L’ANIMA, LA NATURA E
LA SAGGEZZA
RALPH WALDO EMERSON
L’ANIMA, LA NATURA E LA SAGGEZZA
SAGGI
1ª E 2ª SERIE
TRADUZIONE DALL’INGLESE
DEL
Prof. MARIO COSSA
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
1911
PROPRIETÀ LETTERARIA
AGOSTO MCMXI — 28476
AVVERTENZA DEL TRADUTTORE
Era mia intenzione di far precedere alla traduzione uno studio sul grande filosofo americano; ma per ragioni non dipendenti dalla mia volontà e certo non per le solite impazienti sollecitazioni dell’Editore (che anzi mi fu sempre cortese) dovetti abbandonare questo mio disegno con vivo rammarico ancorchè presentasse non poche difficoltà. Perciò ho pensato ch’era la cosa migliore, licenziando questa mia onesta fatica, evitare una prefazione fatta sul tipo di troppe prefazioni messe insieme a colpi di forbice, che hanno nessun pregio, se non quello d’un ingegnoso pasticcio.
Dopo aver passate tante ore d’intimità spirituale con l’Emerson è cresciuta in me l’ammirazione e la riverenza per la sua anima pura, per il suo spirito profondo, per la sua filosofia tutta umana; sarei un ingrato se volessi in poche linee tratteggiare la sua figura, correndo il rischio di fare una caricatura per il desiderio di comporne un rapido schizzo.
Questa è appunto la ragione che m’ha spinto ad aggiungere al volume un indice bibliografico, che è largo se non completo. Il lettore che desideri conoscere con maggior ampiezza il grande filosofo potrà trovare in esso le indicazioni necessarie.
Avverto ancora che i saggi contenuti in questo libro erano stati composti dall’Emerson per esser pronunziati ad alta voce in pubblico e non per esser riuniti in volume e presentati alla lettura. Ciò darà al lettore ragione di certe oscurità, di certi troncamenti, di certe spezzettature di stile e di pensiero, che l’intonazione viva e varia della voce avrebbe illuminate o coperte.
A me è di grande conforto ciò che scrisse Tommaso Carlyle all’apparire a Londra di questo volume nella sua veste originale: «... Noi dovremo chiamare questo libro il soliloquio di un’anima sincera, sola sotto le stelle...».
Mario Cossa.
Torino, agosto 1911.
Opere di Ralph Waldo Emerson.
- «Nature». 1836.
- Address delivered before the Senior Class in Divinity College, Cambridge. Massachusetts, 1838.
- Essays — 1st series. Boston, 1841.
- Essays — (preface by T. Carlyle). London, 1841.
- The method of Nature, an oration. Massachusetts, 1841.
- Address in the Court-House, in Concord. Massachusetts, 1844.
- Essays — 2nd series. Boston, 1844.
- Man, the reformer, a lecture. 1844.
- Man Thinking, an oration. 1844.
- Representative Men (Lectures). 1844.
- The Young American. London, 1844.
- Essays, Lectures and Orations. London, 1844.
- English traits. London, 1856.
- The conduct of Life. London, 1860.
- May-day and other pieces (poems). Massachusetts, 1867.
- Society and Solitude. London, 1870.
- Culture, Behaviour, Beauty. Massachusetts, 1876.
- Letters and Social aims. United States, 1876.
- Power, Wealth, Illusions. Boston, 1876.
- Miscellanies. Massachusetts, 1876.
- Books, Art, Eloquence. Massachusetts, 1877.
- Love, Friendship, Domestic Life. Massachusetts, 1877.
- Success, Greatness, Immortality. Massachusetts, 1877.
- Fortune of the Republic, lecture. Massachusetts, 1879.
- The senses and the Soul; two essays. London, 1884.
BIBLIOGRAFIA
- Albee John — Remembrances of Emerson. New-York, 1901.
- Alcott A. B. — R. W. Emerson, philosopher and seer. Boston, 1882, 1888.
- Arnold Matthew — Discourses on America. London, 1885.
- Cabot J. E. — Memoir of Ralph Waldo Emerson. Boston and London, 1887, 2 vol.
- Carlyle Thos. — The correspondence of Th. Carlyle and R. W. Emerson. London, 1883.
- Conway M. D. — Emerson at home and abroad. Boston (Mass.), 1882; London, 1883.
- Cooke G. W. — Emerson: his life, writings and philosophy. Boston, 1881, 1882.
- Dugard M. — Emerson: sa vie et son oeuvre. Paris, 1908.
- Emerson Edw. Waldo — Emerson in Concord: a memoir. Boston, 1889.
- Federn Karl. — Essays zur amerikanischer Litteratur. Halle, 1899.
- Forster Joseph — Four great teachers. London, 1890.
- Garnett Richard — Life of R. W. Emerson. London, 1888.
- Grimm F. H. — Neue Essays. Berlin, 1865.
- Guernsey A. H. — Ralph Emerson. New-York, 1881.
- Hague W. — R. W. Emerson (Life and philosophy). New-York, 1884.
- Hale Ed. Ev. — R. W. Emerson: together with two early essays of Emerson. Boston, 1899.
- Harris W. T. — R. W. Emerson. Boston, 1882.
- Higginson T. W. — Contemporaries. Boston, 1899, 1900.
- Holmes O. W. — R. W. Emerson. Boston, 1885.
- Husband T. F. — Emerson: a lecture. London, 1892.
- Ireland Alex. — Ralph Waldo Emerson: a biographical sketch. London, 1882.
- Lowell J. R. — My study windows. Boston, 1871.
- Morley John — Critical miscellanies. London, 1871, 1877, 1888.
- Robertson J. M. — Modern Humanists. London, 1891, 1901.
- Roz Firmin — L’idéalisme américain. «Revue des Deux Mondes». Paris, 1902.
- Sanborn F. B. — The genius and character of Emerson. Boston, 1885.
- Santayana George — Interpretation of poetry and religion. New-York, 1900.
- Scudder H. E. — Men and letters. Boston, 1887.
- Scarle John. — Emerson: his life and writings. London, 1895.
- Stewart G. J. — Select writings from reviews: second series. Quebec, 1893.
- Thayer W. R. — The influence of Emerson. Boston, 1886.
PRIMO SAGGIO LA STORIA
C’è una sola mente comune a tutti gli uomini individui.
Ciascun uomo è adito ad essa ed a tutto ciò che ad essa appartiene.
Colui, che una volta è ammesso al diritto della ragione, diviene completamente libero; ciò che Platone ha pensato, egli può pensare, ciò che un santo ha sentito, egli può sentire, ciò che in ogni tempo a ciascun uomo è accaduto, egli può comprendere. Chi possiede questa universale mente partecipa di tutto ciò che è o può essere fatto, poichè questa è l’unico e sovrano agente.
La storia è il complesso delle opere della mente. Il suo genio è illustrato dall’intero svolgersi del tempo; l’uomo in nessun modo comprensibile, diviene tale per mezzo della sua storia. L’umano spirito, senza precipitazione, senza riposo, s’appresta fin dal principio a raggruppare ogni facoltà, ogni pensiero, ogni emozione che gli appartenga, intorno ad appropriati eventi. Ma il pensiero precede il fatto; tutti i fatti della storia preesistono nella mente come leggi. Ciascuna legge è a sua volta il prodotto di circostanze predominanti, ed i limiti di natura danno potere ad una sola per volta. Un uomo è l’intera enciclopedia dei fatti.
La creazione di mille foreste sta in un solo seme; e l’Egitto, la Grecia, Roma, la Gallia, la Britannia, l’America, stanno già rinchiuse nel primo uomo.
Successivamente campo, regno, impero, repubblica, democrazia, sono semplicemente l’applicazione del molteplice spirito umano al molteplice universo.
L’umana mente scrisse la storia e deve leggerla. Come la Sfinge doveva risolvere i suoi propri enimmi, così il complesso della storia, che sta in un uomo, dev’essere totalmente spiegato dall’individuale esperienza. C’è una relazione fra le ore della nostra vita ed i secoli del tempo. Come l’aria ch’io respiro è tratta dai grandi depositi della natura, come la luce sul mio libro è prodotta da un astro, distante cento milioni di miglia, come il peso del mio corpo dipende dall’equilibrio tra le forze centrifughe e quelle centripete; così le ore dovrebbero essere create dalle età e le età spiegate dalle ore.
Ogni singolo uomo è ancora un’incarnazione della mente universale. Tutte le sue proprietà consistono in lui: ogni passo, nella sua privata esperienza, getta una luce su ciò che grandi masse d’uomini hanno fatto, e le crisi della sua vita conducono alle crisi nazionali. Ogni rivoluzione fu in antecedenza un pensiero nella mente di un solo uomo; quando lo stesso pensiero sorge in un altro uomo, s’ha la chiave che apre quel periodo. Ogni riforma fu una volta una personale opinione; e quando un’altra volta diverrà opinione personale, essa scioglierà il problema dell’età. Il fatto narrato, deve corrispondere a qualche cosa in me, che sia credibile od intelligibile: così quando noi leggiamo, dobbiamo trasmutarci in greci, romani, turchi, sacerdoti e re, martiri e giustizieri; dobbiamo unire queste immagini, nella nostra segreta esperienza, a qualche realtà o noi vedremo nulla, impareremo nulla, riterremo nulla. Quanto accadde ad Asdrubale od a Cesare Borgia non è maggiore illustrazione delle forze e delle depravazioni della mente, di quanto non sia ciò che è accaduto a noi. Ciascun movimento politico e ciascuna legge nuova ha significazione per voi. State dinnanzi a ciascuna delle sue tavole e dite: «Ecco uno dei miei manti: Sotto questa fantastica o graziosa od odiosa maschera, la mia proteiforme natura celò sè stessa». Ciò rimedia al difetto della nostra troppo grande prossimità a noi stessi; ciò pone le nostre proprie azioni in prospettiva; e come i granchi, i capri, gli scorpioni, la bilancia e l’acquario, perdono ogni loro meschinità, quando si riflettono come segni nello Zodiaco, così io posso contemplare senza disgusto i miei propri vizi, nelle lontane figure di Salomone, di Alcibiade e di Catilina.
È questa natura universale che dà valore agli uomini e alle cose. La vita umana che la contiene, è misteriosa ed inviolabile e noi la cingiamo di pene e di leggi. Tutte le leggi traggono di qua la loro ultima ragione, tutte esprimono infine reverenza a qualche comando di questa illimitata essenza suprema. La proprietà pure tiene dell’anima, copre grandi fatti spirituali e noi istintivamente aderiamo, a tutta prima, ad essa con spade e leggi, e con ampie e complesse combinazioni. L’oscura coscienza di questo fatto è luce del nostro giorno, il diritto dei diritti, lo scopo dell’educazione, della giustizia, della carità, il fondamento dell’amicizia e dell’amore, dell’eroismo e della grandezza, che appartiene alle azioni derivate dalla fiducia in se stesso. È notevole che involontariamente noi sempre leggiamo come se fossimo superiori. La storia universale, i poeti, i romanzieri, nelle loro grandiose descrizioni — nei palazzi sacerdotali ed in quelli imperiali, nei trionfi della volontà e del genio, in alcun luogo infine non perdono la nostra attenzione; ma piuttosto ciò è vero che nei loro tratti più grandi, là noi ritroviamo maggiormente noi stessi. Quel ragazzo, che legge nell’angolo, sente esser vero per se stesso, tutto ciò che Shakespeare dice del re. Noi simpatizziamo con i grandi momenti della storia, con le grandi scoperte, con le grandi resistenze, con le grandi prosperità degli uomini, perchè la legge fu promulgata, il mare fu esplorato, la terra fu scoperta o il colpo fu dato per noi, come noi stessi vorremmo aver fatto od applaudito.
Così è riguardo alla condizione ed al carattere. Noi onoriamo il ricco, perchè egli ha esteriormente la libertà, il potere ed il favore che noi sentiamo esser propri all’uomo, propri a noi. Così, tutto ciò che è detto dell’uomo saggio dallo storico o dall’orientale o dal moderno studioso, descrive a ciascun uomo la sua propria idea, descrive il suo inarrivato, ma raggiungibile se stesso. Ogni letteratura delinea il carattere dell’uomo saggio; ogni libro, monumento, pittura, conversazione, è il ritratto nel quale il saggio trova i lineamenti, di cui è modellato. Il silenzio e le voci risonanti lodano lui e l’avvicinano, ed egli è stimolato dovunque vada, come da personali illusioni. Un’anima buona e saggia però non deve mai cercare, nel discorso, allusioni personali e lodative. Egli sente la lode, ma non di se stesso, bensì, lode più dolce, di quel carattere cui egli aspira, che è descritto in ogni parola concernente il carattere stesso e più ancora da ogni fatto, che accade nel fluente fiume, o nel fremente grano. La lode è cercata, l’omaggio è offerto, l’amore fluisce dalla natura silenziosa, dalle montagne, dagli splendori del firmamento. Questi avvertimenti, versati a goccie, come se provenissero dal sonno e dalla notte, usiamoli in pieno giorno. Lo studente deve leggere la storia attivamente e non passivamente; deve considerare la sua propria vita il testo, ed il libro il commento. Così costretta, la Musa della storia pronunzierà gli oracoli che giammai disse a quelli, che non rispettano se stessi. Io non ho speranza che bene leggerà la storia alcuno di coloro, i quali pensano che quanto fu fatto in una remota età, da uomini il cui nome risuonò lontano, abbia qualche più profondo senso di ciò che si fa oggi. Il mondo esiste per l’educazione di ciascun uomo. Non c’è età o condizione di società, o modo di azione nella storia, che non corrisponda in qualche modo alla sua vita. Ogni cosa tende nel più meraviglioso modo a rimpicciolir se stessa ed a cedere a lui la sua propria virtù. Egli dovrebbe osservare che potrebbe rivivere tutta la storia nella sua propria persona. Egli deve rimanere nella sua casa, forte e potente, e non sopportare vessazione di re od imperi; egli deve sapere che egli è più grande di tutta la geografia e di tutto il governo del mondo; egli deve rimuovere il punto di vista, dal quale la storia è comunemente letta, cioè da Roma, da Atene, da Londra, a se stesso, e non rifiutare il suo convincimento che egli è la Corte e se l’Inghilterra o l’Egitto hanno qualche cosa da dire a lui, egli giudicherà, altrimenti tacciano per sempre. Egli deve cogliere e ritenere quella sublime visione, in cui i fatti concedono il loro segreto senso ed in cui annali e poesia sono eguali. L’istinto della mente e l’intento della natura denunciano se stessi, sull’uso che noi facciamo delle insigni narrazioni della storia. Il tempo smussa alla luce del sole l’angolarità dei fatti. Nessun’àncora, nessuno schermo, nessuna gomena, giovano a mantenere un fatto come tale; Babilonia, Troia, Tiro, ed anche la prima Roma stanno già passando nella leggenda.
Il giardino dell’Eden, il sole immobile sul Gibeone, è poesia, d’allora in poi, di tutte le nazioni. Chi si cura di ciò che fu il fatto, quando noi l’abbiamo trasformato in una costellazione da appendere nel cielo come immortale segno? Londra, Parigi, e New-York debbono fare lo stesso cammino. «Che cos’è la storia» disse Napoleone «se non una favola convenuta?» Questa nostra vita è connessa con l’Egitto, la Grecia, la Gallia, l’Inghilterra, la guerra, la colonizzazione, la chiesa, la corte, il commercio, come con altrettanti fiori e ornamenti gravi e lieti. Io non farò un’enumerazione di essi. Io credo nell’eternità. Io posso trovare la Grecia, la Palestina, l’Italia, la Spagna e le isole, il genio ed il principio informatore di ciascuna e di tutte le cose nella mia propria mente. Noi ci imbattiamo sempre nella nostra privata esperienza con i fatti, che nella storia ci hanno commossi e con quella li constatiamo. Tutta la storia allora diviene subiettiva: in altre parole non c’è propriamente Storia, ma soltanto Biografia. Ogni anima deve sapere per se stessa tutta la lezione, deve percorrere tutta la terra. Ciò che essa non vede, ciò che essa non vive, essa non conoscerà. Ciò che la passata età ha compendiato in una formula o legge per manipolare convenienza, essa perderà la gioia di verificare, per l’inciampo di quella legge. Ma in un modo o nell’altro, in un tempo o nell’altro, essa domanderà e troverà il suo compenso per questa perdita, col rifare lo stesso lavoro. Ferguson scopri nell’astronomia molte cose che da lungo erano conosciute. — Meglio per lui.
La storia dev’essere questo o è nulla. Ogni legge che lo stato promulga, indica un fatto nell’umana natura: questo è tutto. Noi dobbiamo nella nostra propria natura vedere la necessaria ragione di ogni fatto, vedere come esso poteva e doveva essere. Con questo convincimento volgiamo la nostra attenzione ad ogni opera pubblica o privata, ad una orazione di Burke, ad una vittoria di Napoleone: ad un martirio di Tommaso Moro, di Sidney, di Marmaduke Robinson, ad un Regno del Terrore, ad un Salem impiccante le streghe, ad un fanatico risorgimento, al magnetismo animale di Parigi e alla Provvidenza. Noi concludiamo allora che, sotto eguale influenza, noi saremmo egualmente commossi e compiremmo la stessa opera, e noi aspiriamo a padroneggiare intellettualmente i passi e raggiungere la stessa altezza e la stessa degradazione, che il nostro simile ha raggiunta.
Ogni investigazione nell’antichità, ogni curiosità riguardante le Piramidi, le città dissepolte, Stonehenge, il Messico, Memphi, non è che il desiderio di sopprimere quei feroci e selvaggi e assurdi «là» «allora» per porvi invece il «qui» o «l’oggi»; è bandire il non «io» e porre «l’io»; è abolire la differenza e restaurare l’unità. Belzoni scava e misura nelle tombe e nelle piramidi di Tebe, finchè egli giunge al termine della differenza fra la mostruosa opera e se stesso. Quand’egli ha dimostrato a se stesso, nelle generali e nelle particolari cose, che quella fu compiuta da un uomo simile a lui, armato come lui e per fini, per i quali egli stesso, in date circostanze avrebbe operato, allora il problema è risolto; il suo pensiero vive lungo l’intera teoria dei templi, delle sfingi, delle catacombe; passa tra essi in tutto simile ad un’anima di creatore, con gioia, ed essi rivivono nella mente, ovvero sono «oggi».
Una cattedrale gotica afferma che essa fu costrutta da noi e non da noi. Certamente essa fu fatta da un uomo, che noi non troviamo nell’uomo del nostro tempo. Noi allora applichiamo noi stessi alla storia della sua produzione; poniamoci nel momento e nella condizione storica del costruttore: ricordiamo gli abitanti delle foreste, i primi templi, l’affinità al primo tipo e la decorazione di esso, quando la ricchezza della nazione s’accresceva: ricordiamo il valore che è dato al legno, riferito all’intero cumulo granitico della cattedrale. Quando noi siamo passati per questo processo e siamo giunti alla chiesa cattolica, alla sua croce, alla sua musica, alle sue processioni, ai suoi giorni dei santi e culto delle immagini, noi siamo stati l’uomo che fece la cattedrale; noi abbiamo veduto quanto poteva e doveva essere: noi abbiamo la sufficiente ragione.
La differenza tra gli uomini sta nel loro principio d’associazione. Alcuni classificano gli oggetti a seconda del colore, della forma o di altre apparenze accidentali; altri a seconda di una intrinseca somiglianza o della relazione tra causa ed effetto. Il progresso dell’intelletto consiste in una più chiara visione di cause che tralascia le superficiali differenze. Al poeta, al filosofo, al santo, tutte le cose sono amiche e sacre, tutti gli eventi giovevoli, tutti i giorni benedetti; tutti gli uomini divini. Poichè l’occhio è legato alla vita, sprezza la circostanza. Ogni sostanza chimica, ogni pianta ed ogni animale, nel suo crescere, ammonisce sull’unità della causa e la varietà dell’apparenza.
Perchè, essendo circondati, come noi siamo, da questa omnigena natura, tenera e fluida come una nube o l’aria, saremmo tali difficili pedanti da magnificare poche forme? Perchè terremmo noi calcolo del tempo, della grandezza, dell’esteriorità? L’anima non conosce queste cose, ed il genio, obbedendo alle sue leggi, sa scherzare con esse, così come un ragazzo scherza con i vecchi e nelle chiese. Il genio studia il pensiero causale, e, molto addentro nelle viscere delle cose, vede i raggi partentesi da una sola orbita, che diverge prima ch’essi si stendano per infiniti diametri. Il genio vigila la monade a traverso tutte le sue sembianze, mentre egli rappresenta la metempsicosi della natura. Il genio sorprende attraverso la mosca, il verme, il bruco, l’uovo, il tipo costante dell’individuo; scopre, fra innumerevoli individui, le specie fissate; attraverso molte specie, il genere; attraverso tutti i generi, il costante tipo; attraverso tutti i regni della natura organica, l’eterna unità. La natura è una mutevole nube che è sempre e mai la stessa. Essa trasmuta lo stesso pensiero in moltitudini di forme, come il poeta fa venti favole con una sola morale. Bello riluce uno spirito attraverso la brutalità e la durezza della materia. Sola, onnipotente, essa converte tutte le cose al suo proprio fine. Il diamante splende nella più pura e precisa forma, ma mentre io lo guardo, la linea esteriore e la sua struttura sono interamente cambiate. Così nulla è più variante della forma, eppure essa mai rinnega completamente se stessa. Nell’uomo noi ancora rintracciamo gli accenni ed i rudimenti di tutto ciò che noi stimiamo segni di servilismo nelle razze inferiori, pure in lui essi rialzano ed aumentano la sua nobiltà e grazia; così Io, in Eschilo, trasformata in giovenca, offende l’imaginazione; ma quanto cambiata allorchè come Iside in Egitto, essa incontra Giove, non avente più nulla della metamorfosi, eccetto che le corna a mezzaluna, quali splendidi ornamenti della sua fronte!
L’identità della storia è ugualmente intrinseca, la diversità ugualmente manifesta. C’è alla superficie infinita varietà di cose, al centro c’è semplicità e unità di causa. Quanti sono gli atti di un solo uomo, nei quali noi riconosciamo lo stesso carattere! Rivolgiamo la nostra attenzione alle fonti della nostra conoscenza del genio greco: per prima cosa noi abbiamo la storia civile di quel popolo, come Erodoto, Tucidide, Senofonte, Plutarco, ce la diedero; da essa noi sufficientemente sappiamo chi fu questo popolo e che cosa fece. La sua anima la troviamo ancora espressa per noi, nella sua letteratura, nei poemi, nel teatro, nella filosofia, in una forma completa; più ancora nella sua architettura, la più pura e sensuale bellezza, il perfetto «medium» che mai oltrepassa il limite della convenienza, della grazia incantevole. Nella scultura poi — l’ago sulla bilancia dell’espressione — noi maggiormente vi troviamo la sua anima, sotto ogni aspetto, in ogni azione, in ogni età di vita, attraverso tutte le condizioni, da Dio alla bestia, e mai oltrepassante l’ideale serenità, se non nello sforzo convulso d’essere obbediente all’ordine e alla legge. Così noi abbiamo del genio d’un popolo quattro diverse manifestazioni, la più varia espressione d’un solo valore morale: ed infatti che cosa v’è di più dissimile per i sensi che un ode di Pindaro, un marmo del Centauro, il peristilio del Partenone e le ultime gesta di Focione? Eppure queste varie esteriori espressioni derivano da una sola mente nazionale.
Ciascuno avrà osservato aspetti e forme, che, pur non avendo somiglianza, producono un’egual impressione nello spettatore. Una particolare pittura o un gruppo di versi, se non suscitano lo stesso seguito di immagini, risvegliano lo stesso sentimento che l’ascendere una montagna selvaggia, sebbene l’affinità non sia evidente ai sensi, ma occulta e al di là del limite dell’intelligenza. La natura è un’infinita combinazione e ripetizione di pochissime leggi: essa sommessamente canta il vecchio e ben conosciuto motivo in innumerevoli variazioni.
La natura ha una sublime rassomiglianza di famiglia in tutte le sue opere e con le più inaspettate affinità ci meraviglia. Io ho veduta la testa di un vecchio capo indiano della foresta, che ad un tratto mi ricordò la rotonda e calva sommità d’una montagna ed il solco delle sopraciglia di quella, gli strati della roccia di questa. Ci sono degli uomini, i cui atteggiamenti hanno lo stesso essenziale splendore della semplice e magnifica scultura dei fregi del Partenone e degli avanzi della prima arte greca. Vi sono composizioni, che per il loro carattere, noi troviamo nei libri di tutte le età. Che cosa è l’Aurora di Guido Reni, se non un mattutino pensiero e in essa i cavalli se non una mattutina nube? Se qualcuno vorrà solo osservare la varietà di azioni, alle quali è ugualmente portato in certi stati di mente, e la varietà di quelle a cui è avverso, vedrà quanto è recondito il legame dell’affinità.
Un pittore mi diceva che nessuno può disegnare un albero, senza divenire in qualche modo un albero: che il disegnare un bambino non è semplicemente studiare il contorno delle sue forme, ma vigilare per qualche tempo i suoi movimenti, i suoi giuochi, e allora il pittore penetra la natura di lui e può rappresentarlo a volontà in ogni atteggiamento. Così Roos «entrò nella più segreta natura d’una pecora». Io conobbi un disegnatore, impiegato in un pubblico ufficio, il quale non poteva disegnare delle roccie, finchè non conosceva la loro struttura geologica.
Che cosa si può dedurre da tali fatti se non questo: che in un certo stato di pensiero si trova la comune origine di opere molto diverse? È lo spirito e non il fatto, che è identico. Col discendere giù nella profondità dell’anima e non con il faticoso acquisto di molte abilità manuali, l’artista attinge il potere di destare altre anime ad una data attività.
È stato detto che «le anime comuni rimunerano con ciò che fanno, le anime più nobili con ciò che sono». E perchè? Perchè un’anima, traendo vita dalla grande profondità dell’essere, risveglia in noi, con le sue azioni e le sue parole, con i suoi aspetti ed i suoi modi, quello stesso potere e quella stessa bellezza che una galleria di scultura e di pittura suole suscitare.
La storia civile, la storia naturale, la storia dell’arte, della letteratura, debbono essere spiegate dalla storia individuale o debbono restar parole. Nulla v’è che non abbia rapporto con noi; nulla che non ci interessi: regno, scuola, albero, cavallo; le radici di tutte le cose sono nell’uomo. È nell’anima che l’architettura esiste. Santa Croce e la Basilica di S. Pietro sono imperfette copie d’un divino modello. La cattedrale di Strasburgo è un materiale riflesso dell’anima di Erwin von Steinbach. Il vero poema è la mente del poeta; la vera nave è il costruttore della nave. Se potessimo vedere dentro ad un uomo, noi troveremmo la sufficiente ragione dell’ultima fioritura della sua opera; così ogni spina e colore della conchiglia marina preesistono nei secernenti organi del pesce. Il nocciolo dell’araldica e della cavalleria è nella cortesia. Un uomo di modi cortesi pronuncierà il vostro nome con tutto l’ornamento, che i titoli nobiliari potrebbero ad esso aggiungere.
L’esperienza quotidiana sempre conferma a noi qualche vecchia tradizione e trasmuta in fatti, parole e segni che noi abbiamo uditi e veduti senza porvi attenzione. Arreco come esempi, quelli che cadono nel campo d’osservazione di ciascun uomo, e che pur essendo fatti comuni, giovano ad illustrare grandi e cospicui fatti.
Una signora, con la quale cavalcava nella foresta, mi diceva che le selve le parevano sempre «aspettare», come se i genî che le abitano, interrompessero le loro opere, finchè il viandante fosse oltrepassato. Questo è precisamente il pensiero che la poesia ha celebrato nella danza delle Fate, le quali s’arrestano all’approssimarsi di un passo umano. L’uomo, che ha veduto la saliente luna sgusciare a mezzanotte dalle nubi, è stato presente, come un arcangelo, alla creazione della luce e del mondo. Io mi ricordo d’un giorno estivo, in cui un mio compagno mi additò una larga nube, che s’estendeva per un quarto di miglio lungo l’orizzonte, interamente a forma di cherubino, quali sono dipinti nelle chiese: una massa tonda nel centro, ch’era facile vivificare con gli occhi e la bocca, sorretta da entrambi i lati da ali tese e simmetriche. Ciò che appare una volta nell’orizzonte, può apparire sovente e quella nube fu certamente l’archetipo di quel familiare ornamento. Io ho veduto nel cielo una catena di fulmini estivi, i quali ad un tratto mi rivelarono che i greci disegnarono dal vero, quando dipinsero la saetta nella mano di Giove. Io ho veduto un ammasso di neve lungo le pareti di pietra d’un muro, che evidentemente diede l’idea del comune zoccolo, che accerchia una torre.
Col semplice porre noi stessi in nuove circostanze, noi senza tregua di nuovo scopriamo le leggi e gli ornamenti dell’architettura, e vediamo come semplicemente ciascun popolo abbia ornate le sue primitive case. Il tempio dorico presenta ancora una rassomiglianza con la selvatica capanna, nella quale il Dorico abitò. La pagoda chinese è chiaramente una tenda tartara. I templi indiani ed egiziani ancora palesano i terrapiani e le sotterranee case degli antichi. «L’uso di fare case e tombe nella pietra viva» dice Heeren nelle sue Ricerche sugli Etiopi «stabilì molto chiaramente il carattere dell’architettura Nubio-egiziana, indirizzandola a quella colossale forma, ch’essa assunse. In queste caverne già preparate dalla natura, l’occhio s’era abituato alle forme grandi e massiccie, cosicchè quando l’arte venne in aiuto della natura, essa non potè muoversi su piccola scala senza avvilir se stessa. Che cosa sarebbero sembrate le statue di grandezza usuale o i portici e le ali, unite a quelle gigantesche aule, dinnanzi alle quali solo i colossi potevano sedere come sentinelle od appoggiarsi alle colonne dell’interno?»
La chiesa gotica derivò semplicemente da un rozzo adattamento degli alberi della foresta, con tutti i loro rami, ad una festosa e solenne arcata, e i vincoli attorno alle colonne indicano ancora i verdi vimini che li strinsero. Nessuno può passare per un sentiero tagliato attraverso una foresta di pini, senza essere colpito dell’architettonica apparenza di essa, specialmente nell’inverno — quando la nudità degli altri alberi, mostra il basso arco dei Sassoni. Chiunque potrà in una foresta osservare, durante un invernale pomeriggio, l’origine delle finestre colorate, che adornano le cattedrali gotiche, per mezzo dei colori del cielo occidentale veduti attraverso i nudi ed incrociantesi rami della selva. Nessun innamorato della natura può entrare nei vecchi edifizi di Oxford o nelle cattedrali inglesi, senza sentire che la foresta dominò la mente del costruttore e che la sua sega, il suo scalpello, la sua pialla, sempre riprodussero le vette fiorite, le felci, le locuste, il pino, la quercia, l’abete, il rovere di quella.
La cattedrale gotica è una fioritura in pietra, determinata dall’insaziabile desiderio d’armonia dell’uomo. La montagna di granito si trasmuta in un eterno fiore, con la leggerezza e la delicata finezza della prospettiva e delle aeree proporzioni della bellezza vegetale.
In ugual modo tutti i pubblici fatti debbono essere individualizzati, e tutti i fatti privati generalizzati. Solo allora la storia diviene ad un tratto fluida e vera, e la biografia profonda e sublime. Come il persiano imitò negli agili fusti e nei capitelli della sua architettura lo stelo del fior di loto e della palma, così la corte persiana, nella sua grandiosa età, giammai desistette dal nomadismo delle sue barbare tribù, ma peregrinò da Ecbatana, sul finir di primavera, a Susa in estate ed a Babilonia in inverno.
Nei primordi della storia d’Asia e d’Africa, il nomadismo e l’agricoltura sono i due fatti antagonistici. La geografia dell’Asia e dell’Africa richiedeva una vita nomade. Ma i nomadi erano il terrore di quelli, che la terra ed i guadagni d’un mercato avevano indotto a costruir città. L’agricoltura fu pertanto un obbligo religioso a causa dei pericoli che allo stato derivavano dal nomadismo. E in queste civili contrade d’Inghilterra e d’America, l’urto di queste tendenze ancora s’agita in ciascun individuo. Noi tutti siamo girovaghi e stazionari, a seconda delle vicende ed a seconda di vicende rapide e piacevoli. I nomadi d’Africa sono forzati a peregrinare in causa degli assalti del tafano, che fa impazzire il bestiame e obbliga la tribù ad emigrare nella stagione piovosa ed a condurre il bestiame in più alte regioni sabbiose. Il nomade d’Asia continua la pastura di mese in mese. In America e in Europa, il nomadismo è il risultato del commercio e della curiosità: e dal tafano di Astabora all’anglo ed italomania di Boston-Bay certamente v’è un progresso. La differenza fra gli uomini, sotto questo aspetto, sta nella facoltà del rapido adattamento e nel potere di trovar dovunque la sedia ed il letto, potere ed adattamento che uno ha ed un altro non ha. Alcuni uomini hanno tanto dell’indiano mancato, hanno costituzionalmente tali abiti di accomodamento, che al mare o nella foresta o nella neve, essi dormono comodamente e pranzano con lo stesso buon appetito e s’affratellano così lietamente, che nelle loro case. E se noi portiamo questo vecchio fatto ad un grado più alto, noi possiamo considerarlo il rappresentante d’un avvenimento permanente nell’umana natura.
Il nomadismo intellettuale è la facoltà dell’oggettivismo o la facoltà degli occhi di rimunerarsi ovunque. Chi ha questi occhi trova ovunque facili relazioni con il suo compagno-uomo. Ciascun uomo, ciascuna cosa, è un pregio, uno studio, una proprietà per lui e questa sua benevolenza spiana il suo ciglio, unisce lui agli uomini e lo fa bello e caro al loro sguardo. La sua casa è una vettura, ed egli vaga attraverso tutte le latitudini così facilmente come un Calmucco. Ogni cosa che l’individuo vede, corrisponde ai suoi stati di mente ed è a sua volta a lui intellegibile, mentre il suo progressivo pensiero lo conduce alla verità, alla quale questo fatto o serie di fatti appartengono.
Il mondo primitivo, io posso ricercarlo in me stesso, così bene com’io posso frugarlo, con tremanti dita, nelle catacombe, nelle biblioteche e negli infranti rilievi e torsi delle sue ville abbattute.
Qual’è il fondamento dell’interesse, che tutti gli uomini provano per la storia greca, le lettere, l’arte, la poesia, in tutti i suoi periodi, dall’età eroica ed omerica, fino alla domestica vita degli spartani e degli ateniesi, quattro o cinque secoli più tardi? Questo periodo ci attrae perchè noi siamo greci. Esso è uno stato attraverso il quale ciascun uomo in qualche modo passa. Il periodo greco è l’êra della natura corporea, della perfezione dei sensi, della spirituale natura svelata in istretta unità col corpo. In ciò esistettero quei corpi umani, che provvidero allo scultore i modelli di Ercole, Febo e Giove; non certo tali sono le figure che abbondano nelle strade delle moderne città, in cui v’è un confuso tentativo di lineamenti ed in cui le orbite sono così formate, che sarebbe impossibile agli occhi di guardar di sbieco e di lanciar sguardi da una parte o dall’altra, senza volgere interamente il capo.
I costumi di quell’età sono schietti e fieri. Si rende pubblicamente onore per personali qualità, per il coraggio, l’accorgimento, la padronanza di sè, la giustizia, la forza, la rapidità, la voce tonante, il petto ampio. Il lusso non è conosciuto, così l’eleganza. La popolazione sparsa e il bisogno rende ciascun uomo servitore di se stesso: cuoco, macellaio e soldato; l’abito di provvedere alle proprie necessità educa il corpo a meravigliose azioni.
Tali sono gli Agamennoni e i Diomede di Omero e non molto diversa è la descrizione che Senofonte fa di se stesso e dei suoi compagni nella Ritirata dei Diecimila: «Dopochè l’armata ebbe attraversato il fiume Teleboa nell’Armenia, lì cadde molta neve e le truppe giacquero miserevolmente sulla terra, coperte da essa. Ma Senofonte s’alzò ignudo e, presa una scure, cominciò a spaccar legna; allora gli altri pure s’alzarono e fecero lo stesso». In tutto il suo esercito pare vi fosse un’illimitata libertà di parola. Essi vengono a contesa per il bottino; discutono con i generali ad ogni nuovo ordine e Senofonte è linguacciuto come alcun altro e più linguacciuto che i più, e rende pane per focaccia. Chi non vede che questa è una truppa di grandi ragazzi con lo stesso codice d’onore e la stessa rilassata disciplina?
