L'OPERA DI CAVOUR
CONFERENZA DI EMILIO PINCHIA. Allorchè Tommaso Carlyle incominciava nel 1839 le sue celebri letture sugli Eroi, presentì la disputa che, colorandosi di scienza, si avvivò, ai nostri giorni, intorno al modo di essere dei grandi uomini, ricercandone con minuziosa indiscrezione le particolarità fisiologiche, ricostruendo, come si dice, l'ambiente entro il quale nacquero e si educarono, cercando di sorprendere il segreto delle esistenze meravigliose nelle funzioni dei nervi e del ventricolo.
Carlyle indovinava l'evoluzione di un pensiero scientifico tanto orgoglioso, che dalla conoscenza della materia organica ascende imperterrito ai misteri della psicologia.
Ancora l'ombra crucciata di Leopardi muove angoscioso lamento, perchè le ineffabili melanconie della sua anima innamorata e dolente, dalla profanazione invereconda, sono trasfigurate in psicosi epilettoide!
Diceva allora Tommaso Carlyle: «Mostrate ai nostri critici un grande uomo, un Lutero, per esempio; incomincieranno, come essi dicono, dallo spiegarlo; non lo ammireranno; ne prenderanno la misura e diranno che è un prodotto del tempo.»
Il tempo!
Ahimè, sappiamo di tempi che invocarono ad alte grida il loro grande uomo! Non vi era. La Provvidenza non l'aveva inviato; il tempo doveva sfasciarsi in confusione e ruina perchè egli, l'invocato, non voleva sopraggiungere.
Eccoci oggi, che è giorno di data augusta,[1] quasi fatidica, di fronte alla figura del conte Camillo Benso di Cavour.
Egli è nato nel 1810 a Torino, in grembo ad una famiglia di alta nobiltà; nelle vene gli scorre un po' del sangue di San Francesco di Sales. Da moltissimi anni, da secoli i suoi antenati servivano in campo ed a Corte; egli stesso era stato tenuto a battesimo da un cognato di Napoleone, del quale il padre era ciambellano. Trascorse i primi anni nella intimità di due zie profondamente legittimiste e ultramontane — era allora una parola di moda per designare i clericali — in mezzo ad una serie di congiunti infervorati in quei ripicchi delle restaurazioni, che, dopo il 1815, si ripagavano delle umiliazioni di venticinque anni.
Ebbene, fui da quel tempo, una di quelle zie, la duchessa di Clermont Tonnerre compiangeva e deplorava: « Le pauvre enfant, diceva del giovane Camillo, est entièrement absorbé par les révolutions. »
Le pauvre enfant non voleva tornare indietro e, costretto alla milizia dalle tradizioni della schiatta, scelse il corpo del Genio, il meno militaresco, il meno aristocratico, ma il più studioso e serio.
Condotto a fare il paggio in Corte per diritto di sua nascita e per obbligo della sua condizione di cadetto, non tardava a buttar in aria quella che egli chiama, con poca reverenza, una livrea.
I novatori cominciano tutti ad un modo: si fanno ribelli. Ma sono codeste le ribellioni che costano di più. Non mutano le consuetudini, nè la compagnia: ma quelle diventano irritanti, questa ostile; ne sono turbate le amicizie; l'ironia, la celia, il benigno compatimento lasciano trasparire l'irrisione. Niun conforto, se non la serenità della coscienza e la sincerità dell'animo: niuna che non sappia di diffidenza e di canzonatura. Camillo di Cavour, frugolo, irrequieto baldanzoso, esuberante, vivacemente eccitato dagli spettacoli di un mondo che spezza i ceppi e tenta vie nuove; avido di vita e tumultuanti nel suo capo idee, ambizioni, propositi, esce un bel giorno in una profezia:
— Sarò ministro del regno d'Italia. —
Il regno d'Italia!
Voi lo sapete, che cosa significava nel 1830 questa espressione?
Ne parlavano gli avanzi dell'èra napoleonica come di un sogno o di un'allucinazione. Nessuno osava risuscitarlo, neanche come illusione, neanche come speranza! La più stravagante fra le chimere! Un delirio di pazzi o uno sproloquio di rimbambiti!
Questo il regno d'Italia dopo il '21, dopo Laybach, dopo Verona.
Ed ecco che il paggio turbolento e recalcitrante è confinato al forte di Bard, uno dei baluardi che la Santa Alleanza voleva rafforzati in odio della Francia e del liberalismo occidentale.
Il forte di Bard domina una stretta gola nella valle di Aosta, in uno dei punti più austeri e più cupi della valle, un torvo ciglione si accampa e la sbarra.
La fortezza vi sta sopra e le atticciate casamatte dominano il corso della Dora Baltea, che mugola impetuosamente, scavandosi il letto nel sasso. Intorno: altre rupi elevate, nude e bieche. Il paesaggio è rude, imponente, ma melanconico e selvaggio.
Il giovane ufficiale vi espia le intemperanze del linguaggio. Non è un gaio soggiorno, a vent'anni! Ma egli vi reca quel buon umore, che sarà la sua caratteristica, quella curiosità attiva, che gli farà imparare tante utili cose. Alla sera, verso il tramonto, egli suole scendere al fiume e si asside sopra un masso che l'acqua lambe.
Quali allora i pensieri di lui? Di certo, fra le sue pupille vagano le vaghe prospettive di cose nuove e sconosciute. Lo sguardo di Colombo fanciullo, in riva al mare.
Le montagne alte nereggiano intorno a quel biondeggiante capo destinato alla storia, la fronte spaziosa s'irradia dei chiarori di quel cielo limpido e freddo dell'alpe, che è tanto luminoso!
Passeranno molti anni, e i terrazzani avranno battezzato quel rustico sedile: la pietra di Cavour. Ma egli non ricorderà con piacere quelle giornate. È l'esilio, è l'esilio dal mondo, dove il petulante e attivo ingegno si alimenta. Però, non invano l'avrà visitato la meditazione e non invano quello spirito indipendente e spregiudicato avrà respirato la poesia della solitudine. Contro il sentimentalismo e la poesia, Cavour scoccherà i suoi frizzi: egli pretenderà di essere negato all'arte ed all'imaginazione. Ma intanto, quale poesia più affettuosa e delicata, quando appenderà innanzi al suo tavolo di lavoro la tunica del nipote Augusto, caduto a Goito per l'Italia e quel drappo forato da palle austriache, unica eredità che egli avrà voluto, sarà là come il pio simulacro del voto giurato nel suo cuore; il voto all'Italia, per la vita! È un voto di giovani anni e la solitaria rupe di Bard ne fu forse il primo testimone, a divampare dei presentimenti che la rivoluzione del 1830 accendeva nell'animo di lui.
Egli è così fatto che, appena imprese a meditare, i problemi morali e politici del suo tempo gli si affacciarono intieramente.
Li vide colla veemenza di un'interna visione e concepì l'altezza morale della libertà e dell'indipendenza, stimandole il fondamento di una saggia e dignitosa educazione civile.
Condotto dai suoi studi di matematica, dall'indole equilibrata a non scambiare il fatto con la parvenza, a mettere l'accordo fra il pensiero e l'azione, a nulla trascurare che rendesse questa più efficace, egli intendeva altresì che la libertà, la indipendenza nazionale erano necessarie al movimento sociale ed economico, che il suo perspicace intelletto gli dipingeva.
Breve fu l'esiglio di Bard. Il giovane patrizio, insofferente di formalismo, non potendo, per ossequio alla volontà paterna, mutare di cielo, come aveva fatto Vittorio Alfieri, muta, se non altro, occupazioni, abitudini, tenore di vita.
Egli si butta all'agricoltura.
Una vasta distesa di campi, in una pianura monotona, dalla quale a malapena, nelle giornate chiare, si scorge il bianco frastaglio dell'Alpe piemontese.
Un'abitazione rurale, intorno alla quale si affaticano contadini e brulicano mandre copiose, diventa il centro dell'attività di Cavour.
Quest'uomo che nega a sè stesso il dono di poesia e che, desto all'alba, passa i giorni nei campi, nelle risaie, nei prati, intento alle seminagioni, ai concimi, alle irrigazioni, all'incrocio dei merinos, all'ingrassare dei buoi, scrive nobili lettere, così lucide e liete, nelle quali la vita dei campi vibra di così grande efficacia morale ed intellettuale, come nessuna egloga virgiliana.
E intanto egli riconosce le quistioni economiche che dominano il mondo moderno. Nella pratica dell'agricoltura riscontra i concetti, le formule, i presagi dell'Economia politica: quando gli capiteranno i libri di Bastiat, avrà già intuito le difficoltà, le resistenze, gli ostacoli e concepito che la libertà economica è il segreto dell'ora che volge.
Allorchè, nei riposi della vita austera e laboriosa, egli viaggerà in Francia e in Inghilterra, compiacendosi di investigare tutti i segreti della vita moderna, vi ritroverà quel che già aveva indovinato.
Ma l'agricoltura è anche un'occasione per divulgare, colle cognizioni scientifiche, lo spirito di associazione, di stimolare l'attività sociale che egli indirizza alla produzione tecnica, al credito, ai primi aneliti dell'industrialismo, strappando al pauroso dispotismo le timide licenze.
Egli pensa ad una banca per azioni e, insieme al suo amico Petitti, esamina il nuovo problema delle strade ferrate. È una rivelazione: l'avvenire politico dell'Italia si schiude nella mente di Cavour. Fin dal 1842, egli sogna una vertiginosa corsa di traffici dalle Alpi al Jonio. Questo grande intelletto moderno rivede per la sua Italia la grandiosità delle antiche vie romane! E, insieme a tutto ciò, la coscienza completa di quanto occorre alla rigenerazione delle plebi!
Egli ha studiato la quistione Irlandese e ne scrisse pagine che sono viventi anche oggi, ha indagato il pauperismo e quell'embrione di legislazione sociale che era la tassa dei poveri in Inghilterra. Allora, quello spirito liberale, vede che l'educazione è il primo passo all'affrancamento e si accinge ad introdurre in Piemonte le scuole del popolo. L'intento è pericoloso: il governo di allora non s'acconcia alla novità: tutto ciò che sa di associazione, quanto nella istruzione o nella cultura esce dalle vie tracciate, inflessibili come dogmi, appare un sintomo di rivoluzione. Cavour persiste. Una società agricola si fonda, si aprono i primi asili infantili. Nè Cavour è solo in questa opera. Tutta una agitazione aperta, feconda, generosa, alla quale prendono parte i migliori del Piemonte. Ingegni austeri e pensosi, che si raccolgono nella libreria del conte Sclopis e s'incoraggiano nell'ospitalità del signor di Barante, l'ambasciatore di Francia, nel cui salotto, un giovane segretario, il signor d'Haussonville recava gli echi di Coppet, l'intellettuale cenacolo del liberalismo europeo. Presso il signor di Barante si adunavano quanti, a Torino, volevano respirare. Dura, monotona, servile vita era allora quella di codesta capitale, e lo fu sovratutto nel tempo che corse dopo i tentativi del '31 e del '33, fin verso il '45. Epoca oscura, nella quale Carlo Alberto seguitava l'angosciosa tenzone, chiuso nel suo enigma, mentre i ministri di lui si esercitavano alla più sospettosa reazione.
Vi sono lettere di Cavour che narrano quella vita angusta: la prigionia entro la quale il grande ed agile spirito soffocava. Tuttavia la esistenza di lui in quel tempo è una preparazione psicologica ad un'intensa azione, intanto che il suo intelletto si addestra con ostinata costanza a tutte le peripezie di una vita pubblica feconda ed attiva. Non vede come arrivarci, talvolta ne dispera. Per giunta, il suo cuore è spezzato dal triste epilogo di una storia d'amore. Intorno ad essa è il mistero, ma ne traspare tanto da comprendere la profondità dei sentimenti in questo gagliardo e gioviale uomo d'affari, come egli ostentò di parere.
È stato veramente un uomo grande. Nessuna cosa della umanità è fuori di lui ed egli nobilita l'umanità e innalza il dolore e l'amore colla delicata sensibilità nell'afflizione pudicamente discreta.
Ebbe un amico carissimo, un'amica prediletta e sacra. Perdette l'uno e l'altra: ne sofferse, tacque e si volse alla patria.
Per tal modo, appena qualche bagliore di vita pubblica strisciò sull'orizzonte, Cavour fu tra i primi ad acclamarlo. Era pronto. Fu guida alla schiera modesta e gagliarda che si raccolse nelle sale del Risorgimento, il giornale tosto fondato, appena che venne concessa qualche larghezza alla stampa.
