PE’ BELLI OCCHI DELLA GLORIA


SALVATORE FARINA

PE’ BELLI OCCHI DELLA GLORIA

SCENE QUASI VERE

MILANO
ALFREDO BRIGOLA & C.
EDITORI


Proprietà letteraria.

Milano 1887. — Tip. Pagnoni.


Lettera aperta all’amico e collega carissimo
GIOVANNI FALDELLA

Ti ricordi? Un giorno del passato anno, girellando per la campagna soleggiata dall’arte, contenti di trovarci insieme, molto lontani dagli stradoni polverosi dell’accademia, i quali tratto tratto, per un acquazzone di arte novissima, diventano pozzanghere, si venne a dire della distinzione che fanno taluni fra la letteratura amena e... quell’altra, che è poi la letteratura grande, dotta, illuminata e seria.

Si espresse il sospetto che quella letteratura massima nel più dei casi non sia grande se non nell’arroganza; e io andai fino ad affermare che qualche volta è semplicemente buffa, e tu mi desti ragione. Corroborammo poi l’affermazione con esempi e con risate, che fecero ammutolire le cicale negli alberi vicini.

Si passò poi in rassegna tutta quanta l’arte, per arrivare di buon passo all’arte nostra. E qui ci fermammo volentieri, essendo tutti e due d’accordo nel lamentare l’imbecillità di certa critica solenne, che va in giuggiole, o almeno dice, quando può ripescare negli archivi una novella sconclusionata, in cui non è pensiero, nè arte, e nemmeno stile; nel compatire allegramente un arrogante illustre, il quale un giorno negò ogni valore alla prosa per conceder tutto alla poesia, e un altro giorno disse ira di Dio del romanzo e dei romanzieri, mettendoci tutti in un fascio, e arriverà finalmente, se pure non è arrivato, a dire che l’arte è... lui soltanto.

Ma come mai, dicevamo, si può esprimere sul serio questa disistima per una forma letteraria? Che il romanzo sia una forma amena e popolare, potrebbe sembrare un disastro alla gentuccia letteruta (come scrivesti tu) la quale non si pasce se non di radici; ma chi ha appena un dito di cervello sotto il cappello a stajo non stenta a riconoscere che se tutte le forme letterarie possono dire qualche verità, il romanzo può dirne più delle altre, unicamente perchè è più ascoltato.

Per contro è verissimo che questa popolarità della forma narrativa, ha allagato l’Italia di racconti in cui, tolto il titolo solleticante e la favoletta inverisimile (e appunto per ciò data per vera), si nota peggio che mai la grave malattia di cui la letteratura italiana, a essere sinceri, è afflitta da parecchi secoli: l’anemia del pensiero.

E non bastando il diluvio di romanzucci piovuti in Italia, vi è il guajo dell’inondazione, perchè le Alpi non sono dighe abbastanza sicure da non lasciar straripare il romanzaccio.

A dir poco, due milioni di quasi analfabeti si nutrono quotidianamente del fatto vario del romanziere famosissimo e francese che cento giornali imbandiscono in appendice, timorosi che un cattivo giorno di magro possa essere troppo scarsa la cronaca dei fatterelli grassocci e pepati, fornita dai tribunali e dalla questura. Niente di male, dicevamo noi. Non pretendendo che i direttori di giornali si piglino la scesa di capo di correggere il gusto del pubblico, arrivavamo fino a dire che il lettore arguto forse si forma a poco a poco, potendo essere benissimo che fra cento spugne di appendici, si prepari un cervello che capisca e gusti.

Solo ci doleva che certi grossi critici (ahi! tanto grossi!) avessero a sentenziare della forma romanzesca, badando solo a qualche appendice di giornale capitata loro sott’occhio, mentre per noi era chiaramente dimostrato che quella sorta di critici, peggio se illustri, non si sono degnati mai di leggere tutto un libro ameno, e farvi poi un pensiero serio.

Quel giorno le cicalate finirono con la conclusione che chi facesse l’esperimento di scrivere la novella o il racconto ad uso soltanto del lettore che pensa qualche volta, correrebbe il rischio di non trovare più nemmeno i lettori, i quali non vogliono assolutamente pensare mai.

Scrivendo questo libro, ho dubitato che un po’ di quelle idee manifestate allora mi fossero rimaste aderenti alle pareti del cranio, e non stupirei che un lettore ingenuo ti avesse a domandare:

Perchè scene, perchè quasi vere?

