ROBERTO BRACCO

I PAZZI

DRAMMA IN QUATTRO ATTI

1922
REMO SANDRON — Editore
Libraio della R. Casa
MILANO - PALERMO - NAPOLI - GENOVA - BOLOGNA - TORINO - FIRENZE
Copyright by Roberto Bracco 1922 in the United States of America.


PROPRIETÀ LETTERARIA


I diritti di riproduzione, di traduzione, ecc. sono riservati per tutti i paesi, non escluso il Regno di Svezia e quello di Norvegia.


È assolutamente proibito di rappresentare questa produzione senza il consenso scritto dell'Autore (Art. 14 del Testo Unico 17 Settembre 1882).

Off. Tip. Sandron — 119 — I — 100522.


INDICE

[PREAMBOLO]
[PERSONAGGI DEL DRAMMA]
[PRIMO ATTO]
[SECONDO ATTO]
[TERZO ATTO]
[QUARTO ATTO]


PREAMBOLO

Ho voluto graziare questo dramma che gemeva nel prefunerario cassetto delle mie cose inedite e condannate a un rogo piú o meno lontano, perché, leggendolo (evidentemente lo avevo scritto, ma non lo avevo letto mai) ho ritrovate, vive e cospicue, sotto la polvere d'una affrettata negligenza scettica, le ragioni donde mi germinò nella commossa fantasia. Esso è, in vero, — quale che sia il valore estetico che contenga — la continuazione, il compimento, la sintesi, il culmine sillogistico di molte opere mie d'indole tragica, forse non pregevoli e tuttavia non spregiate e non ancora a me discare. E mi sembra che ciò debba risultar netto a chiunque abbia avuta la cortesia di guardare al cammino che io, illuso o disilluso, alacre o accidioso, ho percorso fin qui nel campo scenico, tra la volubilità delle platee e quella della ribalta, sempre serbandomi piú tenero dei miei lettori che non delle une e dell'altra, sempre sognando un po'... un teatro senza teatro. (È una mia antica e fissa idea che si possa non destinare al teatro — cioè alla rappresentazione — un'opera a cui si sia data l'impronta della scena. Non è forse presumibile che l'artista abbia prescelta questa impronta soltanto perché è quella piú vicina a una forma di vita?...)

Il costrutto del dramma graziato, che, mediante il salvacondotto della tipografia, potrà liberamente vivere o vivacchiare e morire di morte naturale e che si aderge a compiere la sagoma d'una piramide racchiudente le già vissute opere cui ho accennato, non è da enunciare in una baldanzosa conclusione, né in una sbandierabile sentenza, ma bensí in due interrogazioni, trepide e pur pungenti:

— Dove finisce, nell'animale umano, la saggezza e dove comincia la follia?

— Quali sono, nel nostro mondo, i pazzi e quali sono i savii?

Ecco, nella trama e nella sostanza, il mio dramma, che le due interrogazioni rivolge a me stesso e all'umanità.

L'umanità non risponde. E non rispondo nemmeno io. Quattro volte cala il velario sulla controversa vicenda inscenata. L'ultima volta cala lasciando che le due interrogazioni proseguano, vie piú aguzze, a pungere l'umanità e me, come in una eco perpetua.

L'Arte non offre, non indica, non suscita soluzioni di problemi che anche la Filosofia invano affisa o sviscera o espone scevri di scorie. Al piú al piú, si sforza di tradurli in visioni che parlino alla sensibilità, senza troppo incomodare la mente.

I pazzi del mio dramma sono appunto una visione composta dall'Arte: — dalla povera Arte di un pazzo... o di un savio.

Roberto Bracco

Febbraio, 1922.


I PERSONAGGI DEL DRAMMA

Sonia Zarowska
Ulrico Nargutta
Francesco Floriani
Agnese Floriani
Il professor Antonio Bernardi
Lorenzo Gemmi
Il Signor Lemms
Un Agente della Polizia
Suora Marta
Il Guardiano — d'una Casa di Salute
Le Ricoverate
Una cameriera


PRIMO ATTO

Lo studio del dottor Francesco Floriani.

Nella parete di fondo, una porta che dà in un salotto. Una porta — in secondo piano — a sinistra. Dallo stesso lato — in primo piano — uno scrittoio, con la relativa seggiola a bracciuoli, di cui la spalliera è accostata al muro, e un divano che, formando un angolo con lo scrittoio, si stende parallelo alla parete di fondo fin quasi al centro della stanza. Qualche tavolino, qualche seggiola a sdraio, qualche seggiola leggera. Un'altra porta — in primo piano — a destra. Ampie librerie. Sullo scrittoio, libri, carte, fascicoli, l'apparecchio del telefono, i bottoni della soneria elettrica e una grande fotografia: la fotografia di Agnese Floriani, in una cornice finemente intarsiata.

Una severa signorilità.

I.

(Francesco è seduto allo scrittoio. Agnese è seduta sul divano. Tacciono entrambi, cogitabondi, in una greve tristezza.)

(Il tintinnio del telefono risuona indiscreto.)

Francesco

(contrariato — avvicina il microfono.) Pronto. (Pausa.) Io sono il dottor Floriani. E lei?... Chi è lei?... (Ascolta. Pausa.) Non sento. Un po' piú forte, prego. (Ascolta. Pausa.) Cosa dice?... (Ascolta. Pausa.) Ah, ho capito finalmente! Dice d'essere una mentecatta. Se desidera di consultarmi, venga pure. Ricevo di solito dalle 15 alle 17. (Ascolta. Pausa.) Non desidera di consultarmi? E che vuole da me? Si sbrighi! Che vuole?... (Ascolta. Pausa.) Non vuole niente! E allora perché mi ha chiamato?... (Ascolta. Pausa.) Esattissimo! Ammiro la sua perspicacia. È insensato domandarle il movente dei suoi atti o delle idee che le passano pel capo. Neanche ai savii bisognerebbe rivolgere di simili domande. La ossequio. (Ripone il microfono sul cavalletto.)

(Agnese e Francesco tacciono ancora. Ciascuno dei due è intento al silenzio dell'altro.)

Francesco

... E abbiamo, una volta di piú, taciuto abbastanza, dopo di avere, una volta di piú, abbastanza parlato. Torna alle tue occupazioni, tu, come, alla men peggio, io tornerò alle mie. Tant'è: o parlando o tacendo, noi ci aggiriamo in un laberinto: nel piú intricato dei laberinti. Avremmo, forse, potuto uscirne solamente se fosse crollato il tuo ermetico orgoglio. Esso è incrollabile, perché custodito dall'istinto. Non troveremo mai una via di uscita.

Agnese

(con un accento coraggioso che squarcia la tristezza) Io l'ho trovata!

Francesco

Non lo credo.

Agnese

Sí, l'ho trovata.

Francesco

Sei presa da uno sdegno che sempre piú allontana da te e da me la probabilità di trovarla.

Agnese

L'ho trovata, l'ho trovata, Francesco!

Francesco

Ma che stai per propormi, Agnese?! Tu mi fai tremare. Una perfida temerità lampeggia nei tuoi occhi.

Agnese

Perfida, no: astiosa, bensí, e ribelle, come la temerità di chi, all'approssimarsi di un immane pericolo immeritato, insorge con tutte le sue forze per superarlo e per trionfarne!

Francesco

Quale sarebbe la via di uscita che hai trovata?

Agnese

Noi dobbiamo separarci.

Francesco

(in un afflusso d' amarezza) Questo sai volere, raccogliendo le mie angosce e i miei gemiti? Questo sai offrirmi per placarmi, tu che sei stata per me la donna unica e che hai assorbita tutta la mia essenza di uomo? Ah, che desolazione! E che miseria!

Agnese

Io ti ripeto, ogni giorno, ogni giorno, che nulla mi ha mutata, che nulla mi muterà mai. Te lo ripeto a fronte alta e con la voce ferma. E a fronte alta, come una martire cristiana, subisco di essere dilaniata dalla tua diffidenza che non si determina in nessun perché, che non parte da nessuna circostanza visibile, che non denunzia nessun segno di defezione del mio cuore e dei miei sensi nei nostri rapporti coniugali. Somiglia al coltello di un chirurgo capriccioso caparbio audace e inesperto che si ostini a sbrandellare le carni di un corpo sano per cercarvi una rovina che non c'è. È uno scempio inaudito! Io sono stanca! Non ne posso piú! Non ne posso piú! Non resisto piú! E anche tu sei stanco!... Sei stanco della tua travagliata e vana inchiesta. Sei stanco della tua crudeltà che ti ha logorato non meno di quanto abbia logorato me. Eppure continui a non aver fiducia nella interezza del mio affetto di moglie e d'amante, e quotidianamente la tua diffidenza ricomincia a dilaniare, a sbrandellare... No! No! È troppo! Noi ci separeremo, e Dio, se vuole, ci assisterà!

Francesco

Sta' tranquilla, Agnese. Ci separeremo. (Con apparente calma) Che per molti motivi questa soluzione sia logica non me lo dissimulo. E se non fosse o non mi sembrasse logica?... A me basterebbe a renderla necessaria il fatto stesso che tu la proponi. Dicendo: «separiamoci», tu schianti i pochi puntelli dell'edificio sconnesso. E non c'è piú modo di sorreggerlo!... (Svoltando) Fortunatamente, non abbiamo figli. È stata una beffa infame che il destino ha gettata sui bollori della nostra unione. Nondimeno, ora, per noi è una sagace fortuna. Senza figli, il separarci sarà la cosa piú spiccia e piú semplice del mondo: spiccia e semplice come sono, in generale, le grandi tragedie della vita!... (Si leva, si morde un pugno, cammina per la stanza, sbandato. Poi, si ferma.) E cosí, in due minuti, tutto è accomodato, tutto è definito. Non piú legami, non piú controlli di sentimenti e di pensieri. Non piú lo scempio inaudito!... Ciascuno di noi due non apparterrà che a sé medesimo. Tu ti porterai via la tua verità salvandola dalle mie intransigenti e cupide investigazioni. E io resterò vedovo, saturandomi d'un rancore innocuo per te e guardando discendere in un baratro, insieme col passato, la mia povera felicità ridotta in frantumi.

