NELLA VITA


SALVATORE DI GIACOMO


Nella Vita

NOVELLE

1903
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
BARI


Proprietà letteraria

Maggio MCMIII — 6740



[INDICE]


A
VITTORIA AGANOOR POMPILJ

L'IGNOTO.

Sul «Piazzale di Porta Roma» erano poche persone: deserta la via del laboratorio pirotecnico, deserta l'altra di faccia ad essa, ove, in sul principio, è la semplice e nuda fabbrica dell'Arcivescovado e seguono appresso altre fabbriche basse e si arriva finalmente alla «Riviera Casilina,» incoronata da una fila di case.

L'ora del tramonto avanzava. Un lume dorato che, poc'anzi, aveva tutto acceso, nel lontano, il dosso fuggevole de' Tifati, si raccoglieva in coda a' monti, laggiù, a manca, ove la terra e la collina s'univano e dove pareva che l'ultima arborea decorazione di quelle gobbe immani declinasse nell'immensa e aperta campagna, verso Roma lontana. Tutto intorno taceva di quel greve silenzio invernale che pesa su Capua, la triste città delle chiese e delle caserme.

Sul ponte del Volturno, rivolte le spalle alla «Riviera Casilina,» e alta dal parapetto, si stagliava sul livido cielo la statua di San Giovanni Nepomuceno: un braccio era steso al fiume e ne benediceva il queto cammino trascorrente lungo l'umide rive, ad occidente. Erano ancor vive, nel marmo barocco, la testa del santo e il busto suo quasi tutto: le parti inferiori, già investite dall'ombra, aveano apparenza confusa. Sotto la statua, addossati al parapetto, due uomini contemplavano il tramonto e, di volta in volta, accennavano a qualcosa lontana, in quel punto nota soltanto a' lor occhi o alla loro immaginazione poi che di faccia ad essi, oltre al ponte ferroviario, parallelo a questo su cui stavano e ch'era di remota origine romana, nulla pareva che turbasse, lungo il fiume e nel cielo e nel piano sterminato, la silenziosa agonia del giorno. A un momento una rapida nuvola si librò e si scompose alle origini del ponte di ferro, mascherate da un breve caseggiato e dai pioppi della sponda cittadina. Apparve un treno, fischiante, nero, sterminato, il treno di Roma, che per due o tre secondi fuggì su per le arcate romoreggianti e d'un subito sparve, come penetrando, rimpetto, nelle viscere della collina, all'opposta sponda del fiume. Rimasero nell'aria vibrante, per pochi attimi, l'eco lamentosa dell'ultimo grido della macchina e un lieve fumo diffuso, che subito si sciolse. Allora i due uomini si staccarono dal parapetto e parlando piano, con le mani in saccoccia, col capo basso, scesero lentamente dal ponte nella piazza. Alle spalle loro cominciava a nereggiare la torre del ponte; la scaletta che va fino al sommo di essa appena s'intravedeva. Ma un lume brillò a un tratto in cima ad un palo forcuto, piantato sul parapetto destro ove esso quasi s'univa alle mura della torre; e allora gli ultimi gradini biancheggiarono, mentre il soldato che aveva acceso il lume scivolava lungo il palo e il parapetto a terra e scompariva sotto l'androne abbuiato, la cui sonorità fu brevemente risvegliata da un acuto zufolio, che cessò pur subito. Tornò, alto, il silenzio, e il vecchio ponte rimase deserto affatto.

Chi si fosse in quell'ora, arrivando dal «Corso Appio» soffermato sul «Piazzale di Porta Roma» avrebbe potuto cogliere nel suo più penetrante momento lo spettacolo della caduta del giorno. Erano le cose più vicine allo sguardo il fiume, il ponte antico, le rive scure e la torre che terminava il passo del ponte: di là dalla riva superiore erano campagne invisibili, nascoste, e più in là finalmente stavano i monti, con interrotto disegno, coloriti d'un verde ancor tenero. Un roseo lume persisteva ov'essi inclinavano al piano: qui l'ultima fiamma del sole v'accendeva le cime d'un bosco. Ma sotto quel dolce fuoco il fiume, lento, quasi immoto in quel punto, non se ne colorava. Rispecchiava, invece, la verde e soprastante collina e le acque luccicavano verdeggiando, immobili come quelle d'un lago percosso dal mite chiarore della luna. Il ponte di ferro, nero e tagliente, correva su quell'acque. E sul ponte, e sul fiume e sul tramonto era un cielo minaccioso: alcune nuvole basse vi si rincorrevano, si gonfiavano a mano a mano, s'aggrovigliavano: le lor creste mobili e serpentine lambivano nell'alto una sottile fascia di cielo rimasta pallida e pura, e lentamente la conquistavano. Fra tanto, come generata dalla lontana e invisibile campagna, una massa vaporosa, grigiastra e fitta, assorgeva rapidamente all'orizzonte: era come una uguale cortina di fumo che si levasse da terra e cercasse di raggiungere, progredendo, le nuvole sparse più in alto. Difatti le investì a un tratto e con quelle si confuse e si allargò. Nel medesimo tempo fu un borbottio dietro la cortina, un rombo lieve e trascorrente, che per poco parlò pur al dosso dei monti con più debole voce, e quivi si spense. Ora il cielo s'era tutto oscurato. Tuttavia durava ancora in coda a' Tifati, il lume del sole: la rosea fiamma, diminuita ma viva, ardeva ancora in quel punto.

Un'ombra scivolò rapidamente sotto il muro dell'Arcivescovado e, a un tratto, se ne spiccò e prese forma, dirizzandosi al «Ponte d'Annibale». Una donna. E pareva giovane, dal facile moto, e dal disegno della persona e dall'incesso. Pareva, da che le pieghe di uno scialle scuro, che dalla testa le ricascava sulle spalle e sul petto, le ombreggiavano tutta la faccia. L'ora già tarda raddoppiava il pallido mistero di quel volto, biancheggiante, con apparenza indefinibile, tra lo sparato del panno. Tuttavia, com'ella, per un momento, quasi irresoluta, s'arrestava nel piazzale, un fanciullo la riconobbe e le si fece da presso. Il fanciullo veniva dal «Corso Appio» e andava verso «Riva Casilina»: portava la cartella dei suoi libri attaccata al dosso con due brevi corregge che passavano sotto le scapule e in una mano aveva una riga di legno con la quale, camminando e zufolando, egli si percoteva la coscia.

— Letizia! — esclamò.