E nelle agitazioni che corsero l'Italia in quei giorni, quando un papa liberale sollevò gli animi, allorchè le moltitudini intravidero nelle promesse del pontefice un'aurora e incominciarono a pensare e volò il grido di riforme!, nella redazione del Risorgimento fu maturata la proposta che si chiedesse senz'altro indugio una costituzione.
In un'adunanza di liberali d'opposte parti parlò in questo senso Cavour, e le parole di lui destarono sospetto nelle ricongiunte fila della democrazia.
Questo nobile figlio del vicario — il capo della polizia — questo gran signore, noto per le sue predilezioni inglesi, dal fare sarcastico ed aggressivo, non piaceva. Lo chiamavano mylord Camillo; e, per parecchio tempo, la caricatura si esercitò a raffigurarlo con un piccolo codino. Era un codino di strano conio, che aveva pensato alla libertà e vi aveva creduto prima di tanti altri che se ne facevano allora gli araldi: un uomo che aveva studiato i più elevati problemi della morale politica colla energica tempra sorretta da fede e da ragione, con abitudini di libero esame; scevro di scrupoli e non intollerante.
Egli aveva da lungo tempo seguìto colla logica inflessibile della mente il cammino delle idee liberali a traverso l'Europa e lo aveva seguìto con quella tendenza spiritualista, che è singolare prestigio negli uomini di azione.
Grandi insegnamenti erano state le vicende del primo periodo riformatore in Inghilterra, la storia del regime parlamentare sotto la monarchia di Luglio, e le agitazioni della Penisola Iberica.
Egli aveva ammirato la previdente abilità di Wellington, di lord Gray, di Roberto Peel; deplorato le miserie del Carlismo e le fatali conseguenze dell'impeccabilità politica dei re: aveva conosciuto la triste povertà dei risultati di una politica demagogica all'infuori del reale, le perniciose deviazioni di un parlamentarismo, smarrito tra l'asservimento delle maggioranze, gli intrighi dei ministri, le ambizioni dei competitori e l'ostinazione egoistica del principe, come era accaduto in Francia, dopo la morte di Casimiro Perrier.
Questi spettacoli avevano suscitato entro di lui una coscienza politica impregnata di sano realismo, intanto che il suo genio matematico gli rivelava il dinamismo delle istituzioni costituzionali, in cui egli ravvisava la sicura guarentigia di libertà per i popoli, un sincero e potente mezzo di azione per i Governi.
Agli occhi suoi di veggente, le inclinazioni dei tempi apparivano in un'armonia completa delle promesse effuse a attraverso il mondo dalla rivoluzione, che aveva inaugurato il secolo colle prospettive che rinverdivano sul lucido orizzonte dell'avvenire. Spirava evidentemente l'alito di novità sul mondo occidentale.
La vita moderna fremeva di ardori sconosciuti. Le invenzioni e le scoperte mettevano sottosopra la quietudine antica. È in quei tempi che il giornalismo conquista la sua potenza straordinaria e crea la opinione pubblica; che le macchine suscitano un mondo industriale, e il vapore e l'elettricità cominciano a mutare l'aspetto dei continenti e a trasformare sensibilmente gli ordini sociali.
La espansione nuova imponeva nuove forme di rapporti, e l'economia politica che già aveva rivelato tutta una serie di fenomeni inesplicati, si avvaleva di codesto espandersi, di codesto moltiplicarsi dell'attività e della ricchezza per reagire sull'assetto internazionale, sull'ordinamento interno degli Stati.
Studiando il tempo suo, Cavour previde che lo spirito liberale avrebbe eccitato l'opinione pubblica, stimolandola ad un'azione assai più grave e profonda di quella, cui credevano di doversi restringere i famosi dottrinarii francesi. Gente di onestissimi propositi, ma impigliata, senza avvedersene, in una specie di mandarinato politico. Onde egli, non senza ironia, amava proclamarsi «juste milieu;» espressione messa alla moda da Luigi Filippo.
Ma il suo «juste milieu» egli non intendeva che fosse il fermarsi come che sia. Proclamerà un giorno in Parlamento che «i cannoni e le baionette non sbarrano la strada alle idee.»
Era convinto che il movimento non si poteva nè si doveva trattenere. Ogni ordine di cittadini, intervenendo omai nella colossale collaborazione, occorreva accertare in loro cospetto che la libertà non è mezzo soltanto, ma fine di alta moralità da conseguire.
Posto in questi termini il problema di governo, il cómpito dello Stato materialmente si disegna nel secondare e coordinare l'impeto del rinnovamento.
Si è perciò che Cavour fu tra i più convinti fautori del regime rappresentativo.
Le formule costituzionali, le due Camere, non erano per lui una formale asseveranza di diritti nominali, una convenzionale espressione della sovranità popolare, bensì un sapiente metodo di governo, in tempi di progredita coltura e di gagliarda espansione individuale.
Ma questo concepimento dello Stato moderno esige un popolo che abbia ferma coscienza della vita nazionale, e per ciò il Cavour, se non da prima unitario, fu certamente sempre un ardente fautore dell'indipendenza.
Esaminando le condizioni dell'Europa, le aspirazioni alla nazionalità, — che la fallace resistenza ai moti del Belgio e di Grecia, lo stridore delle contese in Polonia, il fermento sulle rive del Danubio annunziavano come prossimo segnale di rivendicazioni e di battaglie, — ne traeva auspicii per la causa italiana.
Uomo politico avventurato, che i meditati disegni della sua giovinezza potè colorire nella realtà luminosa, vide sorgere dal profetico sogno l'evento, saldo sempre sul fondamento di principii, sopra del quale tutta l'azione politica sua si innalzò. Ad una parola inorridivano, non soltanto i reazionarii, ma anche i nuovi arrivati e gaudenti, coloro che arricchitisi colle sue spoglie, si inorgoglivano di essere chiamati figli della rivoluzione.
La parola appunto: rivoluzione.
Di qui, un ibrido conservatorismo, mantenuto in vita mediante spedienti e compromessi, transigendo con tutti, tutti scontentando, fra la universale irrequietudine.
Cavour, con sicuro istinto, riconobbe lealmente il fatto rivoluzionario, vi ravvisò l'annunziazione dell'avvenire.
Importava dirigerlo, richiamarlo, avviarlo a fini di governo. Questo egli volle.
E così, nei primi giorni dello Statuto, contrastò con freddo consiglio le esuberanze e le impazienze, tanto da perderci il seggio in parlamento.
Ma quando la democrazia ebbe per virtù del Gioberti il lampo chiaroveggente della lega italiana e dell'intervento in Toscana, Cavour fu con Gioberti.
In tutta la fase prima della rivoluzione italiana, nel periodo del 1848-49, dopo Novara, durante le angoscie, i tumulti, gli scoraggiamenti, le incertezze di un'ora nella quale patria e libertà parvero sommerse, il Cavour giornalista, deputato resistette all'irrompere delle estreme parti, si ostinò nella sua politica. Credette il volgo che egli volesse, immobile, ancorarsi sul presente, e già nel segreto dell'anima ardente balenavano le folgori di rivincite non lontane.
Iddio che, se suscita gli uomini grandi, fornisce loro il campo e i mezzi di azione, fece sorgere accanto a Camillo di Cavour colui che lo comprese. Vittorio Emanuele II, dal trono, glorificato con l'atto di baldanzosa lealtà al quale il generale Radesky si era dovuto inchinare, stese la mano a Cavour.
Cospirarono insieme, e lo gridò un giorno Cavour dal suo banco il ministro: di quella cospirazione venti milioni di italiani annodavano le fila, in silenzio.
Vittorio Emanuele salvò a Vignale la causa italiana. Il suo primo ministro di allora, Massimo d'Azeglio, preservò la costituzione dalla impotenza, lo Stato dall'anarchia.
In quei giorni Cavour ritornò alla tribuna parlamentare: sgabello o tripode, là è la fortuna dell'Italia nuova.
Diceva allora Cesare Balbo: «lo Statuto, null'altro che lo Statuto.»
Replicava Cavour: «lo Statuto con tutte le sue conseguenze.»
È la Rivoluzione fatta governo, che si modera per proporzionare i mezzi ai fini ed a ciascun giorno assegna il cómpito, risoluta, impavida, certa che nessun reggimento vale, se non è sincero fino all'estremo, checchè si dica.
Ecco profilarsi il vero conte di Cavour: l'uomo nuovo, nato proprio per il suo tempo. Non ha rancori nè pregiudizi.
Appartenente ad una casta spodestata dalla rivoluzione, non soltanto rinuncia allegramente al privilegio, ma si compiace che trionfi la dignità umana. Questo sentimento domina tutte le azioni sue: egli vi fonda le sue ambizioni di patriotta e di liberale.
L'avvenire della Società europea gli appare chiaramente a traverso questo lucido cristallo, e gli sorride che la patria sua sia esempio di dignità coraggiosa.
Così egli si circonda di nobile poesia, che l'istinto popolare decora co' suoi entusiasmi.
Egli è già quel Cavour, che nelle imaginazioni e nei ricordi del popolo italiano vive in un chiarore, che splenderà finchè duri la memoria del nostro secolo.
Il suo indipendente carattere lo emancipava fino dalla giovinezza. Non egli dovette disdirsi, rinnegarsi.
Nè abbandoni nè apostasie. Allorchè l'ora scoccò, era sciolto da ogni impegno verso il passato. In quel punto, potè essere capo dei liberali in Piemonte e come quegli che, nella assoluta indipendenza dello spirito, aveva ripudiato le tenerezze della casta e i favori aristocratici, sentiva in cuore il diritto di irrigidirsi contro le invidie ed i sospetti della demagogia, di reclamare altamente la gloria di dare il nome suo all'opera di libertà: arbitro e moderatore.
Un'immensa forza questa per lui e, ad accrescerla, il valore pratico della mente, la famigliarità degli affari, la penetrazione acuta del congegno di tutta la vita contemporanea.
Cedendo a lui il posto, Massimo d'Azeglio poteva scrivere: «Sano di mente e di corpo, una attività indiavolata e poi.... tanta voglia di stare al governo! Ottimo d'Azeglio! Questa voglia era fatta di fede e di sincerità, di ardore appassionato e di convinzione profonda.
Bisogna penetrare un po' addentro a queste anime e sentire come palpitano, ferventi. Ambizione, ambizione! È denigrare noi stessi il supporlo, quando la patria aspetta, e le più alte idealità umane sorridono. È predestinazione, non ambizione.
È il segnato in fronte che afferra il labaro e muove alla conquista.
Egli cammina innanzi alle turbe!
Immaginiamo quei giorni.
Fresche ancora le ferite di Novara, la gente cominciava appena a riaversi ed a guardare attorno.
Una fazione potente per schiatta illustre, per servizi alla monarchia, altera nella incorrotta fama, che fu il pregio grande dell'aristocrazia subalpina, avversava il nuovo ordine di cose.
Era gente che aveva difeso in battaglia lo Statuto e la causa nazionale, ma non credeva all'Italia, nè alla costituzione. Ci vedeva il precipizio della dinastia: armeggiava in Corte. Non attorno al Re, inaccessibile e risoluto, bensì presso la regina, la madre e la moglie del Re, timide, pie, austriache entrambi. Angeli di bontà, ma nel cuore, arciduchesse. Una parte di codesti signori si adoprava in Senato. Una specie di vecchia fronda, senza duchesse di Longueville, ma con qualche virgulto di cardinale di Retz. Il profilo ne balza dalle pagine di un memorandum lasciato dal capo, il conte Solaro della Margherita: un piccolo Metternich, si diceva.
Ma era un Metternich buon diavolo.
Accanto a costoro, si schierava in altezzosa dignità, la falange dei conservatori che avevano consigliato e sottoscritto lo Statuto, illustri e sapienti, liberali per natura e generosità di animo, conservatori per tradizione, per scrupolo, per istintiva repugnanza alla democrazia in azione, per timore di esserne soverchiati.
Seguivano i liberali democratici, propensi per indole, per studi, per istintiva saviezza ai consigli prudenti, ma decisi al trionfo dei principii liberali, ad ogni costo; ardenti per la causa italiana, diffidenti di persone e di cose che rammentassero il governo passato, sospettosi della Corte, della nobiltà, dell'alto clero.