Agnese

E non anche la mia, forse?... Non anche la mia?... Dillo! Dillo!

II.

Suora Marta

(dalla sinistra, prima d'entrare) Permesso?

Francesco

(ricomponendosi) Avanti, Suora Marta. Che c'è?

Suora Marta

(entrando) Il professor Bernardi ha quasi terminata la sua visita alle ricoverate.

Francesco

(battendosi la fronte con la mano) Ah già! C'è la visita del professor Bernardi!...

Suora Marta

(comprende di essere — involontariamente — importuna.) Ma non si scomodi, direttore. Il professor Bernardi mi ha raccomandata di comunicarle che, se lei ha da fare, egli non vuole disturbarla. Ha soggiunto che, dovendo trattenersi ancora in questa città, avrebbe il tempo di ritornare per salutarla.

Francesco

Piú o meno, ho sempre da fare.

Suora Marta

Gli riferirò che lei si scusa per oggi.

Francesco

No, Suora, no. Che penserebbe di me?... Io non l'ho accompagnato durante la sua ispezione scientifica affinché il contegno delle ricoverate non risentisse della mia presenza, della mia immediata vigilanza. E mi pare che egli abbia apprezzata questa mia scrupolosità. Ma adesso mi è doveroso parlargli, mi è doveroso di stare un po' con lui. Gli direte che io lo aspetto qui o che mi faccia avvertire appena si sarà sbrigato.

Suora Marta

Sta benissimo. (Via.)

Francesco

Ed eccomi assillato, eccomi vessato dai miei doveri e dalle mie responsabilità quando vorrei potermi sottrarre a tutto quello che mi ricorda di essere vivo!

Agnese

(già in piedi) Le tue responsabilità e i tuoi doveri sono provvidenziali oggi e saranno provvidenziali in avvenire. Non lamentartene. Io te l'invidio!... T'impediranno di abbatterti. Impegneranno le tue ore in un'attività che, per quanto imposta, ti sarà poi di sollievo.

Francesco

(acido, e torvo) Mi condanneranno a uno sforzo di sdoppiamento: a uno sforzo in cui corre il rischio di spezzarsi chi non possegga l'elasticità di coscienza per la quale è facile infingersi o mentire! (Un intervallo.) E siamo intesi.

Agnese

Siamo intesi davvero, Francesco! (Tutta raccolta, esce.)

Francesco

(tra sé — scervellandosi)... Ghermire quello che è dentro l'involucro che si può toccare, quel che è al di là della fisonomia e dei gesti che si vedono, al di là della voce e della parola che si odono: questo è il problema insolubile!...

III.

Bernardi

(nella stanza contigua, a sinistra) Grazie, gentilissima Suora, e non mi dimentichi!

Francesco

(si sforza di assumere un atteggiamento di cordiale cortesia e gli va incontro.) Favorisca, Professore! Favorisca!

Bernardi

(avanzandosi) Sono a lei, collega. (È un uomo sulla cinquantina. Alto. Magro. Adusto. Elegante. Disinvolto. Barbetta a punta, brizzolata. Naso lungo, arcuato. Sopracciglia convergenti. Sguardo fosforescente, penetrante. Ha un po' un'aria da Mefistofele bonario. Il suo sorriso è buono. Parla con aristocratica affabilità e con ricercatezza, ascoltandosi, assaporando la frase fiorita arguta.)

Francesco

Ella mi ha sospettato di tanta indifferenza da rinunziare a mietere súbito le sue impressioni e a darle súbito qualche schiarimento! Mi faceva torto.

Bernardi

Pardon!... L'indifferenza è spesso un'affermazione di serenità. Mi sarebbe parsa legittima in lei. E anche piú legittima mi sarebbe parsa una piú limitata tolleranza della mia indiscrezione.

Francesco

Un linguaggio cosí umile è paradossale sulla bocca dell'insigne professor Antonio Bernardi.

Bernardi

Una vera indiscrezione è stata la visita che ella mi ha consentita. Ciò che giustifica l'indiscrezione è la speciale fama di cui Ella gode e di cui è circondato questo monastico rifugio della psicopatia femminile. Una attrattiva irresistibile!

Francesco

(con dignitosa modestia) La fama di cui godo?... Io sono l'ultimo arrivato.

Bernardi

Last not least, come sottilmente dicono gl'inglesi.

Francesco

Ma è certo che questo rifugio non è che l'abbozzo di una Casa di Salute.

Bernardi

Protesto, collega! Molto piú di un abbozzo!

Francesco

Minuscola. Rachitica. Incompleta. E mi cruccio di non avere i mezzi per ampliarne la capacità ospitale, per svilupparne l'efficienza.

Bernardi

Già troppa la sua abnegazione! È notorio che ella giuoca e perde alla roulette dell'altruismo tutte le sue entrate di possidente.

Francesco

Mio padre mi lasciò un titolo di conte che ho seppellito e un po' di proprietà che onoro col dedicarne le non larghe rendite a un'opera di soccorso.

Bernardi

E non trova appoggi finanziarii per una fondazione d'indole cosí filantropica?!

Francesco

Cercandone, forse ne troverei. Ma avendo voluto adottare dei metodi esclusivamente miei, ho dovuto serbare al Ricovero un carattere di personale esperimento e di personale filantropia. Inferme che paghino, difatti, non ne ammetto se non in linea eccezionale, e sempre che io abbia un posto disponibile l'offro a qualche inferma povera o accolgo gratuitamente quella che mi sia portata, come una naufraga, dalla marea delle sue sventure.

Bernardi

Tutto ciò è sublime!

Francesco

No, non è sublime. C'è in me — gliel'ho confessato — un'ambizione di autonomia, una ostinata insubordinatezza.

Bernardi

Anche questa «insubordinatezza» accede alla sublimità. Nella cura della follia o della semi-follia ella si è proposto di sostituire l'influsso dell'Idealismo ai dettami positivistici. Verso le vie del cielo! Coelum accipere!

Francesco

Mettiamo i punti sugl'i, Professore. Non vorrei che mi si tacciasse di cecità. Secondo me, l'Idealismo è creatore o coefficiente di coesione morale, e, secondo me, coesione morate è sanità della mente, è vigoria dell'anima. Io sostituisco l'influsso dell'Idealismo ai dettami positivistici solamente quando la causa della follia o della semi-follia non permanga nel dominio del clinico e quando, perciò, il positivismo onesto non abbia nulla da fare. Idealista, sí. Cieco, no.

Bernardi

Evidentissimo, perdiana!

Francesco

Tuttavia, lo so che nel campo della scienza ufficiale io non sono che un reprobo, un traditore.

Bernardi

La scienza ufficiale è in piena bancarotta, non vale la pena di esserle devoto.

Francesco

M'incoraggia a tradirla proprio lei che è un ortodosso?

Bernardi

Un miscredente, sono! Un malinconico miscredente! La piú nera miscredenza mi si è infiltrata dentro e non mi lascia piú. Sono da compiangere, io. Lei, almeno, può illudersi di utilizzare il suo idealismo procedendo da un punto di partenza che, après tout, non è arbitrario. Si chiama psichiatria la dottrina che riguarda le malattie mentali. La parola stessa di questa denominazione già implica che in origine la sede di tali malattie è stata ritenuta la psiche, ovverosia l'anima, che sarebbe il cosiddetto principio spirituale della vita. Ella ha quindi il diritto di concludere: curiamo l'anima. E ha, inoltre, quello di ridere in faccia ai psichiatri incondizionatamente materialisti che della vita ostentano rinnegare il principio spirituale, mentre, per tacito consenso, lo ammettono nella denominazione della loro dottrina. Il guaio grosso è per me, che ho professato il positivismo e ogni giorno ne ho costatato il fiasco, che era, poi, il mio fiasco! Non sapevo piú da che parte voltarmi. Interrogavo i fatti a uno a uno per cavarne l'indicazione di una cura diritta e razionale. Fatica da Sisifo! Il positivismo applicato alla psichiatria è un ammasso di preconcetti cristallizzati, i quali danno sempre ai fatti le medesime fisonomie, false e bugiarde. E poiché essi mi restavano addosso, appiccicati come crittogame, e non c'era mezzo di espellerli, i fatti mi restavano davanti come sfingi perverse, a confondermi, a sfidarmi, a dileggiarmi, a provarmi l'inanità della mia scienza, a irritarmi fino alle piú estreme conseguenze. Le attesto che talvolta ho sentito d'impazzire anch'io.

Francesco

E no, Professore! Questa è una iperbole! Una triste iperbole!

Bernardi

(spiccando le sillabe) «Ho sentito — ripeto — d'impazzire anch'io». Mi esprimo con esattezza storica, egregio collega. Mi è accaduto precisamente di avvertire i prodromi di uno squilibrio cerebrale. Se ne meraviglia molto?... Ci asterremo, per altro, dall'asserire che sia un caso originalissimo. Parecchi squilibrî cerebrali, latenti o flagranti, contristano la famiglia dei psichiatri, e non è mai da escludere la possibilità che un medico di pazzi impazzisca.

Francesco

(con un lieve sorriso) Ma ella ha i connotati della piú solida e piú resistente saggezza.

Bernardi

L'opinione plebea che molti savi sembrino pazzi e viceversa... non è del tutto infondata.

Francesco

L'esperienza discerne.

Bernardi

Discerne sempre — me lo consenta — attraverso la stalattite del nostro convenzionalismo. Noi non sappiamo differenziare la follia dalla saggezza che per quei connotati i quali proprio noi abbiamo attribuiti all'una e all'altra.

Francesco

(turbandosi) Il suo scetticismo inesauribile sconforta e disorienta... E nessuno può esserne piú sconfortato e piú disorientato di me. (Con un distacco di voluta disinvoltura) Ma, Dio buono, non l'ho ancora invitata a sedere. Prego... Prego.... Meglio tardi che mai.

