LA PRINCIPESSA BELGIOJOSO.


Principessa Cristina Belgiojoso Trivulzio
(dal ritratto dipinto da Enrico Lehmann a Parigi, ora conservato presso il Marchese Franco Dal Pozzo a Belgirate sul Lago Maggiore).


Raffaello Barbiera

La Principessa
Belgiojoso

DA MEMORIE MONDANE INEDITE O RARE
E DA ARCHIVII SEGRETI DI STATO


Nuova edizione riveduta,
con appendice di documenti inediti, e ritratti.

MILANO
Fratelli Treves, Editori

Ottavo migliaio.


PROPRIETÀ LETTERARIA.

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.

Milano — Tip. Treves — 1922.



[INDICE]


PREFAZIONE.

La principessa Cristina Belgiojoso, nata dalla stirpe dei Trivulzio, morì nella sua Milano il 1871. Morì dopo le sciagure della Francia, dove un giorno, profuga e cospiratrice, aveva ella, discendente dal famoso maresciallo di Francia, potuto emergere in un tempo nel quale si adoravano, più di adesso, le ricchezze, le alte posizioni sociali, l'influenza, «le succès». Morì quasi inosservata, senza curarsi della gloria, questo sole degli estinti; morì in silenzio, ella che aveva riempito mezzo mondo de' suoi coraggiosi conati patriotici, delle sue multiformi vicende romanzesche, delle sue idee e opere filantropiche, delle sue stranezze e pompe fantastiche, de' suoi incanti. Appena qualche giornale fe' allora cenno, magro cenno, della sua vita e della sua morte. E dopo, per anni e anni, silenzio; silenzio che mi pareva ingiusto, perchè, sopra tutto, la gentildonna milanese «dai grandi occhi fatali», come avrebbe detto Ugo Foscolo, aveva amata la patria, e operato per la liberazione della patria, quando molti non vi pensavano ancora.

E mi provai a descriverne la vita. Le difficoltà erano moltissime e dure; alcune neppur sospettabili dalla critica che si pasce di soli libri. Era un labirinto quella vita, che non era mai stata narrata. Eppure mi condussi a pubblicare nel 1902 un volume, ch'ebbe in breve più ristampe e che adesso, ridomandato dai lettori, ritorna alla luce in una nuova edizione riveduta e corretta in più punti, specialmente per la scoperta di qualche nuovo documento. Fin dai primi miei tentativi biografici, oltre l'esame in Archivii di Stato, ottenni molte preziose informazioni e tesori di comunicazioni epistolari da elette persone congiunte o amiche della principessa Belgiojoso e mie: questo libro ne reca le doverose testimonianze.

La imperiosa patrizia, che indifferente violava ogni regola comune, si attirò per questo inimicizie, ch'ella disprezzava; e anche all'apparir del mio libro (cosa strana, dopo tanti anni!), le ostilità, certe ostilità, non tutte femminili, ripullularono al punto da mettere persino in dubbio il patriotismo della magnanima cospiratrice. Ma nuovi documenti, e precisamente quelli degli Archivii imperiali di Vienna, citati in questa nuova edizione, dimostrano che in quell'anima pur mutevole in alcune cose, il sentimento della patria mai mutò, mai disparve. Le mie affermazioni, smentite da qualche critico, ricevono qui conferma irrefragabile nientemeno che dalla penna del Metternich; il quale, anco come impenitente signore galante, conosceva le donne, e perciò seppe scoprire le astute arti della cospiratrice lombarda. Non ostante incredibili stranezze dovute alla tempra morbosa, Cristina Belgiojoso merita rispetto e, in più atti della tempestosa sua vita, ammirazione. Dico atti, opere praticate, specie di alta carità e di previdenza; opere di spirito tutto moderno, non opere scritte. Un esame più minuzioso della tumultuaria produzione letteraria della principessa ci trascinerebbe a un nuovo volume, e molto fastidioso; e a qual pro? Si pensi che una principessa Belgiojoso, nella febbrile vita a Parigi, non avrebbe avuto nemmeno il tempo per comporre (almeno lei sola) opere così voluminose come quelle che ella pubblicò nientemeno che sul Vico e sulla formazione del dogma cattolico, e di cui discorro. Scrisse sì, e molto: la dissero anche affetta da grafomania, (e tanti altri forse no?); ma ella voleva diffondere i proprii convincimenti. Intorno al 1842, il Balzac, che si vantava d'avere «ses grandes et petites entrées» presso la principessa a Parigi, si divertiva a canzonarla e a denigrarla, scrivendo alla sua M.me Hanska ch'ella era «une belle Impéria, mais horriblement bas-bleu. Avant-hier, elle a quitté son cabinet pour me recevoir: elle est venue avec des taches d'encre à sa robe de chambre».[1] Altri talora scrivevano sotto l'ispirazione e per commissione di lei e per lei; altri della svariata folla, della quale ella si attorniò a Parigi e che tento di descrivere in questo libro sulle memorie del tempo. Ma ella pensò molto: fu una pensatrice. Victor Cousin ebbe ragione di chiamarla: Foemina sexu, ingenio vir. Definizione più esatta dell'altra, coniata a Parigi dal cognome maritale Belgiojoso: «Belle et joyeuse». Gaspare Finali, in una lettera a un amico, la delineò nitidamente in tre parole: «stranamente magnanima signora».

Sembrerebbe vanità se dicessi che, dopo la mia pubblicazione sulla Belgiojoso, il nome della patriotica signora ritornò alquanto popolare. Nel 1906, un compilatore americano pubblicò tutto un volume, che fece poi tradurre in francese, sulla principessa «rivoluzionaria» servendosi a larghe mani dell'opera mia; facil costume questo, proprio di certe penne americane e inglesi, che un critico biasimò di recente in un grande giornale di Milano. Inutile accennare a biografie minori citate a titolo di lode da qualche illustre, ma compilate passo passo sul mio libro allegramente saccheggiato; superfluo accennare a numerosi articoli di riviste e di giornali italiani, francesi, inglesi, tedeschi, americani. Qualche altra cosa si potrà dire (quando si potrà?) sulla donna singolarissima, che deve essere giudicata soltanto in rapporto a' tempi suoi. Ella era una multanime, una natura svariata, ricca: e tali nature hanno misteri e continue sorprese.

Il «lirismo» di qualche parte del mio libro documentato non è altro che un'eco dell'epoca che tentai d'evocare, epoca tutta vibrante di poesia vissuta. Le note e i gesti melodrammatici abbondavano in quell'epoca: l'esaltazione era sorella dei grandi fatti. Oggi, siamo più positivi; ma dobbiamo per questo essiccare fiori smaglianti, spegnere fiamme votive, confinare anime appassionate e ferventi nel gelo d'una formula notarile? La principessa Belgiojoso non scrisse mai un verso, ma non poca poesia, talvolta bizzarra, persino comica, talvolta grandiosa, travolgeva o esaltava il suo spirito. Nel 1848, meravigliosi atti eroici prepararono l'anima della nova Italia; ma l'elemento melodrammatico vi divampava sovente; parve, e fu, in quell'anno, eroina melodrammatica la principessa Belgiojoso, che si pose al comando d'un battaglione da lei allestito: ricordava forse il canto d'Odabella nell'Attila del Verdi, rappresentato due anni prima:

Ma noi, noi donne italiche — Cinte di ferro il seno

Sul fulgido terreno — Sempre vedrai pugnar.

La biografia e la storia devono ritrarre, se è possibile, almeno qualche cosa, delle persone, del tempo, delle vicende che narrano.

Milano, ottobre 1913.

Raffaello Barbiera.

LA PRINCIPESSA BELGIOJOSO

I. In casa Trivulzio e in casa Visconti d'Aragona.

I primi anni di Cristina Trivulzio. — Aristocrazia e democrazia all'alba del secolo XIX. — Alla Corte napoleonica di Milano. — Il visconte di Chateaubriand a Milano. — Il processo del marchese Visconti d'Aragona come carbonaro. — Enrico Heine nel teatro alla Scala.

A Milano, nel palazzo dei Trivulzio, nacque nel mattino del 28 giugno 1808 una bambina, destinata a riempire un giorno l'Italia e Parigi del suo nome. Il palazzo è austero. Nell'atrio, a destra, giace una tomba. Colla facciata a linee semplici e rigide, l'edificio guarda sopra la piccola piazza di Sant'Alessandro, dove sorge la chiesa barocca: e nello stesso giorno della nascita, là, in un'angusta, oscura cappelletta di quella chiesa, la neonata ricevette il battesimo. Le furono imposti dodici nomi: Maria, Cristina, Beatrice, Teresa, Barbara, Leopolda, Clotilde, Melchiora, Camilla, Giulia, Margherita, Laura: ma solo il secondo nome prevalse: fu chiamata sempre col secondo.

Tanto lusso di nomi rispondeva alle tradizioni spagnuole, che, non ostante mezzo secolo di dominio austriaco e le violente sovversioni della Repubblica Cisalpina, perduravano in parecchie famiglie dell'aristocrazia lombarda.

Nelle vene di quella bambina scorreva inclito sangue. Discendeva ella dalla principesca famiglia dei Trivulzi, fondata nel secolo duodecimo, e che avea dato alla storia il fulmineo Gian Giacomo Trivulzio, maresciallo di Francia, conquistatore e crudel governatore di Milano per re Luigi XII.

Mens unica sta scritto sullo stemma dai tre volti dei Trivulzio; motto superbo che quel superbo guerriero non meritava.

La piccola Cristina nacque tre anni dopo l'incoronazione di Napoleone I nel Duomo; nacque in mezzo ai fugaci bagliori del primo Regno italico, ella che dovea sorgere così accesa sostenitrice del secondo Regno.

Suo padre era il giovane erudito marchese Gerolamo Trivulzio, nominato da Napoleone cavaliere della Corona Ferrea e ciambellano di Eugenio Beauharnais, vicerè d'Italia. Sua madre era donna Vittoria Gherardini, dama d'onore della virtuosa, soave viceregina Amalia Augusta di Baviera, lodata da Ugo Foscolo nelle Grazie.

Padrino della neonata fu un altro cavaliere di quella Corona Ferrea, a cui tanto teneva Napoleone: e fu un altro Trivulzio: don Giacomo.

Il curato di Sant'Alessandro, Antonio Orombelli, subito dopo d'aver battezzata la figlia d'una delle più eccelse famiglie, immergeva, secondo il rito ambrosiano, nell'acqua lustrale il capo d'una bambina del popolo. Così, fin dai primi momenti della vita, colei che doveva pensare con tanto fuoco alla rigenerazione del popolo italiano, si trovava in contatto col popolo.

In casa Trivulzio, il sentimento dell'antica nobiltà durava profondo. Rimase lungo tempo famosa pe' suoi sensi accanitamente aristocratici una Trivulzio, donna Margherita, vissuta fino ai primi del secolo XIX, zia di questa bambina. Al curato di Sant'Alessandro, che per temperare l'orgoglio di lei con uno spruzzo d'umiltà cristiana le andava dicendo: — Signora marchesa, infine siamo tutti vermi! — ella con uno scatto rispondeva:

— Sì, sono un verme, ma Trivulzio!

Questa patrizia volle rimaner nubile per non contaminare lo splendore del sangue. Nessun nobile, secondo lei, poteva competere coi discendenti del maresciallo, il quale dormiva il sonno eterno nei sepolcri di San Nazaro sotto la bell'epigrafe: Qui numquam quievit quiescit. Di mezzana statura, d'aspetto accigliato, donna Margherita si facea trascinare per le vie di Milano nella “bastardella„, il veicolo di quel tempo, in uso presso i ricchi. I domestici doveano stare in piedi, quasi arrampicati, dietro il veicolo; ma della interminabile passeggiata della nobile fiera padrona si consolavano, filosoficamente mangiucchiando castagne. Le accentuate sopracciglia, color del tabacco, di donna Margherita eran note a tutta Milano. Un gran poeta meneghino, Carlo Porta, prese da lei il tipo di donna Fabia Fabron de Fabrian, la vecchia dama della Preghiera, comica pittura di quel tempo in cui le albagie nobilesche tentavano di lottare contro le beffe giacobine?... No; ma il tipo era identico. Donna Fabia così ringrazia il buon Gesù:

Mio caro e buon Gesù, che per decreto

Dell'infallibil vostra volontà

M'avete fatta nascere nel ceto

Distinto della prima nobiltà,

Mentre poteva, a un minim cenno vostro,

Nascer plebea, un verme vile, un mostro,

Io vi ringrazio che d'un sì gran bene

Abbiev ricolma l'umil mia persona....

Tale linguaggio parlava donna Fabia del Porta: lo stesso linguaggio spropositato di donna Quinzia, in una commedia milanese di Carlo Maria Maggi, vissuto un secolo prima.

V'erano bensì alcuni nobili, i quali per ingraziarsi i democratici spadroneggianti sprezzavano, o fingevano di sprezzare, le corone avite; ma quanti altri le tenevan più care, più strette nel loro pugno! Un conte Gaetano Porro (ch'ebbe fine infelice) guidò nei torbidi giorni della Repubblica Cisalpina una turba di furibondi a far saltare sotto i colpi dei martelli i fregi gentilizii delle tombe nella chiesa di San Marco. Altri nobili, invece, la pensavano al pari del conte Vittorio Alfieri, che nelle Satire tuonava:

Vano è il vanto degli avi. In zero il nulla

Torni; e sia grande chi alte cose ha fatte,

Non chi succhiò gli ozj arroganti in culla.

Ma, se prod'uom, di prodi figlio, intatte

Le avite glorie, anzi accresciute manda

Ai figli suoi; questo è splendor che abbatte

L'oscuro vulgo, e tacito comanda

Ch'altri dia loco al doppio merto, e ceda....

Giuseppe Parini, troppo ammirato forse come uomo, mai abbastanza ammirato qual poeta, deride “nel lungo amaro carme„ il “giovin signore„ — ma nella Milano del Parini, quali patrizii d'ingegno alto e d'idee moderne fiorivano! Bastino i Verri e Cesare Beccaria.

Parte della nobiltà lombarda si gettò ben presto alle cospirazioni per il trionfo di idee liberali che doveano scemare, almeno, se non distruggere, il suo secolare prestigio. E così avvenne di parte dei patrizii piemontesi, e d'altre regioni d'Italia; onde il principe di Metternich, l'austriaco diplomatico, rassomigliante al poeta lord Byron nella testa bellissima quasi femminea, e al Richelieu nel volere, scriveva nel 1850, quando era caduto dal soglio, queste acerbe parole:

Parmi les symptômes de la maladie de l'époque, il faut compter la position tout à fait fausse que la noblesse ne prend que trop fréquemment. Presque partout c'est elle qui a favorisé les troubles dans leur période préparatoire, et elle s'est effacée lorsqu'ils ont éclaté.[2]

Tipi come donna Margherita, anzi ancor più strani, nelle classi alte non eran rari. Coi tempi nuovi, che cercano di livellare, d'uniformare, di scolorire, scomparvero certi caratteri bizzarri, i quali rendevano almen più varia la vita. In gran parte, quei caratteri rappresentavano le anomalie fisiologiche, che si palesano in alcuni individui d'antiche famiglie esauste. Il marchese Magenta riceveva gli amici dentro il veicolo da passeggio, la “bastardella„ suddetta, posta in una sala a pian terreno della sua casa. Egli se ne stava rinchiuso dentro, infagottato nel tabarro, colle mani su un caldano di terracotta. I visitatori aprivano la porticciuola, entravano, sedevano di fronte a lui pigiati, e conversavano. Il medico Pietro Moscati, uno dei membri del Direttorio della Cisalpina, poi conte e senatore del Regno Italico, membro dell'Istituto Italiano di scienze e lettere, sosteneva che l'uomo è creato per camminare come i cani.... Neanche il padre di Cristina Trivulzio andava privo di qualche stranezza. E ciò va notato per ispiegare fenomeni d'atavismo, che durante la vita di Cristina si manifestaron col carattere di certe eccentricità che levarono clamore infinito.