La superba bellezza dell’antica tragedia e di tutta la letteratura consiste in ciò, che i personaggi parlano semplicemente, come persone dotate di molto buon senso, prima ancora che la riflessione sia divenuta l’abito predominante della mente. La nostra ammirazione per l’antico non è ammirazione del «vecchio», ma del «naturale». I greci non sono riflessivi, ma sono perfetti nei loro sensi, perfetti nella loro salute, con la più sottile organizzazione fisica del mondo. Adulti operano con la semplicità dei bambini. Essi facevano vasi, tragedie, statue, guidati dall’equilibrio perfetto dei loro sensi, vale a dire con buon gusto. Tali cose si continuarono a fare in tutte le età ed anche ora, dovunque esista un fisico vigoroso; ma come una classe, per la loro superiore organizzazione, essi hanno superato tutti. Essi fondono insieme l’energia della maturità colla seducente incoscienza della fanciullezza, e la nostra reverenza per essi è reverenza per la fanciullezza. Nessuno può pensare ad un atto inconscio o con compatimento o con disprezzo. Bardo od eroe, nessuno può guardar dall’alto la parola od il gesto di un fanciullo. Esso è grande come loro. La seduzione dei loro costumi è tale, perchè essi appartengono all’uomo e sono da esso conosciuti, per esser stato, ciascuno uomo, fanciullo un tempo, e perchè ci sono individui che serbano tali caratteristiche. Una persona dotata di genio fanciullesco e di innata energia è ancora un greco e rivive il nostro amore per la musa dell’Ellade. Un grande fanciullo ed una grande fanciulla, di buon senso, sono greci. Bello è l’amore della natura in Filottete, e nel leggere quelle sottili apostrofi al sonno, alle stelle, alle roccie, alle montagne, alle onde, io sento il tempo trascorrere come un rifluente mare. Io sento l’eternità dell’uomo, l’identità del suo pensiero. Il greco ebbe, così pare, gli stessi compagni, che io ho. Il sole e la luna, l’acqua ed il fuoco, incontrarono il suo cuore precisamente come questi incontrarono il mio. Allora la vantata distinzione fra greco ed inglese, fra scuola classica e romantica, appare una pedante e superficiale distinzione. Quando un pensiero di Platone diviene pensiero mio, quando una verità che divampò nell’anima di Pindaro, divampa nella mia, il tempo è più nulla. Quando io sento che noi due c’incontriamo in una percezione, che le nostre due anime sono tinte dello stesso colore, e si fondono in una sola, perchè dovrei io misurare i gradi di latitudine e contare gli anni d’Egitto?
Lo studente interpreta l’età della cavalleria mediante la sua propria età della cavalleria e le avventure di mare e di circumnavigazione, mediante la sua propria parallela esperienza in miniatura. Per la consacrata storia del mondo egli ha la stessa chiave. Quando la voce d’un profeta, dagli abissi dell’antichità, è semplicemente eco d’un sentimento della sua propria infanzia, d’una preghiera della sua propria giovinezza, egli allora giunge alla verità attraverso la confusione delle tradizioni e la caricatura delle istituzioni.
Rari, bizzarri spiriti vengono a noi di tempo in tempo che ci rivelano nuovi fatti della natura. Io vedo che gli uomini di Dio hanno sempre camminato tra gli uomini ed hanno fatto sentire nel cuore e nell’anima del più comune uditore, la loro missione. Onde, evidentemente, il tripode, il sacerdote, la sacerdotessa, furono ispirati dal divino afflato.
Gesù meraviglia e soggioga un popolo sensuale. Essi non possono unire lui alla storia e riconciliarlo con se stessi, ed allora s’apprestano a venerare le loro intuizioni e ad aspirare alla vita santa, mentre la loro stessa devozione spiega ogni fatto ed ogni parola.
Come facilmente le vecchie adorazioni di Mosè, di Zoroastro, di Socrate, di Meno, s’adagiano nella mente. Io non posso trovare in esse alcuna antichità. Esse sono tanto mie quanto loro.
Io ho visto il primo monaco ed anacoreta, senza traversare mari e secoli. Più d’una volta qualcuno è apparso a me, pregando in nome di Dio, così trascurante del lavoro, così imponente nella sua contemplazione, come se rincarnasse, nel XIX secolo Simeone lo stilista, la Tebaide ed il primo Cappuccino.
L’arte sacerdotale dell’est e dell’ovest, del Bramino, del Druido e dell’Inca, viene spiegata nella privata vita di ciascun individuo. L’influenza che un rigido formalista ha su un ragazzo, reprimendo i suoi spiriti ed il suo coraggio, paralizzando la sua intelligenza, senza produrre indignazione, ma timore ed obbedienza ed anche simpatia verso il tiranno, è un fatto familiare, chiaro al ragazzo quando diviene uomo e quando vede che l’oppressore della sua giovinezza è egli stesso un ragazzo, dominato da quei nomi, da quelle parole, da quelle forme, della cui influenza egli fu semplicemente lo strumento. Il fatto insegna a lui come Belo fu adorato e come le piramidi furono costrutte, meglio che la scoperta fatta da Champollion dei nomi di tutti gli operai e del costo di ciascuna lastra. Egli trova l’Assiria e i baluardi di Cholula alla sua porta, ed egli stesso ne ha poste le basi.
Ancora, in quella protesta che ciascun uomo di giudizio fa contro la superstizione del suo tempo, egli recita punto per punto la parte dei vecchi riformatori, e nella ricerca della verità s’imbatte, come essi, in nuovi pericoli per la virtù. Egli impara di nuovo quale morale vigore abbisognò per supplire l’appoggio di una superstizione. Una grande sregolatezza cammina sui passi d’una riforma. Quante volte nella storia del mondo il Lutero dell’epoca ha dovuto lamentare il languire della devozione nella sua propria casa! «Dottore — disse un giorno a Martino Lutero la sua sposa — perchè quand’eravamo soggetti al papato noi pregavamo così sovente e con grande fervore e ora noi preghiamo con la maggior freddezza e molto di rado?»
L’uomo progredito scopre quali profondi attributi egli ha in tutta la letteratura, in tutte le favole come in tutta la storia. Egli si persuade che il poeta non fu lo strano individuo, che descrisse strane ed impossibili situazioni, ma fu l’universale uomo, che scrisse con la sua penna una confessione vera per uno e vera per tutti. Egli trova la sua propria segreta biografia, in parole meravigliosamente intelligibili a lui, scritte già prima ch’egli nascesse. Una dopo l’altra le vicende della sua vita privata combaciano con ciascuna favola di Esopo, di Omero, di Hafiz, dell’Ariosto, di Chaucer, dello Scott e personalmente le constata.
Le belle favole dei greci, essendo proprie creazioni dell’immaginazione e non della fantasia, sono universali verità. Quale moltitudine di significati e quale perpetua attualità ha la storia di Prometeo! Oltre il suo principale valore, come primo capitolo della storia di Europa, essa ci dà la storia della religione con qualche riferimento intorno alla credenza delle età più tarde. Prometeo è il Gesù della vecchia mitologia: egli è l’amico dell’uomo; egli sta tra l’ingiusta «giustizia» dell’Eterno Padre e la schiatta dei mortali: e sollecitamente ogni cosa sopporta a suo benefizio. Ma dove la sua storia si stacca dal cristianesimo calvinistico e mostra lui come sfidatore di Giove, essa rappresenta uno stato di mente che appare dovunque la dottrina del teismo è appresa sotto una cruda forma obbiettiva e pare l’autodifesa dell’uomo contro questa menzogna, rivelantesi in uno scontento per la creduta esistenza d’un Dio, e in un sentimento d’aggravio per la reverenza a Lui dovuta. Essa vorrebbe involare, se potesse, il fuoco al Creatore e vivere separata da lui ed indipendente. Il Prometeo Vinto è il romanzo dello scetticismo. Nè meno vere sono per tutti i tempi le particolarità di quel superbo apologo. Apollo custodì le greggi d’Admeto, dissero i poeti. Ogni uomo è una divinità travestita, un dio che rappresenta la parte dell’imbecille. Egli appare come gli insani angeli, che il cielo mandò nel nostro mondo, i quali qui giunti intonano la loro musica nativa e pronunziano ad intervalli le parole udite in cielo, finchè, tornata la pazzia, essi istupidiscono e s’avvoltolano come cani. Quando gli dei scendono fra loro non sono riconosciuti; Gesù non lo fu; Socrate e Shakespeare non furono; Anteo fu soffocato dalla stretta di Ercole, ma ogni qualvolta toccò la madre terra, il suo vigore si rinnovò. L’uomo è il gigante abbattuto, ma in tutta la sua debolezza, sia il suo corpo che la sua mente sono rinvigoriti dall’abito di conversare con la natura. Il potere della musica, quello della poesia, di render fluida e dar ali a tutta la solida natura, spiegano a lui l’enigma d’Orfeo, che fu nella sua infanzia solo una vana fiaba. La percezione filosofica dell’identità attraverso le infinite mutazioni della forma, fa conoscere a lui il Proteo. Che cosa altro sono io, che risi e piansi ieri e dormii la passata notte come un corpo morto e stamane mi alzai e corsi? Che cosa vedo io in ogni parte, se non le trasmigrazioni del Proteo? Io posso simbolizzare il mio pensiero, usando il nome di qualsiasi creatura, di qualsiasi fatto, perchè ogni creatura è uomo agente o paziente. Tantalo non è che un nome per voi e per me. Tantalo significa l’impossibilità di bere le acque del pensiero, che sono sempre raggianti ed ondeggianti nella visione dell’anima. La trasmigrazione delle anime: anche ciò non è fiaba: io vorrei che fosse tale, ma uomini e donne non sono che a metà umani. Ogni animale della cascina, del campo e della foresta, della terra e delle acque, ha trovato modo di stanziarsi e di lasciare l’impronta delle sue fattezze e della sua forma, in uno o nell’altro di questi esseri eretti, che parlano alzando il viso al cielo. Ah! fratello, tienti avvinto all’uomo e tieni a segno la bestia: arresta il declinare della tua anima, rifluente verso quelle forme, nel cui uso tu per molti anni indugiasti. Pure vicino a noi è la vecchia favola della Sfinge, che seduta sul margine della strada, poneva enimmi ad ogni viandante: S’egli non sapeva rispondere, essa vivo l’inghiottiva, se rispondeva essa veniva uccisa. Che cos’è la nostra vita se non un’infinita fuga di fatti e di eventi alati? Con splendida varietà queste vicende giungono, tutte ponendo questioni all’umano spirito. Chi non risolve con una superiore saggezza questi fatti o queste questioni diviene schiavo. I fatti lo vincolano, lo soggiogano e lo fanno l’uomo del senso, nel quale una completa obbedienza ai fatti ha estinto ogni scintilla di quella luce, per cui l’uomo è veramente uomo. Ma se l’uomo, fedele ai suoi migliori istinti e sentimenti, rifugge il dominio dei fatti come colui che scende da una più alta schiatta e rimane stretto alla sua anima, allora i fatti cadono e ritornano al loro posto, riconoscono il loro signore ed il più insignificante di essi lo glorifica.
Vedete nell’Elena di Goethe lo stesso desiderio che ogni parola sia una cosa. Queste figure, egli dice, questi Chironi, Griffoni, Elena e Leda, sono qualche cosa e certamente esercitano una peculiare influenza sulla mente. Pur così lontane, sono esse eterne entità, tanto reali oggi come nella prima Olimpiade. E riflettendo su esse egli liberamente scrive, secondo il suo carattere e dà ad esse corpo con la sua propria immaginazione. E benchè questo poema sia vago e fantastico come un sogno, pure è più attraente che la più regolare opera drammatica dello stesso autore; per la ragione che solleva la mente dal solito seguito d’imagini, desta l’invenzione e la fantasia del lettore con la selvaggia libertà del disegno e con l’incessante succedersi di destri colpi di scena.
L’universale natura, troppo forte per la debole natura del bardo, siede sul suo collo e scrive con le sue mani: cosicchè quando par ch’egli esprima un semplice capriccio o un impetuoso romanzo, il risultato è un’esatta allegoria. Per questo Platone disse che «i poeti dicono grandi e saggie cose, che essi stessi non comprendono». Tutte le opere di fantasia del medio evo sono un’oscura e bizzarra espressione di ciò che la mente di quel periodo tentò di effettuare. La magia, e quanto è ascritto ad essa, è manifestamente un profondo presentimento dei poteri della scienza. Gli stivali di velocità, la spada affilata, il potere di sottomettere gli elementi, di usare le segrete virtù dei minerali, di comprendere la voce degli uccelli, sono gli oscuri sforzi della mente verso una retta direzione. La straordinaria prodezza dell’eroe, il dono della perpetua gioventù ed altre simili cose sono uguali allo sforzo dello spirito umano di «piegare le sembianze delle cose ai desideri della mente».
Nel Perceforest e in Amadis di Gaula, un serto e una rosa fioriscono sul capo di colei che è fedele e sfioriscono sulla fronte di colei che è incostante. Nella storia del Ragazzo e del Mantello, anche un maturo lettore può essere commosso da virtuosa gioia per il trionfo della gentile Genalas: e, in verità, tutti i postulati degli annali della magia: che alle Fate non garba d’esser nominate, che i loro doni sono capricciosi e non degni di fiducia, e che colui che cerca un tesoro non ne deve parlare e simili, io trovo esser veri in Concord, per quanti essi possono esser in Cornovaglia o in Brettagna.
È forse altrimenti nel più recente romanzo? Io leggo la Sposa di Lamermoor. Sir William Ashton è una maschera per una volgare tentazione; il Castello di Ravensvood è un gentil nome per un’orgogliosa povertà, e la missione governativa all’estero è soltanto un pretesto di Bugan per un onesto lavoro. Noi possiamo tutti annullare una bolla che voglia distruggere il buono ed il bello col combattere l’ingiusto ed il sensuale. Lucia Ashton è un altro nome per la fedeltà, che è sempre bella e sempre soggetta alle calamità di questo mondo.
Ma unitamente alla civile e metafisica storia dell’uomo, un’altra storia procede, quella del mondo esterno, con la quale egli non è meno strettamente legato. Egli è il compendio del tempo; egli è anche il correlativo della natura. Il potere dell’uomo consiste nella moltitudine delle due affinità, nel fatto che la sua vita è intrecciata con l’intera catena dell’essere organico ed inorganico. Nell’età dei Cesari, in Roma, procedevano dal Foro le grandi vie del nord, del sud, dell’est, dell’ovest, verso il centro di ciascuna provincia dell’impero, rendendo ciascuna città della Persia, della Spagna, della Brettagna, penetrabile ai soldati della capitale: così dall’umano cuore partono vie al cuore di ciascun oggetto di natura, per ridurlo sotto il dominio dell’uomo. Un uomo è un fascio di relazioni, un modo di radici, il cui fiore e frutto è il mondo. Tutte le sue facoltà si collegano a nature fuori di lui, tutte le sue facoltà predicono il mondo che egli deve abitare, come le pinne dei pesci predicono l’esistenza dell’acqua o come le ali d’un’aquila in germe presuppongono un «medium» chiamata aria. Isolatelo e voi lo distruggete. Egli non può vivere senza un mondo. Rinserrate Napoleone in un’isola; fate che le sue facoltà non trovino uomini da dominare, alpi da valicare, poste da scommettere ed egli batterà l’aria ed apparirà stupido. Trasportatelo in un grande paese, con densa popolazione, con complessi interessi, con potere avverso, e voi vedrete che l’uomo Napoleone, inceppato da tali condizioni, non è il Napoleone virtuale. Questi non è che l’ombra di Talbot:
«La sua sostanza non è qui, perchè ciò che voi vedete non è che la più piccola parte e la minore porzione d’umanità; ma se fosse qui il suo intiero essere, esso è di tale immensa grandezza, che il vostro tetto non sarebbe sufficiente a contenerlo.[1]
Colombo abbisogna di un pianeta verso cui dirigere la sua rotta. Newton e Laplace abbisognano di miriadi di età e di immense aree celestiali. Si può dire che un sistema solare gravitante è di già profetizzato in natura dalla mente di Newton. Non meno ripromettono le leggi dell’organizzazione, i cervelli di Davy e di Gay-Lussac, fin dalla fanciullezza ricercando sempre le affinità e repulsioni delle molecole. L’occhio dell’embrione umano non predice la luce? L’udito di Händel non predice l’arte dei suoni? Le industriose dita di Watt, Fulton, Whittemore, Arkwright, non predicono la temperabile e fusibile tessitura dei metalli, la proprietà della pietra, dell’acqua e del legno? I graziosi attributi della bambina non predicono le raffinatezze e gli ornamenti della società civile? Anche qui noi ricordiamo l’azione dell’uomo sull’uomo. Una mente potrebbe stillare il suo pensiero per anni ed anni e non guadagnare tanta auto-conoscenza quanta la passione dell’amore ad essa insegnerà in un giorno. Chi conosce se stesso prima di essere, con indignazione, colpito da un oltraggio o prima di aver udito una lingua eloquente o d’aver partecipata al battito di mille cuori in un’esultanza od allarme nazionale? Nessun uomo può precorrere la sua esperienza o indovinare quale facoltà o sentimenti un nuovo oggetto potrà destare in lui, più di quanto egli possa tratteggiare oggi, il viso d’una persona che egli vedrà domani per la prima volta.
Io non mi farò forte ora dell’affermazione generale per indagare la ragione di questa corrispondenza. Basti che sotto la luce di questi fatti, che, cioè, la mente è una sola e che la natura è la sua corrispondente, la storia venga letta e scritta.
Così in tutti i modi l’anima concentra e riproduce i suoi tesori per ogni novello scolaro. Egli pure passerà attraverso l’intero ciclo dell’esperienza. Egli raccoglierà in un fuoco i raggi della natura. La storia non sarà più un libro noioso; essa camminerà incarnata in ogni uomo giusto e saggio. Voi non mi direte in lingue e titoli diversi un catalogo dei volumi letti. Voi mi farete sentire quali periodi voi avete vissuti. Un uomo sarà il tempio della Fama: egli camminerà come quella dea che i poeti hanno descritta, in una veste ricamata di eventi meravigliosi e di dottrine; la sua propria forma e le sue fattezze saranno quella variegata veste. Io troverò in lui il mondo primitivo; nella sua fanciullezza l’età d’oro; il frutto della scienza; la spedizione degli argonauti; la chiamata di Abramo; la costruzione del tempio; la venuta di Cristo; l’età media; il rinascimento, la riforma; le scoperte delle terre nuove; l’apparire delle nuove scienze e dei nuovi orizzonti aperti all’uomo. Egli sarà il sacerdote di Pan, e porterà con sè nelle umili capanne la benedizione delle stelle mattutine e tutti i ricordati benefizi del cielo e della terra.
V’è qualchecosa di troppo presuntuoso in questa pretesa? Allora io disdico tutto ciò che ho scritto, poichè a che cosa serve il pretendere di sapere ciò che noi non conosciamo? Ma è per una lacuna della nostra rettorica che noi non possiamo fortemente affermare un fatto senza parere di calunniarne un altro. Io tengo la nostra attuale scienza in pochissima stima. Udite i topi nel muro, guardate la lucertola sulla siepe; i funghi sotto i vostri passi; i licheni sul tronco. Che cosa so io intorno a qualsiasi di questi mondi di vita simpaticamente e moralmente? Così a lungo come l’uomo del Caucaso, più a lungo forse, queste creature hanno tenuto i loro concilii vicino a lui e non v’è ricordo di alcuna parola e di alcun segno passato fra essi. Ancora, che cosa ricorda la storia degli annali metafisici dell’uomo? Quale luce versa essa su questi misteri, che noi veliamo sotto il nome di Morte ed Immortalità? Ancora, ogni storia dovrebbe scriversi con una veggenza che divinasse il cerchio delle nostre affinità e ci presentasse i fatti sotto luce di simboli. Io sono vergognoso di constatare che la nostra così detta storia è un futile racconto di villaggio. Quante volte noi dobbiamo dire Roma e Parigi e Costantinopoli! Che cosa sa Roma del topo e della lucertola? Che cosa sono le Olimpiadi e i Consolati per questi esseri a noi vicini? Oltre a ciò quale alimento od esperienza o soccorso rappresentano essi per i pescatori di foche esquimesi, per il Kanàka nella sua canoa, per il caricatore di bastimenti, per il facchino? Più ampi e più profondi noi dobbiamo scrivere i nostri annali, partendo da una riforma etica, da un influsso della coscienza sempre rinnovata, sempre salutare, se noi vogliamo più francamente esprimere la nostra centrale natura, invece di questa vecchia cronologia di egoismo e di superbia, alla quale noi, per troppo lungo tempo, abbiamo dato i nostri occhi. Quel giorno già esiste per noi, esso brilla di già su noi, impensatamente; ma il cammino delle scienze e delle lettere non è il penetrare nella natura, ma piuttosto il partirsi da essa. L’idiota, l’indiano, il ragazzo e l’incolto fanciullo del contadino, s’avvicinano a ciò e lo comprendono molto più che non l’anatomico e l’antiquario.
SECONDO SAGGIO LA FIDUCIA IN SE STESSO
Io lessi l’altro giorno alcuni versi scritti da un eminente pittore, che erano originali e non convenzionali. L’anima, qualunque sia il soggetto, sente sempre in essi un ammonimento ed il sentimento che essi instillano ha maggior valore di qualunque pensiero essi possano contenere. Credere nel vostro proprio pensiero, credere che ciò che è vero per voi, nella nostra segreta anima, è vero per tutti gli uomini, questo è il genio. Dite la vostra convinzione latente ed essa sarà il senso universale; poichè quanto è interiore diviene a tempo debito esteriore, e il nostro primo pensiero ci è ritornato dalle trombe del giudizio universale. Il più alto merito che noi ascriviamo a Mosè, a Platone, a Milton è d’esser famigliari a ciascun uomo come la voce della mente, poichè essi annullano libri e tradizioni e dicono, non ciò che gli uomini, ma ciò che essi stessi pensarono. Un uomo dovrebbe imparare a scoprire e ad osservare quel raggio di luce che irrompe dall’interno, a traverso la sua mente, più che ad osservare la luminosità del firmamento, dei bardi e dei saggi; invece egli abbandona, senza riguardo, il suo pensiero, solo perchè è suo. Noi ritroviamo, in ogni opera di genio, dei pensieri, che noi abbiamo rifiutati ed essi ritornano a noi con un certo senso di maestà scacciata. Le grandi opere d’arte non hanno per noi maggior insegnamento di questo: esse ci insegnano ad aderire alle nostre impressioni spontanee, con serena inflessibilità, specialmente quando l’intiero coro delle voci è dalla parte opposta. Altrimenti domani uno straniero ci dirà, con un buon senso magistrale, precisamente ciò che noi abbiamo pensato e sentito da lungo tempo, e noi saremo obbligati a riprendere, con vergogna, la nostra propria opinione da un altro.
V’è un’epoca nell’educazione di ciascun uomo, nella quale egli giunge alla convinzione che l’invidia è ignoranza; che l’imitazione è suicidio; che egli deve prender se stesso per il meglio e per il peggio, come sua propria parte; che sebbene l’ampio universo è pieno di bene, nessun chicco di frumento può giungere a lui, se non attraverso il suo lavoro, duramente compiuto su quel pezzo di terreno, che gli è stato dato a coltivare. Il potere che risiede in lui è nuovo in natura, e nessuno, all’infuori di lui, sa ciò che egli può fare, nè egli stesso lo sa finchè non ha tentato. Non per nulla un viso, un carattere, un fatto, fa su lui molta impressione ed un altro nessuna: e questa impressione nella memoria non è senza armonia prestabilita. L’occhio fu posto dove un raggio deve cadere, come testimonianza di quel particolare raggio. Coraggiosamente lasciategli dire l’ultima parola della sua confessione; poichè noi ci esprimiamo solamente a metà, e siamo vergognosi di quella idea divina, che ognuno di noi rappresenta. Si può avere in essa assoluta fiducia e stimarla atta a buoni risultati e crederla lealmente concessa, ma Dio non permetterà che la sua opera sia fatta manifesta ai codardi. È necessario un uomo divino per esporre alcunchè di divino; un uomo è sereno e lieto quando ha posta la sua anima nella sua opera ed ha fatto del suo meglio; ma ciò che egli ha detto o fatto altrimenti, non gli darà pace; l’aver compiuta l’opera non lo ristora affatto e nel tentativo il suo genio l’abbandona; nessuna Musa, nessun accorgimento, nessuna speranza lo soccorrono. Abbiate fiducia in voi stessi, accettate il posto che la divina Provvidenza vi ha assegnato: vale a dire la società dei vostri contemporanei, la connessione degli eventi. I grandi uomini hanno sempre fatto così e si sono confidati come bambini al genio della loro età, palesando l’intuizione dell’Eterno moventesi nel loro cuore, operante per mezzo delle loro mani, predominante in tutto l’essere loro. E noi siamo ora uomini e dobbiamo accettare con la più alta volontà lo stesso trascendente destino, nè dobbiamo rimanere rannicchiati in un angolo, nè essere dei codardi fuggenti dinnanzi ad una rivoluzione; ma dobbiamo essere dei redentori e dei benefattori; e pii aspiranti ad essere della nobile creta, plastica sotto gli sforzi dell’Onnipotente, avanziamoci sempre più di fronte al Caos e l’Ignoto. La natura ci dà, a questo proposito, con i visi e la condotta dei fanciulli, dei bimbi e perfino degli animali, dei meravigliosi ammonimenti. Essi non hanno nè una mente scomposta e ribelle, nè un sentimento di diffidenza, perchè essi non conoscono la nostra aritmetica, che ha computato la forza, ed i mezzi contrari al nostro proposito. La loro mente è intatta, il loro occhio è ancora indomito; e quando noi guardiamo i loro visi, rimaniamo turbati. L’infanzia si uniforma a nessuno; tutti si uniformano ad essa; cosicchè comunemente un bimbo tiene fronte a quattro o cinque adulti, che scherzano e giocano con lui. In ugual modo Dio ha munito la gioventù e la pubertà e la virilità d’una sua propria arguzia, d’un suo proprio fascino e l’ha fatta individuale e graziosa, e i diritti di ciascuna non saranno posti da banda, se ciascuna starà da sè. Non pensate che la gioventù non abbia forza alcuna, perchè non può parlare a voi e a me. Zitti! chi parla nell’altra camera in modo così chiaro e così baldanzoso? Santo Cielo! È lui, è quel miracolo di modestia e di calma, che per settimane intiere non ha fatto altro che mangiare quando voi eravate vicino e che ora mette fuori queste parole, come rintocchi di campane! Sembra che egli sappia come parlare ai suoi contemporanei; timido od audace, dunque, egli saprà come rendere noi, più vecchi, completamente inutili. La noncuranza dei ragazzi, che sono sicuri d’un pranzo, e che sdegnerebbero, come un lord, di fare o di dire qualsiasi cosa per conciliarsi con qualsivoglia, è l’affermazione dell’attitudine vigorosa della natura umana. Come è padrone della società un ragazzo! Indipendente, irresponsabile, guardando dal suo cantuccio egli giudica a seconda dei meriti tutta la gente ed i fatti che passano, con quel modo rapido e sommario proprio dei ragazzi, come: buono, cattivo, interessante, stupido, eloquente, noioso. Egli non si preoccupa mai delle conseguenze e dei vantaggi: egli dà un verdetto indipendente e genuino. Voi dovete corteggiare lui, egli non corteggia voi: l’uomo è incatenato dalla sua consapevolezza. Così tosto come egli ha parlato o fatto qualchecosa con successo, egli è persona condannata, guardata dalla simpatia o dall’odio di cento, i cui affetti ora devono entrare nel suo capo d’accusa! Non vi è Lete per questo. Ah! se egli potesse di nuovo ritornare alla sua indipendenza neutrale, simile a quella d’un Dio! Chi, avendo perduta ogni quiete ed avendo osservato, può osservare ancora dall’alto della stessa innocenza semplice, incorrotta e impassibile, dev’essere formidabile e deve sempre attirare l’attenzione del poeta e dell’uomo; e certo la potenza di tale giovinezza immortale sarebbe sentita. Essa manifesterebbe opinioni su tutti gli affari che passano, opinioni che non apparendo personali, ma necessarie, si conficcherebbero come freccie nell’orecchio degli uomini e genererebbero in essi il terrore.
Queste sono le voci che noi udiamo nella solitudine, ma che diventano deboli ed inintelligibili, quando noi entriamo nel mondo. La società, ovunque, è in cospirazione contro la virilità di ciascuno dei suoi membri; essa è una società in accomandita, nella quale i soci, per meglio assicurare il pane ad ogni azionista, son d’accordo nel vendere la libertà e la coltura del mangiatore. La virtù più ricercata è la conformità: la fiducia in se stesso è il suo contrario. Quella non ama le realtà e i creatori, ma i nomi e le consuetudini.
Chiunque vuol essere un uomo, dev’essere un non-conformista. Colui che vuol raccogliere le palme immortali non dev’essere imbarazzato dal nome del bene, ma deve ricercare se v’è realmente il bene. Nulla infine è sacro, all’infuori dell’integrità della nostra propria mente. Assolvetevi da voi stessi, e voi avrete il suffragio del mondo. Io mi ricordo d’una risposta, che, quand’ero molto giovane, diedi ad un ammonitore, che aveva l’abitudine d’importunarmi con le vecchie e care dottrine della chiesa. Io dissi: «Che cosa ho io a vedere con la santità delle tradizioni, se io traggo interamente la mia vita dal mio interno?» Il mio amico ribattè: «Ma questi impulsi possono venire dal basso e non dall’alto»: io risposi: «essi non mi sembrano esser tali, ma se io sono figlio del diavolo, io trarrò la mia vita dal diavolo». Nessuna legge può esser sacra per me, eccetto quella della mia natura. Il bene ed il male sono soltanto dei nomi, molto facilmente trasferibili da questo a quello; soltanto è retto ciò che si adatta alla mia costituzione, soltanto è ingiusto ciò che è contrario. Un uomo deve comportarsi di fronte ad ogni opposizione, come se ciascuna di esse fosse effimera. Io sono mortificato nel pensare come noi facilmente capitoliamo davanti a segni e a nomi, davanti a grandi società ed a molte istituzioni. Ogni individuo decente e un po’ noto mi interessa e mi preoccupa più del lecito. Io vorrei procedere diritto e gagliardo e dire rudemente la verità in tutti i modi. Se la malizia e la vanità indossano la divisa della filantropia dovrò io tacere? Se un bigotto collerico prende le difese della generosa causa dell’Abolizione e viene da me con le ultime notizie delle isole Barbadoas, perchè non dovrei io dirgli: «va, ama il tuo bambino, il tuo spaccalegna: abbi una natura buona e modesta. Abbi grazia e non mascherare mai la tua ambizione indurita e incaritatevole, sotto questa incredibile tenerezza per dei negri distanti migliaia di miglia. Il tuo amore lontano è rancore in casa?» Tale contegno sarebbe ruvido e sgarbato, ma la verità è più bella che la simulazione dell’Amore. La vostra bontà deve avere un filo tagliente altrimenti è nulla.
La dottrina dell’odio dev’essere predicata, come opposizione alla dottrina dell’Amore, quando questa vagisce e piagnucola.
Io evito mio padre e mia madre, mia moglie e mio fratello, quando il mio genio mi chiama. Io vorrei scrivere sul limitare della mia porta: «capriccio». Io spero che sia qualchecosa di più infine, ma noi non possiamo spendere la giornata in spiegazioni. Non attendete ch’io vi dica perchè io cerco o fuggo la compagnia; nè parlatemi, come un buon uomo fece oggi, del mio obbligo di mettere tutti i poveri in buone condizioni. Sono essi i miei poveri? Io ti dico, o stupido filantropo, che io lesino il dollaro, il centesimo e il millesimo, che io dò a coloro che non mi appartengono ed ai quali io non appartengo. Vi è una classe di persone dalla quale io sono comperato e venduto per certe affinità spirituali, e per cui io andrei in prigione, se fosse necessario; ma le vostre carità popolari, la costruzione di ricoveri per il vano scopo per il quale sono costrutti; le elemosine agli stupidi e le 10.000 società di soccorsi...! Io confesso con vergogna che talvolta mi arrendo, e dò il dollaro, ma è un dollaro malvagio, che dopo qualche tempo avrò il coraggio di ritirare.
Le virtù sono, secondo il giudizio popolare, piuttosto l’eccezione che la regola. V’è l’uomo e le sue virtù. Gli uomini fanno, ciò che è chiamata una buona azione nello stesso modo con cui pagherebbero una multa, in espiazione di un’assenza al giornaliero ufficio. Essi compiono le loro opere come scusa e attenuante del loro vivere nel mondo, allo stesso modo che gli invalidi ed i pazzi pagano un’alta pensione: le loro virtù sono delle penitenze. Io invece non desidero di espiare, ma di vivere: la mia vita non è una scusa, ma una vita; essa è per se stessa e non per uno spettacolo. Io preferisco maggiormente che essa sia d’un livello più basso, ma genuina ed uguale, piuttosto che brillante e mal ferma: io desidero ch’essa sia sana e dolce e che non abbisogni di dieta e di dissanguamento: la mia vita dovrebbe essere unica, dovrebbe essere un’elemosina, una battaglia, una conquista, una medicina. Io domando innanzi tutto l’attestazione che voi siete un uomo e vi ricuso di trasferire questa attestazione, dall’uomo alle sue azioni. Io non faccio alcuna differenza tra il compiere o no quelle azioni che sono considerate eccellenti. Io non acconsento di pagare come privilegio, ciò che ho come intrinseco diritto. Io attualmente sono e, per quanto piccole e scarse siano le mie doti, non abbisogno per la mia sicurezza o per quella dei miei simili, di qualsiasi secondaria testimonianza.
Ciò che io devo fare è tutto ciò che mi concerne, e non ciò che la gente pensa. Questa regola, ugualmente ardua nella vita dell’azione e dell’intelletto, può servire per la completa distinzione tra la grandezza e la pochezza. Essa è più molesta, perchè voi sempre troverete coloro, che credono di sapere qual’è il vostro dovere, meglio di quanto non lo sappiate voi stessi. È facile nel mondo vivere secondo l’opinione del mondo; è facile in solitudine vivere secondo la nostra propria opinione; ma il grande uomo è colui che nel mezzo della folla mantiene con perfetta serenità l’indipendenza della solitudine.
La ragione per non conformarsi ad usi ormai morti per voi, è che ciò disperde la vostra forza, spreca il vostro tempo e intorpidisce l’impronta del vostro carattere. Se voi sostenete una chiesa morta, se contribuite ad una consunta società biblica, se votate con un gran partito per il governo o contro di esso, ecc. io difficilmente distinguerò, sotto questi vari aspetti, quale vero tipo d’uomo voi siate, e naturalmente altrettanta forza sarà tolta dalla vostra propria vita. Fate invece quanto vi spetta ed io vi conoscerò. Eseguite le vostre opere, e voi vi rinforzerete. Un uomo deve considerare qual giuoco o quale mosca-cieca sia questo della conformità.
Se io conosco la vostra sétta, io prevengo i vostri argomenti. Io sento annunziare da un predicatore, come argomento d’una sua lettura, l’utilità di una delle istituzioni della sua chiesa. Ora non so io anticipatamente che egli non può possibilmente dire una parola nuova e spontanea? Non so io che con tutta questa ostentazione di esaminare i fondamenti dell’istituzione, egli non farà tale cosa? Non so io che egli è impegnato con se stesso ad osservar la cosa da un solo lato, il lato permesso, e non come uomo, ma come ministro di una parrocchia? Egli è semplicemente un patrocinatore pagato e questi modi da tribunale sono la più vuota affettazione. Ora la più parte degli uomini hanno bendati i loro occhi con un fazzoletto od altro, e si sono stretti a qualcuna di queste comunità di opinioni. Questa conformità li fa falsi e non solo in poche particolari cose, ma falsi in tutti i particolari. Ogni loro verità non è completamente loro. Il loro «due» non è il «due» reale, il loro «quattro» non è il «quattro» reale: cosicchè ogni parola ch’essi dicono ci dà pena e noi non sappiamo dove cominciare per metter loro dalla parte della ragione.