E tu fa per bocca mia questa risposta altrettanto ingenua:

Perchè questo libro non è una novella, nè un racconto, nè un romanzo; si accontenta di essere qualche cosa di meno; ma pretende di stare una spanna più alto. Non è nemmeno una storia, perchè l’autore, avendo fatto finora il romanziere, non può aver perduto tutto il vizio di dire le bugie; ma è sincero nell’attenzione che egli ha messo per aprire il solco di certe rughe del cuore umano poco vedute. Io dico poco vedute, perchè l’uomo sociale è stato, in ogni tempo, industrioso nell’ingannare sè stesso.

Milano, 1887.

S. Farina.


Pe’ belli occhi della gloria

I.

La provvidenza aveva fatto di tutto per render felice Mattia, od almeno per contentarlo; non vi essendo riuscita per settant’anni, si era smarrita di coraggio, lasciando che la disgrazia gli piombasse addosso. Sì, perchè Mattia fino al settantotto era sano come un pesce sano; aveva una compagna che lo sapeva tutto a memoria e gli voleva un bene dell’anima, un figliuolo intelligente e buono, che si faceva onore all’Accademia; aveva gli agi guadagnati colla sua pittura, aveva la stima dei vicini, aveva l’ammirazione dei lontani. Un altro ne avrebbe avuto d’avanzo; Mattia no, perchè egli si era innamorato de’ belli occhi della gloria.

Quando era stato tutto un mese davanti al cavalletto, mattina e sera, colla tavolozza in pugno; quando si era tirato indietro mille volte a dir poco per giudicare l’opera propria; quando si era accostato altre mille fino a toccarla col naso; quando finalmente deponeva tavolozza e pennello sul trespolo per fregarsi le mani perchè aveva finito, credete voi che Mattia fosse contento?

Della sua tela sì, perchè, guardata da vicino e da lontano, aveva la solidità di colore dei veneziani, l’idealità dei fiorentini del buon tempo, la sicurezza di disegno dei pittori vecchi, senza nessuna delle sprezzature che i giovani hanno messo di moda; della sua tela sì, era proprio contento, ma non già della.... critica.

No, non era contento della critica scimunita, della critica bestiale, della critica impotente ad altro che a dar la tortura all’arte. Non era contento di Sincerus, il quale predicava nella vecchia gazzetta in nome d’una teorica raccattata alla diavola sui libri e messa in cielo come dogma; non era contento di Novus, che in un’altra gazzetta spropositava allegramente il primo giovedì d’ogni mese, dando la celebrità ai giovinetti impazienti, la baia agli altri.

Sapeva bene che Sincerus non aveva mai sporcato una tela, e che per farsi fama di critico autorevole gli era bastato abbeverarsi nel truogolo (Mattia diceva truogolo) dove l’arte d’ogni tempo ha ripulito i proprî pennelli; sapeva che Novus aveva voluto essere artista, e perchè non era riuscito se non a far ridere i compagni di scuola, aveva scelto bravamente di far paura ai professori nelle gazzette. Ma queste considerazioni non lo consolavano. Avrebbe voluto che tutti gli artisti, quanti sono veramente tali, quanti sono gl’innamorati del bello, si alzassero superbamente in faccia a questo mestiere impotente che chiamano critica, e ne ridessero in coro.

Invece avveniva allora, e forse segue il medesimo ancor oggi, che i pittori d’ingegno si facessero lodare dal cattivo compagno di scuola diventato critico. Quel Novus, per esempio, non solamente lodava l’arte nuova, ma l’adulava accortamente dicendo ira di Dio dell’arte vecchia. Così i pittori di primo pelo non ridevano più, se non in segreto, accettavano, adulavano alla loro volta il critico, chiedendogli a faccia tosta il giudizio, la lode, e il cielo gli confonda, anche il consiglio.

Dunque una volta Mattia non era contento della critica, tutt’altro. Aveva anzi radunato una quantità di spropositi d’arte, di contraddizioni, che si leggevano in appendice, e se appena appena gli si porgeva il destro ne citava un paio perchè la gente ingenua vedesse e toccasse il malanno che stava addosso alle arti belle.