Bernardi

... Non m'ero accorto di stare in piedi. Siederò.

(Seggono sul divano.)

Francesco

(scusandosi) Vivo da un pezzo fuori del mondo. Comincio a perdere le abitudini della buona educazione.

Bernardi

C'è da compiacersene. La buona educazione è ingannevole come il belletto.

Francesco

E le sue impressioni, dunque?

Bernardi

Non se ne disinteressa neppure dopo che mi sono cosí cordialmente discreditato?

Francesco

Non è uomo lei da discreditarsi in cinque minuti.

Bernardi

Ma vedrà che altri cinque mi basteranno. Partie remise, a breve scadenza! Le mie impressioni ... Devo premettere che, da quando ho avuta la visione chiara della inettitudine in cui mi dibattevo, ho piantata la mia clientela, mi son munito di una valigia e mi son dato a un faticoso tourisme. A cinquant'anni — l'età classica dei lauri e dei riposi accademici — io faccio un modesto viaggio... d'istruzione. Vado attorno per conoscere la clientela altrui e l'altrui esercizio professionale con la speranza d'imbattermi in qualcosa che mi dia un po' di nuovo nudrimento. Ero bene informato dei suoi criterî, emergenti dal libro che ella ha scritto in collaborazione col compianto Paolo Gemmi — un idealista che, morendo di suicidio, non ha di certo corroborato l'Idealismo — e, quantunque io aborrissi ferocemente quei criterî come astrazioni teoriche, varcando la soglia della sua Casa di Salute ho armistiziata la mia ostilità, con una tendenza conciliativa. Mi son detto: «Chi sa!... Vediamo di che si tratta, de visu et auditu.» E piú mi ha ammansito la sua spontanea decisione di non presenziare i miei colloqui con le ricoverate. I nevrastenici, i nevropatici, gli aberrati, gli alienati, e perfino gli ebeti, alla presenza del medico curante — particolarmente se sia anche il loro benefattore — , serbano, come per un mimetismo servile, un contegno che non corrisponde davvero al loro grado di mentalità. Somigliano — diciamolo pure — alle bestie in cospetto del padrone che le abbia ammaestrate. Sicché, ella eliminava l'esibizione degli effetti effimeri e illusorî. Bellissimo gesto!

Francesco

Un gesto di rudimentale lealtà.

Bernardi

Ed oltremodo lieto ero che, tutto sommato, un inconsueto ottimismo mi scortasse.

Francesco

Ebbene?

Bernardi

Mi affretto a dichiararle che i primi scandagli mi hanno pienamente soddisfatto. Riscontravo in quelle menti un assetto singolare, una notevolissima coordinazione nei rapporti col mondo esteriore, uno svolgimento del pensiero abbastanza vicino alla continuità logica. Ma, purtroppo, egregio e caro collega, la insistenza della mia ispezione ha mutati in ortiche i fiori còlti dal mio neo-ottimismo. Dubbi su dubbi!...

Francesco

Gradirei qualche esempio, Professore.

Bernardi

Piuttosto li riassumo e glieli sottometto in forma interrogativa, con la piú nitida schiettezza. Non sono forse — domando io — irreperibili o dissipati, in quelle menti, i segni della personalità e del libero arbitrio? Convinto di avere piú o meno raddrizzate dieci, dodici, quindici menti, non le ha, forse, ella, invece, soppresse o represse in una specie di uniformità, quasi che le abbia chiuse in tanti astucci simili? E questi risultati non sarebbero forse dovuti... a un potere formidabile della sua volontà, in cui la vecchia scienza riscontrerebbe di leggieri una influenza tutta positivistica e tutta divergente dall'influsso di quell'idealismo che ella, in buona fede, intende di utilizzare?... Ecco le ortiche, collega.

Francesco

Se ella, professore, si trattenesse qui una intera giornata, si persuaderebbe che l'uniformità subisce tante variazioni quante sono le mie ospiti. Gli elementi che compongono la loro personalità — l'origine, l'atavismo, il temperamento, le condizioni sociali, le efflorescenze della vita vissuta — si modificano, ma non spariscono. La cura dell'anima vuole e può aspirare a rendere fissa e predominante, in dieci, in dodici, in quindici cervelli una forza direttiva unica che tende a salvarli: non vuole e non può staccarli dalla esistenza individuale, dagli elementi che la compongono. E se ella, trattenendosi qui una intera giornata, mi stesse accanto, si persuaderebbe che questa forza direttiva non è determinata da un potere formidabile della mia volontà, il quale minacci il libero arbitrio come il potere d'un ipnotizzatore, ma sibbene da una dolce disciplina genuinamente educativa che avvia alla bontà, all'orrore per il peccato, alla fraternità cristiana, alle gioie del benessere fornito dalla virtù!

Bernardi

... Una certa dose di haschich, servita a cento mussulmani diversi, discopre ugualmente a ognuno di essi il paradiso di Maometto!... Ma non badi alle mie divagazioni... e, soprattutto, non pensi che io ardisca di combatterla nelle sue trincere. La malattia dell'autocritica fa dell'«insigne professore Antonio Bernardi» un fantaccino disarmato e sprovveduto di umor bellico. Non rintuzzo, non polemizzo, e, timidamente, mi ritraggo.

Francesco

Ahimé!... Sono io indotto a polemizzare! Polemizzo, le garantisco, piú con me stesso che con lei. E polemizzano cosí tutti coloro che temono d'errare. I dubbi da lei esposti trovano un propizio terreno nella mia coscienza, dove... (una densa mestizia lo adombra) ogni dubbio molto facilmente alligna.

Bernardi

(vivace) In altri termini, siamo tra noi meno lontani che non sembri, e ben presto cammineremo a braccetto su una via di mezzo. Ella avrà continuato a sperimentare, io avrò continuato a istruirmi. Saremo — non se ne accori — piú inetti di oggi. Ma auguriamoci che, ciò non ostante, accompagnandoci a vicenda, riesciremo ad affrancarci dai dubbii spinosi e quindi dal timore d'errare.

Francesco

Sarebbe un beneficio per chi ha bisogno dell'opera nostra.

Bernardi

Sarebbe un beneficio per noi, collega! L'uomo che non teme d'errare è probabilmente un imbecille, ma è sempre un uomo felice. E sur ça, prendo congedo.

Francesco

(dissimula un moto di sollievo, facendo atto di sollecita condiscendenza.)

(Si alzano. Si stringono la mano.)

Bernardi

Le proffero toto corde, Francesco Floriani, la mia amicizia e la mia gratitudine.

Francesco

Rifiuto la gratitudine, accetto l'amicizia. (Scorciando) La sua carrozza, Professore, è al cancello del giardino?

Bernardi

No. L'ho lasciata giú, alla svolta. Ho voluto discendere lí per ammirare dappresso il marmoreo angioletto che addita, con l'indice teso, l'asilo salutare.

Francesco

Una puerilità.

Bernardi

Un gentile simbolo poetico.

Francesco

(precedendolo verso il fondo) Per di qua, Professore. Da questa parte troverà piú presto la sua carrozza.

Bernardi

Non si dovrebbe scegliere la via piú breve uscendo da un luogo donde si esce a malincuore...

Francesco

(sulla porta gli dà il passo. E via, con lui.)

IV.

Il Guardiano

(entra, zelantissimo, dalla sinistra, togliendosi il berretto.) Signor Direttore... (È un omino attempato, segaligno, arzillo, col naso aguzzo, con gli occhietti neri, tondi, mobilissimi, lucidi.) (Guarda attorno.) Non c'è... (Consulta il suo orologio.) Le quindici e tre minuti! (Severo) A quest'ora non dovrebbe muoversi dal suo studio. (Consulta di nuovo l'orologio.) Precisamente: le quindici e tre minuti! (Ricorda, brontolando, gli ordini del Direttore:) «Dalle quindici alle diciassette ricevo tutti. Annunzierai chiunque chieda di essere ricevuto.» E poi?... Non c'è! (Scontento ed energico, chiama:) Signor Direttore!... Signor Direttore!...

Francesco

(dal fondo) Perché gridi cosí, Michele?

Il Guardiano

Per chiamarvi.

Francesco

Di': che vuoi?

Il Guardiano

Che voglio?... Eseguo i vostri ordini con l'orologio alla mano. (Lo cava fuori ancora una volta) «Dalle quindici alle diciassette ricevo tutti. Annunzierai chiunque chieda di esser ricevuto.»

Francesco

Oggi, no.

Il Guardiano

(burbero) Oggi, no?!... E non mi avete avvertito! Voi rimettete la testa sul collo a coloro che l'hanno perduta, e a me la fate perdere.

Francesco

Non chiacchierare troppo. Michele, e modera il tuo zelo. Chi c'è di là?

Il Guardiano

Un tale a cui non garbava di declinare il suo nome. Pretendeva di non essere annunziato. Pareva che entrasse in un caffè, in una trattoria, o peggio. — «Di qui, senza nome, non si passa!» — «Io sono sempre passato e passerò.» — «E io, da sei mesi che mi pregio di stare al servizio del dottor Francesco Floriani come custode della sua Casa di Salute, non vi ho mai visto. Voi non passerete!»

Francesco

Ti lodo, Michele, ma adesso non ti dispiaccia di abbreviare.

Il Guardiano

L'ho messo alle strette e finalmente mi ha incaricato di annunziare (calcando le parole:) «Ulrico Nargutta, ex pazzo.»

Francesco

(con una certa emozione) Ulrico Nargutta!... Fallo passare! Fallo passare immediatamente!... È come una persona di famiglia. Sii molto riguardoso con lui; e gli permetterai di entrare e di uscire quando vorrà.

Il Guardiano

Non devo annunziare — caso mai — nessun altro?

Francesco

Nessun altro. Vai, Michele! Non indugiare di piú.

Il Guardiano

(con autorità) E mi raccomando: niente contrordini.

Francesco

Niente contrordini, non dubitare.

Il Guardiano

(impettito e minaccioso) Si presenti anche il signor Domineddio, lo mando al Diavolo!