Intanto la natura non è lenta nel vestirci con la carceraria uniforme del partito, cui noi apparteniamo. Noi veniamo ad avere un solo taglio di viso e di figura ed acquistiamo gradatamente la più gentile espressione asinina. Vi è un’esperienza mortificante in specie, che non manca di tuffar se stessa anche nella storia generale; io intendo dire «la faccia goffa della lode», il forzato sorriso che noi usiamo in società, dove non ci troviamo a nostro agio, in risposta ad una conversazione che non ci interessa. I muscoli non mossi spontaneamente, ma da una bassa caparbietà invadente, s’irrigidiscono verso la linea esterna del viso e producono la più sgradevole sensazione, — sensazione di biasimo e di congedo, che nessun giovine coraggioso soffrirà due volte.
Per la non conformità il mondo vi flagella con la sua collera. E pertanto un uomo deve sapere come valutare una faccia scontrosa. Gli astanti lo guardano di sbieco nella via o nel salotto dell’amico. Se questa avversione avesse la sua origine in un dissenzio, e in una resistenza uguali alla sua, egli potrebbe ben ritornare a casa con un viso triste; ma i visi scontrosi della moltitudine, come i visi dolci, non hanno una motivazione profonda, — celano nessun Dio, ma vanno e vengono a seconda del vento, o d’un giornale. Pure lo scontento della moltitudine è più formidabile di quello del Senato e del Collegio. È facile abbastanza, per un uomo saldo ed esperto, sfidare la collera delle classi elevate: essa è decorosa e prudente; poichè quelle sono timide in causa della loro grande vulnerabilità; ma, quando alla loro collera femminea s’aggiunge l’indignazione del popolo; quando gli ignoranti ed i poveri si sono destati; quando la forza bruta, cieca, che giace al fondo della società, mugola, è necessario l’uso della magnanimità e della religione per trattarla dall’alto, come un incidente senza importanza.
L’altro terrore che ci tien lontani dalla fiducia in noi stessi è la nostra propria coerenza, vale a dire una riverenza per le nostre azioni o parole passate, che servono agli altri per calcolare la nostra orbita, e che noi siamo renitenti a deludere.
Ma perchè vorreste voi tenere il vostro capo sulle vostre spalle? perchè portare in giro questo mostruoso corpo morto della vostra memoria, per timore di contraddire qualchecosa che voi avete affermato in questo o in quel luogo pubblico? Supponete di contraddirvi: che cosa allora? Sembra essere una regola di saggezza quella di mai confidare sulla vostra sola memoria o su fatti di pura memoria, ma il portare il passato per il giudizio del presente dai mille occhi, e vivere sempre in un giorno nuovo. Confidate nella vostra emozione. Voi avete negato, nella vostra metafisica, una personalità alla divinità; pure quando un senso devoto dell’anima v’assale, arrendetevi ad esso, corpo ed anima, anche se deve rivestire Dio in forma e colore. Lasciate la vostra teoria, come Giuseppe il suo mantello nelle mani della prostituta, e fuggite.
Una stolta coerenza è il fantasma delle piccole menti, adorato dai piccoli uomini di stato, dai filosofi e dai sacerdoti. Una grande anima ha semplicemente nulla da fare con essa, altrimenti potrebbe affannarsi della sua propria ombra sul muro. Chiudete le vostre labbra, cucitele con dello spago; oppure se voi volete essere un uomo, dite ciò che pensate oggi, in parole così aspre come palle di cannone e dite, ciò che domani penserete, in parole altisonanti di nuovo, sebbene esse contraddicano tutto quanto avete detto oggi. «Ah! allora — esclameranno le signore di età — voi sarete sicuro di essere malinteso!» — Malinteso?! — Ecco una parola del perfetto demente. È così terribile dunque essere malinteso? Pitagora, fu malinteso, e Socrate, e Gesù, e Lutero, Copernico e Galileo, Newton e ogni spirito puro e saggio che sia mai esistito. Esser grande vuol dire esser malinteso.
Io suppongo che nessun uomo può violare la sua natura. Tutte le punte della sua volontà sono ammorbidite dalle leggi del suo essere, come la disuguaglianza delle Ande e dell’Hymalaya sono insignificanti nella curva della sfera terrestre. Nè ha importanza alcuna, come voi misuriate e proviate questa natura. Un carattere è come un acrostico o una stanza di versi alessandrini; — leggetelo dal basso, dall’alto o di traverso, esso dice la stessa cosa. In questa vita piacevole e malinconica dei boschi, che Dio mi concede, lasciatemi ricordar giorno per giorno il mio onesto pensiero, senza prospettiva o retrospettiva, e senza dubbio esso apparirà simmetrico, sebbene io non l’intenda e non lo veda. Il mio libro odorerà di fiorì e ronzerà d’insetti. La rondine sopra la mia finestra intesserà, nella trama del mio stile, quel filo o quella pagliuzza, che porta nel suo becco. Noi passiamo attraverso ciò che siamo: Il carattere ammaestra al di là delle nostre volontà. Gli uomini immaginano di manifestare le loro virtù ed i loro vizi, soltanto con azioni palesi; e non s’avvedono che le une e gli altri emettono un alito ad ogni momento.
Non temiate mai di non essere coerenti in una varietà qualsiasi di azioni: perchè le azioni siano armoniche, per quanto dissimili possano sembrare, basta che ognuna di esse sia naturale e onesta nel suo momento. Queste varietà svaniscono quando sono vedute anche ad una piccola distanza, o ad una piccola altezza di pensiero; una sola tendenza le unisce tutte. Il viaggio del miglior bastimento è una linea a zigzag, composta di centinaia di rotte; ma questo non è che un criticismo microscopico: guardate invece la linea in distanza sufficiente e vedrete la sua tendenza a diventare una linea retta. La vostra azione genuina esplicherà se stessa e spiegherà le altre vostre azioni genuine. La vostra conformità non ispiega nulla; agite separatamente e ciò che voi avete di già fatto separatamente, vi giustificherà ora. La grandezza s’appella sempre al futuro. Se io posso essere grande abbastanza per agire rettamente e per disprezzare gli sguardi altrui, io devo aver operato prima, tanto rettamente da potermi difendere oggi. Avvenga quel che vuole, conducetevi rettamente ora. Sprezzate sempre le apparenze, e sempre voi lo potrete. La forza del carattere è cumulativa; tutti i virtuosi giorni passati contribuiscono, con il loro vigore, a questo giorno. Che cosa è che forma la maestà degli eroi, del senato e dei campi di battaglia, che così riempie la nostra immaginazione? La consapevolezza di un séguito di grandi giorni e di grandi vittorie. Questi rimangono e versano la loro luce compatta sull’attore che si avanza. Egli è seguito come da una scorta d’angeli, visibili all’occhio di ciascun uomo. Ecco ciò che forma il tuono della volontà di Chatham, la dignità nel portamento di Washington e l’America nell’occhio di Adams. L’onore è venerabile per noi, perchè non è una cosa effimera, ma sempre un’antica virtù. Noi lo adoriamo oggi, perchè esso non è dell’oggi. Noi lo amiamo e veneriamo perchè esso non è un agguato per il nostro amore e il nostro omaggio, ma è indipendente, autogeno, e pertanto di antico ed immacolato lignaggio, anche se si palesa in una giovine persona.
Io spero che noi avremo udito in questi giorni, per l’ultima volta, parlar di conformità e di coerenza. Lasciamo queste parole per l’avvenire in preda ai giornali e al ridicolo. Invece del gong per il pranzo, udiamo uno zufolo dal flauto spartano. Non inchiniamoci più e non facciamo scuse, mai più. Un grande uomo viene a pranzo, a casa mia: io non desidero di piacergli: io desidero ch’egli desideri di piacermi. Io rimarrò, per benignità; e benchè io voglia far cosa gentile, io vorrei sopratutto far cosa vera. Affrontiamo e reprimiamo la morbida mediocrità, e lo squallido accontentarsi dei tempi, e gettiamo in viso al costume, alle occupazioni e al potere, ciò che è il risultato di tutta la storia: che v’è un grande pensatore ed un attore responsabile, che si muove ovunque s’agita un uomo; che un vero uomo appartiene a nessun tempo o luogo, ma è il centro delle cose. Dove egli è, è la natura. Egli misura voi e tutti gli uomini, e tutti gli eventi. Voi siete obbligato ad accettare la sua bandiera. Comunemente, nella società ogni persona ci ricorda qualche cosa altro o qualcun altro. Il carattere, invece, vi ricorda null’altro: Esso prende il posto dell’intiera creazione. L’uomo dev’essere tanto grande, da rendere tutte le circostanze indifferenti, — mettere tutti i mezzi nell’ombra. Questo sono e ciò fanno i grandi uomini. Ogni vero uomo è una causa, un paese, ed un’età; egli richiede infiniti spazi ed innumerevoli anni, per attuare pienamente il suo pensiero — e la posterità pare che ne segua i passi come una processione. Un uomo, Cesare, nasce, e per molti secoli dopo, noi abbiamo un impero romano. Cristo nasce e milioni di menti, in tal modo, crescono e si legano al suo genio, ch’egli è confuso con la virtù e la possibilità d’esser uomo. Un’istituzione non è che l’ombra allungata d’un solo uomo; così è della riforma di Lutero; del Quakerismo di Fox; del metodismo di Wesley; dell’abolizione di Clarkson. Milton chiamò Scipione il «culmine di Roma» e tutta la storia si risolve molto facilmente nella biografia di poche persone impetuose e forti.
L’uomo conosca adunque il suo valore e tenga le cose sotto i piedi. Non spii e non rubi nel mondo che esiste per lui, non rasenti il muro come un trovatello, un bastardo od un intruso. Ma l’uomo non trovando lungo la strada alcun valore in se stesso, che corrisponda alla forza che costrusse una torre o che scolpì un Dio di marmo, si sente meschino nel contemplarli. Per lui un palazzo, una statua o un libro costoso hanno un aspetto straniero e minaccioso, molto simile a quello d’una sfarzosa vettura, e sembrano dirgli: «Chi siete voi, signore?» Eppure essi sono suoi, sono richiami alla sua attenzione, sono appelli alle sue facoltà, affinchè esse vengano fuori e ne prendano possesso. Il quadro attende un mio verdetto; esso però non mi comanda, ma io stabilisco i suoi diritti alla lode. La favola popolare di quel babbeo, che raccolto ubbriaco fradicio nella strada, e messo nel letto del duca, fu trattato al suo svegliarsi con la più ossequiosa reverenza, e fu fatto persuaso d’esser stato pazzo, deve la sua popolarità al fatto che esso bene simbolizza lo stato dell’uomo, che in questo mondo è una specie d’imbecille, il quale di tanto in tanto si scuote, esercita la sua ragione, e si sente vero principe.
Il nostro modo di leggere è da mendicante e da adulatore. Nella storia, la nostra imaginazione si ride di noi e ci rappresenta il falso. Regno e principato, potere e stato, sono dei nomi più grandiosi che i privati nomi di Giovanni ed Edoardo, in una piccola casa, in un comune giorno di lavoro: mentre le cose della vita sono uguali per entrambi e la somma totale di entrambi è la stessa. Perchè tutta questa deferenza verso Alfredo e Scanderberg e Gustavo? Supponiamo che essi siano stati virtuosi: hanno forse essi esaurita la virtù? Quando i semplici uomini agiranno con dei grandi ideali, la fama si trasferirà dalle azioni dei re a quelle dei privati.
Il mondo è stato invero istrutto dai suoi re, che hanno così magnetizzato gli occhi delle nazioni. Da questo simbolo colossale fu appresa la mutua riverenza dovuta da uomo a uomo. La lieta costanza, colla quale gli uomini hanno ovunque permesso al re, al nobile o al grande proprietario, di stabilire una propria legge; di stabilire una propria gerarchia di uomini e di cose, annullando la loro; di compensare i benefizi non con denaro ma con onori; di rappresentarne la legge nella propria persona, — fu il geroglifico, per mezzo del quale essi oscuramente significarono la coscienza del proprio diritto, e della propria grandezza, che sono i diritti di ogni uomo.
Il magnetismo, che ogni azione originale esercita, si spiega quando noi cerchiamo la ragione dell’auto-fiducia. Chi è il mallevadore? Qual è l’io aborigeno, sul quale una fiducia universale può essere fondata? Quale è la natura ed il potere di quella stella eludente la scienza, senza paralasse, senza elementi di calcolo, che illumina d’un raggio di bellezza le stesse azioni triviali ed impure, quando il più piccolo segno d’indipendenza appare? Questa ricerca ci conduce a quella sorgente che è allo stesso tempo l’essenza del genio, l’essenza della virtù, e l’essenza della vita, e che noi denominiamo Spontaneità o Istinto. Noi indichiamo questa sapienza primitiva col nome di intuizione, mentre ogni ulteriore conoscenza è insegnamento. Tutte le cose trovano la loro comune origine in quella forza profonda, in quell’ultimo fatto, al di là del quale l’analisi non può andare. Poichè, il senso dell’essere, che nelle ore calme s’innalza, non sappiamo come, nell’anima, non differisce dalle cose, dallo spazio, dalla luce, dal tempo, dall’uomo; anzi è una sola cosa con essi e procede chiaramente dalla stessa sorgente, donde deriva la loro vita ed il loro essere. Noi dapprima facciamo parte della stessa vita, per la quale le cose esistono, e dopo osservando queste come semplici aspetti della natura ci dimentichiamo d’aver partecipato della medesima causa.
Ecco la fonte dell’azione e del pensiero: ecco il soffio di quella ispirazione che dà all’uomo la sapienza, di quella ispirazione che non può essere negata senza empietà ed ateismo. Noi stiamo nel grembo di un’infinita intelligenza, che fa di noi gli organi della sua attività ed i custodi della sua verità. Quando discerniamo la giustizia, quando discerniamo la verità, noi nulla facciamo non da noi stessi, ma apriamo un passaggio ai suoi raggi. Se noi domandiamo donde questo procede, se noi cerchiamo d’indagare nell’anima quelle cause, tutta la metafisica e tutta la filosofia cade in errore. Tutto ciò che noi possiamo affermare è la sua presenza o la sua assenza. Ogni uomo distingue esattamente gli atti volontari della sua mente dalle sue percezioni involontarie, e sa che un profondo rispetto è ad esse dovuto. Egli può errare nell’espressione di esse, ma egli sa che non possono essere discusse, che sono così, come il giorno e la notte. Le mie azioni volontarie e le mie cognizioni acquisite sono cose vaghe; invece il più triviale sogno, la più debole emozione, sono familiari e divini. Gli uomini spensierati contraddicono facilmente le percezioni come le opinioni, anzi molto più facilmente, in quanto che essi non distinguono fra percezione e nozione. Essi immaginano ch’io scelga, per vederla, questa o quella cosa. Ma la percezione non è capricciosa, ma fatale. Se io vedo un lineamento, il mio bambino lo vedrà dopo di me e col tempo lo vedrà anche tutto il genere umano, sebbene possa avvenire che nessuno l’abbia visto prima di me; poichè la mia percezione di esso, è un fatto così esistente come il sole.
Le relazioni dell’anima con lo spirito divino sono così pure che è cosa profana il cercare di interporvi aiuti. Se Dio parlasse non ci comunicherebbe una sola cosa, ma tutte le cose; riempirebbe il mondo con la sua voce; farebbe scaturire la luce, la natura, il tempo, l’anima, dal centro del pensiero presente e ricreerebbe e rinnoverebbe il tutto. Ogni qualvolta una mente semplice riceve una sapienza divina, le vecchie cose fuggono; i metodi, i docenti, i testi, i templi cadono; essa vive nell’oggi ed assorbe il passato ed il futuro nell’ora presente. Tutte le cose sono fatte sacre per la loro relazione con essa, — le une tanto come le altre. Tutte le cose sono disciolte al loro centro dalla loro causa e nell’universale miracolo i miracoli particolari scompaiono. Questo così è, e dev’essere. Pertanto se un uomo pretende di conoscere e di parlar di Dio, e vi riconduce alla fraseologia di qualche vecchia nazione, sepolta in un’altra contrada, in un altro mondo, non credetelo. È la ghianda migliore della quercia in tutta la sua pienezza e in tutto il suo sviluppo? È il genitore migliore del figlio, nel quale egli ha trasmesso la maturità del suo essere? Donde allora questa adorazione del passato? I secoli sono dei cospiratori contro la salute e la maestà dell’anima. Il tempo e lo spazio non sono che dei colori fisiologici per l’occhio; ma l’anima è luce; dov’essa è, v’è il giorno; dove essa era, c’è la notte; e la storia è un’impertinenza e un’ingiuria, se la si considera qualcosa più d’un piacevole apologo o d’una parabola del mio essere e del mio destino.
L’uomo è timido e implorante; egli non è più integro; egli non osa dire: «io penso» «io sono», ma cita qualche santo o qualche saggio. Egli è confuso di fronte al filo d’erba o alla rosa fiorente. Queste rose sotto la mia finestra non si richiamano ad altre rose passate o migliori: esse sono per ciò che esse sono; esse esistono con Dio, oggi; non v’è il tempo per esse; essa è semplicemente la rosa ed è perfetta in ogni momento della sua esistenza. Prima che un petalo del bocciolo si sia aperto, la sua intiera vita è in atto; nella corolla completamente sbocciata non v’è maggior vita che nella radice senza foglie. La sua natura è soddisfatta ed essa soddisfa alla natura in ugual modo in tutti gli istanti. Ma l’uomo differisce o ricorda, egli non vive del presente, ma con gli occhi rivolti al passato compiange il passato, od incurante delle ricchezze che lo attorniano, si alza sulla punta dei piedi per prevedere il futuro. Egli non può essere felice e forte finchè egli pure non viva con la natura, nel presente al di sopra del tempo.
Questo dovrebbe essere chiaro abbastanza. Pure vedete quanti intelletti forti non osano ancora ascoltare Dio stesso, a meno che Egli non parli con la fraseologia di non so quale Davide, Geremia o Paolo. Noi non concederemo sempre così grande valore a pochi testi o a poche vite. Noi siamo come bambini, che ripetono a memoria le sentenze delle nonne e dei tutori; bambini, i quali cresciuti, ricordano faticosamente le parole dette dagli uomini di talento e di carattere, ch’essi ebbero la fortuna d’incontrare; finchè giunti al punto ove stavano coloro che pronunciarono quelle parole, essi le comprendono e volentieri le dimenticano, perchè in qualunque momento essi possono, quando l’occasione si presenti, usare parole altrettanto buone. Se noi viviamo sinceramente, noi vedremo sinceramente. È cosa facile per l’uomo forte essere forte, come lo è per il debole, essere debole. Quando noi abbiamo una nuova percezione noi saremo felici di scaricare la nostra memoria dei suoi accumulati tesori, come vecchia robaccia. Quando un uomo vive con Dio, la sua voce sarà così dolce come il mormorio del ruscello ed il sussurrio del frumento.
Ed ora finalmente rimane a dirvi su questo soggetto, la più alta verità; probabilmente essa non può esser detta, perchè tutto ciò che noi diciamo è il ricordo lontano dell’intuizione. Il pensiero col quale io posso più avvicinarmi per esprimerla è questo: quando il bene è vicino a voi, quando voi sentite la vita in voi stessi, ciò non avviene per un qualche modo conosciuto o prestabilito; voi non discernerete le traccie di un altro modo qualsiasi; voi non vedrete il viso dell’uomo; voi non udirete nessun nome; il modo, il pensiero, il bene saranno totalmente strani e nuovi. Esso escluderà ogni altro essere; voi percorrerete la via dall’uomo, non all’uomo. Tutte le persone che sono mai esistite, sono suoi ministri fuggitivi. Il timore e la speranza sono egualmente al di sotto di esso. Esso nulla domanda e vi è qualchecosa di basso nella speranza stessa. Noi siamo in visione e nulla v’è che noi possiamo chiamare gratitudine o propriamente gioia. L’anima innalzata al di sopra della passione contempla l’identità e la causa eterna, percepisce l’esistenza della verità e della giustizia e si tranquillizza, osservando che tutte le cose procedano a dovere. Gli immensi spazi della natura, l’Oceano Atlantico, il mare del Sud, i lunghi intervalli di tempo, gli anni, i secoli, sono senza importanza. Questo che io penso e sento, sostiene il primordiale stato di vita con le sue circostanze, come esso regge il mio presente, e reggerà sempre ogni circostanza e ciò che è chiamato vita e ciò che è chiamato morte. Solo il vivere vale qualche cosa, non l’aver vissuto. Il potere cessa nell’istante del riposo; esso sta nel momento di transazione da uno stato passato ad uno presente, nel momento del lancio — nel vortice, nel correre verso uno scopo. L’unico fatto che il mondo detesta, è che l’anima diventi; perchè ciò per sempre degrada il passato, volge tutte le ricchezze in povertà, ogni riputazione in vergogna, confonde il santo con il birbante, allontana parimenti Gesù e Giuda. Perchè noi allora parliamo di fiducia in se stesso? Fintantochè l’anima è presente non vi sarà potere confidente, ma agente. Parlare di fiducia è un miserevole tema di discorso. Parliamo piuttosto di colui che confida, perchè opera ed esiste. Colui che ha maggior animo di me mi guida, pur s’egli non alzasse un dito. Muovetelo ed io devo errare intorno a lui per la gravitazione degli spiriti; a mia volta io dominerò con la stessa facilità chi ha minor animo di me. Quando noi parliamo di virtù eminenti, noi le immaginiamo figure rettoriche. Noi non ci avvediamo ancora che la virtù è elevazione e che un uomo od un gruppo di uomini sensibili e sottomessi a questi principi debbono conquistare e reggere, per legge di natura, tutte le città, le nazioni, i re, gli uomini ricchi ed i poeti, che non lo sono. Questo è il fatto ultimo, al quale noi presto giungiamo con questo come con qualsiasi altro argomento: la risoluzione di tutto in un essere unico, eternamente benedetto. La virtù è il dominatore, il creatore, la sola realtà. Le cose sono reali per quel tanto di virtù ch’esse contengono. Il commercio, l’agricoltura, la caccia, la guerra, l’eloquenza, il valore personale, sono qualche cosa e reclamano il mio rispetto, come esempi della presenza e dell’attività impura dell’anima. Io vedo la stessa legge, operante in natura, per la conservazione e l’accrescimento. Il peso di un pianeta, l’albero che piegato dal vento si raddrizza, le risorse vitali d’ogni animale e d’ogni vegetale, sono dimostrazioni dell’anima che basta a se stessa e che per ciò confida in se stessa.
Così tutto si concentra e noi non andiamo vagando ma accostiamoci alla causa; meravigliamo le masse intruse d’uomini e di libri e di istituzioni, con una semplice dichiarazione del fatto divino. Comandiamo loro di togliersi le scarpe dai piedi, perchè Dio è qui con noi. La nostra semplicità li giudichi; e la nostra docilità nostra alla propria legge dimostri la povertà della natura e della fortuna all’infuori della nostra nativa ricchezza.
Ma ora noi siamo se non plebaglia. L’uomo non teme l’uomo, nè l’anima sente l’ammonimento di rinchiudersi in se stessa per mettersi in comunicazione con l’interno oceano, ma va peregrinando per mendicare una tazza d’acqua al pozzo degli altri uomini. Noi dobbiamo andar soli. L’isolamento precede una vera società. Io amo più il silenzio della chiesa prima delle funzioni, che qualsiasi sermone. Quanto lontane, e fredde e caste appaiono le persone limitate da un recinto o da un santuario. Rimaniamo sempre così. Perchè dobbiamo noi attribuirci i falli del nostro amico o della moglie o del padre o del figlio, perchè essi siedono attorno al nostro focolare o son detti aver lo stesso sangue? Tutti gli uomini hanno il mio sangue ed io ho quello di tutti gli uomini. Non perciò io adotterò la loro petulanza o la loro follìa, fino ad esserne vergognoso. Il vostro isolamento però non dev’essere meccanico, ma spirituale, vale a dire, dev’esser elevazione. Alle volte il mondo intiero sembra essere in cospirazione per importunarvi con delle inezie enfatiche. L’amico, il cliente, il bambino, la malattia, il timore, il bisogno, la carità, tutti battono insieme alla porta del mio gabinetto dicendo: «Vieni fuori con noi». Ma tu non spargere la tua anima, non discendere, tieni il tuo stato; rimani a casa nel tuo proprio cielo; non entrare, anche per un istante, nei loro fatti, nel loro tumulto di apparenze in conflitto, ma lancia la luce della tua legge sulla loro confusione. Il potere che gli uomini hanno di seccarmi io lo ritorno a loro con una debole curiosità. Nessun uomo può approssimarsi a me, se non attraverso i miei atti. «Noi non amiamo che ciò che abbiamo, ma col desiderio noi priviamo noi stessi dell’amore».
Se noi non possiamo ad un tratto innalzarci alla santità dell’obbedienza e della fede, resistiamo almeno alle nostre tentazioni; combattiamo e destiamo il coraggio e la costanza di Thor e di Woden nei nostri petti sassoni. Ciò può esser fatto nei nostri tempi sentimentali, dicendo la verità. Reprimiamo questa ospitalità menzognera e questo menzognero affetto. Non vivete più a lungo nell’aspettazione di questa gente ingannata ed ingannatrice, con la quale conversiamo. Dite ad essa: o padre, o madre, o moglie, o fratello, o amico, io vissi con voi finora seguendo le apparenze. D’ora in avanti io appartengo alla verità. Sappiate che d’ora in avanti io non più obbedirò altra legge che la legge eterna. Io non avrò degli alleati, ma dei vicini. Io tenterò di nutrire i miei genitori, di mantener la mia famiglia, di esser il casto marito di una sola sposa, ma queste relazioni io debbo compierle in un modo nuovo e senza precedenti. Io mi appello ai vostri costumi. Io devo essere io stesso. Io non posso maggiormente annullarmi per voi. Se voi potete amarmi per ciò che io sono, noi saremo tanto più felici. Se voi non lo potete, io ancora cercherò di meritare che voi lo possiate. Io devo essere io stesso; io però non nasconderò le mie tendenze e le mie avversioni. Io confiderò in tal modo che ciò che è profondo è santo, che io farò apertamente innanzi al sole, alla luna, qualsiasi cosa mi porterà un interno godimento, e che il cuore mi comanderà. Se voi siete nobili io vi amerò: se voi non lo siete, io non urterò voi e me stesso con degli ipocriti riguardi.
Se voi siete veritieri, ma non d’accordo con le stesse mie verità, unitevi ai vostri compagni, io cercherò i miei. Io non opero così per egoismo, ma per umiltà e sinceramente. Vivere nel vero è ugualmente il vostro interesse ed il mio e quello di tutti gli uomini, per quanto a lungo possiamo aver vissuto nella menzogna. Suona male questo, oggi? Voi presto amerete ciò che è dettato dalla vostra natura così come dalla mia e se noi seguiremo la verità, essa al fine ci porterà fuori salvi. «Ma così voi potete causare a questi amici un dolore». «Sì, ma io non posso vendere la mia libertà ed il mio potere per salvare la loro sensibilità». Inoltre tutte le persone hanno i loro momenti di raziocinio, quando essi guardano nella regione della verità assoluta; allora essi mi giustificheranno e mi imiteranno.
Il popolaccio considera il vostro rifiuto alle norme popolari come rifiuto a tutte le norme, vale a dire, come un semplice antinomianismo; ed il sensuale insolente userà il nome di filosofia per indorare i suoi delitti.
Ma la legge della consapevolezza rimane. Vi sono due confessionali, nell’uno e nell’altro noi dobbiamo esser confessati. Voi potete adempiere i vostri doveri sciogliendovi da essi per via «diretta» o per via «riflessa». Considerate se voi avete soddisfatto ai vostri rapporti con vostro padre, vostra madre, vostro cugino, la vostra città, il vostro gatto, ed il vostro cane; ponete mente se qualcuno di questi può rimbrottarvi. Ma io posso anche trascurare la via riflessa ed assolver me da me stesso. Io ho i miei propri rigidi diritti ed il mio proprio campo d’azione. Esso nega il nome di dovere a molti uffici, che sono chiamati doveri. Ma se io posso sbarazzarmi dei suoi obblighi, io mi metto in condizione di dispensarmi dal codice popolare. Se qualcuno immagina che questa legge è rilassata, metta in pratica i suoi progetti per un solo giorno.
E veramente si richiede qualche cosa di divino in colui, che ha allontanati i comuni impulsi di umanità e si è avventurato a fidar in se stesso. Sia alto il suo cuore, costante la sua volontà, chiara la sua vista, affinchè egli possa essere a se stesso, in modo sicuro, scienza, società, legge; affinchè un semplice proposito possa esser per lui così forte, come la ferrea necessità per gli altri.
Se un uomo qualsiasi considera gli aspetti presenti di ciò ch’è chiamata, per distinzione, società, vedrà il bisogno di questa etica. I tendini ed il cuore dell’uomo sembrano essere stati strappati, e noi siamo divenuti timorosi e degli scoraggiati piagnoni. Noi siamo sbigottiti della verità, sbigottiti della fortuna, sbigottiti della morte e sbigottiti l’un dell’altro. La nostra età non produce uomini grandi e perfetti. Noi abbisogniamo di uomini e donne, che rinnovino in futuro la vita e il nostro stato sociale; purtroppo però noi vediamo che la maggior parte delle nature sono insolvibili, incapaci a soddisfare alle loro proprie necessità, armate d’un’ambizione superiore alla loro forza pratica e flessibili e imploranti, giorno e notte continuamente. Il nostro «ménage» è mendicante; le nostre arti, le nostre occupazioni, i nostri matrimoni, la nostra religione, noi non li abbiamo scelti, ma la società ha scelto per noi. Noi siamo dei soldati da salotto. Noi sfuggiamo le aspre battaglie del fato, in cui la forza nasce.
Se i nostri giovani errano nelle loro prime imprese, pèrdono ogni coraggio. Se il giovane mercatante fallisce, gli uomini dicono ch’egli è rovinato. Se il più bell’ingegno che studia in uno dei nostri collegi, non è all’anno seguente installato in un ufficio della città o dei borghi di Boston o New York, crede con i suoi amici d’aver ragione d’essere scoraggiato e di lamentarsi per il resto della sua vita. Uno zotico ragazzo di New-Hamshire o Vermot, che a volta a volta tenta tutti i mestieri, che attacca i cavalli, coltiva, girovaga merciando, apre una scuola, predica, stampa un giornale, va al congresso, acquista una cittadinanza, e così via negli anni successivi e sempre, e come un gatto cade in piedi, vale cento di questi fantocci della città. Egli cammina petto a petto con i suoi giorni e non si vergogna di non studiare per una professione, perchè egli non pospone la sua vita, ma vive di già; egli non ha una sorte, ma cento sorti. Si alzi uno stoico a rivelare le risorse dell’uomo, ad affermare che gli uomini non sono salici piangenti, ma che possono e devono elevarsi; che coll’esercizio della fiducia in se stesso, dei nuovi poteri appariranno; che l’uomo è il verbo fatto carne, nato per spargere il benessere sulle nazioni; che egli dovrebbe essere vergognoso della nostra compassione, e che allorquando egli agisce per personale impulso, buttando le leggi, i libri, l’idolatria e le consuetudini fuor della finestra, noi non lo commiseriamo più, ma lo ringraziamo e lo riveriamo, e che un tale maestro ricondurrà la vita dell’uomo allo splendore e farà il suo nome caro a tutta la storia.
È facile il constatare che una più grande fiducia in se stesso, un nuovo rispetto per la divinità dell’uomo deve portare una rivoluzione in tutte le funzioni e in tutti i rapporti degli uomini; nella loro religione, nella loro educazione, nelle loro ricerche, nel loro modo di vita; nelle loro associazioni, nella loro proprietà; nelle loro mire speculative.
1. In quali preghiere gli uomini indulgono! Ciò che essi chiamano il santo ufficio non è neppure ufficio coraggioso e virile. La preghiera si volge all’esterno e richiede il dono di qualche umana aggiunta, veniente attraverso qualche straniera virtù e si perde nei laberinti infiniti del naturale e del supernaturale, del mediato e del miracoloso. La preghiera che implora una particolar comodità, al disotto del bene, è viziosa. La preghiera è la contemplazione dei fatti della vita, dal più alto punto di vista. Essa è il soliloquio di un’anima contemplante e giubilante. Essa è lo spirito di Dio affermante la bontà delle sue opere. Ma la preghiera come mezzo per raggiungere un fine particolare è furto e viltà. Essa suppone il dualismo e non l’unità della natura e della coscienza. Così tosto che un uomo è un tutto con Dio, egli non pregherà. Egli vedrà allora la preghiera in ogni azione. La preghiera del coltivatore inginocchiato nel suo campo per sarchiarlo, la preghiera del rematore inginocchiato nel maneggiare il suo remo, sono vere preghiere, udite attraverso tutta la natura, sebbene innalzate per fini modesti. Caratack nella «Bonduca» di Fletcher, pregata di scrutare la mente del dio: «Andate — risponde: — il suo pensiero recondito giace nei nostri tentativi; le nostre azioni ardite sono i nostri migliori dei».
Un’altra specie di false preghiere sono i nostri rammarichi. Il malcontento è la mancanza di autofiducia; è l’infermità del volere. Rammaricate le calamità, se potete con questo mezzo aiutare i sofferenti; altrimenti attendete al vostro proprio lavoro, ed il male incomincia già ad essere riparato. La nostra simpatia è altrettanto vile. Noi ci accostiamo a coloro che piangono follemente, e sediamo loro vicini e piangiamo per tener loro compagnia, invece di impartire ad essi la verità e la salute, con ruvide scosse elettriche, mettendoli, per una volta ancora, in contatto con la loro propria anima. Il segreto della fortuna è la gioia nelle nostre mani. L’uomo che aiuta se stesso è sempre il benvenuto fra gli uomini e gli dei. Tutte le porte sono spalancate davanti a lui: tutte le lingue lo salutano, tutti gli onori gli fanno corona, tutti gli occhi lo seguono con desiderio. Il nostro amore va a lui, e lo abbraccia perchè egli non ne ha bisogno; lo accarezziamo con sollecitudine e con grandi lodi e lo celebriamo, perchè egli si mantenne sulla sua via, e rise della nostra disapprovazione. Gli dei lo amano, perchè gli uomini lo odiarono. «Al perseverante mortale — dice Zoroastro — i benedetti immortali sono benigni».
Come le preghiere degli uomini sono una malattia della volontà così le loro credenze sono una malattia dell’intelletto. Essi dicono con quegli sciocchi di Israeliti: «non parli Dio a noi, affinchè noi non moriamo; parla tu, parli qualsiasi uomo con noi e noi ubbidiremo». Ovunque mi si impedisce di incontrare Dio nel mio fratello, perchè egli ha chiuso le porte del suo proprio tempio, e racconta soltanto delle favole intorno al Dio di suo fratello, o intorno al Dio del fratello di suo fratello. Ogni nuova mente è una nuova classificazione. Se essa risulta una mente di non comune attività e potere, un Locke, un Lavoissier, un Hutton, un Bentham, un Spurzheim, essa impone la sua classificazione agli altri uomini ed ecco un nuovo sistema. L’accettazione di esso è in proporzione alla profondità del pensiero, al numero degli oggetti che tocca e porta nel campo d’osservazione dell’allievo. Ma questo è specialmente apparente nelle credenze e nelle chiese, le quali sono pure classificazioni di qualche potente spirito, operante sul pensiero elementare del dovere e sui rapporti dell’uomo con l’Onnipossente. Tale è il Calvinismo, il Quakerismo e lo Swendenborgianismo. L’allievo nel subordinare ogni cosa alla nuova terminologia, prova lo stesso diletto della ragazza che ha imparata la botanica, e vede una nuova terra e nuove stagioni. Avverrà che l’allievo sentirà di dover molto al suo maestro e constaterà che il suo potere intellettuale è cresciuto con lo studio degli scritti di lui. — Questo sentimento vivrà finchè egli non abbia esaurita la mente del maestro. Ma in tutte le menti senza equilibrio, la classificazione idoleggiata rimane come scopo e non passa come un mezzo rapidamente esauribile; cosicchè i limiti del sistema si confondono al loro occhio nel lontano orizzonte con i confini dell’universo, e le luci del cielo sembrano appese alla volta costrutta dal loro maestro. Essi non possono pensare come voi estranei abbiate qualche diritto di vedere, e come voi possiate vedere; «voi dovete in qualche modo aver rubato la luce a noi». Essi non s’avvedono ancora che una luce non sistematica, indomabile, irromperà in qualsiasi capanna, ed anche nella loro. Continuino intanto a garrire e a chiamar loro, il loro sistema.