Seguivano i democratici ad oltranza, i rivoluzionari per temperamento o per professione, reboanti di declamazioni contro i troni e le chieriche, esalanti verso il barbaro ed i tiranni le più rumorose contumelie, frementi ancora del lievito quarantottesco: santo e benedetto lievito che aveva fatto le barricate, ma che nell'ora melanconica del raccoglimento, dopo la sconfitta, appariva meno opportuno.
Intorno al mondo politico: una nobiltà restìa, un clero avverso, una borghesia scontrosa e un popolo sbalordito da tante novità, che si risolvevano in maggior carico di tributi.
A poche marcie da Torino, l'Austria che vegliava e nulla avea dimenticato.
Per l'Europa correvano ancora i brividi del '48, quando la rivoluzione era penetrata anche a Vienna; era stato appunto codesto scoppio di uragano che avea ribadito in Cavour il convincimento di una politica liberale e progressiva. Ma in quanti pochi a seguirlo!
Poichè la paura dominava gli uni, il furore acciecava gli altri e il vecchio spirito europeo stava coi primi. I principi italiani, nell'Emilia, a Napoli, ne erano incatenati; il papa scagliava l'anatema al Piemonte, e fin la Francia, terrorizzata dal colpo di stato di Napoleone III, appariva nel momento un'incomoda vicina, dalla quale i costituzionali subalpini non speravano consigli ed incoraggiamenti. Doveano star paghi delle lontane e platoniche simpatie dei whigs inglesi.
D'altra parte, non erano spente le ire, ne sopite le audacie dei demagoghi, alleati con tutti i vinti del '48, coi reduci di tutte le insurrezioni, di tutte le barricate: dispersi per la Svizzera, per l'Inghilterra o rifugiati in Piemonte.
Le potenze centrali, Prussia e Confederazione germanica, si tenevano mute, avvinte all'Austria: Niccolò di Russia ricordava all'Europa di essere il depositario del 1815, il personale avversario delle Costituzioni.
Correvano presentimenti sinistri.
L'Ungheria fremeva ricordando i suoi martiri; la Polonia rodevasi, debellata non vinta, e quel tricolore innalzato là, ai piedi delle Alpi, segnacolo di agitazione, speranza di rivoluzionari, intorno al quale si raccoglievano profughi e parlavano di nazionalità, di indipendenza; quel vessillo che copriva coll'allegria de' suoi colori festosi una costituzione ed un parlamento, sembrava una provocazione, una sfida.
Il Piemonte era il temuto ribelle!
Comporre negli animi la concordia, la fede negli ordini nuovi, rassicurare l'Europa serbando fede alla causa italiana, preparare Re, parlamento e popolo agli ardimenti, creare in Piemonte una coscienza patriottica suscitandovi l'ardore dello spirito nazionale, infondere negli uni la confidenza e l'audacia, negli altri la prudenza, effondere sovra tutti il magico alito della libertà, questo fu il grande, il magnifico pensiero di Cavour.
In questa coraggiosa preparazione è la principale opera sua, la vera opera sua. La sua azione in quel tempo fu tanta e così potente, che avvinse la storia.
Essa dovette seguirlo ed obbedirlo.
Mostrò, allora, subito quel che occorreva.
Il suo memorabile discorso del 7 marzo 1850, meglio un manifesto che un discorso, è programma di azione.
«Come starsene immobili?
«Pensiamo un po'. La rivoluzione da una parte, co' suoi urti, le sue improntitudini; L'Europa monarchica e conservatrice dall'altra, sospettosa, diffidente, cupida di soffocare ogni idea liberale.
«La immobilità sarebbe l'umiliazione e la ruina. Il Piemonte scenderebbe al livello degli altri staterelli, l'Italia perderebbe ogni speranza. Altri fini, diceva, altri fini deve conseguire la nostra nazione, deve conseguire l'Italia!
«Lo Statuto non può rimanere una formula vana: esso è strumento capace e poderoso.
«Adopriamolo.» Questo, in succinto, è il pensiero. Nella mente di Cavour, la costituzione era cosa viva: i partiti dovevano fecondarla; partiti organici, logicamente ordinati con idee e con programmi. E questi partiti occorreva crearli, perchè le agitazioni estreme svanissero, infeconde. Occorrevano riforme, per evitar le violenze. Egli scriveva nel 1860: «prevenendo gli avvenimenti, secondando ciò che vi è di giusto e di nobile negli istinti popolari, si rendono impossibili le rivoluzioni.» Fu il primo serio tentativo della vita libera in Italia.
Il discorso del marzo ottenne l'effetto che Cavour desiderava: quello di schiarire la situazione innanzi all'opinione pubblica.
Un anno dopo Novara, per bocca di Cavour, la Camera Subalpina preannunciava il parlamento del 1861. Nessuna meraviglia quindi, se codeste parole rintronarono fra le moltitudini.
Cavour incarnò, fin da quel giorno, le speranze italiane, e quando, pochi giorni dipoi, Vittorio Emanuele firmava il decreto che lo faceva ministro, dicendo al d'Azeglio: «Badate, costui vi scavalcherà tutti,» forse nel conscio animo del Re trepidava la profezia del pallido Gioberti, la parola ultima che dal letto di morte il doloroso profugo gettava all'Italia, perchè dalla sventura non dileguasse il conforto di suprema speranza. Quella grande anima, perdonando, divinava il Re ed il Ministro.
Da quel giorno, anche agli occhi dei più diffidenti, questa monarchia che si trasformava così sinceramente in regime di libertà, che mostrava di accogliere così spontaneamente tutte le idee moderne e le favoriva e si rinnovellava in esse, legittimandosi italiana nel sentimento e nell'entusiasmo, onde i profughi delle altre regioni sedevano nei consigli della Corona; e in parlamento e dalle cattedre spandevano sulla gioventù la luce di insegnamenti, maturati nelle sventure, per cagione della patria e a torme altri profughi erano accolti e protetti in Torino, apparve un fatto così straordinario, così miracoloso, da colpire le immaginazioni, come una rivelazione della Provvidenza.
Gli animi di quel tempo spiravano amore, fede, poesia. Erano in Dio credenti, e credevano nella patria.
Tutta la genialità vibrante nell'arte italiana, il veemente desiderio sprigionatosi fin dai primi anni del secolo, librato sui monti, sulle marine, sui memori piani, quando la benedizione del pontefice accendeva nei cuori il fuoco mistico di religioso entusiasmo, nel quale l'amore di patria si purificava e raggiava sulla fronte una luce ineffabilmente spirituale! Meraviglioso stato d'animo per osare.
Non è strano se in quel fermento sorgesse il disegno di far partecipe il Piemonte alla guerra che allora si combatteva sul Mar Nero, per assicurare il cosiddetto equilibrio del Mediterraneo, mossa in favore della Turchia, avverso la Russia, dalla Francia e dall'Inghilterra.
Se nel salotto politico della marchesa Alfieri o nella tesa dove Farini aspettava le quaglie, o nella sola mente di Cavour, oppure nella fantasia di Vittorio Emanuele sia sorto per la prima volta il pensiero dell'alleanza di Crimea, è vano ricercare. Correva per l'aria l'impeto delle audacie.
Nelle condizioni dell'Europa, mentre la Russia provocava, l'Austria si disponeva a stupire il mondo colla sua ingratitudine, e la questione d'Oriente risorgeva in modo nuovo e diverso, e non era temerario il supporre che sul Danubio divampasse la fiamma augurale della nazionalità, l'inoperosità del Piemonte pesava su quelli, che ne' suoi destini vedevano l'indipendenza d'Italia, al Re che conosceva come in cuore dell'esercito e del popolo durasse il tormento di Novara.
A Vittorio Emanuele la figura mistica dell'antica croce sabauda sventolante ancora una volta sugli azzurri del mare d'Oriente, appariva come presagio di rinnovate fortune.
Egli voleva capitanare l'esercito, e, a malincuore persuaso dalla ragione di Stato, cedette il comando al generale La Marmora.
Il partito della guerra fu vittorioso in Parlamento, esclusivamente per il prestigio di Cavour.
Pareva un'avventura. Lo scontroso patriottismo temeva dell'Austria, i meno diffidenti presagivano la ruina economica.
È storia da non potersi riassumere in poche parole. Meriterebbe, essa sola, una conferenza. Occorrono più conferenze per illustrare la storia d'Italia dal '56 al '61 e questa storia d'Italia è storia di Cavour.
Di certo, nella guerra di Crimea la parte del Piemonte fu rischiosa tanto, che anche il gran ministro ne temette. Oh! l'annunzio della Cernaia! E la vittoria che bacia il tricolore! E le divisioni di La Marmora emule dei primi soldati d'Europa, acclamate in cospetto del mondo!
Fu l'anno sfolgorante e clamoroso. Dopo tanta tenebra profonda, tanto duro silenzio, l'anima del popolo si sollevò fiduciosa. La bandiera, nel suo nuovo prestigio, oltre il Ticino irradiò i bei colori che dicevano la speranza. Il popolo d'Italia scriveva sui muri: «Viva Verdi,» cioè: «Viva Vittorio Emanuele Re d'Italia.»
Sedizioso emblema! E il conte di Cavour si avviava a Parigi, per raccogliere, sul tavolo della diplomazia, l'alloro che l'esercito sardo aveva mietuto in Crimea.
La storia della civiltà nostra dirà del Congresso di Parigi che esso fu la manifestazione dei sentimenti e delle illusioni di un secolo, il quale sentì l'ansia dei fini umani.
Il secolo che doveva chiudersi con la conferenza per la pace, vi preludiò a mezzo il cammino col «non intervento, l'abolizione della corsa, il diritto dei popoli di manifestare liberamente i loro voti.»
Napoleone III segnò in quel punto l'apoteosi del suo regno, e l'Europa la moderazione di lui ammirò.
Cavour rinvenne l'alleato.
— Che si può fare per l'Italia? — Gli chiese un giorno l'Imperatore. E Cavour, cogliendo al balzo le intenzioni e la proposta, gli esponeva il suo piano; si arrischia, e con temerario slancio butta sul tappeto verde del Congresso la questione italiana.
Questo avvenne il giorno 8 aprile 1856.
Fu la prima volta che in un congresso europeo l'Italia «nazione» apparì.
Ben lo intese il gentile spirito dei patriotti toscani, quando al ministro piemontese ritornato in patria offerivano nel bronzo: «Colui che la difese a viso aperto.»
Intanto i lombardi regalavano all'esercito sardo di Crimea la statua dell'alfiere in atto di difendere lo stendardo.
Le rivendicazioni italiche erano una realtà. Cavour le aveva elevate al posto d'onore, mentre coglieva il segreto di Napoleone III.
Il ritorno di Cavour da Parigi segna il principio di un'epica fase, e il linguaggio di lui ne risente.
Questo ministro tecnico, che appariva sdegnoso di uscire dal terreno pratico, diventa un poeta.
La sua eloquenza ha gli scatti e le pompe, l'ampiezza e la grandiosità: egli cita Byron e Manzoni, schiude innanzi al parlamento attonito un orizzonte sconfinato e corrusco di attività provocatrici. Le sue parole hanno la sonorità del metallo: rimbombano come fanfara di guerra.
Orgoglioso, quando passa l'imponente rassegna degli scambi avvivati, delle industrie sollevate, delle leggi immaginate, delle Alpi tentate, delle strade aperte, della marina rinnovata, dei civili ordini assodati, coll'imponente e largo discorso dell'aprile 1857, da codesto orgoglio trae nobile argomento per additare le vie che si aprono, gli ardimenti che aspettano: le fortificazioni di Alessandria, il porto di Spezia, l'esercito, l'armata.
E quando, l'anno di poi, l'attentato di Orsini getta lo scompiglio e incoraggia la reazione, egli, inesorabile accusatore, denuncia la complicità del misfatto nel mal governo dei principi, nelle perfidie austriache.
Lo sgomento di tutti si infranse contro la sua virile fermezza. L'Europa stava spiando. Sarà Alberoni o Richelieu? Ma il 10 gennaio del '59 Napoleone III getta la sfida all'Austria; alcuni giorni dopo, Vittorio Emanuele non è insensibile al grido di dolore dell'Italia.
Palestro, Montebello, Magenta, San Martino e Solferino! Giornate primaverili del nostro riscatto, corona di valore e di sangue a quegli accordi di Plombières che Cavour annodava, intanto che vanamente la diplomazia lo sorvegliava!
