FRUTTI PROIBITI

SALVATORE FARINA

FRUTTI PROIBITI

(Fiamma vagabonda)

Quinta Edizione

MILANO LIBRERIA EDITRICE CONTEMPORANEA Corso Porta Nuova, N. 36

Proprietà letteraria

MILANO 1892 — TIP. PAGNONI

A CHI LEGGE (Dalla quarta edizione.)

Ripresentando al pubblico una vecchia conoscenza dopo tanti anni, v'è pericolo che nessuno più la riconosca e si ricordi di averle fatto buon viso. In questo caso il pericolo è cresciuto, perchè il lavoro di oggi differisce in molti punti dal primo, segnatamente nello stile. Ho pure aggiunto e mozzato alcune pagine — se facendo bene o male lo dicano gli amici — ad ogni modo io ho sempre temuto che lo stile di questo racconto fosse ammalato d'asma, ed ora mi pare di averlo guarito. Il risultato della cura non sarà, temo, una salute florida, ma il metodo da me seguito può tentare i curiosi a rileggere il libro, e, se non m'illudo, giovare ad alcuni letterati giovanissimi, i quali anche se gridano forte per far pompa di buoni polmoni, mi paiono intaccati dallo stesso male. Ora gli anni non sono rimedio infallibile, e perciò un esempio non può far danno.

Perchè il pubblico fosse avvertito, prima di comprare il libro, che non lo si vende come una novità, e perchè d'altra parte della nuova fatica apparisse una traccia indiscutibile almeno sul frontispizio, mi è parso di dovere accoppiare al vecchio titolo del romanzo un battesimo nuovo.

L'AUTORE. FRUTTI PROIBITI

I. Il signor Riccardo Celesti di professione innamorato

Si chiama Riccardo, come parecchi eroi da poema epico e da romanzo sentimentale, e molte signore maritate autorevolissime dicono che il suo aspetto conviene mirabilmente al suo nome stante che, salvo il nodo della cravatta e qualche altro accessorio indispensabile all'abbigliamento delle moderne divinità, egli rammenta in tutto l'Apollo del Belvedere.

La sua statura è alta senza essere lunga, il suo corpo snello e dritto senza essere smilzo, il viso pallido, ma non scolorito; aggiungete due grandi occhi neri tagliati a mandorla, una selva di capelli neri tagliati alla Nazzarena, i calzoni e il panciotto tagliati all'ultima moda, e avrete il fascino, il suo fascino, quello che lo rende irresistibile.

Pur qualche cosa non corrisponde al classicismo del rimanente; per esempio, il naso pochissimo greco e molto gallico, vale a dire rivolto all'insù, come per mettersi in salvo dalla bocca che lo minaccia; ma questi difetti sono meravigliosamente corretti da due baffi a punta che basterebbero essi soli da assicurare il trionfo d'un angolo facciale.

Lo splendido edifizio ha poi una fortuna corrispondente ai suoi meriti, quella d'essere il domicilio legale d'una grand'anima. Dico legale per amor di precisione, perchè si sa che le grandi anime hanno il vero domicilio nel cielo: il nostro Riccardo ha infatti i suoi momenti di negro umore, nei quali sembra indovinare indistintamente la propria natura celestiale, e considerare in buona fede le sue forme apollinee come il carcere duro d'uno spirito eletto.

Si sa: sono nature esuberanti, le quali sentono in un modo ignoto al volgare il tristissimo peso della vita, e formano la schiera compassionevole che passa incompresa in mezzo alla turba massiccia. La loro missione in terra (questo è notorio) è l'amore, spasimo e dolcezza a un tempo, fantasma che insegue lo spirito inesperto della vergine, fiamma che di preferenza si apprende pietosamente ai cuori profanati dall'ebetismo maritale, per purificarli.

Werther e Jacopo Ortis sono di questa famiglia; Don Giovanni, Faublas e Richelieu essi pure; ma la natura — benefica — non si arresta alle due forme tipiche; più generosa dei poeti e dei romanzieri, tra il sentimentalismo puro e il cinismo puro ha posto saggiamente un ampio intervallo destinato all'eccletticismo puro. Così avviene che Riccardo è un po' meno Jacopo Ortis di Werther e un po' meno Don Giovanni di Richelieu; e questa indipendenza tipica è tutta a profitto del suo nobile cuore e della sua grand'anima; però che (non si scoraggino gli adolescenti ben pasciuti e timidi) qualche volta è lecito avere un cuore nobile e un'anima grande anche senza essere Werther e Don Giovanni, purchè si abbiano venticinque primavere e gli occhi tagliati a mandorla.

A chi immagina che una creatura così fatta, non potendo avere le nuvole per abitazione e due alucce di farfalla appiccicate sotto le scapole, debba almeno alloggiare in una specie di paradiso terrestre, tutto pispiglio di canarini e profumo di fiori, mi duole di far sapere che la stanza da letto, lo studio e il salotto del nostro Riccardo, sono addobbati col gusto d'un epicureismo solido, e che puzzano di tabacco in modo che i canarini vi buscherebbero l'asma e i fiori vi morrebbero di asfissia.

L'assenza del regno vegetale e dell'ornitologia nelle stanze dell'eroe di questo racconto è per altro abbondantemente compensata dalle belle arti, che vi sono rappresentate da una comitiva di Veneri fotografiche, litografiche e oleografiche, di tutte le scuole e di tutti i tempi, le quali sfoggiano la loro nudità dietro le nebbie del sigaro.

Non sono che le dieci del mattino, e parrebbe un'ora inconveniente per penetrare la prima volta nelle stanze d'un galantuomo, se non ci proponessimo di fare ampia conoscenza coll'inquilino e di usare presto con lui della massima familiarità.

Il primo sguardo buttato su quel disordine che si è convenuto di dire artistico, e la cui ricetta consiste press'a poco nel far sedere le ciabatte in poltrona, nel mettere a letto il paracqua e nel collocare una spazzola fra i volumi della libreria, il primo sguardo, diciamo, apprende una cosa importantissima a sapersi, ed è che il signor Riccardo, dottore in ambe leggi, di professione sentimentalista, ha i migliori requisiti per serbare intatta la dignità del sentimentalismo, vale a dire i mezzi e l'abilità di non far nulla.

Immagino che a nissuno premerà di sapere appuntino quanto rendano in lire e in centesimi le prosaiche risaie lasciate al nostro eroe dal babbo e dallo zio, dei quali fu l'unico erede; certo egli stesso non lo sa bene, perchè non l'ha mai chiesto al suo fattore, ed abbandona volentieri tal briga ai fornitori ed alle fornitrici che vi sono in particolar modo interessati.

Il secondo sguardo ci mostra il sacerdote di questa specie di tabernacolo, in piedi dinanzi a una scrivania, col volto filosoficamente allungato, con le labbra contratte da un sorriso che pare figlio illegittimo di una medicina amara, con la chioma arruffata e gli occhi così illanguiditi da far temere che la Venere di Tiziano, la quale lo guarda dì nascosto, si tolga alla sua indolente positura e scavalchi la cornice per gettarglisi nelle braccia.

Vedi sulla scrivania a cui Riccardo appoggia le mani un fascio enorme di lettere, un mucchietto di mazzolini di fiori disseccati, un libro sdrucito, legato in croce da un nastro di seta azzurra; sopra una seggiola un cofanetto di legno di rosa a varii scompartimenti, in ognuno dei quali si trovano altri mazzolini, altri nastri e altre lettere. Una lettera giace pure aperta sul suolo, e Riccardo vi butta sopra un'occhiata ogni tanto, accompagnando quella mimica espressiva con un sospiro, che è la quintessenza del sentimento.

Prima di proseguire oltre, un lettore più curioso degli altri vuol sapere il contenuto di quella epistola.

Ai suoi comandi, signor lettore.

II. Camilla a Riccardo.

Milano....

«È trascorso un anno dall'ultima mia lettera; or eccomi un'altra volta a voi per lo stesso fine — mi risponderete voi un'altra volta con un rifiuto?

«Spero di no. Il cuore ha i suoi diritti, ma il tempo ne ha di più imperiosi, e gli uomini si affaticano invano a lottare col tempo. Esso è un esattore inesorabile a cui dobbiamo pagare ogni giorno il nostro tributo di oblío.

«Ho aspettato un anno — ho aspettato abbastanza? Se nel rispondere ai miei timori interrogo la legge fatale che misura gli affetti, io dico: «sissignore.» A quest'ora voi dovete avermi dimenticata. Vorrei parlare un linguaggio più sicuro, e dire: «a quest'ora mi avete dimenticata;» ma sa Dio quale battesimo dareste a questa nuova scabrosità dei mio spirito.

«A ogni modo, quando anche il vostro cuore avesse durato fino a oggi nella sua prima baldanza, ho fede che voi appaghereste ugualmente la mia domanda legittima. Per poco che vi soffermiate a guardare nelle pagine del vostro libro segreto, quelle pagine dove tacciono soffocate le scintille degli incendi futuri, dove il desiderio ha rannicchiato i suoi germi fecondi, comprenderete voi pure non dirò la vanità della vostra lotta per arrestare un fantasma, ma il danno incalcolabile che ve ne proviene.

«Lasciate che vi parli francamente; l'eco di quella intimità, che un giorno corse fra di noi, me ne dà diritto; più ancora me ne dà diritto il mio nuovo stato di donna, poichè dovete sapere che se alla vostra età non sì è ancora uomo, alla mia si è donna. Il nuovo stato mi ha costretto a vivere in un anno quello che non avevo vissuto in venti; oggi ho la mia brava messe d'esperienza, e in certi sciagurati fardelli del cuore posso vederci meglio di voi, perchè me li sono tolti dalle spalle.

«Or fa un anno, quando io vi scrissi e voi mi rispondeste quelle parole solenni: «impossibile impossibile!» potevo forse compiangervi; oggi non saprei che riderne.

«Parliamoci dunque schietti. Qual è poi questo passato di cui tenete così care le memorie? Quattro anni or sono (badate sono proprio quattro anni) mi vedete, vi vedo, vi piaccio e mi piacete; io diciassette anni, voi ventuno; più fanciullo voi di me, ma fanciulli entrambi. Mi scrivete, vi rispondo, mi confessate il vostro amore e vi confesso il mio amore. Eccoci cacciati nel labirinto; eccoci in viaggio verso una méta. Quale? Il matrimonio? La colpa? Nè l'uno nè l'altra, per buona sorte. Noi viaggiavamo ignari verso l'esaurimento; quando tutto ciò che traboccava dal vostro cuore e dal mio fosse stato asciugato dal fuoco dell'amore, ci saremmo arrestati, ci saremmo detti «addio,» confortandoci a vicenda come due viaggiatori cortesi.

«Così doveva essere, così fu. Svampata la prima ardenza, i focolari furono presto due mucchi di cenere. Vi divenni e mi diveniste indifferente; smaniai in segreto di questa vicenda fatale, e lessi le segrete smanie del vostro cuore; m'affannai da stolta a ricolorire la tela delle nostre illusioni, e voi pure. Era sonata l'ora di separarci, e fui la prima a darvi l'addio.... per non essere l'ultima. Vanità di donna.

«Convenite che foste giuoco d'una meschina illusione. Ferito nell'amor proprio — e senza ombra di ragione, perchè a uno dei due questa parte doveva toccare — vi credeste ferito nel cuore; l'orgoglio offeso prese aspetto d'amore, e sentiste riardere, o credeste di sentire, ciò che da gran tempo non dava più nè luce nè calore.

«Arroventaste con le vostre mani il ferro di tortura e mi pigliaste un'aria inconsolabile che vi stava a meraviglia. Non me ne dolgo. Se ciò ha potuto risparmiare la vostra fede, se ciò ha potuto serbarvi una sola delle vostre illusioni, tanto meglio per voi.

«Passarono due anni; un uomo onesto mi offrì la sua mano; non era che un uomo onesto — poca cosa veramente per un innamorato, ma abbastanza per un marito — lo sposai. Vi scrissi ridomandandovi le inutili testimonianze dei nostri amori fanciulleschi. Parevami che il nuovo stato in cui io stava per entrare mi comandasse di svincolarmi affatto dal passato, di distruggere tutto ciò che nel mio cuore potesse rammentare una debolezza, per rinvigorirmi a una religione che io incominciava a sentire con una certa serietà — la famiglia.

«Rifiutaste di aderire alla mia preghiera.

«— Era la sola cosa che vi rimanesse, il culto delle vostre memorie; non volevate far muto ogni eco del passato, infrangere l'ultima corda d'un'arpa spezzata.» — Tale e quale.

«Per non addossarmi questo enorme carico desistei; pensavo: «il tempo mi farà giustizia.»

«Mi sono io ingannato? Non lo temo. La fedeltà, di cui vi faceste schermo una volta, è cosa che non è in noi, ma fuori di noi; le occasioni, il tempo, cento nonnulla di cui non sappiamo tener conto, possono sovr'essa più della nostra volontà. Si è fedeli contro il nostro proposito, spesso a nostro dispetto; si è infedeli del pari. Tutto ciò che in noi vive deve morire, ecco il segreto della sciagura umana. La morte non ci troverà più costanti; qualche sospiro, qualche rimpianto, qualche rammarico vano, qualche tardo pentimento, e poi più nulla. Un'immensa onda d'oblio lava le memorie delle tombe. Il nostro passato è anch'esso un sepolcro; credetelo, voi foste fedele assai più del necessario allo scheletro del nostro amore.

«Un'ultima parola — e questa non più all'amatore, ma all'uomo: — esaminate per poco i doveri del mio stato e misurateli con le compiacenze del vostro — il confronto vi dia la norma del vostro contegno.»

P. S. «Avrò il silenzio per un rifiuto: scrivendomi, fatelo al solito ricapito.»

III. Un capitolo psicologico, ma breve.

La lettura di queste pagine ha naturalmente gettato lo scompiglio in quel nugolo di atomi dorati d'un cielo ipotetico, che dì solito popolano e fanno bella la solitudine della mente di Riccardo. Olimpia, Clotilde, Carmela, Malvina, Maria, e parecchi altri fantasmi di genere femminino, che avevano prima di Camilla acconsentito a palpitare all'unissono con Riccardo e a collaborare con lui alla compilazione degli epistolarii erotici che si ammirano negli archivii segreti del suo quartierino, avevano tutti, quale più, quale meno, tentato la stessa rivendicazione senz'altro frutto fuor quello di aggiungere un documento nuovo a un volume vecchio. Nessuna però aveva fatto il tentativo con tanta audacia, con tanta impertinenza, con una beffa così verisimile, come aveva saputo fare Camilla, la quale, per confessione dello stesso Riccardo, era assolutamente una donna adorabile, e in fatto di spirito si lasciava indietro un bel pezzo Malvina, Carmela, Maria, Clotilde, Olimpia e le altre creature più o meno adorabili che egli aveva a suo tempo platonicamente adorato.

Che cosa rispondere? È un gran quesito per un uomo, il quale tenga del pari a non profanare i propri sentimenti e a non passare per uno scimunito.

La miglior risposta, la più logica e la più arguta, varrà sempre meno del silenzio, che è anche la più spiccia; ciò è chiaro, è naturale, e voi e io ne sembriamo persuasi; ma andate a metterlo in capo a un uomo di spirito!

E poi Riccardo questa volta è determinato a restituire le lettere; egli si trova per ventura in uno di quei periodi di combustione cardiaca preliminare, in cui si è disposti a privarsi senza rimorso delle memorie delle fiamme antecedenti per poter credere più fermamente che non vi siano ceneri di sorta nel proprio cuore. I lettori comprenderanno meglio più tardi; intanto è certo che se Olimpia, Malvina, Carmela e Clotilde avessero colto questa occasione, o una consimile, avrebbero facilmente ricuperato i loro epistolarii e i relativi commenti in forma di nastri, di spilli e di ciocche di capelli.

Poichè Riccardo vuole arrendersi alla domanda di Camilla, una lettera è indispensabile, e siccome tutto il sentimentalismo concesso dall'occasione fu prevenuto scaltramente dall'antica innamorata, e non è rimasto in piedi altro che il cinismo, il nostro malinconico eroe avvia un ultimo sospiro sulla strada dei precedenti e accetta disperatamente il cinismo.

Ahi! povera anima!

IV. Riccardo a Camilla.

«Mi avete scritto a Padova, mentre io sono da quattro mesi in Milano, ignorando finora di esservi così vicino; ed ecco la ragione dell'apparente indugio posto nell'aderire al vostro desiderio.

«Sono lieto che una specie di miracolo mi abbia fatto differire di giorno in giorno una specie di rogo, dove parecchie centinaia di lettere incendiarie dovevano confondere le ultime scintille e gli ultimi bagliori in un comune martirio.

«Certo voi non avrete dato fede a così meschino pretesto e vi sareste piaciuta ad abbellire con la vostra beffa il sentimentalismo che mi attribuiste in cuore fino a oggi. Non me ne dolgo; se ciò ha potuto in qualche modo rendervi più grato il profumo della vostra femminile compiacenza, tanto meglio per voi.»

«Perdonatemi se scherzo con le vostre armi: la messe d'esperienza che avete raccolto nel campo del matrimonio non vi ha ancora reso tanto venerabile agli occhi d'un fanciullo, da fargli dimenticare che scrive a una donna di spirito.

«Ho depositato alla stazione della ferrovia una cassetta di ciliegio, specie di tabernacoletto che contiene la vostra parte di quel fuoco sacro di cui un giorno abbiamo entrambi divampato.

«Sono novantasei lettere, ordinate cronologicamente e salvo alcune traccie visibili di piacere o di dispetto nelle prime e nelle ultime, tutte benissimo conservate, tanto che in più d'una è rimasta qualche pallida reminiscenza di certi profumi inebbrianti; argomento incontrastabile della fedeltà dei profumi.

«Insieme con le lettere troverete quarantotto mazzolini disseccati; dovrebbero essere di più e mi addolora non aver pensato a serbare la raccolta intatta.

«Troverete pure un esemplare del Werther annotato di vostra mano nei margini; il volume è legato in croce con un nastro di seta azzurra che portavate al collo nel ballo della contessa R.... a Padova; sulla coperta è uno spillo che conquistai nella stessa occasione.

«Infine una ciocca dei vostri capelli, e una striscia di panno verde con le iniziali intrecciate dei nostri nomi, lavoro segreto delle vostre mani.

«Vi mando la polizza col mezzo della quale potrete ritirare la cassetta.

«Vi è una testimonianza che io posso darvi e che voi potete accettare senza arrossire, quella della mia stima.»

V. Bice a Riccardo.

«La zia Angelica è andata a letto; io ho trovato un pretesto e sono rimasta su a scriverti. È una buona donna la zia Angelica, ma è un po' curiosa, e se la ponessi in sospetto credo che non mi darebbe requie finchè non le avessi svelato tutto. Non ch'io mi vergogni di dire che ti voglio bene, ma mi pare che se altri conoscesse il mio segreto, tu saresti meno mio. E poi... non è ancora giunto il momento.

«Non sono che le dieci. Da noi sì va a dormire presto; quando eravamo in campagna era peggio; non sono sicura che i polli si addormentassero talvolta dopo di noi.

«Ho due ore per cianciare teco; qui nessuno mi vede, nessuno mi sente. La mia camera guarda in giardino, la mia finestra è spalancata; quando sollevo lo sguardo vedo una folla fitta di stelle, un cielo senza nubi, e le cime di alcuni ippocastani, che sì dondolano cullando le loro nidiate dì fringuelli. La brezza della sera, che viene a battermi sul viso, è passata in mezzo all'aiuola d'agerati e me ne porta i profumi.

«E dire che vi è della gente che non si cura di tutto ciò! Come sono sciagurati gli uomini! Hanno le stelle, hanno i fiori, hanno l'amore, e pensano... A che pensano? E lo so io a che pensano?... Pensiamo a noi.

«Perchè non mi scrivi? Mi fai il broncio? Davvero che dovrei fartelo io. Sono otto giorni, otto giorni, che non ricevo tue lettere. Dirai che io stessa non ti ho scritto, e che avrei dovuto esser la prima perchè toccava a me. Mi par di sentirti; tu dirai così!...

«Ma lo sai bene che non posso; ho le mie faccende, io; da un lato la zia Angelica, dall'altro la cognatina... Bice di qua, Bice di là, tutto il santo giorno, e non ho un'ora di pace. Per te invece è ben altro. Che cosa hai da fare tu se non pensare a me?

«Ti ho parlato della mia cognatina? Sì, te ne ho parlato. Ti ho detto che è bella? Mi pare di no. Ebbene, sì, è bella, molto più di me, molto. Ho pensato per un momento che potrei diventarne gelosa, ma è maritata...

«Mia cognata mi fa ricordare mio fratello. Sappi adunque che egli arriverà fra otto giorni dall'Olanda, dove pare che abbia fatto un ottimo negozio di stagno. Tutto è pronto per riceverlo. Io sono fuor di me dall'allegria, mia cognata, pazzerella, ride tutto il giorno, perfino la zia Angelica sbadiglia meno del solito, e fa qualche piccolo furto alle sue ore di sonno. Nondimeno in questo momento io la sento russare; ne avrà per un pezzo.

«In una parola, dacchè la cognatina è ritornata dai bagni, la nostra casa si è trasformata, e ora che anche mio fratello deve riunirsi a noi ci par di abitare un Eden... addirittura.

«Se tu vedessi il mio giardino? Ci ho dei geranii doppi e delle verbene pezzate da far invidia; ho una vaniglia che aveva undici punte in fiore; io ne ho tagliata una per mandartela; ho sensitive, camare, asclepiadi, canne... Se tu vedessi!... Che dico? vedrai; devi vedere, e presto. Ho già il mio disegno e non vi rinunzio proprio. Appena arriva mio fratello gli salto al collo, lo bacio, poi mi fo seria in viso e gli domando un colloquio segreto. Egli sorride, acconsente, e io gli dico che ti voglio bene, e che bisogna sposarci subito subito. Mio fratello è buono e troverà che facciamo bene; allora tu vieni in casa nostra e... e vedrai il mio giardino. Che te ne pare? Non dire di no, non cercare di distogliermi; è un partito preso, non vi è rimedio.

«È tutt'uno. S'ha a fare prima o poi? Meglio prima che poi. Ma già, io m'affanno a convincerti, mentre tu la pensi come me. Parliamo d'altro.

«E di che altro ti ho a parlare? Mi si confondono così le idee, che non mi raccapezzo più, e ne avevo cento da dirti. Ma è quasi mezzanotte; la zia Angelica continua a russare spietatamente.... Vado alla finestra a salutare le stelle, e poi a dormire, a sognare di te. Addio.»

VI. Riccardo a Bice.

«Non accusarmi perchè non ti ho scritto prima d'ora. Se tu sapessi quanto bene mi ha fatto la tua lettera! Se tu potessi leggere nelle torture del mio cuore! Ma non puoi comprendere, buona creatura, non puoi. La tua anima innocente non sa sentire se non l'amore, la tua mente serena non sa pensare altro che l'amore, il tuo labbro ingenuo sa solo dire l'amore. La natura mite, l'età inesperta e facile ti hanno risparmiato finora gli amari frutti della vita; tu sei fuori della vita, tu sei al disopra della vita. Le tempeste mugghiano ai tuoi piedi senza nemmeno sfiorarli; tu sei la fata di questo oceano burrascoso.

«Il cielo non voglia che tu possa mai comprendere lo strazio che può dare l'amore. Sono otto giorni che io divoro in segreto le mie smanie; otto giorni che mi propongo di ricercare sollievo nello scriverti, e che un sentimento di egoismo me ne trattiene. Soffrire in segreto, soffrire solo, alimentare lo spasimo collo spasimo — la più terribile e insieme la più dolce delle torture, l'acre, la irresistibile voluttà dei dolore!

«E se ricerco le cause che hanno suscitato le mie smanie, non posso se non sorridere della mia debolezza. Non di meno ho sofferto, soffro, e uno sgomento indefinito domina il mio spirito.

«Penso ai giorni che non sono più, rivedo a una a una tutte le larve che ha inghiottite quest'immensa voragine del mio passato, esamino la terribile solitudine che si è fatta nel mio cuore. Oramai tutto ciò che mi sta dinanzi non ha seduzioni per me; l'avvenire non ha parole, e il solo sentimento che mi fa vivere, mi atterrisce con la minaccia dell'abbandono.

«Mi hai tu compreso? Questo sentimento è il nostro amore; questa promessa lusinghevole che accarezza le titubanze del mio spirito, sei tu, tu sola.

«Uno spietato destino regola i moti del cuore umano; ciò che ieri amavamo, oggi ci è indifferente; ciò che oggi amiamo, domani ci sarà ingrato.

«Tu non lo credi, non lo puoi credere; hai visto l'orlo della tazza soltanto, e l'occhio tuo non ha potuto guardare ancora attraverso il fango della vita.

«Oserò dirlo, si, oserò dirlo; lo devo. «Che sarà di noi? Che sarà del nostro amore?» Ecco la domanda che forma il mio supplizio. Non lo posso vincere questo pensiero ostinato che mi incatena come uno schiavo ribelle. La mia volontà si rompe all'urto delle mie paure e io rimango inerte e accasciato.

«Tu lo puoi. Toglimi da questo abisso che mi dà le vertigini. Dimmi che m'ami, dilegua tu quest'orda inviperita di dubbi che m'offende, rasserena tu la mia anima; tu lo puoi.

«Dimmi che solo gli amori delle vacue creature della terra muoiono sulla terra, ma che gli amori delle creature del cielo nascono e si perpetuano di là dalla tomba, nel cielo.

«Dimmi che l'ardente sospiro che prorompe dal mio petto verso un ideale sognato non si perde vanamente nello spazio, ma va diritto al tuo cuore.

«Dimmi che sei mia, di nessun altri, che sarai mia, di nessun altri, sempre.»

VII. Bice a Riccardo.

«Io era troppo felice, troppo lieta, troppo spensierata; questo stato non poteva durare. La mia istessa felicità era una minaccia; dovevo stare in guardia, dovevo aver paura della mia gioia; al contrario da pochi giorni a questa parte non ho fatto che pazzie; ho cantato tutte le canzoni che so a mente, ho storpiato al pianoforte tutta la mia musica, ho inseguito la cognatina lungo i viali del giardino, ho costretto la zia Angelica a ballare il valzer con me, e, — ingrata nella gioia — ho dimenticato i miei fiori e il mio canarino. Metteva proprio il conto che io facessi tutto questo, per dover poi piangere come una bambina!

«Non volevo dirtelo, ma è meglio che tu lo sappia. Ebbene, sì, ho pianto, piango ancora, piangerò ancora, e sei tu, è quella tua lettera sciagurata che mi fa piangere.

«T'ho fatto qualche cosa? Ti ho offeso? È tutt'oggi che cerco di ricordarmi ciò che ti ho scritto l'ultima volta; già, immagino che cosa può essere: qualche parola insensata a modo mio e interpretata a modo tuo. Tu vedi subito le cose in nero, e t'adombri, e pigli la penna e sfoghi il tuo malumore scrivendo frasi, che mi farebbero un gran dispetto se non mi facessero versare delle lagrime.

«Hai torto, ecco. Se vi sono ragioni d'essere in collera con me, non devi usare questo linguaggio sibillino, ma parlarmi franco addirittura. Già, io non voglio imitarti, e senza sapere di che, perchè non me l'hai detto, ti domando perdono di ciò che può averti offeso per mia colpa. Una colpa vi dev'essere, se tu hai potuto dubitare di me....

«— «Che sarà del nostro amore?» — non lo sai tu? Quali paure sono queste? Credi proprio che io possa mutare un solo istante, mai? Non te l'ho detto che t'amo? O dubiti forse di te medesimo, della tua costanza?... Impossibile, se tu m'ami — e anche tu me l'hai detto!... Che non darei per poterti leggere in cuore!

«Perdonami, sai, perdonami. Volevo essere buona teco, volevo essere carezzevole, dolce, volevo dirti cento cose, toglierti dal cuore ogni dubbio, ed ecco invece mi lascio vincere dal dispetto. E tu soffri! Me l'hai scritto.... tu soffri per amor mio!... Perdonami, mio buon Riccardo, perdonami.

«Senti; quando saremo insieme, quando potremo vederci a ogni ora, quando io potrò diradare col sorriso le nuvole del tuo spirito, allora mi farai giustizia e non ti cruccerai più dell'avvenire, perchè imparerai a conoscermi meglio. Tu non sei di quegli uomini che non credono, tu hai fede in un'altra vita, non mi hai deriso tu quando ti ho detto che le stelle preparano le nostre future abitazioni; e perchè dunque vorrai dubitare della sola cosa che ci nobiliti sulla terra, dell'amore?

«Se ti potessi parlare, se ti potessi dire ciò che non so o non oso scrivere, se potessi attaccarmi al tuo braccio e condurti nel mio giardino, e farti vedere i miei insetti a cui uso dare dei petali di rosa e di gelsomino e delle foglie fresche a patto che non mi rodano le mie pianticelle; se potessi farti amare il piccolo mondo in cui ho posto la parte dei miei affetti che non è assorbita da te, da fratel Biagio, dalla cognatina e dalla zia Angelica, mi pare che lo sentiresti tu pure il palpito che io provo allo spettacolo della natura.

«In un bel romanzo ho letto che gli uomini a forza di tentativi per dimenticare i dolori, non riescono spesso che a dimenticare se stessi e la natura di cui sono figli, e che raddoppiano così le smanie, aggiungendo al loro fardello lo scetticismo e l'apatia.

«Ma tu non sei a questo punto, e io saprò guarirti. Ti educherò a modo mio; farò di te un innamorato meno serio, meno grave, e più galante, e più affettuoso... E più affettuoso — ed è questo il più — perchè già, voglio dirlo, se hai osato dubitare del nostro amore, non può essere che tu mi ami come dici d'amarmi, e molto meno come t'amo io. Interrogane il tuo cuore...

«Ma non dirmene la risposta. Per più ragioni: prima di tutto perchè non mi diresti il vero; in secondo luogo perchè non ti crederei; e poi perchè se mi dicessi che io non m'inganno, non te lo perdonerei proprio e ti farei il broncio.

«Ora che ti ho detto l'animo mio, mi par di sentirmi sollevata. Non piango più, non piangerò più. Sei contento?

«Se tu sapessi quanto mi costa questa lettera! Essa è frutto d'una lotta fra il cuore che voleva confortarti e piangere teco e lo spirito che si ribellava per tenerti il broncio.

«Questa lotta non è finita, i due avversari non hanno ancora deposte le armi, e si guardano biecamente provocandosi a vicenda. Non so quale rimarrà vittorioso. Indovinalo. Tu intanto fa del tuo meglio — e, a parer mio, il meglio che tu possa fare è di scrivermi subito per domandarmi perdono.»

VIII. Bice a Riccardo.

«Così va bene, e poichè tu sei finalmente sicuro di amarmi, dirò che io non sono sicura di non impazzire di gioia. La fortuna mi guarda come una madre e mi prepara un cumulo di felicità così grande, che quasi ne sono atterrita. Mio fratello è arrivato ieri; la nostra casa è in festa; la mia cognatina non può stare un momento ferma, la vedo da per tutto; la zia Angelica fiuta tabacco più dei solito; i servitori sono in gran faccende; il cuoco.... bisogna vedere il cuoco!... indolente e sfiaccolato tutto l'anno, ha preso una solennità che fa proprio ridere; insomma tutto intorno a noi è mutato. Perfino il mio canarino sbatte le ali, e si tuffa nel secchiello, e cinguetta come se gli sia toccata una gran fortuna.

«Come è opprimente la felicità! Se tu fossi con noi a respirare quest'aria che respiriamo! (Oh! se tu fossi con noi!) Ci si sta a disagio come in un'atmosfera viziata. Si sente l'affanno, l'oppressura; si sente che è qualche cosa che esce dalle leggi naturali della vita, che non è la vita, che non può durare, che è troppo potente per le nostre fibre. Si prova la stessa sensazione che nel salire le prime Alpi. Non sorridere, ci sono stata io! Più si va in alto, e più l'aria è balsamica, e più il corpo s'affatica. Diresti che la gioia ha dell'ossigeno, e che le grandi gioie ne sovrabbondano.

«Tutto il giorno non ho fatto che girare intorno a mio fratello come un adulatore importuno. Io l'aveva qui, sulle labbra, il mio segreto, «Glielo dico? Glielo dico?...» E non gliel'ho mai detto.

«Mi sono arrabbiata dentro di me di questa debolezza: mi pareva una cosa tanto facile, ma, venuto il momento, me n'è mancato l'ardire. Ho avuto un bel rimproverarmi la mia inettitudine, non sono riuscita che a fare nuovi propositi invece degli altri che mi parevano saldissimi, e a vederli venir meno anch'essi sul buono. Aggiungi che il timore di un rifiuto non vi ha proprio avuto parte. Io sono certa che fratel Biagio non dirà di no, perchè è buono, e mi ama tanto. Mi chiama la sua bambina, e io non me ne offendo; sono niente io ai suo confronto; egli è una specie di colosso e dacchè sono al mondo l'ho sempre visto tale e quale; ho creduto per un pezzo che fosse nato così.

«Sai perchè ti scrivo? Per dirti che domani, appena sarà l'alba, correrò incontro a fratel Biagio, e farò quello che tutt'oggi ho tentato inutilmente di fare. Ti scrivo per incorarmi nel mio proposito; ora che ti ho promesso (e giurato) di farlo, non saprò più venire a patti con la mia coscienza. È uno stratagemma che qualche volta riesce, io lo adopero spesso quando voglio costringere la mia volontà a volere proprio sul serio.

«Così andrò a letto più tranquilla. A quest'ora tu dormirai, perchè è tardi; se non dormi, buona notte. A domani.»

P. S. «Come sono felice! Ti scrivo col cuore traboccante di gioia. Se tu sapessi!... Ora saprai tutto.

«Non so dove io trovi la forza di stare a questo tavolino per iscriverti; ho una strana sensazione di benessere, il sangue mi galoppa per le vene. Vorrei saltare al collo di fratel Biagio, della zia Angelica, della cognatina, se il mio orgoglio di donna non si ribellasse; vorrei correre in giardino, e ricercare un angolo oscuro, sotto il padiglione di rose bianche, dove neppure il sole potesse vedermi, per nascondervi il mio pazzo tripudio...

«Dove s'arresterà questo turbine d'idee che mi gira pel capo? Non so come incominciare...

«Come avevo promesso, stamane mi levai di buon'ora, e venni innanzi a mio fratello per dirgli tutto. Ero risoluta più che io stessa non sperassi — pensavo a te... tuttavia di' tu se il cuore mi battesse!

«Fratel Biagio era di buon umore; egli lo è sempre, ma questo mi parve buon indizio. Mi attaccai al suo braccio, passeggiai gran tempo con lui per la casa, e riuscii a trarlo a poco a poco in giardino. Lo tempestai di domande sul suo viaggio, sulla sua intrapresa di stagni, sull'Olanda... Fratel Biagio era lontano mille miglia dal supporre a che volessi venire, e siccome se può parlare dei suoi viaggi è l'uomo più felice di questa terra, entrò in cento minuzie per soddisfare la mia curiosità.

«Intanto ch'egli parlava, io rivolgeva in mente la mia idea fissa, rampognandomi di scegliere una via così lunga, e frammettendo ogni tanto qualche cenno del capo e qualche accento di meraviglia per non tradire la mia distrazione. Ma o non vi riuscii punto, o vi riuscii male, perchè all'improvviso mio fratello tacque; io, tolta da quel silenzio repentino alle mie fantasie, lo guardai in faccia... Mi guardava... balbettai qualche parola e mi feci di bragia in volto. E mio fratello a ridere come matto. Quel riso sonoro, aperto, mi indispettì e rallegrò a un tempo; ma non osai interrogarlo più sui suoi viaggi. Allora fratel Biagio mi guardò fisso, mi prese il braccio che io aveva svincolato, e incominciò alla sua volta l'interrogatorio.

«La conclusione?... La conclusione è che gli ho detto tutto!

«Quand'ebbi finito, egli rimase un momento silenzioso; poi incrociando le braccia e appuntando il mento sul petto, mi si piantò dinanzi serio serio, e mi disse con accento che voleva essere severo: «Ah! la signorina è innamorata! ah! la signorina scrive delle lettere e ne riceve!»

«Io non sapeva se dovessi credergli o no, ma ti giuro che fui lì lì per fuggire e sottrarmi alla sua collera. Lo guardai supplichevole, ed egli diede in un altro scoppio di risa. Questo secondo impeto d'ilarità, invece d'indispettirmi, mi rese audace; gli dissi che noi eravamo sicuri della fermezza dei nostri sentimenti e gli domandai il consenso al nostro amore.

«— Ah! tu vuoi anche che io acconsenta?

«— Che egli venga da noi...» interruppi.

«— Ch'egli venga!... balbettò maravigliato.

«Non aveva detto di no, non era andato in furia; non volli sapere altro, gli posi una mano sulla bocca, e via come una freccia.

«Per due ore il cuore mi battè forte forte. Finalmente la cognatina venne nella mia camera sorridendo, e mi disse:

«Ma non posso più star ferma; vorrei poter volare io stessa a portarti questa lettera, e dirti io stessa la mia felicità... la nostra felicità. Ma se potessi venire, non t'avrei scritto; e da un pezzo non sarei qui. Vieni tu e tutti i voti del mio cuore saranno esauditi.

«Volevo che ti invitassero con lettera, ma mi hanno detto che sarebbe una sconvenienza. Io non sono persuasa, ma non mi ostino. Basta che io possa dirti vieni perchè tu venga; e a me basta che tu venga.»

IX. Fratel Biagio.

Gli uomini che hanno la corteccia di fratel Biagio s'incontrano così di frequente nel mondo, che parrebbe inutile spendere molte parole a riprodurne le sembianze, tanto più che i caratteri precisi del suo naso e della sua bocca non tornano assolutamente indispensabili al caso nostro.

S'immagini una di quelle fisionomie che la natura non fa se non abbozzare, nei momenti d'ozio, con mano distratta, e in cui si trovano quasi sempre tutti i luoghi comuni del disegno di figura: un bei naso, due occhioni ( due è la regola), un mento tondo, una bocca piccina, una fronte alta, insomma una comitiva di perfezioni, le quali si dànno la posta sovra una rotondità carnosa, per avere il pretesto di formare una faccia che non arriva al ridicolo, perchè si è fermata al dozzinale.

S'incornicino queste forme con una chioma nera e arruffata, si collochi il tutto sopra un torso tarchiato, di mezzana grandezza, e il torso su due colonne più solide che classiche, e l'edifizio apparrà intero.

Un assai povero edifizio in fede mia, e degno in tutto dell'insegna — Biagio!

Quando un padre condanna la propria creatura a trascinarsi dietro per tutta la vita la catena di un nome così melanconico, se pure ha viscere di padre, non ha cervello d'uomo ragionevole.

Affliggere il proprio sangue col nome di Biagio, mentre è tanto facile raccomandarlo alle signore chiamandolo Arturo!

Aver nome Biagio vuol dire veder le proprie velleità romantiche derise dai compagni di scuola, costringere l'innamorata ad arrossire dinanzi alle amiche che amino un Leopoldo o un Eugenio, ed essere esposti a buscarsi le beffe oltre il danno, se per avventura un'onesta moglie riesce a mettersi in capo che il serbar la fede a un marito, il quale non si chiami Arturo, è cosa troppo superiore alle forze del suo sesso.

Aver nome Biagio, possedere una bocca, un mento e un naso classicamente indifferenti, vuol dire un'infinità d'altre cose niente affatto piacevoli; ma non vuol già sempre dire che chi si serve di questi organi e risponde a tal nome sia proprio un tanghero o uno scimunito.

Se un cuore aperto, un sorriso schietto, un conversare piacevole e una buona dose di accortezza nei negozi potessero far perdonare alle signore sentimentali il nome, i trent'otto anni sonati, il naso, la bocca e gli altri accessori che concorrono a formare la pacifica esistenza di Biagio van Leven, ci affretteremo a dire che, oltre a tutto ciò, egli possiede anche un'erudizione spaventevole in fatto di botanica, e che coltiva, con una fortuna vinta appena dalla sua passione, i bulbi dei giacinti, dei narcisi, dei tulipani, delle ixie, delle amarillidi, i tuberi degli anemoni doppi e le zampe dei ranuncoli.

Fratel Biagio è nato commerciante, ha vissuto e vive commerciante, e probabilmente morrà commerciante; nè mai, io credo, anima più mite e innocua scaldò le vene d'un onesto borghese delle coste dello Zuiderzee.

Nato in Olanda, trascorsa la primissima infanzia numerando balle di cotone, e la giovinezza a scriver numeri nei registri del padre, il nostro Biagio fu, per così dire, gettato irresistibilmente nella corrente dei negozi. Rimasto solo, dopo la morte del padre, con una sorellina del secondo letto, per non diventare ipocondriaco, pensò di espatriare, e tolto seco il suo fardello la sua piccola Bice, di cui era tutore, trasportò il suo malumore e la sua casa di commercio in Milano.

Ciò avvenne alcun tempo fa, e siccome i suoi interessi hanno sempre prosperato, e gli anni si sono ammucchiati sulle sue spalle, ha finito col prender moglie.

Biagio van Leven ha un'abitudine che rasenta la mania — il suo commercio di Olanda.

Bice, che lo accompagna qualche volta nei suoi viaggi, dice che quel commercio di zuccheri e di stagno rassomiglia molto a un pellegrinaggio, e asserisce che fratel Biagio non va in Olanda se non per deporre una corona sulla tomba di Guglielmo van Leven buon'anima, e di sua moglie Ada.

Comunque sia la cosa, fratel Biagio è inflessibile in questa abitudine, e ogni anno al primo dì d'agosto, egli rimette i negozî nelle mani del suo amico e socio e amico Emanuele Pool, e se ne va difilato in Olanda.

Fratel Biagio non ha che tre affetti vivi: la moglie, la sorella e l'amico; ha pure tre simpatie tenaci: il suo cuoco, i suoi fiori, la sua pipa.

Con un patrimonio immenso di bonarietà e di placidezza egli è un uomo felice. Sa che i suoi negozî prosperano e che il suo credito è incrollabile, è sicuro d'avere una moglie giovane e bella e d'esserne amato, e benedice ogni sera le anime buone di Ada e Guglielmo van Leven che si compiacquero di metterlo al mondo.

Fratel Biagio ha dei principî; se ne tiene, li ricanta alle orecchie del prossimo con una certa generosità; parla del lavoro, dello scambio, del progresso, del pauperismo, e quando ha finito conchiude candidamente che egli sente degli istinti prepotenti per le scienze sociali, che li ha sentiti sempre, e che, se la sorte non l'avesse fatto nascere fra due balle di cotone, si sarebbe fatto economista!

Quando il signor Guglielmo e la signora Ada van Leven ebbero messo fra gli uomini il nostro Biagio, il pianto e il riso parvero contendersene per gran tempo il governo.

Nei primi tempi le partite erano pareggiate; in fasce il piccolo van Leven piangeva e rideva come tutti i suoi colleghi; cresciuto negli anni giocava alla trottola, al cerchio, alla palla, e salì in gran rinomanza per lo scrupolo tutto commerciale con cui al bisogno pagava il debito d'un pugno o d'uno scapellotto; ora chiassoso, ora imbronciato e disposto sempre a passare dal broncio al sorriso; — tale il nostro Biagio; chi avesse voluto argomentare da tutto ciò il suo avvenire avrebbe dovuto essere un argomentatore pieno di fede nella dialettica.

All'età di sette anni fu visto una volta far salti e capriole così audaci e in maniera tanto contagiosa, che bisognava proprio raccomandarsi al sussiego d'uomini fatti per resistere alla tentazione d'imitarlo. Ciò avvenne il giorno in cui la signora Ada van Leven ebbe la fortuna di trovare sotto le foglie d'un cavolo, nell'orticello attiguo al giardino, una creaturina color di rosa e l'ottimo pensiero di raccoglierla e di domandare a Biagio se la volesse per sorellina. Biagio rispose a salti e capriole, e continuò quotidianamente a ringraziare il cielo colla stessa pantomima, finchè a soli due anni la piccola Bice se ne tornò al suo cielo, insegnando la strada alla desolata madre, che non tardò a tenerle dietro.

Van Leven giuniore questa volta minacciò di impazzire e non si riebbe per gran tempo dalla sua mestizia; allora il pianto parve aver vinto definitivamente la partita.

Se non che quando una buona figliuola del territorio di Groninga acconsentì a dividere la vita col vedovo van Leven, a Biagio, il quale non aveva ancora quindici anni e sentiva nel cuore un gran vuoto, parve d'aver riacquistato le carezze della mamma; questo lo rifece sereno in volto come nei giorni della gioia.

La serenità si volse in qualche cosa di meglio dopo una fortunata intrapresa in stagno delle isole di Banca, che raddoppiò d'un tratto i capitali della casa van Leven e Compagni, e toccò il parossismo quando la seconda moglie di babbo van Leven regalò al figlio van Leven un'altra sorellina, che, a memoria della povera morta, ne ebbe lo stesso nome e le stesse accoglienze festose.

Quindi innanzi Biagio diventò fratel Biagio, l'allegria prese alloggio un'altra volta in casa van Leven, e il sorriso parve stamparsi indelebile sulle labbra del nostro eroe.

Ma la battaglia non era finita. La madre della piccola Bice fu tratta a morte da malattia di petto, e il povero marito, vedovo un'altra volta, si accorò tanto, che se ne morì anch'esso. Per alcuni mesi fratel Biagio non disse parola di lamento; si aggirava per la casa come uno spettro, si toglieva tra le braccia la bambina, e non le sapeva più sorridere.

Venuto a Milano per isfuggire alla melanconia, ebbe giorni di pace, ma non lieti, finchè, stanco di inseguire invano la larva fuggente della felicità d'una volta, riparò nelle braccia d'una moglie come in porto sicuro.

E quivi ebbero fine le sue procelle; riapparve il sorriso, il cuore affrettò nuovamente i battiti. Le parti dei due contendenti s'invertirono e la vittoria sembrò assicurata al buonumore.

X. Preliminari d'una domanda di matrimonio.

Fratel Biagio stava inaffiando le azalee del suo giardino, quando sentì una voce chiamarlo a nome e alcuni passi affrettati lungo il viale dei carpini.

«Bice,» disse egli, come rispondendo a sè stesso, e un sorriso brillò nelle sue labbra.

Una testina bionda, con un volto candido e rosato e grand'occhi azzurri, si affacciò in mezzo al fitto delle foglie e dei fiori.

Le guancie delicate della fanciulla, i suoi capelli d'oro versati sul verde delle foglie, la luce semispenta del tramonto davano a quella scena l'immagine d'una fantastica apparizione.

Fratel Biagio, coll'inaffiatoio in una mano, mosse incontro alla fanciulla.

Un'espressione mal celata di gioia animava lo sguardo e il sorriso di quella creatura di diciotto anni.

— Che cosa vuoi?

— È venuto — rispose Bice con impeto innocente.

— Chi?

— Lui!... —

Fratel Biagio aveva capito benissimo, e se chiese: «chi lui?» lo fece pro forma, tanto è vero che nè Bice gli rispose, nè egli aspettò risposta per deporre a terra l'inaffiatoio. Non aggiunse sillaba.

Bice aveva chinato maliziosamente gli occhi ai suolo, ma li rialzava tratto tratto alla sfuggita per leggere in faccia del fratello, il quale s'era cacciata la mano fra i capelli e frugava e frugava senza trovare nulla.

— Diamine!... diamine!... — mormorò alla fine; facendo violenza a sè stesso, diede uno sguardo al proprio abbigliamento, battè qua e là con la palma della mano levando un nugolo di polvere dai suoi abiti, cacciò le dita nelle tasche, e si mosse risoluto facendo cenno a Bice di seguirlo.

Intanto lui, cioè Riccardo, non si trovava in una condizione molto invidiabile.

Rimasto solo in un'ampia sala, egli ha cercato di raccogliere le idee e di comporre ancora una volta nella mente il discorsetto lungamente almanaccato, gettando ogni tanto lo sguardo ad uno specchio che gli sta in faccia, per istudiare il contegno; ma l'impresa, che il giorno innanzi eragli sembrata facilissima, s'è confusa alquanto in quel mattino e scombuiata affatto per via, ed ora egli si sente meglio disposto ad improvvisare un'orazione sulle austere virtù del celibato, ricorrendo magari all'autorità di Sant'Origene, che a domandare la mano della sua Bice.

Un affanno che non può immaginare chi non l'ha provato s'impadronisce di lui; ogni minuto che passa cresce il suo imbarazzo.

Tende l'orecchio ad ogni rumore, e guarda con una specie di sbigottimento l'uscio che deve schiudersi innanzi ai passi temuti del signor van Leven.

Il quale, nella fantasia sconvolta dell'innamorato, piglia aspetti terribilmente imbarazzanti.

Ah! Riccardo non è per nessun verso contento dei fatti suoi, e mentre si bisticcia in cuore per questa debolezza invincibile, pensa con desiderio al ritrovo dove è solito passare le sere fra le matte risa ed il fumo dello zigaro, e giura che, non potendo esser colà, vorrebbe almeno essere agli antipodi.

Intanto il tempo passa, e nessuno viene. Un'immagine più dolce si fa strada attraverso il buio della sua intelligenza — Bice. — Eccola lì, sorridente, felice, orgogliosa d'essere amata e d'amare....

Questo pensiero ridona al nostro eroe un po' d'ardimento; rialza egli il capo come uomo che voglia sfidare il suo demonio, si guarda intorno, si rassetta il panciotto.... Ci siamo... si odono dei passi accompagnati da un fruscìo di vesti.... una maniglia gira con lieve rumore, una porta si apre a mezzo.... e comparisce sulla soglia lo spettro temuto del signor van Leven.

XI. La domanda di matrimonio.

Fratel Biagio, entrando nella camera, salutò Riccardo con un inchino, poi si volse indietro con un moto rapido e mise il capo fuori dell'uscio come se si stupisse d'essere entrato solo: Riccardo aveva posto un bellissimo sorriso sulle labbra ed aspettava di piè fermo l'urto formidabile; ma pare che l'altro non fosse ben preparato allo scontro, perchè dopo alcuni secondi di titubanza, consacrati evidentemente alla scelta di quattro buoni vocaboli ospitali, si determinò a fare un secondo inchino silenzioso e profondo quanto il primo. Riccardo, che non domandava di meglio, fece altrettanto e più, senza lesinerie, poi continuò il sorriso incominciato.

Non vi è ombra di dubbio che, se la cosa fosse stata decentemente possibile, tanto fratel Biagio quanto Riccardo si sarebbero posti in salvo colla fuga; ma poi che bisognava ad ogni costo rimanere uno in faccia all'altro, il miglior partito era di rompere al più presto il fascino e di correre diritto all'argomento. È appunto ciò che pensava fratel Biagio, nè più nè meno di quel che pensava Riccardo. Se non che costui, aspettando legittimamente le parole sacramentali: «a che devo l'onore della vostra visita?» ruminava fra sè e sè un discorsetto che avrebbe dovuto dare al futuro cognato un'idea molto lusinghiera della propria disinvoltura; e il futuro cognato, che su per le scale aveva giurato dieci volte di non scostarsi d'una sillaba dalla formula suddetta, si era lasciato pigliare dallo scrupolo di porre tutto l'imbarazzo dalla parte del povero innamorato.

Non ostante la rinunzia al suo privilegio, la posizione del signor van Leven era venti volte meno ingrata di quella di Riccardo, e nel brevissimo intervallo di silenzio si presentò alla sua mente una folla di maniere ingegnosissime per attaccare il filo della conversazione. E se a scegliere di mezzo alla folla non occorresse un lavorìo di mente piuttosto complicato, il sorriso di Riccardo non avrebbe avuto tempo di morire di vecchiaia, prima che l'onesto olandese si afferrasse al cordone del campanello come alla sua tavola di salvezza.

Non era vero che fosse notte fitta e che si avesse lasciato Riccardo all'oscuro, come notò fratel Biagio prima di ordinare i lumi al servitore, ma si poteva pur concedere qualche cosa ad un uomo nell'imbarazzo; Riccardo se ne guardò bene, e protestò anzi in forma cortese che ci si vedeva benissimo.

Il più era fatto; dopo questo primo passo, entrambi si trovarono rinfrancati e fecero un'ispirazione larga e lenta per ristabilire l'equilibrio tra la circolazione e la respirazione, ciò che la fisiologia, a dispetto del sentimento, ha battezzato «sospiro.»

La penombra rendeva meno difficile il primo incontro; di tal guisa Biagio e Riccardo ricambiarono il primo fuoco con certa cortesia piena di dignità, come diplomatici consumati.

— Le domando mille scuse....

— Si figuri!

— A momenti porteranno i lumi... Si accomodi.

— Si sta benissimo anche così.

— La sua visita.... —

Qui fratel Biagio capì che stava dicendo una corbelleria, e tacque. L'altro si credè interrogato sullo scopo della sua venuta, e incominciò il suo discorsetto con una frase ingarbugliata, da cui nissuno saprà mai come se la sarebbe cavata, se in quel momento il servitore, spalancando la portiera, non fosse rientrato con un candelabro acceso.

Ecco in buon'ora un'ottima occasione perchè Riccardo ammutolisse d'un tratto e il signor van Leven cacciasse le mani nelle tasche del panciotto! Rimasero così un brevissimo istante, religiosamente immobili; quando furono un'altra volta soli, si guardarono nel bianco degli occhi e vi lessero un irresistibile bisogno di sorridersi a vicenda, il che fu fatto scrupolosamente. Poi, siccome Riccardo non parlava più, fratel Biagio credè d'incoraggiarlo e di rimetterlo in cammino con una formula ipotetica, che non sbaglia mai.

— Lei mi diceva dunque?...

Riccardo non aveva detto niente di così importante che meritasse d'essere continuato, nondimeno egli prese il suo coraggio a due mani e ricominciò in questi termini:

— Lei troverà naturale che prima di tutto le dica con chi parla. —

Il signor van Leven lo sapeva benissimo, ma trovava naturale che s'incominciasse di lì; tale era il significato d'un terzo sorriso malizioso, che comparve sulla sua faccia bonaria.

— Mi chiamo Riccardo Celesti.

— Ho piacere... —

Bisogna credergli, ci aveva proprio piacere, ma non sapeva nemmeno lui perchè; e per questo s'interruppe e fece un inchino.

— Sono figlio a Celestino Celesti, commerciante di seta, di cui lei avrà forse inteso parlare.

— Senza dubbio; credo anzi d'essere in rapporto di affari...

— Mio padre è morto da dieci anni.

— Allora sarà la ditta Celesti...

— In fatti la ditta Celesti continuò i suoi negozi sotto la direzione di mio zio, un altro Celesti...

— Volevo ben dire!...

— Il quale però morì cinque anni dopo, e la casa di commercio si estinse con lui. Rimasi unico erede d'un patrimonio, che mi permette una modesta agiatezza; non saprei dirle quanto.. ma il mio fattore che ha le noie dell'amministrazione lo sa, io ho vissuto dandomi un po' di spasso...

— È la sua stagione; lei ha fatto benissimo; anch'io... —

Voleva dire che aveva fatto altrettanto, ma non era vero, e si corresse.

— Anch'io ho le mie passioni e i miei spassi; passioni tranquille, spassi innocenti.... i miei fiori....

— Vossignoria ama i fiori?

— Sono olandese e gli idolatro. Vedrà il mio giardino, e la mia serra che ho arricchita or ora di magnifici caladii. Più d'un dilettante di Aja ne avrebbe invidia... Ma io l'ho interrotto mentre lei diceva... che cosa diceva?

— Dicevo.... già.... dicevo che ho vissuto dandomi spasso; sono solo, non dipendo da alcuno e posso disporre di me liberamente. —

Qui la lingua di Riccardo trovò un intoppo insuperabile, e non ci fu verso che potesse andare innanzi. Fratel Biagio faceva alla muta quanto è umanamente possibile per cavare il suo prossimo da un imbarazzo. L'espressione compassionevole del suo volto, le buone intenzioni del suo sorriso, la benignità del suo sguardo non si possono descrivere; quando l'intervento della parola fu proprio indispensabile, arrischiò un'allusione all'età del suo interlocutore.

Risposta: — Venticinque anni sonati... le paiono pochi?

— Il cielo me ne scampi, potrei dire che i miei trent'otto anni incominciano a esser troppi, ma non che i suoi venticinque mi paiono pochi. Il vecchio rosaio del mio giardino si muore di invidia per la vicinanza dei giovani piantoni più robusti e più fecondi di lui.

— Non potrà mai dire così delle quercie; esse c'insegnano l'orgoglio degli anni.

— È un complimento... ma è vero, non ci è che dire... Ma io lo faccio sempre divagare nella botanica, che a lei non preme nè punto nè poco, mentre avrà premura di...

— Si figuri! — interruppe Riccardo, il quale alla crescente disinvoltura di fratel Biagio non poteva contrapporre altro che un imbarazzo crescente, e non si sentiva gran premura di... di che cosa? Terribile pensiero! — si figuri! amo anch'io i fiori; sono un botanico scellerato, ma non è colpa delle intenzioni che ho sempre avute eccellenti.

— Davvero! — esclamò il signor van Leven con la più piacevole meraviglia, che abbia mai rischiarato il volto d'un mortale; — davvero! lei ama i fiori... In tal caso siamo colleghi; lei e io, cioè voi e io andremo d'accordo perfettamente. Vi siete mai occupato d'innesti e di talee?

— Di innesti veramente no... e di talee neppure, non ci ho la mano felice...

— Ve la farete. Schiettamente quando si diventa mariti, se per poco si ha la disgrazia di non poter diventare padri, non v'ha che una cosa che supplisca in qualche modo a quel difetto, ed è un innesto ben riuscito. —

E qui accorgendosi che le sue parole si prestavano a farci una risatina maliziosa, la fece per iscarico di coscienza. Anche Riccardo rise, esclamando:

— Non l'avrei mai creduto.

— È così come ve la dico, — soggiunse Biagio rifacendosi più grave di prima per ragioni di equilibrio morale. — Il sentimento della paternità dei fiori è un vero sentimento di paternità... e può far bella la vita. La parte scientifica è incapace di dare le consolazioni che dà la pratica; ciò non toglie che i sistemi tormentosi di Linneo e di Jussieu a suo tempo abbiano fatto un gran bene... alla scienza s'intende, non ai fiori... Li conoscete voi i sistemi di Linneo e di Jussieu?

— Ne ho sentito parlare.

— Siete un uomo prezioso per me, e vi terrò caro.

Fratel Biagio non esagerava la sua soddisfazione e diceva il vero candidamente; egli credeva in buona fede di aver trovato in Riccardo, non già un intenditore di botanica (questo è caso frequente), ma un ignorante appassionato, vale a dire la maggior fortuna che possa toccare a un erudito in genere, e in ispecie a uno che della passione dei fiori si è fatto il sentimento della paternità.

— Avrete naturalmente i primi principî?

— Naturalmente... ho i primi.

— Ma se dico io che siete un uomo prezioso! —

Riccardo s'inchinò con un sorriso che pareva dire: «vostra bontà;» fratel Biagio gli rispose con un altro inchino e con un altro sorriso, a significare: «troppa modestia.»

— Noi Olandesi, — proseguì quest'ultimo con una vena che sarebbe stato difficile arrestare, — noi Olandesi ereditiamo, insieme coi registri del nostro commercio, una collezione di rarità botaniche più o meno copiosa e la manìa di accrescerla. È il nostro lusso; i poveri si accontentano della reseda e del geranio e ne adornano il davanzale delle loro finestre, e i ricchi alloggiano in apposite stufe le muse e i caladii... Se vedeste l'aspetto che offre nei giorni di mercato Aja coi suoi cento canali corsi da mille barche cariche di fiori... Peccato che le mie faccende mi rubino gran parte del tempo che vorrei consacrare a Flora!

— Peccato! — ripetè Riccardo come un'eco.

— Del resto ho anch'io le mie piccole cognizioni e le mie piccole raccolte. A suo tempo vi farò vedere centoventidue varietà di tulipani doppi ben distinte una dall'altra.

— Centoventidue varietà di tulipani!

— Doppi. Centoventidue varietà di tulipani doppi ben distinte l'una dall'altra, — ripetè il signor van Leven; accentando le parole con lieve espressione d'orgoglio; — i semplici che si coltivano passano i seicento.

— Passano i seicento?

— Passano. —

E siccome fratel Biagio tacque all'improvviso, Riccardo, indovinando il significato di quel silenzio, sentì riardere la febbre dell'imbarazzo.

— Dicevate?... interrogò il suo ospite uscendo dalla distrazione, e cambiando tono di voce.

— Dicevo... non dicevo nulla... —

Ma fratel Biagio si era rammentato dello scopo di quel colloquio, e facendo forza a sè medesimo, volle tentare di volgere opportunamente il discorso.

— Voi conoscete la mia passione, passione solitaria che non ho diviso con alcuno e che dividerei volontieri con un amico... —

Riccardo sorrise stupidamente.

— Mia moglie ama molto i fiori, ma solo per farne dei mazzolini; la mia sorellina mi aiuta a ordinare i vasi, a inaffiare... ha anch'essa la sua ajuola... e vi coltiva le verbene e l'elitropio. —

Riccardo era piombato in un silenzio profondo.

Fratel Biagio tacque anch'esso.

— Mi par d'udire un susurro, — disse il signor Celesti, tendendo l'orecchio.

— Un susurro...

— Di fronde... da questa parte... il vostro giardino forse?...

— Ah! sicuro, il mio giardino, i miei tigli...

— Dei tigli...

— Colossali; li ho fatti venire a posta dai mio paese. L'Olanda è ricca di tigli; lungo i suoi canali non si vedono che tigli; sono di qualità migliore dei tigli d'Italia. Hanno le foglie più nere.

— È curioso.

— Già... più nere e più sottili... —

················

Fratel Biagio aveva accompagnato Riccardo fin sulla soglia, e gli aveva stretto con effusione di tenerezza la mano, invitandolo a ritornare.

Rifacendo i suoi passi, pensava con compiacenza alla simpatia irresistibile che lo attirava verso quell'uomo così amante della botanica.

Bice gli venne incontro saltellante, e gli si buttò nelle braccia.

— Ebbene? Ebbene?

— Ebbene che cosa, fanciulla mia?

— Riccardo... il signor Riccardo... ti ha parlato, ti ha detto?..

— Sicuramente... mi ha parlato, mi ha detto...

— Ti ha detto che mi vuol bene?

— Eh!...

— Che vuol sposarmi?...

— In fatti...

— Quale piacere! —

E la vispa fanciulla batteva le mani per la contentezza.

Fratel Biagio se n'andò a passi lenti nelle sue camere, tenendosi il mento con una mano e frugando dell'altra nei capelli, in aria d'un uomo non punto soddisfatto dei fatti suoi.

Un quarto d'ora dopo, per confortarsi, egli pensava alla prossima visita dell'ottimo signor Riccardo Celesti, e si proponeva di pigliarlo in disparte, e di dirgli alla buona, da vecchi amici: «badate che l'altra volta vi siete dimenticato d'una bagattella; il torto è metà mio metà vostro: mettiamoci in regola: domandatemi la mano di Bice e io ve la concedo.»

Egli si proponeva di dirgli così, nè più nè meno.

XII. Un'apparizione.

La seconda visita di Riccardo non fu meno imbarazzante. Il signor van Leven non era in casa, Bice e la cognatina vi erano.

Trovarsi per la prima volta vicino alla propria innamorata al cospetto d'uno sconosciuto è cosa maledettamente spiacevole. Peggio se lo sconosciuto è una donna; peggio se questa donna è giovine e bella.

Nondimeno Riccardo si fe' cuore, ed entrò a passo fermo nella sala, dove lo aspettavano Bice e la signora van Leven.

Le due donne erano sedute a fianco l'una dell'altra in atto confidenziale e amichevole. Una lampada, che brillava sopra una tavola coprendo con la sua luce quelle teste giovanili, pareva involgerle in un'atmosfera infocata e dava al candore di quei volti la trasparenza dell'alabastro.

Il quadro che si offriva agli occhi di Riccardo era incantevole. Bice, lievemente incurvata verso la sua compagna, pareva raccogliersi e confortarsi in essa per nascondere il rossore; la signora van Leven, con la faccia rivolta verso l'uscio, con il corpo teso, con lo sguardo lucente, con le labbra infiorate dal sorriso, era l'immagine viva della curiosità.

Perchè la signora van Leven fece atto di muovergli incontro e si arrestò come pentita? Certo se fosse toccato a Bice di ricevere il nuovo arrivato, ella non si sarebbe sollevata a mezzo per rimanersene appoggiata al divano.

Intanto Riccardo non si moveva. I suoi sguardi immobili parevano dominati da un fascino. A vero dire quello spettacolo vinceva ogni aspettazione.

Lo due creature, giovani e belle entrambe, formavano un contrasto bizzarro che non era possibile guardare con occhi indifferenti.

La bellezza della signora van Leven, più aperta, più seducente, più molle di quella di Bice, riceveva dal confronto una luce singolare.

Gli occhi estremamente vivaci, i capelli neri, ondeggianti, copiosi, il volto disegnato con linee pure, la pelle morbida e vellutata, le labbra leggermente rigonfie, del colore della rosa, e le forme eleganti, tutto ciò dava alla signora van Leven la seduzione che incatena. La donna con le sue battaglie, con le sue ardenze palpitava in quel corpo leggiadro.

La bellezza di Bice, più nascosta e più modesta, aveva il profumo timido della vergine. I fiori appena sbocciati del gelsomino, per chi ne capisce il linguaggio, favellano così blandamente al cuore come l'ingenuo e sorridente abbandono di quella creatura diciottenne.

Tutto ciò che l'uomo può domandare alla donna era raccolto in quell'antitesi — la passione e l'amore, la fantasia e il sentimento, i voluttuosi abbandoni e i mesti raccoglimenti.

La signora van Leven parve titubare un istante; le sue guancie rosate si tinsero d'un incarnato più vivo, e gli occhi vagarono intorno alla stanza; indi con un moto impercettibile delle spalle e con un fino sorriso di malizia si fece incontro a Riccardo e gli porse la mano.

Riccardo afferrò timidamente l'estremità di quelle dita morbide e affusolate, e sì fece innanzi.

«La signora e la signorina van Leven stavano benissimo.»

«Il signor Riccardo Celesti a meraviglia.»

La signora van Leven aveva dello spirito, e ne faceva mostra.

La signorina Bice navigava in un mare di contentezza, e non lo sapeva nascondere.

Il signor Riccardo era distratto.

Da oltre un'ora egli s'ingegnava di avvivare la conversazione e di rispondere con passione all'elettrica favella degli sguardi di Bice, senza altro frutto che di mostrare a ogni tratto il suo rossore. Certo un pensiero importuno rimpiccioliva le facoltà del suo spirito. Sempre che i suoi sguardi si incontravano in quelli della signora van Leven, s'impegnava una lotta, una debole lotta d'un istante, che finiva con la ritirata di entrambi. La bella donna pareva impacciata dell'insistenza, e Riccardo sopraffatto dal peso d'un convincimento. Bice, la leggiadra fanciulla diciottenne, interrompeva ogni tanto con parole innocenti le vicende di quella battaglia.

A un tratto si udì il suono ripetuto d'un campanello.

— Fratel Biagio! fratel Biagio! — disse Bice con impeto: riconosco il suo modo di sonare. — Ed essendo che la conversazione da qualche tempo languiva, la buona creatura vide nella venuta del fratello un potente ausiliario, e gli mosse incontro festosa.

La cognatina e l'innamorato rimasero soli nella sala; essa con il capo inclinato, egli con l'occhio intento, con le labbra semiaperte.

La cognatina sollevò la fronte e gettò uno sguardo sereno sopra l'innamorato, il quale non diè addietro e insistè...

Quello sguardo durò un istante è parve eterno. Riccardo, pallido in volto, con le labbra ridotte a forza al sorriso, si levò in piedi.

La signora van Leven, bella e seducente, pareva irridere con la sua tranquillità...

— Camilla! —

La cognatina non fe' motto.

— Camilla! — ripetè Riccardo, e si lasciò cadere sulla seggiola.

Uno scoppio di risa balzò dalle labbra coralline della bella donna — uno scoppio di risa schietto e argentino, che ricercò sotto l'epidermide tutti i nervi e tutte le fibre commosse di Riccardo.

Bice e fratel Biagio entrarono nella sala.

XIII. Bice a Riccardo.

«Sono sei giorni che non ti si vede. Sei giorni! Le pare, signorino, che le convenienze mettano un intervallo di sei giorni fra una visita e l'altra? proprio sei giorni? Non uno di meno? Che dico? So io quanto avresti aspettato ancora a venire, so io quanto aspetterai non ostante i miei rimbrotti?

«Sono in collera teco; ti costerà fatica rabbonirmi.

«Intanto seppi che doman l'altro andremo tutti a Laveno, sul Lago Maggiore; vi passeremo due giorni. Ti s'inviterà; sarai tu pure della comitiva... se vorrai essere.»

XIV. Riccardo a Bice.

«Perdonami mia buona amica, perdonami. Se tu sapessi! Ma ti dirò tutto, voglio dirti tutto: voglio versare le mie angoscie nel tuo seno. Io sono un essere malato, non lo nego, ma mi guarirai tu con il tuo amore — tu buona, tu ingenua, tu bella!

«Ho un rimorso che mi opprime più di tutte le mie paure; è il rimorso di turbare il sereno infinito della tua innocenza, d'avvelenare la santa e inconscia fiducia del tuo cuore.

«Verrò a te come a un altare; tu mi ridonerai la mia fede; mi dirai che mi ami, che saprai amarmi sempre, mi dirai se lo senti tu pure questo prepotente bisogno di dirmi: «t'amo» come io lo sento.

«T'amo, t'amo, t'amo.»

XV. Amore in viaggio.

La comitiva viaggiava in una carrozza di prima classe della strada ferrata da Milano a Varese.

Camilla e Bice erano state le prime a salire e s'eran sedute l'una in faccia all'altra, alle estremità dei divani, desiderose entrambe di poter cacciare il capo fuori degli sportelli. La zia Angelica, che si era arrampicata a gran stento subito dopo e aveva lo stesso desiderio, era andata a incantonarsi nell'angolo opposto. Riccardo che le aveva tenuto dietro si trovò fra due partiti: sedersi al fianco di Camilla o al fianco di Bice; e naturalmente si attenne a quest'ultimo. Il signor van Leven e il signor Pool s'erano acconciati il primo al lato di Riccardo, l'altro accanto a Camilla, e siccome nessun viaggiatore era venuto a introdursi nella stessa carrozza, chiusi appena gli sportelli, la nostra comitiva aveva levato al cielo un picciol grido di gioia come se fosse stata liberata miracolosamente dalla compagnia d'un nemico.

Indizio curioso d'egoismo di cui ciascuno di noi è stato testimone, è quella specie di carico che ogni uomo il quale si trova in una carrozza pubblica fa a ogni altro uomo che giunga dopo di lui a turbare la sua solitudine. Ve ne ha di quelli che vanno più in là, e si adirano in cuore non solo verso chi li segue, ma verso quanti li hanno preceduti.

Un estraneo che viaggia con noi è uno che si annoia per via, al par di noi, che ci guarda dalle scarpe al cappello, che esamina ogni nostro gesto, si ferma sopra ogni difetto dei nostro volto, per l'appunto come noi facciamo con lui. Non è rappresaglia, è bisogno; ma dall'una parte e dall'altra piglia i caratteri odiosi della rappresaglia. Chi ha viaggiato può far fede che non vi ha nemico più acre di un compagno di viaggio con cui non si voglia (ed è raro che si voglia) avviare un dialoghetto sulla necessità della pioggia per le campagne, sulla crisi probabile del Ministero, o sulla possibilità di una prossima guerra.

Questa specie di ruggine, che la vicinanza pone fra due esseri che non s'erano mai visti prima, diventa acrimonia, e si manifesta negli sguardi o nelle esclamazioni eloquenti, quando invece che con una persona si ha a fare con una brigata. Costoro facevano conto di trovarsi in casa propria; avrebbero chiacchierato con abbandono durante tutto il viaggio; pensate voi se potevano vedere di buon occhio un estraneo venuto a posta per condannarli al silenzio, all'immobilità, a quel contegno grave e composto con cui ogni galantuomo che si rispetta si crede in obbligo di stare in faccia al suo prossimo... Però, miei buoni amici, se mai vi avvenga di porre il piede sul predellino d'una carrozza e di vedere una mezza dozzina di sguardi immobilmente fissi su di voi, e altrettanti sorrisi beffardi che paiano dirvi: «osereste entrare?» dite a voi stessi che turbereste le dolcezze d'una comitiva, e cercate altrove un'ospitalità meno amara.

La nostra comitiva viaggiava adunque da una mezz'ora verso Varese.

La zia Angelica, che s'era posta vicino allo sportello per godere lo spettacolo dei pali del telegrafo che paiono inseguirsi, dopo aver fiutato tabacco due o tre volte, aveva finito con l'addormentarsi. Van Leven e Pool s'erano cacciati in un labirinto di quistioni commerciali, e minacciavano di non cavarsene molto presto. Camilla, Bice e Riccardo parevano assorti in gran pensieri. Ogni tanto Bice guardava Camilla, e poi Riccardo, e poi la campagna, e poi ancora Camilla e Riccardo, e facendosi rossa in viso interrompeva il silenzio con qualche esclamazione:

— Bella giornata! —

Riccardo componeva il volto a serietà, e rispondeva gravemente:

— Bellissima. —

Camilla guardava e sorrideva senza dir parola.

Uno strano nugolo d'idee imperversava intanto nella testa dell'innamorato. Il senso di voluttà innocente che dà il contatto della donna amata traeva il suo spirito fuori della meschina cerchia delle idee della vita, ma un invincibile sentimento di paura e di dubbio, segreto tarlo che gli rodeva il cuore, tarpava miseramente i larghi voli della sua fantasia. Però che Camilla, lo spettro del suo primo amore, era lì, dinanzi a lui, bella, sorridente, spensierata, felice. Quel volto fresco a cui la rosa aveva prestato i suoi colori, quella capigliatura che cadeva rovesciata sulle spalle, quegli occhi grandi, aperti, sereni, profondi abissi in cui egli aveva avventato col desiderio la sua anima, quella bocca soave, quel corpo di silfide, quelle manine affilate e candide come mani di fata, tutto quell'essere misteriosamente leggiadro che egli aveva visto errare per tante notti nella sua cameretta e chinarsi sul suo guanciale a bisbigliargli una promessa, e che il tempo inesorabile doveva più tardi cancellare dal suo cuore — tutto riviveva in un istante con le seducenti lusinghe della gioventù e della bellezza e con gli amari rimpianti dell'amore.

«Dov'è il mio passato?» Per qual misterioso intendimento fui tratto ad amare questa donna, ad esserne amato? E con quale disegno, oggi che quel palpito non è più, e altri ha diritto al nostro affetto, ci troviamo balzati dalla sorte sullo stesso sentiero? Amara ironia della fortuna!»

Riccardo andava più in là e gettava sbigottito lo sguardo all'avvenire; pensava paurosamente alla legge inesorabile che regola i moti del cuore, pensava a quella creatura ingenua, che egli aveva tratto a rispondere al suo affetto; interrogava sè stesso, analizzava la propria natura.... Avrebbe egli soggiaciuto? Era egli certo di non mentire? Era ancora l'amore, il vero amore che infiammava le sue vene?

E Bice? Quell'anima ingenua poteva illudersi, credere all'eternità d'un affetto di cui ignorava la saldezza....

Intanto la zia Angelica russava, i due soci si affannavano a raccogliere le fila del loro garbuglio, e Camilla agitava il ventaglio.

— Fa caldo, — disse Bice.

— Estremamente, — rispose Riccardo.

Camilla chiuse il ventaglio e l'appoggiò sulle labbra.

Nè qui era tutto; ciò che più d'ogni altro pensiero, torturava in quel punto, l'anima del povero Riccardo era una vergogna invincibile, che lo rimpiccioliva dinanzi a Camilla. Infatti per un innamorato, il quale si trovi per la prima volta al fianco della propria innamorata non so se vi possa essere cosa più imbarazzante che aver di rimpetto una donna dalla quale altra volta egli abbia tentato con fortuna la via del cuore. Questo io dico, e i lettori avveduti me lo crederanno, che il sorriso di Camilla pesava come un incubo sullo spirito smarrito del nostro eroe.

Si aggiunga che il signor Pool aveva il mal vezzo di piantare ogni tanto gli occhi sulle persone che gli stavano in faccia — due occhi da padre da commedia, niente affatto beffardi, ma paternamente dolci quando guardavano Bice, e paternamente severi se fissavano Riccardo.

L'effetto di tutto ciò sull'infelice innamorato era, che mentre egli sentiva contro il fianco il lieve contatto delle forme divine della fanciulla amata, mentre il suo piede, errando inconsciamente sotto il mistero delle vesti ondeggianti, s'incontrava con un altro piede, nondimeno (ecco la tortura) non osava volgersi e ricercare con lo sguardo uno sguardo. Colei.... quella donna indifferente, insensibile, col dileggio dipinto sulle labbra, e colui, quel padre nobile di trent'anni, frenavano gli slanci impetuosi di due anime che si volavano incontro interrogando l'amore.

Bice tentava a volte, con certa astuzia che anche le più ingenue apprendono sempre dal cuore, d'incontrare lo sguardo di Riccardo, ma lo sciagurato se ne avvedeva, lottava un istante dentro di sè, guardava Camilla alla sfuggita, e sprofondava gli occhi negli inesplorabili abissi della sua stupida vergogna.

Questa indeterminazione durò qualche tempo. Riccardo almanaccava da solo a solo con la coscienza il miglior modo di vincere il fascino, quando all'improvviso sentì una mano urtare contro la sua, la mano di Bice. Si scosse con un brivido di piacere.... l'armeggio della fanciulla era stato fortunato, nissuno se n'era avveduto. Ed avrebbe egli risposto coll'indifferenza a quel favore insperato? Un istante d'indugio poteva mettere in fuga la mano adorabile; non indugiò egli, e la prese.

In quel punto, non so se per caso o per disegno, ma certo a grande sciagura degli innamorati, il ventaglio di Camilla cadde a terra; toccava a Riccardo sollevarlo.... Vi fu un po' di scompiglio per districare la stretta delle due mani innamorate; nondimeno Riccardo arrivò a prevenire la bella Camilla.

Sollevando gli occhi verso di lei per consegnarle il ventaglio, sentì il volto accendersi per rossore.

Camilla ringraziò e sorrise.

Bice aveva messo il capo fuori dello sportello...

Intanto la ditta van Leven e Pool era riuscita a mettersi d'accordo nell'argomento e vi navigava a vele sciolte come sopra un mare clemente; e, più beata di tutti, la zia Angelica russava nel suo cantuccio.

Da Varese a Laveno corre un tratto di circa due ore, nè va rozza che sappia impiegarne di più. La strada scende giù per un pendìo serpeggiante, limitata a destra dalle colline, a sinistra dalle valli soggette.

Un immenso orizzonte s'apre innanzi agli occhi, lo sguardo si sprofonda fra i burroni, segue i capricciosi giri dei sentieruzzi segnati dalle umane pedate, e giunge e si riposa sul placido piano del lago.

Due carrozze venivano rapidamente giù per quella via, inseguendosi a breve distanza come due rondini innamorate.

In quelle due carrozze era la nostra brigata: Camilla, Bice e Riccardo nella prima, la zia Angelica, il signor Pool e fratel Biagio nell'altra.

Pareva che una cattiva stella si fosse ostinata a cacciare Riccardo in quel ginepraio. Le due donne, entrambe giovani e belle, erano dinanzi a lui, ravvicinate dalla gretta misura della carrozza, — Camilla cogli sguardi provocanti ed ironici, Bice coi languidi ed innocenti sorrisi.

Ricominciavano adunque le torture; nè v'era altra via ad uscirne, fuorchè sfidare apertamente la fortuna beffarda.

Come Riccardo ebbe così conchiuso, si rasserenò in cuore, e per prima prova d'audacia piantò gli occhi in volto a Camilla. La vezzosa tenne duro un poco, ma fu presto costretta a volgere altrove lo sguardo. Riccardo respirò più libero; poichè il primo scontro gli era stato favorevole, le sorti della lotta non potevano essere incerte.

Occorre dirlo? il nostro eroe ebbe la vittoria. Ma se le battaglie della donna non sono mosse altro che da vanità, soggiungiamo che da quelle occhiate di sfida Riccardo apprese, e ripetè segretamente a sè stesso, due cose: la prima che il tempo, mutando le sembianze di Camilla, non aveva fatto se non aggiungerle vezzi, cioè a dire che la Camilla d'oggi valeva meglio della Camilla d'una volta; la seconda, ed è naturale conseguenza della prima, che Camilla era bella, assolutamente, incontrastabilmente bella.

Ora se le battaglie della donna sono mosse da vanità, anche Camilla (non vi pare?) ebbe la sua porzione di vittoria.

Sulla riva del lago, presso a Laveno, v'ha una rete di sentieri, che si arrampicano fra i burroni d'un colle. Questi sentieri, interrotti ad ogni tratto da cento asperità del suolo, si ripiegano qua e là bruscamente a guisa d'assalitori paurosi che non osino mostrare la fronte all'inimico.

Nella falda destra del colle, tagliata a picco, si forma una specie di avvallamento che si risolleva poco lungi in una breve altura; su quell'altura è una casa dalle persiane verdi, e quella casa appartiene a Biagio van Leven.

La comitiva è discesa di carrozza e s'è arrestata a' piedi del colle, contemplando le brune striscie del sentiero che deve guidarla.

Bice, vedendo la banderuola del comignolo della casa, batte le mani pel tripudio. Riccardo volge l'occhio qua e là, pensando probabilmente a ben altro, mentre fratel Biagio addita il sentiero a Camilla, e dice:

— Suvvia! una mezz'oretta di strada, e ci saremo. Poniamoci in cammino a due a due; ogni cavaliero abbia la sua dama.

E siccome Bice a queste parole muove un passo strategico verso Riccardo, fratel Biagio le lancia uno sguardo, che vuol essere severo.

— Caro Pool, accompagnatevi con mia sorella; appoggiatevi a me, zia Angelica, voi, signor Celesti, date il braccio a mia moglie...

XVI. Amore a tavola.

In una terrazza che sovrasta il tetto della casa, sotto un pergolato di glicinie, è raccolta alla mensa la nostra comitiva.

È l'ora del tramonto; il sole getta i suoi raggi infocati traverso il fitto delle foglie; l'inno clamoroso del giorno si volge a poco a poco nella preghiera sommessa della notte.

Si offre allo sguardo uno spettacolo pieno di incanti; un cielo purissimo, tinto a ponente di luce porporina, una campagna silenziosa e grave, una schiera maestosa di brune montagne, e la pallida e serena superficie delle onde del lago.

Tutto invita alla calma e alla malinconia; non di meno i commensali hanno la letizia sul volto.

La sola Bice pare un po' imbronciata; essa non sa perdonare a fratel Biagio d'averle assegnato il posto accanto al signor Pool, e d'aver cacciato il suo promesso tra Camilla e la zia Angelica. Se non che gli sguardi franchi e sereni con cui Riccardo l'assedia ogni tanto la tengono così occupata da compensarla quasi della sua disavventura e farle dimenticare ogni rancore. D'altra parte quel povero Pool è così prudente, così silenzioso, e le dà così poca noia, che se non fosse per i servigi di buon vicinato che egli presta con una premura piena di dignità, e per certi sguardi tra dolci e austeri con cui continua a guardarla di nascosto, essa non avrebbe altra ragione di accorgersi dell'usurpatore fuorchè l'usurpazione del territorio.

Camilla poi è l'anima della comitiva; ha la barzelletta sulle labbra, ed è d'un buon umore contagioso; lo squillo della sua voce argentina è un vero scampanío di festa. Bice pensa che se fosse vicina a Riccardo non saprebbe fare altrettanto, ma farebbe assai meglio, e intanto con l'occhio appassionato cerca l'occhio appassionato di lui, e l'incontra.. Beata la gioventù e l'amore!

Dal canto suo Riccardo si è trasformato nei modi, e lungi dall'essere in impaccio al fianco di Camilla, si mostra disinvolto, indifferente e allo stesso tempo cortese, come non seppe essere in tutto il giorno. Una tranquilla intimità sembra unirlo a quella donna; egli la guarda, le parla, sorride delle sue parole, la fa sorridere, e tutto ciò senza sforzo, senza affettazione, senza pure quel lieve turbamento che dà in ogni tempo la bellezza.

Che cosa era avvenuto? Nulla in apparenza. Le larve redivive d'un passato remoto avevano saputo spezzare il fantastico nodo che sembrava tener legato ancora ciò che da gran tempo era irrimediabilmente disciolto. Caduta la maschera, potevano guardarsi in faccia senza arrossire; cessata la paura, potevano riderne candidamente — ridevano.

Quindi innanzi Camilla non doveva essere per Riccardo altro che una donna di spirito, donna amabilissima, donna leggiadrissima, ma nulla più che una donna.

Bice invece era l'angelo. Questo sentimento soave gli balzava dal cuore irresistibilmente, brillava nei suoi sguardi e volava incontro alla sua fanciulla, la quale sa ne avvedeva.

Anch'essa dunque, la buona creatura, è felice; non di meno vuol vendicarsi di fratel Biagio e gli tiene il broncio.

XVII. Il socio di van Leven.

— Che ve ne pare, signor Pool? — domanda Camilla.

Si era visto da lungi il fumo del battello a vapore, e si era venuti a parlare di viaggi di mare, e poi di burrasche; ora si vuol sapere dal signor Pool, che ha molto viaggiato, la propria opinione sulla preferenza da darsi in caso di burrasca ai vapori a ruote anzi che a quelli a elice.

Il degno socio di fratel Biagio rialza il capo, e con la spartana concisione che non gli viene mai meno, non dice che una parola:

— A elice.

— A elice? — ribattè Camilla; — si dondola maledettamente.

— Si va più presto.

— E che importa? La burrasca non si abbrevia lo stesso.

— Si arriva più presto.

Il signor Pool ha senso pratico. Impossibile dire se egli lo sappia e se ne tenga, perchè ha il merito raro di parlare pochissimo, e l'altro ancora più raro di non pretendere di occupare il prossimo dei fatti suoi — ma che egli abbia senso pratico lo sanno tutti e nessuno lo contrasta. — È naturale adunque che sia l'anima dei negozî della Ditta che porta il nome del nostro van Leven, il quale, sebbene faccia professione di commerciante, e incominci a metter pancia, si compiace di certe romantiche aspirazioni peccaminose e piglia troppo sul serio i fiori.

Pool al contrario è un commerciante austero; il suo aspetto grave lo fa parere una cifra vivente, e il suo silenzio gli dà un'aria sbalorditoia di registro chiuso.

Il signor Pool è certamente una virtù spartana, scampata non si sa come al naufragio di tante virtù e andata a riparare in Olanda, nello studio della buon'anima di Guglielmo van Leven, ma ciò non toglie che egli abbia le sue debolezze. Una più delle altre merita d'essere svelata, perchè sia sempre più provato che la natura non fa nulla di perfetto, nemmeno le virtù spartane — ed è che ogni sera, dopo il suo parco desinare da scapolo, egli suole fare una lunga passeggiata, in cui non manca mai di incontrare, per caso, una dozzina di sciancati, di gobbi e di rachitici (tutta gente che ha pochi cenci indosso e molto appetito), ai quali egli dispensa gli spiccioli che si trova sempre avere, per caso, nel taschino del panciotto. Il geroglifico socio di fratel Biagio sa benissimo che gli economisti hanno provato fino all'evidenza come qualmente chi fa l'elemosina è, senza avvedersene un cattivo soggetto, ed è forse perchè non ama sfidare apertamente il biasimo erudito d'una classe di galantuomini così rispettabile, che suole circondare di mistero la sua debolezza.

Non è però proprio certo che sia questa la vera ragione, perchè, ripetiamolo, il signor Pool è parsimonioso di parole, e a differenza di tanta brava gente, la cui abilità consiste nel far parere al di fuori solo ciò che non è al di dentro, egli serba tutto dentro e non fa parer nulla al di fuori. L'indovinello è con ciò reso più difficile, ma è anche più onesto.

Il signor Pool è giovane; ha soli trent'anni, ma ne dimostra trentacinque. Sebbene le labbra sporgenti gli diano l'aria d'uomo che faccia il broncio all'umanità, è tuttavia un bel giovane, di lineamenti nobili e regolarissimi. È per lo più pensoso, e sembra mesto. Un abito pensieroso assomiglia a mestizia, perchè tutti i mesti pensano.

Il signor van Leven e il signor Pool fanno due persone in una sola; le individualità sono sparite, e rimane la Ditta van Leven e Compagni. Ciò che vale in commercio, vale pure, e a maggior ragione, nella vita intima. Biagio vuole Emanuele, ed Emanuele Biagio. Cianciano di interessi, o tacciono; più spesso tacciono; si guardano alla sfuggita, si intendono; il commercio delle loro anime è esatto come i loro registri. La natura nel crearli aveva stretto un patto con la sorte — e la sorte gli aveva appaiati.

Più severo, più intrepido nelle disavventure, Pool ha la fermezza e la costanza di van Leven; non ne ha la dolce e serena fiducia che fa costui più lieto.

Intanto il piroscafo, che si era visto da lungi, si è accostato rapidamente e tocca la baia sottoposta di Laveno.

La zia Angelica, Bice e fratel Biagio si levano sulla punta dei piedi; Pool si accontenta di voltare il capo; Camilla e Riccardo, non si sa perchè, rimangono. Accorgendosi di questa armonia che il caso pone ancora tra di loro, vogliono rimediare, e balzano in piedi al tempo medesimo. La coincidenza non tanto li meraviglia quanto pare che dovrebbe. Aggiungiamo che da qualche momento gli sprazzi di spirito di Camilla tacevano, e che Riccardo s'era fatto pensoso. Si può credere che ciascuno dei due in questo punto pensi la stessa cosa, perchè si volgono pure a un tempo per guardarsi alla sfuggita. Arrossiscono, e poi sorridono: e siccome il signor Pool, voltandosi prima degli altri, coglie quel sorriso, arrossiscono entrambi un'altra volta.

Di che, buon Dio? Incomprensibili debolezze del cuore umano!

XVIII. Veglie e sogni dell'innamorato.

Alla notte Riccardo è più innamorato che mai.

Queste repentine recrudescenze sono frequenti in amore, e di solito le provoca una causa che è fuori di noi. La donna amata ha lieve parte, o non ne ha nessuna, nel fenomeno; essa non fa che fruire degli effetti.

Una paura, un impeto malinconioso, un dolore, una disgrazia hanno spesso l'arcano potere. Si domanda all'amore ciò che ne è altrimenti involato o conteso; si ripara nell'amore, si ama l'amore. La donna amata è solo un pretesto per giungere all'amore. E non le seduzioni della bellezza provocano cotali ribollimenti; potentissime armi contro il senso, esse non toccano punto il sentimento; inaspriscono il desiderio, ma non avvivano le fiamme dell'amore.

Alla notte adunque Riccardo è più innamorato del solito. Guarda alle stelle, che si schierano fitte sulla vôlta del cielo; guarda alle lontane finestre illuminate che vede oscurarsi a una a una; alle tranquille e severe onde del lago, che riflettono in lunghi guizzi le luci della notte. E porge orecchio ai rumori indistinti, al bisbiglio degli insetti, al susurro delle frondi, al gorgoglio delle onde che si rompono sulla riva....

Come la natura è grande e serena! Come è grande e sereno il suo cuore!

Dal suo balcone egli vede pure le finestre dell'ala opposta della casa; il lume vi brilla ancora; si vedono ombre nere disegnarsi un istante sui vetri; profili che si scompongono, si allungano smisuratamente, scompaiono. Quanta folla d'idee nella mente di Riccardo! Là dietro è forse il suo amore!...

All'improvviso una finestra si apre, e una testa di donna si affaccia.

Riccardo non può scorgere i lineamenti del viso, ma il suo cuore è indovino. Bice vede il suo diletto e lo riconosce, e gli manda per l'aria un saluto. Riccardo sta per affidare allo stesso messaggiero fedele un identico fardello prezioso, ma vede un altro volto di donna appoggiato ai vetri d'un'altra finestra, si turba, si smarrisce.... la finestra si apre... il cuore gli batte con una strana violenza... Camilla forse?... Egli la guarda intento, mutolo, intanto un'ombra passa lenta lenta nel giardino, e una voce che ha l'accento inalterabile e la cadenza solita di quella del signor Pool, augura la buona notte alle due donne.

— Buona notte, — risponde Bice.

— Buona notte, — ripete l'altra.

Cieli stellati! Non è Camilla, ma la zia Angelica!

Le finestre si chiudono, tutto ritorna nel silenzio!

E Camilla? e fratel Biagio?... Oh! come è tessuta la tela del cuore! Riccardo non sa distogliere la mente da quel pensiero; con la fantasia ricerca Camilla e il suo marito legittimo, li ritrova in una stanza romita, li vede soli, avventurosi del loro amore...

L'immagine di quella felicità gli sale al cervello; pensa a Bice, al suo amore, al passato che il tempo ha seppellito per sempre, all'avvenire caliginoso... Un'onda irresistibile di tenerezza e di mestizia lo invade; egli ne è vinto, oppresso, e si abbandona sul proprio letto nascondendo i singhiozzi e le lagrime...

.... Bizzarra potenza della fantasia! Tutta notte Bice e Camilla stettero assidue al suo capezzale. Camilla aveva i profili soavi di Bice, e Bice la voluttuosa mollezza delle forme di Camilla.

XIX. Camilla a Riccardo.

«Vi recherà meraviglia ricevere una mia lettera. Ve ne dico la ragione in due parole: Bice è ammalata, non vi spaventi la cattiva notizia: il medico dice che si tratta d'una malattia nè pericolosa, nè grave. Guarirà rivedendovi — essa ve lo assicura per bocca mia. Io poi vi assicuro che guarirà anche prima. A ogni modo è in letto, e, non potendo scrivervi di propria mano, ha pregato me di darvi sue notizie.

«Ora che vi ho detto la ragione per cui vi scrivo, non ho più nulla da dire. M'inganno. Sappiate adunque che Bice non pensa che a voi, e ha fatto una grande scoperta... Indovinate?... vi ama più di prima!

«Un'altra cosa ancora; la malattia l'ha fatta più pallida; essa vorrebbe che dicessi «più brutta,» ma non è vero niente.

«Un'altra. Il suo canarino è ammalato, sta tutto il giorno in un cantuccio della gabbia, rifiuta il cibo, perde le piume.

«Ho finito.

«Ah! mi dimenticavo di dirvi che dovete rispondere subito subito, inviando la lettera al mio ricapito e ferma in posta, perchè non vada in mano di mio marito. Fratel Biagio ha i suoi principî, e non crede ben fatto che una ragazza scriva e riceva delle lettere. Ha cento ragioni, ma bisogna pur perdonare qualche cosa all'amore.

«S'intende, senza che ve lo dica, che Bice è smaniosa di vedervi, e che dovete affrettare di togliervi alle vostre brighe curiali per ritornarle vicino.

«Se può avere qualche efficacia sulle vostre determinazioni, sappiate che mio marito e la zia Angelica e io lamentiamo ogni giorno la vostra assenza.»

XX. Riccardo a Camilla.

«La notizia che mi avete dato mi ha afflitto; se le mie faccende non me lo impedissero, lascerei subito questo dannato paese.

«Vorrei ringraziarvi del carico che avete assunto, ma una strana riluttanza me ne trattiene — quello stesso sentimento di carità che non ha trovato la strada del vostro cuore. Forse io m'inganno. Voglio però essere franco con voi e non vi nascondo che la vostra lettera mi ha fatto male.

«Il mio passato mi è caro perchè mi fu largo di promesse e di sogni. Oggi che mi sono destato, vedo con rammarico che altri sparga il ridicolo su quel tempo rapidamente fuggito.»

A questa lettera ne andava unita un'altra per Bice.

La buona fanciulla, fuor di sè per la gioia, voleva che la cognatina stesse a udirne la lettura; ma Camilla si schermì, protestando.

— Non mancherebbe altro!

— A che cosa?

— Nulla. —

E si sottrasse all'insistenza della fanciulla, la quale non sapeva comprendere come si potesse rimanere indifferenti a una bella lettera di quattro pagine, che incominciava così: «Mio angelo, mia vita!» vale a dire la vita e l'angelo di Riccardo.

XXI. Convalescenza.

L'aveva detto il medico: la malattia di Bice non era nè pericolosa nè grave; ma quando si ha diciott'anni, un fratello affettuoso come fratel Biagio, una cognatina vispa più d'un folletto che sa fare cento moine e cento vezzi, un'infermiera attenta e scrupolosa come la zia Angelica e un innamorato lontano, che riempie quattro intere pagine di giuramenti d'amore eterno, si ha diritto, via, d'aggravare i propri mali con la immaginazione e di contrastare ogni efficacia alle medicine fino al ritorno del proprio innamorato. È appunto ciò che fa Bice quando il signor Pool, il modello degli amici di casa, viene, per fermarsi cinque minuti, a domandare conto dell'andamento della malattia e andarsene in punta di piedi.

Bice sembra prendere gusto alla uniformità bizzarra di quelle visite, e non manca mai di riderne con Camilla, la quale per volgere in beffa il sussiego del taciturno visitatore ha un garbo tutto suo. Ciò non vuol già dire che le due cognate trovano assolutamente ridicole le maniere del signor Pool; ma è tanto difficile trovar argomento da ridere, che a volersi mettere in capo di fare l'esame di coscienza prima di lasciar andare una risata igienica, si finirebbe col morire di malinconia.... se la noia non uccidesse più presto.

Ciò non vuol dire neppure che Bice non abbia per il signor Pool una specie di riconoscenza mista a rispetto ed una stima profonda non scompagnata da un certo affetto filiale, che deriva dall'averlo visto fin dall'infanzia come lo vede ora — amorevole e solenne. Questo garbuglio di sensazioni, incominciato negli anni della bambola, aveva sopravvissuto ai vecchi amori e resistito ai nuovi, arruffandosi sempre più, e quando l'ingenua fanciulla s'era voluta dare ragione dei propri sentimenti, non aveva trovato di meglio che la parola zio Emanuele, con cui un tempo chiamava scherzosamente il signor Pool.

— Volete essere sempre lo zio Emanuele? gli domandò una volta.

— Finchè vi piaccia.

— Mi piacerà sempre. —

Ma la risposta aveva dato da pensare a Bice, e siccome a dodici anni si vuol veder chiaro nelle proprie faccende più che a trenta, così il giorno dopo tornò all'assalto e ripetè con accento petulantello la sua dimanda:

— Volete essere sempre lo zio Emanuele?

— Finchè vi piaccia.

— E perchè finchè mi piaccia? —

Il signor Pool sorrise e invece di rispondere direttamente, domandò:

— Come si chiama la vostra bambola?

— Angiola.

— La chiamerete sempre Angiola?

— Sempre.

— Quand'è così chiamatemi sempre lo zio Emanuele. —

La conclusione, contro quel che dovrebbe sembrare, fu che Bice non si lasciò sfuggire di bocca nessun'altro zio Emanuele.

Durante la sua malattia l'antico parentado era tornato in onore ed aveva fatto le spese dell'ilarità delle due cognate: in una delle ultime visite inevitabili del signor Pool, Bice, oramai disposta ad entrare in convalescenza, gli disse scherzando alla presenza di Camilla:

— Ho sognato che io era ancora bambina e che vi chiamavo zio Emanuele. Ora non ho più la bambola e non oserei farlo.

— Perchè?

— Temerei di offendervi.

— E perchè dovrei offendermi?

— Non lo so.... Ma se mi piacesse proprio di ricominciare?

— Vi diverte? fatelo. —

Sorrise. Ora il sorriso del signor Pool faceva l'effetto d'un'apparizione melanconica, e rompeva lo scherzo sulle labbra. Cosicchè quando allo spirare dei cinque minuti, lo zio lasciò la nipotina, Camilla risparmiò la docile arguzia, sapendo che l'avrebbe spesa inutilmente, e il melanconico visitatore, invece di tirarsi dietro le baie gioconde delle giovani donne, se la cavò con una smorfietta di Camilla, a cui Bice rispose seria seria: «è un buon diavolaccio.»

L'ingenua fanciulla non sapeva esser questo un elogio che qualche volta si può spendere per un'epigramma. Una creatura, la quale non sappia essere nè giovane, nè spiritosa, nè maligna, è quasi sempre un «buon diavolaccio,» vale a dire un fenomeno che ha screditato l'inferno e screditerebbe il paradiso.

Nulla sapeva Bice di tutto ciò, ma sapeva benissimo che il suo Riccardo non era un buon diavolaccio; glielo diceva l'istinto, che è nelle fanciulle un ragionatore sottile!...

— Oh! perchè Riccardo non correva sapendola malata? Quali barbare formule legali potevano incatenarlo a Padova? Apprendendo che egli era in litigio per un suo credito, era giunta fino a domandare se vi fosse una legge, la quale tenesse in prigione i creditori che vogliono farsi pagare, e le fu risposto che molti legislatori indebitati vi avevano pensato, ma non se ne era fatto nulla. Dunque?... Dunque Riccardo non era un «buon diavolaccio.»

La conclusione ultima fu che la povera creatura si rassegnò a entrare in convalescenza prima che il suo innamorato fosse di ritorno.

Finalmente il giorno sospirato venne.

Riccardo rivide Bice (a cui la malattia aveva prestato un nuovo languore pieno di vezzo), con la compiacenza che gli innamorati molto sentimentali sogliono attribuire a tutto, fuorchè alla novità; e Bice rivide Riccardo col cuore negli occhi.

Quel giorno il signor Pool non venne a domandare conto della salute della nipotina, perchè evidentemente doveva intendersi che ogni ricaduta era impossibile.

Ma appunto quel giorno la vezzosa signora van Leven rimase a letto con l'emicrania.

XXII. Bice a Riccardo.

«Non posso più tacere; la dissimulazione mi fa male. Ho pianto molto in segreto, ma vorrei pianger teco, nel tuo seno, vorrei anche vederti piangere... Ahi io non comprendo più che cosa mi accada, e ho paura.

«Ho esitato fino a oggi a scriverti, lottando meco medesima, torturandomi il cuore col silenzio e sorridendoti come sempre. Anche ora sono incerta, non so se faccia bene o male; ma non ne posso più.

«È una settimana, dal giorno del tuo arrivo, che soffro; se il caso non avesse attraversato i miei disegni, ti avrei svelato subito l'animo mio, ti avrei detto che il tuo sorriso mi pareva non avere la dolcezza d'una volta; che le tue parole mi sembravano fredde, sbadate; che credevo di leggerti nel cuore una sventura! Una sventura. E quale?.. Perchè non confidarti in me, perchè non svelarmi i tuoi affanni? Non ne ho forse diritto? O non ami forse più la tua piccola Bice?

«Ebbene, si, sappilo, quest'ultimo pensiero non mi lascia un momento, io comprendo oggi il tuo strazio d'un tempo, quando tu stesso eri torturato da questo dubbio, e chiedevi a me il conforto che io ti domando.

«L'altra sera, passeggiavamo nel giardino; io t'interrogava su tante cose, tu mi rispondevi distratto. Eravamo soli; non mi dicesti una volta sola di amarmi! Dovevo interrogarti anche sopra di ciò? Poi venne Camilla, e tu lasciasti subito il mio braccio, dicendo che era cosa ridicola dar spettacolo del nostro amore agli indifferenti. Dicesti proprio ridicola! Mi venne una gran voglia di lasciarti e di correre a celare le mie lagrime, ma tu avevi una faccia così seria che non osai, e dovei nascondere il male che io soffrivo, qui nel petto, a soffocarmi.

«Ho pensato tanto a quelle tue parole, vi penso ancora, non so darmene pace.

« Dar spettacolo del nostro amore! Forse che il nostro amore è un segreto? E poi Camilla non è una indifferente; essa è la sola che sappia quanto io t'ami; le voglio bene, me ne vuole.... E che amore è il tuo che si vergogna? Io lo direi a tutta l'umanità che ti amo, lo griderei all'universo, perchè sono orgogliosa di amarti e d'esser tua.

«Dimmi che sono pazza, dimmelo, Riccardo, perchè mi pare di sentire una voce segreta, e temo di presentire una sciagura.

«Quando ero ammalata non facevo altro che bei sogni. Ti vedeva sempre; ora no — ho delle visioni spaventevoli, la notte ho paura....

«Sono pazza, non è vero? Sì, sono pazza. Le mie ansie, i miei dubbi, le mie paure, tutte larve bugiarde dell'amore. Anche per chi ama vi hanno delle torture, ed era tempo che la spensierata Bice ne provasse una.

«Basterà una parola a serenarmi l'anima conturbata, quest'anima, che è tua perchè t'ama, che vuol essere sempre tua per amarti sempre.»

XXIII. Riccardo a Camilla.

«Perchè mi fuggite? Mi avete dunque letto nel cuore? E se è così, ogni indugio è vano; vi svelerò finalmente la segreta smania che mi divora. Sappiatelo — io vi amo. Vi amo a dispetto della sorte che vi ha rubata al mio affetto, a dispetto vostro, a dispetto mio. Vorrei lacerarlo questo cuore che domanda l'indifferenza e non sa ritrarre dal passato altro che l'amore; vorrei essere insensibile al fascino dei vostri sguardi, e poter fissare con occhi stupidi la vostra bellezza, vorrei potervi odiare — non posso.

«Ciò che io provo vince la mia natura; i miei sforzi per svincolarmi non fanno che stremare le mie fibre e farmi ricader debole e impotente.

«Il passato mi atterrisce; guardo agli anni trascorsi lontano da voi e misuro da essi la potenza del mio amore.

«No, il tempo non ha nulla potuto nel mio cuore, il tempo non mi ha concesso ciò che gli ho domandato con tanta insistenza — la dimenticanza.

«Credetelo, io non ho cessato un solo istante di amarvi. Mi ero ingannato immaginando possibile la felicità senza di voi; avevo sperato di poterla rinvenire altrove, e l'ho cercata in un altro cuore, in un altro affetto... Forse lontano da voi ciò era possibile; ma vi ho riveduta!

«L'immagine della donna amata può morire, ma sopravvive l'amore; oggi il mio affetto si è ridestato, più ardente. Nessuna traccia della donna che ho amata è rimasta nella donna che amo, ma vi è rimasto il mio cuore e l'ho ritrovato. Voi avete tenuto viva quella fiamma che invano il dubbio aveva cercato di spegnere; riamandovi, non faccio che rinnovare il mio culto.

«Non cercate di distogliermi; se il tempo non ha saputo distruggere l'idolo, mal lo potrebbero le vostre parole. Tutto ciò che mi potete dire martella da gran tempo la mia povera testa. È la tortura d'ogni giorno, l'incubo d'ogni notte. Il vostro labbro mi parli la pietà, ma non alimenti vanamente il mio rimorso.

«Non mi fuggite; non mi lasciate solo in quest'immenso deserto del cuore; dividetene lo strazio, se non potete dividerne l'affetto; piangete sul mio sciagurato destino; ma per pietà non mi fuggite! Sarebbe rimedio crudele e vano.

«Prima di svelarvi la mia miseria, io stesso ho cercato di rompere con la lontananza l'incanto che mi tiene ai vostri piedi; inutilmente. Sappiate anche questo: la mia partenza fu consigliata dal mio cuore; le brighe litigiose furono un pretesto.

«Ho domandato la pace ad ogni cosa, ed ogni cosa mi ha risposto l'amore. Ebbene sia: vi amo — ecco la mia fede: vi amo — ecco lo scopo della mia fede. Ogni altro affetto, ogni altro sentimento si spuntano contro la corazza incantata che difende il mio cuore.»

XXIV. Altre velleità psicologiche.

Perchè la simpatia che sogliono ispirare gl'innamorati non inganni la buona fede di chi legge, giova smascherare una metafora di cui Riccardo abusa nella sua lettera.

Che egli ami ardentemente Camilla, e che lo scopo della sua vita sia d'ottenere d'essere riamato, ed altre somiglianti cose — queste sono le verità di fede d'ogni passione, e bisogna crederle anche senza intenderle; ma il dire che egli si è accorto di non aver cessato un solo istante d'amarla può far nascere il dubbio che durante un tempo ragionevolmente lungo, l'innamorato fosse affetto da una malattia della retina da cui ora sia avventurosamente guarito, oppure che l'improvviso flusso di sangue, che si getta sul cervello al principio d'ogni innamoramento, gli abbia oscurato il dono prezioso della memoria.

Il vero è che Riccardo non sa come spiegare a sè stesso il nuovo fenomeno del suo cuore, perchè fra i postulati psicologici che egli ha sempre inteso ripetere a faccia tosta dai suoi colleghi ve ne ha uno che assicura il cuore contro le ricadute amorose, e permette a lui Riccardo d'innamorarsi di tutte le belle donne dell'universo fuorchè di Camilla. Ora l'ipotesi ingegnosa d'una fiamma latente e continua, che prorompe irresistibile alla prima occasione, spiega il fenomeno lasciando in piedi il postulato scientifico — e chiunque al posto di Riccardo sarebbe lietissimo della scoperta.

Che poi la teorica delle ricadute sia assolutamente vera o assolutamente falsa non sapremmo dire; è certo però che l'edifizio amoroso di Riccardo è tutto fabbricato di nuovo sulle rovine del vecchio.

Si badi che Camilla riappare all'antico innamorato trasformata nelle forme, nei modi, nello spirito; che la sua bellezza nulla ha lasciato al tempo e ne ha invece ricevuto moltissimo; si pensi che la fanciulla è diventata moglie, e che da tempo immemorabile si riconobbe nella donna d'altri un fascino segreto, e si consideri infine che Riccardo aveva amato in Camilla l'amore e potrebbe oggi essersi acceso per la donna.

Si raccolgano tutti questi elementi e s'indaghi.

Una cosa intanto sta ferma: ed è che i fatti psicologici che narriamo sono veri e come tali si sottraggono alla sospettosa analisi dei lettori più increduli.

XXV. Camilla a Riccardo.

«Era mia intenzione di non rispondervi; speravo che il vostro contegno m'avesse a risparmiare un cómpito penoso.

«Poche parole, ma franche, come è mio costume. Le vostre lettere mi offendono, mi affliggono; la cessazione delle vostre visite è inopportuna. La vostra assenza, oltre del dolore che cagiona ad una fanciulla che avete detto d'amare e che vi ama, può essere, ed è avvertita da mio marito.

«Faccio appello alla vostra cortesia perchè non vogliate involgere me in un fatto che deploro.

«Risparmiate il più lontano sospetto che minacci la mia pace ed offenda il mio onore.

«Ve ne prego — venite oggi stesso.

«Non domando altro. Il tempo farà giustizia di questa nuova aberrazione del vostro spirito, e vi persuaderà che il cuore non vi ha alcuna parte.

«La vostra lealtà, che mi fa fede delle buone intenzioni, mi lascia sperare che non invano vi avrò parlato il linguaggio schietto della donna e dell'amica.»

XXVI. Camilla a Riccardo.

«Desistete da questo frasario insensato. Se anche potessi dar fede all'amore che voi dite di nutrire per me, dovrei piangerne come d'una sciagura.

«Rientrate in voi stesso, scandagliate il vostro cuore, esaminate con sincerità il passato, e dite se è possibile che le nostre anime possano riavvicinarsi mai. Non possono, non devono. In quella età della vita in cui è così facile amarsi per amarsi, noi abbiamo esaurito rapidamente ciò che ne pareva inesauribile — il tesoro dei nostro affetto. Potevamo avverare i sogni, e ci siamo contentati di sognare. Era destino che non dovessimo andare più in là.

«Ed è mai possibile ritentare le stesse vie oggi che tutto è mutato in noi ed intorno noi? Oggi che nuovi doveri, nuovi diritti, nuovi affetti ci hanno trasformato il cuore?

«Cessate dall'illudervi. Io rifuggo atterrita dalle immagini che le vostre parole mi schierano dinanzi.

«Nutro fiducia che una sola parola basterà a togliervi da questo delirio; questa parola io la scrivo francamente, io la innalzo come una barriera fra voi e me: sono felice!

«Sì, io sono felice; la mia vita è piena, il mio cuore è pago, sereno; la famiglia, l'affetto d'un uomo che amo mi rendono soddisfatta del mio stato. Quell'uomo vi ha pure stretto cordialmente la mano, vi ha accolto da ospite cortese, da amico; io so che egli vi stima e vi ama.

«Non aggiungo altro.

«Risparmiate la mia pace; non oscurate il cielo della mia vita modesta; non cercate di portare nel mio cuore le battaglie d'un affetto colpevole. Sarebbe vano e fatale.

«Pensate a Bice, a quella creatura ingenua e dolce a cui avete domandato e promesso l'amore; oggi essa soffre per cagion vostra. Sì, essa, l'angelo che potrebbe formare la pace del vostro avvenire, soffre e piange in silenzio, perchè indovina l'abbandono che le minacciate.

«Siate uomo; cacciate le larve d'un tempo che non deve più rivivere; gettatevi nell'avvenire con confidenza.

«Dimenticate.»

XXVII. Riepilogo delle vicende d'un assedio.

Non ostante le savie osservazioni di questa lettera, le cose corsero a precipizio giù per la china naturale.

Riccardo rispose, chiamando in aiuto il vocabolario del cuore; rinnovò l'assalto con maggior audacia, ma con poca fortuna. Camilla zitta. Ciò che avrebbe debellato un altro, rinvigorì Riccardo, il quale ritornò alla lotta più animoso, più passionato che mai. Questa volta ebbe maggior fortuna. Camilla volle schermirsi, e lo fece male, scoprendo il lato vulnerabile della sua corazza.

A poco a poco il linguaggio carezzevole dell'adorazione giunse a ferire l'amor proprio della donna. Non era gran cosa, ma Riccardo non domandava di più.... per ora. Egli sapeva troppo bene che quando la vanità avesse accettato l'amore, la natura o presto o tardi avrebbe posto l'amore al luogo della vanità.

Così avvenne.

Camilla, che amava sul serio suo marito, resistette dapprima con energia, ma la compiacenza naturale di aver destato una passione così violenta come appariva quella di Riccardo, facendosi strada a poco a poco nell'animo suo, la rese più mite nel giudicare quel sentimento, più debole nel difendersene.

Si aggiunga, ed è cosa di cui poche donne potranno menar vanto, il trionfo della sua bellezza matura sulla bellezza verginale d'una fanciulla diciottenne, senza contare che Riccardo non era innamorato come ne vanno tanti dietro le sottane della bella, ma un adoratore il quale aveva disertato un altare e ritornava a prostrarvisi pentito. Ora se è vero che nell'altro mondo si faccia più festa d'un pentito che di cento giusti (cosa poco lusinghiera pei giusti e tale da invogliare gli uomini ad appartenere alla schiera dei pentiti), della donna si potrebbe dire con più ragione e con minor pericolo, che essa si allegra meglio del ritorno d'un infedele che del culto di cento nuovi spasimanti.

Dalla compiacenza di aver suscitato un incendio a procurare d'alimentarlo non vi è che una linea impercettibile; la vanità dà la mano alla civetteria. Ora nulla di più facile, per un corteggiatore scaltrito, che mutare la vanità e la civetteria in affetto.

Nel caso nostro il fenomeno si è avverato appuntino e Riccardo, rendiamogli giustizia, si è condotto a meraviglia.

Fratel Biagio era sempre lo stesso. Lieto dei suoi fiori, del suo commercio, dei suoi affetti che egli reputava saldi, pareva lontanissimo dal tremare per la castità del suo talamo.

Quella serenità cieca, che sembra scendere come un balsamo sull'anima dei mariti, gli traspariva dal volto aperto e gioviale, dal contegno sempre affabile e cortese.

Se gli innamorati non fossero quella razza d'egoisti che sono, o se Riccardo fosse stato un innamorato differente degli altri, avrebbe provato un sentimento di pietà per quell'uomo onesto e leale, a cui egli preparava il dolore e la vergogna. Riccardo, come tutti gli altri correligionari d'amore, sentiva ad ora ad ora qualche fitta di rimorso, ma questo sentimento che rattoppa le colpe (e le rattoppa male) non vale a prevenirle; spesso, per uno stordimento prodotto dallo spasimo, serve invece ad affrettarle.

Ad ogni modo, se il signor van Leven si può dire un marito cieco al pari degli altri, diciamolo pure un marito fortunato. Più d'una volta egli era stato minacciato da uno di quegli impeti irresistibili, che dinanzi al pubblico sentimentale legittimano il fallo e formano la disperazione dei mariti, i quali sono la razza meno sentimentale che si conosca — il suo buon vento aveva sempre diradato questi nugoli minacciosi.

Fosse caso o provvidenza, e noi incliniamo a credere a quest'ultima, fratel Biagio si trovava sempre nel luogo del pericolo. La sua grossolana e confidente bonarietà lo traeva dietro le pedate degli amanti. Era un marito importuno. Così la simpatia che aveva concepita per Riccardo, mentre pareva illuderlo stranamente sul conto del nuovo amico, lo spingeva ad attraversare i disegni ed a svelare le insidie d'un amore illegittimo.

Era passato così un mese, e i rapporti di Camilla e Riccardo non si erano ancora trasformati tanto da pigliare aspetto colpevole.

Nondimeno il cuore di Camilla era mutato. L'amore del marito soffocava sempre la fiamma, ma non la spegneva, e il rimorso poteva anche meno su quell'anima forte e sdegnosa. La poveretta lottava, ma il suo sguardo diceva chiaro la poca speranza di vittoria.

Le occasioni, provocate da Riccardo con avidità, e avventurosamente contrastate da fratel Biagio, erano fuggite debolmente da Camilla.

L'innamorato veniva all'assalto con nuove lettere, con vulcanica eruzione d'affetti, di sentimenti, di fantasie. L'onesta moglie piangeva in segreto ed invocava la dissimulazione non più come una difesa contro Riccardo, ma come una maschera per nascondere al marito il proprio rossore.

Camilla e Riccardo erano giunti a tal punto, donde non era più possibile dare indietro; il vincolo che gli univa era oramai così saldo, che per ispezzarlo avrebbero dovuto lacerare il cuore.

Un'occasione qualunque avrebbe posto a grave cimento la virtù della moglie e la lealtà dell'amico. Entrambi se ne avvedevano; ne tremavano entrambi; essa di terrore, egli di trepidanza e di desiderio — si amavano, sissignori.

XXVIII. Bice a Riccardo.

«Non vi offenderete di quello che vi scrivo; è un atto che voi aspettate certamente da gran tempo dal mio amor proprio.

«È inutile ingannarci; io ho compreso tutto; la mia stoltezza giovanile, il mio amore non possono farmi cieca più a lungo.

«Ditelo francamente: non mi amate.

«No, non mi amate. Non voglio indagare le cause del mutamento dell'animo vostro, nè se sia proprio un mutamento, mi basta potervi dire con sicurezza: — non mi amate. —

«Avrete compreso che cosa voglia dire per me questa sicurezza, e quale sia la causa che mi induce a scrivervi.

«Ho indovinato il vostro supplizio, — ho letto nel vostro cuore — voglio risparmiarvi una confessione difficile, incoraggiandovi a troncare un vincolo che a quest'ora deve parervi odioso.

«Voglio restituirvi il vostro affetto vagabondo, che s'era arrestato un istante sopra di me; togliervi all'incubo di una promessa che non potete mantenere e sulla quale io ho cessato di contare da un pezzo.

«Ho visto quanto vi sia grave quella convenienza che suggerisce le vostre visite, e vi voglio dirvi di risparmiarvi pure, se vi piace, la noia della nostra casa.

«Ho detto tutto a fratel Biagio; qualunque sia per essere la vostra determinazione, egli non se ne avrà a male.

«Non vi accuso di nulla. Lo avete detto: una legge fatale regola i moti del cuore. Ne abbiamo fatto esperienza; meglio oggi che più tardi.»

XXIX. Camilla a Riccardo.

«Mi sono levata all'alba per iscrivervi; ho passato una notte affannosa, ed ho ancora un gran disordine nel capo; ma non voglio attendere un minuto.

«Tutte le torture che può dare il rimorso io le ho inflitte al mio cuore; ho compreso quanto grande sia il dolore, quanto nobile e generoso. Ora che ho pianto molto mi sento più forte, più severa verso di me medesima.

«Un sordo rimprovero brontola nel mio petto, terribile e giusto rimprovero. Lo riconosco; io non ho fatto tutto quanto stava in poter mio per iscongiurare la sventura che colpisce la povera Bice; v'erano in me delle forze che ho lasciato neghittose.

«Ahi! Che sarà di quella buona creatura? Ieri la sorpresi intenta a scrivere. Scriveva a voi, piangeva. Mi vide, nascose la faccia fra le mani, poi mi mosse incontro e si gettò fra le mie braccia, chiamandomi teneramente «sorella.»

«Ho cercato di confortarla. Con quale animo! Essa ignora la parte che ho io nella sua sciagura: si è solo accorta che voi non l'amate; non ha visto, non ha indovinato altro.

«Non so perchè non mi si spezzasse il cuore.

«Non io fui la causa di questo nuovo dolore, ma pure ne ho l'anima in tumulto. Tutte le mie fibre tremano al pensiero della responsabilità che le vostre insistenze mi hanno imposto.

«Non più, non più. Ve ne scongiuro, ridonate la fede ad un'anima innocente, ridonate la pace al mio cuore di moglie.

«Ove volete giungere? A che sperate di trascinarmi? Quali lusinghe tengono desto lo sciagurato proposito che vi rende sordo al grido del dolore?

«Siate franco, siate leale.

«Che cosa potete voi domandarmi senza arrossire?

«Meschina e stolta illusione, se pure non è menzogna, questa che vi consiglia! A cancellare la debolezza del passato, guardate alla colpa. Sì, alla colpa. Levate la maschera al vostri disegni, non ve ne dissimulate l'orrore con le sembianze d'una passione effimera; procurate di non ingannarvi.

«Rimediate oh! rimediate al male che avete fatto; siete ancora in tempo; non spingete oltre il passo in questo sentiero che conduce al rimorso.

«Potete risparmiare l'infelicità vostra e quella d'una fanciulla, alla quale fino ad ieri avete mentito l'amore; potete assicurare la pace d'altrui e la vostra; fatelo. —

«Desistete da un'insidia che ricade sopra dì voi; non cercate di non udire le voci del dovere e dell'amore, stordendovi col grido di una passione fallace.

«La vostra fantasia si è presa giuoco del vostro cuore; oggi, come sempre, voi ingannate voi stesso.»

XXX. Un rimedio.

Una sera fratel Biagio venne incontro alla moglie col volto accigliato.

Camilla si sentì correre un brivido per le membra. Da qualche tempo essa non poteva incontrare l'occhio sereno del marito senza provare quella specie di turbamento vago, che è meno paura d'altrui che di sè medesimo.

La confidenza tranquilla e carezzevole, con cui ella soleva venire innanzi al compagno affettuoso della sua vita, non le rischiarava più la fronte bianca. Dissimulava male; ogni lieve nube, ogni sguardo, ogni gesto le parevano una minaccia.

— Che hai? — domandò vincendo la ripugnanza.

— Lo sai bene — disse Biagio tentennando il capo in aria afflitta. — La povera Bice....

— Bice!...

— Soffre.

— Soffre... — ripetè Camilla con voce fioca.

Entrambi parvero raccogliersi in questa immagine.

Ma Camilla pensava ad altro; guardando sott'occhi il marito, spiava lo scopo di quel colloquio.

Fratel Biagio aveva preso fra il pollice e l'indice uno dei bottoni d'acciaio della sua giacchetta di tela, e lo stropicciava con calore.

— Che te ne pare? — domandò all'improvviso, fissando Camilla in volto; e siccome costei a evitare lo sguardo e a risparmiarsi l'imbarazzo d'una risposta, chinò il capo in attitudine di pensiero, l'ottimo marito lasciò la sua compagna e si diede a misurare la camera a gran passi. Camilla ne seguì di nascosto ogni movimento finchè qualche istante dopo fratel Biagio s'arrestò.

— Bisogna allontanarla.

— Allontanarla.... Chi?

— Bice. Andrà in campagna.

— Sola? —

A questa domanda sfuggitale involontariamente Camilla si arrestò turbata.

Fratel Biagio sembrò non badarvi, e rispose con indifferenza che «questo appunto era il suo imbarazzo.»

— Andiamo tutti, — propose Camilla con disinvoltura.

— Non è possibile; le mie faccende mi trattengono. —

Dicendo queste parole fratel Biagio aveva gettato alla sfuggita uno sguardo sulla moglie, la quale se ne avvide, e attribuì cento significati paurosi a quello sguardo. Nondimeno si affrettò a soggiungere:

— Vi andremo noi... e la zia Angelica.

— Tu! esclamò Biagio con meraviglia; e stette un istante a meditare. — Non ti duole d'andarvi?

— Dolermi! Ti pare? Se potessi venire tu pure! Ma già, le tue faccende!... —

Questa volta gli sguardi dei coniugi van Leven si ricercarono e s'incontrarono francamente.

Fratel Biagio porse la mano alla moglie e le disse con dolcezza:

— Perdonami, ho dubitato del tuo cuore; temevo che l'andare in campagna in questa stagione, per dividere con una creatura addolorata le melanconie della solitudine e le noie dell'inverno, potesse sembrarti un sagrificio troppo grave... perdonami! —

XXXI. Camilla a Riccardo.

«Non crediate che io mi sia lasciata vincere dalla insistenza delle vostre domande. Se non fosse un bisogno imperioso, non avrei violato il voto di non scrivervi. Questa volta sarà l'ultima.

«Sono ancora atterrita dal pericolo che ho corso. Ve ne pongo a parte perchè vedendo a quali dolori mi esponete, vogliate risparmiarmeli in avvenire.

«Venendo in campagna avevo portato meco le vostre lettere, perchè il segreto che mi costringete a dividere non venisse scoperto da mio marito. Or bene, ieri appunto io radunai quelle lettere, con l'animo di rimandarvele per liberarmi dall'affanno che pesa sulla mia coscienza come una colpa.

«Stamattina sono uscita di buon'ora con Bice. Ritornando a casa due ore dopo ho incontrato mio marito che usciva dalla mia camera. Mi sono venute in mente le lettere che avevo lasciate in un cassetto aperto; pensate il mio spasimo! Non so come abbia risposto a Biagio, nè se sia riuscita a celargli il mio turbamento. Egli però era tranquillo, e ciò mi ha dato conforto. Sono corsa subito nella mia camera... le lettere vi erano; non erano state toccate; forse non erano state viste. Ah! ma il cuore mi batteva forte!

«Tutt'oggi non ho fatto che spiare sul volto di mio marito le tracce del malumore temuto. Questo esame ha diradato le mie paure; non deve aver visto nulla.

«Dopo tale soccorso della provvidenza, io non voglio aspettarne un altro; e siccome la pace mi è cara, vi rimando questi serpentelli che minacciano d'avvelenarmela.

«Non abbiatevene a male, la vostra delicatezza vi farà apprezzare la mia determinazione, e saprà suggerirvi la norma della condotta futura.

«Non insisto sopra un argomento spinoso, che minaccia d'essere inesauribile.

«Su questi colli la natura ci regala i primi sorrisi della primavera. Ho già raccolto delle pratelline, dei mughetti, e non siamo che ai primi di marzo. In compenso abbiamo passato un inverno rigido e triste.

«Finisco con una notizia che farà arrabbiare il vostro amor proprio. Bice si è rimessa in salute; non morrà d'amore.

«Non è proprio indispensabile che mi scriviate.»

XXXII. Riccardo a Camilla.

«È proprio indispensabile — ecco perchè vi scrivo.

«Le lettere che mi avete inviate le ho qui; le ho rilette con quell'acre compiacenza con cui si ritentano le piaghe del cuore, e se non m'inganno, delle prime che vi scrissi ne manca una. Siccome non mi avete risposto sempre, posso immaginare che non vi sia pervenuta, e sarebbe meno male. — Ma se vi è pervenuta, bisogna l'abbiate smarrita. Comprenderete quanto questo pensiero mi opprima dopo ciò che mi avete detto.

«Il cielo allontani da voi un dolore, da me il rimorso d'esserne stato la cagione!

«Toglietemi da quest'ansia crudele comunicandomi il risultato delle vostre ricerche.

«Era ad ogni modo inutile che mi rendeste le mie lettere; se vi pesava troppo il custodirle, e non poteva essere altrimenti poichè sdegnate il sentimento che me le dettava, vi rimaneva un mezzo più semplice e più prudente di liberarvene: abbruciarle.

«Fate così di questa, e dell'altra se potrete rinvenirla.

«Non aggiungo parole a cui tanto non vorreste dar fede; il vostro cinismo, la vostra indifferenza mi hanno fatto male.»

XXXIII. Camilla a Riccardo.

«Anche questa volta una buona stella mi ha salvato; la lettera l'ho subito rinvenuta nel cassetto. Come vi si trovasse ancora non so, poichè mi pareva d'averle raccolte tutte, ma ad ogni modo l'ho trovata.

«Potete immaginare i timori e le ansie che mi cagionò la terribile notizia. La mia mente corse subito a mio marito; immaginando che egli solo potesse aver sottratto la lettera, ne ricordai gli sguardi, i gesti, le parole, e quasi quasi mi stupii di non aver prima badato al suo contegno iroso. Tanto può l'immaginazione. Ora rido di me stessa.

«Anche ieri mio marito venne a trovarci. Da qualche tempo egli è più mesto del solito; non ve ne dico la ragione, ma voi l'indovinate. Egli ama la sorellina più di sè stesso!...

«Hanno passeggiato insieme un pezzo.... Che cosa dicevano? Avrei ben voluto cacciarmi in mezzo a loro, e non mi avrebbe trattenuto, no, il timore di riescire importuna, ma mi trattennero invece la vergogna e il rimorso.

«Io non posso più guardare in faccia a Bice senza che una voce inesorabile si levi nel mio petto ad accusarmi d'aver sfrondato la corona d'illusioni di quella testa innocente; non so più levare lo sguardo sopra mio marito, senza pensare al segreto che mi tortura. Sento che vi è qualche cosa che mi allontana da queste creature affettuose e nobili, qualche cosa che la mia ragione non riesce a debellare, che mi accusa, che mi rimpicciolisce. Oh! un tempo io non era così! E un tempo anche la nostra casa era più lieta!

«Non voglio farvi rimprovero; non ne ho il diritto, non lo vorrei avere. Forse io stessa ho una parte di colpa, forse sarà, come dite voi, destino. E sia. Al tempo lo scioglimento del nodo; dove si prepara la giustizia, si prepara forse il pentimento, il vano e tardo pentimento. — »

« PS. Ho seguito il vostro consiglio; ho abbruciato le lettere.»

XXXIV.

Due parole all'orecchio del lettori: «Camilla non ha bruciato le lettere.»

XXXV. Dove si vede, al solito, una moglie desta ed un marito addormentato.

— Che cos'hai piccina?

— Nulla; un gran bisogno d'essere sola... con te.

— Con me?!... —

E fratel Biagio volse il capo verso le finestre della casa, e passò la mano nei capelli.

— Sola con me?!... — ripetè come se parlasse a sè stesso. — È impossibile... sarebbe una sconvenienza. —

Bice battè i piedini e alzò le spalle con un lieve atto dispettoso; fratel Biagio si affrettò a soggiungere con voce carezzevole:

— Vedi... la nostra assenza sarebbe notata...

— Da chi?

— Da tutti.... da lui.... Non posso già lasciare così.... un convitato, un amico di casa.... Credi a me; ritorniamo insieme; quattro chiacchiere ancora... poi verremo in giardino.

— Vacci tu.... io rimango. —

Biagio pareva in grande imbarazzo; tra il disgustare la sorella e tradire le convenienze egli avrebbe avuto da dibattere un pezzo, se in quel punto la zia Angelica, Camilla e Riccardo non fossero usciti dalla casa.

— Mia moglie ha dello spirito, — disse fra sè, e parve rasserenarsi.

Bice, appena vide Riccardo, impallidì, e afferrando il braccio del fratello, mosse alcuni passi precipitosi.

— Non voglio più vederlo, non voglio più vederlo... mi fa male. Hai proprio giurato di farmi vergognare. —

Biagio si lasciò condurre senza opporre resistenza.

Attraversarono un viale, scesero un breve pendío, risalirono, piegarono a destra, poi a mancina.... Fratel Biagio continuava a volgere il capo, come se lasciasse dietro di sè qualche tesoro.

Lo crederanno i nostri lettori? Egli aveva avviato con Riccardo una discussioncella sui monopetali, che era stata interrotta bruscamente dall'improvviso allontanarsi di Bice.

Una leggiera brezza curvava le fronde dei tigli e delle robinie; sotto il bacio degli ultimi raggi dei sole, i fiori esalavano voluttuosi profumi.

L'orizzonte splendeva di tinte svariate, la terra era ricca di verde e di malinconia. Le onde del lago sottostante lievemente increspate univano la loro cadenza a quel gemito sommesso con cui la natura sembra annunziare la notte....

Camilla e Riccardo si smarrivano nei tortuosi viali del giardino.

— Non credete? — domandava Riccardo con accento di rimprovero appassionato.

— Non lo credo, — rispondeva Camilla tremante.

— Non credete? — insisteva l'altro.

Vi era tanta passione in quella domanda, su quel volto tale entusiasmo, che Camilla abbassò lo sguardo a terra — era quanto dire che credeva benissimo.

Qui si fe' manifesta tutta la dottrina sentimentale di Riccardo; un amatore volgare avrebbe insistito per ottenere la risposta che sembrava premergli tanto; Riccardo Celesti si accontentò di accostare il suo volto apollineo, e di assassinar la bella con un ultimo sguardo. Camilla era vinta. Il suo braccio appoggiato a quello del tentatore si allentò, la tenerezza invano soffocata scoppiò in un singhiozzo; una lagrima rigò il bellissimo volto.

Fuor di sè dalla gioia, dall'amore, dal desiderio, Riccardo cinse col braccio il corpo della donna adorata, la trasse al petto palpitante, l'avvinghiò in un amplesso di fuoco, e con l'avidità d'un assetato coprì di baci le guancie impallidite.

Camilla non si ritrasse, non resistette; le sue labbra riunite a quelle di Riccardo mormoravano parole rotte d'amore.....

Erano vicini ad un padiglione coperto di vitalba, al cui ingresso si vedevano due piante di mirto. Un rumore di fronde agitate giunse agli orecchi degli amanti; traverso la benda della passione che gli acciecava, entrambi indovinarono un pericolo...

Camilla fu la prima a divincolarsi dall'amplesso; corse al padiglione, vi si affacciò, e se ne ritrasse atterrita e tremante. Stette alcuni istanti come istupidita dal terrore, con gli occhi negli occhi di Riccardo; poi d'un tratto si scosse e fuggì.

Riccardo rimaneva sul limitare del padiglione, senza osare di muovere un passo.

Intanto dentro il padiglione un uomo sdraiato a terra rialzava il capo, si stropicciava gli occhi, stirava le braccia e sembrava rientrare nella vita con lunghi sbadigli..... Quell'uomo era fratel Biagio.

A giudicarne dall'aspetto stravolto, egli aveva molto profondamente dormito.

XXXVI. Impatiens balsamina Atropa Belladonna.

— Bice! Oh! non è Bice... Siete voi signor Riccardo?

— Sono io..

— Si fa notte... mi sono lasciato pigliare dal sonno. E ho dormito molto, pare?

— Pare.... — balbettò Riccardo, non osando guardare in volto fratel Biagio.

Intanto il signor van Leven s'era sollevato in piedi, aveva spolverati i suoi abiti, e ricomposto alla meglio il volto rabbuffato. Nel movere i primi passi, inciampò nell'inaffiatoio ancora pieno d'acqua, e lo rovesciò con un calcio.

A quell'atto dispettoso Riccardo impallidì, e siccome fratel Biagio tirò dritto a capo basso, senza dir parola, solo dopo lunga titubanza si fece ardito a domandargli che avesse. Evidentemente fratel Biagio non era ancora ben desto, perchè invece di rispondere si piantò in faccia al suo interlocutore e lo guardò fisso. Era uno sguardo, che nulla aveva di speciale, ma Riccardo non lo sostenne a lungo; la coscienza turbata gli faceva vedere in fratel Biagio un accusatore.

Non era invece se non un uomo che si svegliava allora ed aveva fatto di brutti sogni.

— Figuratevi, una specie d'incubo, un'oppressura, un macigno enorme che vi graviti sullo stomaco. Eh! dico io? Per quanto si abbia lo stomaco di ferro!... —

Il signor van Leven s'interruppe; Riccardo, dopo aver respirato come un mantice, si affrettò a raccogliere il filo per appiccare il discorso, e da uomo che sa il fatto suo arrivò man mano al tema prediletto del suo ospite.

— Ecco una pianta di cui non conosco il nome.

— È una pianta velenosa — una belladonna Atropa Belladonna. —

Il botanico, dicendo queste parole, sorrise.

Riccardo fece altrettanto.

— È curioso, — soggiunse il primo, — che abbiano dato il nome di belladonna ad una pianta velenosa.

— In fatti... —

Qui fratel Biagio si battè la fronte come uomo che ne ha trovato un'altra ancora più curiosa.

— E che invece si sia dato il nome di begli uomini all' Impatiens balsamina, una pianta volgarissima, i cui fiori si mettono nell'insalata.

— È curioso...

— Convenite meco che i battesimi scientifici del popolo hanno almeno spirito e senso pratico; nelle classificazioni di Linneo non ce n'è nemmeno l'ombra. —

Qui fratel Biagio uscì in uno scoppio di risa.

Riccardo, che volle imitarlo, se ne cavò male. E la conversazione morì repentinamente.

Il sole era disceso dietro i monti; la pallida luna risaliva la curva dell'orizzonte; le tenebre scendevano rapidamente facendosi sempre più fitte; incominciava il sonno della natura; quel buio e quel silenzio erano solo turbati dalla nota solitaria del grillo e dal fosforico barlume di alcune lucciole, che tramutavano il loro letto, sollevandosi dalle zolle e ricadendo poco lungi.

Un uomo si nascondeva in quelle tenebre e taceva in quel silenzio — Riccardo. Egli non era assorto in una di quelle fantastiche contemplazioni care all'artista, ma attingendo nel cuore una nuova dolcezza, vagava immerso in un vaneggiamento fatto di memorie, di speranze, di desideri. Ai battiti affrettati del suo gran cuore d'innamorato si sarebbe detto che in quel vaneggiamento soave avesse alcuna parte l'aspettazione.

Qual mai mortale più felice di Riccardo? Egli sentiva ancora errare intorno a sè il profumo voluttuoso della donna adorata, chiudeva gli occhi, e gli pareva di rinnovarsi la dolcezza di un bacio lungo e fremente, e la stretta dolce ed angosciosa d'un seno colmo d'amore.

Nissuno venne.

Sonava la mezzanotte, quando Riccardo, rôso da mille paure, rifaceva i suoi passi verso la casa.

E allora una finestra si aprì con lieve rumore; una mano apparve un istante sul davanzale, e una pallottola di carta cadde ai piedi dell'innamorato. Poi tutto rientrò nell'oscurità e nel silenzio.

Quella pallottola diceva laconicamente:

«A domani.»

XXXVII. Un colloquio non desiderato.

Che cosa era dunque avvenuto? E se Camilla aveva dovuto mancare ai ritrovo, perchè non dirne le cagioni? «A domani!» La sibilla ne avrebbe detto di più. E poi il domani bisognava partire.

Gran parte della notte Riccardo ruminò a questo modo. Una paura segreta gli stringeva il cuore; il sonno invano combattuto ritornava a brevi intervalli pieno d'immagini angosciose.

Un lume intanto rifletteva dal di fuori una luce fantastica sui vetri della sua finestra. Qualcuno vegliava al par di lui... forse Camilla!...

Finalmente il sonno lo vinse.

All'alba balzò in piedi di scatto, si vestì in furia, e scese in giardino. Passeggiò a gran passi alcun tempo, respirando con voluttà l'aria frizzante; poi risalì nella sua camera, aprì la finestra, accese un sigaro. Non soddisfatto ancora, prese un libro e andò a sdraiarsi sopra un seggiolone nell'ampia sala da pranzo. Un'agitazione invincibile pareva dominare il suo spirito; teneva tuttavia fra le mani un foglio di carta spiegazzato, su cui erano scritte le due parole misteriose che lo avevano tanto affannato la vigilia, e guardava ad ogni tratto una porta, che metteva nelle camere di fratel Biagio.

Non si udiva un rumore nella casa. Al di fuori le rondini incominciavano ad abbandonare i loro nidi, empiendo l'aria di canti e di voli; qualche fringuello mattiniero cinguettava dondolandosi sull'estrema punta delle roveri.

Riccardo pensava a Camilla, all'amor suo, alla felicità dell'ieri, e con la baldanzosa insaziabilità degli amanti tesseva nella fantasia mille insidie per carpire nuovi baci e nuova felicità.

Egli non pensava alla felicità minacciata di fratel Biagio, non pensava alla felicità distrutta di Bice.

All'improvviso una porta si aprì, una donna comparve sulla soglia.

Il fruscìo della veste, l'effluvio della persona, e il cuore, soprattutto il cuore, martellando a festa, avevano detto a Riccardo che quella donna era Camilla. Si rizzò egli di botto e fece un passo innanzi.. ma si trattenne turbato e girò l'occhio intorno cercando uno scampo. Il fruscìo della veste, l'effluvio della persona, e soprattutto quell'instancabile martellatore che era il cuore di Riccardo, gli avevano detto una bugia, quella donna non era Camilla, — era Bice.

La vaga fanciulla vestiva di bianco; i capelli scomposti le sfuggivano dalla reticella cadendole in ciocche giù per le spalle. Il suo abbigliamento negletto lasciava vedere il collo ignudo e il principio del seno; l'estrema candidezza del volto, la dolce serenità dei grand'occhi le davano aspetto d'una visione di sogno.

Vide ella Riccardo e portò istintivamente le mani al petto per coprirsi, e le si tinse il volto di vergogna; ma un altro sentimento più forte si fe' strada nel suo cuore, e vi gettò il turbamento e l'affanno. S'arrestò anch'essa sulla soglia, e fece atto di volgersi per rientrare, ma si pentì, rimase, chinò gli occhi al suolo.

L'altro mosse due volte le labbra per dire «buon giorno,» e non lo disse: alla terza volta lo disse.

— Buon giorno, — rispose Bice con un filo di voce.

Il massimo sproposito di Riccardo sarebbe stato di mostrarsi debole dinanzi a Bice; bisognava protendere lievemente il corpo ad un inchino, poi rizzarsi di botto e piantarsi lì, a capo alto, come un punto d'ammirazione; tutto questo bisognava fare per darsi aria disinvolta. Rincorato dal turbamento della fanciulla, fece anche di più, le si appressò e le chiese se avesse dormito bene.

Bice non rispose. Ed ecco l'infedele, che non aveva preveduto il silenzio, un'altra volta mutolo, immobile, in contemplazione dinanzi alla fanciulla, a cui non osava più rivolgere la parola.

La giovinetta era pur bella! assolutamente bella!... ma poteva l'amore inesperto e puerile di quella creatura ingenua pagare l'immenso fascino che spirava dallo sguardo di Camilla? Ah! Camilla! con le sue forme rigogliose, col suo seno palpitante, con la sua bocca fremente, coi mille incanti della voluttà!... Era ben altro Camilla! ben altre erano le lusinghe, le tempestose lusinghe di quell'amore!

Riccardo continuava a tacere; Bice pure. Una gran lotta si combatteva nel petto di entrambi: l'esito non poteva essere dubbio; egli trionfò, ella soggiacque, e si coprì il volto colle mani per soffocare un singhiozzo.

La vista delle lagrime turbò più ancora l'animo dell'infedele; un sentimento prepotente, qualche cosa che stava tra la tenerezza e la pietà, ruppe d'un tratto le barriere dell'indifferenza; si accostò egli alla fanciulla, e le prese una mano. Bice lasciò fare. Un'onda d'eloquenza corse sulle labbra di Riccardo; stava per dirle... che mai? si confuse, mormorò parole rotte.

— Lasciatemi, — disse Bice, — lasciatemi. —

Riccardo obbedì come un fanciullo; ma Bice die' in un altro scoppio di pianto, ed egli pentito si affrettò a riprendere la mano abbandonata.

— Non mi amate più? — domandava quell'innocente fra le lagrime; — ditemelo con franchezza; ditemelo, io sono forte, lo vedete, non piango più.

Ma le sue lagrime scorrevano copiose, come onda invano trattenuta.

Il cuore di Riccardo, che se non era dei più fermi era però dei più facili, si scioglieva in una sterile pietà; per poco non piangeva egli pure.. ed oh! se avesse potuto piangere su «questa spietata legge che regola i moti dei cuore!...» Ma troppo spesso le glandule si ribellano al sentimento; così fatto è l'uomo.

In quel punto si aprì la porta della camera di fratel Biagio, e comparve sulla soglia, pallida, stravolta, lagrimosa, la bella Camilla.

Riccardo si sentì allargare il petto, e Bice fuggì per nascondere il suo dolore.

XXXVIII. Febbre reumatica.

Camilla ha dato una cattiva notizia; fratel Biagio s'è ammalato, ha la febbre, delira...

Si manda in fretta a Laveno per un medico, e intanto la famigliola circonda di cure l'infermo, il quale con gli occhi semichiusi, la fronte fasciata da pezzuole inzuppate d'aceto, la faccia stranamente sconvolta, getta lo scompiglio nelle anime pietose ed affezionate che gli stanno intorno.

La sposa e l'amico ne sono conturbati più di tutti. Ogni gesto, ogni accento del delirio li commuove, gli agita. Bice ha gli occhi gonfi di lagrime, la zia Angelica, che è in maggior intimità coi santi, interroga a quando a quando il cielo cogli occhi.

— È curioso, — dice fratel Biagio parlando fra sè e sè; — non è vero che è curioso?...

— Sicuro, che è curioso! —

Camilla guarda Riccardo e Riccardo Camilla.

— La belladonna è una pianta velenosa... Atropa Belladonna — prosegue a dire l'infermo, ed allunga le labbra a una smorfia nel pronunziare il nome latino.

Poi compone il volto ad un'espressione di contentezza, mentre la zia Angelica guarda di nuovo il soffitto, e Bice cambia la pezzuola inzuppata d'aceto.

— Grazie, piccina... che fai? che cosa mi metti sulla fronte?

— È aceto. —

L'infermo fa ancora la sua smorfietta sdegnosa; poi dice: — Un'insalata... i begli uomini, la belladonna... la vuoi proprio far tu quest'insalata?... —

La testa di fratel Biagio si confonde; non è più possibile afferrare il senso dei suoi vaneggiamenti.

XXXIX. Camilla a Riccardo.

«Indovino il vostro affanno, e colgo il primo momento di libertà per iscrivervi, per confortarmi. Ciò che avvenne ieri ha tanto sconvolto la mia mente, che non so più se debba lusingarmi o rammaricarmi della sorte. Aiutatemi voi; ecco come andarono le cose.

«Non era passata un'ora dacchè mi trovavo nella mia camera, quando mio marito entrò, mi parve tranquillo; sorrideva. Volli andargli incontro, farmi forza e vincere il turbamento che la sua presenza mi cagionava, ma non mi potei muovere, e finsi d'essere attenta alla lettura di un libro. Egli mi parlò di cose indifferenti e non parve accorgersi del mio imbarazzo; poco dopo uscì. Tornò tardi; io mi era posta a letto e fingevo di dormire, lo vidi accostarsi ad una tavola, sedersi, levarsi repentinamente, passeggiare agitato per la camera. Osservai per altro che non dimenticava d'alleggerire il passo quando si accostava al mio letto. Come mi batteva il cuore!

«Tutta notte non chiusi occhio.

«Verso le due del mattino egli si accostò al mio letto e stette un istante chino sul capezzale. La mia ansietà era tale, che, temendo di tradirmi, finsi di svegliarmi, e mi meravigliai ad arte di vederlo ancora levato, e gli domandai che avesse. Era pallidissimo in volto, e batteva i denti nel rispondermi, aveva la febbre. — Lo esortai a porsi a letto, non volle.

«— Non è nulla, — disse, — un'infreddatura; l'umidità della notte... aspetterò che mi sia passata. —

«Invano volli fargli mutare consiglio. — Andare a letto, diceva, era darsi vinto. —

«Allora mi levai anch'io e gli preparai un beverone di camomilla. Ritornando, lo trovai in preda al delirio; parole rotte, sconnesse, gli uscivano dalle labbra; mi guardava senza riconoscermi.

«La notte era fitta; andai a destare la zia Angelica, e vegliai con essa al capezzale.

«Il rimanente vi è noto.

«Quando entraste nella camera, sentii una stretta dolorosa di rimorso; e lessi nel vostro volto le stesse torture; avrei voluto dirvi ciò che era avvenuto per non lasciarvi temere di peggio, non mi fu possibile. Partiste; volevo scrivervi subito, ma non mi si lasciò mai sola. Sola! E lo sono io davvero in questo istante? No; le spietate larve accusatrici mi seguono da per tutto.

«Che avete fatto, Riccardo? Perchè ci siamo riveduti? Perchè mi amate? Ed ah! perchè non ho io più la forza di resistere a questo amore sciagurato?»

XL. Camilla a Riccardo.

«È venuto il medico: l'ammalato sta meglio, e la malattia si chiama: febbre reumatica. — Sudando molto, tra pochi giorni sarà guarito.

«Mio marito confessa d'essersi lasciato cogliere dal sonno nel padiglione, fra i vasi di fiori, sul terreno nudo ed umido.

«È dunque tutta colpa dell'umidità — lo dice il medico.

«I miei timori sono affatto svaniti. Se ancora me ne rimanessero, l'umore allegro di Biagio li diraderebbe pienamente.

«Come sono felice!

«Ve lo devo dire? Per gli affanni che mi costa, il vostro amore mi è divenuto necessario; amatemi quanto io v'amo.»

XLI. Riccardo a Camilla.

«Vi scrivo col cuore agitato, con la mano tremante. Voi mi amate! voi mi amate! Il pensiero della mia felicità è più grande d'ogni umana grandezza. È proprio vero? Non sono io giuoco d'un'illusione? Camilla, la mia Camilla dei primi anni, è ritornata.

«È ritornata ed è festa nel mio cuore!

«Ancora mi pare impossibile che la sorte abbia voluto concedermi tanta gioia, senza mandarmi per altre vie una sciagura. E sia pure; da qualunque parte mi possa giungere, sono pronto a sopportarla; io la domando la mia parte di dolore; voglio pagare a caro prezzo la mia felicità, perchè nissuno abbia più il potere di rapirmela.

«Ho riveduto le mie camerette, sono passato innanzi alla vostra casa, ho risalutato i fiori del vostro giardino, ma il mio pensiero è sempre lontano, è sempre con voi, è al vostro fianco, vi segue da per tutto come un importuno, per ripetervi questa parola di cielo: — v'amo, v'amo! —

«L'ho pure udita sulla vostra bocca questa parola, ho pur sentito palpitare il vostro cuore sul mio, e le vostre labbra sulla mie labbra, ed i vostri sguardi nei miei... ma non sono sicuro che non sia un sogno!

«La felicità mi rende buono. Guardo agli uomini con misericordia; mi fanno compassione le loro grandezze. Mi sento gigante a petto degli altri, e chino il capo a guardare la folla come un Dio maestoso e benigno.

«E ditemi: quando mai potremo essere ancora insieme... soli... raccolti nell'estasi dei nostro amore?

«Io prego Dio che mi ridoni quelle ebbrezze, quei palpiti, quel bacio... Ah! la memoria di quel bacio mi toglie il senno... Io l'ho qui sulle labbra, lungo, fremente, infocato... Inganno voluttuoso e crudele!...»

················

XLII. La cognatina.

Camilla s'interruppe e nascose la lettera perchè dall'opposto lato del viale Bice le veniva incontro.

La povera fanciulla era ancora mesta; non ostante la resistenza naturale della sua età facile e spensierata, il dolore cominciava a scolorire quelle sue guancie rosate. Era mesta e sorrideva; il sorriso fa bella anche la mestizia.

Camilla sentì un tremito correrle per le membra alla vista di Bice, che raffigurava per lei il rimorso. Nondimeno le si accompagnò, le porse il braccio, amorosa e disinvolta, si chinò con essa sulle zolle a raccogliere i convolvoli selvatici. — Senti, — le disse, — che odore hanno? — Hanno odore di mandorle amare. — Poi con una vivacità piena d'incanto cianciò allegramente di feste e di mode.

Bice rispondeva a quando a quando con entusiasmo, ed ammutoliva ad un tratto; trascinata un istante dalla foga della cognatina, s'arrestava poi a mezza via. Un pensiero importuno le s'addensava sulla fronte; Camilla se ne avvide, e lottò ancora, cercando di stordirsi; da ultimo, stanca degli inutili sforzi, si diede vinta e si fece silenziosa anch'essa.

Passeggiarono buon tratto senza dir parola. Quel silenzio pareva pesare ad un tempo sulle due donne; se non che diverso era il loro turbamento.

Questa volta Bice fu prima a rompere il silenzio; si strinse al fianco della cognatina, quasi a farsene un riparo, e disse con voce fioca:

— Credi che potrò dimenticarlo?

Camilla non potè frenare un sussulto; quella domanda rispondeva così bene al suo intimo pensiero, che le parve bisbigliata da uno spirito maligno.

— Chi?..

— Lui... Riccardo... il signor Riccardo...

Camilla non rispose. Le ripugnava arrestarsi a un'indagine tormentosa, le ripugnava spingere la simulazione tant'oltre. Si schermì afferrando la mano di Bice e stringendola forte; non volendo dir nulla, ebbe l'aria di dir molte cose.

Bice si fece cuore e proseguì.

— E m'avrà egli dimenticata del tutto?

Camilla lasciò cadere bruscamente la mano della giovinetta, «L'avrà egli dimenticata del tutto?» le veniva ripetendo la voce affannosa del dubbio.

La povera fanciulla aveva trovata la via per dar sfogo al suo dolore; rammemorava i giuramenti, le promesse, le lusinghe del menzognero; ritesseva le speranze, i sogni, le care fantasime svanite per sempre dal suo orizzonte.

Camilla aveva un sogghigno amaro sulle labbra e ascoltava in silenzio.

Crudelmente ingenua la fanciulla toccava cento corde diverse; si tratteneva ad accarezzare le morte sembianze della sua felicità seppellita.

— Basta... basta... — interruppe Camilla a un tratto.

— Basta!... — ripetè ancora una volta con un filo di voce... e stette un istante immobile, sbigottita della propria imprudenza; — ho l'emicrania — disse poi, passando una mano sulla fronte, e fuggì via.

Bice rimase; non sapeva che dire, non sapeva che pensare, aveva una gran voglia di piangere, e non sapeva bene perchè.

XLIII. Riccardo a Camilla.

«Che cosa devo fare per convincervi del mio amore?

«Non mi parlate di Bice. Voi non sapete qual terribile piaga riaprite nel mio cuore.

«È vero, sì, io sono colpevole verso di lei, ma in altro modo da quello che credete. Non è vero, come voi dite, che io abbia cessato di amarla, non è vero perchè non l'ho amata mai. Ho inseguito la larva del mio amore, ho creduto un istante di potermi dimenticare, fui pazzo. Senza confessarlo a me stesso, non feci che continuare il culto alla memoria dei primo, del solo affetto della mia vita. Vi vedevo in Bice, vi amavo in Bice; voi, voi sola, credetelo, eravate in cima ai miei pensieri.

«Nondimeno grazie, donna adorata, perchè mi avete dato la miglior prova del vostro amore.»

················

XLIV. Camilla a Riccardo.

«Vi credo, ho bisogno di credervi. Non parliamone più, sono una sconsigliata; ho l'anima piena di dolcezza, e non so più che cosa farneticare per amareggiarmi.

«Mio marito ci ha lasciato ieri, è ritornato costì ai suoi negozî. L'avete veduto? Egli è proprio ristabilito in salute; anche da questo lato i miei timori sono svaniti. Non voglio più pensare a nulla, tranne che ad amarvi.

«Domenica sarà un bel giorno per me. Ci hanno invitate a recarci ad una villa vicina alla nostra; vi si danzerà, vi si farà una di quelle feste autunnali che sono la delizia delle nostre campagne. La zia Angelica ha accettato l'invito per condurvi Bice; io mi sono schermita. Per poco il mio rifiuto non ha mandato a monte ogni cosa. Non si voleva lasciarmi sola. Figuratevi! Sono forse una bambina io? E poi la villa non è che a pochi passi dalla nostra... — Ho detto questo ed altro. E l'ho vinta. Bice e la zia Angelica andranno; io rimarrò.

«Quale piacere! sarò tutta sola, il fittaiuolo e la sua famiglia andranno di buon'ora a Laveno per la messa, si fermeranno probabilmente a santificare la festa alla bettola, e non ritorneranno che sull'imbrunire. Sarò libera tutto il giorno; non rimarrà meco che la figlia maggiore del fittaiuolo, una fanciulletta di quattordici anni, per prepararmi il desinare.

«Non potete credere come questo pensiero mi renda felice; ho già formato il mio disegno; mi leverò all'alba ed andrò a fare un mazzolino; poi beverò una ciotola di latte fresco, poi me ne andrò al padiglione, all'ombra, a rileggere le vostre ultime lettere... e poi...

«Direte che sono la gran pazzerella a intrattenervi di queste inezie. Ditelo pure. A me scrivendovi pare di parlarvi, d'esservi vicina, d'amarvi di più... Questo poi non è vero; amarvi di più, no, perchè non è possibile.»

XLV. Idillio campestre.

La sospirata domenica è venuta.

Camilla si è levata all'alba, ha fatto la sua passeggiata lungo i viali, ha composto un grosso mazzo di fiori, ha bevuto la sua ciotola di latte prima ancora che Bice e la zia Angelica si siano messe in cammino. Finalmente anch'esse sono partite; ecco Camilla sola. Batte le mani per la allegrezza, s'inerpica sul poggio più elevato e fa sventolare la pezzuola bianca. Bice le risponde con lo stesso linguaggio e dice alla zia Angelica sospirando:

— Come è felice Camilla!

Sì, Camilla è felice, e la sua felicità basta per un quarto d'ora a farle compagnia. Le lettere di Riccardo che ella rilegge tre volte, le servono per altrettanto; aggiungete un'ora di fantasticherie, di castelli in aria, di sogni... Tutto sommato, dopo due ore Camilla incomincia a pensare alla giornata che l'attende, e sospettando che lo spettacolo della natura possa non bastare ad occuparla tutta, discute in cuor suo se debba fare qualche modificazione al programma, e mettere in luogo d'una passeggiata sentimentale una buona dormita dopo pranzo. Di repente, volgendo lo sguardo, vede venirsi incontro un uomo.

«Un uomo!» La sua mente non le ha ancora parlato in tal guisa, che già il cuore le ha detto: «è lui!»

Ansante, col volto arrossato dal piacere, coi capelli sprigionati, Camilla corre incontro a quell'uomo; lo raggiunge, lo chiama a nome, lo guarda un momento negli occhi bramosi, gli sorride e si getta nelle sue braccia.

— Riccardo! Riccardo!

— Camilla! Camilla!

················

················

Correte istanti felici dell'amore!

Camilla e Riccardo sono soli; chi vorrà dire la loro gioia, chi vorrà numerare le cento follie della loro mente, i mille tripudî del loro cuore?

Correte istanti felici dell'amore!

La solitudine; la tiepida calma di quella giornata di maggio, il lusso della natura verdeggiante, l'ampia distesa di cielo che apparisce da quel luogo di delizie agli occhi innamorati, ne raddoppiano la dolcezza.

Passeggiano allacciati in un amplesso, parlando del loro amore a voce bassa, o tacendo per dire l'amore con sguardi lunghi, con brevi e rotti sospiri.

L'usignuolo canta a pochi passi, la gazza fa udire la sua nota rauca, mentre fende l'aria inseguita dalla compagna, il picchio s'appende ai nodi delle piante secolari, le prime rondini volteggiano a piccoli drappelli sul loro capo; e più su, dove l'occhio giunge appena, l'allodola si libra come un punto immobile nel cielo...

Correte istanti felici dell'amore!...

È una gara lunga di promesse, di giuramenti, di propositi; e una più lunga schiera di memorie evocate a una a una, e poi un improvviso ritorno al presente, e nuove promesse...

All'improvviso i tocchi della campana di Laveno annunziano il mezzogiorno.

— Di già! dice Riccardo.

— Di già! — ripete Camilla. — Lo credereste? — aggiunge dopo breve silenzio con un sorriso pieno di grazia, — lo credereste? E accostando la bocca all'orecchio del suo innamorato, mormorò con un filo di voce: — ho fame!

— Ho fame! — ripete l'innamorato come una eco. —

Ridono.

— Avremo un desinare meschino, — dice Camilla; — ora che vi penso la mia piccola cuoca non era prevenuta del vostro arrivo. Ma mi ci metterò io...

— Faremo noi.. anzi bisognerebbe allontanare quella villanella... Se mi vedesse!

— Vi penso io; aspettatemi qui, non vi movete, vado e torno. —

Sparve. Un istante dopo la luce del suo sorriso e dell'occhio suo innamorato brillò alla svolta del viale. Riccardo le mosse incontro; e si presero per mano, e così allacciati corsero come due bambini verso la casa.

················

— È tempo di separarci, disse la bella donna allacciando con le braccia il collo del giovane innamorato.

— Separarci! lasciarvi! così presto!... è impossibile.

— È tardi. Tra un'ora potrà essere di ritorno qualcuno. —

Riccardo abbassò il capo sul petto. Cento pensieri, cento sentimenti invasero in folla la sua mente e il suo cuore. Lasciare Camilla, l'amor suo.. per non rivederla forse mai più! Un'idea invano combattuta tornò a tentarlo; quell'idea era paurosa e fascinatrice come un abisso; era l'abisso dell'amore e del piacere, era la massima ardenza della vita, era la dimenticanza intera di chi s'abbandona alla morte, era la seduzione terribile della voluttà e della colpa. E l'avrebbe egli lasciata così, bella, innamorata, sorridente?... L'avrebbe egli lasciata alle carezze d'un altr'uomo?...

Camilla si rizzò in piedi, si divincolò dalla stretta fremente delle braccia di Riccardo, lesse negli occhi suoi quell'espressione selvaggia di desiderio che ne trasformava le sembianze, e si ritrasse paurosa.

Riccardo la segui, la raggiunse, se la strinse al petto, la coprì di baci.. le domandò per pietà ciò che per amore non aveva osato.

Camilla si sciolse un'altra volta dalle sue braccia, corse come ebbra nella sua camera, poi cadde in ginocchio mormorando fra le lagrime una preghiera affannosa...

In quel punto s'udì rumore.

Camilla tese l'orecchio; passi affrettati salivano su per le scale. Lo spavento rendeva mutoli e immobili i due sciagurati amanti; poi Camilla balzò in piedi, ricompose in furia i capelli, asciugò le lagrime, e venne incontro a Riccardo: — Fuggite! — mormorò con voce spenta dalla disperazione.

Riccardo si guardò intorno cercando uno scampo; non era più in tempo; la porta si aprì, e comparve sulla soglia l'aspetto sereno e sorridente di Bice.

Camilla e Riccardo stavano immobili e tremanti come due colpevoli. La giovinetta li vide, comprese, soffocò un grido e nascose la faccia tra le mani.

Camilla corse a lei, le allontanò le mani dal volto e la baciò con frenesia.

— Perdonami, Bice: perdona a una sciagurata!... —

Ma ecco altri passi su per le scale; con una energia inusata, Bice si staccò dall'amplesso di Camilla, corse alla porta d'ingresso e chiuse a chiave.

— È lui, — disse poi affannosamente alla cognata, — rimani qui... non rispondere... —

Poi aprì un altro uscio, prese per mano Riccardo e se lo trasse dietro senza guardarlo.

Camilla si gettò sopra un divano, e congiunse le mani rivolgendo gli occhi al cielo; ma il terrore le troncò sul labbro la preghiera.

Come un fanciullo docile, Riccardo aveva seguito Bice attraverso gran numero di stanze, ed era disceso per una scaletta di legno che metteva nella parte rustica dell'abitazione.

Bice gli indicò senza parlare il sentiero per cui se ne doveva andare, egli le prese la mano e l'accostò alle labbra mormorando a occhi bassi parole di riconoscenza.

Bice non rispose.

La poveretta levò gli occhi al cielo.

Invano Riccardo insistè con lo sguardo: la fanciulla non aveva lagrime, non aveva parole.

················

XLVI. Camilla a Riccardo.

«Sono ancora commossa dal pericolo che abbiamo corso. Il pensiero di ciò che avrebbe potuto succedere mi ha tolto le forze; la mia mente ne rifugge impaurita, come quando, spinti sull'orlo d'un vertiginoso abisso, si chiudono gli occhi per non vederne la nera profondità. Oh! quali affanni ha la vita! E dire che senza il soccorso di Bice noi eravamo perduti!

«Povera Bice! Dovere a essa l'impunità del nostro amore! E pure, sciagurata me, non trovo dentro al petto tanto rimorso da pagare il nobile sacrificio di quell'anima generosa!

«E può il vostro cuore rimanere insensibile a tanta abnegazione? e non sarete voi spinto irresistibilmente a confrontare la virtù mite, semplice, serena di Bice con la mia arrendevolezza colpevole?

«Quanto mi sento meschina dinanzi a questa creatura di diciott'anni! Ohimè! quanto il mio cuore è codardo!

«Che ne ho fatto della mia pace, dov'è l'altero vanto della mia virtù?

«Ho domandato al cielo la forza di lasciarvi, di dirvi addio in questa lettera per l'ultima volta, di dimenticarvi, di ridonarmi ai miei doveri traditi, all'affetto d'un uomo a cui mi legano vincoli tenaci di riconoscenza e di stima; ma ii cielo mi ha abbandonato, mi ha lasciata sola a combattere questa misera lotta! Me trista! Anche ora la voce della coscienza mi parla invano; più potente, più carezzevole, più cara mi parla la voce dell'amore..

«Perchè io v'amo, Riccardo, a costo della mia felicità, della mia pace, del mio avvenire, a costo di tutto... vi amo!

«Ma dite, dite, dove ci condurrà quest'amore sciagurato?

«Oh! Riccardo mio, pietà di me; pietà d'una misera donna che vede una minaccia nella sua felicità, mille pericoli a ogni passo e non una mano per soccorrerla...»

XLVII. Riccardo a Camilla.

«Che dite, mia buona amica, che dite mai? Dubitereste della mia lealtà, della mia fede, del mio amore? È vero, io ho dei torti verso di voi; ho potuto forse dimenticarmi un istante al vostro fianco, ma il pensiero dei dolori che il mio amore vi costa, mi ha fatto già pentire amaramente del mio delirio. Perchè fu solo un delirio, Camilla, un sublime, un immenso delirio, quello che mi ha aperto audacemente le porte del cielo...

«Ebbro dell'amor vostro, e insoddisfatto ancora feci sogni di paradiso e d'inferno.

«Vi giuro che questo non avverrà mai più! io non profanerò la santa serenità di questo cielo infinito, dove è sorto il nostro amore.

«Una sola promessa da voi, in cambio del mio giuramento. Amatemi sempre; e tutto il vostro cuore mi appartenga.»

XLVIII. Fratel Biagio a Riccardo.

«Ciò che vi devo dire vi recherà forse dolore; me ne duole davvero, e vorrei potervelo risparmiare; ma a questo punto non è più possibile. Si tratta di Bice.

«Saranno tre settimane, forse quattro, essa mi venne a contare non so che, dicendomi che tenessi per sciolta ogni cosa con voi, perchè non sì sapeva determinare a questo passo. Aveva gli occhi rossi; io le diedi una risposta che non si aspettava, — un bacio — ed essa mi sfuggi di mano piangendo.

«Avrei forse dovuto parlarvene subito, ma sperando che si trattasse di qualche bisticcio di innamorati, ho taciuto finora, anche perchè pensavo che non era niente affatto necessario di sciogliere qualche cosa, mentre non era stato legato nulla. Se vi ricordate, fra voi e me non si parlò mai di matrimonio.

«Oggi le cose pigliano un altro aspetto. Il signor Emanuel Pool, mio socio, che io stimo e amo come fratello, mi ha palesato la sua fiamma segreta per Bice e l'intenzione di sposarla. Ho risposto, come dovevo rispondere, che ne avrei parlato a mia sorella.

«Appunto testè le ho parlato; e Dio mi danni se vi capisco qualche cosa — accetta!

«Credete, caro signor Celesti, che io sono mortificato di questa imperdonabile leggerezza di mia sorella e tanto più che mi era lusingato d'imparentarmi con voi.

«Spero che non sarà per ciò offesa la cordialità dei nostri rapporti. Altri legami vi stringono oggi alla mia casa e a me, e qualunque sia per essere l'effetto che produrrà questa malaugurata notizia sull'animo vostro, mi vorrete conservare un po' d'amicizia.

«Siccome le mie faccende mi chiamano in Olanda nel mese d'agosto, il matrimonio si farà presto.»

Il primo effetto di questa lettera sull'animo di Riccardo fu, naturalmente, la meraviglia. La riflessione venne dopo: per essa, Riccardo si rallegrò di questo avvenimento e lo tenne in conto d'una gran ventura.

In fatti eccolo a un tratto alleggerito dal peso d'un rimorso e libero di abbandonarsi alla sua passione. Era un sentimento generoso che si faceva scudo all'egoismo. L'egoismo ha spesso di tali maschere.

Ma tutto ciò era così impreveduto e così imprevedibile, che più tardi il nostro eroe tornò da capo alla meraviglia, e almanaccò cento cose a darsene ragione. Allora la sua vanità volle far la permalosa e ritenersi offesa, ed egli proseguì per la via delle indagini e dei confronti, a dire a sè stesso che il signor Pool era assai meno seducente di lui, e che Bice aveva avuto in animo di vendicarsi; in ultimo, ostinandosi a trovare fredda e stiracchiata la lettera di fratel Biagio, concluse che egli doveva avere avuto nella determinazione della fanciulla assai maggior parte che non volesse mostrare.

Infine anche il cuore entrò a dire la sua; tanto per non perdere una bella occasione di fare la parte di vittima, si dichiarò tradito, non da Bice veramente, ma dagli avvenimenti. E fece dire sospirando a Riccardo: «e pure, sì, quella fanciulla io l'ho amata molto!»

Quando in questi bisticci di famiglia il cuore è l'ultimo a prendere la parola, si può scommettere che sa d'aver torto.

IL. Come e qualmente il signor Pool fosse innamorato.

La fiamma segreta del signor Pool metterà di buon umore più d'uno dei miei lettori (supponendo che i miei lettori siano più d'uno), e farà dire che chi scrive non rispetta i limiti dei suo argomento, e che, col pretesto d'un romanzo sentimentale, ha dato un tuffo nel ridicolo.

In fatti da tempo immemorabile un innamorato è una creatura privilegiata, che se la intende con la luna e con le stelle, dà del tu ai zeffiri e alle aurette e non si occupa delle cose della vita se non per indebitarsi col sarto e col profumiere.

Un uomo, che abbia sulle dita tutto l'abbaco, compresa la regola del tre semplice e composta; che non conosca neppure di vista il vocabolario delle grandi passioni; che a forza di sentire a parlare ha solo imparato a tacere; un uomo che non distacca mai gli astri dal cielo nemmeno per chiasso e che, invece di consacrare un'ora del giorno all'arte difficile di annodarsi la cravatta, sembra considerare i propri indumenti come cosa separata dall'organismo, un uomo di questa sorta — è chiaro — non può accendere e alimentare dentro di sè una fiamma segreta, senza farsi ridere sul muso da chi abbia in testa un grano di giudizio.

Ma se il ridicolo è un'ottima ricetta per tenere allegra una metà degli uomini a spesa dell'altra metà, non fa quasi mai che un ammalato d'amore guarisca della sua febbre.

La fiamma segreta del signor Emanuele Pool è dunque una vera fiamma, forse un po' meno splendida e un po' meno ardente di molte altre, ma con i caratteri di luce e di calore di tutte le fiamme metaforiche conosciute.

Da quanto tempo egli amasse Bice, quali considerazioni lo avessero trattenuto dal rivelarsi, per che sorta di tempeste fosse passato il suo cuore durante il periodo luminoso dell'amore di Riccardo, e come avesse accettato alla muta la parte del sacrificio, tutto ciò nessuno potrebbe dirlo, perchè il signor Emanuele Pool non lo disse a nessuno. Noi sappiamo solo che un dì fratel Biagio fu visto in lungo colloquio col suo degno socio, poi in lungo colloquio con la sorellina e poi ancora con il signor Pool, e al giorno susseguente da capo con la sorellina e con l'imperturbabile innamorato, il quale lasciò l'uffizio un quarto d'ora prima del consueto a passi affrettati, con un sorriso appeso fra le labbra alla disposizione del primo venuto. Sappiamo pure che dopo breve tratto, egli rifece i propri passi per venire a sfogare l'allegrezza vuotando il borsello nelle mani dei suoi cenciosi amici, sempre esatti al ritrovo, e che dieci o dodici sciancati e paralitici sentirono quel giorno, oltre dei loro consueti malanni, una specie di febbre che, grazie alle veglie scientifiche degli economisti, non avevano provato molte nella vita.

Tutti questi fenomeni volevano dire che il signor Emanuele Pool aveva chiesto la mano di Bice e che Bice aveva detto di sì.

L'accettazione della fanciulla non è la parte meno stravagante del garbuglio, ma non è misteriosa niente affatto. Il merito è tutto di fratel Biagio, il quale in questa occasione dovette far prova della stessa accortezza che gli aveva servito per guadagnare il della signorina Camilla, oggi sua legittima sposa. Veramente nel presentarsi a Bice egli aveva avuto in mente di pigliar la cosa da lontano, ma anche dinanzi a Camilla ebbe già la stessa intenzione e vi dovette rinunziare per non essersi saputo decidere a scegliere il suo punto di partenza; si sa: uno che non abbia alcuna predilezione per l'Era Volgare e per il Diluvio, il meglio che possa fare è d'incominciare addirittura in tempo presente. Così aveva fatto fratel Biagio con Camilla, e così s'era determinato a fare con la sorella.

— Come stai questa mattina?

— Bene.

— Tanto meglio, perchè ho una notizia a darti.

— Buona!

— Secondo i oasi. C'è uno che ti vuol bene. —

Bice, senza preamboli, si era messa a piangere.

— Peggio per lui, io non voglio più bene a nessuno... —

Ma fratel Biagio, tirandosi fra le braccia la bella lagrimosa, aveva insistito:

— Ci è uno che ti vuol bene... e che vuole sposarti...

— Peggio per lui, peggio per lui... io non mi lascio sposare da nessuno, voglio vivere e morire zitella.

— Quest'uno... vuoi sapere chi sia?

— Non me ne importa, non lo voglio sapere.

— Indovina.

— Ti dico che non lo voglio sapere.

— È il mio amico, è il nostro amico Pool.

— Lui!

— Proprio lui. Lo vuoi per marito?

— Non lo voglio. —

Nuova pioggia di lagrime sulle mani tremanti e carezzevoli di fratel Biagio.

— Piccina mia, hai torto. Emanuele Pool è un uomo di cuore, non è una fraschetta, è un commerciante accorto, ti vuol bene e ti farà felice...

— Non lo voglio.

— Emanuele è anche un bell'uomo, un po' serio, ma questo non guasta; se gli vorrai tanto bene sarà capace di ridere anche lui; infine ha solo trent'anni...

— Non lo voglio.

— È la tua ultima risposta?

— La prima e l'ultima... Cioè, se tu vuoi proprio, io lo sposo, ma solo per farti piacere.

— Il cielo me ne guardi. Che cosa devo dire al signor Pool?

— Non lo so.

— Devo dirgli che ti è antipatico?

— Questo no, perchè non è vero.

— Devo dirgli che tu vuoi un marito più giovane e più bello?

— Nemmeno; nè lui, nè altri... perchè tanto vorrei bene a lui come a un altro. Digli questo. —

Fratel Biagio aveva baciato sulla fronte la sorella e se n'era andato fregandosi le mani a dare la risposta al signor Pool.

Due ore dopo era tornato sorridente.

— Ho fatto la risposta. —

Bice aveva voluto mostrarsi indifferente, ma non v'era riuscita.

— Me ne dispiace per lui, ma io non ne ho colpa... Sarà rimasto mortificato...

— No... anzi mi ha detto di ringraziarti...

— Di ringraziarmi!...

— Di ringraziarti, perchè non lo trovi nè antipatico, nè odioso, e perchè il suo amore non ti offende... spera col tempo...

— Il tuo signor Emanuele è un impertinente... non dovrebbe sperar nulla, o almeno non lo dorrebbe dire...

— L'impertinente sono io, bambina mia, io che ho letto tutte queste cose nel suo volto, e che te le dico per farti andar in collera.

— Dunque il signor Pool non ti ha detto nulla?

— Nulla.

— E tu hai letto?

— Ho letto.

— Non sai leggere o hai letto male.

— So leggere benissimo e ho letto benissimo: Emanuele ti ama molto, era scritto così.

— Proprio?

— Proprio. Ti ama da un pezzo, senza che tu te ne sia mai accorta.

— Questo poi è vero.

— Che ti ama da un pezzo?

— No... che non me ne sono mai accorta.

Per quel giorno non se n'era parlato più; al mattino successivo fratel Biagio non si era lasciato vedere, e il signor Pool, incontratosi per caso con Bice, l'aveva salutata cortese; Bice avea risposto al saluto, ed era fuggita via.

Dopo la colazione la bella addolorata si trovò sola col fratello, il quale imprudentemente si lasciò cadere di bocca il nome del socio. A questa allusione Bice sentì venire agli occhi due lagrime e disse singhiozzando:

— Ho capito, ti preme di darmi marito; non mi vuoi più con te. —

Fratel Biagio tutto commosso, strinse al cuore la giovinetta, ma non disse di no.

— Mi lasceresti sola senza dolore, tu, ma io no, non voglio lasciarti solo. —

Queste parole dicevano forse troppo, ma fratel Biagio pareva soltanto inquieto dell'avvenire della sorellina, e accennò melanconicamente all'inevitabile giorno in cui egli avrebbe dovuto abbandonarla nel mondo.

— Tu sei una fanciulla, io sono un uomo. —

Erano soli, nessuno li vedeva; si abbracciarono stretti e confusero le loro lagrime.

Anche quest'atto poteva parere più melanconico del necessario, ma chi può dire quali immagini fossero state evocate da quelle parole?

Prima di separarsi, Bice pose le mani in quelle del fratello e gli disse con voce ferma:

— Mi vedi, sono serena, sono sicura di me medesima; se tu lo credi necessario, sposerò il signor Pool, lui o un altro, o cento altri, non importa; sposerò tutti quelli che vorrai; e se non occorre alla felicità altro che un po' di rassegnazione e d'affetto, credo che sarò felice per farti contento. Già è tutt'uno; fanciulla o moglie sarò la stessa, purchè abbia sempre il mio buon fratello... —

... E il buon fratello le aveva dato un bacio lungo, dopo di che era corso col cuore più leggiero a dare la felicità al signor Emanuele Pool.

L. Il signor Pool fa la sua dichiarazione.

Bice dopo d'aver pensato molto al suo primo incontro col signor Pool, aveva fatto il disegno poco caritatevole di mettere tutto l'imbarazzo della posizione a carico dell'eloquenza del suo futuro sposo. Ma, contro il prevedibile, il taciturno fidanzato non si lasciò sgominare dalle difficoltà della sua parte e, invece di attendere il colloquio formidabile con la rassegnazione di chi è disposto a fare una triste figura, vi andò incontro animoso, e nel giorno successivo a quello della domanda di matrimonio fece dire da fratel Biagio a Bice: «che volendo parlarle, le chiedeva un quarto d'ora del suo tempo.»

«Bisognerà che parli per tutto il quarto d'ora,» disse Bice a sè stessa, meravigliata meno dell'audacia del signor Pool, che del non sentirsi ferma come prima le pareva d'essere; volendo riguadagnare la disinvoltura che aveva perduto, un po' innanzi dell'ora stabilita si pose al pianoforte per ripassare fervorosamente tutta la sua musica da ballo.

Si era essa avveduta che il signor Pool le stava dietro le spalle da un minuto? Poi che disse di no, voltandosi all'improvviso, bisognerà mostrare di crederle, come fece appunto l'innamorato.

— Perdoni se giungo in mal punto a disturbarla.

— Non mi disturba... si accomodi... —

Bice aveva cercato di darsi un'aria fredda e indifferente, capace d'agghiacciare le parole in bocca a un innamorato timido; ma cedendo a un moto di curiosità, levò gli occhi in faccia al signor Emanuele, e vi lesse un'espressione così serena e così dolce, che sentì rimorso dei propri disegni, e la sua frase le venne fuori in frantumi accompagnata da un incantevole rossore.

Il signor Pool si trovò adunque avere il sopravvento fin dalle prime parole, ma, invece di abusarne, non parve neppure porvi mente, e corse difilato a ciò che gli stava a cuore, come dietro una traccia prefissa.

— Sono venuto a dirle a voce la gratitudine che le devo; suo fratello mi ha assicurato che lei acconsente a divenire mia moglie.

Bice taceva.

— Vuol degnarsi di confermare dinanzi a me ciò che mi fa felice?

— Quanto le ha detto mio fratello è vero.

— Perdoni, vorrei che mi dicesse candidamente le ragioni che l'hanno indotta a darmi il suo consenso. Le pare che io sia troppo indiscreto? —

La fanciulla non rispose a parole, ma il suo silenzio e il rossore che le accese il volto dissero chiaro che il suo fidanzato le sembrava molto stravagante e un poco impertinente.

— Le assicuro — proseguì il signor Pool con dolcezza, — che la mia audacia non è senza ragione.

— Ma io...

— Comprendo. Si rassicuri, non voglio già che mi dica d'amarmi; non voglio questo, perchè prima di tutto voglio la schiettezza. Spero che mi amerà un giorno, e allora avrà tempo a dirmelo; intanto per acconsentire a sposarmi, avrà un motivo, almeno uno. Sia sincera; me lo dica. —

Se l'eroismo non esistesse sulla terra, bisognerebbe dare questo nome allo sforzo che fece Bice per rispondere.

— Prima di tutto io la sposo perchè... ha detto che questo le fa piacere... —

Il signor Pool aggiunse alla propria faccia serena un sorriso dolce e incoraggiante.

— E poi perchè ciò fa piacere a fratel Biagio... e perchè lei è un... giovine (avrebbe voluto dire un uomo ) di cuore... e perchè è sempre stato buono per me, e perchè volendomi bene, come dice, mi farà felice...

— È ciò che io voleva da lei, signorina; or bene, se crede che tutto ciò basti a fare la felicità, le prometto che sarò sempre lo stesso, per farla felice e per farle dimenticare il dolore. —

Egli si era lasciato cadere di bocca queste ultime parole con studiata indifferenza. Ma Bice ne colse alla prima il significato e sentì qualche cosa che stava tra la vergogna e il dispetto. Il suo innamorato si affrettò a soggiungere:

— Sono schietto con lei fino alla ruvidezza, perchè possa imparare presto a conoscermi come la conosco. —

Bice si sentì indovinata fin nei moti più segreti del cuore, e levò gli occhi sbigottiti a guardare in faccia ai signor Pool.

— Le ricordo il passato, — proseguì egli, — perchè se non ne parlassi, avrebbe ragione di domandarsi conto segretamente del mio silenzio. Non posso ignorare io solo quanto è noto a tutti, e lei sa che se osai sognare la felicità di farla mia, non obbedii a un sentimento improvviso o ingannevole. Le rimane a sapere come io non abbia già ceduto all'egoismo del mio affetto, ma mi lusinghi di ridonarle tutto ciò che occupava un posto nel suo cuore. È la mia ambizione; l'ambizione d'un uomo che l'ama alla buona. Non mi faccia una colpa di questo linguaggio. Invece di dirle che io sarei morto d'amore per lei, mi lasci dire che avrei avuto la forza di vederla felice e di benedire la sua felicità nelle braccia d'un altro. Ciò è forse meno bello, ma è vero. —

E siccome Bice era passata dal rossore alla commozione e non trovava la forza di rispondere, il signor Pool, con una galanteria cavalleresca che anche gli innamorati non sentimentali ritrovano qualche volta nelle grandi occasioni, prese la mano della vaga fanciulla e la appressò alle labbra, poi fece atto di allontanarsi.

— Signor Emanuele, — disse Bice, e uscendo improvvisamente dalla inerzia, mosse un passo verso il suo fidanzato, il quale si arrestò, e si volse con un lampo di felicità nello sguardo. Ma l'eloquenza della fanciulla veniva dal cuore e non trovò parole o ne trovò troppe in una volta; invece di parlare, essa offri ancora la mano al signor Pool, che la strinse con melanconico entusiasmo.

— Credo che l'amerò, — disse finalmente Bice, — perchè mi sento orgogliosa d'essere amata da lei.

LI. Camilla a Riccardo.

«La cerimonia si è compiuta ieri mattina all'alba; Bice è diventata la signora Pool.

«La signora Pool! non vi pare che suoni male questo nome? Io credo che non saprei darmi pace se mi chiamassero la signora Pool.

«Per altro Bice era allegra, e sono sicura che sarà felice. Suo marito è un bell'uomo; molto serio, troppo serio, ma pieno di cuore, e le vuole assai bene. Biagio dice che ne è pazzamente innamorato, ma io stento a crederlo. L'idea del signor Emanuele Pool innamorato non mi vuol entrare.

«Gran giornata quella d'oggi! Non si è fatto molto chiasso, ma si è stati allegri; hanno voluto una festicciola di famiglia, senza pompe e senza sussiego.

«Io avrei preferito che si fosse fatta nella nostra casa di Milano, ma Biagio si è ostinato a far intervenire la campagna nella cerimonia di nozze, dicendo che è cosa di buon augurio.

«Perchè non siete venuto? Ieri non vi aspettavamo, ma oggi sì. Io per esempio ero certa che non avreste temuto di trovarvi dinanzi a Bice in questa giornata. Non siete venuto e non ve ne faccio una colpa; non vi sembra però che l' indifferenza si sarebbe comportata altrimenti? Fatemi il piacere di dirmi di no................

················

LII. Riccardo a Camilla.

«Non vi dico nè sì, nè no. Mi fate un'accusa da cui non voglio scolparmi; il sentimento che mi ha consigliato la mia condotta mi consiglia pure questo silenzio. Mi è doloroso avvedermi che non abbiate ancora imparato a conoscermi.»

LIII. Buon viaggio!

Il signore e la signora Pool, Camilla, fratel Biagio e Riccardo sono riuniti nell'atrio della stazione ferroviaria.

Camilla e Riccardo hanno aspetto stravolto, Bice è mesta, Emanuele Pool imperturbabilmente taciturno.

Anche fratel Biagio, con la valigetta ad armacollo e col cappello di feltro a larghe tese, sembra in preda a una melanconia profonda.

Riccardo guarda sott'occhi Bice che il matrimonio ha trasformato in modo strano. Chi può dire quali pensieri passino per il suo capo, quale arruffato viluppo di confronti egli si affanni a sciogliere col cervello?

Un sentimento misto di pentimenti vani e di fiacche aspirazioni tenta, come un adulatore, il suo spirito. Guarda al passato, guarda all'oggi; vede Bice, già sospirata ardentemente, nelle braccia d'un altro uomo; pensa alla bizzarria fatale che ha collegato con le stesse vicende i due affetti della sua vita, e cercando d'ingannare sè stesso fa carico alla sorte delle sue colpe.

Egli è solo! Questo pensiero, questa condanna, campeggia dinanzi alla sua mente. Potranno le frenesie di nuove colpe pagare la felicità serena che gli era stata offerta due volte?

Ma egli pensa anche che Camilla è bella, che lo ama, che un'onda fascinatrice di voluttà spira dal suo corpo leggiadro; pensa che fratel Biagio parte, che il nuovo stato di Bice la terrà lontana dal turbare la felicità degli amanti... La colpa non ebbe mai tante lusinghe.

L'ora della partenza si avvicina; fratel Biagio passa la mano sulla fronte, come a diradare le nuvole di mestizie che l'oscurano.

Camilla gli si fa vicina, gli stringe la mano, lo chiama amico mio. Povera donna! è mesta; pensando a suo marito, al suo ottimo Biagio, che andrà lontano e farà una lunga assenza, ella ha il cuore gonfio non sa bene se di tenerezza o d'affanno.

L'ottimo marito dal canto suo giura che non ha mai intrapreso un viaggio così a malincuore, e che se un negozio d'oro non richiedesse la sua presenza in Olanda...

Curioso impeto di tenerezza quello che gli vieta di proseguire, e lo costringe a volgere il capo e soffiarsi il naso per nascondere la commozione.. Camilla crede d'aver visto una lagrima, e piglia la mano del marito; Riccardo guarda la punta dei suoi stivali.

— Rimani, — dice Camilla in un impeto d'affetto e di pentimento, — non partire.-

Fratel Biagio stringe la mano della sua compagna, poi si se scuote bruscamente.

— Siamo tanto fanciulli — dice col suo accento gioviale di tutti i giorni. — Ho fatto cinquanta viaggi, e non mi è mai avvenuto di sentirmi così poltrone. È pur troppo vero che s'invecchia... ma non sarà mai detto che io mi sia lasciato sfuggire un negozio d'oro come questo. —

Bice con uno sguardo sembra domandare al suo sposo di che negozio si tratti, e costui risponde:

— Di stagno.

— E poi... — soggiunge fratel Biagio accompagnando le parole con un sorriso di mistero, — ho un disegno... che se mi riesce l'Olanda rammenterà il mio nome...

— Di' su, di' su... — interrompe Bice.

— È un segreto. —

Ma Camilla, che è sulla via dei pentimenti, non si dà per vinta e insiste con la parola e con lo sguardo perchè Biagio rimanga..

Il buon marito pare assai commosso da questa testimonianza d'affetto, e se ne schermisce alla meglio.

— Ritornerai presto?

— Presto.

— E sarà l'ultimo viaggio, non è vero?

— L'ultimo.

— Ne sei sicuro? —

Biagio leva gli occhi al cielo, e risponde con voce che si sforza invano di rendere ferma:

— Ne sono sicuro. —

Intanto Riccardo si bisticcia col suo demonio, e continua a guardare la punta dei propri stivali.

Si rinnovano i saluti, gli augurii, gli amplessi affettuosi, i baci replicati e sonori. Nell'appoggiare le labbra alla fronte di Bice, che è rimasta ultima, fratel Biagio trova modo di bisbigliarle sottovoce una domanda, a cui la fanciulla risponde con un sorriso e con un bacio. Ma il fratello insiste.

— Credi proprio d'aver incominciato a volergli bene?

— È la seconda volta che mi fai questa domanda: ti ho già detto di sì.

— Partirò più lieto se me lo dici ancora.

— Ebbene, sì, ho proprio incominciato.

— Ne sei sicura?

— Ne sono sicura.

— Il cielo ti benedica! —

Si ode la campana, il signor van Leven si toglie con un moto risoluto ai suoi cari, ed entra nella sala d'aspetto.

Camilla e Bice si sciolgono in lagrime; Riccardo fa alcuni passi, cercando di darsi aria disinvolta, ma ha l'aspetto d'un tagliaborse colto in fallo; Emanuele Pool continua a tacere.

— Benedetti interessi! — s'arrischia a dire il signor Celesti.

Camilla e Bice non rispondono.

— Un negozio d'oro! — dice messer Pool.

— D'oro?

— Di stagno, che torna lo stesso.

— E il suo disegno secreto?

— Che ne so io!.. la sua Flora, la sua benedetta Flora!... vuol fare attecchire le viole mammole in Olanda!... tempo perduto!... —

Bice ha preso il braccio dello sposo e Riccardo offre il suo a Camilla. Già stanno per allontanarsi, quando odono alle spalle alcuni passi affrettati e una voce nota... si volgono: è ancora fratel Biagio.

— Ho voluto abbracciarvi un'ultima volta — dice egli affannosamente, — mancano due minuti alla partenza; state sani, ricordatevi di me.. addio!

— Buon viaggio!... Buon viaggio!.. —

Ma s'ode un fischio; fratel Biagio si slancia e qualcuno gli dice: — È troppo tardi! il convoglio parte!

— Che piacere! — esclama Camilla.

— Che piacere! — ripete Bice.

E Riccardo Celesti è costretto a dire anche lui:

— Sì, davvero, che piacere!

— Se è partito... — balbetta fratel Biagio come trasognato — se è partito, io posso restare, forse è meglio così.. — partirò un altro giorno. —

E si piglia sotto il braccio la moglie, la quale ride e piange allo stesso tempo, e non ha più occhi per Riccardo.

Costui, nel rifar la via verso casa, è più che mai occupato dei proprî stivali.

LIV. Fratel Biagio fa un bel sogno.

Tutto quel giorno Camilla non seppe stare in sè; credeva in buona fede di non essere stata mai tanto felice; fratel Biagio vedendosela intorno carezzevole, le sorrideva e le restituiva le sue carezze. Più tardi a quell'allegria nervosa succedette una specie di torpore; senza sapere perchè, la disgraziata moglie ebbe bisogno di ritirarsi nelle proprie stanze, di stare un momento sola con la sua coscienza; ma fratel Biagio la raggiunse, e la trovò in lagrime.

E fu allora come se la luminaria della festa del cuore si spegnesse a un tratto; non poteva veder piangere nessuno il povero uomo, tanto meno sua moglie; caduto dall'alto della propria allegria, rimaneva lì senza parole.

Poi si fece innanzi, prese per mano la bella, che invano cercava di dissimulare, la trasse a sedere al suo fianco, e con voce mesta e profonda:

— Che hai? — le disse.

— Non lo so neppur io... la gioia.. ho riso troppo e ora piango senza volere... forse perchè sono tanto felice.

— Camilla, — proseguì il marito, — tu mi nascondi qualche dolore; non è oggi soltanto che me ne sarei dovuto accorgere, la colpa è mia; noi altri uomini d'affari crediamo che rimanga sempre tempo all'amore, e il tempo se ne va, quando non se ne va l'amore. Accusami pure, me lo merito; ti ho trascurato troppo, avrei dovuto pensare che tu hai bisogno di distrazioni, che fai una vita troppo monotona.... dillo, è questo?

— No... cioè sì, che ne so io? sarà questo... — rispose Camilla tremando... — partiamo, conducimi teco, in Olanda... non ti darò noia.. Vuoi? —

E dette queste parole, che le erano venute irresistibilmente sul labbro, ella stette a guardare attonita suo marito.

— Perchè no? — esclamò egli con una specie di entusiasmo giocondo. — Facevo a malincuore il viaggio, lo faremo insieme e sarà una festa. Siamo intesi, ti conduco meco; ma voglio vederti allegra.. voglio che tu rida sempre, come poco fa... Ridi...

— Sì — disse Camilla — starò allegra, staremo allegri... rido... —

Ma un singhiozzo le ruppe le parole. Fratel Biagio rispettò quel nuovo impeto di melanconia, poi disse:

— Povera Camilla!... hai bisogno di piangere, piangi qui nel mio petto... piangi, ti farà bene.

— Non piango più... — disse Camilla, rizzandosi in piedi, — sono i nervi... ora è passato... Vedi... —

E mostrava il bel volto, sa cui rimaneva ancora appesa una lagrima. Fratel Biagio le asciugò gravemente la guancia con la pezzuola, poi la baciò sulla fronte. La disgraziata Camilla aveva una strana luce negli occhi, ma non piangeva.

Più tardi, verso il tramonto, era sola in giardino sopra una panca; aveva raccolto un ramo d'acacia e ne staccava le foglie a una a una, quando il marito venne a sedersele vicino.

— È giunta una lettera, — disse egli con voce tremante.

— Che lettera?

— Dall'Olanda; la mia presenza laggiù è proprio necessaria; partirò domani...

— Domani? — mormorò Camilla; non disse altro.

Dopo un silenzio lungo, fratel Biagio ripigliò a dire titubante:

— Ho pensato.. che tu non avrai tempo di far i preparativi... dovendo partire, avresti tante cosuccie da fare...

— È vero, — balbettò Camilla...

— Per altro, non occorrono tante valigie; l'assenza non sarà lunga... —

La meschina guardava le foglie dell'acacia cadute ai suoi piedi, e non rispondeva.

— Si partirebbe... all'alba... — proseguiva fratel Biagio con voce commossa — tu non hai veduto mai l'Olanda... è un paese curioso... A che pensi?...

— Penso, — mormorò Camilla senza rialzare il capo, — penso a quello che dici tu stesso... che non mi rimane tempo a nulla... che partire così, all'improvviso... senza nemmeno salutare... Bice...

— Bice... verrà stasera col marito... gli ho mandati ad avvertire... Ma vedo bene che è impossibile...

— Lo vedi anche tu...

— O per lo meno... difficile... molto difficile.. corresse il marito; — ma Camilla ripetè senza badargli:

— Lo vedi anche tu che è impossibile!

— È vero, — disse Biagio con un sospiro profondo, — ho fatto un bel sogno! —

Si alzò di repente, e mosse verso la casa; Camilla lo accompagnò con uno sguardo attonito, poi nascose la faccia fra le mani.

Il domani, all'alba, fratel Biagio partì per l'Olanda — solo.

LV. Camilla a Riccardo.

«Balzo da letto per iscrivervi. Qual notte! quali terrori! Che fate voi, in quest'ora? Dormite? Sognate forse di me? Vi scrivo per stordirmi, per ingannare queste ore terribili di tenebre, di solitudine e d'insonnia.

«Come è pigro il tempo! quanto tarda a spuntare l'alba!

«Credete voi ai presentimenti? Ditemi di no; ve ne scongiuro. Anch'io non vi credo; di giorno anzi ne rido; ma di notte si diventa fanciulli e ogni ombra piglia sembianza di fantasma.

«In questo momento mi faccio forza, ma poc'anzi... lo credereste? ho avuto paura dell'attaccapanni. Anche ora non sono proprio un'eroina, e mi guardo ogni tratto intorno, perchè gli spettri non mi piglino alla sprovveduta; ma se non altro la mia mente è con voi, il mio cuore è con voi... non sono più sola.

«Mi viene In mente che per cacciar la paura dei fantasmi, non è il miglior mezzo parlarne.. Parliamo d'altro.

«Ancora non mi sono fatta un'idea del come passerò il mio tempo. Sono proprio spaventata dalla solitudine che mi attende.

«La zia Angelica è un'eccellente creatura, ma non si sa che fare, nè che dire con lei. Bice ha altro da pensare... fortunatamente: perchè come potrei io guardarla in faccia?

«Ah! Riccardo! quanti affanni e quante dolcezze mi cagiona il vostro amore!

«Anche il vedervi, il trattenermi con voi mi è negato. Sì, mi è negato; non cercate di persuadermi del contrario; se vi è cara la mia pace, se vi è caro il mio onore dite a voi stesso che io non posso vedervi, che le vostre visite frequenti svelerebbero a tutti il nostro segreto. E pensate se si sapesse, se mio marito....»

················

LVI. Riccardo a Camilla.

«Vi ho obbedito; ho soffocato l'ardente desiderio del cuore; sono quindici giorni che vostro marito è lontano e non fui che due volte in casa vostra, e mi vi trattenni pochi minuti come un indifferente. Ora non mi è più possibile; voi non sapete ciò che io soffro senza vedervi, non sapete che lo spasimo misura le mie giornate, che cento larve irose popolano la solitudine delle mie notti.

«Tutto nel mio cuore è mutato, io mi domando atterrito dov'è la forza che mi ha sorretto finora, e mi meraviglio d'averla avuta, e interrogo il destino che me la diede un istante per ritormela ad un tratto.

«Mi è cara la vostra pace; stimo prezioso più del mio il vostro onore, ma è follia, credetelo, sfuggire oggi le occasioni che ricercheremo più tardi.

«Noi possiamo vederci — noi lo dobbiamo.

«Se il vostro cuore sente come il mio, ne converrete voi pure.

«È un diritto ed un benefizio quello che vi domando. Io soffro; senza vedervi, senza abbracciarvi, senza udire dal vostro labbro l'affermazione del vostro amore, senza sentirmi avvolto nel fascino dei vostri occhi, io soffro pene maggiori di quelle dell'inferno, perchè mi avete dato il paradiso.»

LVII. Camilla a Riccardo.

«La zia Angelica non esce mai di casa. Non è possibile vederci che di notte. Poichè lo volete, poichè il mio cuore impotente non sa resistervi, venite domani, alle undici; a quell'ora il portinaio dorme, io stessa verrò ad aprire.»

LVIII. Idillio domestico.

Riccardo ha misurato più volte a passi lenti la facciata della casa del signor van Leven, senza che alcun segnale sia giunto al suo orecchio ed al suo cuore. Per altro egli è ben certo di aver udito battere undici tocchi agli orologi della città, e che quella appunto è l'ora stabilita dalla lettera di Camilla.

Un affanno pauroso si mesce all'impazienza che affatica il suo spirito; egli si domanda sbigottito che mai possa essere sopravvenuto a Camilla perchè manchi così alla parola.

In quel punto ode sonare le undici e mezza; altri orologi vicini e lontani ripetano a brevi intervalli lo stesso suono... Allora si scuote, si guarda intorno, si assicura che nissuno può vederlo e muove difilato alla porta di ingresso della casa van Leven.

La porta è lievemente socchiusa, e un fruscio di vesti giunge all'orecchio di Riccardo. Tutte le ansie dispettose cedono improvvisamente alle trepidanze dell'amore.

Egli è presso all'uscio, immobile, tremante; la baldanza gli vien meno, il pensiero di trovarsi solo con Camilla, in quell'ora, di sfidare con essa il pericolo di essere scoperti, e d'altra parte il timore di tradirsi, la paura di non saper tanto soffocare i battiti del cuore e gli accenti affannosi della passione che non giungano a rompere il sonno dei servi, tutto ciò lo riempie d'affanno.

È sul limitare della felicità, e non sa determinarsi a passarlo.

Ma si fa forza, con un filo di voce balbetta:

— Camilla!

— Riccardo! — risponde un'altra voce tremante... L'uscio gira lentamente sui cardini; le barriere sono scomparse, i due amanti si uniscono in un amplesso.

Per alcuni istanti s'ode solo il rotto linguaggio dell'amore e il fremito ardente dei baci.

— Camilla! Camilla!

— Riccardo! —

Salgono le scale avviticchiati come due giovani piante cresciute sulla stessa zolla, entrambi muti per la commozione, entrambi smarriti e tremanti.

Riccardo è fuor di sè: la febbre della felicità fa battere i suoi polsi, il desiderio fa fremere le sue fibre. Vorrebbe parlare, ma le parole gli muoiono sulle labbra.

La bella donna tace anch'essa, il suo corpo pesa con abbandono sulle braccia di Riccardo; il suo seno si alza e si abbassa come una nave portata da flutti tempestosi...

Correte istanti felici dell'amore!

Attraversano alcune stanze, rasentano un uscio semichiuso da cui esce la respirazione tranquilla e regolare della zia Angelica. Essa dorme; tutte in quell'ora solenne dormono le creature della terra!

Dormite, dormite... Più seducente dei fantasmi del vostro capezzale, più lusinghiera e più dolce dei vostri sogni è la felicità che attende gl'innamorati.

Proseguono silenziosi, eccoli in una camera appartata; qui sono soli, nessuno li guarda; la oscurità della notte gli avvolge, li circonda, li difende; si amano e possono amarsi; il mondo è lontano, il cielo è in essi, nel loro petto ansante, nelle loro braccia che si stringono, nell'alito che esce dalle loro bocche e si confonde, negli sguardi che si ricercano e s'incontrano attraverso l'oscurità.

Correte istanti felici dell'amore!...

— Voi tremate! — dice Riccardo.

— Voi pure!

— Perchè tremate?

— Ho paura.

Riccardo stringe con passione la mano di Camilla come a domandarle: «di che cosa?» la bella non risponde, ma il suo silenzio è più eloquente della parola.

— Di me?

Camilla a quella insistenza trema più forte, ma continua a tacere.

Stanno alcuni istanti in silenzio. Riccardo volge l'occhio intorno; i suoi sguardi avvezzi a poco a poco all'oscurità riconoscono l'ampia sala in cui egli venne già la prima volta. Su quello stesso divano egli si era assiso col signor van Leven, che l'aveva accolto in casa sua come un amico; colà è il tavolino su cui si era appoggiato e nella parete opposta lo specchio, dinanzi al quale s'era rassettato il panciotto, mentre studiava la miglior maniera di presentarsi a dovere.

Quanto tempo è passato da quel giorno, e quanto rapidamente è passato! E negli avvenimenti molteplici che si sono succeduti come tutto l'ordine immaginario era stato mutato nella realtà!... E per qual via l'imprevedibile aveva rotte le trame del preveduto?... In quel tempo egli viveva per Bice... ed ora!...

Quest'ultimo pensiero lo richiamava in sè stesso. Egli è solo con Camilla, sente il bel corpo premere sul suo... nessuno li sorprenderà... nessuno!

Che spera? che pensa? che farnetica colla mente agitata?

Un'onda d'amore gli prorompe dalle labbra; l'oscurità favorisce la sua eloquenza...

Ciò che egli disse, ciò che essa rispose, vibrò lungamente nel loro cuore.

— Mi amate?

— Vi amo.

— Come me?

— Sì, se mi amate molto.

— Camilla mia! Camilla mia!

La disgraziata non risponde più; un nuovo turbamento sembra impadronirsi del suo spirito; si alza, si svincola con dolcezza dalle braccia dell'innamorato, e fa per accostarsi al camino. Riccardo la segue, la raggiunge, la trattiene.

— Che fate?

— Accendo un lume.

— Perchè?

— Per vedervi...

— Non è vero.

— Sì, per vedervi.

— Non è vero; ecco.. voi tremate.

Camilla si arrende e si lascia guidare da Riccardo.

— Di che temete?

— Di che temo! Del nostro amore, di voi... ah! Riccardo, abbiate pietà di me!

— Non ho che amore, Camilla, un amore immenso, indomabile, che mi fa grande per farmi soffrire di più.

— Zitto... ho sentito rumore; la zia Angelica...

Camilla si accosta ad un uscio e si pone ad origliare, mentre Riccardo rimane immobile nel mezzo della camera trattenuto dal terrore. La povera donna approfitta di quell'istante per accendere la lampada.

All'improvvisa luce la camera piglia un aspetto nuovo; svanisce a un tratto quella sicurezza che rendeva l'uno audace e l'altro debole nel resistere.

Ecco, i due amanti si guardano come estranei; la loro intimità è cessata, l'imbarazzo si pinge vivamente sulle loro guancie, l'uno vede nell'altro la propria accusa...

Ciò che poc'anzi sembrava legittimo pare audace. Nuovi modi, nuovo linguaggio e quasi nuove persone; e tuttavia le stesse passioni.

Riccardo è sbigottito; bisogna ricominciare da capo, sfidare la presenza importuna dei mobili, le beffe ed i sarcasmi dei quadri appesi alle pareti. Da uomo avveduto, egli comprende che non conviene domandare tutto all'audacia, ma che bisogna attendere molto dalla febbre della passione.

Correte istanti felici dell'amore!...

LIX. Un marito che fa conti e una moglie che fa valigie.

Correggere con un po' di affetto semplice la tazza della voluttà, mettere accanto alle dolcezze affannose del tradimento le freddure dell'amore legittimo è un privilegio di narratori melanconici che, dopo aver trovato il modo di rendere noiosa la virtù, si ingegnano quanto sanno a rendere noiosa anche la colpa.

Chi scrive queste pagine non si nasconde il pericolo che corre, togliendo bruscamente l'a mico lettore dallo spettacolo d'un'eroica moglie che ha fatto venire in casa l'innamorato sentimentale per aver il pretesto di mettere a prova la sua virtù. Ma chi sa come tutta l'arte del novelliere si riduca a farsi gioco abilmente della pazienza dei lettori, porrà questo salto repentino a carico della tirannia della narrazione.

Eccovi dunque in cambio gli affetti legali di due sposi ragionevoli.

Il signore e la signora Pool hanno vegliato anch'essi tutta la notte, e vegliano ancora, — l'uno a porre in ordine carte, a scrivere memorie, a dar consigli e suggerimenti al primo commesso della casa van Leven e Compagni, l'altra ad incassare valigie con poca abilità, ma moltissimo sussiego e qualche segreta lagrima ogni tanto.

Il signor Emanuele Pool parte.

La povera Bice è tutta commossa da questo avvenimento inaspettato; il marito le ha spiegato appuntino come qualmente un bisogno imperioso lo chiami all'improvviso a La Haye, e non sia luogo ad indugi, e gli convenga partire subito, e come si tratti di cose molto serie e molto gravi, di cambiali, di fallimenti, di pegni, di merci in viaggio e di cento altre cose tutte serie e gravi ad un modo; delle quali Bice non ha capito altro se non che il suo Emanuele parte, che andrà lontano e starà assente molti giorni, e che essa dovrà rimanere sola in compagnia di Camilla e della zia Angelica, proprio come quando non era ancora la «signora Pool.»

Ce n'è più del bisogno perchè una creatura, la quale, anche diventata la signora Pool, non ha cessato di rassomigliare molto a Bice, si creda in diritto d'avere gli occhi gonfi ed il cuore gonfio. Se poi si aggiunge che essa ha creduto di leggere nel volto del marito un turbamento insolito, converrete di buon grado che il suo contegno è precisamente quello d'una matrona, a cui non è ignoto l'eroismo sereno della madre di famiglia.

È possibile anche, che per forza d'abitudine — le fanciulle si abituano presto ad esser mogli — l'ingenua Bice abbia preso ad amare sul serio il marito, il quale, da quel legittimo orsacchiotto che fu sempre, può averle dato il vizio di starle vicino, e concesso il diritto di tirargli i baffi, di fargli il nodo della cravatta e di chiamarlo zio Emanuele; tutto ciò per altro non toglie che l'ingenua creatura possa lasciar credere a sè stessa che più di tutto la sbigottisce e la impaura l'aria melanconica colta da lei nel viso del suo Emanuele, perchè l'ingenua creatura è anche furba!

Sarebbe difficile dire se avesse o no ragione d'inquietarsi, è però incontrastabile che prima di venire innanzi alla moglie per darle la brusca notizia del suo improvviso viaggio, il signor Pool aveva letto più volte una lunga lettera proveniente dall'Olanda, ed aveva fatto la sua faccia più scura. Certo, parlando a Bice, egli non fu meno carezzevole del solito; ma Bice, come dicevamo, non era più fanciulla inesperta; e quel po' di amore che, a torto od a ragione, era entrato da castellano nel suo petto, le aveva dato la doppia vista, dinanzi a cui è inutile ogni maschera.

Le due dopo mezzanotte sono battute a tutti gli orologi, il tuono brontola in lontananza nel silenzio profondo. Lo zio Emanuele ha finito di far conti, e Bice ha finito di far valigie: egli ha un sorriso di conforto pronto sulle labbra, essa una gran voglia di buttarglisi al collo e di piangere; ma non riesce che a far la cosa a mezzo perchè, mentre sta per buttarglisi al collo, quel furbone di zio la capisce, si scosta un passo e la rimprovera scherzosamente: — sta a vedere che piangi! — la poveretta ride... ma gli si butta al collo egualmente.

Incomincia una grandine di dimande che si succedono senza aspettare risposte.

«Promettimi questo e quest'altro» — e l'ottimo zio promette tutto.

— E mi scriverai, e verrai presto, e penserai sempre a me?... Ma già, è lo stesso, mi toccherà star sola un pezzo; mi ammalerò di noia e di affanno.

— Stavi ben sola un tempo senza ammalarti.

— Bella ragione! un tempo non è più oggi; e non per nulla passa il tuo tempo.

— Passerà anche quello della mia assenza.

— Già tu ti accomodi subito, è presto detto: passerà, ma aspetta un po' che passi!... Vediamo, in quanti giorni passerà?

— In quindici spero, e forse più presto.

Spero... cioè a dire: forse più tardi.

— E forse più presto.

— Ipocrisia per far passare lo spero. E poi te lo voglio dire, non ci vedo chiaro in questo tuo viaggio... Che necessità hai tu di andare all'improvviso a La Haye? Se fratel Biagio è in Olanda, ci vada lui. —

L'osservazione della signora Pool sembra sconcertare un poco il signor Emanuele, il quale al nome di fratel Biagio si fa serio in viso.

— Sì, fratel Biagio infatti potrebbe andarci lui, e ci andrà, ma è necessario che ci vada anch'io...

— Vedrai dunque mio fratello?

— Certamente; egli deve essere partito da Amsterdam a quest'ora, e c'incontreremo. —

Di nuovo interrogazioni, e promesse, e singhiozzi improvvisi che rompono le parole, e sorrisi che fanno belle le lagrime, e baci che confondono lagrime e parole.

Suonano le tre, suonano le tre e mezza... Il temporale, che ha lungamente minacciato, si scioglie in torrenti di pioggia; Bice esclama che con quel tempo un galantuomo non può mettersi in viaggio, che bisogna differire la partenza... Ma a poco a poco il cielo si rasserena, comparisce l'alba, il signor Pool si toglie al tenace amplesso delle braccia affettuose, ed esce dalla soglia della propria casa come dal santuario in cui è rimasta tutta la sua felicità.

Se la povera Bice avesse visto come le nuvole si addensarono un'altra volta sulla fronte che essa sola aveva potuto rasserenare, avrebbe pianto più amaramente, e la cominciata solitudine le sarebbe parsa cento volte più amara.

Il signor Pool non sorrideva più, seguiva a piedi il servitore che portava le sue valigie, e ogni tanto, con un accento che stava tra il dubbio e l'invocazione, ripeteva a sè medesimo: «bisogna arrivare a tempo!»

LX. Seconda interruzione dell'idillio domestico.

················

Correte istanti felici dell'amore!

················

Manca un'ora all'alba; il silenzio della notte è profondo, e il suo alito fresco, penetrando dalle imposte socchiuse delle finestre, scherza colla fiamma rossiccia della lampada. I guizzi di quella fiamma riflettono strani bagliori sul volto dei due amanti; il lucignolo carbonizzato lancia ad intervalli piccole scintille che muoiono appena nate... Il desiderio scintilla anch'esso negli occhi di Riccardo.

La veglia protratta, l'ansietà, la passione, hanno scolpito le loro traccie sulle guancia di Camilla. Essa è pallida, ha i capelli disciolti, e abbandona le membra stanche con una mollezza piena di seduzione.

Riccardo non stacca gli occhi dalla donna adorata, entrambi tacciono; tutto ciò che l'amore può dire fu ripetuto cento volte.

Un improvviso buffo di vento spegne la lampada; un altro buffo impetuoso spalanca le imposte della finestra.

Gl'innamorati si stringono istintivamente, e i loro aliti si mescono e le loro labbra si toccano. Appoggiata al cuore che batte agitato, Camilla freme di paura e d'amore.

Un lampo illumina un istante la camera, e quella luce fantastica sembra animare tutti gli oggetti; il rumore sordo del tuono risponde da lontano.

Camilla balza in piedi e corre alla finestra, Riccardo la segue.

Densi nugoli neri passano turbinando nell'aria; il lampo si fa più frequente; il muggito del tuono più terribile; il vento fischia cupamente alle svolte delle vie.

Camilla ha paura; cerca le mani di Riccardo, chiude gli occhi e nasconde la faccia nel suo seno agitato.

Una pioggia impetuosa sì rovescia ad un tratto e la finestra ne è investita; Riccardo fa scudo colle mani alla testa di Camilla e riceve sul volto con avidità gli spruzzi della pioggia.

— Le senti, egli dice, le senti le parole della natura?.. Camilla mia! questa è l'ora dell'amore! —

La pioggia continua ad imperversare, e tutte le forze degli elementi si scatenano... Ai palpiti della terra rispondono i palpiti dei due cuori innamorati.

— Tremi... hai freddo? — domanda Riccardo cercando la pupilla innamorata.

— Ho paura..

— Di che temi?

— Della natura, di te.. di me medesima!

— Di te! di te! Tu pure dunque, tu pure! —

Cogli occhi sfavillanti per voluttà, colla respirazione affannosa, cinge d'un braccio il corpo di Camilla e lo attira a sè; da quell'inno sfrenato di due cuori burrascosi escono queste parole:

— Io soffro, Camilla! —

Gli occhi della sciagurata donna si riempiono di lagrime e le sue labbra si aprono ad implorare pietà, ma il cuore è vinto. Ella resiste, si agita, si contorce per divincolarsi da quell'amplesso di fuoco; invano. Riccardo non vede, non ode più nulla, solleva Camilla fra le braccia e la porta per la camera pronunciando con voce soffocata parole d'amore e di desiderio.

Intanto al di fuori il temporale continua a ruggire; la pioggia imperversa ed invade, flagellando i vetri, la camera; lampi frequenti illuminano lividamente questa scena di selvaggia voluttà.

Più terribile, più impetuoso della tempesta della natura è l'uragano che rugge nei petti scaldati dall'amore.

Camilla resiste ancora; l'affanno di Riccardo la commuove, ma non la vince; la sciagurata piange e prega... Qual Dio?

A poco a poco il temporale tace, le nubi fitte si squarciano qua e là, cessa la pioggia, e il pallido raggio dell'alba viene a salutare la desolata natura.

E la tempesta dei cuori innamorati dura ancora.

Riccardo è caduto ai piedi di Camilla ed ha afferrato le sue ginocchia; la luce del mattino batte sulla sua fronte madida di sudore... Egli è bello e prega, e piange...

In quel punto si ode picchiare alla porta di strada.

I due amanti si scostano come per istinto, si guardano l'un l'altro, ma il terrore paralizza le loro forze; immobili, muti, coi volti smarriti si domandano a vicenda un ingannevole conforto.

Chi può essere a quell'ora? La mente di Camilla è corsa lontano sul sentiero delle ipotesi, ma un'idea più insistente delle altre si affaccia... E chi altri mai può essere a quell'ora e in quell'occasione?

— Lui! lui forse! — esclama oppressa da un'angoscia mortale.

— Chi? — domanda Riccardo con voce soffocata dall'affanno.

— Mio marito! —

Lo spavento illividisce le guancie di Riccardo. Il pensiero di ciò che sta per succedere gli toglie il senno; si caccia le mani nei capelli, e guarda la povera donna con espressione di pietà e di raccapriccio.

Ma una speranza brilla ancora in mezzo allo scompiglio delle loro idee: forse non è che un errore, un ebbro tardivo che ha sbagliato l'uscio, uno scherzo di qualche scioperato...

Si picchia un'altra volta; s'ode rumore di catenacci e stridere di cardini e parlare sommesso... il portinaio ha aperto la porta.

Riccardo non indugia più oltre; corre d'un balzo alla finestra, e fa per lanciarsi... Camilla lo vede, indovina la sua intenzione, e ratta come il baleno, gli è dietro, lo afferra, lo trattiene...

— Lasciami, lasciami...

— No, per pietà, rimani...

Camilla piange come una bambina; il pensiero del pericolo, a cui il suo Riccardo voleva esporsi per salvarla, l'ha vinta; il suo cuore non combatte più; traboccante di riconoscenza e d'amore, ha formato un voto che nissuna forza saprà infrangere.

— Rimani, rimani... sarò tua! —

Riccardo non ode altro, l'ebbrezza sconfinata della promessa rapita al labbro della donna amata gli ha quasi tolto la coscienza di sè...

Ma s'odono passi lungo il corridoio; Camilla ha appena il tempo di aprire un uscio e di spingervi Riccardo senza dir parola, poi muove incontro al temuto visitatore, sforzandosi invano di ricomporre le sembianze paurose.

LXI. L'ultima pagina dell'idillio.

Rimasto solo Riccardo si guarda intorno stupidamente. È egli ben desto? tutto il lungo delirio di quella breve notte, il pericolo che corre, la lusinga che gli parla nel cuore, più alto delle voci della coscienza, non sono ingannevoli parvenze d'un sogno?

Ad una ad una queste domande passano e ritornano in frotta alla sua mente senza trovarvi risposta, la veglia, lo spasimo del delirio, il timore, l'affanno gli hanno tolto il senno.

A poco a poco però si rinfranca, si sente più forte, e ai pallidi raggi dell'alba interroga gli oggetti che lo circondano. Una parete coperta di tavole di botanica, ed i lineamenti fotografici di fratel Biagio nella parete opposta, un grosso erbario olandese sopra un tavolino, una scrivania coperta di polvere e una libreria a vetri, sopra i palchetti della quale si schierano pomposamente le opere latine di Linneo; tutto ciò gli dice che si trova nello studiolo del padrone di casa.

Quell'esame lo rasserena un poco; egli pensa che se anche l'importuno visitatore è il marito, per quanto rabbioso botanico egli sia, non avrà subito bisogno di consultare il suo Linneo, e di rivedere con le lagrime agli occhi il suo erbario olandese.

Fatto questo ragionamento, trova il coraggio di appoggiare la testa all'uscio che si è chiuso dietro di lui e di porger l'orecchio.

Da principio non ode nulla, fuorchè un bisbiglio indistinto, ma dopo pochi istanti gli sembra d'intendere il nome di fratel Biagio pronunciato da Camilla... trema, raddoppia l'attenzione, coglie un frammento di dialogo.

— Quando partirete?

— Ho le mie valigie da basso... fra mezz'ora Bice verrà a stare con voi... —

Riccardo potrebbe forse udirne di più, ma gli basta.

Ha riconosciuto la voce del signor Pool... del signor Pool che parte, che ha le valigie da basso..

Tutto il suo coraggio gli ritorna, la sua febbre riarde, il suo cuore batte agitato, ed il pensiero delirante vagheggia un'audace speranza...

Si guarda ancora intorno, e gli oggetti che lo circondano gli appariscono con nuove sembianze. Le tavole botaniche hanno una fisionomia ilare, come a dire che non furono mai spettatrici di una festa simile; i volumi latini in quarto, che ripetono dalla libreria il nome di Linneo, sembrano dirgli che tutta la scienza dell'universo non potrebbe comprare l'ora d'amore che lo attende; e l'immenso erbario olandese ha l'espressione discreta dì un che accetti la complicità; perfino il fotografico fratel Biagio sembra incoraggiarlo ostinandosi a non guardare le tavole del regno vegetale che...

················

Intanto il signor Pool si accomiata e s'allontana a passi rapidi, ripetendo affannosamente a sè stesso: «chi sa se potrò arrivare in tempo?»

Non anco è chiuso dietro di lui il portone di strada, e già Camilla, ebbra d'amore, ha aperto con le proprie mani il carcere di Riccardo e si è gettata con abbandono nelle sue braccia...

La luce dell'alba inonda la camera, i passeri cinguettano allegramente sulle gronde.

— Tu hai sofferto, non è vero?

— E tu pure?

— Oh! sì, noi abbiamo sofferto... Noi abbiamo troppo sofferto! —

LXII. Riccardo a Camilla.

«Sono pazzo, sono pazzo! Se tu mi vedessi, se potessi leggere nel mio cuore!

«Non fu illusione la mia? non fu sogno? Oh! lascia che col pensiero mi rinnovi le dolcezze d'un'ora gelosamente involatami dal tempo; lascia che ripeta a me stesso che nella voragine sterminata che noi scaviamo coi nostri passi e che chiamiamo il passato, v'ha un punto, un istante... Affannoso e dolce pensiero!

················

LXIII. Camilla a Riccardo.

«Perchè mi parli così? perchè non risparmi l'umiliazione ad un'anima straziata dal rimorso? Non v'ha dunque più dubbio! Per te pure sono una donna colpevole!

«Lo so; non è in mio potere di mutare le conseguenze d'un fallo; ma questo linguaggio che vorrebbe dirmi l'amore e non mi dice invece che la vergogna, tu, no, non dovevi aggiungerlo alle mie torture.

«Penso al mio passato, all'enormità del mio fallo, e mi domando che mi rimane nella vita.

«Che sarà di me? Dove troverò io la forza di sollevare lo sguardo sulla fronte limpida ed aperta di mio marito? E potrò nascondergli la mia colpa?

«Ho un presentimento triste; mi pare che una voce segreta mi parli dal fondo del cuore, e che una grande sventura sia sospesa sul mio capo. Cerco un conforto nel cielo; ma il cielo distoglie gli occhi dalle creature che mi assomigliano...

«I miei occhi non hanno più lagrime; tutti i miei affetti sono inariditi; tutti i nodi che mi legavano alla famiglia sono spezzati. Perfino Bice, la mia piccola Bice, candida e buona, mi ìmpaurisce come un'accusa vivente.

«Il tuo amore che mi ha fatto intorno questa solitudine orrenda, ora mi è necessario per popolarla.

«Interroga il tuo cuore, Riccardo; e dimmi, dimmi, mi amerai tu tanto da pagare le mie sciagure?»

LXIV.

Chi vorrà dire la gioia degli amanti, i tripudi segreti, i sogni a occhi aperti, le pazze dimenticanze?

Talora una nuvola di mestizia appare sulla guancia di Camilla, ma i baci di Riccardo la cancellano; e se l'affanno della colpa dissimulato invano, viene a turbare il loro petto, essi si gettano nelle braccia l'uno dell'altro, mormorando a bassa voce: «quanto t'amo! quanto t'amo!»

Ahi! Riccardo ha toccato il culmine della umana felicità! Come suole avvenire di certi favoriti del piccolo Dio bendato, la continua festa l'ha reso schizzinoso, a poco a poco egli non se ne appaga più, e un bel giorno s'accorge, e lo dice a sè stesso con un sospiro, che il suo cuore, il suo gran cuore, è insoddisfatto. E non sono passati dieci giorni dall'ultima lettera di Camilla, che egli si caccia le mani nei capelli, giurando che la sorte gli è ancora debitrice. E dite un po' chi ne ha colpa?... fratel Biagio, lui, proprio lui, che si è andato a cacciare in mezzo a due cuori fatti l'uno per l'altro!

LXV. Un tiro della Provvidenza degli innamorati.

Il signor Emanuele Pool fu di ritorno verso la metà d'ottobre.

Appena Riccardo lo seppe, si recò officialmente in casa van Leven per avere novelle dell'ottimo fratel Biagio. Ma, sia che avesse scelto un cattivo momento, o sia che altro si voglia, contro la sua aspettazione e contro la consuetudine, non fu Camilla ad accoglierlo, ma il signor Emanuele Pool in persona.

Riccardo non era uomo da impensierirsi per questo; col più cordiale sorriso che abbia rallegrato mai la faccia d'un mortale, mosse incontro all' ottimo signore, e gli domandò notizie della sua preziosa salute.

Il degno Pool aveva la faccia più brusca del consueto, e nel rispondere che «stava benissimo» fece una certa smorfia bizzarra, specie di geroglifico che Riccardo non si diede la briga di decifrare.

— Ha fatto buon viaggio?

— Bonissimo. —

Il dialogo era giunto fin qui, e Riccardo si avvide che non avrebbe potuto andare molto più lontano; onde si fece premura di chiedere della signora van Leven.

— È di là, — rispose l'altro colla sua incurabile concisione.

«Sicuro che è di là! pensò Riccardo, — ma bisognerebbe sapere perchè non è di qua.»

— Avrò io l'onore di salutarla? — domandò a voce alta.

— Credo di no.

— È incomodata?

— Fa le sue scuse per bocca mia, aggiunse il signor Pool senza rispondere direttamente.

V'era nell'accento, nei modi, nella fisionomia di quest'uomo singolare qualche cosa di così duramente tetro, che Riccardo ne fu colpito, ed incominciò a farneticare.

Che diamine poteva essere avvenuto?

Il primo pensiero — terribile pensiero! — fu che il suo amore fosse scoperto. E spingendosi oltre, immaginò che la novella fosse già in viaggio per l'Olanda. Se pure non vi era già arrivata prima d'ora... Il signor Pool, questo signor Pool così imbronciato, doveva essere capace di tutto. Allora gli tornò in mente una gravissima circostanza, quasi dimenticata: la vigilia della partenza del signor Emanuele, il suo arrivo importuno, in un'ora... Ah! non poteva essere altrimenti; tutto ciò si collegava diabolicamente...

Bisogna dire che lo sguardo che egli lanciò al socio di Biagio van Leven non fosse niente affatto benigno, perchè l'altro parve avvedersene, e lasciò venire a fior di labbro un sorriso ironico.

Riccardo fu lì lì per uscire dai gangheri, ma, diciamolo a sua lode, si contenne a meraviglia; anzi rammentando lo scopo apparente della visita, domandò in termini cortesi e con aria disinvolta notizie del caro signor Biagio.

A questo nome Emanuele Pool girò gli occhi intorno, ma non disse verbo.

Riccardo, fuori di sè per l'affanno, insisteva collo sguardo.

— Sta forse male? — balbettò con un turbamento che avrebbe fatto l'elogio della sua tenerezza e della sua amicizia.

— No, — rispose l'altro con voce spenta.

— Ed è ancora in Olanda? — soggiunse Riccardo.

— No.

— Ne è partito?

— Sì.

— Ci raggiungerà presto?

— Non credo.

— E dove è andato?

— Un viaggio.. lungo...

— Lungo? E verso qual terra?

Al signor Pool non era più possibile contenersi! quel nugolo di mestizia, che vagava sulla sua fronte, scoppiò a un tratto; gli occhi gli si empirono di lagrime e un rantolo doloroso uscì dal suo petto.

— Al cielo! — balbettò egli con accento straziante.

Fissando paurosamente gli occhi al suolo, Riccardo ripetè come un'eco: al cielo!...

LXVI. Soliloquio.

Tutto quel giorno Riccardo fu in preda ad una angoscia indicibile. Un'immagine insistente, tormentosa, gli fu sempre nel pensiero: la morte di fratel Biagio.

Questo avvenimento inatteso, imprevedibile, pigliava in quell'occasione un aspetto sciagurato. Riccardo ne era come atterrito; ne rifuggiva, ma invano; la sua mente vi era trattenuta come da un fascino.

Le sue colpe, di cui non sapeva più celare a sè stesso la gravezza, s'ingrandivano spaventosamente sotto il martello del rimorso.

Quali erano stati gl'intendimenti segreti della sorte nel volere che la morte di quell'uomo onesto avvenisse appunto allora che una mano profanatrice gli aveva rapito i suoi affetti? Riccardo non poteva dubitarne: salvare il marito da una vergogna, condannare gli adulteri ad un perpetuo rimorso.

Poteva anche darsi che la Provvidenza — ve n'ha una anche per gli amori — avesse voluto venire in aiuto dei due amanti togliendo di mezzo un ostacolo che sbigottiva i loro cuori scrupolosi. In avvenire nulla più doveva trattenerli dal bevere avidamente all'immensa coppa del piacere. In fatti, morto fratel Biagio, il loro amore diventava legittimo; e il cielo è amico degli amori legittimi.

Ma da qualche tempo un altro pensiero, rompendo la turba dei suoi compagni, gli si presentava insistente, ritornando ad ogni tratto come un importuno.

All'ultimo Riccardo, vedendo che quel pensiero era inesorabile come un esattore e domandava ad ogni costo la sua porzione di raziocinio, se ne volle sbrigare e avventurò la sua povera testa nel labirinto. Tremendo labirinto quello del matrimonio!

«Amore legittimo! pensò Riccardo, quale strano abuso di parole! Forse che l'impunità e la sicurezza rendono virtuosa la colpa?... O non la fanno invece più bassa e più vile? Legittimare! la tresca non si legittima mai, non si legittima l'adulterio, se non...»

Non poteva dare indietro: «se non... col matrimonio! Il matrimonio!.. E se fosse questo?...» Sicuro; e come non vi aveva pensato prima? Era questo per l'appunto: ecco le fila del destino si raccoglievano, si indovinava la tela.

«Sposare Camilla!» Un tempo aveva pure avuto la follia di credere che ciò lo avrebbe fatto felice... ma ora! Sposare Camilla! Avvelenare una tazza colma di dolcezze; rinunziare all'amore, alle speranze, alle memorie; fare il cammino della noia con lo stesso compagno con cui aveva fatto il cammino della frenesia e dei tripudio; mettere il codice al posto del cuore, la sazietà invece del desiderio!...

Il matrimonio! bastava la parola ad apprendere a Riccardo tutti gli orrori dell'idea; alla guisa di quelle voragini che impauriscono meno perchè non se ne scorge il fondo, ma di cui un sassolino gettato come scandaglio rivela la spaventosa profondità.

«Triste baratto, in fede mia!» conchiuse Riccardo fra sè e sè.

«Uno scompiglio, una rovina, un suicidio!» soggiunse il suo demonio.

Allora gli passarono in mente, come pagine sfogliate da mano ignota, tutti i sogni della sua infanzia, i disegni audaci, le lusinghe carezzevoli, le febbri di vent'anni, tutte le seduzioni della sua bella vita di scapolo. Infine egli non aveva se non venticinque anni, e il mondo era popolato di belle donne!

A venticinque anni invilupparsi eternamente nei nodi indissolubili delle nozze legittime; rinunziare a tutti quanti gli amori, guardarsi in uno specchio e dire a sè stesso che tutto è finito, che egli non formerà più lo spasimo di alcuna donna, che i suoi compagni se lo additeranno l'un l'altro come un oggetto curioso, che gli toccherà farsi grave e curare le faccende di casa, e misurare l'entrata coll'uscita, e pensare al risparmio ed alla figliolanza...

Ma non amava egli Camilla?

Se l'amava! perchè l'amava troppo non la poteva sposare! Doveva egli uccidere l'amante per farne una moglie?...

Riccardo ebbe la febbre e dormì sonni agitati. L'alba gli suggerì nuove argomentazioni.

«Vediamo, disse riordinando le idee, è impossibile che la sorte abbia giuocato questo brutto tiro a fratel Biagio solo per avere il pretesto di mandarlo all'altro mondo; ma è pure impossibile che l'abbia mandato al mondo di là solo per togliere di mezzo un impedimento alle giuste nozze. La sorte, io penso, non deve frugare molto nei codici. E poi nel caso nostro il matrimonio sarebbe un'irriverenza, un insulto, uno sfregio codardo alla santa memoria dell'onesto van Leven. Possiamo noi edificare il nostro tetto nuziale sopra la tomba dell'uomo che fu offeso dal nostro amore? profanare oggi la sua memoria dopo aver profanata la sua casa?

«Si ripara la colpa! Menzogna! Non si ripara nulla! È egoismo, niente più, è volersi sottrarre al peso del rimorso, è voler rimanere impenitenti, non voler pagare neppure questo tributo a quel povero signor Biagio.»

Riccardo non aveva ancora esaurito la limpida vena dei suoi ragionamenti, quando udì picchiare all'uscio d'ingresso.

Balzò di letto, si avviluppò in furia nella veste da camera, e venne ad aprire.

Il portinaio recava una lettera pel signor Riccardo.

Siccome le mattine incominciavano a farsi fredde, l'innamorato non s'arrestò sul limitare, ma, presa la lettera senza quasi badarvi, corse a ricacciarsi in letto.

Com'ebbe tirate le coltri fin sotto il mento, fece atto di lacerare il suggello della lettera, ma s'arrestò e volse prima l'occhio alla soprascritta.

«Questi caratteri mi pare di conoscerli!» balbettò, e corse coll'occhio al bollo postale, e lesse a voce alta: «Amsterdam.»

«Amsterdam! Amsterdam, ripeteva tra i denti; intanto colle mani tremanti ruppe il suggello e cercò la sottoscrizione...

«Giusti cieli! esclamò facendosi più pallido del suo lenzuolo: Biagio van Leven!

Da quando in qua i morti scrivono? E se fratel Biagio non fosse morto? Ben è vero che poteva aver scritto prima di morire... Ma in tal caso perchè questa lettera gli veniva per posta? Non era più naturale affidarla al signor Pool?... Che cosa mai poteva scrivergli? E perchè una lettera? Non bastava un messaggio a voce?

Per uscire da questo ginepraio il miglior partito era leggere la lettera.

LXVII. Biagio a Riccardo.

«Mi trovo a letto, e sono conciato assai male, a causa d'una caduta che mi ha spezzato il femore destro. Il medico ha segnalato la cancrena, ed ha annunziato il delirio per domani. Come vedete, non ho tempo da perdere.

«Ho determinato di scrivervi come vi parlerei — francamente. I rapporti che mi stringono a voi me ne danno il diritto e il dovere.

«Vicino a morire, ho richiamato ad una ad una al pensiero tutte le dolcezze della vita per vedere se vi fosse qualche ragione di addolorarmi di perderla, ed ho conchiuso dentro di me che lascerò il mondo senza amarezza.

«Ho un solo rimorso nel petto, e in quest'ora si fa gigante per contristarmi; ed è di aver legato alla mia povera esistenza un'altra esistenza; d'aver trascinato dietro al mio cuore pigro un cuore battagliero, d'aver voluto stabilire l'accordo della gioventù, della bellezza e dell'entusiasmo con la prosa d'una età sfrondata.

«Sarei, oltre che irragionevole, ingrato verso Camilla se le facessi colpa d'avere acconsentito a divenire mia moglie. Fu pietà la sua, fu debolezza; la mia, sì, fu imprudenza, e l'imprudenza colpa.

«Il tardo pentimento mi giova, ed è rara fortuna, a rallegrarmi della morte. Se vi è cosa di cui mi compiaccia è questa, di vedermi vicino a liberare dal peso della mia esistenza le persone che amo e che m'hanno amato.

« Che m'hanno amato... Sì, lo dico con un sentimento di gratitudine e di compiacenza: Camilla mi ha amato. Potrei aggiungere: «Camilla mi ama, ed onorerà la mia memoria come ha onorato il mio nome.» «Sa Dio se io l'ho benedetta per la felicità che mi aveva dato; e pure, oggi che egli mi ha involato un bene che non mi apparteneva, che non avrebbe dovuto appartenermi mai, non mi so lamentare. Pari alle mie, se non più gravi e più lagrimevoli, sono le torture che ho costato a quel povero cuore di donna — e al vostro.

«È inutile dissimularlo; so tutto: il vostro amore, le vostre segrete smanie, i vincoli che vi legavano nel passato a Camilla, e le nuove lotte, e il nuovo ridestarsi d'una fiamma sopita — tutto.

«Ho taciuto, ed ho pianto in segreto — più dei vostri mali che dei miei. Ho rivolto l'occhio al cielo ed ho implorato soccorso, senza saper bene che cosa domandassi. Ora il cielo mi esaudisce; nessun'altra via era aperta alla mia pace, alla vostra pace. La mia morte assicura l'opera del destino, e compie i voti del vostro cuore. Possiate essere felici per tutta la vita, quanto io fui per un brevissimo istante, che fu tutta la mia vita. Lieto di questa sicurezza attenderò la morte col volto sereno.

«Una preghiera. Camilla non sappia mai che io ho letto nel cuore; ciò le risveglierebbe in petto rimorsi ingiusti ed inutili, pentimenti affannosi di colpe immaginarie. Ella deve credere e che io sia morto ignaro; fatelo per voi stesso; così essa apparterrà meno al passato, e sarà più vostra.

«Abbiate voi ciò che vi apparteneva; abbia Camilla i palpiti che la natura acconsente ai giovani cuori.

«E il cielo benedica il vostro amore, come io lo benedico!»

LXVIII. Riccardo si bisticcia con Riccardo.

Riccardo rimase come fulminato, si cacciò una mano nei capelli, balzò dal letto e misurò a gran passi la camera.

Non era un sogno, no, non era un sogno. Erano proprio i caratteri di fratel Biagio, era proprio la sua sottoscrizione, e sul bollo della posta era proprio scritto: Amsterdam!

Così dunque quell'uomo generoso aveva indovinato la propria sciagura, ed era morto lontano dalla sua casa, senza conforto di lagrime e di affetti... Atroce premura della sorte!

Non sapeva darsene pace; un sentimento d'angoscia mista di pietà lo spingeva a compassionare il povero van Leven e ad incolpare in certo modo sè stesso della morte.

Ed ora?... Giusti cieli! ed ora?... Sposare Camilla! Questo era il desiderio del morto! Che ne pensavano i vivi?

Sposar Camilla! Eccoci da capo alle torture, alle lotte, alle titubanze, allo sgomento. Pure Riccardo non poteva dissimulare a sè stesso la grave responsabilità che pesava sopra di lui. La sua coscienza gli favellava alto nel cuore, minacciandolo di mille ingiurie, se avesse dato indietro un passo. Egli non poteva negare questo conforto all'uomo ingannato, all'uomo tradito; non doveva togliergli nel sepolcro l'unica fede che fratel Biagio avesse portato seco....

Il mal animo non si dava tuttavia per vinto; piegava un istante, ma tornava più invelenito alla battaglia; e poichè gli fallivano le armi del sentimento e della ragione, ricorreva ai dardi avvelenati dell'ironia.

«Dunque, perchè ad un marito cancrenoso viene in mente di addossare la vedova sulle spalle d'un galantuomo che ha la disgrazia di essere amico di casa, non si avrà più a ribattere sillaba? In che mondo viviamo?»

«Bada, ribatteva la ragione, in questo caso generalizzare è mentire; non si tratta d'un marito, d'una moglie e d'un amico di casa, ma precisamente...»

«Del signor van Leven buon'anima, della vedova van Leven, e di me, Riccardo... A meraviglia. È vero, io ho della simpatia per Camilla...»

«Dell'amore...»

«È tutt'uno; ho avuto dell'amore....»

«E non ne hai forse più?»

«Ne ho, ne ho.... non lo nego, ma infine ciò non ha nulla a fare....»

«Ci ha a fare moltissimo.»

«Non ha nulla a fare... dico... chi mi assicura di poter amare Camilla eternamente!»

«Dubiti del tuo amore? non ami.»

«Amo e dubito. Non si vive già al mondo come mummie, e vi si impara qualche cosa... È la storia d'ogni giorno, d'ogni passione. E poi è d'altro che si tratta; si tratta di matrimonio.... Questa è la nave sdrucita! e dove andrà mai a parare? Uno scoglio, una corrente, un basso fondo, un uragano, tutto è finito, i profondi gorghi dell'oceano seppelliranno o tardi o tosto lo sconsigliato equipaggio....»

Ciò era sconfortante, ma Riccardo lo diceva a confortarsene, «Le cose accadono così per tutti — e per me.» Involgere altrui nella nostra miseria è sempre inganno fortunato che ci fa parere danno minore ciò che in realtà è maggior danno. Generalizzare è pure talvolta scemare. «Non siamo noi; è l'umanità — e l'umanità non l'abbiamo fatta noi.»

LXIX. Ancora un soliloquio.

Riccardo lottava, non più come uomo che si travaglia in un tormentoso dilemma, ma a guisa d'uno sciagurato che si ribelli al giogo che gli si vuole imporre. Da ciò un impeto ed un ardore, che gli provenivano dalla coscienza di voler legittimamente resistere ad una tirannia.

Il tiranno era naturalmente fratel Biagio con le sue pazze idee da moribondo, inspirate senza alcun dubbio dalla cancrena.

— Se pure, — aggiungeva Riccardo, rincarendo la dose, — se pure non era già il delirio, annunziato per il giorno successivo. Oibò, io sto saldo come una piramide; se mi hanno a pigliare nelle reti ci ho a essere anch'io. —

E pure tentennava. Un altro pensiero venne a gettare nuovo scompiglio nella sua testa. Fratel Biagio era morto sereno, benedicendo ad un'unione che gli faceva parer bella la morte, fiducioso nella virtù di Camilla, nella fedeltà dell'amicizia, lontanissimo dal pensare al tradimento... Invece!.... non vi è dubbio che se la sorte lo aveva tenuto in vita qualche giorno di più, ed aveva permesso il delitto, era stato perchè questa considerazione dovesse più tardi pesare sulla bilancia!...

In tale vicenda bizzarra di riluttanze, di dubbî, e di propositi generosi, Riccardo trascorse le prime giornate che seguirono la luttuosa novella, senza recarsi innanzi a Camilla. E come avrebbe osato? come avrebbe potuto dissimulare il proprio affanno al cospetto di quella dolente?

Di quella dolente!... Curioso a dirsi: al pensiero che Camilla avrebbe vestito il bruno, e lagrimato la memoria di suo marito, egli si sentiva mordere il seno da un dispetto, che assomigliava alla gelosia.

LXX. Camilla a Riccardo.

«Vi scrivo da Laveno, dove mi sono ritirata da due giorni, e dove conto di rimanere alcuni mesi. Nel tempo che rimasi a Milano dopo il ritorno del signor Pool, speravo di vedervi. È certamente inutile che io vi parli del mio dolore. Voi non lo dovete comprendere. Vivete felice.»

LXXI. Riccardo a Camilla.

«Non mi affannerò a giustificarmi. Se l'anima vostra non ha saputo indovinare i sentimenti che hanno suggerito il mio contegno, non saprebbe neppure apprezzarli.

«L'intenzione che dimostrate di parlarmi dei vostri dolori, è un'altra prova che non sentite per me come io sento per voi.»

LXXII. Camilla a Riccardo.

«Sei proprio tu che adoperi meco questo linguaggio? Oh se potessi leggere nel mio cuore straziato!

«E sia: ho dei torti verso di te; ho attribuito ad indifferenza ciò che fu opera di pietà e d'amore; ti ho calunniato, ti ho offeso; te ne domando perdono. Vorrai serbarmi rancore per un sospetto che una sola parola è bastata a dissipare?

«Io sono pure la sventurata donna! E dove troverò mai la pace che ho distrutto con le mie mani?

«Te pure, non è vero?... oh! sì, te pure, ne ho la certezza, travaglia questo spietato rimorso...

«Interrogo il cielo, e ricerco col pensiero il filo che ha guidato fino ad oggi la mia povera vita; quale abisso pauroso, quale inesplorato mistero! Io mi vedo gioco d'una fatalità che non ha ancora cessato di tener l'occhio sopra di me; il passato e l'avvenire mi sbigottiscono del pari. Due voragini si aprono al mio pensiero: l'una mi strazia col peso delle memorie, l'altra con le vaghe minaccie dell'ignoto.

«Di chi la colpa?... Mia, non lo dissimulo. Non cerco neppure di attenuarla ai miei occhi; io sono colpevole; colpevole senza scusa, colpevole d'un fallo che non merita pietà.

«No, quell'uomo generoso non doveva essere pagato da me col tradimento; nè da te, Riccardo.

«Se sapessi quali sogni spaventosi scendono alla notte sul mio guanciale, se ti potessi dire quante paure mi assalgono, quanti affannosi presentimenti mi conturbano! Io sono debole, io sono meschina; le tenebre pesano sul mio spirito, e il rimorso pesa sull'anima mia.

«Che mi rimane ora? Se il tuo amore mi venisse a mancare, sarebbe spenta la sola luce che brilli ancora nell'universo per me.

«Pietà, Riccardo, pietà d'una sciagurata che t'ama, che non sa, nè può vivere senza di te.»

LXXIII. Miserie del cuore.

Riccardo sentì un istante riardere l'entusiasmo dei giorni passati; dimenticò le smanie che lo travagliavano, e ridivenne il caldo e passionato amatore d'una volta.

Col cuore trepidante, come se si recasse ad un primo ritrovo, egli mosse alla volta di Laveno.

Camilla lo attendeva ansiosa; la poveretta sperava dimenticarsi, fuggire al pensiero, alle paure segrete del cuore, riparare come in porto sicuro nelle braccia del suo diletto, domandare all'amore quell'ebbrezza che sola poteva compensarla della pace perduta. La morte dell'uomo di cui aveva diviso la vita aggiungeva una voce lugubre alle cento voci che gridavano nella sua coscienza. L'amore, che ella portava a suo marito, le appariva traverso i vaneggiamenti di un altro amore, ingrandito da un impeto di pietà. Dal mondo dell'ignoto in cui viveva, fratel Biagio pareva avvolgere Camilla con un fascino soprannaturale.

Un solo pensiero la rinfrancava: «non sarebbe stata sola, avrebbe avuto un compagno in quella notte orrenda; Riccardo era lì per sorreggerla, per confortare il suo povero cuore; uniti nell'espiazione e nel pentimento come erano stati nella colpa, essi dovevano dare l'uno all'altro la forza necessaria a resistere; consacrando alla memoria di colui che avevano tradito, un culto di ricordi e di pentimenti, presto sarebbe cancellata la macchia che deturpava il loro amore.»

Camilla attendeva Riccardo per dirgli: «noi fummo colpevoli, noi saremo penitenti; parleremo insieme di lui; pregheremo per lui, gli ridoneremo ciò che gli abbiamo tolto, la fede; riconquisteremo ciò che abbiamo perduto, la pace.»

Ma Riccardo pensava:

«La rivedrò, chiederò al suo seno una scintilla che mi riscaldi; mi getterò nelle sue braccia come in un mare tempestoso; m'inebbrierò in un'orgia d'amore, dimenticherò d'avere una volontà e una coscienza, e sarà di me, sarà di noi, ciò che la sorte ha decretato.»

Trasognata, ebbra d'amore e di dolore, Camilla si gettò nelle braccia di Riccardo. Quel primo impeto della passione fu muto; Riccardo esaminava con puerile ammirazione il meraviglioso contrasto della veste nera di Camilla e della candidezza del suo volto; Camilla interrogava con occhi pieni di lagrime.... Il cuore d'entrambi batteva celere, le loro mani si stringevano e tremavano.

Tacquero per gran tempo; poi confusero in un altro amplesso il rotto linguaggio dell'affanno e della passione.

Riccardo s'era fatto silenzioso; la parola ardente di Camilla gli era discesa nel cuore a ridestarvi le prime torture. Un convincimento, che altre volte l'avrebbe reso felice, pesava sul suo spirito smarrito — «egli era amato, potentemente, pazzamente amato.»

L'idea dì quest'amore, che irrompeva ora più impetuoso dal petto della sciagurata donna, di quest'amore fatto cieco dal rimorso, di quest'amore lagrimoso e circondato da misteriose paure, gli balenava ora alla mente come una minaccia.

Essa gli aveva detto: «Tu sarai mio, eternamente mio!»

Come trovar la forza di opporsi? avrebbe egli potuto sciogliere il nodo fatale di due cuori, senza spezzare un cuore? uccidere l'amore senza ferire a morte il seno che lo nutriva? E doveva aggiungere un altro rimorso a flagellare la propria esistenza desolata?

Pure non poteva illudersi; ciò che provava per Camilla non era l'amore d'una volta; era un sentimento misto di pietà e di desiderio, un affetto tiepido, che mentre avrebbe saputo resistere al tempo, doveva venir meno all'idea d'un sagrifizio.

Camilla anch'essa taceva; ignara di ciò che passava nella mente di lui, ritornava alle meste fantasie, ai rimorsi, alle paure; guardando Riccardo, rivedeva le immagini temute della colpa.... Un impeto di dolore strappò al suo petto improvvisi singhiozzi, e un'onda di lagrime le oscurò la vista.

A Riccardo parve che ella gli leggesse nel pensiero; arrossì, e la prese per mano. I suoi modi avevano l'apparenza della pietà e dell'affetto, ma erano freddi. Quelle lagrime erano nuovo veleno versato nelle sue piaghe.

— Perchè piangi?

— Ah! Riccardo, Riccardo mio, ci avrà egli perdonato, potrà egli perdonarci mai? —

L'innamorato si scosse bruscamente, passò una mano sulla fronte e non rispose; Camilla continuava a piangere, nascondendo la faccia fra le mani.

«Ci avrà egli perdonato?» Queste parole cadevano sul petto di Riccardo come un martello.

«Lui, sempre lui! Camilla adunque pensava ancora, avrebbe pensato eternamente a quell'uomo! E a che giovava il suo amore, se non la poteva togliere dagli amplessi d'un cadavere!»

Era dispetto? Era gelosia? Forse dispetto mascherato di gelosia.

Egli si tolse dal fianco della dolente e passeggiò a gran passi cacciandosi le mani nei capelli; Camilla rialzò il capo sbigottita, e lo seguì con occhi paurosi.

— Tu l'ami, non è vero? — domandò Riccardo arrestandosi a un tratto innanzi a Camilla, e siccome la poveretta impallidiva per terrore e non rispondeva, soggiunse temperando la durezza dell'accento: — tu l'ami, dillo, tu l'ami? —

Camilla rimase alcuni istanti estatica, quasi non comprendesse la dimanda, poi aprì le labbra per parlare, ma gliene mancarono le forze.

— Taci, taci, non mi parlare di lui...

— Di lui...

— Taci.

LXXIV. Camilla a Riccardo.

«Non insistere, perchè le tue parole mi fanno troppo male. Che posso io risponderti? Egli è morto! Non mi condannare ad una confessione irriverente e penosa; cessa questa amara ironia.

«Lo sai bene ch'io t'amo; che altro pretendi da me?

«Se t'ho amato? Chiedilo al tuo cuore; ti risponda esso per me; richiama tu stesso la memoria della mia colpa, e dillo tu se t'ho amato.

«Ma in nome del cielo, abbi pietà del mio dolore, rispetta il mio rimorso.»

LXXV. Camilla a Riccardo.

«Ho fatto appello al tuo cuore che io credeva generoso. Poichè fu inutile, poichè ti ostini in una domanda, non so se più crudele o ridicola, te lo ripeterò francamente: «io l'ho amato.»

«Non posso nè voglio ripudiare con una menzogna un affetto di cui mi onoro. Prima d'esser donna colpevole fui sua con tutto il cuore. Tutte le forze della terra e tutte le forze del cielo non possono fare che quell'amore non sia stato. Più o meno di te non so, nè importa; ma l'ho amato.

«Lasciami però dire ancora una volta che questa tua esigenza per cui ho dovuto parlarti così, non è solo crudele, è ridicola.»

LXXVI. Estremi mali.

Era davvero gelosia quella di Riccardo? Non era, ma voleva essere e parere. Quando la gelosia non è frutto d'amore, tien luogo d'amore; e i tramonti degli affetti sono sempre segnalati da questa ringhiosa avarizia del cuore.

Il più delle volte, quando l'innamorato teme da per tutto un'insidia per rapirgli il suo affetto, si può giurare che quell'affetto sta per staccarsi dal suo cuore come un frutto avvizzito.

Riccardo vedeva la rovina che il tempo faceva nel suo seno; vedeva frantumarsi ogni giorno l'altare che egli vi aveva eretto all'amore. Torturato dal rimorso, impaurito dalla idea di una fatalità che pesava sopra di lui, cercò smaniando un rimedio, e trovò la gelosia. Per essa s'illudeva di tenere in vita i propri affetti, si stordiva, poteva per essa mettersi in pace con la coscienza. I suoi modi freddi, talvolta aspri, dispettosi, erano così giustificati per lui; la sua miseria gli appariva sotto altro aspetto — più nobile, quasi generosa. —

Evidentemente ciò non poteva durare a lungo. Non v'ha forza che valga a trattenere l'amore fuggitivo, e Riccardo consumava invano le ultime faville della propria energia, combattendo fiaccamente come chi non abbia speranza di vittoria.

Diverso era lo strazio di Camilla. Contristata nei malinconico culto che voleva consacrare alla memoria di fratel Biagio, raccoglieva in sè stessa le sue paure ed i travagli del pentimento.

Quest'artifizio di dissimulazione l'allontanava a poco a poco da Riccardo; non cessò essa di amarlo, ma l'amò senza abbandono, senza quella confidenza che fa mettere radici agli affetti. Era ancora l'amore, ma non quello d'un tempo; una parte del suo cuore ella doveva adoperarsi a nasconderlo!

Un ostacolo era sorto; il tempo lo ingrandirebbe. Già ieri dell'amante, tutta; oggi in parte dal marito defunto.

Così la falsa gelosia di Riccardo, ritorcendosi contro sè stessa, creava ragioni di gelosia vera.

Riccardo scendeva la china dell'indifferenza, e ancora Camilla non se n'era accorta. Ora il vero amore è avveduto, e la cecità è quasi sempre pessimo indizio in amore.

E non di meno Camilla continuava ad amare Riccardo, ed a costui pareva di fare altrettanto.

LXXVII. Estremi rimedi.

Erano passati così alcuni mesi, e ancora non si era parlato di matrimonio.

Riccardo però vi pensava, e se ne rodeva; ma la sua determinazione era presa; egli non doveva sagrificare il suo avvenire, il suo dorato ed ampio avvenire, alle stolte querimonie d'una coscienza codarda.

Questa determinazione gli valse un po' di franchezza; a poco a poco la sua freddezza non seppe mascherarsi tanto che Camilla non la riconoscesse; e quando Camilla l'ebbe riconosciuta, non si mascherò più.

Non andò molto che Riccardo volle venirne ad una; sciogliere un vincolo diventato penoso. Era il miglior partito, e non bisognava indugiare; una mattina trovò un'audacia che faceva curioso contrasto con le primitive titubanze, ed eccolo diretto a Laveno.

Camilla non era in casa; vi erano invece la zia Angelica e la signora Pool.

La sorte si prendeva giuoco di Riccardo. Non era un'ironia sanguinosa trovarsi innanzi a Bice, dopo tanto tempo che non l'aveva veduta ed in quell'occasione?

Bice vestiva il bruno anch'essa; era mesta anch'essa, e bella, adorabilmente mesta e bella...

E perchè mai egli si sentiva stringere il cuore alla presenza di quella buona creatura? E perchè il linguaggio della coscienza è così tardo e tanto inesorabile?

Un'onda di pensieri tenebrosi invase la mente di Riccardo; rivide egli il suo passato, rifece colla grave croce delle memorie il cammino percorso; ahi! quanto dissimile l'oggi da quel tempo di lusinghe e di sogni!

Tutte le forze dell'animo tumultuavano irose. Pensò a Camilla, ai giuramenti infranti e deposti ai suoi piedi, alle promesse nuove, alle stolte speranze, alla colpa meditata e preparata, al tradimento... Orribile schiera di fantasmi!... Ed ora?..

Bice era lì, dinanzi a lui, mesta, pallida, sofferente.

Tutte le forze lo abbandonarono ad un tratto; balzò in piedi, salutò le due donne, si sottrasse con un pretesto all'insistenza cortese della zia Angelica, ed uscì.

Cento nuovi propositi e pentimenti nuovi ondeggiavano nel suo cuore.

All'improvviso una donna si arrestò innanzi a lui — Camilla. —

Egli la vide, impallidì, rammentando lo scopo della sua venuta, e chinò gli occhi al suolo.

Quel colloquio fu freddo.

Quando si separarono, Riccardo corse pazzamente per la campagna. La disperazione lo seguiva alle spalle.

La determinazione di Riccardo era crudele, ma franca e leale; se non che, come ebbe piegato una volta, retrocesse man mano fino alla codardia ed alla bassezza. Nelle cose del cuore è raro che l'indugio adoperi altrimenti.

Pensò che egli non avrebbe osato mai farsi innanzi a Camilla e dirle chiaro l'animo suo; e che d'altra parte ciò, oltre d'essere durezza sconveniente, avrebbe provocato lagrime e rimbrotti, cose non buone ad altro che ad arruffare con vane commozioni quella tela intricata.

Bisognava scrivere; ciò è sempre più spiccio e più energico e permette nei casi difficili di mitigare con frasi acconcie l'asprezza dell'abbandono.

A questo punto Riccardo s'arrestò per almanaccare gravemente sul giro delle frasi e sulla scelta dei vocaboli; e pensi chi ebbe almeno una volta cuore d'innamorato, se egli poteva trovare il fatto suo.

Intanto la coscienza veniva a patti colla codardia e cercava una scappatoia per mettersi in salvo...

E fu allora che Riccardo ebbe un'idea, e la credette luminosa.

LXXVIII. Riccardo a Camilla.

«Lascio Milano. Non ti spaventare, ti scriverò subito e sarò presto di ritorno.»

LXXIX. Emanuele Pool a Riccardo.

«Per vostra norma, il mio antico socio Biagio van Leven, non è morto per frattura del femore e cancrena, ma per rottura dei grandi vasi del cuore, prodotta da una palla di pistola. Il signor Biagio van Leven, vostro buon amico, era stanco della vita, e la finì di propria mano.

«Si voleva serbare il segreto di questo avvenimento. Vi si raccomanda la segretezza finchè vi sarà possibile.»

LXXX. La feccia del calice.

Si dica a lode di Riccardo: a bella prima questa notizia non tanto lo meravigliò quanto lo commosse: una commozione straordinaria, una febbre strana, un martellare affrettato delle arterie e dei polsi, uno sgomento, un affanno, qualche cosa che era pietà e rimorso e disperazione tutt'insieme.

La meraviglia venne dopo, e durò poco, e si manifestò a domande e risposte rapide, brevi, frequenti, inesorabili.

Peggio. Qui, dove forse le battaglie del dubbio potevano mascherare la profondità dell'abisso, qui non era più dubbio alcuno; la verità appariva chiara, limpida, angosciosa. La risposta seguiva la domanda con spietata prontezza; tutte le fila del garbuglio si scioglievano innanzi alla mente con evidenza spaventosa.

Fratel Biagio aveva letto nel cuore di Camilla, e disperato per aver perduto il più grande affetto della sua vita, aveva voluto prevenire il tradimento, ridonando la libertà alla donna amata. Dunque il suo viaggio in Olanda era un pretesto per nascondere le sue intenzioni, e forse la partenza di messer Pool uno stratagemma per assicurare la riuscita...

E perchè aveva voluto celare le vere cause ed il modo della sua morte? Come mai quell'uomo tanto sincero aveva ricorso alla simulazione ed all'inganno?... Era chiaro anche questo: per non opprimere sotto il peso del rimorso la felicità degli amanti.

Allora si presentarono alla mente di Riccardo cento nonnulla che acquistavano uno straordinario valore; rammentò il contegno di fratel Biagio durante le vicende dell'amore colpevole; quel suo sonno, creduto opera della provvidenza, nel padiglione; poi il matrimonio di Bice col socio Pool, ed i particolari della partenza per l'Olanda... Ed ahi! come tutto ciò flagellava l'anima sua codarda!

Che fare? Persistere nella determinazione presa... Questo pensiero lo tentò ancora una volta, «Poichè hai frapposto venti miglia fra il tuo cuore e quello di Camilla, mettine altre venti, poi altre venti, va così lontano che nissuno possa raggiungerti.» Ma abbandonar Camilla non era lasciarsi dietro le spalle il rimorso; e poi se gli era giunta una lettera a venti miglia, ben potrebbero pervenirgliene cento altre in capo al mondo. Il signor Pool, qualora avesse in animo di spiare i suoi passi, troverebbe mezzo di farlo dovunque.

Tutte queste voci parlarono sotto voce e non ascoltate. Nello stato d'animo di Riccardo poteva l'egoismo dir la sua, per non darsi vinto ma senza speranza d'ottenere gran cosa.

Qui non era luogo a mezzucci, a piccole bassezze; conveniva affrontare gli avvenimenti e decidere apertamente: o l'abbandono schietto od il matrimonio.

Il tormentoso dilemma durava ancora, quando venne la notte.

Raro è che le anime deboli, come quella del nostro eroe, non subiscano il pauroso dominio delle tenebre. Quella notte, divisa tra i vaneggiamenti dell'insonnia e le larve di sogni agitati, fu lunga, e parve eterna.

Balzando giù dal letto prima dell'alba, Riccardo aveva preso il suo partito; all'alba, abbandonato l'albergo, galoppava in un calesse verso Milano.

LXXXI. Riccardo a Camilla.

«È la terza volta che vengo a Laveno e che non sei in casa. Così almeno mi si dice, ma non l'ho creduto, come puoi immaginare. La mia insistenza ti dica che devo parlarti di cose gravi; non volere che io ritorni la quarta volta inutilmente.»

LXXXII. Riccardo a Camilla.

«Il vostro contegno è inesplicabile, e mi offende. Sarò nondimeno più schietto di voi, e vi dirò l'animo mio. Una fatalità pesa sul nostro amore. È inutile indugiare: noi dobbiamo uscire da questo labirinto, e non vi sono che due vie: l'abbandono od il matrimonio.

«Scegliete.»

LXXXIII. Verso il matrimonio.

Riccardo, toltosi questo enorme peso dalla coscienza, respirava più libero. Il gran passo l'aveva fatto, era gettato il dado della sua sorte. Ahi! Qual misera sorte!... Egli ne distoglieva lo sguardo come da un abisso vertiginoso per rinfrancarsi in quel primo e nuovo vigore che nasce da ogni proposito onesto. Ed era, se non lieto de' fatti suoi, rappattumato seco medesimo, e chi si è trovato a battagliare con la coscienza, dica se questa è lieve ventura.

Si preparava con rassegnazione cinica alla sua parte, come fa un attore da commedia dietro le quinte; meditava il domani e il doman l'altro e l'altro ancora; contava i magri benefizi della nuova vita e ne guardava con uno sbigottimento gli orrori.

Dopo due giorni d'un'aspettazione che incominciava a farsi tormentosa, ricevette una lettera di Camilla, la quale rispondeva alla sua proposta con due sole parole:

«Scelgo l'abbandono.»

Era proprio scritto così, nè una sillaba più, nè una sillaba meno: «scelgo l'abbandono.»

Questa risposta metteva un po' di scompiglio nuovo nel vecchio tormento di Riccardo. Anche Camilla dunque aveva cessato d'amare? O si era essa avveduta della freddezza e voleva vendicarsi fingendo l'indifferenza?

«Questa è manna caduta dal cielo!» gli veniva a quando a quando sulle labbra, ma non lo diceva.

Com'era naturale, una rivoluzione curiosa avvenne nello spirito sentimentale del disgraziato amatore. L'impreveduto ed imprevedibile contrasto parve ridestare la sua fantasia che sonnecchiava in un canto; certe corde mute da gran tempo vibrarono ancora, certi carboni sepolti nella cenere mandarono bagliori pallidi, e involontariamente, e forse per opera del dispetto, il nostro malinconico eroe si sentì un lievissimo morso di gelosia.

Immaginando d'essere abbandonato e dimenticato, — per poco non aggiunse tradito — il suo proposito acquistò saldezza, e ciò che prima era docilità espiatoria, parve ancora una volta impeto di desiderio e d'affetto. Parve, e non era; ma Riccardo, non potendo dare indietro nella via su cui lo aveva spinto il rimorso, si compiacque che queste nuove forze militassero a farlo persistere nella sua determinazione.

Senza frapporre indugio scrisse un'altra lettera a Camilla; le parlò di amore, si discolpò alla meglio, fece cento promesse una più metaforica dell'altra...

Non ebbe risposta.

Ritentò la prova con altre armi; una sua lettera accusò, imprecò, dipinse lui come una vittima, e conchiuse con un torrente di tenerezze e giuramenti...

E ancora nessuna risposta.

Per un istante pensò che, essendo andato fallito ogni tentativo, la sua responsabilità fosse tolta di mezzo, ed egli non avesse più che a rallegrarsi in cuore della buona ventura. Ma la forza che lo aveva trascinato a questo passo non era contenta e gli parlava sordamente come una minaccia; l'infelice Riccardo tentennò il capo sfiduciato; perchè ahi! in fondo a tutta questa vicenda di paure, di menzogne, di ripulse e di desiderî, egli vedeva sempre la larva temuta, — il matrimonio. Nessuna via per fuggirla; anzi, per maggior strazio, gli bisognava accostarsele come un mendico e scongiurarla perchè non dileguasse come un'ombra vana.

LXXXIV. Riccardo a Camilla.

«Ho detto male. Una sola via onesta è aperta al nostro amore — il matrimonio.

«Se vi è cara la vostra pace, la mia, la pace d'un uomo che avete amato più di me, non potete e non dovete ritrarvene.

«Sappiatelo voi pure questo orribile segreto che divora la mia esistenza: vostro marito si è ucciso colle proprie mani.»

LXXXV. Preliminari di seconde nozze.

Il matrimonio fu convenuto.

Una grave trasformazione avvenne nell'indole di Camilla. Quella donna leggiadra ad un tempo e forte, si fece inerte e paurosa come una bambina. Taciturna e pensosa, non del presente, con gli occhi smarriti nel cielo, assomigliava ad un angelo sbigottito ancora dalla caduta.

Le sue notti — lunghe, interminabili notti, — erano popolate di strani fantasmi; una superstiziosa credenza animava quelle visioni, dando loro un linguaggio tremendo.

Anche Riccardo si dibatteva in queste smanie; da esse, più che dalla parola data, egli riceveva la forza di perdurare nel suo proposito e d'affrettare un legame odioso che solo poteva ridonargli la pace.

Pur non dissimulava la gravità del sagrifizio. Vi pensava, lo ingrandiva, ed ora ne gemeva in segreto, ora se ne arrabbiava apertamente, e sfogava il dispetto in querele vane e rimbrotti.

I suoi rapporti con Camilla passarono di tal guisa dall'indifferenza al rancore. Si vedevano di rado; egli col sarcasmo sulle labbra, insofferente di ogni cosa; lei silenziosa, rassegnata, sprezzante.

Ma non venne loro in mente di sottrarsi al vincolo che gli univa; nissuno dei due avrebbe osato opporsi alla fatalità che legava i loro destini.

La memoria di fratel Biagio teneva in catene la volontà d'entrambi.

Questo supplizio durò alcune settimane. Venne finalmente il giorno temuto; venne l'ora fatale — Camilla e Riccardo diventarono marito e moglie.

Così la corona degli inganni e delle illusioni cadde ai loro piedi sfrondata.

LXXXVI. La prima fase d'una luna di miele.

Era stata davvero una triste cerimonia. Non mai festa di nozze aveva contato tanti volti pallidi e tanti sorrisi di gelo.

Dopo il fatale, i due nuovi sposi erano partiti, come si usa, involandosi alle noiose e fredde congratulazioni degli amici di casa.

I viaggi di nozze amano il silenzio. Non chiedete agli sposi novelli che si abbandonino spensierati al cicaleccio; essi hanno di solito una gran folla d'idee da svolgere, cento sogni da vagheggiare, e interrogazioni da muovere alla coscienza, e patti da stringere col cuore, e propositi da ribadire e fors'anche vaghe paure da serenare. Ma io dico che non fu mai viaggio di nozze così profondamente taciturno come quello di Camilla e Riccardo.

Era la notte quando essi arrivarono a Venezia.

Camilla da qualche tempo aveva una gran voglia di rompere in lagrime; ed appena fu all'albergo, si ritirò nella sua camera per piangere.

Riccardo rimase a divorarsi nel dispetto.

Tutte le forze che lo avevano trascinato riluttante a quell'estremo passo, lo abbandonavano a un tratto; la coscienza, già battagliera e tormentatrice, taceva; tutte le vipere dell'egoismo drizzavano ora il capo a mordere il cuore codardo.

Non vi era più scampo; l'indissolubile patto era stretto per sempre.

Per sempre! In questo pensiero Riccardo smarriva la ragione; si rivolgeva ciecamente alla Divinità, a Camilla, e fratel Biagio, e tutti accusava della sua sorte. Ciò che prima non era se non penosissimo dovere, ecco pigliava aspetto di sagrifizio eroico, a petto del quale impallidiva ogni cosa, la memoria delle sue colpe, lo abbandono di Bice, la seduzione, il tradimento, il rimorso, tutto. La morte di fratel Biagio cessava di esercitare sulla sua mente quel fascino temuto. Nessun fantasma sorgeva più a minacciare; egli era solo, solo nella voragine che gli uomini, gli avvenimenti ed un destino sciocco e crudele avevano scavato ai suoi piedi.

Passeggiò gran tempo per la camera. Verso la mezzanotte uscì; vagò a caso per i viottoli tortuosi della città.

Venezia non dorme mai; si vedevano intorno le finestre illuminate, e si udiva da lontano il canto dei gondolieri unito al lamento monotono ed eguale dell'onda che si rompeva contro gli scogli.

Più tardi, costeggiando la riva oramai deserta degli Schiavoni, Riccardo incontrò una coppia d'amanti che passeggiava guardinga; quella vista crebbe l'amarezza del suo cuore; affrettò i passi e giunse alla piazza di San Marco. Colà era ancora adunata molta gente; si parlava a voce alta, si rideva.

«Tutta gente felice!» ripetè fra i denti il novello sposo, «tutta gente che ama, gode di questa sera magnifica ed affretta col desiderio l'alba di domani.... Ed io?... io ho seppellito la mia giovinezza. Io ho avuto la mia parte, non mi spetta più nulla, nè speranze nè gioie. È inaridita per me la sorgente del piacere.»

Riccardo continuò un pezzo a girellare di qua e di là, accostandosi sbadatamente alla porta dell'albergo e scostandosene irresoluto.

Quando rientrò nelle sue camere, l'alba vi penetrava anch'essa. Il suo partito era preso. Mosse deliberato verso lo stanzino di Camilla, ma si arrestò sul limitare; appoggiò il capo all'uscio e stette in ascolto. Non si udiva alcun rumore; forse la sua donna legittima dormiva. Come svegliarla per dirle?...

Volle fuggire, ma s'indispettì della propria debolezza; si riaccostò all'uscio, e vi picchiò colla nocca del dito.

Nessuno rispose.

Quel silenzio lo incoraggiò e battè più forte.

Nulla.

«Dorme,» pensò, e istintivamente si fece indietro sulla punta dei piedi.

Un'ora dopo tornò all'uscio, battè di nuovo, nulla! Allora fe' girare lentamente la maniglia, aprì l'uscio e stette un istante immobile sul limitare. La stanza era deserta; il letto intatto; sopra una scrivania, accanto ad un lume spento, si vedeva una lettera al suo ricapito.

Senza dar tempo alla riflessione, Riccardo prese la lettera, ne ruppe i suggelli, e lesse alcune pagine scritte con mano agitata...

LXXXVII. Camilla a Riccardo.

«Non vi faccia meraviglia il modo repentino con cui vi lascio; la determinazione che io prendo non è avventata come può parere, ma è invece frutto di molti affanni e di gravi lotte lungamente combattute.

«Dell'opportunità di questa determinazione, se la vostra coscienza sa essere superiore al dispetto, giudicate voi stesso, giudicatene pure severamente.

«Da qualche tempo noi brancoliamo nelle tenebre, fingendo affetti che non sono in noi, fingendoli per noi stessi, paurosi di perdere l'ultima illusione. Abbiamo voluto ingannare la nostra coscienza, e ci siamo ingannati a vicenda. Non so, nè voglio dire, se ciò sia grave torto nostro, ed a quale di noi convenga attribuirne la maggior parte; so che questo stato di cose non potrebbe durare molto, e perciò è bene che finisca subito.

«È venuta l'ora di guardarci a viso scoperto e di cessare una mascherata dolorosa.

«Da qualche tempo non vi amo più; da un pezzo voi non mi amate. È inutile temperare la durezza di questa verità od adoperarci a proseguire l'inganno. Potrei aggiungere che la vostra freddezza ha generato la mia; ma sarebbe una discolpa vana, un rimprovero ingeneroso.

«Io non accuso voi dei miei dolori, nè di ciò che soffro ancor oggi; accuso me stessa, le mie debolezze, la mia colpa, il mio destino. Voi non siete stato che uno strumento cieco nelle mani della sorte; avete aperto le mie ferite come fa il pugnale nelle mani dell'omicida.

«Non voglio avermi pietà; se interrogo il mio passato, comprendo di non esserne degna; vorrei poter inasprire i miei dolori, ed inviperire il mio rimorso, se così potessi mitigare l'enormità del mio fallo e placare le voci irose che gridano contro di me.

«Già mi sorrise il pensiero del vostro affetto; pensai stoltamente a riparare in esso, a dimenticarmi. Era certamente irriverenza ed egoismo — era un'altra colpa; la vostra indifferenza, uccidendo la mia fede, ha dato vita ad un culto più nobile e più santo; sono rimasta sola a piangere e ad espiare; sarò sola sempre.

«Perciocchè mia è la colpa, tutta mia. Ho potuto credere un istante che la sorte avesse vincolato con nodi indissolubili i nostri cuori; colpevole con voi, volli con voi essere penitente, fu un sogno pazzo. Mia è la colpa. Voi non avete fatto nulla più di ciò che ogni uomo giovane si crede in diritto di fare; voi non trattenuto da giuramento di fedeltà, nè da scambievole rapporto di stima, avete adoperato le armi vostre, le armi dei pari vostri; il volgo degli uomini dopo i vent'anni vi assomiglia, e sa fare, e fa altrettanto. Nell'infinita serenità del vostro cielo non doveva apparire alcuna nube a contristarvi. Le titubanze che hanno tormentato il vostro spirito, i legami odiosi che avete contratto, vi puniscono gravemente, se pure avete una parte nella mia colpa.

«Io sola doveva patire la condanna del destino; io grande e vera colpevole; io che ho tradito una fede giurata, io che ho calpestato la dignità ed il nome di un uomo generoso, che ho sprezzato il suo affetto santo, per infamarmi in un delirio basso e volgare.

«Dall'infinito in cui si è lanciato, quell'uomo che il mio labbro non osa più nominare, mi apparisce ora in tutta la sua grandezza, mi apparisce qual'era: nobile, virtuoso, superiore troppo a chi lo ha ingannato. Nella tenebra della mia vita, questa immagine si agita, e vive, e riluce splendidamente, e rianima le morte mie fibre ad un orgoglio santo che non è della terra.

«La sua pietà mi sorride nelle mie miserie.

«Al punto a cui siamo giunti, nessun rapporto è possibile fra di noi.

«Abbiamo obbedito ad una forza superiore alla nostra volontà, potevamo sottrarci ad un vincolo odioso e non l'abbiamo voluto; perchè? di voi non so, so di me sola; pareva a me che questa unione fosse nei decreti immutabili della Provvidenza, mi lasciai punire con le stessa armi adoperate alla colpa. Non egli si vendica, ma è vendicato.

«Era necessario diventare vostra moglie per comprendere tutta la gravità della mia colpa, e sarebbe necessario vivere con voi per provare tutta l'amarezza del supplizio. Ma ciò è superiore alle mie forze di donna, nè io voglio involgervi più oltre nelle mie sciagure.

«Riprendetevi dunque la vostra libertà; dimenticate la donna che vi ha dato il suo affetto, la sua pace, il suo amore ed a cui avete dato il vostro nome. La spensierata gioventù vi aspetta; dove l'orgia beffa e ride, scorre ancora copiosa l'onda dell'oblio.»

LXXXVIII. Più tardi.

Durante una notte d'inverno — inverno rigido e notte nevosa — fu consegnata a Riccardo nelle sale dei circolo una lettera premurosa.

Quella notte il tavoliere era coperto di biglietti di banca, e Riccardo perdeva. Ricevendo la lettera si strinse dispettoso nelle spalle, e volle darsi aria disinvolta cacciandola con negligenza nelle tasche; ma si arrestò a mezzo, colpito da un improvviso pensiero.

Guardò la soprascritta... i caratteri non gli erano ignoti...

Un lampo brillò nella sua memoria; si scostò bruscamente dal tavoliere, si raccolse in un cantuccio e lesse:

«Bice sta male; so che desidera vedervi.

« Emanuele Pool. »

La notte era alta, e nevicava a larghi fiocchi

Riccardo attraversava le vie deserte della città, affondando il piede nel fitto strato di neve. Era commosso e camminava a gran passi; e per quanto glielo consentiva il confuso alternarsi di mille idee diverse, pensava.

«Bice sta male!». Così era scritto; ma poteva la sua anima d'innamorato infedele serbare la pietosa illusione che era concessa al marito?

«Bice sta male!» Così era scritto, ma egli leggeva:

«Bice muore!»

«Bice muore!» Era un sogno? La giovinetta ingenua, bella, piena di vita, il fiore appena sbocciato, a cui rideva tanta serenità di cielo e tanta luce di sole, essa, l'amore innocente della sua vita sciagurata, stava per morire!

«Bice muore!» E come aveva egli lasciato trascorrere tanto tempo senza vederla, senza domandarne conto? La vergogna soltanto gli aveva fatto trascurare una creatura in cui viveva tanta parte del suo passato!

«So che desidera vedervi,» proseguiva Riccardo. Il tempo non aveva cancellato da quel cuore vergine l'impronta del primo affetto! Egli viveva ancora nel pensiero di lei; era rammentato, desiderato, amato!

L'anima di Riccardo era facile alla tenerezza, a questo pensiero egli sentì correre il sangue più ardente e più rapido, e come un entusiasmo melanconico rinvigorirgli le fibre. Levò il capo in alto e cercò il cielo con occhi illanguiditi.

Ma il cielo era bigio e nevicava sempre.

«So che desidera vedervi!» Il signor Emanuele Pool lo sapeva.... perchè lo aveva indovinato! Era pietà che lo aveva indotto a scrivere quella lettera; pietà strana in ogni altro marito, ma non nel degno socio di fratel Biagio.

Con questo nugolo d'idee pel capo egli giunse all'abitazione del signor Emanuele Pool.

LXXXIX. Un personaggio nuovo.

Un'invincibile commozione tratteneva il nostro eroe sulla soglia della camera dell'inferma.

Dalla porta lievemente socchiusa penetrava il raggio d'una lampada notturna; non si udiva parola.

Riccardo picchiò leggermente all'uscio; subito un'ombra nera apparve nel vano, e una voce sommessa disse una sola parola: «entrate.» Il melanconico amatore riconobbe il marito, e gli porse la destra, ma l'altro non vide l'atto ed accennando al letto della poveretta, si ritrasse a capo basso in un canto.

Quella camera era vasta, e la debole luce lasciandone le pareti nell'oscurità pareva crescerne l'ampiezza. La lampada mandava ogni tanto strani guizzi, che riflettevano bagliori fantastici sul soffitto, sui mobili e sui volti impalliditi che vegliavano nel silenzio.

Sopra il fondo candido dei guanciali del letto si disegnava il volto affilato di Bice, immobile, sereno come cosa che non è più della terra.

Gli occhi aveva velati, come se dormisse, e le labbra semiaperte parevano socchiuse da un sorriso pieno di dolcezza. Sognava forse il suo ultimo sogno!

Non ostante il pallore delle guancie fatte scarne dalla febbre, era bella; i capelli biondi le scendevano scompostamente sugli omeri e sul collo, mettendole nel volto una specie d'aureola.

Riccardo stette alcuni istanti immobile ai piedi del letto, poi si fece presso al capezzale.

All'accostarsi dell'antico amatore, Bice aprì gli occhi e li tenne fissi sopra di lui; poi li richiuse lentamente, compose il volto ad un'espressione di dolcezza e ricadde nel sopore.

Tutte le potenze dell'anima di Riccardo irruppero a tumulto; ah! quella dolcezza che rallegrava la povera inferma gli diceva tutta una leggenda di dolori usciti dalle sue mani.

Per la prima volta guardò intorno a sè, pauroso di leggere nei volti dolenti che uscivano dalle ombre la terribile accusa che ogni battito del suo cuore ribadiva come un martello: «è l'amore che la uccide!»

Tre persone vegliavano con lui: il signor Pool, la zia Angelica e un'altra donna che le stava al fianco, nascondendo la faccia fra le mani. Chi era essa?

Il silenzio durava profondo. Non si disperava ancora; la calma del sonno dell'inferma ingannava quei cuori avidi d'inganno.

Chi ha vegliato al letto di una persona amata, sa che cosa sia la speranza ad ogni tratto smarrita, e trattenuta sempre a prezzo d'una lotta tormentosa; ricorderà le ansie, i dubbi, le paure, i lunghi sguardi rivolti al cielo, gettati come scandaglio nelle tenebre della morte, e le invocazioni brevi e disperate — e poi le nuove paure, la nuova sfiducia, la nuova angoscia — e finalmente un rantolo, un sospiro, e un grido supremo...

Oh! le terribili lotte dell'amore e della morte!

Il signor Pool si era accostato ansioso al letto della moglie; il dolore aveva impresso un profondo solco sulla sua faccia severa, era negli occhi suoi l'attonitaggine della sventura, e sul suo labbro un sorriso tra amaro e benigno; un sorriso che era preghiera e bestemmia.

Riccardo si ritrasse istintivamente all'accostarsi di messer Pool; si sentiva rimpicciolito; all'aspetto di quel dolore profondo e sincero.

Bice sorrise al marito, gli porse la mano, lo trattenne al suo fianco, ed aprì le labbra quasi gli volesse dire parole di riconoscenza e d'affetto; poi si volse e chiamò con un filo di voce: «Camilla!»

Camilla intese, drizzò il capo mostrando il volto lagrimoso: prese la mano di Bice e le sorrise fra le lagrime. E quando i suoi sguardi s'incontrarono con quelli di Riccardo, non li ritrasse, non arrossì, non mostrò turbamento. Tutte le vipere del rimorso rialzarono il capo nel cuore dello sciagurato; non mai l'immagine della propria colpa eragli apparsa coll'evidenza così crudele. Bice, Camilla, fratel Biagio! Quante care larve svanite!

L'inferma rimaneva immobile, quasi titubante; poi abbandonò la mano del marito, e volle quella di Riccardo. I suoi occhi rivolti a Camilla dicevano la sua intenzione. Riccardo comprese, e Camilla pure; chinarono il capo e non si ritrassero...

Ma un improvviso rantolo sopravvenne in quel punto a Bice.

Il signor Pool, la zia Angelica, Camilla e Riccardo, curvi sul corpo dell'inferma, si guardavano a vicenda, ricercando nei loro volti imbiancati dal terrore il conforto d'un'ultima speranza.

Passava intanto il tempo indifferente. Si udivano i tocchi uguali degli orologi lontani e tratto tratto un crepitìo leggero: era la brezza, che spingeva la neve contro i vetri delle finestre.

Bice taceva e sorrideva ancora; la sua anima, librata sul confine d'un mondo, pareva misurare il volo per lanciarsi nell'altra vita...

Ma chi è che rompe coi singhiozzi l'angoscia mortale di quel silenzio?.... Lui, l'uomo onesto, il marito, il cui affetto è un'ara sacra. Ch'egli si lamenti, ch'egli gema, ch'egli domandi conto dello strazio, non meritato; ch'egli difenda il suo tesoro fino all'ultimo — è il suo diritto; chi sa che le sue lagrime non inteneriscano la morte. Ma se il cielo vuole che il suo gemito si muti in una bestemmia, quella bestemmia sia raccolta fra le cose più sante del cuore.

Riccardo no, non piange, non sa piangere. A che gioverebbero le sue lagrime? E chi le crederebbe sincere? E di che soffre egli, e che perde che già prima non avesse perduto?

«Bice muore!»

Sotto l'ipocrisia d'una mano che nasconde due occhi asciutti, vi è una coscienza che morde — è vero — ma vi è pure una fantasia meschina, che ripete:

«È l'amore che la uccide!»

Ebbene sì, è l'amore che l'uccide, l'amore nobile, l'amore santo, l'amore che è sagrifizio e dolore, l'amore che va fino al limitare della morte per apprendere il suo ministero di pietà!... Non lo avete dunque udito il primo pianto del bamboletto color di rosa?...

Egli è di là, in un'altra camera, e guarda gli occhi d'una donna che non è una madre, egli è di là mentre la poveretta che gli ha dato la vita se ne muore!

La udite ora la sua vocetta dolente?.. Quello è un gemito che domanda un miracolo.

La povera madre l'ha udito — tende l'orecchio — e l'ode ancora..

Mettetelo nelle sue braccia, il bambinello; chi sa che i battiti di quel cuoricino non riaccendano la vita di cui egli è parte! forse la morte non oserà rendere gelido il petto d'una madre che stringe la propria creatura...

La sentite? — essa piange, ha trovato la forza di piangere; non vuol morire, perchè la sua vita è necessaria...

No, non è l'amore che la uccide, è l'amore che la fa rivivere!...

················

XC. Riccardo a Camilla.

«Per pietà, Camilla, non mi opprimete con la vostra indifferenza. Se poteste numerare le mie torture, direste forse che sono punito abbastanza.

«Ho bisogno del vostro perdono; mi dovete ridonare, non dico il vostro affetto, ma una parte almeno della vostra stima. Perchè io soffro; perchè la vita mi è diventata incresciosa.

«Lo avete detto voi altra volta; lasciatelo ora ripetere a me con l'accento della disperazione: — salvatemi dal rimorso! —

«Lunga serie di avvenimenti ha legato i nostri destini; vano è il fingere un'indipendenza che non abbiamo; vano sopratutto tentare di divincolarci.

«Credetelo — assai più stretti dei nodi con cui ci lega la legge, sono quelli che ci ha imposto la Natura; viatori smarriti del mondo, la norma che ci dirige non proviene dal mondo — non la udite dunque voi pure questa voce di tomba?

«Non è vaneggiamento il mio; il passato ha tracciato la nostra via, che conduce all'espiazione.

«Attraverso le sventure, attraverso la lontananza, l'indifferenza, il disprezzo, le anime nostre devono unirsi un'altra volta.

«Abbiamo forse molte lagrime da confondere e molte amarezze da bevere alla stessa tazza; è il nostro destino; lasciate che si compia. E forse troveremo qualche pallida gioia, qualche nuovo e sereno orizzonte, qualche sorriso di Natura.

«Per l'ultima volta, ascoltate il grido dell'anima mia: lasciate che io venga a voi a domandare in ginocchio il vostro perdono.

«Che se il rancore vi ha chiuso il petto alla pietà, sappiatelo, e il cielo è testimonio del mio giuramento, io seguirò i vostri passi come un demente, sempre e da per tutto.»

XCI. Conclusione.

Trascorsero otto giorni d'angoscia, durante i quali Riccardo attese invano una risposta.

Col cuore agitato da mille paure, egli fantasticava senza frutto sulle cause di quel silenzio; alla notte si spingeva istintivamente fin presso l'abitazione di Camilla, e guardava ai vetri delle finestre con l'ansia d'un innamorato. Ma le finestre non erano mai illuminate.

Questa volta però egli pareva fermo nel suo proposito; gli pesava più che mai la vita di paure che l'orgia non sapeva soffocare. Perchè egli aveva visto il dolore santo, perchè egli aveva guardato in faccia l'amore generoso; perchè le fatue compiacenze della sua grand'anima avevano per la prima volta taciuto dinanzi alla beatitudine serena d'una madre che ama e che soffre.

Non diciamo che il suo pentimento fosse durevole; e molto meno ch'egli stesso lo credesse — ma era sincero. Oh! perchè dunque Camilla non apre le braccia a quell'anima pentita?... —

Riccardo, dopo molte titubanze, fece il gran passo — andò in casa del signor Pool. Ma si era appena accostato al limitare, e se ne ritrasse.... aveva udito il pianto del nuovo nato. E gli si compose alla fantasia una scena d'amore, una tortura: Bice guarita, felice, che insegna alla propria creatura a sorridere; che ne bacia con avidità i labbruzzi, la fronte, le guancie e le manine; accanto a Bice il signor Pool, l'uomo dozzinale, il negoziante che ha trattato la felicità come una derrata, e se l'è fatta venire in casa legalmente, alla muta...

Dopo essersi scostato titubante, Riccardo scese le scale e fuggì comprimendo il petto nel punto in cui doveva essere il suo gran cuore d'innamorato.

Passarono alcuni giorni prima che egli si rammentasse ancora di Camilla; questa volta si recò bruscamente in casa della moglie, salì le scale senza arrestarsi e picchiò più volte all'uscio...

Nessuno rispose.

Nel ridiscendere incontrò il portinaio e seppe da lui che Camilla era partita da quindici giorni. Per dove? Questo, il portinaio non lo sapeva, ma egli era certo del fatto suo.

Riccardo non ascoltò altro, e corse a casa del signor Pool. E qui lo aspettava un contrasto nuovo: «il signor Pool aveva abbandonato il commercio, ed era partito da quattro giorni colla famiglia

— Per dove?

— Per l'Olanda. —

L'Olanda! Questa parola gli dice tutto... Egli non si arresterà un istante... correrà in Olanda a raggiungere la sua donna, a cementare il suo nido rovinato! Così egli deve rispondere alla voce beffarda che gli ripete le parole della sua lettera: «seguirò i vostri passi come un demente, sempre e da per tutto.»...

················

Lo sappiano i lettori meno avveduti: Riccardo non è andato in Olanda...

················

Un lungo viaggio. Ma chi non vorrà seguirci fino ad Amsterdam, per rivedere Bice, Emanuele Pool e il piccolo Biagio che ha imparato a sorridere?

Noi non ci ritrarremo innanzi al limitare della casa tranquilla del negoziante, che ha trattato la felicità come una derrata, perchè nelle pareti che chiudono quella derrata vi è pure uno scrigno di cui nessuno potè mai numerare i tesori fino a oggi. Quello è uno scrigno che si nasconde, quella è una felicità che si nasconde — è il loro segreto.

Andiamo innanzi; lasciamo i terrori alle anime fatte vuote per aver prodigato affetti alle aure e alle stelle, lasciamoli agli sciagurati che non comprendono la casta avarizia del cuore e solo ne conoscono il lusso e la miseria.

L'uomo imbronciato, lo spauracchio del sentimentalismo è nel suo nido; si crede al sicuro da ogni sguardo indiscreto, e sorride, ed ama, e si abbandona pazzamente alla gioia.

Anch'egli sa essere felice!

E sa rendere felici!... Domandatelo alla madre di suo figlio s'egli sa rendere felici!

Ecco: è il tramonto d'una delle ultime giornate d'inverno; l'oscurità scende a poco a poco in una camera silenziosa, dove dorme il bambinello; i tizzi agitano le loro lingue di fuoco lottando allegramente con le ombre, e i due sposi, seduti l'uno accanto all'altro, si stringono in silenzio la mano.

A che pensano? Alla neve che scende al di fuori e copre i tetti, le vie e gli alberi; a un viale che hanno percorso il mattino, ad un vasto campo in cui le lagrime fecondano gli amaranti, ad un monumento marmoreo nascosto sotto la neve, ed al nome scolpito su quel marmo e alle care sembianze che la terra non invola interamente agli occhi dell'amore.

Bice lo ha sulle labbra quel nome diletto: Fratel Biagio... Cento domande corrono dietro a quel nome...

— Oggi sono forte, — dice alla fine con un sorriso.

Emanuele comprende e tace, l'altra insiste collo sguardo.

— Eccola lì, la mia bella melanconica che ha voglia di piangere un'altra volta...

— Non piangerò, te lo prometto... dillo, dillo: come è morto?

— ... Nelle mie braccia...

— E soffriva? e ti parlava di me?.... dimmi tutto, lo vedi... non piango...»

Ma la voce le esce rotta dai singhiozzi. Lo zio Emanuele si turba a quelle lagrime, balbetta.... poi, pigliando le mani della moglie e tirandosele al petto, le dice affannosamente:

— Ebbene, sì, ti voglio dir tutto.... quando ti lasciai sapevo il suo proposito, e partivo sperando di arrivare in tempo a trattenerlo.... lo trovai invece morente... aveva voluto colpirsi nel cuore, ma la palla aveva deviato... gli aveva concesso alcuni giorni d'agonia:... poi morì nelle mie braccia... col tuo nome sulle labbra... Ed ora che sai tutto, piangi, qui, sul mio petto, cattivella; e se tu la duri un pochino, mi ci metto anch'io e faremo un bel duetto... —

Oh! la mestizia profonda di quei singhiozzi, di quella neve che scende lenta lenta, di quelle ombre che avviluppano i cuori amanti, di quei tizzi semispenti che rotolano fumigando nel caminetto!

Ma un grido scioglie l'incanto melanconico delle memorie, un piccolo grido partito dalla culla... È l'avvenire che si sveglia! —

Si accendano i lumi, perchè l'infanzia non ama le tenebre, si ridoni la fiamma al focolare.

Ecco: la scena è mutata, le ombre sono in rotta, le lagrime luccicano come perle, e un bacio le rasciuga; torna il sorriso e il bambinello tace fra le carezze della mamma.

— Lo vedi, Emanuele, tutto è passato, non ti affliggere più. —

È una festa, è un tripudio, è un tesoro di parole affettuose che si rovescia dallo scrigno.

— Non facciamo chiasso, interrompe Bice, Camilla potrebbe udirci...

— Povera Camilla! —

Essi temono d'affliggerla, la povera Camilla, e perciò le nascondono la propria felicità; mentre la disgraziata donna spia in segreto le loro gioie perchè non si crede degna di esserne testimone, e prega ardentemente il cielo, quando Bice, mostrando la sua creaturina al marito, gli domanda di nascosto:

— Non ti pare che gli somigli?... —

FINE.

Milano — Libreria Editrice Contemporanea — Milano

Romanzi e Novelle di SALVATORE FARINA

Due amori. Terza edizione rinnovata L. 2 —

Un segreto. Terza edizione rinnovata 2 —

Frutti proibiti ( Fiamma vagabonda ). Quinta edizione 2 50

Il Romanzo di un Vedovo. Terza edizione riveduta 2 —

Il Tesoro di Donnina. Quarta edizione 4 —

Amore bendato. Racconto. Quinta edizione 2 50

Una separazione di letto e di mensaLa famiglia del signor OnoratoUn uomo felice. Terza edizione 1 20

Fante di Picche. Terza edizione illustrata 1 50

Capelli biondi. Romanzo. Quarta edizione 4 —

Un Tiranno ai bagni di mare. Tre scene dal vero. Terza edizione 1 20

Dalla spuma del mare. Terza edizione 2 50

Oro nascosto. Scene della vita borghese. Terza edizione 4 —

Mio figlio! — Prima che nascesse. Novelle. Quarta edizione 1 50

Le tre nutrici. Novella. Quarta edizione 1 50

Coraggio e avanti. Novella. Quarta edizione 1 50

Mio figlio studia. Novella. Quarta edizione 1 —

L'Intermezzo e la pagina nera. Novella. Seconda ediz. 1 50

Mio figlio s'innamora. Novella. Seconda edizione 1 50

Il marito di Laurina. Novella. Seconda edizione 2 —

Nonno. Novella. Seconda edizione 1 50

Mio figlio! Sesta edizione 5 —

Il signor Io. Quinta edizione illustrata 2 50

Terza edizione illustrata , per bibliofili, legatura in pergamena 4 —

Fra le corde di un contrabasso. Racconto. Seconda edizione 1 20

Amore ha cent'occhi. Terza edizione 5 —

Si muore. — Caporal Silvestro. Storia semplice. Terza edizione 2 —

L'ultima battaglia di Prete Agostino. Novella 2 —

Vivere per amare 2 50

Per la vita e per la morte 4 —

Pe' belli occhi della gloria. Scene quasi vere 4 —

I due Desiderii. Prologo ed epilogo 3 —

Don Chisciottino 3 50

Più forte dell'amore? 2 50

Perchè ho risposto no? Novella 1 20

In preparazione:

Che dirà il mondo?

Novelas. Traducidas del italiano por D. Cecilio Navarro, illustradas por Apeles Mestres y D. F. Gómez Soler, fotograbados de C. Verdaguer («Entre la cuerdas del contrabajo — El Senor Yo — La Sota de Espada.») Legato in tela a colori e oro L. 5 —

Hiyo mio! Versión castellana di Maria de la Pena, illustración de F. Gómez Soler. Legato in tela a colori e oro 10 —

Cabellos rubios. Novela italiana, traducida al castellano y precedida de un Prólogo por Luis Alfonso. Illustración de M. Foix, grabados de Gómez Pelo. Leg. in tela a col. e oro 8 —

Oro escondido. Novela italiana, traducida al castellano por Luis Alfonso. Illustración de F. Gómez Soler, grabados de Gómez Pelo. Legato in tela a colori e oro 8 —

Amore tiene cien ojos. Versión espanola de Waldo G. Romera. Ilustrada por P. Carcedo y M. Urrutia 4 —

Amorvendado. Narracion italiana, vertida al espanol por M. de la Pena 2 —