CANDAULE


CANDAULE

VIGILIA DI NOZZE
RICCARDO IL TIRANNO
DA UNO SPIRAGLIO

RACCONTI

DI

ROBERTO SACCHETTI

MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1879.


PROPRIETÀ LETTERARIA.

Tip. Treves.



[INDICE]


CANDAULE

I.

La cosa è nata in questo modo.

Il barone di Ruoppolo stava giocando coll’avvocato Varriale.

Dietro a lui, seduto sul divano, Attilio Carminati, giovane pittore siciliano che veniva al Club Sebeto per la prima volta, discorreva col marchese Jomelli, con don Primicile Assante, e col figlio di Rocco Campoluongo.

Il barone si voltava qualche volta e s’intrometteva nei loro discorsi. Si sa che non era possibile parlare in presenza sua di una cosa bella, preziosa — sopratutto costosa — senza ch’egli venisse fuori a vantarsi d’averne una dello stesso genere infinitamente più bella, più costosa: — egli faceva venire i suoi tappeti da Smirne e da Teheran, le sue sete da Yeddo, i suoi cavalli dall’Holstein o dal Magreb, — gli aranci da Milis, le carte da Londra e i fiammiferi da Moncalieri. Le sue millanterie erano spasso inesauribile della società e prova gustosissima a cui si cimentava di solito la pazienza dei nuovi, ignari della sua bizzarria. Quando essi cominciavano ad irritarsi li si avvertiva e si rideva insieme. Ma quella sera la scena era andata un po’ troppo in là. Il barone quando perdeva, beveva — e quando beveva diventava più loquace del solito. Egli aveva già interrotto tre volte il Carminati: e questi senza scomporsi l’aveva rimbeccato così lepidamente che quei piacevoloni ci avevano preso gusto.

Finalmente il pittore prese a contare le meraviglie di una modella che aveva tolto a Capri.

E il barone daccapo a tentennare e a dimenarsi sulla sedia.

Allora l’altro che incominciava a perdere la pazienza, lo apostrofò, dicendo:

— Scommetto che lei sente il bisogno irresistibile di confidarci che ha qualcosa di meglio della mia Nunziata.

Il barone fe’ cenno di sì.

— Senza complimenti, cos’è? Venere Afrodite per lo meno... che senza dubbio lei ha acquistato all’incanto dell’Olimpo.

Risero tutti. Ma il barone, serio come un uomo che ha misurato esattamente tutta la capacità del proprio ventricolo, s’alzò, venne, barcollando un po’, a piantarsegli davanti colle braccia conserte, e disse:

— Io posseggo — scherzi a parte — la più bella persona del mondo.

Un coro di burlesca ammirazione rispose a queste parole.

— La più bella persona del mondo, ripetè il barone.

— Io non credo niente affatto, soggiunse risoluto il Carminati; anzi sostengo la superiorità del mio soggetto e m’impegno a dimostrarlo, non come gli antichi paladini, con lancia e spada, bensì con una prova più confacente al positivismo del tempo nostro e molto più concludente: un confronto.

— Bene! bravo! gli gridarono.

— Un confronto e una scommessa.

— Benissimo!

— Accettate? domandò Carminati al barone.

— Vi avverto, barone, disse il marchese Jomelli, che non avete detto viso, figura — ma persona.

— E già, replicò il pittore, sicchè va il confronto?

— Un confronto, eh diamine, borbottò il barone lisciandosi impensierito la fronte, come si fa a persuaderne mia moglie?

— Si tratta di lei? domandò il Jomelli.

— Sicuro!

Ammutolirono dello stupore. Poi al silenzio seguì poco a poco un confuso mormorìo:

— La conosci?

— L’avete vista?

No; nessuno l’aveva vista. Molti ignoravano persino che il di Ruoppolo avesse moglie.

Il Carminati strinse con una cinica smorfia le labbra.

— Ciò non mi riguarda, disse; io vi dico questo solo: o scommettere o tacere.

Scoppiarono risa sgangherate, irrefrenabili e battimani fragorosi.

Si fe’ crocchio intorno ai due antagonisti, che rimasero fermi l’uno di fronte all’altro — il Carminati sdraiato nella posa del me n’infischio — il barone in piedi, meditabondo, assorto come fosse solo in mezzo a un bosco. Anche i servi erano accorsi con quella dimestichezza che essi prendono nelle società d’uomini viziosi.

Il cinismo aveva al Club Sebeto delle tradizioni abbastanza ricche: ma quello fu certo uno degli scandali più piccanti.

Una di quelle farse sinistre che spesso finiscono male.

Tutti erano invasi da un feroce umorismo.

Il solo barone, solennemente ubbriaco, sopraffatto, taceva in mezzo alla burrasca di scherno che gli rombava dintorno.