Quando la madre di lei, Vittoria Gherardini, nel fiore de' sedici anni, andò sposa al marchese Gerolamo, compì il primo viaggio di nozze da Milano a Locate (terra dei Trivulzi) attraverso le ampie monotone praterie, lungo i fossati interminabili.... Il viaggio, come quasi tutti i viaggi di nozze, fu muto. La sposa, timida, sbigottita, a un certo momento si fa coraggio e osa avanzare un'umile domanda allo sposo. Ma questi risponde brusco e stranamente. Era il principio d'una vita conjugale non seminata di fiori, e che dovea chiudersi colla morte, quattro anni dopo la nascita della primogenita e unica figlia, Cristina.

Nemmeno a Corte, la madre di Cristina gioì ore serene. Pranzò un giorno accanto a Napoleone che la spaventò co' suoi modi villani:

— Che fa vostro marito? — le chiese fissandola. — Alleva i cagnolini?... E voi? perchè non vi mettete sul viso il belletto?

L'opposto di ciò che a Ofelia dice Amleto nella tragedia dello Shakespeare.

Vedo il ritratto di lei nelle stanze dove scrivo queste pagine, qui ad Oleggio Castello, in terra viscontea; qui dov'ella veniva nei giorni migliori. L'espressione del suo viso ovale è dolce. Quegli occhi piccoli sotto le sopracciglia leggermente arcuate non doveano balenar lampi imperiosi; quella bocca piccolissima, da bimba, non poteva mormorare che graziose parole. Il naso è lungo, affilato; fino è il collo; il seno, nel libero costume d'allora, balza fiorente; ondulati i capelli; la pettinatura liscia, semplice.

Ben presto, ella deve vestire il lutto. Il marito s'ammala a Varese. Le aure di quei colli ameni non valgono ad arrestare la malattia, che precipita e lo spegne, il 17 settembre del 1812, a soli trentadue anni. Due giorni dopo, la salma viene trasportata a Milano nei sepolcri di famiglia; due settimane dopo, sono celebrate nella chiesa di Sant'Alessandro pompose, clamorose esequie con ricco catafalco, con musica, e gran folla di sacerdoti. Suo padre, Giorgio Teodoro, l'avea preceduto da più tempo nella tomba; la genitrice, contessa Cristina Cicogna, era morta anch'essa lasciando il proprio nome nella piccola nipote. La sposa rimanea dunque vedova e sola, nel fiore dei vent'anni.

E qui cambia la scena, e assistiamo a un altro svolgimento della società di Milano.


In fondo alla via Brera, dove era nato Cesare Beccaria, dov'era vissuto Alessandro Volta, dov'era morto Giuseppe Parini, sorgeva fino a trent'anni fa un vetusto palazzo, che poi venne distrutto per fabbricarvi un casamento moderno. Gian Giacomo de' Medici, il famoso pirata del lago di Como, fratello di papa Pio IV e zio di san Carlo, l'aveva fatto erigere. Si vuole fosse stata in quel posto la dimora di Cicco Simonetta, il ministro onnipotente di Francesco Sforza, colui che la duchessa Bona di Savoja sacrificò agl'intrighi del proprio cameriere Tassini, e che finì decapitato nel castello di Pavia dopo atroci torture sopportate con animo d'eroe.

Quel palazzo rimase opera incompiuta dell'architetto Seregno. Era maestoso, a un solo piano, con colonne all'esterno, parte erette, parte appena cominciate. Il portone d'ingresso, grandioso, non compiuto nemmen quello. Il tempo aveva steso su tutte le pietre massiccie il suo color fosco, accrescendo austerità all'edificio, il cui interno s'apriva del pari solenne e severo. Un ampio scalone conduceva a una lunga, vastissima galleria di quadri antichi, di bronzi, di stoffe, di porcellane, di lacche, tutte antiche, e tutte in gran quantità, ammonticchiate, confuse.

In questo museo d'arte, si viveva una vita d'arte. Proprietario e abitatore del palazzo era il conte Cesare Castelbarco, marito della contessa Maria Freganeschi, ultima d'antica e ricchissima famiglia cremonese. Il conte, insieme co' suoi due figli, faceva le accoglienze più festose a letterati e ad artisti di grido. Aveva imparato da sua madre a onorarli: sua madre era la contessa Maria Castelbarco nata Litta per le cui bellezze tremò il vecchio cuore del Parini che scrisse per lei Il messaggio. Il conte Castelbarco eseguiva musica di sua composizione, e recitava sue poesie; poetavano anche i figli. Un burlone non risparmiò per questo il padre e i figli, cantando:

Fa sonetti a migliaja il conte padre,

Fa sonetti a migliaja il conte figlio....

La contessa Maria Castelbarco Freganeschi era grande maîtresse della Corte vicereale; perciò, ogni giorno, allo scoccar delle due, il carrozzone co' servi in livrea di lusso stava ad aspettare a piè dello scalone per condurre la contessa a palazzo; e da una finestra, una vaghissima fanciulla dai grandi occhi, Cristina Trivulzio, colla madre, sogguardava intanto sulla via l'uscita fragorosa della carrozza con la signora.

La marchesa Vittoria s'era sposata ben presto in seconde nozze al giovane marchese Alessandro Visconti d'Aragona, ed era andata ad abitare col secondo marito e coll'unica figlia del primo, in un'ala di quel palazzo. E fu là che Cristina, la futura principessa Belgiojoso, sviluppò la viva intelligenza; specialmente l'intelligenza musicale. La madre, innamorata dell'arte de' suoni, ne trasfuse nella figlia il sentimento; e in lei lo accrebbero poscia la Malibran, la Pasta e il maestro Nicola Vaccaj, che visitavano la madre, eseguendo in quelle sale musiche appassionate e gentili, onde tutta l'aria d'Italia allora vibrava.

Alessandro Visconti d'Aragona, uscito da una grande, storica famiglia, accresceva lustro al proprio nome. La madre di lui, contessa Virginia Ottolini, occupava un'alta carica nella Corte vicereale. Il padre, marchese Serafino Alberto, era uno di quei tipi strani di cui parlavamo. Stava in campagna tutto l'anno a Castelletto sul Ticino e ad Ornavasso, con una folla di gatti: passava l'intera notte fino all'alba a recitare col cameriere i salmi e il rosario: all'alba, si coricava tranquillo per rifare nella notte l'ascetica vita di prima. Il dormire di giorno e il vegliare la notte fu, d'altra parte, la vita di molti nobili sulla fine del Settecento e sul principio del secolo XIX; e Ippolito Pindemonte, innamorato della vita campestre, nelle fluide, lucide ottave del suo Mattino, punge quel controsenso e l'usanza malsana.

Simpatico l'aspetto del Visconti d'Aragona: faccia rotonda che emerge dai solini e da un cravattone enorme: begli occhi, bella la fronte spaziosa, resa più spaziosa dai radi capelli. Entusiasta del Rousseau, inclina al sentimentalismo sospiroso; nello stesso tempo si occupa d'agricoltura con dottrina non comune. Facile agli slanci d'ammirazione e, nello stesso tempo, ombroso, sospettoso. Quanti possono competere con lui nelle cognizioni botaniche? Egli non si arresta solo a studiare le piante; le coltiva con sapienza per abbellire giardini; e disegna giardini. Le bellezze dell'arte lo esaltano; ma ama ancor più la patria, a cui vuol donare liberali istituzioni; e quest'amore lo spinge al pericolo, alla soglia dello Spielberg.

Egli è amico di casa Manzoni, e il sommo scrittore lombardo gli mostra benevolenza. Frequenta il liberal conte Luigi Porro Lambertenghi, e, nella casa del conte, trova Silvio Pellico; trova Giovanni Berchet, Pietro Borsieri, il Romagnosi, Melchiorre Gioja, il medico Rasori, tutti scrittori di un nuovo giornale, Il Conciliatore, che vuole infrangere i vecchi stampi di convenzione su cui il classicismo si modella e bandisce una poesia popolare, una poesia sentita, una letteratura che viva in accordo col movimento dei tempi. Il marchese Visconti d'Aragona s'incontra, in casa Porro, con un altiero uomo: Federico Confalonieri. E col Confalonieri, e con altri, il marchese Alessandro Visconti d'Aragona fa costruire il primo battello a vapore sul Po, caldeggia il mutuo insegnamento, vuol diffondere la scienza: tutti nobili sforzi, germi di sano progresso che i migliori opponevano al letargo servile imposto allora alle contrade italiane dall'Austria: dall'Austria che, abbattuto il napoleonico colosso dai piedi di creta, era ritornata padrona ed arbitra.

“I grandi uomini sono come le meteore del cielo che si consumano per illuminare la terra„; sembra abbia detto un giorno Napoleone; anche la sua meteora — meteora di sangue — s'era consumata; e l'Austria amava le tenebre. Nelle Memorie d'Oltretomba del visconte di Chateaubriand, si legge una pagina verissima sul sonno che l'Austria avea diffuso su una terra appena risvegliata, appena in ascolto della propria coscienza. Lo Chateaubriand era venuto a Milano al tempo della fragorosa occupazione francese, con una lettera di Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone, per il maestoso Murat; e parla d'allora, parla del poi: è una pagina ammirabile:

A mon passage à Milan, un grand peuple réveillé ouvrait un moment les yeux. L'Italie sortait de son sommeil, et se souvenait de son génie comme d'un rêve divin: utile à notre pays renaissant, elle apportait dans la mesquinerie de notre pauvreté la grandeur de la nature transalpine, nourrie qu'elle était, cette Ausonie, aux chefs-d'œuvre des arts et dans les hautes réminiscences d'une patrie fameuse. L'Autriche est venue; elle a remis son manteau de plomb sur les Italiens; elle les a forcés à regagner leur cercueil. Rome est rentrée dans ses ruines, Venise dans sa mer. Venise s'est affaissée en embellissant le ciel de son dernier sourire; elle s'est couchée charmante dans ses flots, comme un astre qui ne doit plus se lever.[3]

E contro questa morte imposta dall'Austria, lottarono i magnanimi del 1821, lottò il padrigno di Cristina, lottò pertinace, invitta, la stessa Cristina allorchè, più tardi, divenne principessa di Belgiojoso.

— Voglio sudditi devoti, non sapienti, — disse Francesco I allorchè visitò l'Università di Pavia dove Ugo Foscolo avea fatto risuonare la liberale sua voce. E il monarca austriaco non poteva dir frase più adatta per ridestare tutto un movimento, una diffusione di mutuo sapere.

Alla polizia austriaca di Milano, che vegliava sopratutto sugli alti papaveri, non isfuggivano le inclinazioni del giovane Visconti d'Aragona: e, quando scoperse la trama del Carbonari, lo ricercò per arrestarlo. La moglie di lui è sul punto di salire in carrozza per la solita passeggiata sul Corso, quando vengono ad avvertirla che la polizia sta eseguendo perquisizioni nelle case degli amici del marito, e che il conte Porro Lambertenghi è in carcere, e altri arresti sono imminenti. Coraggiosa e tranquilla, ella ordina al cocchiere di volare a galoppo ad Àffori, dove arriva immediatamente: penetra in una casa che il marito ivi possiede: entra nella stanza che serve agli studii di lui: brucia in fretta e in furia, nel camino, tutte le carte che le càpitano sotto mano. Quando giungono i poliziotti col bieco Bolza alla testa, il camino fuma ancora; ma le carie incriminabili sono distrutte.

Il Visconti d'Aragona non arrivò in tempo di fuggire come Giovanni Berchet, come il marchese Giuseppe Arconati-Visconti, come Giuseppe Pecchio, Giovanni Arrivabene, Benigno Bossi e il conte Luigi Porro. Fu arrestato, ad Àffori. La moglie svenne.

Il Visconti d'Aragona fu sottoposto a interrogatorii dalla Commissione speciale di Milano per “delitto d'alto tradimento„.

Per ottenere la liberazione del marito, la moglie corse a Verona, nella qual città erano radunati per il famoso congresso i sovrani della Santa Alleanza. La bella marchesa si gettò ai piedi dell'imperatore Francesco I, che le disse buone parole. Per fortuna, le “prove legali„ mancavano, e il prigioniero fu dichiarato libero con la stessa sentenza che condannava alla morte il conte Confalonieri e altri patrioti del 1821.

Il marchese Visconti d'Aragona si comportò assai nobilmente nel processo. Lo rilevo da' suoi stessi interrogatorii, negli atti originali de' processi del '21, custoditi negli archivii segreti di Stato lombardi a Milano. Secondo l'iniqua procedura penale d'allora, agli imputati non erano concessi avvocati. Dovevano difendersi da sè. Gli inquisitori adoperavano ogni mezzo per istrappare la verità dalle labbra degli accusati. Quasi tutti ignari delle leggi, affraliti dal carcere, spesso dai digiuni, e sgomenti nell'incertezza, e fra oscure o aperte minaccie, eran facile preda.

Il giovane Gaetano De Castiglia, ingenuo, dolcissimo spirito, che, per suggerimento del conte Federico Confalonieri, s'era presentato al piemontese generai San Marzano e al principe di Carignano, Carlo Alberto, affine di determinarli a invadere colle armi la Lombardia, scacciarne gli Austriaci, e fondarvi la Costituzione, raccontò (chi sa con quali arti costretto) nel suo interrogatorio davanti alla Commissione speciale presieduta dall'astuto criminalista Salvotti, trentino, che gli pareva il marchese Visconti d'Aragona fosse uno dei loro, uno dei federati!... Questo bastò perchè il Visconti d'Aragona venisse arrestato e chiuso nella “Casa di Correzione„ a Porta Nuova, dove non gli mancarono, per altro, riguardi, da parte di Alessandro Pajna direttore di quel carcere, del cappellano Felice Maria Meloni e dello stesso Salvotti; il quale, perfetto nelle forme, non si presentava mai nel carcere degl'imputati politici senza levarsi il cappello e tenerlo rispettosamente in mano durante la conversazione; ma poi li condannava alla forca o allo Spielberg. Esecrabile, esecratissimo.

I verbali politici dell'Austria contro i cospiratori italiani si presentano con una regolarità di forme giuridiche impeccabili. Da una parte del foglio, è scritta l'interrogazione all'imputato, precisa, senza apparente suggestione: dall'altra parte, è scritta la risposta di lui; sovente è dettata da lui stesso; sempre è da lui firmata.

Il marchese Visconti d'Aragona difese dignitosamente se stesso, e non tradì alcuno. Disse solo che Silvio Pellico, alla mensa del conte Luigi Porro (de' cui figliuoli era istitutore) pronunciava talvolta frasi irreligiose. L'autore delle Mie prigioni inclinava, allora, alle beffe volteriane. Ma la sventura innalzò quell'animo alla fede: il lungo martirio nello Spielberg tramutò il suo fremito in rassegnazione. Poteva ben odiare ei che trascinava le catene per avere amata la patria; poteva odiare, e compatì; poteva minacciare vendetta; e volle perdonare ai proprii carnefici.