Francesco

(tra sé) Venga, venga il mio vecchio amico! Con lui non sarò obbligato a reprimermi, a mascherarmi... (S'appressa alla porta dalla quale è uscita Agnese, e v'inoltra lo sguardo.)

V.

Ulrico

(comparisce dal lato opposto, e si ferma profilandosi in una comica prosopopea.) Ulrico Nargutta, ex pazzo!

Francesco

(si volta. — Non si raccapezza.) Tu sei Ulrico?!

Ulrico

Ne sono sicuro.

Francesco

In fede mia, incontrandoti per istrada, non avrei potuto ravvisarti. Lascia che ti abbracci, disertore! Ho molto piacere di averti recuperato.

Ulrico

Recuperatissimo!

Francesco

(abbracciandolo) Ma ti sei proprio costruito un altro aspetto!

Ulrico

S'intende bene! Non piú capelli lunghi, non piú la selvatica vegetazione della barba e dei baffi, viso limpido, bocca sorridente, un elegante monocolo che rende vezzoso l'occhio piú guercio: tutto un insieme conveniente e quasi attraente. Veste nuova per l'uomo rinnovato! Il pazzo che tu non sapesti guarire non c'è piú. Fammi le tue congratulazioni, e dichiara che come medico sei una bestia.

Francesco

Lo dichiaro volentieri, e non esito a congratularmi con te.

Ulrico

Non ci vediamo, su per giú, da un anno, a misura di calendario.

Francesco

E non c'è stato mezzo di rintracciarti. Io ignoro sempre la tua abitazione.

Ulrico

Per lo piú, la ignoro anche io!

Francesco

E in quest'anno?...

Ulrico

Metamorfosi! Metamorfosi e guarigione completa! Ti prego di credere che sei al cospetto del piú savio degli uomini!

Francesco

Non è inverosimile.

Ulrico

Mi sono guarito da me, caro il mio dottore!

Francesco

Neppur questo è inverosimile.

Ulrico

Ma il merito — spieghiamoci — non è tutto mio.

Francesco

Sei modesto!

Ulrico

Mi son fatto consigliare... Indovina da chi.

Francesco

Non indovino. Dimmelo.

Ulrico

Mi son fatto consigliare dall'umanità.

Francesco

Il consiglio dell'umanità è la somma di parecchi milioni di consigli.

Ulrico

Ma rettifico: da una parte dell'umanità mi son fatto consigliare.

Francesco

Dalla migliore.

Ulrico

Dalla peggiore! (Siede a cavalcioni su una seggiola.) Mi attengo, t'avverto, al giudizio corrente, tanto per capirci.

Francesco

Il che, peraltro, non è indispensabile.

Ulrico

Secondo il giudizio corrente, è la parte peggiore dell'umanità quella nella quale funzionano brutalmente il sangue, la carne, i nuclei nervosi, i cinque sensi con le loro volubilità e attribuzioni cooperative, e nella quale è disseccata o ridotta a proporzioni minime la vita morale. Io ho aboliti tutti gli accidenti della vita morale, da cui provengono le nostre inquietudini, le nostre incontentabilità, le nostre sofferenze, i dibattiti, gli attriti, gli stenti, gli sforzi che scombussolano il nostro essere fino allo sfasciamento, fino alla follia. Neghi che questa sia la genesi della follia?.....

Francesco

(senza approfondire) No.

Ulrico

Io mi sono brutalizzato. Non leggo, non scrivo, non studio, non penso, non m'interesso di ciò che sta oltre la superficie delle cose, non ho piú nessuna delle curiosità e delle esigenze che avevo quando ero un animale superiore. Di che mi occupo io durante le ventiquattro ore della piroetta terrestre intorno al sole?... Mi occupo dei miei bisogni e desiderii materiali per soddisfarli con la massima scrupolosità. Una volta — te ne rammenti? — il mio desiderio piú ansioso, il mio piú impellente bisogno era di trovare l'onestà nel sesso femminile. Mi affannavo a cercarla. Mai vistane neppure la coda! Me ne affliggevo! Me ne disperavo! Che strazio! Che sventura! Che tragedia!... Io non la trovavo o perché non è mai attecchita tra le discendenti di Eva o perché non l'avevo mai conosciuta e, naturalmente, non potevo identificarla. Ma tutto questo è stato da me spazzato via insieme con i peli che mi deturpavano il volto. La mia esistenza è diventata esclusivamente fisica. «Mi tocco, dunque esisto!» E crepi Cartesio! Cerco quello che conosco, quello che so identificare, quello che è visibile e palpabile, quello che non è punto arduo trovare. (Animandosi) E me la godo! Me la godo a meraviglia! Tu, per guarirmi, t'incocciavi a nudrire, attraverso l'organismo, il mio spirito. Ignorante! Dovevi, al contrario, avere l'abilità di ucciderlo. Io l'ho ucciso! (Si frega le mani, ridendo) Eh eh eh eh!....

Francesco

(sedendogli dirimpetto) Mio buon Ulrico, tu sei un pazzo come prima. La sola differenza è questa: che prima eri un pazzo di cattivo umore, e adesso sei un pazzo di umor gaio..., almeno in apparenza.

Ulrico

Per me, il tuo giudizio non vale un fico secco! Non te l'ho chiesto e non sono venuto con l'intenzione di chiedertelo. Non sono venuto con l'intenzione di consultarti. Io son venuto, viceversa, per dare a te i miei lumi, per sorvegliare la tua salute, per mettermi alle tue costole, intento a diventare, all'occorrenza, il tuo medico, il tuo frenologo. E mi accorgo di avere avuto una ottima ispirazione. Io ti trovo ammalato, molto ammalato! Tu presenti un quadro patologico allarmante, e devi impensierirtene. — L'epoca è triste, amico mio, per i psichiatri del genere al quale tu appartieni. Il tuo correligionario Paolo Gemmi — hai visto? — se n'è andato in cielo o altrove motu proprio! Non mi era simpatico. Quindi non deploro la sua assenza definitiva. Ma còstato, con ponderazione, lo sfasciamento, lo sconquasso psicologico per cui egli si è liquidato mediante un colpo di rivoltella.

Francesco

Tu ripeti, a proposito del povero Paolo, la solita fantasticheria generica che corre per le bocche di tutti quando la causa d'un suicidio non è stata rivelata dal suicida.

Ulrico

Nel caso di lui non è una fantasticheria. Si tratta di un caso lampante d'incongruenza. Egli non era uno storpio, non era un tubercolotico, non era un diabetico, non era un vecchio asmatico, disponeva di parecchi quattrini, di parecchio ingegno, d'una certa gloriola acquistata senza troppa fatica: dunque per nessun motivo ragionevole poteva averne le tasche piene, e chi sa in quali aspirazioni extraterrene, in quale smaniosa alchimia andò a consumarsi e a smarrire la ragione. Ma per te sono qua io! Sei fortunato. Ringraziami d'essere capitato in tempo!... Vediamo un po'. Che ti senti? Che ti pare di sentirti?

Francesco

(si rannuvola, si alza. — Passeggia, torcendo tra le dita la catenella dell'orologio.)

Ulrico

Non mi rispondi? Non puoi indicarmi i sintomi del tuo male? Non mi dài gli elementi per la diagnosi? Li coglierò io stesso con la mia speciosa radioscopia e con l'ausilio del ricordo che ho delle tue note caratteristiche. (Riflette.) La piú spiccata era l'amore per tua moglie: — un amore incommensurabile e ininterrottamente afflittivo. Quando, nelle tue ore di studio, non affliggeva lei in carne ed ossa, ne affliggeva l'effigie!... E vedo che la sua fotografia è tuttora lí, appiccicata al tuo scrittoio. (Va a prenderla e se la mette davanti allo sguardo.) Bella donna, non c'è che dire! Bella e giovanissima! Piacerebbe anche a me se non fosse tua moglie!... (Osserva) Continui a mutare la cornice di tanto in tanto. Sempre una piú preziosa dell'altra. (Ripone la fotografia sullo scrittoio.) Sicché: le cose stanno come stavano. Il punto di partenza della mia diagnosi dev'essere questo: «tu ami tua moglie come l'amavi».

Francesco

(tornando a sedere) Bada che ti sbagli.

Ulrico

L'ameresti di piú?... Santo Iddio, sarebbe spaventevole!

Francesco

La detesto!

Ulrico

Oh, caspita!... (Lo fissa.) Hai scoperto che ti tradisce? Hai scoperto che ha un amante?

Francesco

Se avessi scoperto di essere tradito, non so quale enormezza avrei commessa.

Ulrico

(ironico) Avresti avuto il diritto di ammazzarla!

Francesco

(convinto) Ah, sí!

Ulrico

Il diritto è quella istituzione per la quale, quando che vogliamo, ci si cava il gusto di dare qualche fastidio al prossimo senza fargli le scuse. E, abbi pazienza, chiariscimi la situazione. Dal momento che tua moglie ti è fedele, perché la detesti?

Francesco

Non avermi tradito... non significa che mi è fedele.

Ulrico

Ti è infedele... col pensiero?

Francesco

Ne ho il sospetto.

Ulrico

Per il semplice sospetto d'una infedeltà platonica, tu detesti colei che hai tanto amata? Non è giusto. (Col tono di chi dissimula di pigliare in giro qualcuno) Avresti dovuto innanzi tutto sincerarti. Sarebbe stato approssimativamente giusto detestarla dopo di aver bene accertato l'adulterio del pensiero.

Francesco

(traboccando) E come si fa a guardare nel cervello altrui? Come si fa a sorprendere la verità che vi si appiatta se perfino quella che è nel cervello nostro talvolta ci si nasconde?

Ulrico

(si frega le mani, ridendo) Eh eh eh eh!... Precisamente! È alquanto piú complicato che sorprendere il baco in una ciliegia bacata!