— O scommettere o tacere, ripetè il pittore.

— Tengo per il Carminati, strillò colla sua voce femminea il giovinetto Campoluongo.

— Ed io per il barone, disse l’avvocato Varriale.

— Una scommessa? domandò il barone che finalmente aveva capito.

— Fissate voi la posta, soggiunse Carminati. È inteso che voi fornirete, per ciò che vi spetta, i mezzi di giudicare. Jomelli sarà il mio perito, accetti?

— Perbacco, sclamò il marchese sbellicandosi dalle risa, orsù barone le vostre condizioni.

Di Ruoppolo, sempre più ottenebrato, ricascava nelle sue riflessioni.

— Date indietro?

— Oh! oh!

— Fiasco, fiasco! urlarono, viva la Nunziata!

Il barone fe’ uno sforzo per farsi sentire in mezzo al laido baccano.

— Silenzio, urlò Jomelli, lasciatelo dire, sentiamo, accettate?

Di Ruoppolo si lasciò cadere sopra una sedia borbottando:

— Eh diavolo! accetto!...

Allora si fe’ innanzi un nuovo interlocutore; un giovane di aspetto buono, che nessuno conosceva, ch’era stato condotto da qualcuno già uscito, che aveva giocato, perso e pagato una somma ragguardevole, e s’era poi, durante la ridicola scena, tenuto in disparte. Egli entrò in mezzo e disse:

— Suvvia signori, qui si oltraggia una donna.

Queste semplici parole pronunciate con un sensibilissimo accento calabrese, e con una grande dignità, smorzarono ad un tratto l’ignobile ilarità chiassona della brigata.

Il giovane guardandosi attorno, in mezzo a un silenzio profondo, proseguì:

— C’è bisogno che io vi dimostri a voi che sembrate gente per bene che una siffatta scommessa è indecorosa non meno per chi la fa che per chi l’accetta? e poi....

Egli indicò con un’occhiata espressiva lo stato del barone, e soggiunse:

— Vi pare?

Il Jomelli si morse il labbro, e pallido pallido, disse:

— E se non mi paresse?

— Me ne rincrescerebbe... per voi.

— È un’impertinenza, gridò il piccolo Campoluongo alle spalle dello sconosciuto che non si voltò neppure.

— In ogni caso, disse Jomelli, sarei curioso di sapere a chi dovrei rendere conto delle mie opinioni.

— Anch’io, urlò furente il Campoluongo.

— E anch’io, aggiunse Carminati.

— Abbiate pazienza, disse Jomelli rivolto ai compagni, abbiate pazienza, il signore parla con me.

Il giovine trasse la propria carta di visita, la porse al marchese.

— Sta bene, disse questi ricambiandola con la propria, con gesto sicuro ma senz’ombra d’insolenza, sta bene, a domani.

— Ai vostri comandi.

E s’inchinarono.

Il marchese uscì e gli altri lo seguirono, ultimo il Campoluongo, il quale inviperito fe’ un grande sciupìo di occhiate fulminee all’indirizzo dello sconosciuto.

Questi passeggiò su e giù per la sala respirando a pieni polmoni come uno che, con una buona sfogata, si è levato un gran peso dal cuore.

Il barone era rimasto intontito nell’angolo presso il divano; la brigata l’aveva dimenticato.

Il giovane venne a porsegli davanti.

— Ebbene scommettiamo, mormorò il barone, poi si guardò intorno stupito di veder la sala vuota.

— Andiamo? disse lo sconosciuto.

Il barone s’alzò. Ed uscirono.

Erano gli ultimi. Il biscazziere che spegneva i lumi li accompagnò per chiudere. Sulla soglia trattenne il giovane e gli disse sottovoce misteriosamente:

— Una parola, eccellenza. Voi siete un gentiluomo davvero. Avete perduto e nondimeno mi regalaste generosamente. Sono carico di famiglia e vi ringrazio pei miei figliuoli. In compenso permettete vi dia un consiglio. Sfuggite il barone; egli è uno iettatore tremendo.

Era tardi; o meglio, per tempo — le tre e mezzo del mattino. Nella strada non si trovava più una carrozzella.

Il barone s’era avviato. Camminava barellando a zig-zag — ma senza fermarsi, come uno che ha l’abitudine di rincasare ogni mattina senza darsi pensiero della strada.

Però il giovine non ebbe il coraggio di lasciar andar così un uomo cui lo legava una grande obbligazione; stette un qualche minuto perplesso, poi affrettò il passo, raggiunse il barone, passò il proprio braccio sotto quello di lui.

Quegli lo lasciò fare.

Proseguirono così qualche tempo in silenzio.

Ad un tratto il barone si fermò e fece per voltarsi indietro.

— Dove andate? gli chiese il giovane.