Se essi sono onesti ed operano bene, il loro ovile oggidì sì nuovo e pulito sarà fra breve troppo stretto e basso; si screpolerà, si piegherà, marcirà e sparirà, e la luce immortale, giovane e baldanzosa, dai milioni di orbite e di colori, splenderà sull’universo come nel primo mattino.
2. È per la mancanza della coltura individuale che il feticismo del viaggiare, i cui idoli sono l’Italia, l’Inghilterra, l’Egitto, conserva il suo fascino sopra tutti gli americani educati. Coloro che fecero l’Inghilterra, la Francia o la Grecia venerabili all’immaginazione, fecero ciò non ronzando intorno al creato, come la farfalla intorno alla lampada, «ma rimanendo fermi dove erano, come un’asse della terra». Nelle ore virili, noi sentiamo che il dovere è di rimanere al nostro posto. L’anima non è viaggiatrice; l’uomo saggio rimane a casa, con la sua anima e quando le sue necessità, i suoi doveri lo chiamano lontano da quella od in terra straniera, egli si trova ugualmente ancora in casa sua, e nulla abbandona di sè, e farà sentire agli uomini, coll’espressione del suo contegno, che egli giunge missionario della sapienza e della virtù, e visita le città e gli uomini come un sovrano, e non come un intruso od un valletto. Non ho alcuna severa obbiezione da fare riguardo alla circumnavigazione del globo per fini d’arte, di studio, di benevolenza; purchè l’uomo sia divenuto prima amante della sua terra e non vada altrove, con la speranza di trovare cose più grandi di quelle che conosce.
Colui che viaggia per diletto o per raggiungere ciò che non possiede, viaggia fuor di se stesso, ed invecchia, anche se è in gioventù, fra le vecchie cose. In Tebe, in Palmira, la sua volontà e la sua mente si sfasciano e si sgretolano, come già le città stesse. Egli porta rovine fra le rovine.
Il viaggiare è il paradiso dei dementi. Noi dobbiamo ai nostri primi viaggi la scoperta che i luoghi sono nulla. Io sogno in casa, che a Napoli, a Roma posso essere inebriato di bellezza e posso perdere la mia tristezza. Faccio i miei bauli, abbraccio i miei amici, m’imbarco, ed alfine mi risveglio a Napoli, e là, vicino a me, trovo il Fatto severo, il triste Io, inflessibile, identico, dal quale io fuggii. Cerco il Vaticano ed i palazzi. Fingo d’essere inebriato dalle cose vedute e dalle suggestioni, ma non lo sono. Il mio gigante, il mio io, mi segue ovunque io vada.
3. Ma il furore dei viaggi non è che un sintomo di un più profondo squilibrio, che intacca l’intiera azione intellettuale. L’intelletto è vagabondo, ed il nostro sistema di educazione nutrisce l’irrequietezza. Le nostre menti viaggiano quando noi siamo obbligati a rimaner in casa. Noi imitiamo; e che cosa è l’imitazione se non il viaggiare della mente? Le nostre case sono costruite con gusto straniero; i nostri scaffali sono guarniti con ornamenti stranieri; le nostre opinioni, le nostre tendenze, le nostre facoltà s’inchinano e seguono il Passato ed il Lontano, come gli occhi d’una fantesca seguono quelli della padrona. L’anima creò le arti ovunque esse sono fiorite. Fu nella sua propria mente che l’artista cercò il suo modello, ed essa fu un’applicazione del suo proprio pensiero alla cosa da farsi ed alle condizioni da osservarsi. E perchè dobbiamo noi copiare il modello gotico o dorico? La bellezza, la convenienza, la grandiosità di pensiero, la ricercatezza, l’espressione, sono così prossime a noi come a qualsiasi altro, e se l’artista americano studierà con speranza e con amore la cosa esatta che egli deve fare, considerando il clima, il suolo, la lunghezza del giorno, la necessità del popolo, il modo e la forma di governo, egli costruirà un edificio, nel quale tutte queste cose si troveranno disposte, ed il gusto ed il sentimento verranno soddisfatti.
Insistete su voi stessi: non imitate mai. Voi potete ad ogni momento porre in mostra il vostro proprio talento, con la forza accumulata di una cultura, durata tutta la vita; ma dell’adottato talento di un altro voi non avete che un momentaneo e semi-possesso. Ciò che ognuno può fare nel modo migliore, nessuno all’infuori dello stesso Fattore, può insegnarglielo. Dove è il maestro che avrebbe potuto educare Shakespeare? Dove è il maestro che avrebbe potuto istruire Franklin o Washington o Bacone o Newton? Ogni grande uomo è un tipo unico. Il «scipionismo» di Scipione sta appunto in quella parte, ch’egli non potè torre in prestito. Se qualcuno mi domanderà, chi il grande uomo imita, quando compie una grande azione, io domanderò a lui quale altro uomo lo può istruire, se non egli stesso. Shakespeare non sarà mai creato con lo studio di Shakespeare. Fa ciò che ti è assegnato e non potrai, nè sperare troppo, nè troppo osare. V’è in questo momento un pronunciamento semplice e grande per me, come lo scalpello di Fidia, la cazzuola degli Egizi, o la penna di Mosè o di Dante, pur differente da tutto questo. Non è possibile che l’anima così ricca, così eloquente, e dalla lingua mille volte biforcuta, acconsenta di ripetersi; ma se io posso udire ciò che questi patriarchi dicono, sicuramente io posso rispondere loro con lo stesso accento di voce, perchè l’orecchio e la lingua sono due organi di una sola natura. Abita nelle semplici e nobili regioni della tua vita, ubbidisci al tuo cuore, e tu riprodurrai il mondo anteriore, di nuovo.
Come la nostra religione, la nostra educazione, la nostra arte, tendono all’esterno, così anche il nostro spirito di società. Tutti gli uomini si fanno belli del progresso della società e nessuno progredisce.
La società non progredisce mai. Essa recede da un lato, quanto avanza dall’altro. Il suo progresso è apparente, simile al procedere di coloro, che spingono una ruota da mulino. Essa soffre continui cambiamenti; essa è barbara, essa è civile, è cristiana, è ricca, è scientifica; ma questi cambiamenti non sono miglioramenti. Ad ogni cosa data, corrisponde qualche altra presa. La società consegue arti nuove e perde istinti vecchi. Quale contrasto fra l’Americano ben vestito, che sa leggere, scrivere, pensare, che possiede un orologio, una matita, ed una lettera di cambio, e l’abitatore della Nuova Zelanda, nudo, la cui proprietà è una mazza, una lancia, una stuoia e un angolo d’una comune capanna per dormirvi sotto! Ma ponete a confronto la salute dei due uomini e voi vedete che l’uomo bianco ha perduto la sua forza aborigena. Se i viaggiatori dicono il vero, la carne del selvaggio colpita con un’ascia, in un giorno o due si rimarginerà e guarirà, mentre lo stesso colpo manderà l’uomo bianco al sepolcro.
L’uomo civilizzato ha costruito una vettura, ma ha perduto l’uso dei suoi piedi. Egli è sorretto dalle grucce, ma perde altrettanta forza muscolare. Egli ha un bell’orologio ginevrino, ma ha perduta l’abilità di legger l’ora nel sole. Egli possiede un almanacco nautico di Greenwich, e così essendo certo dell’informazione quando egli ne abbisogna, non riconosce più una stella in cielo. Egli, non osserva un solstizio; egli non conosce l’equinozio; così l’intiero fulgido calendario dell’anno, è senza quadrante nella sua mente. Il suo taccuino indebolisce la sua memoria; le sue biblioteche sopraccaricano il suo spirito; le società d’assicurazione accrescono il numero degli infortuni e possiamo domandarci se le nostre macchine non sono d’ingombro; se non abbiamo perduto con il raffinamento qualche energia; se con un cristianesimo trincerato in istituzioni e modi, non abbiamo perduto qualche vigore di virtù selvaggia; poichè ogni stoico era uno stoico, ma nella cristianità dov’è il cristiano?
Eppure non v’è maggiore deviazione nell’ordine morale, che nell’ordine fisico di altezza e di volume. Oggi non vi sono uomini più grandi di quelli del passato. Una grande uguaglianza può esser notata fra i grandi uomini dei primi e degli ultimi tempi; nè può tutta la scienza, l’arte, la religione e la filosofia del sec. XIX educare uomini più grandi degli eroi di Plutarco, ventitre o ventiquattro secoli fa. La razza non progredisce con il tempo. Focione, Socrate, Anassagora, Diogene, sono grandi uomini, ma non fanno «scuola»!! Colui che realmente è della loro specie, non sarà chiamato con il loro nome, ma sarà egli stesso e a sua volta il fondatore d’un’altra scuola. Le arti e le invenzioni di ciascun periodo caratterizzano il costume di esso, ma non rinvigoriscono gli uomini. Il male del progresso meccanico può compensare il suo bene. Hudson e Behring con le loro baleniere stupirono Parry e Franklin, il cui equipaggiamento esauriva le risorse della scienza e dell’arte. Galileo con un canocchiale da teatro scoprì una serie di fenomeni più grandi di quelli scoperti dopo. Colombo scoprì il nuovo mondo con un disadorno battello. È curioso osservare l’inutilità periodica ed il deperimento degli strumenti e delle macchine, che furono introdotti con grande lode pochi anni o pochi secoli fa. Il grande genio ritorna all’uomo essenziale. Noi poniamo i progressi dell’arte della guerra fra i trionfi della scienza; eppure Napoleone conquistò l’Europa con il bivacco, che fu il ritornare al nudo valore, sgombrato d’ogni altro aiuto. «L’imperatore stimava cosa impossibile il formare un perfetto esercito — dice Las Casa, — senza abolire le nostre armi, i nostri magazzini, i nostri commissarii e i nostri cariaggi; di modo che, ad imitazione del costume romano, il soldato ricevesse la sua provvista di grano, la macinasse nel suo mulino a mano, e cuocesse egli stesso il suo pane».
La società è un’onda. L’onda procede innanzi, ma non l’acqua di cui è composta. La stessa molecola non s’alza dal solco alla cresta. La sua unità non che è fenomenica. Le persone che fanno oggi grande una nazione muoiono l’anno prossimo e la loro esperienza con loro.
La fiducia nella proprietà, posta nella fiducia nei governi che la proteggono, è mancanza di fiducia in se stesso. Gli uomini hanno osservato per sì lungo tempo le cose fuor di se stessi che essi sono giunti a stimare le istituzioni religiose, scientifiche e civili, come custodi della proprietà, ed essi si scagliano contro gli assalti mossi a queste istituzioni, perchè sentono che tali assalti sono mossi contro la proprietà. Essi regolano la loro reciproca stima a seconda di ciò che ognuno ha, non di ciò che ognuno è. Ma un uomo colto si vergogna della sua proprietà, di ciò ch’egli possiede, per un nuovo rispetto del suo essere, e specialmente egli odia ciò che ha, quando il suo possesso è accidentale, venuto a lui per eredità o dono o delitto; allora egli sente che ciò non è avere; che ciò non gli appartiene, non ha radice in lui, ma semplicemente giace là, perchè nessuna rivoluzione o furto glielo tolgono. Ma ciò che un uomo dev’essere, per necessità sempre lo acquista, e ciò che l’uomo acquista, è proprietà vivente e permanente, che non dipende da governi, da moltitudini, da rivoluzioni, dal fuoco, dalla tempesta, dalla bancarotta, ma che perpetuamente si rinnova ovunque l’uomo respira. «La tua parte o porzione di vita — dice il califfo Alì — ti cerca; pertanto tralascia dal cercarla». La nostra dipendenza verso questi beni stranieri ci conduce al nostro servile rispetto per la quantità. I partiti politici s’adunano in numerose riunioni; e ad ogni maggiore concorso e ad ogni nuovo clamoroso annunzio: la delegazione di Essex; i democratici di New-Hampshire, i liberali di Maine...!... ecc. il giovine patriota si sente più forte di prima, per queste nuove migliaia di occhi e di braccia. Allo stesso modo i riformatori s’adunano e votano e deliberano in maggioranza. Non è in questo modo, amici, che Dio si degnerà di entrare ed abitare in voi, ma con un metodo precisamente opposto. Solo quando un uomo si libera d’ogni sostegno esterno e rimane solo, io lo vedo forte e vincitore; più debole diventa ad ogni nuova recluta, che raccoglie sotto la sua bandiera. Non è un uomo migliore d’una città? Nulla chiedi agli uomini, e nelle incessanti mutazioni tu, come unica e salda colonna, rivèlati il rettore di tutto ciò che ti circonda. Colui, il quale sa che il potere è nell’anima, che la sua debolezza è nata dall’aver cercato il bene fuori di se stesso e ovunque, e che avendo ciò intuito, si getta senza esitazione sulle orme del suo pensiero, istantaneamente si rialza, rimane eretto, comanda alle sue membra, opera miracoli, allo stesso modo che l’uomo sorretto dai piedi, è più forte dell’uomo, che cammina sulla testa.
In questo modo comportatevi con tutto ciò che è chiamato fortuna. Molti uomini giocano con essa, e vincono e perdono ogni cosa, a misura che la ruota gira. Ma tu abbandona questi profitti come ingiusti e mettiti in rapporto con la Causa e l’Effetto, che sono i cancellieri di Dio. Lavora ed acquista colla tua volontà e tu avrai incatenato la ruota della fortuna e d’ora innanzi te la trascinerai dietro. Una vittoria politica, il rialzo della rendita, la guarigione d’una vostra malattia, il ritorno del vostro amico assente o qualche altro favorevole evento, innalzano i vostri spiriti e voi pensate che giorni lieti siano per venire a voi. Non lo credete. Ciò non può essere. Nulla può portarvi pace se non voi stessi. Nulla può portarvi pace, se non il trionfo dei principii.
TERZO SAGGIO COMPENSAZIONE
Fin dalla mia fanciullezza io ho desiderato di scrivere un discorso sulla compensazione: poichè mi parve, quand’ero giovanissimo, che su questo argomento la vita fosse più innanzi della teologia, e che il popolo sapesse più di quanto i predicatori insegnassero. Gli stessi documenti, dai quali la dottrina poteva essere tratta, allettavano la mia fantasia con la loro infinita varietà, e mi stavano sempre davanti, anche nel sonno; perchè essi sono gli utensili nelle nostre mani, il pane nel nostro canestro, gli avvenimenti della strada, la cascina, la dimora, i saluti, le relazioni, i debiti e i crediti, l’influenza del carattere, la natura e le doti di ogni uomo. Mi sembrava, anche, che essa potesse mostrare agli uomini un raggio della divinità, l’azione presente dell’anima di questo mondo, libera da ogni vestigio di tradizione, e potesse immergere il cuore dell’uomo in un lavacro di amore eterno, conversando con ciò che egli sa esser sempre esistito, e sempre dover esistere, perchè esso ora realmente esiste. Mi pareva inoltre, che se questa dottrina potesse essere espressa in termini, in certo modo uguali a quelle luminose intuizioni con le quali questa verità ci è talvolta rivelata, essa sarebbe una stella in molte ore oscure e in molti difficili passi del nostro viaggio, la quale non ci permetterebbe di perdere la diritta via.
Questo desiderio ultimamente crebbe in me ascoltando una predica in chiesa. Il predicatore, un uomo stimato per la sua ortodossia, spiegava nel solito modo la dottrina del giudizio universale. Egli asseriva che l’ultimo giudizio non avviene in questo mondo; che i malvagi sono vittoriosi; che i buoni sono infelici; e poi traeva dalla ragione e dalla Sacra Scrittura l’idea d’un compenso distribuito ad entrambi nella vita futura. La congrega dei fedeli non parve essere indignata da questa dottrina e per quanto io osservassi, allorchè l’adunanza si sciolse, non mi avvidi d’alcuna osservazione mossa a questa predica.
Pure quale era il senso di questo insegnamento? Che cosa intendeva dire il predicatore, affermando che i buoni sono infelici nella vita presente? Voleva egli dire che le case e le terre, le cariche, i vini, i cavalli, i vestiti, il lusso sono tenuti dagli uomini senza principî, mentre i santi sono poveri e disprezzati, e che una compensazione deve essere data a questi in futuro, donando loro come gratificazione, azioni bancarie e doppioni d’oro, cacciagione e champagne? Questa deve essere la compensazione da lui intesa; perchè se non questa, quale altra? Forse questa: che ad essi sarà concesso di pregare e glorificare? di amare e di servire gli uomini? Ma ciò è quanto possono fare ora! La legittima conseguenza che il discepolo poteva trarre era: — «Noi avremo i giorni lieti, che i peccatori hanno ora»; — o per arrivare all’estrema deduzione: — «Voi peccate ora; noi peccheremo più tardi; noi vorremmo peccare ora, se noi lo potessimo; ma non essendo felici attendiamo la nostra rivincita domani». — L’errore di questa dottrina sta nell’immensa concessione, che i cattivi siano soddisfatti; che la giustizia non si compia nel presente. La cecità del predicatore consisteva nel valutare con il vile estimo del mercato. ciò che costituisce un virile successo, anzichè confrontare e confutare il mondo con la verità, affermando la presenza dell’anima, l’onnipotenza della volontà; distinguendo così le insegne del bene e del male, del successo e della menzogna, e citando i morti al suo tribunale.
Riscontro un simile spregevole tono nelle opere popolari religiose di questi giorni, e vedo adottate le stesse dottrine dagli uomini di lettere, quando per caso trattano di analoghi argomenti. Io credo che la nostra teologia popolare s’è innalzata per decoro, e non per principî, sulle superstizioni che essa ha divelte. Ma gli uomini sono migliori di questa teologia e la loro vita giornaliera la smentisce.
Ogni anima ingegnosa e ricca d’aspirazioni abbandona tale dottrina nel passato della sua propria esperienza; e tutti gli uomini sentono talvolta la falsità che essi non possono dimostrare, poichè gli uomini sono più saggi di quanto essi stessi non sappiano. Ciò che essi sentono senza riflessione nella scuola e dal pulpito, se dovesse esser detto in conversazione, sarebbe probabilmente esaminato in silenzio. Se un uomo dogmatizza in una società promiscua, sulla Provvidenza e le leggi divine, egli riceve in tutta risposta un silenzio, che indica chiaramente, ad un osservatore, il malcontento dell’uditorio, ma anche la sua incapacità di formarsi una convinzione propria.
Ricorderò ora alcuni fatti che indicano il cammino della legge della compensazione e sarò oltremodo felice se traccierò con esattezza il più piccolo arco di questo cerchio. La polarità o azione e la reazione si riscontrano in ogni parte della natura; nell’oscurità e nella luce; nel caldo e nel freddo; nel flusso e nel riflusso delle acque; nel maschio e nella femmina; nell’inspirazione e nell’espirazione delle piante e degli animali; nella sistola e diastola del cuore; nelle ondulazioni dei fluidi e del suono; nella gravità centrifuga e centripeta; nell’elettricità, nel galvanismo, e nell’affinità chimica. Producete l’attrazione all’estremità di un ago magnetico; la forza magnetica opposta appare all’altra estremità. Se il sud attrae, il nord respinge. Per fare il vuoto qui, voi dovete condensare là. Un dualismo inevitabile scinde la natura, così che ogni cosa è una metà, e suggerisce un’altra cosa per farla intiera; così spirito, materia; uomo, donna; soggetto, oggetto; dentro, fuori; sopra, sotto; movimento, riposo; sì, no.
Come il mondo è dualistico, così è ciascuna delle sue parti. L’intiero sistema delle cose viene rappresentato in ogni particella. Vi è qualcosa che rassomiglia al flusso ed al riflusso del mare, al giorno ed alla notte, all’uomo e alla donna, nella scaglia del pino, in un grano di frumento, in ogni individuo del regno animale. La reazione, così grandiosa nei suoi elementi, si ripete in questi limiti angusti. Per esempio, nel regno animale, il fisiologo ha osservato che nessun essere è privilegiato, ma che una certa compensazione bilancia ogni dono ed ogni difetto. Un soprappiù concesso ad una parte è ripagato dallo stesso essere con una riduzione di un’altra parte. Se la testa ed il collo sono più larghi, il tronco e le estremità sono accorciati.
La teoria delle forze meccaniche fornisce un altro esempio. Ciò che noi guadagniamo in potenzialità, perdiamo in durata; e viceversa. Le rivoluzioni periodiche o equivalenti dei pianeti sono un altro esempio; così l’influenza del clima e del suolo nella storia politica.
Il clima freddo rinvigorisce. Il suolo arido non produce febbri, cocodrilli, tigri o scorpioni.
Lo stesso dualismo si cela nella natura e nella condizione dell’uomo. Ogni eccesso dà origine ad un difetto; ogni difetto ad un eccesso. Ogni dolce ha il suo amaro; ogni male ha il suo bene. Ogni facoltà che riceve piacere, ha un castigo uguale al piacere, in caso d’abuso e deve rispondere della sua moderazione a prezzo della vita. Per ogni grano di spirito vi è un grano di follia. Ad ogni cosa perduta, corrisponde un’altra guadagnata; ad ogni cosa guadagnata un’altra perduta. Le ricchezze crescono; cresce il numero di coloro che le usano. Se il raccoglitore raccoglie troppo, la natura prende dall’uomo ciò che essa mette nelle casse di lui; aumenta i beni, ma uccide il proprietario. La natura odia i monopoli e gli eccessi. Le onde del mare non ricercano più rapidamente il loro livello dopo il loro agitarsi, di quanto tendano le varietà della condizione ad uguagliarsi. Vi è sempre qualche circostanza livellatrice, che riconduce il superbo, il forte, il ricco, il fortunato, sostanzialmente allo stesso livello di tutti gli altri. Un uomo è troppo forte e feroce per la società, è un cattivo cittadino per temperamento e per posizione, — è un testardo malfattore con un tanto di pirata in se stesso; — ebbene la natura gli manda uno stuolo di figli e di figlie che studiano lodevolmente nella scuola del villaggio, e l’amore ed il timore per essi, spianano il suo tristo viso arcigno alla cortesia. Così essa giunge ad intenerire il granito, a scacciare la bestia feroce ed introdurvi l’agnello, ed a mantenere esatta la bilancia.
Il contadino immagina che il potere e la preminenza siano delle belle cose, ma il Presidente ha pagato cara la sua Casa Blanca. Ordinariamente essa gli è costata tutta la sua pace, e le migliori delle sue qualità virili. Per conservare per breve tempo una posizione apparentemente così cospicua innanzi al mondo, egli è lieto di mangiare polvere davanti ai suoi veri padroni, che stanno eretti dietro il trono. Oppure desiderano gli uomini la grandezza più sostanziale e permanente del genio? Anche questa non ha maggior immunità. Colui che colla forza della volontà o del pensiero è grande, e domina migliaia di cose, ha la responsabilità del dominio. Con ogni influsso di luce viene un pericolo nuovo. Possiede egli la luce? Egli deve far testimonianza di quella luce, e sempre precedere con la sua fedeltà alle nuove rivelazioni dell’anima eterna, quella simpatia, che gli dà tanta viva soddisfazione. Egli deve odiare il padre e la madre, la moglie e il figlio. Ha egli tutto ciò che il mondo ama ed ammira ed agogna? egli deve rigettare dietro di sè l’ammirazione, ed affligger il mondo con la fedeltà alla sua verità e diventare un proverbio ed un oggetto di burla.
Questa legge crea le leggi delle città e delle nazioni. Essa non sarà deviata dal suo fine del più piccolo iota. È vano il macchinare o il complottare o l’accordarsi contro di essa. Le cose rifiutano di essere maneggiate male per lungo tempo. Res nolunt diu male administrari. Sebbene nessun impedimento ad un nuovo male appaia, l’impedimento esiste, ed apparirà. Se il governo è crudele, la vita del governatore non è sicura. Se voi mettete delle tasse troppo alte, il reddito nazionale sarà nullo. Se fate il codice penale sanguinario, i giurati non condanneranno. Nulla che sia arbitrario, nulla che sia artificiale, può durare.
La vita vera e le soddisfazioni dell’uomo sembrano eludere gli estremi rigori o le estreme prosperità delle condizioni, e stabilirsi con grande indifferenza sotto tutte le varietà di circostanze. Sotto tutti i governi l’influenza del carattere rimane la stessa, — in Turchia o nella nuova Inghilterra. Sotto i despoti primitivi dell’Egitto, la storia onestamente confessa che l’uomo ebbe tanta libertà quanta fu la sua cultura.
Queste apparenze dimostrano che l’universo è rappresentato in ciascuno delle sue molecole. Ogni cosa in natura contiene tutti i poteri della natura stessa. Ogni cosa è fatta di una sola materia conosciuta; così il naturalista vede un solo tipo sotto ogni metamorfosi, e considera un cavallo quale un uomo corrente, un pesce quale un uomo natante, un uccello quale un uomo che vola, un albero quale un uomo radicato nel suolo. Ogni nuova forma ripete non solamente il carattere principale del tipo, ma via via tutte le particolarità, tutte le finalità, tutti i progressi, tutti gli impedimenti, tutte le energie e l’intiero sistema in fine di qualsiasi altro tipo. Ogni occupazione, ogni commercio, ogni arte, ogni avvenimento è un compendio del mondo, e un correlativo di ciascun’altra di queste cose. Ogni uomo è un completo emblema della vita umana, del suo bene e del suo male, dei suoi cimenti, dei suoi nemici, del suo corso e della sua fine: e ciascuno deve in qualche modo contenere l’uomo completo e narrare tutto il suo destino.
Il mondo aduna se stesso in una goccia di rugiada. Il microscopio che esamina il microbo, non lo trova meno perfetto solo per essere piccolo. Occhi, orecchi, gusto, odorato, movimento, resistenza, appetito, e gli organi stessi di riproduzione che congiungono all’eternità, trovano modo d’esser contenuti nel più piccolo essere.
Allo stesso modo noi mettiamo la nostra vita in ogni atto. La vera teoria dell’omnipresenza è che Dio riappare, con tutti i suoi elementi, in ogni muschio ed in ogni tela di ragno. Il valore dell’universo si studia di penetrare in ogni punto. Se il bene c’è in un luogo, anche il male ci sarà; se si trova l’affinità, pure si troverà la repulsione; se la forza c’è, ci sarà anche una limitazione ad essa.
Così è il vivente universo. Tutte le cose sono morali. L’anima che dentro di noi è sentimento, all’infuori di noi è legge. In noi sentiamo la sua ispirazione; fuori, nella storia, noi possiamo vedere la sua forza fatale. Essa è onnipossente e tutta la natura sente il suo potere. Essa è nel mondo; per essa il mondo fu creato. Essa è eterna e rappresenta se stessa nel tempo e nello spazio. La giustizia non è posposta. Un’equità perfetta regola la sua bilancia in ogni parte della vita.
«Οί κύβοι Διὸς ’αεὶ εὐπίπτουσι»: «I dadi degli Dei sempre vincono». Il mondo appare come una tavola di moltiplicazione od un’equazione matematica, che, voltata come voi volete, mantiene sempre il suo equilibrio. Prendete qualsiasi figura vi piaccia, essa vi renderà conto del suo esatto valore, nè più nè meno. Ogni segreto è palesato, ogni delitto punito, ogni virtù ricompensata, ogni torto riparato in silenzio e certamente. Ciò che noi chiamiamo «compenso» è la necessità universale, per la quale l’intiero appare ogni qualvolta appare una parte. Se vedete del fumo, là ci deve essere del fuoco. Se vedete un braccio od un altro membro, voi sapete che il tronco al quale esso appartiene, sta dietro.
Ogni atto ricompensa se stesso, od in altre parole, si integra in un duplice modo: primo, nella cosa o nella natura reale; secondo, nella circostanza o nella natura apparente. Gli uomini dànno alla circostanza il nome di retribuzione. La retribuzione causale è nella cosa, e non è veduta che dall’anima; invece la retribuzione della circostanza è veduta dall’intelligenza; essa è inseparabile dalla cosa, ma spesso stesa su di un lunghissimo tempo, non viene distinta che dopo molti anni. Le ferite specifiche possono seguire l’offesa dopo lungo tempo, ma esse giungono perchè l’accompagnano. Il delitto e la pena crescono da un solo stelo. La pena è un frutto insospettato, che matura nel fiore del piacere, che lo ha coperto. Causa ed effetto, mezzi e fini, seme e frutto, non possono essere separati, perchè l’effetto fiorisce già nella causa, il fine preesiste nei mezzi, il frutto nel seme.
Mentre il mondo in tal guisa sarebbe unità e rifuggirebbe dall’esser diviso, noi cerchiamo di operare parzialmente, di separare, di appropriarci qualchecosa; per esempio, per soddisfare i sensi, noi separiamo il piacere dei sensi dalle necessità del carattere. L’ingenuità dell’uomo è sempre stata dedicata alla soluzione di un solo problema: in qual modo separare la dolcezza sensuale, la forza sensuale, la luce sensuale, ecc. dalla dolcezza morale, dalla morale profondità, dalla bellezza morale: vale a dire, ancora, come separare nettamente questa superficie esterna in modo da lasciarla senza il fondo; come giungere ad un’estremità senza averne un’altra. L’anima dice: «Mangia»; il corpo vorrebbe banchettare. L’anima dice: «L’uomo e la donna non saranno che una carne sola ed una sola anima» ed il corpo vorrebbe unirsi solamente alla carne. L’anima dice: «abbiate il dominio su tutte le cose per fini di virtù» ed il corpo vorrebbe avere il potere su tutte le cose per i suoi propri fini.
L’anima lotta con vigore per vivere e lavorare attraverso tutte le cose. Essa potrebbe essere l’unico fatto e tutte le cose sarebbero ad essa unite: potere, piacere, conoscenza, bellezza.
Ma l’uomo individuo aspira ad essere «qualcuno»; a costruire per se stesso; ad affaccendarsi ed a mercanteggiare per il bene privato; monta a cavallo allo scopo di montar a cavallo; si abbiglia per abbigliarsi; mangia per mangiare; governa allo scopo di eccellere. Gli uomini cercano di essere grandi; essi vorrebbero avere uffici, ricchezze, potere e fama. Essi credono che essere grandi sia possedere una parte sola della natura, quella dolce, senza l’altra parte, quella amara.
Questa divisione e questa separazione sono però energicamente avversate dalla natura. Fino al giorno nostro, bisogna riconoscerlo, nessun creatore di progetti ha avuto il più piccolo successo. L’acqua separata si riunisce dietro la nostra mano. Nel momento in cui cerchiamo di separarlo dal «tutto», il piacere è colto fuor dalle cose piacevoli, il profitto fuori dalle cose profittevoli, il potere fuori dalle cose forti. Noi non possiamo scindere le cose e ricercare solo il bene sensuale per se stesso, come non possiamo raggiungere un interno che non abbia esterno od una luce senza ombra. «Scacciate la natura con un bidente, essa ritorna di corsa».
La vita si riveste di condizioni inevitabili, che lo stolto cerca di schivare, che questi e quegli si vanta di non conoscere, come cose che non lo riguardano; ma la millanteria è sulle sue labbra, mentre le condizioni sono nella sua anima. Se egli le sfugge per una parte, esse lo attaccano per un’altra parte più vitale. Se egli le ha sfuggite in forma ed in apparenza, è perchè egli ha resistito alla sua vita, è fuggito lungi da se stesso, e il compenso è tale quale la morte. L’inanità di tutti i tentativi per fare questa separazione del bene dall’obbligazione è così evidente, che l’esperimento non sarebbe tentato — e il tentarlo sarebbe opera pazza, — senza che, iniziata nella volontà la malattia della ribellione e della separazione, l’intelletto subito non vada infetto; tanto che l’uomo cessa di vedere in ogni oggetto Dio nella sua pienezza, ma vede l’adescamento sensuale di esso, e non vede il suo pregiudizio; egli vede la testa della sirena, ma non la coda del drago; e pensa di poter recidere ciò che egli vuole avere da ciò che egli non vorrebbe. «Quanto secreto tu sei, che abiti nei più alti cieli silenziosamente, tu unico grande Iddio, che getti per castigo, con Provvidenza infaticabile, l’acciecamento su coloro che nutrono sfrenati desideri!»[2].
L’anima umana è fedele a questi fatti nel rappresentarli nelle favole, nella storia, nei proverbi, nella conversazione. Ciò trova inopinatamente una voce nella letteratura. Così i Greci chiamarono Giove, la Mente Suprema; ma avendogli per tradizione ascritto molte azioni basse, involontariamente fecero ammenda alla ragione, incatenando le mani di un dio così cattivo. Egli è ridotto così senza sostegno, come un re d’Inghilterra. Prometeo conosce un segreto per il quale Giove deve patteggiare; Minerva un altro ne conosce. Egli non può disporre dei suoi propri fulmini; Minerva ne tiene le chiavi.
«Fra tutti gli Dei, io sola conosco le chiavi che aprono le solide porte delle aule, ove le sue folgori dormono».
È una sincera confessione dell’opera interna del Tutto, e del suo scopo morale. La mitologia indiana finisce nella stessa etica; e sembrerebbe impossibile inventare qualsiasi favola e darle una popolarità, se essa non è morale. Aurora scordò di chiedere la gioventù per il suo amante, e Titone sebbene immortale è vecchio. Achille non è completamente invulnerabile; poichè le acque sacre non bagnarono il suo tallone, per il quale Teti lo sosteneva. Siegfried, nei Nibelungi, non è completamente immortale, perchè una foglia cadde sul suo dorso, mentre egli si bagnava nel sangue del drago, e quella parte rimasta coperta è mortale. E così è sempre. V’è una fenditura in tutte le cose che Dio ha fatto. E pare che questa circostanza vendicativa sempre appaia, improvvisa, perfino nella poesia, dove la fantasia umana tenta di cantare feste ardimentose, e di liberarsi delle vecchie leggi —, come appare nell’urto all’indietro, nel retrocedere del cannone, affermanti che la legge è fatale e che in natura nulla può essere donato, ma tutto è venduto.
Questo è l’antico significato della Nemesi, che vigila sull’universo, e non lascia impunita alcuna offesa. Le furie, dicono gli antichi, sono le ancelle della giustizia, e se il sole in cielo trasgredisse dalla sua via, esse lo punirebbero. I loro poeti raccontano che le mura di pietra, e le spade di ferro, e le cinghie di cuoio hanno un’occulta simpatia con i falli dei loro proprietari; che la cintura, che Ajace donò ad Ettore, trascinò sul campo l’eroe Trojano attaccato alle ruote del carro di Achille, e che la spada, che Ettore diede ad Ajace, fu quella con cui Ajace si trafisse. Essi ricordano che quando i Thasiani eressero una statua a Teogene, vincitore nei giuochi, uno dei suoi rivali andò ad essa nottetempo, e tentò abbatterla con colpi ripetuti, finchè la smosse dal suo piedestallo, ma vi rimase sotto, schiacciato dalla sua caduta.
La voce della favola ha in sè qualcosa di divino. Essa sorse da un pensiero posto al di sopra della volontà dello scrittore. La parte migliore d’ogni scrittore è quella che ha nulla d’individuale; quella che egli non conosce; che sorse dalla sua costituzione e non dalla sua troppo fervida invenzione; quella che nello studio di un solo artista non potreste facilmente trovare, ma che nello studio di molti, voi raccogliereste come se fosse lo spirito di tutti. Io vorrei conoscere l’opera dell’uomo in quell’antico mondo ellenico, non Fidia. Il nome e la vita di Fidia, per quanto convenienti per la storia, ci imbarazzano quando ci innalziamo al criticismo supremo. Noi dobbiamo vedere ciò che in un dato periodo l’uomo intendeva di fare e che fu impedito, o se vi piace meglio, modificato dalle intervenute volizioni di Fidia, di Dante, di Shakespeare, organi per mezzo dei quali l’uomo in quel momento s’espresse.
