NOVELLE NAPOLITANE.
Novelle Napolitane
DI
SALVATORE DI GIACOMO
Prefazione di BENEDETTO CROCE.
MILANO
Fratelli Treves, Editori
—
Quarto migliaio.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.
Milano, Tip. Treves — 1919.
PREFAZIONE.
Queste novelle giovanili del Di Giacomo, scritte venticinque e più anni fa, sono state finora pregiate da pochi perchè note a pochi. Vero è che, per compenso, il pregio in cui le hanno tenute quei pochi, è così alto da valere l'ammirazione dei molti. E io confesso che nel confortare l'amico autore (il quale, come sogliono talora i veri artisti, si è straniato da esse perchè rappresentano per lui un periodo oltrepassato e ormai lontano della sua vita e della sua opera, e le guarda con iscarso affetto, e quasi si scusa di averle composte!), nel confortarlo, dico, e nel fargli premure, perchè ne permettesse la ristampa, ero diviso tra due opposti sentimenti. Da una parte, il desiderio di vedere generalmente gustato e lodato ciò che da un pezzo formava oggetto della mia stima fervente; dall'altra, una sorta di rimpianto e di gelosia nel pensare che, tra breve, sarebbe facile a tutti quel godimento che era riserbato finora solo a chi, come me, aveva la fortuna di possedere i leggiadri e rarissimi volumetti del Minuetto settecento (1883), di Nennella (1884), delle Mattinate napoletane (1886) e di Rosa Bellavita (1888).
È accaduto, per le ragioni ora dette, che laddove la fama del Di Giacomo poeta si è rapidamente ampliata negli ultimi anni da fama municipale a nazionale, e persino a internazionale (perchè le sue liriche sono studiate da critici stranieri, e parecchi si sono provati a tradurle in francese e in ispagnuolo, in tedesco e in inglese), il Di Giacomo novelliere è rimasto nell'ombra. «Ma ha scritto anche novelle il Di Giacomo?», ho udito più volte domandarmi. «E, dite, che cosa valgono?».
Tali domande non si rinnoveranno, dopo che sarà stato messo in circolazione questo volume: il quale raccoglie non tutte le novelle del Di Giacomo,[1] ma certamente molte delle più antiche, e insieme delle più belle e importanti. E nessuno dubiterà più, o ignorerà, che, oltre un Di Giacomo poeta, c'è un Di Giacomo novelliere.
Senonchè, si può fare poi questa distinzione tra il poeta e il novelliere? Nel Di Giacomo meno ancora che in altri: tanta è la medesimezza del sentimento nelle sue liriche e nei suoi racconti; e tanto i periodi della sua prosa suonano come strofe di ben elaborata poesia. Ammonimento a quegli alchimisti letterarii che vanno escogitando la poesia in prosa o il verso libero; e non hanno occhi per vedere che la poesia in prosa e il verso libero non aspettano le loro invocazioni e le loro artificiose combinazioni per venire ad esistenza, ma già esistono nel miglior modo in quei novellieri, in quei prosatori, che sono intimamente poeti.
Come nell'opera del Di Giacomo non è da fare distinzione tra poesia e prosa, così si potrebbe dire che vi appare abolita l'altra tra poesia e pittura. Si vedano i suoi paesaggi, le sue rappresentazioni di ambienti, le sue figurazioni di fisonomie ed atteggiamenti. E veramente il Di Giacomo non esce poeta e novellatore da un gruppo di letterati che verseggiano e narrano; ma vien fuori di tra i pittori napoletani, coi quali, e non con gli uomini di lettere, gli piacque di convivere fin da giovane, per affinità di temperamenti, per attrazione di simpatia e di reciproca intelligenza, per modi d'ispirazione e abiti di lavoro. Chi penetra oltre la superficie, avverte subito nelle sue pagine i procedimenti del pittore che costruisce il quadro ponendo i colori e distribuendo luci ed ombre.
Pittore non pittoresco, cioè non sfoggiante; e poeta e novellatore che sa fare cose grandi con niente, cioè senz'averne l'aria, distruggendo a forza di lavoro tutto ciò che in altri, col troppo e col vano, con gli sforzi e con gli «effetti», accusa l'immaturità della visione. Il Di Giacomo non preme sui suoi motivi artistici, sottintende tutto ciò che si può sottintendere, condensa e concentra quello che per pigrizia altri lascia errare diffuso; ha in grado eminente la castità della forma, che si suole chiamare «classicità».
La quale classicità, che parecchi ai giorni nostri credono di ritrovare nelle opere povere di vita etica degli artisti decoratori e sensuali, è invece il più forte veicolo della ricca vita etica e passionale: è l'arco robusto che manda sicuro al segno lo strale. La nota dominante nell'animo del Di Giacomo, nei suoi versi e nelle sue prose, è data dalla pietà: una pietà amara, che non filosofeggia, non si consola con considerazioni sull'universo nè si atteggia a pessimismo sistematico, ma resta semplicemente questo: pietà: «E ched è sta vita nosta! Quant'è amara e quant'è triste!», esclamano due versi di un suo compianto per una ragazza tradita e morta: esclamazione, che è tutta la sua filosofia. E per mia parte non posso leggere queste pagine senza sentire di tanto in tanto un nodo alla gola e ritrovarmi gli occhi umidi — di un intenerimento che non discerno fino a qual punto venga dalla pietà delle cose narrate e fino a qual altro dalla stessa ammirazione per la perfezione artistica della forma. Le due forze, etica e artistica, qui confluiscono veramente in una.
In questa ristampa, editore e autore sono stati concordi nell'intitolare il volume: Novelle napolitane: titolo al quale io mossi sulle prime qualche obiezione, parendomi che in certo modo restringesse il significato umano di queste novelle, e ne sminuisse altresì il valore artistico, perchè suggeriva l'idea che fossero «quadri di costumi» e appartenessero a quelle opere, determinate da ragioni non puramente estetiche, che sono dirette a far conoscere ai curiosi le condizioni di un popolo o di una classe sociale. Ma, poi, il titolo non mi parve del tutto improprio, considerando quanta parte della vita di Napoli, — di quelle sue stradicciuole «dove ogni casa nasconde e cova un dolore», — trovi il suo documento nell'arte del Di Giacomo: — e di una Napoli che ora per molti rispetti si è già dileguata, la Napoli che ricordo di aver visto anch'io nella mia adolescenza, la Napoli di trent'anni fa.
Giugno 1914.
Benedetto Croce.
[1]. Ne restano fuori quelle fantastiche di Pipa e boccale e le altre Nella vita edite nel 1903, per non parlare dei bozzetti contenuti nelle due serie di Napoli, figure e paesi.
Il menuetto
Giugno mite, dolcissimo, avea sorriso alle cose con l'ultima sua tepida giornata. Il piccolo vecchio sedeva in una pur vecchia poltrona ancora pienotta, nell'angolo della finestra. Le mani carezzavano i pomi dei bracciuoli; leggermente china la testa sul petto, gli occhi socchiusi, egli era vinto da un languore, nella rosea poesia del tramonto.
Si spandeva per la silenziosa stanzuccia quel lume vago, dorato, che dà alla pelle un colore d'incarnato, come lo dà una candela alla mano che ripara la fiammella. Entrava da per tutto, bagnando mollemente i mobili d'antica sagoma, i ritratti ingialliti dei quali veniva fuori nettamente la cornice dal parato, tutto sparso di mazzolini di fiori che invecchiavano anch'essi sopra un fondo d'azzurro.
Tutto là dentro era antico, di quel barocco, non molto esagerato, al quale s'afferra ancora la vecchiezza dei tempi nostri che sorride alle abitudini de' tempi suoi e del caro ambiente si circonda ad evocarne, triste, i ricordi. Quella vecchiezza che tiene a coprirsi il capo d'una papalina di velluto marrone, ricamata d'oro e foderata di seta; dalla voluminosa cravatta nera di cui cinge tre volte il collo e che annoda poi sotto il mento; dalle camicie di tela fine che sentono di buon odore di spiganardo e che l'amido gonfia sul petto; dai polsini attaccati alla camicia, co' margini rotondi, chiusi da un semplice bottoncino di pastiglia liscia, attaccato col filo. Una vecchiezza che si compiace di lunghi soprabiti verde bottiglia, dal bavero alto, di calzoni di panno molle che non fanno pieghe a star impiedi e appena sfiorano l'orlo della scarpa a nastrini, lasciando apparire la calza ruvida e bianca. Una vecchiezza che ama il tabacco da naso, ma che all'occasione sa divenire gioventù e corteggiare belle signore, e darsi la baia a tempo, prima che altri glie la dia, e canzonarsi mentre si china a baciare una mano grassottella o s'impettisce offrendo il braccio saldo a far passeggiare, per la casa, le conoscenze femminili. Per celia egli disse una volta che voleva morir canticchiando, innanzi alla spinetta, co' lumi accesi nella sala, mentre un ballettino si preparava e suonavano risatine di perle tra un fruscio di strascichi serici.
Ahimè, povere illusioni! Ora, da tempo, nel suo cuore che inaridiva morivano, come alle orecchie moriva ogni suono, tutte quelle gioconde spensieratezze. Una grave sordità lo aveva colto, improvvisamente. Era stato dapprima un ronzìo, come allo svegliarsi da un sonno faticoso, poi fu un silenzio eterno. Non udì più nemmanco lo sbattere fragoroso delle porte che si tirava dietro la serva Clementina. Ai primi giorni, quando costei, stupefatta, dovette fargli capire con atti della mano quanto volesse dirgli, lui ne prese, per la gran pena, un febbrone, e rimase cinque giorni a letto. Clementina si sfogava in cucina, singhiozzando, come se qualcuno le fosse morto, innanzi al pollaio, ove molti pulcini schiamazzavano.
A poco a poco il piccolo vecchio si rassegnò.
Ma ne' gravi silenzii, in cui si sentiva perduto, una invincibile sonnolenza lo appesantiva. Gli veniva voglia di morire addormentandosi. Da tre anni, così, non avea più nulla scritto. Tutta la santa giornata la passava solo solo, nella poltrona favorita, seguendo liberi voli di rondini che migravano pei tetti, fantasticando, leggiucchiando il Poliorama pittoresco, del quale conservava tutta la collezione.
Con lui, che ne' modi e negli abiti mai si era mutato, la cameretta armonizzava. Abitudini di mezzo secolo vi aveano lasciata la loro orma, un profumo di vecchiezza nella mobilia dorata, della quale, come i gomiti al soprabito del padrone, lucevano gli angoli logorati, una voluta aggiustatezza sulle mensole di marmo bianco, nei cantucci in penombra, pieni di mistero. Un sorriso malinconico aleggiava tra le pareti, come un rimpianto; dormiva da tempo la stanzuccia. Uno specchio ovale, dalla bianca cornice filettata d'oro, si copriva di polvere sul vetro, riflettendo confusamente, come in una nebbia, le cose della mensola su cui poggiava: due vasi da fiori artificiali, un grande orologio di bronzo dorato del quale, da cinque anni, le lancette segnavano il tocco, un vassoio di porcellana con le sue tazze a medaglioni pompeiani, e una piccola Venere nuda, di bronzo. L'Amorino, che la bella dea si recava tra le braccia, le metteva le manine sugli occhi.
Dalla parete di faccia un Rossini, a pastello, con la dedica, vigilava nella camera, la punta delle dita nello sparato del soprabito, l'occhio piccolo e vivo, pien di malizia.
Da per tutto, qua e là, messe in ordine accosto a' mobili, sedie dalla impagliatura ingiallita, dalla spalliera piatta e larga, verniciata di bianco, istoriata nel mezzo da figurine di cavalieri in parrucca e codino, i quali, premendo al petto il cappello a lucerna, s'inchinavano a damine rubiconde, che sorridevano, spiegazzato il ventaglio di piume. Presso all'uscio maggiore, del quale una cortina nascondeva il vano, sopra una di quelle seggiole riposava un cappello di feltro, alto, dalle tese rigide. Un bastone dal pomo d'avorio s'appoggiava alla seggiola.
Pareva che il padrone, a momenti, dovesse uscire di casa. Due pantofole ricamate si nascondevano in un angolo.
In fondo, nella luce dolce ed eguale, la sagoma scura della spinetta richiamava l'occhio, con la sua immobile tranquillità. Teneri riflessi scendevano pel legno pulito, spegnendosi sul tappeto, macchiando di bianche lucentezze quel mobile.
Dalla sua poltrona il piccolo vecchio faceva correr lo sguardo compiaciuto sul leggìo, sulle carte da musica ammucchiatevi accanto. L'occhio carezzava la pallida fila della tastiera, le mani desiderose fremevano sui bracciuoli della poltrona.
Finalmente la spinetta trionfò. Il piccolo vecchio si levava pian pianino; fece due passi nella camera, si fermò, respirò rumorosamente, come a togliersi un gran peso di su lo stomaco. Si fregava leggermente le mani, preparandosi, tutto compreso della sua piccola commozione. Da un vassoietto tolse una bottiglia di rosolio di cannella, empì un bicchierino smerigliato, centellinò, facendo schioccar la lingua, tossendo, battendosi in petto piccoli colpettini. Infine affrontò coraggiosamente la spinetta; le si sedette innanzi, passò un gran moccichino di filo scuro sulla tastiera, che di sotto si mise a strepitare, discordemente. Le mani del vecchio tremavano così forte ch'egli dovette sostare un pezzetto, per quietarsi. Poi corsero subitamente per una scala semitonata. La spinetta si svegliò in un chiasso di note saltellanti. Dio, che foga! addio vecchiezza! Il cuore faceva: tic-tac, tic-tac, sul ritmo della musica, il sangue correva ai pomelli delle guance, brillavano gli occhi, le labbra mormoravano. Egli s'abbandonava indietro sulla seggiola a tamburello con le braccia stese, le palpebre socchiuse. Una furia d'allegri, d'andantini, di ariette, di fughe vorticose, gli turbinava dentro nell'anima.
Provò a rappaciarsi. Dolcemente, sfiorando appena con le dita la tastiera, egli mormorò, dondolando il capo:
Cara, non dubitar....
Cimarosa.... Ah! Cimarosa! Perchè lo ricordava sempre, sempre?... Il piede batteva il tempo sul tappetino, la voce continuava come un soffio:
Pria che spunti in ciel l'aurora
Cheti cheti, a lento passo,
Scenderemo fino abbasso
Che nessun ci sentirà....
Il vecchietto si lasciava trascinare:
Fuggiremo pian pianino,
Per la porta del giardino....
E la melodia empiva la cameretta. Vi rimetteva il tempo d'una volta, il bel tempo d'allora. Tremava per l'aria, sfiorava le pareti, passava sui mobili come una carezza, saliva al soffitto come un profumo del tempo. Un susurro si partiva dalle pareti, da' mobili, da' ritratti, dagli angoli pieni d'ombra e di ricordi; tutta la stanzuccia vibrava, applaudendo. Morirono l'ultime note languide in quel susurro; la spinetta tacque.
Or il vecchietto si chinava a rovistare, le mani impazienti, tra le carte musicali, cercando certo suo menuetto, scritto a' giorni della gaia giovinezza. Finalmente lo trovò, finalmente lo spiegò sul leggìo dal quale era tanto tempo, tanto tempo lontano. Inforcò gli occhiali, accostò gli occhi alla carta, lesse, con l'anima sospesa, col cuore in gran palpiti. Le mani scivolarono sulla tastiera....
Ma subitamente, il volto di lui si mutò; non più ridevano gli occhi dietro i vetri lucenti, non più l'anima rideva. Implacabile e violenta lo riafferrava la disgrazia della sordità, moriva la musica, moriva l'armonia in un profondo silenzio. Il vecchietto si lasciò cadere le mani sulle ginocchia, sconsolato. Che povera fortuna aveva quel menuetto! Eppur quante pene di cuore vi aveva dolcemente accumulate! Il titolo gli venne dalla sentimentale civetteria d'una damina — che sorrideva sempre, ancora, in una cornicetta dorata, sulla mensola. Una piccola bionda dagli occhi azzurri, dalla pelle liscia e rosea, dalla bocca amabile, vestita d'un corpettino da contadinella, scarlatto, a sbuffi di merletto antico, un neo sotto l'occhio, la cipria nei capelli. Disse lei, allora: — Il menuetto è assai gentile; chiamiamolo Confessione.... Lui disse: — Di cosa? Ella rideva, mostrando due piccole fila di perle, un tesoretto.
— Fate voi, mettete pur voi qualche altra parola. Egli balbettò: — d'amore? e diventò del colore di quel corpetto. Lei rideva e infine si lasciò prendere la mano affusolata....
Il vecchietto, sorridendo al ricordo, rimise le mani sulla tastiera, tentò qualche nota dell'adagino, un delizioso fa minore pel quale ella chiudeva gli occhi e abbandonava mollemente il capo sui cuscini del divano. Gli tornò il primo impeto di collera, come nessun'armonia gli arrivava all'orecchio. Si chinò, accostò il capo alla tastiera; i polpastrelli percotevano, due, tre volte.... Nulla, nulla; qualcosa d'indistinto, di vago, un soffio. Davvero tutto era finito, proprio tutto. Un'immensa amarezza gli strinse il cuore, le mani si raffreddarono, madide. Il vecchietto, poggiato il braccio all'angolo della spinetta, abbandonata la testa sul braccio, rimase immobile. Pareva dormisse.
Annottava; l'ombre si raffittivano nella camera, vi mettevano larghe macchie d'oscurità intorno alle quali ogni cosa nuotava in una dolce confusione di linee. Perdeva la stradicciuola la sua gente e il romore; un impreciso mormorio ne saliva, e penetrava nella stanzetta come un soffio. E la stanzetta taceva, in una gran pace. Pure, il malinconico silenzio, di tanto in tanto era rotto. Si sarebbe detto che lì, dietro la spinetta, nell'ombra, qualcuno singhiozzasse.
Gabriele
Il reverendo rettore levò, finalmente, il naso da una scodelletta, in fondo alla quale il suo grosso indice aveva, diligentemente, ripescate, tra il caffè al latte, le ultime miche di pane. Nel silenzio della sagrestia si manifestava la soddisfazione di lui con quel romore del naso particolare dei tabaccosi che fanno il chilo, con un sordo gorgoglio della strozza, ronfante di compiacenza e di respiro che non trova libera la via.
— Sentiamo. Mai arrestato?
Era davanti a lui un piccolo uomo, orribilmente magro, pallidissimo, brutto, dall'aria così malata, così triste che il rettore, una persona grassa e piena di salute, aveva terminata in fretta e furia la sua colazione, temendo di doverla interrompere per mancanza di appetito. In verità nulla di più languente di quel piccolo uomo, che aspettava, impiedi, col cappello tra le mani esangui, tossendo, di tanto in tanto, a colpetti brevi e secchi, la faccia volta alla grande scansia dello stanzone. Rispose:
— No, signor rettore.
— Sai leggere?
— Sì, bene.
— E scrivere?
Lui accennò ancora di sì, con gli occhi.
— Sta bene, — disse il rettore, levandosi, — vieni un po' a vedere la chiesa....
Lui, mentre il prete s'avviava, fece per rimettersi il cappello, con un moto involontario.
— Be', — disse il prete, — cosa fai? Siamo in chiesa.
Balbettò qualche scusa, arrossendo. Il rettore si soffiava il naso e svegliava l'eco della grande navata. Lentamente, si fermava qua e là, davanti agli altari, alle pilette dell'acqua benedetta, agl'inginocchiatoi su' quali stratificava la polvere.
— Qui bisogna passar lo straccetto ogni giorno. Qui lavar con l'acqua di tanto in tanto. E i candelieri! Mi raccomando assai pei candelieri. E quando sono accesi badare che non mi brucino i quadri. Guarda, quest'è opera delle fiamme de' candelieri....
Con l'unghia dell'indice raschiò appiè d'una Purificazione della Vergine. Era una pittura su rame. Il colore si staccava, carbonizzato.
— È un peccato, — mormorava il prete, — e ogni tanto ho da sentirmi i pistolotti della commissione pe' monumenti.
Nella desolazione delle sue rovine, deserta e fredda, la chiesa invecchiava in un silenzio di morte. Era una chiesa gotica, sulla quale tutte le epoche avevano infierito, e più di tutte il seicento. I finestroni archiacuti erano ridotti a sagome inestetiche, gravati di fregi, inquadrati da cornici di stucco, da fronzoli e rosoni. Il medio evo, sotto la sgraziata sovrapposizione, fremeva; la pietra grigia pareva che, negli spasimi dell'insofferenza sua, volesse liberarsi dal calcinaccio odioso. Lo aveva fesso; serpeggiavano qua e là spaccature profonde e nere. L'invasione non aveva nulla risparmiato; sotto all'intonaco sparivano le fini dorature d'un capitello, si affollavano d'angioli ricciuti e ben pasciuti le vôlte a crociera delle cappelle e, scambio delle severe lastre di marmo, sul pavimento correvano file disordinate di mattoncelli. Della tomba del fondatore della chiesa i francesi del novantanove avevano fatto abbeveratoio di cavalli: quegli stessi francesi che ad una cappelluccia della Madonna strapparono pur un trofeo d'azze e di barbute, memoria di Lepanto. Il sarcofago, di cui penetrava nel muro una parte, attorno al coverchio aveva una iscrizione in lettere gotiche, e, a tratti, le lettere sparivano, poichè la polvere secolare ne aveva colmati i solchi.
Dietro il maggiore altare la morte era spaventosa. Si sfasciava il coro, si coprivano di polvere gli stalli deserti, e il legno si torceva nell'umidità, convulsionato come in riso doloroso, mostrando per lo spaccato chiodi ritorti e brani di vecchio legno.
Lungamente, come il rettore lo aveva lasciato libero, il novello scaccino rimase in contemplazione del coro, conquistato dalla varietà strana di tante minute pitture, che sopra ogni stallo, nell'inquadratura a rabeschi, ricordavano santi, o patriarchi, o assunzioni e martirii di vergini. Su quel del priore un barbuto Simeone circoncideva un piccolo Gesù, reggendolo in una grossissima mano, con, a lato, la Vergine e il falegname Giuseppe, dalla bianca barba spiovente. Il cinquecento avea profusa tutta la sua erudizione architettonica in queste fredde pitture, di cui i tratti avevano durezza d'incisione e austero segno ingenuo. Colonnine ed arcate a sfondo interminabile, peristilii eleganti, fregi a serpi e ghirigori; non uno sfumo, nessun'ombra. Eran monaci ossuti dalla deforme testa rasa sulla quale, a uno a uno, si potevano contare i capelli aggiustati in aureola; monaci dal collo taurino, dagli occhi astratti, le dita curiosamente sbucanti dall'intreccio delle mani in preghiera, le unghie accuratamente segnate dal paziente artista. Erano martiri beatificati, dalle lunghe facce piagnucolose, dalle vestimenta orlate di stelle; erano pargoli nudi che avevano piedi d'uomini fatti.
Le pitture diventavano rosse, si staccavano dal legno, e delle lunghe righe di puntini neri segnavano il passaggio dei tarli. Cominciava il banchetto de' tarli a sera e, nel grave silenzio, pareva che un'unghia umana lievemente grattasse sul legno.
Lo scaccino si dimenticava, assorto. Di tratto in tratto, all'altro capo della chiesa, cadeva un pezzetto di travicello roso, un frantumo, dall'organo sconnesso, e una lieve nube di polvere si diffondeva intorno. Pei finestroni sconquassati piovevano ombre fitte, che più s'addensavano. Era l'ora in cui la chiesa si concedeva all'oscurità.
Lo scaccino rientrò in sagrestia. Il rettore si spazzolava, chiacchierando con un altro prete del quale un'ombrella enorme gocciolava sul pavimento.
— Manco male — diceva il rettore — che siete arrivato voi, don Enrico. È il Signore che vi manda.
— È stata un'ispirazione, rettore. Pareva che una voce mi dicesse per la via: Va, chè il rettore non ha ombrella.
Rise, mostrando una sconcia fila di denti giallastri. E levò gli occhi al finestrone:
— Piove a rovesci.
Il rettore mormorò:
— Ah! Signore! Sia fatta la tua volontà!
Poi, come lo scaccino aspettava, impiedi:
— Siamo intesi, tu, non è vero?
— Sì, signor rettore.
— Ora vattene, ora non c'è da far nulla. T'insegno a chiuder la porta. Domani bisogna trovarsi in chiesa alle sei....
Uscirono. Lo scaccino, accomiatandosi, baciò la mano al rettore, e rimase ad aspettare che la pioggia finisse, addossato a una bottega chiusa, mentre il prete si cacciava sotto l'immensa ombrella del suo amico e s'allontanava, galoppando nelle pozzanghere.
II.
Questo piccolo uomo si chiamava Gabriele. Ma intorno al bel nome angelico era tutta una oscurità. Vagamente il ricordo della fanciullezza s'affacciava, ne' lunghi intermezzi di silenzio dell'anima che, di tanto in tanto, conquistava la inutile creatura, prima di metterla nella malinconica imprecisione del passato. Nel passato era un freddo di persone e di cose, un mistero, un muto dolore continuo. La scuola infantile senza sole, senza amicizie infantili, senza premii; nel verno, una stanza paurosa in un palazzo buio, un cattivo odore insistente, da per tutto e le scarpe fradice nelle quali i poveri piedini gelavano. Poi la miseria, la triste miseria senza risorse e una peregrinazione per case che lui non sapeva ed ove la madre scompariva, lasciandolo, aspettante, nel cortile. Ella si chiamava Cristina. Or, invecchiata rapidamente, pallida, debole, aveva soltanto conservato nella orribile caduta il fosco lampo di due occhi pieni d'anima e due labbra sottili e brevi che ancora sapevano maledire. Aveva fatta una gran passione ed era stata abbandonata col figliuolo. Rubata a due poveri vecchi, de' quali codesta infamia aveva affrettato la morte, ella avventava lo sguardo in tanto orrore di cose, meditando, col gomito sulla tavola zoppa, col mento nella mano, sulla fatalità di questa uccisione lenta e sicura, la quale sterminava tutta una famiglia. Un sol uomo aveva ferito, ed era scomparso. Mentre i colpiti scendevano un dopo l'altro nella tomba, ella, che pur ne faceva la strada, lo malediva, profondamente.
A Gabriele serpeva nelle vene il sangue malato e fremente della madre. Nelle collere prorompenti contro le nervose volontà di quella donna egli si mordeva le braccia e urlava, gli occhi pieni di lacrime, le gote accese da tutto quel po' di sangue che gli restava. E Cristina, cupa, lo contemplava, dal letto ove il suo male l'aveva inchiodata, il male orribile della famiglia, implacabile.
Il rettore lo avea preso per fargli custodire la chiesa; e da scaccino Gabriele era diventato custode, a poco a poco, perchè il prete era avaro e le entrate impoverite non bastavano a mantenere due persone per due ufficii diversi. Gabriele non si rifiutò. Soltanto chiese un po' di denaro avanti, pei bisogni della famiglia. Il rettore rispose che non poteva.