E ristette davanti alla donna, interrogandola con gli azzurri occhi contenti, pieni di candido e inconscio riso infantile.

La donna, sorpresa, si trasse addietro e si guardò attorno. Altri non era sul piazzale in fuori di lei e dello scolaretto; le lor due figure nere, vicine, differenti segnavano, solitarie, la vastità della via, chiara ancora per lungo tratto e pulita. La donna tremava, borbottava parole che il fanciulletto non riesciva a comprendere. Lo guardò, a un punto, smarritamente, come se più non lo riconoscesse, e seguitò a restar muta.

— Dove vai? — disse il piccino.

E subito soggiunse:

— Io vengo dalla scuola. È finita più tardi, oggi. Ora vado a casa. Ho i guanti: guarda.

E le mostrò la mano inguantata, in cui serrava il quadrello. L'altra egli aveva ficcata nella saccoccia dei pantaloncini, fino al gomito. La cavò, lentamente, e la levò, aperta. Era gonfia e arrossata; l'epidermide, sul dosso, vi si screpolava e si rigava di piccoli solchi lividi. Il piccino la mostrò, lamentando.

— Vedi, ho i geloni.

Ella taceva, guardandolo. Non lo ascoltava. Il piccino non seppe dir altro e tornò a domandare:

— Dove vai, Letizia?

Or ella, improvvisamente si chinava sopra di lui, gli gettava un braccio attorno al collo, si traeva addosso il ragazzetto, obbediente, sorridente ancora. E com'egli credeva che volesse baciarlo accostò la gota e atteggiò le labbra. Ella non lo baciò. Gli disse piano, rapidamente, guardandolo negli occhi:

— Tu non devi dire a nessuno che m'hai vista. Hai capito? A nessuno!

E l'atto e il suono della voce furono così imperativi che il piccino, istintivamente, si ritrasse e, voltando la faccia, cercò di liberarsi. Ma Letizia gli prese il mento nella mano, costrinse, più dolcemente, quel piccolo volto quasi impaurito, e lo rigirò e si piegò fino a disfiorarlo col suo. Ripetette, con voce più bassa, con un soffio di voce:

— A nessuno! Dimmi che non lo dirai a nessuno! Me lo prometti, Paolino? Su, guardami, guarda Letizia tua....... Me lo prometti?.....

Il piccino balbettò:

— Sì..... Non lo dico a nessuno.

Come la donna lo baciava forte sulla guancia, egli le mormorò sulla gelida gota:

— E a mamma tua? Neppure?

— Dio! — fece Letizia, inorridita — Vuoi dirlo a mamma?

— No, no! — disse lo scolare, raccogliendo il quadrello che gli era sfuggito.

Lo levò, con la piccola mano inguantata, e promise, solenne:

— A nessuno.

Si rincamminò a piccoli passi, serio. A metà della via la infantile sua curiosità lo punse: si volse. Letizia moveva al ponte, dirittamente, e la sua figura nera si rilevava, con fine disegno, sul tramonto. Parve a un tratto, ch'ella, soffermata, incerta, facesse per tornare addietro. Subito lo scolare riprese la sua strada verso «Riva Casilina». Ma avanti di arrivare a un vico traverso incontro al quale moveva, si fermò ancora una volta e, sicuro di non esser visto, allungò il collo, voltandosi addietro, verso il piazzale già lontano. Ora Letizia, immobile, stava a mezzo il gran ponte, contro il parapetto. Il segno della sua testa liberata dallo scialle, del suo busto proteso, delle sue braccia, lungo le quali lo scialle ricascava e che s'allargavano, premendolo co' gomiti, sul parapetto, era evidente. Il fuoco del tramonto ella raggiungeva col capo, eretto, immoto. Una dorata aureola s'effondeva attorno a quel capo e quasi lo penetrava e lo immaterializzava; pareva che a momenti in quel roseo vapore esso fosse per dissolversi, mentre al vento lieve ed opposto una ciocca di capelli, volta a volta, vi palpitava e, investito dallo stesso vento, un lembo dello scialle sbatteva i fili della sua frangia su quell'incendio lontano.

II.

Due, tre volte, perdutamente. Letizia s'era sporta dal parapetto sul fiume tacito e lento. Avea chiuso gli occhi, s'era allungata sul parapetto col busto, col ventre, lasciando penzolar le gambe dentro del ponte; e con le braccia stese, irrigidite quasi sul vuoto, aveva aspettato che una forza misteriosa, fatale, implacata la sospingesse d'un subito. Ma al senso pauroso del vuoto s'erano ritratte le sue braccia tremanti, gli occhi suoi s'erano aperti e subito chiusi sull'acqua tragica e scura e più greve, più rilassato era rimasto quel corpo senza volontà, sul muretto. Or ella temeva quasi di spiccarsene, anzi le pareva che sul punto di scivolarne a terra qualcosa dovesse risospingerla e precipitarla dall'alto. Rimase prona sul parapetto e pianamente riaperse gli occhi e guardò il fiume, disotto. Il Volturno trascorreva lento e silenzioso tra le quattro arcate di fabbrica imperatoria: l'acqua torva, pareva, a tratti, stagnante, così tardo era il suo cammino. Ma, di volta in volta, dei gorghi l'agitavano, e su per la giallastra superficie si rincorrevano pezzi di fradicio legno e batuffoli di paglia o di fimo. Nereggiavano lateralmente le rive, e, più in là, sotto il ponte ferroviario, prima di far gomito, l'acqua, incorrotta, luceva, con aspetto diverso.

La donna interrogò un'ultima volta il fiume. Or ne saliva un alito d'umidità e il liquido fangoso, che lambiva alle basi immani i pilastri quadrati degli archi, aveva un fascino freddo. La chiamava. Nulla pareva più propizio del silenzio circostante, dell'ora solitaria.

— Che morte! — ella mormorò.

E come, nell'atto in cui s'indugiava, le cupe acque la tentavano, l'attiravano ancora, pallidissima, vibrante per tutto il corpo d'un tremore improvviso, Letizia scivolò sul ponte dal parapetto e a questo s'addossò, quasi mancando. Confusamente le appariva, ora, uno spettacolo novello. A man destra l'Arcivescovado, le case basse, una via che procedendo lungo le case si stringeva, e, nell'alto, più in là, sul cielo bianchiccio, la cupola della «Santella». In fondo, rimpetto a lei, l'alto anfiteatro della «Riviera Casilina» il cui largo arco era terminato dalla fabbrica rozza e massiccia della polveriera. Le finestre di «Riva Casilina» trattenevano ancora il lume del tramonto e se ne accendevano; abbasso, quasi sull'argine del fiume, l'infame contrada «Mazzamauriello» sciorinava su d'un sentiero invisibile le sue due o tre casucce a un sol piano.