Francesco

(tutto agitato dalle sue idee, che ribollono) Dal primo balenio del sospetto ho frugato nel cervello di lei con l'acume, col rigore e con l'accanimento d'un poliziotto che frughi nel nascondiglio di un malfattore. Nulla ne ho cavato fuori che avesse la precisa vivezza della verità assoluta. La fatica che ella compiva per affermare di essermi fedelissima poteva parere una fatica compiuta per nascondermi la sua infedeltà o per ingannare sé stessa. Ogni protesta poteva parere una trepida difesa. Ogni lagrima poteva parere versata pel dolore d'una rinunzia. Ogni «sí» aveva anche il suono di un «no». Ogni «no» aveva anche il suono di un «sí». La verità qual era? dov'era?... Non è giusto che io detesti colei che ho tanto amata?... La giustizia non c'entra. Il mio sentimento non è una punizione, non è una condanna, non è un'accusa. Io la detesto senza accusarla, senza giudicarla. La detesto per la sua incapacità di debellare il mio sospetto. E di questa incapacità si è confessata proponendomi la separazione.

Ulrico

Vi separerete?!

Francesco

Dovevo bene accettare la sua proposta. L'ho accettata.

(Pausa.)

Ulrico

(con un'aria da medico accorto e dotto) Amico mio, il tuo male non è molto diverso dal male che io mi vanto di aver superato. L'origine di entrambi i mali?... Un egoismo esuberante. L'egoismo fa la buona salute se resta nel campo della praticità, se resta nel campo della materialità, in cui tutto è riconoscibile, tutto è distinguibile, tutto è piú o meno facile ottenere. Ma se sconfina e va a caccia di quel che non si distingue, di quel che non si vede e che forse non è mai esistito, se ambisce ad afferrare l'inafferrabile, produce sconvolgimenti gravissimi, che, per giunta, si propagano intorno con una irradiazione catastrofica. Tu non ti sei accontentato di chiedere a tua moglie la fedeltà del corpo. Hai preteso da lei la fedeltà del pensiero, cioè della mente, cioè del cuore, cioè dell'anima, cioè del diavolo che ti porti, con la relativa prova concreta inconfutabile matematica! Conseguenza fatale: sconvolgimento e irradiazione catastrofica! Adori tua moglie e la detesti, la vuoi e non la vuoi, l'accusi e non l'accusi, ti torturi e la torturi, soffri e la costringi a soffrire, impazzisci e la costringi a impazzire. Io non avevo una moglie. L'egoismo mio non si specializzava. Esso riguardava tutte le donne che passavo in rassegna pretendendo di trovare l'onestà con la relativa prova concreta inconfutabile matematica. Non le torturavo troppo perché riuscivano sempre a svignarsela. L'irradiazione mancava. Ma, intanto, mi torturavo io. Detestavo, adoravo, soffrivo, impazzivo, — impazzii! Mi sono curato, e ora non soffro piú, non adoro piú, non detesto piú!... E sai quel che ho fatto?... (Si accalora, si elettrizza) Come scelgo i cibi, i vini e i liquori che piú mi letificano, ho scelta la mia donna nelle immense fucine dell'abbrutimento. Giuro che non ce n'è un'altra di piú bassa carata sulla faccia della terra! La mia donna è mia perché è di tutti. Ha verso di me il merito insigne di piacermi infinitamente, e, se il saperla di tutti mi desse un qualunque senso di pena o di ribrezzo o di gelosia o di rancore, temerei di non aver conseguita la perfezione! (Ride) Eh eh eh eh! (Poi, con una scrosciante violenza) Brutalizzarsi, mio caro! Questa è la cura!

Francesco

(ha un brivido di nausea, e mormora:) Potrebbe essere vero!...

Ulrico

(dopo una breve pausa) Ho chiacchierato troppo. E quindi ho sete. Non di acqua, beninteso. Ho sete di absinthe: il liquido che piú mi è omogeneo. In casa tua certamente non ce n'è. Vo' a berne in una buvette qualunque. Mi accompagni?

Francesco

(lugubre) Ti accompagno. E beverò anch'io.

Ulrico

Bravo!

Francesco

(si leva. — Preme un bottone della soneria elettrica.)

Una Cameriera

(dalla destra) Ha chiamato?

Francesco

Dite alla signora che esco. E portatemi il mio cappello.

(La Cameriera va.)

Ulrico

... E a quando la separazione?

Francesco

Dipenderà da lei.

Ulrico

(incredulo) Se hai sinceramente accettata la sua proposta, meglio non ritardare.

Francesco

Sono preparato, io! Non lo vedi che sono preparato?

Ulrico

(rude) E un taglio netto ha da essere!

Francesco

Lo so.

Ulrico

Si applica molto cloroformio, ed energicamente si esegue.

La Cameriera

(ritornando e porgendo il cappello a Francesco) La Signora la pregherebbe di attendere un momento.

Francesco

(accigliandosi) Attenderò.

(La Cameriera si ritira.)

Ulrico

Pare che ti tocchi di litigare ancora un po' con tua moglie. Trastullerò la sete con una sigaretta e mi tratterrò pazientemente in giardino, purché la cosa non vada troppo per le lunghe.

Francesco

No, Ulrico! Tu mi farai il favore di non allontanarti. La presenza tua eviterà a me e a lei un'altra eventuale discussione, lacerante e oramai inutile.

Ulrico

Allora, stai tranquillo: non mi muovo di qui. Duro come una sentinella!

VI.

Agnese

(entra dolorosa e rigida. — Non riconosce Ulrico. — Resta interdetta.) Ti credevo solo.

Ulrico

I miei omaggi, Signora!

Agnese

(saluta, incerta, con un cenno del capo.)

Francesco

È Ulrico Nargutta...

Agnese

(con cordialità poco espansiva) Voi, Ulrico?... Perdonatemi di non avervi riconosciuto. Vi vedo dopo un anno d'assenza... E siete cosí trasformato!

Ulrico

Piú che trasformato, Signora! Del Nargutta di una volta non sopravvivono che l'amicizia da cui egli era legato al dottor Francesco Floriani e la devozione da cui era legato alla consorte di lui.

Francesco

(ad Agnese) Che hai da comunicarmi con tanta fretta?

Agnese

(reticente) ... Una mia decisione. Ma...

Francesco

Ulrico è informato di tutto. È naturale che io non abbia voluto celare a un intimo e sperimentato amico di casa ciò che tra breve non sarà un segreto per nessuno. Puoi parlare liberamente.

Agnese

(noncurante e altera: non sdegnosa, non iraconda) Per conto mio, non ho nulla da celare a un amico di casa, e non avrei nulla da celare neanche a una folla di estranei. Sicché, accolgo il tuo invito di parlare liberamente. La decisione che ho presa è di lasciarti oggi stesso.

Francesco

(con esasperata meraviglia) Oggi stesso?!

Agnese

Quando rincaserai, io sarò già via.

Francesco

Ma questa è una fuga! È una fuga, Agnese! Tu fuggi.

Agnese

Sí, fuggo.

Francesco

E quale fatto nuovo o quale allarme t'induce a fuggire cosí?... Ti sono sembrato, a un tratto, un manigoldo? un delinquente? un nemico?

Agnese

Non riempire la tua voce di parole da fanciullo! Io profitto d'un impulso che certo prima di domani sarà svanito.

Ulrico

(borbotta in sordina:) Approvo.

Agnese

(concitata) Fuggo per non aspettare l'ora della resipiscenza, per non aspettare l'ora della mia e della tua viltà; fuggo per schivare, soprattutto, la tregua ingannatrice della notte che alla viltà della transazione ci trascina; fuggo perché, se non fuggissi, se non ti lasciassi oggi fuggendo, non ti lascerei, credo, mai piú, e non avrebbe piú fine il conflitto che miseramente distrugge la nostra esistenza e la nostra dignità! Sii forte, Francesco, come sono io, e non impedirmi di fuggire.

Francesco

(terreo, appena reggendosi in piedi) Non te lo impedisco.

(Un silenzio.)

Ulrico

(senza accorgersene, si è scostato. — Ora, dal fondo, assiste, attentissimo, e, suo malgrado, pietoso, «al taglio netto». Ha davvero l'atteggiamento di chi assista a un'audace operazione cerusica.)

Francesco

E dove andrai?... Dove andrai?... Alla ventura?...

Agnese

Parto per Firenze. E lí abiterò la modesta casetta in campagna che era il mio piccolo patrimonio di orfana.

Francesco

(stentando a esprimersi) Io esigo... che, almeno, tu viva in una certa agiatezza. Permetterai, spero, che io te ne sia garante, che io ne assuma l'impegno.

Agnese

La vita di solitudine a cui mi dispongo rifiuterebbe l'agiatezza che non somigliasse un poco alla povertà. E poi... pensa che sempre caro mi fu destinare i nostri risparmi all'opera umanitaria della tua generosità e del tuo ingegno. Desidero che questo contributo non manchi e non diminuisca. Continuerà ad essere, in parte, l'obolo mio.

Francesco

Sarò scrupoloso interprete del tuo desiderio.

Agnese

Ti ringrazio. E addio! (Con fermezza eroica, gli stende la mano in una profferta di leale commiato.)

Francesco

(con pari fermezza istantanea, gliela stringe nella sua.) Addio, Agnese.

(Tutti e due, solenni, si guardano con gli occhi tristi che si vietano le lagrime.)

(Qualche lagrima, invece, vela gli occhi di Ulrico.)

(Le mani di Agnese e di Francesco si staccano l'una dall'altra, sbianchite, cadenti.)

Agnese

(non sa piú dominarsi, ed esce veloce.)

Francesco

(come colpito da un proiettile al petto, cade a sedere di piombo su una sedia che gli è vicina.)

Ulrico

(non osa accorrere. — Gli si gelano le vene. — Indi, reagendo con una specie di rabbia, emette una voce acre stridula sferzante:) Vieni o non vieni?

Francesco

(si leva súbito, ma senza fiato, senza sguardo.) Vengo.

Sipario.


SECONDO ATTO

Un piccolo salotto — tipicamente equivoco. Un'aria di roba vecchia e raccozzata.