Il sagrifizio del poveretto cominciò in una piovosa mattina di gennaio. Da prima la chiesa, piena di calma e di silenzio, gli mise una strana pace nell'anima. Da un capo all'altro la visitò curiosamente, perdendosi in laberinti di corridoi scuri e freddi ove non era mai penetrato il lume del sole. All'imbrunire, quand'essa rimaneva deserta dei pochi devoti che ogni giorno venivano a pigliarvi un'infreddatura, egli passava in sagrestia e vi metteva in assetto le vesti sacre, strofinando lo straccetto sulle scansie macchiate d'umido e di polvere, e spazzolava i berretti, e passava in rivista le rotonde scatoline delle ostie, tentato da alcuni superstiti pezzettini di esse. Di tanto in tanto riposava, addossato allo stipo, le labbra chiuse, la faccia anemica tutta compresa di quell'aria scema che hanno i bevitori d'assenzio, in meditazione di nulla. Poi si metteva a sedere, stanco, nella vecchia seggiola del rettore, dal cuoio nero tutto consumato che di sotto agli strappi mostrava la imbottitura di stoppa. E vi rimaneva assorto, mentre dalla vicina stradicciuola, sulla quale davano i finestroni, il cadenzato tintinnio del ferro, che un magnano batteva sull'incudine, lo cullava con un tremolio di vibrazioni morenti. Non uno strepito, a volte, non un soffio turbavano l'indefinibile silenzio del luogo. Egli si raggomitolava nella seggiola a bracciuoli, figgeva lo sguardo sulla porticella schiusa che metteva in chiesa e che, per la fessura, dava passaggio a un po' di luce. Una bianca striscia s'allungava sul pavimento della sagrestia, già perduto nell'ombra, mentre annerivano nella notte, sulle pallide pareti, i grandi armadii in giro. L'ultima luce penetrava dal finestrone di faccia a lui e debolmente arrivava fino a quella opposta alle vetrate. Una corda, che pendeva dal soffitto, si dondolava, lievemente.
Tre mesi gli parvero tre secoli. Soffriva ora orribilmente: l'umido lo avea tutto fradicio dentro; gli passava le ossa, gli dava brividi e febbre. Cadde, una volta, a piangere sull'inginocchiatoio, la testa arsa, invocando Cristo a gran voce.
III.
L'ultimo giorno di marzo Cristina morì, guardandolo ostinatamente, ancor dopo morta, co' grandi occhi sbarrati, la bocca schiusa, come se volesse chiamarlo. Egli la baciò sulla gelida faccia e svenne sul letto. Rientrato in se stesso trovò i vicini che chiacchieravano e aprivano le finestre e bruciavano zucchero. Cristina l'avevano acconciata alla meglio sul lettuccio, cacciandole sotto il capo due origlieri, spianandole le ginocchia, incrociandole sul seno le mani. La morte rendeva ubbidiente quel corpo.
— Sentite, figlio mio, — disse a Gabriele una vicina, — meglio è che andiate a pigliare un po' d'aria fuori di casa. Qui state male. Dio se l'ha voluta chiamare.
Lo spinse dolcemente fino alla porta. Lui si lasciò fare, le braccia penzoloni. Si trovò nella via senza saper come, si trovò incamminato alla chiesa, inconsciamente.
Piovigginava fitto e nel tempo uggioso la gente tirava innanzi silenziosa, scantonando. Schioccava, di tanto in tanto, una frusta e un cocchiere sferzava, bestemmiando, la sua rozza, sferzato lui stesso in faccia dalla pioggia. Sulla porta della chiesa un mendicante stendeva la mano a' passanti.
Gabriele aveva in saccoccia la chiave della porta piccola. Fece il giro della chiesa, entrandovi da un vicoletto. Essa era sepolta in una quasi oscurità che la immergeva in un ignoto misterioso e profondo; il grande altare si fondeva vagamente con l'ombra, e in quella sparivano i suoi larghi gradini. Ancora si diffondeva nell'aria un profumo leggerissimo d'incenso.
Lo scaccino entrò nella sagrestia. Lo assaliva il desiderio di trovarsi solo in questa santa pace, di sfogarsi liberamente tra questi bianchi muri pietosi. S'inginocchiò. Tornavano, co' ricordi imprecisi della fanciullezza, le prime preghiere e gli morivano sulla bocca, rotte dall'impetuoso delirio dell'anima e dal dolore del corpo. Era, tra rantoli soffocati, una frenesia di pianto e di parole sconnesse e supplichevoli.
Di colpo egli si levò, volse intorno gli occhi sbarrati. Lo avvolgeva l'oscurità, un buio così fitto ch'egli non ebbe il coraggio di moversi, temendo di precipitare in abissi che le tenebre gli nascondevano. Soffocava; s'era levato per cercare acqua e non ricordava più ove fosse la vaschetta di marmo.
Stese le mani brancicando....
Poi riescì a gridare:
— Aiuto! Aiuto!...
La stessa sua voce aumentò il suo terrore. Barcollando, mentre il sangue gli saliva a fiotti alla bocca, trovò la porta della sagrestia, uscì nella chiesa, afferrò la fune della campanella.
Nel silenzio vibrarono due o tre rintocchi. Egli aveva battuto con la faccia a terra. Aveva annaspato qua e là con le dita raggranchite, poi non s'era mosso più. La campanella vibrava ancora. Finalmente pur quel debole suono si spense....
Scirocco
La mattinata umida e malinconosa, senza raggio di sole, moriva tristemente nelle ultime luci fredde e annebbiate dell'imbrunire. A' romori che nel giorno l'aria spessa e pesante aveva ammortiti, alla vita della mattina piena di movimento, di voci, di strepiti, che il tempo uggioso avea resi come sordi e sfiniti, succedeva adesso, dopo un paio d'ore d'ozio snervante, l'impaziente rivoluzione della sera, che pareva volesse reagire a quel torpore durato così a lungo tra l'aspettare invano i soliti piccoli avvenimenti e il raggomitolarsi con lo spirito e il corpo in un malessere d'insofferenza che la giornata metteva ne' muscoli e nel sangue.
Alle quattro era venuta giù un po' d'acquerugiola fina e diaccia, che filtrava i brividi nell'ossa, e a guardarla si sarebbe detto che fosse bigia come il cielo e piagnucolosa come un'ostinazione di bimbo malaticcio. Laggiù, in piazza San Ferdinando, i cocchieri del posto bestemmiavano sottovoce, la testa insaccata fra le spalle, il tappetino della vettura sulle ginocchia strette.
— Che divertimento, eh? — La gente s'era scordata d'andare in carrozza. Ognuno casa sua la teneva a quattro passi, e poi col sole che c'era veniva la voglia di farsela una passeggiata co' piedi nelle pozzanghere! — E così la giornata se ne scivolava!... — Ohè?... Vengo? Vengo?...
Ora tutte le fruste schioccavano; qualche signore dal marciapiedi di faccia voltava gli occhi a destra e a manca, aspettando che spuntasse una carrozzella di passaggio per risparmiare un paio di soldi, che, tanto si sa, quelle del posto non si muovono se non le trattate a dovere e vogliono la corsa intera per quattro passi come le hanno avvezzate i signori ricchi che portano il collo stretto nel solino, lo staio sulle orecchie e vanno a Chiaia senza sporcare i cuscini, con le palme delle mani sulle cosce. Ma intanto con quel tempo e con quella scarsezza il posto s'arrendeva, lasciandosi fare. — Otto soldi al Museo! — diceva il signore. — Datemi mezza lira. — E l'altro, duro: — Otto soldi! — Il cocchiere ci pensava un pezzo prima di decidersi a pigliarlo per quella miseria, ma intanto come il signore s'impazientiva e faceva per voltargli le spalle, e allora con una santa pazienza lo chiamava:
— Sentite.... andiamo.... salite
Dal posto i compagni stavano a guardare, seguendo con gli occhi il battibecco, indovinandone le offerte e le transazioni. Lui pel sacrificio che aveva fatto si sfogava con la povera bestia, la quale scotendosi tutta con un balzo alla prima frustata incollerita che le toglieva il pelo, rabbrividiva di sorpresa e di dolore. E mentre nel pigliar l'aire dava una strappannata al panciere, lui ritto in serpa, mangiandosi la lingua, scoteva la mano all'aria due volte, e spiegava le dita a mostrare ai compagni quanti soldi pigliasse.
Le ombre scendevano rapidamente: dalle basi rotonde de' fanali, di cui la fiamma a gasse si dondolava leggermente fra i vetri appannati, la striscia nera della colonnina si proiettava ad angolo su i marciapiedi umidi, e in cima la lanterna ingrandiva smisuratamente, spandendosi. C'era poi, sopra l'insegna di un magazzino, il grande orologio di Riccio, che luceva da tutte e due le facce, pallido come la luna, e faceva venir la malinconia, malgrado vi fossero sopra due grandi ali dorate come quelle degli angioli a lato dell'altar maggiore.
Allungandosi lo sguardo arrivava sino al principio della scesa del Gigante; laggiù il verde cupo degli alberi si fondeva col cielo tutto d'un pezzo, nero come il carbone.
Ma nello spiazzato innanzi alla gran massa del palazzo reale, tutti i lumi s'eran data la posta come ogni sera, e assieme ai fanali grandi a cinque rami, di sotto alle colonne del peristilio, le lampade a bomba rischiaravano la piazza deserta e silenziosa, ove pareva che andasse a morire nell'immensità del vuoto tutto il romorio di Toledo.
In questa brutta serata di marzo, come sonarono le sette all'orologio di piazza Dante, tanto debolmente che appena lui potette seguirne i rintocchi, Manlio si decise ad uscire. Dopo aver leggiucchiate le prime pagine di un romanzo nuovo, di cui si era annoiato a morte, fra le cinque e le sei di sera s'era buttato sul letto, volendo gustare, per la prima volta dopo un mese, la voluttà del sonno a quell'ora. Così tra l'appisolarsi e il rimaner cogli occhi aperti per un pezzetto a guardar nel soffitto le ragnatele lasciate in pace, stette un'ora buona, in forse se dovesse uscire o rimanersene a casa, ora che il tempo minacciava.
Manlio: un bel nome, di cui doveva la romanità severa alla madre buona e intelligente che s'era ridotta in provincia a seguire il marito e c'era rimasta perchè lui contava di raggranellare il suo po' di sostanza, vendendo dei fondi che da assai tempo lacerava a furia di liti l'ostinato accanimento di tre eredi, fra i quali egli era primo. Con le buone parole, co' sacrificii e la pazienza lui si era fitto in capo di spuntar la faccenda, e le cose andavano bene. La signora Maria scriveva al figliuolo, ogni settimana, lettere piene di cuore e di rimpianti, promettendo, a rassicurarlo, che sarebbe tornata subito, arrischiando timidamente, con una dolcezza di parole che nascondevano la severità, dei piccoli ammonimenti nei quali tremava, inconsapevole, il suo grande amore di madre lontana. Manlio, leggendole, si commoveva. Ora la solitudine, che fra tutte le sue vaghe aspirazioni di fanciullo nervoso, era stato sempre il desiderio più intenso, lo spaventava, rimettendogli innanzi agli occhi il ricordo di certe sere calme d'inverno, quando la pioggia batteva a' vetri ed essi chiacchieravano sottovoce nel tepore della stanza, mentre il padre leggeva la gazzetta e fumava. Nei brevi momenti di silenzio, quando la signora Maria s'era lasciata scappare una maglia della calza che lavorava, s'udiva dal lettuccio il respiro uguale della bimba che dormiva con una manina sul petto. Che sere! Lui raccontava i suoi progetti, si animava facendo mille castelli in aria, lasciandosi trasportare, gesticolando sottovoce e la brava donna sorrideva, contemplandolo tutta pensosa, e le maglie della calza scappavano. Ma eran sogni d'oro quelli che lo cullavano allora; dormiva sino a giorno tutto d'un fiato sotto la coltre spessa che, a volte, quando non aveva ancor chiusi gli occhi, si sentiva rimboccare sotto al mento dalle mani leggere della madre....
Questo pensava Manlio in quella sera di marzo, smaniando sul letto, che scricchiolava, voltandosi da tutte le parti come se fosse sulle spine. All'ultimo, mentre l'oscurità empiva la stanzuccia e lui non vedeva altro se non, di faccia, il vano della porta anche più nero dell'ombra, una strana inquietudine lo prese. Quasi gli venne paura che da un momento all'altro, così, solo com'era, in quel silenzio, in quella oscurità avesse a mancargli la vita. Quando si levò, cercando tentoni i fiammiferi, le mani gli tremavano e durava fatica a tirar su il fiato.
— Impossibile, — mormorò, com'ebbe acceso il lume e gli tornò l'animo, — impossibile!... Questa è vita che non può durare....
Si vestì e scese. Mettendo il piede nella strada si ricordò di non aver preso il paracqua. Stette un momento in forse se dovesse risalire o tirar via facendone a meno, tanto era un'acquerugiola minuta che non faceva male, e poi rifar daccapo settanta gradini era una cosa che lo seccava abbastanza. Si mise in cammino, scendendo per Toledo, con le mani in tasca e la testa china, tutto pensoso. Che si sentisse dentro lui stesso non lo sapeva: era un malessere, un'oppressione, un'insofferenza, che lo rendevano odioso a se stesso; fra tutto lo impensieriva ora come un intuito delle disillusioni che gli toccherebbe di sopportare; indovinava le aspettative insoddisfatte, a cui da un momento all'altro si troverebbe di contro nella sua piccola vita serale, della quale si faceva il conto che il tempo cattivo dovesse stornare le abitudini. Difatti, entrando nel caffè ove gli amici erano soliti a raccogliersi accanto alla gran tavola di marmo, trovò ch'essa era deserta, e andò a sedervi aspettandoli. Chiese il caffè e gli parve addirittura acqua calda; lo sorbì tutto d'un sorso dopo averlo fatto raffreddare, non volendo avere la pazienza di centellinarlo col gusto che ci pigliava ogni sera. Nel caffè c'era una piccola orchestra che di colpo si mise a suonare un walzer fritto e rifritto, un'antipatia di musica frettolosa e saltellante, che mise una gaiezza stupida fra i consumatori. Lui, di faccia a un borghese che batteva il tempo col cucchiaino nel vassoietto, si sentiva un formicolio nelle mani; gli avrebbe voluto buttar la chicchera in faccia.
Cominciava a dolergli la testa; gli occhi, in quella nebbia che il fumo dei sigari spandeva nel locale chiassoso, gli s'intorbidivano e gli diventavan piccoli. A un momento, mentre uno spilungone di maestro di musica batteva sconciamente sui tasti del pianoforte, egli sentì il colpo secco e la vibrazione, per un secondo, d'una corda che si spezzava facendo «zin!», cosa che gli raggricciò la pelle. S'alzò, e guardò all'orologio sul banco del padrone; erano le nove, gli amici non sarebbero più venuti.
E, lentamente, con le labbra strette, infilò la porta che metteva sulla piazzetta innanzi al Municipio. Pioveva sempre allo stesso modo. Lui si mise a camminar dritto avanti a sè, non sapendo che via pigliare per tornare a casa più presto, ora a piccoli passi, ora affrettandoli per trovarsi subito fra le sue quattro mura. E camminando si rodeva dentro con gli amici che non erano venuti, con la umana leggerezza che dimentica tutto, con se stesso che era tanto ingenuo da contare su tutti. Avrebbe voluto che i compagni avessero indovinata la sua solitudine in quella sera, avrebbe voluto che fra essi uno solo almeno avesse pensato a farsi trovare per tenergli compagnia — che diamine!...
I suoi nervi in quel momento avevano acquistata una tensione straordinaria. Gli scoppii romorosi delle fruste, quando gli passavano accosto le vetture, lo irritavano; bestemmiava sotto voce, sbuffando, come inciampava nell'oscurità col piede in una rotaia di tranvai che lo sbalzava da un lato, sorprendendolo dolorosamente. La luce dei magazzini gli abbagliava gli occhi; a volte sentiva fra le spalle come delle punture di aghi, che gli davano per un momento l'irritazione d'una bestia inquieta.
Ora si trovava di faccia al teatro San Carlo. Entrò lentamente sotto il porticato. Si fermò a leggere un cartellone mezzo lacerato che pendeva a uno de' muri. S'accorse che sotto a quel muro una persona, che lui conosceva molto da vicino, stava tranquillamente accendendo un sigaro. Si adocchiarono nello stesso momento; Manlio s'accostò, con la mano stesa.
— Buonasera, signor Roberto.
— Buonasera, Manlio; come va?
— Eh! — disse lui, facendo spallucce. — Son seccato....
L'altro, passando il sigaro nell'angolo delle labbra, fece per incamminarsi. Manlio gli tenne dietro, stringendoglisi accosto. Gli pareva, che quegli non gli avesse detto addio per stare un po' assieme, e intanto già s'annoiava della compagnia.
Costui era un uomo sui quaranta, scriveva per i giornali, era tenuto in molta stima nel suo paese e godeva d'una certa fama di serietà e di onestà. Quella sera aveva l'aria d'uno a cui è capitato un guaio e, piccolo piccolo com'era, col gran cappello su gli occhi, il bavero del soprabito alzato, faceva quasi compassione.
Dopo un momento di silenzio, camminando sempre, disse:
— Dove andate?
— A casa.
— Che brutto tempo!... — fece l'altro, senza guardarlo in faccia.
— Tempo canaglia.... — rispose Manlio, coi denti stretti.
Vi fu un altro momento di silenzio, poi, lentamente, quello del sigaro mormorò, con un risolino forzato:
— Come mi vedete ho perduto poco fa duecento franchi.
— Ah? — disse Manlio, senza commuoversi, come se non avesse capito bene.
Poi non vi fu più una parola. Il signor Roberto camminava tutto astratto, a capo basso, studiandosi di mettere il piede sempre nel mezzo delle lastre del selciato, provando una piccola contrarietà quando per inavvertenza gli capitasse tra le commessure. Manlio non vedeva l'ora di toglierselo d'accanto. Ora una collera sorda lo disponeva contro quest'uomo che perdeva duecento lire come se niente fosse e se ne andava passeggiando in una serata come quella. E l'altro, mentre badava stupidamente a regolare il piede in modo che si trovasse sempre nel mezzo del lastrone, pregava tutti i santi perchè mandassero via questo giovinotto pittimoso, del quale la muta e pesante compagnia gli cadeva addosso come un incubo. Così per venti minuti di cammino, tornando a poco a poco ciascuno alle sue idee nere, quasi non accorgendosi più della loro vicinanza, non aprirono bocca. A un punto, sul marciapiedi, poco lontano dalla casa di Manlio, una donna, una signora bellissima, sola, stretta in un lungo scialle nero, alta, pallida, fiera, passò loro accosto. Fu come una visione.
— Che bella donna! — mormorò Manlio, come parlando a se stesso.
— Bellissima.... — sospirò l'altro, senza alzar gli occhi.
Di colpo si guardarono, si tesero le mani contemporaneamente, stringendosele. Si erano fermati per un secondo.
— Addio, — disse il signor Roberto.
— Addio, — rispose Manlio.
Lentamente entrò nel palazzo ove abitava e si mise a salir le scale. Quando fu in casa, senza togliersi il soprabito umido, buttò sulla tavola il cappello a cencio, provando uno strano batticuore, un'emozione nuova e misteriosa. Tentò di mettersi a scrivere, pensando che questo dovesse distrarlo, compilando in mente, rannicchiato sulla seggiola innanzi al tavolino, una lettera alla mamma, piena di tenerezze e di sfoghi.
Ma quando cercò invano i fiammiferi si ricordò d'averli dimenticati al caffè. E innanzi a questa piccola contrarietà ebbe un momento di immensa disperazione. Si gettò bocconi sul lettuccio, mordendo nella furia il cuscino, torcendo le lenzuola nel pugno, singhiozzando.
Pioveva sempre, ma la pioggia non batteva ai vetri con lo stesso ritmo dolce delle lunghe serate in famiglia, nè alcun lume nella stanzuccia poteva mostrargli la faccia pallida e sorridente della madre e in fondo, nella penombra, il lettuccio della piccola sorella dormente....
Così, in quella triste serata umida e tetra, in quello scompiglio nervoso che infuriava sul suo morale tormentandogli il fisico a scosse dolorose, egli solo, solo nella sua amarezza incosciente, in quella oscurità fitta della cameretta si mise a urlare come un pazzo.
Gli ubriachi
Quanto se n'avessero cacciato in corpo, dalle dieci di sera ch'erano arrivati sino alla mezzanotte vicina, lo sapeva soltanto il garzone del vinaio che all'ultimo, appena adocchiò don Michele che metteva la mano in saccoccia, s'accostò alla tavola come a volerci passare sopra lo strofinaccio.
— Quanto si paga? — disse don Michele, cominciando a contare i soldi.
Il garzone strofinando lo straccio sulle chiazze di vino si faceva il conto a memoria. E dopo un momento, senza levar gli occhi, rispose:
— Tanto; quarantotto soldi e la vostra buona grazia.
Vi fu un silenzio. L'altro rimaneva stupefatto. Aveva messo sulla tavola il mucchietto dei soldi e contemplava il garzone con gli occhi lagrimosi.
— Quarantotto soldi.... — mormorò, — quarantotto soldi!... Cioè.... fanno due lire....
— E otto soldi, — disse il garzone, — ci ho messo anche i sedani che avete mangiato.
— È troppo giusto, — sospirò don Michele.
Si mise a contar daccapo. Ora si frugava per trovar due soldi che mancavano. Rovistava nelle saccocce del panciotto, rovesciandone infuori la fodera, col petto stretto al taglio della tavola. Miche di pane secco, pezzettini di tabacco, delle medagline di rame, un mozziconcello di matita gli cadevano innanzi senza che i soldi ne venissero fuori. Lui, cercando ancora, s'impazientiva, con le mani tremanti che non avevano forza nelle dita.
— Dove li ho messi? — borbottava fra sè e sè, guardando, con le labbra strette, ne' travicelli del soffitto come a volerli interrogare.
Dal banco, accarezzandosi il mento con la mano rossa ed enfiata, il vinaio ci pigliava gusto, ammiccando al garzone che ronzava con lo straccio fra mani e tirava, per ridere, a far scomparire di su la tavola il mucchietto de' soldi.
— Guardate, — diceva don Michele, volgendosi attorno, — questa è nuova. Uno da un momento all'altro non si trova più il denaro addosso!...
Così dovette ridursi a svegliare il compagno che dormiva come se niente fosse, con le mani aperte sulle cosce e il naso fra lo sparato del soprabito.
— Eh? — fece quello, provando ad acconciarsi sulla panchetta. — Che è successo? Sognavo ch'era successo il tremuoto...
Vi fu una risata fra tutti. Lui guardava in giro, un po' incollerito, un po' mortificato. Lentamente, reggendosi allo spigolo della tavola, si chinò a raccattare il cappello che gli era caduto per terra e ci aveva messo un piede sopra come se fosse un cencio. Senza pensare a ripulirlo lo guardò a lungo con una attenzione stupida, girandolo da ogni verso. Poi se lo mise sul capo e disse:
— Ce ne andiamo?
— Un momento, — rispose don Michele, — qui mancano due soldi.
L'altro non capiva; s'era levato a stento, afferrandosi alla tavola con una mano, armeggiando con l'altra a casaccio come se cercasse qualcosa, a rischio di cavar un occhio alla bimba del vinaio che gli era venuta a ridere accosto. Poi ricadde a sedere e dette in un gran sospirone, allungandosi traverso.
— Sentite, compare, — ribatteva don Michele con la voce smozzicata, — ci vogliono due soldi.... Li avete due soldi.... eh?
— Che cosa? — borbottava l'altro senza muoversi.
— Due soldi.... per aggiustare il conto del vino.... E poi ce ne andiamo....
Il poveraccio gli fece cenno che gli frugasse addosso. Smaniava pel vino che gli saliva alla gola e non aveva forza di movere un dito. Alla fine, come Dio volle, don Michele riuscì a pigliargli quattro soldi dalla saccoccia dei calzoni, sudando come un cavallo. In quell'afa, nel romorìo di voci di cui lo stordiva l'unità chiassona e continua, il vino gli montava al capo co' suoi fumi caldi e tremolanti. La cantina gli pareva soffocante, senz'aria, troppo illuminata e troppo irritante. Gli occhi gli s'imbambolavano, a ogni momento se li asciugava con la pezzuola, che su le gote accese gli metteva un dolce senso di frescura. L'altro, un cocchiere da nolo, che a prima sera avea messo dentro cavallo e carrozza, non trovava pace, ora che il sonno gli era stato spezzato così d'un subito.
— Sentite a me, — consigliava don Michele, — andiamocene a casa.
— Ora? — balbettò il cocchiere, — ma è presto.
— Scherzate? È mezzanotte.... Sì, è presto!... È mezzanotte, — diceva don Michele, facendo per reggersi in piedi. — E se non volete venire — minacciò, perdendo la pazienza — me ne vado solo e buonanotte.
Ma fuori, sotto alla porta aspettò che uscisse, appoggiandosi con le spalle allo stipite. L'altro, dopo un momento, venne fuori anche lui, aiutato dal garzone che se lo menava innanzi a spintoni puntandogli una mano fra le spalle.
— Don.... Michele!... — chiamò il cocchiere.
— Son qua, — disse lui, mentre nell'aria fresca gli battevano i denti e dei brividi gli salivano pel corpo, — mettetevi a braccetto.
Traballando gli prese il braccio e se lo ficcò a forza sotto al suo, serrandolo come meglio poteva fare. Il cocchiere, col cappello che gli era cascato su gli occhi, barcollava ch'era un piacere.
— Per dove.... andiamo? — mormorò.
— Di qua, sempre diritto...
Pigliarono per Foria, sfregandosi ai muri come gli asini. A ogni passo falso andavano a battere nelle porte chiuse delle botteghe. Innanzi a loro la via larga s'apriva, allungandosi a perdita di vista, biancheggiando sotto alla luce giallastra de' fanali.
Era stato lunedì del carnevale e la gente in tutta quella giornata s'era sbizzarrita a buttarsi in faccia il gesso, come se non avesse fatto altro in tutta la vita. Gran bella porcheria! Ora in quella polveraccia bianca, che appena la si smoveva faceva venir la tosse a stianti, s'affondava sino alla caviglia come sulla via nuova. Alle botteghe le insegne erano screziate di bianco e pareva che di sopra ci fosse cascata su a goccioli la calce d'una imbiancatura alla facciata del palazzo. Qua e là, quando meno ci pensavano, a' due compari si parava innanzi un mucchio di polvere e di spazzatura che li sviava, spingendoli l'uno addosso all'altro, nello stringersi che facevano.
Il cocchiere, cotto come un pulcino, s'era messo a parlar da solo e diceva un mondo di scioccherie, guardando per terra. Di colpo, trascinandosi dietro don Michele, si chinò e prese una manata di gesso.
— I coriandoli!... — borbottò con voce rauca. — Oggi è carnovale.... Ah! caspita!
— Nossignore, — protestava don Michele, che s'accorse della mala parata. — È finito carnovale.... È finito.
— Oggi.... è carnovale, — rideva il cocchiere, barcollando.
E d'un subito gli sgusciò di sotto al braccio, levando il pugno. Don Michele fu colpito in faccia, alla mascella. Il gesso gli scese giù pel colletto nella camicia, lasciandogli sopra la spalla una gran macchia bianca.
Il cocchiere rideva a rantoli. S'era accoccolato in mezzo al marciapiedi con le mani sui ginocchi, e si godeva la bravata.
— Questa non si fa, — disse don Michele passando sulla faccia la manica del soprabito, — lasciate stare il gesso che fa male agli occhi....
L'altro, raddrizzandosi, pigliava nell'ubbriachezza un'aria spavalda. Gli s'accostò barcollando e, col fiato puzzolente, le braccia penzoloni, gli si venne a metter sotto al muso:
— Ebbene, — borbottava, — vi siete offeso?... Vi siete offeso?...
