CAPELLI BIONDI


CAPELLI BIONDI

ROMANZO

DI

SALVATORE FARINA

MILANO
LIBRERIA EDITRICE G. BRIGOLA
Corso Vittorio Emanuele, 26

1876


Proprietà letteraria

Milano — Tipografia Sociale — S. Radegonda, 6.



[INDICE]


Quando queste pagine, che ora raccolgo in volume, si presentavano al pubblico nelle appendici d’un giornale, Caio, mio buon amico, mi scriveva: «questa volta si dirà che hai voluto far del realismo» e mi consigliava.... indovinate?... una prefazione!

Io risposi a Caio che mi bastava la coscienza di aver fatto questa volta niente di più o di meno delle altre: «avuta, cioè, un’idea, essermi ingegnato di esporla accettando i personaggi acconci a darle un po’ d’evidenza, accettando le scene necessarie a far muovere i personaggi, accettando i colori indispensabili al vero.».

Risposi a Caio: «la parola realismo non mi spaventa... anche perchè non la comprendo, ed ho visto con vera consolazione che coloro i quali più l’hanno in bocca essi pure non sanno bene che significhi.

Risposi a Caio: «un’arte sola esiste, quella che cerca di unire il bello al vero, ed ha braccia più larghe della misericordia di Dio che dicono sterminata (qualche volta non parrebbe proprio, vedendo la confusione che lascia nei cervelli degli umani); nell’amplesso di quest’arte ci sta l’idealismo, forma esso pure del vero, chè l’uomo è per lo meno metà matematico, metà sognatore; ci sta la scuola dell’arte utile, ci sta quella dell’arte per l’arte, ci stanno il sentimento, la poesia, la satira, in una parola l’uomo intero; solo l’affettazione, l’esagerazione, il partito preso di trovar tutto bello o tutto brutto, di cercar sempre l’ottimo o di cercar sempre il pessimo, solo questo non ci sta».

Risposi a Caio che le prefazioni le avevo in orrore tutte quante, che non ne volevo fare per nissun conto.

E l’ho fatta.

S. Farina.

CAPELLI BIONDI

I. Sette eretici festeggiano un Santo.

«.... Un Santo buon figliuolo, che ha saputo collocarsi per benino nel calendario; un Santo a cui piacciono la baldoria, le mascherine, il veglione, le cene dopo il veglione e il resto dopo cena; un Santo che gongola tutto se per poco il suo giorno esce dalla sessagesima per entrare nella settimana grassa! Mi par di vederlo: stamattina è sceso dalla sua nicchia ed è andato a ringraziare Sant’Ambrogio, a cui deve se oggi gli è rimasto un cantuccio del mondo cattolico dove sottrarsi alla predica ed al digiuno. Sant’Ambrogio gli ha stretta la mano e gli ha risposto che tra Santi....»

Vedendo che nessuno ride, Aniceto interrompe la sua ghiotta eresia, crolla le spalle, vuota d’un fiato un lungo bicchiere di sciampagna e si lascia andare sulla poltroncina, dicendo in un’ottava più bassa: «Viva San Corrado!...»

— Evviva! risponde una voce femminina, poi tutto tace.

L’ampia sala è piena di luce; un’idra di bronzo, che pende dalla vôlta, cava da cinque teste altrettante lingue di gas che bisbigliano confuse parole; quattro grossi ceppi abbracciati nell’ampio camino, si dibattono, sfavillano, barcollano con un rotto gridìo come fanciulli che prolunghino un giuoco. Sulla mensa, fra i rottami d’una torta e le piramidi rovinate di frutta e di confetti, scintillano bicchieri di varie foggie, esili e tarchiati, grossi e piccini, alcuni tuttavia ricolmi; e le bottiglie allineate sulla credenza, come tante personcine svaporate ed impettite, hanno l’aria di credere immortale il quarto d’ora di gloria che hanno passato. In ogni angolo della ricca sala gli stipiti dorati si accendono di allegri riflessi; intorno alle pareti coperte di tappezzeria bianca ed oro si schierano mobili preziosi, divani coperti di ricche stoffe, a colori vivaci, d’un disegno allegro: amorini panciuti che si appendono a frasche e fiori. Quella turba irrequieta di monelluzzi ignudi si arrampica su tutte le seggiole, si scalda intorno al camino, va su e giù per le larghe cortine che coprono i vani delle finestre. E come per rallegrare vie più la gioconda fisonomia della sala, si ode ad ogni tanto il muggito sordo del vento che vaga per le vie deserte, e si vede la neve bianca che passa nel nero vano delle finestre e picchia discretamente alle vetrate quando il vento la sospinge.

Ogni cosa domanda ai commensali una risata sonora, un frizzo mordace, una graziosa oscenità, brindisi, versi, aneddoti..., parole. Più nulla; hanno dato tutto. Poc’anzi era per l’aria un incrociarsi di botte e risposte, un volar di motti spiritosi. Filiberto e Felice avevano preso a far solenne esperimento della forza persuasiva dei loro polmoni, in proposito di bionde e di brune, e con tale fervore, che Aniceto s’era invano provato a lanciare sette volte un suo bisticcio che nessuno aveva raccolto. Barbara e Fanny, brune entrambe, per salvare il decoro, pigliavano straordinariamente a cuore le sorti delle sciarpe scozzesi, che incominciano a passar di moda, e del cappellino a scodella spuntato or ora sull’orizzonte del bel mondo.

Domenico, il Domenichino, come lo chiamano un po’ perchè piccino ed un po’ perchè ha fama di sapersi sporcare le dita col carbone da disegno, non sonnecchiava ancora sopra la seggiola; e Corrado, da buon anfitrione, per incuorar gli amici coll’esempio, aveva il lampo dell’orgia nello sguardo. Poi quel lampo si è nascosto dietro un nugolo e la ciancia amena è scesa di un tono; ci è stato un momento, quando Corrado si è posto a sedere dinanzi al focolare, che i commensali si sono accorti della propria musoneria ed hanno provato coscienziosamente ad uscirne. Si è sparato ancora qualche razzo di buon umore, Aniceto ha finalmente smaltito il suo bisticcio, e incuorato dalla riuscita si è messo coraggiosamente in viaggio per andare a dire le sue quattro impertinenze saporite a San Corrado.

Si è visto per quale deplorevole indifferenza del suo pubblico egli abbia dovuto arrestarsi a mezza via.

Ed ora tutto tace, tranne il vento che svolta alle cantonate, i grossi ceppi che s’acciuffano nel camino, e le cinque lingue beffarde dell’idra.

La trista figura la fa Corrado. Non s’invitano gli amici a cena per smorzar nel meglio l’allegria; tanto varrebbe spegnere i lumi e dire: «buona notte» — ma l’oppressione del silenzio la sentono tutti, il Domenichino eccettuato. Ora Aniceto, il quale, essendo il più maturo, si crede in certe occasioni obbligato a mostrar più senno degli altri, trova che non ci è scampo, che bisogna sfidar la situazione corpo a corpo ed uscirne trionfante. Oh! se il genio dei bisticci non gli si ribella!... Non gli si ribella, no — ha trovato! Ma non basta concepire un bisticcio, bisogna anche metterlo al mondo, ed è spesso il più difficile. Dovrebbe far dire a qualcuno: «che cosa ha Corrado?» Si prova.