Non grossi mobili. Un leggero tavolinetto tondo, con su una sigariera. Una mensola, con su bottigliette di liquori e bicchierini. Qualche sedia, parecchie poltrone di forme diverse. Molti specchi corrosi, screziati, uno dei quali è piú alto e sorge dall'impiantito. Un gran divano: cioè, uno di quei divani che si chiamano «alla turca»; basso, larghissimo, senza spalliera, senza piedi, carico di cuscini. Un drappeggio di cattivo gusto incornicia lo specchio piú alto e guernisce lo stipite di una porta in fondo, da cui si accede a un corridoio. Predomina il rosso in svariati toni: vivido, smortito, vermiglio, cremisino, paonazzo, quasi arancione, quasi roseo, quasi amaranto. Questa varietà è distribuita sulla tappezzeria della porta e della specchiera, sulla stoffa del divano, su i cuscini, sulle poltrone, sul tappeto frusto e rappezzato che copre in parte il pavimento, su certi sbrendoli attaccati ai muri per addobbo.

Alla parete laterale di sinistra è — in primo piano — una porticina un po' misteriosa di minime dimensioni. Alla parete opposta un'altra porta, di dimensioni normali. In un angolo, il braccio d'un fantoccio di legno raffigurante un moro regge una lampadina elettrica.

Dal soffitto penzola un gruppo di quattro grosse lampadine di vetro turchino.

I.

Sera.

La porta, in fondo, è chiusa. È soltanto accesa la lampadina del moro, di cui biancheggiano i denti in uno stupido sorriso immobile. — Nella scarsa luce si spande fantasticamente la sinfonietta del rosso. — Sul divano dorme Sonia Zarowska. — Bella. Biondissima. Pallida, d'un pallore latteo. E nel pallore sembrano morti i suoi occhi sigillati dal sonno, orlati di bistro e cinti da un cerchietto livido. — Non è distesa, né supina. Il suo corpo si sprofonda nei cuscini, bisbeticamente scomposto. Dalla stretta e succinta veste nera, che è cosparsa di lucide pagliuzze cangianti, tutte si rivelano le membra torte e squinternate. Una gamba è scoperta fino al ginocchio, e tra il nero della veste e il rosso dei cuscini risalta il grigio perla della calza velina. — Un mantello è a terra, aggrovigliato, presso il divano. Un tocchetto bizzarro è, capovolto, su una sedia.

Sonia

(si svoltola. Sogna, brontola:)... Roastbeef con patate! (Pausa)... Un cocktail!... (Poi, un barbuglio senza parole. E piú niente. — Si svoltola di nuovo. Agita un braccio. Brontola piú vivacemente:) Vile gendarme!... Per te non voglio danzare!... (Si stende, sbracalata) Puff!... Antipatico!... Antipatico!... Puff!... (Si accheta.)

(Silenzio.)

(La porta, in fondo, si apre un po'.)

II.

Ulrico

(sulla soglia, fa capolino.) Sonia!... Soniuccia!... (Tra sé:) Dorme come un ghiro. (Le si avvicina, la osserva.) Ubbriaca? Benissimo!

Francesco

(che seguiva Ulrico, è rimasto, circospetto, esitante, di là dalla soglia, nel corridoio poco illuminato.)

(Tutti e due hanno i cappelli calcati in testa, indossano paltò invernali.)

Ulrico

(a Francesco) Entrata libera e senza agguati, senza insidie! Trabocchetti non ce ne sono.

Francesco

(fa qualche passo. Non entra ancora.)

Ulrico

Ma, insomma, chi ti trattiene? Chi si permette di trattenerti?... L'ombra della tua consorte?... Sono già due mesi che sei separato da lei: della sua ombra dovresti sbarazzarti. O, almeno, non dovresti darle retta. Avanzati, dottore!

Francesco

(si avanza, sempre circospetto. Per un atto abituale, si cava il cappello.)

Ulrico

Ti cavi il cappello rispettosamente?... Ti ringrazio per Sonia Zarowska e ti ringrazio per me, giacché io qui sono un po' in casa mia. Difatti, vedi: (gli mostra una chiave) questa è la chiave unica della porticina, diciamo cosí, privata. (Indica la porticina.) Un vero vantaggio da padrone di casa, perbacco! Non mi costa gran che e ho il diritto d'entrare senza incomodare nessuno, da mezzanotte in poi, quando cioè la porta della scala ufficiale è chiusa alle conoscenze avventizie. E appunto in qualità di padrone di casa, quantunque a scartamento ridotto, ti prego di metterti a sedere. (Gli piglia di mano il cappello, lo posa in un canto.) Cedo a te la mia poltrona preferita (una larga e comoda poltrona). Siedi, siedi a tuo bell'agio, e consentimi di presentarti, in uno dei suoi atteggiamenti personalissimi, il piú mansueto, il piú semplice e il piú utile campione del sesso femminile.

Francesco

(a guisa di un automa, si è seduto. Guarda Sonia con la coda dell'occhio. Ha una contrazione di disgusto.)

Ulrico

(riavvicinandosi a lei) Esemplare grand prix! Non sciarade, non rompicapi psicologici, non scenografia intellettuale!... Origine slava, con radici nel vecchio semplicismo analogo. Trasmigrazione casuale, come d'un sughero in balia del mare. Acclimatazione per inerzia. Intelligenza primitiva. Capacità a delinquere, ma non oltre i limiti di qualche lieve danno pecuniario. Assoluta impossibilità d'amare e di tollerare d'essere amata. E, dalla punta dei piedi a quella dei capelli, completa idoneità ai riti del piacere. Un ghiribizzo di Fidia impersonato da una sciocca del secolo ventesimo, intanfato nella suburra di tutti i tempi! Ecco la donna che ho scelta, ecco la donna delle mie ore fiammanti. (La contempla.) Dormi, dormi, ignobile bestiolina sublime! Tu abbandoni il bel corpo inverecondo al sonno della ubbriachezza, e io, beato, ti contemplo, benedicendoti una volta di piú!

Francesco

(tace, oppresso, appesito.)

Ulrico

(gli striscia dietro, come un folletto maligno e gli scuote una spalla.) Su, su, povero malato!... Per curarti ti ho introdotto dove meglio sbocciano la mia saggezza e la mia felicità, e tu disdegni e ti riavvolgi nella tua asfissiante tetraggine?... Respira a pieni polmoni l'aria ossigenata che ti offro! Apri gli occhi sul prezioso piccolo mostro fascinatore. Comincia a comprenderlo. Comincia a valutarlo. E, soprattutto, non incepparti nella prevenzione di urtare la mia suscettività. Ti rammenti di quello che ti dissi quando venni ad annunziarti d'essere rinsavito?... «Se non m'infischiassi che la mia donna è di tutti, temerei di non aver conseguita la perfezione!» E nulla mi seduce di piú che il cimentarmi nell'esperimento supremo. Assistere alla concorrenza dell'amico fraterno!... (Spampana con enfasi presuntuosa, modificandolo per l'occasione, il popolare verso dantesco:) «Qui si parrà la mia nobilitate»!

Francesco

(flemmatico) Il cinismo che ostenti è ristucchevole, ma per fortuna è anche falso.

Ulrico

E mettimi alla prova!

Francesco

A quale prova?... Tu non sei tanto ottuso da non intendere che costei non può essere per me — al piú al piú — che un oggetto di osservazione e di studio.

Ulrico

(si eccita, si frega le mani, ride) Eh eh eh eh!... Da cosa nasce cosa! Nella vita, come nella chimica, date certe circostanze, due corpi eterogenei diventano combinabili da un momento all'altro.

Francesco

Va' là che sei il piú candido degli impostori!

Ulrico

Ah, questo mi dici?!... Mi dai dell'impostore? Mi disconosci? Mi stuzzichi? Mi provochi?... E sai in che modo rispondo io alla tua provocazione?

Francesco

Mi è indifferente, caro!

Ulrico

(con una stizza paradossale) Io ti lascio nella tana del mostro, consegnandoti cosí ai suoi fascini, e me ne vado a cena! (Esce rapido dal fondo chiudendo i battenti con veemenza.)

Francesco

(levandosi come spaventato) Ma no! Aspetta, imbecille! Io solo, qui, non voglio restare!

Ulrico

(di fuori, grida, ride, sghignazza.) Brutalizzarsi! Brutalizzarsi!

Francesco

(gridando anche lui, cerca il cappello) Aspetta! Ti ordino di aspettare! (Col cappello in mano si slancia verso il fondo.)

Ulrico

(allontanandosi) Brutalizzarsi o morire!...

III.

Sonia

(si sveglia) Chi è là?

Francesco

(è arrestato da quel «chi è là» presso l'uscio, di cui stava per aprire i battenti. — Si volta. — Indugia imbarazzato.)

Sonia

Chi sei?

Francesco

Non un ladro.

(Una pausa.)

Sonia

Ti conosco o non ti conosco?

Francesco

No no, non mi conoscete.

Sonia

(ancora intorpidita dal sonno) È la prima volta che ti vedo?

Francesco

La prima volta.

Sonia

E tu?... Dove mi hai veduta? Quando mi hai veduta?

Francesco

Mai.

Sonia

E, senza avermi mai veduta, vieni a farmi una visita?

Francesco

Ulrico Nargutta mi ha condotto.

Sonia

Ah, ecco: ti ha condotto lui! (Comincia a schiarirsi.) E quei gridi che mi hanno svegliata?... Che erano quei gridi?...

Francesco

(balbetta:) Ho alzato la voce inconsideratamente.

Sonia

Non t'eri accorto che dormivo?

Francesco

Me n'ero accorto.

Sonia

È tanto dolce dormire!

Francesco

Mi duole d'avervi disturbata.

Sonia

(si sgranchisce) Ti duole?... Che me ne importa che ti duole?... Non è un rimedio.

Francesco

Avete ragione. Del resto, la colpa non è tutta mia. Il mio amico mi ha costretto a gridare, e lui stesso ha ecceduto: ha fatto del chiasso.

Sonia

Avete litigato?

Francesco

Non è stato un litigio.