— Andiamo, — fece don Michele, tornando a stringerselo sotto al braccio.
Quello si lasciò fare, mormorando. Tirarono innanzi fermandosi a ogni quattro passi, ragionando ognuno per suo conto. Nella via deserta don Michele, senza saper come, si mise a raccontare le prodezze della sua gioventù, affastellando bugie come più gli capitavano. Il cocchiere ascoltava, interrompendolo a monosillabi.
— Una volta, — diceva don Michele, — io quando facevo il soldato.... Se sapeste che fatti potrei dire.... Vi ricordate la guerra di Crimea? Mio padre ci stette.... Sentite il fatto del re di Russia coll'ambasciatore della Francia.... Sentite, voi?...
E come l'altro mugolava senza rispondere, seguitò:
— Il re di Russia aveva detto non so che parole d'offesa.... Venne l'ambasciatore e disse: Maestà vi voglio far vedere una cosa.... Va bene, disse il re di Russia, andiamo a vedere.... Voi sentite?
— Sissignore, — balbettò il cocchiere.
— L'ambasciatore se lo portò a braccetto al porto di mare e gli mostrò tanti bastimenti tutti pieni di soldati.... e tenevano i cannoni pronti e le miccie accese.... Compare, voi sentite?
— Sicuro, — rispose il cocchiere, — e poi?
— Perchè se non mi sentite è inutile parlare, — disse don Michele. — Disse l'ambasciatore: Maestà se vi movete spariamo tutti i cannoni contro la città.
— Sangue di Bacco! — urlò il cocchiere, interessandosi. — Bene.... e poi?
— Disse il re di Prussia: Ora venite con me, all'ambasciatore. E se lo portò a palazzo reale. Là c'erano più di centomila cannoni pronti a far fuoco e.... state a sentire.... lui disse all'ambasciatore: Vedi questi cannoni?... Sì, Maestà.... Sai che sei solo?... Sì, Maestà.... Ebbene, disse il re di Prussia, ora spara....
Seguì una parolaccia a cui fece eco un'esclamazione del cocchiere.
— Evviva! Bravo! — gridava costui, entusiasmandosi. — Così gli disse? Evviva! Evviva!...
— Che vi pare? — disse don Michele.
— Evviva il re di Prussia! — urlò il cocchiere con le braccia levate.
— Zitto.... per carità!... Mi volete far arrestare? — mormorava don Michele.
— Bella parola! bella parola! — gridava il cocchiere, trascinandoselo dietro. — Evviva!...
Fece due passi e cadde.
— Ah! compare! — esclamò don Michele, tirandolo per un braccio. — Non vi buttate per terra....
— Aiutatemi, — borbottava il cocchiere, brancicando.
Passavano delle signore; due che stavano a braccetto chiacchierando, si trassero indietro spaventate, e misero dei piccoli strilli di terrore. Poi scapparono, guardandosi indietro, come se li avessero alle spalle.
— Ah! mio Dio! mio Dio! — piagnucolava una, tenendosi stretta per mano una bimba incappucciata che le cacciava il capo fra le sottane.
Dei signori che le accompagnavano correvano dietro, rassicurandole. — Ah, davvero, era una cosa abbastanza sconvenevole veder degli uomini che si gettano per terra, in mezzo a una via pubblica, per dove la gente passa all'uscire del teatro! — E come il più giovanotto si dava assai da fare, e strepitava per la paura che s'eran pigliata le donne, e a forza voleva chiamare una guardia, un vecchietto che andava con loro disse che lasciasse stare, perchè era l'ultimo giorno di carnevale e per un anno si sarebbe rimasti in pace.
Laggiù, sotto una bottega, i due continuavano a questionare come se stessero a casa loro. Da lontano le signore si voltavano ancora a guardarli, affrettando il passo. Era una macchia nera che a volte si moveva comicamente sul gran bianco del marciapiedi, e a volte, nel silenzio, un'esclamazione rauca che metteva loro i brividi addosso.
Il cocchiere s'era steso addirittura a terra e non voleva saperne di tornare a casa. Tutto il corpo gli si era intorpidito, balbettava parole confuse e rotte, con la lingua grossa che gli pesava, girando il capo da ogni verso. Don Michele, poveretto, perdeva il fiato a volerlo persuadere. Gli si chinava all'orecchio, lo tirava pel braccio, impietosendosi.
— Ah! compare, — lamentava, — che m'avete fatto, compare mio!...
Provò a sollevarlo e gli cadde sulla pancia. Il cocchiere mise un urlo di dolore, bestemmiò sottovoce e non si mosse più.
Don Michele, annaspando con le mani nella polvere, s'afferrò alla colonnina del fanale per rimettersi in piedi.
— L'ho ammazzato.... — mormorò. E fu preso da un terrore improvviso.
Gli tornò accosto e lo scosse, dolcemente.
— Compare.... compare.... v'ho fatto male?
L'altro sospirava; ora il vino gli diventava nero, tanto che, di colpo, si mise a piangere come un vitello.
— Gli ho fatto male, — balbettò don Michele, udendolo singhiozzare a quel modo che faceva proprio compassione.
Poi, all'improvviso, fu preso da un impeto d'egoismo.
— Ora me ne vado e lo lascio solo, — pensò, guardandolo mentre si lamentava ancora e balbettava nel pianto.
Così, pian pianino, s'allontanò, voltandosi indietro a ogni passo. Ora nella strada si faceva un silenzio profondo; lui s'aspettava da un momento all'altro di vedersi capitare addosso i carabinieri. Per questo rasentava i muri, cercando l'oscurità e l'appoggio. A volte uscendo dal buio la sua ombra si disegnava a terra, dondolandosi come la campana del Carmine quando suona a morto. Allo svolto, nel chiarore d'un fanale che gli faceva veder doppio, inciampò, sbattendo le mani all'aria.
Poi daccapo rientrò nel buio che per buon tratto si fondeva su i muri, nel vicoletto. Parlava solo, pensando ancora al compare abbandonato laggiù in mezzo alla via.
— Io? — mormorava, figurandosi di dover rispondere del cocchiere a qualcuno. — Ma io non lo conosco!... Com'è vero Dio non lo conosco.... Lui è caduto e s'è fatto male.... Come si chiama?... E se io non lo conosco?... Che vi posso dire?... È stata una disgrazia.... è caduto e s'è fatto male.... È ubriaco.... È un porco.... Ha bevuto quattro litri.... Così ha detto lui.... Chi ne sa niente? Signor brigadiere.... Se mi credete.... Sull'onore della mia famiglia....
Si fermò, parlando a un muro, nell'ombra. Ora il silenzio era grande, nessuno passava. Si tolse il cappello, salutando; poi fece spallucce e si rimise in cammino. E continuò a negare:
— Non lo conosco! Ma a forza mi dev'esser compare?... Ma se io non lo conosco!...
Sfregio
Fronn 'e vurraccia,
Se nun te piglie a me te taglio 'a faccia!
Con Peppinella si volevano tanto bene che avrebbero fatto a morsi; così di quello scandalo Nunziata n'empì tutto il quartiere per due giorni di fila e ne parlava sempre, tanto che al sabato, quando Peppinella seppe chi avesse data la voce e andò a trovare la spiona proprio innanzi alla casa, vennero alle brutte e si strapparono i capelli a manate. Quando le divisero, e ci volle molto, ansimavano che pareva avessero fatto una corsa e si guardavano ancora con tali occhiate velenose che si credette volessero ricominciar daccapo. La lotta era stata muta, senza un grido, nè un'insolenza; ora pigliavano fiato per lanciarsi ingiurie da trivio e giuravano sull'onore offeso ch'era un divertimento a sentirle.
— Parla mo', — disse Peppinella, mentre la tiravano via, — t'ho sciolta la lingua, bruttona!
— Schifosa! schifosa! — urlava l'altra, con le braccia levate, — sappiamo tutto, sappiamo! Sei stata vista, t'ho vista io e non è il primo, va, ne hai di moscerini attorno, e ci mangi....
— Va, va! — disse Peppinella che stava a sentire e sorrideva di rabbia, stringendosi alla vita la veste strappata. — E tu no? Fai l'onesta?... Fa l'onesta, fa, vedete, e la sera Carmeniello le sciupa la faccia.
— Chi? — fece Nunziata, con un slancio terribile per gettarsele addosso. — Io? La sentite? Io? Qui s'odora di rose e ci tengono in palma di mano, ci tengono! Guardate chi parla: tu sei marcia.
A Peppina un tremito nervoso agitava tutto il corpo; diveniva pallida per l'ira e quando sentì l'insulto, che provocava delle occhiate ironiche nella folla, si voltò come se cercasse qualcosa. Sulla panchetta del calzolaio c'era la gran pietra di marmo ove si battevano le suola; l'afferrò a due mani, coi denti stretti, levandola alta per lanciarla. Dei gridi di orrore la trattennero, spaventandola; d'attorno a Nunziata le donne si scostavano, abbassando la testa, rasentando il muro; ella stessa che non s'aspettava una cosa simile stendeva innanzi le braccia e chiudeva gli occhi per non vedere.
Ma il calzolaio, un giovanotto che sino allora era stato soltanto a sentire ridendo di piacere, s'era già levato.
— No! no! — disse, facendosi serio, — questo non si fa: lasciate stare la roba mia.
Lei si lasciò togliere di mano la pietra, guardando Nunzia che ripigliava fiato, e poi si riaccostava per ricominciare. Allora le donnicciuole, che avevano paura che dovesse finir male, si misero a strillare.
— Volete finirla o no? Nemmeno quelle di mala vita parlano così!... E siete zitelle! Chi volete far ridere?
E nella folla, mentre i curiosi arrivavano da tutte le parti, una di loro, Rosa Monaco, s'affaccendò a metter pace, scalmanandosi per abitudine. Era già strano che non fosse capitata sino adesso in quel chiasso femminile; ora la gente del quartiere, che di lei sapeva vita e miracoli, se la disputava, cogliendo l'occasione per metterle le mani addosso, mentre lei si dava da fare, zoppicando sulla gamba offesa. E in mezzo a quella ressa, Rosa ancora vegeta e robusta coi suoi quarant'anni addosso, s'agitava strepitando, con delle grandi risate che mettevano in mostra i denti bianchi come l'avorio. Il ricordo piacevole della sua gioventù le tornava adesso alla mente, risvegliato da quella rissa di ragazze.
— Che c'è? Niente, — diceva, — sono le ragazze che si spennacchiano. E ci avete colpa voialtri uomini, che Dio ne possa sperdere la semenza!
E come i giovanotti riescivano persino a darle dei pizzicotti, ella si schermiva, affannandosi, con piccoli strilli di donna solleticata.
— Neh? Ebbene? Le mani a posto!... Guardate, fatemi passare, chè s'accapigliano un'altra volta. Faranno correre le guardie!
In tutto questo diavoleto che metteva in moto la Concordia, lassù ai vicoli di Toledo, ci aveva colpa quella benedetta leva che s'era pigliati i poveri figli di mamma e anche Tetillo, l'innamorato della Peppina; e lo scandalo era nato perchè solo cinque giorni dopo che Tetillo era andato a Perugia, che qui non si sapeva se stesse in Egitto, Peppinella fu veduta passeggiare a sera, con un giovanotto, sul Corso Vittorio Emanuele.
A sentir Nunziata, la sfacciata camminava a testa alta, lungo il parapetto, facendo gli occhi dolci al giovanotto che la teneva per mano e le dondolava il braccio. Sotto al fanale, quando proprio s'erano incontrate faccia a faccia, la brunetta aveva salutato Nunziata sorridendo, senza scomporsi, come se non avesse fatto altro per tutta la vita.
Così la notizia si seppe la sera stessa, perchè a Nunziata bruciavano i piedi d'arrivar subito alla Concordia e gridarla anche ai muri; fatto sta che gliene venne male, perchè, nella rissa, Peppinella, ch'era più forte, se la mise sotto e Nunzia le prese e le prese davvero, tanto che n'ebbe un orecchino strappato e lo scialle in brandelli.
Quando le divisero daccapo, Nunziata sedette innanzi alla porta di casa e rannodò dietro la testa i capelli che le si erano sciolti e le cadevano pel volto. Di tanto in tanto un sussulto nervoso, come un singhiozzo, le saliva alla gola e negli occhi le passavano lagrime di rabbia. E in silenzio, raccogliendo a una a una le peripezie di quella lotta, si rodeva della sconfitta che ora le dava delle strane idee di vendetta, e pensava al male che avrebbe potuto fare a Peppinella con un desiderio di rivincita rumorosa.
— Hai fatto peggio a darle retta, — le disse un'amica, appressando la sedia a quella di lei, — ci si perde sempre con questa gente....
— Va bene, — disse Nunzia, mordendosi le labbra bianche, — s'è fatto qualche cosa.... poi è stata lei che è venuta qui. Non ne parliamo più.
Intanto guardava sempre di sottecchi Peppina che, pochi passi distante, aveva l'aria di non badarle e girava con aria distratta attorno alla panchetta del calzolaio. E guardava sempre finchè l'altra s'allontanò a piccoli passi, le mani dietro le spalle, impettita e sorridente, mentre un mormorio la seguiva. E quando così giunse allo sbocco del vicolo ove c'era ancora qualcuno, come se niente fosse stato, mentre aveva la morte nel cuore, dondolandosi leggermente, si mise a cantarellare:
Me faie na pena, ah!...
Ma quando si trovò sola nella strada solitaria, il canto le morì sulle labbra, portò il grembiale sciupato alla bocca, lo strappò con un impeto convulso e si volse indietro fermandosi, guardando innanzi a sè con gli occhi rossi nel vicolo oscuro ove indovinava dei commenti arrischiati e una opinione già dubbia sulla sua onestà.
— Hai ragione! — mormorò torcendosi le mani. — Ma t'ho da far piangere sangue, va!
Pure si tennero il broncio soltanto due giorni, perchè, al martedì, quando Carmeluccia la capera venne da Nunzia a pettinarla e le fece intendere, mettendole le forcinelle nei capelli, che Peppinella voleva far pace e le mandava a dire che quella brutta sera l'aveva dimenticata, Nunzia si trovò a dire di sì senza che l'avesse nemmeno pensato. E lo stesso giorno, innanzi a tutto il vicinato, s'abbracciarono e si baciarono; Peppinella, che in fondo era una ragazzona e aveva il cuore tenero, si mise a piangere; l'altra non ebbe un sussulto, le restava ancora nell'anima il pensiero della rivincita che nessun conforto poteva addolcire. Così del fatto non se ne parlò più. Intanto Peppinella cambiava innamorati a settimana, tornava a casa tardi e a volte tutta rossa come se fosse stata a cenare in compagnia, e non ci badava nemmeno agli sguardi di curiosità maligna di cui, mentre passava, la investivano le comari del quartiere. Tanto lei non se ne dava per intesa. Era venuta su tutta in una volta, passando in un momento dalle forme indecise di fanciulla a quelle forti e voluttuose di giovane fatta, e correva ora su questa via poco sicura con una sbadataggine da bambina, punta solo dai desiderii ardenti della sua gioventù. Per questo, lassù alla Concordia, lo scandalo cresceva giorno per giorno, e quando, dopo due anni, Tetillo ritornò da Perugia, sul conto di Peppinella se ne dicevano di nere come il carbone.
Due anni fanno presto a passare; Peppinella se lo vide addosso appunto quando meno se l'aspettava; egli capitò alla Concordia la mattina di santa Teresa, quando c'era la festa alla strada vicina.
Nunzia lo fece appena arrivare, e la stessa sera mentre lui tornava da salutare la siè Rosa, che lo conosceva da bambino, gli disse le cose come stavano.
— Per la Madonna del Carmine! — balbettò Tetillo, diventando bianco come un cencio. — Ma è vero quello che mi dite, Nunzia?
— Per chi m'avete pigliata? Credete che voglia attizzar fuoco per ridere? Tant'è, adesso anche le pietre della via lo sanno.
— Ah! sangue di Cristo! — mormorò lui. — Per questo, quando sono venuto, lei non m'ha detto nemmeno ben tornato, e la gente mi guardava in faccia come se rivenissi dall'altro mondo! Ah, va bene! E chi è questo signore?
— Sì! — disse Nunzia, che s'era trovata ad aprir la bocca e voleva snocciolarle tutte. — Uno? Dimandate quanti sono stati; è il resto di quelli che sappiamo noi.
— Ah? — esclamò lui con un sorriso forzato, mentre le mani gli tremavano. — Me l'ha fatta bella, Peppinella! E va bene!... Privo di mamma mia se stasera non le dico una parola all'orecchio!
— Dove andate? — fece Nunzia, mentr'egli s'avviava senza nemmeno salutarla. — Volete pigliare un guaio per lei? Lasciatela stare; a un giovanotto come voi d'innamorate non ne mancheranno....
Lo aveva afferrato pel braccio e lo tratteneva, pentita di quello che s'era lasciato scappare di bocca. Egli si svincolò dolcemente, senza parlare, ma a guardarlo in faccia era più bianco della camicia che aveva addosso. Nunziata lo seguì; egli andava innanzi a piccoli passi, barcollando come se avesse alzato il gomito.
— Sentite! — arrischiò ancora. — Che volete fare?
Tetillo si volse; era tutto stralunato, ma sorrideva come se niente fosse.
— Non abbiate paura, vedete, non ci penso più; torno a casa, una buona dormita e passa.
Si fermò sotto il fanale e riaccese il sigaro, che si era spento: poi s'allontanò zufolando, con le mani in tasca.
Quella sera Peppinella, come giunse in mezzo alla piazzetta, ancora illuminata, se lo vide sbucare innanzi dalla bottega del pizzicagnolo, ove era stato ad aspettarla. A guardarlo con quella cera che aveva, lei indovinò subito che le belle cose gliele avevano già soffiate all'orecchio. Ebbe un fremito di paura; prima che si rimettesse egli le stava accanto, col cappello di sghembo e le mani nelle tasche della giacchetta.
— Buona sera, — disse lei.
— Buona sera.
Rimasero un pezzo in silenzio, camminando di pari passo; a un tratto, dove la strada si faceva buia, egli si fermò e, toccandole il braccio, come se del fatto ne stessero parlando da un'ora:
— Dunque? — disse.
— Dunque che?
— Sapete che m'hanno detto? — disse lui, dandole ironicamente del voi, — lo sapete?
— Che v'hanno detto, se è lecito?
— M'hanno detto che vi siete messa a far l'amore con un altro....
— Le male lingue sono come le forbici, — disse lei; — e voi ci credete?
— Ah! mannaggia! se fosse vero!...
Peppinella ci pensò un poco a testa bassa, poi la risoluzione la pigliò subito e gli volle dir tutto in una volta, per liberarsi presto.
— Mettiamo che fosse, — mormorò, — e poi?...
Ma non potè finire; egli aveva già messo fuori il rasoio e le fu addosso con un urlo di rabbia.
— E poi? E poi tèh!...
Peppinella non ebbe tempo neppure di gettarsi addietro che già lui, con un movimento rapido, le aveva tagliata la guancia e il rasoio le era passato nella carne come una staffilata. Fu un momento: ella non aveva sentito neppur dolore, ma quando portò le mani alla faccia e se le vide piene di sangue, mise un grido terribile:
— Ah! mamma mia! Ah, che m'ha fatto!...
E cadde di peso come uno straccio.
Tetillo rimase sbalordito, guardandola stesa lunga nel rigagnolo, ove non si moveva più. Si chinò a toccarla, ma lo spaventarono le grida delle femminucce. S'accorreva da tutte le parti e due guardie gli furono sopra prima che se n'avvedesse. L'afferrarono pel collo, spingendolo contro il muro; lui non si mosse nemmeno e si lasciò prendere senza aprir bocca. Ma aveva fatta una faccia così strana che nessuno volle dirgli niente. Solo una guardia, mentre lo tenevano stretto, gli gridò in viso:
— Carognaccia!
Tetillo la guardò negli occhi e si morse le labbra tanto forte che ne spicciò il sangue vivo, poi tese le mani con un lieve tremito nelle braccia. Quando gli misero le manette, e ci volle fatica, che aveva i polsi grossi come le sbarre, mentre stringevano la catenella, egli guardò nella folla con un sorriso di feroce compiacenza e con un'aria cretina si mise a canterellare fra i denti:
Fronn 'e vurraccia....
Cosa che dette i brividi a quanti gli stavano attorno e che per la bravata ringalluzzì gli sbarazzini di tutto il quartiere.
E così fu che Tetillo andò a scontare tre anni di carcere a San Francesco, e Peppinella, quando lo sfregio ricucito le dette un'aria di bellezza guastata, si dette alla mala vita e cinque mesi dopo gettò alla ruota dei trovatelli un suo bambino, pel quale non aveva nè latte, nè amore.
Per Rinaldo
Era Rinaldo un cavalier possente
Che di prodezze fece tante e tante
. . . . . . . . . . . . . . . . .
A quell'ora, era l'una dopo mezzogiorno, Tore il cantastorie si faceva ancora aspettare. Intanto il monello che gli portava le quattro panchette era arrivato da tempo, e al solito le aveva ordinate in quadrato, sotto la gran tettoia dei magazzini della dogana. Mentre, aspettando, guardava lontano se lo vedesse spuntare allo sbocco del Molo, qualcuno si metteva già a sedere, invitando qualche amico a far lo stesso, per tirar fuori quattro chiacchiere. A poco a poco gli scanni si riempirono, non vi fu più un posto vuoto. E i discorsi cominciarono.
— Tore perchè non viene? — chiese un marinaio a un facchino che caricava la pipa.
— Lo so io? — rispose costui, senza alzare il capo. — Avrà dimenticato il libro a casa.
— Don Peppe! — gridò un giovanotto camorrista, con un ciuffo di capelli che gli uscivan di sotto al berretto messo di sghembo, — sono botte oggi?
La dimanda era diretta a un vecchietto arzillo e asciutto, che sedeva all'estremità della panca. Don Peppe, che un tempo era stato lupo di mare e ora vendeva le tende incatramate pei bastimenti, laggiù a Porto, era conosciuto tra i frequentatori di Rinaldo al Molo pel più caldo ammiratore del guerriero, e lo chiamavano, per quel suo entusiasmo spinto sino all'adorazione, il patito.
Di patiti nell'uditorio abituale ce n'erano meglio d'una diecina e sapevano la storia di Rinaldo come il paternoster. Ogni giorno, alle due letture che faceva Tore, con una mezz'ora d'intervallo, si venivano a pigliare le loro emozioni.
Don Peppe, colla mazza fra le gambe, la pipetta corta nell'angolo della bocca, fumava tranquillamente.
— Pare, — rispose al giovanotto, mentre lo si stava a sentire curiosamente; — non mi ricordo troppo bene; non voglio dir bugia. L'anno passato, di questa giornata, ebbi il colèra, che Dio vi scampi, e non potetti sentire.
E come la pipa cominciava a borbottare, fece per vuotarla nel cavo della mano.
Il giovanotto stese il braccio.
— Mi fate fare due sputi?
Don Peppe gli passò la pipa. L'altro accese un fiammifero sul panno dei calzoni, calcò coll'indice il tabacco nel fornellino e tirò due o tre boccate soddisfatte.
— Qual è il numero stavolta? — chiese il marinaio al facchino.
— Trentaquattro, — rispose questi, che passava per cabalista. — E giurateci sopra.
— Figura di sette, — uscì a dire un altro. — Sabato passato è venuto rovescio.
— Già, quarantatrè, — disse un altro.
— Sentite che sogno faccio l'altra notte.... — cominciava il facchino.
— Signori miei! — fece una voce nel silenzio.
Si volsero; Tore stava lì nello spiazzato fra le quattro panche, serio, colla bacchetta nella destra, il corpo in avanti sulla gamba sinistra. Non si parlò più, la lettura era per cominciare.
Tore mise fuori il fazzoletto scuro, lo avvolse alla mano sinistra, aprì il libro ad un segno di carta, tossì, sputò con un getto rapido, sprizzando la saliva fra le commessure dei denti, facendo un passo innanzi, alzò lentamente la bacchetta e, con sua cantilena immutabile, cominciò:
La fortuna è una Dea senza cervello,
E però tutto il giorno fa pazzie,
Or questo abbassa ed ora innalza quello,
Delle genti ama sempre le più rie....
Attorno non si sentiva più un ette. L'uditorio attento e interessato pigliava l'aria d'una scuola di bimbi: degli uomini, bianchi di capelli, non movevano ciglio, colle braccia conserte, gli occhi fissi su Tore che si scalmanava. Nel silenzio, delle tossi brevi, dei rumori di nasi soffiati con tutta forza, distraevano a mala pena. Di tanto in tanto, nei brevi momenti di sosta, l'acquafrescaio faceva il giro delle panche, monetine da due centesimi cadevano con leggero tintinnio nei bicchieri. Poi si ricominciava a stare attenti, confortati da quella specie di ristoro.
Tore aveva già coperto il selciato attorno a lui d'un semicerchio di sputi, torceva il fazzoletto alla mano, gettava indietro sul cocuzzolo il cappello di paglia, con un moto rapido della bacchetta. Dei nuovi venuti che non trovavano posto rimanevano impiedi, dietro di lui, allungando il capo sulle spalle degli altri innanzi a loro, coll'orecchio attento. Dei carabinieri si fermavano, guardando nella folla con una occhiata rapida; qualche coppia d'innamorati s'allontanava, seccata, non provando nessun gusto. La donna tirava l'uomo pel braccio, all'inferriata che guarda il porto. Rimanevano lì estatici, innanzi alle grandi navi ancorate, poi si rimettevano a passeggiare, seguendo la lista d'ombra, chiacchierando, sorridendo, urtandosi coi gomiti.
A intervalli, da lontano, lo strido acuto del Pulcinella d'un burattinaio arrivava sino alla folla, tra un mormorio vago di risate. Dal cielo azzurro il sole si spandeva sulla gran via larga con un chiarore abbagliante; il selciato arso, scottava. Rinaldo si trovava allora in male acque. Una banda di Saraceni gli tendeva agguato nel bosco. La situazione, pericolosa davvero, metteva nell'uditorio una straordinaria ansietà; si spaventavano, cogli occhi sbarrati, la bocca aperta.
Un carretto che passava, con uno stridore aspro di ruote, coprì a un punto la voce del narratore e provocò nella folla un mormorio d'imprecazioni.
— Guarda! — disse uno voltandosi, — proprio adesso!...
— Zitto, — ammonì don Peppe, con uno sguardo terribile.
Rinaldo, che avea giurato di liberare Angelica, càpita, triste e pensoso, nel più fitto del bosco. È una notte senza luna e senza stelle. I Saraceni escono in venti da una macchia, gli corrono addosso....
— Cani di Saraceni, o traditori:
Rinaldo esclama e a un sasso dà di piglio....
Ma non ne uccide che uno, gli altri lo afferrano alle spalle, lo stringono in mezzo, lo stramazzano, lo pestano, gli tolgono la spada....
.... Lo incatenano forte, e detto fatto,
Meschin Rinaldo! prigioniero è tratto!...
Un gran silenzio succedette: Tore abbassò la bacchetta e chiuse il libro, passandovi il segno di carta. La prima lettura era finita. Ma nell'uditorio, colpito dalla sconfitta, rimaneva un profondo rammarico. Come! Rinaldo vinto! Rinaldo prigione! Rinaldo! Era una sciagura a cui quasi non si voleva credere ancora.
— Questo non me l'aspettava, — mormorò un vecchio a don Peppe, che guardava a terra.
