IL NUMERO 13


SALVATORE FARINA

Il Numero 13

RACCONTO

Prefazione:

Come si scrive un romanzo?

MILANO, 1895
CASA EDITRICE GALLI
DI
C. CHIESA, F.lli OMODEI-ZORINI & F. GUINDANI

Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80
Portici Settentrionali, 23


Proprietà letteraria

Milano. 1845 — Tip. Pagnoni
Via Solferino, 7.


Prefazione

Le pagine che seguono mi hanno servito a Vienna, a Praga, a Lipsia, a Berlino, a Francoforte, ad Eidelberga, a Zurigo, a Berna e in altre città straniere, dove le ho lette in lingua italiana, a pubblici intelligenti e amanti di conferenze.

Stampate ora qui, forse che vogliono essere una specie di dichiarazione di fede letteraria, a significare al prossimo mio che io non ho mutato nè mai muterò, lasciando che gli altri si trasformino come e quanto vogliono?

Perchè no?

Ho la coscienza che l’arte del romanziere debb’essere press’a poco così. Se la mia coscienza sbaglia, come altri m’insegna, io non contraddico; ma domando a costui, autore o critico, di assicurarmi che, dopo aver mutato dieci volte la sua maniera di comporre o di far la critica, dopo essere stato realista, impressionista, naturalista, colorista, ambientista, egli sarà in avvenire simbolista, psicologista... o qualcos’altro, sempre e unicamente psicologista, simbolista... o qualcos’altro.

Finchè non mi sarà data questa preziosa certezza, io con l’ingenuità che mi distingue, domanderò: fino a quando?

E fino allora farò il comodo mio; sarò non già russo nè francese, ma italiano, ingegnandomi di scrivere nella mia lingua tanto facile, facile tanto che forse nessuno di noi romanzieri e critici la sa bene ancora.

Forse... perchè vi è sempre qualcuno, il quale s’immagina di saperla troppo.

S. Farina.

COME SI SCRIVE UN ROMANZO?

A una certa età tutti abbiamo fatto un buon romanzo; non si tratta altro che di scriverlo.

Voi domandate: «quale è la certa età?» Intendiamoci bene. Per fare un romanzo tutte le età sono buone; possono fare il primo anche i bambini; possono i vecchi fare l’ultimo... parecchie volte; ma per scriverlo bisogna avere passato d’un bel poco l’età maggiore.

I romanzi scritti a vent’anni sono per lo più mosaici di parole, di pensieri a prestito, d’immagini copiate; il romanziere ventenne, perchè non appaia subito il suo magnifico difetto di esser troppo giovane, tace del romanzo che forse ha fatto o sta facendo, per scriver quello che farà gemere prima i torchi, poi i lettori, poi sè stesso. Egli vuole indovinare la vita ancora coperta d’un velo color di rosa, sentenzia sulle umane passioni, ma ne ha visto da vicino una sola, e di questa per sua disgrazia tace, oppure la gonfia, perchè non sia riconosciuta, o se ne beffa per darsi l’aria di uomo fatto.

Il buon romanzo, frutto saporito, spesso amaro dell’esperienza, ce lo porge la virilità.

Rimane e rimarrà viva la lirica giovanile dei grandi poeti; perchè in quella forma che accetta tutte le esuberanze e le fa belle, essi non soltanto hanno gettato le iperboli impertinenti e le antitesi chiassose, ma sono stati sinceri, hanno dato il meglio di sè stessi, a dispetto della rima difficile.

È sembrato loro audace di mostrarsi nudi in versi. In prosa ne avrebbero avuto vergogna.

Per l’impressione che mi dà, la poesia giovanile si accosta un poco alla poesia dei vecchi; ma m’intendo vecchi veramente, non imbecilliti dal peso dell’età; solo ridiventati fanciulli. E la poesia senile mi piace. Questi fanciulloni incoronati d’alloro, si chiamino Anacreonte, Goethe o Victor Hugo, tentino pure con l’ultima audacia tutte le corde; io ascolterò sempre la sincerità nei loro versi. Il vecchio che canta ancora, mi dà la lagrima della poesia; come l’indulgenza sua mi dà la lagrima del pensiero. A parer mio la lirica dovrebbe esser lasciata all’uomo fino a trenta anni, e dopo i sessanta; nell’intervallo di queste due età, la poesia potrebbe dar luogo a un po’ di buona prosa... e perchè no?... al romanzo. Già, è inutile nasconderlo, troppi interessi legano l’uomo dopo i trent’anni perchè egli possa attingere alle fresche onde d’Ipocrene, come si diceva una volta; il poeta, salvo le dovute eccezioni, se anche ha il pane e il companatico, comincia a essere preso da cento smanie mondane; non fruga più nel cielo, si guarda ai piedi per mettere bene i suoi passi, si guarda ai fianchi perchè gli hanno detto che la folla può nascondere un sicario... o almeno un borsaiolo.

Ahi! Non è più ingenuo, ahi! non è più sincero. Raro è che la politica non l’abbia afferrato, e allora è finito; uno che si sente possessore di molto bagaglio di parole poetiche, e queste sa disporre con la sonorità necessaria, può fare ancora una bella musica di versi, ma non è più poeta. Perchè la poesia, se anche è bugia, è bugia sincera; è gioventù, la quale si perde a trent’anni;... ma qualche volta si riacquista a sessanta.

Torniamo al romanzo.

Dunque voi avete venticinque anni, almeno, avete fatto mezza dozzina di romanzi; ora volete scriverne uno.

Subito vi si affaccia la prima difficoltà: sarete voi romantici, o idealisti, o realisti, oppure veristi, ovverosia impressionisti? Tutte queste parole, e altre di simil genere, vogliono rappresentare qualche cosa, forse una scuola, sicuramente un difetto. E voi fate a modo mio; siate voi stessi; sinceramente, sempre voi; le mode passano, resta la sostanza; e se quello che dovete dire ha valore, se la veste che darete al vostro pensiero sarà attraente, sia ideale, o sia reale, o sia verista, pur che sia vera (che significa ben altro), pur che sia bella, il vostro romanzo sarà riletto quando il chiasso dei paroloni difficili sarà svanito. Non abbiate timore di mostrarvi come la natura vi ha creato; se siete scettici, tanto meglio; se siete ingenui, tanto meglio; e voi mostratevi scettici e ingenui.

Un giorno la critica fece molto rumore per dichiarare al mondo che l’arte e la letteratura hanno lo stretto dovere d’essere impersonali; un altro giorno un’altra critica dirà che la letteratura e l’arte non possono vivere se non a patto che siano personali. Ma ciò che dirà la critica fu e sarà detto altre volte, e contraddetto; soltanto e sempre la critica altissima si è inchinata quando ha trovato di fronte a sè un temperamento artistico e letterario.

Dunque non consultate il figurino della moda prima di scrivere il vostro romanzo; guardate nell’anima vostra, guardate bene, guardate attentamente e in fondo, e badate bene di non rifiutare talune cose che a bella prima vi parrannno volgari, perchè la natura non ha fatto cose volgari, e solo una cattiva imitazione dell’arte o della letteratura le fa sembrare così.

E nemmeno dovete andare in cerca di cose nuove, perchè la natura non ne ha, da un pezzetto; però i vecchiumi, guardati meglio, da vicino o da lontano, secondo i casi, possono parer sempre nuovi, e non parer soltanto, ma ringiovanire veramente da sembrare nati ieri.

I ricercatori del nuovo a ogni costo non altro hanno saputo trovare se non lo strano: lo strano, che è il difetto, mentre l’antica madre di ogni cosa creata non ha difetti... se pure non volete dire che ne ha uno solo: l’uomo, non mai contento di sè, nè dei suoi simili, nè delle altre creature che fa servire al comodaccio suo...

Pure le scuole vi serviranno a qualche cosa.... ad evitare i difetti del vostro romanzo.

