pubblica e privata! Pel Rossi però c'è una considerazione, che dovrebbe, se non altro, ammansare questi terribili conseguenziarii della storia ed è che i Monsignori Romani (lo dice il Cantù, autorità non sospetta) esecravano il Rossi non meno dei demagoghi e che nascosero così poco la loro gioia per quell'eccidio (lo dice il Padre Curci, allora Gesuita) che molti credettero in quel tempo e credono anche oggi alla loro complicità.
La lucidità, la precisione, la rapidità dei provvedimenti, che Pellegrino Rossi prese subito per frenare l'anarchia dilagante per tutto e infondere nuova vita a un cadavere furono meravigliose. Fra tanta dissoluzione d'ogni utensile di governo e tanta inerzia della parte migliore della cittadinanza, mentre in Roma il clericalume ribaldo lo odia, perchè egli ne combatte gli abusi e i privilegi, e la demagogia, rinvigorita dei gregari peggiori, che vi colano da ogni parte, lo assale, lo insulta, lo minaccia, lo scredita ogni giorno, come un rinnegato italiano, che per ambizione e avidità di lucro s'è fatto strumento di tirannia, egli affronta l'uno e l'altra all'aperto; dice chiaro il suo pensiero, non nasconde nulla de' suoi propositi, non indietreggia mai, tocca a tutto, accenna a rinnovar tutta la vita e l'organismo d'uno stato, che non ha più nè organi, nè vita. Con questo minaccia egli forse la libertà? No, certo! Non solo lascia a Roma infuriare una stampa, di cui nulla si può immaginare di più tristo e di più forsennato, ma discute anzi pubblicamente con essa, ed eletto Ministro alla metà di settembre convoca pel 15 novembre le Camere. Gli si rimprovera di aver voluto esser solo e far tutto. Ma chi dovea egli associarsi, se tutti lo lasciarono solo, e chi adoprare, se nessuno valea quanto lui? Un uomo, che si mette a tale sbaraglio, è naturale, che abbia grande coscienza delle proprie forze e se per indole il Rossi era fiero, sprezzante, sarcastico, ognuno ha i difetti delle proprie virtù e i suoi avversari non potevano certo inspirargli atteggiamento migliore.
Resta la sua politica estera, che si riassume tutta nei negoziati per la lega fra gli Stati italiani. È singolare che il rimprovero di non averla conclusa gli venga principalmente dai Mazziniani, che a quest'ora a nient'altro pensavano, se non a proclamare la repubblica unitaria in Roma, e dai Piemontesi, che appunto ora avevano sconfessato il Rosmini, loro ambasciatore, il quale l'avea quasi conclusa, e null'altro volevano se non un contributo immediato d'uomini e di denaro per la ripresa della guerra. A che pro la lega dei Principi per chi voleva abbatterli tutti? A che pro il contributo d'uno Stato disfatto e perchè, se il Rossi, al pari del Gioberti, del Rosmini, di tutti i maggiori uomini italiani, giudicava una follìa disastrosa romper di nuovo la guerra all'Austria? Fatto è che il progetto sostituito dal Rossi a quello del Rosmini ha ben più l'aria di una dilazione, che d'altro, siccome il Congresso federativo promosso dal Gioberti a Torino non fu in sostanza che un'accademia, e la Costituente bandita a Livorno dal Montanelli non fu che il preambolo della repubblica del Mazzini.
S'approssimava intanto il giorno della riconvocazione delle Camere, e per più segni era chiaro al Rossi che i demagoghi volevano tentar in Roma per quel giorno un gran colpo. Si provò a indebolirli e scomporli; ma se mandò in provincia la Legione Romana dei reduci di Vincenza, i peggiori rimasero e s'aggrupparono intorno a Luigi Grandoni; se confinò qualche esule Napoletano dei più torbidi, essi arrivarono a mala pena a Civitavecchia; se disperse uno o due caporioni di congiure occulte o palesi, essi non s'allontanarono quasi, o stettero col piè levato al ritorno; se chiamò Carabinieri e ne fece mostra per le vie, poco c'era da contare sulla loro fedeltà; se processò qualche giornale, aizzò vieppiù le loro ire; se mandò il generale Zucchi contro i facinorosi delle provincie, si tolse da vicino il solo uomo, che avrebbe opposto petto di soldato alla ribellione.
Che cosa rimaneva al Rossi? Il suo coraggio, che in questa inefficace sproporzione, e certamente erronea, dei mezzi col fine, tanto più si palesa qual'era, quello d'un eroe.
Che si congiurasse intorno a lui, che una sommossa fosse prestabilita pel 15 novembre, egli lo sapeva di certo. Che si volesse uccider lui, quantunque dovesse prevederlo e temerlo, non pare che l'abbia saputo di certo, se non all'ultimo momento.
Così almeno s'argomenta dal più recente e autorevole studio su questi fatti (ma sfortunatamente ancora incompiuto), che è quello di Raffaello Giovagnoli. Da che fucine uscissero quelle congiure, l'ha detto il Rossi medesimo nell'articolo che osò pubblicare proprio alla vigilia del 15 novembre. In esso accusa apertamente, senza riserve nè attenuazioni, i clericali e i demagoghi, e dice loro: «badate! non vi darò quartiere!» Quanto a sè stesso: «il mondo sa, concludeva, che vi ha lodi, che offendono e biasimi, che onorano.»
Tali parole, gettate in quell'ultim'ora come una sfida, sulla faccia de' suoi nemici, sono sublimi, e mi è caro ripeterle qui, dinanzi a una udienza, che certo sente profondamente vibrarsi nel cuore quanto v'è di grande, di nobile, di cavalleresco, di fieramente elegante persino, nella sprezzante audacia di quest'uomo.
Ma notate! Egli accusa senz'alcuna distinzione clericali e demagoghi. L'avrebbe fatto il Rossi, ministro del Papa, se non avesse avuto le prove in mano di ciò che affermava? Aggiungete che le carte segrete del Rossi, raccolte la sera stessa del 15 novembre per ordine di Pio IX da monsignor Pentini e da lui consegnate al Papa, nessuno le ha viste mai più.
Al mattino del 15 novembre sulla piazza della Cancelleria era schierato un battaglione di Guardia Civica, che avea fornito una diecina di militi, non più, per le solite sentinelle all'entrata e nell'interno del palazzo. I Carabinieri, per ordine del Rossi, erano consegnati nelle caserme a piazza del Popolo e nel palazzo Borromeo. Nelle vicinanze della Cancelleria molta gente, non folla, varia di condizioni e, a quel che pareva, di opinioni e di sentimenti; curiosi in gran parte; scarsissime le donne. Nel cortile del palazzo, che ha all'intorno portici a due ordini, molti, che vanno e vengono, e a gruppi una sessantina di reduci Vicentini della Legione Romana, tutti colla sozza e logora uniforme di tela, che la plebe solea perciò chiamare: la panuntella. Fra costoro, faccie torbide, agitate, e ora bisbigli all'orecchio, ora bestemmie, e voci di esecrazione e di minaccia al Rossi.
Di questo brutto apparecchio il Rossi fu informato. Stette un momento sopra di sè, poi disse: «che si fa? bisogna andare!» Mandò l'ordine ai Carabinieri di muoversi dalle caserme, ma pare non giungesse in tempo. Al tocco il Rossi salì in carrozza col suo segretario per le finanze, Pietro Righetti, al quale, montando, disse: «se non ha paura, salga pure!» Nessun altro, nessun ministro (si noti) l'accompagnò, e così si mosse dal Palazzo della Consulta.
Alla Cancelleria intanto l'irrequietezza e l'agitazione fra quella masnada di legionari andavano crescendo sempre più. I Deputati arrivavano spicciolati ed entravano senza destare attenzione. Uno solo, suscitò gli applausi dei gruppi di legionari, Pietro Sterbini, che passò salutandoli, e di cui Marco Minghetti dice ne' suoi Ricordi: «pochi uomini ho conosciuto più rei d'intelletto e d'animo, e più orrendi di faccia.»
A un tratto due legionari, accorrendo dall'angolo di via de' Baullari, dicono ai compagni: «eccolo! eccolo!» Una carrozza s'avvicina, ma altre voci: «non è lui! non è lui!» Era la carrozza del Ministro di Spagna. Il furore nei gruppi di legionari aumenta a vista d'occhio; s'odono alcuni: «sta' a vedere che non viene questa carogna! Dovrebbe avere paura!» In quella giunge la carrozza del Rossi. «Eccolo, si grida, è lui! Dentro! Dentro!» I legionari rientrano tutti di botto e si dispongono di qua, di là, presso la scala; alcuni sui tre scalini, pei quali si monta ad un largo pianerottolo. La carrozza, rallentando, entra nell'atrio in mezzo a un grande silenzio, si ferma dinanzi alla scala e il Rossi si dispone a scendere. Allora prorompono urli e fischi: «Morte! Abbasso! Ammazzalo!» Egli guarda intorno fiero, imperterrito, s'avvia, e sale il primo scalino. Le due file dei legionari, che l'hanno lasciato inoltrarsi, gli si rinchiudono dietro e lo separano dal Righetti. Nel tempo stesso mentre il Rossi sale gli altri due scalini, qualcuno l'urta a destra, egli si rivolta sdegnoso, e da sinistra un altro gli immerge un coltello nel collo. Trenta, quaranta braccia s'alzano nello stesso istante per nascondere ciò che accade; sulle spalle del feritore alcuni gettano un cappotto da Guardia Civica e scompaiono con lui per una porticciuola di fianco; altri accorrono al portone del palazzo e trattenendo la folla, che si protende innanzi e interroga agitata, curiosa: «niente, niente, rispondono, fermi! Non è niente!» Il Rossi, raggiunto a gran pena dal Righetti, gli era caduto fra le braccia e trasportato nelle stanze del cardinale Gazzoli, pochi minuti dopo e senza profferir parola era spirato.