Fortuna che questo malanno era sopportabile in grazia di Tomasina, la quale da trent’anni aveva la missione di coltivare la pittura e l’amor proprio di suo marito, d’incoraggiarlo quando la critica aveva spropositato peggio, di sostenere la sua fede perchè non si smarrisse nella strada della gloria. E quando finalmente Mattia, facendola in barba a Sincerus ed a Novus, era riuscito a portare all’estero l’arte sua e il proprio nome, era ancora Tomasina che gli aveva sorriso il sorriso della gioventù, un sorriso a cui mancavano molti denti, ma pieno sempre del vecchio amore.

Poi Tomasina se n’era andata all’altro mondo, dolente di obbedire alla gran voce prima di aver chiuso gli occhi a quel poveraccio tanto glorioso e tanto debole, da volere immortalità e d’accontentarsi della lode. Perchè Tomasina aveva visto giusto, e non confondeva la gloria, a cui Mattia guardava qualche volta da lontano, coll’approvazione che egli incontrava tutti i giorni nella sua strada.

Tutti i giorni, è un modo di dire; il vero è che non la incontrava sempre; che Sincerus, almeno una volta il mese, lo tanagliava nell’appendice; che Novus...

— E che importa a te di Sincerus e di Novus? entrava a dire Tomasina; se tu sei glorioso, se la tua fama cresce ogni giorno, se i forestieri che arrivano a Milano vogliono visitare il tuo studio, stringerti la mano, assicurarti che i tuoi quadri sono ammirati nei loro paesi....

— E vero, è vero, conveniva Mattia con rassegnazione; e mi pagano anche, e mi pagano bene. Ma pure si è fatti di carne, si vive e si gode della carne che ci avvicina. Del resto hai forse ragione tu, la critica maligna non mi farà più male del morso d’una zanzara. E per dire il vero, nella vita dell’artista le zanzare non sono inutili, perchè gli avversari possono fare più bene degli amici. I grandi artisti hanno sempre avuto un nemico prezioso a cui devono la loro grandezza.

Avendo proferite queste frasi piene di senno filosofico, ne aveva voluto dire ancora una più filosofica e rassegnata, che aveva fatto crollare la testa a Tomasina.

— Queste due zanzare mi possono mordere quanto vogliono; io le schiaccierò coll’arte mia.

Poi quando Mattia si era curvato in lagrime sul lettuccio dell’amica, della compagna, per dirle che rimanesse ancora, che non lo lasciasse solo, essa strinse al petto scarno la testa gloriosa, pronunziando per l’ultima volta la parola che aveva servito per trent’anni: coraggio.

Dopo che Tomasina se ne fu andata in cimitero, Mattia aveva voluto resistere; e al figliuolo, che gli scriveva da Arnheim lettere piene di affetto, proponendo di lasciare non copiata la testa del Colonnello Los di Franz Hals, per correre a piangere a fianco di suo padre, Mattia rispondeva con baldanza: “Io sono forte, ed ho l’arte, la mia consolatrice; resisterò. Tu che sei giovine, studia la tecnica della gran pittura fiamminga; troverai pur troppo a Milano dei giovinetti, i quali non sanno ammirare più nulla, e, studiando unicamente il vero, sono appena appena copisti...„

Solamente dopo aver esposto nel suo studio la sua ultima tela grandiosa, si era sentito prendere dallo scoraggiamento, ed aveva chiamato il figliuolo perchè lo aiutasse a medicarsi.

Quella tela era veramente un po’ accademica, ma aveva la solidità di colore, la sicurezza di disegno che nemmeno i più invidiosi negavano a Mattia. Da un fondo luminoso, in cui s’indovinavano abbozzi di quadri celebrati, si staccava una bella figura, tutta nuda, sfolgorante nelle carni bianche, intatte; appoggiava un piede al terreno, ma teneva la testa levata in alto, e gli occhi scrutatori cercavano mondi lontani. La bella creatura sembrava proprio volersi alzare al cielo, ma essere trattenuta... Da che mai? Forse da un ramoscello d’edera, che le aveva afferrato il piede gentile. Tutt’intorno si moveva una folla d’artisti giovani, i quali lavoravano il marmo e stavano al cavalletto, senza voltarsi nemmeno a dare un’occhiata alla nuda magnifica; solo, in un canto, un artista canuto, ma innamorato ancora, accennava alla ragazza di non se ne andare.