E come l'altro taceva:
— A tradimento, però, l'hanno pigliato, — soggiunse, alzandosi.
Don Peppe rimase seduto, immobile, colle mani spiegate sulle ginocchia, la bocca semiaperta, in silenzio. Aspettava, gli pareva che ci fosse ancora qualche cosa da sentire, non poteva esser finita proprio a quel modo. In quel dubbio le panche che si vuotavano lo sorpresero; alzò il capo, gli ultimi rimasti si movevano lentamente e sulle loro facce passava un'impressione di scontento che anche i loro movimenti tradivano. La tristezza per la sconfitta era comune. Quando fece per uscire mancò poco non scivolasse sopra una buccia di cocomero; allungò il braccio e il bastone, urtò la panca col ginocchio. La panca rovesciò a terra con un rumore lugubre. Allora don Peppe s'alzò anche lui, non sapendo più restare così. Nella impressione, che ancora durava, quella caduta mise una nuova nota di dispiacere; i suoi nervi scossi ne risentirono come d'un altro avvenimento malaugurato. Scese dal marciapiede e cercò con gli occhi il cantastorie.
Tore era lì a due passi, innanzi ai venditore di mele, che glie ne pesava per un soldo. Si bisticciavano per una mela che il venditore s'ostinava a non voler mettere nella bilancia.
Don Peppe s'accostò e toccò Tore al braccio.
— C'è ancora una seconda lettura? — gli chiese, sottovoce.
— Già, di qui a mezz'ora.... Lasciala stare, mannaggia!... — gridò poi al fruttivendolo che voleva levar via a forza la mela. — Ora non le piglio più e buona notte.
— E.... uscirà di prigione? — arrischiò don Peppe, timidamente.
Tore non gli badò: si chinava a pigliar le mele, e d'una più piccola avea già fatto una boccata.
— Eh? — fece.
— Uscirà Rinaldo?
— Che ne so, io? — disse Tore stropicciando una mela sulla giacchetta, — può essere.
Gli volse le spalle e chiamò il monello delle panchette. Don Peppe, confuso, mortificato, lo guardò che s'allontanava. Non gli tenne dietro per suggezione, intanto stava sulle spine. Dimandò a un signore che ore fossero; mancava poco alle tre.
— Torniamoci, — pensò, — tanto dimani dimanderò com'è andata a finire.
S'incamminò a piccoli passi. S'era levato un vento forte; la polvere del carbone che scaricavano dalle barcacce, vi turbinava, spinta qua e là, battendogli sulla faccia. Don Peppe dovette fermarsi, ne avea piene le narici e negli occhi sentiva delle punture irritanti. Mentre provava a strofinarseli il vento gli portò via il berretto.
— Cristo! — mormorò lui, che adesso perdeva la pazienza.
Con le labbra strette guardò il berretto che rotolava per terra e che infine si fermò, impigliato sotto la ruota d'un carro. Allora gli si accostò senza fretta, brontolando. Quando gli fu vicino gli tirò una pedata violenta, accompagnando l'atto con una bestemmia. Tante piccole contraddizioni lo mettevano in un orgasmo insopportabile. Ora, per un'altra volta, la disgrazia di Rinaldo gli tornava nell'animo, persistente, seria. Un ragionamento che glielo presentava sotto un aspetto orroroso gli rimetteva nella memoria il combattimento. Vincitore, nella fantasia, nel cuore degli uditori sarebbe rimasto sempre il tipo di personaggio soprannaturale, invincibile, sorprendente. Vinto, diveniva uomo, diveniva comune, la superiorità spariva. Ah! corpo di Dio!
— E come farà a liberare Angelica? — si domandava don Peppe, camminando, con le mani dietro alle spalle, guardando a terra, tutto astratto. — Almeno scappasse! Sta a vedere che non uscirà più! Lo volessero ammazzare? Eh! e lui se ne starebbe così con le mani in mano? L'hanno attaccato con le corde. Attaccato? e che vuol dire? Le spezza. Gli sta bene, l'ha voluta lui! Quando s'ha il prurito d'arrischiarsi solo, in un bosco, di notte.... Ah! mannaggia! Questi Saraceni che fanno i rodomonti! Ora vonno essere allegri, vonno. Già, l'abbiamo preso Rinaldo, l'abbiamo carcerato! Sì, a tradimento l'avete preso, avrebbe fatto un boccone di tutti!... E lui che non se li ha mangiati vivi! Puh!...
Sputò, violentemente.
— Che animale! — mormorò, perdendo il rispetto.
E in una straordinaria commozione giunse a casa che suonavano le tre. La moglie e la figlia lo aspettavano. Sul ballatoio il più piccolo dei marmocchi riempiva la scala dei suoi strilli infantili:
— Il nonno! il nonno! È arrivato! È arrivato!
— Finalmente! — disse la siè Nunzia, colle mani in cintola, — fossi venuto stanotte, fossi! La gallina a quest'ora si sarà spappata.
Dall'uscio, dirimpetto, appariva la camera da pranzo, piena di sole, colla gran tavola tutta bianca del mensale di bucato, col luccichio dei bicchieri, con le posate in simmetria, co' mucchi di piatti nell'angolo, sulla credenza. Attraverso alla porta un gran mazzo di fiori si vedeva a metà sopra un ricamo di carta, accanto alla grande zuppiera delle occasioni solenni. Dalla cesta bislunga, ove s'ammonticchiavano le ostriche del Fusaro, i nicchi e i datteri ancora vivi, si partiva un odore forte di mare.
Quando furono nella camera da letto, e don Peppe si tolse la giacchetta, la siè Nunzia, mentre gli preparava la camicia fresca, gli si mise innanzi tutta amorosa.
— Che è stato? Pe'? Ti sentissi male?
Lui si fece aiutare dalla supposizione.
— Non ho appetito, — mormorò, — ho lo stomaco che non desidera.
E prima ch'ella ne cominciasse una delle sue:
— Facciamo così, — soggiunse, — aspettiamo un'altra mezz'oretta, tanto avete fatto il collo lungo sin'ora. Voglio dormire un poco, forse il sonno mi farà venir voglia di mangiare.
Ella rimaneva lì, rimpetto a lui, guardandolo curiosamente da capo a piedi, con occhiate sorprese. Lui, non sapendo dir altro, con gli occhi a terra e aspettando che se ne andasse.
— Hai capito? — fece dopo un momento di silenzio durante il quale subì un esame lungo e noioso, — non è niente. Di' a Nannina che abbia un altro po' di pazienza.
Nunzia fece spallucce ed uscì borbottando. Era jettatura, via; l'altro giorno tre piatti rotti e il gatto scappato; oggi, l'onomastico di Nannina, quest'altro guaio! Va bene; aspetterebbero.
Lui rimase solo, in una mezza oscurità che metteva nella stanza la persiana calata innanzi al balcone. Si acconciò sul letto e provò a chiuder gli occhi. Stette così due o tre minuti, colle braccia stese, la bocca aperta, soffiando pel caldo che l'opprimeva. Nella penombra, la camera taceva; un moscone con un ronzio importuno sbatteva sui vetri.
Dalla strada con un'eco sorda arrivava il rumore delle carrozze e sotto la volta del balcone, che il sole imbiancava, passavano le loro grandi ombre rapide. Si mise a guardarle, sbadigliando. Intanto gli tornava il pungolo di quella gran mala sorte di Rinaldo, caduto così barbaramente fra le mani di que' rinnegati.
— Scapperà? — pensava, mettendosi a sedere in mezzo al letto, con le mani sui ginocchi, mentre alcune grosse goccie di sudore gli scorrevano per la faccia.
Una voce gli mormorava: è scappato; e un'altra: non ancora. Tutte e due lo tormentavano; stette un pezzo dubbioso, provando gli stimoli e le reticenze di chi si vuol decidere e non sa. A un tratto, senza poter trattenersi, si buttò giù dal letto, si mise le scarpe, infilò la giacchetta, cacciò in tasca il cappello molle e, in punta di piedi, uscì. Si fermò nell'anticamera, origliando.
Dalla stanza vicina veniva fuori la voce della siè Nunzia che raccontava un fatterello ai bambini, per intrattenerli. Delle domande di curiosità puerile la interrompevano.
Don Peppe colpì il momento. Aprì la porta di strada con tutte le precauzioni di un ladro, se la tirò dietro senza chiuderla, avendo cura di far combaciare le commessure. Si fermò un poco a sentir se dentro succedesse qualcosa, poi infilò il vicoletto, correndo, senza più voltarsi indietro.
La strada tutta soleggiata, senza un angolo d'ombra, in una immensa luce calda, era quasi deserta; nessuno ai balconi socchiusi, riparati dalle lunghe persianelle verdi; nessuno fuori le botteghe. Qualche vettura da nolo s'era arrestata a uno sbocco di via; il cocchiere, accovacciato dentro, sotto al soffietto alzato, sonnecchiava; il ronzino sfiaccolato, che le punture acute delle mosche irritavano, scalpitava sul selciato.
Tore il cantastorie abitava in un palazzetto vecchio di centinaia d'anni, di faccia al mercato delle frutta. La finestra, dalle imposte tarlate di cui il sole avea mangiato tutta la pittura, era chiusa; in un vaso rotto, sul davanzale, una pianticella di margherite inaridiva. Don Peppe si fermò ansante innanzi al portoncino, levò il capo, gridò due o tre volte:
— Tore! Tore!
Nessuno rispose. Allora raccattò una pietra e si mise a battere al portoncino facendo un fracasso del diavolo.
La finestra si spalancò, sbatacchiando. Mise fuori il capo Tore, che stava facendo la siesta, e guardò giù nella via.
— Chi è? — chiese, con la voce rauca e indispettita.
— Io, — rispose don Peppe, col naso per aria. — E vengo per quell'affare che sapete....
— Quale affare?
— Volevo domandarvi.... Scusate.... Rinaldo è scampato?
Tore battè palma a palma, con una grossa parolaccia.
— Sangue di Giuda! — esclamò. — Ammazzato voi e lui! È scampato, sì, è scampato, ha ucciso i Saraceni!
Don Peppe rimase a bocca aperta, mentre l'altro faceva per chiudere la vetrata.
— Sentite....
— Domani! — urlò Tore, sbattendogliela sul muso.
Lui, dalla strada deserta, guardò ancora la finestra, intontito. La mala grazia non lo irritava: un fremito di compiacenza gli saliva pel corpo.
— Bravo Rinaldo! — balbettò.
Lentamente rifece la via. Ora parlava solo, sorrideva, si fermava a meditare, con le mani in saccoccia. Passando innanzi a una botteguccia di tabaccaio comprò un sigaro e lo accese, fumando a boccate grosse, continuando a mormorare fra sè e sè.
Infine, quando sedettero a tavola e Nunzia gli mise innanzi il piatto con la minestra fumante, lui sorrideva ancora, mentre molte occhiate curiose lo interrogavano.
— Oh! sapete, — fece a un tratto, non potendone più, — questa è la verità, sono stato a sentir Rinaldo....
Vi fu un silenzio. Lui ingollò un boccone, passò la salvietta sulle labbra e soggiunse col cucchiaio levato:
— E ha fatto cose belle, sangue di Dio, cose belle, belle assai!...
In guardina
. . . . . . . . . . . . . .
Aggio fatto n'ato penziero
arrubanno nun vogl 'i cchiù,
Vaco sempe carcerato
'A casa 'e mamma n'a veco cchiù!...
Canzone di carcerati.
Ciro lo arrestarono l'ultima sera di dicembre. Fu un siciliano magro e caparbio dell'ambulanza notturna; gli aveva messo l'occhio addosso da quando successe l'omicidio di Carmine il rosso che nessuno mai ne seppe niente e il delegato del Pendino si mordeva la polpa delle mani, sfogandosi con gli appuntati che andavano acchiappando chi meno ci aveva che fare. Ora il siciliano s'era pigliato la rivincita e bisogna dire che l'aiutasse il diavolo del paese suo con quel Ciro che gli sgusciava sempre dalle mani come un'anguilla. Lui quella sera se ne andava assaporando un sigaro, col cappelluccio di sghembo e il bastone animato sotto al braccio. Di colpo sentì un correre precipitoso, un grido: arresta! arresta!, e Ciro gli venne proprio di faccia che divorava la via. Era stato un bel colpo, altro! Aveva strappata la catenella d'oro a un grosso borghese, che giunse poco dopo affannando e non potette raccontar nemmeno come fosse andata la cosa, tanto la voce gli s'era affiocata pel gridare che aveva fatto.
Il siciliano si prese Ciro sotto al braccio e non disse mezza parola per tutta la via. Ma come arrivarono in Questura e gli aprì il cancello della guardina, lo spinse denaro, sferrandogli un calcio nella schiena.
— Va muori, schefiuso! — esclamò, e gli sbattè in faccia il cancello.
Ciro lo guardò attraverso l'inferriata; una vampa di collera gli salì alla faccia e fu a un pelo di rispondergli. Ma, come l'altro se n'andava tranquillamente, strascicando la punta del bastone sul selciato, quello che gli voleva dire gli morì sulle labbra. Gli tenne dietro con l'occhio invelenito sino a quando si perdette nell'ombra, rasentando la scala grande di cui biancheggiavano i primi gradini di marmo sporco. Poi, lentamente attraversando il corridoio scuro, Ciro fece due passi e si trovò in guardina.
— Buona sera a tutti, — brontolò, con le mani in tasca.
Una voce rauca rispose: buona sera; e per un pezzo cessò il rumore di una moneta che un ragazzetto, seduto per terra, faceva rotolare fra le gambe allargate. Non ci volle molto perchè Ciro facesse l'occhio a quella semi-oscurità della stanzuccia; la guardina la sapeva come casa sua e questa era la quinta volta che vi avrebbe dormito. Soltanto gli entrava la malinconia nell'anima a vederla così deserta e silenziosa. Una vera miseria; due compagni che non gli badavano nemmanco. Il ragazzo ricominciava a giocare col soldo, mentre dei piccoli brividi di freddo gli salivano pel corpo. L'altro, seduto sulla panchetta con le spalle al muro, aveva chinata leggermente sul petto la testa: forse pensava a' guai suoi o s'era messo a sonnecchiare. Da un angolo, ove il muro faceva gomito, la lucernetta appesa nella stanzuccia spandeva intorno una luce rossastra di cui la povertà lottava a sprazzi subitanei e brevi con la tenebra degli angoli, con le oscurità fitte dei vuoti ove, fondendosi, la parete spariva. A volte, d'un subito l'aria si appesantiva; nell'afa tormentosa passava con una folata irrespirabile il puzzo forte ed acre della latrina, che pungeva le nari.
— Cristo! — fece quello della panchetta, che s'era levato e passeggiava con le mani dietro la schiena, — ci hanno pigliati per cani, ci hanno pigliati! Chi vuol morire di subito ha da star qui una nottata.
— A chi lo dite? — sospirò Ciro che si era messo a sedere sul tavolaccio e masticava un mozzicone, sputacchiando al muro. — poveri i figli di mamma che ci capitano!
L'altro seguitò a misurar la camera brontolando, poi disse:
— Manco male che poco ancora ha da durare l'incomodo....
— Uscite a libertà?
— Già, domani.
— Io pure! — esclamò il ragazzo che s'era avvicinato al tavolaccio.
— Che figlio di mala femmina! — soggiunse quello della panchetta, ammiccando al monello che s'era ficcato in mezzo al discorso. — L'hanno acchiappato che giocava a zecchinetto e aveva tre fazzoletti addosso....
— Non è vero! — protestò il ragazzo, passando sotto al naso la manica della giacchetta, — i fazzoletti se l'hanno inventati loro; m'hanno preso perchè sono vagabondo e non ho mestiere....
Mentiva, con la sua spudoratezza di fanciullo viziato, senza levar gli occhi che aveva neri e profondi, acconciandosi addosso gli stracci unti che ad ogni strappatura lasciavano veder la carne di sotto. Succedette un silenzio. Ora nell'ombra si esaminavano a occhiate rapide, si riconoscevano nell'impronta di malizia e di sospetto che dava la mala vita alle loro fisonomie.
— A me, — disse quello della panchetta, — m'hanno preso per sbaglio. Qualcuna n'ho fatta anch'io e per questo.... Ebbene, che volete? Nella gioventù non s'ha mai la testa allo stesso posto, e poi quando ho bevuto un bicchiere soverchio.... Ma stavolta, com'è vero Dio, non ho fatto niente, m'hanno preso perchè m'hanno voluto prendere. C'è il delegato che s'è messo in capo di volermi tribolare....
— Uh! — strillò il ragazzo. — la lucerna si smorza!
Difatti il lucignolo crepitava, lanciando nel muro di faccia le sue ultime fiammate rosse, agonizzando nella spira di fumo denso e puzzolente che serpeva pesantemente nell'aria. Essi guardavano, seguendo quella vana lotta con le tenebre che trionfavano a vista, avanzando nella camera. Di colpo il lucignolo si spense, l'oscurità divenne profonda.
— Buona notte ai suonatori. — disse Ciro, con un riso ironico.
Stese la mano tastando; gli venne sotto la faccia magra e fredda del ragazzo che si era stretto al muro tutto pauroso. Il ragazzo, rabbrividendo, mise un piccolo grido di terrore.
— Chi è? — disse Ciro. — Sta zitto.... Per lo meno crederanno che t'ammazziamo.... Dove sei?
— Qua, — piagnucolò il ragazzo senza muoversi. — Non ci vedo più.
— Si capisce, — fece Ciro con la voce ridente, a rassicurarlo. — O che vorresti aver gli occhi del gatto, tu? Non aver paura, dammi la mano che ti metto sul tavolaccio.... Come ti chiami?
— Peppino, — balbettò il monello nell'oscurità.
— Va bene.... Hai sentito?... Peppino? Dammi la mano....
Quello gliela stese; tremava tutto. Ciro lo tirò dolcemente sul tavolaccio e lo allungò nell'angolo, mettendogli la giacchetta sotto alla testa.
— Va bene? T'ho fatto anche il cuscino. Ora hai paura?
— No, — disse il ragazzo, guardando innanzi a sè nel buio, con gli occhi spalancati.
Poi a poco a poco, nel silenzio, il sonno li vinse. Quello della panchetta non s'era più mosso, russava con la testa abbandonata, le braccia in croce, le gambe stese, nel suo cantuccio, sotto alla finestra. E non vi fu più un rumore; solo dal cortile saliva di tanto in tanto il suono cadenzato e secco del passo della sentinella sul selciato.
Ciro per un pezzo era rimasto a occhi aperti, allungato sul tavolaccio accanto al fanciullo dormente di cui gli passava sul viso l'alito tepido in un respiro debole ed eguale. All'ultimo pigliò sonno anche lui. Ora tutti e tre dormivano. Dal finestrone di faccia, sgusciando per una larga strappatura alle stecche della gelosia sgangherata, un vivo chiarore di luna entrava nella camera, risalendo dolcemente per la parete. E, in quella tenera incertezza di luce che li lambiva appena, ondulando, le faccie impallidivano lucenti di sudore, con le bocche schiuse, le sopracciglia stese, le narici all'aria, nere e profonde. Immoto, una mano aperta sul petto, il fanciullo sorrideva, sognando di sguazzar nelle pozzanghere ove i compagni cadevano a spintoni, impoltigliandosi come porcelli. Nella notte triste della stanzuccia immagini di bimbo aleggiavano rapidamente in una luce indefinibile. Tornavano col sonno al piccolo dormiente le care ingenuità d'infanzia, pure e serene in quel torpore di malizia sopita.
All'alba, come il sole era già entrato nella stanza, allo svegliarsi n'ebbero gli occhi così feriti che non si potevano guardar in faccia e se li stropicciavano coi pugni chiusi, sbadigliando, stirando le braccia che l'inerzia della nottata aveva addormite.
— Che tempo fa? — chiese Ciro a quello della panchetta che sbirciava attraverso all'inferriata.
— Bella giornata, — rispose l'altro, senza voltarsi.
Il ragazzo s'arrampicò sul parapetto e dopo un momento ch'era stato a guardare:
— Ecco Gennarino! — esclamò. — Ci vengono a chiamare....
Saltò a terra, sgambettando per l'allegrezza. L'altro, preparandosi, s'acconciava i capelli sotto il berretto, riannodando la cravatta di cui il fiocco gli era girato sulla nuca.
— Ve n'andate? — disse Ciro alzandosi.
— Ora ci chiamano, — rispose l'altro, — vi saluto. Se volete che porti qualche imbasciata a casa vostra....
— Sentite, — disse Ciro pigliandogli la mano, — fatemi una finezza. Conoscete l'acquafrescaia all'angolo di Porta Nolana?
— Sicuro! — disse l'altro.
— Raffaele! — chiamò dal basso la voce rauca del guardiano. — Chi è Raffaele?...
— Ora vengo! — strillò quello della panchetta.
— Abbiate pazienza, — supplicava Ciro, stringendogli la mano mentre quegli cominciava a moversi. — Laggiù, dimandate di Teresa, è una vecchia che tutti la sanno.... Ha un fazzoletto nero al collo.... Ditele che non abbia paura....
— Nient'altro?...
— Abbiate pazienza, — continuò Ciro accompagnandolo, — ditele che se vuol venire a San Francesco domenica che è giorno d'entrata.... No, no, non le dite così.... Ditele che è stata una rissa e m'hanno preso ubriaco...
— Va bene.... va bene, — promise l'altro, scendendo la scaletta.
— Sentite.... le baciate la mano per me.... Vi ricordate?... Vi ricordate?...
Nessuno rispose. Raffaele era sparito. Ciro risalì i due scalini tremando sulle gambe. Si guardò attorno: ora lo lasciavano solo come un cane, sbattendogli il cancello alle spalle, senza nemmeno guardargli in faccia.
Andò a sedere sul tavolaccio e nascose la testa nelle mani puntando i gomiti sulle ginocchia, le gambe penzoloni.
— Pazienza! — mormorò dopo un momento.
E si mise a passeggiar nella stanza, con gli occhi a terra, tutto pensoso. Ora si stancava, non sapendo che fare per distrarsi. Si andava fermando innanzi alle pareti sporche, contemplando curiosamente tutti gli sgorbii che le macchiavano. Una era addirittura illustrata da cima a fondo; una filza di numeri grossolani scendeva fino a terra, qua e là sotto ai terni e alle quintine c'era una giocata a lettere indecise, miscuglio ingenuo di maiuscole e di minuscole. Egli cercò in un angolo la traccia del suo ultimo passaggio. Era ancora lì, segnata con la carbonella in un quadratino fantastico: un cuore fiammante che una lama di pugnale trapassava a mezzo. Lì tutto il suo amore ardente e minaccioso, pieno di gelosie e di tenerezze, lì il ricordo degli occhi grandi e della bocca rossa di Vincenzella, il preludio di un tradimento e d'una rasoiata. Vi rimase innanzi, guardando, a lungo, con le labbra strette e le mani convulse. Poi sputò nel muro con un moto di collera. Ricominciò a passeggiare; la solitudine lo irritava; sbatteva i piedi a terra, fremendo, sferrando il tacco sul tavolone che vibrava con un rumore sordo e cupo. Andò al finestrone e sedette sul parapetto. Faceva freddo; laggiù nel cortile la moglie del guardiano attizzava il fuoco nel braciere, con una mano sul petto, nella piega dello scialle.
Di sotto alla gelosia, tagliato sino alla metà d'un cartellone da teatro, il muro di faccia appariva nella strada, bianca e pulita in una fredda giornata di capodanno.
Nessuno si vedeva; solo di tanto in tanto passava un mattiniero frettoloso, con le mani nelle tasche del soprabito e il naso nel bavero. A volte nell'aria fresca impazzivano sul vento migliaia di scintille rosse, venute da fiammate vicine che l'angolo di un palazzo nascondeva.
Più tardi, in quella malinconia, il sarto di faccia mise fuori ad asciugare, innanzi alla bottega, un panciotto scuro fumante, su cui aveva passato il ferro caldo.
Ciro guardava, rannicchiato nello spigolo del finestrone, le mani in saccoccia sino ai polsi. Lo consolava una strana compiacenza di quello che ora, a lui solo e chiuso, gli toccava soffrire; s'atteggiava con sè stesso a vittima temuta, sorridendo all'abitudine sua di bassezza, alle persecuzioni di cui era fatto segno.
E con la fronte appoggiata all'inferriata, la posa molle e abbandonata, canticchiò fra i denti:
Vaco sempe carcerato,
A' casa 'e mamma....
Ma, alla distesa, la voce gli venne meno. Era stato uno sforzo. Ora una tristezza atroce lo pigliava all'anima, spezzandogli le parole sulle labbra.
— Che brutt'anno ho cominciato!... — sospirò.
E rimase a guardar nella strada deserta, con gli occhi arsi, mentre il ferro della cancellata gli segava la fronte e il freddo malinconico della giornata gli gelava il cuore.
Ah, non credea mirarti...
Solitaria e silenziosa, con la facciata dipinta di grigiastro, co' balconcelli alla romana, dalla balaustra breve e senza pancia, la piccola casa, posta ove più la stradicciuola si rinserrava, pareva di quelle che lasciano immaginare a' lenti e pensosi peripatetici certe nascoste miserie, la cui voce davvero risponde, umile e sommessa, alle mute interrogazioni di questi osservatori meditativi. Camere scure e sprovviste, taciturni loro abitatori nel silenzio della casa e della via, strettezze patite senza lamenti, una quiete malinconica — ecco quel che lasciava intendere. Ne' giorni del verno, quando pioveva, era una tristezza pesante. Le grondaie mormoravano, con un rauco e incessante borbottio: sullo sconnesso selciato del cortiletto l'acqua che vi si raccoglieva gorgogliava alla bocca d'una feritoia: i balconcelli restavano chiusi tutta la giornata e, dietro le vetrate che si constellavano di goccioline, tutto si sprofondava in una misteriosa oscurità. Talvolta un lume vi trascorreva, lento: e la fiammella giallognola tremolava in quelle ombre. Talvolta, quando la pioggia s'interrompeva, una giovane testa femminile si veniva a posare con la fronte a' vetri, a un balcone del terzo piano. La donna rimaneva qualche po' a contemplare, come assorta, i rigagnoli serpeggianti: poi levava gli occhi, guardava attorno, guardava i muri umidi e giallognoli del cortile — e quel delicato e pallido profilo si disegnava nettamente sulla vetrata.
Abbasso, al secondo piano, una volta la cortina velata d'una finestra si mosse: una mano piccola, gialla, rugosa, la sollevò. Poi la finestra si schiuse, la mano lasciò cadere nel cortile i minuti brani d'un giornale lacerato e quelli si sparsero sul selciato e vi rimasero due o tre giorni, fino a quando non tornò la pioggia e se li portò con sè e li travolse in quel vortice breve che roteava sulla feritoia. Ma per que' due o tre giorni quelle farfalline bianche raccolsero tutta la muta e insistente contemplazione della giovane del terzo piano. Ella non riapparve più quando disparvero e il cortiletto tornò asciutto.