Con la bocca serrata, con le braccia penzoloni, volte le spalle al tramonto la donna non distaccava lo sguardo da quel gruppo di case. Di là, su pel fiume, pareva che le arrivasse una voce aspettata, un susurro incitante. E fascinata, immobile, ella rimase lì ritta, tra le ombre che scendevano rapidamente sul ponte.

L'ora scoccò all'Arcivescovado. Letizia si volse attorno, smarrita. Era notte. S'era spento l'incendio del bosco, il cielo s'era chiuso, un velo plumbeo, subitamente, scendeva sulla «Riviera Casilina» e la nascondeva. Nell'ombra, alcune forme confuse passavano sullo spiazzo e si disperdevano. Allora ella scese dal ponte verso il «Corso Appio». Traversò lo spiazzo con celere passo, tutta raccolta nello scialle, frettolosamente. E pur, sul punto di penetrar nella via cittadina illuminata e viva, per un momento si soffermò, parve incerta. Ma ella voleva soffocare nello scialle un singhiozzo e nascondervi le sue lagrime, poi che piangeva, procedendo. Fu un attimo. Poi mormorò:

— Andiamo. Volontà di Dio.

Rabbrividì. Si premette le labbra con un lembo dello scialle, come per soffocarvi nell'atto stesso che ne uscivano quelle parole orrorose. Ma vide, davanti a lei, luminoso, felice il «Corso Appio»: alcune donne ridevano sulla soglia d'una bottega, un cuoiaio tranquillamente fumava presso alla sua, appoggiato allo stipite, e con un cicaleccio allegro, parlando di cose vane e giovanili, sbucavano da un palazzo tre o quattro fanciulle e passavano.

— Sì, sì — disse Letizia, disperatamente, nel cospetto di questa provocante pace d'anime e di cose — Volontà di Dio!.. Volontà di Dio!

Entrò nel «Corso Appio», e andò avanti, risoluta.

III.

Andava, andava, senza fermarsi, con la testa bassa. In «Piazza dei Giudici», ove metteva il primo tratto del Corso, da un globo enorme si diffondeva la luce elettrica e il vaporoso pulviscolo d'una pioggerella fitta e fredda roteava, penetrato da quel lume, per breve spazio attorno. Alle prime avvisaglie della pioggia i capuani avevano disertata la piazza: vi rimanevano de' soldati d'artiglieria, in piccoli gruppi, un crocchio di borghesi che s'avviava, per ripararvi, all'androne del palazzo municipale, due carabinieri ammantellati, gravi, lenti, solenni e lo scemo del «Vico Cimino», un piccolo uomo di forme e di fisonomia scimiesche le cui membra piteciche s'aggrovigliavano al palo del lume elettrico, sferzate dalla pioggia e tremanti.

Come Letizia passò d'avanti all'«Arco Mazzocchi», una folla d'operaie del laboratorio pirotecnico ne sbucò fuori con alte voci confuse, imprecanti alla pioggia, e si rincorse lungo la murata del Municipio, trascorrendo verso «Porta Napoli» ove il Corso finisce. Letizia si mescolò a quella folla e andò avanti. Di tratto in tratto se ne spiccavano due o tre operaie e pigliavano, per rincasare, altre strade. Presso «Porta Napoli» la comitiva s'era diradata: le tre femmine di un ultimo gruppetto che Letizia seguiva a un tratto si misero a correre, rincorandosi, strillando, con le gonne raccolte, e presto sparvero nel buio. Letizia s'arrestò: si guardò attorno, cercando di risovvenirsi. Poi fece ancora quattro o cinque altri passi e scomparve in un palazzetto a una delle cui finestre basse penzolava, sbattuta dal vento, l'insegna tarlata di una locanda.

Per la scala salì a tentoni. Non v'era lume, ma ella conosceva il numero dei gradini e il posto della porticina alla quale picchiò, con la mano spiegata, due volte.

— Viene! — fece, di dentro, una roca voce maschile.

S'aperse la porta e un fiotto di luce dilagò sul pianerottolo. L'uomo che aveva aperto reggeva il lume nella destra e stringeva gli occhi cercando d'affisar bene la sconosciuta e traendosi addietro per lasciarla passare.

— Bè — disse ancora, dopo aver chiuso l'uscio, cautamente — In che vi devo servire?

Levò il lume fino al volto della donna e con l'altra mano fece visiera alla fiamma.

Ma com'ella si liberava dello scialle, raccogliendolo sul braccio, e gli si rivelava, immobile, ritta di contro a lui e muta e tutta illuminata nella pallida faccia, l'uomo esclamò:

— Letizia! Ah, tu sei, dunque?

E annunziò, voltandosi a una porticina socchiusa, dietro la quale una voce borbottava.

— È Letizia di «Riva Casilina». Letiziella. Quella del furiere.

Letizia si coperse la faccia. Cessò il borbottìo dietro l'uscio socchiuso. Una voce chioccia, mentre l'uomo riponeva il lume sulla mensa dalla quale s'era levato, salutò:

— Buona sera. Ora vengo.

— È Chiarina — disse l'uomo, sedendo presso alla tavola — Ha le gambe enfiate, con rispetto, e le unge con certa pomata che ho preso a Napoli. E, per giunta, ha un'emicrania da cavallo. Sarà lo scirocco.

Indicò una seggiola. Soggiunse:

— Non siedi? Vuoi crescere?

— Devo parlarvi — disse Letizia.

— Meglio. Dunque siedi. Che mi dici? Il furiere che fa?

— Il furiere m'ha lasciata, don Placido.

— Ah! — fece l'uomo, battendo la mano aperta sulla tavola — Possibile? Senti, Chiarina — e si girò sulla seggiola, parlando forte all'uscio socchiuso — Dice che il furiere l'ha lasciata.

— Vengo — rispose ancora la voce.

Don Placido, un grosso uomo rossastro, quasi calvo, animalesco, tese la mano a un piatto ov'era della carne d'agnello e se ne recò un pezzo alla bocca, strappandogli, co' forti molari, fin l'ultime cartilagini. Si versò del vino. Sotto il lume, stretta al collo della bottiglia, la sua mano tremava come per impeto di sangue; sul dosso vi rigurgitavano le vene enfiate e le dita vellose ed unte, terminate da unghie, corte e schiacciate, lucevano del recente contatto della vivanda. Un alito impuro emanava da quella stanza e dai suoi abitatori, come un fiato di anime e di materie corrotte: alle nari di Letizia, dal mensale chiazzato da larghe macchie di unto e di vino, saliva un lezzo disgustoso. Il lume a petrolio, per la vampa troppo viva, fumava, e il fumo, in sottile spira nerastra, si levava, interrottamente.