La guerra del 1859, colla liberazione della Lombardia determinò la sollevazione della Toscana, dei Ducati e della Romagna; e, allorchè Napoleone III, preoccupato dal contegno della Prussia risolse di posar l'armi, stipulando i preliminari di Villafranca, mezza Italia aveva proclamato la indipendenza.
L'insurrezione prodigiosa era stata sollecitata dall'iniziativa guerriera del Piemonte: Cavour l'aveva ispirata: egli sentiva la responsabilità formidabile.
Il grande rivoluzionario era lui, che aveva bandito la guerra, scatenato le popolazioni, armato Garibaldi, che sosteneva di denaro e di consigli Farini nell'Emilia, d'Azeglio in Romagna, corrispondeva con Ricasoli in Toscana. Villafranca lo colpì come una defezione. Fu il dolore grande della sua vita, gli parve d'aver mentito ai popoli fidanti in lui. L'esaltazione tragica del suo animo salì all'irreverenza verso i sovrani; quel potente dubitò di sè: vide nell'opera sua una ruina.
Il popolo d'Italia fu, in quei giorni più sereno e tenace di lui, ma lo intese. Disse: è un uomo di cuore costui, e veramente ci ama. Lo vendicò. D'altronde, Napoleone III che aveva sacrificato al dovere verso la Francia la promessa: «dall'Alpi all'Adriatico» si tenne fedele allo spirito del trattato di Parigi.
Se Villafranca significava la pace coll'Austria, egli aveva dichiarato che non intendeva di frapporsi fra il popolo e le sue aspirazioni. Quando Gioacchino Pepoli fu spedito a Parigi per annunziare i propositi degli Italiani e già i governi provvisorii delle provincie centrali, irremovibili nell'indipendenza, meditavano l'unità coi plebisciti, l'Imperatore movendogli concitato incontro:
— Sur quel air venez-vous? — chiese.
— Sur l'air de Villafranca, Sire, rispose Pepoli prontamente. E di rimando:
— Il n'y aura pas d'intervention, — dichiarò recisamente Napoleone.[2]
Il non intervento condannò l'Austria alla immobilità, favorì la politica delle annessioni. L'opera di Cavour ne usciva intatta, e questi, che nell'impeto del patriottico sdegno, aveva abbandonato il governo, vi ritornò il 16 gennaio 1860.
Era forse giunto il tempo che dovessero avverarsi tutte le profezie? Che anche la parola di Carlo Alberto trionfasse? Suonava per l'Italia l'ora di fare da sè?
Ahimè! Diciotto mesi ancora, e poi il risorgente popolo è percosso dalla negra ala della morte.
«Una congestione cerebrale,» scrive il venerando patriotta ungherese Luigi Kossuth «e la mente che oggi s'innalza co' suoi progetti fino al cielo, la mano che arditamente spinge la ruota della fortuna delle nazioni, domani è un corpo esanime che ridona alla terra ciò che di terrestre conteneva.»
Ma in quei diciotto mesi quale maestosa onda di fatti!
L'epopea dei volontari, l'ardita marcia a traverso l'Umbria e le Marche e Vittorio Emanuele che stringe la mano a Garibaldi sul Volturno, intanto che i plebisciti creano il regno d'Italia e il primo parlamento italiano acclama Cavour, che si mostra al braccio di Alessandro Manzoni!
Questo è miracolo voluto, combinato, eseguito con una perspicacia che sorveglia sè stessa acutamente, con un'attività pensata a un tempo e turbinosa, fucinata sul maglio di un'energia indomabile, in una terribile tensione dello spirito.
— Oh! — sclamerebbe la forte e dolce Nennele, la simpatica eroina, la nuova creazione di Giuseppe Giacosa — oh veramente colui si dava alle cose![3]
Per tal modo, il giovanile prorompere dell'ufficialetto di Bard, imprimendosi nella maestà della storia, coronava la vulcanica esistenza, dominata da un pensiero!
Cavour era ministro del regno d'Italia! E nei clamori della prima festa nazionale, in onore di quello Statuto, che era stato per la sua volontà un miracoloso talismano, nella letizia dei compiacimenti ufficiali che dall'Europa venivano al nuovo regno, si dileguava nell'eternità gloriosa l'infaticabile spirito nel quale il sospiro dei secoli aveva assunto robusta e vitale forma.
Temperamento fatto di logica e di libertà. Spaziò in un campo intellettuale supremo, dove non setta, non pregiudizio, non volgarità di onori, ma solamente la fatidica progressione della storia lo guidava. E questa lo condusse al premio ineffabile, e dona alla memoria di lui, rompendo l'ombra e rischiarandola, la serena popolarità che circondò la sua persona.
Ma egli maturava nell'ampio e profondo cervello immensi e benefici disegni!
Avete udito, sul letto di morte, le ultime sue parole?
— Frate, frate, — e appuntava su padre Giacomo il fuoco supremo dei suoi occhi spalancati: — libera Chiesa, in libero Stato.
Egli poteva darci una salutare riforma religiosa!
Fino dalla gioventù, la preoccupazione delle forze morali che sorreggono le comunioni umane aveva sollevato il suo animo alla vertigine delle altezze, il sublime lo tentava nel magnifico miraggio: la religione e la libertà!
La sua formula, incompresa o trascurata, racchiude forse il segreto di una risurrezione di fede, quale non videro le mistiche età, di una spiritualizzazione del sentimento religioso, quale non sanno concepire coloro che abbassano la Chiesa al livello di una Società politica.
— Santo Padre! — esclamava in cospetto dei nuovi eletti d'Italia, il conte di Cavour — Santo Padre, noi vi daremo la libertà, che da tre secoli invano chiedete alle potenze cattoliche; date a noi Roma la madre alma, la stella polare nostra: noi proclameremo la libertà della Chiesa! —
Era una promessa degna della mente politica più vasta e comprensiva dell'età nostra, della mente che rispecchia l'immagine più schietta e completa, più morale del mondo moderno!
Pochi, pochi anni, troppo pochi anni durò quella fioritura vivida e generosa di colore, di luce; durò quel governo intellettuale contesto di persuasione e di fàscino.
Ma la forza di una dominazione fondata sulla vivace parola, sul dibattito aperto, in parlamento, azione di avveduta pazienza e di indomabile fede. non è mirabile, stupenda, misteriosamente seduttrice, efficace e illustre assai più di quella che si suole richiedere agli eserciti ed alle burocrazie?
Il significato morale dell'opera di Cavour, equilibrata, sana, condotta secondo ragione, non è qualche cosa di molto elevato, di veramente edificante e buono, che ravviva la confidenza nelle qualità umane, nella possibilità di un destino che corrisponda agli intimi soavi accordi dell'intelletto e del cuore?
Oh, di certo, una nazione redenta, un popolo restituito a dignità, il sangue dei caduti vendicato coll'onore della patria raggiante nella coscienza di cittadini risorti alla serietà del dovere e alla letizia della libertà, codeste sono opere immortali.
Ma lo spiritual significato di un'esistenza utile, laboriosa, onesta e grande come quella di Cavour non è forse anche più ragguardevole cosa e degna di rimanere in perpetuo esempio?
Di codesta purissima luce, effusa sulla nuova storia della nostra patria, dobbiamo rendere grazie a quell'uomo, e, sia benedetta la Provvidenza, che la rivoluzione d'Italia si impersona in una delle figure più elette del secolo.
Nè consentiamo alla puerile bestemmia che egli sia morto a tempo per la gloria sua.
Per la sua felicità, forse.
Ma, per la gloria? Che possiamo dirne noi? Che ne sappiamo?
Che cosa possiamo noi prevedere di una intelligenza, di un'anima entro la quale ardeva e folgorava così potentemente il raggio di Dio?
Un giorno, standosi il conte di Cavour sulle rive del lago di Ginevra, lo accostò un alto e biondo bernese, soldato della libera Elvezia repubblicana.
Lo fissò, e poi gli chiese:
— Sie sind Cavour? —
E, avutane risposta affermativa, gli occhi del popolano si velarono di lacrime. Afferrò le mani del grande liberale, le baciò precipitosamente, commosso. Poi si allontanò.
Si era al 1860: l'Italia sorgeva.
Oh come felici, se nella sconsolata via, venisse innanzi a noi il trionfante fantasma ideale!
Con quale trepidante desiderio, anche noi, interrogheremmo:
— Sie sind Cavour? —
L'EPOPEA GARIBALDINA
CONFERENZA DI GIUSEPPE CESARE ABBA.
Tentare in una breve ora l'epopea garibaldina, che vuol dir tutto Garibaldi, sarebbe come voler cogliere in un'occhiata tutta la giogaia delle Alpi. Chi lo potrebbe e da quale altezza? Fra Rio Grande e Digione, i suoi furono trentacinque anni di guerre con intermezzi di solitudini da Nume, o sull'Oceano o sullo scoglio dov'Ei sapeva incatenarsi da sè; e solo la lirica, col suo gesto da folgore, varrebbe forse a pigliarli nella sua luce. Ma se è vero che dell'Epopea il poeta può, se vuole, coglier soltanto il nodo; allora questo nella garibaldina è la Sicilia, la Dittatura, Lui, che privato, povero, disconosciuto, dispetto o adorato, ma in sè gigante cui sono sproporzionati uomini e cose, leva via un re inutile, e fa possibile e sicura l'unità dell'Italia.
Se lo stato dell'anima quale ce l'han fatto i secoli, per quel tanto di scienza che s'acquista via via da tutti, ci lasciasse ancora concepir l'Eroe nel senso antico, certi pochi uomini, da duemila anni in qua, meriterebbero d'esser chiamati eroi quanto Garibaldi: ma forse piace di più riconoscere in lui l'Uomo quale un giorno sarà, perchè ebbe al sommo la pietà, l'amore, l'oblio di sè, e un sentimento vivissimo del misterioso legame che ci giunge con l'Essere da cui emana tutta la legge e tutta la vita, la quale deve divenir alla fine sola bontà.
Non lo vediamo a sette anni, mentre si trastulla con tra le mani un grillo, piangere per avere strappato le ali alla povera bestia innocente? Non offesa dunque a ciò che vive, non far patire. È già quello stesso che negli anni gravi e glorioso si leverà nel cuore della notte, per andare in cerca di una capretta che udirà belare smarrita, su pei greppi della sua Caprera. Di mezzo a questi due fatti che paiono fanciulleschi, sta l'episodio di quel barbaro americano Millan, che aveva fatto torturar lui prigioniero, e che caduto poi nelle mani sue egli rimandò libero, senza volerlo vedere. A otto anni salva una lavandaia pericolante in un fosso; e a tredici si getta in mare per soccorrere una barca di compagni già lì per naufragare. E li salva. Quando a settantacinque anni sarà morente, dirà le ultime sue parole, raccomandando ai suoi le due capinere venute a posarsi sulla sua finestra!
Cominciò presto per lui la grande scuola di farsi da se; e presto lo vide la Costanza, il brigantino che lo portò marinaio in Levante, sogno degli italiani, passato dai libri di Marco Polo nella poesia cavalleresca. Anch'egli mirerà di Angelica ridente il velo
Solcar come una candida nube l'estremo cielo;
ma poi la sua Angelica la troverà in Italia, a diciassett'anni. Navigherà col padre, marina marina, sino a Fiumicino e da Fiumicino farà una corsa a Roma. Col quel po' di storia romana che ha nell'anima, passerà tra i monumenti della vecchia Roma e quei della nuova, si desterà in lui lo spirito di Cola di Rienzo, concepirà che sulle due Rome, può e deve sorgere una nuova Roma italiana. E in quell'età della vita che ogni uomo si pianta nel cuore una fede propria, in lui si pianta quella della gran madre, per cui penserà, lavorerà, combatterà fino al «Roma o morte» d'Aspromonte; fino alla tetra sera di Mentana. Il dì che Roma diverrà italiana, egli non ci sarà, ma i secoli diranno che stava a combattere per l'onore di quella Francia, che a Mentana aveva provate le armi sue nuove contro di lui. Mai uomo fu defraudato del suo diritto come lui, in quel giorno che l'onore di entrare in Roma toccava ad altri!
Gli anni giovanili di Garibaldi paiono andati via rapidi, per chi li legge nelle sue biografie; ma come furono densi di azione! E il nostro pensiero lo segue ancora su' mari di Oriente dove navigando coi Sansimoniani proscritti, si nutre del Cristianesimo nuovo ch'essi portano per il mondo. Un anno appresso, a Taganrok (1833), un asceta del patriottismo gli rivelerà la Giovane Italia e la formola Dio e Popolo lo conquiderà. Da allora, Garibaldi sarà il Paolo di quella fede.