La stradicciuola, lontana da quelle popolate e attive della città, prossima alla campagna, erta e anfrattuosa, era poco amata da' soliti venditori, ambulanti. Vi si arrivava per una larga scala di pietra, da' gradini traballanti e lubrici e sparsi di tutti i rifiuti. Un cagnuolo randagio e affamato veniva lì a frugare col muso e con le zampe tra quelle lordure e s'era fatto amico del ragazzetto d'un merciaio che, una volta o due al mese, saliva fin lassù, lasciando abbasso, appiè della scala, il ragazzo e il carrettino. La vecchia del secondo piano gli comprava delle matasse di lana bianca e di filo: in un mese comprò per otto soldi tra spilli, aghi e bottoncini per la biancheria. Il merciaio s'annunziava dalla strada, con la sua distesa lenta e nasale, a cui faceva eco l'argentina voce del ragazzetto. La vecchia signora lo chiamava dal balcone, con un piccolo gesto della mano tremante, e usciva poi sul ballatoio e si traeva addietro fin sotto l'uscio, appena compariva il merciaio; e lì, sottovoce, contrattava, interrompendosi, di volta in volta, quando le pareva di udir qualcuno che salisse le scale. Accostava agli occhi le matasse di lana, le palpava, le soppesava nel cavo della mano, trovava che gli aghi erano irrugginiti e che il filo era poco ritorto. Il merciaio, buon uomo, l'ascoltava pazientemente, sorridendo. Una volta la vecchietta gli domandò:
— Conoscete qualcuno.... qualche signora.... Si vorrebbe collocare otto paia di calze di lana, ben fatte, a poco prezzo. È una signora, amica mia....
— Le avete qui?
— Venite con me, — disse la vecchietta.
Lo fece entrare nel salottino vuoto, freddo, ov'erano due divani logori, un tavolinetto sopra un tappeto assai consumato, e qualche stampa ingiallita, attaccata alla parete. Lì il merciaio si sentì stringere il cuore. La vecchietta aveva preparato le calze, avvolte in un giornale, sul tavolino. E, come il merciaio faceva per aprire quel pacchetto:
— No, no, — disse, — è inutile, sono otto paia: non mi credete?
Poi, quando furono sotto l'uscio:
— Sentite, — raccomandò, — quella che se le vende non vuol farlo sapere.... È una signora scaduta....
Nella via, l'uomo aperse il pacchetto e riconobbe la sua lana. Ma la vecchietta dava quelle calze così a buon mercato ch'egli trovò subito chi le comprasse, e, due giorni dopo, le portò il denaro, tornando apposta, senza il carrettino e senza il ragazzo. Tutta una notte aveva pensato a quella necessità che si voleva nascondere, a quell'amor proprio che così ingenuamente si credeva salvato. La vecchietta si fece trovare sul pianerottolo, e con la mano gli accennò ch'entrasse, cauto.
— Non vi fate vedere, — mormorò.
Contò il denaro e gli mise cinque soldi nella mano, serrandogliela a forza con una insistenza amichevole e battendogli un colpettino sulle dita.
— Accettate! — disse. — Compratevi i sigari.
Poi, quando tornò, al venerdì, il merciaio fu chiamato dalla giovane del terzo piano. Allo scendere, trovò la vecchietta dietro l'uscio socchiuso. Ella gli chiese che cosa avesse venduto, lassù. Aveva venduto dei merlettini e un'oncia di bambagia, forse — supponeva lui — per qualche bimbo di là da venire: la signora pareva incinta.
— Bellina, è vero?
— Bellina, sì, e poi tanto buona!
— Il marito è impiegato. Un bravo giovanotto. Ma....
E la vecchietta strinse un po' le labbra.
— La vita è dura, — disse il merciaio.
Lei voleva dire ancora qualche cosa e infine si decise.
— Non le avrete parlato delle calze, è vero? Oh! va bene, — aggiunse subito, riprendendosi, — è una domanda stupida, perdonatemi. Ma, sapete, vi sono certe persone che sono così suscettibili.... così....
E come parlando a sè stessa, a mezza voce: — Quest'amica mia, ad esempio, — continuò, — tutto, tutto la punge, quest'amica che s'è vendute le calze. E voi quando tornate? Venerdì? Per me tornate pure di qui a una quindicina di giorni; della lana ho ancora quattro matasse e poi gli occhi non m'aiutano più come una volta.... Vi dispiace?
— Che cosa?
— Tornare di qui a quindici giorni?
— Pensate alla salute, — disse il merciaio.
Così, per due settimane, non si fece vedere, poi tornò una volta allo scorcio dell'ottobre piovoso, poi non tornò più.
Ora l'inverno cominciava a scuotere le vetrate con soffi furiosi che fischiavano nella via; cominciavano le piogge eterne e l'eterno gorgoglìo in mezzo al cortile. Un tramonto, a' primi giorni del novembre, lasciò a quei solitarii pigionali meravigliati il suo fantastico ricordo. Tutto il cielo s'era a un momento arrossato, il riverbero di quel lume aveva empito le camere sulla strada d'un chiarore dolcissimo e in quella tenerezza rosea i mobili, le tendine, i bianchi letti, annegavano. La vecchietta schiuse il balcone e sorrise alla via in una dolce espressione di pace. La giovane donna del terzo piano rimase lungamente con gli occhi fissi in cielo, con le labbra mormoranti, come in una stupefazione. In quella fusione di colore la sua faccia pallida si irradiava della luminosità e dell'estasi delle immagini di chiesa, davanti alle quali ardono i ceri.
Seguirono delle giornate angosciose a questo tramonto. La desolazione della via era opprimente, ne' silenzii delle fredde mattinate, ne' silenzii del pomeriggio, ne' silenzii delle serate lunghe, insopportabili. Oh, romore! Ella era venuta di laggiù, da San Marco ai Ferrari, una via tutta romore, una via chiassona, che si svegliava col sole e rideva tutto il giorno. Nell'orecchio le era rimasta la gaia voce d'un vecchio, uno di que' ramai che martellava le pentole e ci cantava su le canzoni del quarantotto. Le rimaneva nell'orecchio la distesa svenevole che saliva fino alla stanza sua:
Comme chiagneno 'e ffigliole
ch'hanno perze 'e nnammurate!...
e il tintinnio del rame sotto a' colpi, che pareva canzonasse, come l'antica allegria di quel vecchio. Qualche circostanza, a cui non aveva prestato che un'attenzione momentanea, ora pigliava rilievo, l'afferrava senza più lasciarla, tornandole continuamente alla memoria. Erano proprio bambinate, ma ecco, mai più avrebbe dimenticato il gran vitello squartato che il beccaio di faccia aveva appeso a' ganci sotto l'insegna, in una gioconda domenica di agosto: un enorme pezzo di carne che sbarrava la bottega e sul quale, di tanto in tanto, si posava la mano grassoccia della moglie del beccaio, la mano tutta anelli di Grazia Jacono. Una vespa roteava attorno a quella carne, ronzando. Poi un grido: il grido lungo di un garzone di caffettiere che la mattina andava attorno con lo scaldino e le chicchere: 'O cafettière! E la nenia di Malia, seduta all'angolo della via dietro la caldaia delle ballotte: e quel lamento così languido, così penetrante del luciano che vendeva i polipi....
Ah, sì, tutto ricordava, tutto ella rivedeva e quasi riudiva. Rivedeva suo padre, don Michele, co' gomiti sulla balaustra del balconcello, sotto i festoni delle sorbe a mazzi e dei poponi, con la pipa lunga in bocca, con le babbucce ai piedi.... Quanto sole laggiù! Le sorbe maturavano a momenti, l'odore de' poponi saporiti entrava nella cameretta, e don Michele, dopo pranzo, si metteva al vecchio cembalo e cantava l'aria della Sonnambula con la sua stanca voce di baritono: Ah! non credea mirarti, sì presto estinto, o fiore!...
Or ella si fermava sulle parole che pareva fossero fatte per lei. Via, era morto tutto! Sì presto estinto, o fiore!... Certe emozioni invernali, certe paure del buio, certi strani sgomenti cominciava a provarli ora. A volta le gambe le si piegavano e sentiva al cuore, col respiro che le veniva meno, come la trafittura d'uno spillo. Che silenzii, che silenzii! Addio! Tutto era morto, tutto! E moriva pur lentamente l'anima sua in questo ritiro ove non aveva eco la vita esteriore, ove il suo amore troppo casto di sposa borghese, di fanciulla destinata alla famiglia, languiva senza sfoghi, senza ribellioni, senza impetuosità. Quella casa era acconcia piuttosto a un folle amore, a una solitudine breve di amanti nevrotici, forse a uno scioglimento drammatico d'amore! Era fatta per altri. Questo suo era semplicemente un tedio in cui s'avvicendavano ore di sconforti nuovi, di terrori inesplicabili, che ricordava d'aver provati la prima volta che fu chiusa in collegio, a Sant'Eligio.
Triste sorte, era una triste sorte. Eppure, accanto all'uomo che da un anno era suo marito, ella non osava chiamarsi infelice. Ella si salvava nella immensa bontà di questo afflitto che pareva le aprisse le braccia a raccorvela piangente. Fino allora nessuna insofferenza scambievole, mai. Si volevano bene. Ma in questa casa, ove un rovescio di fortuna li aveva ridotti, ove pagavano una pigione modestissima e soffrivano scarsezze che nessuno sapeva, si sentivano troppo soli, troppo soli — da un anno.
Una sera, lei che era venuta a sedergli di rimpetto mentr'egli ricopiava, sotto alla campana verde del lume, un processo di fallita, levò la testa dal ricamo e, lentamente, col dubbio nel sorriso timidissimo, mormorò:
— Avrà fatto un anno, da quando siamo qui?
— Eh? — fece lui, levando gli occhi da una cifra.
La guardò tutto raccolto, addizionando mentalmente, stringendo gli occhi, stringendosi ii labbro inferiore tra' denti. Poi scrisse la cifra, ripose la penna e ripetette:
— Eh?
Vi fu un silenzio. Egli rimase un momento a contemplarla, mentre lei taceva, sotto la tenera calma dello sguardo di lui. Poi allungò il braccio di sopra alla tavola, le pigliò la mano, si trasse accanto la piccola moglie, dolcemente, sorridendo.
— Siedi qui, vicino a me: chiacchieriamo.
Allora, quando ella si sentì così vicina a lui, così vicina all'anima di lui, all'amore di lui, lì nelle sue braccia, sotto il suo alito lieve che le passava sulla nuca, quando si sentì il suo bacio sulla gota, presso alla bocca, volle dir tutto, come se avesse aspettato quell'abbandono per confidarsi. No, no, non potevano rimanere in quella brutta casa, in quella casa fredda, senza vedere nessuno, senza sentir la voce di nessuno! Anche lui v'invecchiava, non se n'era accorto? Aveva fatto de' capelli bianchi sotto alle tempia, accosto all'orecchio.
— Non è stata la casa, — disse lui, sorridendo.
No, era stata la casa. Ella non avrebbe saputo lavorare con la mente calma qui, come lui lavorava. Non sentiva niente lui? Non provava nessuna oppressione di spirito, nessuna stretta al cuore? Oh! due camerette, niente altro: due camerette col sole, coi venditori sotto le finestre, col sole sul letto!
La voce le si empiva di lacrime. Egli era rimasto a udirla, in un tenero sbigottimento, meravigliandosi della violenza dello sfogo.
— Via, — promise, — si rimedia, si rimedia. La mattina di buon'ora, prima dell'ufficio, mi metterò in giro. Troveremo un'altra casa....
— Guarda. — ella interruppe, — se vuoi, uscirò io; vuoi ch'esca io?
— Tu?
E la guardò, con una maliziosa dolcezza.
Ella arrossì tutta; volse la faccia dall'altra parte, mortificata, in un pudico sentimento di maternità.
E venne finalmente questo aspettato, venne in una mattina rigida di gennaio, all'alba opalina di una giornata minacciosa. La vecchietta del secondo piano rimase di stucco quando, all'aprire l'uscio, si vide davanti il marito della signora Carolina, l'impiegatuccio, pallido e tremante.
— Oh! mio Dio! — esclamò. — Forse la sua signora....?
— Sì!... — disse lui, rapidamente. — Fatemi la carità, non abbiamo nessuno in casa.... non posso chiamare nessuno.... non avevo preveduto.... Venite su!...
— Oh! mio Dio! — balbettava la vecchietta, con le mani giunte.
E si affaccendava, smarrita, cercando attorno una cuffia nuova, cercando un altro grembiule, sciogliendo le fettucce a quello che aveva davanti. Lui fremeva d'impazienza, porgeva orecchio, s'avviava, tornava ad avviarsi verso l'uscio, credendo ch'ella si movesse una buona volta. Ma lei s'indugiava ancora, piegava e ripiegava un fazzolettino e si passava la mano su' capelli, ammaccandoli leggermente alle tempia....
— Non importa, se vengo così, come mi trovo?
— Ma venite! — proruppe, afferrandola pel braccio, trascinandola quasi a forza per le scale, mentre ancor ella si scusava della veste sciupata e delle babbucce vecchie.
Nella cameretta di Carolina rimase a lungo e ne uscì con la cuffia di traverso, con le ciocche grigie dei suoi capelli scomposte, tutta seria di fronte a quell'avvenimento in cui erano scomparse le sue riserve, al cospetto di costei che le ricordava le figlie.
— Un maschio.... — annunziò sottovoce, minacciando con la mano l'impiegatuccio, come se ammonisse un colpevole.
Egli, in piedi, accosto alla tavola, sorrideva nervosamente, e passava la pezzuola sulla fronte sudata. Non poteva parlare. All'improvviso la trasse bruscamente da parte, rovesciò una seggiola e si precipitò nella piccola stanza da letto.
La vecchia, rimasta sola, girò gli occhi intorno, esaminò la camera, esaminò i mobili da presso, rialzò e rimise a posto la seggiola caduta. Le tornavano le sue curiosità di vicina, alimentate sino allora, giorno per giorno, dal mistero di quei pigionali, di cui le rimanevano ancora sconosciute le abitudini. Un'occhiata all'altra camera l'aveva pur data nel primo momento di calma; era una camera piccola, pulita, col letto d'ottone a colonnine, con una grande immagine della Vergine a capo al letto. Non aveva potuto capir bene se fosse l'Assunta o l'Immacolata. Due tappetini a' due lati, un armadio di faccia, un cassettone accosto al balcone. Senza un mobile per la toeletta; questo la meravigliava. Ma dietro la porta, uscendo, aveva visto appesi uno specchio e un tovagliuolo. Quest'altra camera, ove si trovava ora, era più sprovvista; appena un divano rosso sotto una gran carta geografica, un tavolinetto davanti al divano, con su il canestrino del lavoro, tra due pastorelle di gesso dipinto, e alla parete principale la fotografia di un quadro che rappresentava Gounod che scrive il Faust.
La vecchia si mise gli occhiali per leggere quello ch'era scritto a mano, sotto il titolo stampato. Lo scritto diceva: All'egregio maestro Michele Fioretti, l'autore. Dopo un esame accurato, ella argomentò che uno dei tre ritratti messi in fila sotto la fotografia dovesse essere quello del padre della signora: le rassomigliava assai nella linea fine della bocca, e negli occhi scuri ed espressivi. L'altro ritratto di chi era? Forse della madre. Sì, sì, la madre, si capiva. Del terzo non seppe pensar nulla. Qualche amico di casa o un fratello. Poi lo saprebbe.
Allo scendere, dopo i caldi ringraziamenti dell'impiegatuccio, parlò di tutto questo al marito, un gottoso confinato nella sua poltrona, con sulle ginocchia un eterno scialle di lana. E per mezz'ora gli rifece l'inventario, girando attorno per la camera, osservando che quella casa al terzo piano avrebbe fatto per loro e che vi si pagavano sei lire di meno al mese. Glie lo aveva detto la signora. E sarebbe stato bene se si fosse fatto amicizia con quelli di sopra; ottime persone, si vedeva. La signora era una bambina, proprio una bambina; aveva avuto vergogna di lei, poveretta, non aveva detto nemmen quattro parole, da principio. Poi a poco a poco.... Bisognava frequentarsi. Un po' loro da quelli del terzo piano, un po' quelli da loro. Aveva visto un ricamo a uncinetto attorno a una pezzuola, sul letto. Lo voleva imparare.... Ora cominciavano le serate lunghe d'inverno; si sarebbe rimasti in compagnia fino alle dieci.... Quanto credeva lui che potesse guadagnare al mese l'impiegatuccio?...
— Mah!... — fece il vecchio, seccato.
Leggeva il Templario di Walter Scott, con una mano spiegata sul gran fazzoletto scuro che aveva appeso a un bracciuolo della poltrona.
— Un centinaio di lire, — borbottò la vecchia. — Forse anche meno....
— Quando lo rivedrai — disse il vecchio, interrompendosi con una piccola tosse stizzosa, — dimandagli se gioca al mercante. La sera potremmo giocare al mercante....
Allora lei il giorno dopo mandò sopra Candida, una trentenne pinzochera che le veniva a spazzar la casa tre volte alla settimana e le portava i numeri pel lotto.
— Dirai — raccomandò — che, per tutto quello che può occorrer loro, io son pronta a servirli. Mi chiamino pure....
Poi, sul pianerottolo, soggiunse:
— Tu offriti per la cucina, per la spesa.... Ti compenseranno. Senti, guarda in cucina se hanno rame. Se non ne hanno, lo presto io: faglielo capire.
Candida tornò portando i ringraziamenti dell'impiegato. Era venuto lui ad aprirle la porta e sotto la porta avevano parlato. La signora non aveva potuto vederla. Non desideravano niente, la ringraziavano, le avrebbero restituita la visita appena la signora fosse guarita.
— È malata?
— Lui crede che abbia un po' di febbre. Ho data un'occhiata alla cucina mentre lui è andato a dire alla signora che c'ero io di fuori. Hanno tutto, e il rame luccica. Hanno pure la macchinetta pel caffè...
— Sai? — disse la vecchietta al marito, quando Candida se n'andò, — hanno tutti gli utensili in cucina, e il rame luccica.
— Vuol dire che non lo usano, — sentenziò il lettore di Walter Scott.
Passarono tre settimane. La vecchia, in tutto questo tempo, non aveva saputo più nulla. Non aveva più visto alcuno. Al sabato aspettò che tornasse Candida, pensando al mezzo con cui mandarla sopra a chieder notizie. Lei non aveva coraggio di presentarsi, le pareva che quelli di lassù non la desiderassero, che non volessero essere sorpresi, che non volessero essere nemmeno compatiti, via. Ognuno a casa sua. Una sola volta, in fine di settimana, mentre chiudeva la porta, sentì sbatacchiare quella di sopra. Era lui che scendeva, forse. Rimase a origliare dietro l'uscio. Infatti era lui. Passò davanti alla porticella del secondo piano senza fermarsi, senza guardarvi: pareva preoccupato. Lei lo vide pel finestrino a graticciata. Certo non era quella la prima volta che egli usciva dopo il parto della signora; lo aveva visto tornare una mattina di buonissima ora, con un fagottino sotto al braccio. Usciva all'alba, dunque. Che gente strana! La vecchietta non ci capì nulla. Ricominciavano le giornate piovose, ricominciava il brontolio delle grondaie, ch'era la musica di tutti i giorni. Erano passati quattro mesi. E pioveva, ora, pioveva sempre e s'era nel gennaio. In un mercoledì, dopo l'Epifania, l'aria si fece così nera ch'ella dovette accendere il lume tre ore dopo il tocco. E invano tormentò le cortine della finestra che affacciava sul cortile. Guardò lungamente in su alle finestre del terzo piano: ma nessuno vi apparve.
Improvvisamente, mentre rattoppava una manica a un soprabito del marito, la vecchietta sobbalzò sulla seggiola. Ah, finalmente! Qualcuno saliva le scale. In punta di piedi andò a guardare pel finestrino dell'uscio. Era un giovane dalla barba bruna e portava gli occhiali: alto, vestito per bene, dall'aria grave, dall'incesso grave delle persone serie. Faceva colare, camminando, l'ombrello immollato, che rigò d'acqua il pianerottolo. Andava sopra. E vi rimase tre quarti d'ora: ma ora lei, decisa, lo avrebbe aspettato sino a sera. Gli fece la posta dietro l'uscio, provando da sola i sorrisi e le gentilezze con cui doveva accostarlo. Quando lo sentì scendere tossì leggermente, fece cigolar l'uscio, e gli si trovò di faccia sul ballatoio, con una piccola riverenza.
— Ella scusi, — fece rapidamente, — ella scusi, se mi permetto.... Ma lei, certamente, è un amico di casa dei signori di sopra.... Io sono stata malata, non ho potuto visitarli com'era mio dovere.... e poi.... lei capisce, non voglio tediar nessuno. Potrebbe favorire di dirmi come va la signora?
Lui, molto riguardoso, s'era scappellato, e l'ascoltava.
— La signora sta bene, — rispose. — Ma l'emozione ancora le dura.
E come lei, un po' sorpresa, lo interrogava con lo sguardo:
— Io non so — aggiunse — se lei.... Lei non sa?... Il bambino le è nato sordo....
— Oh, figlio mio! — esclamò la vecchietta.
— .... e forse anche muto, — finì lui, scuotendo dolorosamente la testa.
Alla vecchietta corse un brivido per tutta la persona. La sua mano tremante s'afferrò alla balaustra.
— Io.... non sapevo.... — ella balbettò, — io.... Oh, mio Dio!... Oh, poverini!... Povera signora!...
Entrò in fretta e furia nella camera del marito. Egli, al solito, leggeva. Cominciava ad annottare.
— Il bambino della signora è nato sordomuto, — balbettò la vecchietta, con uno sforzo, fermandosi in mezzo alla stanzuccia.
Il vecchio si volse, bruscamente. La guardò.
Ella guardava a terra, con le braccia penzoloni, addossata alla tavola.
Il vecchio chiuse il libro sulle ginocchia e vi fissò gli occhi astratti, rimanendo immobile, agitando lievemente le labbra. Poi, a un tratto, menò un gran pugno sul bracciuolo della poltrona.
In quel punto un lampo illuminò la camera.
— Santa Barbara! — fece la vecchietta.
Si segnò. Cominciò a mormorare un'avemaria, sottovoce. E, avendola cominciata per Santa Barbara, la terminò per quelli di sopra....
Riconciliazione
A farlo apposta certo non si sarebbero trovati lì, tutti e due, uno seduto dietro all'altro sulle vecchie poltrone unte del teatrino, a sentire Buovo d'Antona e il tradimento dei Maganzesi. Il diavolo ci metteva le corna, li ravvicinava ancora una volta, dopo la sfuriata del giorno avanti, dopo che se l'avevano contate nere e alle mani non erano venuti ch'era stato un miracolo. E, ravvicinandoli, li tentava daccapo, mentre che ora del chiasso che avevan fatto laggiù, al mercato, non rimaneva in loro che una vaga apprensione di lunga inimicizia, un dispiacere di non doversi trattar più, essi che erano compari dal quarantotto e dentro avevano il cuore come la pasta. I guai sono le femmine che li vogliono, e se non fosse stato per Nannina, che avevano visto parlare con una guardia di pubblica sicurezza, e a cui poi Tetillo avea dato uno schiaffo all'uscire che faceva dalla messa con le compagne, adesso nessuno si sarebbe fatto del sangue acido per la collera e le male parole.
L'amore è come l'acqua chiara che ogni piccola cosa la turba, e agli uomini tante volte la passione pizzica le mani. Questo non vuol dire che d'ogni padre i figli non siano gli occhi della fronte, e se Tore lasciava passare le bravate del figliuolo, Vito se lo pigliava il diavolo quando la Nannina gli tornava a casa a sfogarsi, colla faccia rossa e gli occhi lagrimosi. I figli, i figli! E poi li vanno cercando e alla vecchiaia ingoiano i bocconi amari! E dire che a Sant'Anna si dovevano sposare, che facevano all'amore da più d'un anno e Tetillo non fumava più quattro sigari al giorno, perchè con parecchi risparmii voleva mettere da parte la prima pigione di casa.
A vederli così, con tanta buona intenzione, le famiglie stavano come pane e cacio e mai s'era detto un ette. Ora per un motivo di gelosia c'era stato l'inferno, tanto che alla siè Rosa pel gran gridare che aveva fatto che Nannina se la voleva tenere in casa scambio di darla a quello sforcato, s'era affiochita la voce e aveano dovuto chiamare il salassatore per alleggerirla del sangue.
Come sarebbe finita nessuno lo sapeva; certo è che i due compari, da vecchi amici che prima erano, adesso non si guardavano più in faccia, e per via, se uno pigliava a destra l'altro scantonava a sinistra, contando le pietre del selciato.
E bisognava dire proprio che ci avesse posto mano il diavolo, che li faceva incontrare nel teatrino e a quel modo come se si fossero intesi prima. S'erano adocchiati e non si movevano più; l'inquietudine di quella vicinanza inaspettata li tormentava. Si guardavano di sottocchi procurando di rimanere impassibili nella loro stentata aria d'indiffenza. E, aspettando, si rassegnavano, mentre il pensiero della rappresentazione che li avrebbe distratti li confortava.
Il teatrino si riempiva, a poco a poco. L'uditorio abituale della seconda rappresentazione entrava, lentamente, scegliendo i posti migliori nelle prime file di sedie. Le conoscenze si salutavano, gravemente, e aspettando che si desse principio si mettevano a discorrere dell'epoca triste, delle regole al lotto, del pane che rincariva. Si vedevano lì col desiderio di trovarsi assieme dopo il lavoro d'una giornata. Le assenze si notavano una dopo l'altra.
Poi, mentre i discorsi ricominciavano sopra un altro tono, il fracasso dei monelli, che pigliavano d'assalto la piccionaia, provocava laggiù un malumore d'insofferenza. Prima che avessero preso posto, quei figli di male femmine, non si sarebbe potuto dir due parole! Era un chiasso d'inferno. Ora s'arrampicavano per la scaletta a chiocciola, spingendosi, cadendo sui gradini con un tonfo sordo, tra grandi risate argentine di birichini liberi. Facevano a chi prima arrivasse; qualcuno che non trovava più ove ficcarsi s'aggirava attorno, spinto qua e là, mentre spiava un cantuccio, cacciato via a fischi, urtato dai nuovi arrivati che non gli davano modo di sedere. Una fila di teste curiose rasentava il soffitto, ove degli angioli rosei sorridevano cullati da nuvolette bianche, sfioccate. Un'afa di caldo, che la prima rappresentazione lasciava ancora nell'aria, vi saliva, sfiorando il parapetto. Delle piccole facce brune si sporgevano, già rosse, con gli occhi lucenti, pieni di malizia.
S'aspettava ancora per cominciare; il teatro, riempiendosi, si preparava, pazientemente.
In un cantuccio sotto la ribalta, di cui i quattro lumi a petrolio affumicavano il sipario che mostrava delle tristi nudità di tela, l'orchestra, in gruppo, sottovoce, si raccontava i fatti di casa. A volte delle chiamate insistenti dalla piccionaia disturbavano le confidenze; il trombone, vecchio del mestiere, le intratteneva, soffiando nello strumento che metteva una nota rauca, come una promessa; dopo, per un momento, il silenzio si ristabiliva e, nell'angolo, i piccoli gesti, le asserzioni, le curiosità del racconto ricominciavano. Ma a poco a poco, di sopra, le apostrofi ingiuriose dei monelli impazienti protestavano contro la mala voglia. Che si narravano laggiù quelle tre vecchiaie? che non s'aveva più il diritto di sentir un po' di musica, prima? Non per niente pagavano due soldi a star pigiati come le aringhe! E si pestava il tavolato, fischiando, urlando, ricordando all'orchestra un motivo preferito. Qualche buccia d'arancio veniva giù a colpire in testa qualcuno della musica; allora essa si decideva, bestemmiando fra' denti, nelle lunghe risate soddisfatte che esilaravano la piccionaia. Così tutti a una volta, imboccati gli strumenti, spolmonandosi, avanzando il tempo per farla presto finita, s'incoraggiavano, con una fretta rabbiosa. Dalla piccionaia gli applausi frenetici accompagnavano le prime note; si ripetevano, zufolando, variazioni che solleticavano l'orecchio.