— Don Placido, — disse Letizia, vincendo il suo turbamento — io non posso restar più a Capua. Capite, don Placido? Sono rovinata, e la rovina mia non la posso nascondere.

L'uomo la guardò fisamente e gli occhi suoi piccoli e vivi, trascorrendole addosso, s'indugiarono, interrogandolo, su quel piccolo corpo palpitante e raccolto.

Letizia arrossì e raggruppò in grembo lo scialle e vi stese su le pallide e piccole mani.

— Ho capito — disse don Placido.

E si grattò in capo con l'indice della sinistra; con quel della destra e col pollice strinse e trasse avanti il labbro inferiore. Levò la testa e parve interrogare il soffitto. Poi disse ancora:

— E a casa tua?

— Ne sono fuggita.

— Quando?

— Ora.

— Sei andata da lui?

— No: sono venuta qui.

— Parla più basso.

Vi fu un silenzio. La grondaia del cortile gorgogliava: il romore era distinto, continuo. La pioggia non era cessata. Don Placido moderò la fiamma del lume, si levò, fece, pesantemente, due o tre passi nella stanzuccia e Letizia lo udì borbottare, due o tre volte:

— Evviva il furiere!

All'improvviso le si piantò di faccia presso alla tavola, e le domandò brutalmente e bruscamente:

— E ora che vuoi fare? La vita?

Ella aperse le braccia e chinò la testa, rassegnata. Meglio delle parole rispondeva l'atto e Don Placido ne comprese tutta la muta disperazione. Ma rimase indifferente, senza pietà, come abituato a cose somiglianti.

— Andresti a Napoli? — chiese, dopo un momento.

— A Napoli? — balbettò Letizia.

— Vi ho un amico. Ti raccomanderò. La città è grande, vedrai: e qualche altra vi ha fatto fortuna.....

S'interruppe. Un colpo di tosse suonava in un'altra stanza la cui porticina, alle spalle di Letizia, era pur chiusa. Letizia trasalì e l'uomo si mise a ridere.

— È la bionda — disse, guardando a quell'uscio — Una di Caserta. Parte a momenti per Napoli e io l'accompagno alla stazione.

La breve tossicina risuonò un'altra volta. Don Placido, senza badarvi, — soggiunse:

— Per questo ti domandavo se ti piace Napoli. Se ti piace vi andrete assieme. Ora deciditi. Sai, grande città, gran gente, gran romore, gran vita. Mica questi sordomuti di Capua, bella mia.

Tese l'orecchio: pioveva ancora, e il borbottio della grondaia era superato dal crepitar della pioggia sulle lastre del cortile.

— Se vuoi veder la bionda è di là, in cucina. Quando hai picchiato vi s'è nascosta: si vergogna. Intanto io vado per un affare mio, fino all'Annunziata. Parla con mia moglie, con Chiarina: tra femmine v'intenderete meglio.....

E aggiunse, alto, cercando il mantello e il cappello in un cantuccio della stanza:

— Chiarina, io scendo.

La voce chioccia rispose dall'oscurità:

— E il treno?

— Parte alle dieci — disse l'uomo, aprendo la porta delle scale — V'è il tempo. Torno subito.

Sulla soglia, voltandosi, disse a Letizia:

— La casa la conosci: accomodati pure. Parla con Chiarina.

Uscì. La porta si chiuse, Letizia rimase sola. Si guardò attorno, guardò l'uscio socchiuso dietro del quale era donna Chiara e per un attimo, tra un nuovo terrore, ebbe la visione dell'orribile vecchia, gigantesca come il marito, quasi calva all'occipite rigato di filze di capelli tinti, copiosa di carne molle e ondeggiante dal petto enorme sul ventre.

L'uscio si mosse, difatti: Letizia si levò impiedi, spaventata. Ma non v'apparve la vecchia. Un gatto rossiccio uscì, sbadigliando, da quella penombra. Avanzò nella camera, si fermò a guardare per un momento Letizia e s'allontanò, scomparendo. Risuonò un'altra volta la tossicina dall'altra parte. Letizia si volse. Macchinalmente spinse l'uscio della cucina ed entrò.

La bionda era seduta a una tavola, presso al focolare: un fagottino era davanti a lei sul quale ella poggiava le mani aperte e la faccia. Un alito inclinava la fiammella del lume ad olio, posto pur sulla tavola, tra le bucce di un'arancia.

Come la porta s'aperse la bionda levò la testa.

— Marta! — urlò Letizia.

Dio! Dio! La donna che il furiere aveva amata dopo di lei, quella per la quale l'avea lasciata, forse! Marta! Marta era lì, per lo stesso orribile destino! Una volta sola l'aveva vista, alla fiera di Santamaria e mai più s'era scordata di quella gran giovane fulva, rosea, piena di salute, piena di schietto sangue rurale. Ma che strani avvenimenti seguivano, dunque, nella vita? Marta! Come lei, come lei, dunque! Destinata alla medesima sorte?

Di su il fagottino la bionda la guardò, senza sorpresa. Sorrideva, anzi, benevola.

Disse, piano:

— Tu sei Letizia di «Riva Casilina». Ho udito tutto. Dammi la mano, perdonami...

Sorrideva, incertamente: ma il pianto era nella sua voce dimessa ed ella s'adoperava invano a soffocarlo. Stese una mano, e con l'altra appressò una seggiola. Letizia vinta, atterrita, vi cadde.

La bionda le passò la mano sulla testa reclinata, la carezzò e quasi se la trasse in grembo, mormorando:

— Io non t'odio... Non t'odio, no... Guarda, pensaci: or avremo la stessa sorte. Bisogna farsi coraggio... Non piangere....

E fra tanto ella stessa piangeva: la sua voce si velava. E con le mani di Letizia nelle sue, con quasi poggiata alla testa di costei l'umida sua gota calda, Marta seguitava a balbettare:

— Non piangere... Non piangere...

IV.

— Avanti, avanti! — gridava Don Placido, nella notte, precedendo le due donne lungo la strada della ferrovia — Fra cinque minuti avremo addosso tutta l'acqua del santissimo cielo! Corpo di Cristo! Con una serataccia come questa!...