Al di fuori la folla si diradò quasi subito. Nella Camera dei Deputati, che erano scarsissimi, alla prima eco degli urli e dei fischi, al primo annunzio d'un attentato al Rossi parecchi, il Minghetti, il Fusconi, il Pantaleoni, uscirono per portar soccorso, altri non si mossero dai loro scanni, il Presidente Sturbinetti fece leggere il verbale: apparenza d'impassibilità da Senatori Romani contro i Galli di Brenno; vigliaccheria solenne in realtà, che neppure osò alzar la voce a maledire l'assassino.
Ma che dico maledirlo? Nessuno lo inseguì, nessuno lo cercò, nessuno seppe chi era, nessuno si curò di saperlo e per parecchi anni nessuno lo seppe, o chi lo sapeva non lo disse.
La stessa sentenza del 17 maggio 1854 che per l'assassinio del Rossi condannò a morte Luigi Grandoni e Sante Costantini, altri due alla galera a vita, altri tre a vent'anni, quantunque lo annoveri fra i sorteggiati per compiere il delitto, non lo nomina più neppure fra i correi contumaci. Nello stesso famoso Sommario processuale del giudice Laurenti, che, prima dell'esame diretto delle sedicimila pagine del processo fatto dal valentissimo Giovagnoli, era la sola fonte a cui ricorrere, l'assassino vero del Rossi è una figura, su cui l'istruttoria trascorre sempre disattenta, e sì i processanti, che i giudici sembrano ignorare che alla data della chiusura del processo e della sentenza l'assassino vero era già morto da circa cinque anni. Esso fu Luigi Brunetti, il figlio maggiore di Ciceruacchio!
Quanto alla preparazione del misfatto, le conclusioni del Giovagnoli sono che i complotti furono due, l'uno di vecchi settari della Carboneria, in cui sarebbe stato deliberato; l'altro di non più che sette sicari, scelti fra i reduci di Vicenza della Legione Romana.
Allo Sterbini, al Ciceruacchio e agli altri capi del moto rivoluzionario, che poi finì colla repubblica del Mazzini, non dovette parere che il moto fosse ancora maturo; erano incerti ancora del contegno della truppa e della Guardia Civica; erano una frazione audace, pronta a tutto, ma frazione pur sempre; temettero forse gli strascichi della grande popolarità di Pio IX, forse una reazione nella capitale stessa e nelle provincie; tant'è vero che l'esperimento procedette per gradi, ed ucciso il Rossi, eliminato cioè l'ostacolo maggiore, la sera stessa del 15 novembre atterrirono la città, percorrendola al chiarore sinistro di faci in una specie d'orgia selvaggia, cantando a squarciagola l'orribile ritornello:
Benedetta quella mano,
Che il Rossi pugnalò,
e levando in trionfo or l'uno or l'altro dei legionari (mai però il Brunetti!) fin sotto la casa, dov'erano raccolti in lagrime disperate la moglie e i figli del Rossi; tanto è vero che il giorno dopo imposero bensì colla rivolta un Ministero democratico a Pio IX col Galletti e lo Sterbini; ma non osarono di più; non osarono proclamar subito la Costituente e la Repubblica.
Vi ricordate ora, o signore, che, appena trafitto il Rossi, i complici del Brunetti gli avevano fatto siepe all'intorno delle braccia alzate, lo avevano imbaccuccato in un cappotto da Guardia Civica e trafugatolo in fretta per una porticciuola di fianco? Ebbene, da quel momento, si può dire, l'assassino scompare per sempre; si dice il nome ora di questo, ora di quello, quasi mai il suo; il 25 novembre Pio IX fuggirà da Roma; il 5 febbraio 1849 si riunirà la Costituente; il 9 si proclamerà la Repubblica; il 3 luglio i Francesi, dopo superata una resistenza eroica, entreranno in Roma, e in mezzo a quella rapida e sfolgorante epopea della difesa di Roma, in cui brillano di gloria immortale tanti nomi sacri alla memoria degli Italiani, il nome di quel miserabile va travolto e perduto. Ma Garibaldi non si è arreso ai Francesi. Da Roma vinta il gran guerrigliero esce seguìto da molti compagni (Ciceruacchio e i suoi due figli fra questi) per raggiungere Venezia che resiste ancora; lo inseguono quattro eserciti; passa fra mezzo a tutti invincibile, inafferrabile; sublime odissea, in cui, affinchè nulla manchi alla sua eroica poesia e alla sua grandezza morale, c'è ancora la morte alle Mandriole, presso Ravenna, di Anita, la donna amata da Garibaldi, e l'espiazione tremenda del delitto del 15 novembre 1848. Ciceruacchio e i suoi due figli, dopo che Garibaldi ha tentato imbarcarsi a Cesenatico per Venezia, dopo ch'egli ha dovuto retrocedere fino alle foci del Po e riparare nel porto di Magnavacca, Ciceruacchio, i suoi due figli e cinque altri, che li seguivano, si separarono da Garibaldi, cascano in mano agli Austriaci, e tutti, lo stesso Lorenzo, il figlio minore di Ciceruacchio, un bambino di tredici anni, trascinati sulla riva del Po a Cà Tiepolo, ora dei Papadopoli, sono fucilati, come belve rabbiose. Espiazione, sì, del vile assassinio di Pellegrino Rossi, ma il sangue innocente di quel bambino, che si aggrappa al petto del padre, mentre le palle li trafiggono entrambi, se implora perdono al padre ed al fratello, grida vendetta al cospetto di Dio contro chi l'ha versato e chi l'ha fatto versare!!
Luigi Brunetti, l'assassino di Pellegrino Rossi, è finito così, la notte del 10 agosto 1849. Tuttavia neppure allora apparisce il suo nome. Egli per nascondere sè e il suo misfatto s'è consegnato agli Austriaci sotto un falso nome, forse sotto quello di Luigi Bossi, e nella lapide che nella chiesetta di Sant'Antonio, presso al luogo del supplizio, ricorda quegli infelici, vi sono bensì otto nomi, ma manca il suo; v'è il nome falso; postuma espiazione anche questa!
Ora, ignoravano essi tutto ciò gli inquisitori e i giudici di Roma? Non direi! In quello stesso Sommario processuale del Laurenti, che il Giovagnoli chiama giustamente un romanzaccio da fare il paio con L'Ebreo di Verona del gesuita Bresciani, v'ha le traccie delle conclusioni stesse, alle quali è giunto il Giovagnoli, v'ha le traccie cioè delle due riunioni, di quella del 13 novembre, in cui fu dai capi della demagogia romana deliberata la morte del Rossi, e di quella della notte del 14, in cui fra sei o sette figuri, che stanno bevendo in un'osteria a piazza del Popolo, comparisce lo Sterbini ed eccitato da lui Luigi Brunetti si profferisce pronto a scannare il Rossi il giorno dopo; ma l'inquisizione non si ferma su ciò, preferisce cercare origini remote alla congiura nel Congresso di Torino, in quello di Firenze, in un pranzo, a cui assiste con lo Sterbini e il principe di Canino, nient'altri che Terenzio Mamiani, sempre nell'intento non tanto di gravar la mano sui demagoghi peggiori, quanto di coinvolgere nell'infame accusa tutto il partito liberale e allontanare ogni sospetto dai clericali, che pure il Rossi aveva pubblicamente accusati.
A tal fine il romanzaccio si slarga; v'ha una prima congiura di certi fratelli Facciotti alla salita di Marforio; una seconda nei fienili di Ciceruacchio, in cui i congiurati sono a centinaia; una terza di Legionari reduci da Vicenza nel teatro Capranica; e all'ultimo le tre congiure s'intendono e metton capo all'assassinio del Rossi e alla rivolta del 16 novembre, con lo scenario d'obbligo dei giuramenti sui pugnali (giura anche il conte Mamiani!), del sorteggio dei sicari, delle prove sui cadaveri, degli avvisi misteriosi alla vittima designata. In tuttociò è confusione di fatti, di tempi, di uomini, e mescolanza di vero e di falso, fatta ad arte per un fine politico e non per scoprire la verità, che forse i processanti conoscevano, ma premeva loro assai meno. Ciò non vuol dire che fra i condannati del 1854 vi fossero innocenti. Non lo credo. Ma la verità è che la congiura diretta fu di pochi; l'indiretta di molti, e vi contribuirono ugualmente l'odio dei clericali, la timidità dei moderati, la perversità dei demagoghi, il fanatismo dei repubblicani, e per ultimo la stessa audacia del Rossi, la soverchia fiducia in sè ed il soverchio disprezzo dei suoi avversari.
Fu lasciato solo, quando salì al ministero, come fu lasciato codardamente solo (salvo che da Pietro Righetti) il giorno, che dovette affrontare i pugnali degli assassini.
E appena egli è caduto, l'anarchia prorompe, il governo si dissolve, lo Stato, ch'egli reggeva nella potente sua mano, non esiste più.