I libri d’un certo autore vi diranno che, per far chiasso più del necessario, convien cercare nel vocabolario le parole più crude, e farle servire a dipingere le cose più brutte dell’anima, della società e della stessa natura; e voi, che non volete fare più chiasso del necessario, che non volete farvi un milioncino con la vostra penna, voi che volete essere voi stessi perchè rispettosi di voi stessi, voi dite tutto quello che avete a dire, e nulla più, adoperando solo i vocaboli propri, e se si può, i più puliti.

Col pretesto dell’ambiente o del color locale, un altro libro v’insegnerà a mettere nel libro vostro tirititere interminabili, ciancie inutili, descrizioni farraginose, parole mal maritate ad aggettivi senza senso comune. Ma voi, che non volete scrivere a orecchio, come tanta gentuccia lodata nei giornali, voi, a cui sta fisso in mente che l’arte dello scrittore rifiuta le parole inutili, sarete sobrii, a ogni costo, doveste anche sembrar freddi a certi lettori troppo caldi.

Si tratta ora di scrivere il vostro romanzo, o la vostra novella.

Vi siete messo a tavolino (quando non preferiate scrivere stando a letto come un romanziere che conosco io), avete un bel mucchietto di pagine che numererete man mano, scrivendo sopra una facciata sola, riserbando l’altra ai pentimenti, alle aggiunte che vi saranno necessarie.

Avete scritto il titolo e il numero uno sulla prima pagina, ma ecco vi assale un altro dubbio. La tela, grande o piccola, che devo svolgere a che forma si presta meglio? Cioè scriverò io in terza persona, o in prima, in altri termini devo far parlare un personaggio, o fare io stesso la narrazione?

La cosa non è indifferente, come può sembrare a chi non ha esperimentato mai; nel più dei casi è bene, anzi è quasi necessario, che il novelliere narri di cose e di persone che gli stiano a una certa distanza; egli così può dire tutto, stando sempre nel verisimile, e per meglio accostarsi alla verità, l’arte sua gli fornisce molte malizie; può per esempio accomodare il tempo; se gli torna che una cosa accada sotto gli occhi del suo lettore, egli la scrive in tempo presente, e il lettore diventa più curioso e a volte si lascia trascinare da quella malizietta a una maggiore ansietà.

Ma certamente una narrazione fatta in persona prima ha un carattere di spontaneità e di verità che invano si cerca di ottenere in ogni altro modo. A chi narri quanto gli è accaduto, per ciò solo si crede meglio, mentre il romanziere è sempre uno, il quale fa l’arte, quando non fa il mestiere, e il lettore ha cento ragioni di diffidare di lui.

D’altra parte, il personaggio che narra le cose accadute a lui medesimo ha il dovere di tacere molto; dove egli non ha potuto assistere alla vicenda, bene è che stia zitto. Perciò qualche volta il romanziere si rassegna, rinuncia alla verisimiglianza massima, e si accontenta di una verisimiglianza minore, cioè scrive in terza persona.

Dunque fate voi stessi la narrazione.

Nella forma classica?

Era una volta, come nelle fiabe; oppure Scoccava il mezzodì... o Si perdevano nell’aria gli ultimi tocchi della mezzanotte, noiosissime campane che hanno sonato nel primo periodo di diecimila romanzi.

Ma voi non comincerete così, e nemmeno: Era una bella sera di giugno, o di novembre.

Voi entrerete subito nel cuore del vostro argomento; presenterete un’idea necessaria al tema, metterete innanzi un personaggio per fargli dire o fare qualche cosa.

Possibile! E la messa in iscena? Certi critici strilleranno perchè non gli servite un ambiente tutto d’un pezzo; se fate lavorare un personaggio senza aver dato prima le dimensioni del suo naso, indicato il colore preciso dei suoi capelli, siete un rivoluzionario; se gli avvenimenti accadranno senza preparare lo scenario, paesaggio o interno come in teatro, non parranno loro veri o verisimili.

E voi lasciate strillare. Voi imitate la natura, perchè avete visto che negli avvenimenti umani, essa è una bella indifferente; essa piove, o splende, o è annuvolata quando le accomoda; e anche avete visto che, volendo interrogare le grandi afflizioni, o le indimenticabili ebbrezze della vostra vita, non sapreste dire con sicurezza se si compissero in giorno di nuvolo o di sole. E pure il fatto vi fa palpitare ancora, vi farà palpitare sempre.

Dunque nessuna descrizione di paesaggio o di ambiente, per preparare non so che; i vostri personaggi se hanno qualche cosa a dire ed a fare, s’ingegneranno, e i lettori vi saranno riconoscenti senza saperlo. Perchè, a essere sinceri, nulla di più uggioso d’una descrizione completa che bisogna sorbire tutta, o saltare, mentre i personaggi sono impazienti di fare, di pensare, di sentire, e noi di leggere i loro sentimenti, i loro pensieri, le loro azioni.

Non perciò voi rinunziate al paesaggio, nè agli interni; troverete qua e là il momento di accennare al sole o alla nevicata, agli alberi nudi o frondosi, agli uccelletti che saltellano sui viali o si levano per l’aria luminosa o greve. Di questi tocchi sapientemente disposti qua e là, non uno andrà perduto; il lettore, che non avrà avuto la grossa porzione descrittiva a cui taluni l’hanno avvezzato, oltre che ve n’è grato fino in fondo all’anima, è pronto a cogliere ogni parola, ogni frase, che gli restituisca il suo paesaggio vivo e il suo ambiente vero.

E infatti la vita e la verità in che modo si presentano?

Voi entrate per la prima volta in una stanza; al primo sguardo vedete solo che il luogo è pieno di luce, ed è ampio, ed è elegante; ma per quanta sia la luce altro non vedete; un po’ alla volta notate una libreria, un tavolino, molte carte sopra una seggiola, un libro caduto a terra; poi la persona cui fate visita, si presenta, e allora non vedete più la stanza; guardate lui, e vedete di lui un pochino, cioè che è alto, grosso, amabile o grave, che ha gli occhiali sul naso incorniciato da una gran barba nera.

E man mano notate che la sua parola è insinuante, che accanto a voi è una statuetta di bronzo, che sotto i vostri piedi è un tappeto a gran scacchi, e che il signore fa dondolare i ciondoli di una grossa catena sopra il panciotto turchino.

Se tornate un altro giorno in quella stanza medesima a visitare lo stesso signore vedrete altre cose non viste la prima volta; un altra statuetta di bronzo, un bitorzolo sulla fronte del signore grosso, un divano in un canto della stanza.

Fin che con molta frequenza vi riuscirà di fare una descrizione ampia, ma non completa, non farraginosa come Balzac ha insegnato a fare a certi romanzieri moderni.

In questo, almeno in questo, Balzac ha avuto torto, e per quanto garbo egli metta nel fare le scuse nelle prefazioni de’ suoi romanzi, non ce la dà a bere, la farragine rimane farragine, e solo appare voluta per accrescere il numero delle linee de’ suoi splendidi libri, perchè tutti sappiamo che Balzac era pagato un tanto la linea, che faceva un romanzo in quindici giorni, avendo l’imperiosa necessità di pagare i suoi debiti.

Altri poi, imitando Balzac in questo difetto, non chiede scuse; egli è tanto sicuro del proprio ingegno e dell’imbecillità de’ suoi lettori che tutto gli sembra lecito.

Ma il pubblico ancor che paia ingannato dal chiasso in una determinata stagione, si ravvede presto, e la posterità non è mai imbecille.

Quando avete scritto il primo capitolo del vostro romanzo, gli altri verranno da sè; e saranno letti con vivo interessamento, se non avrete dimenticato la malizia d’essere semplici, e saranno forse riletti con amore se sarete stati sempre sinceri.