L’espressione di questa legge della compensazione è ancor più rimarchevole nei proverbi di tutte le nazioni, i quali formano sempre la letteratura della ragione, o l’affermazione di una verità assoluta, senza restrizione. I proverbi, come i libri sacri di ogni nazione, sono il santuario delle intuizioni. Ciò che il mondo pigro, incatenato alle apparenze, non permetterà di dire al realista con sue proprie parole, senza contraddirsi gli concederà di dire con proverbi. E questa legge delle leggi, che il pulpito il senato ed il collegio negano, è ad ogni ora predicata su tutti i mercati ed in tutte le officine, in tutte le lingue, con miriadi di proverbi, il cui insegnamento è così vero ed omnipresente come l’esistenza degli uccelli e delle mosche.
Tutte le cose sono duplici: l’una opposta all’altra: pane per focaccia: occhio per occhio, dente per dente; sangue per sangue; misura per misura; amore per amore. Date e vi sarà dato. Colui che bagna sarà bagnato. «Che cosa volete? — dice Dio, — pagatelo e prendetelo». — Nulla arrischi, nulla avrai. Tu sarai pagato esattamente per ciò che hai fatto, nè più nè meno. Colui che non lavora non mangerà. Poca cura, cattivo profitto. Le maledizioni ricadono sempre sul capo di colui che le scaglia. Se voi mettete una catena al collo di uno schiavo, l’altra estremità si attorciglia intorno al vostro. Il cattivo consiglio perde il consigliere. — Il Diavolo è un ciuco.
Così è scritto, perchè così è nella vita. La nostra azione è dominata e caratterizzata, al disopra del nostro volere, dalla legge della natura. Noi aspiriamo ad un piccolo scopo separato in modo assoluto dal bene pubblico, ma la nostra azione si dispone per un magnetismo irresistibile, parallela ai poli del mondo.
Un uomo non può parlare senza giudicare se stesso. Volente o nolente, egli disegna con ogni parola il suo proprio ritratto agli occhi dei suoi compagni. Ogni opinione reagisce su colui che la pronuncia: è un gomitolo di filo gettato in un punto, ma di cui l’estremità opposta rimane nella tasca di colui che l’ha lanciato: o piuttosto è un arpione scagliato contro una balena, che svolge nel suo volo una spira di corda nella barca, e che taglierà in due il timoniere e affonderà la barca, s’esso non è buono o bene scagliato. Non potete fare il peggio senza soffrire il peggio. Nessun uomo ebbe mai punta d’orgoglio, che non gli fosse dannosa, disse Burke. Chi vive esclusivamente di vita mondana non s’avvede che egli esclude ogni godimento nel tentativo di appropriarselo. L’esclusivista nel campo religioso non s’avvede di chiuder la porta del cielo a se stesso, tentando di chiuderla per gli altri. Trattate gli uomini come pedine e come birilli e voi soffrirete ciò che essi soffrono. Se voi non terrete conto del loro cuore, perderete il vostro. I sensi vorrebbero trasformare in cose tutte le persone: le donne i bambini, i poveri. Il proverbio volgare «Questo otterrò dalla sua borsa o dalla sua pelle» è filosofia gagliarda.
Tutte le infrazioni all’amore ed all’equità nelle nostre relazioni sociali sono rapidamente punite. Esse sono punite dal timore. Finchè io mantengo una semplice relazione col mio simile, non provo alcun dispiacere nell’incontrarlo. Noi ci incontriamo come l’acqua incontra l’acqua, come una corrente d’aria ne incontra un’altra, con una perfetta fusione e penetrazione di natura. Ma così tosto come vi è un allontanamento dalla semplicità od un tentativo di reticenza, il bene mio non è più il bene suo ed il mio prossimo sente il danno; egli mi sfugge come io l’ho sfuggito; i suoi occhi non cercano più i miei; vi è guerra fra noi; vi è odio in lui e timore in me.
Tutti gli antichi abusi della società, universali e particolari, tutto l’ingiusto accumulamento di proprietà e di potere, sono vendicati allo stesso modo.
Il timore è maestro di grande sagacità e l’araldo di tutte le rivoluzioni. Una sola cosa esso ci insegna: che vi è corruzione là dove esso appare. Il timore è come un corvo che ama le carogne; benchè voi non vediate bene intorno a che cosa svolazzi, pure vi è la morte in quel luogo. La nostra proprietà è timida, le nostre leggi sono timide, le nostre classi colte sono timide. Il timore per secoli e secoli ha presagito e cianciato e pronosticato sopra il governo e la proprietà. Questo tristo uccello non è là per nulla. Esso indica dei grandi torti che devono essere riparati. Della stessa natura è quell’aspettazione d’un mutamento, che immediatamente segue la sospensione della nostra attività volontaria. Il terrore di una luna senza nubi, lo smeraldo di Policrate, il timore della prosperità, l’istinto che spinge ogni anima generosa ad imporsi il compito d’un nobile ascetismo, sono come le oscillazioni della bilancia della giustizia attraverso il cuore e la mente dell’uomo.
Gli uomini che hanno esperienza del mondo sanno molto bene che è meglio pagare lo scotto, ovunque vadano, e che l’uomo paga sovente cara una piccola economia. Colui che dà in prestito, rientra nel suo proprio debito. Colui che ha ricevuto cento favori e non ne ha reso alcuno, ha egli guadagnato qualche cosa? Ha egli guadagnato chiedendo, per indolenza od abilità, le merci od i cavalli od il denaro del suo vicino?
Il riconoscimento del beneficio da una parte, e del debito dall’altra, vale a dire della superiorità e dell’inferiorità sorge immediato nel fatto. La transazione rimane nella memoria sua e del suo vicino; ed ogni nuova transazione àltera, a seconda della sua natura, le relazioni reciproche. Egli giunge tosto a comprendere che sarebbe stato meglio per lui rompersi le ossa che l’aver viaggiato nella carrozza del suo vicino, e che il prezzo più alto, cui egli può pagare una cosa qualsiasi, sta nel chiederla.
Un uomo saggio applicherà questo ammonimento a tutte le fasi della vita e saprà che è parte della prudenza il far fronte ad ogni richiedente e soddisfare ogni giusta richiesta con il vostro tempo, il vostro ingegno e il vostro cuore. Pagate sempre; perchè tardi o tosto dovrete pagare il vostro debito intiero. Persone ed eventi possono frapporsi fra voi e la giustizia per qualche tempo, ma ciò è solamente un differimento. Voi dovrete, in ultimo, pagare. Se siete saggi, sfuggirete una prosperità che accresce solo il vostro debito.
Il beneficio è lo scopo della natura. Ma per ogni beneficio che voi ricevete è imposta una tassa. Più grande è colui, che conferisce più benefici. È vile — ed è l’unica cosa vile nell’universo — ricevere favori, senza contraccambiarne alcuno. È nell’ordine naturale che noi non possiamo rendere dei benefici a coloro, dai quali li riceviamo, e se ciò avviene, accade però molto di rado. Ma il beneficio che noi riceviamo deve essere reso a qualcuno, linea per linea, fatto per fatto, centesimo per centesimo. Temete che troppi beni rimangano nelle vostre mani! Presto si corromperanno e genereranno dei vermi. Pagate, presto, in qualche modo.
Il lavoro è salvaguardato dalle stesse leggi inflessibili. Dicono i prudenti che i lavori più cari sono quelli a buon prezzo. Ciò che noi acquistiamo in una scopa, in un materasso, in un carro, in un coltello, è una applicazione del buon senso ad un bisogno comune. La cosa migliore è quella di pagare nel vostro possedimento un giardiniere abile, vale a dire acquistare il buon senso applicato al giardinaggio; nel vostro marinaio, il buon senso applicato alla navigazione: nella casa, il buon senso applicato alla cucina, al cucire, al servire; nel vostro agente, il buon senso applicato ai conti e agli affari. Così voi moltiplicate la vostra presenza, ossia spargete voi stesso in tutto il vostro possedimento. Ma per la duplice costituzione di tutte le cose, nel lavoro come nella vita non vi può essere inganno. Il ladro deruba se stesso, lo scroccone truffa se stesso; poichè la ricompensa reale del lavoro è la conoscenza e la virtù, mentre la ricchezza e il credito ne sono i simboli. Questi simboli, come la carta-moneta possono essere falsificati o rubati, ma ciò che essi rappresentano, vale a dire conoscenza e virtù, non può essere falsificato o rubato. Questi fini del lavoro non possono essere raggiunti che dagli sforzi reali della mente, e dall’obbedienza a dei motivi puri. Lo scroccone, il truffatore, il giuocatore non possono ottenere quella conoscenza della natura materiale e morale, che insegna al lavoratore le sue oneste cure e gli affanni. La legge della natura dice: Agite e voi avrete il potere; ma coloro che non agiscono non l’avranno.
Il lavoro umano, in tutte le sue forme, dall’aguzzare un palo sino alla costruzione di una città o alla creazione di un poema epico, è un’illustrazione immensa della perfetta compensazione dell’universo. L’assoluta bilancia del Dare e dell’Avere, la teoria che ogni cosa ha il suo prezzo, e che se quel prezzo non è pagato, un’altra viene ottenuta in pagamento, e che è impossibile ottenere cosa alcuna senza il suo prezzo — non è meno sublime nelle colonne di un libro-mastro che nei bilanci degli stati, nelle leggi della luce e dell’oscurità, in tutta l’azione e reazione della natura. Io non posso dubitare che le alte leggi che ogni uomo vede implicate in quelle occupazioni che gli sono familiari, quali la rigida morale che scintilla sul filo del suo scalpello, che è misurata dal suo filo a piombo e dalla sua squadra, che è visibile alla base d’un conto di bottega come nella storia di uno Stato — gli raccomandino il suo commercio, ed esaltino i suoi affari nella sua imaginazione.
La lega fra la virtù e la natura obbliga tutte le cose ad assumere un contegno ostile di fronte al vizio. Le leggi e le sostanze del mondo perseguitano e condannano il traditore. Egli trova che le cose sono disposte per la verità ed il beneficio, ma che nell’intiero mondo non vi è una sola caverna per nascondere un furfante. Nulla v’è che sia un segreto. Commettete un delitto e la terra diventa di cristallo; commettete un delitto e sembrerà che un mantello di neve sia caduto sul terreno, come quello, che nei boschi, rivela la traccia d’ogni pernice, d’ogni volpe, d’ogni scoiattolo e d’ogni talpa. Non potete riprendere la parola detta, non potete cancellare la traccia, non potete ritirare la scala in modo da non lasciare luogo a passaggio o ad indizio. Qualche circostanza che vi condanna, sempre sopravvive. Le leggi e le sostanze della natura — acqua, neve, vento, gravitazione — si mutano in castighi per il ladro. Con la stessa forza ed in senso opposto la legge sostiene con uguale sicurezza ogni azione giusta. Amate e sarete amati. Ogni amore è matematicamente giusto, come i due membri d’una equazione algebrica. L’uomo buono possiede il bene assoluto, che, come il fuoco, riconduce ogni cosa alla sua propria natura, così che non potete recargli alcun danno; ma come gli eserciti inviati contro Napoleone, al suo avvicinarsi abbassavano le loro bandiere e da nemici diventavano amici, così per lui i disastri di tutte le specie, le malattie, le offese, la povertà diventano benefattori.
«I venti soffiano e le acque portano al coraggioso la forza, il potere e la divinità. Eppure in se stessi, quelli sono nulla».
I buoni sono protetti perfino dalla loro debolezza e dai loro difetti. Allo stesso modo che mai nessun uomo ha avuto un punto di orgoglio, che non fosse a lui ingiurioso, così nessun uomo ha mai avuto un difetto che in qualche modo non gli riuscisse talvolta giovevole. Il cervo della favola ammirava le sue corna e criticava i suoi piedi, ma quando il cacciatore venne, i suoi piedi lo salvarono e preso nella boscaglia, le sue corna lo perdettero. Ogni uomo deve nella sua vita render grazie ai suoi difetti. Come nessun uomo penetra completamente una verità, fino a che non ha lottato contro di essa, così nessun uomo ha completa conoscenza degli impedimenti o dei talenti degli uomini, finchè egli non ha sofferto gli uni e veduti i trionfi degli altri e constatata in se stesso la mancanza di essi. Ha egli un difetto di carattere che lo rende poco atto alla vita sociale? Egli è allora obbligato a vivere da solo, ad acquistare l’abitudine dell’auto-aiuto; e come l’ostrica ferita, egli aggiusta la sua conchiglia con una perla.
La nostra forza è prodotta dalla nostra debolezza. L’indignazione, che si arma con delle forze segrete, non si sveglia finchè noi non siamo punti, feriti e dolorosamente assaliti a colpi di fucile. Un grande uomo vuol esser sempre piccolo. Mentre egli siede sui cuscini delle comodità, egli si addormenta. Quando egli è spinto, tormentato, sconfitto, egli dalle sue vicende impara qualche cosa; egli è stato posto nella sua saggia virilità, egli ha acquistata la nozione dei fatti e conosce la sua ignoranza; è guarito dall’insania della fantasia; ha acquistata la moderazione e l’abilità reale. L’uomo saggio si getta dalla parte dei suoi assalitori; trovare il suo punto debole è più il suo interesse che il loro. La ferita si cicatrizza e cade come pelle morta, e quando essi stanno per trionfare, ecco! egli è passato avanti invulnerabile. Il biasimo è più sicuro della lode. Io odio d’essere difeso in un giornale. Fintantochè tutto ciò che si dice, è detto contro di me, sento una certa sicurezza di successo; ma tosto che parole melate di lode sono pronunciate a mio riguardo, mi sento come senza protezione di fronte ai miei nemici. In generale, ogni male al quale noi non soccombiamo, è un nostro benefattore. Come l’isolano delle isole di Sandwich crede che la forza ed il coraggio del nemico che egli uccide, passino in lui, così noi acquistiamo la forza di quella tentazione, alla quale resistiamo.
I medesimi custodi che ci proteggono dalla sventura, dal difetto e dall’inimicizia, ci difendono, se noi vogliamo, dall’egoismo e dalla frode. I ceppi e i banchi degli accusati non sono le migliori nostre istituzioni, nè l’astuzia in commercio è una prova di saggezza. Gli uomini giacciono durante tutta la vita sotto la superstizione stupida di poter essere truffati. Ma è così impossibile ad un uomo l’essere truffato, se non da se stesso, come è impossibile per una cosa l’essere e non essere allo stesso tempo. Vi è una terza persona silenziosa in tutti i nostri contratti. La natura e l’anima delle cose prendono su se stesse la garanzia del compimento d’ogni contratto, così che un servizio onesto non può mutarsi in una perdita. Se voi servite un padrone ingrato, servitelo il più a lungo possibile. Ponete Iddio nel vostro debito. Ogni azione sarà ripagata. Quanto più a lungo il pagamento è ritardato, tanto meglio è per voi, perchè l’interesse composto su interesse composto è la norma e l’abitudine del tesoriere. La storia della persecuzione è una storia dei tentativi per frodare la natura, per far salire l’acqua sui colli, per attorcigliare corde di sabbia. Che i persecutori siano molti od uno solo, un tiranno od una folla, ciò non ha importanza. Una folla tumultuante è una società di corpi, privati volontariamente dell’uso della ragione, e che cammina attraverso le proprie opere. La folla tumultuante è un uomo che volontariamente discende al livello del bruto; la sua ora d’attività è la notte; le sue azioni sono pazze come tutta la sua costituzione; essa perseguita un principio; vorrebbe frustare un diritto, vorrebbe sopprimere la giustizia, dando al fuoco ed all’oltraggio le case e le persone che la rispettano. Essa compie le sciocchezze dei ragazzi, che corrono con pompe da incendio per spegnere la rossa aurora innalzantesi alle stelle. Lo spirito inviolato ritorce contro i malfattori il loro odio. Il martire non può essere disonorato; ogni frustata inflitta è una voce per la fama; ogni prigione, un’abitazione più illustre; ogni libro o casa bruciata illumina il mondo; ogni parola soppressa o cancellata si riflette attraverso la terra, da parte a parte. Le menti degli uomini sono alfine ridestate, la ragione appare e giustifica se stessa e la perfidia trova vane tutte le sue opere.
Così tutte le cose ammoniscono sull’indifferenza delle circostanze. L’uomo è tutto. Ogni cosa ha due lati, uno buono ed uno cattivo. Ogni vantaggio ha il suo contrario: io imparo così ad essere contento. Ma la teoria della compensazione non è la teoria dell’indifferenza. Lo spensierato dice, udendo queste dimostrazioni: «A che cosa giova il fare bene? Vi è una vicenda sola per il bene e per il male; se guadagno qualche bene, devo pagare per esso; se lo perdo un altro ne guadagno; tutte le azioni sono indifferenti».
Vi è nell’anima un fatto più profondo della compensazione, vale a dire, la sua propria natura. L’anima non è una compensazione, ma una vita. L’anima è. Sotto questa marea ondeggiante di circostanze, le cui acque si alzano e si abbassano con perfetto succedersi, giace l’aborigeno abisso dell’«Essere» reale. L’essenza, o Iddio, non è una relazione od una parte, ma il Tutto. L’essere è l’affermazione vasta, che esclude la negazione, che si regge in equilibrio di per se stesso, e inghiottisce tutte le relazioni, tutte le parti, e tutti i tempi. La natura, la verità, la virtù, sono i flussi che di là provengono. Il vizio è l’assenza dell’essere e l’allontanamento da esso. Il nulla, la falsità, possono invero stare come la grande notte o l’ombra, sulla quale, come su uno sfondo, l’universo vivente proietta se stesso; ma nessun fatto è dal nulla generato; il nulla non può operare, perchè esso non è. Non può fare alcun bene; non può far alcun male. Ma è un male perchè è peggio non essere che essere.
Noi ci sentiamo defraudati della retribuzione dovuta alle azioni cattive, perchè il criminale aderisce ai suoi vizî, rimane fedele alla sua contumacia e non viene in nessun modo ad una crisi o ad un giudizio della natura visibile. Non vi è confutazione della sua stoltezza davanti agli uomini ed agli angeli. Ha egli perciò superata in destrezza la legge? Più egli porta seco la malignità e la menzogna, più egli s’allontana dalla natura. In qualche modo una dimostrazione del suo misfatto vi sarà anche per l’intelligenza; ma se noi anche non la vedessimo, questa deduzione implacabile bilancierà il conto eterno.
Nè può dirsi, d’altra parte, che l’acquisto di rettitudine debba essere ottenuto a prezzo di una perdita qualsiasi. Non vi è penalità per la virtù, non v’è penalità per la saggezza; esse sono delle vere aggiunte all’essere. In un’azione virtuosa, io realmente sono; in un’azione virtuosa io accresco il mondo; io mi stabilisco nei deserti conquistati al Caos ed al nulla, e vedo l’oscurità recedere ai limiti dell’orizzonte. Non vi può essere eccesso nell’amore, nella conoscenza, nella bellezza, quando questi attributi sono considerati nel loro più puro senso. L’anima rifugge da tutti i limiti, e nell’uomo sempre afferma un ottimismo, mai un pessimismo.
La sua vita è un progresso e non una stazione. Il suo istinto è la fiducia. Il nostro istinto usa più o meno nei rapporti con l’uomo, della presenza dell’anima e non mai della sua assenza; l’uomo coraggioso è più grande del codardo; il veritiero, il benevolente, il saggio, è più uomo e non meno del demente e del furfante. Non vi è tassa sui beni della virtù, perchè essi sono patrimonio di Dio stesso, o esistenza assoluta, senza comparazione alcuna. Il bene materiale ha la sua tassa, e se è venuto senza merito e senza sudore, esso non ha radice in me, ed il primo vento lo spazzerà via. Ma tutti i beni della natura appartengono all’anima, e possono essere acquistati con moneta legale in natura, vale a dire con un lavoro che il cuore e il cervello permettono. Io non desidero di ritrovare un bene che non merito, per esempio rinvenire un recipiente sotterrato, pieno d’oro, perchè so che esso mi porta nuove responsabilità. Io non desidero beni esterni, nè possessi, nè onori, nè potere, nè persone. Il guadagno è apparente; la tassa è certa. Ma non vi è tassa sulla conoscenza che la compensazione esiste, e che non è desiderabile trovare dei tesori. Di ciò io godo con una pace serena, eterna. Io restringo i limiti del male possibile. Imparo la saggezza di san Bernardo: «Nulla può farmi del male eccetto me stesso; il male che io soffro lo porto in me stesso e non sono mai un reale sofferente se non per colpa mia».
Nella natura dell’anima v’è un compenso per l’ineguaglianza delle condizioni. La tragedia radicale della natura sembra essere nella distinzione di Più e Meno. Come può il Meno non sentire il dolore; non sentire indignazione o malevolenza contro il Più? Badate a colui che ha minori facoltà e voi vi sentite triste e non sapete bene che cosa fare. Egli quasi evita i vostri occhi; egli quasi teme che essi rimbrottino Iddio. Che fare? Tutto ciò pare una grande ingiustizia. Ma avvicinate i fatti, vedeteli da vicino e queste ineguaglianze simili a montagne, spariscono. L’amore le riduce, come il sole fonde gli icebergs in mare. Il cuore e l’anima di tutti gli uomini essendo uno, cessa quest’amarezza del Suo e del Mio. Il suo è mio. Io sono mio fratello e mio fratello è io stesso. Se io mi sento oscurato e sorpassato da grandi vicini, pure io li posso ancora amare; io li posso ancora ricevere; e colui che ama, fa cosa sua propria la grandezza che egli ama. Con ciò io rilevo a me stesso che mio fratello è il mio guardiano, che opera per me con i più amichevoli intenti, e che il possedimento che io tanto ammirai ed invidiai è mio. È della eterna natura dell’anima l’appropriarsi e far sue tutte le cose. Gesù e Shakespeare sono frammenti dell’anima, e con l’amore io li conquido e li incorporo nel mio proprio conscio dominio. La loro virtù non è mia? Il loro intelletto, se non può essere fatto mio, non è intelletto.
Tale è anche la storia naturale delle calamità. I cambiamenti, che feriscono a brevi intervalli la prosperità degli uomini, sono avvisi di una natura la cui legge è lo svilupparsi. È ordine di natura lo svilupparsi ed ogni anima per questa intrinseca necessità lascia il suo intiero sistema di cose, i suoi amici, la casa, le leggi, la fede, come il mollusco sguscia fuori della sua casa bella ma di pietra, perchè essa non permette più il suo sviluppo, e lentamente si forma una casa nuova. Queste rivoluzioni sono frequenti in proporzione al vigore dell’individuo, ed in qualcuno più fortunato esse sono incessanti, e tutte le relazioni mondane lo circondano, diventando, per così dire, una trasparente membrana fluida, attraverso la quale la forma vivente è sempre visibile, anzichè, come per la maggior parte degli uomini, un tessuto eterogeneo di molte età e senza carattere stabilito, nel quale l’uomo è imprigionato. In questo caso c’è ampliamento, e l’uomo d’oggi riconosce a stento l’uomo di ieri. E tale dovrebbe essere la biografia esterna dell’uomo in rapporto col tempo: un abbandono delle circostanze morte giorno per giorno, come egli rinnova giorno per giorno i suoi vestiti. Ma per noi, nel nostro stato ingannevole, stagnante, che non progredisce, che resiste, che non coopera con la divina espansione, questo sviluppo viene a sbalzi.
Noi non possiamo separarci dai nostri amici. Non possiamo lasciar andare i nostri angeli. Noi non vediamo ch’essi escono, perchè degli arcangeli possano entrare. Noi siamo idolatri delle cose vecchie. Noi non crediamo alla ricchezza dell’anima, alla sua eternità ed onnipresenza. Noi non crediamo che vi sia una forza oggi per rivaleggiare o creare nuovamente quel ch’era bello ieri. Noi ci soffermiamo nelle rovine della vecchia tenda, dove avevamo una volta pane e riparo e vita, nè crediamo che lo spirito possa alimentarci, coprirci, e fornirci di nervi nuovamente. Noi non possiamo nuovamente trovare alcunchè così caro, così dolce, così grazioso. Ma sediamo e piangiamo invano. La voce dell’Onnipotente dice: «Alzatevi ed andate avanti, per sempre». Noi non possiamo rimanere fra le rovine, pure non vogliamo affidarci al nuovo; e così camminiamo sempre cogli occhi rivolti, come quei mostri che guardano sempre all’indietro.
Eppure le compensazioni delle calamità appaiono all’intelligenza, anche dopo lunghi intervalli di tempo. Una febbre, una mutilazione, un crudele disinganno, una perdita di ricchezze sembrano al primo momento una perdita completamente irreparabile. Ma gli anni rivelano la profonda forza del rimedio, che giace sotto tutti i fatti. La morte d’un amico caro, della moglie, d’un fratello o d’un’amante, che sembrava dapprima null’altro che privazione, un poco più tardi assume l’aspetto di una guida o di un buon genio; perchè essa comunemente opera delle rivoluzioni nel nostro modo di vita; chiude un’epoca d’infanzia o di gioventù, che attendeva di essere chiusa; rompe un’abituale occupazione od un «mènage» di casa, e permette la formazione di nuove abitudini, più adatte allo sviluppo del carattere; essa permette o limita la formazione di nuove conoscenze, e la possibilità di nuove influenze, che risultano della massima importanza negli anni futuri; e allora l’uomo o la donna che sarebbero rimasti come un soleggiato fiore da giardino, senza terreno per le sue radici e con troppa luce solare per il suo capo a causa della caduta delle mura e della negligenza del giardiniere, sono come il banano della foresta, che dà ombra e frutti alle grandi moltitudini d’uomini che gli sono d’intorno.
QUARTO SAGGIO LEGGI SPIRITUALI
Quando l’atto della riflessione prende posto nella mente, quando guardiamo in noi stessi con la luce del pensiero, noi constatiamo che la nostra vita è legata con la bellezza. Ogni cosa dietro di noi assume, mentre camminiamo, delle forme aggraziate, come fanno le nuvole lontane. Non solamente le cose familiari e vecchie, ma anche le tragiche e terribili sono belle, quando prendono posto tra le pitture della memoria. La spiaggia del fiume, l’alga sulla riva, la vecchia casa, la persona sciocca — per quanto trascurate nell’atto di passare, acquistano una grazia nel passato. Perfino il corpo morto, che giacque nella camera, ha aggiunto un ornamento solenne alla casa. L’anima non vuol conoscere nè deformità, nè pena. Se nelle ore di chiara ragione, noi dovessimo dire la verità nuda, noi dovremmo dire di non aver mai fatto un sacrifizio. In queste ore la mente sembra così grande, che a noi pare, che nulla d’importante possa esserci tolto. Ogni perdita, ogni dolore è particolare; l’universo rimane nel nostro cuore intatto. Nè persecuzioni, nè disgrazie abbattono la nostra fiducia. Nessun uomo mai ha manifestato i suoi dolori così serenamente come egli avrebbe potuto. Potete ammettere che vi sia esagerazione anche nelle parole del più paziente e disfatto tapino che sia mai stato perseguitato. Perchè solamente il finito travaglia e soffre; l’infinito giace steso in sorridente riposo.
La vita intellettuale dev’essere mantenuta chiara e sana, se l’uomo vuol vivere la vita della natura, e non introdurre nella sua mente difficoltà che non lo riguardano. Nessun uomo deve essere incerto nelle sue speculazioni. Faccia e dica ciò che ha strettamente attinenza con lui, ed anche se ignorerà i libri, la sua natura non gli lascerà alcun impedimento intellettuale o dubbio alcuno. La nostra gioventù è tormentata dai problemi teologici del peccato originale, dell’origine del male, della predestinazione e simili. Queste non presentarono mai una difficoltà pratica ad alcun uomo; mai oscurarono la via di chi non andasse fuori della propria strada per cercarle. Queste sono gli umori, le rosolie, le tossi dell’anima e coloro che non le hanno avute non possono parlare della loro salute, nè prescrivere una cura. Una mente semplice non conoscerà queste malattie. È cosa completamente diversa esser capace di rendere conto della propria fede ed esporre ad un altro la teoria dell’unione e della propria libertà con se stesso. Ciò richiede delle doti rare. Pure vi può essere una forza ed un’integrità selvaggia in ciò che egli è, senza questa conoscenza di se stesso. «Pochi istinti forti e poche regole chiare» ci bastano.
La mia volontà non diede mai alle imagini il posto che occupano ora nella mia mente. Il regolare corso di studi, gli anni d’educazione accademica e professionale, non mi hanno insegnato dei fatti migliori di quelli di qualche libro ozioso, nascosto sotto il banco, durante le lezioni di latino. Ciò che noi non chiamiamo educazione, è più prezioso di ciò che noi così denotiamo. Noi, al momento di ricevere un pensiero, non formiamo alcuna congettura intorno al suo valore comparativo. E l’educazione spesso consuma i suoi sforzi nel tentativo di contrariare e di impedire quel magnetismo naturale, che con sicura discriminazione sceglie ciò che gli appartiene. Nello stesso modo la nostra natura morale è viziata da qualsiasi intervento del nostro volere. Gli uomini rappresentano la virtù come una lotta, e si dànno grande importanza per le loro vittorie, e dovunque è fatta questa domanda (quando una natura nobile è interessata): se non è uomo migliore, colui che lotta contro la tentazione. Ma non vi è nessun merito in questa questione. O vi è Dio, o non vi è. Noi amiamo i caratteri a seconda che essi sono impulsivi e spontanei. Quanto meno un uomo pensa o sa circa le sue virtù, tanto più egli ci piace. Le vittorie di Timoleone, che al dir di Plutarco, scorrevano e sgorgavano come i versi d’Omero, sono le migliori vittorie. Quando ci appare un’anima, le cui azioni sono tutte regali, graziose e piacevoli come rose, dobbiamo ringraziare Iddio che tali cose possano essere e siano, e non voltarci all’angelo e dire «il gobbo è un uomo migliore, con la sua resistenza bisbetica a tutti i suoi demoni interni».
La preponderanza della natura sulla volontà in tutta la vita pratica, non è meno importante. Vi è meno intenzione nella storia di quanta noi le ascriviamo. Noi attribuiamo dei piani profondamente calcolati e previsti a Cesare ed a Napoleone; ma la parte migliore del loro potere era nella natura, non in loro. Gli uomini ch’ebbero segnalate vittorie, nei loro momenti onesti, hanno sempre cantato «non è in noi, non sta a noi». A seconda della fede del loro tempo, essi hanno costruito degli altari alla Fortuna, al Destino od a san Giuliano. Il loro successo sta nel loro parallellismo al corso del pensiero, che trovò in essi un canale non ostruito, e le meraviglie di cui furono i palesi conduttori, parvero all’occhio le loro proprie gesta. Generarono forse i fili metallici il galvanismo? Ed è pur vero che vi erano in essi minori soggetti di riflessione che in ogni altro; così la virtù di un flauto è di essere dolce e cavo. Ciò che esternamente sembrava volontà ed irremovibilità, non era che mancanza di volontà ed auto-annientamento. Avrebbe potuto Shakespeare dare una teoria di Shakespeare? potrebbe mai un uomo, pur di prodigioso genio matematico, comunicare ad altri alcuna intuizione dei suoi metodi? Se egli potesse comunicare tale segreto, egli perderebbe immediatamente il suo valore smisurato, confondendo con la luce del giorno e con l’energia vitale, il potere di stare ed andare. Da queste osservazioni si deduce forzatamente che la nostra vita potrebbe essere molto più facile e semplice di ciò che noi la facciamo; che il mondo potrebbe essere un luogo molto più felice di ciò che non sia; che non vi è bisogno di lotte, di convulsioni, di disperazione; di torcersi le mani e digrignare i denti; e che noi infine produciamo i nostri proprii mali. Noi inceppiamo l’ottimismo della natura: perchè ogni qualvolta noi rientriamo vantaggiosamente nel passato, godiamo di una mente più saggia nel presente, e possiamo osservare d’essere attorniati da leggi, che da se stesse si compiono.
La fisionomia esterna della natura ci dà con serena superiorità lo stesso insegnamento. La natura non ci vuole collerici e vanitosi. Essa non ama la nostra benevolenza e la nostra cultura, più che non ami le nostre frodi e le nostre guerre. Quando noi usciamo dal cenacolo, dalla banca, dalla convenzione per l’abolizione della schiavitù, dal congresso per la temperanza o dal circolo trascendentale, ed andiamo nei campi e nei boschi, essa ci dice: «Così scalmanato, mio piccolo Signore?»
Noi siamo pieni di azioni meccaniche. Sentiamo la necessità di immischiarci, di volgere le cose a nostro modo, finchè i sacrifizi e le virtù della società siano odiosi. L’amore dovrebbe produrre gioia; ma la nostra benevolenza è infelice. Le nostre scuole domenicali, le chiese, le società di protezione dei poveri, sono dei gioghi al collo. Noi soffriamo per non piacere ad alcuno. Vi sono dei mezzi naturali per arrivare agli stessi scopi, cui queste istituzioni tendono, ma esse non li seguono. Perchè tutte le virtù dovrebbero operare in un solo ed identico modo? Perchè tutte dovrebbero dare dei dollari? Ciò è molto ingombrante per noi, gente di campagna, e non crediamo che da ciò possa venire bene alcuno. — Noi non abbiamo dei dollari; i mercanti ne hanno; ed essi dunque li diano. Gli agricoltori daranno del grano; i poeti canteranno; le donne fileranno; i bambini porteranno dei fiori. E perchè trascinare questo mortale peso della scuola domenicale attraverso l’intiera cristianità? È naturale e bello che l’infanzia interroghi e che la maturità insegni; ma vi è tempo abbastanza per rispondere alle domande, quando esse vengono espresse; onde non racchiudete i giovani in un banco, contro la loro volontà, e non forzate i bambini a fare contro la loro volontà delle domande per un tempo prefisso.
Se noi miriamo più lontano, le cose sono tutte uguali; leggi, lettere, credenze e modi di vivere, sembrano un travestimento della verità. — La nostra società è assediata da un pesante macchinario, che somiglia agli interminabili acquedotti che i Romani costrussero sulle colline e nelle vallate, e che furono resi inutili dalla scoperta della legge che l’acqua si innalza al livello della sua sorgente. La nostra società è una muraglia Chinese, che qualsiasi agile tartaro può scavalcare. È un’annata pronta, ma non così utile come una pace. È un impero graduato, titolato, riccamente dotato, ma completamente superfluo, quando si scopre che le civiche congregazioni non valgono meno.
Accettiamo un ammonimento dalla natura, che sempre opera per vie brevi. Quando il frutto è maturo, esso cade. Quando il frutto è caduto, cade la foglia. Lo scorrere delle acque è semplicemente una caduta. Il procedere dell’uomo e di tutti gli animali è un cadere in avanti. Tutto il nostro lavoro manuale e le opere di forza, come l’alzare con una leva, lo spaccare il legno, lo scavare, il remare, e simili, sono compiute con una serie di cadute continue; ed il globo, la terra, la luna, le comete, il sole, le stelle cadono eternamente. La semplicità dell’universo è molto differente dalla semplicità di una macchina. Colui che ricerca la natura morale qua e là e che sa come s’acquisti la conoscenza e come il carattere sia formato, è un pedante. La semplicità della natura non sta nel poter essere facilmente letta, ma sta in ciò che è inesauribile. L’ultima analisi di questa semplicità non potrà in nessun modo essere compiuta. Noi giudichiamo la saggezza di un uomo dalla sua speranza, poichè noi sappiamo che la percezione della inesauribilità della natura è una giovinezza immortale. L’impetuosa fertilità della natura è sentita da noi, comparando i nostri nomi e le nostre rigide riputazioni con la nostra ondeggiante coscienza. Noi passiamo nel mondo attraverso a sètte ed a scuole, armati di erudizione e di pietà e rimaniamo dei bambini insipidi. Ogni uomo s’avvede di trovarsi in quel punto medio, dove ogni cosa può essere affermata o negata con uguale ragione. Egli è vecchio, è giovane, è molto saggio ed è completamente ignorante. Egli ode e sente ciò che voi dite del serafino e del calderaio. Non vi è uomo permanentemente saggio, eccetto che nella finzione degli Stoici. Noi leggendo o dipingendo, prendiamo la parte dell’eroe, contro il codardo ed il ladro; ma siamo stati noi stessi quel codardo e quel ladro, e lo saremo di nuovo, non in una circostanza volgare, ma proporzionale alle grandezze possibili dell’anima.