Nondimeno il Mazzini ed il Saffi negano che fra l'assassinio del Rossi, la rivolta del 16 novembre, la fuga del Papa, la proclamazione della Costituente e della Repubblica vi sia alcuna continuità.
V'era tanto invece e così immediata, che nessuno pensò più neppure a scoprire e punire gli assassini del Rossi, ed i più noti fra essi ebbero premi, onori e compensi.
È un'onta questa, cui non bastano a lavare gli eroismi della difesa di Roma, perchè la Repubblica fu opera d'una fazione e la difesa di Roma fu invece un fatto ed una gloria nazionale, e in quella luce radiosa di battaglia contro lo straniero non campeggia la squallida figura di Mazzini, bensì risplendono quelle omeriche ed ariostee di Garibaldi, di Bixio, di Medici, di Pietramellara, di Morosini, di Mameli, di Manara, e di cento e cento altri guerrieri italiani, che cadono «col nome d'Italia sulle labbra e la fede d'Italia nel cuore!»
E Pio IX, di cui non abbiamo quasi più parlato?... Egli ha rinnegata la patria e chiamati gli stranieri; il Vescovo d'Imola, l'ospite caro di Giuseppe e Antonietta Pasolini a Montericco, il Pio IX dell'amnistia e del Benedite, gran Dio, l'Italia sono scomparsi. In loro vece è il tristo ceffo brigantesco del cardinale Antonelli. Meglio, non parlarne più!!
I MOTI DI NAPOLI DEL 1848
CONFERENZA DI FRANCESCO S. NITTI.
Ebbene — poichè l'accoglienza vostra è sì cordiale — permettete che vi dica che io non avrei dovuto parlare del '48 a Napoli. Non posso, non si può forse parlarne con severità; non vi è nemmeno la possibilità di una ricostruzione completa dei fatti. Troppe lacune, troppi errori: sopra tutto le passioni sono ancor vive e gli odii persistono ancora. I miei parenti furono tutti tra i perseguitati, anzi fra i tormentati dalla reazione borbonica. È difficile essere sereno; sopra tutto quando gli archivi conservano, ancora inesplorati, i soli elementi che possano gittare un poco di luce su tante cose che noi non sappiamo.
La difficoltà appare maggiore quando si pensi che sono ancora viventi non pochi di quelli che nel '48 a Napoli ebbero un'azione diretta. Essi sono forse i peggiori giudici: ma sono anche i più incontentabili. Chi ha operato non può essere un giudice; ma non può nemmeno esser contento di chiunque giudichi senza aver operato.
Le lotte tra i greci e i persiani, le aspirazioni di Filippo il Macedone si prestano alle considerazioni più varie; ma considerarle in un modo o in un altro non indignerà alcuno. Non si parla invece impunemente di quelle cose in cui i nostri padri, a ragione o a torto credettero, e per cui lottarono e soffrirono.
La storia dei fatti di Napoli dal 27 gennaio al 15 maggio non è che la storia di pochi mesi; pure, a chi vi guardi dentro, apparisce la spiegazione di non poche delle difficoltà presenti. Molte cose sono scomparse; permangono tuttavia alcune tristi eredità. E il desiderio di pronte mutazioni, e l'insofferenza di disciplina, e il credere che si possa in pochi chiedere e ottenere trasformazioni, sono mali derivati a noi dalle rivoluzioni liberali tra il '20 e il '60.
La rivoluzione del '48 non ebbe a Napoli nulla di grandioso: non fu molto diversa in altre parti d'Italia, ma la fine tragica diede altrove carattere di grandezza.
La costituzione del 1820, data a Napoli da un re fiacco e di malafede, dipese da un moto incomposto. La costituzione del '48 fu concessa per equivoco, fu soppressa di fatto dallo squilibrio di due paure: la paura che il re avea dei liberali e la paura che i liberali aveano del re.
Durante la dinastia borbonica la sola rivoluzione di Napoli che lasciò tracce durevoli e in cui vi fu il martirio dei migliori e dei più degni, fu quella del 1799: essa fu la condanna della monarchia borbonica; la vera, la terribile accusa che pesò sempre su Ferdinando IV e sui suoi successori.
Il 1820 avea lasciato due dolorose eredità, due idee non ancora scomparse del tutto.
La prima idea, comune alla monarchia e alle classi medie, che il regime politico potesse e dovesse esser mutato non per modificazioni progressive, ma quasi di assalto. Due sottotenenti e un prete aveano infatti nel 1820, per opera e con l'aiuto di una setta, determinato, sia pure fuggevolmente, un mutamento di regime.
Dal 1820 al 1848 appare dovunque l'idea che si deva operare di sorpresa, che pochi uomini di buona volontà bastino a tutto. La massa era indifferente: che importa? Le classi medie non aveano nessuna preparazione: ma era necessario che l'avessero?
I travisamenti della leggenda napoleonica faceano credere che un uomo solo potesse bastare a ogni cosa. Un patriota calabrese, che nei fasti del '48 ebbe gran parte, vedendo passare dei reggimenti della guardia reale, diceva al Settembrini che si sarebbe sentito con centomila baionette di fare più che Napoleone.
Fra il 1830 e il 1848 questo stato di animo determinò dovunque piccoli tentativi di rivolta. Ve ne furono in Sicilia, in Abruzzo, perfino alle porte di Napoli, nei Principati. Due o tre famiglie perseguitate o insofferenti, o che aveano antichi rancori, bastavano qualche volta a determinare rivolte locali.
In alcuni paesi si giunse a proclamare il regime costituzionale, a cantare il Te Deum in Chiesa; qualche volta si dichiarò perfino decaduto il Re.
Data la mancanza delle strade e l'insufficienza dei funzionari nelle province (accorrevano il più che si potesse nella capitale, che era la sola grande città del Regno nel continente), la monarchia borbonica avea in ogni paese una o più famiglie ricche o potenti, cui concedeva la sua protezione: in un piccolo centro rurale il potere era bilanciato tra il parroco e la famiglia più ricca. Era dunque esercitato assai spesso molto male e con la tracotante e volgare arroganza così comune alle famiglie ricche nei piccoli centri. La causa dei movimenti carbonari o settari spesso va cercata meno nell'odio per la monarchia che negli odii locali, nella prepotenza di qualche famiglia ricca (ricco volea dir spesso solo meno povero degli altri) che senza la nobiltà e la grandezza avea i pregiudizi e le idee di dominio dei vecchi feudatari.
La seconda idea, non meno dannosa della prima e che non è ancora scomparsa nè a Napoli nè nel resto della penisola, è che si possa ottener tutto dallo Stato in tempi di rivolgimenti. La burocrazia già numerosissima, assorbiva in ogni rivolgimento un certo numero di elementi nuovi. Quando prevalevano i liberali, come quando prevaleva l'assolutismo, vi era sempre lo stesso numero di persone in cerca d'impieghi. Anzi il Re dava per grazia e poteva quindi negare; ma i liberali che avean bisogno di suffragio e di aiuto, parea che non potessero e che non dovessero.
Ferdinando II, fra il '30 e il '48, cioè per diciotto anni, avea dato prova di molta mitezza e di molto accorgimento. Succedendo a un padre inetto e dopo periodi tristissimi per la vita della monarchia e del paese, avea trovato molto da fare, soprattutto moltissimo da disfare. E all'opera benefica di restaurazione si era accinto con ardore.
Pochi principi italiani fecero fra il '30 e il '48 il bene che egli fece. Mandò via dalla Corte una turba infinita di parassiti e d'intriganti; richiamò i generali migliori, anche di parte liberale, e licenziò gl'inetti; ordinò le leve militari; fece costruire, primo in Italia, una strada ferrata; istituì il telegrafo: fece sorgere molte industrie, sopra tutto quelle di rifornimento dell'esercito, che era numerosissimo; ridusse notevolmente la lista civile; mitigò le imposte più gravi. Giovane, forte, scaltro, volea fare da sè, ed era di un'attività maravigliosa. Educato da preti e cattolicissimo egli stesso, osò con grande ammirazione degli intelletti più liberi resistere alle pretese del papato e abolire antichi usi, umilianti per la monarchia napoletana.
Non coraggioso e non nato alle armi, avea compreso che il Regno di Napoli avrebbe avuta una grande importanza nella penisola se avesse avuto un solido potente esercito; e le truppe che avea trovato corrotte e demoralizzate avea cercato di risollevare e avea portato con grandi sacrifizi l'esercito stanziale a una cifra proporzionalmente molto superiore all'esercito attuale del Regno d'Italia.
Avea molti pregiudizi del tempo suo e del suo ambiente; era sopra tutto troppo napoletano; ma avea anche molto desiderio di fare.
È passato alla storia come Re Bomba e non si ricordano di lui che il tradimento della costituzione, le persecuzioni dei liberali, le repressioni di Sicilia e le terribili lettere di Gladstone.
Abbiamo troppo presto dimenticato che, durante quasi due terzi del suo regno, i liberali stessi lo chiamarono Tito e lo lodarono e lo esaltarono per le sue virtù e per il desiderio suo di riforme. Abbiamo troppo presto dimenticato il sollievo che le sue riforme finanziarie produssero nel popolo, e l'ardimento che egli dimostrò nel sopprimere i vecchi abusi.