— Al Club.

— Ma a quest’ora è chiuso.

— È chiuso?

Allora soltanto si accorse del compagno: lo squadrò con diffidenza.

— Perchè mi avete fatto uscire?

— Non v’era più nessuno.

— Ah! non v’era più nessuno....

Riflettè un altro po’.

— E la scommessa? disse poi, cercando di raccappezzarsi.

— Non ve ne date fastidio....

— Come?

— Non siete punto compromesso, non abbiate paura.

— Ma che paura? io, paura, vedrete, torno al Club, mi sentiranno.

— Vi ripeto che non c’è più nessuno.

Dopo qualche minuto riprese stizzito:

— Paura, paura di perdere io? Non sono mai fuggito, non fuggirò mai davanti ad una scommessa.

— Non siete mica fuggito: siete uscito l’ultimo.

Ciò parve quietarlo un poco: brontolò:

— Va bene.

Ma poi tornò daccapo a dire:

— Io paura di perdere! ah! io posso confonderli tutti. Non sapete voi....

Il giovane cangiò discorso:

— Barone, sentite. Voi mi avete reso stassera un grande servizio; e appena mi conoscete. Non vi parlo di riconoscenza, ma di affari. Domani ho una partita d’onore che può interrompere la nostra relazione. Chissà quando ci vedremo. Però, qualunque cosa accada, voi riceverete entro la giornata una mia obbligazione e io avvertirò, ad ogni buon fine, mio zio perchè provveda a soddisfarvi.

Il barone non gli dava retta.

L’altro gli domandò:

— Va bene? Voi non dovrete perderci.

— Perdere! sclamò il barone cui la parola «perdere» udita a caso ritornava al discorso di prima. Ma non sai, amico, ch’io sono sicuro del fatto mio?

Il giovane fe’ un gesto d’impazienza, quasi di ripugnanza, e ritrasse la mano.

Questa volta fu il barone che lo afferrò vivamente pel braccio.

— Non credi? Se tu la vedessi! Ti giuro, è la più bella donna che esista, e, sai, me n’intendo, ne ho vedute tante, ho frugato tanti paesi prima di imbattermi in lei: ho tanto ponderato la mia scelta!

All’aria aperta l’influenza dei liquori tracannati dileguava, ma sottentrava in lui il periodo della tenerezza, della loquacità confidente.

— Ascoltate amico — tornava a dargli del voi. — non vi conosco che da stassera, ma voglio che siamo amici — e lo saremo.

Il giovine non potè trattenere una smorfia di disgusto.

L’altro continuò:

— Io sono ricco — molto ricco, e dal giorno che mi trovai padrone di una grande sostanza ho promesso a me stesso che in ogni cosa avrei avuto ciò che di meglio esiste sulla terra. Ci sono dei ricchi quanto me, più di me — non molti, ma ce n’è — ma io mi picco d’avere il talento della ricchezza: è una superiorità che non tutti possono avere — vi pare?

Il giovane non rispose; non l’ascoltava.

Il barone rispose:

— La vita è tanto breve e l’importante è stiparvi quanti più piaceri vi riesce. Io mi sono pensato di farmi un paradiso in questo mondo, posto che nell’altro non ci credo troppo. Venite a casa mia e vedrete che non ci ho nulla di mediocre, nulla che non sia stato scelto con una infinita spesa e cure infinite là dove si poteva trovar migliore. Il golfo è la meraviglia del mondo, vero? Ora la posizione del mio villino a Mergellina è la più bella del golfo: in faccia al Vesuvio, alla città, a Capri, al mare aperto, in vista e raccolta, prominente e al riparo dei venti: nel mio giardino crescono le palme e gli abeti, le fragole e i fichi moreschi, le viole e gli aloe. Vedo i vapori che arrivano, sono in città, sono in una solitudine, sono dove voglio: ho Napoli ai miei piedi, me la godo, la tengo lontana — come mi pare. — E la mia palazzina è un incanto, vedrai. Se sapessi quanto l’ho curata! La teneva il principe Pulski per una sua bella che aveva menato da Parigi: ti conterò poi tutta la politica che ho dovuto usare per farmela cedere: bisognò regalare lautamente la bella perchè ella, facendo la commedia della noia e dei capricci, mostrando una subita sazietà della villa inducesse il suo protettore a disfarsene. Il principe già ne aveva fatto una magnificenza; ma molto restava da farsi. Completai io l’opera sua. Profusi i marmi d’Italia, i legni preziosi dell’Asia, l’oro, le sete, gli arazzi. Ma quando il piccolo eliso fu perfetto mi ci annoiai, mi ci sentii solo...