Non vi lasciate adescare dall’imitazione d’un autore che faccia molto parlare di sè; vi è da scommettere che egli deve la sua fugace riuscita a un difetto, magari a un bel difetto che la vostra imitazione renderebbe insopportabile. Già io l’ho sempre detto a me stesso e recentemente l’ho scritto in un libro: «l’uomo ancor che dica il contrario, per sua intima coscienza, odia la perfezione, e sempre s’innamora d’un difetto.»

Nemmeno dovete scrivere periodi enfiati di parole sonore, di aggettivi senza babbo nè mamma, nè gemere tenerumi in ogni pagina, nè coprire di fronde il pensiero perchè sembri più oscuro e nell’oscurità maggiore del vero; a far questo, se anche riusciste a ingannare il lettore grosso, e non è sicuro, l’avveduto leggerà nel vostro libro la vostra miseria pomposa.

Sopra ogni cosa, non vi farete belli della magnifica scoperta che molte parole comuni sono fatte di due parole, per abusarne a rifare per conto vostro il vocabolario.

L’italiano pronuncia, scrive e legge nei suoi lessici: della, accanto, e anche voi scrivete così senza voler passare per novatori o puristi scrivendo pietosamente de la, a canto, ecc. Se avete fatto buoni studi di lingua e di stile ne potrete dar prova fin dalle prime pagine, con la proprietà del linguaggio, con la semplicità dell’esposizione, scrivendo in modo che paia a ogni lettore di poter quando voglia fare altrettanto. Ma se vuole io scommetto che la prima volta non riesce, perchè a voi è riuscito d’essere semplici dopo infinite fatiche e pentimenti. Invece a imitare periodi frondosi o zeppi d’aggettivi spropositati, di parole disusate, rimesse in onore per chiasso di bambini, riescirete alla prima.

Ci vogliamo provare subito; volete?

«Nel cielo glauco la beffa del sole meridiano ha cacciato da la campagna pallida ne le ombre povere le creature vive; ma quel bacio di fuoco contenta le lucertole che mostrano tutta la loro nudità plastica, immobile, sgorbi di bronzo, sulla polvere stanca della strada maestra.»

Questo periodo può sembrare qualche cosa alla gentuccia che legge, giudica, dà il premio e il castigo nella cronachetta letteraria; ma in verità è meno di nulla. E un libro scritto tutto così sarebbe la più miserabile delle umane scritture; non è vero?

Pare che non sia vero, perchè da un pezzo questo stile fiorisce in Italia bella e altrove, e fiorisce perchè ebbe una fioritura abbondante in Francia.

Molto sarebbe a dire ancora per svolgere interamente il tema; ma mi accontento d’aver accennato le norme prime con cui scriverete il vostro romanzo.

Se invece quanto avete a dire è di piccol volume e la vostra narrazione abbraccia pochi personaggi, allora la verità vi afferra e quasi vi costringe a servirvi della prima persona; voi fate parlare un personaggio.

Quale? Il protagonista potrebbe dire molto più degli altri, per lo meno svelare meglio la parte psichica della novella, cioè a metter nudo sè stesso; ma quasi sempre è da preferire un personaggio secondario, perchè, essendo egli in grado di giudicare con criteri diversi gli avvenimenti o, meglio ancora, di non giudicarli affatto, gli narri appena. Il protagonista cadrebbe nel difetto grande dell’esagerazione; ogni cosa accaduta a lui parrebbe a lui un grande avvenimento; e se per poco la passione forzasse il suo stile, la novella in bocca sua diventerebbe un singhiozzo mortale.

Però qualche volta, quando gli avvenimenti da narrare non siano troppo appassionati, e il fatto sia narrato a buona distanza di tempo, il protagonista è il narratore migliore.

IL NUMERO 13

I.

Io non ho mai avuto i pregiudizi di certa gente e non dico gentuccia, perchè fra le mie amiche di collegio, ne ho avuto una carissima, la quale se si sentiva venire addosso un ragno era sicura che quella bestiaccia le portava la fortuna, o una buona notizia almeno, o un regaluccio. Io no. Se avessi avuto un po’ di coraggio avrei schiacciato tutti i ragni incontrati nella vita, ma il coraggio non è proprio il mio forte; e ancora oggi un ragno grosso m’ispira un senso di rispetto da lontano; se si avvicina un poco, mi fa strillare. Ma certi pregiudizi di donnette non gli ebbi mai.

E alla scuola magistrale quando il professore di italiano, un bell’uomo sui cinquanta, che ci aveva innamorato tutte, recitandoci le poesie con una voce (che voce! un flauto); quando dunque il professore d’italiano si mostrò sgomentato perchè nel gesticolare ebbe la disgrazia di rovesciare il calamaio, e due di noi accorsero prima del bidello a impedire che si macchiassero le carte preziose, il sentirgli poi dire, con quel suo flauto, che l’inchiostro gli metteva paura se usciva violentemente dal calamaio, mi fece perdere un po’ d’ammirazione per il professore, per la letteratura e per la poesia.

Non avevo io ragione? A che serve essere tanto letterati, tanto professori, recitare così bene le poesie se, a cinquant’anni sonati, un calamaio, rovesciandosi, può guastare la nostra felicità?

E veramente quel giorno il professore fu infelicissimo; mi ricordo che noi applaudimmo più delle altre volte per fargli passare la paura, ma non vi fu verso; se n’andò sconsolato.

Se almeno almeno gli fosse morto il canarino o il micio, avrei potuto cambiare idea sul punto dei pregiudizi; ma al professore, che sappia io, non accadde nessuna sventura per avere versato l’inchiostro sulla cattedra.

E pure, a sentire certuni, dal mondo invisibile ci vengono gli avvisi più straordinari, in forme così semplici da non si credere. Alla stessa mia povera Tizia, a cui voglio un bene dell’anima, non capitò forse la sventura di perdere il fidanzato nella strada dalla chiesa al municipio? E perchè? Perchè il giorno del fidanzamento si era rovesciata la saliera sulla tovaglia.

Tizia è famosa per avere di questi annunzi a tavola; un’altra volta, in un desinare allegro, improvvisato senza giudizio in campagna, al momento di scodellare la minestra si contarono celiando.... orrore!... erano in tredici! Per cancellare il brutto numero fecero venire il marmocchio del fattore, ma sapete bene (cioè voi non lo sapete nè bene nè male, come non lo sapevo io), quando il brutto numero è segnato il destino ha detto la sua parola. Infatti quella scorpacciata procurò l’indigestione al notaio Simola, il quale non ne mori entro l’anno, ma si spense poi con comodo, di un’altra indigestione, perchè a settantacinque anni aveva un appetito da divorare i sassi, e pochi denti per masticarli.

Oramai in casa di Tizia sanno il rischio che si corre andando a tavola in molti e quando si fa un invito a desinare si sta bene attenti a non trovarsi poi in tredici, perchè si è visto il poco risultato delle toppe. Ma con tutte le precauzioni non sempre riesce di evitare la cifra fatale; talvolta si crede di essere al sicuro; sopraggiunge una visita improvvisa; è una persona cara che si vorrebbe trattenere a desinare. Come fare? La tentazione sarebbe di dire ad un’altra più indifferente di andarsene, e una volta la mamma di Tizia ebbe il triste coraggio di mandare in cucina insieme coi bambini un nipote melenso, non avendo l’altro di far venire a tavola i ragazzi.

Ma anche questa volta la cosa andò male. Un invitato, lo zio Guido, uno scettico burlone, dopo essersi scusato di non poter venire fece l’improvvisata, e appunto venne per essere in tredici a tavola.

Fu veramente una brutta celia. Tizia e la mamma sua, buon’anima, prese dalla disperazione, allungarono le mense un altro poco, fecero venire a tavola tutti i monelli, persino la balia, e il nipote melenso riebbe il suo posticino.

Per quella volta almeno la cosa passò liscia e non capitarono disgrazie.

Invece, io rido queste paure, ne ho riso sempre e sempre ne riderò: però del numero 13...

Ma è ancora presto per dire che cosa è capitato per questo numero fatale.

Voglio ricordare invece che, quando ero piccina, avevo un faccione di luna piena, ero diventata tonda come un pane di burro, e vi potrei giurare che non era l’abbondanza delle refezioni di collegio. Mi ricordo anzi che, avendo sempre un appetito fenomenale, a tavola mi cacciavo in tasca una pagnotta per nasconderla sotto il cuscino andando a letto e divorarmela in silenzio, caso mai mi svegliassi la notte. E mi svegliavo sempre, perchè pativo gli stiramenti di stomaco.

Dunque, ogni volta che riportavo a casa la mia luna piena, il povero dottor Tanzi, amico di mio padre, si rallegrava tanto della mia salute e mi voleva sputare addosso. Egli credeva di far finta soltanto, ma sputava davvero, ve lo assicuro, perchè gli mancava un dente incisivo.

Ricevevo gli sputi con dispetto mentre il dottore rideva, assicurando che faceva così per non mettermi il mal’occhio. Ed era un dottore ed era vecchio! Dio se l’abbia in gloria, perchè ora gli ho perdonato. Ma che dico mai! Gente seria ce n’è pochina davvero. Io che non sono poi vecchia (vi pare? ho vent’anni compiti appena) ho conosciuto un avvocato, che se uscendo di casa incespicava, tornava a letto e si dava per ammalato in tribunale.

E a Parigi e a Londra (parlo per udita), non è forse vero che i padroni di casa hanno abolito il numero tredici, e si sono immaginati di correggere la brutta impressione del numero fatale mettendo sul portone il numero 12 bis? Furbi, non è vero? ma anche così non riescono sempre ad appigionare i loro quartieri, perchè v’è molta gente seria, la quale per nulla al mondo vorrebbe andare a stare in una casa segnata col numero dodici bis.

Ah! Dio buono, che miserie!

Ebbene, no; non è una miseria.

II.

Voi non conoscete Augusto, scusate, volevo scrivere il signor Augusto, anzi il dottor Augusto, perchè egli ha preso la laurea in chimica da un mese. Ha ventitrè anni non compiti, una salute di ferro, una meravigliosa disposizione a godere di tutto.

È fatto con la stoffa della gente felice.

Se egli ha una cosa in poter suo è sicuro d’avere il meglio che sia stato creato al mondo; allo spettacolo più noioso egli tanto tanto trova modo di divertirsi, non brontola mai contro la sorte cieca, la quale fa il possibile per dargli ogni fortuna. La vita è per lui una faccenda allegra che dovrebbe durare almeno un secolo. Questa natura invidiabile ha anch’essa il suo tarlo; è assalita dall’improvviso sgomento ogni tanto, di doversene andare all’altro mondo, mentre egli si trova molto bene in questo. Gli hanno forse detto che ha un vizio occulto al cuore, o al fegato o al polmone? Nient’affatto. Egli è sano come un pesce sano... Ma ha paura degli avvisi del mondo tenebroso, è persuaso d’essere circondato da spiriti oziosi, i quali non abbiano altro a fare fuor che avvisarlo di qualche cosa di straordinario. Per esempio: quando una seggiola scricchiola forte senza che anima viva la tocchi, sapete voi che cosa vuol dire? No, io nemmeno; ma per il giovine chimico significa: «Augusto mio, sta attento, che ora ti sta per accadere qualche cosa.» E se nulla accade, come è il caso più frequente, la seggiola allora voleva dire: «noi siamo spiriti vagabondi; abbiamo tutte le ventiquattr’ore per annoiarci e ora ci divertiamo a far scricchiolare una sedia.»

Il baco d’Augusto è questo solo; ma ne avanza perchè su tutte le sue contentezze passi ogni tanto un velo nero.

Naturalmente anch’egli, ha in gran considerazione i ragni; più sono grossi più li rispetta, e con i ragni accoglie volontieri la visita dei mosconi, i quali, dice lui, vengono ad empirgli un momentino la stanza di notizie allegre, mugolano in gran fretta e se ne vanno subito, perchè i mosconi hanno molto da fare e non possono perdere un minuto del loro tempo prezioso.

Invece anche il chimico Augusto odia il sale di cucina, l’inchiostro e il resto, e ha in orrore speciale l’olio versato sulla tovaglia invece che nell’insalata.

Che idea venne al dottor Augusto il giorno del mio onomastico di regalarmi una medaglietta d’oro col numero tredici in traforo?

Forse un’idea semplicissima. La moda, che ha introdotto nell’oreficeria i porcellini, i quali da poco in qua portano anch’essi la fortuna, come i corni di corallo evitano la iettatura, si è messa in testa di riabilitare anche il numero tredici. Augusto sa quanto io mi beffi di tutte le superstizioni e mi fece quella celia.

Gli avevo dichiarato che non avrei mai messo al collo il suo amuleto, ma quel numero tredici era tanto carino, ed era d’oro, e lo accompagnava una catenella che io non avevo posseduto mai. Augusto pregò tanto che gli perdonassi, e quel gingillo mi stava così bene al collo che io finii per portarlo sempre, col portarlo tanto, da... smarrirlo.

E fu lo smarrimento un’afflizione per tutti. Anche per me.

Dicevo forte per consolarmi: «La vedete ora la virtù degli amuleti? Se questo disgraziato numero tredici che doveva darmi la fortuna e che non m’ha dato il bel nulla, avesse avuto un briciolo di puntiglio, mi sarebbe almeno rimasto. E, pazienza se fosse andato solo, ma la catenella a cui era attaccato, quella almeno doveva lasciarmela al collo, che mi stava tanto bene.»

Il dottor Augusto sorrideva melanconicamente, non rispondeva nulla, ma gli si poteva leggere negli occhi lo sgomento per la catastrofe impreveduta. Il numero fatale mi aveva abbandonato: brutto segno. Chissà quali e quante sventure stavano per piombarmi addosso!

Egli ne era sconsolato davvero, ed io quasi.

Naturalmente si pensò ad ogni rimedio possibile per ricuperare la medaglia preziosa. La sera stessa della catastrofe, la portinaia aveva fatto tutto il bastione di Porta Nuova con un moccolo in mano, cercando inutilmente tra gli ippocastani neri il numero disgraziato: il dottor Augusto e il babbo mio d’accordo erano corsi all’Economato municipale a denunziare lo smarrimento fatale, e l’inconsolabile chimica del donatore gli suggerì perfino d’inserire nel Secolo un annunzio che gli costò almeno una lira. Insomma si fecero tutte le cose più inutili che si sogliono fare in casi simili. Il numero tredici non tornava a casa.

Dopo tre settimane il babbo ed io ripassammo all’Economato ancora una volta, e ancora inutilmente, a vedere il sorriso curioso dell’economo, il quale con molta economia di parole apriva un cassetto, vi buttava dentro un’occhiata per compiacenza e annunziava: «Niente numero tredici.»

Allora decisi fermamente di non me ne occupare mai più. E il numero tredici tornò a casa.

Era proprio lo stesso, nella caduta non si era fatto male e nessuno l’aveva pestato; non aveva nemmeno perduto la bella lucentezza: anzi... ma no, era come prima.

E chi l’aveva trovato? Il piccolo fornaio del forno vicino; egli era stato un pezzo in dubbio se potesse tenersi il gingillo prezioso; sapeva bene, perchè il catechista gliel’aveva insegnato, che non bisogna desiderare la roba d’altri, ma il piccolo fornaio aveva già risposto alla propria coscienza ch’egli non aveva desiderato nulla, che la roba gli era venuta da sè fra i piedi prima e poi in saccoccia; ma dopo avervi pensato un pezzo per venire a patti con la coscienza turbata, la paura dell’inferno era sta più forte di lui ed egli aveva restituito ogni cosa.

— Bravo piccino! E come ti chiami?

— Mi chiamo Pedrin... i miei compagni mi dicono anche il Ciall.

Il piccolo fornaio era così pentito da non volere nemmeno accettare la mancia; e quando dopo molte cerimonie si decise a pigliare uno scudo, si voltò a vedere se già il demonio non gli fosse accanto. E via di corsa per non restituire altro.

Dite un poco, in un caso simile al mio, non è naturale che vengano pensieri straordinari? A me, per esempio, vennero questi.

Io non credo alla fatalità, nè al mal occhio, nè alla virtù degli amuleti di nessuna specie; il sale rovesciato sulla mensa mi lascia indifferente; l’olio sulla tovaglia non mi spiace quanto il vino, chè pure è un segnale d’allegria.

D’altra parte ho sempre creduto che un oggetto smarrito, quando è d’oro fino, trova sempre un amatore, il quale vi si affeziona subito e non se lo lascia più uscire di mano. All’Economato municipale di tutta la roba che si smarrisce in Milano, sapete voi, come so io, gli oggetti che vanno a ricercare il proprio padrone? Guanti spaiati in numero straordinario.

Se il numero tredici era capitato in mano di una persona onesta, non era proprio un miracolo? E il miracolo non vi pare più singolare se la mia medaglia era stata restituita da una personcina di quell’età quando il furto è quasi un’impresa lecita?

E, se per giunta la personcina è povera, che significa?

Di sicuro significa che della brava gente ve n’è ancora in questo mondaccio birbone che mi piace tanto, ma forse incomincia anche a significare che il numero tredici vale di più di tutto l’abaco e che la sua forza misteriosa, deve dar da pensare alle persone di giudizio.

Da quel sennino che mi vanto di essere, perchè tutti me lo dicono, stavo per avviarmi in quei pensieri meravigliosi, quando accadde una cosa tanto strepitosa da non credere vedendola e toccandola con mano.

III.

Dunque accadde questo, semplicemente questo, che il babbo, tornato a casa per colazione, fece il misterioso. Fin dall’uscio notai sulla sua faccia serena qualche cosa d’insolito; nel deporre il cappello ed il bastone, il babbo caro, come fa quando è di buon’umore, si fregò le mani, ma poi si ricompose per cacciarle in tasca, e subito le mise fuori un’altra volta, e incominciò un gesto solenne che finì in nulla. Io risi per condiscendenza.

— Che hai, babbo? Dimmelo subito subito; sai bene, io sono tanto curiosa.

Non è vero nient’affatto ch’io sia curiosa; il babbo lo sa. Ma che! Egli non aveva nulla! Nulla? Veramente nulla. Veramente? Ah! no, veramente aveva un appetito da non si dire.

Io me n’andai in cucina a dare la lieta novella alla fantesca, perchè essa portasse in tavola ed anche perchè il babbo caro, se avesse mai qualche cosina da nascondere sotto il mio tovagliolo, lo potesse fare con comodo e godersi tutto il sapore dell’improvvisata. Non c’è altri, alla nostra mensa, fuor che il babbo ed io, dacchè la mamma se n’è andata in paradiso; e pure non vi è mai musoneria. Il babbo, al ritorno dall’uffizio, ha sempre una gran voglia di ridere per tenermi allegra. Io, per tenere allegro lui, faccio altrettanto. Avevo preparato anch’io una sorpresa e l’aveva messa appunto sotto il suo tovagliuolo. Voi indovinate subito che non poteva essere altro che il numero 13; ma non indovinereste mai, se io non ve lo dicessi, che cosa trovai sotto il mio tovagliuolo.

La stessa medaglia traforata, appesa ad una identica catenella, nient’altro che il numero 13. Fu una risata tanto rumorosa da far accorrere la fantesca senza la minestra.

Ma che è stato? Il babbo aveva voluto ridarmi la felicità smarrita col numero disgraziato? Ma che! il babbo è incapacissimo d’una cosa simile; non ama i gingilli leggeri; a lui piace l’oro massiccio, e quando gli fate vedere uno spillone o un braccialetto, egli subito ve lo pesa sotto gli occhi vostri, facendolo passare da una mano all’altra; il traforo e il filograna lo disgustano sommamente.

No; il babbo non aveva comprato il numero fatale, ma il numero fatale era tornato a casa da sè.

E come? Per la via dell’Economato municipale!

«Ma allora?» esclamai.

Il babbo per aspettare la mia meraviglia, non aveva ancora toccato il suo tovagliuolo. Io stetti un poco in silenzio mordendomi le labbra per non ridere prima del tempo... e fu un’altra risata che fece accorrere di nuovo la fantesca (ma questa volta con la minestra) quando anche al babbo si presentò il numero 13 traforato ed appeso alla catenella d’oro.

Deposta alla meglio la zuppiera, senza versare il contenuto sulla tovaglia, che sarebbe stato una pena per il babbo e per me, da farci morire il riso in bocca, la Brigida rise anche lei con noi e rise forte.

— Oh bella! oh bella! finì col dire, oh bella da ridere! Io ho penato tanto a cercare la medaglia sulla strada, che il moccolo mi si voleva attaccare alle dita; e ora, invece d’una medaglia, se ne trovano due sotto il tovagliuolo! E chi le ha messe lì? Io non ho apparecchiato....

— Ci dai il cacio? interrogò tranquillamente mio padre, facendo un istante la faccia seria. E Brigida via di corsa; ritornata col cacio si provò inutilmente a confermare che era una cosa da ridere, e dovette tornarsene in cucina e lasciarci a quattr’occhi. Ce li piantammo bene in faccia un momentino.

— Sei stata tu?

— Sei stato tu?

Ma che, nessuno dei due! Il babbo aveva proprio fatto un’altra visita all’Economato; vi era andato senza nemmeno l’ombra di speranza e l’economo gli aveva subito annunziato la nostra fortuna.

E chi aveva trovato la medaglia? E perchè non l’aveva restituita subito, da farci penare tanto senza costrutto? Ecco. La medaglia era stata ritrovata da un signore.... Da un signore? Signore, anzi cavaliere. E se la teneva? Se la teneva perchè l’aveva trovata la sera medesima e la mattina, col primo treno, era partito per Bologna! Solo al ritorno aveva potuto compiere il suo dovere.

— Non ti pare, babbo, che questo cavaliere avrebbe potuto, anche da Bologna, anche prima di mettersi in treno, restituire la roba trovata?

Pareva anche al babbo; ma, in sostanza, bisognava essere riconoscenti e ringraziarlo, perchè egli rinunziava al decimo che gli spettava per legge. Davvero? Davvero. Aveva dichiarato da principio che il decimo avrebbe dovuto essere regalato ai bambini lattanti, poi, quando l’economo gli ebbe fatto sapere che quel gingillo apparteneva a una bella ragazza (pare che l’economo del municipio mi trovi bella), il cavaliere aveva cambiato idea.

— Poveri bambini lattanti! dissi io. E il cavaliere ha detto almeno come si chiama e dove sta di casa?

Aveva detto tutto. Il cavaliere Annibale Codicini stava in via Larga n. 15.

— Andremo a ringraziarlo.

— È proprio necessario che vada anch’io?

Era necessario.

— Ma la medaglia tua come ti è arrivata? Non l’hai proprio comprata coi tuoi risparmi?

— Ma che! ti farò vedere il borsellino e vedrai che risparmi non ce ne ho quasi più. Vuoi vedere subito?

No, il babbo non voleva vedere; era inutile, diceva lui.

Se gli pareva così, almeno mi renderebbe lo scudo che avevo dato per mancia al Pedrin del forno?

Il babbo non disse sì, non disse no, pensò un poco, tra una cucchiaiata di minestra e l’altra mise un tempo lungo, poi depose il cucchiaio per annunziarmi che questa seconda medaglia non doveva essere altro che un regalo anonimo.

— Sapevamcelo! Ma di chi?

Di chi?... di chi?...

A un tratto, ci guardammo negli occhi, una medesima idea si affacciò a un punto.

— È roba del dottore Augusto, dissi sottovoce.

Il babbo fece di sì col capo e ripigliò il cucchiaio.

In un minuto di silenzio, s’erano affacciate altre idee al mio cervello; e certo erano le medesime che venivano incontro al babbo, perchè rialzando il capo a guardarmi, egli me ne annunziò una che veniva in quel punto a me pure.

— Vuoi scommettere? incominciò.

Io proseguii:

— Vuoi scommettere che mio cugino verrà oggi stesso per vedere se il Ciall ha fatto bene la sua piccola commedia, e se io sono proprio contenta?

— E perchè ha fatto questo? mi domandava il babbo; e perchè ha fatto questo? domandava a sè stesso. E si lasciò sfuggire ancora: egli ha tanta paura del matrimonio.

— Ne ho tanta anch’io, confessai.

— Sciocchina.... zitta che suonano, è lui di sicuro.

— Oh! Dio! e non abbiamo combinato nulla!

Il dottore Augusto era di casa; venne diritto fino alla stanza da pranzo precedendo Brigida; appena appena si fermò sull’uscio per domandare il permesso d’entrare, entrò e impedì, premendo leggermente sopra ai miei omeri, di rizzarmi per offrirgli una seggiola.

— Che buon vento? domandò il babbo. Arrivi tardi, ma ti possiamo dare una frittata e un dito di vino.

Il dottore Augusto non voleva nulla; il vento che lo aveva portato era questo solo: un gran bisogno d’avere informazioni sopra un giovanotto offertoglisi come apprendista nel suo laboratorio chimico. Il babbo doveva conoscerlo bene, perchè....

Non sentii neppure il perchè. Pensavo: «che cosa farà il babbo? Dirà tutto? Non dirà nulla? E se il babbo tace, come farò io? parlo o sto zitta?»

Per me taccio. A parlare vi è sempre tempo, non è vero? vedremo, cugino carissimo, se non dicendo noi proprio nulla, sarai buono d’andartene con la sola informazione di Crispino Colla. Perchè quel giovinotto apprendista era poi Crispino Colla, e mio padre si dilungava a lodarne tutte le buone qualità. Purchè, finito il panegirico di Crispino Colla, gli venga in mente di tacere del numero 13!

Il dottore Augusto mi sembrò contentone durante tutte le parole di mio padre e anche dopo. Girò solo gli occhi intorno alla stanza come se cercasse qualche cosa, trovò gli occhi miei che lo guardavano, si fermò un momentino a sorridermi, e si alzò da sedere per andarsene. Aveva una gran fretta di correre al suo laboratorio!

Cominciavo persino a dubitare che non fosse lui, quando mio padre entrò a dire:

— Sai che abbiamo ritrovato il numero 13?

— Possibile! esclamò mio cugino, esagerando la sua meraviglia; poi disse con più naturalezza: Possibile!

Stavo per dolermi che il babbo non sapesse fare, ma egli fece meglio assai di me.

— Sì, disse tranquillamente, l’ho trovato io; quell’economo del Municipio è una brava persona, sembrava contento di darmi la buona notizia... da lontano mi disse: numero 13! e prima ch’io arrivassi alla scrivania l’aveva già in mano. Faglielo vedere, bimba.

Ed io feci vedere.

Ora il mio signor cugino non trovava parole; guardava la medaglia dai due lati in gran silenzio.

«Eh! via! falla finita, dissi mentalmente, sbottonati che non ci perdi nulla, e io ti sarò grata della seconda medaglia come della prima, tal quale.»

Il cugino carissimo continuava a guardare ora la medaglia, ora la catenella, sempre in gran silenzio.

«Di che temi, continuai come prima, che io possa scaldarmi la lesta per te quando sappia che il donatore sei sempre tu?... bimbo buono, t’inganni.»

Finalmente il dottore Augusto ci annunziò che quello era il numero 13 ch’egli aveva regalato a me.

— Proprio quello? domandai celiando.

— Proprio quello; ha un segno speciale nella coda dell’unità che non è riuscita perfettamente dritta.

— Ma che dubbio ti poteva nascere? domandò il babbo, se ti dico che la catenella me l’ha restituita l’economo del Municipio, quello stesso al quale avevamo fatto la denuncia della....

Intendendo d’essere arrivato a dire uno sproposito si arrestò di tronco, infatti il dottore Augusto, con sorriso indulgente, disse:

— Il numero 13 è di moda; se ne vendono tanti, forse se ne smarriscono tanti, e si assomigliano tutti; per lo più hanno una catenella simile; non mi sarei stupito che l’economo avesse restituito a voi la roba perduta da un altro.

— Infatti, diss’io, ecco qui un altro numero 13 che oggi stesso ci fu restituito dal fornaio dirimpetto.

— Oh! Oh! davvero? Meraviglioso!

— Proprio meraviglioso!

— Vediamo ora quello del fornaio, disse senza scomporsi il nostro chimico. Il babbo e io stavamo zitti.

— Ecco, pronunziò il chimico con lo stessa disinvoltura indolente, ecco, qui il traforo è riuscito meglio; non pare anche a te (mi pareva, ma tacqui), la catenella è quasi simile, ma non è la medesima... guardateci bene.... Il babbo e io guardammo bene senza fiatare perchè ora sembrava a tutte due che il cugino si pigliasse la rivincita, come se, avendo già visto tutte le nostre idee segrete, gli piacesse buttarle all’aria tranquillamente senza buttarcele in faccia come forse aveva diritto di fare.

Insinuai timidamente:

— Io capisco l’economo, ma non intendo il fornaio.

— Perchè dimentichi il manifesto attaccato a tutte le cantonate di Milano, e l’annunzio del Secolo che ci costò una lira.

Era vero anche questo! Silenzio per un altro poco; ma quando il dottor Augusto annunziò che se n’andava proprio al laboratorio, il babbo disse:

— E ora che cosa facciamo? Non ci è lecito trattenere la roba d’un altro?

— Per la quale io ho dato uno scudo al Ciall; bisogna restituire la catena al fornaio e farmi ridare lo scudo.

— Oppure io andrò all’economato a dichiarare che, esaminato bene, quello non è il numero 13 smarrito da noi.

— Già... e lo scudo allora chi me lo rende? il Padre Eterno? Meglio fare la restituzione al Ciall.

— Meglio trattenere ogni cosa, consigliò il chimico; ma leggendomi negli occhi l’orrore del peccato mortale (perchè è un peccato mortale tenersi la roba d’altri, non pare anche a voi?) aggiunse: Con un’altra lira si può inserire nel Secolo un avviso per chi avesse smarrito la medaglia e la catenella; se si presenta qualcuno gli si rende; se no, si ha il cuore in pace.

Stavamo ancora a pensare se questa idea fosse la migliore, quando il campanello della porta ci annunziò una visita.

— Io scappo! disse Augusto.

Ma non ebbe tempo, perchè irruppe con grande ansietà, come fa sempre, la mia buona Tizia!

Ma voi non conoscete ancora Tizia. Essa è proprio come un fringuello, ne ha le mosse graziose e la ciancetta allegra; non direste mai che a quella povera ragazza sia toccato il brutto caso di perdere lo sposo in istrada, tanto ha l’aria contenta di essere al mondo. Tutto il giorno, se non fosse che a una certa ora si fa il buio, e allora escono dal mondo invisibile gli spiriti buoni o maligni o burloni a farle paura, la mia Tizia sarebbe una donnina felice.

Essa pure non ha la mamma, e come me, ha il babbo soltanto, che le vuole un gran bene, ma non può accompagnarla a fare le visite perchè è tutto il giorno inchiodato all’uffizio, come il babbo, anzi peggio.

Perciò Tizia, che quando non è buio ha un coraggio da leone, esce sola a portare le chiaccherine affettuose e il sorriso buono alle amiche. E tutte le vogliono molto bene, ma nessuna gliene vuole quanto me. Che cosa non farei io per vederla contenta? che cosa non farebbe essa per me?

Così pensavo quando essa mi copriva di baci. A un certo punto pensai ancora: Oh, sta a vedere che l’altro numero 13 è roba sua! Essa che per il sale versato sulla tovaglia ha avuto la disgrazia che sapete, è capacissima di aver voluto correggere la minaccia della sorte ridandomi il mio amuleto, o almeno la pace se mai l’avesse perduta.

E io che potrei fare per lei?...

Darle marito. Ma la cosa è tanto difficile.

Ne parlerò al babbo.

Si ricominciò il giochetto del numero 13 per la mia Tizia; prima il babbo gliene fece vedere uno, e quando essa si fu rallegrata meco della fortuna, mentre io la guardavo ben bene in faccia per scoprire qualche cosa, il caro babbo mostrò l’altro amuleto.

— Due! esclamò Tizia con maraviglia schietta; questa è proprio aver la sorte; chi non smarrirebbe qualche cosa, sapendo di trovare il paio?

Era così ingenua nella contentezza che mi tornò la voglia di baciarla in bocca, mi tornò anche il pensiero di prima, ma spropositato così: Anche tu, buona e cara Tizia, anche tu che hai smarrito lo sposo nella strada del municipio, dovresti trovarne due....

Ma non lo dissi, assicurai invece che in ogni modo uno bisognava restituirlo.

Intendevo dire l’amuleto e lo sposo.

Il dottore Augusto che aveva tanta premura d’andarsene, non si moveva più; probabilmente era curioso anche lui di vedere il fondo di quel piccolo intrigo: probabilmente a lui, come a me, era venuta la stessa idea. Ma io avevo subito visto che non aveva fondamento; e perchè non l’aveva visto anche lui? Ah! Dio buono! Guardai di nascosto l’uno e l’altra; erano bellini entrambi, buoni tutti e due. Ah! Dio grande! Se mi riuscisse di farli sposare!

In questo momento appunto, il babbo spiegava a Tizia, per la terza volta, come era andata la faccenda dell’economato. «Io entro, dice lui, mi fermo sull’uscio perchè non avevo ombra di speranza, al primo cenno dell’economo potevo andarmene, invece...»

Sicuramente! Se il cielo m’aiuta, io li sposo! Sono fatti l’uno per l’altra: Tizia è alta due dita più di me; deve essere l’ideale di mio cugino Augusto, che ne ha due meno di me! Il cielo gli ha fatti uno per l’altra e io li appaio.

Il babbo diceva:

— Sì, bisognerà andare a ringraziarlo oggi stesso; è il meno che possiamo fare... Non è vero, bimba?

— Dal cavalier Codicini? ma non sarebbe meglio che andassi tu solo?

Tizia, in questo momento, chiuse gli occhi un momentino, gli riaprì, gli richiuse, e se il dottore non era pronto a riceverla nelle sue braccia, mi cadeva ai piedi stramazzoni.

— Che è stato? Che è stato?

Tizia si riebbe subito, si tolse dalle braccia di mio cugino, arrossendo un poco, e venne nelle mie.

— Un capogiro, disse, passerà... è passato.

Era essa soggetta ai capogiri?

Sì, un poco, cioè, no, mai.

— Si metta alla finestra e respiri forte, consigliò il babbo, rimasto sempre un po’ medico da quando studiò il primo anno di medicina, trentadue anni sono, poi l’accompagneremo a casa... noi andremo a far visita al cavaliere... Che ha? il male la riprende?

Non aveva nulla: proprio nulla, sorrideva, ma era tanto pallida!

IV.

Quella sera, prima d’entrare in letto mi ricordai che la catenella mia, quella che mi legava al collo il numero 13 proprio mio, aveva un anellino non interamente chiuso, che se si era aperto ancora un poco più, poteva essere stato la causa dello smarrimento. E subito presi in esame le catenelle restituite: tutte e due erano intatte: parevano uscite allora allora dalla bottega.

— Babbo! chiamai dall’uscio.

E il babbo mi rispose dalla vicina camera:

— Sono a letto, entra pure.

— Non entro, perchè... ma ho fatto una scoperta curiosa...

— Che scoperta?

— Nessuno dei due numeri 13 che ci sono tornati a casa, è il mio.

E mi spiegavo bene dall’uscio.

— Ma tu avrai freddo stando così: va’ a letto, potremo parlare lo stesso.

Ascoltai il consiglio e cianciammo un pezzo.

Non ci potevamo capacitare che, in uno stesso giorno, per un amuleto perduto, ne tornassero a casa due. Il babbo spiegava a me e io al babbo inutilmente: pensa che quel gingillo è di moda, che tutte le vetrine degli orefici ne hanno in mostra una dozzina almeno, che tutti sono fatti forse nello stesso stampo, forse le catenelle fabbricate a chilometri, poi tagliate a spanne.

— Sì, sì; ma per lo più sono d’argento dorato e la mia è proprio d’oro.

Veramente sembravano d’oro anche le altre! Sembravano, ma chi lo sa?

Allora sento il babbo, senza dir altro, scendere dal letto, infilare una palandrana e le pantofole. Poi venne in camera mia, con la pietra di paragone, e lì, mentre io ridevo sotto le coltri di quella scenetta e di quell’arnese stranissimo del babbo, egli assaggiò sulla pietra le catenelle e i medaglioni e se ne tornò in camera senza dir nulla.

— È oro? domandai.

— Aspetta, rispose il babbo, che mi sembrava contento di darmi saggio di scienza occulta.

— È oro, rispose.

E subito lo sentii entrare in letto.

— Sono oro tutte due.

— Come lo sai?

— Ho sempre i miei acidi, sono un po’ alchimista anch’io.

Era vero; non per nulla aveva studiato il primo anno di medicina.

Ma il caso era dunque più singolare ancora. Un po’ a occhi aperti, un po’ a occhi chiusi, tutta notte io sognai che il numero 13 d’oro aveva la virtù di moltiplicarsi. In qualche momento di requie che mi davano il sogno e il pensiero, mi tornava in mente il malessere di Tizia, sul quale non mi era riescito di avere spiegazioni, non ostante che l’avessi accompagnata a casa. Pensavo: il male l’ha pigliata due volte; che cosa si stava dicendo allora?... si parlava dell’economato, della visita che bisognava fare al cavalier Codicini.... In questo non vedeva nulla di male per Tizia; il cavalier Codicini non è il signor Ramelli, il quale sei anni sono ha piantato la sua fidanzata col pretesto d’un’improvvisa perdita di denaro che lo rendeva inabile al matrimonio. Ah! birbi d’uomini!

Era invece paura! perchè questi signorini belli (qualche volta sono brutti come il peccato) dopo aver scaldata la testa delle ragazze ingenue, se non hanno a sposare un milione, o mezzo almeno, sono sempre soggetti a tali sgomenti di non poter bastare a dare la felicità alla loro compagna... per tutta la vita. Pazienza se fosse un paio d’anni o un paio di mesi... ma tutta la vita! E non era vero che il signor Ramelli avesse penuria di quattrini; suo padre era ispettore d’una banca e cassiere in una gran fabbrica. Ma sì... Codicini, Ramelli, il numero 13, molti numeri tredici... Chiudevo gli occhi al sonno.

Una volta risvegliandomi, a un tratto, mi si affacciò netta la memoria d’una risposta di Tizia mentre, dopo averla accompagnata a casa, essa e il babbo suo accompagnavano noi, come si fa qualche volta. Io volevo ch’ella mi parlasse del suo antico innamorato avendo la idea fissa ch’egli dovesse entrare per qualche cosa nello svenimento.

— Non ci penso proprio più; era tanto naturale che non mi sposasse; non sono ricca, io.

— Come me, esclamai; tanto meglio; così se, per un caso straordinario, uno che mi piaccia voglia sposarmi, so che sposa me sola; ma siccome questo caso si va facendo più straordinario ogni giorno in questa cara Milano, e io non voglio incomodare il cielo a domandargli un miracolo, ho già deciso, deciso proprio; rimarrò zitella.

Che gioia balenò allora sulla faccetta di Tizia!

— Tu pure dunque...

— Io sì, ma tu no; sei tanto carina tu, devi trovare marito, me ne incarico io, vedrai... Ma per me è chiaro come il giorno chiaro, non mi marito.

Abbassavo la voce, perchè i nostri babbi, che ci seguivano a pochi passi, non ci udissero.

— Bisogna che le ragazze comprendano di buon’ora che si può vivere zitelle magnificamente e prepararsi la vecchiaia meno difficile. Dalla poca esperienza che ho io, mi sembra provato questo: noi donne non godiamo proprio nulla di nulla; quando i signori uomini ci hanno vestito bene e ci mandano a spasso sole, perchè essi hanno altro da fare, quando ci permettono di cianciare delle mode, di ammazzare la noia coll’uncinetto, o con un romanzo francese, credono d’averci dato moltissimo; se poi ci nasce un figliuolo e lo tiriamo su con pazienza, allora ci hanno dato tutto; non ci deve mancare più nulla. Sai che cosa si dovrebbe fare noi zitelle? Un circolo, un club, come dicono loro, un’associazione di mutuo soccorso; ogni ragazza pagherebbe un piccolo tanto, finchè fosse zitella; se avesse la disgrazia di sposarsi, pagherebbe il doppio; almeno le ragazze andrebbero incontro alla vecchiaia senza terrore.

Tizia sorrideva, pensando ad altro; osservò solo che questa associazione farebbe il comodo delle brutte: le belle non ci vorrebbero stare. Le belle? Chi sono poi le belle? Una ragazza quando è bella, ne ha, a dir molto, per quindici anni; se in questo tempo non trova il marito che le piacerebbe (e nota che se uno le piace, non glielo può andare a dire), se non trova il suo vero compagno, se non si rassegna a pigliar l’altro, va nel mucchio con tutte quante.

— Pare anche a te?

Tizia acconsenti per farmi piacere; ma non pensava alle zitelle delle future associazioni; guardava, come se la vedessi, in fondo al proprio cuore, innamorato ancora di quel birbo di Ramelli.

I nostri babbi, camminandoci alle calcagna, parlavano anch’essi; ogni tanto si fermavano per mettere una maggiore distanza fra di noi, e, si sentiva bene, abbassavano essi pure la voce; ma che dicessero non sapevo proprio.

E quando Tizia se ne fu tornata a braccetto di suo padre, io presi il braccio del mio e gli domandai:

— Che cosa dicevate con tanto mistero?

Il babbo rise forte.

— Dunque facciamo la visita al cavalier Codicini; sarà una cosa da non pensarci più.

— Si, facciamola, ma mi dirai tutto.

Tutto era semplicemente questo: i nostri genitori, trovandosi nella medesima condizione di vedovi con figliuole, avendo afferrato a volo la proposta che io facevo dell’associazione di zitelle, s’erano avviati a parlar a bassa voce delle difficoltà enormi che trovano le ragazze, in una gran città, a pigliare marito. A Milano ci sono tante mogli ad ogni passo, diceva il babbo. Come? M’intendo io... S’intendeva lui! E allora avevano stabilito di fare un patto, ancora una specie di associazione. Il babbo mio doveva occuparsi di dar marito a Tizia; il babbo di Tizia si occuperebbe di dar marito a me; se non potessero proprio riuscire, quando avessero perduto ogni speranza... ma a questo punto il babbo fu preso da tanto buonumore, che la frase non potè andare alla fine.

Una risata non riesce mai a sviarmi, quando voglio sapere una cosa.

— E quando avrete perduto ogni speranza? insistei.

— Quando il signor Diego Corona avrà perduto ogni speranza di darti marito, si proporrà lui stesso.

— A me?

— A te.

Il babbo rideva fino a far voltar gente che ci passava accanto; ma non lacrimava ancora, come quando volle dire che, non riuscendo lui a maritare Tizia, si farebbe innanzi con un coraggio di leone. A questo punto soltanto ebbe bisogno della pezzuola per asciugarsi gli occhi. Ridevo anch’io, assicurando che, se Tizia fosse contenta di diventare la mia matrigna, sarei contenta di diventare la sua...

Silenzio; eravamo giunti in via Larga al n. 15.

— Il cavalier Codicini è in casa? domandò il babbo serio serio, affacciandosi al finestrino della portineria.

— È uscito or ora; deve avere appena voltato il canto.

Oh gioia! una carta di visita piegata da un lato, come usava allora, e non se ne parla più. Ma il babbo volle aggiungere al suo nome e recapito due parole con la matita, così: «Venuto con la figlia a ringraziare caldamente per il n. 13...»

— Era proprio necessario scrivere così?

Il babbo mi rispose in strada che era almeno almeno utile; forse il cavalier Codicini era giovane, forse io potevo andargli a genio, e lui piacere a me.

— Ma ti vuoi occupare di me che non ho mai pensato a trovare marito, ora che ce ne ho uno assicurato?

Il babbo rise ancora prima di rispondermi.

— È vero, ma se non a te, potrà servire a Tizia; e io ho preso impegno di dar la caccia agli scapoli per conto suo. Tu aspettati una sfilata di impiegati del movimento; il mio socio ti farà conoscere tutto il personale non coniugato; io farò conoscere a Tizia gran parte del personale di controllo. Ne ho in vista parecchi, bellini assai: ma il difficile è indurli in tentazione; i giovinotti d’oggi vogliono godersi la gioventù: per trovare gente preparata al matrimonio, temo che mi toccherà fare un po’ di strada indietro fra i capi d’uffizio, escire dal controllo, passare alla manutenzione.

L’amministrazione delle ferrovie, per fortuna, tra capi e sottocapi, ha quasi un battaglione e molti non hanno moglie ancora, o l’hanno perduta da poco, che è il caso più bello; un vedovo ha tanto bisogno d’essere consolato... Il babbo caro pensò sicuramente alla mamma... e non disse altro.

V.

Il cavaliere Diego Corona si era messo all’opera con coscienza, e il giorno dopo verso l’una venne a far conoscere il suo primo candidato. Era il signor Prudenziano Barbotti, sottocapo nel movimento, il quale, avendo perduta la moglie da tre mesi appena, portava un lutto spaventoso da far morire a guardarlo lungamente. Catena di osso nero, bottoni neri alla camicia e ai paramani, occhiali incorniciati in osso nero, barba nera; tutto nero. Era d’una magrezza estrema, da parere un carboncino da disegno. Messo al mondo unicamente per scrivere l’epitaffio di sua moglie, doveva poi seppellirsi accanto a essa; e invece, appunto perchè penava troppo della privazione della sua compagna, non vedeva l’ora di sposarne un’altra.

Tutte queste cose il signor Prudenziano non le disse subito, chè avrebbe smentito il suo nome; si seppero poi; allora egli disse che da Rimini un amico suo e del babbo gli aveva scritto d’andare a trovarlo per fare la sua conoscenza.

Mentre egli così spiegava la sua visita, con molta lentezza burocratica, io mi sentiva venire uno gran voglia di ridere, e mi riuscì di di vincerla appena appena.

Il babbo, in quel punto, si ricordò di domandare segretamente al cavalier Corona che impressione gli aveva fatto il discorso del presidente del Consiglio alla Camera dei deputati; e lasciò che il signor Prudenziano mi esaminasse bene senza averne l’aria.

Senza esaminare lui, io l’avevo visto tutto. Noi donne possiamo mostrare cento aspetti a chi ci guardi, per confondere il suo criterio, ma con un’occhiata noi sappiamo quanto vale il nostro uomo.