I DUE DESIDERII


SALVATORE FARINA

I DUE DESIDERII

(Prologo ed Epilogo)

MILANO
ALFREDO BRIGOLA & C.
EDITORI


Proprietà Letteraria riservata

Milano, 1889 — A. Colombo & A. Cordani, tipografi.


A Salvatore Delogu — Roma.

Natale, 1888.

Salvatore mio caro,

Come vedi, ho scritto un’altra novella che tu giudicherai almeno almeno curiosa, perchè si compone unicamente del Prologo e dell’Epilogo d’un gran romanzo, il quale ognuno di noi, più o meno, ha vissuto.

Ragioni d’arte che non sto a dichiarare, ma che tu intenderai senza fatica, mi avevano consigliato fin da principio a non disporre questo romanzo in capitoli, e in ultimo a tacerlo, accennandovi solo da lontano il tanto che bastasse a illuminare lo studio psicologico. Vorrei dire lo “studio filosofico„ se non avessi paura di far la voce troppo grossa, chè si sa bene essere la filosofia e la poesia e qualunque cosa altissima negata sopratutto a chi fa il romanziere, negata non tanto dai profani di lettere, ma da molti burbanzosi che di lettere insegnano dalla cattedra. Dunque il mio romanzo è lasciato all’immaginazione del lettore, il quale non stenterà a farsene uno con le traccie che gli ho dato; io ho scritto solo il principio e la fine.

Tu leggi con la bontà che mi hai sempre dimostrato, pensando che se la mia scrittura non avesse altro pregio, questo ha almeno agli occhi miei d’essere intitolata a te, che, fra i molti amici cari, sei uno dei pochissimi avanzati. Gli altri sono morti o peggio che morti. Così ti siano risparmiate le afflizioni, e concessa lunga vita ai tuoi affetti.

S. FARINA.


PROLOGO I.

Il primo a svegliarsi nell’ampio dormitorio, era sempre Desiderio; quando entravano per i finestroni le luci smorte dell’alba, il piccino si era già messo a sedere sul letticciuolo ad aspettarle, e per non ricadere nel sonno, aveva contato i letti del camerone, che erano trentadue, oltre quello del sorvegliante, in fondo in fondo, sotto l’immagine della Madonna.

Tutti quei piccoli dormenti, che empivano l’aria di strani suoni, visti di scorcio o di profilo, alla scarsa luce mattutina, con le bocche aperte e gli occhi chiusi, offrivano a Desiderio un po’ di svago. Ma gli davano anche un certo sgomento dal giorno che, svegliandosi, e non udendo la respirazione del piccolo Giulio, il quale dormiva nel letticciuolo accanto al suo, avea poi riconosciuto che il letto era vuoto: nella notte Giulio si era sentito male, e l’avevano trasportato nell’infermeria.

Quel Giulio era un buon ragazzo, ma piangeva sempre, perchè avendo conosciuto la mamma, che gli era morta, si ostinava a volerla ancora.

Desiderio si era provato tante volte a consolare il suo vicino, dicendogli che le mamme si ritrovano poi in paradiso; ma un giorno Giulietto gli aveva risposto che lui di queste cose non ne poteva sapere, perchè la mamma non l’aveva conosciuta, e forse non l’aveva avuta nemmanco.

Era vero; Desiderio la mamma non l’aveva conosciuta, e forse non l’aveva nemmeno avuta; di modo che, non si sentendo l’autorità di far cessare le lagrime di Giulietto con quest’argomento, non aveva più saputo che cosa consigliare... Però se cercasse di svagarsi, di leggere, per esempio... Oibò! a Giulietto non piacevano i libri se non sulle ginocchia della mamma, e voleva morire per andare a leggere in paradiso.

Dunque ogni mattina Desiderio, svegliandosi quasi al buio, stava ad ascoltare se mai fra i varii suoni dei compagni russanti potesse discernere anche la respirazione debole del piccolo Giulio; ma non udendo nulla, e riconoscendo il letto vuoto prima ancora che l’alba glielo facesse vedere, si domandava, con un po’ di terrore, se Giulietto fosse proprio morto per andar a trovare la mamma, e il suo piccolo criterio gli diceva di no, che se Giulio fosse morto, il suo letto non sarebbe rimasto tanto tempo vuoto.

Poi la luce entrava dai finestroni, Desiderio cavava di sotto il guanciale un libro, un magnifico libro pieno di storielle, e dimenticava Giulietto ammalato e tutti i suoi compagni che russavano nel camerone, per pensare solo a Puccettino e alla Bella addormentata nel bosco.

Il letto di Desiderio era l’ultimo del dormitorio; un vicoletto largo una spanna lo separava appena dal muro, poi vi era un altro vicoletto più largo, poi il letto vuoto di Giulio; così il fanciullo era quasi isolato in mezzo ai compagni. Non ne era scontento, tutt’altro, perchè da soli si viaggia meglio con gli stivali delle sette leghe.

E poi quella barriera che la malattia di Giulio metteva fra lui e il mondo, gli faceva pensare a un altro personaggio, di cui aveva inteso a parlare, a un certo Robinson, che si era perduto in un’isola, e aveva vissuto tanto tempo senza la zuppa di latte, perchè non aveva pane e nemmeno latte, facendo però delle scorpacciate di frutta. Desiderio una buona scorpacciata di frutta non l’aveva potuta fare ancora, ed era press’a poco convinto che non la farebbe mai, salvo di capitare anche lui in un’isola disabitata. Ma chi sa se d’isole disabitate ne sono rimaste? Dopo che Robinson ha insegnato ai ragazzi come si fa a vivere nelle isole deserte, tutti ci saranno voluti andare, e sarà forse là come in Milano, la zuppa di latte la mattina, la minestra e la carne lessata al mezzodì, la zuppa di brodo la sera, e qualche mela nana ogni tanto.

Una notte Desiderio si svegliò, e tese l’orecchio; la lampada notturna, che per solito ardeva all’estremità opposta del dormitorio, sopra il letto del sorvegliante, s’era spenta; ma il buio non era fitto: penetrava dagli ampi finestroni, insieme con la luce diffusa delle stelle, un bagliore incerto e rossigno, il raggio smarrito d’un lampione lontano.

Era difficile anche agli occhi avvezzi di Desiderio, comporre in quello spazio nero la visione che gli appariva ogni mattina; pure vi si provò, tanto non aveva sonno. Ecco... in faccia a lui, là, proprio là, ci deve essere il letto di Gabriele, il piccolo Gabriele dagli occhi scerpellini, dalla faccia rossa; ma che è stato? dov’era il letto di Gabriele non vi è più nulla e in quella direzione, ma lontano, lontano, ecco apparire il corpo accoccolato di un gigante nero. Desiderio capì che se fosse stato solo, avrebbe avuto paura di quel corpo nero, ma siccome sapeva d’essere in compagnia numerosa, fissò audacemente il gigante per costringerlo a smascherarsi e a dirgli: “ho fatto per celia, non sono un gigante, sono il cassettone a piedi del letto di Gabriele.„ Ma il corpo nero non mutò positura. Desiderio perdette la pazienza e volle dormire, oibò... non aveva sonno. Allora si voltò in modo da porgere l’orecchio destro per udire il respiro di qualcuno... Ed ecco un altro fenomeno; accanto a lui, così vicino che par che gli soffii addosso, qualcuno russa leggermente. E proprio lì, vicino vicino, più vicino del letto di Giulio, ma non può essere se non nel letto di Giulio....

Chi mai nella notte era venuto ad occupare il letto di Giulio, se non era Giulio stesso? Desiderio ascoltò lungamente; era un respiro regolare, non sonoro ma robusto, senza quei gemiti che qualche volta gli avevano fatto venire in mente l’orco quando va per iscannare Puccettino e i suoi fratelli e scanna invece le proprie figliuole. Quella respirazione, sceverata di mezzo al suono delle altre respirazioni più lontane, dopo alcune cadenze ritmiche precise si faceva più complicata e più ricca; aveva accenti singolari, smorzature flebili, sospensioni misteriose: poi a un tratto cresceva d’intensità, si avviava deliberatamente come a dire qualche cosa di tremendo, in cui entrassero la morte e la dannazione eterna fino ad esaurire il suo tema,... e silenzio, un gran silenzio oratorio prima di tornare da capo.

Desiderio, che non aveva avuto paura del gigante nero raggomitolato in distanza, cominciava a sentire il fascino tormentoso di quello strano linguaggio che gli empiva l’orecchio, e per romperlo addirittura chiamò a bassa voce: Giulio! Nessuno gli rispose, ed egli chiamò più forte: Giulio!

— Che cosa è? domandò qualcuno svegliandosi in sussulto.

Non pareva la voce di Giulio, ma il fanciullo non sapendo più di che cosa fidarsi in quel buio, ripetè ad ogni buon conto: Giulio?

— Che cosa è stato? chiese una voce grossa. Parlava dal letto di Giulio, ma non era Giulio.

— Che cosa vuoi? insistè la voce.

— Credevo che mi avessi chiamato.... disse Desiderio.

— Io no, dormivo....

— Chi sei? Come ti chiami? domandò Desiderio.

— Desiderio! rispose l’altro, ho sonno... e tu come ti chiami?

— Desiderio!

Ma l’incognito, invece di rispondere all’immenso stupore del suo vicino con uno stupore simile, ricominciò a russare.

In quel momento entrò la luna nel dormitorio degli orfanelli, e Desiderio volse l’occhio prima di tutto a cercare il gigante nero lontano. Scomparso.

Ecco il letto di Gabriele dagli occhi scerpellini ed ecco tutti gli altri letti in fila; ma lì presso, nel posto rimasto vuoto per tanto tempo, dorme ancora qualcuno che gli volta la schiena, Giulio senza dubbio, sebbene abbia detto d’esser Desiderio! Curiosa idea di volersi chiamare Desiderio, ma forse sognava.

Anche il vero Desiderio non tardò a sognare.

E sognò d’essere arrivato al castello della bella addormentata, la quale assomigliava ad una bambina che aveva visto un giorno in parlatorio; perchè era bionda come quella bambina, perchè era vestita color di rosa come quella bambina.

Subito si era svegliata e gli si era buttata al collo per dirgli: “è un pezzo che ti aspetto!„

E anche la voce era la stessa di quella tal bambina.

Quella tal bambina, per dire addirittura tutto quello che sapeva di lei il piccolo orfanello, si chiamava Speranza.

II.

Siccome aveva perduto un’oretta di sonno, il piccino si svegliò un po’ più tardi del solito, cioè quando le prime luci dell’alba erano già entrate nello stanzone bigio e melanconico. Aprendo gli occhi vide un ragazzo dell’età sua, che stava a sedere sul letto di Giulio e lo guardava fissamente. Non era Giulio. Aveva una faccetta angolosa, una gran fronte sporgente, due occhioni neri e profondi e i capelli rossi. Senza dargli tempo ad uscire dallo stupore, quell’ignoto gli domandò.

— Come ti chiami? e perchè l’interpellato non fu pronto a rispondere, ripetè: come ti chiami?

— Desiderio! balbettò il piccino.

— Mi hai preso il nome! disse l’altro, anch’io mi chiamo Desiderio, però a bottega non ero più che Derio, perchè tutto il nome, vedi, era troppo lungo! chiamami anche tu Derio, se lo preferisci.

— Io no.: ma tu avrai un altro nome giusto, ti chiamerò con quello per non confonderci.

— Allora il Matto.... mi chiamavano anche così.

— Preferisco Derio.

— Ho anche un altro nome.... Coppa, Desiderio Coppa, il Matto. C’è da scegliere.

— Dove sei stato finora, che non ti ho mai visto?

— A bottega; mi è morto il babbo, che faceva il calzolaio, un mestieraccio da cane; non mi ci divertivo proprio, te lo assicuro. La zia è povera e mi ha fatto entrare qui. Per farmici venire mi ha detto che ci si sta tanto bene, che il luogo è bello, che qui si vive come i figli della gente ricca. Stavo appunto guardando, non mi pare poi così bello come in casa dei signori. Io in casa dei signori ci sono andato tante volte quando viveva il babbo... Se tu vedessi! altro che qua!...

— Ma qui non si sta male, osservò Desiderio, sentendosi attratto da una strana simpatia verso quel fanciullo, che portava il suo medesimo nome e che gli si era messo accanto in un modo così insolito, vedrai.....

— Ho già veduto abbastanza, ribattè l’altro con sussiego, il luogo è nero; a me piacciono le case tutte bianche, dentro e fuori, oppure rosse, blu e dorate, con gli scaloni di marmo.

— Come la casa della bella addormentata nel Bosco! esclamò Desiderio.

— Non ci sono mai stato, osservò il Coppa serio serio. È bella?

— Altro!

E Desiderio cominciò a descriverla; ma quando stretto dalle domande del suo omonimo, confessò di non averla veduta se non in un libro, il Matto alzò gli occhi al soffitto e allungò le labbra ad una smorfia di compassione.

Non disse altro per lasciar intendere il proprio pensiero, ma non ce n’era bisogno.

— Vuoi che facciamo un patto?

— Facciamolo.

— Promettiamo d’essere amici per tutta la vita. Vuoi?

— Altro! disse Desiderio abbassando troppo la voce, perchè il matto l’alzava troppo.

— Come lo dici!

— Perchè non si svegli il sorvegliante; altrimenti ci fa star zitti; sono appena le cinque...

— Aspetta, disse il nuovo venuto, bisogna giurarlo....

E uscendo quasi dal letto e allungando le braccia presentò al piccolo amico i due indici messi in croce....

— Che cosa devo fare?

— Mettici la mano sopra e giura che saremo amici, per la vita e per la morte.

Desiderio non capiva bene come ci entrasse la morte, ma quel giuramento solenne fatto a quel modo misterioso, durante il sonno di tutta la camerata, lo lusingava, e giurò, per la vita e per la morte, non senza ammirarsi un tantino. Il Matto fece subito altrettanto, poi disse: “Più tardi ti darò da bere il mio sangue, ed io berrò il tuo.„

Oh! Come? In un modo semplicissimo; intanto Desiderio non doveva chiedere altro.

— Ora che siamo amici, ripigliò il Coppa, ci dobbiamo proporre di andare poi insieme a visitare quel magnifico palazzo....

— Quale palazzo?...

— Quello della bella che dorme; l’andremo a svegliare noi due.... Sei contento?

Desiderio manifestò il proprio dubbio che quel palazzo non esistesse più, o non avesse esistito mai, ma il Matto non gli volle credere. Se l’aveva letto in un libro, ci doveva essere. Il libro non diceva dove fosse quel palazzo? — No, non lo diceva. — Ebbene, non importa, lo troverebbero poi lo stesso.

— Ancora non mi hai detto come hai fatto a venire nel letto di Giulio, senza che io ti abbia visto.

— Dormivi quando io sono arrivato; non mi volevano ricevere, perchè era troppo tardi, ma un signore con la barba, non so chi sia, ha creduto a tutte le bugie che gli ha detto la zia per iscusarsi, e mi ha lasciato venire.... Mi hanno messo qui, per questa notte soltanto, ma se credono di cambiarmi di letto, sbagliano.... io qui sto bene.

Vi era qualche cosa nel linguaggio del Matto, che a Desiderio non andava a versi; e pure la sua simpatia per il nuovo amico non ci pativa nulla.

— Quant’anni hai? gli chiese il Coppa.

— Io, dieci compiti...

— Ed io, dieci non compiti, rispose l’altro, e parve umiliato di essere più giovine; ma sono più alto di te, guarda.... E di botto, senza dir altro, lasciò penzolare le gambe sotto le lenzuola, e quando fu ritto, ripetè: guarda!

Forse non era vero che fosse più alto di Desiderio, ma il fanciullo non si curò di correggere quella piccola vanità, accontentandosi di dirgli che tornasse subito in letto, perchè era proibito levarsi prima che sonasse la campana.

— Quando suona la campana? domandò il piccolo insofferente, ricacciandosi sotto la coltre.

— Sono le cinque.... fra mezz’ora.

Il Coppa non udì neppure questa risposta; pareva distratto da un’altra idea, e Desiderio stette un po’ a guardarlo con una grande indulgenza, come se sapesse già la parte che gli spettava nella nuova amicizia.

— Tu ed io siamo due Desiderii; disse a un tratto il Coppa; tu che cosa desideri?

Il fanciullo, così interrogato, stette un po’ perplesso; non sapeva bene nemmanco lui che cosa desiderava, forse nulla

— Non è vero, osservò l’altro; pensaci bene; devi desiderare qualche cosa.

Allora il piccino confessò che desiderava passassero due anni, per poter entrare nella seconda sezione, dove gli orfani imparano il disegno.

— Ma questo non è un desiderio, disse il Coppa.

— Perchè?

— Perchè è una cosa sicura; che gusto ci è a desiderare le cose quando devono proprio succedere? È lo stesso come desiderare che fra sette ore sia mezzodì.

Desiderio non era preparato a rispondere a questo argomento, e si accontentò di ripetere che per ora non desiderava altro.

— Per ora; insistè il Coppa; ma per dopo?

— Per dopo, non so, disse Desiderio.

Era sincero nella propria ignoranza come il Matto nel suo stupore.

— Io invece, annunziò solennemente quest’ultimo, penso sempre al dopo; io desidero, lo vuoi sapere che cosa desidero?

— Sì, dillo.

— Desidero di diventar ricco, ricco, ricco, di poter sempre avere le tasche piene di monete d’oro e d’argento, e spenderle senza contare, e regalarne agli amici, ma averne poi sempre delle altre.

— Ma tu desideri l’impossibile....

— Chi ti dice che sia impossibile?...

— Ma.... mi pare. Che speranza hai di diventar tanto ricco?

— Io, nessuna....

— Lo vedi! esclamò baldanzosamente il piccolo filosofo, ma subito, accorgendosi di aver detto qualche cosa che impensieriva il suo interlocutore, e di cui non vedeva bene il fondo egli stesso, stette in silenzio a riflettere.

— Temo anch’io che sia una cosa impossibile, concluse il Matto, ma a desiderarla non ci è alcun male.

Desiderio allora non rispose nulla, ma un momento dopo, scotendosi ai suoni prolungati della campana mattutina, disse più a sè stesso che al suo nuovo amico:

— Non so.

— Che cosa non sai?

— Se a desiderare l’impossibile non ci sia del male.

E balzò giù dal letticciuolo.

L’aspetto del dormitorio era interamente mutato, e sopra ogni letticciuolo era ripetuta in diverso modo la medesima scena: un fanciullo seminudo, in piedi, o seduto, o giacente ancora, ma con le braccia alzate al soffitto; sbadigli che fendevano similmente le guance paffute e le smunte. In pochi istanti tutta la camerata fu a terra, a frugare nel cassettone, a infilare i calzoni di tela, a lustrarsi le scarpe posando i piedi sullo sgabello di ferro, poi a lavarsi la faccia con gran chiasso nel lavatoio comune, e in ultimo a rifare i letti.

Desiderio dovette insegnare al nuovo amico come si rifà il letto, e il Matto imparò subito; in compenso volle che Desiderio apprendesse da lui a rendere lucide le scarpe senza molta fatica, alternando sul cuoio l’alito caldo e i colpi di spazzola rapidi e leggieri.

In sostanza quella scenetta del risveglio non aveva infastidito troppo il signor Coppa; ma rimaneva ancora a fare qualche cosa che Desiderio non sapeva come sarebbe accolta dal novizio: la rimboccatura ai letti. Anche questa andò benone; appena il Matto udì ripetere di bocca in bocca per tutto il dormitorio: “la corda, la corda„ e vide venti braccia agitarsi per afferrare una corda, subito, senza nemmeno intendere di che si trattasse, a furia di spintoni allontanò quanti gli stavano dinanzi e spiccando un salto afferrò la corda lui. Ma quando l’ebbe in mano non avrebbe saputo che farne se Desiderio non gli avesse detto che bisognava tenderla da un capo all’altro del dormitorio, sui letti, per.... perchè mai? per allineare le rimboccature.

Un risultato simile dopo una prodezza non iscoraggerebbe l’eroismo del novizio? Desiderio ne ebbe un po’ di timore, ma s’ingannò, perchè il Coppa, dopo d’aver tesa la corda, parve contentone di poter accomodare la rimboccatura del proprio letto.

Gli orfani erano lavati, asciugati, spazzolati; il piccolo tumulto non poteva più durare, e pure durava ancora per opera di pochi volonterosi, che si erano imbrattati le dita e correvano un’altra volta al lavatoio, o non si erano asciugata bene la faccia, o avevano dimenticato di chiudere le spazzole nel proprio cassettone, mentre i più tranquilli erano già schierati in fila, dinanzi all’immagine della Madonna, per udire la preghiera del mattino.

Il sorvegliante, dominando con l’alta statura quel piccolo drappello, radunò gli sbandati e fece affrettare i tardivi; poi ad un cenno s’inginocchiarono tutti insieme.

Quella mattina toccava a Desiderio leggere la preghiera del mattino, ma egli l’aveva tutta in mente e non ebbe neppur bisogno di guardare la scritta.

Quando egli incominciò con la sua vocetta limpida e dolce: “La notte è passata, ed io vivo ancora, o Signore, mentre chi sa quanti sono comparsi questa notte medesima dinanzi a voi per essere giudicati....„ il Matto che gli si era inginocchiato accanto, lo guardò fisso in bocca per non perdere una sillaba. Quando Desiderio a nome di tutta la camerata promise al Signore di approfittare dell’educazione intellettuale e di prepararsi da buon cittadino ad onorare la patria, la sua voce tremava un tantino come per una segreta commozione, e quando disse che “sebbene questa terra non fosse la sua patria eterna, la vita era un dono col quale poteva prepararsi la corona del cielo„, egli abbassò la voce e rallentò la lettura quasi pigliasse tempo per intendere tutto il significato di quelle mistiche parole. Poi la vocetta di Desiderio squillò un’altra volta nella sala, per assicurare ai compagni che gli avrebbe amati, cercando d’essere loro di buon esempio.

A questo punto una mano strinse di nascosto un lembo del camiciotto di Desiderio, tanto per stringere qualche cosa; ed era la mano del suo nuovo amico.

“Tutto questo vi prometto, o Signore, conchiuse il piccino, voi datemi la grazia di non mancare. Mandatemi l’angelo vostro, che m’illumini, mi custodisca, mi governi e mi salvi da tutti i pericoli che incontrerò in questo giorno„.

Amen, disse l’assistente, e gli orfanelli balzando in piedi ripeterono amen. Poi s’avviarono deliberatamente al refettorio.

Uno solo rimaneva ancora in ginocchio, come smemorato, a guardare Desiderio che riattaccava al chiodo la scritta delle preghiere. Il sorvegliante si accostò al piccino e gli disse:

— Non ti ho mai veduto; come ti chiami?

— Desiderio Coppa il Matto; rispose l’interrogato levandosi in piedi.

— Perchè il Matto?

— Non lo so.

— Bisogna essere savio, piccino mio, savio come questo tuo compagno, che ha appunto il tuo nome.... Lo prometti?

Il Coppa gettò un braccio al collo del nuovo amico e dichiarò senza scomporsi:

— Allora non bisogna cambiarmi di letto, bisogna dire a quel signore con la barba che io voglio dormire sempre dove ho dormito stanotte.

Scesero anch’essi in refettorio a mangiarsi la zuppa di latte caldo; ma il Coppa non aveva fretta, sebbene avesse un appetito!... Egli si piantò sul pianerottolo, dopo la prima scala, e trattenne il suo piccolo amico per dirgli:

— Dimmi un poco, è la stessa cosa tutte le mattine?

— Sì, tutte.

— Ogni mattina tu dici al Signore che ti mandi l’angelo?...

— Non sono sempre io che leggo, si va per turno; leggerai anche tu.

— E quest’angelo, insistè il Coppa, fisso nella sua idea, è mai venuto?

— Io credo di sì..,

— L’hai visto tu?

Desiderio avrebbe potuto rispondere che l’aveva veduto tante volte, guardando dal cortile attraverso i vetri del parlatorio, e che era un angelo color di rosa, e che veniva accompagnato dalla sua mammina, a visitare uno dei grandi della prima sessione, e che si chiamava Speranza; tutto questo avrebbe potuto dire, ma non sapeva ancora se il Coppa fosse degno di una confidenza simile.

— Ho capito, disse il piccolo indiscreto leggendo nella faccia del nuovo amico un po’ di titubanza — me lo dirai più tardi.

— Sì, più tardi, esclamò Desiderio, lieto in fondo di aver sotto mano un confidente.

— Più tardi, ripetè il Matto con accento misterioso, di cui Desiderio intese con raccapriccio tutto il senso arcano.

Ancora egli non aveva bevuto il sangue del Coppa, nè il Coppa aveva bevuto il suo.

III.

Desiderio non aveva dimenticato Giulio, sebbene dopo tanto tempo che lo conosceva non si sentisse legato a lui da quel misterioso laccio, che in poche ore gli aveva stretti così bene, il Coppa e lui. L’ingenuo orfanello se ne faceva quasi un rimprovero, e cercando di scusarsi, non trovò altro che una piccola bugia da dire al cuore. “Non è vero, si provò a dire, che questo nuovo venuto che ieri non conoscevo neppure, mi sia più caro del piccolo Giulio che ha pianto tante volte dinanzi a me e persino sul mio capezzale.... Non è vero....„ Ma sì, era proprio vero, e Desiderio comprese allora come le bugie che qualche volta diciamo al cuore non abbiamo la minima fortuna.

Dunque Desiderio pensava a Giulio, ma pensava anche alla solenne cerimonia del sangue, la quale gli metteva un po’ di paura, prima perchè immaginava che non si potesse far uscire il sangue senza pungersi in qualche parte del corpo, poi perchè, non avendo mai bevuto il sangue di nessuno, non sapeva che effetto straordinario avesse a produrre nella sua amicizia per il Matto.

Quando il Coppa, dopo la colazione, fu chiamato dal rettore, Desiderio sentì uno sgomento, pensando che se il suo nuovo amico non sapeva rispondere alle domande di catechismo e di grammatica, non lo avrebbero lasciato nella stessa scuola e nella stessa camerata.

— Che cosa sai tu? gli domandò in fretta.

— Non so, rispose ingenuamente il Coppa.

— Chi ci ha creati? insistè Desiderio.

— La mamma, rispose il Coppa impassibile.

— No, non bisogna dire così; se il rettore ti domanda chi ci ha creati, devi dire che è Dio; poi il rettore ti domanderà per qual fine Dio ci ha creati, e tu risponderai: per amarlo ed onorarlo....

Il Coppa crollava il capo.

— Ma se non sai queste cose, ti metteranno in prima, e allora ci toccherà separarci.

Fu un gran colpo pel povero Coppa.

— L’articolo lo sai? E il pronome? E le coniugazioni dei verbi, le sai?.... Ma che cosa sai?

— So leggere e scrivere, so far le somme e le sottrazioni.

Era già qualche cosa.

— Non sai altro?

— Aspetta, che mi ricordi, disse il Coppa....

— Va, va, gli disse Desiderio, non bisogna far perdere la pazienza al rettore. E il Coppa s’avviò a capo chino, cercando di radunare le poche cognizioni dimenticate a bottega.

Desiderio durante la mezz’ora di ricreazione che precedette la scuola, vagò come un’anima smarrita nel cortile: si era dimenticato perfino del piccolo Giulio, e non aveva occhi se non per la porticina, da cui doveva da un momento all’altro affacciarsi la testa rossa del Coppa. Ah quanto tardava!

Finalmente il Coppa fece irruzione nel cortile: coi capelli rossi tagliati a spazzola e con la gioia che gli balenava negli occhioni pareva un raggio di sole perduto in quel luogo melanconico.

— Mi lasciano con te! gridò da lontano, mi lasciano con te, gridò anche quando fu addosso al suo nuovo amico, e lo scrollava tutto in un amplesso.

— Come hai fatto?

— E stata una cosa facile. Ha voluto sapere chi mi ha creato ed io gli ho risposto: Dio, per fargli piacere; mi ha fatto fare una somma, mi ha fatto leggere, mi ha fatto scrivere.... voleva anche che gli dicessi che cosa è il pronome possessivo, ma io gli ho risposto che una volta lo sapevo e che se mi lasciava con te, mi sarebbe venuto in mente. Ci ha pensato un poco. Poi voleva che gli dicessi almeno che cosa è l’articolo.... E dalli! fra otto giorni saprò ogni cosa.

— E lui?

— E lui ci ha pensato un altro poco, mi ha messo la mano sulla testa, e mi ha detto che andassi pure, che voleva contentarmi. Tu m’insegnerai quello che non so, e staremo sempre insieme.... che piacere!

— E Giulio? chiese allora Desiderio.

— Quale Giulio? quello che dormiva nel mio letto?

— Sì, quello.....

— Hanno detto che sta male, molto male.

Allora venne in mente a Desiderio che per legittimare l’irresistibile simpatia da cui si sentiva legato al suo omonimo bisognasse far visita al piccolo Giulio ammalato e fargli conoscere il Coppa.

— Vieni, disse a quest’ultimo e si avvicinò al vice-rettore, che attraversava in quel mentre il cortile.

— Signore, gli disse col berretto in mano, il Coppa ed io, invece di giocare, vogliamo far visita al piccolo Giulio ammalato; ce lo permette?

Non era la prima volta che l’uomo con la barba nera dava indizio di avere il cuore tenero, ed il Coppa notò il sorriso melanconico con cui accolse la richiesta.

— Venite con me, disse il vice-rettore, il quale non era uomo da abbandonare ad altri lo spettacolo melanconico e sano che offrono talvolta l’affetto e la sventura uniti insieme.

I due piccini, tenendosi per mano, con quella trepidanza che danno anche le azioni generose, risalirono le scale, attraversarono parecchi stanzoni bigi e melanconici e giunsero all’ingresso della infermeria. Nel primo stanzino erano due letti, e in uno di essi un piccolo infermo col corpo abbandonato su due guanciali moveva a fatica alcuni soldatini di piombo, che non volevano star ritti sulla rimboccatura del lenzuolo. Non alzò nemmeno la testa al lieve rumore che fecero i due bambini, e Desiderio tratteneva il respiro, guardando la larva di colui che era stato per tanto tempo il suo vicino di letto.

— Giulio! balbettò finalmente.

L’infermo alzò gli occhi, riconobbe il suo piccolo amico e gli sorrise; e allora Desiderio corse al capezzale. Il Coppa, rimasto sull’uscio, era commosso ed agitato da qualche cosa che somigliava alla gelosia, e si sentiva solo, sebbene avesse alle spalle il vice-rettore.

— Giulio! disse Desiderio con voce in cui tremava una lagrima repressa, Giulio, come stai?

— Sei venuto, ora sto bene, rispose il fanciulle continuando a drizzare i soldatini caduti, con quella suprema indifferenza di chi si sente nulla più che un soldatino caduto nell’ampio mondo.

Desiderio non sapeva che dire, e allora l’ammalato volse il capo verso di lui, con gran fatica, e mormorò:

— Hai fatto bene a venire.

— Povero Giulio! disse Desiderio perchè gli ripugnava discolparsi, io credeva di trovarti quasi guarito.

— Presto, disse Giulio, e lasciò ricadere la testa stanca sui guanciali. Al lieve urto anche i soldatini di piombo si rovesciarono come persone stanche.

Dopo un istante di silenzio, che Desiderio occupò accarezzando il visino patito di Giulio, l’infermo chiese:

— Chi è questo ragazzo?

— È il Coppa, rispose Desiderio con titubanza pensando che forse non conveniva far sapere a Giulio che il suo antico letto era occupato, ma non sapeva come prevenire il nuovo amico.

— È un nuovo? domandò Giulio.

— Sì, è un nuovo; gli ho detto che venivo a vederti ed ha voluto venire anche lui, perchè abbiamo parlato tanto di te....

Desiderio si fece rosso appena ebbe detta questa bugia innocente, che gli era sembrata necessaria.

— Perchè sta lì? disse Giulio.

— Coppa, disse Desiderio, avvicinati. Giulio ti vuol vedere.

Il Coppa si fece innanzi e domandò bruscamente:

— Come stai? quando guarisci?

L’ammalato non rispose; ma fissò un momento gli occhi luccicanti dalla febbre sulla faccia del Coppa.

— Hai la mamma tu? e quando seppe che non l’aveva mai avuta (perchè il Coppa rispose così), egli chiuse gli occhi, mormorando qualche cosa che i fanciulli non intesero bene. In quel momento si udì la campana, e Giulio disse: “La scuola!„

Allora Desiderio si curvò sul guanciale del piccolo ammalato e lo baciò in fronte.

— Ritornerò, disse, guarisci.

— Guarisci, disse il Coppa.

Giulio fissava gli occhi nella finestra dirimpetto; giungeva fino a lui, dal cortile sottostante, un rumore confuso; erano i compagni che facevano irruzione nella scuola.

— Mi pare di vederli, disse l’ammalato, mi piacerebbe venire alla lezione ancora una volta per salutarli tutti.

Desiderio non rispose, aveva il cuore stretto, ma il Coppa rispose per lui: li saluteremo noi.... ma tu prometti di guarire.

— Presto, disse Giulio.

Quel giorno alla lezione del pomeriggio tutti gli scolari della seconda elementare poterono leggere, scritte a grossi caratteri, queste parole che occupavano tutta la lavagna: Giulio ammalato manda tanti saluti ai suoi compagni di scuola. Anche il signor maestro lesse la scritta, e non ebbe cuore di cancellarla, nemmeno per ispiegare la sottrazione dei numeri decimali.

IV.

Due giorni dopo il piccolo Giulio era morto, e i suoi compagni aggiunsero un de profundis alla loro preghiera prima d’andare a letto. Il Coppa quella notte non potè chiudere occhio; il cadaverino di Giulio affascinava, da lontano, la sua giovane immaginazione; se il regolamento non lo avesse vietato, egli sarebbe balzato dal letto nel cuore della notte per andare ad empirsi l’anima di terrore al capezzale del morticino.

Però non versò una lagrima, ingegnandosi di consolare sottovoce il suo piccolo amico, il quale aveva soffocato i singhiozzi sul guanciale, finchè il sonno lo aveva preso a tradimento.

Quando il giorno successivo tutti gli orfani della seconda elementare furono chiamati ad assistere all’uffizio mortuario nella cappella, e si avviarono a due a due dietro la piccola bara, dall’ospizio al camposanto, Desiderio ricominciò a piangere e il Coppa ripigliò a consolarlo. E quando Giulio fu calato nella fossa e i suoi compagni cominciarono a buttare le manate di terra sulla bara sonora, il Coppa, che avea guardato ogni cosa attentamente, tirò in disparte Desiderio e gli disse: non era un ragazzo coraggioso, è meglio che sia andato con sua madre, non avrebbe mai fatto fortuna.

— Sì, è forse meglio, disse Desiderio, asciugandosi la faccia lagrimosa.

Per tutta la via, finchè furono tornati all’ospizio, i due fanciulli non dissero nulla, ma durante l’insolita ricreazione, che gli aspettava appena arrivati, invece della scuola, il Coppa prese Desiderio in disparte e gli disse: ora che Giulio è morto il tuo amico son io, non è vero?

Desiderio accennò di sì, ma non era punto rassicurato da quel preambolo, che annunziava pur troppo una cerimonia temuta.

— Dobbiamo bere il nostro sangue, assicurò il Matto, è necessario. Non aver paura, è una cosa da nulla, beverai tu prima il mio, sta a vedere come si fa....

Così dicendo cacciò la punta d’un ago nel polpastrello dell’indice e ne fece spicciare alcune goccie di sangue, ma Desiderio si rifiutò ostinatamente di fare altrettanto.

— Non ci è bisogno del sangue, disse, per essere amici; non l’abbiamo noi giurato?

Quella debolezza non fece un grand’onore a Desiderio nel concetto del Coppa, ma egli fu generoso, e perdonò. Solo disse con severità:

— Se è vero che mi sei amico non devi avere segreti con me; dimmi tutto quello che pensi, tanto vedi, io ti ho già capito: tu sei innamorato.

Terribile omino il Coppa, egli aveva messo il dito proprio in mezzo al cuore del suo piccolo amico, a cui fu impossibile negare una verità che cavava gli occhi alla gente. Non perciò Desiderio fu sconfortato, tutt’altro; egli aveva, come tutti gli innamorati, un gran bisogno di confidare il gran segreto ad uno che lo sapesse intendere, tanto più che tra la sua innamorata e lui non ci era stato se non scambio d’occhiate, le quali dicono fino a un certo punto, ma si sa....

— Si sa, approvò il Coppa; però qualche volta si dice anche meno con la bocca... io stesso vedi...

— Tu?

Sì, proprio lui, si era già innamorato due volte, e non era mai stato capace di dichiarare la sua fiamma. — Ma si era mai trovato da solo a solo coll’innamorata? — Sicuramente, quando era a bottega e per ragioni di professione andava nelle case dei signori, una volta aveva visto una donna. — Una donna? — Già una donna, tanto bella, tanto bella.... bella come.... non sapeva come, non c’era nessuna altra donna bella a quel modo, la chiamavano donna Lucia, era maritata ad una specie di colonnello.... un pezzo di diavolaccio alto così, ma non era stato per paura del marito, non sapeva neppur lui perchè era stato; non le aveva mai parlato. Desiderio rimaneva a bocca aperta, ascoltando la storia di questo amore straordinario.

— E l’altra volta? chiese.

— L’altra volta ho parlato, rispose, perchè era dipinta.... Però, si affrettò a dire per parare la beffa, mi guardava sempre, io girava di qua e di là ed essa mi accompagnava con gli occhi sin sull’uscio; mi pareva perfino che movesse la testa, ma non n’ero sicuro....

— Dove hai veduto quella donna dipinta? chiese Desiderio.

— Nell’anticamera d’una casa di signori.

— Oh! quanto mi piacerebbe saper dipingere una donna così bella.

— Tu la dipingerai, ed io quando sarò ricco te la pagherò bene e la metterò nel mio palazzo....

Accomodate così le cose, non rimaneva alcun pretesto di ritardare la confidenza, e Desiderio cominciò titubando:

— La mia innamorata ha solo otto anni, non l’ho vista se non in parlatorio attraverso i vetri della finestra, ha già capito che io le voglio bene e mi ha fatto intendere che anche essa me ne vuole. Io non so quando le potrò parlare; essa viene con una donna a visitare uno dei grandi, ed io in parlatorio non posso mai andare, perchè a vedermi non viene mai nessuno.

Diceva queste parole senza falso sentimentalismo, ma con la melanconia di chi vede un ostacolo al proprio sentimento e non sa ancora in che modo superarlo.

— Come si chiama? domandò il Coppa.

— Si chiama Speranza.

— Senti, tu me la farai vedere domenica, attraverso i vetri ed io le parlerò per te; mi dirai che cosa le dovrò dire; non aver paura che te la rubi; prima di tutto a me non piacciono le bambine, e poi siamo amici.

— E tu le parlerai?

— Sicuro che le parlerò. Mia zia viene qualche volta a trovarmi, io le dirò che non posso stare senza vederla tutte le domeniche....

Sonò la campana; — la ricreazione era finita. — Ragazzi a scuola!


Era stato concesso al Coppa di provare le proprie forze nella seconda elementare, sebbene la sua dottrina messa per tanto tempo al contatto delle ciabatte più logore di Porta Garibaldi avesse perduto tutta la freschezza e in più luoghi abbisognasse di toppe. Ma egli aveva promesso al signor maestro di far sue prima di un mese tutte quelle suppellettili scientifiche che fanno l’ornamento dell’ingegno in seconda elementare, e si poteva star sicuri che non avrebbe mancato di parola.

Aveva una memoria pronta e tenace, e fu per lui un gioco il colmare le lacune grammaticali ed aritmetiche che lo separavano dai colleghi. Quando ebbe assicurato per tutto l’anno il proprio posto, a scuola e nella camerata, accanto al suo nuovo amico, si tenne contento. Il maestro gli diceva che continuando così (cioè ad ornarsi delle suppellettili scientifiche) poteva essere uno dei primi della scuola, ma egli non continuò così, aveva ben altro per la testa che le suppellettili del signor maestro. Viveva già in un suo mondo fantastico, oltre le mura di quell’ospizio che gli aveva tutta l’aria di una prigione; aveva aspirazioni ignote all’infanzia, desiderii strani e curiosità a cui nessuno dei libri di scuola sapeva rispondere.

— Perchè tu non sei nato ricco? domandò un giorno al suo compagno.

— E tu? rispose Desiderio ridendo.

Il Coppa non rise.

— Perchè vi è della gente che nasce ricca, e dell’altra che ha sempre appetito? Lo sai tu?

Desiderio non sapeva; forse il signor maestra lo sapeva, ma non glielo avrebbe voluto dire.

— Ci è però della gente che nasce povera e poi si fa ricca.... osservò il Coppa.

— Lavorando, disse Desiderio, senza pensarvi troppo.

— Già lavorando, brontolò il Coppa; ma non a fare il ciabattino; vorrei avere tante lire quante toppe ha messo il babbo finchè ne è morto. Eppure ci è della gente che non metterebbe una toppa nemmeno per due lire, nemmeno per quattro. Farò così anch’io quando sarò ricco. E tu?

Desiderio non spingeva ancora l’occhio fino a quel tempo remoto; l’unico avvenire che lo tentava era lontano due anni; quando egli fosse nella sezione dei grandi, e potesse imparare il disegno, non vorrebbe più nulla.

— Ti pare, disse il Coppa; ma quando ci sarai, vorrai dell’altro; io invece no....

Egli furbo voleva addirittura una bella carrozza, con due cavalli, e due servitori incipriati; però non aveva ancora deciso se dovesse bastargli un milione, o se ci volesse un miliardo; ci penserebbe poi.

Intanto giunse la domenica.

— Mi viene un’idea, aveva detto il Coppa al compagno; scrivi alla tua innamorata ed io le consegnerò la lettera, le dirò che sei tu che gliela mandi.

— Essa non sa il mio nome....

— Non importa; tu ti metterai dietro i vetri, io farò un segno verso di te, ed essa comprenderà subito.... le ragazze sono furbe.

— E se qualcuno se ne accorge....

— Lascia fare a me.... tu scrivi....

Ed allora Desiderio non aveva saputo resistere alla tentazione ed aveva scritto:

Speranza mia,

“Io sono quello che ti guarda sempre dai vetri del parlatorio, e che ti vuole tanto bene. Io non posso andare in parlatorio perchè nessuno viene a vedermi; non ho più la mamma, non ho più parenti; ma se tu non mi abbandoni non sarò mai solo. Ho saputo il tuo nome un giorno che tua madre venne senza di te; tuo fratello, appena entrato, domandò: E Speranza? Non udii altro perchè la porta si chiuse, ma tua madre gli rispose di sicuro che eri un po’ malata. Io vidi dalla faccia che soffriva parlando. Ho sofferto molto tutta quella settimana, era come se mi fossi perduto in mezzo alla gente; non lo so esprimere bene, ma era una cosa così. La domenica dopo, vedendoti, mi sembrò di ritrovare la mia strada. Dunque, Speranza mia, non mi lasciare; promettimi di esser mia per tutta la vita. Mi pare che con te al fianco, io non mi perderò in mezzo alla gente. Mi chiamo Desiderio, ho già dieci anni compiti, e ti voglio tanto bene.„

Il Coppa lesse questa lettera con molto raccoglimento, e si degnò di lodarne la struttura. “Non vi sono errori di grammatica, disse, va benissimo.„ Ma era chiaro che diceva così per non scoraggiare un principiante; le lettere che egli aveva scritto alla moglie del colonnello erano ben altro; non certamente calligrafiche, e forse nemmeno in pace con la grammatica, ma calde; parlavano meglio il linguaggio che bisogna usare colle innamorate.... Se quella donna superba le avesse lette.... — Perchè vedi, spiegò il Coppa, alle donne piace sentirsi dire: “Mia bella, mio tesoro, anima mia,„ e poi bisogna sempre promettere qualche cosa alle donne... Vediamo se tu promettessi alla tua Speranza di coprirla di pietre preziose.... no? non vuoi? sarà per un’altra volta — del resto la tua lettera va benissimo.

— La mia Speranza è modesta, rispose il fanciullo, guardando attraverso i vetri del parlatorio; e d’improvviso esclamò:

— Eccola!... Guardala, soggiunse mostrando al suo compagno la faccia illuminata dalla gioia, guardala....

— È quella biondina cogli occhi azzurri? chiese il Coppa accostando l’occhio alle commessure dei vetri smerigliati, quella che ha i capelli sciolti.... quella che....

Era proprio quella, e Desiderio non gli poteva rispondere.

Bisognò tirarsi da parte per non farsi scorgere troppo, essendo l’affacciarsi ai vetri del parlatorio una delle tante cose proibite dal regolamento.

Un momento dopo si venne all’uscio a gridare il nome del Coppa.

— Presente, rispose il piccino mettendosi alle spalle del sorvegliante che si affacciava a cercarlo con gli occhi. Dammi la lettera, mormorò all’orecchio di Desiderio, sta vicino ai vetri e vedrai....

La raccomandazione era soverchia; il suo nuovo amico non era ancora scomparso quando Desiderio appiccicava la faccia ai vetri a rischio di guastarsi col regolamento.

Il Coppa, appena entrato nel parlatorio cominciò ad essere imbarazzato della parte difficile che si era preso senza riflettervi molto. Sua zia lo trovò distratto più del solito e glielo disse, ed egli rispose distrattamente che era verissimo. Un’idea lo tentava. Quando la faccia di Desiderio appariva dietro i vetri smerigliati col nasino schiacciato, il Coppa sentiva venuto il momento di precipitarsi verso la piccola Speranza, fingendo di raccogliere qualche cosa che le fosse caduto per metterle in mano il bigliettino. Ma se non capisse? Intanto pensava: “È bella questa biondina, troppo piccola e troppo insipida per un uomo come me, ma è proprio bella. In tutto il parlatorio non ce n’è nemmeno una da metterle a confronto.„

Egli volle assicurarsi meglio se non ce ne fosse almeno una e fece delle risposte così strambe alla zia, che per poco non la mise in collera.

— Che cos’hai questa mattina? gli disse.

— Non ci badare, rispose il fanciullo serio serio; sono tanto contento che tu sia venuta a vedermi; promettimi di non mancare mai....

— E allora dimmi qualche cosa....

— Non ho nulla da dirti; mi piace vedere la gente ed esserti vicino....

La povera donna pensò che non per nulla suo nipote si chiamava il Matto; sedette sopra una panca e si contentò di tenere nelle proprie una mano del piccino, lasciando che tutto il resto, anima e corpo, fosse da un’altra parte.

No, in tutto il parlatorio non v’era alcuna donna che potesse paragonarsi a Speranza. Era pur fortunato Desiderio! Oh! sta a vedere che egli invidiava la sorte del suo disgraziato amico, costretto per vedere la sua bella di mostrarle il naso schiacciato e perduto nella nebbia.

Non lo invidiava, ma veniva cercando intorno a sè qualche donna di cui innamorarsi. Non ce n’era proprio! Erano tutte troppo vecchie, o troppo brutte. “Il biglietto, il biglietto!„ sembrò dire il nasino di Desiderio picchiando contro il vetro e il Coppa senti la necessità di essere un eroe. Egli si sprigionò dalla stretta della zia, si cacciò attraverso la folla dei visitatori e passando rasente a Speranza le prese coraggiosamente una mano e v’introdusse il biglietto.

“È di lui,„ disse senza arrestarsi; il nasino di Desiderio in quel momento scomparve.

La fanciulla si era fatta rossa fossa, ma aveva capito benissimo; passato il primo sgomento, mandò in giro un’occhiata per accertarsi che nessuno le aveva gli occhi addosso, poi guardò coraggiosamente il Coppa e gli sorrise per ringraziarlo.

Dio! quanto era bella! sorridendo, lasciava vedere i dentini tersi e lucenti; gli occhioni azzurri, guardando, sembravano andare incontro alla gente.

Il Coppa fece queste osservazioni, mentre la zia, tiratolo un’altra volta a sè, gli veniva aggiustando le pieghe del camiciotto perchè non gli facesse smorfie sulla persona. Era la cerimonia dell’addio; quella buona donna, che veniva in parlatorio per semplice carità cristiana, non immaginava di aver fatto il proprio dovere di zia amorosa e di potersene andare tranquillamente a casa, e più tardi in paradiso, se non avesse accomodato il camiciotto del suo ragazzo.

— Me ne vado, disse la zia.

— Così presto? domandò il Coppa, occupato a studiare l’innamorata del suo amico per farsene un’idea chiara.

— Mi aspettano a casa.

In quel momento appunto, la piccola Speranza fu presa per mano dalla mamma e fece atto di avviarsi.

— Va pure, disse allora il Coppa, ma non mancare domenica.

Speranza parve cercare sul vetro della finestra un nasino schiacciato che da un poco non si mostrava, poi diede ancora uno sguardo di gratitudine al Coppa, il quale pensò: “pare una donnina!„ e lo andò a dire a Desiderio.

— La tua Speranza pare una donnina, ed è proprio bella; se non fosse la tua innamorata, la piglierei per me.

Perchè aveva egli detto queste parole? Perchè le aveva pensate prima e perchè era schietto. Non aveva forse fatto bene a dirle? Certo che sì; eppure quando le ebbe dette come per levarsele dal capo, si trovò occupato a ripeterle mentalmente; allora gli parve di far male.

Quella notte il Matto sognò che era matto davvero, che aveva rubato l’innamorata al suo amico migliore, dopo d’averlo trafitto con un temperino per bevente il sangue.

Si svegliò piangendo, e anche quando si fu ben bene assicurato che Desiderio russava e ch’egli era innocente, non potè più chiudere occhio. Pensava ai casi suoi, scendeva in fondo alla propria coscienza a ricercare le magagne con una crudeltà fanciullesca. Intravvide, e ne fu atterrito, quella specie di ossessione che esercita un pensiero cattivo quando si è formato interamente; ma nella sua ingenuità ne attribuì a sè solo la virtù maligna.

Sbagliando ancora, egli si provò a ripetere a bassa voce che se quella Speranza non fosse stata dell’amico gli sarebbe piaciuto farla sua; ma ancora non sentì che lo stratagemma avesse allontanato da lui l’immagine della fanciulla, come egli aveva voluto fare in buona coscienza. Nessuno era al suo fianco per dirgli che le idee malsane bisogna combatterle in embrione, negarle risolutamente mentre si stanno formando nel cervello, perchè a cacciarnele dopo non basta battere il capo nella parete.