S’interruppe. Si passò una mano sulla fronte, poi proseguì in tono di malinconica confidenza:

— Oh la noia e la solitudine sono i miei nemici; mi perseguitano senza posa. Pensare che c’è degli avari che serrano i loro tesori, degli egoisti che si grogiolano nei loro godimenti solitari come il cuculo nel nido usurpato. Perchè non ho io quell’indole? Potrei essere tanto felice?

E, fermandosi, con dispettosa vivacità:

— Invece io non godo nulla se non ho compagnia nel piacere. Vedete. Io ho beneficata tanta gente che quasi non conoscevo: ho diviso più volte il mio denaro col primo capitato: non ho fatto che degli ingrati. I servi, appena si sono impinguati a spese della mia tolleranza, scappano a precipizio. Mi sono menato in casa tre donne l’una dopo l’altra, tre cenciose creature da me raccolte affamate sulla strada, le ho coperte di seta e di gemme — e tutte mi hanno abbandonato per correre dietro a degli spiantati che a quest’ora certo le battono come giumente. Dicono che gli amici piovono a sciami in casa del ricco: essi sfuggono la mia. Alla fine ho pensato di prendere moglie, di mettere dalla mia la legge e la morale: ho cercato un idolo degno del tempio che avevo preparato; ero stanco della bordaglia venale, delle cortigiane infedeli. Mi diedi a cercare una donna di condizione e bella. E ci riuscii; trovai le due qualità riunite in una perfezione eccezionale. La mia Vittoria è d’una nobile famiglia di Siracusa imparentata con tutto il più alto patriziato di Sicilia e con parecchie delle prime case di Napoli. Ebbene! mi illudevo che ella col suo grado, la sua educazione, il parentado avrebbe attirato da me una società ammodo e che le sue grazie potessero trattenervela; mi illudevo di aver finalmente una casa brillante, conversazioni, festini.... mi illudevo! Mia moglie è una Diana scontrosa, una santa.... che so io! un mostro di serietà. Ed è giovanissima: a quell’età tutte le donne leggiadre, ricche, corrono avidamente incontro agli omaggi, ai piaceri del mondo.... La mia niente affatto. Ella non riceve, non va da nessuno, non vede che la sua cameriera e il giardiniere, un vecchio orso guercio che ha portato con sè da casa sua. Passa la giornata e spesso anche le notti immobile alla finestra a contemplare il mare. Dicono che i romanzi accendono la fantasia, insinuano il veleno dell’ambizione e della vanità nei cuori delle donne più rigide; gliene ho recati un subisso: — oh sì, baie! Tutte le tentazioni scivolano sopra la sua anima di acciaio senza potervi far presa. Con me non scambia dieci parole in una settimana: sempre impassibile, imperturbabile, mi dà soggezione, mi uggisce. Lo credereste? Sono ridotto a sfuggirla. Non c’è forse al mondo che una donna savia e doveva capitare a me! Con un marito che le lascia la più sconfinata libertà, ella vive come una reclusa. I vicini, chissà mi credono un tiranno geloso. Figurarsi, io geloso! le belle cose si custodiscono, non si nascondono. Ammazzerei il ladro che me le volesse rubare, non le sottraggo all’ammirazione che dà loro lustro e valore. Il valore di una cosa è la stima che ne hanno gli altri. Non è vero? Sono io sicuro del pregio di ciò che posseggo, se non me lo dicono gli occhi, l’invidia degli altri? Che m’importa di dirmi cento volte al giorno che mia moglie è bella! Già potrei dirmelo ugualmente anche se non lo fosse. Vorrei sentirmelo dire dagli amici, dai nemici, dagli altri. E ne avrei il motivo poichè ella è davvero un portento....

Erano arrivati al Leone; il barone di Ruoppolo prese la strada di Mergellina.

Il compagno, rassicurato oramai sul conto di lui, voleva lasciarlo.

Ma egli non lo lasciò aprir bocca, lo trascinò seco.

— Un portento, ripeto, una dea. Non è l’innamorato che ti parla, ma il conoscitore. Ne dubiti? oh è naturale!

E tacque finalmente: era mortificato.

Fecero in silenzio la salita di Mergellina.

Il barone camminava imbronciato e sospirava.

Alla porta del suo villino si fermò.

— Quando ci vedremo? chiese.

— Non so, rispose il giovane.

Di Ruoppolo fe’ un gesto di stizza.

— Ah diamine! come gli altri, anche tu! Quanti mi hanno data qui, su questa soglia, la stessa risposta! aggiunse amaramente. Molti hanno accettato i miei favori; nessuno s’è creduto in dovere di ricambiarmi con uno scrupolo di cortesia.

— Barone, io sono vostro obbligato. La mia vita vi appartiene; disponetene, ma non umiliatemi.

— La vostra vita! che volete che me ne faccia? è un modo di dire. Mi basterebbe la vostra amicizia.

