ROBERTO BRACCO


TEATRO


VOLUME NONO


IL PERFETTO AMORE — NEMMENO UN BACIO

REMO SANDRON — Editore
Libraio della Real Casa

MILANO-PALERMO-NAPOLI-GENOVA-BOLOGNA-TORINO

Copyright by Roberto Bracco, 1917.


PROPRIETÀ LETTERARIA

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, non escluso il Regno di Svezia e quello di Norvegia.

È assolutamente proibito di rappresentare queste produzioni senza il consenso scritto dell'Autore (Art. 14 del Testo Unico 17 Settembre 1882).

Copyright by Roberto Bracco, 1917.

Off. Tip. Sandron — 311 — I — 291117


INDICE

[ATTO PRIMO]
[ATTO SECONDO]
[ATTO TERZO]


IL PERFETTO AMORE

Dialogo in tre atti

Rappresentato per la prima volta al Teatro Manzoni di Milano il 19 dicembre 1910, dalla Compagnia di Tina Di Lorenzo.

PERSONAGGI:

  • Elena
  • Ugo

Un cameriere. — Un'albergatrice. — Uno chauffeur. — Le professoresse.

ATTO PRIMO.

Il salotto di un piccolo albergo elegante. — Qualche canapè, seggiole a sdraio, poltrone, poltroncine. Nel centro, una gran tavola, su cui sono, bene ordinati, giornali, guide, riviste, orarii di ferrovie. Quasi presso la parete sinistra, un po' di sbieco, un pianoforte col dorso rivolto al muro. Dinanzi al pianoforte il relativo sediolino senza spalliera. Verso lo stesso lato, un tavolino con su un mazzo di carte francesi ed altri oggetti da giuoco. Al lato opposto, nel primo piano del quadro scenico, uno scrittoio, che è diviso in due da un rialzo intarsiato, sicchè due persone vi si possono sedere di faccia senza che si diano soggezione. Nella parete destra due porte — aperte. Nella parete di fondo, poco discosta dall'angolo che questa forma con la parete destra, un'altra porta coi battenti di vetro — spalancati —, che dà in una serra.

SCENA UNICA.

ELENA, UGO, IL CAMERIERE, LE PROFESSORESSE.

Elena

(seduta al pianoforte, suona un brano del «Crepuscolo degli Dei.»)

Ugo

(fa capolino dalla prima porta a destra, vede Elena, e si avanza. — Resta lungamente ad ascoltare. Poi, mormora fra sè:) Perbacco! Wagner a memoria! (Ascolta ancora. Riflette.)... Wagnerofila!

Elena

(accorgendosi di non essere sola, si alza subito.)

Ugo

(si dirige verso il pianoforte per incontrarla di fronte.)

Elena

(deviando bruscamente, lo evita. — Siede presso la tavola, sceglie fra i giornali un fascicoletto pieno di piccole caricature, e, con disinvoltura, lo sfoglia.)

Ugo

(la contempla alle spalle. — Si morde il labbro inferiore, e ha un moto di ostinazione intraprendente. — Assume un'aria d'indifferenza, siede anche lui presso la tavola, e cerca tra i giornali. — Con in mano una rivista, ne legge il frontespizio, levando un po' la voce per farsi udire:) «La Rinascenza Latina, rivista di scienze, lettere ed arti». (Riponendola sulla tavola) Non mi riguarda. (Ne piglia un'altra) Vediamo questa. (Ne legge il frontespizio:) «La donna Italiana». «Esce ogni due mesi». (Comentando) Esce molto di rado la donna italiana! (Sottecchi, guarda Elena con la speranza di sorprendere un sorriso o un qualunque segno di approvazione o di protesta alla scipita barzelletta.)

Elena

(ha gli sguardi fissi sul piccolo fascicolo da lei sfogliato.)

Ugo

(lascia cadere sulla tavola quest'altra rivista, e, dopo di aver notato che il fascicolo che ella sfoglia è il «Punch», cerca di nuovo fra i giornali parlando a sè stesso, sempre con lo scopo di costringere lei a udire:) È curioso!... In un hôtel così internazionale, manca il «Punch»! Peccato!... Il «Punch» è il più ameno giornale di caricature ch'io mi conosca! (Poi, mostrando di accorgersi adesso che lo ha lei) Ah no, non manca. Lo ha la signora.

Elena

(getta su i giornali il fascicoletto e si allontana dalla tavola.)

Ugo

... Io avrei potuto bene aspettare.

Elena

(impassibile, non ha per lui neppure un cenno. — Tocca il bottone del campanello elettrico. — Si sdraia in una poltrona.)

Ugo

Tuttavia, profitterò della cortese abnegazione. (Si mette a guardare le caricature del «Punch».)

(Un cameriere tedesco, biondo-rossastro, comparisce dalla seconda porta a destra e si pianta come un soldato.)

Elena

(al cameriere:) Un caffè nero.

Il cameriere

Ja.

Ugo

Un caffè nero anche a me.

Il cameriere

Ja.

Elena

Un caffè nero espresso.

Il cameriere

Ja.

Ugo

Espresso anche a me.

Il cameriere

Ja. (Via.)

Elena

(impulsivamente, ha lanciato a Ugo uno sguardo severo.)

Ugo

(ha sorpreso lo sguardo, e coglie questa occasione per rivolgerle la parola.) Non c'è da aversela a male, signora. Dopo colazione io soglio regalarmi un caffè nero, come fa quasi tutta l'umanità. E, siccome ella ha avuta la buona idea di ordinarlo espresso, io, che mi son ricordato d'aver preso stamane, in questo medesimo hôtel, un caffè non espresso che era un veleno, ho adottata la sua buona idea immediatamente. È molto semplice.

Elena

(fingendo di non badargli, si alza, e giunge, lenta, al tavolino su cui è il mazzo di carte francesi. Lo prende, mescola le carte. Siede. Comincia a fare un solitario: il «solitario di Napoleone».)

Ugo

Nondimeno, le chiedo scusa se mi sono permesso di non volermi avvelenare una seconda volta.

Il cameriere

(ritorna, portando due servizi di caffè. Ne posa uno sul tavolino dinanzi a Elena, l'altro sulla tavola dinanzi a Ugo. Indi, fa per andare.)

Elena

(chiamando:) Cameriere!

Il cameriere

(si ferma, si volta.) Bitte?

Elena

(versando il caffè) Dite al Direttore che voglio mutare di camera. Al primo piano si sta malissimo. È pieno di gente importuna e indiscreta.

Il cameriere

(serio e corretto, col suo duro accento di tedesco e con la sua personale lingua italiana) C'è soltanto unico signore qui presente.

Ugo

Grazie mille per la delucidazione!

Il cameriere

(che non ha capito) Bitte?... Prego ripetere a me ancora il comandamento.

Ugo

Ma che «comandamento»? Vi ho ringraziato. C'era proprio bisogno d'indicare quale fosse la gente importuna e indiscreta?

Il cameriere

Ah, ja. Non era bisogno perchè Signora già sapeva. (La sua r rumoreggia, il suo b diventa p, il suo g diventa c, il suo v diventa quasi f.)

Ugo

Bravo! Di bene in meglio!

Elena

(spazientita — al cameriere:) Dunque, avete inteso? Mi farete dare una camera al secondo piano.

Il cameriere

Il secondo tutto preso da una società professoresse americane, i quali sono arrivati pochi momenti avanti a questo giusto momento.

Ugo

(con viva compiacenza) Professoresse americane? Graziosissime! Professoresse di che?

Il cameriere

(si avvia in gran fretta verso la porta.)

Elena

(irritandosi) Ma dove andate?!

Il cameriere

(si ferma, si volta.) Signore vuole precisi informazioni sopra graziosissime professoresse: io vado a domandare preciso.

Ugo

Ve ne dispenso, ve ne dispenso. State attento, invece, ai... comandamenti della signora.

Il cameriere

Ja.

Elena

Se al secondo piano non ci sono più camere, me ne farete dare una al terzo. Oppure al quarto. Oppure al quinto. Oppure in soffitta. Mi sono spiegata?

Il cameriere

Ja. (Non si muove.)

(Un silenzio.)

Elena

(vedendolo lì impalato) Ora, potete andare.

Il cameriere

Iaaa! (Esce.)

Elena

(continua a fare il suo solitario, e, di tanto in tanto, sorseggia il caffè.)