Io sarei molto imbarazzato se dovessi paragonarlo a qualcuno. Questo re, morto non ancora cinquantenne, ha riempito di sè l'Europa: era un misto strano di avvedutezza e di paura. Avea tutta la volgarità e le finezze del popolo minuto: avea tutte le debolezze della grande maggioranza dei suoi sudditi, cui anzi soverchiava nel desiderio di riforme reali in favore del popolo. Misto di superstizione, di scaltrezza e di intelligenza; bonario, desideroso di assicurare al popolo una vita migliore. Era così poco nato per esser crudele, che quando dovè esserlo fu assai male: e le sue crudeltà furono esagerate e occuparono la stampa europea.
Quando vi furono rivolte contro la monarchia e perfino cospirazioni di soldati per ucciderlo, Ferdinando non usò alcuna ferocia: nessuno fino al 1848 fu condannato a morte per aver messo in pericolo il Re e la monarchia. Anche i poeti non cesarei esaltavano chi il gaudio del perdonar provò.
Da Carlo V in poi, se si faccia eccezione del regno di Carlo III, è impossibile trovare nella storia napoletana un periodo di più utili riforme, di maggior quiete e di maggior libertà di quello tra il 1830 e il 1848. In tutta l'opera di Ferdinando si nota un avviamento progressivo verso un regime più largo. Non era la costituzione liberale che egli sognava: ma un regime autoritario temperato da una serie di riforme. Non avea vedute larghe; ma nemmeno era cieco di mente, sì come han detto i suoi denigratori.
Ma le condizioni del regno delle Due Sicilie e il lievito che la rivoluzione del '20 avea lasciato e le difficoltà nuove che sorgevano per la influenza dei vari partiti e dei vari interessi rendevano non facile la funzione di governo, soprattutto non facile l'opera di riforme progressive voluta dal Re.
Prima di tutto fra le varie classi sociali — tranne forse nel popolo, devoto alla monarchia per antica tradizione monarchica e sopra tutto per avversione da prima ai baroni e poi alle classi medie e ricche — era uno scontento grande; un lievito che facea temere fermentazioni.
L'aristocrazia, diminuita costantemente da sessant'anni per opera dei re, guardava sospettosa. Il re Ferdinando con assai larghezza d'intenti avea chiamato alle cariche più importanti individui che non vantavano grandi casati, anzi nati umilmente. Era stato uno scandalo, n'era offesa soprattutto l'aristocrazia siciliana, così tracotante, così superba, così piena della sua grandezza e del suo passato.
Le classi medie, incitate dagli esempi di Francia, aspiravano a conquiste maggiori. La borghesia, come ho detto altre volte, non sorgeva nel Mezzogiorno dal traffico e dalla industria: ma dal commercio del denaro, dall'intermediarismo agrario e dalle professioni liberali e principalmente dall'avvocatura temuta e potente. Vi era numerosa turba d'impiegati; e sopra tutto di persone in cerca d'impieghi. Nel 1820 e nel 1848 i maggiori errori furon dovuti al grandissimo numero di aspiranti a impieghi, che si unì prima a coloro che volevano mutamenti politici e imposero la costituzione; e poi, non potendo esser contentati se non in poca parte, furono, con i loro eccessi, la causa maggiore della reazione assolutista diventata più che necessaria, inevitabile.
Non erano i partiti che mancavano nel regno.
Alla vigilia del 1848 fra le classi medie del reame vi erano anzi partiti politici numerosi, e numerose erano anche le gradazioni di ciascun partito.
Il partito di governo, il partito che raccoglieva le maggiori forze, era quello che volea la monarchia assoluta pura: el rey neto, come dicono gli spagnuoli. I fatti del '20 avean lasciato nei più ricchi e nei più desiderosi di pace un triste ricordo. Meno per convinzione politica, che per ignoranza della vita pubblica e per tradizione, i benestanti più ricchi vi aderivano: e vi aderivano anche coloro che per la loro situazione avean più facili e più sicure le carriere. Questo partito, così detto austro-spagnuolo o assolutista, perchè i suoi istinti e le sue tendenze lo spingevano appunto verso l'Austria e verso la Spagna, aveva avuto per leader il principe di Canosa da prima, il marchese Del Carretto da poi. Si componeva nella maggior parte di nobili, dell'elemento militarista e del clero ricco. Non solo odiava ogni riforma, ma trovava troppo liberale la politica del Re, e volea dighe maggiori a tutte le aspirazioni unitarie e liberali. Per sua natura stessa devoto alla monarchia, non osava discuterne gli atti: ma aspirava a esercitare un'azione più larga. Aderiva a questo partito e n'era l'anima la così detta camarilla, un partito formatosi tra i bassi fondi di Corte e inviso anche alla parte più moderata per il suo spirito d'intrigo. Non tutti però coloro che del partito austro-spagnuolo facean parte erano assolutisti. Alcuni solo per odio al murattismo e a ogni intervento straniero, preferivano una monarchia assoluta e napoletana.
I murattisti costituivano a lor volta un partito numeroso. Gioacchino Murat, francese, era stato re di Napoli quasi per un decennio; e benchè l' Almanacco reale del Regno delle Due Sicilie, pubblicato per cura della Corte di Napoli non lo mettesse più tardi nemmeno nella serie cronologica dei Re di Napoli e Sicilia, considerandolo come un usurpatore, avea lasciato ricordo di sè. Era stato troppo poco per determinare odii profondi: ma avea pubblicato molte leggi buone e cattive, e avea combattuto bene a capo di schiere napoletane. Era bello, forte, arditissimo; forse un po' ciarlatanesco. Ma ciò non gli noceva in alcun modo. La leggenda di Napoleone, rimasta vivissima nel Regno, ripetuta, ingrandita, dava prestigio alla tradizione murattiana. In Francia con Napoleone III la fortuna di casa Bonaparte risaliva; parea naturale che anche a Napoli dovesse risalire. In alcuni la fede nella italianità era scarsa, anzi mancava addirittura il sentimento; altri credeva che fosse più facile per le riforme legare la politica di Napoli a quella di Francia. Fra i murattisti vi erano due fra le personalità più spiccate del reame: il generale Filangieri, che rappresentava tendenze militari, favorevoli a un assolutismo temperato e l'avvocato Bozzelli ch'era fra i desiderosi di costituzione liberale e che fu parte grandissima nei fatti del 1848.
Ma questa soggezione allo straniero, anche negli ordinamenti liberali, questo invocare principe straniero e leggi straniere anche per causa di libertà, offendeva molti. Il senso d'italianità si era venuto formando: anzi si può dire che i moti del 1848 ebbero in generale più tendenza unitaria che liberale, a differenza di quelli del '20, che furono esclusivamente costituzionali. Gli scritti di Gioberti, di Balbo, di D'Azeglio, soprattutto l'opera di Mazzini, infiammavano le menti. Si ebbero monarchici, federalisti, repubblicani: ma il nome d'Italia era ripetuto da tutti.
E vi erano ancora altri partiti e gradazioni infinite dei partiti maggiori.
Era però male grandissimo che il movimento costituzionale e riformista fosse composto di elementi che speravan solo da passioni e da interventi esterni; e che la monarchia o il partito austro-spagnuolo, rimanessero soli a difendere, insieme con la indipendenza del reame, anche la tradizione napoletana. Due fatti derivarono da ciò: da una parte l'avversione della monarchia napoletana a ogni riforma, e dall'altra, quando la unità fu realizzata, una debole partecipazione dei napoletani nei benefizi del nuovo ordine di cose e di tutta la funzione di governo.
La protezione che Ferdinando II parea accordasse ne' primi anni del suo regno agli studi coincideva con un risveglio intellettuale molto notevole. Il giornalismo, fra il '30 e il '48, attirò non pochi uomini di valore; era un giornalismo letterario, ma politicamente ebbe per effetto di far nascere il bisogno di cose nuove. Memorabile soprattutto lo studio del marchese Basilio Puoti, da cui uscirono De Sanctis, Settembrini e quanto di meglio ebbe Napoli; il purista grande, che affezionava gli scolari alla purezza dell'idioma italico e rinverdiva i vecchi testi, lavorava senza sapere, forse senza volere, alla grande opera dell'unità.
Vi era dunque nel Regno, alla vigilia del 1848, un movimento delle idee; vi erano partiti immensi e vi era soprattutto quel fermento che precede i periodi di rivoluzioni.
Ma la tradizione infausta della rivoluzione precedente e gli esempi recenti spingevano gli uomini più dissennati o più entusiasti a tentare da soli o in pochi trasformazioni profonde: e facea credere al sovrano che ogni manifestazione fosse effetto di setta o di organizzazioni tenebrose. Da una parte dunque si credeva che pochi uomini soltanto potessero scuotere le masse; non il martirio nobilmente sopportato, non il lavoro lungo e paziente di educazione progressiva, non l'opera assidua di tutti i giorni, ma i colpi di fortuna improvvisi. Pochi decisi a tutto uscivano in campo: i più numerosi seguivano e gridavano. Si voleva trascinare il pubblico. Le voci eran così alte e numerose, lo scoppio così improvviso, che il Re cedeva. A sua volta il Re esagerava la potenza dei liberali: dieci persone unite, che scendevano in piazza a gridare, credeva rappresentassero setta interminabile e tenebrosa. La storia del '20 non è tutta in questi sospetti e in queste debolezze?
Ora, verso la fine del 1847, nel fermento costituzionale che era in tutta Europa e con l'agitazione socialistica già vivace in Francia, nel Regno delle Due Sicilie doveano ripercuotersi necessariamente i fatti di oltre Alpe.