Il giovane esitò un minuto, un minuto solo; poi disse risoluto:

— Voi l’avete.

— Or bene, dammene una prova. Entra con me: suggelliamo la nostra relazione con un bicchierino, come usavano i nostri vecchi. Terminiamo insieme questa notte, che, credo, sarà memorabile per entrambi.

Spinse il cancello, e, attraversando di sbieco un portico, chiuso nel fondo per tutta la sua lunghezza dalla vetrata di una serra, lo condusse a sinistra in una camera a terreno illuminata da una lanterna cinese e ingombra di curiosità preziose.

— Eccoci nel mio appartamento di scapolo, disse il barone. Posso ben chiamarlo così perchè la signora non ci viene mai. Ed io non entro nel suo da gran tempo: le nostre due esistenze rimangono l’una vicina all’altra, senza quasi incontrarsi. Io da questa parte: ella di là.

E trattolo alla finestra che s’apriva entro la serra, allora, in luglio, interamente scoperta, gli indicò di faccia un altro quartiere che faceva esatto riscontro a quello dov’erano loro. Fra queste due ali, — spiccandosi dall’edifizio di fondo che le riuniva e doveva contenere, al pianterreno il portico d’entrata e sopra le sale comuni, — s’avanzava un corpo di fabbrica basso, d’un solo piano, quasi interamente nascosto da vilucchioni di glicine e clematiti e da gruppi di arboscelli.

— Quello divide le nostre serre e i nostri cortili perfettamente simmetrici. Simmetria cui, dentro, non risponde quella delle abitudini. E guardate là quel lume appannato fra i festoni di verzura, sotto il terrazzo all’altro capo della serra; è il bagno della baronessa: ella ci sta in questo momento. È il solo luogo dove, con mille precauzioni, nascosto dietro una porta, io posso, di quando in quando, senza soggezione vederla.

S’interruppe e aggiunse cupamente:

— Io odio quella donna ed ella mi odia; ma l’adoro come forma. Se se ne accorgesse, la sua parola ucciderebbe l’incanto.

Albeggiava: un vago chiaro scuro dava alle cose degli effetti fantastici.

Il vento era cessato; il cielo era sempre nuvoloso. Il giovane non poteva staccar l’occhio da quel misterioso finestrello chiuso da una lastra di alabastro, onde si spandeva in mezzo al fogliame una luce rosea e fioca.

Ad un tratto il barone disse:

— Scommetto che voi mi date in cuor vostro del millantatore e mi accusate di vanti esagerati. Dite la verità.

Aspettò inutilmente una risposta: passeggiò su e giù per la camera; poi si affacciò di nuovo alla finestra, si chinò verso il compagno e gli sussurrò all’orecchio:

— Noi siamo amici: or bene io ti do e ti chieggo una prova d’amicizia. Vieni.

Lo prese per mano e, aperto un usciolino, lo menò nella serra.

Un cane sbucò fuori latrando e addentò per le falde l’abito del giovine.

Ad una voce del padrone si accovacciò.

Attraversarono la serra; il barone teneva sempre salda la mano del compagno e lo guidava frammezzo ai vasi e agli arnesi che ingombravano il luogo.

Il giovine tremava.

— Hai paura? gli domandò il barone.

— Dove andiamo?

Arrivati in fondo, passarono sotto il finestrello illuminato e fecero, ripiegando in cortile, alcuni passi. V’era un mucchio di telai contro il muro; il barone si fermò, ne rimosse alcuni, frugò nell’ombra, poi riafferrato il braccio del giovane lo tirò dentro ad una porticina ch’egli aveva aperta.

Entrarono in uno stretto andito buio, svoltarono a destra e, fatti tre o quattro passi, si fermarono davanti ad una striscia luminosa che rivelava un uscio socchiuso.

II.

La vita solitaria della baronessa Vittoria di Ruoppolo era regolata da abitudini fisse e invariabili.

Tutte le mattine, alla punta del giorno, appena desta, indossava un accappatoio e scendeva nel bagno.

La cameriera l’accompagnava, e risaliva tosto a prepararle il cioccolatte. Poi ridiscendeva ad asciugarla.

Quando ella rientrava nello stanzino, la signora balzava fuori della vasca; montava ritta sopra una predellina ricoperta di un pannolino finissimo, e, tutta stillante, scotendo colla soave maestà del cigno l’ultime goccioline petulanti che le correvano sulla persona senza potersene staccare, si faceva buttare sulle spalle un amplissimo camice ed asciugare diligentemente. Poi ella lasciava cadere ai piedi il camice e sprigionava dalla reticella sulla curva schietta e rosea delle spalle, in anella ed in spire mobilissime, i suoi capelli d’un rosso chiaro, lumeggiati d’oro e quasi sfavillanti.