Rilasciato libero per “difetto di prove legali„ dopo tre anni di carcere, il marchese Visconti d'Aragona tornò all'utile vita di prima: soccorrere gl'infelici, ajutare nuovi tentativi d'industrie, conversare coi migliori su alte cose. Il Conciliatore era stato soppresso dall'Austria; ma lo spirito del generoso giornale aleggiava invitto nel cuore degli uomini come il Visconti d'Aragona.


Tale l'uomo, che la sorte diede padrigno a Cristina. Rimasta orfana del padre a soli quattr'anni, ella crebbe in casa Visconti d'Aragona; e pei Visconti alimentò gli affetti domestici.

Le cospirazioni, le prigionie, le fughe, le condanne atroci de' liberali, ecco i tristi spettacoli che sfilarono dinanzi alla sua mente fanciulla. Le ansie, le lacrime della madre per il marito incarcerato, la prigionia del padrigno non le suscitarono certamente affetto per l'Austria.

Intorno a Cristina, crescevano quattro fratelli, nati dal Visconti d'Aragona: Alberto, Teresa, Virginia e Giulia. Alberto, gentiluomo aristocratico inflessibile, appassionato pei costumi dell'alta società inglese, appassionato pei cavalli, amico di Massimo d'Azeglio, nemico della Corte austriaca, era amato dalla sorella Cristina con quell'affetto fraterno, confidente, che riempie tanti vuoti del cuore.

E la madre, sempre tutta grazie e sorriso, continuava intanto le belle serate musicali.

Vincenzo Bellini, biondo, roseo, timido giovanetto, divenuto d'un tratto celebre col Pirata alla Scala, frequentava quella casa, tentando d'eseguire sul cembalo le melodie soavi da lui create: dico tentando, perchè la soggezione gli legava le mani. Vedendo l'impaccio del giovane, la marchesa si metteva ella al cembalo, e interpretava a prima vista la musica di quel genio gentile, che gioiva nell'udirla.

L'entusiasmo pei maestri e pei cantanti prorompeva allora con impeti clamorosi; e gli uni e gli altri ben lo meritavano per la loro eccellenza. Le difficili comunicazioni, i radi rapporti fra stato e stato, fra provincia e provincia, persino fra città e città, circoscrivevano la vita; ma la musica, lo spettacolo teatrale allietavano quella cerchia ristretta, l'allargavano, quasi, colla luce del genio. La musica parlava ai cuori un idioma comune, e li univa, li affratellava in una calda affinità di nobili sentimenti; e ben presto li accese di patriotiche speranze. Quanti cospiratori sfogarono nell'entusiasmo musicale la febbre occulta di patria che li agitava! E un infaticabile osservatore, un originalissimo poeta tedesco, Enrico Heine, al teatro alla Scala di Milano li notò. L'autore dei Reisebilder, venendo a Milano non ammira solo al chiaror di luna il Duomo, che gli sembra capolavoro grandioso e gentile ad un tempo, un incantevole “giocattolo pei bambini d'un gigante„, non solo ammira, per le vie, in più d'una donna leggiadra “quel mento aguzzo che alla signora della scuola lombarda dà un'aria sentimentale„, com'egli narra appunto nei Reisebilder, così lampeggianti d'impressioni e d'immagini; egli, anche, trova “pallidi visi italiani con la mestizia nel bianco degli occhi e una dolorosa tenerezza sulle labbra„. E racconta una scena del teatro alla Scala, passata fra un inglese e un italiano:

Noi avevamo assistito alla rappresentazione d'un'opera nuova alla Scala e al baccano infernale che si fa in simili occasioni. — Voi altri Italiani, disse l'Inglese all'uomo pallido, sembrate morti a ogni cosa, tranne per la musica, che sola ha ancor la potenza di scuotervi. — Voi ci fate torto, rispose l'uomo pallido, scrollando le spalle. Ahimè! (egli soggiunse con un sospiro) l'Italia siede elegiacamente sognando sulle sue ruine, e se talvolta si desta e balza con impeto alla melodia di qualche canto, il suo entusiasmo non è per il canto in sè stesso, ma per i ricordi e i sentimenti del passato, che quel canto ha evocati, che l'Italia custodisce sempre nel suo cuore, e che allora traboccano tumultuosamente. Ecco il significato del gran baccano che avete sentito alla Scala.[4]

Un popolo che possedeva quelle melodie; un popolo che ardeva così d'entusiasmo, non era morto: si preparava a risorgere. E Cristina Trivulzio voleva essere l'angelo della rivoluzione, accanto al bellissimo principe Emilio Belgiojoso, le prince charmant.

II. I Belgiojoso. Nozze, separazione e fuga della Principessa.

Emilio Belgiojoso, il poeta Berchet e Gioachino Rossini. — Il supposto “giovin signore„ del Giorno. — Nozze fastose nella chiesa di San Fedele. — Mode. — La principessa sposa a Merate. — Gentildonne cospiratrici. — I principi Belgiojoso profughi in Svizzera. — Le spie. — Gherminelle contro il Governo austriaco. — Ricordi d'un ballo in costume in casa Batthyány a Milano. — Un “Pietro Aretino„; chi era?..

Passiamo un momento ad un borgo nella provincia di Pavia, fra l'Olona e il Po: a Belgiojoso. Fu là che, dopo la sconfitta di Pavia nel 24 febbrajo del 1525, lo spensierato, cavalleresco Francesco I re di Francia si ritrasse, prigioniero di Carlo V, per passare poi alla Cervara, nell'incantevole golfo ligure.

La famiglia Belgiojoso, che porta il nome di quel borgo, non ne è originaria. Essa era forte fin dal nono secolo nelle Romagne, dove possedeva, con titolo comitale, fra altri feudi imperiali quello di Barbiano; ed è Barbiano il nome originario dell'illustre famiglia.

Un Carlo Barbiano fu il primo che s'intitolò dal feudo di Belgiojoso; e i due nomi passarono da allora congiunti di secolo in secolo.

Quel Carlo Barbiano non risveglia certo gradito ricordo col nome suo. Fu egli che, inviato da Lodovico il Moro presso il mostruoso Carlo VIII di Francia, indusse costui a calare nel 1494 colle armi in Italia. La famiglia Belgiojoso divenne patrizia milanese sessantadue anni dopo quella ruinosa calata di barbari infetti. Più tardi, ottenne il grandato di Spagna: nel 1769, ottenne il principato: e i suoi principi si denominarono d'allora “principi del Sacro Romano Impero e di Belgiojoso„.

Nel 14 marzo del 1800, nacque da questa famiglia il principe Emilio Belgiojoso, figlio di Lodovico e d'Amalia Canziani, la quale non potea vantare stemmi patrizii.

Bellissimo come un Apollo era il principe Emilio. Affabile, squisito il suo tratto, caustico il suo brio, vaste le sue ricchezze, che profondeva con larghezza spensierata. Era schermitore insuperabile, cavalcatore elegantissimo; ballava con grazia. E la sua voce?... Un incanto. La prima volta che Gioachino Rossini lo ode a Milano, ne rimane rapito; la prima volta che s'avvicina a quel gentiluomo seducente, lo ama. “Ti dirò ciò che mille volte ti ho verbalmente detto e ripetuto: t'amo e t'amerò sempre!„ scriveva più tardi il Rossini al principe da Parigi.[5]

Tutta la famiglia Belgiojoso emergea pel raro talento della musica e per la generosa protezione che accordava a maestri, a cantanti; e costoro l'adulavano, formandole intorno una corte. Pompeo Belgiojoso, chiamato per celia da Gioachino Rossini il patriarca Pompadour, spiega così robusta voce di basso che quel grande maestro lo vuole a Bologna per cantare nel suo Stabat Mater. Antonio Belgiojoso compone notturni, oratorii, messe, e un'operetta, La figlia di Domenico. Suona il violoncello e scrive un breve trattato Sull'arte del canto, dove parla della “fioritura e del trillo„ — della “timidezza o peritanza„ del “canto di sorpresa ch'è proprio delle opere buffe (egli dice) e s'appoggia interamente sulla agilità.„

Un balsamo soave è l'armonia

Sul dolor della vita, e l'infelice

Mentre l'aura ne bee consolatrice

Tutti gli affanni oblia;

esclamava, nella Virtù del canto, il melodioso Andrea Maffei, che facea parte di quella società canora, ed era amico del principe.

Emilio Belgiojoso non voleva che si ripetesse quanto Ugo Foscolo avea detto e che mille pappagalli ripetevano: che il giovin signore, l'effeminato eroe del Giorno di Giuseppe Parini, fosse il principe Alberico di Belgiojoso, suo nonno. Non era vero, e neppur verosimile. Nelle vene del principe Alberico scorrea il sangue bellicoso degli avi. Non avea egli preso parte alla “guerra dei sette anni„? Non si trovò alla battaglia di Rosbach? E per il suo valore non venne promosso generale?... Era soldato, e amava i soldati; tanto che un decreto imperiale gli affidò il comando del presidio militare di Milano; comando che teneva ancora quando uscì la prima parte del Giorno: il Mattino.

Giuseppe Parini fece come gli artefici squisiti della bellezza, che scelgono le leggiadrie di più donne per una Venere sola: egli riunì più giovani signori in un giovine solo.... ed esagerò con arte poetica sovrana. La satira esagera sempre.

Poichè a Emilio Belgiojoso dava noja la sempiterna ripetizione della fola di Ugo Foscolo,[6] volle, quale errata-corrige (nel 1826), che la piccola casa attigua al palazzo Belgiojoso nella piazza dello stesso nome a Milano fosse con disegni dell'architetto Gioachino Crivelli consacrata al Parini: e v'appose, sulla facciata, tanto di busto del grande poeta da lui ammirato.

Il principe Emilio inclinava, veramente, in quel tempo, ai busti, alle lapidi. La bella e infelice marchesa Bellisomi di Pavia, sposata ad un imbecille, fu disperatamente amata da un Jacopo Ortis lombardo che, in un triste giorno, si fece saltar le cervella nel bosco della villa Belgiojoso presso Pavia. “Al principe Emilio Belgiojoso (racconta non senza malizia Tullio Dandolo nei Ricordi) il fatto romantico parve così buona ventura pel suo parco, che lo ha eternato con una lapide commemorativa in riva ad uno stagno pittoricamente circondato di salici piangenti. Questa tragedia, omai antica, stata clamorosissima, tinse in nero la vita della marchesa, n'esaltò la immaginazione, e la trasse ad un vivere segregato e a quel sentire originale che trapela dalle sue lettere.„


Ma nella vicina Pavia, in quella fremebonda università dalla quale erano usciti nel 1821 animosi giovani pronti ad ajutare le armi piemontesi per la vagheggiata liberazione della terra lombarda dalla signoria austriaca, si ripetevano intanto le strofe di Giovanni Berchet, sfuggito per miracolo con precipitosa fuga al processo dei Carbonari e forse allo Spielberg. Nessun poeta italiano, nessuno più del Berchet, versò fuoco nelle vene dei giovani; le sue strofe sono saette contro lo straniero. L'austriaco credeva che Milano, Pavia, Brescia, Mantova, Venezia, da esso occupate, fossero città; ed erano popoli: credeva che la tomba dello Spielberg soffocasse ogni aspirazione italiana; e non s'accorgeva dell'opposto; ma s'accorgeva del Berchet.

Giovanni Berchet era amico di Emilio Belgiojoso; e fu lui, quel fiero poeta delle Fantasie, che spronò il giovane principe a cospirare per la libertà della patria. Quando vede il principe immerso ne' piaceri, il Berchet gli manda lettere acerbe di rimprovero; ed è di rimprovero la lettera che gli lancia da Londra, dove il poeta s'è rifugiato. Questa lettera, intercettata dalla polizia austriaca, ora giace negli archivii segreti del Governo Lombardo a Milano.[7] Il Nicolini cantava:

Perchè tanto sorriso di cielo

Sulla terra del vile dolor?

Perchè obliarsi nelle voluttà sensuali, quando un'altra voluttà, quella delle cospirazioni e de' pericoli, mette brividi nuovi nelle fibre, nell'anima?... Poichè doveva essere ben acre voluttà il cospirare per un ideale sacro, contro una forza che si spiegava tutta contro, co' suoi rigori, co' suoi terrori!... I ritrovi segreti, i colloquii sommessi, i segni di riconoscimento, il linguaggio di convenzione, il carteggio occulto, le fughe, i travestimenti, le veglie, i nascondigli, tutte le audacie, larvate più o meno dall'astuzia, da accorgimenti raffinati, da dissimulazioni, e, nello stesso tempo, il desiderio inquieto, febbrile di propaganda, la smania d'operare, di rompere gl'indugi, di sfolgorare in un tentativo deciso e decisivo, pronti ad ogni pericolo, pronti al castigo, al patibolo.... qual vita, qual vita, che tanti italiani vissero e che furon lieti, superbi d'aver vissuta; soggiogati da quell'ideale, circonfusi, abbagliati da quella luce divina! Oggi quella luce sembra appena un barlume d'incendio remoto; ma allora?... In un popolo, occorre la vita morale. L'assenza della vita morale, l'indifferenza per ciò ch'eleva, è segno di morte.

Il principe Emilio Belgiojoso si gettò alle cospirazioni, e trovò una sorella di fede patriottica in una radiosa bellezza: Cristina Trivulzio. I due giovani, ammirati e invidiati, sembravan venuti al mondo (si diceva) l'uno per l'altro, tanto brillava fra loro l'accordo di pregi singolari. Perchè non dovevano fondere le loro giovinezze, le loro vite?...

Il 15 settembre 1824, nella chiesa di San Fedele a Milano, si celebra una solenne, festosa cerimonia. Il ventiquattrenne principe Emilio si sposa a Cristina Trivulzio, otto anni più giovane di lui. Tutta l'alta società lombarda, venuta dalle ville, vi assiste. Come dice enfatica una delle tante dedicatorie nuziali piovute allora per l'occasione, il sacerdote può ripetere dall'altare: “Ai nomi storici delle vostre illustri famiglie, o Sposi, si scorgono in Voi riunite le ricchezze, la gioventù, l'avvenenza, e due belle anime, con vivace ingegno, nelle più nobili discipline educato. Se la felicità non viene a posarsi in mezzo a Voi, in qual luogo della terra si potrà mai sperare ch'essa discenda?...„[8]

Eppure non discese. Quale errore il matrimonio contratto all'alba della giovinezza, quando la realtà dinanzi agli occhi, velati dall'inesperienza o dal sogno, appare sotto sembianze alterate!... Eppure, una volta, quante spose, sedicenni appena come Cristina Trivulzio, venivan condotte all'altare e avvinte a un destino!

Cristina Belgiojoso-Trivulzio affascinava per la sua bellezza originale. Di statura piuttosto alta, magra, d'un pallore marmoreo: nerissimi i capelli, e grandi gli occhi scuri, pieni di pensiero; quegli occhi che volean dominare; quegli occhi fatali, dove parea nereggiare un dramma misterioso, e che parlavano anche quando tacevan le labbra. Il collo lungo, e affilate le mani, che, stando seduta, ella giungeva in grembo, fra le pieghe della veste. Tale era allora Cristina Belgiojoso; tale fu dipinta dal pittore Vidal a Parigi, e da Francesco Hayez a Milano alcuni anni dopo. Ma ella non era ancora la grande dame; era la jolie femme, con un'espressione però diversa da tutte le altre: non era ancora la romantica visione del celebre quadro del Lehmann.