Ebbene, il quadro di Mattia ebbe la peggiore sventura che possa toccare ad un artista: non fu inteso.

Ma era stata colpa dell’artista se il suo concetto non entrava tutto d’un pezzo nel cervello del pubblico. Ne conveniva egli stesso. Perchè fare economia di quattro parole di titolo? Perchè non dire, per esempio: L’arte incurante della carne? Sarebbe stata una bugia enorme, ma almeno moltissimi vi avrebbero creduto. Che fanno gli artisti modernissimi quando assicurano d’aver avuto un’idea? Battezzano la cornice, niente più.

Mettete in un fondo nero un torso di cavolo, o qualche altra cosa, annunziate dalla cornice che avete espresso un concetto filosofico, e gli ammiratori della filosofia non mancheranno.

Sì, perchè il pubblico è stato sempre molto incline alla filosofia... sì, perchè il pubblico...

Il pubblico, in questa occasione, si era dimostrato quello che è sempre (io non dico che cosa è, Mattia diceva filosofo); ma che dire della critica di Sincerus, il quale nella magnifica nudità non aveva visto se non la modella eterna, cioè l’arte, che può essere la carne o l’anima? E che dire poi della critica di Novus?

Stando nascosto dietro la tela, con un artifizio adoperato già da Apelle, Mattia lo aveva pur visto venire, col suo codazzo di pittori imberbi; guardare attentamente, avvicinarsi, scostarsi, avvicinarsi ancora; non aveva aperto bocca.

— Va a casa, imbecille — sono parole autentiche pensate da Mattia dietro la tela — pensaci bene, e spropositerai meglio; stamperai il tuo sproposito giovedì.

Ma era venuto il primo giovedì; ne era venuto un secondo ed un terzo, e Novus non si era degnato di fiatare.

Questa fu la critica che fece uscir dai gangheri quell’uomo glorioso.

Non gl’importava un fico, come potete credere, di quello che avrebbe scritto Novus; avesse anche stampato che Mattia aveva dipinto il trionfo della carne, padronissimo; ma almeno la sua propria carne sarebbe stata contenta; invece, stando in silenzio Novus, la carne trionfava di Mattia.

Fu allora che scrisse a suo figlio Tito di piantare il colonnello Los e di tornare a casa.

E quando se lo ebbe stretto forte al petto combattuto da tante tenerezze sopite, da un dolore che si svegliava acuto, quando lo ebbe guardato negli occhi buoni, come per ritrovarlo intero, allora lo condusse nello studio davanti alla sua tela. Non diceva parola per lasciare intatte le prime impressioni.

Quel giovinotto pallido e sereno esaminò lungamente, come un vecchio artista, e infine si buttò al collo di suo padre, che respirava appena come un esordiente.

— Ah! Ti piace? E dimmi; tu intendi quello che ho voluto esprimere?

Tito ebbe bisogno di guardare la tela ancora, poi disse tranquillamente:

Il trionfo dell’idea!

Ed era proprio il titolo del quadro che Mattia non aveva scritto in un cartellino a piè della cornice.

Egli aveva baciato in fronte il figliuolo, poi sedendo sul trespolo, aveva detto con dignità:

— Sì, è l’idea dominatrice di tutta quanta l’arte; è l’idea senza la quale non si è altro mai che copisti; l’idea tutta nuda, per significare che è la verità. Quel nudo non è classico, e a me non pare nemmeno accademico, ma è bello, perchè la verità dev’essere anche bella se ha da innamorare l’artista. Osserva bene la nudità di questa fanciulla; è casta. Il suo sguardo va oltre la terra; un ramo d’edera le afferra un piede; è umana. Intorno a lei si affaccenda molta gente, che, negando l’ideale, si credono artisti; un solo di tanti si ferma a guardare, ed ha i capelli bianchi...

— Sì, è bello, bello, bello; rispondeva sottovoce Tito; mi piace il colorito smagliante delle carni; molta biacca, tinte verdastre, poco minio, poco cinabro; e su tutto ciò una leggera velatura; non è così? il cielo luminoso in fondo; biacca, turchino e minio; qui, dove luccica quel mucchio di stelle, poche pennellate di cobalto. Sì, mi piace proprio.

Anche quel modo grammaticale di lodare il trionfo dell’idea non era spiaciuto all’artista glorioso, il quale fu contentone di poter svelare il segreto della propria tavolozza a suo figlio, che l’aveva indovinato.