Passiamo via rapidi su quel momento della sua vita in cui egli entrò nella marineria del Re di Sardegna con propositi di ribelle. Ma chi gli diede in quel momento il nome di guerra di Cleombroto, lo dava a caso, o ravvisava in lui qualcosa del giovane che letto il Fedone di Platone si uccise per accertarsi dell'immortalità dell'anima, o qualcosa del re Spartano di quel nome, morto alla battaglia di Cintra? O forse quel nome gli fu dato per quel senso di procella che par esprimere?
Il pensiero di Garibaldi non era stato bello, ma sublime fu la pena che si inflisse da sè. Nell'ora di agire, di gridar la rivolta sulla nave del Re, la sua natura nobilissima gli diede il raggio che salva: egli scese a terra, andò a cercar altrove per Genova il luogo da spendervi la vita o conquistare la libertà; andò e cercò invano...., la rivoluzione promessa era ancora un sogno. Ebbene, se tutto è finito in nulla, egli si riconferma nella sua fede, se la porta via nel cuore, anderà a fecondar l'idea pel mondo. E allora comincia l'Eroe. Curioso fatto! Egli, come gli Eroi dei poemi cavallereschi, inizia la storia delle sue imprese scorrucciato col suo Re, anzi in nome del suo Re condannato contumace a morte, come bandito di primo catalogo: e queste son parole della sentenza.
Infermiere dei colerosi negli Ospedali di Marsiglia, quando non ci è da far quel bene, s'imbarca per l'America, e là sarà l'eroe byronesco, Lara, Corrado, Leandro o quasi Mazeppa, quello che si vorrà. Oh! quando combatte per Rio grande, e quando vinto attraversa per nove giorni la foresta dell'Antas, fra temporali che la schiantano a colpi di fulmine! Cavalcava al fianco della sua donna, portando in un panno al collo il loro primo figlioletto di tre mesi; e questa ci pare una scena di cui si potrebbe leggere nella Bibbia. E di tratti biblici ne ha parecchi. A San Gabriele, al passo di un torrente, vede un uomo che sta facendo asciugare al sole i propri panni. «Tu sei Anzani!» grida egli a quell'uomo, «E tu Garibaldi!» risponde l'altro. S'erano per fama invaghiti l'uno dell'altro; ora saranno uniti per la vita e per la morte. Eccoli sulla via della grandezza. Montevideo ha bisogno di braccia. Vanno. Garibaldi è guerriero da terra e guerriero da mare. Dove lo mandano? Dovrà risalire il Paranà, con quei gusci che la Repubblica gli può dare; ed egli va, s'incontra con la squadra nemica, passa, naviga su pel fiume due mesi, e sotto il cannone ogni giorno; all'ultimo a Nueva Cava, dopo aver combattuto tre notti e tre giorni farà saltar le sue navi, ma il nemico non potrà dire di averlo vinto. Oh! perchè ventiquattr'anni di poi, ammiraglio a Lissa non fu lui?
Poi divenne guerriero di terra e creò la Legione. Romano d'anima non poteva chiamarla che così. Intanto gli anni incalzavano, veniva il 1846, e nel crepuscolo mattutino di quell'anno nel cui meriggio Pio nono doveva benedire l'Italia, là nell'America un pugno d'Italiani scriveva con le spade la giornata di Sant'Antonio, uno dei più nobili fatti d'arme che la storia del valore possa mai raccontare.
Ai primi annunzi dell'amnistia di Pio nono, egli era là, in quel mondo delle ricchezze, povero come Giobbe. Fabrizio rifiutò i doni di Pirro, ma insomma li rifiutò per non tradire la patria. Garibaldi non aveva voluto nessun compenso d'aver salvata la patria altrui. Egli si sentiva pago abbastanza del campo franco avuto, a provare in guerra il cuore italiano: e ora sentiva con sicurezza che se i giorni della patria erano venuti davvero, egli avrebbe saputo servirla. E «sovente s'arrestava soprapensieri, e gli sfuggiva un leggero sorriso, come a chi attende una lieta fortuna.» Lo scrive Giambattista Cuneo, suo compagno in quei giorni. Cosa vedeva, egli oltre il mare in qua, nell'Italia lontana? Allora egli e l'Anzani offrirono le loro spade a quel Pontefice, cui poco appresso il Mazzini offriva la mente. Avesse il Pontefice accettato; e se non la indipendenza che non era da lui, avrebbe forse guarita l'Italia di quella gran miseria per cui paiono inconciliabili l'amor della patria e la religione, che sono ancor la forza degli altri popoli, pur di noi più civili.
Quando non potè più reggere od aspettare, Garibaldi imbarcò quanti della legione vollero seguirlo, e sul brigantino Speranza, veleggiò a tornare. Canterà mai la poesia l'ora grande che, di qua da Gibilterra, egli vide una nave che batteva bandiera tricolore, la gran bandiera! e seppe Milano insorta, gli Austriaci in fuga, tutta l'Italia in rivoluzione?
E poi Nizza e la vecchia madre non riveduta da quattordici anni: e dopo brevi giorni di gioie domestiche, l'entrata nel mondo del Quarantotto, tutto canti e grida e deliri, ma con poche armi, assai poche! Ei corse presto a Milano. E perchè? — domanda oggidì la storia d'allora, — perchè dovette andare sino al campo di Carlo Alberto per chiedere un posto quale si fosse, e combattere? Non trovò per via gente armata che gli si offrisse? Ahi! Orlando era tornato, ma già si trovava ai primi disinganni. Dal campo fu mandato a Torino dove gli si disse d'andar a chiudersi in Venezia.... Nessuno indovinava in lui quel ch'egli era, neppure il governo provvisorio di Milano, dove tornava il 15 luglio, e dove alla fine gli erano dati i tremila volontari sparsi qua e là sino a Bergamo, con questo però che egli se li raccogliesse. Ma allora tutto già volgeva a male in Lombardia; Carlo Alberto si ritirava dal Mincio, gli Austriaci tornavano grossi, Milano ricadeva nelle loro mani; e a Garibaldi non rimaneva che la gloria di cader l'ultimo a Morazzone. E si narrò poi che il D'Aspre, il quale appunto a Morazzone lo aveva assaggiato, dicesse che l'uomo che avrebbe potuto essere utile all'Italia, nella guerra d'indipendenza del 1848, era stato disconosciuto.
Dunque tutto era una grande illusione? No! Roma chiamava, ed ei vi corse co' suoi di Montevideo. E anche là, quando la Giunta Suprema di Governo seppe che Egli giungeva, tremò. Pure dovette accoglierlo e se non altro illuderlo, mandandolo, a capo di bande armate a Macerata, a Rieti. Egli andò. Di là eletto deputato di Macerata alla Costituente, scese in Roma, il 5 febbraio, nell'assemblea ascoltò il discorso d'apertura del ministro Armellini, e di scatto s'alzò, proponendo che si proclamasse la Repubblica. Ecco il dittatore! E tutti lo temono, e pochi si fidano di quell'uomo così nuovo, così sicuro, così fatto per comandare.
Il 21 aprile quando si viene a sapere che partivano i francesi da Marsiglia per Civitavecchia, Egli era già molto sdegnato contro la patria, e se ne era confidato ad Anita, scrivendole da Anagni. Ma non dubitava dei suoi destini. E coi suoi milledugento armati, gli pareva d'essere invincibile. «Roma prende un aspetto imponente, Dio ci aiuterà.» E in Dio veramente credeva.
Sbarcano i diecimila francesi, con sedici cannoni da campo, sei da assedio. Sono amici, sono nemici? Venivano per restaurare il Papa. E allora cominciarono i forti giorni. E fu quel 30 aprile che rimase gloriosissimo nella storia dell'armi italiane. Ma cominciava anche la gran caccia di mezza Europa, contro Roma. Gli Austriaci passavano il Po, la Spagna imbarcava gente per l'Italia, il Borbone invadeva la Repubblica. Vero è che vi furono Palestrina e Velletri, bei nomi a ricordarsi, più che per le vittorie in sè, come primo colpo anticipato da lui al trono borbonico. E la poesia vi si fermerebbe a raccogliere il fior del sentimento, cantando che a certa ora del fatto d'arme, una compagnia di adolescenti salvò Garibaldi caduto, travolto dall'onda della cavalleria nemica.
E poi la ripresa degli assalti francesi il 3 giugno a tradimento; e villa Panfili, e San Pancrazio, e villa Corsini, e il Vascello, e le inaudite gesta d'uomini come Masina, Manara, Mellara, Dandolo, Bixio, Morosini, Mameli, Sacchi, Bassini e mille altri; e i 19 ufficiali morti i 32 feriti, e cinquanta gregari tra morti e feriti, e Lui che ai fuggenti sulla via della disperazione grida: «Voi sbagliate strada! il nemico non è qui!» Avevano letto l' Adelchi del Manzoni, o il Manzoni aveva indovinato che gli eroi parlano così.
Il gran dramma dell'assedio durò ventisei giorni di combattimenti, fino al 29 giugno. E quel giorno, quando l'assemblea chiamò Garibaldi nel proprio seno, egli, lasciate a malincuore le mura, corse e gridò ai rappresentanti del popolo che bisognava eleggere un Dittatore. Quanto a sè, dichiarò che altrimenti sarebbe uscito da Roma a tener alta dove che fosse la bandiera della patria fino all'estremo. Ma l'assemblea, pur dichiarando di volere stare al suo posto, deliberò di cessare la resistenza divenuta impossibile. Dunque anche in Roma, tutto era finito!
Ma non per lui. Prima che i Francesi entrino in Roma egli n'uscirà. Non vuol morire di quel dolore. E sul mezzodì del 2 luglio, raccolta sulla piazza del Vaticano la sua divisione, griderà quelle sue grandi parole: «Io esco da Roma; chi vuol continuare la guerra mi segua. Non offro nè gradi, nè stipendi, nè onori, ma fame, sete, marce forzate, battaglie, ferite e morte; per tenda il cielo, per letto la terra, e per testimonio Iddio.»
In tutte le sue biografie sono taciute le ultime parole di quel discorso: eppure le disse. Le ripetevano ancora, tra i Mille, alcuni veterani che le avevano intese.
La sera di quel giorno uscirono con lui tremila, da porta San Giovanni per la tiburtina, ben sapendo tra quali strette d'eserciti nemici andavano a porsi. Marciarono ventisette giorni, marciarono ventisette notti, sempre lì per dar negli agguati, sempre riuscendo a scansarli. Meravigliosa marcia che rivelò il Capitano, e più che il Capitano l'Uomo fatale: perchè grandissima cosa tra le grandi compiute in quella fuga da leone, egli non disperò un istante d'un mondo non ancora degno di lui, nemmeno in quel fiore di valorosi che avevano voluto seguirlo.
Il 31 luglio riparava in San Marino. Parevano rifiniti tutti quelli che non rimasti per via, s'erano rifugiati lassù. Egli no. Dice ancora ai Reggenti: «Che se i Tedeschi non lo attaccheranno, egli non li attaccherà.» Non è il sommo dell'ardimento?
Ma insofferente d'indugi, sdegnoso di scendere a patti con lo straniero; mentre gli Austriaci gli stringono il cerchio intorno fin sul territorio della piccola Repubblica, egli piglia la sua risoluzione. Anita è quasi morente ma non si lagna, con Lui le è vita ogni stento. E via di notte pei balzi dirotti del Titano, scende, passa tra le schiere nemiche, traversa la terra fedele di Romagna fino al mare, vi imbarca i dugento che potè condur seco; mèta Venezia.... Là si combatte ancora.
Ma, cade in quel giorno del 4 agosto l'episodio pietoso che tutti sanno. Dal mare gli tocca a ripigliar terra, inselvarsi con Anita, morente tra le braccia; solo, tra il mondo e Dio, la porta, la affida, non sa quasi bene se viva ancora o già morta, a chi potrà seppellirla. Egli deve sè all'Italia, e non può lasciarsi uccidere dai croati su quella povera morta. Fu forse il momento più amaro della sua vita. «Ma quando la disperazione starà per entrar nel tuo cuore, chiamami ed io sarò con te:» e al mondo, per far come egli fece in quell'ora, bisogna avere il cuore pieno di quelle voci che Dio mise nei grandi.
