IL TESORO DI DONNINA
S. FARINA
IL
TESORO DI DONNINA
(Quarta edizione)
MILANO
A. BRIGOLA & C., EDITORI
Via Manzoni, 5
PROPRIETÀ LETTERARIA
Milano, 1884 — Stabilimento tipografico F. Pagnoni.
I. UN GIORNO DI NATALE.
Gran bella mattinata davvero! Chi direbbe che siamo in dicembre e quasi alle porte di gennaio, vedendo questo cielo azzurro e questo sole in gran pompa di raggi? È molto se l'aria frizzante fa pensare a novembre, e pure la neve è raccolta qua e là a monticelli nel cortile, ed i diacciuoli si appendono con civetteria alle grondaie e riflettono i colori dell'arcobaleno entro i nidi deserti delle rondini.
Gran bella mattinata davvero, perchè annunzia un giorno ancora più bello — il Natale.
Per le vie è un gran silenzio, ma un silenzio dolce, il silenzio della gioia, assai più profonda e più pura quando tace che quando schiammazza. Non uno strider di ruote, non uno scalpitar di cavalli, e nemmeno quel sordo mormorio lontano, che segnala il ridestarsi della vita cittadina. Gli è che la vita della città è oggi la vita del focolare; gli è che migliaia di uomini, i quali forse fino ad ieri non ebbero se non buone o cattive passioni, si ricordano d'essere padri, mariti, fratelli, e di aver degli affetti: gli è che la società e la famiglia — due mondi che spesso roteano in un'orbita differente — si sono incontrate.
Qui, nel cortile in cui ci siamo introdotti, la segreta vitalità del silenzio si indovina meglio; fra le alte mura che separano questo luogo dal resto del mondo, e gli danno aria d'un chiostro, lo spirito è un maliardo più attento, l'immaginazione un cavallo di battaglia più focoso.
Noi ci sentiamo qui padroni del segreto di Asmodeo, e ci trastulliamo a scoperchiare le case per ritrovarvi i diversi aspetti d'una stessa gioia, per udirvi le stesse vocette infantili che confrontano i doni del Bambino che è venuto, e si anticipano le dolcezze di quelli dei Re Magi, che hanno ancora da venire, fantasticandone il reame di confetti e di cavallucci.
È la stessa nota da per tutto: due labbruzzi che interrogano, un volto sereno di madre che guarda amorosamente, e mille domande, e mille risposte che si compendiano alla stessa maniera — un bacio sopra una guancia color di rosa.
La reggia ed il tugurio sono pieni della stessa dolcezza: l'infanzia che schiamazza, la vecchiaia che sorride.
Da per tutto è la festa del focolare; il tizzo che arde nel camino scoppietta allegramente per rispondere alle ciancie dei vecchi fanciulli che si scaldano al suo fuoco; però che oggi più di ieri ogni uomo si senta vicino all'infanzia — e non gli state a dire che egli non crede ai Re Magi, è facile che non vi dia ascolto.
Accanto a queste gioie, vi è il dolore, vi è di peggio: la noia; — accanto ai felici che specchiano il loro sorriso nelle papille attonite dei bambini, vi ha chi dorme fino a tardo mattino un sonno greve, agitato dalle nauseabonde immagini dell'orgia della vigilia, e nondimeno più dolce del ridestarsi che lo attende; vi è la casa che non ha teste ricciute e bionde; vi è il cuore vuoto d'affetti e sordo agli echi d'una gioia tranquilla.... Ma l'Asmodeo che ci ha confidato il suo segreto non ci ha dato la sua malignità, e noi vogliamo pure illuderci che alcuna miseria non oscuri il sole di questo giorno, se per ciò non occorre altro che chiudere bonariamente gli occhi.
Ritorniamo al cortile ingombro di mucchi di neve.
È più di un'ora che un uomo va su e giù, rasentando la muraglia col capo basso e le braccia penzoloni. Quante volte ha misurato la larghezza dello spazio? Forse egli lo sa, poi che a vedere con qual aria severa e con quanto scrupolo attende alla sua bisogna, senza affrettare il passo mai e senza voltare mai un pollice prima, si direbbe che egli abbia prefisso un numero inesorabile alle sue misteriose evoluzioni, e che dalla esattezza dipendano le sorti di un disegno occulto.
Non vi ha viaggio che, coll'aiuto della Provvidenza, non abbia presto o tardi un termine; tutto sommato quello del nostro incognito è ancora dei più brevi, perchè ha durato un'ora, dieci minuti ed un certo numero di secondi di cui non terremo conto per non essere più scrupolosi dell'enorme orologio che ci sta in faccia, il quale ha due sole frecce, — una per le ore, l'altra per i minuti — nè per ciò si crede un orologio da poco.
Quell'infaticabile camminatore s'arresta di botto colla precisione d'un automa, solleva il capo, gira lo sguardo intorno e muove difilato verso una porticina a vetri, senza badare ai mucchi di neve nei quali inciampa ad ogni passo gettandosi innanzi un polverio luccicante; gira la gruccetta di ottone e sparisce chiudendosi l'uscio alle spalle — non però così presto da impedire il passaggio a chi avesse la buona volontà di tenergli dietro, come l'abbiamo noi.
Appena il nostro sconosciuto ha posto il piede nella stanza, una voce cavernosa e tremante, ma raddolcita ed assottigliata ad arte, lo saluta per nome:
— Buon giorno, babbo Jacopo.
— Buon giorno, figliuolo mio.
— Hai dormito bene, babbo?
— Benissimo, grazie.
La voce infantile tace, ed il signor Jacopo passa oltre, tirandosi dietro la più bizzarra creatura che si possa immaginare. È un vecchio curvato, assottigliato, rimpicciolito dagli anni, ma tuttavia alto più del comune; ha capelli bianchi, cadenti in ciocche arruffate sulle spalle, e cammina a piccoli passi saltellanti, sforzandosi evidentemente di dare ai suoi modi un'apparenza bambinesca. Il viso scolorito e scarno ed il corpo mingherlino lo fanno somigliare ad una gigantesca pergamena. — Non domandate la storia di questa pergamena vivente. Non chiedete quali avvenimenti ha enumerato il cuore di questo uomo in settant'anni. E sono proprio settanta? Poi che egli se n'è dimenticato, poi che il suo cuore non invecchia, può essere che la canizie mentisca. Se i fanciulli sono prima di tutto creature ingenue ed innocenti, mastro Paolo è il miglior fanciullo che noi conosciamo; e nessuna volgare considerazione ci tratterrà dal chiamarlo Paoluccio, come egli vuol esser chiamato.
Il signor Jacopo e Paoluccio formano un contrasto piuttosto bizzarro, come ognuno può immaginare, e nondimeno le molte persone radunate in quell'ampia sala non sembrano darsene alcun pensiero, e continuano a seguire con raccoglimento le fasi d'una partita di carambola, giocata con molto maggior gravità che di solito non se ne richiegga per simile occupazione, da due atleti fatti più formidabili dalla rivalità.
Oltre il cerchio compatto che si stringe attorno al biliardo è uno spazio vuoto, con panche e tavolini lungo le pareti, e nel mezzo una stufa enorme. Qui ritroviamo alcuni volti curvi sopra i giornali della vigilia.
— Badi, dice uno levando gli occhi furbi dal giornale, per guardare maliziosamente il signor Jacopo e Paoluccio, i quali si scaldano in silenzio accanto alla stufa, badi alla faccia di mastro Paolo; che cosa ci legge lei?
— Nulla, risponde il vicino spalancando due occhietti grigi attraverso i vetri degli occhiali.
— La natura le ha posto gli occhi in fronte per burla... si capisce... non fu che un pretesto per farle portare gli occhiali, anzi gli occhiali sono un pretesto trovato bene per far credere che gli occhi ce li ha.
— Ce li ho, ribatte l'altro, levandosi gravemente gli occhiali e passando una mano sugli organi calunniati, come per accertare la cosa.
Il calunniatore sorride in aria compassionevole, e si affretta a confortare il suo vicino assicurandogli che ha voluto fare una celia: poi ritorna alla prima indagine.
— Crede lei che abbia messo fuori la scarpetta?