Gli annunzi delle riforme di Toscana e di quelle concesse a Roma da Pio IX produssero agitazioni vivissime tra i liberali di ogni gradazione. La condotta del Re era stata tale in passato, che egli pareva più disposto a concedere che a reprimere.
Durante il novembre e il dicembre 1847 vi erano state agitazioni e dimostrazioni. Nelle piazze, e fino sotto il palazzo reale, si era gridato: Viva il Re! viva la costituzione! Il Re non avea mostrato di gradir molto applausi di questa natura, e la polizia avea disperso i dimostranti e arrestato i più accesi tra essi.
La Sicilia, in cui già l'avversione per i napoletani più che per la monarchia borbonica era grande e in cui la tradizione e lo spirito separatista erano vivissimi, si agitava a sua volta ben più gravemente.
I moti di Sicilia, cominciati il 27 novembre con le dimostrazioni del teatro Carolino, al grido di: «viva Ferdinando II! viva Pio IX!» assunsero presto carattere diverso.
Si cominciò col chiedere alcune riforme amministrative: poi si chiesero modificazioni profonde nell'ordinamento amministrativo. La libertà non era la vera causa: quest'ultima bisognava trovare soltanto nel desiderio di ottenere con minacce di rivolte una completa divisione da Napoli. Infatti il movimento divenne presto separatista, e si volle che non altra unione vi fosse con Napoli che una unione personale: il Re comune e niente altro.
Come il movimento si allargava non solo si vollero le riforme, ma si vollero a scadenza fissa, quasi con un ultimatum: il Re doveva darle entro il 12 gennaio. Il Comitato di Palermo mandò emissari dovunque: si parlava d' indipendenza, più che di libertà. Il Re, per prudenza o per timore, mentre si decise a reprimere l'insurrezione, il 16 gennaio concesse in gran parte ciò che la Sicilia chiedeva: si disse che era troppo tardi, e l'insurrezione divampò.
Truppe furono spedite da Napoli per domare la rivolta di Sicilia: si batterono pigramente, furono battute e si ritirarono.
Trasformatosi il movimento da trasformista in rivoluzionario per colpa della Sicilia, le dimostrazioni di Napoli assunsero un carattere più minaccioso.
Il Re avrebbe potuto opporsi al movimento, mettersi a capo dell'esercito e resistere alle sedizioni e alle rivolte. Ma gli mancava l'audacia, e soprattutto credeva che i liberali, secondati dall'Inghilterra, avessero molto più forze che non avevano in realtà.
Il 26 gennaio, quasi per dar ragione ai dimostranti, licenziò il ministro Del Carretto, capo del partito assolutista, e lo fece imbarcare il giorno stesso per Marsiglia: i liberali che erano in carcere furono liberati e con essi Carlo Poerio.
Il 27 vi fu una grande dimostrazione.
Le concessioni, fatte sotto l'impressione dei movimenti di piazza, non doveano arrestarsi.
Il 28 il Re formò Ministero liberale: all'alba del 29 un Atto sovrano annunziò la costituzione liberale e i capisaldi di essa.
Dal 29 gennaio al 15 maggio, quando la costituzione fu uccisa dalle violenze della piazza, se pure nella forma fu ancora per qualche tempo mantenuta dal Re, non trascorsero che poco più di cento giorni. Ma la storia di quei cento giorni è così piena d'insegnamenti, più che di avvenimenti, che spiega non poca parte dei fatti posteriori.
In quei 100 giorni vi furono tre ministeri, presieduti i primi due dal marchese di Serracapriola, il terzo dall'insigne storico Carlo Trova.
Ferdinando non fece le cose a metà.
A capo della politica fu messo da prima il Tofano e poi Carlo Poerio, cioè l'anima dei comitati d'azione: Ministro dell'Interno fu chiamato Francesco Paolo Bozzelli, fino alla vigilia perseguitato e ritenuto da tutti il capo dei liberali napoletani; nelle province furono mandati a governare i liberali più noti: Imbriani, D'Ayala, de Tommasis, ecc.
Bisognava redigere lo Statuto: a chi darne incarico? Un uomo pareva più di tutti adatto. Era avvocato ed era autore di opere filosofiche e politiche; avea sofferto dura prigionia per ragioni di Stato; avea nei lunghi viaggi studiato, o si diceva che avesse, gli ordinamenti liberali in Francia, in Svizzera, in Belgio, in Inghilterra. Era o pareva un riformatore audacissimo e l'averlo il Re messo a capo del Ministero dell'Interno, indicava appunto il nuovo indirizzo. Il Bozzelli fu dunque incaricato di scrivere la costituzione.
Chi era quest'uomo che è stato grandissima parte degli avvenimenti del '48, che autore della costituzione e chiamato egli stesso a dare garanzia ai liberali, fu poi ministro di reazione e raccolse le ire de' suoi antichi seguaci? In tre mesi egli passò dalla più grande popolarità alla più estrema impopolarità. Era un avvocato e quindi facile al cavillo, amante della parola, desideroso di trionfi oratorii. Giuseppe Massari, che fu suo amico e suo compagno e poi gli divenne fiero nemico, quasi per insultarlo lo chiama sensista e materialista, quasi che l'essere materialista significhi non aver coscienza.
Certo era di una vanità senza limiti. E quando, per cedere alle pressioni dei liberali, Ferdinando gli affidò l'incarico della costituzione, credette di dover essere messo a pari dei grandi legislatori dell'antichità.
Chiesto da Carlo Poerio e da altri delle riforme che avrebbe introdotte nel nuovo Statuto, rispose con enfasi da avvocato: — Se Solone avesse discusso le sue leggi con gli amici, non avrebbe fatto opera immortale. —
In realtà Solone si contentò questa volta di scrivere 89 articoli, copiandoli quasi letteralmente e integralmente dalla costituzione di Francia e in parte da quella del Belgio.
Il 10 gennaio il nuovo Statuto fu pubblicato e il Re gli giurò fedeltà dinanzi ai principi, ai ministri e al corpo diplomatico. Volle che la cerimonia fosse solenne, e dicono che nel giurare era commosso. Era in buona fede? Qualcuno ha mostrato di dubitarne, ma gli stessi storici liberali convengono della sincerità delle sue intenzioni.
Proclamata la costituzione, la Sicilia avrebbe dovuto accettarla. Invece la ribellione continuò dovunque, e le truppe del Re furono discacciate e si ritrassero da tutta l'isola, tranne che dalla cittadella di Messina.
A Napoli l'entusiasmo raggiungeva il delirio.
Le dimostrazioni si succedevano alle dimostrazioni, le grida alle grida. Per settimane intere tutta la città imbandierata, uomini e donne con coccarde, spettacoli, rappresentazioni, perfino carri carnevaleschi con rappresentazioni allegoriche in odio al dispotismo e in onore della libertà.
Napoli si trovò di un tratto a passare da un regime di dispotismo quasi assoluto a un regime di libertà quasi illimitata. Libera la stampa, libere le associazioni, libere le riunioni; mancava l'educazione per godere di tanta libertà.
Un re che avea un esercito di circa 100 mila uomini e una grossa marina e saldi ordinamenti, avea accordata la costituzione non per lotta lunga e tenace, non per resistenza di popolo, ma perchè impaurito da grida e da dimostrazioni. Si credette che con le grida e le dimostrazioni tutto si potesse ottenere, dal momento che si era ottenuto il libero reggimento.
Era Napoli allora città di 400 mila abitanti, con poche industrie manifatturiere. Rappresentava il grosso centro di consumo di un regno di circa 9 milioni di abitanti. Vi era una corte ricca e fastosa, vi erano principi e principesse; vi era un numeroso corpo diplomatico, v'era una numerosa amministrazione e un numero grandissimo di soldati; circa 30 mila nella capitale e ne' dintorni.
Tutta la popolazione cittadina viveva dunque sullo Stato. Vi era un contingente non ricco e non prospero, e quasi tutto addetto a mestieri, in servizio della gente ricca. Grandissimo era il numero dei servitori; il popolo era vera plebe, cioè massa amorfa, capace di subite impulsioni, non cosciente, fantastico, abituato a servitù lunghe e rivolgimenti improvvisi.
La classe media viveva quasi esclusivamente delle professioni liberali e degli impieghi; avvocati e impiegati nel più gran numero.
Gli avvocati, i paglietti, quantunque diminuiti dalla pubblicazione dei codici, erano sempre potentissimi: causa di tutte le agitazioni, irrequieti, sempre disposti a sostenere qualunque governo come qualunque opposizione.
Enorme il numero degli impiegati.
Noi parliamo ora di burocrazia e siamo disposti a credere che si tratti di un male nuovo. Uno studio comparativo, fatto su documenti inconfutabili, prova invece che in molti dei vecchi Stati italiani vi era maggior numero d'impiegati che non vi sia ora in Italia, proporzionalmente, s'intende, al loro territorio e alla loro popolazione.
Nel reame di Napoli soprattutto e, non v'incresca d'udirlo in Toscana, più grande era il numero degli impiegati. La Toscana è addirittura il paese che ha dato, nella formazione delle pensioni italiane, un maggior contributo; avea anch'essa stuolo grandissimo d'impiegati. Ma, nel reame di Napoli, il cui reddito era quasi esclusivamente agricolo e in cui per il grandissimo numero di avvocati difficile ai timidi e agli onesti riesciva l'avvocatura, non vi era per la borghesia media altro scampo che negli impieghi. Parrà quasi incredibile, ma alcune amministrazioni napoletane aveano non solo relativamente, ma anche assolutamente maggior numero d'impiegati che ora non abbia tutto il regno d'Italia. Il figlio dell'impiegato succedeva al padre, il quale a sua volta era succeduto a suo padre.