Ugo

(ha terminato di bere, e accende una sigaretta. Poi, togliendosela di bocca) La disturbo con la mia sigaretta?

Elena

(finge di non udire.)

Ugo

No? Grazie! (Rimette la sigaretta in bocca e, fumando, si alza. Gira per la stanza e parla con sè stesso mostrando d'inebriarsi.) Professoresse americane! Oh,... me le figuro queste gaiette professoresse in vacanza! Una frotta di vezzose gazzelle dalla piccola testa eretta, dal piedino irrequieto, dalle caviglie sottili e con negli occhi tutta la schiettezza di una femminilità impavida (sottolineando) che sfida gli uomini piuttosto che sfuggirli o guardarli in cagnesco! (Mutando e fermandosi avanti a Elena) Disturbo con la mia voce?

Elena

(china esageratamente il capo, con l'intenzione di sembrare attentissima al suo solitario.)

Ugo

No? Grazie! (Breve pausa.) (Poi, gironzolando di nuovo per la stanza) D'altronde, è così. Non so pensare senza parlare. Ho l'istinto del monologo. Come la signora, evidentemente, ha quello del solitario. Due istinti che si somigliano, del resto. Io, talvolta, per frenare il monologo che scappa fuori, canticchio, zufolo,... suono il pianoforte. Ma, pensare in silenzio?... Impossibile! (A Elena:) Mi trova bizzarro? Mi trova buffo?

Elena

(Nessun segno di risposta!)

Ugo

No? Grazie! (Gironzola ancora, come assorto, canticchiando appena col fiato la «Canzone del Premio» dei «Maestri Cantori». Poi, s'interrompe, vigilando i moti di lei:) «Das Preislied»!... La «Canzone del Premio»!... Per me, la gemma più pura... (sogguarda Elena)... del «Sigfrido»!

Elena

(correggendolo sùbito in un impulso quasi incosciente) Dei «Maestri Cantori»!

Ugo

(con prontezza, dissimulando che è felice di potere finalmente appiccar discorso) Scusi tanto, signora! La «Canzone del Premio» è nel «Sigfrido».

Elena

(alza le spalle in atto di noncuranza, riunisce le carte, le rimescola e comincia un altro solitario.)

Ugo

No, sa! Io non mi sbaglio. E stupisco che si sbagli lei, che conosce Wagner a memoria. Io non sono che un musicista da strapazzo; ma questo è un caso speciale perchè si tratta di note associate ai ricordi più graditi del mio soggiorno in America. E appunto per ciò mi tornavano dianzi all'orecchio. L'annunzio delle vispe professoresse mi ha fatto ripensare all'immancabile successo di quelle note. Se in una qualunque sala, in un qualunque hall di trattenimento, io toccavo la tastiera di un pianoforte accennando con dolcezza italiana qualche battuta della «Canzone del Premio», mi vedevo a poco a poco circondato di americanine, le quali restavano ad ascoltarmi estasiate, immobili, quasi fossero sospese (imitandone l'atteggiamento) in un fluido magnetico. La consueta vivezza scintillante dei loro audaci corpicini, in quella eccezionale immobilità estatica, diventava come un fulgore fisso di luce elettrica intensificata nelle retine delle lampade Wallfram. Parevano tanti campioni d'un incantevole tipo di donna costruito nel laboratorio di Edison. Una delizia! Una meraviglia!

Elena

(questa volta non ha saputo fingere di non udire. A un certo punto, ha interrotto il solitario e si è messa ad ascoltare, battendo una carta sul margine del tavolino.)

Ugo

È persuasa, ora, che non posso sbagliarmi?

Elena

(con un sorriso sdegnosetto e canzonatorio — disordinando le carte come per rinunziare al solitario) Ma lasci andare!

Ugo

Vuole onorarmi d'una scommessa?

Elena

(alzandosi severa) Non faccio scommesse con persone che non mi siano state presentate. (Passa dal tavolino allo scrittoio, e, in piedi, cava dalla cartella dei foglietti.)

Ugo

Dio buono!... Non capisco da chi dovrei farmi presentare!

Elena

Da qualcuno che la conosca bene.

Ugo

L'unico qualcuno che mi conosca bene sono io stesso. E se ella non può transigere sul convenzionalismo della presentazione, la servo immantinente.

Elena

(ascoltandolo e guardandolo, resta in piedi, con le mani indietro, appoggiate allo scrittoio.)

Ugo

(va fino in fondo senza interrompersi) Ho il piacere di presentarle in me... il signor Ugo Ginetti, napoletano di nascita e cosmopolita di elezione, uomo degnissimo di stima, con spiccate attitudini di avventuriero e analoga elasticità di temperamento. Lei dice che la qualifica di avventuriero fa a calci con la stimabilità? S'inganna, perchè io non ho parlato che di attitudini. Si possono avere le attitudini del ladro senza essere un ladro. E, anzi, fra tante persone che non rubano, le sole che abbiano incontestabilmente diritto all'ammirazione ed alla stima sono quelle che, volendo, saprebbero rubare. Capirà che tutte quelle altre, che non saprebbero rubare, non hanno nessun merito a non essere dei ladri. Io sono estremamente stimabile perchè, sfornito, ab origine, di mezzi finanziari, ed esposto a tutte le tentazioni del globe-trotter, non ho profittato con larghezza delle mie attitudini di avventuriero. Le ho soltanto utilizzate nei confini dell'onestà. Avrei saputo fare, al tavolo di gioco, dei... giochi di prestigio; avrei saputo divertire un miliardario per scroccargli i quattrini e la moglie; avrei saputo documentare un falso titolo di marchese per sposarmi... i titoli di rendita di una qualche stanca sfruttatrice di vapori transoceanici o di una qualche stagionata ereditiera di miniere carbonifere, e, invece, mi son limitato a imbrogliare il mondo facendo in Egitto il professore di letteratura italiana senza aver mai letto un verso di Dante, in Grecia il maestro di scherma senza aver mai conosciuta da vicino una sciabola, a New-York e a Filadelfia il pianista... suonando a orecchio. Ho imbrogliato il mondo, non lo nego, ma l'ho imbrogliato così onestamente e ne ho tratto così poco vantaggio che sono stato assalito spesso dal sospetto che l'imbroglione fosse il mondo e l'imbrogliato io. Tanto imbrogliato, che sarei ancora un avventuriero al verde se un mio parente superstite non avesse avuto il delicato pensiero di morire dopo di essere stato fedele a due grandi virtù: a quella dell'avarizia e a quella dell'infecondità. Ciò detto, o signora, io ho motivo di credere che ella possa ritenere come perfettamente compiuta la formalità della presentazione.

Elena

Mi ha favorito addirittura la sua biografia!

Ugo

Una presentazione abbondante, ecco. Non ho voluto lesinare.

Elena

E si è data tutta questa pena... per fare una scommessa con me?!

Ugo

Si fa una scommessa per guadagnar qualche cosa.

Elena

Ma è una scommessa inverosimile, una scommessa già perduta!

Ugo

Da quell'onestissimo avventuriero che mi pregio di essere, l'avverto che l'imbroglio c'è.

Elena

Lei può imbrogliare fin che vuole: con l'imbroglio non le riescirà certo di fabbricare un Wagner per suo uso e consumo. (Ridendo un po' e burlandosi di lui) Via!... «I Maestri Cantori» senza la «Canzone del Premio»....

Ugo

(interrompendo) È come dire un corpo senz'anima o... un pasticcio di pernici senza pernici.

Elena

Assolutamente!

Ugo

Ma io non ho mai pensata una simile sciocchezza!

Elena

(con un salto di stupore) E la scommessa?!

Ugo

Un piccolo espediente, signora! Il culto wagneriano che ella professa me lo ha felicemente ispirato soccorrendo l'ansia che avevo di vincere quel suo mutismo ostile. Ora, il mio monologo e il suo solitario si sono mutati in dialogo; io parlo con lei, lei parla con me: ciò che avevo stabilito di guadagnare, l'ho guadagnato. Come vede, l'imbroglio c'era.

Elena

(allontanandosi un po' dallo scrittoio per allontanarsi da lui) Molto furbo!

Ugo

Sì, non c'è male: abbastanza.

Elena

E, con tutta la sua furbizia, non ha avuto il dubbio che della scommessa mi sia servita io per appurare finalmente chi fosse lei?