Allora la donna le cospargeva tutta la persona di polvere di riso profumata e la ritoglieva con una spazzolina minuta di piumino. Poi, con una pezzuola di seta intrisa d’olio odoroso, la strofinava leggermente ridonando alla cute delicata, granita dall’irritazione del freddo e arrossata inegualmente dallo stropiccio, la sua elasticità, la sua morbidezza, la sua tinta lievemente rosata.

E la signora, eretta, la testa leggermente ripiegata indietro, le braccia conserte sul seno, lasciava fare colla immobilità piena di pensiero di una bella statua, impassibile sotto lo scalpello dell’artefice. Pure, talvolta, a una inavvertenza di Concetta, un lampo di collera turbava quella calma superba: la fronte breve e purissima si faceva cipigliosa e negli occhi glauchi balenava uno sguardo di minaccia. Era una bellezza altera, casta benchè conscia di sè stessa; senza abbandoni, senza voluttuose mollezze, una sobrietà di forme verginale, la bellezza della fanciulla e della donna insieme. Vittoria era rimasta a venticinque anni quel che era a quindici e sarebbe ancora a quaranta; una di quelle creature in cui la giovinezza è carattere.

Quella mattina la cameriera aveva fatto più sviste del solito; la sua mano era ripassata due volte lasciando sull’omero una traccia vermiglia; poi nel levarle la polvere s’era indugiata più del bisogno. Il piedino della signora si agitava stizzoso.

— Il cane abbaia, disse Concetta.

La baronessa strinse le spalle. Ma poi anche ella divenne inquieta.

Ad un tratto si voltò verso il corridoio del padiglione.

— Chi è? chiese.

Stette un minuto, poi si chinò frettolosa, raccolse il camice, se ne ravvolse e ripetè imperiosa:

— Chi è là?

La porta cigolò lievemente.

Si affacciò il barone timido, confuso; entrò e rinchiuse.

Ella gli volse un’occhiata di sdegno, cui bisognava rispondere.

— Capirete.... perdonerete, balbettò il marito chinando il viso e sorridendo goffamente.

Un lieve calpestio s’udì nell’andito.

— Cos’è? mormorò la baronessa cui il volto divampò subitamente.

Concetta colla docilità della schiava si mosse.

Il barone le sbarrò l’uscio e disse:

— Vado io.

In quella scoppiò un grande fracasso di una stoviglia che va in pezzi.

— È il cane, brontolò il marito.

La baronessa allora impallidì, gli diè uno sguardo terribile e disse alla serva:

— Andiamo.

La cameriera le buttò sulle spalle l’accappatoio, le calzò le pianelline di raso ricamate in oro, ed uscirono.

Il barone le seguì su per la scaletta e, attraversando lo spogliatoio, penetrò anch’egli nella camera della moglie.

— Voi sarete sorpresa, diss’egli, che...

— No.

— Ho visto il lume nel bagno e volevo salutarvi. Infine non è poi un delitto.

— Concetta, disse la baronessa indicando alla serva la porta della sala, fa lume al barone.

Il marito si ritirò.

Vittoria corse al buio nella stanza vicina, spinse un usciolino a muro che dava su una scaletta a chiocciola e chiamò imperiosa:

— Gabriele!

— Comandi, rispose pronta da basso una voce maschile.

— Un malfattore nel padiglione; piglia lo schioppo, corri, rovista, trovalo — e non lo lasciar sfuggire.

Poi rientrò nella camera, si pose alla finestra ed aspettò, tenendo il fiato, l’orecchio teso.

Nessun altro rumore che il fiotto uguale del mare sulla spiaggia.

Dopo un quarto d’ora un picchio sommesso all’uscio.

— Avanti, disse Vittoria animosamente, con grande sicurezza.

Un vecchietto comparve sulla soglia della camera appena rischiarata dal primo crepuscolo.

— Ebbene, Gabriele? domandò la baronessa.

— Era fuggito già, rispose mortificato il giardiniere.

La signora battè il piede furente, strinse le pugna.

— Per dove?

— Per la finestra del padiglione.

— Quella a mare?

— No, quella verso l’appartamento del barone.

— Un uomo?

Il giardiniere fe’ un passo avanti e le mostrò un cappelluccio d’uomo a piccola tesa.

— Va via! gridò fra i denti la signora presa da una gran collera.

Ella rimase là alla finestra, finchè il sole, spuntando dietro Sant’Elmo, venne a ferirle l’occhio smarrito.

Allora si ritrasse, si buttò sul letto, lacerando convulsa coi denti la federa ricamata dei guanciali per soffocare un ruggito che le squassava il seno.

III.

Alcuni mesi dopo, verso il fine d’autunno, in casa di Ruoppolo, c’erano delle novità. I signori non avevano, come usavano gli altri anni, abbandonata la palazzina di Mergellina. Le sale del primo piano si aprivano ogni sera e ci veniva molta gente.