Vi era una schiera infinita di postulanti, e il Re, per quieto vivere, a molti concedeva. Ora una costituzione era stata ottenuta con le grida; la massa dei disoccupati della classe media volle impieghi colle grida e con pressioni d'ogni specie.
Il primo ministero, in cui oltre il marchese di Serracapriola e l'avvocato Bozzelli, erano il principe di Torella, il principe Dentice e altra gente onesta e desiderosa di far bene, si trovò di fronte a difficoltà impreviste. La costituzione era data, e con essa il regime liberale; si era creduto che la libertà bastasse a tutto; si vide che a sua volta conteneva cause di malcontento.
La Sicilia, inorgoglita dei primi successi, non solo non accettava la liberalissima costituzione, ma si proclamava autonoma, dichiarava decaduto il Re e i suoi discendenti. Il Parlamento siciliano, vista l'impossibilità di una repubblica, decideva offrire e facea più tardi offrire la corona di Sicilia a Ferdinando di Savoia, duca di Genova, figliuolo secondogenito del re Carlo Alberto.
L'onorevole Crispi vi parlerà della rivoluzione di Sicilia, e vi dirà forse molto diversamente che io ora non dica.
Perchè la Sicilia non accettò la costituzione? perchè tentò in ogni guisa di creare ostacoli al Re? Perchè, si risponde, essa non avea fede nei Borboni.
Questa mancanza di fede non è in alcuna guisa dimostrata. Perchè furono appunto i siciliani che nel 1799 ospitarono il Re, e furono essi, che, durante la monarchia francese di Giuseppe e di Giovacchino, gli furono fedeli.
La Sicilia non era gravata d'imposte eccessive. Mentre adesso paga allo Stato per imposte circa 115 milioni all'anno, allora per le spese generali non contribuiva al bilancio dello Stato che tenuamente. Ancora nel 1860 il contributo della Sicilia alle spese generali del Regno non era che di 17 milioni.
Certamente i magistrati e i funzionari che il Governo mandava non erano sempre irreprensibili e molti erano egualmente sensibili al danaro e devoti alle persone potenti.
Ma le popolazioni siciliane, mantenute in uno stato di grande ignoranza, tutte le volte che potevano, mostravano il loro odio ai napoletani. Napoletano voleva quasi dire straniero. In più di un'occasione di impiegati e gendarmi napoletani fu venduta la carne nelle strade, quasi a selvaggia vendetta.
La Sicilia avea tradizioni separatiste fortissime. Per secoli avea avuta una monarchia propria e reggimento autonomo e istituzioni differenti dagli stati della penisola. L'aristocrazia feudale potentissima e più resistente che altrove, odiava la monarchia da cui era stata diminuita. La classe media, desiderosa d'impieghi, vedeva di mal'occhio i napoletani: ogni impiegato napoletano rappresentava un nemico e un concorrente. Il popolo non si era ancora abituato dal 1734, quando per la quarta volta la Sicilia fu unita a Napoli in uno Stato solo, a considerare i napoletani come connazionali; li considerava come stranieri e come dominatori.
Nel 1848 la Sicilia invitò un principe sabaudo, mandò molte bandiere e pochi uomini in Lombardia: ma in fondo fece un movimento separatista e fu la causa prima, come Settembrini e Massari riconoscono, della caduta del movimento liberale in Italia.
Non solo separazione politica da Napoli; ma i suoi rappresentanti, con eccessivo ardore, dichiaravano dal Re di Napoli non voler accettare nemmeno le cose buone.
Ora Ferdinando II avea creduto e gli era stato fatto credere che, all'annunzio della costituzione, la Sicilia si sarebbe calmata. Avveniva invece il contrario.
D'altra parte i liberali pretendevano che la Sicilia non si dovesse sottomettere con le armi; volevano con la guardia nazionale che vi fosse una specie di nazione armata; pretendevano che il Re proclamasse la lega dei principi italiani e l'unità della penisola.
Ora, tutte queste cose impensierivano il Re. Quasi metà del reame si era distaccato e lo avea dichiarato decaduto; l'esercito era malcontento; le passioni e le aspirazioni che il nuovo ordinamento avea determinato erano violentissime.
I ministri, la stampa, il pubblico, non educati alla libertà, mancavano non solo di garbo, ma di convenienza.
La stampa si permetteva sul conto della famiglia reale e degli antenati del Re apostrofi irreverenti; in pubbliche dimostrazioni si portavano sotto il palazzo reale i ritratti di Pagano, di Cirillo e di altri, che senza dubbio iniquamente, erano stati fatti uccidere dall'avo del Re. Questi richiami storici non aveano nulla di grazioso, nulla di rassicurante sopra tutto.
Ma i ministri più degli altri mancavano di garbo; ve ne furono molti in cento giorni e tra essi uomini di grande valore come Bavarese, Poerio, Scialoia e altri insigni; ma la più gran parte erano avvocati, incapaci di risoluzioni energiche, sempre disposti a gridare, a concionare, ad apostrofare.
La costituzione rappresentava quanto di più liberale si potesse volere; invece i ministri stessi, pochi giorni dopo la proclamazione dello Statuto, lo discutevano e i giornali dicevano che bisognava modificarlo.
Lo stesso Ministro di grazia e giustizia del secondo ministero liberale, Aurelio Saliceti, invece di dare esempio di moderazione, proponeva nuova costituzione: voleva fosse conceduto alla Camera dei deputati il diritto di emendare la costituzione, fosse abolita la Camera dei pari, si dichiarasse subito guerra all'Austria, senza nemmeno bisogno di intesa con Carlo Alberto.
Con garbo non eccessivo, al Re, che gli mostrava la difficoltà di tutte queste cose assieme rispose: — V. M. si ricordi di Luigi XVI e dei re che non concedettero le riforme in tempo. —
Non era un modo molto gentile per ricordare a un re la storia; il richiamo era anche meno rassicurante quando si pensi che l'avola del Re, Maria Carolina, era sorella di Maria Antonietta.
Ferdinando sentiva il bisogno — e si potea dargli torto? — di risolvere prima di tutto la questione siciliana. Si diceva invece dai ministri: — Lasciate in pace i siciliani. Andate in Lombardia e vi troverete la corona di Sicilia. —
Si pretendeva risolvere nello stesso tempo il problema dell'unità e quello della libertà.
Non persuaso, Ferdinando voleva almeno che fosse prima stabilito, in caso di vittoria, quali vantaggi avrebbe avuto il Regno del Piemonte, quali quello di Napoli. I liberali dicevano: — Si vedrà dopo. Bisogna andare senza discutere. —
E il Re a malincuore mandò un suo delegato a Carlo Alberto e truppe in Lombardia sotto il comando di Guglielmo Pepe, che scontò poi nobilmente a Venezia tutti gli errori del '20.
I giornali a Napoli pullulavano: se ne pubblicavano di ogni colore, di ogni gradazione, di ogni tendenza.
Erano di una violenza di linguaggio appena credibile. Insultavano i ministri, non risparmiavano lo stesso Re.
Gl'insulti più grandi erano per l'esercito; si diceva che la guardia nazionale, espressione del popolo, dovesse stare a difesa della libertà; l'esercito stanziale essere per sua natura artefice del dispotismo. I generali si erano opposti alla spedizione di Lombardia: era stata nuova cagione di insulti. Anche i migliori ufficiali rodevano il freno e si sentivano trascinati contro il nuovo ordine di cose.
Mentre il 25 marzo si riuniva il Parlamento siciliano, e il Re, non potendo far altro, si contentava di fare una protesta, due mesi di libertà aveano trasformata Napoli in un alveare in rivoluzione. Si credeva che le istituzioni liberali fossero un banchetto a cui tutti dovessero partecipare. Cresceva il numero di coloro che voleva impieghi a ogni costo e non umili impieghi, ma funzioni elevate e ben retribuite. Si gridava contro i ministri. Il Bozzelli, esaltato fino al giorno prima, veniva insultato come un traditore e un retrogrado.
A una prima crise ministeriale ne successe una seconda, a una seconda una terza. Si disse che i ministri eran troppi pochi, che bisognava accrescere il numero dei liberali nel Ministero.
Da sette i ministri diventarono dieci. Ma non era possibile contentar tutti, e bisognava intanto quietare i più rumorosi. Qualche ministro fece nominare un sottosegretario di Stato, istituzione inutile, visto che v'erano dieci ministri e il reame non presentava un così grande numero di affari amministrativi, sopra tutto dopo la separazione della Sicilia. I sottosegretari ebbero 150 ducati al mese, e furon detti i centocinquanta. Nessun ministro volle fare a meno del suo centocinquanta, e peggio ancora si trovavano centinaia di persone che volevano essere centocinquanta a ogni costo.
Bodley dice che se si chiede a cento inglesi se si sentono capaci di governare il loro paese e di far meglio dei governanti, novantanove rispondono no; e laddove si domanda a cento francesi novantanove almeno rispondono di sì e hanno già una soluzione pronta pei mali del loro paese. Si può soggiungere che cento italiani sono concordi nel rispondere sì. Fra gli italiani lo spirito di anarchia e di indisciplina, che è in basso e in alto, dipende dalla troppa importanza che si attribuisce a sè stessi e dalla poca che si attribuisce agli altri. Nessuno crede da noi che il suo stato sia quello che le proprie attitudini hanno determinato; tutti sono convinti che solo l'ingiustizia della società condanni a una situazione modesta.