Salvato per una sequela di miracoli, sin che potè por piede in Piemonte, s'accorse che neppur lì poteva star più, sebbene in terra di libertà. Egli era venuto a riportare in Europa il tipo del cittadino guerriero, e pareva che non ci fosse più terra per lui. Peggio che Mario! Non fu incatenato come Prometeo, ma fu gettato alla solitudine tremenda dell'anima. E non sapevano che egli aveva in sè un mondo, in cui egli si moveva e sapeva vivere come in un imperio infinito.
Riprese la via dell'esilio, seppe cosa vuol dire non aver da sfamarsi, lavorò colle mani da semplice candelaio, alla fine potè riavere una nave e gli oceani. E nella solitudine del Pacifico, un giorno del 1854, gli avviene uno di quei fatti interiori, che paiono accidentali, ma che forse provano come a certi gradi di perfezione l'anima umana sia servita forse da sensi misteriosi che non sappiamo d'avere. Egli è in pieno Oceano Pacifico e sente in sè che a Nizza muore sua madre. Quella morte sentita così, gli mise la nostalgia della patria!
Rivedrà l'Italia in quello stesso anno 1854; non si sentirà più di staccarsene, ma per altro nessuno gli dirà più d'andar via. Il Cavour è alla testa del Piemonte, sa dove vuole andare il suo Re, e sa pure che per avere con sè la Nazione, il Re deve tener conto sopratutto di quel proscritto. Ebbene, se nessuno vieta più omai a Garibaldi il suolo del Piemonte, divenuto asilo di tutti i profughi, Garibaldi non vi si fermerà. Egli non è fatto per vivere tra gli uomini la vita d'ogni giorno. C'è là nel mar di Sardegna un'isoletta, ch'egli ha veduta sin dal '49; e là con un po' di terra da coltivare, una casetta da starvi ch'egli fabbricherà da sè, umile come quella di Montevideo, e la quiete e la speranza potrà aspettare. Aveva allora quarantasette anni, un'altra primavera d'Italia pareva vicina, ma che venisse presto finchè c'era ancora un resto di gioventù! Passarono gli anni: fu la guerra di Crimea e la spedizione piemontese, della quale forse neanch'egli capì gli intenti, perchè non uso a pigliar vie così traverse; ma l'atteggiamento del Piemonte, quel piantarsi di Vittorio Emanuele da Re italiano in faccia all'Austria, dovette por nel gran cuore del solitario generale la certezza d'una ripresa d'armi, come egli la vagheggiava.
E quando fu chiamato a dare il suo gran nome a quella Società Nazionale, che doveva raccoglier tutte le forze in un fascio, lo diede. Allora gli fu gridato che veniva meno alla parte repubblicana, cui tanto più doveva tenersi in quanto che egli era quel che era, perchè generale della Repubblica romana. Ma Garibaldi non si lasciò scuotere e stette. Fu quello uno dei fatti più eroici della sua vita. Sentimento e intelligenza delle cose patrie operarono allora in lui con piena armonia. Altri grande quanto lui ma sempre illuso lo biasimò, lo rampognò; ma egli stette, e il fatto fu uno dei più importanti di quel decennio, che la storia dovrebbe chiamare della saggezza.
E infatti il '59 parve una gran cosa riuscita, anche a coloro che neppure allora vollero riconoscere che il Generale aveva fatto bene. Certo, a vedere come anche a quella guerra il popolo italiano aveva dato poco di sè nell'azione, se non lo dissero, dovettero pensare che quei centotrentamila francesi non gli avrebbero potuti far venir essi a combattere a lato degli italiani del Piemonte. E come senza essi si sarebbe vinto l'Austria con duecentocinquantamila uomini e novecento cannoni, e le fortezze in Lombardia? Garibaldi stesso disse poi a Don Verità, l'antico suo salvatore del quarantanove, che senza Napoleone neppur quell'anno si sarebbe riusciti a nulla. Che importava se quel romantico imperatore s'era fermato a mezzo? Intanto egli aveva messa l'Austria a doversene star sulla sinistra del Po, a vedere quel che sarebbe avvenuto nella penisola, senza potersi muovere; aveva consacrata la dottrina del non intervento lanciata invano trent'anni innanzi dalla monarchia di luglio; e legate così le mani all'Austria: al resto, Garibaldi si sentiva di pensar lui. Certo non si lusingava che Napoleone non avesse un qualche giorno a violare egli stesso il non intervento: ma per allora quel principio valeva mi esercito vero per l'Italia contro l'Austria costretta a starsi sulla sinistra del Po a guardare.
Sfumato il disegno neo-guelfo d'una federazione italiana, risognato un istante da Napoleone III dopo Villafranca; concorde con lui l'Inghilterra nel non intervento, Prussia e Russia non inclinate ad aiutare l'Austria, se mai avesse voluto impedire le annessioni della Toscana, dell'Emilia e della Romagna, l'ora era buona per pensare al resto d'Italia.
Ma allora Napoleone mise il prezzo di Nizza a quelle annessioni, e il Cavour dovette cedere. Cedette forse troppo facilmente. Perciò il 12 aprile 1860 nella Camera dei deputati Garibaldi sorse a rampogne formidabili contro di lui. Pareva l'inizio di una guerra civile. Ma per buona sorte, la campana dei Francescani della Gancia in Palermo aveva sonato, otto giorni prima, a chiamar la Sicilia all'armi e l'Italia all'aiuto. Neppure per essere stato fatto quasi straniero all'Italia, Garibaldi, al grido della Sicilia, poteva star sordo. Neghi Achille il suo braccio per una prigioniera che gli è stata tolta, e rimanga pur grande quant'è in Omero; l'uomo moderno, se non sa sagrificar tutto sè stesso, eroe non è.
Di quei giorni, come gli amici di Orlando, che andavano in cerca di lui errante pel mondo, ecco in Torino il Bixio e il Crispi da Garibaldi. Gli parlano della Sicilia; l'unità d'Italia dipende da lui. Ed egli ascolta, s'accende, consente, e candido com'era ed aperto, va subito dal Re a chiedergli addirittura una brigata da menare in Sicilia. Voleva appunto quella comandata dal Sacchi, antico e caro suo portabandiera nella legione di Montevideo. Come deve esser rimasto Vittorio! Ora s'avverava ciò che egli aveva scritto poco prima a Francesco secondo: desse la libertà ai suoi popoli, si mettesse a far gareggiare il suo regno con quello di lui, chè se no, presto sarebbe tardi, e forse verrebbe adoperato il nome dei Savoia contro i Borboni, senza che egli potesse opporsi.
Re Vittorio non aderì alla richiesta di Garibaldi; ma il Cavour gli diede libertà di fare. Bastava. Garibaldi vola a Genova, il 20 aprile è nella villa Spinola divenuta quartier generale di quel mondo d'uomini politici e militari, che si era formato come uno Stato nello Stato; ivi riceve notizie, dà ordini, si prepara al gran lancio. Ma le notizie di Sicilia vengono, mutano ogni giorno, sempre più scoraggianti; il 27 aprile par tutto finito laggiù; si sapeva già l'eccidio di Carini, ora si dice che gli insorti battuti e dispersi tengono appena le montagne, anzi che si vanno sciogliendo. Cade l'animo a tutti. Ma al Bertani, al Bixio, al Crispi, no. Questi si stringono al generale, Bixio chiede, supplica, implora d'essere lasciato andare almeno lui.... Almeno lui! Può Garibaldi lasciar ad altri si grande impresa? Titubanze terribili. Pure il primo maggio, in uno di quei tempestosi colloqui, di scatto, come per rispondere a una voce misteriosa che doveva! avere in sè, Garibaldi balza a dire: «Partiamo, ma subito!» Era fatto così! E allora tutti a serrare le file. «Si va! si va!» Furono quelli i più bei giorni d'Italia!
Bisogneranno navi! Ci pensa Bixio; lasciate tare a lui, egli non conosce l'impossibilità. Quanto agli uomini, solo a chiamarli saranno pronti, fin troppi.
E la sera del 5 maggio, che era di quelle che allagano i cuori di dolcezza, le belle vie di Genova videro una gentilezza nuova di portamenti sin nei più rudi uomini del volgo. I facchini stessi del porto, sempre così aspri, parvero allora cavallereschi. Si sapeva da tutti chi erano e dove si avviavano quei giovani forestieri, che s'aggiravano per la città, e ognuno che v'era, certo sa ancora dire di qualche tratto cortese, ricevuto in quella sera che con Garibaldi partiva.
Appena fu notte, una eletta di quei giovani scende al porto. Entrano in certe barcacce, vogano a due vapori che stanno ancorati, montano, mettono le mani sui marinai, li costringono a stare zitti, ad accendere le macchine, a ubbidire in tutto. Pirati veri non avrebbero saputo far meglio. Sapevano che il Governo chiudeva gli occhi, ma da un istante all'altro poteva essere costretto ad aprirli; e allora? Momenti di ansia mortale. Bisognava far presto. Ma tutto veniva bene, Bixio metteva l'anima sua fin nelle cose, soffiandola con parole terribili, imprimendola con gesti che facevano tremare i cuori. I due vapori furono presi.
E intanto, da Porta Pila, erano usciti i Mille. S'accalcavano alla Foce, sfilavano oltre il Bisagno per la Via di Quarto; qualcuno ricordava che tre anni prima il Pisacane s'era partito di là, per un'impresa come quella che si iniziava; qualcuno salutò la Villa dove il Byron si era preparato al suo viaggio di Missolungi.
Alla Villa Spinola pareva una notte di festa. Gente di tutti i ceti vi si pigiava, confusa; v'erano delle donne, che piangevano d'esser donne; v'erano dei padri che v'avevano accompagnati i figli benedicendoli. Vi furono delle madri corse da lontano per tôrre via i loro cari da quel cimento; una, venuta fin dal Friuli, si udì pregar dal figlio di non obbligarlo a disubbidirle in un'ora così solenne. Ma tutta quella folla voleva veder Lui, Lui, in quel momento supremo. Ad ogni istante s'udiva una voce: «Eccolo!» No, era qualcuno che usciva dalla Villa a portar ordini chi sa dove. Eppure in quel fremito c'era una calma solenne. Verso le undici, come se davvero una corrente magnetica si fosse diffusa, fu sentito Lui.... Veniva fuori dal cancello della villa, in camicia rossa, con la sciabola sulla spalla a guisa di un arnese da agricoltore; traversò la via, passò per un rotto del muricciolo che vi fa riparo, e scese giù per gli scogli, nel piccolo seno già stipato di barche. La folla che aveva tenuto il respiro non osò mandare un grido, come avvertita da senso religioso di non turbare un mistero: e allora quasi nel silenzio, si ebbero il grande addio quelli che dovevano partire, sfilarono dietro Lui per quel rotto di muricciolo, entrarono muti nelle barche, presero il largo; già un po' al largo udirono una voce alta limpida, lieta, chiamar: «La Masa» e un'altra voce rispondere «Generale». Poi più nulla.
E tu ridevi, stella di Venere,
Stella d'Italia, stella di Cesare
Non mai primavera più sacra
D'animi italici illuminasti.
Quando stava per farsi l'alba, apparvero i lumi dei due vapori venuti via dal porto. Furono lì in un lampo come fantasmi; le barche s'accostarono, e scale e corde e travi, tutto fu buono per quella gente a salire, come se fosse stata a un assalto. Ma Garibaldi dov'è? È sul Piemonte. — E come si chiama quest'altro vapore? e chi lo comanda? — Si chiama il Lombardo e lo comanda Bixio. — Ah, Bixio? Bene! — Pure un po' di malinconia si diffuse fra quei del Lombardo. Andavano alla ventura del mare, poteva accadere d'essere incontrati dalle navi napolitane: e allora? Se si doveva perire, i più fortunati sarebbero stati quelli, che nell'ultima ora avrebbero visto Lui. Intanto i due vapori, con quei nomi augurali, mossero via.
Da quella mossa cominciano i canti centrali del gran poema garibaldino. Proprio come in un'opera d'arte, il punto, il gran nodo dell'Epopea, sta tra Quarto e Teano, tra il 5 maggio e il 26 ottobre, tra la partenza clandestina da Corsaro, alla gloria di gridare da Dittatore il Regno e il Re d'Italia là, dove si distruggeva un Reame che durava da settecentotrent'anni. Non lo confermarono il popolo e l'arte figurativa? I monumenti eretti per tutta Italia a Garibaldi lo rappresentano quale in quel tempo egli fu: rappresentano il Dittatore.