A un punto la tela che s'alzava, arrotolandosi, decise un silenzio profondo.
La reggia di Buovo d'Antona colle grandi colonne dorate, le tendine a nappe di seta cremisi, gli specchi dipinti di verde sulle pareti, sorprese il lubbione. Sotto la porta di entrata due guerrieri di guardia si dondolavano ancora, leggermente, appesi pel loro filo di ferro a un gancio che si perdeva dietro il panneggiamento. Dimenticati, rimanevano lì, ripigliando la loro inanimata immobilità, lo sguardo fisso, le braccia pendenti, le gambe allargate, di cui i piedi strisciando sul pavimento si rialzavano sui talloni, con le punte in su. Venne fuori Buovo, già vecchio. Si fece innanzi con grandi gambate epilettiche, con la spada attaccata alla mano, l'elmo coperto di piume d'ogni colore. Girò lentamente la testa, che si fermò di scatto. Salutò i due guerrieri con un moto spezzato del suo braccio di legno. Parlò; la voce rauca dell'uomo che moveva la marionetta sembrava venisse da lei; nel silenzio, delle apostrofi brevi, delle gravi raccomandazioni accompagnate da leggeri movimenti del capo, ingannavano.
Così vecchio, povero Buovo, si raccomandava pel suo figliuolo alla cui tenera età sarebbe stato grave il peso dell'armi. Si raccomandava sapendo della venuta di Rolando e Adalberto suoi nemici, che menavano con loro tremila Maganzesi all'assedio della sua città. Fece chiamare i suoi guerrieri, ripetette i consigli. Parlando, alzava il braccio con la spada, volgendone la punta verso chi ascoltava, lasciandola ricadere lungo il cosciale che mandava un tintinnio di latta percossa.
Fidava poco nella moglie che, giovane e spensierata, niente si curava delle cose di Stato, attendendo a farsi bella. S'armassero: il pericolo era grandissimo; sapeva i due fratelli Maganzesi furibondi e desiderosi di vendicar la morte del loro padre ch'egli, in leale combattimento, aveva ucciso. La chiave della città aveva affidata alla regina e alle cure di lei il figliuolo, quand'egli, uscendo, soccombesse.
I guerrieri a gran passi s'allontanavano, il corpo in direzione delle quinte, la testa immobile, volta verso gli spettatori — e la scena mutava.
Nelle sue camere la regina, pazza di gioia per l'arrivo dei Maganzesi, affidava a un suo confidente un messaggio per Adalberto.
Il ragazzo che di sopra la moveva dandole una voce stridula di donna giovane, l'agitava nella serica veste gialla che pigliava a volte delle pieghe strane sulla rigidità delle gambe. Nell'uditorio, affezionato al vecchio Buovo, quel tradimento faceva correre un disgusto enorme.
Qualche apostrofe insultante interrompeva la regina nelle manifestazioni del suo amore colpevole. Nondimeno ella raggiungeva l'intento, il fedel servo recava al Maganzese la lettera e glie l'accostava al viso, tenendola alta perchè la leggesse. Era scritta in versi zoppicanti, le cui rime pompose incantavano il pubblico analfabeta. Figurarsi la gioia d'Adalberto! Finalmente avrebbe nelle mani quel vecchio imbecille che avea trucidato il padre di lui! Tardi giungeva ma in tempo la vendetta! Si preparassero i suoi: la regina avrebbe consegnata la chiave della città!
Un rullo assordante di tamburo copriva le nobili parole, la tela, svolgendosi, calava, battendo sul capo a un guerriero che non s'era fatto a tempo indietro. Il vocìo dell'uditorio diveniva formidabile; delle conoscenze distanti di posto si facevano notare con un fischio, qualche nuovo venuto, se la discorreva con quelli del lubbione, levando la voce per farsi sentire. Un bambino, che il rumore spaventava, cacciava dei piccoli gridi di pianto che trovavano un'eco derisoria nella turba dei monelli. — Gli desse latte la mamma: o non lo sentiva che voleva poppare?! — Dalla piccionaia un piagnisteo di creaturina poppante imitato comicamente faceva ridere tutta la platea. L'acquafrescaio, in maniche di camicia, un berretto tondo di lana colorata sul capo, profittava dell'intermezzo per fare il giro, portando nel vassoietto i bicchieri già pieni ove una sfumatura d'anice sbiaccava l'acqua.
Attorno ai bicchieri delle ciambelle da cinque un soldo attraevano l'attenzione dei bambini, che la varietà multicolore dello zucchero dipinto riempiva di desiderii. La piccionaia, più modesta, si contentava dei semi di cocomero secchi, che spilluzzicava colle braccia fuori del parapetto, interessandosi a guardare in giù la pioggia di bucce che si disseminavano in platea.
Qui i commenti del primo atto mettevano in discussione intere file di spettatori. Un giovanotto sbarazzino, che aveva un fazzoletto di seta rossa attorno al collo e al mignolo della destra una fascetta d'oro, s'ostinava contro Tore.
— Me lo chiamate tradimento?
— E che è? — disse Tore. — E a voi pare una bella cosa Adalberto che entra nella città senza scendere a combattimento?
— Vuol dire che gli conviene.
— A chi? E dove s'è inteso mai che un cavaliere dei tempi antichi si sia macchiato l'onore a questo modo?
Il giovanotto fece spallucce, con un movimento sprezzante delle labbra.
— Che c'entra l'onore? Lui gli ha ucciso il padre....
— In leale combattimento, — ribattè Tore.
— Che ne so io? Gliel'ha ucciso, sì o no?
— In leale combattimento!
— Eppoi, se volete sentire la verità, questi guerrieri di Buovo io non li ho visti mai far niente.
Tore ebbe un sorriso di compassione. Ora la discussione s'animava, quelli della fila avanti s'erano voltati a sentire, e Vito, che i Reali di Francia li sapeva a mente, spalancava tanto d'occhi.
— Volete parlare soltanto voi, — disse Tore.
Il giovanotto s'inchinò.
— Alle altre opere ci siete stato? — chiese Tore.
L'altro parve offeso della dimanda.
— Come? Ogni sera, e le tengo stampate in corpo!
— Sia lodato Dio! Allora il combattimento di Orlando coi Maganzesi....
— Macchè! — interruppe il giovane. — Che m'andate contando!...
Allora Vito non si potette tener più e uscì in mezzo anche lui.
— Chi? Ma voi scherzate o dite sul serio? Orlando se l'ha vista con sei Maganzesi, ed erano quelli buoni. È vero o dico bugia? — dimandò, volgendosi, senza volerlo, al compare, che quell'inaspettato intervento aveva stupefatto.
Tore approvò come gli altri, estatico. Il giovanotto, confuso, non sapeva più a che appigliarsi.
— E la regina? — aggiunse dopo un momento con un riso stupido, volendo cavarsela con una barzelletta, — quella sì che pensa bene ai casi suoi!
— Be' — disse Vito, — questo è altro affare. Le donne tutte così son fatte. Eppoi che ne vuol fare di Buovo, poveretta? Buovo ha ottant'anni....
E arrischiò una facezia troppo libera, eccitando grossolane risate negli ascoltanti.
Tore rise anche lui, in modo che l'altro lo vedesse; di sfuggita fra loro due passò uno sguardo di buone intenzioni, pieno di cordialità.
L'acquafrescaio passava. Vito, soddisfatto, si volle regalare un bicchier d'acqua, lo chiamò, e bevve d'un fiato, con un gran sospirone.
Ma quando fece per mettere il soldo nel vassoietto sentì la mano di Tore che lo tratteneva e che gli s'era posata sul braccio. Si volse: l'altro, gravemente, con due dita nel taschino del panciotto, disse:
— È pagato.
— Come? — fece Vito e si volle divincolare. — No, no, non voglio, che vuol dire?...
Tore gli respinse la mano dolcemente, ammiccando cogli occhi che lo lasciasse fare, e, mentre lui protestava ancora confondendosi, gettò il soldo nel vassoio.
— Prego, — ripetette, — è pagato.
Vito non parlò più, meravigliato dell'atto che gli cadeva addosso come una tegola. Lì per lì non pensò nemmeno a ringraziare, non sapendo se dovesse offendersene o tenerselo come una finezza.
Così rimase immobile sulla sedia, senza conciarsi bene, chè a voltar le spalle a Tore in quel momento gli pareva una mala grazia. Alle gambe gli salivano delle stirature dolorose che la posizione incomoda provocava, ma tenne duro. Intanto la gentilezza del compare, meditata in un momento di calma, lo confondeva; a pensarci su si sentiva nell'anima qualche cosa che si ribellava come ad un'umiliazione, ora che di mezzo ci correva la sfuriata del giorno avanti. Che era mo' quel pagar lui all'improvviso? O che il rispondere suo in quella discussione se l'avesse tenuto come un'attenzione, credendo che l'avesse fatto per rappaciarsi? E senza moversi, con le spalle leggermente chinate, guardava in una grande confusione il soldo che gli era rimasto fra le dita e che per suggezione non rimetteva in saccoccia. Lo girava, stupidamente, strofinandoselo sulla coscia, facendolo passare nella cucitura dei calzoni....
A un tratto un'idea luminosa lo colpì; si ricordava di certi sigari che avea serbato dalla mattina, nella saccoccia del soprabito.
Vi ficcò la mano: c'erano, due, proprio due che pareva ci avesse pensato. Li cavò in punta di dita, con un tremito nella mano, e si volse.
L'altro che s'era accorto del maneggio, tossiva guardando in su con un'aria distratta.
— Senz'offesa, — disse Vito, stendendo la mano coi sigari.
Tore volle fare il meravigliato.
— Ebbene? — disse. — E perchè?... Volete disobbligarvi....
— Oh! oh! — protestò Vito col braccio teso.
— Quand'è così, vi ringrazio, — s'inchinò Tore.
Prese un sigaro e alzandosi andò ad accenderlo a un lume della ribalta.
Vi fu un momento di silenzio; tutti e due che tiravan fuori delle boccate di contentezza si interessavano alla musica che stroppiava il Rigoletto. Tore, accompagnandola, si dondolava come un appassionato e batteva il tempo coll'indice sulla spalliera della sedia di Vito. L'altro se la pigliava col sigaro che non tirava. Una soddisfazione di fanciulli acchetati li metteva in allegria, incitandoli a delle piccole libertà di giovani. E come la musica moriva in un silenzio d'indifferenza, Tore, di colpo, si mise a gridare:
— Beatrice! Beatrice!
Una immensa approvazione rumorosa agitò la piccionaia. — Sì! si! Beatrice! La serenata cogli ombrelli! Beatrice! Beatrice!
Il tavolato del loggione a furia di pedate tremava tutto; nel fracasso che cresceva delle chiamate furiose, degli urli comici di monelli messi in brio arrivavano alla musica, irritandola. Giù in platea il desiderio si mostrava meno violento: solo, dei gruppetti di giovani, all'ultima fila, si passavano la voce, divenendo insistenti. Due femminucce strillavano, tenendosi i fianchi, rovesciandosi l'una sull'altra tra grandi risate. E dalle tavole mal connesse del pavimento percosso, un nugolo di polvere si levava e provocava starnuti rumorosi.
— Senti che li piglia! — disse il trombone, rovesciando in giù la boccuccia dello strumento, per farne scorrere la saliva.
I compagni guardavano in su con occhiate terribili. Ma quando si preparavano, nel rumore che cresceva, la tela, alzandosi lentamente, li dispensò da Beatrice.
L'ultimo atto durò pochissimo; il tradimento della regina si compiva, Buovo era trucidato da Adalberto, la città cadeva nelle mani dei Maganzesi. L'innamorata regina accoglieva nelle sue braccia il guerriero amato. Le calde proteste della sua passione eccitata irritavano il pubblico; insulti da trivio le cadevano addosso mentre lei sclamava, le braccia per aria, il corpo che si contorceva. I sospiri si perdevano negli urli d'insofferenza, nelle apostrofi rauche e minacciose della piccionaia aizzata, sorta in piedi. La tela scese in una ostile manifestazione di fischi e d'improperii, che assordò l'uditorio con un lungo schiamazzo. Ora s'usciva; ad ognuno, impiedi nel corridoio, pareva mille anni di trovarsi fuori. Si spingevano, coi petti che urtavano le spalle, compatti, soffocati, impazienti.
Alla porta, troppo angusta, la folla si fermava, incalzata dalle proteste di quelli che si trovavano all'ultimo e che non sapevano dell'intoppo.
— Ohè! che s'aspetta laggiù?
— S'esce o non s'esce?
— È mortorio.
— S'è arrenata la barca.
I due compari si trovavano vicini, un urtone arrivò dall'ultima fila e li spinse l'uno sull'altro.
— Mannaggia! — fece Tore, voltandosi.
— Vi siete fatto male? — chiese Vito.
— È niente, — rispose lui. E sorridendo soggiunse: — Voi poi m'avete voluto confondere....
— Ih! — disse Vito, sorridendo anche lui.
— Una cosa mi dispiace, che ci siamo trovati così ieri e abbiamo fatto ridere la gente....
— Quello che è stato è stato, — fece per dire Vito, quando un altro urtone più violento lo spinse fuori.
Nella strada, all'aria frizzante che dava loro dei piccoli brividi di freddo, s'aspettarono, guardando in su che tempo facesse. Nel cielo sereno, d'un azzurro cupo tutto uguale, delle stelle grosse come il pugno s'accendevano di bagliori di luce elettrica.
I lumi a gasse che imbiancavano, messi in giro sotto la tettoia, la facciata povera del teatrino, innanzi, nella strada sporca, mettevano una larga macchia d'ombra. Delle donne vi ronzavano, lentamente, dondolandosi, trascinando le ciabatte con un romore secco di tacchi. Rasentavano la fila chiassosa delle carrozzelle, evitando la luce chiara dei fanali che segnava a terra una fascia luminosa ove le loro ombre arrivavano, allungandosi grottescamente.
La mezza oscurità della piazza le compiaceva: s'accostavano daccapo alle carrozze, vi si fermavano dietro, immobili, aspettando. Qualcuna, le mani nelle saccocce del grembiale corto, sbadigliava, guardandosi attorno con occhiate lente, piene di stanchezza. E dopo aver fatta dieci volte la stessa strada si fermava di colpo, istupidita dall'abitudine, mentre passandole accosto, le compagne si lagnavano, a voce alta, con frasi sconce d'aspettativa insoddisfatta.
Una che abbandonava un crocchio di soldati allegri, canticchiando, le mani strette dietro sul dosso, s'accostò a Tore. E come lui faceva le viste di non accorgersi, essa, lievemente, lo urtò col gomito, guardandolo.
— Sentite.... — mormorò.
Allora tutti e due si volsero; l'invito li metteva in un'allegria di giovinotti. Ma senza darle retta, lasciandola lì disillusa, s'allontanarono, ridendo, urtandosi, inciampando nei mucchi di spazzatura.
— Che voleva, che voleva? — fece Vito.
L'altro, si guardava addietro: gli pareva d'averla ancora alle spalle.
— E che so io?
Nella piazza si fermarono, ridendo sempre senza sapere perchè. Tore che aveva infilato il suo sotto al braccio del compare, volle ritrarlo, ma l'altro lo trattenne.
— E dove andate ora?
Tore fece spallucce.
— E voi?
— Io? — disse Vito.
E si guardò innanzi, cercando. La vita rumorosa della strada, il chiasso comico dei venditori, le luminarie delle bottegucce ambulanti solleticavano in loro un timido desiderio di muoversi, d'entrare nel grande strepito, di parteciparvi.
Infine Vito si decise.
— Senz'offesa, se bevessimo un bicchiere di quello che pizzica la lingua, da Totonno? Stanotte voglio fare tutta una dormita....
— Privo di Dio, voi me l'avete tolto di bocca! — approvò Tore.
E gli rimase attaccato al braccio, mentre s'avviavano, trascinandosi. Ora la contentezza li esaltava; non si sarebbero divisi mai più! Che ragazzata l'affare dell'altro giorno! Ah! Ma si sapeva che sarebbe finita così, si sapeva. Al Sebeto c'erano andati apposta, per far la pace, che a quel modo non avrebbero potuto tirarla a lungo, col muso lungo. Ai ragazzi, poi, a casa avrebbero fatta la predica, e se fiatassero botte a occhi chiusi. O che volevano metter fuoco all'erba verde, volevano?
Allo sbocco d'un vicolo, Tore che nei panni non c'entrava più, coi settant'anni che aveva addosso si mise a cantare:
Quanto so' belle
'e femmene 'e vascio Puorto!...
L'altro si sbellicava dal gran ridere, buttandosegli addosso a ogni passo.
A un tratto si fermò e gli strinse il braccio.
Nel vicolo, lontano trenta passi, c'era la Nannina che chiacchierava con Tetillo, sotto un fanale. La ragazza interrogava, coi pugni nei fianchi; l'uomo la persuadeva a poco a poco, spingendola, dolcemente, facendo atto colle mani che non se ne parlasse più. Poi, assieme, come se si fossero rappattumati, risalirono il vicolo.
I due, immobili, senza fiatare, rimanevano lì, sotto un muro.
Si guardarono, in silenzio, stupefatti.
— Salute! — mormorò Tore.
Dirimpetto la cantina spalancata li chiamava. Ah, che chiasso di bevitori allegri, e che odore fresco di vino riempiva il vicolo deserto! Dentro si suonava; degli accordi di mandolino accompagnati da una voce acuta di giovinetta rompevano il vocìo confuso.
— Favorite! — disse Vito al compare, sotto la porta.
— Oh! signori miei! — esclamò il bettoliere come li vide entrare. — Bravo! Bravo! Così vi voglio!
Sant'Anna
Ella avea scritto con la sua calligrafia timida, con l'ingenuità delle sgrammaticature e delle sconcordanze, sopra un piccolo foglietto roseo, con l'inchiostro annacquato del quale si serviva suo padre per firmare le ricevute agl'inquilini. La lettera era molto sentita; de' rimpianti confusi a tenerezze malinconiche, delle vaghe apprensioni, delle speranze arrischiate timidamente. A un punto diceva: «Io prego ogni sera prima di mettermi a letto, prego tutti i santi del Paradiso perchè si muovano una buona volta a pietà di me sventurata. Non so a chi confidarmi. Se mia madre, buon'anima, fosse viva me le sarei gettata al collo, le avrei detto tutto. Ah! Carlo mio! Vi sono certi momenti in cui maledico quel giorno che ti conobbi! Ma non impensierirti. Io t'amo sempre, più di me, più di mio padre, più della mia povera mamma morta. E di questo ho un rimorso, una spina nel cuore; mi considero come una grande peccatrice. Carlo mio, tu solo mi sei rimasto!...» Più in là erano confidenze intime, tra le quali, lo si vedeva dalla forma impacciata e sconnessa, correva un rossore di fanciulla pudica a cui, nello scrivere, la penna avea dovuto tremare fra mano. Una parola era addirittura cancellata da una lagrima, un'altra non finiva, spezzata forse da un singhiozzo improvviso che la dimenticava lì, in fondo alla letterina. «Vediamoci, — era scritto sulla seconda paginetta, — io ti voglio vedere. A voce debbo dirli tante cose che non posso affidare alla carta. Io uscirò sola, oggi alle tre; ho detto che andavo dalla sarta. Mio padre guarda il letto con un reuma alla spalla. Non c'è nessuna paura. Questo è l'appuntamento: Io alle tre entrerò nella chiesa di San Giovanni a Mare, e vi rimarrò dieci minuti. Fatti trovare quando esco, sul marciapiedi, accosto alla fontana. Spero che verrai. Mi sento una malinconia nell'anima, una stretta allo stomaco. Piglieremo un po' d'aria. Vieni, vieni, per carità! Mandami la risposta per la bambina».
Egli ebbe la lettera a mezzogiorno. La lesse sotto alla porta aperta, innanzi alla servetta che aspettava china sulla balaustra della scaletta, tirando delle bucce d'arance a un cane nel cortile. La lesse sorvolando, distrattamente, senza quasi preoccuparsene. La rimise nella busta, cacciò tutto in saccoccia e dette due soldi alla bambina.
— Che debbo dire? — chiese costei.
— Va bene, — rispose, — dille che restiamo intesi.
Chiuse la porta e s'avviò nella sua camera, lentamente. Si mise a sedere in una grande poltrona nell'angolo d'un balconcello. Puntò i piedi al muro di faccia, stendendosi; mise fuori un'altra volta la lettera e la rilesse con maggiore attenzione.
Il sole entrava nella stanzetta gaia e pulita; una striscia gialla si stendeva sul letto passando sulla coverta rossa di lana lieve, risalendo a una delle colonnine bronzate, appiedi. I mobili in giro lucevano di nettezze scrupolose; certo a toglierne via così accuratamente la polvere, a ripassare lo spazzolino nelle intarsiature, c'era voluta la mano amorosa e paziente del padrone. L'acqua era fresca in un vasetto di fiori posto in mezzo a due figure di terra cotta, sul canterano di legno di noce a balaustra. Fra il canterano ed una scrivania, ove tutto era in ordine, dalla carta sugante sino allo scatolino delle penne, si stendeva un divanetto a spalliera. Per terra, innanzi al divanetto, un tappetino rosso e nero a dadi. Le pareti, rallegrate da un parato a fiori azzurri e giallognoli, si coprivano qua e là di incisioni e di fotografie. Dietro alla porta, nella inquadratura di legno, una caricatura a colori. Una piccola libreria accosto al letto: in uno scaffale a tre ordini, i libri, tutti nuovi, tutti rilegati a un modo. De' fascicoli illustrati occupavano lo spazio sotto alle tavolette per le divisioni. Innanzi al balconcello, che guardava l'inferriata lunga e la grande lanterna del molo più in là, una piccola toletta. Egli aveva appeso lo specchio a uno scuro del balcone, per farsi la barba. Nella lastra tersa si riflettevano dal porto, intricati e neri, gli alberi de' bastimenti, immobili. I rumori della via salivano morendo sino a quel terzo piano; nel pulviscolo luminoso, ch'entrava a fasci per la vetrata, le molecole pazze, correvano, roteando.
Egli era rimasto sopra pensiero, con gli occhi sul fogliettino spiegato ove il suo sguardo si posava senza attenzione. A volte inarcava le sopracciglia in atto di chi è preso da sbalordimenti subitanei, a volte si mordeva le labbra, scotendo la testa leggermente, dall'alto in basso. Piegò le braccia a croce, chinò il capo sul petto, socchiudendo gli occhi. Pareva si volesse tutto chiudere in sè, preoccupato della gravità dell'avvenimento che esigeva delle considerazioni lunghe e profonde.... Che aveva fatto? Ah! Dio santo! Se ci pensava troppo ne ammattiva. Com'era passato il tempo, come si eran succedute le disgrazie! Lui si domandava: Come mai da un sorriso, da un'occhiata, così di sfuggita, siamo venuti a questo? E che rimedio c'era adesso?... Alla mente gli si affacciava uno scampo. Fuggire. Metter la roba nei bauli, vendere quello che non ci capiva, sloggiare di notte e non farsi veder più, nè vivo nè morto. Stupido! E la casa? E gli affari? E quello che si sarebbe detto sul conto suo? E lei, lei, quella poveretta!? No, no; mai! E intanto che fare? Ora che cosa doveva dirgli Bianchina? Perchè gli dava quell'appuntamento, di giorno, esponendosi, esponendolo? Era diventata pazza?... Cominciò a pentirsi d'aver acconsentito. Ma intanto, a pensarci, era megìio. Le avrebbe detto una buona volta che adesso bisognava finirla a ogni costo.... le avrebbe detto.... Poi le idee, i propositi s'ingarbugliavano. Tutta colpa di lui, tutta colpa di lui! Gli stava bene per Dio, gli stava bene! E intanto come rimediare?
Battè i piedi a terra, incollerito, levando minacciosamente gli occhi al soffitto, mormorando imprecazioni violente, con uno sconforto, con una irritazione che gli facevano venir le lagrime. Si mise a misurar la stanzuccia a gran passi, concitato. Si fermò innanzi alla scrivania, prese un libro di conti, lo aperse, vi guardò. Le cose non andavano male. Le tre partite di zucchero erano arrivate a New-York, il telegramma avea fatto effetto. Che peccato non pigliar via tutto! Avrebbe venduto un terzo di più. Aspettava gli stracci da Gallipoli. La commissione gli era stata data cinque giorni innanzi, quando già il mercato era pieno. Ora mancavano. Buon affare anche questo.
Si fece il conto a memoria. Il vapore avrebbe dovuto arrivare tra le cinque o le sei del giorno. Tornò al balcone, salì in piedi sopra una seggiola, guardò lungamente il mare. Quieto come l'olio. Meno male. Ci guadagnava anche il denaro dell'assicurazione.
Si fregò le mani. Corse un'altra volta alla scrivania, sedette, eseguì in fretta e furia una regola di sconto, stette un pezzetto a meditarvi, co' gomiti sul panno scuro, la testa fra mani. Poi sopra un gran foglio azzurro di carta commerciale scrisse una lettera cifrata, dalla calligrafia bizzarramente convenzionale, piena di ghirigori. La firma pigliava da sola un terzo del foglio. Chiuse la lettera in una busta gialla bislunga, cercò un francobollo nel tiretto e lo incollò all'angolo della busta.
— E una, — mormorò, con un sospiro di soddisfazione.
Avea preparato un altro foglio. L'orologio accapo alla scrivania suonò le due e tre quarti. Egli fece un salto sulla seggiola.
— Perdio! Ho appena il tempo di vestirmi!
Lì, nella preoccupazione degli affari, dimenticava l'appuntamento. Si pettinò con molta cura, passò il piumino della cipria sulla barba rasa che gli bruciava un poco, fece e disfece tre o quattro volte il nodo alla cravatta di seta rossa a piccole righe gialline. Mise in testa il cappelluccio a tese molli, gli dette un leggero garbo sull'orecchio sinistro perchè si vedesse un po' a destra, sulla fronte, il ricciolo naturale. Si guardò le unghie lunghe, mise la mano aperta sul petto, compiacendosene. Era molto bianca sul nero del soprabito chiuso. All'ultimo inaffiò un moccichino con acqua verdognola che aveva un profumo stufoso di muschio. Chiuse gli scuri del balcone, accese un sigaro sotto l'uscio, e scese la scaletta, canterellando a mezza voce come se andasse a spasso.
Bianchina uscì dalla chiesa dieci minuti dopo le tre, come aveva detto. Era vestita di scuro, al solito, e aveva la veletta sui cappellino. Lui passeggiava in su e in giù sul marciapiedi, fumando, guardando distrattamente le barcacce immobili, coverte di botti enormi. Se la vide accosto d'un tratto, lei gli aveva dato una leggiera gomitata, senza guardarlo. Allora si misero a camminare, in silenzio, vicini.
— Che volevi dirmi? — chiese lui, guardandola, quando furono nelle via larga della marina.
Lei parve che non avesse udito: non rispose. Poi, di colpo, quando lui pensava ad altro:
— Che volevo dirti? — esclamò. — Non lo sai? Non te l'ho scritto? Non hai capito? Ora te lo ripeto a voce. Non ne posso più. Ti pare che a questo modo si possa andar innanzi? Per chi m'hai pigliata? Di', per chi m'hai pigliata?
— Ma che è successo?... — fece lui, accigliandosi.