Quante volte avete sentito dire da un piccolo avvocato, da un modesto mercante, o addirittura da un cocchiere: — Se io fossi Rudinì! se io fossi Giolitti! se io fossi Pelloux! — E qui una serie di soluzioni.
Nel '48 a Napoli ragionavano tutti allo stesso modo.
Al Settembrini si presentò don Carlo Basile, bidello dell'Università e autore di alcune insulsaggini a stampa. Voleva.... voi penserete che volesse un avanzamento; voleva invece, avendo un programma di riforme scolaresche, essere ministro della istruzione.
Si credeva che la democrazia autorizzasse a tutto. I posti nelle amministrazioni furono moltiplicati; ma nessuna moltiplicazione era sufficiente al numero degli aspiranti. Si era ottenuta la libertà con dimostrazioni e con grida, perchè non si poteva ottenere un impiego?
Le anticamere dei ministri rigurgitavano, e chi non era contentato diventava un denigratore e andava nei caffè e nei ritrovi pubblici, a gridare, a vociare, a minacciare. Parea di essere tra energumeni.
Un'interpetrazione falsa della democrazia aveva rilassata ogni disciplina.
Nessuno veniva risparmiato. Carlo Poerio, che era quasi passato dalla prigione al ministero, e che, ahimè! dovea tornare alla prigione, non potendo accontentare i postulanti veniva insultato. Si spargeva la voce che egli fosse spia del Re, anzi traditore. Il Bozzelli non era che un vanitoso; un avvocato facile più alla parola che pronto all'azione. Si diceva invece che ricevesse danaro dal Re.
Una massa di gente chiedeva di essere restaurata dei danni patiti. «Tutti i ministri, dice il Settembrini, erano oppressi dalle petulanti e superbe dimande di uomini che parevano ubriachi e volevano essere uditi per forza, pretendevano tutto per forza e credevano la libertà un banchetto a cui ciascuno dovesse sedere e farvi una scorpacciata. Salivano tutte le scale, strepitavano in tutte le case; era un'anarchia brutta: e non v'era uomo sennato di qualsivoglia opinione, che non desiderasse di vedere un governo forte e non dei ministri avvocati, che chiacchierando sempre di legalità e di libertà, e avendo fede solo nelle chiacchiere, facevano andare ogni cosa a rotoli, e poi se ne spaventavano e davano le loro dimissioni, come fece il Ferretti, a cui fu sostituito il Manna, e come fecero poi l'Imbriani per onorate cagioni, il Ruggiero che si serbò a tempi migliori.»
Il Ministro degli affari esteri andò ad abitare fuori di Napoli, sperando di mettersi in salvo: la sua casa continuò a essere invasa, come prima, da postulanti.
Il ministro Vignali fu schiaffeggiato da una donna, che chiedeva con arroganza cosa ch'egli non potea concedere.
Il conte Pietro Ferretti, ministro delle finanze, dovendo un giorno recarsi a palazzo reale urgentemente per un consiglio di ministri, fece dire alla folla d'importuni in cerca d'impieghi, che lo attendeva nell'anticamera, che non potea quel giorno, chiamato altrove da urgenti ragioni di Stato, ricevere alcuno: aggiunse anzi che dovea recarsi dal Re, per consiglio dei ministri di grave momento. La guardia nazionale che faceva da sentinella al Ministero delle finanze, invece di far eseguire il comando, si rivolse al Ministro e gli disse in tono epico: — Prima di essere ministro del Re, voi siete ministro del popolo. Perciò non dovete andare a palazzo reale e dovete star qui ad ascoltare il popolo. —
Il Ferretti cercò invano di reagire: dovè cedere alla singolare apostrofe, e quel giorno non andò in consiglio dei ministri.
L'anarchia delle strade cresceva con l'anarchia del Governo. Il partito assolutista, che aveva visto a malincuore le riforme costituzionali e che ora assisteva allo sfacelo degli ordinamenti liberali, intrigava per accrescere i disordini. Le vecchie spie licenziate, i Merenda, i Barone e altra turba numerosa e spregevole soffiavano ne' disordini, sperando che gli abusi stessi costringessero a tornare all'antico.
Nei ministeri era impossibile il lavoro. La stampa pubblicava nefandezze di ogni genere. I timidi, gli incerti, molti fra i più onesti, quasi cominciavano a desiderare la fine delle forme costituzionali.
Nei circoli chi più gridava e più insultava era il più applaudito. Si distinguevano i calabresi per violenza di linguaggio e per smodate aspirazioni.
Il popolo che nulla intendeva di costituzione e che avea più fede nel re che nei liberali, si mostrava avverso al nuovo regime. Si diceva: — E se non si lavora e noi stiamo digiuni, che libertà è questa? Prima il re era uno e mangiava per uno; ora sono mille e mangiano per mille. — Alcuni sobillatori troppo esaltati o troppo perversi accendevano le menti popolari. Bisognava che la libertà assicurasse qualcosa. In un paese in cui non v'era nemmeno una classe operaia organizzata, ma un artigianato quasi medievale, si reclamò il diritto al lavoro. Gli operai torcolieri e i sarti fecero dimostrazioni clamorose, proclamando i diritti più strani. Altre dimostrazioni dello stesso genere vi furono nei paesi del territorio, dovunque fossero fabbriche.
A Napoli la naturale mitezza del clima, la facilità della vita, la costituzione economica della città e della regione facevano esistere, fanno esistere tuttavia una gran massa di popolazione che vive quasi alla giornata. Turbe non educate le quali formano la base di ogni rivolgimento. Sono state le bande sanfediste del '99 e prima e dopo la causa più grande di agitazione e di pericoli in tutti i rivolgimenti napoletani: sono anche ora un permanente pericolo. Su queste turbe nessun altro potere esiste tranne quello dei preti.
Ora nel '48 il clero fu trattato con assai poco riguardo, anzi fu messo da parte da prima, offeso di poi ripetutamente. Non potea ispirare e non ispirò che sentimenti ostili alla costituzione.
Il ministro Saliceti volle l'espulsione dei gesuiti. Era una misura per lo meno intempestiva, quando già vi erano tante questioni ardenti.
Fu deciso, invece, che da un giorno all'altro, entro ventiquattro ore, i gesuiti sarebbero usciti dalla città e dal Regno. Era una misura enorme, un inutile atto di prepotenza. I gesuiti, sempre abili, ne profittarono e si vendicarono. Andarono via teatralmente, in aria tristissima, trasportando il più vecchio in una carrozza scoperta, tra i guanciali. Il vecchissimo era agonizzante e dava spettacolo miserando a una turba infinita di popolo, che seguiva commossa e minacciosa.
Non si aveva nè dai ministri nè dalle classi dirigenti alcuna idea precisa dei diritti e dei doveri. Il Ministro dell'interno, in una circolare famosa, mentre prometteva la divisione dei beni comunali ai cittadini, affermava che tutti aveano diritto di partecipare ai benefizi della proprietà.
Libertà politica, diritto al lavoro, diritto alla proprietà: erano proclamazioni enfatiche e avvocatesche, di cui non si misuravano le conseguenze.
Non si sapeva dove si andasse: lo Stato era una nave senza nocchiero: e se male le cose procedevano nella capitale, peggio procedevano nelle provincie. Gli antichi odii determinati da prepotenze di signori e di ricchi e dall'appropriazione abusiva da parte di costoro delle terre pubbliche, diventavano più terribili. In alcuni paesi i contadini invadevano le terre demaniali e feudali e se le dividevano sommariamente. In provincia di Avellino, in Basilicata, in Calabria, nel Cilento, dovunque erano scene selvagge di violenza. Si formavano bande armate di contadini per rubare e dividersi i beni dei ricchi.
Coloro che il nuovo ordine di cose aveva offesi soffiavano dentro alle rivolte ed eccitavano i contadini ad atti di spoliazione. I coloni si rifiutavano di pagare gli affitti, e non vi era modo di astringerli al dovere. La rapina e i ricatti delle bande armate, scriveva Carlo Poerio, avevano finito con disgustare le masse degli onesti cittadini.
Nella capitale, come nelle campagne il popolo che nulla comprendeva di costituzione, che per istinto e per tradizione odiava la classe media, rimaneva avverso al nuovo regime. La libertà: che cosa dava ad esso la libertà?
I ricordi delle orde sanfediste, la tradizione dell'anno 1799 e della restaurazione borbonica, erano ancor vivi, e le masse, sobillate dai preti, non vedendo nessun beneficio dal nuovo ordine di cose, credevano che un ritorno al re assoluto avrebbe dato, sia pure per nuovi rivolgimenti, la possibilità di ricavarne qualche benefizio.
Mentre la rivolta si faceva strada nelle province e la Sicilia aveva costituito un governo proprio; mentre la guerra era in Lombardia e il malumore cresceva; gli avvocati del governo impotenti a far nulla di serio a causa di tante pressioni, agitavano idee e propositi stravaganti. Si pensava più ai partiti che al paese; di ogni questione personale si faceva una question generale. Fu compilata una legge elettorale pessima; a chi si doleva fu risposto che era la migliore per far riescire gli amici.
Le elezioni furono fatte il 15 aprile, e, per fortuna, diedero risultati superiori a ogni aspettativa.