Sonia

E che è stato? Raccontami. Raccontami.

Francesco

Nulla da raccontarvi. Sciocchezze!

Sonia

E com'è che lui non è qui?

Francesco

È scappato via all'improvviso.

Sonia

Perché è scappato via?

Francesco

... Un suo capriccio... Uno dei suoi scherzi bizzarri...

Sonia

Ma, già, io credo che quello lí non abbia la testa a posto.

Francesco

(ironico) È una ipotesi da non escludere.

Sonia

Entra, esce, scappa, torna. Sempre cosí! Non ha mai requie. Scommetto che tornerà súbito.

Francesco

Speriamo!

Sonia

E sei rimasto attaccato all'uscio?... Non ti accomodi?

Francesco

(confuso e garbato come se stesse al cospetto d'una signora) Ero sul punto d'andarmene quando vi siete svegliata.

Sonia

Adesso, è fatta. Non ho piú sonno, adesso.

Francesco

Voi non avete piú sonno, ma io non mi tratterrò. Non ho menomamente l'intenzione di trattenermi.

Sonia

(di scatto) Oh, bella, ti sono antipatica!

Francesco

... Non è mica per questo che mi tarda d'andarmene.

Sonia

Se non è antipatia, che può essere?... Paura?... Tu hai paura di me?

Francesco

Non è antipatia e non è paura.

Sonia

È paura, è paura! Non negare! Hai l'aria di un topo in trappola!

Francesco

Vi assicuro che voi equivocate. Gli è che sono a disagio. E non c'è' altro. (Alla sua inesperienza sembra ch'egli debba giustificarsi. Parla disordinato, con un certo orgasmo.) D'altronde, è pur naturale ch'io sia a disagio. Le mie abitudini son troppo diverse da quelle che consentono di venire qui spensieratamente e di svagarvisi in piena libertà. E, poi, vivo cosí lontano, io, dal vostro ambiente!... Ulrico Nargutta si era affaticato a descrivervi, a illustrarvi, a esaltarvi; si era per giunta intestato di condurmi da voi, e io... mi son lasciato condurre... un po' per curiosità e un po' per una specie di passiva obbedienza. Lo deploro per me e lo deploro per voi.

Sonia

E che hai concluso con tutto il tuo imbroglio di chiacchiere?... Il fatto è che, se te ne vai, mi offendi.

Francesco

Ma che c'entra l'offendere?

Sonia

Sí, mi offendi. Tu non hai competenza. Non puoi giudicare. Ti giuro che mi offendi.

Francesco

Non ho alcun motivo di volere arrecarvi offesa. E non ne ho il diritto. (Tituba. — Apre un po' le braccia remissivamente.) Resterò ancora qualche minuto affinché non riteniate che mi permetta d'offendervi proprio io, a cui siete completamente innocua.

Sonia

E non stare in piedi, ti prego, come si sta in un bar per prendere un caffè! Che diavolo!...

Francesco

Un'altra offesa?... Non starò in piedi.

Sonia

Vedrai che ti terrò buona compagnia.

Francesco

È un'ottima intenzione, ma alquanto problematica. (Paziente, rassegnato, siede di nuovo, lontano da lei, su una seggiola qualunque, gettando il cappello su un'altra seggiola.)

Sonia

Puff!... Che rospo! (Si alza, tuttora fiaccata dall'ubriachezza, con le gambe malsecure, cascante, flaccida, sciatta e pur provocante nella nera guaina stellata di faville, attraverso di cui si delinea il giovane corpo sinuoso. La gran massa di capelli d'oro sbiadito è tutta arruffata ed erta sull'occipite, come un fantastico colbacco. — Ella si accosta al tavolino. Tira fuori dalla sigariera una sigaretta, l'accende con disinvoltura maschile, aspirando il fumo avidamente e lo caccia dal naso, le cui narici si dilatano. — Alle spalle di Francesco, fumando, lo osserva.)

Francesco

(si sente guardato e, poiché ciò lo stringe viepiú nell'impaccio, tenta di far deviare l'attenzione petulante di lei.) Da parecchio tempo avete amicizia con Ulrico Nargutta?

Sonia

Con Ulrico Nargutta?... Da quattro o cinque mesi.

Francesco

Un bel po'! E, oramai, gli siete divenuta indispensabile, nevvero?

Sonia

Senza le donne, gli uomini s'impiccherebbero.

Francesco

Ne convengo. Ma... domandavo se egli si sia tanto legato a voi da non potersene piú distaccare.

Sonia

Pare di sí. Gli piaccio.

Francesco

Solamente?

Sonia

Gli piaccio piú di tutte le altre donne.

Francesco

E da parte vostra?

Sonia

Da parte mia, che cosa?

Francesco

Non avete una speciale affezione per lui?

Sonia

Non capisco... Che vuol dire «una speciale affezione»?

Francesco

Non siete legata a lui come egli è legato voi?

Sonia

Anche lui piace a me.

Francesco

Piú di tutti gli altri uomini?

Sonia

Questo, poi, non lo so.

Francesco

Dovreste pur saperlo.

Sonia

Dovrei pur saperlo?!... Non capisco.

Francesco

È assurdo che non lo sappiate.

Sonia

E non lo so, non lo so! Che ho da farci? Mi secchi. Smettila!

Francesco

La smetto, sí. Vi rivolgevo qualche parola... per non tacere.

Sonia

Che un tipo come te parli o taccia, è tutt'uno!

Francesco

Se è tutt'uno, preferisco di tacere.

Sonia

Puff!... Puff!... Che brutto rospo!

Francesco

(accenna un gesto che significa: tanto, non c'è rimedio!)

(Un silenzio.)

Sonia

Non fumi, tu?

Francesco

No, non fumo.

Sonia

Tutta l'umanità fuma. È una stravaganza non fumare.

Francesco

Forse, è una stravaganza.

Sonia

Una stravaganza idiota!

Francesco

Una stravaganza idiota.

(Un silenzio.)

Sonia

(sfiorandogli i capelli con le dita) Oh, guarda! Hai dei capelli bianchi! Ulrico Nargutta non ne ha. Parecchi ne hai, tu.

Francesco

E aumentano di giorno in giorno.

Sonia

Non te ne affliggere. I capelli non contano.

Francesco

Io non me ne affliggo di certo.

Sonia

E se tu non fossi un brutto rospo, saresti abbastanza simpatico.

Francesco

(bonario) Troppa indulgenza!

Sonia

(di palo in frasca) E sei celibe o sei ammogliato?

Francesco

(incupisce) ... Ammogliato.

Sonia

Ah!... Questa è la vera ragione per cui stai sulle spine!... Sei ammogliato? Evvia! Stupido!... Chi è che potrebbe accusarti a tua moglie? Scaccia gli spauracchi!... (Pausa.) — (Poi insinuante) Vuoi che ti faccia... la danza?: la danza di Sàlome?... Io stessa mi accompagno, sai, col canto a bocca chiusa.

Francesco

Ma no, ma no! Ve ne dispenso.

Sonia

(si addolora del rifiuto. — Ritenta:)... E con la luce blu te la faccio. Vedi: ho lí, apposta, le lampadine colorate di blu. Allora — dicono — è piú suggestiva. Vuoi?

Francesco

Vi ripeto che ve ne dispenso.

Sonia

Hai torto. Sono brava.

Francesco

Non ne dubito. Io ve ne dispenso per non abusare del vostro zelo. Mi sembrate già stanca. Vi risparmio un fastidio. Vi risparmio una fatica.

Sonia

(meravigliatissima — si sforza di pensare. — Gradisce. — Sorride di gradimento.) Questo è molto carino!... Nessuno mi è stato mai tanto cortese! Ma per me non è una fatica, non è un fastidio. Anzi!... Ci trovo gusto. Spesso, quando sono sola, mi tolgo di dosso il vestito inutile e mi metto a danzare davanti allo specchio. Fin da ragazza ho danzato cosí, e fin da ragazza ci ho trovato gusto.

Francesco

Fin da ragazza?! Cioè?... Quanti anni avevate?

Sonia

Pochi potevo averne. Ne avevo dodici, ne avevo tredici...

Francesco

Probabilmente, qualcuno v'istigava, qualcuno v'insegnava...... Chi v'insegnava?

Sonia

(vantandosi) M'insegnava una danzatrice della Maison Rouge: l'amica del mio patrigno.

Francesco

E il vostro patrigno lo permetteva?

Sonia

Sicuro che lo permetteva! Restava a lungo a vedermi danzare e mi divorava con gli occhi.

Francesco

(ha un moto di ribrezzo e di sdegno) È orribile!

Sonia

È orribile?... Non capisco... S'intende che doveva compiacersi. Non ero uno sgorbio, non ero un fuscellino. Ero un fresco bocciuolo di cardenia! Non mi credi?

Francesco

Vi credo.

Sonia

Uno scultore celebre, che mi copiò tale e quale, non so piú quante volte, dal capo ai piedi, soleva chiamarmi: la piccola Venere.

Francesco

Facevate anche la modella a quell'età?

Sonia

Non la facevo che con lui. Di nascosto la facevo. Andavo da lui invece di andare alla scuola. Un bell'uomo era!... Aveva un viso da Nazareno con certi sguardi vellutati, che io sentivo sulla pelle quando posavo.

Francesco

E come vi premiava, come si disobbligava lo scultore celebre?

Sonia

Mi dava il caviale, la grappa, il cognac. Perfino lo sciampagna mi dava.

Francesco

Tutta gente infame e malefica!

Sonia

(si smarrisce e trema un poco) Infame e malefica, no!... Io non capisco... Non capisco... Che male ne avevo?

Francesco

E vostra madre? Non vi sorvegliava mai, vostra madre? Non badava mai a voi?

Sonia

(quasi passiva) Mia madre non esisteva piú. Era morta all'ospedale.

Francesco

(triste, compassionevole) In conclusione, voi siete... una povera creatura!

Sonia

(sempre piú smarrendosi e tremando) Io?! Perché sono una povera creatura?...

Francesco

Non vi preoccupate di quello che dico. Non ne vale la pena.