E le ruppe lo sfogo sulle labbra; ella per un pezzo non seppe che rispondere, sopraffatta.
— Va bene, — disse dopo un momento, — va bene, ho torto io, ho levato troppo la voce, ma una volta, tempo fa, non m'avresti risposto così. Hai visto a che cosa son ridotta? Che vogliamo fare? Dimmelo. Almeno ch'io possa regolarmi. Debbo buttarmi giù dalla finestra? Te lo giuro sull'anima di mia madre, se vuoi far entrare la disgrazia e il disonore nella casa mia, io lo farò....
— Fossi pazza? — disse lui, pigliandole il braccio, attirandola, dolcemente.
— Andiamo via di qui, — mormorò Bianchina.
Entrarono nella Villa del Popolo, sedettero a una panca, di rimpetto al mare. Il mare aveva una tinta fortissima di azzurro, delle barche lontane biancheggiavano, con le vele tese. Passava un vaporetto, nero, correndo, con l'elica che faceva spumeggiare l'acqua. La giornata era calda; nel sole di giugno li pigliava come un torpore, sulla panca solitaria.
— Qui mi vien sonno, — disse lui, levandosi, — passeggiamo fuori.
Ella si alzò e gli tenne dietro.
— Dove andiamo ora?
— Dove vuoi, — disse lui. — Vogliamo tornare?
— Torniamo.
Ripresero la via di casa. Nessuna parola. Egli si batteva sulla coscia, col bastoncello, tenendo gli occhi a terra. Bianchina guardava qua e là, senza nessuna irrequietezza, con gli sguardi lunghi delle persone indifferenti. A volte lui si metteva a osservarla di sottecchi, meravigliato di quel silenzio. Ella aveva le labbra socchiuse; le agitava, come s'ella mormorasse qualcosa, un tremito leggero. Passando innanzi alla chiesa di San Giovanni a Mare ella vi guardò profondamente, con un sospiro. La chiesetta era chiusa; s'era seduta sugli scalini una mendicante e i suoi bimbi le gironzavano attorno.
— Signora, signora! — piagnucolò quando le passarono accosto, — la carità! La Madonna accompagni voi e il vostro sposo, signora....
Bianchina le gettò un soldo, impallidendo. Lì dentro, nella chiesuola scura e malinconica, tra le pareti coperte di voti e di quadretti, ella avea pianto, poco prima; la sua preghiera interrotta dalle lacrime forse v'aleggiava ancora.
— Che vogliamo fare ora? — disse lui, quando furono a dieci passi dal palazzetto.
— Vieni, — disse Bianchina, — accompagnami fin laggiù; debbo dirti una cosa.... vieni....
Lo avea afferrato pel braccio, se lo traeva dietro, pareva convulsa.
— Aspetta, — disse lui. — Ma che è? Dimmelo qui.... ci vedono.... perchè non hai parlato per via?
— No, no, vieni! — insisteva lei.
Quando furono nel palazzetto, presso a' primi gradini della scala, nella penombra, lo afferrò pel soprabito, gli accostò la bocca all'orecchio, mormorando parole rotte, balbettando nella commozione. Lui si sentì sulla faccia l'alito di febbre, il respiro affannoso di lei, il sibilo de' denti stretti fra i quali passavano le parole....
— Hai capito? — proruppe, ritta sulla scala, tremante, rossa d'emozione e di vergogna. — Hai capito? hai capito? Ora hai capito, va; questo è, questo volevo dirti!...
Egli era rimasto stupefatto, non sapeva che rispondere.
— Senti.... — mormorò.
Ma su per la scaletta ella ora fuggiva, senza voltarsi, lasciandogli la sua confessione.
— Corpo di Dio! — fece lui quando fu solo. — Ah, corpo di Dio!...
E rimase lì impalato, guardandosi le punte delle scarpe, col pugno chiuso sul bastoncello che si piegava ad arco.
Il sole arroventava quell'ora di canicola. Lontanamente uno strepito sordo di ruote, uno schioccare di fruste, un tintinnio aspro di campanelle rompevano il silenzio della via che il giorno festivo lasciava quasi deserta. L'acqua nel porto luceva come l'oro sotto ai bastimenti ancorati. E sino a Capri, perduta vagamente in un vapore luminoso, una larga striscia gialla si stendeva sul mare seminandolo di pagliuzze irrequiete.
Bianchina quando fu nella sua camera aperse la finestretta. Le mancava il respiro, aveva una stretta alla gola, l'aria le veniva meno. Sedette alla sponda del lettuccio poggiando un braccio alla spalliera, lasciando cader la testa sul braccio. Lungamente i suoi pensieri tennero dietro alla scena di poco prima. Ella, facendo uno sforzo per rimaner calma, si chiedeva che sarebbe successo, poi. Che farebbe lui? Ora glielo aveva detto, lui aveva capito; era una disgrazia immensa, irreparabile. E lei che farebbe? Lei che farebbe? Degli urli di collera e di paura le si spegnevano nella strozza: serrava le mani fortemente, torcendosele.
— Dio mio! Dio mio! — mormorò.
Ora dalla stradicciuola salivano un accordo di violino, il suono rauco d un trombone. Ella andò a guardare alla finestra. Erano quei due cantastorie, con la gobbetta che suonava la chitarra. S'erano seduti con le spalle al muro; la gobbetta aveva sotto al braccio un fascio di fogliettini sui quali era stampata la storia che stavano per narrare. Quello del trombone guardava per aria e soffiava nello strumento.
— Signori miei, — disse la gobbetta, — questa è la storia di Sant'Anna potente e del miracolo che fece.
— Fatto vero, — disse il violino cieco. — Fatto che è successo e sta scritto sui giornali. Sant'Anna miracolosa v'aiuterà....
Vi fu un preludio brevissimo, dopo il quale la gobbetta si mise a cantare con la testa indietro e la chitarra sulla pancia:
A la strada di Forcella
abitava una donzella,
con un giovin dirimpetto
si mise a amoreggiar.
Sant'Anna potente,
Nun l'avite da guardà!...
L'aria era flebile, a piccole stese lamentevoli.
Il ritornello vernacolo cambiava ad ogni quartina e, secondo gli avvenimenti della narrazione, consigliava alla santa quel che dovesse fare.
— La madre, — spiegava quello del trombone, — la madre non voleva che ci amoreggiasse, ma la figlia fu ostinata e quello che doveva succedere, successe.
La gobbetta ripigliò:
E in capo a nove mesi....
E qui il ritornello supplicava:
Sant'Anna potente,
Vuie l'avite perdunà!
— Allora, — soggiunse il trombone, mentre gli strumenti tacevano e la folla s'inteneriva, — una notte sant'Anna che fa? Apparisce in sogno alla donzella e le dice....
La gobbetta riprese a cantare:
Io mi chiamo Sant'Anna,
abito a le Padule,
portami là le cere
e vienimi a trovar....
Ora in coro, tutti e tre, intonavano l'ultimo ritornello:
Sant'Anna potente,
Sti miracoli sape fa!
Poi la gobbetta andò in giro vendendo per un soldo la storia de' due amanti, diventati marito e moglie per virtù della santa. Sotto alla bottega il barbiere si mise a leggerla in piedi, con la moglie e le figlie attorno. Un coscritto la comprò per mandarla forse alla sua amorosa, come una promessa.
Bianchina, quando se ne andarono, richiuse la finestra e appoggiò la fronte a' vetri, guardando ancora nella strada che si vuotava.
Una profonda amarezza le scendeva al cuore. Barcollò; si dovette afferrare a un battente della finestra per non cadere. La pigliava un capogiro, le tempie le battevano; chiuse gli occhi, li riaprì dopo un momento, lasciando il battente, affidandosi alle braccia che stendeva innanzi, facendo un passo nella camera. Arrivò sino al canterano di legno nero, sul quale una immagine della santa guardava innanzi a sè con l'occhio severo, con le labbra chiuse, impassibile.
Con le mani tremanti le accese il lumino innanzi. La santa si rischiarò. Ma la faccia rimase com'era, con la stessa piega di meditazione alle labbra fini e lunghe, con lo stesso sguardo implacabile, con le mani stecchite sul tono scuro della veste.
Ella provò a pregarla. Aveva la bocca amara, si sentiva un dolore fitto nella testa, come se le avessero stretta al cranio una cordella. Un singhiozzo convulso l'afferrava alla gola.
— Sant'Anna mia! — balbettò, — Sant'Anna mia, perdonatemi! perdonatemi!...
Aspettava; aspettava che la santa si movesse a pietà, aspettava che sorridesse, che le mormorasse qualcosa, in quel silenzio della stanzuccia, innanzi a quel raccoglimento di peccatrice compunta. Levò lo sguardo. La santa rimaneva indifferente, chiudeva l'orecchio alle sue preghiere, non aveva compassione....
— Oh! Sant'Anna mia!... — susurrò Bianchina.
E cadde lunga sul pavimento, co' denti che le battevano, con la febbre che la bruciava sino all'ossa.
La Taglia
Mariangela Santella non ne poteva più. S'era buttata sul pagliericcio e mordeva lo scialle stracciato, per non farsi udire. I dolori del parto l'avevano colta d'un subito, mentre raccoglieva di su al davanzale della finestra i peperoncelli rossi che avea posto a seccare al sole.
Per terra il più piccolo de' marmocchi, nudo e steso con la pancia all'aria, brancicava attorno con le manine e rideva ai pulcini della chioccia che lo vellicavano, saltellandogli sul petto con le zampine sporche di terriccio.
L'altro, il rosso dagli occhi grandi e stupidi, sbucciava i fagioli nel tegame con una lentezza di ragazzo fannullone, rimanendo lungamente a guardar la madre che si torceva.
Bernardino Santella entrò, con la pipetta in bocca e le mani sul dosso. Di fuori qualche urlo di spasimo lo avea udito, sapeva di che si trattasse; già, un giorno o l'altro, era cosa che doveva accadere.
— Mbè, Mariangela? — fece, accostandosi alla moglie. — La chiammamo sta vammana?
E sogghignò, masticando un po' la cannuccia della pipetta, battendo il piede a terra leggermente, con le labbra strette.
Ora che a Durazzano non si poteva più fare un passo fuori l'uscio e la gente si chiudeva in casa come se ci fosse il colèra, si poteva pure morire di parto, e poi la vammana se n'era fuggita a Bisaccia, con le figlie e il farmacista Stoppella. Nel paesello sconsolato era un silenzio dì morte; terrori improvvisi facevano raggricciare le carni, e un niente lo metteva sossopra. Mariangela non s'era messa a gridare, pensando alla paura che avrebbe fatto al vicinato, ove accosto alla stamberga sua c'erano le figlie del notaio che a momenti s'immaginavano di vedersi i briganti in casa ed erano quasi ammattite, pensando al loro onore in pericolo. Il notaio co' due nipoti preti si fabbricava la polvere in casa e non usciva più da un mese nemmeno a sentir messa. Da Atina, da Esperia le male notizie le portava il vento. Oggi il saccheggio alla casa del sindaco, ieri Fita Vocanello che avea mandata alla mamma di Benedetto Caruso un'orecchia del figliuolo in una lettera, dicendo che pel riscatto voleva mille ducati, e poi Angelo, il mandriano del signor marchese, arrostito sulla legna come un montone, e le due belle mule di Fortunato Sacco sparite col basto e la cavezza dalla stalla: un orrore, un orrore! La gente si raccomandava l'anima per le brutte morti che sentiva, guardandosi in faccia, spaurita. Uno dietro all'altro arrivavano i telegrammi; diceva il prefetto che subito avrebbe mandati i soldati e questi non si vedevano mai. A mala pena ne vennero cinquanta nel giorno del Corpus Domini. Si abbandonarono qua e là pe' campi arsi, per la boscaglia fitta che non conoscevano e tornarono sfiniti, dopo sette ore di fucilate, con tre compagni morti sopra le barelle.
Ma pure, fruga e rifruga, aveano presi due della banda e se li cacciavano innanzi legati, sputacchiando loro in faccia come fecero a Cristo sulla croce.
Allora Mariangela, ch'era stata a vederli passare fra la gente accorsa, per poco non si sconciò dal ribrezzo, e sempre diceva che avrebbe fatto un figlio col labbro rotto, come l'aveva uno di quelli, che le avea piantato gli occhi negli occhi mentre lei sclamava: — Dio sia lodato!
La faccenda fu subito accomodata, senza romore di giudizio, senz'avvocati e tribunali. Laggiù, dietro la chiesuola, li fucilarono sullo sterrato, e ancora si veggono i buchi neri delle palle nel muro. Quello del muso rotto si voleva a forza confessare, lagnandosi che gli perdevano l'anima col mandarlo all'altro mondo senza quel sacramento. Così il sergente Mazzarella, intenerito, gli fece la proposta che s'acconciasse con lui ch'era stato chierico tant'anni addietro. Ma come gli accostò l'orecchio alla bocca l'altro glie l'afferrò tra i denti e se lo mangiò come niente. Un orrore!
Bernardino s'era messo a sedere sulla tavola zoppa, con le gambe penzoloni, le palme strette fra i ginocchi.
Il sole di luglio irrompeva lì dentro con una vampa che ardeva la carne e toglieva il respiro; bruciacchiava sotto l'uscio le fette di melanciane che si torcevano, raggrinzendosi, sul solaio. La chioccia beccava fra i chicchi sparsi, chiamando i pulcini che si rincorrevano pigolando. Un cagnolo puntava le zampe sull'orlo dell'orciuolo e vi allungava il muso sporco, lambendo l'acqua che al sole era diventata tepida.
Fuori un silenzio pesante per tutta la spianata fin dove arrivavano l'ultime case, ove il terreno s'incurvava leggermente e apparivano le cime spogliate dei primi alberelli.
— A Battista de Limátula l'hènne missa ncuollo 'a taglia, — disse Bernardino, di colpo, levando gli occhi sulla moglie.
Lei s'era allungata sopra un fianco, sbadigliando, sorreggendo la testa nella mano, mentre attorno le ronzavano le mosche, nell'afa.
— Mille duchète.... — soggiunse lui. — E nc'è pure l'avviso sotto a lu Municipio.
— E quante fanno? — disse Mariangela, che nel voltarsi a udire il marito mise un piccolo grido di dolore.
— Eh! — disse lui. — Fanno mille duchète, fanno, e tutto Durazzano nu li vale.
Vi fu un silenzio. Il marmocchio era arrivato sotto l'uscio, carponi, e s'afferrava al manico della vanga, tirandosela addosso. L'altro, il rosso, lo guardava fare sorridendo; poi s'alzò, gli venne ad accoccolarsi accosto, lo afferrò alle spalle e se lo rovesciò sul petto. Il bimbo nudo strillava, impazientendo, con le manine che volevano difendersi. Poi, steso bocconi sul fratello, gli rise con la bocca su la bocca, mettendogli le dita negli occhi. L'altro si schermiva, armeggiando con le mani, vellicato dalle carni fresche e sode dei fratellino.
— Sempre mille? — sospirò Mariangela, sputacchiando come se avesse bevuto fiele. — Vivo o muorto?
— Ecchè? — fece lui, sghignazzando. — Isso nun se fa pijà vivo!... Sapessero addò sta, sapessero! Siente, neh, io saccio addò sta.... Sta là nfunno, sott'a la pagliara e' Dunat'Auricchio, va!... E siente....
Ma lei, nel sopore che succedeva agli spasimi, taceva, con la bocca schiusa, già quasi addormentata: il sudore le luceva sotto gli occhi affossati.
Bernardino scese dalla tavola e s'accostò a guardarla.
— Mbè?
Aspettò un momento che rispondesse, poi le volse le spalle, andò su e giù per la stanzuccia, con le mani che frugavano sbadatamente nelle tasche della giacchetta. Si fermò innanzi alla botte sfasciata ove alloggiava la chioccia e si chinò a prendere qualche cosa ch'era nascosta là dentro, fra la paglia.
I bambini ridevano. Il rosso mordeva leggermente un braccio all'altro e sbarrava gli occhi, e ringhiava come il cagnuolo.
Bernardino si chinò sul marmocchio e gli dette un gran bacione sul capo, tra i capelli sottili e dorati. Uscendo camminava a piccoli passi, poi tirò innanzi affrettandoli, e pel sentieruolo storto che s'inerpicava di faccia al casolare si fece il segno di croce.
In quell'ora il sole dardeggiava in un immenso bagliore accecante, nel cielo turchino ove a un punto s'allargava un'irradiazione abbagliante. Dalla finestretta si poteva vedere la via larga e deserta allungantesi di fianco al sentieruolo sino ai castagni che la sbarravano. Il terreno bruciava sotto quel bacio infocato, nell'afa insopportabile, nell'alito ardente che lo lambiva come fiato di belva. Da lontano il monotono piagnucolio d'un cuculo arrivava debolmente, mettendo in quella spianata gialla e disperata la tristezza d'una landa.
Prima dell'Avemaria, Mariangela si svegliò di soprassalto, tra le fitte orribili delle ultime doglie.
— Ah! Santa Catarina, aiuteme!
Allora il rosso le si accostò, spaventato, non sapendo che dire.
— Tata se nn'è juto, — mormorò. — S'è levète li scarpe.... se nn'è juto....
— Ah! Santa Catarina! — sclamava lei. — E cussì me lasse!
Il rosso si mise a correre su pel sentieruolo. Ma quando fu in cima il fiato gli venne meno: era tutto sudato e i piedi gli dolevano. Lassù la boscaglia cominciava. Un gran pino stendeva a terra un'ombra gigantesca; una pina caduta s'apriva al sole, già secca. Il bambino si fermò, la raccolse e la mise in saccoccia. Poi s'incamminò lentamente, voltandosi qua e là, con l'istinto curioso dei fanciulli che cercano. Allo svolto, ove la spianata ricominciava avvallandosi, adocchiò una lucertola che s'era stesa pigramente al sole, con la pancia all'aria. Strisciando, con gli occhi spalancati, le mani pronte, il rosso l'acchiappò sotto il berretto. Sedette a terra, allargando le gambe; avvolse la bestiolina in una pezzuola lacera e la cacciò in saccoccia. E rimase a baloccarsi col pezzetto di coda che s'era staccata alla lucertola e balzava torcendosi sull'erba come un serpentello. Poi s'alzò e si mise a correre daccapo.
Dopo cinquanta passi il muricciuolo che riparava la pagliaia di Donato Auricchio gli si parò innanzi. Era tutto diroccato, tra l'erbe selvagge, tra un roveto arso che lo assaliva alle spalle.
Il ragazzo s'arrampicò sino in cima, sporse fuori il capo a guardare, afferrandosi con le mani alle pietre, calde ancora. Le ultime canne della pagliaia bruciavano nella cenere nera, a terra, e se ne levava una spira di fumo sottile, e saliva nell'aria greve. Più in là, a due passi da un gigantesco faggio, un corpo si disegnava bocconi, tutto nero, sull'erba che rosseggiava co' suoi fili nani sotto a quella testa con una gran macchia scura.
Il rosso chiamò:
— Tata! Tata!
Nessuno rispose. Ma egli aveva riconosciuto il padre, dalla giacchetta verdognola di velluto stinto, dalle scarpe, enormi, irte le suola di bullette, le punte in sotto. L'ammazzato si vedeva poco in faccia, si vedeva appena il profilo adunco del naso e una ciocca di capelli scompigliati. Le mosche gli ronzavano attorno a frotte, correndogli a una mano che spuntava di fra l'erbe, tutta pesta e sanguinosa, aperta.
Il ragazzo sedette sul muricciuolo ch'era troppo alto perchè egli avesse coraggio di saltarlo. Guardò lungamente, senza comprendere. Poi tornò a chiamare:
— Tata! Tata!
In quel momento il sole tramontava. Nel cielo azzurro salivano due nuvole macchiate nel bianco argenteo di strie brunastre, come se per entro vi fossero passati i denti d'un pettine. Nel lontano, ove lo sguardo si perdeva nella stesa immensa dei campi, dalla parte del sole una nuvola aranciata s'orlava di spruzzi sanguigni. E da' campi, dalla boscaglia respirante a ondate il zeffiro della sera, arrivavano susurri indefinibili e incessanti, ronzii d'insetti in amore, pispigli brevi e sommessi; arrivavano gli odori acri del bosco, ancora fumigante d'arsura.
— Tata! — chiamava il piccino, — Tata, mamma chiange e ti vo'!... Oi, tata!...
S'impazientì. Si stese boccone sul muricciuolo, mise fuori la lucertola dallo straccio, le attaccò uno spago al mozzicone di coda sanguinante e la fece camminare, rattenendola con improvvise strappate, gridandole dietro:
— Ah! Ah!... Isce!...
Bambini
I.
Dai tortuosi vicoletti del Mercato arrivavano pian piano. Sbucarono a piazza Dante, si fermarono un pezzetto sotto l'arco istoriato della Porta Alba, guardarono qua e là, incantati. La piazza larga era piena di gente che andava e veniva, i giardinetti vi segnavano, più in là, a destra, un quadrato tutto verde, screziato di bianche achillee in fiore, di dracene eleganti, di peonie ritte, sveltissime. A sinistra, dietro il muro d'un palazzo che faceva angolo, Toledo romorosa cominciava; ne veniva un immenso mormorio, in cui di tanto in tanto le fruste schioccavano, gli organini si lamentavano sotto alle finestre e un carro pesante rotolava sul selciato.
Erano tre — due bambine e un maschietto.
Il maschietto poteva aver cinque anni; gli avevano messo in testa un berretto che non era suo, troppo largo; gli scendeva sulle orecchie. Portava in mano una cannuccia e per la via se ne serviva come di bastone, appoggiandosi. La cannuccia gli dava una grande gravità. Aveva le scarpe sdrucite, senza tacchi, tutte arse. Il colletto della camicia gli si rivoltava sul panciottino, al quale tre bottoni mancavano; degli altri tre due erano bianchi, uno nero, attaccato col filo bianco. Attorno alla vita una cordicella gli assicurava i calzoni rattoppati alle ginocchia. Cacciava a ogni momento una mano in saccoccia, metteva fuori uno scatolino da fiammiferi vuoto, ne osservava sbadatamente le figurine, lo apriva, lo rinchiudeva, rimettendolo in tasca, con sopra la mano. Era biondiccio come la più piccola delle sorelle: come lei aveva gli occhi azzurri, il nasino all'insù, il mento rotondo.
A quella, più grande d'un anno, mancavano due denti superiori, tra la filza bianca e allineata. Vestiva di panno scuro, con un piccolo grembiale bianco, senza tasche. Sulla fronte le si dividevano i capelli fini, cascandole sulle tempie, arricciandosi naturalmente dietro la testa, alla nuca, ov'erano mozzati. Uno scialletto da pupa le copriva le spalle: la vesticciuola troppo corta le giungeva appena al ginocchio, lasciando vedere i due nastrini azzurri che sostituivano le giarrettiere alle calze bianche e rosse a fasce.
Parlava sola, sottovoce, con una manina in quella della sorella grande, che stava in mezzo; passando agitava il braccio ciondoloni, indicava qualcuno con l'indice teso, toccava leggermente, in punta di dita, le vesti delle signore, ragionando da sola, pigliando pose di donna fatta, interrogandosi, rispondendosi. A un momento, mentre si fermavano, dette una strappatina alla frangia d'uno scialle, tentata dalle palline di vetro che vi lucevano.
— Bestia! — fece la sorella, arrossendo, tirandosela dietro pel braccio, mentre la signora dallo scialle si voltava, sorpresa.
E la trascinò via, mormorando, menandole uno scappellotto. La piccina fece il muso e non disse nulla. Ma dopo quattro passi si volse, cautamente. La signora, appoggiata al braccio del marito, ancora la guardava con gli occhi che volevano parer severi. Allora lei le tirò fuori tanto di lingua, con una smorfia, socchiudendo le palpebre, mettendosi in fianco il pugno, piegandosi in una riverenza comica.
In piazza Dante, sotto la statua, si fermarono.
— Vogliamo restare qui? — disse la grande.
Sì, sì! Non chiedevano altro, volevano restare lì un poco. La piazza, piena di sole, piena di monellucci liberi che facevano baccano sulla terra battuta, li entusiasmava. Subito il piccino abbandonò la mano della sorella.
— Dove vai? — disse lei.
— Qui.... qui....
Aveva adocchiata una comitiva di ragazzetti seduta per terra in giro. Giocavano con certe pietruzze in un quadrato con tante caselline, disegnato col gesso sullo sterrato. Lui s'avvicinò lentamente, trascinando la cannuccia. Rimase lì in piedi a guardare, con le mani dietro sul dosso, immobile. Poi si stancò, sedette per terra anche lui. Allora, dopo un momento, uno de' monellucci che non giocava lo urtò col gomito. Il piccino si volse.
— Tu che fai qui? — disse quello.
— Niente.
— A chi sei figlio?
— A papà, — disse il piccino.
Disse l'altro ridendo:
— Grazie!
— A Giovanni il lustrascarpe, — si corresse il piccino.
Si guardarono. Il piccino cominciava a impensierirsi. L'altro lo esaminava con gli occhi vivi, pieni di malizia. Poi chiese:
— Mi vuoi dare questa cannuccia? Cosa ne fai?
— Mi serve, — balbettò il piccino, tirandosi un poco indietro.
— Vattene! — disse quello.
Il piccino s'alzò impaurito, puntando a terra le palme, senza lasciare la cannuccia. Se ne andò senza voltarsi, passo passo, co' calzoni sporchi di terriccio. Le sorelle sedevano sotto alla statua, sul gradino più largo. La più piccola piegava in quattro un moccichino, stirandolo sulle ginocchia con le palme delle mani; l'altra guardava innanzi a sè distratta, con le mani in tasca.
— Malia, — piagnucolò il bambino accostandosele, — quello lì voleva la cannuccia!...
— Siedi, — fece lei.
Egli sedette accanto alla piccola, con la quale si mise a parlare sottovoce, raccontando il fatto. Malia guardava ancora; le era parso di riconoscere nel piccolo servitorello inguantato, che se ne stava ritto allo sportello d'una carrozza, il figlio del macchinista il quale, un tempo, abitava di faccia a loro, al mercato. Ah! sì! era proprio Peppino!
Ora la carrozza, lasciando le signore che entrarono in un palazzo, girò e venne a mettersi nella piazza. Il servitorello scese, gironzò un poco attorno, guardò in aria, s'accomodò sulla testa la tuba lucida, e rimase lì impalato, sbadigliando.
— Sentite, — disse Malia a' bimbi, — aspettatemi qui, ora vengo, non vi movete....
Passò dietro alla statua, sedette su uno de' poggiuoli di marmo, e sciolse i capelli, mettendosi in grembo le forcinelle. Rifece la treccia, passò due o tre volte la palma della mano sulla frangetta ribelle che il vento le avea scompigliata in fronte e strinse dietro la vita il nodo dello scialletto. Tornò a' bimbi. Il maschietto già sonnecchiava, la testa sprofondata nel berretto, sino agli occhi.
— Levati, su! — disse Malia. — Andiamo....
Gli aggiustò in capo il berretto, gli nettò dal terriccio i calzoni e se lo prese per mano.
Il servitorello non si moveva, guardando ai balconi di rimpetto. A un momento se la vide passare innanzi lentamente, in mezzo ai bimbi.
— Buongiorno, — sorrise Malia.
— Oh! — fece lui. — E che fate qui?
— Niente; camminiamo; la mamma è uscita.