La madre, per sedare gl'impeti vivaci della meravigliosa figliuola, le avea scelti a maestri due uomini d'idee retrive: Francesco Ambrosoli, cuore umile e perciò umiliato, infaticabile lavoratore; e quel Robustiano Gironi, bibliotecario di Brera, che non può aspirare a un monumento patriottico. Entrambi nemici giurati del romanticismo e dei romantici, sostenevano la necessità delle imitazioni classiche. Con la passione che nutrivano delle frasi proprie, precise, tornarono non inutili certo all'ingegno di Cristina Trivulzio. L'ingegno di lei s'allontanava dal sogno poetico, che arride spesso alla giovinezza: era, invece, preciso: ingegno scientifico. Ma amava la musica.

Sospinta da propria vigoria a larghi orizzonti, ai quali i due precettori non sarebbero arrivati, Cristina Trivulzio alternava le brillanti cavalcate pei viali suburbani con gravi studii; studii superiori alla sua età e al suo sesso gentile. Achille Mauri le fu pure maestro; il Mauri ch'era il rovescio di que' due; spirito aperto alle idee nuove; sognatore d'un'Italia libera e grande. Voleva Cristina invidiar forse gli allori della concittadina sua Maria Gaetana Agnesi, l'illustre matematica? o, almeno, l'altra dotta dama. Clelia del Grillo, moglie a un Borromeo, entrambe ornamento di Milano nel secolo XVIII?... Fatto sta, ch'ella si consacrò agli studii storici, alla filosofia, alle lingue: studiò l'algebra, e un bel giorno volle tentare persino il calcolo sublime.

Nel giorno delle nozze, qualcuno fece correre un infame epigramma contro la sposa. Era l'epigramma d'un adoratore respinto?... di qualcuno fra i compagni di libere cavalcate? Era l'epigramma di qualche bell'imbusto deriso? — deriso dalla pungente ironia onde le belle labbra di Cristina punivano la fatuità e l'insolenza?... Certo era lo sfogo d'un vile. Così, fin nella sua corbeille de noce, quella donna singolare trovava le vipere, che dovevano assalirla per tutta la vita, e sulle quali ella passeggiò, sempre altera, sempre impassibile dea.


La folla elegante, che assisteva alle nozze, recava nelle vesti il carattere del tempo. Abbigliamenti sdolcinati per l'uomo: scarpette lievissime che lascian vedere le calze bianche, pantaloni bianchi, panciotto bianco, cravatta bianca, solini a vela bianchi, guanti bianchi: il trionfo del candore. Sulla testa, un cappello a cono rovesciato, detto alla Bolìvar, in omaggio all'emancipatore delle colonie ispano-americane. E le dame doveano sembrar ben deliziose colle loro calze fine, trasparenti, che rivelavano il color roseo del piede nella breve scarpetta! Bianca è la gonna, a campana, tutta pieghe sottili nell'orlo, e stretta alla vita con un cordone. Il cappello è sormontato da piume bianche e legato da un nastro sotto il mento; e l'ala è così larga che un poeta romantico la direbbe l'ala d'un angelo.... L'ala d'alcuni cappellini di raso è tagliata a foggia di cuore. Siamo, infatti, nel tempo in cui il vocabolo “cuore„ è il comun denominatore. Tutte le romanze, sospirate alla spinetta, rimano cuore con amore. E si ama!... — Ma si amavano i due principi sposi?

Dopo la cerimonia nuziale, gli sposi andarono a Merate, nella villa dei Belgiojoso. Meglio i rifugii solitarii, in un angolo tranquillo del mondo, che i “viaggi di nozze„ profanatori vulgarissimi dei misteri più delicati e più sacri della vita. Ma quel recesso di Merate sembrava troppo melanconico alla giovane sposa; le pareva un recesso più adatto a recitare il carme dei Sepolcri che l'epitalamio di Catullo. Quella lunga, interminabile, doppia fila di cipressi, che nella villa Belgiojoso, a Merate, sembra il viale d'un sepolcreto di re, non è, infatti, la più amena per accogliere due sposi, appena reduci dall'altare. Mite s'inarca il cielo della Brianza; i colli circostanti si profilano con amabili curve; mandan limpidi riflessi d'oro le frondi all'autunno; ma quella dimora fra i cipressi non è il più ridente paradiso nuziale. Cristina legge lunghe ore sotto gli alberi; non legge, spero, l'epigramma.

La madre del principe accolse con amorevolezza la bellissima nuora, e, per farle sentire ch'ella è entrata ornai nel tempio dei liberi pensieri, le offre subito da leggere il Candide del Voltaire; ma la principessa dolcemente lo respinge.

— Perchè non lo vuoi?... le chiede la suocera.

— Perchè l'ho letto.

Il buon accordo conjugale visse la vita d'una rosa. Se non mentono le cronache mondane del tempo, nella stessa prima sera nuziale si palesò l'incompatibilità dei due caratteri.

I due giovani sposi, tornando a Milano, andarono ad abitare nel palazzo di proprietà della famiglia Belgiojoso, nella piazza tranquilla dello stesso nome. Ma la divisione, una divisione pacifica, senza tribunali, senza avvocati, senza carta bollata, doveva succedere dopo qualche tempo fra i due conjugi, le cui personalità eran troppo spiccate e troppo imperiose per fondersi in armonia durevole per tutta la vita.

Una Cristina Belgiojoso non avrebbe mai abdicato al proprio titolo, ai proprii diritti di principessa; d'altra parte, quelle due anime, così diverse in tutto, avevano un punto di contatto: si accordavano in un alto sentimento, il sentimento patriottico: per cui, anche lontani, Cristina ed Emilio conservarono, per la forza di quel sentimento nobilissimo, relazione continua e cordiale. Non erano più due sposi: erano due congiurati. Caso ben raro nella storia delle separazioni conjugali.

Durante le cospirazioni del 1821, a Milano, alcune animose signore si erano votate alla causa liberale accanto ai cospiratori, con quella prontezza, con quell'ardore ch'è proprio della donna nel sostenere nuove idee, nell'amare nuovi ideali anche pericolosi. Fra quelle signore, si notavano l'angelica Teresa Casati, moglie al Confalonieri; un'amica soavissima d'Ugo Foscolo, Matilde Viscontini, maritata al general napoleonico barone Dembowski; e vi primeggiava la sdegnosa Bianca Milesi. Nel gergo dei Carbonari, esse assunsero il nome di giardiniere.

Bianca Milesi, filosofessa, con le scarpe da soldato, camminava risoluta per le vie di Milano portando a tracolla una giberna dove teneva, a portata di mano, l'Essay del Locke. Era anche pittrice ritrattista. Coraggiosissima contro i tranelli della polizia e contro i terrori del codice austriaco, ne rideva: fœmina vir.[9] Essa strinse presto amicizia colla principessa Belgiojoso, che alla filosofia, al patriottismo, univa impavida l'odio delle convenzioni sociali e sprezzava l'altrui prepotenza. Le due concittadine, l'una plebea, l'altra patrizia, s'intesero. La Milesi (sposatasi al medico Mojon di Genova) era d'età matura, e bene esperta nel congiurare; ella fece, perciò, da maestra (e qual maestra!) alla giovane principessa.

Fra gli atti segreti del Governo Lombardo-Veneto, custoditi negli Archivii di Stato a Milano, trovo una lunga lettera da Ginevra, diretta alla polizia di Milano. È la lettera d'una spia. Essa parla d'un primo viaggio furtivo della principessa Belgiojoso; la quale, contro le prescrizioni del Governo austriaco, s'era allontanata liberamente da Milano, senza chiedere il permesso voluto; così pure avea fatto in quel torno di tempo l'ex suo marito, il principe Emilio. La lettera della spia parla apertamente d'un compagno che la marchesa Gherardini avea dato alla propria figlia Cristina nel viaggio elvetico.

Quel compagno era l'amico della Gherardini; ed era stato precettore del fratellastro della Belgiojoso, il marchese Alberto Visconti d'Aragona, che abbiamo nominato nel precedente capitolo. Quel signore, un bergamasco, si chiamava Giovanni Beltrame, già capitano napoleonico del Genio, comandante una compagnia d'artiglieria, decorato della Legion d'onore. Rovinato per il fallimento d'un fratello, negoziante di seta, avea dovuto darsi attorno per vivere; e fu allora che gli amici gli procurarono l'impiego d'istitutore di quel giovane patrizio.

Il Beltrame non riuscì peraltro a dominar l'altiero alunno; onde ei lo fece affidare al collegio di Desenzano, dove s'educavano i nobili. E qui l'anonimo “confidente„ (così chiamavano anche allora le spie.) continua, non senza ironia maligna, nei particolari sulla principessa Cristina e su quell'avvenente cavalier Beltrame, il quale “non poteva simpatizzare cogli Austriaci„.

Correva allora l'anno 1830; l'anno appunto della pacifica divisione conjugale de' principi l'anno della fuga della principessa Cristina da Milano. — Sentiamo la spia:


“.... Non andò guari che seguì la divisione dei principi conjugi Belgiojoso; e siccome la giovane principessa avea fatto divisamento d'espatriare per qualche anno, la tenera di lei madre, per darle una specie di compagno, di mentore e di economo, gettò gli occhi sopra l'ex-capitano Beltrame; lo richiamò premurosamente da Bergamo, lo propose, fu accettato; e da quel momento ha seguìto la principessa nelle di lei peregrinazioni. Costretta dal cattivo stato di sua salute, questa giovane Dama ha preso a pigione un casino di campagna poco discosto da Ginevra, ove, abitando alcuni mesi, si è alquanto ricuperata. Ultimamente, ha voluto che il capitano facesse un giro nei diversi Cantoni della Svizzera; indi lo ha mandato ultimamente in Italia colla sua grande berlina da viaggio, carica della maggior parte del suo bagaglio, con ordine d'andarla poi a raggiungere a Lugano, ove ella contava di rendersi prendendo la via di Berna.„[10]


È in questo tempo che comincia il regno delle spie. L'Austria governò per tanti anni le terre soggette colla polizia; ma questa s'appoggiava sull'opera continua, implacabile delle spie, che essa sceglieva fra persone colte, bene accette nella società; e lautamente le pagava, inviandole sotto falsi nomi nella Svizzera, in Francia, dovunque gli esuli italiani si raccoglievano a cospirare. Gli Archivii segreti di Stato a Milano conservano numerose lettere di quegl'italiani rinnegati; lettere che pervenivano al Governatore o alla direzione della polizia con indirizzi (previamente combinati) d'immaginarii commercianti e coll'indicazione: Milano, ferma in posta. Il Governatore e il direttore della polizia segnavano con un lapis rosso tutt'i punti di quelle lettere, che potevano dar motivo a processi, a persecuzioni, a vigilanze speciali; e, se i rei appartenevano ad altri Stati congiunti all'Austria nella repressione delle idee liberali, tosto quegli Stati ne erano avvertiti; così, una fitta rete d'informazioni segrete, di reciproci soccorsi s'intesseva fra le burocrazie. Nello spionaggio, nessuna donna: le donne erano escluse.

Lo spione della Belgiojoso si mostrava ben informato. Diceva giusto sulla cattiva salute della principessa. La Belgiojoso, al pari d'altri ingegni singolari, andava soggetta, pur troppo, ad attacchi d'una malattia terribile che desta in ogni cuore bennato profonda compassione: l'epilessia.

Quanto filo da torcere ella dava però alla polizia e allo stesso governatore del Regno Lombardo-Veneto, conte Hartig, il quale, gentiluomo nell'anima, non avrebbe mai voluto importunare, meno perseguitare una dama! E il principe di Metternich abbassava, intanto, acerbi rimproveri al conte Hartig, perchè lasciava passar facilmente il confine a sudditi tutt'altro che devoti all'aquila imperiale.

Ma c'era di mezzo la Repubblica Elvetica, la quale facilmente accoglieva i profughi, e facilmente li proclamava proprii cittadini; bastava che comperassero un palmo di terra entro i suoi confini. E così fecero alcuni esuli. Un bel giorno, quattro o cinque profughi lombardi si riunirono formando una ditta, e comperarono un'isoletta di qualche metro di ghiaja in un fiume, collo scopo di diventarne possidenti, quindi intangibili nella libera Repubblica Elvetica....

La principessa Cristina Belgiojoso non avea bisogno di ricorrere all'acquisto di banchi di ghiaja per essere proclamata concittadina di Guglielmo Tell. Ella si ricordò che, per un decreto dell'11 luglio 1808, i Trivulzio tutti avevano diritto alla cittadinanza svizzera; ed ella dimostrò ben facilmente ch'era figlia d'un Trivulzio....

Detto, fatto: si fece rilasciare dal Gran Consiglio del Canton Ticino una dichiarazione solenne ch'ell'era cittadina elvetica, e precisamente del Canton Ticino, e che, come tale, ognuno doveva riconoscerla. Il decreto, rilasciato il 5 ottobre del 1830, munito del “gran suggello dello Stato„, passò a Milano; e ora dorme il sonno dei giusti negli Archivii lombardi. Ma allora?... Fu un bel gesto, direbbero i moderni, della principessa; fu una bella sorpresa per le autorità dell'Olona!...[11]


Intanto, la Giovine Italia sorgeva per l'opera ispirata di un grande poeta della politica: Giuseppe Mazzini. La principessa Cristina e il principe Emilio Belgiojoso furon tra i primi a seguire gl'ideali dell'agitatore ligure ch'esclamava: “Io adoro Dio e un'idea che mi viene da Dio: un'unica Italia.„ Ed essi furon tra i primi ad ajutarne gli sforzi con ricchi doni di denaro.

Il principe e la principessa gareggiavano anche nel render gradito l'esilio ai profughi in Svizzera, invitandoli a veglie, e nel soccorrere largamente i poverelli delle città che li ospitavano. Ma non eran le veglie, le feste di Milano; non v'era neppur l'ombra di quel memorando ballo in costume dato nella notte del 30 gennajo del 1829 nel suo palazzo di Porta Orientale (ora Corso Venezia) a Milano, dal conte Antonio Giuseppe Batthyány, gran magnate ungherese, ciambellano di Sua Maestà l'imperatore d'Austria. Quel ballo rimase memorando per la folla smagliante dei cavalieri patrizii e delle dame, pei costumi storici ricchissimi che i pittori Francesco Hayez e Migliara disegnarono, e che le sartorie di Milano, di Parigi, di Vienna approntarono con lusso regale. Erano ancora uniti, allora, i principi Belgiojoso; ed entrambi in quella festa facevan parte della spettacolosa quadriglia di Francesco I re di Francia; il principe in candide maglie; la principessa, dama d'onore, nel suo abito di velluto color della viola. Il padron di casa, conte Batthyány, vestiva l'azzurro costume d'un principe montenegrino, ravvolto in un largo, rosso mantello, come un diavolo: le contesse Filippina e Eleonora Batthyány s'aggiravano vestite da persiane fra le quadriglie dell'Otello, dei cosacchi, degli scozzesi. Era un parente della principessa Belgiojoso il gentiluomo vestito da Lusignano re di Gerusalemme: era, infatti, il marchese Giorgio Trivulzio, che dovea morire per le ferite gloriose ricevute combattendo col popolo alle barricate delle Cinque Giornate. E v'era la madre di lei nel costume di Diana di Poitiers, la stella d'Enrico II di Francia; e il cognato conte Antonio Belgiojoso, paggio, e il conte Rinaldo Belgiojoso montanaro scozzese, e la bella, voluttuosa moscovita contessa Giulia Samoyloff sotto i panni di contadina russa. La duchessa Visconti di Modrone e la contessa Cristina Archinto splendevano nel costume, l'una di regina Berengaria, l'altra, d'antica italiana. V'era anche l'Hayez. Il celebre capo del romanticismo pittorico, pompeggiava nei velluti di Giulio Romano.... Un centinajo di tipi, di costumi scintillanti, di tutte le epoche, di tutte le Corti! Quali ricordi di buon gusto, di riproduzioni storiche esatte, quali visioni di luce e di dolcezze!