L'interrogato si accontenta di ridere fra sè e sè, ma non risponde.
E l'altro insiste:
— Crede lei che ci abbia trovato qualche cosa?
Ma l'interrogato sembra aver paura di arrischiare le sue credenze e s'inabissa in una riflessione molto profonda, che minaccia d'essere altrettanto lunga.
— A che pensa, reverendo?
A questo titolo che gli ricorda il suo carattere sacro, una mistica luce sembra animare il viso del pensatore, il quale immagina di rispondere direttamente alla domanda col primo versetto latino dell'orazione domenicale.
Questa furberia liturgica non è però molto fortunata e fa una meschina figura in faccia al sorriso laicale dell'altro.
— Reverendo, dice costui, è furbo lei!
— Le pare, professore?
— Se mi pare! interrompe cattedraticamente il professore, se mi pare! Ma ci è ben altro che mi pare! E prima di tutto ci è che mastro Paolo ha messo fuori la scarpetta, un demonio di scarpetta, che se non fosse scarpetta potrebbe essere una barca...
— Proprio?
— Proprio.... e contenere una mezza dozzina di barcaiuoli, a due remi, in tutto dodici remi, senza contare il timoniere.
— È curioso.
— È vero.... In secondo luogo ci è che la scarpetta deve avergli fornito le pasticche di menta per tutto il mese, a masticazione continua; ed eccolo appunto che incomincia.
— È vero.
— È curioso.... questo sì, reverendo, è curioso; in tutta la sua diocesi lei non incontrerà mai una creatura più curiosa di mastro Paolo. Quale stravaganza, con quel paio di carnovali sulla coscienza, essersi posto in capo di essere un bambino svezzato da poco!... Oh! perchè non addirittura da latte?
Il reverendo sembra meditare sul quesito e trovarlo insolubile; il professore continua:
— È proprio una pazzia bizzarra, non è vero? Ma io domando: è mai possibile essere pazzi a tal segno? Un gramma di pazzia tutti quanti ce l'abbiamo, dobbiamo averlo, questo è in natura, ma o che mastro Paolo ne ha invece una tonnellata, o che tutto il suo cervello non pesa più di un gramma. Che dico?... ma egli è tutto pazzo, dai capelli bianchi fino alla pianta dei piedi, anzi fino alle scarpette... ah! ah! ah!
Messo di buon umore dalla sua arguzia, il professore batte amichevolmente sull'omero del reverendo, il quale s'ingegna d'associarsi a quell'ilarità per dimostrare la propria gratitudine.
Quando anche avessi in animo di torturare la curiosità dei lettori e fare d'ogni capitolo un indovinello, le ciarle del professore Rigoli non mi permetterebbero di andare innanzi lungamente senza guastare il sistema; ora poichè non si deve farne un mistero, meglio è dire subito che ci siamo introdotti nella sala di ricreazione d'un manicomio di Milano, e che i personaggi che vi abbiamo incontrato hanno tutti, secondo il linguaggio del professore, il loro gramma di pazzia, quando non ne hanno una tonnellata.
Il professore Rigoli per altro — ognuno se ne sarà accorto — è uomo ragionevolissimo, il che non toglie che egli ami la barzelletta e la forma caustica, quando si dimentica d'essere professore. Parla con sussiego di molte cose, anche di quelle che non sa, ed in mancanza di meglio possiede un silenzio così scientifico, che non ha confronti se non nei geroglifici egiziani. Tutto questo suole nel mondo condurre a gran cose. Il nostro professore ebbe però la disgrazia di non aver saputo coltivare la scienza, senza trascurare la moglie, la quale, giovine e bella, incontrò alla prima cantonata un giovinotto, che si era fatto un dovere di trascurare la scienza per coltivare le mogli degli altri. Avvenne che la scienza rimase fedele al professore, ma la moglie no, ed il marito dopo varie peripezie finì coll'innamorarsi d'un sistema scientifico capace di mettere la botanica in rivoluzione, voglio dire il sistema di «seminare i raggi di sole.» Questa scoperta, che doveva spalancargli le porte della gloria, fu dai profani accolta con diffidenza e gli aprì tutti gli usci del manicomio.
La partita di carambola è finita, ed il vincitore riceve modestamente le felicitazioni della galleria, mentre il perdente si conforta dandosi dell'asino colla convinzione di un carambolista ragionevole, il quale sa di non poter salvare il decoro di giocatore senza questo rimedio eroico.
Quasi nello stesso tempo l'orologio del cortile brontola le undici ore. La voce nota non si fa mai udire senza che qualcuno dei personaggi raccolti nella sala sollevi il capo dal giornale od esca dalla sua meditazione per tendere l'orecchio e stare in ascolto molto tempo dopo che l'onda sonora si sia smarrita nello spazio; questa volta però non una di quelle fisionomie si conturba; sorridono anzi, e le ciancie, un istante interrotte, sono ripigliate con maggior ardore, ed i capannelli si ingrossano dei più melanconici, che se ne stavano in disparte, ed un'allegria meno sospettosa del consueto esala da quelle povere anime.
Si capisce all'insolito pigiarsi l'uno contro l'altro, all'aria di affaccendarsi che tutti pongono nel far nulla, che i loro spiriti lavorano irrequieti alla prospettiva d'un avvenimento aspettato. Laggiù è uno, il quale sfoga la sua impazienza pestando con un certo garbo un valzer di Strauss sopra un pianoforte verticale; qui un altro che cammina a gran passi fregandosi le mani e sorridendo benignamente ai fantasmi del suo pensiero. In verità, il viso più tetro della comitiva è quello del guardiano del luogo, il quale, seduto in un canto, sembra meditare sulla idea melanconica d'aver conservato la ragione, ed ha l'aria di sentirsi umiliato perchè non riesce a darsi saviamente la metà dello spasso di quei cervelli malati.
Fra i più impazienti ve n'ha uno a cui viene un'idea luminosa; egli esce all'aperto, dà un'occhiata d'intelligenza segreta all'orologio, poi rientra contentissimo della sua gherminella... Ecco... battono le undici e mezza...
Ancora poche battute di valzer, ancora due ciancie animate, poi tutti escono dalla sala, dandosi un contegno grave più che forse non si richieda da gente piena d'appetito ed avviata alla mensa; ma l'ipocrisia, come tutte le altre scienze della vita, non può pretendere nei manicomi ai trionfi che l'accompagnano nel mondo ragionevole.
Nell'attraversare il cortiletto i poveretti sollevano il capo e dirigono gli occhi verso uno stesso punto, e fanno un saluto della mano colla regolarità di chi obbedisce ad una abitudine, e, prima di sparire ad uno ad uno nell'uscio del refettorio, si voltano e spingono il capo indietro e sprigionano il più dolce sorriso come per prendere commiato. Da chi? Da un'adorabile figurina bionda, da un volto color di rosa, che si protende fuor del davanzale d'una finestra poco lontana, inviando per l'aria un saluto amichevole.
L'avete udita la sua vocetta d'argento?
— Buon appetito!
Il cuore dei poveretti ha risposto «grazie.»
Sono scomparsi tutti... anche gli occhi della curiosa personcina... Si dà in tavola.
Il refettorio è trasformato; sono sparite le note mense, piccole e solitarie, disposte in giro per l'ampia sala, ed in loro vece pompeggia nel mezzo — proprio in quello spazio vuoto che tanti occhi sogliono guardare melanconicamente durante i pasti d'ogni giorno — una lunga tavola imbandita con una certa pompa appetitosa. Una mensa sola, una sola famiglia! Qual gioia! ciascuno prende posto con un impaccio non dissimulato, ma senza disordine; chi ha un amico con cui divide più intimamente le sue idee se gli fa accosto senza complimenti; ma in fondo non vi ha vero contrasto d'idee fra nessuno, e poi la gioia d'essere uniti e di sedere ad un banchetto, avvicina ogni antagonismo — l'appetito fa il resto.
Paoluccio è in preda ad una giocondità nervosa, perchè ha notato alla prima che la sua posata si è, per l'occasione straordinaria, accresciuta di un coltello, un vero coltello a punta rotonda, pochissimo tagliente, ma col manico d'ebano e colla sua lama di ferro genuino lucente come specchio. Pensate che beatitudine per quella povera creatura, e che sorriso infantile fra le sue rughe!