E a gran passi veloci l'ombra sua nera fuggiva lungo i muri. Le donne lo seguivano, tenendosi per mano, chiuse nei loro scialli doppii, inciampando di tratto in tratto, ove era più profonda l'oscurità. Così passarono per via «Gran Quartiere», davanti alla villa Ferdinandea, le cui statue impallidivano confusamente davanti al teatro. Erano alle porte della città. Sotto l'androne alcune guardie di finanza si scaldavano a una gran fiammata di fascine, e quella di piantone alla porta cantava, con le mani in saccoccia, addossata allo stipite.

— Salute! — fece Don Placido.

— Salute e bene! — rispose la guardia.

E come, a un tempo, gli fuggivan davanti le donne gridò, ridendo, a Don Placido, già lontano:

— Ferma! V'è contrabbando!

Ora le loro tre ombre erano sul ponte delle fortificazioni: l'acciottolato crepitava sotto gli stivaloni di Don Placido. Più in là i fossati nereggiavano, lateralmente, e vi s'intravedevano paurose profondità. Un'ombra uguale era scesa sulla vallata, alla quale le donne avventavano, di volta in volta, lo sguardo. In un desolato silenzio la campagna pareva conscia e lagrimante della sorte.

— Avanti! Siamo giunti! — gridò ancora Don Placido — Io vado avanti pei biglietti. Terza classe! Passate per l'ultima porta a destra e aspettatemi sul marciapiedi!...

Bruscamente la fabbrica della stazione appariva. Letizia si volse. Tutto era scomparso nella notte, dietro di lei: la città, i bastioni, la campagna medesima, ove nessun lume brillava più. Tutto dunque finiva. Stese le braccia, perdutamente, verso Capua e singhiozzò, disperata:

— Addio! Addio! Addio!....

Si sentì trascinare. La bionda l'avea quasi sollevata per la vita, e le mormorava qualcosa ch'ella non udì. Si vide, a un tratto, sul marciapiedi della stazione, d'avanti al treno nero, interminabile. Vide ancora l'orribile lor conduttore aggirarsi frettoloso pel marciapiedi, udì grida confuse e una voce più chiara, tra lo sbattere degli sportelli, urlare:

— In vettura! In vettura!

E d'un subito uno sportello si spalancò. Salì per la prima la bionda e stese le braccia. Afferrò Letizia, la sollevò quasi di peso e la trasse dentro.

Un'altra bestemmia di Don Placido accompagnò l'atto. E a un tempo, mentre lo sportello si chiudeva, il treno partì, con una scossa che gettò l'una addosso all'altra le due sciagurate.

— Dove siamo? — mormorò Letizia, cui man mano tornavano i sensi e la coscienza delle cose.

Marta la cingeva con le braccia, la teneva stretta al seno, come una bambina. Lo scompartimento era quasi deserto: alcuni fattori fumavano, più in là, sull'opposto sedile, e parlavano di derrate, a voce alta. La pioggia scrosciava a' vetri dei finestrini.

— Arriviamo — le susurrò Marta — Fatti coraggio...

Le si strinse più da presso. Soggiunse, sottovoce, rapidamente:

— Ora ascolta. Napoli io non la conosco. Ma mi hanno detto che è una immensa città, terribile città, piena di pericoli sconosciuti, una città ove la gente si perde e non si ritrova mai più... M'ascolti tu, Letizia?...

Ella assentì, col capo reclinato sul petto di Marta che le parlava all'orecchio, pianissimo.

Marta disse ancora:

— Lo stesso uomo ci ha perdute, ma tu non m'odii e io non t'odio. Siamo come due che si son conosciute da un pezzo e si amano. Tu ora mi vuoi bene, lo so, lo sento, e tu sai che io ti voglio bene.... Non è vero?....

La sua voce s'inteneriva sempre più, maternamente. Palpitavano tutte e due, i loro cuori battevano forte. E seguitava fra tanto, a scrosciar la pioggia contro i vetri e i fattori parlavano più alto, per intendersi. Il lume dello scompartimento vagolava.

— Io non ti lascerò mai! — disse ancora la bionda. E in quel patto supremo cercò le mani di Letizia e le strinse — Mai, mai! E tu giurami che non mi lascerai mai, che resterai sempre con me, che m'aiuterai come io t'aiuterò, che mi difenderai come io ti difenderò. Giurami questo, Letizia! Noi siamo due abbandonate e l'una ha bisogno dell'altra. Se ci disperdiamo, a Napoli, siamo perdute.... Letizia, Letizia!... Giura questo a Marta tua, a tua sorella, Letizia! Or io son tua sorella.... Tu non mi lascerai mai, non è vero?....

Letizia le afferrò la testa fra le mani e la baciò, singhiozzando:

— Mai! Mai!.. Mai!..

Il treno entrava sotto la tettoia e passava sugli scambii con un fragore assordante. I fattori si levarono e agguantarono in fretta le loro valigie. Una voce, due, tre gridarono nell'oscurità:

— Napoli! Napoli! Napoli!

Marta scese per la prima e aperse le braccia a Letizia, che quasi vi si gettò. A un tempo s'apersero gli sportelli di tutte le vetture e queste vomitarono sul marciapiedi ondate di soldati. Il 28º reggimento di artiglieria, il reggimento del furiere, era partito per Napoli da Capua, con loro, non visto. Il treno interminabile n'era pieno fino all'ultime carrozze, e ora, mentre i primi ranghi si formavano agli urli degli ufficiali sotto la gran tettoia luminosa, confusamente lampeggiavano altre armi nel lontano, in coda al treno.

— Vieni — disse Marta, trascinando la compagna.

Sorpassarono i cancelli, e per un momento s'arrestarono, ignare e indecise, sotto le arcate della stazione, all'uscita sulla piazza.

Era quasi la mezzanotte. La pioggia sferzava il selciato con estrema violenza: migliaia di lumi, alti, bassi, ora bianchicci, ora rossastri occhieggiavano nella vasta piazza e nelle vie circostanti ove le case, abbattute a mezzo, pel Rettifilo, apparivano come dissolventisi in quella furia d'uragano.

Come le due donne, attonite, incerte scendevano dal marciapiedi l'onda dei soldati, che le aveva rincorse, fu sopra di loro e le separò. Tutto il reggimento passò, fuggendo, sotto la pioggia, e un battaglione, che se ne staccava, ricacciò Letizia fino ai giardini, dalla parte del Vasto. Gli altri presero pel «Corso Garibaldi» e presto scomparvero.