Ah, ma non tutte vere dolcezze!... Vicino alla principessa Belgiojoso, strisciava un Pietro Aretino.... L'uomo, che indossava le vesti del più infame libellista, recitava allora sorridente, alla folla aristocratica, alcune sue terzine galanti, che dicevano come la satira nulla trovasse da pungere fra tanti splendori. Egli si chiamava Gaetano Barbieri, un mantovano, letterato men che mediocre, e creduto dai più una perla di galantuomo. Oh, sì, un bel galantuomo! Egli era, invece, una spia, protetto e pagato (coi denari del Governo) dal direttore della polizia austriaca, nobile Torresani. Era la stessa spia che seguiva nella Svizzera i passi di Cristina Belgiojoso; la stessa spia che scriveva le lettere da Ginevra?... Non possiamo affermarlo con sicurezza, neppure dal confronto delle scritture dei rapporti segreti, ora sbiadite dal tempo.

III. La Principessa e la “Giovine Italia„.

Il Metternich minaccia il Governo del Canton Ticino. — I profughi della Svizzera: un suicida. — Torna in scena la spia. — L'Austria confisca i beni alla Principessa e la condanna alla morte civile. — Tentato arresto della Principessa. — Giuseppe Mazzini e la sua Giovine Italia. — La Principessa ajuta la Iª spedizione di Savoja.

Il gran cancelliere d'Austria, principe di Metternich, s'irrita, ora, ancor più contro la Repubblica Elvetica per la facilità ond'essa continua ad accogliere i liberali, sfuggiti alla vigilanza dell'impero. Dopo d'aver rimproverato il mite Hartig di non aver vigilato abbastanza sui sudditi emigranti, il principe sfucina minaccie contro la Svizzera; e all'uopo, si serve della mano dello stesso Hartig!

Proprio nel mese d'ottobre del 1830, nel quale il Governo del Canton Ticino rilascia decreto di cittadinanza svizzera alla principessa Belgiojoso, l'Hartig manda al presidente di quel Governo un inviato speciale, certo dottor Fermo Terzi, con una lettera minacciosa. È una lettera storica, che dimostra una volta di più come il re sardo e l'Austria procedessero di comune accordo contro i liberali. La lettera del conte Hartig al signor landamanno (presidente) “del lodevole Governo del Canton Ticino„, intima “l'estradizione di tutti quei rifugiati sudditi Lombardo-Veneti, che si sono resi complici del delitto d'alto tradimento, e l'immediato allontanamento degli altri individui pericolosi alla tranquillità delle limitrofe Provincie austriache e sarde.„

La lettera continua altiera, e minaccia così:

“La pronta esecuzione di questa misura per parte delle autorità soggette al lodevole Governo del Canton Ticino è riputata tanto urgente e tanto indispensabile dal Governo di Sua Maestà imperiale e reale, che mi troverei, — nel non sperabile caso di non vedere data retta a questo reclamo — obbligato a dichiararle, signor landamanno, siccome faccio colla presente, che il Governo di S. M. I. R. adoprerebbe tutt'i mezzi sanzionati dal diritto delle genti per costringere codesto lodevole Governo ad adempiere i trattati veglianti: verrebbero quindi immantinente a cessare le comunicazioni col Governo e cogli abitanti del Canton Ticino, ed inoltre adoperate tutte quelle altre misure giudicate necessarie, onde preservare i sudditi di S. M. l'augusto mio Sovrano, da qualunque siasi contatto con quelli di un Cantone, le autorità del quale dimostrerebbero col loro contegno, affatto ostile, di non voler più conservare relazioni amichevoli cogli Stati di Sua Maestà imperiale, reale, apostolica.„[12]

Quasi una dichiarazione di guerra!

A questi fulmini, il lodevole Governo del Canton Ticino dovrebbe atterrirsi.... Non si atterrisce. Risponde che quanto l'Austria e il Piemonte domandano è ben giusto; si nominerà una Commissione.... Ma la Commissione ticinese fa come il Turco: tira placidamente a lungo le decisioni sue; e mentre, in accordo col Governo centrale, elude, pel momento, le aspettative dei governi che minacciano di cancellare la Svizzera dalla carta d'Europa, protegge i profughi lombardi, i profughi piemontesi, i profughi degli altri Stati italiani, una prima nota dei quali, in una mattina, comparisce sullo scrittojo del conte Hartig. Fra quei nomi, spicca primo il principe Emilio Belgiojoso. Vi si leggono pure i nomi di due banchieri milanesi: Giacomo e Filippo Ciani, dalla polizia austriaca indicati quali eccitatori del nefando eccidio del ministro delle finanze Prina sulle vie di Milano nel 1814.... E v'è il nome di Filippo Guenzati di Gallarate, legatosi in amicizia patriottica e fida con Emilio Belgiojoso. Vi è quello di Carlo Bellerio, milanese, coltissimo e imperterrito uomo, dagli sguardi trafiggenti, pronto a ogni disperata purchè patriottica impresa, fratello della ammaliante Giuditta Sìdoli, che ama riamata Giuseppe Mazzini e lo ajuta, nei primordii, a diffondere la Giovine Italia. Il Bellerio è amico della principessa Belgiojoso; ed è amico del Mazzini, al quale rimane tenacemente fedele fino alla tarda vecchiaja, fino alla morte.

Tra i fuorusciti italiani, che risiedono parte a Bellinzona, parte a Lugano, si nota un polacco, suddito prussiano, odiatore del regime assoluto della Sprea: il conte Onofrio Redoinski. Una notte, l'infelice si precipita da una finestra della povera casa dove dimora, e rimane morto sul colpo. Nei libri neri della polizia lombarda, è indicato come “esagerato e attivo liberale, che faceva frequenti viaggi in Francia per la corrispondenza fra i membri del suo partito.„ Chi oggi più lo ricorda?... Quante vittime oscure travolte nelle rivoluzioni! quanti dimenticati!

Nel frattempo, la principessa Belgiojoso, non ostante la miseranda salute, si diverte a Lugano. Ella comprende che, in momenti sacri alla patria, tutto alla patria deve concedere; comprende che la donna superiore deve far di meglio nel mondo che lasciarsi corteggiare e adorare.... ma non ostante ella sia, e senta di essere, l'apparizione romantica più grandiosa che l'alta società femminile abbia dato all'Italia nella prima metà del secolo XIX, non per questo ella si abbandona alle lacrimose malinconie d'altre sorelle romantiche: i salici piangenti non sono piantati per la principessa Belgiojoso.

È saporita la lettera segreta, che una spia austriaca (non Pietro Aretino del famoso ballo in casa Batthyány) scrive in data dell'ottobre di quello stesso anno, col grazioso nome di Pietro Dolce, al governatore Hartig sulla vita gioconda della principessa. È tutta da godere. Ma, prima di citarla, dobbiamo segnalar la riparazione che la Svizzera a quel tempo nobilmente volea compiere. Dalla Svizzera, piombarono un giorno sull'Italia valanghe ruinose di soldati venduti al miglior pagatore e pronti al saccheggio, alla strage vandalica; e allora, all'alba dell'indipendenza italiana, la Svizzera cercava di cancellare quell'onta, accogliendo i perseguitati, i sognatori d'un'Italia libera.

Ecco ora la lettera sulla principessa. Reca la data del 21 ottobre 1830:

“Le tante sciocchezze, che sempre ha fatto e seguita a fare la moglie del Principe Belgiojoso all'estero ne' suoi viaggi, meriterebbero ora un qualche riflesso. Oltre al sano principio d'ogni Governo per non lasciare che i ricchi gettino i lor denari in paesi stranieri, giova pur osservare che essa, da pochi giorni venuta a Lugano, diede una splendida festa di ballo molto allegra, invitando ogni ceto di persone e fra queste pur di quelle che sono colpite d'esilio dalle contrade svizzere in forza delle rappresentanze dei potentati d'Europa, che hanno reclamato una misura generale, perchè l'Elvezia cessi d'ora innanzi d'essere impunemente l'asilo di tanti fuorusciti.

“La principessa Belgiojoso è una pazzarella, che starebbe meglio a casa sua in Milano, che in giro sempre all'estero per farsi deridere, per compromettersi forse, e compromettere gli altri.„

Se la principessa avesse potuto leggere questa lettera che solo oggi, dopo tanti anni d'ombra, esce alla luce, come avrebbe riso! Ma ella rideva lo stesso, allora, immaginando ogni sorta di scappatoje e di burle per infrangere tutte le trame che il governatore austriaco di Lombardia tentava contro di lei allo scopo di farla ritornare a Milano, temendo in lei una cospiratrice, pericolosa per lo splendido nome, pel ricchissimo censo, per l'energia della volontà, per la facile fascinazione di lei sul sesso forte.... ch'è debole.

Un bel giorno, il conte Hartig le procura una visita: le manda il bravo suddetto Fermo Terzi in persona, per convincerla ch'ella si trova all'estero senza il passaporto voluto dalle leggi —, che perciò il suo soggiorno nella Svizzera è illegale e deve tornarsene sull'istante a Milano. Ma la principessa spiega sotto gli occhi del Terzi un passaporto “senza limite di tempo„ che ha potuto ottenere dall'Ambasciata austriaca a Firenze: gli fa notare, anche, che il rappresentante d'Austria a Berna lo ha fregiato della sua rispettabile firma, aggiungendovi “buono per la Francia„. E poi non è ella “cittadina elvetica„?...

Il bravo dottor Fermo Terzi è mortificato, a quanto pare, del fiasco; un fiasco leggermente impagliato dai modi graziosi della bella milanese.... E avverte il governatore del Regno Lombardo-Veneto che sarebbe imprudente tentare l'espulsione della Belgiojoso dalla Svizzera, anche per la grande popolarità che la principessa ormai gode sotto il cielo ticinese:

“.... D'altra parte, la principessa non solo gode la protezione dei liberali dominanti, il cui partito comprime la volontà e l'autorità dei provvisorii governanti; ma è anche veduta di molto buon occhio dagli abitanti, in generale, di Lugano, per qualche sua beneficenza verso i poveri, per la bonomia e la popolarità del suo tratto, e per una festa di ballo, data non senza splendidezza....„[13]

Il governatore conte Hartig non sa darsene pace. Scrive al barone Binder, rappresentante dell'Austria a Berna, per pregarlo di fargli conoscere i motivi che lo hanno spinto a rilasciare alla pericolosa principessa quel visto sul passaporto della legazione d'Austria a Firenze, aggiungendovi la magica aggiunta: buono per la Francia. Il povero barone dev'essersi trovato nell'imbroglio anche lui.... E, intanto, la principessa lascia Lugano per Genova.... Nuove inquietudini, allora, dell'Hartig. Il Governatore scrive subito al conte Seufft, rappresentante l'imperatore d'Austria a Torino, perchè la principessa, lasciando Genova dove s'è rifugiata, non possa rendersi che in Lombardia, e le si sequestri il famoso passaporto per la Francia, del quale è munita. I poliziotti di Genova vanno per arrestarla in casa. Ma ella, per una porta segreta, fugge, e miracolosamente si salva a Marsiglia, con un solo sacco di robe, seguita da una sola cameriera, certa Maria Longoni, giovane milanese, che ben presto infastidita d'una vita di fughe, d'affanni, di paure, torna a Milano, e, chiamata in fretta dalla polizia ad audiendum verbum, le racconta del misero stato di salute dell'abbandonata padrona e della consunzione alla quale sembra condannata.[14]

Ma una spia della polizia austriaca di Milano, ha seguìta assidua la principessa, e la segue.... È sempre il Pietro Aretino del sontuoso ballo in costume del conte Batthyány a Milano? è ancora quel Pietro Dolce; ch'era, a quanto sappiamo, un nobile spiantato?... Nelle lettere occulte che manda all'Hartig, si firma un Pietro Svegliati. Dalla Svizzera, egli è passato con un tempo orribile a Genova, quindi rapido a Marsiglia, dove, bella di audacie e di speranze, è nata intanto la Giovine Italia. Il tristo vi è andato coll'idea di mescolarsi ai profughi italiani, ai liberali, fingendosi anch'egli profugo, anch'egli liberale!... La sua prima lettera al conte Hartig suona così:

“La mia corrispondenza da qui in avanti sarà di un tono amichevole e scritta con frasi liberali, delle quali però Ella non durerà fatica a penetrare il vero senso; e quando vedrà che le linee sono alquanto distanti l'una dall'altra non manchi di passare le mie lettere sopra il fuoco.„

Sopra il fuoco.... perchè ne risaltino, evidentemente, le notizie segretissime scritte con inchiostro simpatico.... E informa l'Hartig anche sulla fuga della principessa Belgiojoso da Genova:

“Ella fu assistita in questa sua fuga dalla famigerata Milesi, moglie del medico Mojon, con la quale era inseparabile. Questa Milesi, già da Lei ben conosciuta, passa qui per una esaltatissima liberale, e molti anche credono che possa servir di canale intermediario per la corrispondenza fra alcuni emigrati che sono in Francia, e i loro parenti e amici d'Italia: si pensa persino che la Traversi in Milano non sia estranea a questa manovra; ed è perciò che non sarà mal fatto di invigilare sulla corrispondenza, che è frequente fra queste due liberalissime femmine, e sulle persone di tutti i colori che frequentano la Casa Traversi....„

E da Antibo il 19 gennaio 1831, lo spione, dopo d'aver dipinto all'Hartig lo spirito della popolazione di Nizza, torna a sparlar della fuggiasca:

“Ho saputo a Nizza che la principessa Belgiojoso fu fatta passare il Varo da un negoziante di Nizza per contrabbando; e jeri ho letto con gli occhi miei alla Mairie il passaporto svizzero con cui si è introdotta in Francia. In esso, ella è qualificata per Trivulzi Belgiojoso, dama, nata svizzera; ed il passaporto è datato da Lugano sotto il giorno 5 ottobre 1830. Essa è passata sola con la sua cameriera: le si è dato un passaporto provvisorio per Hyères presso Tolone, ed ha detto che riprenderà il suo al ritorno. Il cuoco, il cameriere ed un giovanetto che passa per corriere, sono rimasti in Genova con tutti i di lei effetti. Questi individui hanno fatto l'impossibile presso il Governatore per ottenere un passaporto onde raggiungerla, ma sempre invano.„[15]

Andò un giorno famoso il cavaliere d'Eon de Beaumont, spia francese, travestito da donna, che penetrava dovunque.... Pietro Aretino, Pietro Dolce, Pietro Svegliati, e un altro spione, che si firma Attilio Regolo, non hanno bisogno di travestimenti femminili per introdursi nelle famiglie milanesi, più che altrove facilmente ospitali. Attilio Regolo assume l'aria d'uno smemorato, d'un'oca, come mi scrisse un amico, figlio di chi allora cadde vittima di quel tristo.

La principessa, intanto, è arrivata penosamente in una diligenza da Marsiglia a Tolone, dove scende colla sua cameriera e col suo unico sacco da notte all'albergo della Croce d'Oro. Vi si ferma poche ore, chè si fa condurre in carrozza a un ridente casino di campagna a Kockerane, sulla riva del mare. In quel casino, abitato da famiglie inglesi, la fuggitiva conta di riposarsi dalle malattie, dalle fatiche, dalle emozioni.