Egli non è però il solo a rallegrarsi, perchè ciascuno dei suoi colleghi ha il proprio coltello a punta arrotondata e col manico d'ebano, e tutti se ne sono accorti alla prima e ne fanno festa! E come non far festa ad una infrazione del regolamento?
Però la vigilanza dei guardiani è raddoppiata: è avvenuto molte volte che qualcuno degli ospiti del luogo si ostinasse a non trovare di suo genio questo mondo e a volersene andare all'altro — e provatevi a persuadere del contrario un matto che si ostina!... il minor rischio è di buscarvi del matto. I bravi guardiani hanno pensato che, con un po' di buona volontà, adoperando molto ingegnosamente, è possibile tagliarsi la gola anche con quei coltelli simbolici, ed hanno l'occhio a tutto, fuorchè al cuore dei poveretti, dove è scritto a caratteri maiuscoli che quest'ora è una delle più belle della loro vita.
Oh! gli eloquenti silenzi delle prime mense! Oh! i sereni preludi d'ogni allegro concerto di piatti e di bicchieri!
Quel raccoglimento solenne dura più che non sia costume fra gente che ha la testa sana; vi è chi figge gli occhi nel desco e non sa distaccarneli; i servitori attendono a mutare le stoviglie e le vivande con una specie di premura compassionevole; ogni tanto uno dei commensali china il capo sul petto, o muove gli occhi in giro lentamente, e dimentica la sua occupazione, e si oscura in volto — ma un servitore gli offre del burro fresco o dei sedani... eccolo che riattacca il filo e sorride.
Tutta la buona volontà dei guardiani non può fare per altro che, cessato il primo impeto di gioia, il banchetto pigli un aspetto grave e taciturno.
È permesso a Paoluccio di avere un'opinione sua e d'esporla?
«Ecco... egli pensa che il fritto era eccellente, e che il brodo non teme confronti nella cronaca dei brodi dello stabilimento.»
Bravissimo! tutti sono dello stesso parere; il professore Rigoli aggiunge anzi con enfasi che la zuppa fu scodellata con soverchia parsimonia, e domanda scherzosamente il permesso di far replica; e l'ottimo reverendo, che gli sta al fianco, dopo essere stato il primo a trovare quell'idea piena di giudizio, si risolve a fare altrettanto.
La conversazione è così posta sopra un terreno che non offre pericoli di male intelligenze; l'istintiva diffidenza dei commensali più ritrosi scompare, ed un bagliore d'entusiasmo brilla sulla fronte di ciascuno. Si esce dal silenzio ad un tratto per cadere nella verbosità; si ciancia molto, si scherza spesso e si balbetta qualche volta, intendendosi meno che è possibile. — I savi non sanno far meglio.
Un vinello color di rosa circola con una dotta parsimonia, il tanto che basti a snodare la lingua ai melanconici, ad imbrogliarla ai parolai.
Vi è uno che ha fatto allusione all'equilibrio europeo, un altro che ha rievocato le fasi contrastate della partita di carambola, un terzo il quale confida ad alta voce a chi vuol sentirlo il suo occulto disegno di bandire una riforma sociale, ed il professore, ghignando in disparte, con un fare tra l'olimpico e lo sdegnoso, resiste alla superba tentazione di confondere i suoi colleghi coll'esposizione particolareggiata del sistema di seminare i raggi di sole.
Ma improvvisamente l'Europa, dimentica della statica, ripiglia col rimanente del globo le sue evoluzioni intorno al sole, la partita di carambola rientra nel passato, la riforma sociale nell'avvenire, ed il professore, tolto alla contemplazione del suo sistema, è il primo ad annunziare lo arrosto.
Così, o all'incirca, è del resto degli uomini: mille che disegnano, mille che fantasticano, mille che rammentano, mille che sognano, poco d'accordo le unità, pochissimo le decine e le centinaia, quasi mai le migliaia, ma un pensiero in cima agli altri, ed un sublime accordo in quell'immensa discordanza — l'arrosto!
Il desinare volge al termine; il professore trova bella la vita e ne fa la confidenza al reverendo, il quale dà prova d'una rara perspicacia, aggiungendo che il pranzo era eccellente; Paoluccio si è empito le tasche di zuccherini, e babbo Jacopo ha smesso la sua aria melanconica, quando improvvisamente apparisce, senza che alcuno l'abbia visto venire, un uomo sulla sessantina, di statura alta e maestosa, ma benevolo e sorridente, seguito da un ometto rotondo, paffutello, biondo, specie di amorino a quarant'anni sonati, non buono, a giudicarne dall'aspetto, se non a sorridere perennemente. L'atto con cui ciascuno dei commensali risponde alla famigliarità di quei due, dice chiaro che essi hanno sopra i disgraziati una dolce autorità che ispira gratitudine. In fatti il più vecchio è il direttore, ed il più giovane il medico dello stabilimento. Voi non avete visto mai un direttore più alla mano, un medico più di buon umore.
Il signor Fulgenzio, sebbene non abbia ancor toccato la sessantina, usa chiamare figliuoli i suoi ospiti; i poveretti gliene sono grati, e Paoluccio più di tutti. Quanto al rubicondo dottore, è opinione incrollabile nel luogo che non vi sia un compagnone ed un amico più piacevole di lui. E bisogna vedere com'egli stringe la mano a tutti, e come dà del tu, e come ammica furbescamente ai più furbi, quasi a dire: «ne abbiamo fatte di belle, noi, eh! chi sa? ne faremo ancora!» Bisogna vederlo!
Certo è che la sua dimestichezza gli ha guadagnato la fiducia d'ognuno. «Per il dottor Parenti non si hanno segreti; innanzi al dottor Parenti non vi devono essere melanconie; questo bisogna farlo per il dottor Parenti, e quest'altro per il dottor Parenti.»
Era stato naturalmente il dottor Parenti a mettere in corso questa specie di moneta spicciola di aforismi; e siccome egli stesso mostrava d'averli in conto di verità di fede, tutti li pigliavano per tali, ed il reverendo avrebbe giurato senza scrupoli sul nuovo evangelio.
Il signor Fulgenzio aveva accostato una sedia presso a babbo Jacopo, e gli parlava amorosamente; e gli altri lo guardavano colla coda dell'occhio, ma senza invidia, perchè babbo Jacopo, avendo intervalli di buon umore assai radi o melanconie assai lunghe, sebbene non si sapesse null'altro dei fatti suoi, passava per il più sventurato del luogo, e la preferenza del direttore era considerata saviamente quello che era — un triste privilegio della sventura.
Da qualche tempo il professore Rigoli guarda il soffitto di nascosto; lasciatelo fare, non gli manca più che una rima. Eccolo che si alza con impeto, solleva il bicchiere come uno che non possa più resistere, e getta un altro sguardo al soffitto, dove si deve supporre che abiti la musa prepotente e tentatrice.
Ma la maggior parte dei commensali hanno il bicchiere vuoto... incomincia... non incomincia... perde il rimario, perde il metro, gli si oscura la fronte... occorre un rimedio eroico, parlerà in prosa.
«Io bevo, dice egli, alla salute del nostro eccellente ed amoroso padre, del nostro amico dilettissimo, ed auguro che per molti anni ancora, questo giorno ci trovi...»
Al professore viene il sospetto che stia per dire una castroneria, ma la frase è incominciata, e perciò egli conchiude con un paralogismo appena perdonabile ad uno scolaro:
«Questo giorno ci trovi... col cuore pieno degli stessi sentimenti di affetto e di riconoscenza verso il nostro eccellente ed amoroso padre ed il nostro amico dilettissimo.»
— Evviva! gridano i commensali — e l'altro prosegue:
«Possa la memoria di questo giorno non cancellarsi mai, come non si cancellano i raggi del sole che tramonteranno nell'altro emisfero per ritornare domani splendidi come prima.»
Il professore sorride non solo in qualità di poeta contento della similitudine, ma come scienziato, che con due paroline ha messo il suo prossimo alle porte di un edifizio scientifico, in cui egli fa da padrone.