II.

Erano stati giorni lieti quelli passati insieme al cavalletto, padre e figlio, dipingendo tutti e due, accostandosi ciascuno ogni tanto ad interrogare ciò che l’altro aveva messo sulla tela. Tito si accontentava di ammirare in silenzio; Mattia, forte della propria autorità, dava qualche volta un consiglio, per lo più diceva bravo, o bravissimo, e quando diceva bravissimo sentiva il bisogno di abbracciare il giovine artista, non ostante gl’impacci delle due tavolozze e dei due appoggiamani.

Perchè quel giovine di ventidue anni era già un vero artista. Egli non sapeva ancora mettere molta filosofia nelle sue tele; confessava ingenuamente che la vita non gli sapeva dare se non l’immagine delle cose; ma si sforzava di penetrarne il senso arcano, l’anima, come diceva lui.

— Per ora non so far altro, confessava umilmente.

Fece anche meglio in seguito; e quando, l’anno dopo, aveva esposto a Brera la sua Campagna Lombarda, tutti i milanesi restarono ammirati e stupiti che ad un pittore d’ingegno fosse bastato fare quattro passi fuor delle mura per trovare un quadro vivo e pieno di sentimento. Tito Bondi aveva derivato la poesia da una gora pantanosa, in cui certamente al crepuscolo si affacciavano le rane a dire il rosario in coro.

Mattia fu contento che il suo figliuolo cominciasse dov’egli non era arrivato se non a prezzo di tante fatiche, cioè a scuotere la gente addormentata, e costringerla a dire bello davanti all’immagine d’una natura indifferente, anzi brutta. Fu tanto contento che perdonò a Novus quest’altra sentenza da pigliar colle molle: “Vedete bene; la verità salva l’arte; a Tito Bondi è bastato fermarsi davanti ad una gora per fare un paesaggio splendido; il suo merito è di avere espresso fedelmente quello che ha visto.„

— Bada bene, figliuolo, disse Mattia; puoi accettare la lode di Novus, se ti piace; l’accetto io pure... per quel poco che vale. Ma tu sai meglio di me che accade precisamente tutto il contrario; non è la verità che salvi l’arte, la quale non ha bisogno di essere salvata da chicchessia, ma è l’arte eterna che salva la verità. E sta appunto in ciò il gran merito dell’artista, che è di spargere una velatura sulle cose indifferenti, e farle belle. Tu hai idealizzato un pantano, ed è la tua gloria. Non so quello che accada agli scrittori, ma nessuno mi toglie dal capo che i paesaggi che essi rappresentano colla penna, siano sparsi sempre d’un po’ d’ideale, anche quando sono verissimi. Perciò essi dicono qualche cosa: dicono se non altro come gli ha visti l’autore; e tu sai che di dieci persone, le quali guardino, nove vedono qualche cosa che ciascuna per conto proprio ha messo nell’oggetto guardato.

— E il decimo? interrogò sorridendo Tito per dargli l’allegria di sparare un razzo.

— Il decimo è il copista, è l’usciere, che facendo l’inventario si crede più vero di tutti, perchè è scrupoloso nel non dir nulla; perchè non è ideale, ma è semplicemente falso. Pensa bene a quel che ti dico: la verità, senza l’ideale, è meno di niente.

Tito aveva pensato un poco a queste e ad altre cose che gli era andato dicendo suo padre, vi aveva pensato in silenzio, e Mattia potè immaginare di averlo convinto vedendo di lì a poco una tela incominciata, in cui si affacciava da un cielo di nebbia una testina di fanciulla tutta promesse. Ed aveva detto tirando ad indovinare:

— Hai voluto esprimere a tuo modo la mia idea; tu mi nascondi il corpo della fanciulla divina per fermare meglio l’occhio sulla testa. Bada che forse hai ragione. Intanto la tua testa è maravigliosa; te lo dico io; ma promette troppo, e non so se manterrà le sue promesse; temo che l’arte, anche quando siamo riusciti a fermarla ed a farci guardare, sia più severa e più sdegnosa. A me almeno è costata molta fatica.