— Eh! io lo so che cosa ha Corrado...

— Che cosa ha Corrado? domanda costui, rialzando il capo distrattamente.

— Un’erre gli ha fatto un brutto tiro.

Ma Corrado non lo ascolta più. Aniceto interroga il volto degli altri suoi compagni — nessuno gli bada. Filiberto guardava in fondo ad un bicchiere, ed è il solo che abbia sentito la proposta dell’enigma, ma ahi! non si mostra punto curioso di averne la chiave, alza gli occhi, li riabbassa, sorride compassionando.... Felice, fingendo di star pensoso, ascolta le ciancie sommesse di Barbara e Fanny.

Fanny dice:

.... «Sarà un mese, no, tre settimane..., no, un mese..., doveva essere la vigilia di non so che..., sì, certo, era la vigilia di non so che. — Corrado, gli dico, da un pezzo non mi regali nulla. — È vero, risponde lui. — Ebbene, comprami qualche cosa. — Che cosa? — Una treccia, una bella treccia tutta di capelli..., il parrucchiere..., quel parrucchiere famoso.... (come si chiama? l’ho sulla punta della lingua) ne ha una in vetrina, che par fatta apposta per me — è un pochino più nera, ma tu sai, tu devi sapere che i capelli finti perdono un po’ il colore....

— E lui? domanda Barbara gettando uno sguardo fuggitivo a Corrado.

— E lui: — Che bisogno hai tu di altri capelli, se n’hai tanti? — Vedi Bice, la bionda Bice, dico io; ne ha meno di me, è quasi calva quella poveretta, e pure ne porta il doppio.

— Già, già, entra a dire Felice a voce alta, ne porta il doppio. Ecco, aggiunge imitando l’accento nasale di un predicatore, ecco in due parole lo stato delle teste dell’umanità femminina: ne portano il doppio!... e non già il doppio di quelli che hanno, ma bensì il doppio di quelli che avrebbero, se ne avessero.

Non par vero che il silenzio glaciale sia rotto. Filiberto si rizza, e mandandosi innanzi un grosso sospiro in forma d’esordio, aggiunge colla stessa voce nasale:

— Sissignore, ne portate il doppio, è la sentenza sotto il cui peso curvate le belle testine.... Non ve l’abbiamo detto per non farvi inorridire, ma siete state condannate a portare i capelli della gente morta, a portarli per le vie, nei teatri, fin fra gli amplessi del vostro innamorato. È tempo che lo sappiate, poichè ciò che doveva essere orrore e supplizio è diventato argomento d’una sacrilega gara di vanità....

Aniceto vede in Filiberto un formidabile ostacolo al suo bisticcio; egli solo par che gli legga sotto il cranio la voglia di dirlo, egli solo ha udito la frase sacramentale che deve annunziarlo, ed ahi! egli forse l’ha indovinato! Aniceto vuol farsene un alleato e dichiara che Filiberto ha detto una verità sacrosanta.

Barbara si stringe nelle spalle, Fanny ride.

— Ah! tu ridi! Fanny, disgraziata Fanny! irrompe Aniceto levandosi in piedi; ebbene apprendi tutto l’orrore della tua sorte: sappilo, tu porti i capelli d’una vergine....

— Oh! oh! dice Filiberto; abbasso il lirismo!

— D’una fanciulla, corregge docilmente Aniceto, d’una fanciulla morta all’ospedale; la tubercolosi le aveva disfatto le membra, rispettò i capelli; ma ciò che rispettano la tubercolosi e la morte, la vanità non rispetta.

Non vi è cinismo che eguagli quello della spensieratezza: Fanny crolla la vaga testina e continua rivolgendosi a Barbara:

— Sì, insisto io, la Bice che è quasi calva.... — Avrai la treccia, dice Corrado.

— Bravo Corrado!

— Aspetta.... perchè ho aspettato anch’io, e ancora non l’ho avuta! Eh sì, Corrado non è avaro! Ma sai tu che cosa mi sono messa in capo?

Si guarda intorno, e vedendo che nessuno l’ascolta e che il tono della conversazione è alto, non si cura d’abbassar la voce per far la sua confidenza. Se non che proprio in quella la conversazione tace, e si odono distintamente queste parole:

«Temo che mi pianti!...

— Chi? domanda Felice.

— Nessuno.

— Bada Fanny, se ti pianta lui ci sono io, dice Aniceto. Disponi del mio cuore.

— Ed io, soggiunge Filiberto.

— Prima io....

Felice non può dir nulla, perchè è sotto gli occhi gelosi di Barbara.

— Grazie, dice Fanny ridendo; e prosegue alzando la voce: nella mia vita ho sempre sentito il presentimento del biondo; già non vi voglio dare a credere che Corrado sia il primo....

— Nobile schiettezza! osserva Filiberto.

— Lo sappiamo, lo sappiamo..., protestano gli altri.

— Ho una certa esperienza io ed ho sempre visto le brune piantate per le bionde, e le bionde per le brune, e quando è il momento, mi capite, ho il presentimento del biondo.... Allora....

— Allora per non essere piantata.... pianti; dice Aniceto.

— Vecchio mio, non sempre; a volte è necessario aspettare.

— Già, non si può buttarsi nelle braccia del primo venuto, il decoro di casta lo vieta.

Filiberto si fa innanzi solennemente:

«Io non sono il primo venuto e ti offro un cuore.

— Vergine?

— Vedovo, perpetuamente vedovo, ed una capigliatura bionda.... Corrado è bruno.

Aniceto si volta bruscamente a guardare dalla parte di Corrado: gli batte il cuore, non osa sperare....

Filiberto s’arrende.

— Che diancine ha Corrado? domanda egli sorridendo.

— Te l’ho detto, un’erre gli ha fatto un brutto tiro.

— Un’erre!

— Un tiro!

— Sì, dice Aniceto fissando gli occhi sul melanconico anfitrione ed alzando la voce: io denunzio solennemente la colpevole: è la seconda erre del suo nome, la quale ha scavalcato l’a, infastidita di vivere al fianco della sua gemella.... E così di Corrado ha fatto Cor... ardo.

Domenico si è svegliato, ed arriva in tempo a consigliare sbadigliando:

— Accoppatelo!

— No, poveretto, dice Barbara, fa quello che può....

— Barbara, tu sei pietosa, esclama Aniceto, ma Corrado è innamorato.

— È innamorato!

— È innamorato!

— È innamorato!

— E se non è innamorato, si spieghi.

— Si spieghi.

Corrado rizza la bruna testa arrossata dal calore, guarda gli amici, e per unica risposta, vuota d’un fiato un bicchiere ricolmo che aveva accanto alla seggiola. Poi si leva in piedi, e si pianta ritto, colle braccia incrociate, in faccia al crocchio ridente.

— Udite! udite! — grida Filiberto.

II. Ciancie.

— Udite! udite!

— Che cosa? Io non ho nulla da dire, esclama Corrado con bizzarro accento; non ho spiegazioni da dare; ci siamo divorati una cena squisita.... tutte le cene sono squisite.... Abbiamo vuotato parecchie bottiglie; il mio dovere d’anfitrione era di consigliarvi di stapparne delle altre — l’ho fatto; il resto sarebbe un’insipida commedia in cui dovrei essere io il protagonista, il mio santo il suggeritore. Vi annoiate? Peggio per voi. Anfitrione, invitati — parole, fra gente come noi; vino, baci, spirito quando ne troviamo, il buon umore quando viene — ecco la vita. Non vi accomoda?... Invertiamo le parti, tanto torna lo stesso: siate voi gli anfitrioni, sarò io l’unico invitato.... Mi annoio.... Barbara, Fanny, Aniceto, Filiberto, Felice, Domenichino, mi abbandono a voi.... tenetemi allegro.

Ciò detto, Corrado si lascia andare sopra un seggiolone nano, allunga le gambe sul tappeto, spenzolando le braccia, e prende un aspetto istupidito per raffigurare colla maggiore evidenza possibile l’incarnazione della noia.

Una risata sonora echeggia nella sala, ma nessuno parla, e quando il sonnacchioso Domenichino apre la bocca ad uno sbadiglio, Aniceto, errando sulla sua intenzione, gliela tappa dicendo:

— Sta zitto, ce n’è ancora.

— Ce n’è ancora? ripete Corrado senza muoversi, guardando fisso innanzi a sè e strascicando le parole — ce n’è ancora?... Io non so se ce ne sia ancora; so che tu, Aniceto, mi hai lasciato dire cento volte senza contraddirmi: «la mia casa è la tua» — ed ecco, alla prima occasione mi mostri che non m’hai preso sul serio e mi avverti di non pigliarti sul serio quando dirai che la tua casa è la mia.

Un’altra risata, non universale nè schietta, una risata inesplicabile accoglie queste ultime parole. Tutti gli occhi sono rivolti ad Aniceto.

Costui non si sgomenta, si accarezza la faccia rasa, raduna tutte le forze che può mettere in armi e risponde con disinvoltura:

— Non te lo dirò mai, perchè la buon’anima del droghiere che m’ha messo al mondo, non mi ha lasciato che generi coloniali da liquidare, qualche debito privato e un po’ di debito pubblico — il tanto da campare sotto la tutela dello Stato — castelli e case niente. Non monta; quello che potrò sempre dire, lo dico subito: «Le mie tre camere mobigliate in via Solferino sono tue, sono vostre, signori e signore».

I signori e le signore rispondono in coro: «Grazie».

— Grazie! ripete Corrado; tu non sei ricco e non ne hai colpa; è così facile esser ricchi!

— Protesto, dice Aniceto, io sono ricco, perchè mi contento. Non le posso proporre le partite, le lascio proporre agli altri; non posso invitare, aspetto che mi si inviti; non mi è lecito pagarle le cene, le mangio. Vi trovate bene con me, mi trovo bene con voi; combattiamo lo stesso nemico — la vita — voi avete più denaro da spendere in questa guerra, io più coraggio e più esperienza — siamo commilitoni.

— Bravo! gridano i compagni.

Ma le due donne zitte; quasi quasi hanno l’aria di vedere nel maturo Aniceto una concorrenza alle loro grazie giovanili.

E Fanny dice a Barbara:

— Devono rendergli molto i suoi bisticci! Ti pare?

E Barbara dice a Fanny:

— Molto.... tutto quello che non valgono.

— La mia casa! ripiglia a dire Corrado con una singolare fatuità d’accento; la mia casa! Che c’è di mio in questa casa? Ci hanno messo dei mobili, dei tappeti — ce li ho lasciati mettere, mi hanno detto quel che mi sono costati.... mille, duemila, diecimila.... totale zero; e perchè non mi costano nulla, li trovo scipiti e volgari.

— A me piacciono — dice Barbara volgendo lo sguardo in giro.

— Sono di buon gusto — dice Fanny.

— Anche questo buon gusto non è mio, è il gusto del tappezziere che me li ha venduti.

— E qual era il tuo?

— Quello del tappezziere!...

— È un indovinello!

— Può essere.... Una notte torno tardi, ho dimenticato la chiave.... picchio.... il portinaio si leva da letto per aprimi, si sberretta e si scusa d’avermi fatto aspettare, mi fa lume e mi dà la buona notte tremando dal freddo. Io, che ho bevuto lo sciampagna ed ho quasi caldo, penso: «gliel’ho fatta, non se n’è accorto, nessuno ancora gli ha detto che egli ed il mio vecchio Antonio sono i padroni di casa e che fanno male a sopportare un inquilino bisbetico come me!» Quella fantasia mi ritorna qualche volta.... allora attraverso le stanze come se mi fosse vietato fermarmi, tocco gli oggetti appena, mi guardo negli specchi alla sfuggita e sono tentato di ringraziarli dell’incomodo che si pigliano di riflettermi; le pareti mi paiono fredde, le vôlte sorde, i tappeti muti.... gli amorini delle tappezzerie aspettano ch’io sia passato per farmi le beffe, e ripigliano la loro positura se mi volto colla faccia buia.... passo oltre, e mi gridano dietro: «vattene, vattene, vattene!» Me ne vado. Esco all’aperto, respiro — sono finalmente in casa mia!

Corrado ha parlato con una leggierezza di tono, che contrasta colla melanconica gravità del suo sguardo, e quando ha finito prova una risata secca, nervosa, che non inganna l’amicizia indagatrice d’Aniceto.

— Caro mio, dice costui dopo un istante di silenzio, lo vedi: nessuno ride; gli è che la tua risata non ha il numero delle vibrazioni che fa le risate genuine. Lasciatelo dire: tu manchi di sincerità; ti annoi, protesti di non mettere divario tra anfitrione ed invitati, e poi per tenere allegri gl’invitati ti credi in dovere di fare una contrazione delle labbra ed un rumore, e darceli per un impeto di....

— No, no, no, interrompe Corrado, tu sbagli, non è per voi ch’io rido. Che ne sai tu se questo riso, che per te è solo il rumore di una moneta falsa, non eccheggi come una musica qua dentro?... Si comincia dallo spirito di convenzione, dal riso che non è riso, dalla ciancia sbadata, e qualche volta si arriva allo spasimo dell’allegria. Mi provo, ecco.

— Ebbene, sarò io schietto, prorompe Aniceto con voce solenne; tu ci nascondi qualche cosa, realtà o fantasima, non so bene, ma inclino a credere fantasima.

— Non ho mai visto un fantasma, dice Fanny; vecchio mio, fammi vedere quello di Corrado....

— Vediamo il fantasma!

— Vediamo il fantasma!

— Salvo errore, prosegue Aniceto, senza badare alle interruzioni, tu hai trentasette anni sonati; ne dimostri trentadue quando sei di buon umore, ma in questo momento per esempio i tuoi trentasette li hai tutti quanti... è l’età della crisi; io che l’ho passata felicemente....

— Venti anni sono, aggiunge una voce....

— Io che l’ho passata felicemente, ne so qualche cosa, e ti dico che è l’età della crisi matrimoniale.

— Orrore! dice Filiberto.

— Orrore! ripetono gli altri in coro.

— Sissignori, quando sarete giunti a quell’età, come il mio amico Corrado, sentirete nel sangue, nei nervi, nel cervello, una smania, una prurigine che non saprete comprendere: il falso bisogno di prender moglie; udrete nella musica d’ogni teatro, d’ogni pianoforte, d’ogni organetto, nel soffio d’ogni vento, nel crepitìo d’ogni tizzone, nel bisbiglio d’ogni fiamma di gas, nel ronzìo d’ogni zanzara lo stesso perfido consiglio: «piglia moglie!» Voi lotterete, s’intende, vi acciufferete corpo a corpo con queste idee che, dopo avervi fatto ridere tanto, per la prima volta vi annuvoleranno la fronte; penserete alle vostre innamorate d’allora, a quelle d’oggi, a quelle di ieri l’altro... invocherete i baci disinteressati del bicchiere, i consigli di un buon amico, e se la Provvidenza non vi abbandona, sarete guariti. Ma....

— C’è un ma? domanda Felice, il più giovine della comitiva e naturalmente il più avverso alle giuste nozze.

— Ragazzo mio, sì, ce n’è uno. Ma se a trentasette anni ti sei buscato un primo reuma che ti prometta un’artritide, se sei ingrassato troppo e temi la gotta, allora sei spacciato; le pareti della tua casa ti paiono fredde, le volte sorde, i tappeti muti; temi di disturbare il portinaio, il servitore e gli specchi; la tua casa non ti par più tua; odi la beffa delle tappezzerie, gli amorini ti dicono: «vattene....» e tu te ne vai, corri dall’ebanista, gli ordini un talamo di palissandro, fai la tua scelta nella veglia, ed il mattino successivo mandi ad offrire la tua mano ad un’educanda che tutta notte ha sognato un angelo sotto le cortine bianche del lettuccio del dormitorio. Fai quel che si dice un «matrimonio per paura.»

— Baje! dice Filiberto, quel matrimonio si fa alla tua età, quando si mette il piede nella sessantina.

— Ti avverto che ho quarantasei anni.

— È la tua opinione, non la discuto: dispero di convincerti.

— Così, conchiude Aniceto fingendo di non udire, così per guarire la gotta si accetta il matrimonio.

— Come per guarire la tisi si piglia l’arsenico, nota il Domenichino sbadigliando.

— Colla differenza, aggiunge Felice, che chi piglia l’arsenico per guarire la tisi muore di tisi....

— Mentre chi fa matrimonio per guarire la gotta, si ammala di matrimonio, dice Barbara.

Fanny non dice nulla, ha gli occhi fissi in volto a Corrado, il quale guarda ad uno ad uno gli ospiti suoi, Fanny eccettuata.

— Che cosa vuoi concludere con queste ciancie? domanda l’anfitrione.

— Conchiudo, ripiglia Aniceto colla solennità di prima, che tu devi avere un reuma in una spalla od in un ginocchio.

— Calunnie! egli non ha reumi; dice Fanny.

— Grazie, Fanny; Aniceto mio, tu invecchi, si vede, perchè cominci a regalare i tuoi malanni agli amici. Io non ho reumi, e prego le signore qui presenti di farlo sapere alle loro amiche che non cercano marito. Io non ho reumi, e non avrò mai moglie. Le mie idee sul matrimonio le sapete....

— Le sappiamo, dice Barbara, il matrimonio è un’istituzione immorale; se non ci fosse il matrimonio, non ci sarebbe l’adulterio.

— Il matrimonio è contro natura, aggiunge Fanny, vedete gli animali.... Dove ho letto questo?... ah! sì, in quel romanzo che s’intitola?... come s’intitola?... di quel francese... come si chiama?... non importa; vedete gli animali, perchè seguono l’istinto non pigliano moglie.

— Il matrimonio, aggiunge Felice, levandosi in piedi col volto raggiante, è un’indecenza!

— Un’indecenza!

— Un’indecenza!

— Può essere, dice Aniceto, io lo credo capace di tutto il matrimonio.... ho sempre sospettato che fosse un’indecenza.

— Sì, o signori, il matrimonio è un’indecenza.... ed offende il pudore!...

— Il pudore!

— Il pudore!

— Zitti, state a sentire.... Vi dico io che ne è capace.

— Che cosa è la donna? Il simbolo della grazia, della bellezza, della bontà, un pezzo di paradiso coperto di lana e cotone, o di velluto misto di cotone (il cotone ci entra sempre). Che cosa è l’uomo? Il simbolo di tutto ciò che è forte, coraggioso, generoso — appaiate un uomo ed una donna, e non vi è più possibile vederli insieme senza pensare che.... senza portarvi coll’immaginazione a.... insomma senza perdere di vista tutto ciò che è paradiso. Vi siete mai provati, camminando alle spalle d’una bella signora coperta di velluto e di pelliccie, a levarle col pensiero la pelliccia ed il velluto, e via via ridurvela, senza che se ne avveda, nello stato della Venere.... di quella Venere.... sapete di quella tal Venere.... insomma mi capite.... È una festa intima di cui non esala nulla al di fuori; i tangheri, che vi passano rasente, che vi urtano i gomiti senza destarvi dal sogno, vi credono un tanghero come loro, mentre siete un Dio, il Dio più audace dell’Olimpo.... Ebbene, se mai quella signora incontra il marito, vi consiglio di svoltare alla prima cantonata....

Felice vede balenare in ogni volto un sorrisino, che non sa come prendere, comincia a temere di non far tutto l’effetto sperato, e s’interrompe:

«Insomma, per me il marito è l’essere più brutale che sia al mondo; gli domandate: «Come stai?» vi risponde: «Ho dormito male stanotte, ho patito l’insonnia, non ho fatto che voltarmi sul letto....» Voi pensate.... La moglie pensa che voi pensate.... si fa rossa, finge di non sentire.... Voltate discorso.... eh! sì.... voltatelo pure, fatica perduta, perchè tutte le parole che escono dalla bocca di quell’uomo brutale, di quell’uomo cinico che è il marito, sono altrettante indecenze.

Una risata unanime, una di quelle risate solenni, accompagnate da smorfie, da contorcimenti, da tutta la mimica grottesca del buon umore smodato fa ammutolire il disgraziato Felice.

Manca una voce al concerto, quella di Corrado. E a lui si rivolge l’oratore per sapere che significhi il riso.

— Significa che hai vent’anni, dice Filiberto.

— E tu ne hai ventidue!

— Ventidue non sono venti; leggi i poeti classici e romantici, ma specialmente romantici; quando vogliono ricordare un’età ingenua, parlano di vent’anni, mai di ventidue.

— Significa, dice Aniceto, che tu delle camere matrimoniali delle signore coperte di velluto e di pelliccie fai la regola, mentre sono l’eccezione.

— Significa, dice Barbara, che il signorino quand’è dinanzi alle belle donne fantastica come un collegiale.... me ne congratulo con lei.

— Non ha detto dinanzi, osserva Domenico.

— Significa, entra a dire Corrado, rispondendo finalmente alla domanda di Felice, e tenendo gli occhi fissi nei fiorami del tappeto, significa che tu comprendi ancora quell’esagerazione di pudore, che di solito si perde a sedici anni e che ai diciotto è diventata un geroglifico... Ora il nascondere gli avanzi della tua delicatezza di senso dietro le apparenze del cinismo fa ridere i tuoi buoni amici, che non sanno piangere. Io no, Felice mio, non rido!

— To’, to’! risponde con petulanza Felicino, mi faresti la morale per caso?

— Me ne guardi il cielo.

— E allora perchè non ridi?

— Mi annoio.

— E ci annoi! esclama Aniceto.

— Me l’immagino, non so che farci.

— Lo so io, ora taglio il collo ad una bottiglia....

— Taglia.

Aniceto s’alza, afferra una bottiglia e si pianta sulle due gambe in atteggiamento solenne, brandendo un coltello, corrugando la fronte ad un’espressione di ferocia burlesca.

— Attenti: uno, due.... tre!

Un brivido da burla agita le membra degli spettatori inorriditi: poi succede un tumulto di bicchieri che cozzano, di sciampagna spumante che trabocca sul tappeto, di risa argentine, di motti, di ahi! di ohi!... Le due donne tirano in dietro le vesti, gli uomini si curvano per farsi colmare il bicchiere senza arrischiare i calzoni.

Aniceto muove serio serio verso Corrado e gli dice tragicamente: «bevi!» Corrado accetta e beve d’un fiato, poi ripete strascicando le parole:

— Mi annoio, sì m’annoio, devo essere stanco della mia ricchezza, sazio di intingoli, di sciampagna, d’amoretti; mi pare che vorrei provare ad essere povero e potervi dire: «Aniceto, Filiberto, Domenico, Felice, prestatemi una lira,» e che mi doveste rispondere: «Amico, domandaci la vita, questa l’abbiamo, non dimandare una lira.» Mi pare che troverei gusto ad essere consigliato da un amico pittore, dal Domenichino per esempio, a tingere di nero le calze perchè non si vedessero le scarpe rotte, ma tanto tanto si vedessero e fossi costretto a meditare melanconicamente, prima d’uscir di casa, sul cuoio degenere dei vitelli contemporanei; credo che vorrei provare ogni tanto a far colazione con castagne secche, come è accaduto a quel romanziere.... Questo vorrei.... mi pare, ed in cambio di tutto ciò....

— Innamorarti sul serio?

— No, scrivere anch’io un libro che facesse piangere le donne e gli uomini nervosi.

— E poi morire a trent’anni.

— Questo pericolo è passato la bagatella di sette anni, nove mesi e diciannove giorni sono.

— Giusto, dice Aniceto; se ti annoi perchè non fai un romanzo?

— Bravissimo!... soggiunge Filiberto, chi non fa romanzi?

— Farli è facile, nota Domenico, scriverli è noioso; mi sono provato, è una seccatura; disegnare il paesaggio o la figura è meglio.... in mancanza di meglio.

— Da bravo, scrivi un romanzo, abbiamo tanta pratica del mondo noi altri! Tutto quel che succede a Milano fa capo al circolo.... tutta la filosofia sociale che s’agita nella vita quotidiana, io la vedo venire a galla nel mio bicchiere d’assenzio. Una volta o l’altra mi ci metto io, se non ti ci metti tu; ma è meglio che ti ci metta tu; credi alla mia esperienza: quando un uomo come te si annoia, non ha altro rimedio che far gemere i torchi.... un piccolo capolavoro nella vita non guasta....

— Hai ragione, dice Corrado.

E lo dice con tanto impeto, che Aniceto sbalordito domanda:

— Ne sei sicuro?

— Sì, hai ragione; conosciamo il mondo noi, tocca a noi scrivere i romanzi e le commedie, hai messo il dito sul vivo; prima d’ora ci ho pensato, è tutta sera che ci penso....

— Davvero?

— Davvero. E vedete bizzarria: quando Domenichino dormiva, a me, che lo guardavo, è venuto il capriccio di leggergli il suo sogno.... ho sognato per lui ad occhi aperti. Il mio romanzo era a buon punto, Domenichino prometteva di lasciarmi andare alla fine, quando me l’avete svegliato.... allora mi sono destato anch’io.

— Sentiamo il sogno del Domenichino.

— Sì, il sogno del Domenichino!

— Il mio sogno? dice costui con un riso spento, sentiamo il mio sogno!

III. Il sogno del Domenichino.

Corrado sorride, scuote la bruna capigliatura, poi guarda intorno come titubante, e finalmente pianta gli occhi in volto a Domenico. Costui non batte ciglio, e l’altro incomincia:

«Mi stavi dinanzi; la vampa del focolare ti dava sul volto pennellate di rosso e di nero, e tu, impassibile, lasciavi fare; ogni tanto chiudevi un occhio e mi guardavi coll’altro ammiccando, poi li chiudevi tutti e due, poi li riaprivi tutte e due, e di nuovo li chiudevi. Aspettavo. La processione d’ombre che ti passava sulla fronte, scavalcando il naso, ti indicava il cammino; tu voltavi il capo leggiermente a dir di no, lo curvavi sul petto a dir di sì, lo rialzavi con un moto brusco, ed ancora sbarravi gli occhi, ammiccavi, dicevi di no e di sì. Finalmente un sospiro lungo.... Eccoti in viaggio verso la regione dei sogni. Ed io dietro.

«Sulle prime stavi dubbioso entro un portico; nevicava, come ora, e poco mancava all’alba. Alle spalle udivi il suono d’una musica gaia, che sembrava richiamarti: «Domenichino! Domenichino!...» Tutti gli amici tuoi erano al veglione della Scala, nelle sale del ridotto; dopo d’aver speso la notte ad indovinare sotto la maschera il segreto dei sorrisi giocondi e degli occhi lucenti, cenavano. Un cocchiere, un cavallo, una carrozza — un solo sgorbio nero nella luce scialba — ti stavano dinanzi; il cocchiere riceveva stoicamente la neve e ti offriva i suoi servigi con un cenno del capo, che tu ti ostinavi a non vedere e che egli s’ostinava a ripetere. Pensavi. Qualche volta accade anche a te di pensare, povero Domenico.

— Tira innanzi, non mi compassionare.

«Pensavi!... Eri in uno di quei momenti, rari per buona sorte, in cui il veglione ti sembra infinitamente più tetro di una sepoltura; saresti andato non so dove, pur di non rientrare nella platea. Non avevi appetito, eri stanco, assonnato, come ti succede spesso, e (miracolo!) non volevi dormire.... probabilmente perchè dormivi. In quella dormiveglia ti si acuivano i sensi, ti si centuplicavano le sensazioni, e.... non so proprio come, e non lo sai neppur tu....

— No davvero.

«Raccoglievi in un fascio solo tutte le fila del tuo passato, tutte le fila del tuo avvenire. Al presente non badavi, perchè il presente era un punto nero nel fondo di neve, un atomo di creta che sognava. Tu hai trentasei anni, povero Domenico; non sei più un giovinetto — io te lo posso dire che ne ho trentasette suonati. Trentasei volumi di vita come la mia e la tua sono lunghi a sfogliarli giorno per giorno, ma tu li sfogliavi con impazienza febbrile in pochi minuti, e quando giungevi al volume bianco, ti coglieva un bizzarro terrore, e un desiderio pazzo di scrivervi qualche cosa che non assomigliasse a nessuna delle pagine precedenti.

— È bizzarro il Domenichino, dice Barbara a Fanny.... l’avresti sospettato tu?

Fanny appoggia l’indice attraverso le labbra e non risponde.