Il dottor Parenti se ne accorge, indovina pure che il brindisi ha bisogno di essere interrotto, e corre a stringere la mano all'oratore colla sua maggior serietà.
Il primo a ridere è il professore; non per nulla si ha dello spirito!
················
Quando siamo felici, la terra ci fugge sotto i piedi; ecco, è il meriggio.... ecco, è il tramonto, è la notte.
Svaniscono i giocondi fantasmi, il pensiero si abbruna, i commensali si guardano l'un l'altro freddamente... «È finito!»
Non è finito — si apparecchia il focolare; entro un enorme camino che non si accende mai, si butta una gran catasta di legna secca, e tosto cento lingue di fuoco si fanno beffa della stufa enorme. Che splendida rivincita!
Quanto dura il bagliore della prima fiammata, il cuore dei poveretti batte più forte, ma la seconda non ha la stessa virtù; l'abitudine è nemica d'ogni nuova gioia.
Alle ciance un istante riprese con ardore, succede un silenzio profondo; i più felici si addormentano, gli altri si rincantucciano o leggono i caratteri che si disegnano nelle brage, o tendono l'orecchio alle parole misteriose mormorate dalla fiamma.
Quanta vita in quel silenzio, quanta melanconia in quei quattro tizzoni che si consumano splendidamente!
A poco a poco il silenzio e la melanconia si abbarbicano, diventano i padroni del luogo, la fiamma si ripiega sopra sè stessa, i tizzi rotolano, e la bragia si scolorisce sotto la cenere — ma chi vi pone mente? Ognuno ha l'occhio ad un proprio focolare, ne vede la fiamma viva, ricerca sotto le ceneri la bragia ardente, e interroga volti assenti che gli sorridono.
È tardi... invano l'orologio ha fatto l'appello molte volte; non gli si dà ascolto; Paoluccio si è addormentato appoggiando la testa all'omero di babbo Jacopo, il quale guarda tristamente nel vuoto, ed il professore singhiozza in un canto.
Tutta la vacua dimenticanza di quei cervelli è scomparsa, quella melanconia ha un significato: è un dolore, è una gioia, è una casa, è una famiglia che riappare nell'ombra; quel giorno di Natale ne ha fatto rivivere un altro, un altro, un altro...
II. MOLTE COSE IN UNA CHICCHERA DI TÈ.
Che casa allegra quella del dottor Parenti! Di giorno la luce vi fa galleria; il sole ci si tuffa entro dal primo mattino e non se ne va se non poche ore innanzi il tramonto, quasi a malincuore, e quando scompare dietro i tetti della casa dirimpetto, sembra che, rizzandosi sulle punte dei piedi, si tenga un istante appeso ai comignoli per darle un'ultima occhiata. Che casa allegra quella del dottor Parenti! Domandate a quei canarini perchè cinguettino con tanto gusto e perchè scuotano le testine con tanta spensieratezza entro i fili di ferro della gabbia. Ed a quel micio bianco che russa saporitamente sopra una seggiola, perchè ogni tanto socchiuda gli occhi ed ammicchi tra il furbesco e l'indolente ai suoi compagni ciarlieri. Osservate come tutto è in ordine, come ogni oggetto sa la sua parte a memoria, e che disciplina e che nettezza! A chi obbedisce tutto ciò? Qual è la fata che prepara l'incantesimo?
Il dottor Parenti no certo; egli fa le sue faccende, cura i suoi ammalati, e tutta la malìa si compie durante la sua assenza. Quando è di ritorno batte le mani e si stringe al seno la fata della sua casa, la qual fata è una faterella di quindici anni, bionda, con due grand'occhi color della pervinca, con un corpicino snello ed irrequieto, ed un visino incarnato e sorridente — un bocciuolo di rosa che si chiama Olimpia, amica dei pazzerelli, fedele all'amore della sua bambola.
Che casa allegra quella del dottor Parenti! Quand'è la notte, non importa che sia la notte; d'estate ci è la terrazzina, in cui si annodano le ciance guardando le stelle; d'inverno il focolare, innanzi al quale si sta così bene in due. Le ombre che si allungano nella stanza, sono ombre note e non danno la melanconia, i canarini dormono, il micio si aggomitola accanto al fuoco, ed una bella lampada con un globo disegnato di figurine chinesi manda una certa luce gioconda che fa allegria. La neve che scende di fuori guarda curiosamente attraverso i vetri quella scena di pace e vuol la sua parte dei riflessi rossigni del focolare allegro.
A questo punto il signor Fulgenzio si guarda intorno, come timoroso che si abbia potuto leggergli nella mente, e rassicurato dalle apparenze, conchiude le sue fantasie con un lungo sospiro, che ha tutta l'aria di ripetere:
«Che casa allegra quella del dottor Parenti!»
Ma non per nulla il dottor Parenti porta in fronte due occhietti scintillanti; ci si vede chiaro con quei lampioncini; e se ti fidi al risolino da spensierato che gli socchiude le labbra o credi la felicità mal'accorta, metti il tuo cuore allo scoperto.
Il signor Fulgenzio immagina di aver sospirato al sicuro, e che i due compagni, durante il breve monologo del suo pensiero, fossero così intenti ad amarsi da non badare più al prossimo; ma egli non ha ancora ripreso fiato coll'intenzione di ricominciare, quando sente due manine intorno al collo, e si vede un volto d'una bellezza quasi infantile dinanzi, così vicino, così vicino, che è impossibile resistere alla tentazione.... Un bacio, un bel bacio, uno di quelli che ricacciano indietro un reggimento di sospiri; il dottor Parenti accosta la sedia al focolare, Olimpia si curva dinanzi ai tizzoni e li ricompone, e ci soffia entro perchè mandino una bella fiammata, ed eccoli tutti e tre serrati l'un contro l'altro.
Ma non si dice verbo; chi sarà primo a rompere un silenzio, in cui hanno parte il cuore ed il cervello, con una frase vuota e menzognera?
Olimpia non ha siffatti scrupoli.
— Babbo, dice ella con una vocetta che pare il tintinnio d'un campanello, il Natale sta per passare, e per poco non ce ne avvediamo, manca un'ora alla mezzanotte; chi sa che cosa fanno in questo momento i miei pazzerelli?
— I tuoi pazzerelli fanno come la tua bambola, dormono, risponde il dottor Parenti, e tu da un pezzo dovresti fare come i tuoi pazzerelli e come la tua bambola.
Ma Olimpia crolla la testa con molta gravità e ripete che il Natale bisogna finirlo come si è incominciato, allegramente, e per aggiungere in qualche modo il fatto alle parole dà un balzo e tira il cordone del campanello, che fa udire da lontano la sua voce festosa. Subito dopo si sente un passo strascicato, ed apparisce nel vano della porta una donna enorme portando un enorme vassoio con sopra quattro chicchere ed un enorme bricco di tè.
Quel donnone si chiamava Simplicia, ma fa ribattezzato Semplicetta, e non si sa proprio perchè, essendo che di semplice non ha che il nome, ed incominciando dal suo corpo, in cui è la materia prima per due Semplicette, anche non semplicissime, fino alle rotondità carnose che le incorniciano il mento, essa ha tutto doppio.
La maniera grave e composta con cui porta il vassoio e lo posa sulla tavola, fa uscire Olimpia in una risata, a cui fa eco il dottor Parenti e di rimbalzo la stessa Semplicetta, la quale non ha la debolezza di lasciarsi sgominare da checchessia.
Ma perchè quattro chicchere invece di tre?
Per la bambola?
Chi avesse fatto questa domanda ad Olimpia l'avrebbe posta evidentemente in imbarazzo: infatti ella scosta una chicchera, e cerca di nasconderla, senza riuscirvi così presto che il signor Fulgenzio non se ne avveda. Si capisce: in quattro si doveva tentare il prosciugamento di quell'oceano di tè. Ma che cosa trattiene l'assente?
Nessuno ne fiata parola, ed il signor Fulgenzio, che ha nascosto un istante la fronte fra le mani, la rialza colle rughe non del tutto spianate per ricevere dall'amabile padrona di casa la sua chicchera. Niente di meglio d'una tazza di tè molto caldo per nascondere i moti dell'animo; il signor Fulgenzio ci soffia entro a pieni polmoni la sua commozione, ed il dottor Parenti fa altrettanto per non mostrare di avvedersene. La sola Olimpia nel mescere il latte caldo non sa trattenere un tremito delle mani, e Semplicetta, che in fondo capisce le cose a volo, guarda la quarta chicchera rimasta vuota, come minacciando di schiacciarla con tutto il proprio peso.