Per avere notizie della Belgiojoso, la spia corre alla Croce d'Oro, ne interroga l'albergatrice, poi penetra nella casa d'un italiano, certo Monteggia, figlio del celebre chirurgo lombardo; e così comunica all'Hartig:

“Sono stato a trovare (Place du Lycée N. 3) il Monteggia milanese, professore al liceo di lingua italiana; ma l'ho trovato a letto oppresso da una gagliarda febbre reumatica; ciò che mi ha impedito d'avere una lunga conversazione con esso: ho però parlato a lungo con la di lui moglie, ch'è un'amabile milanese, liberalissima, lattante un piccolo bambino. Ella mi ha raccontato che la principessa Belgiojoso le ha scritto pochi giorni sono da Kockerane che il Governo austriaco ha sequestrato tutt'i suoi averi per forzarla a ritornare in patria, ciò ch'ella non intende di fare, e che prevede che, così durando le cose, sarà presto forzata di venire a Marsiglia a far uso de' suoi talenti per procurarsi il modo di vivere. Ciò che mi ha fatto veramente ridere; e la Monteggia ha convenuto meco che ha una testa tutta romanzesca.„[16]

Era vero anche questo: il Governo austriaco le avea sequestrate le sostanze, che salivano a più milioni. Morendo, il padre suo l'avea lasciata, infatti, unica erede sotto la tutela d'un Trivulzio. L'editto contro la principessa, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale e sulle cantonate di Milano, suonava così:

Viene d'ordine superiore ingiunto alla principessa Cristina di Belgiojoso nata Trivulzio di ritornare negli Stati di Sua Maestà Imperiale Reale Apostolica, e di far constare del ritorno, presentandosi a questa Delegazione provinciale nel termine di tre mesi sotto la comminatoria d'essere dichiarata morta civilmente e della confisca di tutt'i beni, i quali si dichiarano intanto posti sotto rigoroso sequestro.

Anche la morte civile!... Il bando recava la firma d'un Torriceni, delegato provinciale, e d'un conte Rovida, segretario, che infiorava a quel tempo le strenne di melliflue strofette.

Ma la principessa avrebbe chiesta la grazia all'imperatore? Ne riparleremo più tardi. Intanto, ella volgea l'animo a Giuseppe Mazzini, al capo cospiratore romantico, che si sentiva inviato da Dio sulla terra per frangerne le catene, per librare le anime nel cielo dell'Ideale. Come splendeva il lampo degli occhi neri del pallido ligure! Come risuonava negli animi la sua parola! Le pagine sue avean l'accento e l'immagine dei biblici profeti: ed egli parea un profeta, un salvatore ai profughi, che nella sua promessa sentivano quasi gli echi di Gesù, quando il Divin Maestro dalla montagna esclamava alle turbe: “Beati quelli che soffrono persecuzioni per amore della giustizia, perchè è di loro il regno dei Cieli.„

Giuseppe Mazzini sapeva che senza Dio, senza la fede nell'immortalità dell'anima, senza il convincimento che tutto nell'universo è un continuo, augusto divenire, un popolo non può grandeggiare, non può vivere.

La società segreta della Giovine Italia fu fondata dal Mazzini a Marsiglia appunto nell'anno in cui siamo col nostro racconto, nel 1831, dieci anni dopo i processi dei Carbonari, saliti in catene al martirio e alla gloria d'un nuovo Calvario: lo Spielberg. La Giovine Italia prendeva appunto il posto della Carboneria soffocata dalla violenza; anzi, per qualche tempo, dal Governo austriaco la Giovine Italia vien chiamata Carboneria negli atti d'ufficio, nei discorsi.... Ma la Giovine Italia differiva dalla Carboneria in due punti essenziali, e fa d'uopo notarli: aspirava all'esclusiva unità d'Italia con Roma capitale; laddove la Carboneria non poneva il concetto d'un'unità italiana ben definito; anzi, a Milano, non si voleva dal Confalonieri e da altri carbonari che uno Stato unito al Piemonte; per quanto il Manzoni, fedele, con altri, al concetto unitario dell'infelice re Murat, cantasse allora:

non sorgan barriere

Fra l'Italia e l'Italia, mai più!

La Carboneria aspirava al regime costituzionale: la Giovine Italia aspirava alla repubblica.

Seguendo gli antichi sistemi massonici, la Giovine Italia adottò il metodo (allora necessario in mezzo al dispotismo vegliante) dei segni misteriosi per riconoscersi, e delle misteriose adunanze. Mentre il motto fiammeggiante della Giovine Italia era “Dio e popolo„, varii altri motti venivano adottati dai confratelli della “federazione„ per riconoscersi dovunque. Almeno fino all'ottobre del 1833, le parole di riconoscimento furono popolo, azione, fiducia, alternativamente pronunciate. I gesti erano semplici; e anche la principessa Belgiojoso dovette impararli tutti.

Domanda: Le mani incrocicchiate colle palme rivolte al cuore.

Risposta: Le mani incrocicchiate colle palme verso l'interrogato.

Parlando insieme: Incatenare i diti indici.

Segni pei viaggiatori: Domanda: Presentare il pugno chiuso a chi deve rispondere.

Risposta: Respingere il pugno di chi domanda.

V'erano poi quest'altri segni:

Domanda: Colla mano far atto di tergersi il sudore dalla fronte.

Risposta: Battersi colla mano dritta due volte il cuore.

E v'erano alte parole:

Domanda: Virtù. — Risposta: Sacrificio.

Oppure:

Domanda: Segreto. — Risposta: Morte.[17]

Il simbolo decorativo della Giovine Italia consisteva in un ramoscello di cipresso; simbolo anche della morte a cui tutti i federati doveano votarsi, per conseguire “la repubblica una e indivisibile, in tutto il territorio italiano, indipendente, uno e libero„, chè tale era il principio fondamentale della federazione. — Il giuramento, dettato dal Mazzini, era solenne; in alcuni punti terribile:

“Io cittadino Italiano

“davanti a Dio, Padre della libertà, davanti agli uomini nati a gioirne, davanti a me e alla mia coscienza specchio delle leggi della natura;

“pei diritti individuali e sociali, che costituiscono l'uomo, per l'amore che mi lega alla mia patria infelice; pei secoli di servaggio che la contristano; pei tormenti sofferti da' miei fratelli Italiani; per le lagrime sparse dalle madri sui figli spenti o captivi; pel fremito dell'anima mia in vedermi solo inerte ed impotente all'azione; pel sangue de' martiri della patria; per la memoria de' padri; per le catene che mi circondano,

“Giuro

“di consacrarmi tutto e sempre con tutte le mie potenze morali e fisiche alla Patria ed alla sua rigenerazione; di consacrare il pensiero, le parole, l'azione, a conquistare indipendenza, unione e libertà all'Italia; di spegnere col braccio ed infamar colla voce i tiranni e la tirannide politica, civile, morale, cittadina o straniera; di combattere in ogni modo le inuguaglianze fra gli uomini d'una stessa terra; di promuovere con ogni mezzo l'educazione degl'italiani alla libertà ed alle virtù che la rendono eterna;

“di cercare per ogni via che gli uomini della Giovine Italia ottengano la direzione delle cose pubbliche;

“di propagare con prudenza operosa la federazione, di cui fo' parte da questo momento;

“di ubbidire agli ordini ed alle istruzioni che mi verranno trasmesse da chi rappresenta con me l'unione de' fratelli;

“di non rivelare per seduzioni o tormenti l'esistenza, le leggi, lo scopo della federazione, e di distruggere potendo il rivelatore.

“Così giuro, rinnegando ogni mio particolare interesse pel vantaggio della mia patria, ed invocando sulla mia testa l'ira di Dio e l'abbominio degli uomini, la infamia e la morte dello spergiuro, se io mancassi al mio giuramento.„[18]

La principessa Belgiojoso pronunciò questo giuramento?... Certo nè ella nè il principe ex consorte Emilio si attennero al secondo paragrafo dello statuto della Giovine Italia, che affermava la repubblica avere per iscopo anche “l'abolizione di ogni aristocrazia e d'ogni privilegio, che non dipendesse dalla legge eterna della capacità e delle azioni„. Cristina Belgiojoso-Trivulzio non si fe' chiamar mai “cittadina„, bensì sempre “principessa„. E, aristocratico nell'anima era il principe Emilio; e il Mazzini lo chiamava spesso con quel titolo, quando con fidi amici si lamentava delle inclinazioni di lui ai piaceri mondani; quando si doleva delle riluttanze, dell'abbandono.[19] Poichè ben presto il Mazzini provò l'amarezza degli abbandoni.

L'agitatore ideò d'irrompere con una spedizione armata nella Savoja, per rovesciarne il principato assoluto e diffondere da quelle balze nel sopito Piemonte la rivoluzione e la repubblica: ciò doveva essere il principio della liberazione di tutt'Italia!... Ma, prima, nel febbrajo del 1831, una spedizione in Savoja fu decisa dal Comitato italiano di Parigi. Ne era l'anima un fierissimo vecchio, quasi cieco (lo rivedremo nel VI capitolo), il profugo Filippo Buonarroti, che dava lezioni di spinetta. Il venerando Lafayette, amico della Belgiojoso, colui ch'aveva contribuito a fondare la repubblica degli Stati Uniti, (allora egli era generalissimo della Guardia Nazionale di tutta la Francia) ajutava l'impresa presso il Governo di Luigi Filippo. Egli ottenne dal Guizot, ministro degl'interni, “fogli di via„ e denaro ai profughi politici, che avessero voluto partecipare alla spedizione. E il Dupont de l'Eure, ministro della Giustizia e dei Culti, diceva al Lafayette: Dites aux Italiens d'agir: La France se levera tout'entière pour les secourir en cas de bésoin. Il presidente del Consiglio, Giacomo Lafitte, banchiere, la cui Casa aveva fornito denaro senza rimborso per l'insurrezione, dichiarò al Lafayette di essere nell'interesse della Francia il circondarsi di Stati liberi: la Francia non avrebbe permesso ad altre potenze di schiacciare i rivoluzionari.[20] La principessa Belgiojoso inviò, col mezzo del modenese Vincenzo Pisani (uno spaccone), sessanta mila franchi[21], parte in denaro, parte in cambiali; e trapunse ella stessa la coccarda per la spedizione[22]; alcuni francesi e signore inglesi elargirono altri soccorsi a Lione, donde la spedizione, guidata dal generale piemontese Regis, fra le acclamazioni del popolo stava per muovere verso la Savoja; quand'ecco il ministero Lafitte d'un tratto è rovesciato e Casimiro Perrier, nuovo presidente, ordina al prefetto di Lione d'impedire, anche con la forza, la partenza degli insorti per la Savoja: e tutto andò in fumo, come piacque al re Luigi Filippo che aveva segrete intese con l'imperatore d'Austria. Quello fu un periodo di aspre contrarietà per Cristina. Era disgustata del marito, e più di parecchi profughi. Aveva affidato dieci mila franchi a certo Pironti, perchè soccorresse gli esuli italiani di Marsiglia; ma il brav'uomo pensò ch'era meglio soccorrere soltanto sè stesso, e li intascò. Per le cambiali rilasciate, la principessa si trovò impigliata negli imbrogli. Il pagamento di quelle cambiali famose suscitò arrabbiate contestazioni con un piemontese, certo Fasanini, che le aveva girate, e che troveremo più tardi. Ma il peggio per la principessa fu il tradimento d'un Doria, che non apparteneva no, alla gloriosa famiglia di Genova, ma ne portava, o forse se n'era appropriato, il nome. Parliamo di costui; ma prima dobbiamo accennare che a Parigi dove Cristina si ritrasse nel 1831, domandò (fingendo umile pentimento) all'Apponyi, ambasciatore d'Austria a Parigi, la restituzione dei beni confiscati. Infatti, era stata costretta a vendere i suoi gioielli per 150,000 franchi. — E ora veniamo al traditore.

IV. Un traditore.

Un Argenti propone di uccidere il Metternich. — Il marchese Raimondo Doria e il Metternich. — Avventure del Doria. — Sue delazioni. — Il Doria e la Principessa. — Misteriose riunioni a Genova. — Una tragedia a Milano.

Era il marchese Raimondo Doria di San Colombano (così almeno egli si firmava); e per lui, nessuna pietà! Nessuna per lui che, trascinando nel fango un gran nome ligure, volle farsi delatore de' proprii fratelli di fede per isfogare contro gli uni vendette, rancori; e contro gli altri.... Non potea lanciare per loro neanche la scusa d'un'offesa o d'una provocazione; eppure fe' loro, con perfido gusto, tanto male....

Simile a una vipera, il nome del Doria s'intreccia con quello della Belgiojoso, e con quanti altri nomi di cospiratori e di martiri!

Era il 28 giugno del 1831. Un piccolo uomo, che avea l'aria sorridente d'un frequentatore di quinte e galante corteggiatore di ballerine, il nobile cavaliere Carlo Giusto de Torresani Lanzfeld, imperial regio consigliere aulico, direttore generale di polizia a Milano, inviava al presidente del tribunale di Milano una nota di gran rilievo contro due cospiratori lombardi: Giovanni Albinola e Felice Argenti.

L'Argenti (la cui vita avventurosa conosceremo nel seguente capitolo) avea tentato uno sbarco rivoluzionario sulle coste della Toscana; e dal Governo di Firenze era stato arrestato a Pietrasanta e consegnato alle autorità di Milano, felicissime d'aver alfine nelle mani un lombardo ribelle di prima linea, dopo tanti che eran loro sfuggiti. L'Argenti venne rinchiuso nelle carceri di Porta Nuova, dove venne pur custodito Giovanni Albinola: entrambi erano giovani, entrambi eran nativi di Viggiù presso Varese.

Il Torresani diceva, in quella nota, d'aver fatto rapporto sui due arrestati al conte Sedlnitzky, presidente del Supremo dicastero aulico di polizia e di censura a Vienna; il quale s'affrettò a comunicare il rapporto al cancelliere di Stato e di Corte, principe di Metternich.

E il Metternich affidò allora al conte Sedlnitzky una lettera segreta pervenutagli da Livorno nel dicembre dell'anno innanzi, firmata: Marchese di San Colombano. Questa lettera, stesa in scorretto italiano, con rozza scrittura, da quel marchese, racconta che, in una “Vendita di carbonari„ tenuta segretamente (come il consueto) nella metà d'agosto di quell'anno stesso a Genova, l'Argenti si era proposto di trucidare il principe di Metternich. La lettera soggiunge che la proposta non era stata accettata dall'assemblea dei cospiratori perchè egli, marchese di San Colombano, vi si era opposto.

La lettera comincia così:

“Felice Argenti, console generale del Brasile in Livorno, si offrì di troncare i giorni dell'Altezza Vostra, se ciò gli veniva permesso. I carbonari sono armati d'un fucile, d'uno stilo e di due mazzi di cartuccie, e devono avere con sè 16 franchi. I carbonari devono essere pronti ad agire al primo segnale dei loro superiori, agli ordini dei quali sono responsabili colla propria vita.„[23]

Questo marchese di San Colombano o Raimondo Doria, nella Carboneria aveva voluto assumere il nome simbolico di Morte; ed era stato promosso fino al sesto grado di dignitario nella Carboneria e di “gran maestro„ per tutta la Spagna.

Egli, infatti, conosceva la Spagna per avervi dimorato. Sua madre era una spagnuola. Anna Saavedre: suo padre (egli faceva credere) era uno Stefano Doria di Genova; sua moglie, dalla quale era separato, viveva colla nobile famiglia paterna a Caselle, presso Torino. Contava trentott'anni. Disgustato dei Carbonari, ne fu il Giuda.