Carina, con quella sua veste a fiori! Il ragazzo se la mangiava cogli occhi. Era alta quanto lui, avevano la stessa età, dodici anni. Lui veniva su atticciatello, co' capelli neri crespi e gli occhi castagni.
— Fatevi in qua, — disse. — Da quanto non vi si vede! E la mamma vostra come sta?
— A servirvi, — disse Malia.
— Favorirmi, — disse il servitorello.
Vi fu un silenzio. I bambini lo guardavano: il maschietto esaminava curiosamente i grandi bottoni dorati, che lucevano, sul soprabito attillato, in due file.
— Voi vi siete fatta grande. Che fate? — disse il servitorello. — Fate la sarta?
— Eh! no, — rispose lei, — ci vuol tempo. Mi son messa con una stiratrice. Sto imparando.
— Ah! davvero? — e s'incamminavano co' bambini dietro. — Allora le camice mie le voglio fare stirare a voi. Quanto mi fate spendere?
Ella sorrise e lo guardò, arrossendo un poco.
— Se foss'io la padrona, — mormorò, — non vi farei.... Ve le stirerei per niente....
— Davvero? — disse lui.
E con uno sguardo di ragazzetto impertinente la fece arrossire anche più.
— Venite con me, — disse ai bambini.
Li condusse innanzi alla panchetta d'uno che vendeva i ceci arrosto, ne comprò per due soldi, n'empì loro le mani. Il maschietto se li cacciava in tasca e ne mise perfino nella scatola de' fiammiferi.
— Oh! — diceva Malia, confusa. — E perchè fate questo?
— Lasciate andare, — rispose lui, gettando i due soldi sulla panchettina, come un signore.
Tornarono indietro passo passo. I piccini si erano messi a rosicchiare i ceci, in silenzio. Malia accosto al piccolo galante si dava un'aria di languore, socchiudendo gli occhi al sole, guardandosi le mani, con la testa china.
— Voglio venire a trovarvi; — ripigliò il servitorello, — voglio salutare mamma vostra che non vedo da tanto tempo. Abitate ancora laggiù, di faccia alla bettola?
— Sì, — fece Malia, rialzando il capo, — non vi potrete sbagliare. Ma lo dite per dire, voi non ci verrete....
— Oh! parola d'onore! — giurò, stendendo la mano.
E afferrò e strinse quella della bambina, che lo guardava sorridendo.
— Ahi! Mi fate male! — disse Malia.
Di colpo, a un fischio acuto, il servitorello si volse, lasciò andar la mano.
— Diamine! — esclamò. — Le signore scendono.... addio.... statevi bene.... arrivederci!...
Prese la corsa a capo basso.
— Ricordatevi la promessa! — gli gridò dietro Malia.
Egli accennò di sì col capo, galoppando per trovarsi in tempo allo sportello, con le ali del soprabito che svolazzavano. Malia si fece innanzi sul marciapiedi, per vederlo passare. Il servitorello, seduto in serpa accosto al grosso cocchiere tutto serio, la salutò con un lungo sorriso. Ella tenne dietro con lo sguardo alla carrozza che s'allontanava, sino a quando, nel lontano, sparve.
Per via il piccino chiese alla sorella:
— Chi è quel signore?
Malia gli strinse il braccio con un'aria circospetta e maliziosa, e gli ammiccò, coll'indice sulle labbra.
Il marmocchio non capì, ma fu contento della risposta silenziosa. Si rimise a rosicchiare i ceci, trascinando la cannuccia.
Malia andava innanzi di due passi, la testa alta, tutta compresa dell'idillio. Gli occhi grandi, attraverso alla frangetta, ridevano.
II.
La via larga era piena di sole, quasi deserta, quantunque dalla piazzetta di Porto si potesse, attraversandola, arrivar presto alla marina. Era come un silenzio fra que' due continui romori della piazzetta e del Molo. A Porto, sotto gl'immensi ombrelli incatramati, sotto le tende larghe, sotto le tettoie di zinco luccicanti, i venditori urlavano dall'alba, le spighe bollivano nelle caldaie enormi, le frittelle s'ammonticchiavano a piramidi, tra un fumo di tizzi scoppiettanti, in un odore di strutto bollente ch'entrava in gola come un'arsura e faceva venir la tosse stizzosa.
I marciapiedi sparivano sotto le ceste dai fianchi gravidi, una voce gridava ai passanti il sapore e il colore bello de' pomodori, de' peperoni gialli, delle prugna more ammucchiate su per le panchette, in piattelli. Gli odori si confondevano: a volte dal gran magazzino di coloniali usciva un profumo dolce di alcool travasato.
In giù il mercato del pesce era tutto un formicolio, lo favoriva la giornata di magro. Dai tronchi immani dei tonni il sangue scorreva gocciolando nelle pozze, metteva qua e là sul selciato sdrucciolevole delle larghe macchie rossastre. La povera gente, la borghesia meschina si decideva pei tonni, tentata dalle fette doppie e rotonde che ne tagliavano, tutta carne. Pei signori i cuochi venivano a pigliare i merluzzi e le orate rare e le triglie lucenti, macchiate di carmino sul dosso, stese sul letto verde di musco, le bocche spalancate.
Al Molo era un commercio più largo, un movimento più romoroso. Passavano i carri a tre, a quattro, in fila, carichi di balle, di botti enormi, con un fracasso di frustate, di cigolii aspri di ruote, di scricchiolamenti di balestre, di «arri», urlati alle bestie affaticate arrampicantisi sulle rotaie del tramway che davano sbalzi improvvisi alle carrozzelle frettolose, agli omnibus lenti e pesanti. A destra, sul mare, l'inferriata a lance s'allungava perdendosi nel lontano, come fusa in una parete di ferro luccicante, dietro cui s'intricava la ragnatela de' pennoni, de' lunghi alberi delle navi ancorate. In cima agli alberi le banderuole colorate pendevano nell'afa, immobili.
Questa via larga e deserta sbucava a Porto per un capo e per l'altro metteva al Molo. Era una scorciatoia, ma i vicoli attorno, pieni d'ombra e di frescura, la lasciavano abbandonata. Si passava per questi vicoli girando quel tratto di strada lungo e soleggiato, ove scottavano i lastroni, ove tutto era giallo di sole.
Le tre bambine, dopo aver guardato qua e là, si fermarono in questa strada, andarono a cacciarsi sotto un androne, sedettero a terra e cominciarono a chiacchierare, gesticolando.
Parlavano a bassa voce, dando a volle occhiate rapide nella via, quando qualcuno passava discutendo. La più grande mise fuori delle strisce di pannolino vecchio, infilò un ago, fece a pezzetti uno straccio. Le altre guardavano attentamente, aspettando.
— Rosinella, — disse lei.
Rosinella stese il braccio e tirò in su la manica della camiciuola.
— Non mi pungere.... — mormorò.
— Via! — disse l'altra.
Le aggiustò attorno ai polso dei pezzetti di quello straccio, risalendo sino a metà del braccino scarno.
Avvolse tutto in una delle bende e si tirò il braccino sulle ginocchia, tenendovelo fermo, cercando l'ago. Poi cominciò a cucir la benda perchè non si svolgesse. A Rosinella salivano de' brividi per tutto il corpo: spalancava gli occhi e seguiva l'ago paurosamente. A un tratto, come le parve che questo entrasse troppo, ritrasse il braccio con un piccolo grido.
— Che è stato? — disse Peppina.
— Tu mi pungi!... — mentì Rosinella, per trovar la scusa.
— Non è vero! — disse Carmela, la più piccola. — Non l'hai punta, vuol far la preziosa.
— Non fare la preziosa! — disse Peppina.
Quand'ebbe finito, strofinò sulla fasciatura due ciliege, spremendone il sugo, sporcandola di una macchia rossa che pareva sangue.
— E una, — disse.
Carmela stendeva il braccio, sorridendo. Era una piccola grassottella scapata, con i capelli biondicci, con la bocca rossa fatta per ridere e per mangiare.
— Oh! aspetta! — disse a un momento, — qui no, qui ci ho l'anello.
Infatti, si ricordava, al dito mignolo della manina aveva un cerchietto di stagno, una galanteria che voleva mostrare. Stese l'altro braccio e si lasciò fare tranquillamente. All'ultimo le due piccole fasciarono Peppina.
Così le tre minuscole mendicanti si facevano storpie. S'avviarono. Per le vie popolose e affaccendate di Porto allungarono il passo senza chiedere; i piccoli affari, l'occupazione della vendita e delle compere non potevano distrarre i passanti. Le urtavano, se le toglievano di fra le gambe con una spinta, non le guardavano nemmanco. Solo Peppina nella piazza si mise dietro a un marinaro russo, che arrotolava una sigaretta, camminando con le gambe allargate. Lui da prima le sorrise bonariamente, guardò il braccio ch'ella stendeva tutta piagnucolosa, le borbottò qualcosa in una lingua che lei non capì.
— Carasciò! — fece Peppina, chiamandolo con la sola parola russa che i monellucci conoscono, — guardate, carasciò, mi son fatta male alla mano, non posso lavorare....
Il marinaro le accarezzò i capelli, tornò a sorriderle, le offrì la sigaretta....
— Grazie, — disse Peppina, — non so fumare, dammi un soldo.
Gli s'afferrava alla giacchetta, le dava delle strappatine, invogliandolo, con gli occhi supplichevoli.
— Via, via, carasciò, un soldo!
Lui non le credeva, voleva scherzare, voleva acchiapparle il lobo dell'orecchio in punta di dita. Allora lei, seccata, lo piantò.
Salì lentamente per via San Marco, andò alla fontanella accosto a cui, per un momento, la tennero intenta delle parolaccie che si scambiavano due femmine del popolo, scalmanandosi, con le braccia all'aria. S'allontanò, sbadigliando, quando si rappaciarono. Camminava a caso. Passando innanzi a una di quelle sorbetterie che hanno fuori nella strada il gran banco, chiese al garzone un po' di sorbetto ch'era rimasto in fondo a un bicchierino. Lo ingoiò in fretta, avidamente, con gli occhi socchiusi. Più in là trovò per terra un mozzicone di sigaro, quasi mezzo sigaro, ancora acceso. A qualcuno era caduto in quel momento; un signore che passava in vettura si voltò indietro, era suo, gli era scappato di mano. Lei se ne accorse, ma lo spense strofinandolo contro il selciato e se lo mise in tasca lo stesso.
S'avvicinava a Toledo. Le sue curiosità ricominciavano innanzi alle vetrine, alla varietà delle bacheche. Sovra tutto i giocattoli l'attiravano. Contemplò lungamente, nella vetrina di un mercante di giocattoli, un cosacco barbuto che ingollava soldati, afforchettandoli. Se ne andava piena di desiderii. Vi fu a un tratto un affollarsi di carrozze e di pedoni; si traevano da parte per far luogo a un mortorio. Appariva in alto, a dieci passi, lo stendardo, barcollante, d'una confraternita. La piccina si perdette in quella confusione.
Suonavano le tre. Il caldo diventava insopportabile, si camminava in fila rasente i muri, sotto l'ombra delle tende che scendevano davanti ai negozii.
Ora le piccine s'incontravano al luogo dell'appuntamento, lassù in via del Museo. Peppina da lontano vide Carmela e Rosinella che discutevano sotto il grande portone dell'Istituto di Belle Arti. Sedevano sugli scalini, sotto uno de' grandi leoni di bronzo, in una striscia d'ombra.
— Rosinella ha i soldi! — annunziò Carmela, correndole incontro. — Ma uno l'ha speso, ha voluto comprare una galletta.
— Non è vero! — gridò l'altra.
Tornavano a sedere sui gradini. Rosinella mise fuori tre soldi. Carmela non possedeva nulla. Per un po' rimase mortificata, poi fece spallucce. Era così piccola, era! Nessuno le aveva badato. E poi lei chiedeva, lei faceva la faccia rossa e Rosinella intascava.
— Gesù! — fece costei. — Non le credere! È una bugiarda. E perchè non te ne vai sola?
— Mi sperdo, — disse Carmela, gravemente.
— Io ho avuto un sorbetto, — disse Peppina.
E raccontò la sua fortuna, esagerando, con una cornice di piccole bugie. Era stato un sorbetto bianco con la fragola in mezzo. Se lo aveva sorbito col cucchiaino, in un bicchiere grande, sotto il pergolato. Le bambine stavano a sentire sgranando gli occhi. A Carmela, golosa, saliva l'acquolina alla bocca. Mai aveva assaporato un sorbetto. Era dolce?
— Un po' dolce, un po' diaccio, — disse Peppina.
— Signore! signore! — gridò all'improvviso, levandosi. — Un soldo! Non posso lavorare!...
Scendevano ridendo per le scale dell'Istituto due sposi, a braccetto. L'uomo voleva tirar innanzi, continuava a ridere, parlava d'un quadro che gli aveva fatto una impressione grottesca. Ma la donnina ebbe un tremito, gettando gli occhi su quel braccio fasciato, su quelle macchie vive di sangue.
— Oh! mio Dio! — mormorò.
— Signora bella! — pregava Peppina. — Un soldo, signorina bella....
— Ma come è successo?
— Sono caduta, m'è passata una ruota sul braccio....
— Oh! — fece l'altra, rabbrividendo.
Il marito avea cacciata in tasca la mano. La cavò con due soldi. Allora Carmela e Rosinella s'accostarono, gli gironzarono attorno, mettendo in mostra la fasciatura.
— Come! — disse il signore. — Anche voi?
— Sono caduta.... — balbettò Rosinella.
— Sono caduta.... — disse Carmela.
Il signore si mise a ridere. Carmela rideva anche lei, divertendosi, senza paura; le pareva naturale.
— Ebbene-? — disse Peppina, dopo un silenzio e con tutta serietà. — Dobbiamo metterci a far qualche altra cosa? È meglio questo!
Egli la guardò, meravigliato. Era una bimba a dieci anni, non più. Pronunziava quelle parole gravemente, senz'arrossire, con l'incoscienza infantile della colpa vera, ma con l'aria maligna delle figlie del popolo, delle bimbe sperdute e libere che già sanno qualche cosa.
Vulite 'o vasillo?...
Napoli, marzo 1885.
Carissimo Paolo,
Io non ho, qui a Napoli, con chi sfogare certe mie piccole pene, che mi pare abbiano tutta la buona intenzione di rimanersene meco alloggiate, in questa cameretta mia solitaria. Non ho stretto amicizia con nessuno, apposta per non dare a nessuno il modo di subitamente allontanarsi da me per qualche improvvisa scappatella che mi facesse il morboso carattere mio. Vivo solo e tranquillo in questa mia stanza, dalla quale esco a prima ora di mattina per trovarmi all'Istituto, e un po' la sera, col tempo buono, per avvelenarmi con una chicchera di caffè e con un sigaro napoletano. Il caffè, per acquaccia nera che sia, mi permette di studiare e di leggere fino a notte avanzata, e ciò mi fa bene, lasciandomi dimenticare, sviando il pensiero, e interessandomi a qualche cosa fuori di me stesso. Da qualche giorno, tuttavia, il mio umore è ridiventato nero, pel tempo perverso che mette ovunque un silenzio di malinconia e nelle povere anime sofferenti uno sgomento indefinibile, una lunga e nervosa tristezza che a momenti si vorrebbe mutare in tante calde lacrime piante tacitamente, la faccia nelle mani, mentre, come ora che ti scrivo, seguita la pioggia a borbottar nelle grondaie e lontano lontano muore un tintinnio di campanelle vaganti.
Or io mi sono, solo solo, rincantucciato presso alla mia finestra e guardo, per le vetrate, nella via deserta ove son tutte chiuse le botteghe e taciti e frettolosi i rari passanti. Il cielo è grigio come la veste d'una monacella di questua; si leva da una terrazza di faccia a me e vi si disegna a carbonella il palo del telegrafo, irto di capovolti interrogativi che irraggiano a destra e a manca fili neri, i quali si vanno lontanamente a perdere. Sta in fondo Sant'Elmo, vestito appiè delle mura di un cupo verde alimentato dalle piogge e dall'umidità, sforacchiato da tanti buchi neri in fila. E una fila d'uomini ritti, immobili, pare la cresta merlettata del castello, dietro il quale impallidisce freddamente il cielo, come negli antichi acquarelli de' trittici olandesi.
Ebbene, Paolo mio, dopo questo io non ho che o troppo poco ancora, o tante, tante cose da dirti! Ancora parlarti di me, delle mie incoerenze, dei contrasti che s'agitano e s'accapigliano in quest'anima inquieta, delle aspirazioni, de' sogni a' quali tengo dietro col cuore tremante? Non voglio; quest'altra stanzetta ove tu seguiti, in un paese lontano dal mio, a innamorarti delle farfalle e degli scarabei verdi scintillanti, a raccogliere pazientemente e ad ordinare famiglie di crittogame o di fanerogame tra fascicoli di carta, mio buon Linneo calmo e tranquillo, quest'altra stanzetta è ancora troppo piena di me. Or le tue piante e i tuoi scarabei non mi sentono più; non più la vecchia spinetta canta loro le semplici arie della nostra montagna nelle beate dolcissime sere lunari. Paolo mio caro, vuoi raccontare una storiella a questa tua silenziosa famiglia? Te la mando da Napoli, da questo strano cuore d'Italia che patisce, se lo si considera bene, di tutti i mali cardiaci, dell'aritmia, dell'iperestasia, dei ribollimenti subitanei e delle lunghe paci silenziose, da' battiti lenti, quasi malati.
Dunque, ascolta. La storiella potrebbe pur esser vera.
*
Tre giorni dopo arrivato, col mio bravo cassettino ad armacollo e col mazzo di pennelli tra mani, infilavo, entrandovi da Borgo Loreto, il lungo vicolo Giganti, pel quale si spunta alla Marinella. Tu non sei stato mai a Napoli e non puoi sapere che sieno questi vicoli di Borgo Loreto, topaie di marinari miserabili, vestiti di lana doppia, puzzolenti, neri come il carbone. Tutta la vita grama di questi lavoratori del mare s'agita, ripullulando, in case buie, profonde, umide. Un triste e schifoso spettacolo, poco lontano dall'azzurro, divino spettacolo del mare, innanzi al quale la mia mano freme sulla tavolozza.
Io, dunque, per andare a dipingere alla riva, passavo pel vicolo Giganti, guardando qua e là curiosamente e persino fermandomi a contemplare, con meraviglia di forestiero e curiosità d'artista, qualche interno pittorico, pieno d'ombre e di mistero. Fu in una di queste soste che una donna sui trent'anni, piccola, bionda come tutte le figlie del mare, mi chiamò sulla soglia di casa sua, nella via, e mi chiese, sorridendo, se volessi disegnarla. Rimasi sorpreso; avevano dunque capito, questi del vicolo Giganti, che mestieraccio facevo?
— Io vi disegnerò, bella bionda, — le risposi, — ma com'è che sapete ch'io disegno?
Ella mi disse che passavano sempre per quella via de' giovanotti, i quali andavano a disegnare le barchette e il mare e i pescatori; ognuno di loro portava sotto il braccio un cassettino come il mio, nelle mani i pennelli e in testa un cappelluccio a cencio, come il mio. Ora i disegnatori li conoscevano subito.
— Sta bene; vuol dire che un bel giorno ripasso e vi disegno....
— Quando?
— Al più presto possibile, bella bionda.
— Io non mi chiamo bella bionda. Mi chiamo Fortunata. Volete passare lunedì?
— Passerò lunedì.
Al lunedì, di buon'ora, mi trovai al vicolo Giganti. Fortunata, ritta sulla soglia di casa sua, lavorava all'uncinetto, sorridendo. Mi aveva visto da lontano.
— Dunque? Siamo pronti?
— Entrate.
La seguii in una piccola stanza, dal pavimento tutto sconnesso e sporco. Attorno appesi ai muri, immagini di santi, olivo benedetto, nasse di pescatori, corbelli di paglia, piccole bombole pe' polipi. Una tavola, un lettuccio, due o tre seggiole zoppicanti.
— Sentite, — disse lei, appoggiandosi col dosso alla tavola e giuocando col gomitolo, — io vi volevo chiedere un favore....
E come io la interrogavo con gli occhi, non sapendo che cosa mi stesse per capitare addosso, ella soggiunse prestamente:
— Ebbene, ecco, non sono io che volevo esser disegnata; non sono proprio io, perdonatemi....
— E chi?
Ella volse lo sguardo al lettuccio, confusa. Allora m'accorsi che nel lettuccio c'era qualche cosa. Un piccino. Due grandi occhi azzurri mi guardavano spaventati, una testina bionda come quella di Fortunata si levava dal capezzale, intenta.
— Ndriuccio, — mormorò lei.
Ma come m'accostavo al lettuccio il piccino fu preso da gran terrore. Ricacciò il capo sotto le coltri e si mise a urlare.
— È malato, — disse Fortunata, — ha una gran febbre da cinque giorni. È mio figlio Andreuccio. Ndriù? Bell' 'e mamma, te vuo' fa disignà? Il signore, lo zio, ti farà il ritratto, e mamma te lo metterà qui appeso, in faccia a te, e quando tata verrà e vedrà il ritratto di Ndreuccio, dirà: Questo è Ndreuccio bello, tale e quale....
Il piccino ascoltava, con gli occhi lucenti di febbre, senza mostrare di decidersi.
— Guarda.... — gli dissi mostrandogli un soldo in punta di dita. — Se sarai buono io ti darò questo soldo.
Sorrise, guardò la madre che sorrideva anche lei, incitandolo. Finalmente accettò, nascondendo il soldo e la manina, nella quale lo avevo lasciato cadere, sotto la coltre. Fortunata gli pose due cuscini dietro la testa, si mise a sedere, appiedi, sul letto, e ricominciò il suo lavoro di uncinetto, seguendo curiosamente i miei preparativi. Valeva la pena d'interessarmi a questo fanciullo. Nella luce fredda era una testa d'un sol tono di colore, senza rossi, senza rilievo accentuato, pallida, caratteristica. I grandi occhi azzurro scuro lucevano tra i riccioli; della piccola bocca, puerilmente, il labbro inferiore saliva sull'altro in una smorfietta sdegnosa. Hai tu mai visto qualche pallido bambino malaticcio, dipinto da Rubens? Così lui. Pareva che si fosse messo a pensare a cose molto serie; nessuna curiosità; lo sguardo di lui scendeva lentamente da lunghe contemplazioni del soffitto al volto della madre, e vi si posava. Era Fortunata che pativa di curiosità. A ogni cinque minuti si levava per venire a guardare di sopra alle mie spalle e per esclamare: Quando si vedrà qualche cosa? Ci vuole ancora molto tempo? Lo ritrattate ridendo? Verrà bene?
Dopo la prima seduta, il piccino volle vedere un po' anche lui, e si contemplò abbozzato appena, senza meraviglia di non riconoscersi, come consciente dello sviluppo che poi avrebbe avuto il dipinto.
— Lo lascio qui, — dissi a Fortunata, — mettetelo in un cantuccio, con la faccia al muro, e badate a non toccarlo.
— Quando tornate?
— Domani.
— Certamente?
— Certamente. Addio, piccolo!
E mi chinai su di lui per fargli un bacio. Egli mi mise la mano sulla faccia, respingendola.
— Che hai? — gli disse Fortunata. — Su, fagli un bacetto.
E soggiunse, sottovoce:
— Dategli un altro soldo.
— To', eccoti un soldo.
Le sue piccole labbra febbricitanti toccarono lievemente le mie. Il secondo soldo scomparve, con la manina in cui era stretto, sotto le coltri.
— Ah, signorino, — mi disse Fortunata presso la porta, — il piccino è molto malato! Dice il medico che l'ha visto, ch'egli ha male ai polmoni. Il primo figlio, signorino mio! — e le lagrime le lucevano agli occhi. — È una sventura grande! Avete visto com'è serio?
— Via, fatevi cuore, è bambino e guarirà. Ha il suo babbo, è vero?
— È andato via. È marinaro. È partito per pescare il corallo, con tutta la paranza. E torna di qui a un mese, signorino mio. Per quel figlio è pazzo, se sapeste!...
La lasciai così, che piangeva silenziosamente sul limitare della casuccia, con le braccia penzoloni, gli occhi a terra.
Tornato alla dimane, con una bella giornata di sole, ricominciai il mio lavoro. Il modello mi si dimostrava più amico, arrivava perfino a sorridermi. Quando rimisi la tela appoggiata al muro e stavo per licenziarmi, egli mi fece con la sottile vocina:
— Vulite 'o vasillo?
Io gli detti un altro soldino. Questa volta ebbi due piccoli baci su tutte e due le guance. Mi volsi, uscendo. Egli mi salutava con la mano, levando il braccio nudo, sorridendomi.
Dopo una settimana avevo finito. Ero contento; il ritratto m'era venuto somigliante non pure, quanto assai giusto di colore e d'intonazione. Il bianco dei cuscini col sole.... Ma via, io non mi voglio fare delle lodi. Ero contento, ecco, ero contento della mia settimana. In tutti quei giorni il mio piccolo amico s'era più stretto a me con tutte le ingenue espansioni infantili con le quali la fanciullezza trattiene una mano carezzante e un dolce amore pietoso. Ogni giorno, all'uscire dalla stanzetta piena di sole, fingevo di scordarmi della sua offerta, per sentire subitamente la vocina di lui, balbettante:
— Vulite 'o vasillo? Vulite 'o vasillo?
*
Gli avevo promesso di recarmi a vederlo due o tre volte nella settimana; lo avevo promesso anche a Fortunata. Cominciato novembre, dovetti abbandonare i miei studi di mare e il vicolo Giganti. Questa Napoli ha un clima variabilissimo; una bella giornata calda, soleggiata e poi, al giorno appresso, acqua, vento e tempesta. A novembre pigliai una mezza bronchite che mi inchiodò nel letto per dodici giorni. Pioveva, pioveva sempre. Una grande malinconia, caro Paolo, dei tristi giorni e il padrone di casa che mi spediva messaggi, e tutte le mie pratiche andate a male e tutte le mie speranze fallite....
Nei primi di dicembre, in un sabato, il tempo era bello. Uscii, tornai al vicolo Giganti che in quel punto era pieno di centinaia di femmine che aspettavano l'estrazione dei numeri del lotto e ne discutevano a gran voce. Cercai Fortunata. Era lì in casa, a lavorare all'uncinetto, accosto alla tavola, sulla quale si raffreddava la minestra in un piatto. Quando mi vide si levò, pallidissima; levò le braccia in atto disperato e balbettò, tra' singhiozzi:
— Signo'! È muorto! È muorto!
Ti giuro, cominciai a piangere anche io, come un fanciullo. Ella, ricaduta a sedere, aveva poggiato le braccia sulla tavola e sulle braccia nascondeva il volto, singhiozzando. Io era rimasto in piedi, dinanzi a lei, muto; non sapevo che dirle. Fortunata levò la testa e mi guardò con occhi così spauriti, che parve fossi io che le portassi la mala notizia.
Il mio ritratto del piccino era accapo al letto, tra un ramo di olivo e la palma benedetta. Accompagnandomi fino alla porta, Fortunata mi diceva:
— Voleva vedervi.... Dimandava sempre del pittore....
I singhiozzi la soffocavano.
Me ne andai. Per via camminavo come intontito. Il piccino, benedetto piccino, il piccolo amico mi seguiva. Mi seguiva la sua vocetta tenera, come ora mi parla mentr'io scrivo di lui a te. Perchè in questa malinconica mattina di marzo, egli è qui, accosto a me. E nel silenzio della mia cameretta, egli mi ripete ancora, dolcemente, con un balbettio: