FRUTTI PROIBITI


SALVATORE FARINA

FRUTTI PROIBITI

(Fiamma vagabonda)

Quinta Edizione

MILANO
LIBRERIA EDITRICE CONTEMPORANEA
Corso Porta Nuova, N. 36


Proprietà letteraria

MILANO 1892 — TIP. PAGNONI


A CHI LEGGE (Dalla quarta edizione.)

Ripresentando al pubblico una vecchia conoscenza dopo tanti anni, v'è pericolo che nessuno più la riconosca e si ricordi di averle fatto buon viso. In questo caso il pericolo è cresciuto, perchè il lavoro di oggi differisce in molti punti dal primo, segnatamente nello stile. Ho pure aggiunto e mozzato alcune pagine — se facendo bene o male lo dicano gli amici — ad ogni modo io ho sempre temuto che lo stile di questo racconto fosse ammalato d'asma, ed ora mi pare di averlo guarito. Il risultato della cura non sarà, temo, una salute florida, ma il metodo da me seguito può tentare i curiosi a rileggere il libro, e, se non m'illudo, giovare ad alcuni letterati giovanissimi, i quali anche se gridano forte per far pompa di buoni polmoni, mi paiono intaccati dallo stesso male. Ora gli anni non sono rimedio infallibile, e perciò un esempio non può far danno.

Perchè il pubblico fosse avvertito, prima di comprare il libro, che non lo si vende come una novità, e perchè d'altra parte della nuova fatica apparisse una traccia indiscutibile almeno sul frontispizio, mi è parso di dovere accoppiare al vecchio titolo del romanzo un battesimo nuovo.

L'AUTORE.


FRUTTI PROIBITI

I. Il signor Riccardo Celesti di professione innamorato

Si chiama Riccardo, come parecchi eroi da poema epico e da romanzo sentimentale, e molte signore maritate autorevolissime dicono che il suo aspetto conviene mirabilmente al suo nome stante che, salvo il nodo della cravatta e qualche altro accessorio indispensabile all'abbigliamento delle moderne divinità, egli rammenta in tutto l'Apollo del Belvedere.

La sua statura è alta senza essere lunga, il suo corpo snello e dritto senza essere smilzo, il viso pallido, ma non scolorito; aggiungete due grandi occhi neri tagliati a mandorla, una selva di capelli neri tagliati alla Nazzarena, i calzoni e il panciotto tagliati all'ultima moda, e avrete il fascino, il suo fascino, quello che lo rende irresistibile.

Pur qualche cosa non corrisponde al classicismo del rimanente; per esempio, il naso pochissimo greco e molto gallico, vale a dire rivolto all'insù, come per mettersi in salvo dalla bocca che lo minaccia; ma questi difetti sono meravigliosamente corretti da due baffi a punta che basterebbero essi soli da assicurare il trionfo d'un angolo facciale.

Lo splendido edifizio ha poi una fortuna corrispondente ai suoi meriti, quella d'essere il domicilio legale d'una grand'anima. Dico legale per amor di precisione, perchè si sa che le grandi anime hanno il vero domicilio nel cielo: il nostro Riccardo ha infatti i suoi momenti di negro umore, nei quali sembra indovinare indistintamente la propria natura celestiale, e considerare in buona fede le sue forme apollinee come il carcere duro d'uno spirito eletto.

Si sa: sono nature esuberanti, le quali sentono in un modo ignoto al volgare il tristissimo peso della vita, e formano la schiera compassionevole che passa incompresa in mezzo alla turba massiccia. La loro missione in terra (questo è notorio) è l'amore, spasimo e dolcezza a un tempo, fantasma che insegue lo spirito inesperto della vergine, fiamma che di preferenza si apprende pietosamente ai cuori profanati dall'ebetismo maritale, per purificarli.

Werther e Jacopo Ortis sono di questa famiglia; Don Giovanni, Faublas e Richelieu essi pure; ma la natura — benefica — non si arresta alle due forme tipiche; più generosa dei poeti e dei romanzieri, tra il sentimentalismo puro e il cinismo puro ha posto saggiamente un ampio intervallo destinato all'eccletticismo puro. Così avviene che Riccardo è un po' meno Jacopo Ortis di Werther e un po' meno Don Giovanni di Richelieu; e questa indipendenza tipica è tutta a profitto del suo nobile cuore e della sua grand'anima; però che (non si scoraggino gli adolescenti ben pasciuti e timidi) qualche volta è lecito avere un cuore nobile e un'anima grande anche senza essere Werther e Don Giovanni, purchè si abbiano venticinque primavere e gli occhi tagliati a mandorla.

A chi immagina che una creatura così fatta, non potendo avere le nuvole per abitazione e due alucce di farfalla appiccicate sotto le scapole, debba almeno alloggiare in una specie di paradiso terrestre, tutto pispiglio di canarini e profumo di fiori, mi duole di far sapere che la stanza da letto, lo studio e il salotto del nostro Riccardo, sono addobbati col gusto d'un epicureismo solido, e che puzzano di tabacco in modo che i canarini vi buscherebbero l'asma e i fiori vi morrebbero di asfissia.

L'assenza del regno vegetale e dell'ornitologia nelle stanze dell'eroe di questo racconto è per altro abbondantemente compensata dalle belle arti, che vi sono rappresentate da una comitiva di Veneri fotografiche, litografiche e oleografiche, di tutte le scuole e di tutti i tempi, le quali sfoggiano la loro nudità dietro le nebbie del sigaro.

Non sono che le dieci del mattino, e parrebbe un'ora inconveniente per penetrare la prima volta nelle stanze d'un galantuomo, se non ci proponessimo di fare ampia conoscenza coll'inquilino e di usare presto con lui della massima familiarità.

Il primo sguardo buttato su quel disordine che si è convenuto di dire artistico, e la cui ricetta consiste press'a poco nel far sedere le ciabatte in poltrona, nel mettere a letto il paracqua e nel collocare una spazzola fra i volumi della libreria, il primo sguardo, diciamo, apprende una cosa importantissima a sapersi, ed è che il signor Riccardo, dottore in ambe leggi, di professione sentimentalista, ha i migliori requisiti per serbare intatta la dignità del sentimentalismo, vale a dire i mezzi e l'abilità di non far nulla.

Immagino che a nissuno premerà di sapere appuntino quanto rendano in lire e in centesimi le prosaiche risaie lasciate al nostro eroe dal babbo e dallo zio, dei quali fu l'unico erede; certo egli stesso non lo sa bene, perchè non l'ha mai chiesto al suo fattore, ed abbandona volentieri tal briga ai fornitori ed alle fornitrici che vi sono in particolar modo interessati.

Il secondo sguardo ci mostra il sacerdote di questa specie di tabernacolo, in piedi dinanzi a una scrivania, col volto filosoficamente allungato, con le labbra contratte da un sorriso che pare figlio illegittimo di una medicina amara, con la chioma arruffata e gli occhi così illanguiditi da far temere che la Venere di Tiziano, la quale lo guarda dì nascosto, si tolga alla sua indolente positura e scavalchi la cornice per gettarglisi nelle braccia.

Vedi sulla scrivania a cui Riccardo appoggia le mani un fascio enorme di lettere, un mucchietto di mazzolini di fiori disseccati, un libro sdrucito, legato in croce da un nastro di seta azzurra; sopra una seggiola un cofanetto di legno di rosa a varii scompartimenti, in ognuno dei quali si trovano altri mazzolini, altri nastri e altre lettere. Una lettera giace pure aperta sul suolo, e Riccardo vi butta sopra un'occhiata ogni tanto, accompagnando quella mimica espressiva con un sospiro, che è la quintessenza del sentimento.

Prima di proseguire oltre, un lettore più curioso degli altri vuol sapere il contenuto di quella epistola.

Ai suoi comandi, signor lettore.

II. Camilla a Riccardo.

Milano....

«È trascorso un anno dall'ultima mia lettera; or eccomi un'altra volta a voi per lo stesso fine — mi risponderete voi un'altra volta con un rifiuto?

«Spero di no. Il cuore ha i suoi diritti, ma il tempo ne ha di più imperiosi, e gli uomini si affaticano invano a lottare col tempo. Esso è un esattore inesorabile a cui dobbiamo pagare ogni giorno il nostro tributo di oblío.

«Ho aspettato un anno — ho aspettato abbastanza? Se nel rispondere ai miei timori interrogo la legge fatale che misura gli affetti, io dico: «sissignore.» A quest'ora voi dovete avermi dimenticata. Vorrei parlare un linguaggio più sicuro, e dire: «a quest'ora mi avete dimenticata;» ma sa Dio quale battesimo dareste a questa nuova scabrosità dei mio spirito.

«A ogni modo, quando anche il vostro cuore avesse durato fino a oggi nella sua prima baldanza, ho fede che voi appaghereste ugualmente la mia domanda legittima. Per poco che vi soffermiate a guardare nelle pagine del vostro libro segreto, quelle pagine dove tacciono soffocate le scintille degli incendi futuri, dove il desiderio ha rannicchiato i suoi germi fecondi, comprenderete voi pure non dirò la vanità della vostra lotta per arrestare un fantasma, ma il danno incalcolabile che ve ne proviene.

«Lasciate che vi parli francamente; l'eco di quella intimità, che un giorno corse fra di noi, me ne dà diritto; più ancora me ne dà diritto il mio nuovo stato di donna, poichè dovete sapere che se alla vostra età non sì è ancora uomo, alla mia si è donna. Il nuovo stato mi ha costretto a vivere in un anno quello che non avevo vissuto in venti; oggi ho la mia brava messe d'esperienza, e in certi sciagurati fardelli del cuore posso vederci meglio di voi, perchè me li sono tolti dalle spalle.

«Or fa un anno, quando io vi scrissi e voi mi rispondeste quelle parole solenni: «impossibile impossibile!» potevo forse compiangervi; oggi non saprei che riderne.

«Parliamoci dunque schietti. Qual è poi questo passato di cui tenete così care le memorie? Quattro anni or sono (badate sono proprio quattro anni) mi vedete, vi vedo, vi piaccio e mi piacete; io diciassette anni, voi ventuno; più fanciullo voi di me, ma fanciulli entrambi. Mi scrivete, vi rispondo, mi confessate il vostro amore e vi confesso il mio amore. Eccoci cacciati nel labirinto; eccoci in viaggio verso una méta. Quale? Il matrimonio? La colpa? Nè l'uno nè l'altra, per buona sorte. Noi viaggiavamo ignari verso l'esaurimento; quando tutto ciò che traboccava dal vostro cuore e dal mio fosse stato asciugato dal fuoco dell'amore, ci saremmo arrestati, ci saremmo detti «addio,» confortandoci a vicenda come due viaggiatori cortesi.

«Così doveva essere, così fu. Svampata la prima ardenza, i focolari furono presto due mucchi di cenere. Vi divenni e mi diveniste indifferente; smaniai in segreto di questa vicenda fatale, e lessi le segrete smanie del vostro cuore; m'affannai da stolta a ricolorire la tela delle nostre illusioni, e voi pure. Era sonata l'ora di separarci, e fui la prima a darvi l'addio.... per non essere l'ultima. Vanità di donna.

«Convenite che foste giuoco d'una meschina illusione. Ferito nell'amor proprio — e senza ombra di ragione, perchè a uno dei due questa parte doveva toccare — vi credeste ferito nel cuore; l'orgoglio offeso prese aspetto d'amore, e sentiste riardere, o credeste di sentire, ciò che da gran tempo non dava più nè luce nè calore.

«Arroventaste con le vostre mani il ferro di tortura e mi pigliaste un'aria inconsolabile che vi stava a meraviglia. Non me ne dolgo. Se ciò ha potuto risparmiare la vostra fede, se ciò ha potuto serbarvi una sola delle vostre illusioni, tanto meglio per voi.

«Passarono due anni; un uomo onesto mi offrì la sua mano; non era che un uomo onesto — poca cosa veramente per un innamorato, ma abbastanza per un marito — lo sposai. Vi scrissi ridomandandovi le inutili testimonianze dei nostri amori fanciulleschi. Parevami che il nuovo stato in cui io stava per entrare mi comandasse di svincolarmi affatto dal passato, di distruggere tutto ciò che nel mio cuore potesse rammentare una debolezza, per rinvigorirmi a una religione che io incominciava a sentire con una certa serietà — la famiglia.

«Rifiutaste di aderire alla mia preghiera.

«— Era la sola cosa che vi rimanesse, il culto delle vostre memorie; non volevate far muto ogni eco del passato, infrangere l'ultima corda d'un'arpa spezzata.» — Tale e quale.

«Per non addossarmi questo enorme carico desistei; pensavo: «il tempo mi farà giustizia.»

«Mi sono io ingannato? Non lo temo. La fedeltà, di cui vi faceste schermo una volta, è cosa che non è in noi, ma fuori di noi; le occasioni, il tempo, cento nonnulla di cui non sappiamo tener conto, possono sovr'essa più della nostra volontà. Si è fedeli contro il nostro proposito, spesso a nostro dispetto; si è infedeli del pari. Tutto ciò che in noi vive deve morire, ecco il segreto della sciagura umana. La morte non ci troverà più costanti; qualche sospiro, qualche rimpianto, qualche rammarico vano, qualche tardo pentimento, e poi più nulla. Un'immensa onda d'oblio lava le memorie delle tombe. Il nostro passato è anch'esso un sepolcro; credetelo, voi foste fedele assai più del necessario allo scheletro del nostro amore.

«Un'ultima parola — e questa non più all'amatore, ma all'uomo: — esaminate per poco i doveri del mio stato e misurateli con le compiacenze del vostro — il confronto vi dia la norma del vostro contegno.»

P. S. «Avrò il silenzio per un rifiuto: scrivendomi, fatelo al solito ricapito.»

III. Un capitolo psicologico, ma breve.

La lettura di queste pagine ha naturalmente gettato lo scompiglio in quel nugolo di atomi dorati d'un cielo ipotetico, che dì solito popolano e fanno bella la solitudine della mente di Riccardo. Olimpia, Clotilde, Carmela, Malvina, Maria, e parecchi altri fantasmi di genere femminino, che avevano prima di Camilla acconsentito a palpitare all'unissono con Riccardo e a collaborare con lui alla compilazione degli epistolarii erotici che si ammirano negli archivii segreti del suo quartierino, avevano tutti, quale più, quale meno, tentato la stessa rivendicazione senz'altro frutto fuor quello di aggiungere un documento nuovo a un volume vecchio. Nessuna però aveva fatto il tentativo con tanta audacia, con tanta impertinenza, con una beffa così verisimile, come aveva saputo fare Camilla, la quale, per confessione dello stesso Riccardo, era assolutamente una donna adorabile, e in fatto di spirito si lasciava indietro un bel pezzo Malvina, Carmela, Maria, Clotilde, Olimpia e le altre creature più o meno adorabili che egli aveva a suo tempo platonicamente adorato.

Che cosa rispondere? È un gran quesito per un uomo, il quale tenga del pari a non profanare i propri sentimenti e a non passare per uno scimunito.

La miglior risposta, la più logica e la più arguta, varrà sempre meno del silenzio, che è anche la più spiccia; ciò è chiaro, è naturale, e voi e io ne sembriamo persuasi; ma andate a metterlo in capo a un uomo di spirito!

E poi Riccardo questa volta è determinato a restituire le lettere; egli si trova per ventura in uno di quei periodi di combustione cardiaca preliminare, in cui si è disposti a privarsi senza rimorso delle memorie delle fiamme antecedenti per poter credere più fermamente che non vi siano ceneri di sorta nel proprio cuore. I lettori comprenderanno meglio più tardi; intanto è certo che se Olimpia, Malvina, Carmela e Clotilde avessero colto questa occasione, o una consimile, avrebbero facilmente ricuperato i loro epistolarii e i relativi commenti in forma di nastri, di spilli e di ciocche di capelli.

Poichè Riccardo vuole arrendersi alla domanda di Camilla, una lettera è indispensabile, e siccome tutto il sentimentalismo concesso dall'occasione fu prevenuto scaltramente dall'antica innamorata, e non è rimasto in piedi altro che il cinismo, il nostro malinconico eroe avvia un ultimo sospiro sulla strada dei precedenti e accetta disperatamente il cinismo.

Ahi! povera anima!

IV. Riccardo a Camilla.

«Mi avete scritto a Padova, mentre io sono da quattro mesi in Milano, ignorando finora di esservi così vicino; ed ecco la ragione dell'apparente indugio posto nell'aderire al vostro desiderio.

«Sono lieto che una specie di miracolo mi abbia fatto differire di giorno in giorno una specie di rogo, dove parecchie centinaia di lettere incendiarie dovevano confondere le ultime scintille e gli ultimi bagliori in un comune martirio.

«Certo voi non avrete dato fede a così meschino pretesto e vi sareste piaciuta ad abbellire con la vostra beffa il sentimentalismo che mi attribuiste in cuore fino a oggi. Non me ne dolgo; se ciò ha potuto in qualche modo rendervi più grato il profumo della vostra femminile compiacenza, tanto meglio per voi.»

«Perdonatemi se scherzo con le vostre armi: la messe d'esperienza che avete raccolto nel campo del matrimonio non vi ha ancora reso tanto venerabile agli occhi d'un fanciullo, da fargli dimenticare che scrive a una donna di spirito.

«Ho depositato alla stazione della ferrovia una cassetta di ciliegio, specie di tabernacoletto che contiene la vostra parte di quel fuoco sacro di cui un giorno abbiamo entrambi divampato.

«Sono novantasei lettere, ordinate cronologicamente e salvo alcune traccie visibili di piacere o di dispetto nelle prime e nelle ultime, tutte benissimo conservate, tanto che in più d'una è rimasta qualche pallida reminiscenza di certi profumi inebbrianti; argomento incontrastabile della fedeltà dei profumi.

«Insieme con le lettere troverete quarantotto mazzolini disseccati; dovrebbero essere di più e mi addolora non aver pensato a serbare la raccolta intatta.

«Troverete pure un esemplare del Werther annotato di vostra mano nei margini; il volume è legato in croce con un nastro di seta azzurra che portavate al collo nel ballo della contessa R.... a Padova; sulla coperta è uno spillo che conquistai nella stessa occasione.

«Infine una ciocca dei vostri capelli, e una striscia di panno verde con le iniziali intrecciate dei nostri nomi, lavoro segreto delle vostre mani.

«Vi mando la polizza col mezzo della quale potrete ritirare la cassetta.

«Vi è una testimonianza che io posso darvi e che voi potete accettare senza arrossire, quella della mia stima.»

V. Bice a Riccardo.

«La zia Angelica è andata a letto; io ho trovato un pretesto e sono rimasta su a scriverti. È una buona donna la zia Angelica, ma è un po' curiosa, e se la ponessi in sospetto credo che non mi darebbe requie finchè non le avessi svelato tutto. Non ch'io mi vergogni di dire che ti voglio bene, ma mi pare che se altri conoscesse il mio segreto, tu saresti meno mio. E poi... non è ancora giunto il momento.

«Non sono che le dieci. Da noi sì va a dormire presto; quando eravamo in campagna era peggio; non sono sicura che i polli si addormentassero talvolta dopo di noi.

«Ho due ore per cianciare teco; qui nessuno mi vede, nessuno mi sente. La mia camera guarda in giardino, la mia finestra è spalancata; quando sollevo lo sguardo vedo una folla fitta di stelle, un cielo senza nubi, e le cime di alcuni ippocastani, che sì dondolano cullando le loro nidiate dì fringuelli. La brezza della sera, che viene a battermi sul viso, è passata in mezzo all'aiuola d'agerati e me ne porta i profumi.

«E dire che vi è della gente che non si cura di tutto ciò! Come sono sciagurati gli uomini! Hanno le stelle, hanno i fiori, hanno l'amore, e pensano... A che pensano? E lo so io a che pensano?... Pensiamo a noi.

«Perchè non mi scrivi? Mi fai il broncio? Davvero che dovrei fartelo io. Sono otto giorni, otto giorni, che non ricevo tue lettere. Dirai che io stessa non ti ho scritto, e che avrei dovuto esser la prima perchè toccava a me. Mi par di sentirti; tu dirai così!...

«Ma lo sai bene che non posso; ho le mie faccende, io; da un lato la zia Angelica, dall'altro la cognatina... Bice di qua, Bice di là, tutto il santo giorno, e non ho un'ora di pace. Per te invece è ben altro. Che cosa hai da fare tu se non pensare a me?

«Ti ho parlato della mia cognatina? Sì, te ne ho parlato. Ti ho detto che è bella? Mi pare di no. Ebbene, sì, è bella, molto più di me, molto. Ho pensato per un momento che potrei diventarne gelosa, ma è maritata...

«Mia cognata mi fa ricordare mio fratello. Sappi adunque che egli arriverà fra otto giorni dall'Olanda, dove pare che abbia fatto un ottimo negozio di stagno. Tutto è pronto per riceverlo. Io sono fuor di me dall'allegria, mia cognata, pazzerella, ride tutto il giorno, perfino la zia Angelica sbadiglia meno del solito, e fa qualche piccolo furto alle sue ore di sonno. Nondimeno in questo momento io la sento russare; ne avrà per un pezzo.

«In una parola, dacchè la cognatina è ritornata dai bagni, la nostra casa si è trasformata, e ora che anche mio fratello deve riunirsi a noi ci par di abitare un Eden... addirittura.

«Se tu vedessi il mio giardino? Ci ho dei geranii doppi e delle verbene pezzate da far invidia; ho una vaniglia che aveva undici punte in fiore; io ne ho tagliata una per mandartela; ho sensitive, camare, asclepiadi, canne... Se tu vedessi!... Che dico? vedrai; devi vedere, e presto. Ho già il mio disegno e non vi rinunzio proprio. Appena arriva mio fratello gli salto al collo, lo bacio, poi mi fo seria in viso e gli domando un colloquio segreto. Egli sorride, acconsente, e io gli dico che ti voglio bene, e che bisogna sposarci subito subito. Mio fratello è buono e troverà che facciamo bene; allora tu vieni in casa nostra e... e vedrai il mio giardino. Che te ne pare? Non dire di no, non cercare di distogliermi; è un partito preso, non vi è rimedio.

«È tutt'uno. S'ha a fare prima o poi? Meglio prima che poi. Ma già, io m'affanno a convincerti, mentre tu la pensi come me. Parliamo d'altro.

«E di che altro ti ho a parlare? Mi si confondono così le idee, che non mi raccapezzo più, e ne avevo cento da dirti. Ma è quasi mezzanotte; la zia Angelica continua a russare spietatamente.... Vado alla finestra a salutare le stelle, e poi a dormire, a sognare di te. Addio.»

VI. Riccardo a Bice.

«Non accusarmi perchè non ti ho scritto prima d'ora. Se tu sapessi quanto bene mi ha fatto la tua lettera! Se tu potessi leggere nelle torture del mio cuore! Ma non puoi comprendere, buona creatura, non puoi. La tua anima innocente non sa sentire se non l'amore, la tua mente serena non sa pensare altro che l'amore, il tuo labbro ingenuo sa solo dire l'amore. La natura mite, l'età inesperta e facile ti hanno risparmiato finora gli amari frutti della vita; tu sei fuori della vita, tu sei al disopra della vita. Le tempeste mugghiano ai tuoi piedi senza nemmeno sfiorarli; tu sei la fata di questo oceano burrascoso.

«Il cielo non voglia che tu possa mai comprendere lo strazio che può dare l'amore. Sono otto giorni che io divoro in segreto le mie smanie; otto giorni che mi propongo di ricercare sollievo nello scriverti, e che un sentimento di egoismo me ne trattiene. Soffrire in segreto, soffrire solo, alimentare lo spasimo collo spasimo — la più terribile e insieme la più dolce delle torture, l'acre, la irresistibile voluttà dei dolore!

«E se ricerco le cause che hanno suscitato le mie smanie, non posso se non sorridere della mia debolezza. Non di meno ho sofferto, soffro, e uno sgomento indefinito domina il mio spirito.

«Penso ai giorni che non sono più, rivedo a una a una tutte le larve che ha inghiottite quest'immensa voragine del mio passato, esamino la terribile solitudine che si è fatta nel mio cuore. Oramai tutto ciò che mi sta dinanzi non ha seduzioni per me; l'avvenire non ha parole, e il solo sentimento che mi fa vivere, mi atterrisce con la minaccia dell'abbandono.

«Mi hai tu compreso? Questo sentimento è il nostro amore; questa promessa lusinghevole che accarezza le titubanze del mio spirito, sei tu, tu sola.

«Uno spietato destino regola i moti del cuore umano; ciò che ieri amavamo, oggi ci è indifferente; ciò che oggi amiamo, domani ci sarà ingrato.

«Tu non lo credi, non lo puoi credere; hai visto l'orlo della tazza soltanto, e l'occhio tuo non ha potuto guardare ancora attraverso il fango della vita.

«Oserò dirlo, si, oserò dirlo; lo devo. «Che sarà di noi? Che sarà del nostro amore?» Ecco la domanda che forma il mio supplizio. Non lo posso vincere questo pensiero ostinato che mi incatena come uno schiavo ribelle. La mia volontà si rompe all'urto delle mie paure e io rimango inerte e accasciato.

«Tu lo puoi. Toglimi da questo abisso che mi dà le vertigini. Dimmi che m'ami, dilegua tu quest'orda inviperita di dubbi che m'offende, rasserena tu la mia anima; tu lo puoi.

«Dimmi che solo gli amori delle vacue creature della terra muoiono sulla terra, ma che gli amori delle creature del cielo nascono e si perpetuano di là dalla tomba, nel cielo.

«Dimmi che l'ardente sospiro che prorompe dal mio petto verso un ideale sognato non si perde vanamente nello spazio, ma va diritto al tuo cuore.

«Dimmi che sei mia, di nessun altri, che sarai mia, di nessun altri, sempre.»

VII. Bice a Riccardo.

«Io era troppo felice, troppo lieta, troppo spensierata; questo stato non poteva durare. La mia istessa felicità era una minaccia; dovevo stare in guardia, dovevo aver paura della mia gioia; al contrario da pochi giorni a questa parte non ho fatto che pazzie; ho cantato tutte le canzoni che so a mente, ho storpiato al pianoforte tutta la mia musica, ho inseguito la cognatina lungo i viali del giardino, ho costretto la zia Angelica a ballare il valzer con me, e, — ingrata nella gioia — ho dimenticato i miei fiori e il mio canarino. Metteva proprio il conto che io facessi tutto questo, per dover poi piangere come una bambina!

«Non volevo dirtelo, ma è meglio che tu lo sappia. Ebbene, sì, ho pianto, piango ancora, piangerò ancora, e sei tu, è quella tua lettera sciagurata che mi fa piangere.

«T'ho fatto qualche cosa? Ti ho offeso? È tutt'oggi che cerco di ricordarmi ciò che ti ho scritto l'ultima volta; già, immagino che cosa può essere: qualche parola insensata a modo mio e interpretata a modo tuo. Tu vedi subito le cose in nero, e t'adombri, e pigli la penna e sfoghi il tuo malumore scrivendo frasi, che mi farebbero un gran dispetto se non mi facessero versare delle lagrime.

«Hai torto, ecco. Se vi sono ragioni d'essere in collera con me, non devi usare questo linguaggio sibillino, ma parlarmi franco addirittura. Già, io non voglio imitarti, e senza sapere di che, perchè non me l'hai detto, ti domando perdono di ciò che può averti offeso per mia colpa. Una colpa vi dev'essere, se tu hai potuto dubitare di me....

«— «Che sarà del nostro amore?» — non lo sai tu? Quali paure sono queste? Credi proprio che io possa mutare un solo istante, mai? Non te l'ho detto che t'amo? O dubiti forse di te medesimo, della tua costanza?... Impossibile, se tu m'ami — e anche tu me l'hai detto!... Che non darei per poterti leggere in cuore!

«Perdonami, sai, perdonami. Volevo essere buona teco, volevo essere carezzevole, dolce, volevo dirti cento cose, toglierti dal cuore ogni dubbio, ed ecco invece mi lascio vincere dal dispetto. E tu soffri! Me l'hai scritto.... tu soffri per amor mio!... Perdonami, mio buon Riccardo, perdonami.

«Senti; quando saremo insieme, quando potremo vederci a ogni ora, quando io potrò diradare col sorriso le nuvole del tuo spirito, allora mi farai giustizia e non ti cruccerai più dell'avvenire, perchè imparerai a conoscermi meglio. Tu non sei di quegli uomini che non credono, tu hai fede in un'altra vita, non mi hai deriso tu quando ti ho detto che le stelle preparano le nostre future abitazioni; e perchè dunque vorrai dubitare della sola cosa che ci nobiliti sulla terra, dell'amore?

«Se ti potessi parlare, se ti potessi dire ciò che non so o non oso scrivere, se potessi attaccarmi al tuo braccio e condurti nel mio giardino, e farti vedere i miei insetti a cui uso dare dei petali di rosa e di gelsomino e delle foglie fresche a patto che non mi rodano le mie pianticelle; se potessi farti amare il piccolo mondo in cui ho posto la parte dei miei affetti che non è assorbita da te, da fratel Biagio, dalla cognatina e dalla zia Angelica, mi pare che lo sentiresti tu pure il palpito che io provo allo spettacolo della natura.

«In un bel romanzo ho letto che gli uomini a forza di tentativi per dimenticare i dolori, non riescono spesso che a dimenticare se stessi e la natura di cui sono figli, e che raddoppiano così le smanie, aggiungendo al loro fardello lo scetticismo e l'apatia.

«Ma tu non sei a questo punto, e io saprò guarirti. Ti educherò a modo mio; farò di te un innamorato meno serio, meno grave, e più galante, e più affettuoso... E più affettuoso — ed è questo il più — perchè già, voglio dirlo, se hai osato dubitare del nostro amore, non può essere che tu mi ami come dici d'amarmi, e molto meno come t'amo io. Interrogane il tuo cuore...

«Ma non dirmene la risposta. Per più ragioni: prima di tutto perchè non mi diresti il vero; in secondo luogo perchè non ti crederei; e poi perchè se mi dicessi che io non m'inganno, non te lo perdonerei proprio e ti farei il broncio.

«Ora che ti ho detto l'animo mio, mi par di sentirmi sollevata. Non piango più, non piangerò più. Sei contento?

«Se tu sapessi quanto mi costa questa lettera! Essa è frutto d'una lotta fra il cuore che voleva confortarti e piangere teco e lo spirito che si ribellava per tenerti il broncio.

«Questa lotta non è finita, i due avversari non hanno ancora deposte le armi, e si guardano biecamente provocandosi a vicenda. Non so quale rimarrà vittorioso. Indovinalo. Tu intanto fa del tuo meglio — e, a parer mio, il meglio che tu possa fare è di scrivermi subito per domandarmi perdono.»

VIII. Bice a Riccardo.

«Così va bene, e poichè tu sei finalmente sicuro di amarmi, dirò che io non sono sicura di non impazzire di gioia. La fortuna mi guarda come una madre e mi prepara un cumulo di felicità così grande, che quasi ne sono atterrita. Mio fratello è arrivato ieri; la nostra casa è in festa; la mia cognatina non può stare un momento ferma, la vedo da per tutto; la zia Angelica fiuta tabacco più dei solito; i servitori sono in gran faccende; il cuoco.... bisogna vedere il cuoco!... indolente e sfiaccolato tutto l'anno, ha preso una solennità che fa proprio ridere; insomma tutto intorno a noi è mutato. Perfino il mio canarino sbatte le ali, e si tuffa nel secchiello, e cinguetta come se gli sia toccata una gran fortuna.

«Come è opprimente la felicità! Se tu fossi con noi a respirare quest'aria che respiriamo! (Oh! se tu fossi con noi!) Ci si sta a disagio come in un'atmosfera viziata. Si sente l'affanno, l'oppressura; si sente che è qualche cosa che esce dalle leggi naturali della vita, che non è la vita, che non può durare, che è troppo potente per le nostre fibre. Si prova la stessa sensazione che nel salire le prime Alpi. Non sorridere, ci sono stata io! Più si va in alto, e più l'aria è balsamica, e più il corpo s'affatica. Diresti che la gioia ha dell'ossigeno, e che le grandi gioie ne sovrabbondano.

«Tutto il giorno non ho fatto che girare intorno a mio fratello come un adulatore importuno. Io l'aveva qui, sulle labbra, il mio segreto, «Glielo dico? Glielo dico?...» E non gliel'ho mai detto.

«Mi sono arrabbiata dentro di me di questa debolezza: mi pareva una cosa tanto facile, ma, venuto il momento, me n'è mancato l'ardire. Ho avuto un bel rimproverarmi la mia inettitudine, non sono riuscita che a fare nuovi propositi invece degli altri che mi parevano saldissimi, e a vederli venir meno anch'essi sul buono. Aggiungi che il timore di un rifiuto non vi ha proprio avuto parte. Io sono certa che fratel Biagio non dirà di no, perchè è buono, e mi ama tanto. Mi chiama la sua bambina, e io non me ne offendo; sono niente io ai suo confronto; egli è una specie di colosso e dacchè sono al mondo l'ho sempre visto tale e quale; ho creduto per un pezzo che fosse nato così.

«Sai perchè ti scrivo? Per dirti che domani, appena sarà l'alba, correrò incontro a fratel Biagio, e farò quello che tutt'oggi ho tentato inutilmente di fare. Ti scrivo per incorarmi nel mio proposito; ora che ti ho promesso (e giurato) di farlo, non saprò più venire a patti con la mia coscienza. È uno stratagemma che qualche volta riesce, io lo adopero spesso quando voglio costringere la mia volontà a volere proprio sul serio.

«Così andrò a letto più tranquilla. A quest'ora tu dormirai, perchè è tardi; se non dormi, buona notte. A domani.»

P. S. «Come sono felice! Ti scrivo col cuore traboccante di gioia. Se tu sapessi!... Ora saprai tutto.

«Non so dove io trovi la forza di stare a questo tavolino per iscriverti; ho una strana sensazione di benessere, il sangue mi galoppa per le vene. Vorrei saltare al collo di fratel Biagio, della zia Angelica, della cognatina, se il mio orgoglio di donna non si ribellasse; vorrei correre in giardino, e ricercare un angolo oscuro, sotto il padiglione di rose bianche, dove neppure il sole potesse vedermi, per nascondervi il mio pazzo tripudio...

«Dove s'arresterà questo turbine d'idee che mi gira pel capo? Non so come incominciare...

«Come avevo promesso, stamane mi levai di buon'ora, e venni innanzi a mio fratello per dirgli tutto. Ero risoluta più che io stessa non sperassi — pensavo a te... tuttavia di' tu se il cuore mi battesse!

«Fratel Biagio era di buon umore; egli lo è sempre, ma questo mi parve buon indizio. Mi attaccai al suo braccio, passeggiai gran tempo con lui per la casa, e riuscii a trarlo a poco a poco in giardino. Lo tempestai di domande sul suo viaggio, sulla sua intrapresa di stagni, sull'Olanda... Fratel Biagio era lontano mille miglia dal supporre a che volessi venire, e siccome se può parlare dei suoi viaggi è l'uomo più felice di questa terra, entrò in cento minuzie per soddisfare la mia curiosità.

«Intanto ch'egli parlava, io rivolgeva in mente la mia idea fissa, rampognandomi di scegliere una via così lunga, e frammettendo ogni tanto qualche cenno del capo e qualche accento di meraviglia per non tradire la mia distrazione. Ma o non vi riuscii punto, o vi riuscii male, perchè all'improvviso mio fratello tacque; io, tolta da quel silenzio repentino alle mie fantasie, lo guardai in faccia... Mi guardava... balbettai qualche parola e mi feci di bragia in volto. E mio fratello a ridere come matto. Quel riso sonoro, aperto, mi indispettì e rallegrò a un tempo; ma non osai interrogarlo più sui suoi viaggi. Allora fratel Biagio mi guardò fisso, mi prese il braccio che io aveva svincolato, e incominciò alla sua volta l'interrogatorio.

«La conclusione?... La conclusione è che gli ho detto tutto!

«Quand'ebbi finito, egli rimase un momento silenzioso; poi incrociando le braccia e appuntando il mento sul petto, mi si piantò dinanzi serio serio, e mi disse con accento che voleva essere severo: «Ah! la signorina è innamorata! ah! la signorina scrive delle lettere e ne riceve!»

«Io non sapeva se dovessi credergli o no, ma ti giuro che fui lì lì per fuggire e sottrarmi alla sua collera. Lo guardai supplichevole, ed egli diede in un altro scoppio di risa. Questo secondo impeto d'ilarità, invece d'indispettirmi, mi rese audace; gli dissi che noi eravamo sicuri della fermezza dei nostri sentimenti e gli domandai il consenso al nostro amore.

«— Ah! tu vuoi anche che io acconsenta?

«— Che egli venga da noi...» interruppi.

«— Ch'egli venga!... balbettò maravigliato.

«Non aveva detto di no, non era andato in furia; non volli sapere altro, gli posi una mano sulla bocca, e via come una freccia.

«Per due ore il cuore mi battè forte forte. Finalmente la cognatina venne nella mia camera sorridendo, e mi disse:

«Ma non posso più star ferma; vorrei poter volare io stessa a portarti questa lettera, e dirti io stessa la mia felicità... la nostra felicità. Ma se potessi venire, non t'avrei scritto; e da un pezzo non sarei qui. Vieni tu e tutti i voti del mio cuore saranno esauditi.

«Volevo che ti invitassero con lettera, ma mi hanno detto che sarebbe una sconvenienza. Io non sono persuasa, ma non mi ostino. Basta che io possa dirti vieni perchè tu venga; e a me basta che tu venga.»

IX. Fratel Biagio.

Gli uomini che hanno la corteccia di fratel Biagio s'incontrano così di frequente nel mondo, che parrebbe inutile spendere molte parole a riprodurne le sembianze, tanto più che i caratteri precisi del suo naso e della sua bocca non tornano assolutamente indispensabili al caso nostro.

S'immagini una di quelle fisionomie che la natura non fa se non abbozzare, nei momenti d'ozio, con mano distratta, e in cui si trovano quasi sempre tutti i luoghi comuni del disegno di figura: un bei naso, due occhioni (due è la regola), un mento tondo, una bocca piccina, una fronte alta, insomma una comitiva di perfezioni, le quali si dànno la posta sovra una rotondità carnosa, per avere il pretesto di formare una faccia che non arriva al ridicolo, perchè si è fermata al dozzinale.

S'incornicino queste forme con una chioma nera e arruffata, si collochi il tutto sopra un torso tarchiato, di mezzana grandezza, e il torso su due colonne più solide che classiche, e l'edifizio apparrà intero.

Un assai povero edifizio in fede mia, e degno in tutto dell'insegna — Biagio!

Quando un padre condanna la propria creatura a trascinarsi dietro per tutta la vita la catena di un nome così melanconico, se pure ha viscere di padre, non ha cervello d'uomo ragionevole.

Affliggere il proprio sangue col nome di Biagio, mentre è tanto facile raccomandarlo alle signore chiamandolo Arturo!

Aver nome Biagio vuol dire veder le proprie velleità romantiche derise dai compagni di scuola, costringere l'innamorata ad arrossire dinanzi alle amiche che amino un Leopoldo o un Eugenio, ed essere esposti a buscarsi le beffe oltre il danno, se per avventura un'onesta moglie riesce a mettersi in capo che il serbar la fede a un marito, il quale non si chiami Arturo, è cosa troppo superiore alle forze del suo sesso.

Aver nome Biagio, possedere una bocca, un mento e un naso classicamente indifferenti, vuol dire un'infinità d'altre cose niente affatto piacevoli; ma non vuol già sempre dire che chi si serve di questi organi e risponde a tal nome sia proprio un tanghero o uno scimunito.

Se un cuore aperto, un sorriso schietto, un conversare piacevole e una buona dose di accortezza nei negozi potessero far perdonare alle signore sentimentali il nome, i trent'otto anni sonati, il naso, la bocca e gli altri accessori che concorrono a formare la pacifica esistenza di Biagio van Leven, ci affretteremo a dire che, oltre a tutto ciò, egli possiede anche un'erudizione spaventevole in fatto di botanica, e che coltiva, con una fortuna vinta appena dalla sua passione, i bulbi dei giacinti, dei narcisi, dei tulipani, delle ixie, delle amarillidi, i tuberi degli anemoni doppi e le zampe dei ranuncoli.

Fratel Biagio è nato commerciante, ha vissuto e vive commerciante, e probabilmente morrà commerciante; nè mai, io credo, anima più mite e innocua scaldò le vene d'un onesto borghese delle coste dello Zuiderzee.

Nato in Olanda, trascorsa la primissima infanzia numerando balle di cotone, e la giovinezza a scriver numeri nei registri del padre, il nostro Biagio fu, per così dire, gettato irresistibilmente nella corrente dei negozi. Rimasto solo, dopo la morte del padre, con una sorellina del secondo letto, per non diventare ipocondriaco, pensò di espatriare, e tolto seco il suo fardello la sua piccola Bice, di cui era tutore, trasportò il suo malumore e la sua casa di commercio in Milano.

Ciò avvenne alcun tempo fa, e siccome i suoi interessi hanno sempre prosperato, e gli anni si sono ammucchiati sulle sue spalle, ha finito col prender moglie.

Biagio van Leven ha un'abitudine che rasenta la mania — il suo commercio di Olanda.

Bice, che lo accompagna qualche volta nei suoi viaggi, dice che quel commercio di zuccheri e di stagno rassomiglia molto a un pellegrinaggio, e asserisce che fratel Biagio non va in Olanda se non per deporre una corona sulla tomba di Guglielmo van Leven buon'anima, e di sua moglie Ada.

Comunque sia la cosa, fratel Biagio è inflessibile in questa abitudine, e ogni anno al primo dì d'agosto, egli rimette i negozî nelle mani del suo amico e socio e amico Emanuele Pool, e se ne va difilato in Olanda.

Fratel Biagio non ha che tre affetti vivi: la moglie, la sorella e l'amico; ha pure tre simpatie tenaci: il suo cuoco, i suoi fiori, la sua pipa.

Con un patrimonio immenso di bonarietà e di placidezza egli è un uomo felice. Sa che i suoi negozî prosperano e che il suo credito è incrollabile, è sicuro d'avere una moglie giovane e bella e d'esserne amato, e benedice ogni sera le anime buone di Ada e Guglielmo van Leven che si compiacquero di metterlo al mondo.

Fratel Biagio ha dei principî; se ne tiene, li ricanta alle orecchie del prossimo con una certa generosità; parla del lavoro, dello scambio, del progresso, del pauperismo, e quando ha finito conchiude candidamente che egli sente degli istinti prepotenti per le scienze sociali, che li ha sentiti sempre, e che, se la sorte non l'avesse fatto nascere fra due balle di cotone, si sarebbe fatto economista!

Quando il signor Guglielmo e la signora Ada van Leven ebbero messo fra gli uomini il nostro Biagio, il pianto e il riso parvero contendersene per gran tempo il governo.

Nei primi tempi le partite erano pareggiate; in fasce il piccolo van Leven piangeva e rideva come tutti i suoi colleghi; cresciuto negli anni giocava alla trottola, al cerchio, alla palla, e salì in gran rinomanza per lo scrupolo tutto commerciale con cui al bisogno pagava il debito d'un pugno o d'uno scapellotto; ora chiassoso, ora imbronciato e disposto sempre a passare dal broncio al sorriso; — tale il nostro Biagio; chi avesse voluto argomentare da tutto ciò il suo avvenire avrebbe dovuto essere un argomentatore pieno di fede nella dialettica.

All'età di sette anni fu visto una volta far salti e capriole così audaci e in maniera tanto contagiosa, che bisognava proprio raccomandarsi al sussiego d'uomini fatti per resistere alla tentazione d'imitarlo. Ciò avvenne il giorno in cui la signora Ada van Leven ebbe la fortuna di trovare sotto le foglie d'un cavolo, nell'orticello attiguo al giardino, una creaturina color di rosa e l'ottimo pensiero di raccoglierla e di domandare a Biagio se la volesse per sorellina. Biagio rispose a salti e capriole, e continuò quotidianamente a ringraziare il cielo colla stessa pantomima, finchè a soli due anni la piccola Bice se ne tornò al suo cielo, insegnando la strada alla desolata madre, che non tardò a tenerle dietro.

Van Leven giuniore questa volta minacciò di impazzire e non si riebbe per gran tempo dalla sua mestizia; allora il pianto parve aver vinto definitivamente la partita.

Se non che quando una buona figliuola del territorio di Groninga acconsentì a dividere la vita col vedovo van Leven, a Biagio, il quale non aveva ancora quindici anni e sentiva nel cuore un gran vuoto, parve d'aver riacquistato le carezze della mamma; questo lo rifece sereno in volto come nei giorni della gioia.

La serenità si volse in qualche cosa di meglio dopo una fortunata intrapresa in stagno delle isole di Banca, che raddoppiò d'un tratto i capitali della casa van Leven e Compagni, e toccò il parossismo quando la seconda moglie di babbo van Leven regalò al figlio van Leven un'altra sorellina, che, a memoria della povera morta, ne ebbe lo stesso nome e le stesse accoglienze festose.

Quindi innanzi Biagio diventò fratel Biagio, l'allegria prese alloggio un'altra volta in casa van Leven, e il sorriso parve stamparsi indelebile sulle labbra del nostro eroe.

Ma la battaglia non era finita. La madre della piccola Bice fu tratta a morte da malattia di petto, e il povero marito, vedovo un'altra volta, si accorò tanto, che se ne morì anch'esso. Per alcuni mesi fratel Biagio non disse parola di lamento; si aggirava per la casa come uno spettro, si toglieva tra le braccia la bambina, e non le sapeva più sorridere.

Venuto a Milano per isfuggire alla melanconia, ebbe giorni di pace, ma non lieti, finchè, stanco di inseguire invano la larva fuggente della felicità d'una volta, riparò nelle braccia d'una moglie come in porto sicuro.

E quivi ebbero fine le sue procelle; riapparve il sorriso, il cuore affrettò nuovamente i battiti. Le parti dei due contendenti s'invertirono e la vittoria sembrò assicurata al buonumore.

X. Preliminari d'una domanda di matrimonio.

Fratel Biagio stava inaffiando le azalee del suo giardino, quando sentì una voce chiamarlo a nome e alcuni passi affrettati lungo il viale dei carpini.

«Bice,» disse egli, come rispondendo a sè stesso, e un sorriso brillò nelle sue labbra.

Una testina bionda, con un volto candido e rosato e grand'occhi azzurri, si affacciò in mezzo al fitto delle foglie e dei fiori.

Le guancie delicate della fanciulla, i suoi capelli d'oro versati sul verde delle foglie, la luce semispenta del tramonto davano a quella scena l'immagine d'una fantastica apparizione.

Fratel Biagio, coll'inaffiatoio in una mano, mosse incontro alla fanciulla.

Un'espressione mal celata di gioia animava lo sguardo e il sorriso di quella creatura di diciotto anni.

— Che cosa vuoi?

— È venuto — rispose Bice con impeto innocente.

— Chi?

— Lui!... —

Fratel Biagio aveva capito benissimo, e se chiese: «chi lui?» lo fece pro forma, tanto è vero che nè Bice gli rispose, nè egli aspettò risposta per deporre a terra l'inaffiatoio. Non aggiunse sillaba.

Bice aveva chinato maliziosamente gli occhi ai suolo, ma li rialzava tratto tratto alla sfuggita per leggere in faccia del fratello, il quale s'era cacciata la mano fra i capelli e frugava e frugava senza trovare nulla.

— Diamine!... diamine!... — mormorò alla fine; facendo violenza a sè stesso, diede uno sguardo al proprio abbigliamento, battè qua e là con la palma della mano levando un nugolo di polvere dai suoi abiti, cacciò le dita nelle tasche, e si mosse risoluto facendo cenno a Bice di seguirlo.

Intanto lui, cioè Riccardo, non si trovava in una condizione molto invidiabile.

Rimasto solo in un'ampia sala, egli ha cercato di raccogliere le idee e di comporre ancora una volta nella mente il discorsetto lungamente almanaccato, gettando ogni tanto lo sguardo ad uno specchio che gli sta in faccia, per istudiare il contegno; ma l'impresa, che il giorno innanzi eragli sembrata facilissima, s'è confusa alquanto in quel mattino e scombuiata affatto per via, ed ora egli si sente meglio disposto ad improvvisare un'orazione sulle austere virtù del celibato, ricorrendo magari all'autorità di Sant'Origene, che a domandare la mano della sua Bice.

Un affanno che non può immaginare chi non l'ha provato s'impadronisce di lui; ogni minuto che passa cresce il suo imbarazzo.

Tende l'orecchio ad ogni rumore, e guarda con una specie di sbigottimento l'uscio che deve schiudersi innanzi ai passi temuti del signor van Leven.

Il quale, nella fantasia sconvolta dell'innamorato, piglia aspetti terribilmente imbarazzanti.

Ah! Riccardo non è per nessun verso contento dei fatti suoi, e mentre si bisticcia in cuore per questa debolezza invincibile, pensa con desiderio al ritrovo dove è solito passare le sere fra le matte risa ed il fumo dello zigaro, e giura che, non potendo esser colà, vorrebbe almeno essere agli antipodi.

Intanto il tempo passa, e nessuno viene. Un'immagine più dolce si fa strada attraverso il buio della sua intelligenza — Bice. — Eccola lì, sorridente, felice, orgogliosa d'essere amata e d'amare....

Questo pensiero ridona al nostro eroe un po' d'ardimento; rialza egli il capo come uomo che voglia sfidare il suo demonio, si guarda intorno, si rassetta il panciotto.... Ci siamo... si odono dei passi accompagnati da un fruscìo di vesti.... una maniglia gira con lieve rumore, una porta si apre a mezzo.... e comparisce sulla soglia lo spettro temuto del signor van Leven.

XI. La domanda di matrimonio.

Fratel Biagio, entrando nella camera, salutò Riccardo con un inchino, poi si volse indietro con un moto rapido e mise il capo fuori dell'uscio come se si stupisse d'essere entrato solo: Riccardo aveva posto un bellissimo sorriso sulle labbra ed aspettava di piè fermo l'urto formidabile; ma pare che l'altro non fosse ben preparato allo scontro, perchè dopo alcuni secondi di titubanza, consacrati evidentemente alla scelta di quattro buoni vocaboli ospitali, si determinò a fare un secondo inchino silenzioso e profondo quanto il primo. Riccardo, che non domandava di meglio, fece altrettanto e più, senza lesinerie, poi continuò il sorriso incominciato.

Non vi è ombra di dubbio che, se la cosa fosse stata decentemente possibile, tanto fratel Biagio quanto Riccardo si sarebbero posti in salvo colla fuga; ma poi che bisognava ad ogni costo rimanere uno in faccia all'altro, il miglior partito era di rompere al più presto il fascino e di correre diritto all'argomento. È appunto ciò che pensava fratel Biagio, nè più nè meno di quel che pensava Riccardo. Se non che costui, aspettando legittimamente le parole sacramentali: «a che devo l'onore della vostra visita?» ruminava fra sè e sè un discorsetto che avrebbe dovuto dare al futuro cognato un'idea molto lusinghiera della propria disinvoltura; e il futuro cognato, che su per le scale aveva giurato dieci volte di non scostarsi d'una sillaba dalla formula suddetta, si era lasciato pigliare dallo scrupolo di porre tutto l'imbarazzo dalla parte del povero innamorato.

Non ostante la rinunzia al suo privilegio, la posizione del signor van Leven era venti volte meno ingrata di quella di Riccardo, e nel brevissimo intervallo di silenzio si presentò alla sua mente una folla di maniere ingegnosissime per attaccare il filo della conversazione. E se a scegliere di mezzo alla folla non occorresse un lavorìo di mente piuttosto complicato, il sorriso di Riccardo non avrebbe avuto tempo di morire di vecchiaia, prima che l'onesto olandese si afferrasse al cordone del campanello come alla sua tavola di salvezza.

Non era vero che fosse notte fitta e che si avesse lasciato Riccardo all'oscuro, come notò fratel Biagio prima di ordinare i lumi al servitore, ma si poteva pur concedere qualche cosa ad un uomo nell'imbarazzo; Riccardo se ne guardò bene, e protestò anzi in forma cortese che ci si vedeva benissimo.

Il più era fatto; dopo questo primo passo, entrambi si trovarono rinfrancati e fecero un'ispirazione larga e lenta per ristabilire l'equilibrio tra la circolazione e la respirazione, ciò che la fisiologia, a dispetto del sentimento, ha battezzato «sospiro.»

La penombra rendeva meno difficile il primo incontro; di tal guisa Biagio e Riccardo ricambiarono il primo fuoco con certa cortesia piena di dignità, come diplomatici consumati.

— Le domando mille scuse....

— Si figuri!

— A momenti porteranno i lumi... Si accomodi.

— Si sta benissimo anche così.

— La sua visita.... —

Qui fratel Biagio capì che stava dicendo una corbelleria, e tacque. L'altro si credè interrogato sullo scopo della sua venuta, e incominciò il suo discorsetto con una frase ingarbugliata, da cui nissuno saprà mai come se la sarebbe cavata, se in quel momento il servitore, spalancando la portiera, non fosse rientrato con un candelabro acceso.

Ecco in buon'ora un'ottima occasione perchè Riccardo ammutolisse d'un tratto e il signor van Leven cacciasse le mani nelle tasche del panciotto! Rimasero così un brevissimo istante, religiosamente immobili; quando furono un'altra volta soli, si guardarono nel bianco degli occhi e vi lessero un irresistibile bisogno di sorridersi a vicenda, il che fu fatto scrupolosamente. Poi, siccome Riccardo non parlava più, fratel Biagio credè d'incoraggiarlo e di rimetterlo in cammino con una formula ipotetica, che non sbaglia mai.

— Lei mi diceva dunque?...

Riccardo non aveva detto niente di così importante che meritasse d'essere continuato, nondimeno egli prese il suo coraggio a due mani e ricominciò in questi termini:

— Lei troverà naturale che prima di tutto le dica con chi parla. —

Il signor van Leven lo sapeva benissimo, ma trovava naturale che s'incominciasse di lì; tale era il significato d'un terzo sorriso malizioso, che comparve sulla sua faccia bonaria.

— Mi chiamo Riccardo Celesti.

— Ho piacere... —

Bisogna credergli, ci aveva proprio piacere, ma non sapeva nemmeno lui perchè; e per questo s'interruppe e fece un inchino.

— Sono figlio a Celestino Celesti, commerciante di seta, di cui lei avrà forse inteso parlare.

— Senza dubbio; credo anzi d'essere in rapporto di affari...

— Mio padre è morto da dieci anni.

— Allora sarà la ditta Celesti...

— In fatti la ditta Celesti continuò i suoi negozi sotto la direzione di mio zio, un altro Celesti...

— Volevo ben dire!...

— Il quale però morì cinque anni dopo, e la casa di commercio si estinse con lui. Rimasi unico erede d'un patrimonio, che mi permette una modesta agiatezza; non saprei dirle quanto.. ma il mio fattore che ha le noie dell'amministrazione lo sa, io ho vissuto dandomi un po' di spasso...

— È la sua stagione; lei ha fatto benissimo; anch'io... —

Voleva dire che aveva fatto altrettanto, ma non era vero, e si corresse.

— Anch'io ho le mie passioni e i miei spassi; passioni tranquille, spassi innocenti.... i miei fiori....

— Vossignoria ama i fiori?

— Sono olandese e gli idolatro. Vedrà il mio giardino, e la mia serra che ho arricchita or ora di magnifici caladii. Più d'un dilettante di Aja ne avrebbe invidia... Ma io l'ho interrotto mentre lei diceva... che cosa diceva?

— Dicevo.... già.... dicevo che ho vissuto dandomi spasso; sono solo, non dipendo da alcuno e posso disporre di me liberamente. —

Qui la lingua di Riccardo trovò un intoppo insuperabile, e non ci fu verso che potesse andare innanzi. Fratel Biagio faceva alla muta quanto è umanamente possibile per cavare il suo prossimo da un imbarazzo. L'espressione compassionevole del suo volto, le buone intenzioni del suo sorriso, la benignità del suo sguardo non si possono descrivere; quando l'intervento della parola fu proprio indispensabile, arrischiò un'allusione all'età del suo interlocutore.

Risposta: — Venticinque anni sonati... le paiono pochi?

— Il cielo me ne scampi, potrei dire che i miei trent'otto anni incominciano a esser troppi, ma non che i suoi venticinque mi paiono pochi. Il vecchio rosaio del mio giardino si muore di invidia per la vicinanza dei giovani piantoni più robusti e più fecondi di lui.

— Non potrà mai dire così delle quercie; esse c'insegnano l'orgoglio degli anni.

— È un complimento... ma è vero, non ci è che dire... Ma io lo faccio sempre divagare nella botanica, che a lei non preme nè punto nè poco, mentre avrà premura di...

— Si figuri! — interruppe Riccardo, il quale alla crescente disinvoltura di fratel Biagio non poteva contrapporre altro che un imbarazzo crescente, e non si sentiva gran premura di... di che cosa? Terribile pensiero! — si figuri! amo anch'io i fiori; sono un botanico scellerato, ma non è colpa delle intenzioni che ho sempre avute eccellenti.

— Davvero! — esclamò il signor van Leven con la più piacevole meraviglia, che abbia mai rischiarato il volto d'un mortale; — davvero! lei ama i fiori... In tal caso siamo colleghi; lei e io, cioè voi e io andremo d'accordo perfettamente. Vi siete mai occupato d'innesti e di talee?

— Di innesti veramente no... e di talee neppure, non ci ho la mano felice...

— Ve la farete. Schiettamente quando si diventa mariti, se per poco si ha la disgrazia di non poter diventare padri, non v'ha che una cosa che supplisca in qualche modo a quel difetto, ed è un innesto ben riuscito. —

E qui accorgendosi che le sue parole si prestavano a farci una risatina maliziosa, la fece per iscarico di coscienza. Anche Riccardo rise, esclamando:

— Non l'avrei mai creduto.

— È così come ve la dico, — soggiunse Biagio rifacendosi più grave di prima per ragioni di equilibrio morale. — Il sentimento della paternità dei fiori è un vero sentimento di paternità... e può far bella la vita. La parte scientifica è incapace di dare le consolazioni che dà la pratica; ciò non toglie che i sistemi tormentosi di Linneo e di Jussieu a suo tempo abbiano fatto un gran bene... alla scienza s'intende, non ai fiori... Li conoscete voi i sistemi di Linneo e di Jussieu?

— Ne ho sentito parlare.

— Siete un uomo prezioso per me, e vi terrò caro.

Fratel Biagio non esagerava la sua soddisfazione e diceva il vero candidamente; egli credeva in buona fede di aver trovato in Riccardo, non già un intenditore di botanica (questo è caso frequente), ma un ignorante appassionato, vale a dire la maggior fortuna che possa toccare a un erudito in genere, e in ispecie a uno che della passione dei fiori si è fatto il sentimento della paternità.

— Avrete naturalmente i primi principî?

— Naturalmente... ho i primi.

— Ma se dico io che siete un uomo prezioso! —

Riccardo s'inchinò con un sorriso che pareva dire: «vostra bontà;» fratel Biagio gli rispose con un altro inchino e con un altro sorriso, a significare: «troppa modestia.»

— Noi Olandesi, — proseguì quest'ultimo con una vena che sarebbe stato difficile arrestare, — noi Olandesi ereditiamo, insieme coi registri del nostro commercio, una collezione di rarità botaniche più o meno copiosa e la manìa di accrescerla. È il nostro lusso; i poveri si accontentano della reseda e del geranio e ne adornano il davanzale delle loro finestre, e i ricchi alloggiano in apposite stufe le muse e i caladii... Se vedeste l'aspetto che offre nei giorni di mercato Aja coi suoi cento canali corsi da mille barche cariche di fiori... Peccato che le mie faccende mi rubino gran parte del tempo che vorrei consacrare a Flora!

— Peccato! — ripetè Riccardo come un'eco.

— Del resto ho anch'io le mie piccole cognizioni e le mie piccole raccolte. A suo tempo vi farò vedere centoventidue varietà di tulipani doppi ben distinte una dall'altra.

— Centoventidue varietà di tulipani!

— Doppi. Centoventidue varietà di tulipani doppi ben distinte l'una dall'altra, — ripetè il signor van Leven; accentando le parole con lieve espressione d'orgoglio; — i semplici che si coltivano passano i seicento.

— Passano i seicento?

— Passano. —

E siccome fratel Biagio tacque all'improvviso, Riccardo, indovinando il significato di quel silenzio, sentì riardere la febbre dell'imbarazzo.

— Dicevate?... interrogò il suo ospite uscendo dalla distrazione, e cambiando tono di voce.

— Dicevo... non dicevo nulla... —

Ma fratel Biagio si era rammentato dello scopo di quel colloquio, e facendo forza a sè medesimo, volle tentare di volgere opportunamente il discorso.

— Voi conoscete la mia passione, passione solitaria che non ho diviso con alcuno e che dividerei volontieri con un amico... —

Riccardo sorrise stupidamente.

— Mia moglie ama molto i fiori, ma solo per farne dei mazzolini; la mia sorellina mi aiuta a ordinare i vasi, a inaffiare... ha anch'essa la sua ajuola... e vi coltiva le verbene e l'elitropio. —

Riccardo era piombato in un silenzio profondo.

Fratel Biagio tacque anch'esso.

— Mi par d'udire un susurro, — disse il signor Celesti, tendendo l'orecchio.

— Un susurro...

— Di fronde... da questa parte... il vostro giardino forse?...

— Ah! sicuro, il mio giardino, i miei tigli...

— Dei tigli...

— Colossali; li ho fatti venire a posta dai mio paese. L'Olanda è ricca di tigli; lungo i suoi canali non si vedono che tigli; sono di qualità migliore dei tigli d'Italia. Hanno le foglie più nere.

— È curioso.

— Già... più nere e più sottili... —

················

Fratel Biagio aveva accompagnato Riccardo fin sulla soglia, e gli aveva stretto con effusione di tenerezza la mano, invitandolo a ritornare.

Rifacendo i suoi passi, pensava con compiacenza alla simpatia irresistibile che lo attirava verso quell'uomo così amante della botanica.

Bice gli venne incontro saltellante, e gli si buttò nelle braccia.

— Ebbene? Ebbene?

— Ebbene che cosa, fanciulla mia?

— Riccardo... il signor Riccardo... ti ha parlato, ti ha detto?..

— Sicuramente... mi ha parlato, mi ha detto...

— Ti ha detto che mi vuol bene?

— Eh!...

— Che vuol sposarmi?...

— In fatti...

— Quale piacere! —

E la vispa fanciulla batteva le mani per la contentezza.

Fratel Biagio se n'andò a passi lenti nelle sue camere, tenendosi il mento con una mano e frugando dell'altra nei capelli, in aria d'un uomo non punto soddisfatto dei fatti suoi.

Un quarto d'ora dopo, per confortarsi, egli pensava alla prossima visita dell'ottimo signor Riccardo Celesti, e si proponeva di pigliarlo in disparte, e di dirgli alla buona, da vecchi amici: «badate che l'altra volta vi siete dimenticato d'una bagattella; il torto è metà mio metà vostro: mettiamoci in regola: domandatemi la mano di Bice e io ve la concedo.»

Egli si proponeva di dirgli così, nè più nè meno.

XII. Un'apparizione.

La seconda visita di Riccardo non fu meno imbarazzante. Il signor van Leven non era in casa, Bice e la cognatina vi erano.

Trovarsi per la prima volta vicino alla propria innamorata al cospetto d'uno sconosciuto è cosa maledettamente spiacevole. Peggio se lo sconosciuto è una donna; peggio se questa donna è giovine e bella.

Nondimeno Riccardo si fe' cuore, ed entrò a passo fermo nella sala, dove lo aspettavano Bice e la signora van Leven.

Le due donne erano sedute a fianco l'una dell'altra in atto confidenziale e amichevole. Una lampada, che brillava sopra una tavola coprendo con la sua luce quelle teste giovanili, pareva involgerle in un'atmosfera infocata e dava al candore di quei volti la trasparenza dell'alabastro.

Il quadro che si offriva agli occhi di Riccardo era incantevole. Bice, lievemente incurvata verso la sua compagna, pareva raccogliersi e confortarsi in essa per nascondere il rossore; la signora van Leven, con la faccia rivolta verso l'uscio, con il corpo teso, con lo sguardo lucente, con le labbra infiorate dal sorriso, era l'immagine viva della curiosità.

Perchè la signora van Leven fece atto di muovergli incontro e si arrestò come pentita? Certo se fosse toccato a Bice di ricevere il nuovo arrivato, ella non si sarebbe sollevata a mezzo per rimanersene appoggiata al divano.

Intanto Riccardo non si moveva. I suoi sguardi immobili parevano dominati da un fascino. A vero dire quello spettacolo vinceva ogni aspettazione.

Lo due creature, giovani e belle entrambe, formavano un contrasto bizzarro che non era possibile guardare con occhi indifferenti.

La bellezza della signora van Leven, più aperta, più seducente, più molle di quella di Bice, riceveva dal confronto una luce singolare.

Gli occhi estremamente vivaci, i capelli neri, ondeggianti, copiosi, il volto disegnato con linee pure, la pelle morbida e vellutata, le labbra leggermente rigonfie, del colore della rosa, e le forme eleganti, tutto ciò dava alla signora van Leven la seduzione che incatena. La donna con le sue battaglie, con le sue ardenze palpitava in quel corpo leggiadro.

La bellezza di Bice, più nascosta e più modesta, aveva il profumo timido della vergine. I fiori appena sbocciati del gelsomino, per chi ne capisce il linguaggio, favellano così blandamente al cuore come l'ingenuo e sorridente abbandono di quella creatura diciottenne.

Tutto ciò che l'uomo può domandare alla donna era raccolto in quell'antitesi — la passione e l'amore, la fantasia e il sentimento, i voluttuosi abbandoni e i mesti raccoglimenti.

La signora van Leven parve titubare un istante; le sue guancie rosate si tinsero d'un incarnato più vivo, e gli occhi vagarono intorno alla stanza; indi con un moto impercettibile delle spalle e con un fino sorriso di malizia si fece incontro a Riccardo e gli porse la mano.

Riccardo afferrò timidamente l'estremità di quelle dita morbide e affusolate, e sì fece innanzi.

«La signora e la signorina van Leven stavano benissimo.»

«Il signor Riccardo Celesti a meraviglia.»