Carlo Poerio, degli Uberti, Ruggiero, Conforti, Imbriani ebbero elezioni multiple. Fra gli eletti vi erano Spaventa, Savarese, Dragonetti, Scialoia, Massari, Pisanelli, De Vincenzi, Mancini e altri degnissimi. Fra i deputati prevalevano coloro che in passato aveano sofferto persecuzioni; molti erano giovanissimi. Così come nel Parlamento del '20 vi era qualche prete, qualche proprietario, qualche nobile, alcuni professori; ma la grandissima maggioranza era di avvocati.
Il Bozzelli, l'idolo della vigilia, l'autore della costituzione non fu nemmeno eletto.
L'apertura del Parlamento era attesa con grande ansia, per lo spettacolo nuovo, per la speranza di vittoria che era in tutti i partiti, per il desiderio che era in moltissimi di battaglie di parole, di cui sempre molto avidi si sono mostrati i meridionali.
Tre correnti si erano determinate: la prima, la più numerosa, raccoglieva i malcontenti, coloro che a pochi giorni dalle nuova costituzione volevano modificarla o abolirla. Si proponevano di rovesciare il Ministero, di fare che la Camera dei Deputati funzionasse da costituente e abolisse la seconda Camera, quella dei pari. Propositi dissennati, conseguenze di letture mal digerite, di esempi mal compresi.
La seconda corrente avea carattere regionalista, era anzi una corrente napoletana. Non vedeva volentieri nè il movimento unitario, nè quindi la spedizione in Lombardia. Si aspettava che il Parlamento facesse ritornare le truppe dalla Lombardia e le spedisse in Sicilia. Fra questi costituzionali sinceri, ma non unitari, erano appunto Bozzelli, Blanch, Ciancinelli ed altri molti.
L'ultima corrente era rappresentata da coloro che a tutto anteponevano il sentimento d'italianità; volevano che il re mandasse nuove truppe in Lombardia e rinunziasse, almeno per allora, a riconquistare la Sicilia.
Così divisi erano gli animi dei liberali e troppe soluzioni erano escogitate e troppe ventilate con gran leggerezza.
Così avveniva, che verso l'assolutismo, per desiderio di quieto vivere e per odio all'anarchia che invadeva tutti, cominciavano a ripiegare anche gli spiriti più temperati.
I deputati giungevano dalle province. Molti erano seguìti da armati. O era la poca sicurezza delle strade, o era il desiderio di mostrarsi disposti a difendere la libertà, anche con le armi, o ardimento, vanità, o paura, o tutte queste cose assieme, soprattutto dalle Calabrie e dal Cilento giunsero armati e per le vie di Napoli circolavano facce contadinesche in aria spavalda e minacciosa.
La guardia nazionale avea più bandiere che armi, quasi più ufficiali che soldati. Non istruita per mancanza di tempo e di disciplina, raccoglieva tutti, pretendeva essere considerata come la sola e la grande milizia della nazione. L'esercito minacciato, insultato, tenuto da parte rodeva il freno: e tra il più gran numero degli ufficiali eran propositi e desiderii di ritorno all'antico.
In queste condizioni dovea aprirsi il Parlamento.
L'apertura solenne fu fissata per il 15 maggio. Ma sette od otto giorni prima di essa vi furono in parecchie case riunioni preparatorie.
Dopo una riunione tenuta in casa del medico Vincenzo Lanza, uomo sempre disposto a morire per la libertà, ma che poi visse in seguito benissimo sotto il dispotismo, fu deciso di riunirsi l'indomani nel palazzo di città in Monteoliveto.
Fra tante difficoltà i deputati avevano un cómpito molto semplice e chiaro: evitare ogni inutile lotta e rassodare la costituzione. Invece, all'annunzio che il re avrebbe mandata l'indomani una formula di giuramento di fedeltà alla costituzione promulgata, fu grande fermento. Alcuno disse che avrebbe fatto appello al popolo, altri pronunziò parole di biasimo. Si diceva che il Ministero avea promesso di svolgere lo Statuto: e si sottilizzava che svolgere implicava anche il diritto di rifare da capo a fondo.
Una costituzione, che era forse la più liberale di Europa o almeno fra le più liberali, pareva insufficiente e ogni avvocato volea modificarla: quasi si fosse trattato di un atto notorio o di una comparsa conclusionale.
L'indomani vi fu una nuova riunione; e furono propositi anche più violenti. Giunse la formula del giuramento quale il re desiderava; era presso a poco quella attualmente in uso nei parlamenti dei paesi costituzionali: si prometteva fedeltà al re, allo statuto e alla religione. Com'era possibile rifiutarla?
La maggioranza dei deputati non volle saperne. I ministri timidi, invece di appoggiare il re, decidevano che la miglior cosa fosse non giurare affatto.
Il re consentiva ancora a modificare la formula del giuramento; ma nemmeno questa concessione valeva a nulla. I ministri andavano e venivano dal Re al Parlamento e dal Parlamento al Re: i deputati si ostinavano a dire di essere un'assemblea costituente e non costituita. La frase era trovata: la vaghezza del polemizzare e del discutere faceva quasi dimenticare il pericolo. Qualcuno fra i deputati annunziava che se si fosse dovuto giurare avrebbe proclamato dinanzi al popolo il tradimento della monarchia.
Il ministero inetto non trovava alcuna soluzione. Il grande storico che lo presiedeva era accidentato e si facea trasportare: conosceva del resto assai più la vita dei Longobardi che le difficoltà de' suoi tempi.
L'agitazione passava intanto nella piazza.
Si diceva: — Il Re tradisce la costituzione! la Camera non è costituita! bisogna che il popolo si faccia valere. —
Le bande armate cominciavano a circolare per le strade a tutela della libertà. Pietro Miletto e Giovanni Andrea Romeo, armati di boccaccio l'uno e di trombone l'altro, e seguìti da altri armigeri, tumultuavano e minacciavano.
Si formavano di nuovo le dimostrazioni. Un deputato gridava ai dimostranti che i rappresentanti della nazione si sarebbero fatti uccidere piuttosto che permettere al Re di tradire.
Nella sala dei deputati, individui estranei eccitavano alla rivolta.
Non si sa bene per opera di chi le prime barricate si formavano. Si disfacevano le insegne, si rovesciavano le carrozze, si smuovevano i pavimenti delle strade. Un individuo che ebbe nome di patriota e di repubblicano, introdottosi abusivamente nella sala dei deputati alla testa di schiamazzatori e in aria di minaccia, propose non si facesse alcuna transazione se prima il Re non consegnasse alla guardia nazionale i castelli e le armi.
Quest'idea temeraria e dissennata fu accolta con un diluvio di applausi. Nella notte fra il 14 e il 15 il Re, sperando di evitare la rivolta, cedeva su tutto, tranne che sulla cessione dei castelli. Accettava perfino che la riunione del Parlamento avvenisse senza che i deputati prestassero il giuramento di fedeltà.
Invece nella notte le barricate erano cresciute. Ve ne erano diciassette in via Toledo da San Ferdinando a Santa Teresa e sessantadue nelle vie adiacenti.
I deputati, avendo ottenuto tutto ciò che volevano, facevano dal vicepresidente affiggere una notificazione, pregando la guardia nazionale di ritirarsi e gli amici della libertà di disfare le barricate, affinchè il Re potesse la mattina andare con il corteo ad aprire la sessione parlamentare della prima legislatura.
La truppa intanto aveva occupato le piazze, temendo violenze da parte dei rivoltosi.
La mattina del 15 vi fu nuova gravissima agitazione. Si pretendeva che il Re ritirasse immediatamente i soldati: solo allora, si diceva, si sarebbero disfatte le barricate.
Ma dietro queste ultime erano alcuni energumeni, moltissimi di quelli che speravano e volevano nuovi rivolgimenti, perchè la libertà non avea data loro nessuna di quelle cose cui aspiravano. Su di essi nulla potè, non l'intervento del vecchio e venerando generale Gabriele Pepe, messo dai deputati a capo della difesa nazionale; non la commissione mandata dai deputati.
Questi ultimi, la mattina del 15, sedevano in Monteoliveto e agitavano propositi disparati. Alcuni di essi erano sicuri che l'inaugurazione sarebbe avvenuta, ed erano in abito nero e cravatta bianca.
I rivoltosi delle strade, non cedendo ad alcuna ragione, avevano invece rafforzate le barricate. Si trovavano di fronte, in parecchi punti, l'esercito e i rivoltosi.
I soldati, che da parecchi giorni e da parecchie notti erano in uno stato di tensione grandissima e avevano a capo ufficiali contro cui più grandi erano le avversioni dei liberali, erano stanchi ed esausti.
A un tratto, dalle barricate in piazza San Ferdinando furon tirati su di essi i primi colpi e caddero uccisi un granatiere e un capitano della guardia. Fu il segnale della battaglia: gli svizzeri, atterrate le prime barricate, si slanciarono per la via Toledo.
La storia dell'eccidio del 15 maggio è nota. Nel combattimento per le strade parecchi furono uccisi; molti morirono che non avevano colpa alcuna. Gli svizzeri commisero alcuni atti di crudeltà: furono trucidati dei giovani di molto valore e che grandi speranze avean fatto concepire. Il popolo sopra tutto fece peggio dell'esercito, peggio degli svizzeri. Rubò, saccheggiò, incendiò come in tutte le sommosse e in tutte le rivoluzioni di Napoli.