Letizia sbarrò nella oscurità i suoi grandi occhi pieni d'orrore.

Urlò:

— Marta! Marta!

Nessuno le rispose. Ella si sentì mancare. S'addossò a un fanale. Ripetette con un grido più acuto, con uno sforzo supremo:

— Marta! Marta!

Nessuno, nessuno! Or ella era a fronte dell'ignoto, nella misteriosa notte del suo destino: sola.

UN «CASO».

I.

Ai «Fossi», laggiù dietro la via larga e popolosa della Ferrovia, terminava il mercato dei panni. Le mercantesse si sbandavano. Alcune pigliavano per la strada della marina, altre s'indirizzavano alla Via Nolana, dalla quale si levava, nel lontano, un fitto polverio bianco. Altre infilavano l'arco aragonese di Forcella e si cacciavano, a gruppi di due o tre, coi lor mucchi di panni in capo, ne' vicoletti della Vicaria, ne' laberinti di quelli della Duchesca ove, qua e là, sotto il sole di agosto, i rigagnoletti e le pozze luccicavano di riflessi metallici.

Lentamente il mercato si vuotava. Era cominciata tardi la vendita, verso il tocco, e terminava alle sedici, nell'ora del sole alto. Era andata avanti assai fiaccamente: le voci della malattia s'udivano un poco da per tutto, le note di cronaca del Roma e i bollettini si leggevano da gente commossa e paurosa or qua or là, d'avanti a' bassi e dentro alle botteghe e nella via stessa, ove si radunavano capannelli di popolani impensieriti. Certo, più della paura poteva la necessità: ma, da una settimana, il mercato de' panni languiva. Le donne di Cardito, di Pugliano, di Pomigliano, d'Acerra lo avevano addirittura abbandonato, esse così tenere di coltri di seta gialla, di seta verde, imbottite di bambagia, trapuntate a mostaccioli, orlate di frange barocche argentate. E invano andavano su e giù le venditrici: davanti ai mucchi di pantaloni a quadrelli, di giacchette di velluto stinto, di corpetti rabberciati e grembiali di ogni forma, provenienze misteriose della miseria, della morte, del furto, nessuno si soffermava. Nessuno comprava. Nello inutile va e vieni perfino veniva a mancare la voglia di gridar la mercanzia: moriva in un susurro l'alto vocìo de' buoni giorni di vendita e nell'afa insopportabile, sotto la sferza del sole, era tutto uno sfinimento. Dalla strada della Ferrovia la cupa eco del passaggio de' grandi carri carichi di derrate o di botti o di carboni, delle vetture d'albergo, de' carretti d'erbaggi delle paludi s'affievoliva: tutto quel transito pareva che non seguisse più come prima. Risuonava, soltanto, a tratti, la cornetta rauca d'un tramwai due, tre volte: squillavano i campanellini di un carretto solitario e, spento quel suono, pareva più alto il silenzio.

Due o tre ancora delle mercantesse si aggiravano per la via dei Fossi, occupata da un chiarore abbagliante. A una a una disparvero anche esse. L'ultima veniva in sulla piazzetta, lentamente, come trascinandosi. Era un gran donnone: forte, alta, bruna. Il sudore le rigava le guance dalla fronte, le imperlava sotto gli occhi la fine epidermide, le riluceva sul labbro superiore, segnato d'una fitta pelurie. In braccio ella si recava una pila di que' comuni berretti a visiera di panno che gli sbarazzini amano di portare di sghembo: uno de' berretti, per ripararsi dal sole, s'era proprio posto in capo. Ciò le conferiva un assai curioso aspetto.

Com'ella giunse allo spiazzato si arrestò: passava, tra due carabinieri, un giovanotto ammanettato. Andava alle carceri della Vicaria. L'ammanettato la salutò con un lieve cenno del capo e si fermò un momento anche lui e levò le mani incatenate, avvicinando la faccia al panno della manica, lì ove il braccio fa gomito. Passò e ripassò le gote sudate sul panno, soffregando forte. I carabinieri aspettando, guardavano la donna e sorridevano. Poi ripresero la lor via: la berrettaia si rimise in cammino. Scavalcò un mucchio di pietre accatastate lì nella piazza per un guasto del selciato e, a un tratto, apostrofò il cocchiere di una vettura da nolo, il quale s'appisolava al sole, in serpa, nella piazza quasi deserta.

— Rocco, salute e bene!

— Salute e bene — sbadigliò quello, rizzandosi in serpa e raccogliendo le redini che gli erano cascate su' piedi — E voi dove ve ne andate?

— Dove, figlio? A casa, cuore mio bello. Che ci resto a fare laggiù? Non s'è venduto uno spillo!

— E io che son qui da mezzogiorno a bruciarmi al sole! Poc'anzi m'ha preso il sonno.......

Vi fu un silenzio. Poi Rocco domandò alla mercantessa:

— E del colèra che si dice?

L'altra sgranò tanto d'occhi e scosse la testa.

— Ieri cento e due casi — mormorò — Mio marito ha letto il giornale.

Seguì, daccapo, il silenzio. Dopo un poco la mercantessa si licenziò, col suo sorriso bonario.

— Così vuol Dio. Dunque, buona giornata, Rocco!

— Buona giornata anche a voi — disse il cocchiere.

E si chinò un'altra volta a raccoglier le redini che gli erano scivolate di su le ginocchia.

Una voce femminile lo chiamò, dal lato del marciapiedi.

— Cocchiere?.....

Rocco si volse. Era una signorinella pallida e piccola con certi grandi occhi neri lucenti, vestita di nero: qualcosa tra la maestrina e la cameriera di buona famiglia.

— Montate — disse Rocco — Dove andiamo?

Ella rimase in forse un momento. Poi disse:

— Alla Posta.

La vettura si mise in moto. A un tratto il cocchiere gridò:

— Bada, ohè!

E con la punta della frusta picchiò, per celia, sulla spalla della berrettaia, che rincasava a piccoli passi.

— Vado alla Posta — disse Rocco.

— Avete visto? — sorrise la berrettaia, scansandosi — V'ho portato fortuna.

Più in là, presso il Castello del Carmine, il cocchiere si girò indietro sulla serpa:

— E alla Posta v'aspetto?

La piccola pallida lo guardò come smarrita. S'era tutta rimpiccinita in un angolo della vettura. Le sue mani tormentavano la pezzuola. Balbettò:

— Alla Posta?... Sì... certo... m'aspetterete...