La cerimonia del tè, che doveva essere lietissima, riesce invece freddina; checchè facciano i tre amici non riescono a riattaccare il filo del buon umore, a dopo una mezz'ora misurata a monosillabi, Olimpia dà la buona notte all'amico, si butta nelle braccia del babbo e se ne va a letto.
Non appena la bionda creatura ha passato l'uscio, il signor Fulgenzio balza dalla sedia e si dà a camminare a gran passi.
Il dottor Parenti sa il fatto suo e lascia che si ammorzi il primo impeto; si china intanto a frugare attentamente nella cenere senza sperare di trovarvi nulla di buono. Dopo aver fatto una mezza dozzina di giri per la stanza, l'altro infatti ricade sulla seggiola lasciata vuota poc'anzi, proprio nel momento in cui il dottore rialza il capo non cessando di brandire la paletta.
— Non mi dirai più che quello scapestrato in fondo ha del cuore!
Il dottor Parenti veramente non aveva mai detto nulla, ma siccome egli sa che tutti sono eguali in faccia alla fisiologia, scapestrati e timorati di Dio, non esita a fare una crollatina di capo, come a dire che avrebbe intenzione di sostenerlo ancora.
Ma il vecchio direttore non bada al gesto o non lo capisce, e fissa gli occhi tristamente nei carboni; il dottore tira più vicino la sua sedia, si gratta il rovescio della mano in forma di esordio, poi domanda, col tono di chi entra addirittura in materia:
— Che cosa ne è di tuo figlio?
Questa parola sembra risonare duramente nel seno del vecchio, il quale tentenna il capo in atto di profonda amarezza e non risponde.
— Che cosa ne è di Mario? ripete dolcemente l'altro.
— E lo so io? Non sono forse l'ultimo a saperle io lo cose di mio figlio?
Il dottore concede un minuto di silenzio al risentimento dell'amico, poi soggiunge lentamente e dando alla sua voce un'espressione quasi carezzevole:
— Forse tu sei troppo severo con lui!
— Severo! Non ha sempre fatto quello che ha voluto? ho io mai cercato di sostituire il mio volere al suo? e non si serve appunto della sconfinata libertà che gli ho dato per affannare la mia vecchiaia?
E siccome il dottore non lo interrompe subito, egli aggiunge con accento più sereno:
— Sai tu dirmi perchè, invece di passare la notte di Natale con noi, se n'è andato fuori di casa subito dopo il desinare e non si è più visto? È cuore questo? È affetto? È gratitudine, domando io, è gratitudine?
E il povero padre tormenta colle molle i tizzoni che levano miriadi di scintille.
— Mario non ha che ventidue anni...
— Gli ho avuti anch'io ventidue anni e so come si ama a quell'età! Ma stolto chi ne ha sessanta sonati e non ha ancora imparato a conoscere gli uomini, o quando gli ha conosciuti una volta, non ha saputo odiarli, ed ha preferito starsene solo per continuare ad amarli. Che bisogno avevo io di conchiudere la mia vita da scapolo con qualche opera meritoria, come se il vivere in questo mondo di egoisti non fosse già un'opera meritoria? Mi sono dato una famiglia di disgraziati; doveva bastarmi.... Ma mi venne lo sciocco appetito di far qualcuno felice, e pensai a darmi un figlio... Ho creduto che un estraneo non dovesse più rimanere tale in faccia al beneficio e che la riconoscenza potesse mutarsi in amore. Dovevo aspettarmelo: ho voluto domare l'egoismo d'un mio simile, e la belva mansuefatta, invece di pigliare le sembianze dell'ipocrisia, ha preso quelle dell'ingratitudine. Ciò fa più male, ma è più schietto; non è vero che è più schietto?
L'insistenza della domanda è di quelle che non vogliono risposta; il dottore infatti se la cava cacciando tre o quattro volte la paletta nella cenere in modo da lasciarvi l'impronta. Il vecchio intende quel linguaggio a modo suo, ed aggiunge:
— So che cosa mi vuoi dire, non proseguire.
Nulla di più facile per il dottor Parenti, il quale presta l'orecchio attento e curioso.
— So che la mia vita manca di logica; che dopo aver dubitato di tutto ero in obbligo di tirar dritto fino all'ultimo, e che, avendo rinunziato alla famiglia, dovevo andare incontro senza paure alla solitudine della vecchiaia; ho sbagliato; un barbone od un bracco, che avrei battezzato Melampo od Azor, era il fatto mio meglio di un animale della umana specie a cui ho dato il mio nome. Non è così?
— È così. E se a quel tempo io fossi stato in età di dare consigli e tu me n'avessi chiesto uno, avrei dato il mio voto a Melampo, come alla sola creatura riconoscente che respiri sulla crosta del globo.
L'enfasi che il dottore pone in queste parole, lascia evidentemente incredulo il suo compagno, il quale, dopo breve titubanza, fa una professione di fede, che in fondo non è se non una domanda.
— Il cielo mi guardi dallo sfrondare le illusioni di chicchessia; beato te se potessi credere alla riconoscenza degli uomini come vi ho creduto io alla tua età!
— Io non vi ho mai creduto, risponde l'altro senza batter ciglio.
E siccome il vecchio insiste collo sguardo, egli aggiunge collo stesso accento pacato: «La colpa non è però dei beneficati.»
— No, ma del benefizio.
— O dei benefattori...
Il signor Fulgenzio non pare comprendere, e lascia dire.
— Il beneficio, com'è inteso dai più, è il capitale che si vuole impiegare ad usura; nella massima parte dei casi il meccanismo di un'opera buona si spiega così: uno che spende parte del suo superfluo a comprare l'indipendenza d'uno che non ha il necessario. Tutti i quesiti possono ridursi a quest'unica formula.
— E chi facesse il bene per la sola soddisfazione di farlo?
— A costui basterebbe la sola soddisfazione d'averlo fatto; ma è un'eccezione. La regola è l'usura. Ora il beneficio strozzino fa la riconoscenza bancarottiera.
— Spiegati meglio.
— Mi spiego meglio. A rigor di logica la riconoscenza comprende averi, vita, pensieri, opere, parole, libertà e coscienza. Con pochi spiccioli in moneta di beneficio si vorrebbe assicurarsi un canone perpetuo in moneta di gratitudine. Il balzello è così grave ed uggioso, che la più spiccia è non pagarlo. E si fa bancarotta.
Il vecchio non dice parola. Quel silenzio sembra pesare sull'animo del dottore, il quale prosegue a dire, come pentito della sua franchezza:
— Parlo della maggior parte dei benefattori, ma vi possono essere eccezioni.
— Lascia le eccezioni, interrompe bruscamente il vecchio direttore, e conchiudi la tua regola, e di' pure, poi che lo pensi, che l'ingratitudine è l'assenza d'un vizio, anzi una virtù; che per aver cuore aperto alla riconoscenza conviene essere nati a servire, deboli e pieghevoli come il giunco; che le umane querce debbono ribellarsi alla schiavitù del benefizio e trovar la forza di mostrarsi liberamente ingrate. Via, di' tutto questo, poi che lo pensi.
Il dottore prosegue pacato:
— Io penso che la riconoscenza non esiste, e non dico che sia bene o male: esistono solo i benefattori ed i beneficati; uomini che col benefizio credono di aver comprato un loro simile, ed uomini che hanno in conto di prestito il benefizio ricevuto. I cattivi debitori ti vedrebbero agonizzare e ti lascerebbero morire professandotisi eternamente grati; i buoni smaniano aspettando un'occasione che non viene, molto più beneficati se tu porgi loro maniera di saldare il primo debito, capitale ed interessi.
— Costoro non sono riconoscenti meglio degli altri.
— I poveretti credono d'esserlo.... e bisogna compatirli perchè sono in buona fede...
— Io non vorrei altro che un po' d'affetto!
— Una bagattella! Lo comprendo, ma la cosa è impossibile. Il beneficio si misura a soldi ed a centesimi e la riconoscenza pure: ma la moneta del cuore non ha prezzo. Di gente oppressa sotto il peso della gratitudine, pronta a buttarsi nel fuoco per il benefattore pur di sottrarsi a quel fardello, ne ho conosciuta....
Che sta per aggiungere il dottor Parenti?
Fortunatamente il suo vecchio amico lo interrompe.
— Mario forse?
— Non parlo di Mario, io non lo conosco abbastanza.
Perchè il signor Fulgenzio non risponde? E perchè abbandona ancora il capo fra le mani, e guarda attraverso le dita, attonito, i tizzoni fumiganti nel caminetto?
Per un momento il silenzio non è rotto che dal respiro sommesso dei due amici. Alla fine il vecchio solleva il capo, fissa gli occhi in volto al compagno e dice con un filo di voce:
— Lo conosco io meglio di te? Mi chiama suo padre, ma io sono rimasto per lui un estraneo. So io come pensa, come sente?
— Forse non ti sei preso la briga d'indovinarlo, arrischia a dire il dottore.
— L'ho creduto dieci volte, e mi sono ingannato sempre; sapendo che egli non mi avrebbe aperto l'animo suo, ho cercato d'imparare a leggere in quel libro chiuso. Quante vie non ho tentato per arrivargli al cuore, senza che egli se ne avvedesse? Tutto inutile. Le sue abitudini all'Università di Pavia mi sono note. Non ci ho nulla a ridire. Ha studiato, studia, avrà presto finito il suo corso con onore; non ne so altro. L'ho visto dalla spensieratezza arrendevole dell'adolescenza passare un po' per volta alla calma, alla riflessione, alla melanconia, ed irrigidirsi, e farsi contegnoso e severo; da qualche tempo quella melanconia è divenuta tetraggine, e i suoi modi hanno preso una dolcezza di gelo che mi fa male al cuore. Il disgraziato è quasi riuscito a convincermi ch'io ho commesso una cattiva azione e ch'egli è la mia vittima.
L'affanno del vecchio è cresciuto man mano, e le ultime sue parole sono rotte dal singhiozzo.
Il dottor Parenti non sa più come tenersi, quando l'orologio batte le dodici ore.
A quel suono il povero padre si pianta un istante ritto ed immobile, come a far prova della sua saldezza, porge la mano all'amico e se ne va augurando la buona notte.
— Buona notte, dice il dottore accompagnandolo fin sull'uscio; e finchè si ode il rumore dei passi che scendono la scalinata, egli non si muove dal pianerottolo, e ripete ancora una volta: «Buona notte.»
Oh! i tristi pensieri che accompagnano il vecchio fra le vuote pareti della sua casa! giunto sulla soglia si guarda intorno stando in ascolto; un lumicino col lucignolo carbonizzato arde in un canto, il servitore russa sopra una seggiola! Oimè! a qual notte fitta fa pensare quella agonia di luce, di qual silenzio profondo è l'immagine quel sonno!
Al rumore dei passi il servo si rizza ancora dormente sulla sedia.
— Sono io, Tomaso.
— Scusi, credevo che fosse il signor Mario.
— Non è ancora rientrato mio figlio?
— Nossignore... almeno... mi pare...
Il signor Fulgenzio non dice parola, attraversa le stanze silenziose e deserte e muove dritto alla camera di suo figlio. Non vi è nessuno... Il vecchio sta un momento immobile a guardare le pareti, il tavolino, il letticciuolo, come se vegga tutto ciò per la prima volta, mentre Tomaso tiene alti i lumi lottando vigorosamente col sonno.
— Quando mio figlio ritornerà, gli dirai che dormo.
— Non vuole che l'aiuti a spogliarsi?
— Farò da me.
Senza aggiungere parola, il povero padre prende un lume dalle mani del servo e se ne va nelle sue camere.
Proprio in quel momento il dottor Parenti, dopo aver dato di catenaccio alle porte ed origliato all'uscio della camera della figliuola per udirne la respirazione tranquilla, passa col lume in mano dinanzi alla gabbia dei canarini; uno dei quali si sveglia, batte le alucce e dà un moto di altalena al cerchio in cui è accoccolato.
— È Piccolino, pensa il dottore, e dice forte: «Addio, Piccolino.»
Che casa allegra quella del dottor Parenti!
III. LA FAMIGLIA DEL MAESTRO DI SCUOLA.
Mi si permetta di nascondere dietro la prima lettera dell'alfabeto il nome del paese in cui stiamo per recarci — si sa che un narratore può avere cento ottime ragioni per celare il teatro degli avvenimenti che narra. Per arrivarvi la via non è lunga; si esce da una porta, si infila una strada fiancheggiata di olmi, si fanno tre chilometri in linea retta, si volta a mancina, e poi a diritta, e poi di nuovo a mancina, altri due chilometri in tutto, e si è nel bel mezzo di A..., frazione di B..., mandamento di C..., provincia di Milano.
La chiesuola e la casa comunale si guardano faccia a faccia, alle due estremità d'una larga piazza, tagliata in due dalla strada maestra ed unica, che incomincia con un filare di gelsi e finisce con un filare di gelsi. A cinquanta passi fuor dell'abitato dei vivi è l'abitato dei morti: un campicello quadrato, con un muricciuolo di cinta assai meglio intonacato degli edifizi del paese; con una cancellata di ferro all'ingresso ed il suo Memento che i latinisti del luogo traducono in volgare di generazione in generazione. All'estremo punto del paese, in una casetta color di rosa, che pare voglia prendere la via dei campi, penzola un'insegna con un'altra scritta che non ha bisogno d'interpreti: Vino buono, e in faccia, sopra una porticina stretta, come ha fama d'esservene una in paradiso, un'altra scritta: Scuola comunale. Tutti gli edifizi si rassomigliano, e paiono rachitici e sciancati, posti in fila per una rassegna burlesca; sporgono il ventre, barcollano sulle gambe e si tengono in piedi raccomandandosi all'intercessione dei Santi del territorio. In sostanza il paese di A.... non ha aspetto molto leggiadro. Quando il sole entra nella via maestra vi passa solo un paio d'ore melanconiche, non vi trovando nulla che faccia festa ai suoi raggi. Le finestre non hanno vetri, e sono invece coperte di fogli di carta, che il più delle volte hanno già servito agli esercizi calligrafici dei letterati del paese. È impossibile trovare un metodo più economico per impedire alla luce di entrare; l'ospitalità è meglio intesa per gli altri elementi: il vento e la pioggia vi fanno da padroni; anzi, quando piove accompagnato da vento, i più accorti spalancano addirittura le finestre.
La campagna circostante non è molto più allegra; sempre filari di gelsi, che nella bella stagione incorniciano campi di grano turco; qua e là un olmo che deve aver côlto un momento di distrazione del proprietario per nascere, e si è poi ingegnato di campare la vita contorcendosi e piegandosi per non levar troppo alto il capo ed avere il meglio possibile l'aria d'un gelso.
Tutto ciò non toglie che, quando alla domenica un merciaiuolo della città giunge ad A.... colla sua famiglia, per domandare all'Osteria della Salute un po' di oblio delle noie della capitale, non trovi nel paese la beata semplicità rusticana che innamora, ed un certo aspetto di benessere bonario che fa bene al sangue. Per la semplicità rusticana ci sto anch'io, ma per il benessere dico che l'ottimo padre di famiglia confonde il paese di A... coll'Osteria della Salute, in cui veramente si trova del vino buono che fa bene al sangue.
Nel momento in cui abbiamo posto il piede nel paesello il sole se n'è andato, e qualche finestra comincia ad illuminarsi. Non vi è persona sulla via, e la neve che imbianca i tetti, ricama gli alberi, si appende ai muri screpolati, e si ammucchia nel mezzo della via, lasciando solo ai due lati un picciol passo fangoso, cresce la tristezza di quest'ora melanconica.