«Fuggivi da quella immagine, vagavi coll’occhio nelle vie deserte, per tornare là donde eri partito; e allora t’ostinavi in quell’idea, la volgevi da tutti i lati, cercando di darti ragione dei terrori segreti che ti ispirava, per combatterli, per vincerli, per dimenticarli, e dimenticare insieme la tua vita, il tuo mondo, te stesso, per adagiarti nel quieto sonnambulismo, che è il fondo bigio della tua esistenza.

— Verissimo, dice Aniceto, verissimo; io faccio una mozione d’ordine e propongo di cambiare a Domenico il nomignolo di Domenichino e dargli quello più proprio di «sonnambulo.» Chi approva alzi le mani.

— Approvato.

— Approvato.

— E tu Fanny non approvi?

— Approvo tutto quello che volete, a patto che non interrompiate più Corrado.

Corrado ripiglia a dire nel generale silenzio:

«Vuoi vincere gli stolti terrori, ma eccone uno più stolto che ti piglia alla sprovveduta; ti guardi intorno, vedi la piazza e ti pare una pagina bianca, vedi le vie allungarsi come striscie di carta che attendano le strofe, e dici a te stesso che tutta la tua vita passata era scritta in quei fogli, e guardi paurosamente la neve che a poco a poco va cancellando ogni cosa. Soffri, e quel pensiero ti dà un brivido che il freddo non ti aveva dato; vorresti, ma non sai come fare, vorresti sì, scrivere una pagina a caratteri così profondi, che la neve non potesse cancellarli mai.... e in questa lotta immaginaria contro la fredda, insensibile natura, ti dibatti come in una lotta vera.... intanto è venuta l’alba.

— Mancomale!

«È venuta l’alba. Alcune frotte di ballerine stanche ti passano rasente, ti lanciano occhiate lampegganti dal fondo del cappuccio e di sotto la maschera, si attaccano al braccio dei loro cavalieri, si sparpagliano, entrano nelle carrozze che aspettano. Poi la pace, rotta un istante dalle voci acute, ritorna. Sei solo, innanzi alla tua bella pagina bianca; non sai chi, ma qualcuno ti ha detto che tu pure devi andartene; ti fai innanzi, ricevi un battufolo di neve sul naso e ve lo lasci; facendoti precedere dal paracqua aperto, come da uno scudo di guerra, sfidi coraggiosamente tu pure la nevicata, che ti s’avventa al volto e ti si attacca alle falde del pastrano. Cammini spedito, cacciando il piede dove la neve è più intatta. Così, in un quarto d’ora lirico, povero poeta mio, sciupi una pagina bianca in cui non sai che cosa scrivere. Poi ti vien suggerita una cosa bizzarra; un’arcana voce ti dice all’orecchio che un’impresa memorabile è quella di rubare l’innamorata ad un amico.... A chi?.... Pensi subito a me.... Grazie. — Dici: «Fanny è bella. Io da una settimana ho il cuore disoccupato. Corrado usurpa una fama d’uomo di belle avventure; se riesco, è un trionfo, o almeno lo diranno, ed è tutt’uno.» E subito, ricordando come Fanny mi avesse chiesto in regalo una treccia di capelli un po’ più neri dei suoi, che aveva visto nelle vetrine del famoso come si chiama, ti pare supremamente curioso ed ardito legare al tuo carro la bella con una treccia di capelli un po’ più neri de’ suoi. Sorridi: la gaia idea, entrata colle movenze sfacciate d’un monello, mette lo scompiglio nella turba d’idee nere; affretti il passo.

— Fa tu altrettanto.

«Eccoti innanzi alla bottega, è chiusa: ma il veglione ti favorisce; l’officina famosa lavora notte e giorno per accontentare gli avventori. Un filo di luce ti si rivela a traverso la toppa. Volti nella cantonata, infili il primo portone.... Un cerbero freddoloso ti domanda chi cerchi. Tu nomini come si chiama, e tiri diritto. Non puoi sbagliare.... sei nel vestibolo del tempio.

Deo gratias, dice Domenico.

Deo gratias, ripetono gli altri in coro. Fanny soltanto tace.

«Entri.... due persone, al lume d’una lampada, pettinano capelli inchiodati sopra una testa di legno.... si alzano vedendoti, ti chiedono che vuoi.... non lo sai; la presenza d’una donnina graziosa, che ti mette in volto gli occhi stanchi dalla veglia, ti pone in imbarazzo; fai un cenno all’uomo e vai nella bottega. Il parrucchiere ti raggiunge con un lume, si scusa, fa mille ciancie inutili e sconnesse per debito di professione; gli esponi il fatto tuo con una faccia seria seria. Se anco egli ha voglia di ridere, ha molto più voglia di stringere il negozio. Non ride. Dice solo che l’ora non è la più adatta...., ma che si adatta benissimo.... che bisogna vedere i capelli alla piena luce del giorno, ma che con un lume si vedono egualmente, senza dire, e lo dice, che una volta comprati si cambiano se non accomodano.... la bottega è sempre là, non si muove.... e poi ora toglierà le impannate e ci si vedrà a meraviglia....

«Tu porgi orecchio a quel ronzio, sorridi distratto, pensi alla gioia che prepari a Fanny ed alle gioie che Fanny ti prepara. Due busti di cera ti sorridono dalla vetrina, altri due dalla mensola.

«In quella intendi nella retrobottega voci femminili che parlano, una indolente e monotona, rotta l’altra, sommessa e dolce. Poi tacciono le voci, e all’improvviso tu vedi un busto di più affacciarsi alle cortine e l’odi dire con voce alquanto commossa: «Puoi venire un momento?» — Vedi bene che non posso!

«Ma il busto non scompare. La muta insistenza mette in pensiero il parrucchiere, il quale ti guarda.... — Fate i vostri comodi, gli dici, aspetterò.»

«Sei solo, ti accosti alla vetrina, che tra poco sarà spinta nel vano dell’uscio aperto, a tentare la povera creta femminina che passa alle otto del mattino coi piedi nella neve!.... Quanti misteri là dentro! Attraversando il mondo colla nostra sbadataggine e colla tua sonnolenza per giunta, tu hai diviso le donne in due gran categorie: le brune e le bionde; i capelli castagni ed i rossi per te sono sottoclassi — i bianchi una degenerazione del bulbo capillare. Eccoti capelli color di piombo, verdi, color d’arancio, color di limone.... Dove vivono le donne che li portano? Ci sono treccie lunghissime in vetrina, come non ti è avvenuto mai di vederne scendere sulle spalle d’una bella. Pur qualcuna deve averli portati questi tesori! Ritorni filosofo; tutte quelle chiome annodate o disciolte ti propongono un indovinello melanconico, ti gettano in cuore un senso di mestizia che il continuo riso dei due mozziconi di Venere non basta a diradare; passeggi, tocchi le spazzole, ti guardi nello specchio, contempli le piramidi di saponi, di scatole, di boccette.... pensi a far provvista.... quando, ah!.... che è stato? ascolti, qualcuno piange.... ti avvicini al vano chiuso dalla cortina..... sì, qualcuno piange soffocando i singhiozzi, e due voci parlano sommesse con accento di bontà; non sai resistere, allontani la cortina.... e vedi.... oh! spettacolo che vince ogni bellezza! e vedi..... non vedi nulla, non vedrete nulla, siete tutti indegni di vederlo — Beviamo.»