E ancora mormorò qualcosa che il vetturino non intese, e si gettò indietro come abbandonandosi, con lo sguardo nell'alto, spaurito.

II.

Quale viaggio strano, faticoso, irresoluto, in quell'afa ardente e insopportabile! Dove si andava? Si andava da per tutto: Rocco Longo era sfinito, era sfinita la sua bestia e anche pareva che la vettura malconcia a un tratto si dovesse sfasciare. S'andava in giro da tre o quattro ore: da prima la signorina s'era voluta fermare alla Posta e lì, allo sportello delle lettere, avea chiesto qualcosa che non aveva avuto, che non c'era. Palpitante, incerta, s'era trascinata fino alla vettura, e quasi vi s'era lasciata cader dentro.

— Dove andiamo?

— Dov'è l'albergo delle Tre Rose?

Il cocchiere aveva fatto spallucce.

— E chi lo sa? Voi non lo sapete?

— Dove sono i Lanzieri?

— A Porto.

— È lì....... Andiamo!

La vettura avea preso per Piazza Francese e s'era ficcata ne' vicoli di Porto. Ai Lanzieri la sconosciuta scese d'avanti alla porta d'una delle tante miserabili e tristi locande del quartiere. Dalla serpa Longo domandò:

— V'aspetto?

E come ella pareva indecisa il vetturino soggiunse:

— Bene, andate pure: io vi aspetto.

Da' Lanzieri erano andati alla Marinella e dalla Marinella a Mercanti, e appresso alla Giudecca, al Vico Coltellari, a Rua Catalana. Ella a ogni sosta, si precipitava dalla vettura, si cacciava in un palazzetto e riappariva poco dopo muta, livida, con gli occhi pieni di lacrime. Risaliva a stento in vettura: s'afferrava alla serpa talvolta. L'ultima volta Longo dovette aiutarla. Per via la udì singhiozzare.

Si volse, seccato.

— Ma che avete dunque?

Ella mormorò:

— Nulla....... nulla.

Annottava. A un tratto Longo sentì che ella gli batteva lievemente, in punta di dita, sulla spalla.

— Dove andate? — disse lei.

Difatti, ove andava Longo, con la sua vettura polverosa, con la sua rozza affamata e zoppicante, sognando in serpa e guidando macchinalmente la bestia? S'arrestò, si guardò intorno. Erano sulla via nuova, deserta e buia, dell'Arenaccia. Sulla destra si disegnava confusamente l'immane tettoia della stazione ferroviaria, tutta nera: i grandi occhi immobili delle locomotive rossi, verdi, giallognoli ammiccavano nell'oscurità. Un fischio acuto e breve ruppe il silenzio: l'aria vibrò tutta al fragore d'un treno che passava sulle piattaforme metalliche. Dalla via si vide il treno svolgersi rapidamente, e trascorrere, come un gran serpe nero che scompariva nella notte.

III.

La giovane disfece il nodo alla sua pezzuola e ne cavò una moneta da due lire.

— Questo m'è rimasto — mormorò.

Longo era sceso di serpa. Guardò appena le due lire, al lume del fanaletto, e le gettò in grembo alla giovane.

— Volete scherzare? Che mi mettete in mano? Due lire?... Andiamo, non ho voglia di scherzare!

Ella balbettava:

— Sull'anima di mia madre che m'è morta ieri l'altro.....

— Ma che! — fece Longo — Ora mi si mette a giurare! V'ho portato in giro per tre ore di seguito e il meno che mi spetta son cinque lire! Su! O mettete fuori le cinque lire o vi porto alla questura com'è vero il santo ch'è oggi!

Nel silenzio della strada la sua voce minacciosa suonava chiaramente. La signorina nascose la faccia tra le palme.

— Andiamo — insistè Longo — Spicciatevi!

Ella singhiozzava:

— Ascoltatemi... Io non sono di Napoli... Sono di Capua..... Non sono pratica... Ho perso tutto e mia madre m'è morta, ieri l'altro... Avevo... lui... E mi son messa a ritrovarlo. M'ha lasciata. Voi avete visto: non l'ho più trovato... Lasciata!... Abbandonata!... Abbiate compassione... Non ho più nulla... Perdonatemi!...

Longo, con le braccia conserte la guardava.

La sconosciuta soggiunse, piano, come parlando a sè stessa:

— Sono stata tradita... Era un cameriere d'albergo..... l'albergo delle Tre Rose a Lanzieri, dove siamo stati... Non v'è più... Partito... Sparito... Non v'è più...

Longo si mise a frustare il selciato e a bestemmiare.

Ella supplicava:

— È vero... Avete ragione... Perdonatemi...

D'un subito il cocchiere le si fece accosto, l'afferrò pel braccio e le disse:

— Com'è vero Dio, stasera prendo un guaio per voi! Chi vi conosce? E avete scelto la vettura mia e me per correre appresso al vostro uomo? Ma lo sapete voi che due lire non mi bastano neppure per l'avena al cavallo, e me l'avete ammazzato!

Ella mormorava:

— Perdonatemi..... perdonatemi.....

— Così fate, voialtre! — urlò Rocco — Così ingannate la gente, razza di bagasce!..

All'improvviso le piantò sulla spalla la mano pesante e si chinò sopra di lei che s'era gettata addietro sui cuscini.

— Almeno — sogghignò, frugando — Ch'io vi veda in faccia, carina! Come siete in faccia?... Bella... brutta... vediamo un poco.....

Ma smise e indietreggiò, spaventato. Ella era diaccia: un sudor gelido le veniva giù pel volto e le bagnava pur le mani, tremanti convulsamente.

Longo, sbalordito, la scosse:

— Signorina... signorina... Che avete?.. Non v'impaurite...

La giovane s'irrigidiva. De' conati di vomito la facevan sobbalzare sui cuscini, gli occhi le diventavano vitrei.

— Ho freddo... — mormorò — Ho freddo... Muoio...

Allora Longo comprese.

— Ah, Cristo! Un caso fulminante!...

Si voltò, si guardò intorno, assalito da un così vivo terrore che per due o tre secondi i suoi movimenti ne vennero paralizzati. La sconosciuta seguitava a torcersi e rantolava:

— Freddo... freddo... Oh mamma!...

E come lo vide fuggire a gambe levate per l'Arenaccia, si levò quasi in piedi nella vettura, con un ultimo sforzo, e stese un braccio.

— Aiuto! Aiuto!

Ricadde. Si ripiegò sui cuscini: v'annaspò con le dita raggranchite. E al sereno cielo che si popolava di stelle palpitanti e la vedeva morir sola, nella notte, levò uno sguardo disperato.