Pure anche qui è gente felice, vecchi che tentennano il capo e sorridono alle baldanze giovanili, fanciulli che schiamazzano, madri che fanno peggio per correggerli; e stamane dopo la messa avresti potuto vedere una dozzina di giovinette colle guance vermiglie farsi più vermiglie vedendosi adocchiate, e raccogliersi ridendo forte, e sparpagliarsi ridendo più forte; ed il sindaco far gli augurii al curato, ed il curato raccomandare a Dio il sindaco, ed il vecchio maestro di scuola salutato dai suoi piccoli allievi irriconoscibili colla vesticciuola delle feste, e l'oste della Salute, roseo come la sua osteria, con un sorriso cordiale appeso sulle labbra come un'insegna, su cui anche i più mal pratici leggevano: Vino buono. Tutti avevano un'allegria inconsueta sul volto, una patriarcale arrendevolezza di modi, e si separavano stringendosi la mano, e si salutavano per nome incontrandosi, e gli augurî s'incrociavano: «Buon Natale!»
Ora tutto tace, poichè la gioia, in campagna come in città, quanto è più schietta e meno schiamazza e più si nasconde; la via è deserta, l'orizzonte s'oscura, e ad una ad una le finestre aprono gli occhi a guardare nelle tenebre. Oh! chi sapesse leggere ora gli sgorbii calligrafici degli antenati che dormono nel cimitero!
Ingegniamoci di passare attraverso la fessura, che serve d'ingresso alla scuola comunale.
È un ampio rettangolo a terreno, con tre finestroni che mettono nella via, colle pareti tappezzate di lavagne e di carte geografiche, col soffitto a travicelli ed il pavimento di mattoni.
In un capo del rettangolo è qualche cosa che, dovendo raffigurare una cattedra, ha il diritto di non assomigliare punto ad un tavolino, ma ne approfitta male, e dietro di essa una vecchia sedia a bracciuoli coperta di cuoio che fu verde in una età molto remota, ma che ora tira al nero. In faccia a quel simulacro di cattedra tre file di panche.
Queste panche hanno una leggenda. Da tempo immemorabile i naturali di A.... vanno alla scuola per imparare a leggere, scrivere e far di conto; quando credono di essere abbastanza approfonditi nei tre rami dello scibile, incidono il loro nome sul posto che hanno occupato e non ci tornano più. A forza di incisioni di tal natura le tre file di panche hanno l'aria di reliquie, le quali non stiano al mondo se non per dichiarare quanto si può togliere di panca ad una panca, senza farle smarrire la sua natura. A lato delle panche l'ammattonato è roso per lo lungo dai passi del maestro, ed in fondo al rettangolo, di rimpetto al seggio magistrale, sorge un ampio camino, la cui foggia patriarcale rammenta il primitivo ufficio del luogo. Non è raro che nell'inverno vi si veda al fuoco una pentola, ma è rarissimo vedervene due. Per compiere la descrizione della scuola comunale di A... conviene dire che le vetrate dei finestroni sono fatte di piccoli vetri genuini, limpidissimi, quasi tutti intatti, e che solo ogni tanto, per non dare agli studiosi una cattiva idea dell'amministrazione della cosa pubblica, quel lusso è opportunamente temperato a spese del Comune, da fogli di carta oleata che sostituiscono mano mano i vetri che vengono a mancare. Il signor maestro ha fatto il calcolo aritmetico che, durando la proporzione, occorrono ancora dieci anni perchè tutti i vetri di vetro diventino vetri di carta, e siccome egli ha già passato la settantina, si conforta e dice sospirando che non vedrà quel giorno.
Il signor maestro si chiama propriamente Ciro Neri, ma non è chiamato in paese altrimenti che signor maestro. Eccolo là, nella sua scranna di cuoio, accanto al focolare, in cui scoppiettano alcuni tizzoni che non vogliono ardere, colla fronte serena, cogli occhietti scintillanti, coi pomelli delle gote arrossati dal calore — una bella testa espressiva lieta della sua bella cornice di capelli bianchi.
— Maestro, dice una voce di donna che viene dall'ombra, ti sei accorto?
L'interrogato esce con un sussulto dalla sua beata fantasticheria, e non sapendo che rispondere, si frega le mani.
— Nessuno mi toglie dal capo, prosegue la voce, che essa ci nasconde qualche affanno. Non pare anche a te?
— Qualche affanno! E quale affanno, Teresa mia?
— Teresa mia! L'ho da saper io! L'ho da saper io che non so nulla! Lo domando a te, a te che leggi nei libri, che da quella pancaccia parli come fa il curato dal pulpito. Via, dimmelo tu che cosa ha la nostra Donnina.
— La nostra creatura ha qualche cosa, ed io non me ne sono accorto! esclama il povero vecchio sbigottito.
— Se non te ne sei accorto, è perchè te ne vivi nelle nuvolo, coi tuoi a, e coi tuoi b e coi tuoi numeri. Tu pensi solo a quella frotta di biricchini che ti mettono a soqquadro la casa; e lasci che la tua vecchia compagna, finchè le rimane un occhio, lo consumi a vederci per due. La non può durare.
La donna che così parla a poco a poco è uscita dall'ombra, ed a queste ultime parole si è rizzata in tutta la sua lunghezza, che non è gran cosa, ed è venuta dinanzi al focolare.
— E che vuoi ch'io faccia! osserva dolcemente maestro Ciro.
— Nulla... nulla, balbetta la vecchierella sconcertata da tanta arrendevolezza, non dico che tu debba occuparti della cucina e della dispensa... sono cose che non danno molto da fare neppure a me... e tu hai altro... hai di meglio, lo so, ti dico che lo so; ma mi stupisco che non ti sia accorto che Donnina tutto ieri e tutt'oggi è più mesta del solito.
— Oggi non mi pare; mi è venuta incontro sorridendo, mi ha dato un bacio; piuttosto, mi ci fai pensare, ieri non volle che io facessi scuola ai piccoli, volle fare essa la mia parte e finì col dare brevis letio.
— E gli ho sentiti, quei piccoli rompicolli, a dir «grazie!...» ma non diranno così i parenti, nè il sindaco...
— L'ho pensato anch'io... noi siamo pagati per fare la scuola...
— Siamo pagati! Bella paga davvero! Seicento lire ogni anno per insegnare tutti i tuoi a e b, e le aste, ed i numeri, e cento altre cose ad un paio di dozzine di mariuoli...
Il signor maestro non può udire gli epiteti che la degna consorte regala ai suoi allievi senza sentirsi ferito nel vivo; la signora Teresa se ne avvede, e leva gli occhi al cielo.
— Che cuore ha questo sant'uomo! Per me già non gli amo niente affatto quei... disgraziati che ti fan perdere il capo...
— È il mio mestiere...
— Mestiere! non posso sentirti a dire così. Si provino a trovarne un altro che sappia quello che sai tu, ed insegni ai loro figli tutto ciò che tu insegni; si provino se sono buoni!
Maestro Ciro pensa modestamente che essi ne troverebbero cento, ma si accontenta di dire:
— Io sono vecchio; vi è chi crede che un giovine farebbe meglio la scuola.
— E lo dica costui! Lo venga a dire a me! Un giovine! vuoi dire un fanciullone; non sei forse giovine tu? Non hai quattro buoni anni meno di me, e ti pare che sia tanto vecchia, io?
Così dicendo l'impetuosa signora Teresa drizza tutto il suo sistema osseo con un moto risoluto ed imprime ai muscoli delle braccia un movimento ondulatorio che le dà una bizzarra energia.
— Tu dicevi che Donnina... interrompe il marito.
— Donnina ha qualche cosa per la testa; ci scommetto; ma appena torna la piglio io in disparte e mi ha da confessare tutto; così non la può durare...
— Non è che da ieri, tu dici...
— Ha già durato troppo... Mi deve sentire!... Eccola.
Il signor maestro si frega le mani con nuovo ardore e sorride, o la irascibile signora Teresa sparisce nell'ombra senza aggiunger verbo.
Eccola! Al passo leggiero, al fruscio dell'abito, a quel misterioso fascino che la precede, non si può ingannarsi; è dessa — l'angiolo della casa.