E ora, parlando della grand'epopea garibaldina, in questa Firenze, mi par giusto ricordare che qui, nel meditato dolore patriottico, Pietro Colletta scrisse la storia di quel Reame. Il soldato della Partenopea e poi del Murat, aveva visto finir in nulla l'impresa unitaria di Gioachino nel Quindici, e nel Venti la rivoluzione di Napoli non mirar più all'Italia, ma chiudersi nell'angusto concetto delle due Sicilie. Come doveva aver sanguinato quel cuore!
Ricaduta Napoli in balìa degli Austriaci restauratori della tirannide spergiura; cacciato egli a confine in Brünn di Moravia, a piè di quello Spielberg, dove pativano le durezze del carcere il Confalonieri, il Pellico, il Maroncelli e gli altri Carbonari, chi sa che, guardando lassù, non abbia pensato che se Marche, Umbria, Romagna, Toscana, Emilia, erano state indifferenti all'impresa di Gioachino, o l'avevano quasi derisa; se allora i Lombardi stavano lassù condannati; se i Piemontesi ramingavano pel mondo, e s'egli stesso napoletano, era là; tutto era avvenuto perchè erano mancati tra Italiani e Italiani la stima e l'amore? E forse gli nacque allora appunto il pensiero di rivelare all'Italia del settentrione la grandezza e i martirii dell'Italia meridionale, e nella sconsolata anima dubitando anche di essere inteso, gli sonò la pagina finale della sua storia, che pare un coro fatidico di cupa tragedia antica. E scriveva:
«In sei lustri centomila Napoletani perirono di varia morte, tutti per causa di pubblica libertà e di amore d'Italia; e le altre italiche genti, oziose ed intere, serve a straniero impero, tacite, o plaudenti, oltraggiano la miseria dei vinti; nel quale dispregio, ingiusto e codardo, sta scolpita la durevole loro servitù, infino a tanto che braccio altrui, quasi a malgrado, le sollevi da quella bassezza. Infausto presagio che vorremmo fallace; ma discende dalle narrate istorie, e si farà manifesto agli avvenire, i quali ho fede che, imparando dai vizi nostri le contrarie virtù, concederanno al popolo napoletano (misero ed operoso, irrequieto, ma di meglio) qualche sospiro di pietà, e qualche lode; sterile mercede che i presenti gli negano.»
Ora l'anima del Colletta, dalle sedi degli eroi poteva esultare; l'Italia settentrionale mandava all'umile Italia serva di laggiù, quel manipolo e quel Liberatore.
All'alba, i due vapori stavano già per girare il promontorio di Portofino, quando si fermarono quasi di colpo. Perchè? Si seppe poi. In quelle acque dovevano trovarsi ad aspettarli, certe barche cariche di munizioni: ma guarda di qua, guarda di là non si vede nulla. Che fare? Garibaldi alzò gli occhi al cielo come soleva, e ordinò di andare avanti.... «Le munizioni si piglierebbero dove si potrebbe, magari al nemico.»
Così tutto quel giorno 6 e sino alla mattina dell'altro appresso, i due vapori navigarono di conserva. In quel secondo mattino della traversata, fu letto sulle due navi l'ordine del giorno di Garibaldi.
Ribattezzava Cacciatori delle Alpi i militi della spedizione; parlava di devozione, di soddisfazione della incontaminata coscienza, come solo premio. L'organizzazione sarebbe come quella dell'esercito ch'ei chiamava non più piemontese ma italiano; il grido di guerra: Italia e Vittorio Emanuele.
Bisogna dirlo, quel grido non piacque a tutti. Prevaleva nella spedizione l'elemento repubblicano: la rivoluzione di Sicilia e la impresa d'aiutarla era opera di Mazzini, ma in quegli anni il vento spirava dalla parte della concordia. E poi! se quel grido lo dava Garibaldi, doveva essere tenuto pel buono, perchè egli in quel fatto era tutto.
Intanto si vedeva lì in faccia la riva, un villaggio, una torre su cui sventolava la bandiera tricolore.
Era Talamone.
Come se il fato valesse ancora nella vita dei popoli e dei Re, proprio là in quel riposto seno della terra Toscana già Stato dei Presidii, piantato dagli Spagnuoli nel fianco del Granducato, Garibaldi fatti scendere a terra i Mille, sceso egli stesso vestito da generale dell'esercito piemontese, doveva pigliarsi tre cannoni da sei e una vecchia colubrina forse del Seicento, con centomila cartucce, per andare a spegnere nelle Due Sicilie il regno spagnolo!
E là, in Talamone, Garibaldi fece dar forme alla spedizione; quartier generale, stato maggiore, intendenza, corpo sanitario, genio, compagnie, carabinieri genovesi, guide, tutto fu fatto alla brava e rapidamente.
* * *
Il colonnello ungherese Stefano Türr fu primo aiutante di campo del Generale. Aveva allora trentacinque anni. E sapeva cos'era stato il dolore della sua Ungheria e quello dell'Italia nel Quarantanove. Sapeva cosa volevano dire le ansie del condannato a morte, liberato quasi all'ora del supplizio; e sapeva le gioie del cospiratore nell'impaziente attesa della riscossa. Aveva combattuto l'anno avanti sotto Garibaldi in Lombardia, e a Tre Ponti aveva sparso il suo sangue tra i cacciatori delle Alpi.
Ora egli era lì, a lato di quel Grande. Forse quel contatto gli diè l'ultima tempra; e il Türr dopo la guerra di Sicilia doveva smettere le armi per darsi tutto alla vita civile. Fu diplomatico, consigliere d'alleanze, tagliatore d'Istmi, costruttore di canali; va ancor pel mondo, quasi ottuagenario, a far sentire la sua voce, dovunque bisogni gridare la pace e la libertà. Mille quattrocento anni fa, dal suo paese veniva Attila!
Ungherese come il Türr, un po' più giovane di lui, aiutante anch'esso del Generale, v'era il Tuköry, che veniva a offrir l'ingegno e la vita a quest'Italia, la quale, nel Cinquantanove, in certa guisa aveva disdetto la fratellanza di sventure e di speranze, che l'avevano legata fino allora alla patria sua. Diceva egli così senza raffaccio, ma con dolore; forse presago di dover morir presto, come morì di ferita toccata nell'assalto di Palermo. Ma Palermo liberata gli fece funerali che furono un'apoteosi, e chi li vide intende meglio quelli di Ettore in Omero.
Poi c'era il Cenni, di Comacchio, uomo di quarantatrè anni, avanzo di Roma e della ritirata di San Marino; uno tutto fremiti, che ad averlo vicino pareva di camminare col fuoco in mano presso una polveriera.
V'era l'ingegnere Montanari di Mirandola, anch'egli avanzo di Roma, che aveva trentott'anni e ne mostrava cinquanta, per la tetraggine che gli avevano impresso le meditate sventure del paese. Ma, contrasto quasi d'arte, egli stava a lato un senese, che da giovane aveva fatto versi sembrati al Niccolini cose degne del Foscolo. Ne' suoi ventisei anni, bellissimo, forte, era sempre gaio come se gli cantasse una allodola in core. Era quel povero Bandi, che cinque ferite di piombo non poterono poi uccidere sul colle di Calatafimi, e doveva campare ancora trentacinque anni, per essere ucciso quasi vecchio e a ghiado, da uno a lui sconosciuto.
E c'era Giovanni Basso, nizzardo, ombra più che segretario del Generale, ch'egli aveva visto sublime a Roma, umile ma ancor più sublime da povero candelaio alla Nuova York. E c'erano il Crispi allora poco conosciuto, e l'Elia anconitano, che poi a Calatafimi fu quasi ucciso mentre si lanciava a coprire Garibaldi. C'erano il Griziotti pavese di trentott'anni, uomo di bella mente ma di cuore più bello ancora; e il Gusmaroli di cinquanta, antico parroco del Mantovano, che come l'Eroe dell' Enriade, andava tra quei che uccidono, senza difendersi e senza mai pensare ad uccidere. Ma il tocco michelangiolesco lo metteva in quel gruppo Simone Schiaffino, bel capitano di mare, che pareva andasse studiando Garibaldi, per divenir simile a lui nell'anima, come gli somigliava già un po' nel volto; biondo come lui, assai più aitante di lui, con un petto da contenervi cento cuori d'eroe. Vai, vai o giovane sognatore, nato a campar forse novant'anni, vai! tra otto giorni cadrai sul colle di Calatafimi con la bandiera in pugno, nell'ora quasi disperata della battaglia. Ma avrai questo onore, che a chi gli dirà la tua morte, Garibaldi griderà se gli sembri quello il momento di annunziargli una pubblica sciagura! A quale età, dopo quali alte fortune, avresti potuto meritare un elogio funebre come quello? Era detto da lui, mentre si combatteva su quel colle per far l'unità d'Italia, o perderla forse per sempre.
Allo Stato maggiore generale presiedeva il Sirtori. Antico sacerdote, aveva chiuso per sempre il suo breviario, portandone scolpito il contenuto nel cuore casto, e serbando nella vita la severità e la povertà dell'asceta claustrale. Spirito rigido, cuore intrepido, ingegno poderoso, nel Quarantanove, con l'Ulloa napoletano, era stato ispiratore del generale Pepe nella difesa di Venezia. Poi, esule in Parigi, aveva visto indignato, trionfare Napoleone III. E la vita gli si era fatta un gran lutto. Non aveva perdonato all'Imperatore il 2 dicembre, neppure vedendolo poi scender nel Cinquantanove con centotrentamila francesi a liberargli la sua Lombardia; anzi, antico soldato della patria, s'era astenuto dal venire a quella guerra imperiale. Ma la guerra stessa, com'era seguìta, gli aveva insegnato a non illudersi più. Ed era a quarantasette anni, era lì con quella sua faccia patita, incorniciata da una strana barba bionda, esile alquanto della persona, silenzioso, guardato come se portasse in sè qualcosa di sacro, forse le promesse dell'oltretomba; pareva il Turpino di quelle gesta.
Da lui dipendevano, come capitani, un Bruzzesi romano di trentasette anni; il matematico Calvino esule trapanese di quarant'anni, Achille Maiocchi milanese di trentanove e Giorgio Manin, figlio del gran Presidente della repubblica veneziana, che non ne aveva ancor trenta.
Ufficiali minori seguivano Ignazio Calona palermitano, un gran bel sessagenario che a guardarlo nel viso pareva di leggere le poesie del Meli: seguiva il mantovano ingegner Borchetta di trentadue anni, gran repubblicano; ultimo v'era un giovane tenente dell'esercito piemontese, disertato a portar tra i Mille il suo cuore. Questi doveva morire a Calatafimi sotto il nome di De Amicis, ma veramente si chiamava Costantino Pagani.
E poi veniva il grosso del piccolo esercito; e qui siamo al secondo libro dell' Iliade:
Della turba...... io nè parole
Farò nè nome, che bastanti a questo
Non dieci lingue mi sarian nè dieci
Bocche, nè voce pur di ferreo petto.
Di tutta l'oste
Divisar la memoria altri non puote
Che l'alme figlie dell'Egioco Giove:
Sol dunque i Duci....... accenno.
* * *
Alla testa della prima compagnia, chi se non Bixio? Pareva uno, chiamato al mondo in un momento di grande ira da un padre, che offeso per chi sa quale perfidia della vita, si fosse rifugiato nel seno della famiglia amata per non morir di collera o di dolore. Era nato nel 1821 in Genova, allora davvero piena d'ira per essere stata messa sotto il Piemonte. Stolta Santa alleanza! Per uccidere una repubblica, aveva sottomesso al Re di Sardegna la città che per bocca di Giuseppe Mazzini, doveva poi dare quel grido che si sarebbe risolto nella fine del regno Sardo e nella creazione di quello d'Italia!
Era quel Bixio che già nel Quarantasette, in una via di Genova, fattosi alle briglie del cavallo di Carlo Alberto, gli aveva gridato: «Dichiarate, o Sire, la guerra all'Austria e saremo tutti con voi!» Nel Quarantotto era volato in Lombardia con Mameli; con Mameli era stato a Roma dove era parso l'Aiace della difesa, e il 30 aprile vi aveva fatto prigioniero tutto un battaglione di francesi. Poi aveva navigato; nel Cinquantanove aveva riprese l'armi, non qui riluttante a fare la guerra regia, e facendola bene: adesso era capitano del Lombardo, ma in terra avrebbe comandata la prima compagnia.