Una piccola considerazione di ciò che succede intorno a noi ogni giorno, ci insegnerebbe che una legge più alta di quella del nostro volere regola gli eventi; che i nostri lavori penosi sono vani ed infruttiferi; che noi siamo forti solamente nelle nostre azioni facili, semplici, spontanee, e che accontentandoci dell’ubbidienza, diventiamo divini. Fede ed amore — un fiducioso amore ci solleverà da un grande numero di cure. Fratelli miei, Dio esiste. Vi è un’anima al centro della natura ed al disopra della volontà di ogni uomo, così che nessuno di noi può attentare all’universo. Essa ha così infuso il suo squisito incanto nella natura, che noi prosperiamo quando accettiamo il suo consiglio, e quando tentiamo ferire le sue creature, le nostre mani si arrestano ai nostri fianchi o colpiscono il nostro proprio petto. L’intiero corso delle cose ci insegna la fede. A noi bisogna solo ubbidire. Vi è una guida per ciascuno di noi, ed umilmente ascoltando, udremo la retta parola. Perchè così penosamente scegliete voi il vostro posto, le vostre occupazioni, i vostri associati, i vostri modi d’azione e i vostri divertimenti? Certo vi è un possibile diritto per voi, che distrugge la necessità della discriminazione e dell’elezione volontaria. Per voi vi è una realtà, un posto acconcio, e dei doveri corrispondenti a voi. Ponete voi stessi nel mezzo della corrente di potere e di saggezza, che fluisce in voi come vita; collocatevi nel pieno centro di tale onda e voi sarete senza sforzo spinti verso la verità, il diritto e una perfetta letizia. Allora, voi porrete tutti i contradittori dalla parte del torto. Allora sarete il mondo, la misura del diritto, del vero, del bello. Se noi non fossimo dei guasta-mestieri con le nostre miserabili ingerenze, il lavoro, la società, le lettere, le arti, la scienza, la religione degli uomini procederebbero molto meglio di quanto non procedano ora, ed il cielo predetto dal principio del mondo, ed ancora predetto dalla profondità del nostro cuore, si organizzerebbe, come fanno ora la rosa e l’aria ed il sole.
Io dico: «non scegliete»; ma questa è solo una figura rettorica, con la quale io vorrei distinguere ciò che è comunemente chiamato scelta fra gli uomini, e che non è se non un atto parziale, vale a dire scelta delle mani, scelta degli occhi, degli appetiti, e non un completo atto dell’uomo. Ma ciò che io chiamo giustizia o bene, è la scelta della mia costituzione; e ciò che io chiamo Cielo, ed al quale internamente aspiro, è lo stato o la circostanza desiderabile per la mia costituzione; e l’azione che in tutta la mia vita io cerco di compiere, è il lavoro atto alle mie facoltà. Noi dobbiamo tenere l’uomo responsabile verso la ragione, per la scelta della sua arte o professione giornaliera. Non è giustificazione alle sue azioni, l’esser queste, abitudini del suo mestiere. Che cosa ha egli a vedere con un cattivo mestiere? Non ha egli una vocazione nel suo carattere?
Ogni uomo ha la sua propria vocazione. Il talento è la vocazione. Vi è una sola direzione, lungo la quale ogni spazio gli è aperto. Egli possiede delle facoltà, che lo invitano verso quella direzione con uno sforzo infinito. Egli è come un battello in un fiume; egli corre contro tutti gli ostacoli e da tutti i lati, eccetto che da uno; solo da quel lato ogni ostruzione è tolta, ed egli passa serenamente, sopra la profondità di Dio, in un mare infinito. Questo talento e questa vocazione dipendono dalla sua organizzazione, o dal modo con cui l’anima generale in lui s’incarna. Egli inclina a fare qualche cosa che sia facile a lui, e buona quando sia fatta, ma che nessun altro uomo possa fare. Egli non ha rivali, infatti quanto più egli consulta con verità i suoi propri poteri, tanta maggior differenza apparirà tra il lavoro suo ed il lavoro di qualsiasi altro uomo. Quando egli è sincero e fedele, la sua ambizione è certamente proporzionata ai suoi poteri. L’altezza della piramide è determinata dalla larghezza della base. Ogni uomo è attratto dal potere di fare qualche cosa di unico, e nessuno ha altra vocazione, all’infuori di questa. La pretesa di avere un’altra vocazione contraddistinta dal proprio nome e dalla propria elezione personale, con segni esterni che proclamino l’individuo straordinario e lo traggano fuor della cerchia degli uomini comuni, non è che fanatismo, e dinota l’impotenza di percepire l’esistenza di una sola mente per tutti gli individui, mente che non ha alcun rispetto per le persone.
Con il fare il suo lavoro egli addita quali funzioni può compiere; crea con il gusto dal quale è rallegrato; provoca quelle necessità, per le quali può essere di sussidio, e rivela se stesso. È difetto dei nostri pubblici discorsi di non aver abbandono. In ogni luogo, non solo ogni oratore, ma ogni uomo dovrebbe lasciare sciolta tutta la lunghezza delle proprie redini; dovrebbe trovare o creare l’espressione franca e cordiale di quella forza e di quell’intento che sono in lui. L’esperienza comune dice che l’uomo si adatta, come può, alle abitudinarie piccolezze del lavoro o del commercio nel quale è assorbito e che vi attende come un cane che giri lo spiedo; allora egli è parte della macchina che egli stesso muove, e l’uomo è perduto. Finchè egli non può comunicar se stesso agli altri in tutta la sua statura e proporzione, quale un uomo buono e saggio, egli non può trovare la sua vocazione. Egli deve trovare un luogo di uscita per il suo carattere, così che egli possa giustificare la sua opera ai loro occhi. Se il suo lavoro è vile, egli lo renda liberale con il suo pensiero e con il suo carattere. Egli comunichi agli altri qualunque cosa sappia e pensi, qualunque cosa, che nella sua preoccupazione sia degna d’esser compiuta, o gli uomini non lo conosceranno e non lo onoreranno a seconda del suo merito. Sciocchi voi siete, ogni qualvolta voi riguardate la bassezza e la formalità della cosa compiuta, anzichè convertirla in ubbidiente spiraglio del vostro carattere e delle vostre intenzioni.
A noi piacciono soltanto quelle azioni che hanno avuto per lungo tempo la lode degli uomini, e non ci accorgiamo che tutte le cose, che l’uomo fa, potrebbero essere fatte divinamente. Noi pensiamo che la grandezza sia rilegata o costituita in alcuni luoghi o per certi doveri, in certi uffici o per date occasioni, e non ci avvediamo che Paganini può trarre l’estasi da una corda di violino; Eulenstein da una ribéca; un ragazzo dalle agili dita, dalle striscie di carta; Landseer dal maiale; e l’eroe dalla misera abitazione e dalla compagnia ove egli era nascosto. Ciò che noi chiamiamo «oscura condizione» o «società volgare» è quella condizione e quella società, la cui poesia non fu ancora scritta, ma che voi troverete fra poco invidiabile e rinomata come qualsiasi altra. Accettate il vostro genio e dite ciò che pensate. Nei nostri apprezzamenti prendiamo l’esempio dai re. La legalità tiene in conto i doveri dell’ospitalità, la connessione delle famiglie, l’incalzare della morte, e mille altre cose, ed ogni mente sovrana dovrà del pari tenerne conto. Fare abitualmente un apprezzamento nuovo — questo è elevazione.
Un uomo possiede in proporzione del suo agire. Che ha egli a vedere con la speranza o con il timore? In lui sta la sua potenza. Non consideri nessun altro bene saldo, eccetto quello che è nella sua vita. I beni di fortuna possono venire ed andare come le foglie d’estate; li spanda egli a tutti i venti, come segni momentanei della sua infinita produttività.
Egli può avere ciò che gli spetta. Il genio di un uomo, la qualità che lo differenzia da qualsiasi altro, la sua suscettibilità verso una classe di influenze, la scelta di ciò che è adatto per lui, il rifiuto di ciò che non gli conviene, determina per lui il carattere dell’universo. Come un uomo pensa, così è; e come un uomo sceglie, così è, e così è la sua natura. L’uomo è un metodo, una disposizione progressiva, un principio eleggente, che attira a sè il suo simile, ovunque egli vada. Egli prende soltanto ciò che gli spetta, nella molteplicità che turbina e circola intorno a lui. Egli è simile ad uno di quei travi messi nei fiumi per arrestare il legno portato alla deriva, o alla calamita fra scheggie d’acciaio. Quei fatti, quelle parole, quelle persone, che vivono nella sua memoria senza che egli ne sappia dire il perchè, rimangono, perchè essi hanno una relazione con lui, non meno reale per non essere ancora accertati. Essi sono simboli del suo valore, poichè essi possono interpretare parte della sua coscienza, per la cui spiegazione egli cercherebbe vanamente le parole nelle immagini convenzionali dei libri e di altre menti. Ciò che attrae la mia attenzione, lo possiederò; come io andrò all’uomo che batte alla mia porta, mentre mille persone, altrettanto degne, passano innanzi ad essa senza che io me ne curi. A me basta che questi particolari mi parlino. Certi aneddoti, certi tratti di carattere, di costumi, di fisionomia, certi incidenti, se li misuraste con la misura ordinaria, hanno un’importanza nella vostra memoria sproporzionata al loro significato apparente. Essi si riferiscono al vostro talento. Date loro il loro peso e non buttateli via per cercare illustrazioni e fatti più ordinarî in letteratura. Rispettateli, perchè essi hanno la loro origine nella più profonda natura. Ciò che il vostro cuore crede grande, è grande. L’enfasi dell’anima ha sempre ragione.
L’uomo ha il più alto diritto su tutte le cose, che sono gradite alla sua natura ed al suo genio. Egli può prendere ovunque ciò che appartiene al suo stato spirituale; nè può egli prendere qualche cosa d’altro, sebbene tutte le porte siano aperte; nè può tutta la forza degli uomini impedire che egli prenda ciò che gli viene di diritto. È vano tentare di nasconder un segreto a chi ha il diritto di conoscerlo. Esso si dirà da sè. Lo stato nel quale un amico può ridurci, afferma il suo dominio su di noi. Egli ha un diritto sui pensieri di tale stato di mente. Egli può forzare tutti i segreti di tale stato di mente. Questa è una legge che gli uomini di governo mettono in pratica. Tutti i terrori della Repubblica Francese, che tennero l’Austria a segno erano impotenti a reggere alla sua diplomazia: ma Napoleone mandò a Vienna M. De Narbonne, uomo dell’antica nobiltà, di costumi e di modi e di nome pari a quelli della corte austriaca, dicendo che era indispensabile mandare alla vecchia aristocrazia d’Europa uomini della sua stessa condizione: orbene M. De Narbonne, in meno di quindici giorni, penetrò tutti i segreti del gabinetto imperiale.
Una mutua e reciproca intelligenza è sempre la più salda delle catene. Nulla sembra più insignificante come il parlare e l’essere compreso. Pure un uomo potrà constatare che l’esser compreso è il più forte dei legami e delle difese; — e colui che ha accolta un’opinione, potrà considerarla come la più pericolosa catena. Se un insegnante ha un’opinione che desidera nascondere, i suoi scolari diverranno pienamente consci di essa come di qualsiasi altra, che egli rivela. Se voi versate dell’acqua in un recipiente ritorto e con angoli, è vano dire: «io voglio versare in questo angolo od in quello»; l’acqua troverà il suo livello in tutti. Gli uomini sentono ed operano secondo una vostra dottrina senza poter dimostrare come essi la seguano. Dateci l’arco di una curva ed un buon matematico vi scoprirà l’intiera figura. Noi ragioniamo sempre dal visibile al non visibile, donde la perfetta intelligenza, che sussiste fra noi e gli uomini saggi delle età remote. Un uomo non può seppellire i suoi detti così profondamente nel suo libro, che il tempo e gli uomini di mente pari alla sua non li trovino. Platone aveva una dottrina segreta; l’aveva egli? Quale segreto può egli nascondere agli occhi di Bacone? di Montaigne? di Kant? Perciò Aristotile disse delle sue opere: «Esse sono pubblicate e non pubblicate». Nessuno può imparare ciò che non è in grado imparare, per quanto vicino ai suoi occhi sia l’oggetto. Un chimico può dire i suoi più preziosi segreti ad un falegname e questi non sarà più saggio — segreti che egli non confiderebbe ad un altro chimico, foss’anche per un regno. Dio ci protegge sempre dalle idee premature. I nostri occhi sono ciechi per modo che noi non possiamo vedere le cose che ci stanno dinnanzi, finchè l’ora non giunge in cui la mente è matura; allora le vediamo, ed il tempo nel quale non le vedemmo, ci pare un sogno. Tutta la bellezza ed il valore che l’uomo contempla, non è nella natura, ma in lui stesso. Il mondo è una cosa vuota, e va debitore dei suoi orgogli a questa anima che indora e che esalta. «La terra riempie il suo grembo di splendori» non suoi proprî. La valle di Tempe, Tivoli e Roma sono terra ed acqua, roccie e cielo. Vi è terra ed acqua altrettanto buona in mille altri luoghi, eppure quanto esse sono indifferenti.
Il popolo non si fa migliore per l’azione del sole e della luna, dell’orizzonte o degli alberi; così non è detto che i custodi delle gallerie di Roma od i servi dei pittori, abbiano una qualche elevatezza di pensiero, o che i librai siano uomini più saggi degli altri. Vi sono delle grazie nel portamento di una persona nobile ed educata, che si perdono agli occhi di un rozzo. Esse sono come quelle stelle, la cui luce non ci ha ancora raggiunto.
L’uomo può vedere ciò che fa. I nostri sogni sono il seguito della nostra conoscenza vigilante. Le visioni della notte hanno sempre qualche corrispondenza con le visioni del giorno. I sogni odiosi non sono che le esagerazioni dei peccati del giorno e certi brutti ceffi non sono che la personificazione di certe nostre affezioni malvagie. Sulle Alpi il viaggiatore osserva talvolta la sua propria ombra ingigantita, cosicchè ogni gesto della sua mano è terrificante. «Miei ragazzi — disse un vecchio ai suoi bambini spaventati da una figura apparsa sulla porta oscura — voi non vedrete mai nulla peggiore di voi stessi». Come nei sogni così negli eventi meno incerti del mondo ogni uomo si vede in proporzioni gigantesche, senza saper di rimirare se stesso. Il bene che egli contempla comparato al male ch’egli pure contempla, è come il suo proprio bene messo in rapporto al suo proprio male. Ogni dote della sua mente è magnificata in qualcuna delle sue conoscenze ed ogni emozione del suo cuore in qualche altra. Egli è come un quinconcio d’alberi o come un acrostico, che si ripete in principio, nel mezzo ed alla fine. Egli s’accosta ad una persona e un’altra evita, a seconda della sua somiglianza o della sua differenza, ricercando se stesso nei suoi associati e più ancora nel suo commercio, nelle sue abitudini, nei gesti, nei cibi, nelle bevande; ed alla fine egli viene ad essere fedelmente rappresentato da ogni aspetto delle circostanze stesse.
L’uomo può leggere ciò che scrive. Che cosa possiamo noi vedere od acquistare all’infuori di ciò che siamo? Voi avete certamente veduto un uomo istruito leggere Virgilio. Ebbene questo scrittore rappresenta mille volumi diversi per mille diverse persone. Prendete il volume a due mani, toglietevi gli occhi nel leggerlo e non vi troverete mai, ciò che io vi trovo. Se qualche scaltro lettore volesse avere il monopolio della saggezza o del godimento che egli ricava dalla lettura, egli sarebbe sicuro di rendere inglese il libro come se fosse imprigionato nella lingua delle isole Palaos. Dei buoni libri succede ciò che succede delle buone compagnie. Introducete una persona volgare fra gentiluomini: ciò non produrrà alcun effetto: egli non è simile a loro. Ogni società protegge se stessa: essa è perfettamente sicura e quel tale non è dei loro, ancorchè il suo corpo sia nel medesimo ambiente.
A che serve combattere contro le leggi eterne della mente, che fissano le relazioni fra persona e persona, con la misura matematica del loro avere e del loro essere? Gertrude è innamorata di Guido; come sono alteri, aristocratici e romani il suo portamento e i suoi modi! Vivere con lui sarebbe veramente la vita e nessun prezzo per ciò troppo grande; cielo e terra sono mossi a quello scopo. Ebbene Gertrude ottiene Guido; ma che cosa serve ora quanto alti ed aristocratici e romani siano il portamento ed i modi, se il cuore e gli obbietti di lui sono nel senato, nel teatro, nella sala da bigliardo, ed essa non ha mezzi, non ha discorsi, che possono incantare il suo grazioso signore?
L’uomo deve avere una sua propria società. Noi possiamo amare nulla, eccetto la natura. I più grandi ingegni, i più meritevoli sforzi, realmente non ci toccano molto da vicino, ma un approssimarci od una rassomiglianza con la natura rappresentano una bella vittoria di essa. Delle persone, illustri per la loro bellezza, per le loro doti, degne di ogni meraviglia per il loro fascino, ci avvicinano; esse dedicano tutta la loro capacità a quel momento ed a quella società, ma con risultati molto dubbi. Tuttavia, sarebbe certamente ingrato da parte nostra il non lodarli ad alta voce. Poi, quando tutto ciò è avvenuto, una persona di mente simile alla nostra, un fratello o una sorella per natura, viene a noi così pianamente e facilmente, così a lato ed intimamente, come se fosse sangue delle nostre proprie vene, e noi abbiamo più l’impressione di qualcuno che se ne è andato, che di un altro che è venuto; noi siamo completamente sollevati e ristorati; e proviamo una specie di lieta solitudine. Noi follemente pensiamo nei nostri giorni di peccato che dobbiamo corteggiare gli amici in omaggio alle consuetudini sociali, al loro vestito, alla loro educazione ed al loro valore. Ma più tardi, se è possibile avere tale fortuna, noi impariamo che solo può essere mia amica quell’anima, che io trovo sulla linea della mia propria strada, quell’anima alla quale io non m’inchino, e che non si inchina a me, ma nativa della stessa latitudine celestiale, ripete nella sua propria esperienza tutta la mia. Lo scolaro dimentica se stesso e imita le abitudini ed i modi dell’uomo di mondo, per meritare il sorriso della bellezza; egli è un folle e segue qualche ragazza insipida, non avendo ancora trovato con passione religiosa la donna nobile, con tutto ciò che vi è di sereno e di bello nell’anima sua. Sia egli grande e l’amore lo seguirà. Nulla è maggiormente punito della negligenza delle affinità, mediante le quali sole, la società potrebbe essere formata, e della pazza leggerezza dello sciogliersi gli associati per mezzo degli occhi altrui.
L’uomo può stabilire il suo proprio valore. È massima universale, degna di ogni accettazione, che l’uomo può avere quell’assegno che egli stesso si prende. Assumete quel posto e quell’attitudine che vi spetta per diritto e tutti gli uomini taceranno. Il mondo deve essere giusto. Esso permette con profonda indifferenza che ogni uomo fissi il suo proprio valore; sia egli un eroe od un idiota, il mondo non se ne cura. Esso certamente accetterà la misura del vostro operato e del vostro essere, sia che strisciate e sconfessiate il vostro nome, sia che contempliate l’opera vostra, sospinta alla concava sfera dei cieli, insieme con la rivoluzione delle stelle. La stessa realtà domina ogni insegnamento. L’uomo può insegnare con l’azione e non altrimenti. Se egli può comunicar se stesso può insegnare, ma non lo può con semplici parole. Solo insegna colui che dà, e solo impara colui che riceve. Non vi è insegnamento finchè l’allievo non è portato allo stesso stato o principio, in cui voi siete: una trasfusione allora avviene; egli è voi, e voi siete lui; allora c’è insegnamento; ed egli non potrà mai perdere del tutto il benefizio del vostro insegnamento per nessuna cattiva vicenda o cattiva amicizia. Le semplici parole invece escono da un orecchio a misura che entrano dall’altro. Vediamo annunziato che il signor Grand terrà una conferenza il quattro di luglio, ed il signor Hauds pure alla Associazione Meccanica, e noi non andremo, perchè sappiamo che questi signori non comunicheranno agli uditori il loro proprio carattere ed il loro essere. Se avessimo ragione di attenderci tale comunicazione, noi andremmo, affrontando ogni inconveniente ed opposizione. Gli ammalati stessi vi sarebbero portati nelle barelle. Ma un discorso pubblico è un vagabondaggio, un tranello, un apologo, un bavaglio, e non una comunicazione, non un discorso, non un uomo.
Una Nemesi simile presiede a tutti i lavori intellettuali. Noi dobbiamo ancora imparare che una cosa espressa in parole, non è per questo affermata. Essa deve affermarsi da sè, poichè nessuna forma di grammatica o di attendibilità daranno ad essa il carattere dell’evidenza. L’affermazione deve inoltre contenere la sua propria scusa per essere stata enunciata.
L’effetto di qualsiasi scritto sulla mente pubblica è matematicamente misurabile per mezzo della sua profondità di pensiero. Se desta voi al pensiero, se vi solleva da terra con la grande voce dell’eloquenza, allora l’effetto sarà ampio, lento, permanente nello spirito degli uomini; se le pagine non vi istruiscono, esse morranno, come delle mosche, in un’ora. Il modo di dire e di scrivere, che mai dovrà decadere, è quello di dire e di scrivere sinceramente. L’argomento che non ha il potere di raggiungere le mie proprie abitudini, io posso ben pensare che fallirà tentando di raggiungere le vostre. Ma prendete per massima quella di Sidney «guarda nel tuo cuore, e scrivi». Colui che scrive a se stesso scrive ad un pubblico eterno. La sola affermazione degna di essere fatta pubblica, è quella alla quale voi siete giunti tentando di soddisfare la vostra propria curiosità. Lo scrittore che prende il suo soggetto dal suo orecchio e non dal suo cuore, dovrebbe sapere che egli ha perduto quanto crede di avere guadagnato, e quando il libro vuoto ha raccolte tutte le lodi, e mezzo mondo ha esclamato «che poesia! Che genio!» esso abbisogna ancora di combustibile per fare fuoco. Solo dà profitto ciò che è profittevole. Solo la vita può dare vita; e benchè noi possiamo far del rumore, saremo solo valutati in rapporto della valutazione che noi abbiamo fatta di noi stessi. Non vi è fortuna nella reputazione letteraria. Coloro che dànno il verdetto finale su ogni libro, non sono i lettori parziali e rumorosi dell’ora in cui esso appare; ma è una corte simile a un consesso di angeli, un pubblico che non teme corruzioni, che non vuole suppliche, che non conosce timori. Soltanto i libri che meritano di rimanere, si perpetuano. Gli orli dorati, le pergamene, il marocco, le copie di saggio per tutte le biblioteche, non manterranno in circolazione un libro al di là della sua intrinseca data. Esso deve correre, con tutte le reali edizioni di Valpole ed i «Nobili Autori» al suo destino. Blackmore, Kotzebue o Pollok, possono durare una notte, ma Mosè ed Omero dureranno per sempre. Non vi sono in tutto il mondo ed allo stesso tempo, più di una dozzina di persone che leggano e capiscano Platone: — non ve n’è mai abbastanza per pagare le spese di una edizione delle sue opere; eppure esse si trasmettono ad ogni generazione, grazie a quelle poche persone, come se Dio le portasse sulla sua mano. «Nessun libro — disse Bentley — fu mai scritto e distrutto se non da se stesso». La durata di tutti i libri non è fissata da alcun sforzo amichevole od ostile, ma dalla loro propria gravità specifica o dalla importanza intrinseca del loro contenuto, in rapporto con lo spirito costante dell’uomo. «Non preoccupatevi troppo riguardo all’effetto della luce sulla vostra statua — disse Michelangelo al giovane scultore — la luce della piazza metterà a prova il suo valore».
In modo simile l’effetto di ogni azione è misurata dalla profondità del sentimento, da cui essa procede. L’uomo grande non seppe di essere grande. Due o tre secoli furono necessari affinchè quel fatto apparisse. Ciò che egli fece fu perchè dovette farlo; egli non ebbe libertà d’elezione; fu per lui la cosa più naturale al mondo, e scaturì dalle circostanze del momento. Ma ora tutto ciò che egli ha fatto, perfino il suo alzare un dito, o il cibarsi del suo pane, appare grande, coordinato, ed è chiamato istituzione.
Queste sono, in pochi tratti, le dimostrazioni del genio della natura; essi ci mostrano la direzione della corrente. Ma la corrente è sangue ed ogni sua goccia è vivente. La verità non ha singole vittorie; tutte le cose sono suoi organi, non solamente la polvere e le pietre, ma gli errori e le menzogne. Le leggi delle malattie, dicono i medici, sono belle come le leggi della salute. La nostra filosofia è affermativa, e volentieri accetta le testimonianze dei fatti negativi, come ogni ombra accenna al sole. Per una divina necessità ogni fatto in natura è obbligato ad offrire la sua testimonianza.
Il carattere umano sempre più si rende evidente: esso non si cela: esso abborre le tenebre e si lancia nella luce. Il fatto più fuggitivo o la più insignificante parola, il semplice accenno di fare una cosa o il proposito recondito, esprimono il carattere. Se voi operate, palesate il vostro carattere, così se sedete o se dormite. Voi credete, poichè non avete detto nulla mentre gli altri parlavano, e non avete espresso nessuna opinione sui tempi, sulla chiesa, sulla schiavitù, sul collegio, sui partiti o sulle persone, che il vostro verdetto sia ancora atteso con curiosità, come una saggezza riservata: così non è: il vostro silenzio risponde ad alta voce. Voi non avete nessun responso da pronunciare; ed i vostri simili hanno imparato che voi non potete aiutarli, perchè gli oracoli parlano. Non grida forse la saggezza, e non fa il raziocinio sentire la sua voce?
Dei limiti terribili sono posti in natura ai poteri della dissimulazione. La verità tiranneggia le membra recalcitranti del corpo. Il viso, fu detto, non mente mai. Nessun uomo sarà ingannato, se studia il variare dell’espressione. Quando un uomo dice il vero, con spirito del vero, il suo occhio è chiaro come i cieli. Quando egli ha dei fini bassi, e dice il falso, l’occhio è torbido, e qualche volta bieco.
Ho udito una volta un esperto consigliere di tribunale affermare che egli non temeva mai dell’effetto che un avvocato poteva fare sui giurati, quando non credeva all’innocenza del suo cliente. Se egli non crede, la sua incredulità apparirà alla giuria, nonostante tutte le sue affermazioni, e diventerà l’incredulità della giuria stessa. Questa è quella legge medesima per cui un’opera d’arte, di qualsiasi specie, ci pone nella stessa condizione di spirito, nella quale era l’artista quando la fece. Per quanto noi possiamo ripetere le parole tante volte quante vogliamo, pure noi non possiamo con esse affermare ciò che noi non crediamo. Fu questa convinzione che Swedenborg espresse, quando descrisse un gruppo di persone del mondo spirituale, tentanti invano di articolare una proposizione alla quale non credevano; ed essi non potevano farlo, anche se piegavano e torcevano le labbra fino all’indignazione.
Un uomo è considerato per ciò di cui è degno. La curiosità, circa la stima che la gente ci tributa, è oziosa al pari di ogni nostro timore di rimanere ignorati. Se un uomo sa che egli può fare una cosa qualsiasi — che egli può farla meglio di chiunque altro — egli ha la certezza che tale fatto è conosciuto da tutte le persone. Il mondo è pieno di giorni del giudizio finale, e ad ogni consesso cui l’uomo partecipi e per ogni azione che tenta, egli è sondato e contrassegnato. Un uomo arrivato fra ogni gruppo di ragazzi che salta e corre in ogni cortile ed in ogni piazza, è accuratamente giudicato in pochi giorni, e classificato con il suo numero d’ordine, come se egli fosse stato sottoposto ad una prova formale della sua forza, della sua velocità e del suo temperamento. Uno straniero viene da una scuola lontana, con migliori vestiti, con dei ninnoli nelle sue tasche, con delle arie e delle pretese: un ragazzo più vecchio dice a se stesso: «Fa nulla, lo scopriremo domani». «Che cosa ha egli fatto?» è la domanda divina che interroga ogni uomo, e che trapassa ogni falsa riputazione. Un vanesio può sedere su qualunque seggio di questo mondo, senza essere in quell’ora distinto da Omero o da Washington; ma quando noi ricerchiamo la verità, non può mai esservi dubbio intorno la rispettiva abilità degli esseri umani. La pretensione può giacere, ma non può operare. La pretensione non tentò mai un atto di vera grandezza, non scrisse mai l’Iliade, nè scacciò Serse, nè rese cristiano il mondo, nè abolì la schiavitù.
Sempre tanta virtù appare quanta realmente ve ne è; e tanta riverenza quanto è il bene. Tutti i demoni rispettano la virtù. La congrega elevata, generosa, devota a se stessa, istruirà e guiderà sempre il genere umano. Una parola sincera non fu mai completamente perduta. Giammai una magnanimità cadde al suolo; sempre il cuore dell’uomo la inchina e l’accetta inaspettatamente. Un uomo è considerato per ciò di cui è degno. Egli scolpisce ciò che realmente egli è, sul suo viso, sulla sua forma, sulle sue fortune, in lettere luminose che tutti, eccetto lui, possono leggere. A nulla gli serve il nascondere; a nulla il vanagloriarsi. Vi è una confessione nello sguardo dei nostri occhi, nei nostri sorrisi, nei saluti, nelle strette di mano. Il suo peccato lo atterra e corrompe tutte le sue buone impressioni. Gli uomini non sanno perchè non confidino in lui; pure non hanno in lui fiducia. Il suo vizio rende vitreo il suo occhio, affloscia la sua gota, assottiglia il suo naso, pone il marchio della bestia sulla nuca, e scrive «folle, folle» sulla fronte di un re.
Se non volete che si conosca la vostra attività non operate. Un uomo può folleggiare sulle sabbie di un deserto, ma ogni granello di sabbia parrà osservarlo. Egli può essere un mangiatore solitario, ma non può a lungo sostenere la sua posizione. Una complessione fiacca, uno sguardo brutale, degli atti ingenerosi, la mancanza delle dovute cognizioni ecc. tutte parlano. Possono un cuoco, un facchino, esser confusi con uno Zenone o con S. Paolo? Confucio esclamò: «Come può un uomo esser celato?!»
D’altra parte l’eroe non teme, che tacendo il racconto di un atto giusto e coraggioso, esso non sia riconosciuto e non venga amato. Un uomo lo conosce — egli stesso — ed è sicuro che, per la dolcezza della quiete, e per la nobiltà dello scopo esso condurrà in fine ad una cosa migliore che non la sua proclamazione. La virtù sta nell’aderire con l’azione alla natura delle cose, e la natura delle cose la rende predominante. Essa consiste in una perpetua sostituzione dell’essere al parere, in quella proprietà sublime di Dio dicente: Io sono.
L’ammonimento che queste osservazioni ci offrono è: «Siate, e non sembrate.» Sottomettiamoci ad esso. Togliamo la nostra vanitosa nullità fuori del sentiero dei divini recinti. Scordiamo la nostra saggezza umana. Inchiniamoci al potere di Dio, ed impariamo che solo la verità fa ricchi i grandi.
Se visitate l’amico vostro, quale bisogno avete di fargli le scuse per non averlo visitato prima, facendogli così perdere il tempo e spiegando il vostro proprio atto? Visitatelo ora. Senta egli che il più alto amore è venuto a vederlo, in voi, suo più infimo organo. Perchè dovete tormentare voi stessi e il vostro amico con segreti rimproveri, perchè non lo avete assistito o non gli avete fatto doni e saluti in passato? Siate voi un dono ed una benedizione. Brillate di luce vera, e non di quella riflessa e presa in prestito dai doni. Gli uomini comuni sono scuse per gli uomini; essi chinano il capo, si scagionano con ragioni prolisse, ed accumulano le apparenze, perchè la sostanza non esiste.
Noi abbondiamo di queste superstizioni del senso; noi adoriamo la grandezza. Dio non si cura della grandezza: la balena ed il verme sono per lui di ugual dimensione. Noi diciamo che il poeta è ozioso, perchè non è presidente o mercante o facchino. Noi adoriamo un’istituzione e non vediamo che essa è fondata su un nostro pensiero. Ma l’azione vera è nei momenti silenziosi. Le epoche della nostra vita non sono nei fatti visibili della nostra scelta di una carriera, nel nostro matrimonio, nell’acquisto di un ufficio e simili, ma in un pensiero silenzioso sorto sul lato della via, mentre camminiamo; in un pensiero, che rivede il nostro intiero modo di vita, e dice, «Tu hai fatto così, ma sarebbe stato meglio altrimenti». E tutti i nostri anni posteriori, simili a schiavi, servono e dipendono da questo pensiero, ed a seconda della loro abilità, eseguiscono il suo volere. Questa revisione o correzione è una forza costante, che come una tendenza, dura tutta la nostra vita. L’oggetto dell’uomo, lo scopo di questi momenti, è di fare splendere la luce del giorno attraverso a lui; è di lasciare che la legge penetri il suo intero essere senza ingombri, di modo che, in qualsiasi punto del suo operato cadano i vostri occhi, esso vi informi completamente del suo carattere, vi dica quali siano il suo modo di vita, la sua casa, la sua religione, la sua società, la sua letizia, i suoi voti e l’opposizione sua. Ma egli ora non è omogeneo, bensì eterogeneo, ed il raggio non lo attraversa: non vi sono delle luci e l’occhio dell’osservatore è imbarazzato, scoprendo molte tendenze dissimili, e non ancora una vita in alcuna di queste.
Perchè noi disprezzeremo per partito preso, con la nostra falsa modestia l’uomo che noi siamo, ed il modo di essere che ci fu assegnato? Un uomo buono è contento. Io amo ed onoro Epaminonda, ma non desidero d’essere Epaminonda e credo più giusto amare il mondo presente, che il mondo del suo tempo. E se io sono sincero, voi non potete destare in me la più piccola inquietudine col dire «Egli operò e tu giaci immobile». Io osservo che l’azione è buona, quando essa è necessaria; ma che è pure buona l’inerzia. Se Epaminonda fu l’uomo che io serenamente immagino, non avrebbe operato se la sua sorte fosse stata pari alla mia. Il cielo è grande, e concede posto per tutti i modi di amore e di fortitudine. Perchè dovremmo noi essere degli uomini affacendati e superservili? L’azione e l’inazione sono identiche di fronte al vero. Un pezzo dell’albero è tagliato per fare una banderuola, e un altro pezzo per il sostegno di un ponte; la virtù del legno è visibile ad ogni modo in entrambi.
Io non voglio avvilire l’anima. Il fatto che io sono qui, certamente mi dimostra che l’anima ha bisogno in questo luogo di un organo. Non assumerò io il posto? O mi nasconderò, e sfuggirò io e farò inchini con le mie intempestive scuse e con la mia vana modestia, e dovrò immaginarmi che il mio essere è qui fuor di luogo? più fuor di luogo di quello che non furono gli esseri di Epaminonda e di Omero in quel tempo? e che l’anima non conosce quanto le abbisogna? Inoltre, senza ragionare affatto su questo punto, io non sono malcontento. L’anima buona mi nutrisce, e mi schiude ogni giorno nuove fonti di forza e di godimento. Io non rinuncierò bassamente all’immensità del bene, perchè abbia udito dire che ad altri esso venne sotto altra forma concesso.
Inoltre, perchè dovremmo essere intimiditi dal nome di azione? Esso è un tranello dei sensi, nulla più. Noi sappiamo che l’antenato di ogni azione è un pensiero. Lo spirito povero si stima nullo, a meno che abbia un qualche segno esteriore: una giubba da quacquero, ad esempio, o un’adunanza religiosa Calvinistica, o una Società filantropica, od una grande donazione, od un alto ufficio, o qualche cosa altro, o qualche azione infine fortemente contrastante, che provi che esso è qualche cosa. Lo spirito ricco giace al sole e riposa, ed è Natura. Pensare è agire.