Ugo

... Confesso che a questo non avevo pensato. (Poi, con sarcasmo vendicativo) D'altronde, io non potevo sperare che in lei destasse tanta curiosità la mia povera persona. Ne sono orgoglioso!

Elena

(in uno stato di irrequietezza graziosa, va un po' di qua, un po' di là, gingillandosi con un qualche oggetto preso a caso.) Non incomodi il suo orgoglio, sa. Non c'è di che. La mia curiosità? Sfido, io! Da che sono in viaggio, dovunque io vada, mi trovo sempre lei davanti!

Ugo

(codiandola) Dica piuttosto che mi trova sempre alle sue spalle. (Difatti, in questo punto, si trova precisamente alle spalle di Elena, che guarda una carta di musica sul pianoforte.) Io non faccio che seguirla.

Elena

(con simulata ingenuità) Davvero? Credevo che si trattasse di coincidenze casuali.

Ugo

Mi affaticai tanto per partire da Napoli col medesimo treno con cui partì lei!

Elena

(continuando a simulare) Si vanta di uno zelo del quale non la credo capace. Alla stazione di Napoli, lei non c'era.

Ugo

Io le dico che c'ero.

Elena

Lei non c'era.

Ugo

Ci ero! Ci ero! Le assicuro che ci ero!

Elena

Ma no.

Ugo

Cerchi di ricordare. Badi che avevo la barba.

Elena

Una barba finta?!

Ugo

Una barba vera. Una barba mia.

Elena

E che ne ha fatto?

Ugo

La lasciai a Roma.

Elena

Al bagagliaio?

Ugo

Mentre ella era al restaurant, andai a farmela radere.

Elena

Perchè?

Ugo

Credetti utile sembrare un po' meno brutto e un po' più giovane.

Elena

A chi?

Ugo

Non certo al capotreno. A lei, s'intende.

Elena

Sicchè, con quel suo inseguimento senza barba, si riprometteva di conquistarmi?

Ugo

(atteggiandosi a modesto) Io non aspiravo che a farle tollerare la mia presenza, di cui mi proponevo di offrirle la costante assiduità. La disturbo con la mia presenza?

Elena

Ogni tanto lei mi domanda se mi disturba. È lo stesso che domandare come va l'appetito a un poveretto che stia soffrendo il mal di mare.

Ugo

Io sarei il mal di mare?!

Elena

Un ostinato corteggiatore è anche peggio per una signora che viaggia sola.

Ugo

Non tutte le signore che viaggiano sole sono afflitte da una simile idiosincrasia.

Elena

Tutte le signore rispettabili come me! Ma lei non lo sa nemmeno che io sono una signora rispettabile!

Ugo

Se non lo sapessi, le avrei già mancato di rispetto. In fondo, perchè sono così noioso, io? Perchè so che lei è rispettabile. Vuol vedere che lo so? Le mostrerò gli appunti da me raccolti sul conto suo quando a Napoli cominciai ad occuparmi di lei. Monologavo... nel mio taccuino. (Lo cava di tasca.)

Elena

Il pigliare degli appunti sul conto d'una signora fa parte delle attitudini di avventuriero?

Ugo

Naturalmente. Legga queste paginette. (Le porge il taccuino, aperto.)

Elena

(sedendo sul bracciuolo d'una poltrona, prende il taccuino e guarda.) Ha una bruttissima calligrafia!

Ugo

(sedendole accanto, sopra una sedia.) Sì, la calligrafia non è bella....

Elena

Ma come si fa a leggere?!

Ugo

Non leggo io stesso perchè ella potrebbe credermi intento a mutare il testo. Si regoli: ho un g che sembra una f, un b che sembra una h, un p che sembra un y, e faccio allo stesso modo la n, la r, le s, la z, il v e il c.

Elena

Ma è un rompicapo!

Ugo

Tutto sta a farci l'occhio.

Elena

Mi ci proverò. (Cerca di decifrare:) Qua su, si capisce: è il mio nome: «Elena Lamberti Ardori». Poi?... (Continua a decifrare:) «Vedova... che ha avuto un...» (A Ugo:) Un che?

Ugo

«Un marito».

Elena

Ci sono delle vedove che non lo hanno avuto?

Ugo

Sicuro! E non le nego che io, sulle prime, sospettai che lei appunto non lo avesse avuto.

Elena

(offesa) Mi meraviglio!

Ugo

Ma visto che fu un sospetto passeggero....

Elena

Andiamo avanti. (Fissa un punto della paginetta) Che dice qui?... «Il quale marito....»

Ugo

(spiegando) Il quale marito di questa vedova....

Elena

(decifrando:) «il quale marito non è morto».... Eh?!

Ugo

Lei ha troncata la frase. Riunisca le parole in un sol fiato: «Il quale marito non è morto di morte naturale».

Elena

Questo è vero. (Con un sospiro) Mah!... (Poi, leggendo in un tono di tristezza:) «Egli si uccise con un colpo di rivoltella dopo qualche mese di manicomio». (A Ugo:) Di manicomio?!

Ugo

«Di matrimonio». Io ricordo di avere scritto: «matrimonio».

Elena

(legge con la medesima intonazione malinconica ed enfatica:) «Egli si uccise con un colpo di rivoltella dopo qualche mese di matrimonio perchè era... un areostatico».

Ugo

Ma che areostatico! «Un nevrastenico».

Elena

No: questo è inesatto.

Ugo

Effettivamente, doveva essere non un nevrastenico, ma addirittura un pazzo se preferì un colpo di rivoltella a una moglie come lei.

Elena

Per sua norma, mio marito fu il più saggio degli uomini!

Ugo

Mi affretto a crederlo, perchè riconosco una incontestabile competenza nella donna che lo ha amato e che certamente lo ama tuttora.

Elena

Anche questo è fantastico. Come fa a sapere che lo amo tuttora?

Ugo

Ne dubiterei soltanto se egli fosse vivo.

Elena

(con severità) Lei si permette delle insinuazioni!

Ugo

Ma no.... Non si adombri. Legga ciò che segue. Nel mio taccuino è consacrata la sua fedeltà coniugale. Sarà soddisfatta di me.

Elena

Vediamo. (Legge con facilità:) «Per quanto riguarda la causa del suicidio, risulta nettamente esclusa l'ipotesi che egli abbia avuto dei dispiaceri da sua moglie....»

Ugo

Ecco: ora ci ha fatto l'occhio.

Elena

(continuando:) «La quale....»

Ugo

(spiegando) La quale moglie del marito suicida....

Elena

(legge velocemente:) «... avendo dato prova di serietà e di rettitudine fin da quando, adolescente, rimase orfana e sola, era andata a nozze con la reputazione di possedere tutte le qualità per renderlo felice».

Ugo

Ha capito?

Elena

Sì, questo è carino. La ringrazio. (Voltando la paginetta) E che altro c'è?

Ugo

Più nulla. Punto e basta. (Fa per riprendere il taccuino.)

(Si levano tutti e due con molto brio.)

Elena

(guardando la paginetta seguente) No, no!... Qui ce n'è dell'altro! C'è un numero.

Ugo

Non guardi, non guardi. Un numero scritto a casaccio.

Elena

È l'età che mi ha attribuita: venticinque anni. (Rendendogli il taccuino) Rinnovo i ringraziamenti. È stato generoso.

Ugo

Glieli ho forse aumentati?

Elena

È stato generoso, perchè me ne ha tolti.

Ugo

Quanti ne ha, in sostanza?

Elena

Io crederei di averne ventotto.

Ugo

Il che significa che ne ha trenta.

Elena

Ah, no. Adesso esagera!

Ugo

Me ne duole per lei se non li ha.

Elena

Perchè?

Ugo

Perchè una vedova che non ha ancora trent'anni è una vedova immatura. Troppo giovane. Non può avere l'esperienza necessaria per apprezzare abbastanza lo stato vedovile!

Elena

È una bella seccatura, sa, lo stato vedovile!

Ugo

È lo stato ideale. Suol dirsi che la carriera della donna è il matrimonio. Lo ammetto. Ma il matrimonio è poi anche il suo domicilio coatto. Ebbene, la vedova è una donna che ha compiuta la sua carriera e che dal domicilio coatto se l'è svignata. Conti giusti con la società e indipendenza definitiva. Io mi riferisco, s'intende, ai costumi dei nostri paesi. Altrove, è diverso. Altrove, la donna non ha nessuna ragione di aspettare la morte dell'uomo. Essa, per avere la sua indipendenza, fa una cosa un po' più allegra: non se lo piglia per marito.