È una giovinetta di diciotto anni, alta di statura, con un visino pallido e due grandi occhi profondi, serena la fronte, lo sguardo, il sorriso, il portamento — serena, ma mesta. Da tutta la sua persona spira qualche cosa di misteriosamente leggiadro; i lineamenti del suo volto sono pur belli, più bella è l'anima che vi si riflette limpidamente. Un'anima mite, ingenua, soave, pieghevole, ma non debole nè timida — serena. La stessa mestizia non pare conturbarla; approfondisce vieppiù il suo sguardo, cancella il suo sorriso, non le oscura la fronte. Quand'era bambina ed abitava il paese di S... vi fu chi le trovò una certa somiglianza con la madonna della parrocchia; non ci volle altro perchè il vicinato, accertata la cosa, desse alla fanciulla il nome di Madonnina; ma il curato lo seppe, parlò dal pulpito contro i sacrilegi, ed ottenne che Madonnina fosse troncato in Donnina. Siccome quest'ultimo battesimo aveva la tacita approvazione della persona incaricata di rappresentare ad S... il paradiso, non ci fu chi chiamasse altrimenti la fanciulla.
Donnina del resto giustificava pienamente il nuovo nome. A soli sette anni, quando ritornava dalla messa con molta serietà, o quando, rimasta sola in casa a vigilare, non si arrendeva all'invito delle compagne che la volevano a giocare nel prato, quanti la incontravano le dicevano: «addio, Donnina», e ripetevano fra sè e sè: «la par proprio una donnina!»
Essa entra recando in mano un lume acceso che depone sopra la vecchia cattedra: le ombre fuggono in rotta dinanzi a lei, le lavagne appese alle pareti si accendono di un allegro riflesso, le reliquie di panche zoppicanti par che danzino allegramente, come quando arriva la scolaresca, il signor maestro si frega fervorosamente le mani e si china vie più sul focolare, guardando sottecchi la sua ossea compagna, la quale, ora che le vien tolta l'ombra dattorno, non sa come contenersi.
— Mamma Teresa, dice la giovinetta, andando direttamente a lei, il letto è pronto.
— Il letto è pronto! E chi ti ha detto di andare a prepararlo? Siamo alle solite! Ti paiono fatiche da far tu? Non ci sono io in questa casa? Non sono più buona da nulla io?
Mamma Teresa nel dire queste parole di rimprovero si ingegna di non guardare in viso la colpevole, ma tanto tanto non riesce ad afferrare il tono giusto. E il signor maestro continua a fregarsi le mani ed a chinarsi sul focolare.
— Cascherai nel fuoco, dice la vecchia, rivolgendo la sua collera formidabile al marito; o che hai tanto freddo tu!...
Ma Donnina le si è accostata, le ha sorriso, ha posto il visino soave così presso alle sue rughe, che non ci è più verso di tenere il broncio — e la pace è fatta, con un bacio.
— Oh! sospira allegramente il signor maestro rizzandosi sulla seggiola; ma uno sguardo severo della sua compagna lo ricompone.
— Volevo andare in collera; non è possibile; hai una certa maniera di guardarmi, di sorridermi! Chi ti ha insegnato a guardare ed a sorridere a questo modo? Ma non credere d'averla passata liscia... oggi è Natale, ma domani mi sentirai.
— E perchè non oggi? Che cosa ho fatto?
— Hai fatto... nulla, hai fatto! Hai fatto che da ieri sei più mesta del solito... Ecco, perchè vuoi che lo dica, l'ho detto...
— Teresa, osserva con accento dolcissimo il signor Ciro, temendo che le parole della moglie abbiano turbato la sua creatura, Teresa teme...
— Non temo, sono sicura. Ma già la signorina dirà che non è vero, e lo dirà con una maniera così schietta, che me lo farà credere...
— Ebbene, sì, risponde Donnina dopo di aver meditato un momento, ieri ed oggi ho avuto ragione di essere più mesta, ma credevo di non essermi fatta scorgere.
Il signor maestro non si frega più le mani, non si piega sul focolare, ma si drizza sulla seggiola di cuoio, la spinge dietro di sè con una mano e muove un passo verso la giovinetta senza più badare alla consorte, la quale, più lesta, ha preso le mani di Donnina nelle sue, se l'è tirata vicino e l'interroga con uno sguardo che non ha proprio nulla di severo.
— Una fantasia, sapete, una sciocchezza, dice Donnina cercando di sorridere, mi è parso di vedere una persona che non ho più vista da molti anni...
— In sogno?
— No, ero desta, l'altro ieri notte, qui in questo stesso luogo.
— Qualcuno è entrato in casa? chiese trepidando la vecchia.
— No, ma un volto si è affacciato ai vetri, là nella finestra di mezzo... un momento solo... ho gettato un grido ed è sparito.
— Ed era?
— Non so chi fosse, ma aveva una somiglianza singolare con Ognissanti; vi ricordate di Ognissanti?
— Io me ne ricordo, dice il vecchio, era il mio miglior scolaro della scuola di S... un po' bisbetico, un po' caparbio...
— Ma molto buono, osservò Donnina, a saperlo pigliare pel suo verso.
— Per te che sapresti pigliare pel suo verso anche lo spirito maligno!... interrompe la vecchia; era un arnesaccio superbo e fantastico quel tuo Ognissanti; me ne ricordo anch'io; partì cinque anni sono...
— Sei...
— Saranno sei, già io non gli ho contati, partì sei anni sono da S... col babbo e non se n'ebbero più novelle; suppongo che sarà finito male. Ma come vuoi che egli sia venuto qua?...
— Non lo so, non lo immagino. Ma mi è venuto in mente che fosse morto e che il suo fantasma...
— Sciocchezze! Hai tu visto mai che i morti del nostro cimitero si piglino il gusto di andare a zonzo pel paese! E ti pare che dovrebbe apparire a te un fantasma, e non piuttosto a me che sono, si può dire, della loro famiglia... o almeno poco ci manca...?
— Non dire questo, mamma.
— Teresa! balbetta il signor maestro.
— Eh! lo so che non sono cose da dire, ma se le penso, mi pare!... La più vecchia di tutti... sono io! ed è naturale...
— Teresa! ripetè il marito, cacciando una mano tremante nei capelli bianchi.
— Via, non se ne parli, ma nemmeno tu hai da star mesta per simili cose. Ti pare, un fantasma! E qual fantasma! Il fantasma di un birichino che rideva sempre, ma a cui non si potevano dire due parole serie senza vederlo piangere.
— Per troppo cuore...
— No, per dispetto...
A questo punto Donnina, che teneva gli occhi rivolti alla finestra, mandò un piccolo grido.
— Che è stato?
— Là... in quella finestra.
La signora Teresa non sta ad udire, altro, corre alla porta, leva la stanghetta e guarda nella via... non vi è nessuno... Rientra, richiude e dice a Donnina:
— Sei proprio sicura che fosse il fantasma di Ognissanti quello che hai visto?
— Sicura, veramente no, anzi... ora non mi è sembrato più che gli somigliasse tanto...
— Di' che non gli somiglia niente, e che è fantasma come te e me; lo so io chi è, è il nipote dell'oste della Salute qui rimpetto, quello scioccherello che non sa distaccare gli occhi da te, quando vai a messa... Ma è tardi, mi pare...
— Sono le otto, dice il vecchio maestro, cavando dal taschino del panciotto un'enorme scodella che gli fa ufficio d'orologio.
— A quest'ora le altre notti russi saporitamente, risponde mamma Teresa.
— Russo io!... non me ne sono mai accorto...
— Lo credo... me ne accorgo ben io...
— E tu svegliami.
— Già, perchè poi tu mi venga ammalato! Credi che sia divenuta così delicata, che non ti possa più udire a russare dopo quarantacinque anni di matrimonio?
— Quarantacinque anni! ripete il signor maestro; quarantacinque anni!
— Già, quarantacinque anni! ripiglia a dire la vecchia, e per resistere al sentimento di tenerezza che la vince a questa riflessione, si butta al collo di Donnina.
Il signor maestro si volta da una parte per asciugare una lagrima.
— Sei pure il gran fanciullone! dice la vecchia.... il gran fanciullone, dotto come non so chi, ma sempre un gran fanciullone!
E in così dire si è fatto passare innanzi il marito e lo spinge dolcemente su per le scale, proteggendolo come si fa ad un bambino.
Donnina li precede facendo lume, e si volta indietro sorridendo.