Se dobbiamo compiere delle grandi azioni, facciamo tali le nostre proprie. Ogni azione è di una elasticità infinita, e la più piccola è soggetta ad essere penetrata di splendore celestiale, fino ad eclissare il sole e la luna. Compiamo i nostri doveri. Ho io l’obbligo di errare tra le scene e la filosofia dei Greci e la storia italiana, prima d’essermi lavato il viso e d’essermi giustificato con i miei benefattori? Come oso leggere le campagne di Washington, se non ho neppure risposto alle lettere dei miei propri corrispondenti? Non è questa una giusta obbiezione a molte delle nostre letture? Ciò è perfettamente una diserzione pusillanime dal nostro lavoro, per osservare i nostri vicini: è infine uno spiare. Byron dice di Jack Bunting:
«Non sapeva che cosa dire, perciò giurò».
Io potrei dire lo stesso del nostro assurdo uso dei libri. «Egli non sapeva che cosa fare, perciò leggeva». Io non so in qual modo passare il mio tempo, e trovo la vita di Brant. È un omaggio molto stravagante che io rendo a Brant, o al Generale Schuyler od al Generale Washington. Il mio tempo dovrebbe essere così buono come il loro; i miei fatti, il complesso delle mie relazioni, così buoni come i loro, o come alcuno dei loro. Compia piuttosto il mio lavoro così bene, che altri oziosi, possano comparare, se ad essi piaccia, la trama della mia vita alla trama di quegli uomini e trovarla identica alla migliore di esse.
Questa stima esagerata delle possibilità di Paolo e di Pericle, questo avvilimento delle nostre proprie possibilità, deriva dalla nostra noncuranza dei fatti, che hanno identica natura. Buonaparte non conosceva che un solo merito, e ricompensava in un solo ed identico modo il buon soldato, ed il buon astronomo, il buon poeta ed il buon artista. E in questo modo egli palesava la sua percezione di un grande fatto. Il poeta fa uso dei nomi di Cesare, di Tamerlano, di Bonduca, di Belisario; il pittore si serve della storia convenzionale della Vergine Maria, di Paolo, di Pietro. Egli pertanto non si sottomette alla natura di questi uomini accidentali, di questi eroi. Se il poeta scrive un vero dramma, allora egli è Cesare, e non colui che illustra Cesare; allora la stessa corrente di pensiero, l’emozione altrettanto pura, lo spirito altrettanto sottile, i movimenti altrettanto rapidi, incalzanti, stravaganti; un cuore altrettanto grande, che basta a se stesso, intrepido, che sulle onde del suo amore e della sua speranza può alzare tutto ciò che si crede solido e prezioso al mondo, — palazzi, giardini, denaro, navi, regni — segnando il suo proprio incomparabile valore con il disprezzo di questi ornamenti degli uomini — è cosa sua, e col suo potere egli eccita le nazioni. Ma i grandi nomi a lui non giovano, s’egli non ha in se stesso la vita. Creda l’uomo in Dio e non nei nomi o nei luoghi o nelle persone. L’anima grande s’incarni pure nel corpo di qualche donna, povera, triste e derelitta, in qualche Dolly o Giovanna, che debba servire, spazzare le camere, lavare i pavimenti, ed i suoi fulgidi raggi non potranno essere affievoliti o nascosti; ma lo spazzare ed il lavare appariranno subito azioni supreme e belle, vertice e splendore della vita umana, e tutta la gente vorrà imitarla; finchè, ecco! di colpo, la grande anima ha trasfusa se stessa in qualche altra forma, ed ha compiuta qualche altra azione, che diviene a sua volta il fiore ed il capo di tutta la natura vivente.
Noi siamo i fotometri, l’impressionabile foglio d’oro e la lamina di stagno, che misura l’accumularsi del sottile elemento. Noi conosciamo gli autentici effetti del vero fuoco, attraverso a ciascuna delle sue mille trasformazioni.
QUINTO SAGGIO AMORE
Ogni anima è per ogni altra anima una Venere celestiale. Il cuore ha i suoi sabbati ed i suoi Giubilei, nei quali il mondo appare come una festa nuziale ed in cui le voci della natura e lo svolgersi delle stagioni sono canti ed esotiche danze. L’amore è onnipossente nella natura come causa e come ricompensa. Amore è la nostra parola più alta e sinonimo di Dio. Ogni promessa dell’anima ha innumeri adempimenti; ciascuna delle sue gioie fiorisce in un nuovo bisogno. La natura illimitata, fluente, previdente, anticipa di già nel primo sentimento di deferenza, una benevolenza che perderà ogni privato particolare aspetto nella sua luce generale. L’introduzione a questa felicità sta in una reciproca relazione intima e tenera fra due persone, relazione che è l’incanto della vita umana, che come una divina pazzia ed un entusiasmo divino, conquide l’uomo in un dato periodo, ed opera una rivoluzione nella sua mente e nel suo corpo; lo unisce alla sua razza, lo lega alle sue relazioni domestiche e civili, lo volge con rinnovata simpatia verso la natura, rialza il potere dei sensi, schiude l’immaginazione, aggiunge al suo carattere attributi eroici e sacri, stabilisce il matrimonio, e dà durevolezza alla società umana.
L’associazione naturale del sentimento dell’amore con l’ardore del sangue sembra richiedere, onde descriverlo con vivi colori e coincidere con la palpitante esperienza di ogni giovanetto e di ogni ragazza, un individuo non troppo vecchio. Le deliziose fantasie della gioventù rifiutano il più tenue sapore di una filosofia matura, come quella che agghiaccia con l’età e la pedanteria la loro purpurea fioritura. E perciò so di incorrere nell’accusa di durezza e di inutile stoicismo da parte di coloro che compongono la Corte e il Parlamento dell’Amore. Ma contro questi formidabili censori, mi appellerò ai miei padri. Poichè deve considerarsi che questa passione, sebbene incominci con il giovane, pure non abbandona il vecchio, o piuttosto, non lascia che nessuno, il quale sia realmente suo servitore, invecchi, ma lo fa partecipe dei suoi doni non meno della tenera giovinetta, ancorchè in un modo differente e più nobile. Perchè l’amore è un fuoco, che avvivato nello stretto cavo di un cuore da una scintilla vagante uscita da un altro petto, brilla e si espande, finchè riscalda ed illumina moltitudini di uomini e di donne, accende il cuore universale di tutti, e irradia l’intiero mondo e tutta la natura, con le sue fiamme generose. Non importa adunque se noi tentiamo di descrivere la passione a venti a trenta o ad ottanta anni. Colui che la descrive nel suo primo o nel suo ultimo periodo di vita, perderà di essa le particolarità, attinenti all’uno o all’altro periodo.
Soltanto è da sperare che, con la pazienza e con l’aiuto delle Muse, possiamo raggiungere quella interna visione della legge, che ci paleserà una verità sempre giovane e bella, e così centrale da attirare a sè lo sguardo, da qualsiasi angolo sia veduta.
E la prima condizione è, che noi dobbiamo abbandonare una troppo stretta e tarda aderenza ai fatti, e studiare il sentimento come esso apparve nelle speranze e non nella storia; perchè ogni uomo vede nella sua immaginazione la propria vita deturpata e sfigurata, come certo non è là vita di un uomo. Ogni uomo vede al disopra della sua propria esperienza un certo marchio d’errore, mentre quella degli altri uomini gli appare bella ed ideale. Ritorni ogni uomo a quelle deliziose relazioni, che compongono la bellezza della sua vita, che gli hanno dato la più sincera istruzione e il più leale nutrimento, ed egli indietreggerà ognora più.
Ahimè! Non so perchè, ma infinite compunzioni amareggiano nella vita matura il ricordo della gioia germogliante, e coprono ogni nome amato. Ogni cosa è bella veduta dall’intelletto o veduta come verità; ma tutto è amaro se lo si vede come esperienza. I dettagli sono pieni di melanconia; il complesso è dignitoso e nobile. È strano quanto penoso sia il mondo attuale, regno doloroso del tempo e dello spazio. Qui abitano l’affanno, il cancro ed il timore. Là con il pensiero e coll’ideale v’è la giocondità immortale, il fiore della gioia, ed intorno ad essa cantano tutte le Muse. Ma il dolore pure si attacca ai nomi, alle persone ed al parziale interesse dell’oggi e dell’ieri.
Noi possiamo constatare questa forte tendenza della natura dallo sviluppo che questo argomento delle relazioni personali prende nelle conversazioni sociali. Che cosa desideriamo noi maggiormente sapere di qualsiasi degna persona, se non come egli sia riuscito nella storia del sentimento? Quali libri circolano nelle biblioteche circolanti? Come ci accendiamo leggendo quelle novelle passionali, in cui la vicenda è narrata con qualche scintilla di verità e di naturalezza! E che cosa nel corso della vita avvince più di un incidente che riveli l’affezione fra due persone? Forse noi non le vedemmo mai prima, e forse non le incontreremo mai più, ma noi le vediamo scambiarsi uno sguardo furtivo o tradire una profonda emozione, e noi diventiamo dei familiari. Noi le comprendiamo e prendiamo il più vivo interesse allo svolgersi del loro romanzo. Tutto il genere umano ama un’amante. Le primissime dimostrazioni di compiacenza e di cortesia sono le pitture più seducenti della natura. È l’aurora della civiltà e della grazia nel selvaggio e nel rustico. Lo zotico ragazzo del villaggio vessa le ragazze alla porta della scuola; — ma oggi egli viene correndo verso l’entrata, ed incontra una bella bambina che prepara la sua cartella: egli le tiene i libri per aiutarla, ed immediatamente gli pare che essa si allontani da lui all’infinito, e si chiuda come in un sacro recinto. Fra la folla di ragazze egli corre rudemente, ma una sola lo tiene a distanza; e questi due piccoli vicini, che erano dianzi così a lato, hanno imparato ora a rispettare reciprocamente la loro propria personalità. — Chi può togliere lo sguardo dai modi insinuanti a metà astuti ed a metà ingenui delle scolare che vanno nei negozi dei villaggi a comperare una matassa di seta od un foglio di carta, e rimangono mezz’ora con il ragazzo della bottega, dal viso paffuto e dal carattere buono? Nel villaggio essi sono in perfetta uguaglianza, in quella uguaglianza di cui l’amore si diletta, ed in cui senza civetteria l’indole lieta ed amorevole della donna si espande in un grazioso chiacchierìo. Le ragazze possono avere poca bellezza, pure chiaramente si stabiliscono fra esse ed il buon ragazzo le relazioni più piacevoli e familiari; conversano di Edgardo, di Giona e di Almira; di chi fu invitato a quella partita; e di chi danzò alla scuola di ballo; dell’epoca in cui la scuola di canto incomincierà e di altre piccole cose, sulle quali le coppie s’intrattengono. Passa del tempo, e quel ragazzo abbisogna di una moglie, ed egli saprà dove trovare una sincera e dolce compagna, senza incorrere in quei rischi che Milton deplora a proposito degli eruditi e dei grandi uomini.
Mi è stato detto che la mia filosofia è antisociale e che in qualche mio discorso pubblico la mia riverenza per l’intelletto mi rese ingiustamente freddo verso le relazioni personali. Ma ora quasi io raccapriccio al ricordo di tali parole di spregio. Poichè le persone costituiscono il mondo dell’amore, ed il più freddo filosofo non può ricordare il dovere della giovane anima vagante nella natura a discrezione del potere dell’amore, senza essere tentato di dichiarare come traditrice della natura, qualsiasi cosa ostacolante gli istinti sociali. Poichè, sebbene questa estasi celestiale che viene dal cielo s’impossessa solamente degli individui di tenera età, e sebbene la bellezza che domina ogni analisi ed ogni comparazione, e che ci mette fuori di senno, la si possa raramente trovare dopo i trent’anni; pure il ricordo di queste visioni vive più a lungo di tutti gli altri ricordi, ed è una ghirlanda di fiori sulle fronti più vecchie. Ma ecco un fatto strano: può parere a molti uomini, ritornando sulla loro esperienza, di non aver pagina più bella nel libro della loro vita, che la deliziosa memoria di certi momenti, in cui l’affetto tentò di dare ad un complesso di circostanze accidentali e volgari un fascino superiore alla loro reale attrazione. — Guardando indietro essi possono trovare che molte cose, le quali non erano il fascino, hanno maggior realtà nella sua memoria brancolante del fascino stesso che le profumava. Ma qualunque sia la nostra esperienza delle cose particolari, nessun uomo mai dimentica le visite fatte al suo cuore ed al suo cervello da quella potenza, che fece tutte le cose nuove; che fu per lui l’aurora della musica, della poesia, e dell’arte; che fece il viso della natura raggiante di luce purpurea, e che variò gli incanti del mattino e della notte; nessuno mai dimentica il tempo in cui il suono di una sola voce poteva far balzare il cuore, e in cui la più volgare circostanza associata con una forma veniva immersa nell’ambra della memoria; il tempo in cui egli diventava tutto occhi quando ella era presente, e tutto memoria quando essa era andata; quando il giovane diventa il custode delle finestre, premuroso di un guanto, di un velo, di un nastro, delle ruote di una vettura; quando nessun luogo è troppo solitario e nessuno troppo silenzioso per lui che trova migliore compagnia e più dolce conversazione nei suoi nuovi pensieri che con qualsiasi dei suoi vecchi amici, anche i migliori e i più puri; perchè le parvenze, i moti, le parole del soggetto amato, non sono come le altre imagini disegnate nell’acqua, ma, come disse Plutarco «smaltate nel fuoco», e formano la meditazione delle ore notturne.
«Tu non sei andata pur essendo andata; ovunque tu sei
Tu lasci in lui i tuoi occhi attenti, in lui il tuo amante cuore.»
Nel meriggio e nella sera della vita palpitiamo ancora al ricordo dei giorni in cui la felicità non era felice abbastanza, ma doveva essere mescolata al sapore del dolore e dell’ansia; (perchè veramente toccò il segreto della cosa, colui che disse dell’amore:
«Tutti gli altri piaceri non valgono le sue pene»).
quando il giorno non era lungo abbastanza, e la notte era consumata in acuti ricordi; quando il capo ardeva tutta la notte sul guanciale, per risolversi ad una generosa azione; quando la luce della luna era una febbre piacevole, e le stelle erano lettere, ed i fiori cifre, e l’aria era satura di canti; quando ogni impresa sembrava un’impertinenza, e tutti gli uomini e tutte le donne, correnti di qua e di là nelle strade, non erano che semplici imagini.
La passione ricostruisce per la gioventù il mondo. Essa dà a tutte le cose vita e significato. La natura diviene cosciente; ogni uccello sui rami di un albero canta ora al suo cuore ed alla sua anima. Le note di esso sono quasi articolate. Le nubi hanno dei visi quando egli le guarda. Gli alberi della foresta, l’erba ondeggiante, i fiori sbocciami, divengono intelligenti; ed egli quasi teme di confidar loro il segreto, cui essi sembrano invitarlo. La natura lo blandisce e con lui simpatizza. Egli trova nella verde solitudine un soggiorno più caro che fra gli uomini.
Guardate nel bosco il bel pazzo! Egli è un palazzo di dolci suoni e di dolci visioni; egli si espande; egli è due volte un uomo; cammina colle braccia appoggiate sulle anche; parla da solo; si avvicina all’erba ed agli alberi; sente nelle sue vene il sangue della viola, del garofano e del giglio; ed egli parla col ruscello che lambe i suoi piedi. Le cause che hanno aperto in lui le percezioni della bellezza naturale gli hanno fatto amare la musica ed il verso. È un fatto spesso osservato, che uomini che non avrebbero potuto scriver bene in qualsiasi altra circostanza hanno scritto dei buoni versi sotto l’ispirazione della passione. La passione ha lo stesso potere su tutta la natura. Essa espande il sentimento; ingentilisce lo zotico, e rincuora il codardo. Essa infonderà animo e coraggio nel cuore più pusillanime ed abietto per sfidare il mondo, purchè abbia l’incitamento dell’oggetto amato. Donandosi ad un altro, l’uomo si dona maggiormente a se stesso. Egli è così un uomo nuovo, con nuove percezioni, con propositi nuovi e più oculati, e con una religiosa solennità di carattere e di intenti. Egli non appartiene più alla sua famiglia ed alla sua società; egli è qualchecosa; egli è una persona; egli è un’anima. E qui esaminiamo un poco più da vicino la natura di quell’influsso che è così potente sulla gioventù umana. Avviciniamoci ed ammiriamo la bellezza, la cui rivelazione all’uomo noi oggi celebriamo; la bellezza, benvenuta come il sole, ovunque le piaccia di brillare, che per mezzo suo allieta ognuno e lo allieta con se stesso. Meraviglioso è il suo fascino: essa pare sufficiente a se stessa. L’amante non può nella sua fantasia immaginare la sua donna povera e solitaria. La società per se stessa è come una pianta in fiore, altrettanto dolce, germogliante, spirante grazia ed insegna perchè la Bellezza sia stata dipinta con amorini e grazie, seguenti i suoi passi. La sua esistenza arricchisce il mondo. Sebbene essa allontani dagli occhi dell’amante tutte le altre persone come povere ed indegne, essa lo ricompensa trasformando il suo essere in qualchecosa di impersonale, di grande, di universale, così che la sua donna gli si mostra come l’ideale di tutti i valori e di tutte le virtù. Per questa ragione l’amante non vede mai una rassomiglianza personale fra la sua donna, i suoi parenti od altre donne. I suoi amici trovano in essa una somiglianza con sua madre o le sue sorelle o con persone non consanguinee. L’amante invece non vede alcuna rassomiglianza se non con le sere d’estate, i mattini brillanti, gli arcobaleni e i canti degli uccelli. La bellezza è sempre quella che gli antichi stimarono cosa divina e che chiamarono il fiore della virtù. Chi può analizzare il fascino senza nome che emana da questo o da quel viso, da questa o da quella forma? Noi siamo agitati da sentimenti di tenerezza e di compiacenza, ma non possiamo constatare dove volgano questa emozione squisita e questo raggio vagante. L’immaginazione ci impedisce di riferirli all’organismo. Nè essi si ricollegano a qualsiasi relazione d’amicizia e di amore, conosciuta e posseduta dalla società, ma, per quanto mi pare, essi derivano da una sfera completamente diversa ed irraggiungibile; da relazioni di delicatezza e di dolcezza trascendentali; da una terra di fate che le rose e le viole accennano e preannunziano. Noi non possiamo conquistare la bellezza. La sua natura è pari allo splendore opalino della gola delle tortore, ondeggiante ed evanescente. In ciò la bellezza somiglia alle cose più eccellenti, che hanno il carattere dell’arcobaleno, e rendono vani tutti i tentativi di appropriazione e di uso. Che cosa altro volle dire Jean Paul Richter, quando disse alla musica: «Via, via, tu mi parli di cose che in tutta la mia vita interminabile non trovai, nè troverò»? Lo stesso fatto può essere osservato in ogni opera delle arti plastiche. La statua è bella quando incomincia ad essere incomprensibile, quando sfugge alla critica, e non può essere più misurata con il compasso o con il metro, ma richiede una immaginazione attiva per seguirla e per dire ciò che sta per fare. Il dio o l’eroe dello scultore è sempre rappresentato nella transizione da ciò che è rappresentabile ai sensi, a ciò che non lo è. Allora la statua cessa d’essere un macigno. La stessa osservazione vale per la pittura. E in poesia il successo non è raggiunto quando essa ci alletta e soddisfa, ma quando essa ci stupisce e ci infiamma con nuove prove verso l’irraggiungibile. A questo riguardo Landor si domanda se ciò non debba riferirsi a qualche stato più puro di sensazione e di esistenza.
Così dev’essere per la bellezza personale, che l’amore adora; essa allora ci affascina quando ci allontana da ogni scopo; quando diventa una storia senza fine; quando accende in noi luci e visioni, e non risveglia desiderî terreni; quando ci pare troppo lucente e troppo buona per il nutrimento quotidiano dell’umana natura; quando fa sentire al contemplante la sua indegnità; quando lo conduce a negare il suo diritto ad essa, anche se fosse Cesare, ed a convincerlo di non aver su di essa maggior diritto di quanto ne abbia sul firmamento e sugli splendori di un tramonto.
Da questo venne il detto «Se ti amo, che cosa t’importa?», perchè noi sentiamo che ciò che amiamo non è nella nostra volontà, ma al disopra di essa; non è voi, ma è la vostra irradiazione. È ciò che voi non conoscete in voi stesso, e non potrete mai conoscere. Questo si accorda con quell’alta filosofia del bello, della quale si dilettavano gli antichi scrittori; poichè essi dicevano che l’anima dell’uomo incorporatasi sulla terra, andava vagando in cerca di quell’altro mondo suo proprio dal quale venne in questo; ma tosto colpita dalla luce del sole naturale, fu impotente a vedere qualsiasi altro oggetto se non quelli di quaggiù, i quali non sono che le ombre delle cose reali. Perciò la Divinità manda la gloria della giovinezza innanzi all’anima, affinchè essa possa servirsi dei corpi leggiadri come mezzo per ricordarsi del bene e del bello celestiale; e così l’uomo, contemplando una bella persona di sesso femminile, fruisce della gioia più alta nel mirarne la forma, il movimento e l’intelligenza, perchè gli si rivela la presenza di ciò che è nella bellezza, e la causa della bellezza stessa.
Se però, per il soverchio contatto con gli oggetti materiali, l’anima fosse grossolana, e ponesse le sue soddisfazioni nel corpo, essa raccoglierebbe null’altro che dolore; essendo il corpo incapace di compiere la promessa che la bellezza pone; ma, se seguendo le visioni e gli incitamenti che la bellezza reca alla sua mente, l’anima passa attraverso il corpo, e si volge ad ammirare i tratti del carattere, e se gli amanti si contemplano nei loro discorsi e nelle loro azioni, allora essi penetrano nel vero tempio della bellezza, più e più ne infiammano il loro amore, e con questo, spegnendo le basse affezioni, come il sole spegne il fuoco brillante sul focolare, essi diventano puri e santi. Dalla conversazione di ciò che è per se stesso eccellente, magnanimo e giusto, l’amante viene ad un più vivo amore per queste nobili cose, e ad una più rapida intelligenza di esse. Allora egli dall’amarle in una sola persona passa ad amarle in tutte, e così quell’anima bella è soltanto la porta per la quale egli entra nel mondo di tutte le anime nobili e pure. Nella società particolare della sua compagna egli acquista una percezione più chiara di qualsiasi macchia, di qualsiasi guasto, che la bellezza di lei abbia contratto da questo mondo, e può indicarli con mutua gioia, poichè essi sono ora in condizione di additare senza offesa i reciproci difetti ed i reciproci torti e di soccorrersi vicendevolmente onde emendarsi. E, osservando in molte anime i tratti della divina beltà, e separando in ogni anima ciò che è divino dal marchio contratto nel mondo, l’amante ascende, attraverso a questa scala di anime create, alla più alta bellezza, all’amore ed alla conoscenza della Divinità.
Gli uomini di tutte le età veramente saggi qualcosa di simile ci hanno detto riguardo all’amore. La dottrina non è vecchia, ma nemmeno è nuova. Se Platone, Plutarco ed Apuleio l’hanno insegnata, così han fatto Petrarca, Michelangelo e Milton. Essa attende una sanzione più profonda come opposizione e biasimo a quella prudenza sotterranea che presiede ai matrimoni, fatta di parole che si volgono al mondo superiore, mentre un occhio è eternamente fisso alla cantina; cosicchè i più gravi discorsi hanno sapore di prosciutto e di tinozza. Peggio ancora, quando il ceffo di questo sensualismo s’insinua nell’educazione delle giovani donne, e avvizzisce le speranze e gli affetti della natura umana, insegnando che il matrimonio non significa altro che «buona massaia», e che la vita della donna non ha altro scopo.
Ma questo sogno di amore, sebbene bello, è solamente una scena della nostra commedia. Nella processione dell’anima dall’interno all’esterno, essa allarga sempre i suoi circoli, come la pietra gettata nello stagno o la luce derivante da un’orbita. I raggi dell’anima illuminano prima le cose più vicine, ogni utensile e ogni giocattolo, le nutrici ed i servi, la casa, il cortile ed i viandanti, il cerchio delle conoscenze famigliari, poi la politica, la geografia, la storia. Ma per necessità della nostra costituzione le cose si adunano sempre secondo leggi più alte e più segrete. La vicinanza, la dimensione, i numeri, le abitudini, le persone, pérdono gradatamente il loro potere su di noi. La causa e l’effetto, l’affinità reale, il desiderio di armonia fra l’anima e la circostanza, l’istinto progressivo idealizzante, predominano più tardi, ed il ritorno dalle relazioni più elevate a quelle più basse diviene impossibile. Così perfino l’amore, che è la deificazione delle persone, deve divenire ogni giorno più impersonale. Di ciò non si ha indizio al suo nascere. Il giovane e la ragazza che si guardano attraverso alle camere affollate, con occhi pieni di muta intelligenza, poco pensano ai frutti preziosi, che dopo lungo tempo verranno da questo nuovo stimolo completamente esterno. L’opera della vegetazione s’inizia a tutta prima coll’irritabilità della corteccia e dei germogli. Dallo scambio di sguardi, essi passano ad atti di cortesia, di galanteria, di poi alla fiera passione, al fidanzamento ed infine al matrimonio. La passione contempla l’oggetto suo come una perfetta unità. L’anima è interamente incorporata ed il corpo è interamente spiritualizzato.
«Il suo puro ed eloquente sangue parlava sulle sue guancie, così vivamente agitato, che si sarebbe detto che il suo corpo pensasse». Romeo, morto, dovrebbe esser posto fra piccole stelle onde ingentilire il cielo. La vita, in questa coppia, non vuole altro, non domanda altro che Giulietta e Romeo. La notte, il giorno, gli studi, il talento, i regni, la religione, sono tutti contenuti in questa forma piena dell’anima, in questa anima che è tutta forma. Gli amanti si deliziano di carezze, di confessioni d’amore, di sguardi. Quando sono soli, ciascuno si bea con la rievocata immagine dell’altro. Vede quell’altro la stessa stella, la stessa tenera nube che io vedo, o legge lo stesso libro e prova la stessa sensazione che innonda me di piacere? Essi giudicano ed esaminano la loro affezione e avendo insieme tutte le grandiose prosperità, gli amici, le opportunità, la proprietà, esultano nello scoprire che essi darebbero volentieri e lietamente questi beni come riscatto del caro amato capo, di cui un solo capello non sarà mai strappato. Ma il pericolo, il dolore e la pena giungono ad essi, come a tutti gli altri. L’amore intercede e stringe patti con il Potere Eterno onde proteggere questo caro compagno. L’unione che si è così effettuata, e che accresce d’un nuovo valore ogni atomo della natura, (poichè essa trasmuta ogni filo di tutta la tela della relazione in un raggio d’oro, e immerge l’anima in un elemento nuovo e più dolce), è ancora uno stato temporaneo. Non sempre i fiori, le perle, la poesia, le dichiarazioni d’amore, e perfino il santuario in un cuore altrui, possono soddisfare l’anima spaventevole che abita la nostra argilla; essa si solleva alfine da queste tenerezze, si arma, ed aspira a scopi vasti e universali. L’anima che è nell’anima di ciascuno, agognando una beatitudine perfetta, scopre incongruenze, difetti, e mancanza di perfezione nella condotta dell’altra. Da ciò sorgono la sorpresa, la disputa ed il dolore. Pure ciò che trasse questi due esseri l’uno verso l’altro, furono segni di bellezza, segni di virtù; e queste virtù vi sono ancora per quanto oscurate. Esse appaiono e riappaiono, e continuano ad attrarre, ma la considerazione si volge, abbandona il segno e si attacca alla sostanza. Ciò ristora l’affezione ferita. In questo frattempo, mentre la vita scorre, essa sperimenta un giuoco di mutamenti e di combinazioni in tutti i possibili atteggiamenti dei coniugi, estorce le risorse di ciascuno di essi, e li rende reciprocamente edotti della loro forza e della loro debolezza. Perchè l’indole ed il fine di questa relazione è che essi rappresentino l’uno all’altro la razza umana. Tutto ciò che vi è al mondo, che è conosciuto o che dovrebbe esserlo, è sapientemente inoculato nel tessuto dell’uomo e della donna.
«La persona che l’amore ci dà,
Come la manna, ha in sè il gusto di tutte le cose».
Il mondo gira e le circostanze variano d’ora in ora. Gli angeli che abitano questo tempio del corpo, appaiono alle finestre, come anche vi appaiono i gnomi ed i vizi. I coniugi sono uniti dalle loro virtù: se esiste in loro la virtù, tutti i vizi sono riconosciuti come tali; ed essi li confessano e li fuggono. Il loro amore ardente d’una volta, col tempo s’acqueta nel loro petto, e perdendo in violenza guadagna in estensione, e l’accordo diviene perfetto. Essi si rassegnano, senza lagno, ai buoni uffici che reciprocamente sono col tempo obbligati a compiere, e trasmutano la passione, che prima non poteva perdere di vista l’oggetto amato, in un giocondo progresso dei loro disegni, siano essi presenti od assenti. Alla fine essi scoprono che tutto ciò che in principio li attirò, vale a dire gli adorati lineamenti, il magico giuoco degli incanti, era caduco, aveva un fine previsto, come l’impalcatura che servì a costrurre la casa; e la purificazione dell’intelletto e del cuore, d’anno in anno, è il vero matrimonio, preveduto e preparato dal principio, a loro insaputa. Se io prendo in esame lo scopo per il quale due persone, un uomo ed una donna, dotati di qualità differenti e relative, si racchiudono in una sola casa, per trascorrere in società nuziale quaranta o cinquant’anni, non mi meraviglio della forza con la quale il cuore profetizza questa crisi fin dalla prima infanzia; della bellezza con cui gli istinti infiorano l’alcova nuziale, nè dell’emularsi della natura, dell’intelligenza e dell’arte per portare doni e melodie all’epitalamio.
Così noi siamo spinti verso un amore, che non conosce sesso, persona o parzialità, ma che cerca la virtù e la sapienza ovunque, allo scopo di aumentare l’una e l’altra. Noi siamo per natura osservatori e per questo atti ad apprendere. Questo è il nostro stato permanente. Ma spesso siamo indotti a sentire che i nostri affetti sono solo i veli di una notte. Sebbene lentamente e con dolore gli oggetti delle affezioni mutino come mutano gli oggetti del pensiero, pure vi sono dei momenti in cui le affezioni regolano ed assorbono l’uomo, e fanno dipendere la sua felicità da una o più persone. Ma in istato di sanità lo spirito ricompare di nuovo, con la sua volta imponente, rifulgente di luci immutabili e gli ardenti amori ed i timori, che passarono sopra come nubi, perdono il loro carattere finito, s’uniscono con Dio, per raggiungere la loro propria perfezione. Noi però non dobbiamo temere di perdere qualche cosa con il progresso dell’anima; in essa possiamo confidare sino alla fine; poichè le cose che hanno la bellezza e il fascino di queste relazioni d’amore, possono esser seguite e supplite soltanto da cose più belle e per sempre.
SESTO SAGGIO AMICIZIA
Noi possediamo molto maggior bontà di quanto non si dica. Nonostante tutto l’egoismo che, come i venti dell’est, gela il mondo, l’intera famiglia umana è immersa nell’elemento d’amore come in un etere delicato. Quante persone non incontriamo nelle case, persone alle quali noi appena parliamo, e che pure onoriamo e che ci onorano! Quante ne vediamo nella strada od in chiesa e che silenziosamente ma cordialmente siamo lieti di incontrare! Leggete il linguaggio di questi raggi erranti dell’occhio: il cuore sa farlo.
L’effetto della largizione di questa affettività umana è una certa cordiale letizia. In poesia e nel linguaggio comune i moti di benevolenza e di compiacenza che sono sentiti verso gli altri, vengono paragonati agli effetti materiali del fuoco; queste irradiazioni interne sono altrettanto rapide però, anzi molto più rapide e più attive e più rallegranti. Esse, dal più alto grado dell’amore appassionato fino al più basso gradino della buona volontà, compongono la dolcezza della vita.
I nostri poteri intellettuali ed attivi aumentano con le nostre affezioni. Lo scolaro si siede per iscrivere, e tutti i suoi anni di meditazione non gli forniscono un solo pensiero capace di una felice espressione; ma se scrive una lettera ad un amico immediatamente legioni di pensieri gentili si levano da ogni parte con elette parole. Guardate in qualsiasi casa, dove dimorano la virtù ed il rispetto, quale palpito determini l’approssimarsi di uno straniero. — Uno straniero a noi raccomandato è atteso ed annunciato, ed una inquietudine che ha del piacere e del dolore invade tutti i cuori della famiglia. Il suo arrivo arreca quasi affanno ai buoni cuori, che vorrebbero dargli il benvenuto. La casa è spolverata, tutte le cose ritornano a posto loro, la vecchia giubba è cambiata con una nuova, e gli ospiti preparano un pranzo, se lo possono. Altri ci parlano di questo straniero raccomandato; e solo il buono ed il nuovo è udito da noi. Egli ci rappresenta l’umanità. Egli è ciò che noi desideriamo. Avendolo imaginato e vivificato, ci domandiamo come staremo in conversazione e in relazione con tale uomo, e siamo agitati da un vago timore. La stessa idea rialza la conversazione allorchè siamo con lui; infatti conversiamo meglio del solito, disponiamo d’una fantasia più viva, d’una memoria più ricca, ed il demonio del nostro mutismo ci abbandona per quel momento. Per lunghe ore possiamo rivelare una serie di comunicazioni sincere, graziose, ricche, tratte dalla più antica e più segreta esperienza, cosicchè quelli dei nostri familiari, che ci seggono vicino, proveranno una grata sorpresa per questa nostra insolita facondia. Ma così tosto come lo straniero incomincia a frammettere nella conversazione le sue preferenze, le sue definizioni, le sue debolezze, tutto è finito. Egli ha udito il principio, la fine ed il meglio di ciò che egli udrà da noi. Egli non è più uno straniero ora. La volgarità, l’ignoranza, ed i preconcetti sono vecchie conoscenze. Quando egli ritornerà, potrà avere l’ordine nella casa, il vestito nuovo ed il pranzo, — ma non il battito del cuore e le corrispondenze dell’anima.
Questi tratti d’affezione, che riaccendono di nuovo per me un mondo giovane sono graditi. Un giusto e fermo accordo di due, in un pensiero, in un sentimento, è delizioso. Come sono belli, nel loro avvicinarsi a questo cuore palpitante, i passi e gli aspetti dell’essere sincero e favorito da natura! Nel momento che noi lasciamo libero corso ai nostri affetti, la terra soggiace a metamorfosi; non c’è più inverno e non c’è più notte; tutte le tragedie, tutti gli affanni svaniscono, — e così tutti i doveri: nulla riempie l’eternità che trascorre, se non le forme raggianti delle persone amate. Sia l’anima persuasa che in qualche luogo dell’universo troverà la sua compagna, e sarà contenta ed allegra in solitudine per mille anni. Mi svegliai stamane con un divoto ringraziamento per i miei amici, i vecchi ed i nuovi. Non chiamerò io Iddio, il Bello, che giornalmente si rivela a me coi suoi doni? Io sfuggo la società, prediligo la solitudine, eppure non sono così ingrato da non vedere l’uomo saggio, il cortese, il magnanimo, quando di tempo in tempo passano davanti alla mia porta. Chi mi ode, chi mi capisce, diviene mio, diviene un possesso mio per sempre. Nè la natura è così povera che essa non mi dia talvolta questa gioia, e così intesso trame sociali mie proprie, e una nuova tela di relazioni; e allo stesso modo che molti pensieri successivi si sostanziano, così poco a poco io mi troverò in un mondo nuovo, di mia propria creazione, e non sarò più uno straniero o un pellegrino in un globo tradizionale. I miei amici vengono a me non cercati. Il grande Iddio me li diede. Per il più antico diritto, per la divina affinità della virtù con se stessa, io li trovo, o meglio non io ma la Divinità che è in me e che è in essi, la quale deride e abbatte i vigorosi baluardi del carattere individuale, delle relazioni, dell’età, del sesso, della circostanza, e fa di molti individui uno solo. Alti ringraziamenti vi debbo, eccellenti amatori, che rivelate a me nuove e nobili profondità del mondo e ampliate il significato di tutti i miei pensieri. Voi non siete rigide ed intirizzite persone, ma una nuova poesia di Dio — poesia senza impedimenti — siete inno, ode, epopea, ancora fluente e non già rappresa nei libri morti con annotazioni e glossario, ma siete Apollo e siete le Muse ancora inneggianti. E queste creature si separeranno da me o da qualcuna di loro? Io non lo so, ma non lo temo; perchè la mia relazione con esse è così pura, che noi ci teniamo uniti per semplice affinità; ed il Genio della mia vita è così socievole, che eserciterà la sua energia su chiunque sia nobile al pari di questi uomini e di queste donne, ed ovunque io sia.