Elena

Lei sta per regalarmi una seconda apologia delle americanine. È un vero tic il suo!

Ugo

Cioè... cioè... cioè.... Non vorrei essere frainteso. Io adoro la fanciulla americana per tutti i vantaggi che la sua indipendenza offre a noialtri uomini; ma sono troppo buongustaio per non preferire alla fanciulla americana la vedovella italiana. Perchè, veda, la vedovella italiana, per noi, è come la fanciulla americana... con quel tanto di più che nella fanciulla americana dev'essere... quel tanto di meno.

Elena

(con disgusto) «Quel tanto di meno, quel tanto di più»... Lei ostenta un materialismo stucchevole!

Ugo

Non so quello che intenda per materialismo; ma, senza dubbio, io non vivo nelle nuvole. Mi ci troverei a disagio.

Elena

Io, invece, ci vivo e mi ci trovo divinamente!

Ugo

Ciò mi dispiace non poco, perchè non avrò modo di pervenire fino a lei.

Elena

In areoplano.

Ugo

Batterei il récord del capitombolo. Non mi conviene.

Elena

Allora, si rassegnerà a guardarmi col canocchiale.

Ugo

Il canocchiale è come la speranza: ci mostra vicine le cose che sono lontane. Sicchè, guarderò e spererò.

Elena

Che cosa?!

Ugo

Non so.... Che lei, un giorno o l'altro, caschi....

Elena

(tagliandogli la frase, con vivo risentimento) Signore!

Ugo

... dalle nuvole.

Elena

Non le hanno detto qual è la mia divisa?

Ugo

No, non me l'hanno detto. Nei miei appunti, difatti, non c'è.

Elena

Glielo dico io. (Con un accento lirico:) «Verso la via più alta».

Ugo

Perdinci! Sarà la Via Lattea. È sconfortante!

Elena

Tutto sommato, il meglio che lei possa fare è di tornarsene in America. E, anzi, profitti dell'occasione. Ha qui, a portata di mano, le professoresse dalla testolina eretta, dai piedini irrequieti e dalle caviglie sottili. Cerchi di accaparrarsele. Sarà mezza strada fatta per quando le ritroverà laggiù, sospese (accennando l'atteggiamento descritto e imitato da lui)... nel fluido magnetico. Vada, vada. Non perda più tempo con me, e non costringa me a perderne. Per lei, ho ritardato a scrivere una lettera d'affari.... Non credo che un'americanina avrebbe fatto altrettanto.... (Con gravità) Addio, signore! (Sedendo presso lo scrittoio, — tra sè:) Te lo do io il capitombolo! (Piglia una penna e comincia a scrivere.)

Ugo

(alle spalle di lei, indugiando e cercando di vedere ciò che ella scrive) «Addio»?!... Addio, no!... Intende proprio... di congedarmi?

Elena

(gettando via, con un po' di nervosismo, la penna che incespicava) Evidentemente!

Ugo

(cava in fretta dalla tasca una penna stilografica e glie la offre.) Vuole provare questa? È una fountain-pen che non teme confronti. Anch'essa americana.

Elena

(pigliando invece una seconda penna sullo scrittoio) Addio addio addio addio!

Ugo

Ma io mi tratterrò a Perugia parecchi altri giorni. (Con una falsa animazione di entusiasmo) Desidero di godermi i tesori d'arte sparsi in queste privilegiate contrade dell'«Umbria verde». Capirà: le tavole del Perugino, la scuola del Pinturicchio, le famose tre chiese di Assisi mi attirano irresistibilmente!

Elena

Faccia pure il suo comodo.

Ugo

E lei?

Elena

Farò il mio! Assisi, il Perugino, il Pinturicchio attirano irresistibilmente anche me.

Ugo

Sicchè, dicevo bene. Non è il caso di congedarmi. Al contrario! Visto che le stesse cose ci attirano, potremmo, un po' a piedi, un po' in carrozza, un po'... in automobile,... sì... potremmo unirci, almeno,... in questo godimento estetico. Tanto, lei ha compreso chi sono io, io ho compreso chi è lei, tutti e due abbiamo compreso che siamo due giocatori di eguale forza. Io non ho troppo da guadagnare con lei, lei non ha troppo da perdere con me.

Elena

(interrompe, pazientemente, di scrivere e gli parla in un tono di cortesia melliflua:) Senta.

Ugo

Dica.

Elena

Lei si dà dell'avventuriero, ma, in fondo in fondo, è una brava persona.

Ugo

Una persona eccellente: questo è fuor di dubbio.

Elena

E io voglio dimostrarle tutta la mia considerazione.

Ugo

Ora, la sua bontà mi confonde.

Elena

Le insegnerò il mezzo più sicuro col quale può risparmiarsi una disillusione l'uomo che abbia voluto conoscere una vedovella italiana sperando... in quel «tanto di più» che non sempre le vedovelle italiane sono disposte a concedere.

Ugo

(pieno di fiducia, suggendo a una a una le parole di Elena) Io le sarò grato per tutta la vita!

Elena

(con dolcezza) Il mezzo più sicuro è... di far finta d'averla conosciuta solamente in sogno.

Ugo

(raccapezzandosi a un tratto e ingoiando l'amaro) Il che, tradotto in volgare, significa: caro signore, non mi venga più fra i piedi.

Elena

(con zelo amicale) Nel suo interesse.

Ugo

Oh!... Sta benissimo! Sta benissimo! Mi atterrò al suo insegnamento con la maggiore scrupolosità.

Elena

(cesellando gentilmente la frase) Basterebbe che si astenesse dal rivolgermi la parola.

Ugo

Stia tranquilla. (Baldanzoso e disdegnoso) A cominciare da questo momento, non le farò addirittura udire la mia voce.

Elena

Visto il bisogno che lei ha di monologare, questo mi sembra un po' difficile.

Ugo

(con forza) Io glielo giuro!

Elena

Se me lo giura, è tutt'altro. Prendo atto, e ci conto.

Ugo

È detto.

Elena

(si rimette a scrivere.)

(Un silenzio.)

Ugo

(si accorge della penna che ha tenuta finora diritta fra il pollice e l'indice della destra, e gliela porge di nuovo.) Questa penna non la vuo...? (S'interrompe, portando immediatamente la mano sulla bocca) Uhm! (Ficca in tasca la penna e resta con la mano sulla bocca. Indi, sempre in questo atteggiamento, passeggia su e giù.)

Elena

(si dà l'aria d'essere intenta a scrivere.)

Ugo

(di balzo, prende una risoluzione energica. Siede dall'altro lato dello scrittoio, dirimpetto a Elena. Tira fuori la fountain-pen e scrive anche lui.)

(Di tanto in tanto, tutti e due, riflettendo, levano gli occhi. I loro sguardi s'incontrano sopra il rialzo della scrivania. E tutti e due, d'urgenza, ostentatamente, riabbassano gli occhi, chinando la testa sin quasi a toccare col naso la carta.)

Ugo

(terminata una breve lettera, la chiude in busta, vi appone l'indirizzo e tocca il bottone del campanello che è sullo scrittoio.)

(Entra il Cameriere.)

Ugo

(dignitosamente, fieramente, consegna la lettera al cameriere e con l'indice teso gli mostra l'indirizzo scritto sulla busta.)

Il cameriere

(dopo aver guardato l'indirizzo) Ja! (Serio, rigido, meccanico, toglie di su la tavola un vassoio, vi mette la lettera, e si avvicina a Elena.) Questa lettera, per Signora.

Elena

(con comica sorpresa) Per me?! (Piglia la lettera e l'apre.)

Il cameriere

(esce difilato.)

Ugo

(appartandosi con sussiego, aspetta la impressione di Elena.)

Elena

(decifrando a stento) Dio, che calligrafia! (Poi, quando ha letto tutta la lettera, con una certa stizza si alza.) Lei ha deciso di partire oggi per Napoli?

Ugo

(fa un gesto ampio per esprimere la fatale necessità della sua decisione.)

Elena

Repentinamente?

Ugo

(replica il medesimo gesto.)

Elena

Per causa mia?

Ugo

(replica il medesimo gesto.)

Elena

E non desidera di godersi i tesori d'arte dell'«Umbria verde»?

Ugo

(replica il medesimo gesto.)

Elena

Ma, insomma, parli! Mi sembra un pupo con la macchinetta. Non è così che si risponde a una signora!