Sonia

Ma io non capisco... Fammi capire... Fammi capire...

IV.

Una voce

(sgarbata, spadroneggiante — chiama di fuori:) Sonia Zarowska! Sonia Zarowska!

Francesco

(turbandosi, levandosi) Si chiede di voi. Mi si troverà qui. Ciò è molto noioso. Dovevo, peraltro, prevederlo.

Sonia

Io non rispondo e non lascio entrare.

Francesco

Non ve lo consento.

Sonia

Me lo consento io.

Francesco

Non è giusto che io vi sequestri.

Sonia

Ti farei uscire per questa porticina, se ne avessi la chiave...

La Voce

Sonia Zarowska, preparatevi a ricevermi. Sono un agente della polizia.

Sonia

(aggrotta la fronte. Appare contrariata, ma non impappinata.)

Francesco

(turbandosi maggiormente, si domina.) Questo, poi, non era prevedibile, ed è anche piú noioso. È insopportabilmente noioso!

Sonia

Si tratterà di qualche equivoco. Mi sbrigherò in pochi minuti. Tu ti chiudi nella stanza accanto, e aspetterai che mi sbrighi.

Francesco

Potrebbe incogliermi peggio. Mi conviene piú di non rimpiattarmi. Fate entrare súbito!

La Voce

Ma, sangue di un demonio, è inutile che fingete di non udire! E vi avverto che non sono disposto a perdere il mio tempo. Aprite!

Sonia

Eh!... Quante parole per niente! Entra! Entra! Non c'è la spranga alla porta!

L'Agente

(spalanca i battenti con una certa irruenza, e si ferma.)

(Dietro di lui, è un uomo sulla quarantina, vestito con precisa e sobria eleganza, dal volto scialbo e allampanato, dagli occhi incolori e vitrei: — il signor Edgardo Lemms. Nulla di losco. S'indovina, vedendolo, che è una persona per bene. — Resterà attentissimo, ma impassibile, inalterabile.)

Francesco

(si fa da parte, senza aver l'aria di nascondersi.)

Sonia

(si trova, ritta, presso il divano. Sbircia di traverso l'Agente e l'uomo che gli è dietro.)

L'Agente

(al signor Lemms) La identificate?

Lemms

Perfettamente.

L'Agente

Venite, venite. Staremo a vedere se lei ammette d'aver cenato con voi.

(Si avanzano tutti e due. Si accorgono di Francesco. L'Agente gli getta un'occhiata di competenza. Non si toglie il cappello. Il signor Lemms abbozza un saluto, e si toglie il cappello.)

L'Agente

(a Sonia) Compiacetevi di rispondere, Sonia Zarowska. Stavate, circa tre ore fa, a cena col signor Edgardo Lemms, in una saletta particolare del Falchetto d'oro?

Sonia

Edgardo Lemms sarebbe il nome di quel signore là?

L'Agente

Appunto. E rispondetemi.

Sonia

Rispondo di sí. Con quel signore sono stata a cena dove hai detto.

L'Agente

Egli vi accusa di avergli rubato il portafogli.

Sonia

(non si scompone e si stringe nelle spalle) Uhm!

L'Agente

Evidentemente, il signor Lemms, dopo aver pagato il conto,... si è distratto, o è stato distratto da voi. Egli ha lasciato il portafogli sulla tavola, e voi ve ne siete impossessata, profittando... della distrazione.

Sonia

Io non me ne ricordo.

L'Agente

I ladri non hanno mai buona memoria.

Sonia

Avevo tanto bevuto!

L'Agente

Intendete dire che eravate ubbriaca!... Eh, lo so! Voi state già architettando il vostro piano di difesa! (A Lemms) Furba, l'amica!... (Poi, a lei) Ma è ridicolo sostenere che abbiate dimenticato d'aver commesso un furto perché in quel momento eravate ubbriaca. È ridicolo, cara Sonia Zarowska!

Francesco

(intervenendo, riservato e affabile) La memoria è una delle piú dirette attività della coscienza. Difatti, per misurare il grado di coscienza, da cento a zero, in qualcuno di cui si suppone che abbia corso il pericolo di perderla tutta o parzialmente, uno dei primi e piú arguti mezzi è di sperimentarne la memoria. Intanto, è incontestabile che la coscienza venga soppressa dall'ubbriachezza grave, la quale, nelle sue manifestazioni, nei suoi effetti, rassomiglia alla completa follia. Io, anzi, la chiamerei: una follia incidentale.

Lemms

(ha ascoltato con deferenza, e approva:) Perfettamente.

Sonia

(ha ascoltato con un vano sforzo di comprensione e ha tremato alla parola «follia».)

L'Agente

(ha ascoltato, squadrando Francesco con ostilità.) Vi consta, signor Lemms, che Sonia Zarowska aveva bevuto molto?

Lemms

Moltissimo.

L'Agente

Ma non era una ubbriachezza grave se è stata digerita in tre ore.

Francesco

Io non giurerei che ella ne sia del tutto libera. Comunque, mi parrebbe opportuno considerare che, negli ubbriachi abitualmente recidivi, proprio questa abitudine fa sí che il sonno basti ad affrettare il ritorno dello stato normale: — normale, beninteso, in rapporto al quadro permanente degli alcoolizzati. E io attesto di aver trovata pocanzi Sonia Zarowska immersa in un profondo sonno.

L'Agente

(a Francesco, con una calma intorbidita di sorda minaccia) Voi insistete nell'interloquire, egregio signore, senza che io vi abbia interrogato.

Francesco

Chiedo scusa.

L'Agente

Avrete la bontà di favorirmi il vostro nome.

Francesco

Nulla in contrario. (Cava fuori una carta di visita, gliela porge.)

L'Agente

(leggendo, si raccapezza: muta contegno, e, per atto di rispetto, tocca la falda del cappello.) Non potevo immaginare che...

Lemms

(a Francesco, inforcando gli occhiali) Permette?

Francesco

S'accomodi pure.

L'Agente

(mostrando a Lemms la carta di visita) Un professore rinomato.

Lemms

(legge, e s'intravvede nella sua impassibilità una convinta ammirazione.)

Francesco

Un modesto medico specialista, pel quale non è infruttuoso studiare i vizii e le degenerazioni nei loro covi e nei loro laboratorî.

L'Agente

Che schifo, illustre professore!

Lemms

(quasi tra sé) Non tanto!

Francesco

E spero che la mia professione mi giustifichi anche di non essermi astenuto dall'interloquire. Si era un po' nei miei paraggi.

L'Agente

(con animazione autorevole, dispotica) A ogni modo, il portafogli è sparito, ed è qua che bisognerà cercarlo. (Appellandosi a Francesco come per averne il consenso) È chiaro?

Francesco

Questo non è affar mio.

L'Agente

(a Sonia) Orbene, a voi! Dovrebbe trovarsi proprio sulla vostra persona. Io non vi perquisisco, a condizione che voi stessa lo cerchiate.

Sonia

(ha seguíto quello che accadeva intorno a lei, assumendo un atteggiamento di sottomissione quando parlava Francesco. Adesso, all'invito dell'Agente, recalcitra:) Sulla mia persona, il portafogli non c'è.

(Non si riesce a intendere se ella sia in buona in mala fede.)

L'Agente

Tanto peggio per voi, sapete! Solamente se stesse sulla vostra persona si potrebbe accettare l'ipotesi del Professore, cioè che, essendovene appropriata quando lavorava la sbornia, non ve ne ricordiate piú. Ma se aveste già provveduto a nasconderlo, come fareste, cretina che siete!, a giustificarvi con la sbornia e con la dimenticanza?

Sonia

Ti ripeto che sulla mia persona non c'è'! (Leva la voce, ringhiosa, furiosa.) Non c'è e non c'è! E io, no, non mi lascio perquisire! Ti proibisco di perquisirmi! (Sfugge allontanandosi dal divano e riparando in un cantuccio.)

(Il divano è rimasto tutto scoperto alla vista dei tre uomini.)

L'Agente

Sangue di un demonio, voi agite a danno vostro!... Mi sembrate un mulo che si affatichi a tirarsi calci alla coda. Perché siete una donna, non volevo perquisirvi, non volevo mettervi le mani addosso. Ma questi signori sono testimoni che voi mi ci obbligate. (Uscendo dai gangheri, si avventa su lei.) Dunque, andiamo! Sottoponetevi alla perquisizione, senza altre chiacchiere!

Francesco

Fermatevi un momento, per favore.

L'Agente

(desiste, sospeso.)

Francesco

Se i miei occhi non s'ingannano, il portafogli è lí, mezzo conficcato tra i cuscini del divano, dove ella pocanzi dormiva. È minuscolo ed è quasi del colore dei cuscini, il che lo ha reso poco visibile.

(Emerge appena di tra i cuscini rossi un piccolo grazioso portafogli di cuoio rosso.)

Sonia

(mal sorpresa, si protende per vedere.)

Lemms

(sempre impassibile — inforca di nuovo gli occhiali.)

L'Agente

(dissimulando il disappunto, si avvicina al divano, e con due dita prende il portafogli. Indi, tenendolo in alto, lo mostra al signor Lemms.) È questo il vostro portafogli?

Lemms

Perfettamente.

Francesco

Le sarà cascato dal petto o dalla cintola, quando si è gettata lassù o quando vi si agitava nel sonno. Certo è che, rincasando, non aveva provveduto a nasconderlo.

L'Agente

(al signor Lemms) Dovrebbe contenere?...

Lemms

(rammentandosi a stento)... Lire milletrecento,

L'Agente

(verifica)... Sono mille trecento e sette. (Gli consegna il portafogli.)

Lemms

Guadagno sette lire.

Sonia

(è tuttora impenetrabile. Dal suo contegno non trapela la consapevolezza, non l'innocenza, non la mortificazione, non il risentimento.)

L'Agente

(obliquo — sottolineando le parole) Con ciò, spieghiamoci, Sonia Zarowska non cessa di dover rispondere dell'accusa di furto.

Lemms