Io confesso su questo punto un’estrema tenerezza naturale. È quasi pericoloso per me «il sorbire il dolce veleno del vino male usato» delle affezioni. Una nuova persona per me è un grande evento e mi impedisce di dormire. Io ho per l’addietro molto fantasticato intorno a due o tre persone che mi hanno dato delle ore deliziose; ma la gioia finì col declinar del giorno; essa non produsse alcun frutto; il mio pensiero non nacque da essa e la mia attività fu di poco modificata. Io debbo provare orgoglio per le buone doti del mio amico, come se fossero mie, e debbo provare come un selvaggio, delicato, palpitante senso di proprietà su le sue virtù. Io sento tanta gioia quando egli è lodato, quanta ne prova l’amante per gli applausi diretti alla sua fidanzata. Noi superstimiamo la coscienza del nostro amico. La sua bontà ci sembra migliore della nostra, la sua natura più bella, le sue tentazioni minori. La nostra fantasia innalza ogni cosa che è sua — il suo nome, il suo corpo, il suo vestito, i suoi libri, ed i suoi istrumenti. Il nostro stesso pensiero ci suona nuovo è più ampio dalla sua bocca.
Ed ancora la sistola e la diastola del cuore non sono senza analogia con il flusso ed il riflusso dell’amore. L’amicizia come l’immortalità dell’anima, è troppo nobile per essere creduta. L’amante contemplando la sua donna, dubita che essa non sia veramente quale egli la adora; e nelle auree ore dell’amicizia noi siamo sorpresi da ombre di sospetto e di miscredenza. Noi dubitiamo di donare al nostro eroe le virtù delle quali egli risplende, e di adorare poi la forma che noi abbiamo destinata per divina abitazione di esse. A rigor di termini, l’anima non rispetta gli uomini come rispetta se stessa. A rigor di scienza tutte le persone soggiacciono alla stessa condizione di un’infinita lontananza. Temeremo noi di intiepidire l’amor nostro coll’affrontare il fatto e col ricercare le fondamenta metafisiche di questo tempio Eliseo? Non sarò io un essere così reale come le cose che vedo? Se lo sono, non temerò di conoscerle per ciò che esse realmente sono. La loro essenza non è meno bella della loro apparenza, sebbene abbisognino organi più delicati per la percezione di quella. La radice della pianta non è spregevole per la scienza, anche se per fare dei mazzi e dei festoni noi tagliamo corto lo stelo. Io devo tuttavia tentare l’esposizione di un fatto ardito fra queste piacevoli fantasie, anche se esso apparirà nel nostro banchetto, come una mummia egiziana. Un uomo che sta stretto al suo pensiero, concepisce di se idee grandiose.
Egli è conscio di un successo universale, anche se conquistato con uniformi e particolari sconfitte. Nè preferenza, nè poteri, nè oro, nè forza, possono stargli a pari. Io non posso fare a meno di confidare più nella mia povertà che nella vostra ricchezza. Non posso rendere la vostra conoscenza equivalente alla mia. Solo la stella rifulge; il pianeta ha una debole luce, come quella della luna. Io sento ciò che voi dite delle ammirevoli doti e del provato carattere della persona che lodate, ma ben vedo che nonostante i suoi mantelli purpurei, non mi piacerà, a meno che egli sia un povero Greco, quale io sono. Io non posso negare, o amico, che l’immensa ombra del Fenomeno copre anche te, nella sua immensità screziata e variopinta, anche te, comparato col quale ogni altra cosa è ombra. Tu non sei l’Essere come la Verità è, come la Giustizia è; tu non sei la mia anima, ma una pittura ed una effigie di essa. Tu venisti a me tardi, eppure tu riprendi già il tuo cappello ed il tuo mantello. Forse che l’anima non produce amici, come l’albero produce foglie; e come l’albero con la germinazione di nuove gemme esclude le vecchie foglie, così l’anima non esclude i vecchi amici? La legge della natura è un’eterna alternativa. Ogni stato elettrico presuppone il suo contrario. L’anima si attornia di amici al fine di poter penetrare in una più grande conoscenza di sè o in una maggiore solitudine; e procede da sola per un tempo, onde innalzare la sua condotta o la sua società. Questo metodo si delinea in tutta la storia delle nostre relazioni personali. Sempre l’istinto dell’affezione nutre la speranza di unirsi coi nostri simili, e sempre il vigile senso dell’isolamento ci richiama. Così ogni uomo passa la sua vita ricercando l’amicizia; eppure se egli tenesse presente il suo vero sentimento potrebbe scrivere una lettera come questa ad ogni nuovo candidato del suo amore.
«Caro amico,
«Se io fossi sicuro di te, sicuro della tua capacità, sicuro che le nostre tendenze s’incontrassero, io prenderei in considerazione il tuo andare e venire. Io non sono molto saggio; il mio amore è facilmente conquistabile; io rispetto il tuo spirito; esso non è ancora stato da me scandagliato; pure non oso presumere in te una perfetta intelligenza del mio essere, e così tu mi sei un delizioso tormento. Tuo per sempre o giammai».
Pure questi piaceri inquieti e queste pene raffinate sono idonei per il nostro desiderio di cose nuove e non per la vita. Essi non debbon venire coltivati, perchè sarebbe un tessere una tela di ragno e non una stoffa. Le nostre amicizie si volgono a rapide e povere conclusioni perchè noi le abbiamo intessute di vino e di sogni anzichè della solida fibra del cuore umano! Le leggi dell’amicizia sono grandi, austere ed eterne, fatte con la stessa trama delle leggi della natura e della morale. Ma noi abbiamo aspirato ad un rapido e piccolo beneficio, per suggere una subitanea dolcezza. Noi strappiamo nel giardino di Dio il frutto lento, che abbisogna di molti estati e di molti inverni per maturare. Noi cerchiamo il nostro amico non religiosamente, ma con una passione adulterata, che vorrebbe appropriare lui a noi stessi. Invano. Noi siamo imbevuti d’un sottile antagonismo che, non appena c’incontriamo con lui, comincia a farci beffe e a tradurre tutta la nostra poesia in una prosa scipita. Quasi tutti gli uomini s’abbassano coll’incontrarsi. Ogni associazione deve essere un compromesso e, ciò che è peggio, il vero fiore e l’aroma di ogni bella natura scompare tosto che esse si avvicinano l’un l’altra. Quale perpetua delusione è la società attuale, anche quella dei virtuosi e dei favoriti! Dopo che gli incontri sono avvenuti in seguito a lunga preparazione, noi dobbiamo essere afflitti da saluti avversi, da improvvise ed inopportune apatie, da epilessie di spirito e di senso nei bei giorni dell’amicizia e del pensiero. Le nostre facoltà non ci rappresentano il vero e ciascuno si ristora con la solitudine.
Io dovrei essere uguale in ogni relazione. Non ha importanza il numero dei miei amici e la soddisfazione che io posso trovare nel conversare con essi, se uno solo v’è con cui io non sia uguale. Se io mi sono ritratto da una contesa, perchè impari, istantaneamente la gioia ch’io posso provare in tutto il resto diviene meschina e pusillanime. Io detesterei me stesso se allora io facessi degli altri miei amici il mio rifugio. «Il valente guerriero rinomato per le battaglie, vinto una volta dopo cento vittorie, è cancellato dal libro dell’onore e tutto il resto per cui egli faticò vien dimenticato».
La nostra impazienza è così acerbamente ripresa. Il timore e l’apatia sono un arrendevole riparo, nel quale un delicato organismo viene protetto da un prematuro germogliare. Esso si perderebbe, se conoscesse se stesso, prima che qualcuna delle anime migliori fosse matura abbastanza per comprenderlo ed affermarlo. Rispetta la lentezza della natura che indurisce il rubino in un milione d’anni e opera nell’infinita estensione del tempo, in cui le Alpi e le Ande vanno e vengono come arcobaleni! Il buon genio della nostra vita non ha paradiso che sia ricompensa della nostra precipitazione. L’amore che è l’essenza di Dio non esiste per la vanità, ma per il totale valore dell’uomo. Non si abbia nei nostri rapporti una fanciullesca voluttà, ma la dignità più austera, ed avviciniamo i nostri amici con un’audace fiducia nella lealtà dei loro cuori e nella saggia ed indistruttibile liberalità dei loro propositi.
Poichè è impossibile sottrarsi al fascino di questo argomento io tralascio per poco ogni considerazione intorno ai subordinati benefici sociali, per parlare di questa elevata e sacra relazione, che è una specie di assoluto e che abbandona il dubbio e comune linguaggio dell’amore tanto il suo è più puro e più divino.
Io non desidero trattare le amicizie delicatamente, ma con il più ruvido coraggio. Quando sono reali, esse non sono steli di cristallo o ricami di brina, bensì le più solide cose che noi conosciamo. Al presente, dopo tanti anni di esperienza, che cosa sappiamo noi della natura o di noi stessi? L’uomo non si è inoltrato d’un solo passo nella soluzione del problema del suo destino. L’intero universo degli uomini sta in una condanna all’imbecillità della mente. Ma la dolce gioia sincera e la pace, che io traggo da questa alleanza con l’anima d’un mio fratello, è il nocciolo, di cui ogni natura ed ogni pensiero non sono che il guscio e la corteccia. Felice è la casa che accoglie un amico! Essa può ben essere costrutta come un padiglione o un arco di festa per intrattenerlo anche un solo giorno. Più felice ancora se egli comprende la solennità di tale relazione e onora le sue leggi. L’amicizia non è un ozioso legame, non è un’occupazione domenicale. Colui che offre se stesso come candidato a tale accordo, si solleva come un Olimpico ai più alti gradi, dove convengono gli eletti del mondo. Egli propone se stesso per contese dove il Tempo, il Bisogno, il Pericolo sono in gara, e quegli solo è vincitore che ha nella sua costituzione vigore sufficiente da preservare la sua delicata bellezza dall’uso e dal contatto di tutte queste cose. I doni della fortuna posson essere presenti o assenti, ma tutto lo svolgersi di tale lotta dipende dalla intrinseca nobiltà e dal disprezzo per le cose insignificanti. Ci sono due elementi che concorrono a formare l’amicizia ed entrambi così sovrani, ch’io non posso scoprire nell’uno, superiorità o ragioni tali da esser nominato prima dell’altro. Uno di essi è la Lealtà. Un amico è una persona con la quale io posso esser sincero; dinanzi a lui io posso pensare ad alta voce. In sua presenza io mi trovo con un uomo così reale ed uguale a me, da potere smettere quelle vilissime abitudini di dissimulazione, di cortesia e di secondo pensiero, che gli uomini mai abbandonano; ed io posso trattare con lui con quella semplicità, con la quale un atomo chimico si unisce ad un altro atomo. La sincerità, come i diademi e l’autorità, è la voluttà concessa solo alle più alte classi, che possono dir la verità, non avendo alcuno al disopra da riverire od a cui conformarsi. Ogni uomo solo è sincero; l’ipocrisia comincia all’arrivo di un secondo uomo. Noi evitiamo e sfuggiamo l’approccio del nostro simile per mezzo dei complimenti, delle chiacchiere, degli affari e dei diletti. Noi celiamo il nostro pensiero a lui sotto mille pieghe. Io conobbi un uomo che sotto il dominio d’una certa religiosa frenesia si spogliava di questo drappeggio, ed omettendo ogni complimento ed ogni luogo comune, parlava alla coscienza di ciascuno con grande penetrazione e bellezza. Dapprima gli si resisteva e tutti ammettevano che egli era pazzo. Ma persistendo (ed egli in verità non poteva far altrimenti) e per qualche tempo in questa linea di condotta, egli ottenne il vantaggio di trascinare ogni uomo di sua conoscenza a relazioni sincere. Nessun uomo mai avrebbe pensato di mentire con lui o d’intrattenerlo con delle chiacchiere da mercato o da gabinetto di lettura. Ma ciascuno era costretto da tanta sincerità a guardarlo nel viso, ed a rivelargli quale amore di natura, quale poesia, quale simbolo di verità egli possedesse. Ma alla maggior parte di noi la società non mostra il suo viso ed il suo occhio, ma il suo fianco ed il suo dorso. Contrarre relazioni sincere con gli uomini in una falsa età, è segno di pazzia, non è vero? Raramente noi possiamo andare dritti allo scopo. Quasi ogni uomo che incontriamo richiede qualche riguardo, richiede di essere rallegrato; egli ha qualche rinomanza, qualche talento, qualche capriccio religioso o filantropico nel suo capo, che non deve essere discusso, e che impedisce ogni rapporto con lui. Ma un amico è uomo equilibrato, che addestra me e non la mia abilità d’invenzione. Il mio amico s’intrattiene con me senza pretendere ch’io m’avvilisca o balbetti o mi camuffi. Un amico, pertanto, è una specie di paradosso in natura. Io che sono solo, io che nella natura non vedo nulla la cui esistenza io possa affermare con uguale evidenza della mia, io contemplo l’immagine del mio essere, in tutta la sua altezza e varietà riprodotta in una forma che non è la mia; cosicchè un amico può ben essere riconosciuto il capolavoro della natura.
L’altro elemento dell’amicizia è la Tenerezza. Noi siamo legati agli uomini da ogni specie di vincoli, dal sangue, dall’orgoglio, dal timore, dalla speranza, dal lucro, dalla brama, dall’odio, dall’ammirazione, da ogni circostanza, da ogni pegno e da ogni nonnulla; ma possiamo a mala pena credere che possa sussistere in uno di essi una qualità tale da avvincerci con l’amore. Uno vi può essere così benedetto, e siamo noi così puri da potergli offrir della tenerezza? Quando un uomo mi diviene caro, io ho toccato la méta della fortuna. Io trovo intorno a questo argomento molto poco nei libri, che sia scritto direttamente al cuore. Eppure ho un testo che non posso fare a meno di ricordare. Il mio autore dice «Io mi offro senza slancio e ruvidamente a coloro, ai quali effettivamente appartengo, e mi offro meno a colui, al quale sono maggiormente devoto». Io vorrei che tale amicizia avesse dei piedi, come ha occhi ed eloquenza; essa dovrebbe radicarsi in terra prima d’innalzarsi fino al cielo, e vorrei che fosse un poco dell’uomo prima di appartenere completamente al cherubino. Noi censuriamo il cittadino perchè fa dell’amore una comodità. Esso è per lui uno scambio di doni, di prestiti utili; è un buon vicino; un infermiere per gli ammalati; esso tiene i cordoni al funerale; e così vanno perdute completamente le delicatezze e la nobiltà della relazione. Ma sebbene non possiamo trovare il dio sotto questa maschera di cantiniere, pure non possiamo perdonare d’altra parte al poeta, se egli tesse la sua tela troppo fina, e non rende sostanziale il suo romanzo con le virtù civiche della giustizia, della puntualità, della fedeltà, e dell’amore. Io odio la prostituzione del nome «amicizia» per significare alleanze manierate e mondane. Preferisco di molto la compagnia dei contadini o dei mercanti di stagno all’amicizia elegante e profumata, che celebra le sue adunanze con frivole manifestazioni, con passeggiate in carrozza e con pranzi nelle migliori taverne. Lo scopo dell’amicizia è stringere il più stretto, il più familiare rapporto che possa essere immaginato; esso serve d’aiuto e di conforto attraverso tutte le relazioni e le vicissitudini della vita e della morte; è idoneo per i giorni sereni, per i doni graziosi e per le passeggiate campestri, ma anche per le vie penose, per gli aspri passaggi, per il naufragio, per la povertà e la persecuzione. L’amicizia pure s’accompagna con gli impeti dello spirito ed i rapimenti della religione. Noi dobbiamo dare dignità ai bisogni giornalieri ed agli uffici della vita dell’uomo, ed abbellire questa con il coraggio, con la saggezza e con l’unione. L’amicizia non dovrebbe mai cadere in ciò che è usuale e determinato, ma dovrebbe essere vigilante ed ingegnosa, ed aggiungere poesia e ragione a ciò che era servile lavoro.
Può dirsi che la perfetta amicizia richiede nature così rare e squisite, così ben contemperate e così felicemente adattate l’una all’altra, (poichè anche a questo riguardo un poeta dice che l’amore domanda che le parti siano esattamente bilanciate) che per questa sua necessità essa solo raramente può aver effetto. Essa non può sussistere nella sua perfezione fra più di due esseri, dicono alcuni di coloro che sono dotti in questa ardente dottrina del cuore. Io non sono così rigido nei miei termini, forse perchè non conobbi un’amicizia così elevata come altri conobbero. Io ricreo maggiormente la mia immaginazione con un gruppo d’uomini nobilissimi, in rapporti diversi tra loro e fra i quali sussiste un’alta intelligenza. Ma io credo che questa legge di uno ad uno è perentoria per la conversazione, che è la pratica ed il compimento dell’amicizia. Non mescolate troppo le acque. Le migliori si mescolano così male come le buone e le cattive. Avrete dei discorsi utili e rallegranti volta a volta parlando con due uomini diversi; ma unitevi tutti e tre, e non avrete una sola parola nuova e cordiale. Due possono conversare e uno può udire, ma tre non possono prendere parte ad una conversazione sincera ed elevata. Nella buona società non vi è mai fra due persone che parlano l’uno da un capo e l’altro dall’altro della tavola un discorso uguale a quello che succede quando voi li lasciate soli. Nella buona società gli individui immergono il loro egoismo in un’anima collettiva che esattamente riflette e contiene le parecchie coscienze ivi presenti. Nessuna parzialità dell’amico verso l’amico, nessuna affezione del fratello per la sorella, della sposa per il marito, è costì a proposito, ma esattamente l’opposto. Solo quegli può parlare, che sa navigare sul pensiero comune della comitiva e non limitarsi poveramente al suo proprio pensiero. Ora questa convenzionalità, richiesta dal buon senso, distrugge il libero spaziare della grande conversazione, che vuole il fondersi di due anime in una sola.
Lasciate soli due uomini, essi entreranno in rapporti più semplici: anzi la loro affinità sarà quella che stabilirà il tema della loro conversazione. Gli uomini che non hanno relazioni fra loro, arrecano poca gioia l’uno all’altro, e mai sospetteranno i poteri latenti di ciascuno di essi. Noi parliamo talvolta di un grande talento per il conversare, come se ciò fosse una proprietà permanente in qualche individuo; ma la conversazione è una fuggevole relazione e null’altro. Un uomo è rinomato per avere pensiero ed eloquenza; e con tutto ciò, egli non sa dire una parola a suo cugino od a suo zio. Essi biasimano il suo silenzio con altrettanta ragione con cui potrebbero biasimare l’inutilità di un quadrante solare nell’ombra. Al sole esso segnerà l’ora, e fra quelli che godono del suo pensiero, quel tale uomo riacquisterà la sua favella.
L’amicizia richiede quel raro medium tra uguaglianza e disparità, da cui ciascuno è stimolato, alla presenza della superiorità o dell’accondiscendenza dell’altro. Preferisco rimanere solo fino alla fine del mondo, piuttosto che il mio amico sorpassi di una sola parola o di un solo sguardo la sua simpatia reale. Io sono ugualmente deluso dalla sua avversione come dalla sua condiscendenza. Non cessi egli un solo istante di essere se stesso. L’unica gioia che provo nel suo essere mio, è che ciò che non è mio, è mio. Mi ripugna di trovare un cumulo di concessioni, dove cercavo un aiuto virile od almeno una virile resistenza. È meglio essere una spina al fianco del vostro amico, che essere la sua eco. La condizione che l’alta amicizia richiede è l’abilità di far senza di essa. Questo grande ufficio richiede uomini grandi e sublimi. Vi devono essere veramente due, prima che vi possa essere un vero uno. Vi dev’essere un’alleanza di due nature grandi, formidabili, vicendevolmente contemplatesi e vicendevolmente temutesi, prima che venga riconosciuta, fra le disparità, la profonda identità unificatrice.
Solo colui che è magnanimo, è adatto per questa unione, e tale egli dev’essere per conoscerne le leggi. Egli dev’essere colui, che è sicuro che la grandezza e la bontà sono sempre regole di prudenza. Dev’essere colui che non è pronto per intervenire con la sua fortuna; nè osi egli d’intervenire. Lasciate al diamante i suoi secoli per crescere, nè sperate di affrettare le nascite dell’eterno. L’amicizia richiede un trattamento religioso. Noi non dobbiamo essere caparbi e timorosi. Noi parliamo di scegliere i nostri amici, ma gli amici si eleggono da sè. La reverenza pure è grande parte dell’amicizia. Trattate il vostro amico come uno spettacolo. Naturalmente se egli è un uomo, ha dei meriti che non sono vostri, e che voi non potete onorare, se lo volete tenere troppo vicino alla vostra persona. State discosti; date posto a questi meriti; lasciate che salgano e si espandano. Non siate tanto suo amico da non conoscere le sue peculiari energie; siate appassionati come le madri, che custodiscono la loro figlia in casa, finchè essa è ragazza. Siete voi l’amico dei bottoni del vostro amico o del suo pensiero? Ad un grande cuore egli sarà ancora un ignoto per mille particolari cose, perchè possa raggiungerlo in questa terra promessa. Lasciate ai ragazzi ed alle ragazze il còmpito di guardare un amico come una proprietà, e di suggere un breve e confuso piacere, anzichè il puro nettare degli Dei.
Acquistiamo il nostro ingresso in questa corporazione con una lunga preparazione. Perchè dovremmo noi profanare anime nobili e belle coll’introdurci inopportunamente presso di loro? Perchè opprimere con precipitosi rapporti personali il vostro amico? Perchè andare a casa sua e conoscere sua madre, i fratelli suoi e le sue sorelle? Perchè essere visitato da lui nella vostra casa? Sono queste cose necessarie alla vostra alleanza? Lasciamo da parte queste patetiche e lacrimevoli cose. Sia egli per me uno spirito. Io voglio da lui un messaggio, un pensiero, la sincerità, uno sguardo, e non delle notizie od un pranzo. Io posso disputar di politica, tener conversazioni frivole, e relazioni col vicinato per mezzo di compagni di minor valore. All’incontro non dovrebbe essere per me la comunione con il mio amico, poetica, pura, universale e grande come la natura stessa? Dovrei io sentire che il nostro legame è profano, se lo paragono a quella nuvola che dorme sull’orizzonte o a quel cespuglio d’erba ondeggiante, che divide il ruscello? Non avviliamo l’amicizia, ma innalziamola. Questo grande occhio sfidante, quest’altera bellezza di portamento o di azione, non v’induca ad abbassarvi ma piuttosto a fortificarvi ed innalzarvi. Adorate le sue eccellenze. Guarda il tuo amico come il tuo alter-ego; abbi per lui un regno; sia egli per te eternamente una specie di bel nemico indomabile, devotamente riverito e non un’opportunità banale da essere tosto superata e messa in disparte. I colori dell’opale, la luce del diamante non si possono vedere se l’occhio è troppo vicino. Scrivo al mio amico una lettera e ne ricevo una da lui. Ciò vi sembra poco. Per me è sufficiente: è un dono spirituale degno di lui nel dare, degno di me nel ricevere. Ciò non sconsacra alcuno. In questa lettera il cuore si confiderà come non si confiderà alla lingua, e profetizzerà un’esistenza più divina di quella che tutti gli annali dell’eroismo hanno fin’ora rivelata.
Rispettate le sante leggi di quest’amicizia col non portar danno, con la vostra impazienza, al suo fiore perfetto prima che sbocci. Dobbiamo appartenere a noi stessi, prima di appartenere a qualcun altro. Nel delitto vi è, secondo il proverbio latino, questa soddisfazione: voi potete parlare al vostro complice in termini d’uguaglianza: Crimen, quos inquinat, aequat. Noi non possiamo subito affermare ciò rispetto a coloro che ammiriamo ed amiamo. Inoltre il più piccolo difetto nel possesso di se stesso vizia a mio giudizio l’intiera relazione. Non vi potrà mai essere una profonda pace fra due spiriti, mai un mutuo rispetto, finchè nel loro dialogo, ognuno rappresenti il mondo intiero.
Portiamo con la maggiore maestà di spirito possibile ciò che è così grande come l’amicizia. Stiamo in silenzio — affinchè possiamo udire il bisbiglio degli dei. Non interveniamo. Chi vi ha ordinato di pronunciare ciò che voi vorreste dire alle anime elette? o chi vi ha ordinato di dire cosa alcuna ad esse? Non importa che le nostre parole siano ingegnose o graziose o blande. Vi sono innumerevoli gradi di follìa e di sapienza, e il dire cosa alcuna è per voi insignificante. Attendi, ed il tuo cuore parlerà. Attendete finchè il necessario e l’eterno vi dominino, finchè il giorno e la notte si servano delle vostre labbra. L’unica moneta di Dio è Dio; Egli giammai paga con qualche cosa di meno o con qualche cosa di più. L’unica ricompensa della virtù è la virtù; l’unico modo di avere un amico è di essere uno. Vano è lo sperare di approssimarsi ad un uomo col frequentare la sua casa. Se egli è dissimile, l’anima sua fuggirà da voi con maggiore velocità, e voi non incontrerete mai più uno sguardo del suo occhio. Noi vediamo l’anima nobile da lontano: essa già ci respinge: perchè dovremmo noi importunarla? Tardi, molto tardi, noi ci avvediamo che nessuna disposizione, nessuna nuova relazione, nessuna consuetudine o costume di società, sarebbe vantaggioso per porre noi in relazione con coloro che noi desideriamo — ma che in tal caso solamente l’elevazione della nostra natura allo stesso livello della loro, è necessario; allora ci incontreremo come acqua incontra acqua; e se non li incontreremo, non ne avremo bisogno, perchè noi siamo già essi.
In ultima analisi l’amore è solo il riflesso della dignità di un uomo sopra altri uomini. Gli uomini hanno talvolta scambiato i propri nomi con quelli dei loro amici come per significare che, nel loro amico, ognuno di loro amava la propria anima.
Quanto più elevata è la natura richiesta dall’amicizia, tanto meno facile è materiarla in carne ed ossa. Noi camminiamo soli nel mondo. Gli amici, tali come li desideriamo, sono sogni e favole. Ma una sublime speranza rallegra eternamente il cuore fidente che altrove, in altre regioni del potere universale, altre anime stanno in questo momento operando, soffrendo ed osando, anime che possono amarci e che possiamo amare. Noi possiamo congratularci che il periodo della minorità, della follìa, degli errori e della vergogna, sia passato nella solitudine, e che quando siamo uomini compiuti, noi possiamo stringere con mano d’eroe le mani di altri eroi. Da ciò che voi avete già veduto, siate ammoniti di non stringere amicizia con le persone volgari, con le quali nessuna amicizia vi può essere.
La nostra impazienza ci spinge ad unioni stupide ed inconsiderate, che nessun Dio protegge. Invece persistendo nella vostra via, anche se perdete il poco, guadagnerete il molto. Voi a questo modo vi palesate in maniera da mettervi al sicuro da false relazioni, e vi attirate gli eletti del mondo — quei rari pellegrini, dei quali solo uno o due vagano nella natura contemporaneamente, e davanti a cui tutto quanto è volgare si mostra semplicemente come spettro ed ombra.
Stolto è il timore di rendere i nostri legami troppo spirituali, come se in tal modo potessimo perdere qualsiasi amore genuino. Qualunque sia la correzione che noi facciamo alle nostre opinioni popolari per mezzo di una più intima conoscenza, noi dobbiamo esser sicuri che la natura ci soccorre, che ci ripagherà largamente di qualche gioia sottratta. Sentiamo l’assoluto isolamento dell’uomo! Noi siamo sicuri di avere tutto in noi. Andiamo in Europa, seguiamo delle persone, leggiamo dei libri, ma con la fede istintiva che questi rivelano noi a noi stessi. Accattoni tutti! Gli uomini sono come noi siamo; l’Europa è un vecchio scolorito vestito di persone morte ed i libri sono i loro spettri. Lasciamo perire questa idolatria. Rinunciamo a questo accattonaggio. Diciamo addio perfino ai nostri più cari amici, e apostrofiamoli dicendo: «Chi siete voi? Lasciatemi. Non voglio più essere dipendente. Ah! non vedi, fratello, che noi così ci dividiamo solamente per ritrovarci in un punto più alto, e solamente per essere più uno dell’altro, perchè noi apparterremo più a noi stessi?» Un amico ha il viso di Giano Bifronte; egli guarda il passato ed il futuro. Egli è il figlio di tutte le mie ore passate, il profeta di quelle future ed il precursore di un amico più grande; poichè è proprietà del divino, l’essere riproduttivo.
Io agisco allora coi miei amici come coi miei libri. Li avrò dove posso trovarli, ma li userò raramente. Noi dobbiamo avere la società, regolata dalle condizioni dettate dai noi stessi, ed ammetterla od escluderla per la più leggera causa. Io non posso permettermi di parlare molto con il mio amico. Se egli è grande, egli mi fa così grande che non posso discendere per conversare. Nei grandi giorni i presentimenti svolazzano davanti a me nel firmamento. Io dovrei allora dedicarmi ad essi. Io entro ed esco per poterli afferrare; e solo temo di perderli se indietreggiano nel cielo, nel quale sono ora soltanto un punto di luce più brillante. Allora, sebbene stimi i miei amici, non posso conversare con loro e studiare le loro visioni, onde non perdere le mie. Certamente il tralasciare queste alte osservazioni, questa astronomia spirituale o questa ricerca di stelle, e lo scendere verso simpatie cordiali con voi mi concederebbe una certa gioia familiare; ma allora io, ben lo so, compiangerei per sempre lo svanire delle mie possenti divinità. È pur vero che la settimana prossima avrò tristi momenti, nei quali io potrò occuparmi di obbietti estranei; allora rimpiangerò la perduta letteratura della vostra mente, e desidererò di ritrovarvi ancora al mio fianco. Ma se voi verrete, forse empirete soltanto ed ancora la mia mente di nuove visioni; non di voi stessi, ma della vostra vanità; io non sarò più atto di quanto lo sia ora a conversare con voi e dovrò rendere ai miei amici questa fuggevole corrispondenza. Io riceverò da essi, non ciò che essi hanno, ma ciò che essi sono. Essi mi daranno ciò che in realtà essi non possono darmi, ma ciò che irradia da loro. Ma essi non mi legheranno con alcun altro rapporto meno sottile e puro. Noi ci incontreremo come se non ci incontrassimo, e ci lasceremo come se non ci lasciassimo.
Ultimamente mi sembrò più possibile di quanto io pensassi l’avere una grande amicizia da una parte, senza esserne corrisposto dall’altra. Perchè dovrei amareggiarmi con il triste fatto che chi riceve non è degno di ricevere? Il sole non è per nulla turbato se alcuni dei suoi raggi cadono vanamente in qualche luogo ingrato, e se solo una piccola parte cade sulla superficie riflettente del pianeta. Serva la vostra grandezza ad educare il compagno rude e freddo. Se egli non è pari a te, egli se n’andrà; ma tu sei ingrandito dalla tua propria luce, e non sarai più compagno per le rane ed i vermi, ma ti innalzerai e arderai con gli dei dell’empireo. Si crede che l’amore non corrisposto sia una sciagura. Ma i grandi vedranno che il vero amore non può essere corrisposto. L’amore vero trascende in breve l’oggetto indegno e si sofferma nell’eterno, e quando la povera maschera frapposta si sgretola, non si rattrista, ma si sente liberato da altrettanta polvere, e gioisce maggiormente della sua indipendenza. Pure queste cose possono appena dirsi senza una specie di tradimento per le relazioni dell’amicizia. L’essenza dell’amicizia è l’integrità, la magnanimità e la fiducia. Essa non deve aver sospetti o preveggenze di possibili infermità. Essa tratta il suo oggetto come un Dio, affinchè esso possa deificare entrambi.
SETTIMO SAGGIO PRUDENZA
Quale diritto ho io di scrivere intorno alla Prudenza, che poca ne ho e quella poca di specie negativa? La mia prudenza consiste nell’evitare le cose e nel farne senza, ma non nell’inventare mezzi e metodi, non in un destro governo, non in un adeguato riparo a quelle. Io non so spender bene il denaro, non ho spirito di economia, e chiunque vede il mio giardino, pensa che io deva avere qualche altro giardino. Eppure amo i fatti, odio l’instabilità e la gente senza percezione: onde io ho lo stesso diritto di scrivere della prudenza, come di scrivere della poesia e della santità. Noi scriviamo per desiderio od avversione come per esperienza. Noi dipingiamo quelle qualità che non possediamo. Il poeta ammira l’uomo d’energia e l’uomo di guerra; il mercante educa il figlio per la chiesa od il tribunale: e quando l’uomo non è vano e pieno di sè voi comprenderete ciò che egli non ha dalle cose che egli loda. Inoltre sarebbe appena onesto da parte mia, il non bilanciare le belle parole liriche d’Amore ed Amicizia con parole di più ruvido suono, e non riconoscere di passaggio la mia reale e costante obligazione ai miei sensi.
La prudenza è la virtù dei sensi. Essa è la scienza delle apparenze. È l’azione più esterna della vita interna. È Dio che pensa per il bruto. Essa muove la materia secondo le leggi della materia. Essa è lieta di ricercare la salute del corpo conformandosi alle condizioni fisiche, e la salute della mente conformandosi alle leggi dell’intelletto.
Il mondo dei sensi è un mondo di sembianze, esso non esiste per sè, ma ha un carattere simbolico; ed una prudenza vera o «legge delle apparenze» riconosce la simultanea presenza di altre leggi, sa che il suo proprio ufficio è subalterno e sa di agire su una superficie e non in un centro. La prudenza è falsa quando è separata; è legittima quando è la Storia Naturale dell’anima incarnata; quando essa spiega la bellezza delle leggi dentro la stretta cerchia dei sensi.
Vi sono nella conoscenza del mondo successivi stadî di progresso. È sufficiente al nostro scopo presente l’indicarne tre: una classe vive per l’utilità del simbolo, stimando la salute e la ricchezza un bene finale: un’altra classe vive, al disopra di questo grado, per la bellezza del simbolo, come il poeta, l’artista, il naturalista e lo scienziato: una terza classe vive, al disopra della bellezza del simbolo, per la bellezza della cosa significata: questi sono i saggi. La prima classe possiede il buon senso; la seconda, il gusto e la terza, la percezione spirituale. Una volta che dopo lungo tempo un uomo ha sorpassati tutti i gradi, e vede e gioisce fortemente del simbolo, allora ha una chiara visione della sua bellezza, ed infine mentre egli innalza la sua tenda su questa isola vulcanica e sacra della natura, non si propone di costrurre case e granai, ma solo di adorare lo splendore di Dio, che egli vede sfolgorare attraverso ogni spiraglio ed ogni crepaccio.
Il mondo è ripieno di proverbi e di azioni derivate da una vile prudenza che è devozione alla materia, come se noi non possedessimo altre facoltà all’infuori del gusto, dell’odorato, del tatto, della vista e dell’udito; una prudenza che adora la regola del tre, che mai sottoscrive, che mai dà, che impresta raramente, e che per qualsiasi progetto fa una domanda sola: «Produrrà del pane?» Questa è una malattia simile allo ispessirsi della pelle, finchè gli organi vitali sono distrutti. Ma la sapienza, che rivela l’eccelsa origine del mondo visibile, e che aspira come méta alla perfezione dell’uomo, riconduce ogni altra cosa, come la salute e la vita corporea, allo stato di semplici mezzi. Essa vede nella prudenza non una facoltà a sè, ma un nome per la saggezza e per la virtù poste in relazione con il corpo ed i suoi bisogni. L’uomo côlto sente e pensa che una grande fortuna, il compimento di provvedimenti civili o sociali, un grande dominio personale, un’abilità piacevole od importante, hanno il loro valore come prove dell’energia dello spirito. Se un uomo perde il suo equilibrio e s’immerge in qualsiasi commercio o in qualsiasi piacere senza altro scopo che il piacere od il commercio, può divenire una buona ruota od un buon spillo, ma non un uomo côlto.