Ugo

(ritappandosi la bocca con la mano) Avevo giurato di non farle più udire la mia voce.

Elena

Che c'entra?! Adesso deve parlare.

Ugo

Devo parlare quando non ho più nulla da dire?

Elena

Deve spiegarmi più logicamente che non sia spiegato in questa lettera matta perchè rinunzia al suo programma.

Ugo

Ma lo ha creduto sul serio, lei, che io tenga ai tesori artistici dell'«Umbria verde»?

Elena

L'ho creduto sul serio.

Ugo

(solenne) Ho l'onore di parteciparle che ha preso lucciole per lanterne! Si metta bene in mente, signora, che le tre chiese di Assisi non mi fanno nè caldo nè freddo; si metta bene in mente che le tavole del Perugino non mi sono passate mai neanche per l'anticamera del cervello; e si ricordi, poi, soprattutto, che io, del Pinturicchio, me ne infischio!...

Elena

Oh, allora, è giusto che se ne vada. Buon viaggio!

Ugo

Buona permanenza!

(Un silenzio.)

Elena

(torna allo scrittoio, e, sedendo, mormora tra sè:) Non se ne va.

Ugo

(guardandola di sottecchi, mormora tra sè:) Non vuole che me ne vada. (Poi, cerca sulla tavola un orario delle ferrovie. — Lo trova e lo sfoglia borbottando:) Pe... Pe... Pe... Pe... Pe... Perugia.... (Trattiene una pagina) Ecco qua: partenza da Perugia, direttissimo, sedici e cinquantacinque. (Dà un'occhiata al suo orologio) Dunque... fra due ore! (Lascia l'orario sulla tavola, accende una sigaretta, e ronza intorno a Elena, mugolando in sordina la «Canzone del Premio». Come guidato dal suo mugolìo, siede al pianoforte, mette la sigaretta sulla padellina del candeliere, e comincia a suonare la «Canzone del Premio», carezzandone le note con eccessiva sdolcinatezza.)

Elena

(lo sogguarda furbescamente e decide di lasciarlo solo. — Senza neanche terminare la lettera, si piglia il foglietto scritto, si alza e, alle spalle di lui, con la manina fa un segno come per dirgli: «Ora ti servo io!» — Indi, camminando sulla punta dei piedi, sempre sogguardandolo con un arguto compiacimento negli occhi, sempre inavvertita, si avvia verso la prima porta a destra. Sulla soglia, dà in una risata frenandone lo scroscio — ed esce.)

Ugo

(continua a ricamare la dolce melodia, dimenando i fianchi, estasiandosi, come rapito da quelle note.)

(Entrano, attratte dalla musica, incuriosite, non viste da Ugo, parecchie PROFESSORESSE americane alleggerendo il passo o tenendo sollevato il tallone, per non farsi sentire. — Ne vengono dapprima alcune dalla serra, lunghe, magre, disseccate. Poi — dalla seconda porta a destra — ne spuntano due, rotonde, a braccetto: la più piccola con la testa mollemente poggiata sull'omero dell'altra. Son tutte mature o vecchie e, per giunta, brutte e ridicole con la loro andatura giovanile, con i loro cappelletti da viaggio, con le loro gonne brevi e coi loro arcuati stivalini, muniti di alti tacchetti. Ognuna, oltre la caratteristica delle dimensioni, ha qualche connotato specialissimo: la bocca stragrande o tanto di bazza o il naso come una prua o la vita a livello dei gomiti. Qualcuna porta gli occhiali. Qualcuna ha in mano un Baedeker. Qualcuna, appesa alla tracolla, una macchinetta Kodak. E più ridicole diventano restando immobili, come magnetizzate, in atteggiamenti di soave commozione. L'ultima comparisce dalla prima porta a destra. È una professoressa bassina e sgobbata, — la più grottesca di tutte — e ha in capo, con incosciente audacia, un berretto maschile. Costei ugualmente si ferma ed ascolta, estasiandosi. A un tratto, getta un profondo sospiro.)

Ugo

(con languida galanteria) Grazie di questo sospiro! (E sùbito, cessando di suonare, languidamente si volta. Ma, alla vista delle professoresse, scatta in piedi con un gesto di orrore ed esce di corsa.)

Le professoresse

(offese — insieme:) Ooooh!...

(Sipario.)

ATTO SECONDO.

Una camera di un alberguccio piuttosto rustico. In un angolo, c'è un letto per una sola persona. Verso destra, sul davanti, di sghembo, una toeletta con su una tovaglia bianca. Qua e là, i pochi altri mobili necessari, tra cui una poltrona e due o tre seggiole. — Una porta nel mezzo della parete, in fondo. Una finestra nella parete di sinistra. — Un'altra porta nella parete opposta. — Nel centro del soffitto, è sospesa una lampadina elettrica.

È notte. La camera è buia e deserta.

SCENA PRIMA.

UGO, L'ALBERGATRICE, LO CHAUFFEUR.

La voce di Ugo.

(dalla strada:) Ma che razza d'albergo è questo?! Nessuno apre!... Nessuno risponde!... Albergatore! Albergatrice!...

La voce dell'ALBERGATRICE

(acutamente, a scatti) Vengo vengo! Vengo vengo! Vengo vengo! (A ogni scatto, due «vengo» détti come una parola sola.)

(Un silenzio.)

L'albergatrice

(entra dal fondo con zelo servizievole. — È una graziosa piccola vecchietta pulita e svelta. Fa dei piccoli rapidi gesti infantili; cammina a piccoli rapidissimi passi; porta una cuffia bianca sui capelli bianchi a riccioli e una vestaglia di mussola sotto il cui lembo spicca l'amaranto delle pantofoline; e parla a scatti, velocemente, con un'acuta voce di testa, raddoppiando, spesso senza distacco, la parola o la frase. Raddoppia, per esempio la parola «vengo» e dice «vengovengo»; raddoppia la parola «sì» e dice «sìsì»; raddoppia la parola «capisco» e dice «capiscocapisco».)

Ugo

(la segue, giocherellando col suo bastone per sembrare disinvolto. — È in costume automobilistico: lunga spolverina e berretto.)

L'albergatrice

Questa è una bella camera, una bellissima camera. (Volta la chiavetta della luce elettrica. — La lampadina si accende.)

Ugo

Bellissima, veramente, no, ma per una notte....

L'albergatrice

Soltanto per una notte?

Ugo

Soltanto. Siamo costretti a fermarci qui, io... e la signora che viaggia con me, perchè... quella vecchia automobile che abbiamo noleggiata è rimasta in panna... proprio alla entrata del villaggio...

L'albergatrice

Capisco capisco!

Ugo

Fortunatamente, eravamo a poca distanza da questo albergo, e lo chauffeur, che è pratico dei luoghi, me lo ha indicato e mi ci ha condotto.

L'albergatrice

Sì sì, sì sì! Capisco capisco! È uno chauffeur intelligente, lui. Io l'ho riconosciuto subito subito! Non è la prima volta che la sua automobile con un uomo e una donna resta in panna all'entrata di questo villaggio.

Ugo

(osserva comicamente la stranezza di quei gesti, di quella voce e di quella parlatura.)

L'albergatrice

(continuando) Sì sì! Sì sì! In tutta la contrada, non c'è nessun altro villaggio che abbia un albergo per un uomo e una donna.

Ugo

(sorvola) Sicchè, io prendo questa camera.

L'albergatrice

E non ne desidera piuttosto una a due letti?

Ugo

... No.

L'albergatrice

Le aprirò, se vuole, la camera accanto.

Ugo

Nemmeno.

L'albergatrice

Le aprirò una camera lontana nello stesso corridoio. Sceglierà lei. Sì sì! Sì sì! Ho l'albergo vuoto.

Ugo

(sbarrando gli occhi) Ha l'albergo vuoto?! Ciò non mi riguarda. (Con energia imperiosa) Per me, è come se fosse pienissimo.

L'albergatrice

Ma la signora potrebbe chiedere un'altra camera, e in tal caso....

Ugo

In tal caso, lei gliela rifiuterà energicamente, perchè io pagherò il prezzo di tutte le camere che avrò il piacere di non occupare.

L'albergatrice

Oh, allora, è diverso è diverso! Sì sì, capisco capisco!

Ugo

Del resto, tutto sommato, adotteremo un provvedimento anche più radicale. Penso io. Intanto, faccio chiamare la signora, che ha già aspettato troppo. (Rivolgendosi verso la porta in fondo) Fritz, avanzatevi.