— Protesto, dice Domenichino, non ti è lecito di farmi sognare come ti piace e svegliarmi quando ti accomoda; ho visto uno spettacolo che vince ogni bellezza.... e voglio sapere almeno di che si tratta. Sono nel mio diritto.

— È nel suo diritto!

— Beviamo, ripete Corrado con un riso singolare.

— Impossibile, fa conto d’essere nel deserto di Sahara.

— Vogliamo sapere che cosa ha visto Domenichino.

— Io lo so che cosa ha visto, dice Fanny con indolenza. Ha visto una bionda.

— Non una bionda — dice Corrado con impeto mal celato dall’enfasi beffarda; non una bionda, ma un angelo coi capelli d’oro disciolti. — Siede la bella colla faccia rivolta a te, ma le lagrime le fanno velo agli occhi, non ti vede; la luce bianca del mattino le si affaccia alle spalle, gelosa della lampada che guarda quel portento dall’alto; ed al contrasto delle due luci, i capelli, che quasi toccano terra, mandano i riflessi dell’oro e del fuoco; il visino pallido e gentile mostra le impronte di doglie crudeli ma innocenti; se il dolore è bello, come dicono, quella fanciulla ne è l’immagine viva: la vedi piangere, senti il freddo d’una mano d’acciaio che ti stringe il cuore.... Il parrucchiere è un buon diavolo, sua moglie una buona donna, ma il buon diavolo è prima di tutto un parrucchiere, e la buona donna è sua moglie.... Ascolti: «Credetelo, piccina, dice l’uomo, non vi possiamo dare di più; sono una meraviglia i vostri capelli, sono lunghi, sono abbondanti, sono morbidi, d’un bellissimo biondo, ma venti lire fanno una sommetta.... una sommetta.... ci abbiamo l’afflizione della concorrenza — una volta, non dico... ma ora! — mi direte che tutte oggi comprano treccie finte, ma tutte pure ne vendono, e gli ospedali sono una miniera per certi parrucchieri.... mi direte che il biondo dei vostri capelli è raro e perciò devono valere di più; verissimo, ma è anche più difficile incontrare chi li comperi — parola d’onore: faccio uno sforzo a darvi venti lire — direte....

La meschina non dice nulla, lagrima, e quando il compratore tace, essa balbetta con una vocina straziante: «venti lire!» Tu non puoi reggere oltre a quello spettacolo, il cuore ti dà uno scampanìo inusato, ti mostri e dici: «compero io i capelli della signorina!» Tre esclamazioni ti rispondono; la fanciulla nasconde la faccia fra le mani e piange più forte; tu le vedi solo la fronte imporporata dal rossore — ti senti venir meno, non credevi che una buona azione, la tua prima buona azione, ti dovesse costare tanto eroismo; stai per dire alcune parole generose e senti che nel dirle avrai il tremito nella voce: «Signorina, ripeti, li compero io i suoi capelli, e li pago cento lire.» I due parrucchieri, maschio e femmina, ti guardano sbalorditi; la fanciulla piange sempre più forte; e quando tu apri il portafogli e ne cavi un biglietto da cento lire e glielo cacci fra le dita, senti che piange ancora più forte — ma non rialza il capo. Fai un cenno al parrucchiere, ed egli si avanza colle forbici, ma gliele pigli di mano, e cacci tu stesso le dita in quel fiume d’oro; senti allora che tutta la leggiadra personcina trema; scegli una ciocca, una piccola ciocca, e la recidi rasente la nuca, poi te l’attortigli intorno al dito, e balbetti commosso: «è fatto!» I due spettatori credono venuto il momento di ridere. E tu pensi che vi hanno risate che sono un’opera buona, e che è bello rasciugare le lagrime ridendo. La giovinetta comprende, scopre il bel viso e ti fissa con due occhioni, che hanno il colore e la limpidezza profonda d’un cielo senza nubi. — Provi un risolino, ed avendo preso a balbettare, continui balbettando: «Signorina, i suoi capelli mi appartengono, me li conservi, io non saprei come farli servire meglio.» Un sorriso melanconico getta un baleno di luce nel volto angelico.

— Grazie, dice poi la giovinetta con un accento mestissimo, grazie; come si chiama lei? — Le dici il tuo nome e le domandi perchè lo voglia sapere, ed allora, con una voce che ti par l’eco d’un destino inesorabile, essa ti risponde: «la mia mamma morrà stanotte, lo ha detto il medico, non vi è più speranza; io le dirò che quando sia lassù preghi il Signore di compensarla della sua generosità!

«Lo senti, sei generoso tu! E te lo dice essa, essa che sacrificava l’orgoglio della sua bellezza per comprare forse l’ultima medicina inutile ad una madre che muore!... Ciò detto, si leva in piedi, si accomoda alla meglio i capelli; tu segui estatico le movenze d’un corpo degno della testolina di fata, e ti stupisci di poter contemplare tanta bellezza senza desiderio. Ma già... sei sbalordito. E quando la fanciulla sta per andarsene, e qualche cosa dentro di te vorrebbe trattenerla, non ti muovi; con un’occhiata, con un sorriso mestissimo, ella ti dice ancora una volta «grazie»; non parla, chè l’ansia le mozza la favella: si muove per andarsene, si ferma titubante, si volta ancora. «Mi chiamo Grazietta....» Ha detto... è scomparsa.

«Il parrucchiere ha un volume di ciancie sulla punta della lingua, non gli lasci aprir bocca; mentre eri di là hai esaminato i capelli neri. Sono troppo neri, troppo neri. Ordini un repertorio di pomate, di polveri; dai il tuo indirizzo ed esci all’aperto, col cuore gonfio d’un orgoglio che t’era ignoto; ti senti più giovane, più bello, e stringi fra le dita la ciocca di capelli d’oro che produce l’incantesimo. La neve ti batte sul viso, ti si appiccica al pastrano... non ci badi; scenda pure la neve, essa non può giungere fino al cuore!....»

Corrado, che è andato accalorandosi a poco a poco, ammutolisce d’un tratto, e guarda ad uno ad uno i suoi uditori. Per un istante nessuno parla.

Aniceto è il primo a dire:

«E poi?»

— E poi, nulla — me l’avete svegliato, mi sono svegliato anch’io, ci siamo trovati entrambi fra volti, vezzi, bicchieri e giuochi di spirito conosciuti... non è vero Domenico?

— Io non ne capisco niente, entra a dire Barbara.

— Nemmeno io, dice Domenico.

Barbara ha sentito dire che i sonnambuli non ricordano mai quello che hanno sognato.

— Sarà vero?

— Sarà vero, risponde Domenico; io non lo so, ma non sono un sognatore io, sono un uomo positivo e non faccio nulla se non ci ho le mie ragioni, nemmeno dei sogni; quando non ho altro da fare, dormo, ma non sogno. Questa volta però ho sognato, e mi ricordo benissimo di che.

— Di che?

— Di che?

— Ho sognato che non potevo cavarmi una scarpa troppo stretta; tra me ed il mio servitore sudavamo a goccioloni, senza riuscirvi. E la causa di questo brutto sogno (perchè ci ho sempre una causa quando sogno) era che il mio piede serviva di sgabello al piede di Corrado, il quale non si accorgeva dell’equivoco.

La spiegazione pare a tutti trionfante.

— Dunque? domanda Barbara, che ora capisce un po’ meno di prima.