Balbettò ancora:

— Mamma..... mamma.....

E seguì un profondo silenzio.

A un tratto il cavallo affamato si mise a nitrire e a batter sul selciato con l'unghia ferrata.

Poi fece un passo, poi un altro. E si rincamminò, portandosi lentamente la piccola bruna, immota, per l'oscurità, verso la nascosta rete dei binari.....

VECCHIE CONOSCENZE.

— La buona sera alla compagnia!

Mi volsi. E al suono della rauca voce grossolana si voltarono pur a guardare verso la porta i miei compagni di tavolino del Caffè Grande al Corso. Era l'ercole della troupe d'acrobati attendata a Giffuni, dietro il mercato bovino.

— Buonasera — risposi — Che c'è? Non si lavora?

— Macchè! — fece l'ercole, raggiustando sulla piccola testa quasi calva un sudicio berretto di pelo marrone — A Giffuni Vallepiana? E Pompei non è meglio? Città morta, caro lei, città di barbari, non dico per offenderla. Già lei non è giffunino... o giffunese... Come si dice?

E sedette al nostro tavolino e cavò la pipetta da una saccoccia d'un grande panciotto stinto, di velluto rossastro.

— Giffunese — disse il telegrafista di Bartolo, levando gli occhi dalla Gazzetta di Venezia che gli mandava ogni giorno un suo ex collega di laggiù, ove il di Bartolo era stato quattro anni.

Seguì un silenzio. Il Caffè Grande era quasi deserto: due mercanti ragionavano del raccolto a un cantuccio, e a un altro sedeva, solitario, il giovine professore di lettere del Liceo Cotugno. S'era fatto portare il calamaio e rivedeva le bozze del suo studio sull'Hecatelegium di Pacifico Massimi, comunicando alla ruvida carta da stampe un acre e molesto profumo di patchouli ch'egli usava portare addosso. Appiè del banco del principale erano due o tre cacciatori di Casalferrato e sentenziavano di cani e di fucili col caffettiere, Nemrod impenitente anche lui.

— Un rhum! — chiese l'ercole, dopo un po', lanciando al soffitto la prima boccata di fumo. — Almeno — soggiunse, e si trasse davanti il bicchierino — qui c'è calduccio, ci si sta bene. Hanno visto fuori? Mezzo palmo di neve e nemmeno un cane per la via. La neve in Ottobre? Ma dico, dove siamo? In Russia?

— Cattiva stagione — disse il di Bartolo, per dir qualcosa.

— E voi che farete? — chiesi all'ercole, che si grattava il mento e guardava davanti a sè, nel vuoto, con certo sguardo sgomento.

— E che devo fare? Domani o doman l'altro si va via. Domani è domenica e vorrei profittare della giornata. Chissà! Bel paese Giffuni! In tre sere ventotto lire! Cosa vuole, che ci lasci in pegno Mahmud?

Il di Bartolo si volse, con l'indice puntato sulla Gazzetta al passo che leggeva.

— Mahmud?

— L'orso bianco — disse l'ercole, grave.

— Difatti — io dissi — avrete le vostre spese...

— Spese? Altro! E poi gli incerti, caro lei. Se sapesse!

Bevve un goccetto di rhum, si passò il dorso della mano vellosa e enorme sulle labbra e soggiunse:

— Guardi, tre cavalli m'erano rimasti e uno m'è finito a Roccadaspide, col carbonchio. Il pagliaccio mi s'è affiochito per via e ha mezzo persa la voce; sua sorella, la Gilda, è cotta d'un impiegato di ferrovia che le faceva l'asino a Tricarico, e gli scrive lettere tutta la santa giornata e non mi lavora più come prima. E la Rosetta che a un tratto mi vien fuori con l'isterismo! Che? Contentezze grandi, caro signor dottore!

E fregò palma a palma con una furia che pareva si volesse spellar le mani.

— Mi dica, dottore, lei che se ne intende: che roba è codesta? Malattia grave?

— L'isterismo?

— Ecco.

— E vostra moglie è isterica? Davvero non mi pareva. E che ha? Che accusa?

— E che so, io? Dolori in petto, dolori allo stomaco, alle gambe, ai polsi. In faccia, di certo è smagrita. L'avesse vista quattro o cinque anni fa! Le dico, un bisciù! L'ha vista al trapezio?

— Sì, mi pare...

— Eh?... — fece l'ercole, strizzando l'occhio — Ha visto che lavoro preciso?

Accennavo di sì, col capo. In quel punto pensavo ad altro. Il di Bartolo s'era sprofondato nella lettura del suo giornale, ma, di volta in volta, ne levava lo sguardo per lasciarlo posare sul mio interlocutore, ch'egli affisava, silenzioso, per qualche minuto, come si fa con certe persone nuove le quali vi suscitano un curioso interessamento nell'animo.

— Ha un cerino? — chiese l'ercole, che aveva vuotato nel cavo della mano il fornellino della pipetta e or la ricaricava, lentamente.

Ne prese un fascetto dalla scatola che gli porgevo e se li mise in saccoccia.

— Scusi se mi permetto..... Ma qui a Giffuni non v'è un solo cortile che abbia uno straccio di lume. L'altra notte per poco non mi sono spaccato il capo a un muro... Ma lei che ha, dottore? La vedo così uggioso! Che ha? S'annoia, non è vero? Certo son pene di cuore!

Sorrisi, malinconicamente. E mentre, voltandomi, cercavo sul divanetto ov'ero seduto, il mio bambù e l'ultimo fascicolo della Rivista Clinica sulla quale il di Bartolo s'era adagiato, l'ercole, frugando nel taschino del panciotto, borbottò:

— S'intende: questo non è paese per gente che vive. Denari in giro niente: divertimenti niente. Nemmeno un teatro. Prefettura e Municipio nello stesso palazzo, all'ultimo piano! Macchè. Dopo dimani adios!

— Lei resta? — feci al di Bartolo.

L'altro nostro compagno di tavolino, Bazza, cancelliere alla Pretura, al solito s'era addormentato. Usava di far questo ogni sera, e lo svegliava il cameriere quando il caffè si chiudeva.

— Ma è presto — osservò il di Bartolo — Guardi, non sono le dieci. Io resto ancora un poco e accompagno Bazza. Ma lei proprio vuole andar via?

— Ho sonno — risposi — Arrivederci.

— Signori! — salutò l'ercole, che pur s'era levato e si sberrettava.