Lo chauffeur

(entra militarmente, e si pianta.) Agli ordini!

Ugo

Venite qua.

Lo chauffeur

(gli si accosta.)

L'albergatrice

(credendosi chiamata, si caccia fra lo chauffeur e Ugo.)

Ugo

(all'albergatrice:) Lei è pregata di pazientare un minuto. (Rifacendola) Dieci passettini indietro, e aspetti.

L'albergatrice

(indietreggia rapidamente, a piccoli passi, e siede in un cantuccio, dando le spalle ai due con obbediente discrezione.)

Ugo

Sentite, Fritz. Io ho ancora da prendere degli accordi con l'albergatrice. Andate voi dalla signora e annunziatele che ci è riescito di scoprire un albergo: un alberguccio molto rustico, molto rudimentale; ma assicuratele che, in questi paraggi, non c'è nulla di meglio.

Lo chauffeur

È la verità.

Ugo

Poi, con garbo, l'aiuterete a discendere dall'automobile e l'accompagnerete sin qui, recando il suo nécessaire e il mio. Mi sono spiegato?

Lo chauffeur

Perfettamente.

L'albergatrice

(continuerà, per conto suo, a fare le sue mossettine: stropicciate di mano e agitamenti di capo, come un uccellino.)

Ugo

(allo chauffeur:) Ma badate che voi avete un po' di vino al cervello. Senza dubbio, avete bevuto di nascosto. Cercate di essere... chiaroveggente. Finora, siete stato inferiore al vostro cómpito.

Lo chauffeur

Perchè?

Ugo

Era quello il modo di simulare una panna? È un vero miracolo che la signora non si sia accorta del trucco.

Lo chauffeur

Ho fermato la macchina di botto e ci ho messo pure la bestemmia che mi scappa sempre che resto in panna. Ho detto: «Morte a San Pecorone!» Che dovevo fare di più?

Ugo

Ci voleva qualche cosa di più sensazionale, qualche cosa d'impressionante!

Lo chauffeur

Bisognava avvertirmelo. Io le avrei servito un bell'urto violento contro un albero, contro un muro....

Ugo

Obbligatissimo! Sarà per un'altra volta. Adesso, ciò che mi preme è che l'automobile resti lì fino a domani mattina, ferma come un macigno e silenziosa come una tomba!

Lo chauffeur

Le prometto che, dopo di aver preso un boccone all'Osteria del Cervo, io torno alla mia macchina e mi ci addormento dentro.

Ugo

(spaventato) Voi andate all'osteria?!..

Lo chauffeur

Per rifocillarmi.

Ugo

Per ubbriacarvi anche di più, e poi chi sa quali gesta sarete capace d'improvvisare.

Lo chauffeur

Non farò sciocchezze. Stia tranquillo.

Ugo

Ma che tranquillo! Mi hanno raccontato che l'altra sera prendeste vostra moglie per un'automobile e le volevate, per forza, mutare i pneumatici.

Lo chauffeur

Sono calunnie. Mi creda. Sono calunnie!

Ugo

Per questa notte, Fritz, dovete fare a me il favore di non bere vino.

Lo chauffeur

Neanche acqua, se occorre.

Ugo

Dunque, svelto! E vi sia di regola che quella signora è astuta come dieci volpi insieme. Non vi lasciate sorprendere dalle sue interrogazioni.

Lo chauffeur

E se mi domanda, per esempio, quale pezzo dell'automobile si ha da riparare?

Ugo

Le direte... che si ha da riparare il motore.

Lo chauffeur

E se mi domanda quanto tempo impiegherò per ripararlo?

Ugo

Le direte che vi toccherà di lavorare sei o sette ore.

Lo chauffeur

E se mi domanda perchè vostra eccellenza è rimasta in albergo?

Ugo

Le direte che per ottenere almeno un po' di decenza, un po' di pulizia, sono qui ad arrabattarmi con un'albergatrice da cui non è facile farsi intendere.

Lo chauffeur

E se mi domanda perchè non è facile farsi intendere dall'albergatrice?

Ugo

Dio buono, che ci vuole a inventare?... Le direte che è una forestiera con la quale non si sa a che lingua si ha da ricorrere.

Lo chauffeur

Molto bene. Siamo a posto. (Si avvia per uscire. Poi, d'un sùbito, ritorna) E se mi domanda proprio di che paese è?

Ugo

(perdendo la pazienza e scattando) Le direte che è giapponese!

Lo chauffeur

(esce.)

Ugo

(all'albergatrice:) Ed ora, a lei. Poche parole, a gran velocità. Il provvedimento, che ho escogitato per evitare il pericolo che la signora le chieda un'altra camera, è questo: lei e la signora non s'incontreranno nemmeno.

L'albergatrice

Capisco capisco.

Ugo

Io la prego, invece, di non capire! E, appunto senza capire, lei sparirà immediatamente, nascondendosi nell'angolo più recondito della casa e diventando, per la occasione, sorda, muta e cionca.

L'albergatrice

No no! No no!

Ugo

(rifacendola) Sì sì, sì sì, perchè io le darò una mancia speciale per l'ottimo servizio dell'albergo.

L'albergatrice

Allora, è diverso è diverso!

Ugo

Sicchè, resta concluso: — se anche i campanelli elettrici strepiteranno come se fossero suonati da tanti pazzi furiosi, lei non si muoverà, non aprirà bocca, non fiaterà! E non ho altro da aggiungere. (Cavando in fretta il portafogli e dandole del danaro in due dosi) Questo è il prezzo delle camere che io non occuperò e questa è la mancia per la sua sordità, per il suo mutismo e per la sua atassia locomotrice. (Rifacendola ancora un po') Vada vada! Vada vada! Sparisca! E non si faccia vedere mai più, mai più, mai più.

L'albergatrice

Mai più, mai più.... Non dubiti.... Buona fortuna! Buona fortuna! Buona fortuna! (Va via accelerando vivacemente i suoi passettini di bambola.)

SCENA SECONDA.

UGO, ELENA, LO CHAUFFEUR. — Poi, L'ALBERGATRICE

Ugo

(sedendo stanco e gettando il berretto su qualche mobile) Che fatica!... Che lavoro!... (Guarda attorno) Però, questa camera è così poco propizia!... Altro che pulizia!... C'è un profumo di muffa che è un piacere! (Si alza e continua a guardare, sconfortato, i mobili, i muri, il soffitto. A un tratto, in allarme, esclama:) Perfino un bacherozzolo!... Ah, questo poi no! Neanche Don Giovanni Tenorio si sarebbe saputo far perdonare un bacherozzolo da una donna! (Si accosta, piano piano, al muro in fondo, col bastone levato.) Tu sei qui per farmela fuggire, piccolo mostro? Ma io ti ammazzo! (Saltando un po', assesta un colpo al muro. L'animaletto, illeso, fugge in su. Indi, un altro salto più slanciato e un altro colpo più poderoso, mentre l'animaletto s'insinua in una fessura.)

Elena

(entrando in tempo dal fondo) Che fate?

Ugo

(sconcertatissimo) Niente!... Cioè... niente d'importante. Ammazzavo....

Elena

Chi?...

Ugo

Il tempo....

Elena

Bastonando il muro?

Ugo

Ma no.... Spolveravo un poco....

Elena

E l'albergatrice che doveva pulire?

Ugo

Non ha pulito.

Elena

Perchè?

Ugo

Perchè..., all'improvviso, si è sentita male e mi ha lasciato in asso.

Elena

E voi avete voluto sostituirla?... Come siete buono!

Ugo

(lasciando in un canto il bastone) Ero già così desolato di non potervi offrire una camera migliore....

Elena

Non importa. Mi adatterò. (Togliendosi il cappello, chiama:) Fritz! Fritz!

Lo chauffeur

(comparisce e si avanza militarmente recando i due nécessaires) Agli ordini!

Elena

Il mio nécessaire, vi prego.

Ugo

(affrettandosi a levarglieli di mano tutti e due) Date qua. (Indi, sottovoce) Fatelo per tutti i santi del calendario, non prendete una sbornia! (E sùbito, a voce alta) Potete andare, Fritz.

Lo chauffeur

(esce.)

Elena

(aggiustandosi i capelli innanzi allo specchio e sorvegliando Ugo) Il vostro, portatevelo nella vostra camera. Volete ingombrarmi questa?