— Dunque, il romanzetto, Corrado se l’è fabbricato tutto lui.

— Allora sentiamo la fine.

— Sì, la fine, vogliamo la fine.

— La fine, dice Corrado con un riso nervoso, la fine? Siate voi altri i miei collaboratori; togliete un novelliere dall’imbarazzo.... A te, Aniceto... di’ su... la fine?

— Per me è chiara come il sole, dice Aniceto, tu rimandi il protagonista alla bottega del parrucchiere per pagare il conto dei saponi e delle boccette; il parrucchiere, che è un parrucchiere, non aspetta nemmeno che il suo generoso avventore apra la bocca per interrogare come ne ha voglia, e si cava addirittura la voglia che egli ha di rispondere: è venuto a sapere sotto quali tegole abita Grazietta, e quanti gradini più di cento separano quel miracolo biondo dalla folla bruna e nera; la mamma è guarita — per virtù dell’ultima medicina; Grazietta è riconoscente in grado superlativo assoluto. Consacri un capitolo ad un altro incontro — è impossibile farne di meno — e il tuo protagonista si persuade sempre più che i capelli neri, castani, rossi, color di piombo e di limone e d’altro, sono tutti degenerazioni del bulbo capillare, come i bianchi; che i soli capelli tollerabili sono i biondi, che Eva era bionda, che il biondo più vago di tutti i biondi ha i riflessi misti dell’oro e del fuoco, e che capelli di quel colore e con quei riflessi non ce n’è al mondo se non sulla testina della sua fata. Una volta che tu me l’abbia fatto ben convinto di questo, vedrai che nessun lettore troverà a ridire se invece della catastrofe metti il matrimonio.

— Bravo! esclama Fanny.

— A te Filiberto, ripete Corrado collo stesso riso nervoso; la fine?...

— A me non piacciono i romanzi che lasciano indovinare la fine; quello di Aniceto è inesorabile come il destino nella sua verosimiglianza: se fossi in te, farei qualche cosa di nuovo, per esempio che il parrucchiere tradisse la vezzosa donnina dagli occhi stanchi dalla veglia, s’innamorasse di Grazietta, e ne assediasse la virtù in regola colle sue ciancie, trascurando le parrucche e gli avventori. La gelosia del nobile e ricco protagonista darebbe luogo ad un contrasto di tinte comiche e feroci... un duello col rasoio per esempio sarebbe di molto effetto....

La tela di Filiberto non piace a nessuno e glielo dicono tutti; egli dichiara che non gliene importa un fico.

— A te Felice, la fine?

— Ecco, io sto con Aniceto fino alla catastrofe matrimoniale, e giunto lì mi fermo, perchè non voglio catastrofi. — Dà retta a me: la mamma lasciala morire, non ci si guadagna nulla a tenerla in vita, è un impaccio e nulla più; fai offrire alla fata quattro belle stanze ammobigliate, una scrittura lunga, magari un vitalizio se resiste; il tuo protagonista farà servire la bionda per far disperare le brune e pigliarle col dispetto. Vedrai che non avrà più paura della neve. Pensaci....

— Ci penserò, risponde Corrado con accento lievemente beffardo, ci penserò, fanciullo mio.

Poi si fa un istante di silenzio. Battono le ore ad un orologio lontano, un altro più vicino le ripete; è tardi, sono le due.

— La festa di San Corrado è passata, dice Aniceto, abbiamo rubato due ore a San..., che Santo è domani, cioè oggi?... nessuno lo sa? non monta, abbiamo rubato due ore al Santo che viene dopo, ho sonno — ce ne andiamo?

— Andiamcene.

— Addio, Corrado.

— Addio.

Escono tutti, Fanny soltanto rimane; ha lo sciallo sul braccio e dondola il cappellino tenendolo pei nastri; si accosta a Corrado, il quale, seduto accanto al fuoco, le volge le spalle.

— Me ne vado... dice con voce sommessa dopo un istante di silenzio.

— Te ne vai? domanda Corrado senza voltarsi.

Fanny indugia a rispondere.

— Devo rimanere?

— Fa come vuoi.

— Addio, dunque.

Corrado si volge e guarda un istante quella donna fatua e leggiadra, che per la prima volta trova un accento melanconico.

«Avevi il cuore buono, dice come parlando a sè stesso, meritavi d’essere amata — ma chi di noi può amarti?

— Vado con Domenico.

Corrado vede spuntar due lagrime sugli occhi nerissimi della bella, le piglia le manine che l’ozio ha lasciate candide ed eleganti, poi la bacia in volto con trasporto, l’abbandona e si lascia ricadere sulla seggiola.

— Grazie, balbetta Fanny.

E non esce, fugge.

In anticamera trova Aniceto e gli altri, che l’aspettano, — si attacca al braccio di Domenico, ridendo.

— Povero Corrado! dice per le scale; aveva indovinato che tu mi facevi la corte e che io me la lasciavo fare... però ci siamo separati da buoni amici... Era un pezzo che gli volevo bene... due mesi credo, no, cinque settimane, anzi più... dal giorno del... non mi ricordo.

— E a me fino a qual giorno vorrai bene?

— A te?... sempre!

IV. Un mazzolino di viole nel buio.

Corrado fissò nelle vetrate nere gli occhi spalancati, e mentre una parte di lui accompagnava i passi di Fanny, e stava ad ascoltare se mai dalla via deserta gli giungesse ancora una voce dell’allegra brigata, l’altra parte di sè stava muta, fredda, indifferente, come immemore od inconscia della vita.

Una carrozza rotolò nella neve, proprio sotto alle finestre, si tenne pochi istanti ferma, e di nuovo si mosse; il sordo rumore s’allontanò, si spense... succedette il silenzio profondo — e Corrado continuava a seguire con sguardi intenti i fiocchi di neve che, passando dietro le vetrate, alla viva luce della camera si tingevano un istante di riflessi rossigni e sprofondavano nel buio.

La porta, da cui poc’anzi era uscita la comitiva ciarliera, girò sui cardini senza rumore; apparve una testa canuta, in cima ad un corpicciolo mingherlino. Corrado non si mosse, non profferì parola, non staccò gli occhi dai vetri. Allora la testa canuta parve barcollare sulla sua base, il corpicciolo sembrò volersi fare più piccino per non recar disturbo, e la porta, che non era chiusa intieramente, si riaprì.

«Antonio... disse Corrado, senza voltarsi.

— Scusi....

— Spegni i lumi.

E siccome il servitore esitava, ripetè con voce raddolcita:

«Spegni i lumi, Antonio.

— Tutti?

— Tutti.

Il vecchio non disse più nulla, prese dalla credenza un lumicino che accese ad una fiamma di gas, allungando il braccio, poi salì sopra uno sgabello.

L’idra ritrasse ad una ad una le sue cinque lingue, divenne mutola. Antonio scese, raccolse da terra non so che, pose le mani qua, là, cercando un pretesto per non andarsene alla muta, tre volte guardò verso il suo padrone, ed altrettante aprì la bocca per sprigionare un sospiro discreto, ed altrettante tentennò il capo, e finalmente mosse un passo incerto... un altro... eccolo presso all’uscio.

— Antonio, disse Corrado.

Il servitore accorse frettoloso.

— Povero Antonio!

Un breve silenzio.