Il barone vi convitava i suoi amici, e donna Vittoria già così schiva della compagnia e tanto altezzosa, li riceveva e mostrava per questi cavalieri dell’ecartè o del nove una singolare condiscendenza.

Non veniva nessuna persona di condizione — nessuna donna.

— È un’idea di mia moglie, spiegava il barone, ella dice che le donne sono un impaccio. E sentiste come lo afferma con convinzione! Avrei voluto ch’ella frequentasse la società cui per la sua nascita appartiene, oh sì! non c’è stato verso di smuovernela. — E sapete ch’ella non ci sfigurerebbe, aggiungeva.

Egli ne parlava più che mai volentieri. E non era il solo. I fortunati, ammessi alle serate del barone, non erano avari delle loro indiscrezioni: ne chiaccheravano e le facevano nei crocchi degli sfaccendati un grande successo di curiosità.

I giudizii sul suo carattere erano diversi; gli uni dicevano: — è una donna superiore — gli altri: — è una matta.

Si raccontavano delle bizzarrie: che subitamente si stizziva e cambiava di umore; talvolta buona, cortese, si adombrava ad una parola e rispondeva sdegnosa, sprezzante; poi certe sere s’alzava e usciva improvvisamente.

Si notava ch’ella era premurosa con tutti quelli che vedeva la prima volta, s’intratteneva pazientemente con loro, li faceva parlare di sè stessi, li interrogava con una insistenza curiosa. Ma, dopo un paio di sere, se ne stancava e non li guardava neanco più in faccia.

Spesso in lei alle vivacità eccessive succedevano delle distrazioni profonde, quasi cupe.

— È un cervello guasto.

— È un’anima rosa da una cura, sentenziava un osservatore.

— Quale?

— Mettiamo un amore.

— Che! è una donna di ghiaccio!

In una cosa erano d’accordo: sulla sua bellezza.

Il Carminati, che l’aveva vista dei primi, s’era affrettato a gettare tutte le sue riserve, e, sacrificando la sua modella, con grande soddisfazione del marito, aveva sclamato:

— Ciuco io, che quasi mi faccio ammazzare per negare quella luce di Dio vera.

E battendo sulla spalla al barone:

— Voi siete davvero l’uomo più fortunato della terra.

— Ammeno che ce ne siano degli altri, mormorava qualche scettico.

Non si può mai giurare di nulla, ma di quanti la conoscevano, che tutti, dal più al meno, le avevano fatto la corte, nessuno osava vantarsi di qualche parzialità a suo favore, e tutti se ne consolavano constatando le sconfitte dei compagni.

— Poh? ci sono ancora delle donne che resistono? aveva sclamato l’imberbe Campoluongo una sera, masticando bravamente l’enorme imperiales che gli rivoltava lo stomaco. Ma, presentato a donna Vittoria, per un pezzo non seppe dir verbo; poi, quando messo in puntiglio, s’era arrischiato ad aprir bocca, alla prima parola s’era fatto mettere alla porta.

La baronessa era convalescente da una malattia grave.

Don Primicile Assante, il fisiologo da caffè, soprannominato Teoria, attribuiva a questa crisi il repentino mutamento nelle maniere della signora e aveva sollecitato l’onore di esserle presentato per studiare in lei il suo famoso sistema della trasformazione dei temperamenti. Naturalmente egli aveva subito trovato il suo conto e una moltitudine di indizi, di argomenti per confermarsi nelle proprie idee. La baronessa a cui avevano parlato di questo suo ticchio, ci pigliava spasso grandissimo. — Con un vago sorriso pieno d’ironia lo stava ascoltando mentre egli le dimostrava con una inesauribile facondia come e qualmente i caratteri, i temperamenti sieno mobilissimi, e basti una malattia od anche una commozione a mutar i sanguigni in nervosi, i biliosi in sanguigni.

— Voi ne siete una prova chiarissima: biliosa, ipocondriaca fino a pochi mesi fa, avete mutato subitamente carattere, io, materialista, direi temperamento. La malattia ha dato sfogo agli umori che vi corrompevano il sangue; l’ha depurato dalla linfa soverchia; voi siete tutt’altra da quella di prima.

— Come sapete questo? domandò donna Vittoria.