Ugo

(posando, con ostentata disinvoltura, tutti e due i nécessaires sulla toeletta) Vi dirò.... La camera mia... la camera mia..., nel vero senso della parola,...... non c'è.

Elena

Come «non c'è»?

Ugo

Non c'è. Quest'albergo è pieno zeppo.

Elena

In un paesello così fuori di mano?!

Ugo

Voi v'ingannate! È un paesello continuamente attraversato dai turisti. Vanno tutti... a coso....

Elena

A coso?!

Ugo

Non so con precisione dove vadano, ma... ci vanno. E certo è che centinaia e centinaia di passanti tedeschi, francesi, inglesi, russi e spagnoli pernottano in questo albergo....

Elena

(compiendo la frase) ... giapponese.

Ugo

Perchè giapponese?

Elena

È per lo meno giapponese l'albergatrice.

Ugo

Ah, già!... Fritz vi avrà riferito.... Sì, difatti.... Quei suoi gestucci... quei suoi passettini.... Ma non credo che sia veramente....

Elena

E s'è sentita proprio male quella poverina?

Ugo

Proprio male!... Un caso impressionante, vi dico!

Elena

Guardate un po' che altro incidente bizzarro!

Ugo

Bizzarro, poi, non molto. Non è scritto che un'albergatrice debba crepare di salute.

Elena

Ma, intanto, torniamo ab ovo. (Sedendo) Dove dormirete, voi?

Ugo

(prende una seggiola e siede in faccia a lei.) È la domanda che io vi rivolgo.

Elena

Dovreste rivolgerla a voi stesso.

Ugo

Io non avrei che rispondermi.

Elena

Figuratevi io!

Ugo

(cercando le parole) Però... se foste penetrata di carità cristiana, non vi rincrescerebbe eccessivamente di farmi qualche concessione....

Elena

Per esempio?

Ugo

Tollerare la mia presenza.

Elena

Voi siete matto!

Ugo

Per non dare nessunissimo strappo alla pudica riservatezza che vi distingue, potreste avere l'abnegazione di rinunziare al conforto del letto, rivelatore indiscreto d'ogni plastica eventualità del sonno e dei sogni, e rassegnarvi allo... sconforto di quella poltrona.

Elena

E voi?

Ugo

Mi accontenterei di dormire umilmente ai vostri piedi.

Elena

Io non saprei consigliarvelo, perchè sareste tempestato di calci.

Ugo

Ma, tenendomi a una certa distanza....

Elena

(levandosi) No, no! Decisamente no. Io sono molto stanca e ho urgente bisogno di mettermi a letto. Lo sconforto della poltrona non mi garba. E poichè i tedeschi, i francesi, i russi, gl'inglesi e gli spagnoli hanno occupato tutto l'albergo, a voi non resta da fare altro che passeggiare all'aria aperta. D'altronde, pagherete così il fio dell'insistenza petulante di ben venti giorni con la quale mi avete indotta a tornare a Napoli in automobile. In treno, ci saremmo arrivati non più tardi di mezzanotte. Invece, noi ci troviamo alle undici di sera in un villaggio inverosimile con l'aggravante di doverci rimanere fino a domani.

Ugo

È molto deplorevole, ma io non ne ho colpa. Mi mortificate ingiustamente....

Elena

Questo è il vostro nécessaire... (Glielo appende a una mano.) Questo è il vostro bastone... (Glielo caccia nell'altra.) Questo è il vostro berretto... (Glielo pone in testa con la visiera all'indietro.) E buona passeggiata!

Ugo

(si alza) Io vado a passeggiare, ma voi non avete cuore!

Elena

Chi ha sonno non ha cuore. Del resto, fa caldo, e c'è, per di più, un delizioso chiaro di luna. Volendo, potreste dormire abbastanza piacevolmente nell'automobile.

Ugo

(in un tono tragico) E i lavori di riparazione?!... Voi dimenticate nientemeno i lavori di riparazione, mia cara signora! Il povero Fritz per poter smuovere, domattina, quel macigno, dovrà lavorare tutta la notte. Non vi ha informato anche di questo? Si tratta di un guasto enorme, sapete! (Con voce commossa) Il motore è ridotto in uno stato... che fa pietà!!!

Elena

Eppure, ci siamo fermati così tranquillamente, così regolarmente! Non uno scoppio. Non una scossa.

Ugo

Avrete sentito, per altro, che lo chauffeur ha esclamato: «Morte a San Pecorone!»

Elena

E che vuol dire «Morte a San Pecorone!»?

Ugo

In fondo, non vuol dir nulla, ma è la sua bestemmia nei casi gravi.

Elena

Mi pare che questa volta il caso grave sia stato molto misterioso.

Ugo

Misterioso per voi che non siete un meccanico. (Cogliendo il pretesto, siede di bel nuovo, in una mano il nécessaire, nell'altra il bastone, in capo il berretto con la visiera sulla nuca.) Credete a me, signora mia: quando il motore....

Elena

Alzatevi, alzatevi, signore mio! Del vostro motore mi parlerete a lungo domani....

Ugo

Volevo solamente spiegarvi.... Quando il motore....

Elena

Io ho sonno!

Ugo

Avete sonno: questo è evidente. Ma io mi sbriglierò in poche parole.... Quando il mo....

Elena

Non vi ascolto più! (Imbestialita, si tappa le orecchie con le mani.)

Ugo

(scatta e si agita per la stanza) Non c'è bisogno che vi otturiate le orecchie. Vi obbedirò... Me ne andrò... Passeggerò.... Ma spero, se non altro, che non mi lascerete andar via senza assicurarmi che non mi serbate rancore per l'incidente occorso. Mi fate almeno questa gentilezza?

Elena

(con le orecchie ancora ostinatamente tappate, non ode — non risponde.)

Ugo

Io sono responsabile, è vero, di avervi indotta a tornare a Napoli in automobile.... Ma voi sapete benissimo che l'ho desiderato per passare parecchie ore vicino a voi. Mi potete, in buona fede, rimproverare per questo?

Elena

(ha le orecchie tuttora tappate: non ode — non risponde.)

Ugo

Non sono io, forse, innamorato di voi?... E allora?

Elena

(non ode — non risponde.)

Ugo

Secondo voi, i soli mezzi di manifestazione dell'amore sono la posta, il telegrafo, il telefono, il semaforo, la radiotelegrafia e i colombi viaggiatori?!

Elena

(non ode e non risponde.)

Ugo

Non ammettete dei mezzi meno platonici, meno ambigui, meno tormentosi?...

Elena

(impassibile, non ode — non risponde.)

Ugo

No? (Pausa.) No? (Pausa.) Nooo? (Pausa.) (Poi, repentinamente, col gesto di chi sta per scoppiare, piglia la rincorsa ed esce dal fondo.)

Elena

(stappandosi le orecchie) Finalmente! (Ha una piccola aria di trionfo puntiglioso, e va a girare la chiave della porta dalla quale è uscito Ugo.) Te la faccio goder bene la panna! (Si toglie i guanti e l'over-coat. Siede davanti alla toeletta e si dispone a sciogliersi un po' i capelli.)

(Ma ecco dei picchi all'uscio, e, insieme coi colpetti lievi, la voce di Ugo s'insinua.)

Ugo

(di fuori, lamentosamente, strascicando le sillabe) Signora Elena!

Elena

(tra sè:) Lo sapevo, io!

Ugo

Signora Elena!

Elena

Che altro v'è accaduto?

Ugo

La porta dell'albergo è chiusa.

Elena

Apritela.

Ugo

È chiusa a chiave.

Elena

Una porta chiusa a chiave si apre sempre molto facilmente con la medesima chiave con cui è stata chiusa.

Ugo

La chiave non c'è più.

Elena

Chiamate la giapponese.

Ugo

L'ho chiamata. Non ha risposto. Credo che sia morta.

Elena

Pregate per lei.

Ugo

Mi affretto a pregare per me stesso, provvisoriamente.

Elena

Fate pure.

Ugo

Sono già in atto di preghiera! Sono già genuflesso. Ma il mio Dio siete voi, signora Elena!

Elena

Grazie, troppo onore!

Ugo

Considerate che corro il rischio di morire anch'io, in questo corridoio oscuro e asfissiante peggio di una catacomba. Vi chiedo un poco di aria e di luce. Movetevi a compassione del più disgraziato fra gli Sperduti nel buio!