Benchè nato a Malaga, il Doria abitava a Genova, o dove piaceva meglio al Governo Piemontese, al cui servizio militava come capitano di cavalleria. Una volta, subì un processo a Madrid “per calunniosi sospetti d'alto tradimento fondati sulle mie relazioni col ministro della guerra Cruz (diceva egli) e l'esito della mia procedura si fu ch'egli perdette il portafogli di quel ministero, ed io venni esiliato dalla Spagna.„

Ma anche a Genova i tribunali gli erano saltati addosso. Il marchese avea rapita una donna; era perciò stato condannato a due anni di carcere, pena che per grazia reale gli fu mutata in due mesi d'esilio dagli Stati Sardi.


Al Torresani fu trasmessa la lettera dal Doria scritta al Metternich; ed egli, allora, deve avere esclamato: “Ecco, questo è il nostro uomo!„ Fatto sta che, col mezzo d'un atto dell'imperatore d'Austria, lo fece venire a Milano.

“La mia venuta qui in Milano (raccontava il Doria in un interrogatorio davanti al tribunale di Milano) fu motivata dalla comunicazione d'una risoluzione sovrana di Sua Maestà l'imperatore d'Austria. Sono stato scortato da due carabinieri sino al confine austro-sardo; e di là giunsi liberamente a Milano coll'intenzione di far conoscere ch'io sono un uomo d'onore e di cooperare per quanto sta in me a svelare le perfide trame che minacciano tutt'i Governi legittimi.„ Con decreto dell'imperatore, il Doria “veniva assicurato dell'impunità„. Nello stesso tempo, era esentato dal confronto colle persone che avrebbe denunciato al tribunale.

Da allora, in tutti gli atti numerosissimi della polizia e dei tribunali, il Doria apparisce coll'inseparabile predicato d'impune: l'impune Doria: il suo stigma.

Arrivando a Milano, quel tristo si cambia nome. Non è Doria che pei tribunali e per la polizia: per tutti gli altri, è Stefano De Gregorio. Va ad abitare in una casa, senza portinajo, sulla Corsia del Giardino, oggi via Alessandro Manzoni, in un piccolo appartamento dove penetra solo una servente trentenne, certa Maria De Bernardi, che verrà poi pugnalata. Il Doria le affida un bambino avuto da un'amante. Il povero figliuolo è malaticcio; eppure quel padre crudele lo fa dormire sulle sedie.

Quasi ogni mattina, alle nove, il Doria esce solo, sempre solo, e si reca nella vicina Casa di correzione a Porta Nuova; e là, dinanzi al consigliere d'appello, Paride Zajotti, letterato e inquisitore astutissimo di tanti nobili patrioti, e alla presenza degli assessori Pecchio, Càrcano e dell'attuaro Grabmayer, depone atroci denunce, che vengono diligentemente raccolte dall'attuaro in diffusi processi verbali; e durano dalle dieci della mattina alle quattro pomeridiane quelle sedute, quelle infami denuncie! Con lo scopo di evitare pericolose pubblicità, la polizia ha scelto appunto quel luogo: là, infatti, il consesso giudiziario è solito di trasferirsi per interrogare i detenuti di quelle carceri; così non può dare nell'occhio il convegno segreto col Doria.

Il Doria si esprime a stento, in un italiano misto di frasi e di parole spagnuole; e continua, continua imperterrito per giorni interi, per settimane, per mesi, a svelare i movimenti dei liberali di Spagna e dei liberali d'Italia, che chiama sempre carbonari anche quando sono federati mazziniani della Giovine Italia. Racconta che un Riva, massone, avea rivelato al Governo di Madrid la tramata congiura d'un'insurrezione, e che, essendo stato dannato a morte col pugnale da' confratelli traditi, aveva anticipata la propria fine, impiccandosi a' piedi d'una croce, dopo d'avere scritta la storia dei proprii infortunii. Il Doria denuncia la spagnuola Dolores Palafox, contessa di Villamonte, dama d'onore della Corte di Madrid, congiurata, anzi la prima delle giardiniere (Carbonare) della “vendita di Madrid„. Il Doria non risparmia i supposti proprii consanguinei, e tradisce e denuncia il marchese Montaldo Doria di Genova: lo qualifica “maestro in Carboneria, generoso verso di essa, come gli ebbero a confidare lo stesso marchese e gli altri carbonari„. Denuncia anche un Filippo Doria, al quale Giuseppe Mazzini scriveva (col finto nome di Strozzi) queste precise parole in un biglietto: “Abbiate fede di fratello in chi vi presenta questa linea.„ E chi gliela presentava era il suo infame delatore, egli, Raimondo Doria! E costui denuncia anche un Antonio Doria di Genova, librajo, designandolo “come il più pericoloso, perchè il più abile.„ E denuncia con cento altri un ammirabile patrizio milanese, il marchese Camillo d'Adda Salvaterra; il quale viene preso e arrestato a Napoli dal poliziotto Bolza, degno accolito del Torresani. Condotto a Milano e rinchiuso nelle carceri di Porta Nuova, Camillo d'Adda vien tormentato da interminabili astuti interrogatorii; ma egli, con abilità meravigliosa, con eroica costanza, sa eludere le mire degl'inquisitori, mai scoprendo gli altri, mai lasciandosi sfuggire la menoma rivelazione, mai debole fra le reti capziose, fra le tempeste d'innumerevoli domande, che, colle risposte sue, empiono grossi fascicoli e buste degli archivii segreti. Giusta la procedura austriaca, i tribunali non condannavano mai, se i rei politici non avessero confessato; ma gl'indizii di reità eran tanti per quel patriota, cuor di bronzo, eroe del silenzio! Onde se lo tolsero una buona volta dagli occhi e lo bandirono a Linz.

Il marchese Doria denuncia il marchese Francesco Maria Passano di Genova, gran mastro di Carboneria; ed ecco come narra il suo primo incontro con lui presso il parroco di San Francesco d'Alvaro vicino a Genova: “Furono portati dei vini e del caffè, e, mentre questi rinfreschi giravano, io vidi che il Passano (ch'io non conosceva se non di riputazione) prese un bicchiere e, tirandosi due passi indietro, mi fece i soliti segnali carbonici.„

Denuncia il marchese Damaso Pareto, il giudice istruttore Daccorsi, l'avvocato Elia Benza, l'ufficiale d'artiglieria piemontese Luigi Boccardi, e il commediografo, intendente di finanza, Alberto Nota. Denuncia un marchese Caracciolo di Napoli, che, a quel tempo, dimorava a Genova, un segretario governativo, Pelloux, il barone Carlo Poerio. E quanti altri!

Anche per le federazioni segrete, occorrono denari; e il Doria racconta di certi fondi impiegati a Parigi, per cura del fremebondo, popolare poeta delle Fantasie: Giovanni Berchet.

Non ostante il suo indomito amore per la poesia, il Berchet era versato assai bene nelle cose commerciali e per l'educazione avuta a Milano dal padre e perchè, appena esule a Londra, s'era impratichito nella casa di commercio del milanese Ambrogio Ubicini. Ricorrevano quindi a lui fiduciosi. Il Berchet possedeva inoltre l'altro senso (così raro) dell'uomo di Stato. Lo notò giustamente Giuseppe Massari, che, anch'esso profugo, conobbe il Berchet a Parigi. Ne' Ricordi biografici del generale Alfonso La Marmora, il Massari scrive: “Il poeta nazionale Giovanni Berchet alla vivacità dell'immaginazione congiungeva uno squisito senso politico, che le amarezze dell'esilio e la lunga esperienza delle cose umane rinforzarono ed acuirono. Il suo parere era tenuto in gran pregio dal D'Azeglio e dai principali uomini politici in Piemonte.„[24] Nato a Milano nel 1783, vigoreggiava a quel tempo nel meglio della virilità. Quei fondi vennero impiegati a Parigi sotto il nome del Berchet, ma appartenevano tutti a un altro milanese, a un altro esule, a un altro cospiratore: al Marliani. Questo Marco Aurelio Marliani era un giovane signore, entusiasta ammiratore della Belgiojoso, artista e ricco; ricco quanto prodigo; onde il Doria osservava come gli esuli a Parigi erano costretti a ricorrere al serio nome del Berchet, per evitare che il Marliani profondesse i denari secondo il suo costume. Il Marliani nutriva viva passione per la musica. Compose un'opera, Ildegonda, ispirata dalla patetica novella del Grossi, su libretto del patriota modenese Pietro Giannone, poeta dell'Esule, poeta dei Carbonari, amico anch'esso della Belgiojoso. Colle più facili speranze, ei fece rappresentare nel 1837 la sua Ildegonda, prima nel Teatro Italiano di Parigi, poi alla Scala di Milano colla De Giuli-Borsi e coll'Albani, interpreti eccellenti; ma l'opera non piacque, e cadde per sempre. Non avea sortito fortuna più lieta un'altra opera sua, Il Bravo, che il tenore Duprez, il Ronconi e la Persiani aveano cantato a Napoli nel '36. Il Marliani rimase a Parigi fino al '49, quando il suo sentimento patriottico lo trascinò a Bologna, e, nell'8 maggio di quell'anno, proprio a Bologna, si fe' uccidere.... Magnifico tipo di romantico, fra i mille somiglianti che popolavano le terre d'Italia, le terre d'esilio!... Era l'amante della celebre cantatrice Giulia Grisi.

Oltre il parroco, presso il quale Raimondo Doria s'incontrò col marchese Passano, altri sacerdoti facevan parte di sètte liberali. Il sacerdote poeta Tommaso Bianchi, giovane nativo di Torno sul lago di Como, stretto fra le spire degl'interrogatorii del Bolza, nel castello di Milano, fu côlto da delirio e morì d'improvviso in carcere; forse suicida.... Il Doria denunciò che pure il vescovo d'Oporto apparteneva alle sètte liberali; così il nipote di lui, Meschita, allora ministro della polizia presso il maresciallo Soult, duca di Dalmazia. Un poliziotto cospiratore per la libertà universale! Qual prodigio!

Le denuncie dell'impune Doria (il quale poteva raccontare ciò che voleva dal momento che gli erano risparmiati i confronti cogli accusati) mettevano in moto molte penne d'impiegati, molte gambe di gendarmi; e non solo nel Regno Lombardo-Veneto; bensì anche negli altri Stati concordi coll'Austria nella caccia accanita dei liberali; stati e statarelli che alla grande vigile alleata portavano riconoscenza per gli utili avvertimenti e per le denuncie riguardo ai proprii sudditi ribelli; e la fonte principale delle denuncie e degli avvertimenti era sempre quella: il Doria.

Il Doria denunciò anche la principessa Belgiojoso.


Per due intere giornate, il miserabile parlò della principessa Belgiojoso dinanzi al consesso giudiziario di Paride Zajotti e compagni. Qui, riassumo il suo lungo racconto, ricordando ancora ch'egli, nella sua rozzezza, spesso confonde la Giovine Italia colla vecchia Carboneria.

Il Doria conobbe la principessa nel focolare dei ribelli: a Genova. Il marchese Passano di Genova, gran mastro della Carboneria, gli disse che la giovane dama lombarda era una distinta giardiniera, e che, se egli avesse bramato di conoscerla, andasse una sera al passeggio all'Acquasola.

Le giardiniere erano divise in due gradi speciali: apprendenti e maestre. La setta si serviva delle giardiniere “per sedurre (parole del delatore) impiegati e personaggi„. Usavano gli stessi toccamenti dei cospiratori; le stesse parole e segnali per riconoscersi. Costanza e Perseveranza eran le parole delle giardiniere di primo grado: Onore, Virtù, Probità eran le parole del secondo, che la principessa Belgiojoso doveva pronunciare sovente: ell'era giardiniera maestra.

Le giardiniere eseguivano fra loro e coi federati un segnale per riconoscersi: passavano la mano destra dalla spalla sinistra alla destra, descrivendo un semicerchio: poi portavano la mano stessa al cuore, e vi battevano tre volte.

Una sera d'estate, al passeggio dell'Acquasola, la bellissima principessa camminava a braccio del marchese Passano, che le presentò subito il Doria; e da allora il Doria e la principessa divennero amici. Ella credeva d'aver trovato un fratello di fede per la redenzione d'Italia....

Era appunto all'Acquasola il luogo di riunione dei cospiratori. Finito il passeggio della sera, essi si recavano là, in fondo, divisi in piccoli gruppi per non destare sospetti. Colui che dovea fare una comunicazione stringeva in pugno un bastone collo stocco, e, passando dinanzi a tutt'i confratelli, faceva loro, col bastone stesso, un segno d'intesa. Quindi saliva su un'altura dell'Acquasola; e, a poco a poco, i piccoli gruppi vi salivano anch'essi. Egli, allora, andava incontro all'uno e all'altro, comunicando con poche parole quanto dovea dire. Oggi era l'arrivo di qualche persona sospetta; domani, era l'avvertimento di qualche pericolo; e via via.

Nei colloquii che la principessa Belgiojoso teneva col marchese Doria, gli disse di conoscere Giuseppe Mazzini e di conoscere Bianca Milesi sua concittadina. L'ardente Milesi, che abbiamo veduta in uno dei precedenti capitoli, ispiratrice, amica della Belgiojoso, s'era trasferita, difatti, a Genova, dove avea sposato il medico Carlo Mojon, anch'esso acceso di patriotici ideali, anch'esso cospiratore. La principessa abitava con loro; e sappiamo come, e quando, ella sia fuggita da quella casa per riparare a Marsiglia e ad Hyères.

Il marchese Passano e Giuseppe Mazzini additarono al Doria la Milesi come maestra giardiniera. Fidandosi del Doria, la principessa non gli nascose che per la causa italiana ella avea sostenuto pecuniarii sacrificii, aggiungendo che “anche sotto questo rapporto, lo spirito dei buoni e cari cugini milanesi era eccellente„ concorrendo volentieri con forti somme alla causa comune. La principessa aggiunse (sempre secondo quanto narrava il Doria) che nella Lombardia la rete della cospirazione si estendeva sempre più e che molte in Lombardia eran le giardiniere e molti i giardini formali. Nove giardiniere costituivano un giardino formale, e tutt'i giardini formali costituivano l'avanguardia dell'occulto esercito femminile.

I lettori sanno come il Doria rivelasse, con lettera, al principe di Metternich che Felice Argenti volea trucidare Sua Altezza. Ebbene, il Doria nelle sue delazioni al consesso giudiziario di Milano, presieduto da Paride Zajotti, tendeva a far sospettare che la principessa fosse complice dell'Argenti, narrando che gli pareva avessero fatto un viaggio insieme da Genova a Livorno! E narrò anche questo:

“La principessa fu varie volte a pranzo e a colazione con me, in compagnia del Passano; e ciò nella mia stessa casa. Così, ella, partendo da Genova, affine di conservare una reciproca grata memoria, diede a me un cordone di margheritine guernite in oro e una posata d'argento dorata; ed io le diedi, in un medaglione d'oro, il mio ritratto.„

E ancora, alludendo a un ufficiale superiore austriaco, il marchese Doria ebbe il coraggio di aggiungere quest'altro racconto:

“Nei lunghi famigliari rapporti colla principessa Belgiojoso, ho potuto riconoscere che la medesima era giardiniera maestra e aveva in Milano molte amiche giardiniere anch'esse, e tutte esaltate come lei per la causa della libertà italiana. La Belgiojoso parlava bene anche di molti suoi amici egualmente settarii, fra i quali lasciava scorgere che alcuno avvicinasse la persona di Sua Altezza imperiale l'Arciduca-Vicerè. Sebbene la salute di lei fosse molto gracile (giacchè essa mi diceva d'esser soggetta a parecchi incomodi) devo giudicarla capace d'intraprendere qualunque ardita azione, perchè i suoi sentimenti sono risolutissimi.„

Quell'uomo dicea d'avere scambiati doni d'amicizia con una signora, e ne tradiva così la buona fede!... E quali menzogne racconta il basso delatore! Dice che la principessa andava a pranzo da lui col marchese Passano, e, in un altro punto, narra ch'ella andava da lui “tutta sola„! Ma nè la principessa, nè altra donna, poteva metter piede in quella casa, perchè il Doria, allora, aveva seco un'amante, la quale non tollerava rivali nè illustri nè oscure. Quell'amante terribile arrivò al punto di versargli per più giorni un veleno nelle bevande, sperando ch'egli morisse.