— Potete voi negarlo? Non è vero forse? Verissimo. Voi ammettete di aver cambiato carattere. Ebbene a questo cambiamento, dirò così, morale, corrisponde inevitabilmente una alterazione fisica. Anzi le due cose non ne fanno veramente che una sola. Io, materialista e fisiologo, le esprimo tuttedue col solo sostituire, a quella vaga e indeterminata parola carattere, quest’altra temperamento ugualmente generica ma più definita, temperamento che vuol dire qualità e quantità e proporzione costitutiva, ordine e intensità di funzioni e vuol anche dire inclinazione e sentimento. Ora statemi bene a sentire quanto importi tener conto di questo fatto della mutabilità di temperamento. Scendiamo alla pratica. Facciamo una brutta supposizione: che voi non vi sentiste bene e aveste bisogno di una cura. La medicina, si sa, non è che uno stimolo, un aiuto alle tendenze buone, alle forze riparative della natura. Bisogna dunque poterle conoscere e valutare: sapere donde vengano, dove mirano. Voi siete cambiata, una rivoluzione è succeduta in voi; e il vostro medico, uno dei soliti praticanti mal pratici, un mestierante, cosa fa? o vi conosce da molto tempo e vi cura come avrebbe potuto farlo prima: o è nuovo, e, ignorando i vostri precedenti fisiologici, trascura i resti dell’antica individualità che, secondo l’indole loro, bisogna distruggere o rinforzare; quindi o una cura sbagliata, — o una cura monca, insufficiente. Vi persuade? Vi raccomando invece la superiorità del mio sistema: io faccio un doppio processo, d’induzione e di deduzione. Per l’uno risalgo al passato, per l’altro discendo all’avvenire: indago e prevedo. Vi sorprende? colla stessa certezza con cui mi sento di presagirvi un nuovo sviluppo della nostra vitalità, un periodo più ricco e più vivace, potrei descrivervi tutte le primitive inclinazioni, le vostre più intime abitudini....

La baronessa, che l’aveva ascoltato ridendo e sbadigliando un poco, aggrottò subitamente il ciglio; la sua faccia bianca si tinse leggermente; un breve tremito contrasse il sorriso del labbro. Piantò gli occhi in viso al dottore e disse:

— Sentiamo, dunque.

Don Primicile non si scompose: soltanto, smessa con una mobilità ammirevole la solennità cattedratica, le diè un’occhiata insinuante, poi rifacendosi serio ad un tratto:

— Ah se la signora permetterà ch’io le faccia una visita; e mi accorderà un colloquio....

— Impertinente, mormorò la baronessa fra i denti.

— La medicina è una dama ed ha il suo pudore.

— Quello che forse manca al medico, disse donna Vittoria.

Il vanitoso sorrise.

La baronessa riprese con severo cipiglio:

— Siete sicuro voi del vostro sistema?

Egli non capì. Rispose:

— Infallibile.

Poi riprese sul tono di prima:

— Facciamo la controprova? Guardate il capitano Zaverio; a lui è accaduto tutto il contrario che a voi. Era, l’aveste veduto tempo addietro, gioviale, allegro, un temperamento sanguigno della miglior specie; ad un tratto fu assalito dall’ipocondria, ed eccolo lì gramo malinconico — temperamento bilioso e nervoso.

— E la causa qual fu? chiese donna Vittoria.

— Oh la causa non si sa.

— Come non si sa? sclamò il cavalier Russo, non sa tutta Napoli che è stato in seguito a quel triste duello....

— Bene... ciò non interessa la fisiologia...

— Ma la galanteria...

— Ciò non int...

— Ma tu non lo sai? possibile? Non ti ricordi? io ero fuori Napoli allora, ma me n’hanno scritto; fu per non so che donna ch’egli si battè — mi ricordo benissimo: — la partita non doveva essere che al primo sangue, eransi riservati i colpi di punta, ma il terreno era lubrico; aveva piovuto — e a Zaverio nel fare una parata scivolò un piede; egli cadde avanti col braccio teso, la sua spada penetrò nel costato dell’avversario che dopo una settimana morì.

— Ciò non interessa....

— La donna chi era? domandò la baronessa.

— Ma, una siciliana... non so bene...

— La maldicenza non ne ha ritenuto il nome? miracolo!

— Per tornare al discorso, disse l’Assante, il capitano Zaverio, le cause non importano, è completamente mutato.

— E notate, soggiunse il Russo, egli avrebbe adesso tutte le ragioni d’essere felice: ha avuto la promozione... è sposo.

— È sposo?

— Sicuro; con una giovanetta che egli adora.

Il barone e il capitano che discorrevano all’altro capo della sala si erano in questa avvicinati.

— To’ si parla di te, tu sei sposo?... e non mi dici nulla!

Il capitano alzò le spalle e disse:

— Se gli dai retta!...

— Come, non è vero forse? sclamò il cavaliere Russo.

— Ora capisco, riprese il barone rivolto al capitano, ora capisco il perchè non ti si può mai avere! Figuratevi, baronessa, che, se non lo trovavo oggi sull’uscio e non lo costringevo colla forza ad entrare non avrei potuto oggi presentarvi uno dei miei migliori amici.