Elena

Siete noioso come il dramma omonimo.

Ugo

Lo so.

Elena

(tra sè, sorridendo) Ma che impostore! (Si alza, tentennando il capo, e lentamente va ad aprire.)

(L'uscio, schiudendosi, scopre Ugo inginocchiato sulla soglia, con in una mano il nécessaire e il berretto, nell'altra il bastone e la lunga spolverina che si è tolta.)

Elena

(dando in una gran risata) Ah ah ah ah!.... Che figura ridicola!

Ugo

(senza alzarsi) Non lo metto in dubbio.

Elena

Ci pensate, voi, a quello che direbbero tutte le vostre vittime vedendovi in questa posizione?

Ugo

Non mi sono mai vantato di aver fatto delle vittime, ma, se ne avessi fatte, direbbero che voi siete la loro vendetta. Senonchè, badate! (Si rizza e si avanza) Le donne che torturano gli uomini sanno quel poco che ci guadagnano, ma non sanno quel molto che ci perdono!

Elena

Un ammonimento?!

Ugo

Un piccolo monito suggeritomi dall'esperienza.

Elena

Col quale monito vorreste persuadermi di accogliervi per una notte intera nella mia camera?

Ugo

Per le circostanze ineluttabili, beninteso, che il fato si è compiaciuto di accumulare!

Elena

Staremo a vedere se sono proprio ineluttabili!

Ugo

Staremo a vedere. (Si libera di tutto ciò che ha in mano.)

Elena

Io conto, per esempio, di far resuscitare la giapponese.

Ugo

«Surge et ambula»?... Ho paura che non ci riuscirete.

Elena

(cercando intorno) Tenterò.

Ugo.

Ma che cercate?

Elena

Semplicemente il bottone del campanello, mio buon signor Ginetti.

Ugo

(zelante) Il bottone del campanello è lì, visibile a occhio nudo. (Indica il bottone accanto al letto.) Suonate! Suonate!

Elena

Com'è che non avete provveduto in tempo a sottrarlo?

Ugo

(con fierezza) Mi sospettereste capace di simili gherminelle?

Elena

E non avete forse sottratta or ora la chiave della porta che non vi conveniva di aprire?

Ugo

(inalberandosi) Ma questa è una calunnia, signora Elena! Sicuro!... È una calunnia perfidissima! Accusarmi d'aver sottratta una chiave come un ladro che prepari una impresa notturna?!... Ah, è troppo!

Elena

Del resto, se risuscita la giapponese, poco male. In un modo o nell'altro, il problema della porta chiusa sarà risoluto. (Si avvicina al bottone e vi preme un dito.)

(Si ode, insistente, il trillo interno del campanello elettrico.)

Ugo

È doloroso che voi possiate attribuirmi delle azioni così puerili e così sfacciatamente ignobili!... (Profitta del momento che egli crede propizio, e infila sotto la tovaglia della toeletta una grossa chiave che ha cavata da una saccoccia, alla chetichella.)

Elena

(sorprende l'atto con la coda dell'occhio e dissimula) Mi fa piacere che le chiamiate voi stesso puerili e ignobili! (E séguita a calcare il bottone, interrompendo ogni tanto per parlare e suscitando a intervalli nuovi trilli argentini.)

Ugo

(con voce disdegnosa) Ebbene, o signora, io non voglio restare sotto il peso della vostra accusa!

Elena

Bravo!

Ugo

Mi esibisco alla vostra perquisizione. Perquisitemi!

Elena

No, caro.

Ugo

Allora, avete il dovere di ritirare l'accusa.

Elena

Sì, caro.

Ugo

(sedendo imperterrito) Mi dichiaro soddisfatto. L'incidente è esaurito.

Elena

Esauritissimo! (Rimette il dito sul bottone e ve lo tiene fortemente, senz'altre interruzioni, sicchè il campanello strepita con una continuità esasperante.)

Ugo

(dopo averlo sentito strepitare un bel po') Che ve ne pare? Risuscita o non risuscita?

Elena

(rinunziando e dominando la stizza) No!... Non risuscita!

Ugo

L'avevo preveduto!

Elena

Bisogna convenire che tutto procede a meraviglia!

Ugo

(in un sospiro di affettata rassegnazione) Mah!

Elena

Sicchè, è deciso. La famosa porta rimarrà chiusa, voi rimarrete qui a ronzarmi intorno fino a domani mattina, e io sarò costretta a dormire sopra una poltronaccia sgangherata, lasciando che il sonno duro della stanchezza mi esponga, senza nessuna difesa, alla insolente curiosità dei vostri sguardi!

Ugo

Via,... non parlate così.... Il vostro sonno, per quanto duro, non potrebbe che elargire qualche nuovo dettaglio estetico alla mia ammirazione. Ma nemmeno questo accadrà.... Sono stanco anch'io.... Dormirò anch'io profondamente.... Tranquillatevi, ora. (Sorride, tra sè, maliziosamente, di ciò che crede di darle a bere.)

Elena

(profitta dell'istante in cui Ugo non la guarda e solleva il lembo della tovaglia sotto la quale è nascosta la chiave, con la evidente soddisfazione d'aver visto bene il nascondiglio.)

Ugo

(continuando) E poi, già, lo ripeto: è inutile volersi ribellare a quel maligno potere imperscrutabile che si chiama il fato. Comunemente si suol dire: il diavolo ci mette la coda. Ma è il vero fato, vedete! Il vero fato greco!

Elena

Preciso! (E, mentre Ugo chiacchiera, ella, pazientemente, colloca la poltrona in modo da dargli le spalle e vi si sdraia allungando le gambe.)

Ugo

Sì sì, preciso. Non c'è da canzonare. Io e voi siamo come due personaggi d'una commedia scritta oggi con dentro il fato della tragedia ellenica. Esso, del resto, è stato appunto introdotto recentemente nella nostra scena di prosa, perchè tutto ciò che è... molto greco... ha un singolare risveglio nelle abitudini moderne. (Mutando) Volete indicarmi quale dev'essere il mio posto affinchè voi crediate meno compromettente la durezza del vostro sonno?

Elena

Alle mie spalle. Molto lontano da me. Molto!

Ugo

Vi servo sùbito. (Colloca la sua sedia, lontanissimo da Elena, con la spalliera rivolta al dorso della poltrona.) Va bene questa distanza?

Elena

Va bene.

Ugo

(rubando repentinamente un po' di spazio, siede più vicino e allunga le gambe come lei.) Buona notte.

Elena

Buona notte!

(Qualche minuto di silenzio.)

Ugo

(studia e rumina il modo di trar profitto dalla situazione.)

Elena

(in vedetta, non cessa di sorvegliarlo.)

Ugo

(a un tratto, si colpisce forte la guancia con la palma d'una mano.)

Elena

Cos'è?

Ugo

Una zanzara!... Non avete udito...? (Interroga, imitando il ronzio della zanzara.)

Elena

Non ho udito.... Cominciavo ad assopirmi...

Ugo

(gradevolmente sorpreso) Di già?!... Mi dispiace d'avervi disturbata; ma io non so resistere all'assalto di quelle bestiole ingorde. (Dandosi un secondo schiaffo violento) Eccone un'altra! Sono attirate dai raggi frizzanti della lampadina e s'insinuano dalle fessure della finestra sconnessa. (Poi, timido) Non... credereste... opportuno... che io... che io... spegnessi?

Elena

(severissima, levandosi) Ve lo proibisco assolutamente!

Ugo

Per le prevenzioni che voi avete contro la curiosità dei miei sguardi, dovreste gradire l'oscurità.

Elena

Niente affatto! Gli uomini della vostra specie sono come i pipistrelli: all'oscuro ci vedono meglio! (Indi, in tono di concessione) Io vi posso permettere, al più al più, di attenuare un po' la luce.

Ugo

Attenuerò. Qualche vantaggio se ne avrà. (Si alza.) Mi ci vorrebbe un panno... un panno floscio per avvolgere la lampada come in un vestito... Ho trovato! (Prende la sua spolverina, trasporta fin sotto la lampada la sua sedia e vi sale in piedi. — La spolverina che egli regge pel bavero si allunga dall'alto.)

Elena

Ma che volete fare? Uno spaventapasseri? Attenuate troppo con tutta codesta palandrana. Basta un pezzo di carta.

Ugo

Non ne ho.

Elena

Un fazzoletto.

Ugo

Ne ho uno solo.

Elena