Il Dezza ingegnere e il Piva che dovevano divenire generali dell'esercito italiano, erano suoi luogotenenti; e sergenti e soldati, benchè fior d'uomini tutti, badassero bene con chi avevano da fare, chè con lui, non dico paurosi, ma solo inesperti o disattenti o svogliati c'era da essere inceneriti.
Egli doveva essere alla fine uno dei grandi che conducono eserciti, ma dapprima guardato con qualche sospetto, poi apprezzato, poi riconosciuto: e sei anni dopo, la sera della battaglia di Custoza, il generale Della Rocca, personificazione del militarismo di scuola, osò dire di lui a Vittorio Emanuele che lo mettesse alla testa dell'esercito per la pronta rivincita. Anche il Bixio era uomo eroico nel senso largo e moderno: compita l'Italia, entrato nel Settanta in quella Roma da cui era uscito vinto nel Quarantanove, ripigliava le vie dei mari, e andava cercando in Oriente come far ricca l'Italia.
La seconda compagnia detta dei Livornesi, perchè livornesi erano quasi tutti i suoi ufficiali e sott'ufficiali, fu affidata a un Orsini palermitano, uomo già di quarantacinque anni, ufficiale d'artiglieria borbonico da giovane, e poi della isola sua nella rivoluzione del 1848. Da quell'anno era vissuto esule in Levante ai servizi della Turchia, colonnello dell'arma nei cui studi era stato allevato.
Per la stessa ragione che la seconda fu chiamata dei Livornesi, la terza compagnia poteva dirsi dei Calabresi, perchè calabresi erano lo Sprovieri che la comandava e Lamenza e Piccoli e Santelmo suoi ufficiali. V'erano inquadrati degli uomini come il Braico, il Carbonelli, il Damis, il Mauro, il Mignogna, il Plutino, lo Stocco, il Miceli, e medici, e avvocati, e ingegneri e futuri ministri, e generali, tutti fra i trentasei e i cinquant'anni, tutti di Calabria e di Puglia, e molti vissuti dieci anni compagni del Poerio, del Settembrini, del Duca di Castromediano, nelle galere di Montefusco o di Montesarchio, dove, invece di custodi pietosi come lo Schiller e il Kubinsky dello Spielberg, avevano trovato dei birri appena degni di stare nella Caina di Dante.
La quarta compagnia toccò al La Masa, siciliano di Trabia, esule quarantenne. Era un singolare uomo costui! Con un'aria tra d'arcade romantico e di evangelista, grandi cose doveva aver sentite di sè e grandissime essersene augurate. E sin a un certo punto le aveva conseguìte. Si diceva di lui che nel gennaio del 48 aveva decretata da sè la rivoluzione per il dodici preciso, genetliaco del Borbone, firmando audacemente col proprio nome, per un Comitato che non esisteva, il bando di guerra.
Alcuni conoscevano di lui tre volumi di Storia della rivoluzione siciliana di quell'anno grande: pochi sapevano che in Brescia dov'era andato crociato alla guerra lombarda, aveva sposata la duchessa Bevilacqua, sorella di quell'Alessandro finito a Sommacampagna sotto le sciabole dei croati. Biondo, esile, quasi bello, il La Masa parea più uno scandinavo che un siciliano. Forse aveva nelle sue vene un rigagnoletto di sangue normanno. E ambizioso dicono che fosse assai, e forse fin sognatore d'un restaurato Regno con lui Re dell'isola, dove tornava dopo averne quasi conquistato un altro nell'Italia settentrionale, tante erano le ricchezze della casa dei Bevilacqua.
Alla testa della quinta compagnia sonava il nome degli Anfossi nizzardi, glorioso pel caduto delle cinque giornate di Milano. Ma ahimè! il vivo non era del valor del morto. Però la inquadravano degli ufficiali subalterni che bastavano a raccoglier l'anima della compagnia come un'arma corta nel pugno. V'era tra essi il Tanara, una specie di Rinaldo combattente per la giustizia in un mondo che a lui fu ingiusto e che non seppe mai il cuore ch'egli ebbe. In quella compagnia, nulla di regionale. C'erano un centinaio di uomini di tutte le terre italiane, vi si sentivano tutte le nostre parlate, vi si vedevano delle teste di tutte le tinte, e di grigie e di già bianche parecchie.
Ma ecco alla sesta il più bello degli otto capitani. Era un biondo di trentatrè anni, alto, snello, elegante. Si sarebbe detto che se avesse voluto volare, subito gli si sarebbero aperte dal dosso ali di cherubino. Parlava un bell'italiano, con leggero accento meridionale, gestiva sobrio e grazioso come un parigino; nel portamento pareva un soldato di mestiere, negli atti e nei discorsi un Creso vissuto tra le delizie dell'arte, in qualche gran palazzo da Mecenate. Si chiamava Giacinto Carini, nome di borghesi e nome anche di Principi siciliani, che a lui già nobilissimo della persona, dava un'aria alta e singolarmente aristocratica. In lui v'era il generale che sei anni dopo avrebbe comandata una divisione italiana all'attacco di Borgoforte; e da lui fu detto un giorno che se alla morte di Pio IX fosse venuto, come venne, al seggio di San Pietro il Vescovo di Perugia ch'ei ben conosceva, l'Italia avrebbe avuto il Papa iniziatore di quella vita che ancor si aspetta.
Sfila la settima compagnia, studenti dell'università pavese, lombardi, milanesi eleganti ricchi e prodi, e veneti che la graziosa mollezza natia, temperavano alla baldanzosa audacia dei compagni nati tra l'Adda e il Ticino.
La comandava il Cairoli di trentacinque anni, e pareva così contento, aveva un'aria così paterna, che uno avrebbe detto: «Certo a costui è stato dato ogni suo soldato da ogni madre in persona, perchè se non è necessario sacrificarlo glielo riconduca puro e migliore.» Ah il contatto con quell'anima! Molti vanno ancora pel mondo, che vissero giovanetti sotto quell'occhio, in quei giorni di altissima scuola, e ne portano la luce e l'esempio tra la gente, che pur divenuta scettica, crede, non ostante tutto, che un mondo migliore sia stato.... e assetata di bene spera che torni.
E l'ultima era l'ottava. L'aveva raccolta quasi tutta nella sua Bergamo, Francesco Nullo, che la dava bell'e fatta ad Angelo Bassini pavese, certo di darla a chi l'avrebbe condotta da bravo. Era il Bassini un uomo che se avesse lanciato il suo cuore in aria, questo avrebbe mandata luce come il sole, e se lo avesse gettato nell'inferno, avrebbe fatto divenir buono Satana stesso. Lo dicevano coloro che avevano lette già le poesie di Petöfi. A Roma il 3 giugno del 49, nell'ora dello sterminio, s'era avventato quasi solo contro i francesi di Villa Corsini, percotendo, insultando, gridando a chi volesse ammazzarlo; e nessuno lo aveva ucciso. Aveva una testa che sembrava una mazza d'armi, ma l'espressione della sua faccia, ricordava quella di certi santi anacoreti. Sapeva poco, discorreva poco, ostinato nell'idea che gli si piantava nel capo, a chi lo vinceva di prove gridava: «Appiccati!» ma lo abbracciava, e gli dava subito retta intenerito e devoto. Per tutte queste sue doti, e perchè, aveva già quarantacinque anni, gli si erano lasciati volentieri metter sotto, Vittore Tasca, Luigi Dall'Oro, Daniele Piccinini, coi loro bergamaschi, quasi un centinaio e mezzo di quella gente Orobia, quadrata e intrepida sempre, sia che scelga la patria per suo culto, sia che ad altri ideali volga il pensiero: quella che parve ai siciliani formidabile per gli ardimenti, e per la serena fidanza nei vini dell'isola, bevuti ai banchetti liberamente, senza perdere dignità nè d'atti nè di parole. Non erano certo gli Ippomolgi di Omero, piissimi mortali.
Che di latte nudriti a lunga etade
Producono i lor dì.
* * *
Ora ecco i Carabinieri genovesi, quarantatrè, quasi tutti di Genova, o in Genova vissuti a lungo, armati di carabine loro proprie, esercitati al tiro a segno da otto o nove anni i più, gente che s'era già fatta ammirare nel 1859, ben provveduta, colta, elegante.
Li comandava Antonio Mosto, uomo non molto sopra i trent'anni, ma che ne mostrava di più: barba piena, lunga, sguardo acuto, ficcato lontano traverso agli occhiali a suste d'oro, come per guardare se al mondo esistesse il bene quale ei lo sentiva in sè. Quanto al coraggio era per lui cosa tanto sua, che non poteva credere vi fosse altri che non ne avesse.
Suo luogotenente era Bartolomeo Savi, un fierissimo repubblicano tutto nudrito di studi classici, e già ben sopra la quarantina; uomo austero e cruccioso, che guardava sempre con certo piglio di rimprovero Garibaldi, perchè s'era lasciato tirar dalla parte del Re. Ma lo seguiva, e lo seguì poi fino al giorno che, dopo Aspromonte, tutto gli parve falsato, e poco appresso tediato della vita si uccise.
Inquadravano la compagnia Canzio, Burlando, Uziel, Sartorio, Belleno; e tra tutti, quei quarantatrè dovevan pagare un gran tributo nel primo scontro a Calatafimi. Cinque morirono, dieci vi furono feriti, ma la vittoria si dovette in parte alle loro infallibili carabine.
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Non s'avevan cavalli, nè c'era tempo di far una corsa nella vicina maremma per pigliarne al laccio un branco; ma le Guide furono ordinate lo stesso. Erano ventitrè. Le comandava il Missori, l'elegantissimo milanese, passato dal culto delle Grazie a quello della sciabola, ma da prode. Suo sergente era Francesco Nullo, il più bell'uomo della spedizione. E avevano compagni dei giovanetti come il conte Manci di Trento, che pareva una fanciulla travestita da uomo, e dei vecchi di sessant'anni come Alessandro Fasola, carbonaro del 1821 col Santa Rosa, allora corso a quell'impresa con la baldanza d'un ragazzo, che fa la sua prima volata fuori della casa materna.
E come in Talamone s'ebbero i tre cannoni d'Orbetello, e la colubrina levata da quel castelluccio, fu formata l'artiglieria alla cui testa fu messo l'Orsini. Povera artiglieria! Pareva davvero una cosa da celia, ma laggiù nell'isola fu poi vista a una prova da cui forse dipese la sorte della spedizione.
Capo dell'Intendenza fu l'Acerbi, avanzo dei martirii di Mantova, e aveva seco uomini come Ippolito Nievo, e il Bovi, il Maestri, il Rodi, tre veterani questi ultimi, mutilati ciascuno d'un braccio, che parevano venuti per dire ai giovani: «Vedete? Eppure ciò non fa male!»
In quanto al corpo sanitario fu affidato al dottor Ripari cremonese, vecchio avanzo delle catene politiche dell'Austria e di Roma; e gli erano compagni il Boldrini mantovano e il Ziliani da Brescia, valenti medici e grandi soldati. E poi di medici ve n'erano in tutte le compagnie, combattenti dei migliori, e da combattenti infermieri.
La storia dovrebbe aver già detto e dirà che quella spedizione fu più che per metà composta d'uomini di studio e d'intelletto. Ne contava più d'un centinaio e mezzo che erano già o divennero poi avvocati, e così contava quasi un centinaio di medici, un mezzo centinaio d'ingegneri, una ventina di farmacisti, trenta capitani marittimi, dieci pittori o scultori, parecchi scrittori e professori di lettere e di scienze, tre sacerdoti, alcuni seminaristi, una donna: poi centinaia di commercianti, e centinaia d'artefici, operai il resto, contadini nessuno. E non sarà inutile dire che una quarta parte di quegli uomini era d'età fra i trenta e i quarant'anni; che un altro bel numero erano tra i quaranta e i cinquanta: forse un dugento, n'avevano da venticinque a trenta; i più erano tra i diciotto e i venticinque. Il vecchissimo era un genovese nato nel 1791, che da giovinetto aveva militato sotto Napoleone; il giovanissimo era un fanciullo d'undici anni, menato seco dal proprio padre medico vicentino.
Non sarà inutile di aggiungere che trecentocinquanta di quegli uomini erano lombardi, centosessanta genovesi, il resto veneti, trentini, istriani e delle altre provincie dell'Italia superiore, con forse un centinaio di siciliani e napoletani tornanti dall'esilio. Stranieri accorsi per amor d'Italia ve n'erano diciotto, uno dei quali africano, l'altro d'America ed era il figlio del Generale.
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