Un'altra menzogna (smascherata poi dallo stesso Torresani) era quella dell'ufficiale austriaco, amico della principessa, e settario.

L'idea che nell'esercito vi fosse un settario e che questo avvicinasse il vicerè Ranieri, fece prender fuoco alla polizia. Le indagini non mancarono (immaginarsi!); ma condussero a smentire il Doria. Nessun ufficiale austriaco poteva essere amico della Belgiojoso; nessun ufficiale cospirava; meno poi quello che, di tratto in tratto, avvicinava il vicerè, e ch'era un povero invalido pensionato, il colonnello degli ulani Woyma.


Il tradimento e la scelleraggine del sedicente Raimondo Doria di San Colombano furono noti ben presto ai cospiratori di Genova; i quali decisero di punirlo colla morte. Nella primavera del 1833, pochi mesi dopo le denuncie contro la Belgiojoso, uno sconosciuto, di bell'aspetto, cominciò ad avvicinare Maria De Bernardi, servente del Doria, o del signor Stefano De Gregorio, come il ribaldo si faceva chiamare a Milano. Una mattina, passando essa per lo stradone di Sant'Angelo col povero bambino del Doria al collo, incontrò quel signore e rispose ai discorsi ch'egli cominciò a tenerle con modi gentili. E, per più mattine, l'incognito (che si limitò a dichiarare chiamarsi Luigi) aspettò sulla via la domestica, offrendole la propria amicizia.... Una volta, nella tranquilla via Borgonuovo, pochi passi discosto dalla casa della bella e capricciosa contessa Giulia Samoyloff, il signor Luigi e la domestica, che andavano amichevolmente insieme, incontrarono un uomo di signorile apparenza; e il signor Luigi lo fermò subito dicendogli: “Questa è quella donna, che tiene in custodia il ragazzo del signor Stefano De Gregorio!„ Il sopraggiunto nulla disse; accarezzò il bambino, e se n'andò.

Alle cinque della mattina del 1º maggio di quell'anno 1833, il signor Luigi e la Maria si trovano soli, solissimi, nel più intimo colloquio.... fuori di Milano, alla Cascina dei Pomi; quand'ecco l'uomo afferra furente per il collo la disgraziata, e le intìma, se vuole aver salva la vita, d'avvelenare il De Gregorio, con una boccetta che leva di tasca e le porge. La donna rimane allibita; ma recisamente rifiuta di macchiarsi d'un delitto. L'altro l'atterra, colpendola forte coi pugni sullo stomaco e al capo; ma ella rifiuta ancora, rifiuta sempre, risolutissima. E il sicario le mena due coltellate al collo, e fugge.

La De Bernardi con sforzi sovrumani si leva dal suolo, e, fermando con un fazzoletto il sangue che le sgorga dalla gola, si trascina penosamente in città e batte alla porta d'una propria sorella maritata al fabbro ferrajo in via San Spirito, poco lungi, adunque, dalla casa nella quale il Doria alloggiava sulla Corsia del Giardino. Il primo pensiero della sventurata, prima ancora di porsi a letto, è di scrivere al suo padrone. Ecco la sua lettera con tutti i suoi errori:

All sig. Stefano,

“Scrivo a lei in questo momento che mi è permesso già che sonno stata mortalmente asasinata per salvare a lei la vita il resto solo comunicherò a viva voce però credo bene a prevenirlo si guarda bene già che lo vogliono a se sinare, non si sgomenti e venga da me il più presto possibile.

“di lei sua fedele serva
“Maria De-Bernardi.„

In quella stessa sera, uno dei capi più volpini della polizia, il noto Bolza, va a interrogare la servente ferita, la quale geme sul letto della sorella, ed è in preda a delirio, a vomiti, sputa sangue. Al chiarore d'un piccolo lume, il Bolza scrive un processo verbale, strappando a mala pena qualche parola dall'inferma. Quelle pagine, vergate, sulla ruvida carta dei protocolli, dalla scrittura pesante, nera dell'accanito poliziotto, rivelano tutta la scena tetra, miseranda del momento: par di sentire le risposte trarotte della donna ferita, quasi le sue parole gorgoglianti nel sangue, là in quella squallida camera di poveri operaj semibuia. La preoccupazione della servente, che per salvare il proprio padrone giacea vittima per lui, — la preoccupazione che la tormentava più delle ferite era quella d'aver mancato di fede.... come dirlo?... di fede amorosa verso il padrone. Era l'idea del tradimento d'amore commesso verso di lui che la facea smaniare; non la coscienza del tradimento del marito, povero operajo della Zecca, il quale, forse, in quel momento, chi sa? coniava le monete destinate al Doria. Tale si manifesta, qualche volta, il cuore della donna nelle modeste classi sociali, come nelle alte. Più tardi, la donna ferita viene interrogata da Paride Zajotti, per istrapparle altri dati affine di costruire un edificio d'accusa; ma quella disgraziata, sempre più affranta, non può che ripetere le dichiarazioni già fatte prima al Bolza. Il medico giudiziario dottor Caimi, visitandola cinque giorni dopo, trova che le due ferite purulente ai lati della laringe non sono pericolose di morte; pericoloso gli sembra, invece, un colpo preso sullo stomaco; e per salvare l'infelice, le cava sangue!...

Tale il fatto. Mai si seppe chi fosse il feritore e il suo misterioso compagno di via Borgonuovo; e ignoriamo se la povera servente sia vissuta dopo la tragedia; ma abbiamo motivo di credere che ne sia morta. Infatti, quando la polizia cadde nel sospetto che il feritore della De Bernardi fosse un giovane straniero, il quale viveva meschinamente a Milano dando lezioni d'inglese, certo Gregorio Codeville, denunciato qual carbonaro dal Doria, non fu possibile che il Codeville venisse fatto vedere alla domestica ferita: della disgraziata non si fa più parola!... E il Tribunal criminale, con sua nota del 22 maggio 1833, scrive alla polizia che lasci stare il Codeville, nulla risultando di criminoso contro di lui. Neppure i due arrestati Felice Argenti e Giovanni Albinola, nelle loro aperte confessioni davanti al tribunale, accusarono il maestro d'inglese. Bensì l'Argenti narrò che Raimondo Doria voleva uccidere il proprio fratello servendosi del pugnale dell'Albinola, per punire, diceva il Doria, in quel fratello uno spergiuro della Carboneria; in realtà, diceva l'Argenti, per impadronirsi degli averi di lui.

Ma come finì quello scellerato?... — Chi può saperne la fine?...

Cesare Correnti, che, liberata la Lombardia, prese qual proprio intimo segretario un Sandrini, già applicato alla cancelleria segreta del Governo austriaco prima delle Cinque Giornate, e poscia convertito al liberalismo, tentò pur egli ricerche sulla fine di quel tristo; ma invano. Non la conosceva neppure il Sandrini, il quale avea copiato, un tempo, con la sua bella scrittura, più di qualche nota sul caro marchese Doria, e che essendo “dentro alle segrete cose„, molto, troppo sapeva di cospiratori e di spie, tornando utile anche in questo al Correnti per la valutazione di certi uomini vecchi inverniciatisi a nuovo....

In alcuni Ricordi di Giuseppe Mazzini, affidati alla Biblioteca Nazionale di Firenze, e che non recano la scrittura dell'agitatore (scrittura simile un po' all'ebraica) nè lo stile suo corrusco, si legge che il Mazzini fu ascritto all'ordine della Carboneria da Raimondo Doria; ma sappiamo che il Mazzini non seguì a lungo la Carboneria, bensì, spirito originale e indipendente, le eresse un contro-altare: appunto la Giovine Italia. Non conosciamo quali relazioni dirette passarono poi fra il Mazzini e il Doria: conosciamo bensì il processo che, in seguito alle propalazioni del Doria, i tribunali di Milano ordirono contro la principessa Belgiojoso. — Vediamolo tosto.

V. Processi contro i Belgiojoso. — Cospiratrici belle.

Avventure di Felice Argenti. — Processo contro Emilio e Antonio Belgiojoso. — L'imperatore d'Austria interviene. — Processo contro la Principessa. — Ordini dell'imperatore a favore di lei. — Processo contro Teresa Kramer-Berra. — Fulvia Verri. — Anna Tinelli e Paride Zajotti. — Tornano in ballo le giardiniere! — Condanne di morte. — Lettera della Principessa al marito. — Affetti. — Nuovo esilio.

Appena il malvagio Raimondo Doria — l'impune Doria — denunciò al consesso di Paride Zajotti e compagni, che gli sembrava d'aver veduto la principessa Belgiojoso insieme coll'Argenti sul piroscafo che da Genova andava a Livorno, venne chiamato dalle carceri l'Argenti perchè dinanzi ai giudici deponesse sul conto della cospiratrice. Il Doria venne, per il momento, allontanato: e mai il nome del tristo fu pronunciato dinanzi all'Argenti; mai dinanzi agli altri accusati e traditi: e mai, forse, in tutta la sua vita, la principessa seppe del tradimento infame di colui al quale fidente avea steso la mano d'amica nelle vespertine riunioni misteriose dell'Acquasola a Genova.

Felice Argenti, baldo de' suoi ventinove anni, parea sfidare il mondo; e l'avea mezzo girato.... Nativo di Viggiù, borgo del ridente Varesotto, primeggiò ben presto fra i giovani ribelli all'Austria. Si fe' carbonaro nella Vendita di Milano, e, nel 1821, fuggì in Piemonte. Combattè in Spagna, per la Costituzione, col grado d'ufficiale; ma un esercito francese sotto gli ordini del duca d'Angoulême sbaragliò lui e i suoi fratelli d'armi e d'ideali. L'Argenti passò nel Messico, entrò in quella Carboneria, e contribuì a buttar giù dal trono l'imperatore Iturbide, un avventuriero basco, che s'era incoronato da sè, come Napoleone, facendosi chiamare Agostino I: rifugiatosi poi in Italia e a Londra, S. M. Agostino I, volendo riconquistar la corona, tornò nel Messico: ma, al suo arrivo, fu arrestato e fucilato, come, più tardi, l'infelice Massimiliano d'Austria. Stabilita nel Messico la repubblica, l'Argenti tornò ai colli nativi e si gettò nella cospirazione della Giovine Italia. A Varese, s'infiammò d'una terribil passione amorosa per una donna comune, che a lui pareva una dea. Il marito della dea, per isviare dalla propria testa il serto di Menelao, ricorse.... alle bajonette dei gendarmi. L'autorità intimò allora all'Argenti di lasciare per sempre Varese; ma l'Argenti non volle saperne; eluse la guardia dei gendarmi, che vegliavano intorno al minacciato ostello, saltò da una finestra, e, di notte, fuggì pei campi, pei clivi, ch'egli, grande cacciatore al cospetto di Nembrod, conosceva benissimo. I gendarmi lo inseguirono; egli spiccò un altro salto (quella volta da un muro) e si spezzò una gamba; ma potè ancora sfuggire alle ricerche, trascinandosi in un campo di grano, fra le cui alte spiche, nelle tenebre notturne, si nascose.

Come da caccia inutile e molesta

Tornano mesti ed anelanti i cani,

tornarono le guardie.... Spuntò l'alba. L'Argenti stette nascosto tutto il giorno, spasimando, fra il grano. Alla sera, un erculeo contadino scoperse il fuggiasco accoccolato; se lo caricò sulle spalle, e lo trasportò oltre il confine, ad Artò, dove gli aggiustarono la gamba. Grazie a Dio, l'Argenti potea correre ancora. E corse di nuovo il mondo. “Per tre volte (egli diceva) ho dissipato le mie fortune; e tre volte mi sono rialzato nell'agiatezza.„ Cercò, e trovò lavoro a Trieste, a Genova, a Livorno.... preferendo sempre le città marittime, per rifugiarsi, se inseguito, nelle navi inglesi o americane, che godevano diritto d'asilo. Fu anche a Rio Janeiro, dove fece di tutto: persino il tosacani. Scoppiata, nel luglio del 1830, la rivoluzione di Parigi, vi volò come la farfalla alla fiamma, e con undici compagni, ideò uno sbarco audace da Marsiglia in Italia per sollevarla tutta.... A capo della banda si pose un comasco, che poi si fece frate: Rocco Lironi. I dodici apostoli di libertà sbarcarono a Pietrasanta in Toscana; ma furono arrestati. L'Argenti, dal Governo toscano venne consegnato all'austriaco; ed eccolo qui ora, nelle carceri di Milano, e davanti a Paride Zajotti.

Bisogna sapere che l'Argenti si facea passare per console del Brasile a Livorno; anzi, alcuni (come il Doria) lo ritenevan veramente per tale; ma il Governo toscano mai volle riconoscerlo. L'Argenti supponeva che il diniego provenisse per volere del Metternich; da qui, più acerbo l'odio suo contro il Metternich; da qui la sua proposta di ucciderlo. Ma non il Doria, come questi si vantava col Metternich e coi giudici di Milano, non il Doria, bensì il marchese Passano s'era opposto alla truce proposta dell'Argenti. Quell'assemblea di congiurati era stata tenuta di notte, a bordo d'una nave americana, nel porto di Genova. Come dovea sembrar strana quella riunione sulle acque, con quei cospiratori, che parlavano a voce sommessa nella stiva!... E non sospettavano un Giuda fra loro!...[25]


Interrogato da Paride Zajotti (il trentino inquisitore successo al Salvotti, concittadino suo, innalzato nel frattempo a più alta dignità), l'Argenti ammette d'aver veduto bensì la principessa Belgiojoso sul piroscafo da Genova a Livorno; ma afferma di non averla mai avvicinata a terra. La principessa, infatti, avea compiuto qualche rapido viaggio con iscopo di propaganda patriotica, e per stringere le file d'una decisiva azione comune fra i patrioti; ma questi si mostravano troppo divisi da vedute politiche differenti e da passioni....

Udito l'Argenti, Paride Zajotti lo fa ricondurre nel suo carcere e chiama un altro giovane imprigionato a Porta Nuova: Giovanni Albinola, pure nativo di Viggiù e possidente. L'Albinola dice l'Argenti suo “seduttore„. Racconta, atterrito, che solo pei consigli dell'Argenti si lasciò affigliare alla Giovine Italia da Giuseppe Mazzini a Genova. Racconta del proprio giuramento prestato alla setta, in casa di Giuseppe Elia Benza; ma neppur egli depone una sillaba contro la principessa Belgiojoso. Povero giovane, trascinato in un labirinto di pericoli, pei quali non era nato, pei quali non avea la forza d'animo di Cristina Belgiojoso.


Il processo contro Cristina Belgiojoso andò di pari passo con quello contro suo marito e contro il cognato Antonio.