Il giovine si era fatto rosso a queste parole, e non aveva osato confessare a suo padre che quella testina tutta promesse non era l’arte, non era l’ideale, non era nemmeno un’idea come un’altra, ma solamente una fanciulla che gli sembrava più viva di quante fanciulle aveva visto fino allora, e che gli faceva soffrire le pene del purgatorio, promettendogli il paradiso.

Mattia aveva inteso benissimo che la pittura sana non era entrata per nulla nel rossore di suo figlio, e quando volle sapere di che male soffrisse l’arte di lui, trovò la bellissima forma di una ragazza di diciott’anni.

Si chiamava Cesira, era sbarcata appena in terra d’artisti, ed aveva già dato la tortura a molti facendo la modella a due lire l’ora. Dicevano che posava unicamente per la testa, che per mostrare nudi un braccio, un omero e poco più, si era fatta pregare molto; e che per guardare quella poca grazia il pittore aveva conchiuso un vero trattato.

Aveva dovuto essere prima di tutto maturo molto, convenirne più del necessario, e promettere che nell’ora di posa non sarebbe penetrata anima viva nello studio. Infine l’artista aveva giurato sulla propria calvizie di non dir nulla agli altri meno calvi di lui, ma non credendo egli alla propria calvizie, tutta la Famiglia artistica fu informata della cosa.

Si era saputo più tardi che la pudica Cesira aveva avuto un innamorato, e non già platonico, e la famiglia artistica si era formata il criterio che la ragazza volesse arrivare per la via dell’arte al matrimonio.

Ma Tito Bondi assicurava che l’idea di Cesira era un’altra, che se avesse voluto trovare un marito, se ne sarebbero immediatamente presentati dieci. Avrebbe anche potuto aggiungere che l’autore della Campagna Lombarda, giovane a ventidue anni, agiato, quasi indipendente (perchè il vecchio Mattia non avrebbe visto nulla di male che il figlio si portasse in casa una forma così ideale) si era lasciato fuggir di bocca una parolina matrimoniale, e che Cesira la semi-casta aveva risposto picche.

Dopo aver fatto girare la testa a molti, Cesira un giorno aveva abbandonato la famiglia artistica per consacrarsi al dramma e alla tragedia. Molte volte aveva fatto allusione al proprio disegno, dicendo agli artisti innamorati di lei e del vero, che essa pure obbediva alla verità, e perciò faceva la modella; ma che un giorno o l’altro una verità diversa e più potente l’avrebbe chiamata a voce alta, ed essa allora avrebbe piantato la pittura. E intendeva dire d’una voce di palcoscenico.

E infatti un capocomico famoso accettò la bella modella promettendo di farne in poco tempo l’amorosa della compagnia, e anche qualche cosa di più se desse retta ai suoi consigli. Cesira aveva ripetuto con entusiasmo queste parole che le aprivano le porte della gloria, e Tito Bondi le aveva ascoltate in silenzio. Poi con voce tremante il giovane balbettò:

— Cesira, pensateci ancora; io vi voglio un gran bene, e si potrebbe essere tanto felici. Ho un’arte, e sarebbe l’arte vostra, la vostra più che la mia, perchè voi mi dareste l’ispirazione.

Ma Cesira aveva crollato la testina bella.

— Comprendo tutto, vi ringrazio; ma ognuno porta con sè la propria sorte.

Tito l’aveva vista partire ad occhi asciutti, per andarsene a Roma; e tornato a casa fece impensierire molto il vecchio Mattia non toccando quasi cibo, nè pennelli per molti giorni.

Poi l’arte, l’eterno amore, si era affacciata ancora nel cervello del giovine, e la famiglia artistica aveva potuto credere che quell’amore fosse caduco come tutte le cotte dei pittori.

Solo suo padre non si era lasciato ingannare; nell’umore taciturno del figliuolo, nelle tele che incominciava e non finiva, egli aveva visto che Tito pensava ancora a quella donna fatale; solamente sbagliava anche lui, come la famiglia artistica, attribuendo la persistenza della malattia amorosa ad un desiderio insoddisfatto. Tito avrebbe potuto dire che Cesira, impietosita da un amore ingenuo e forte come non avrebbe mai incontrato il simile sul palcoscenico, si era data a lui interamente; che gli sonavano ogni tanto nel cervello le parole drammatiche della resa; che vedeva ancora l’atto indifferente ma tragico con cui si era rassegnata al sagrifizio; e che sentiva ogni volta il turbamento infernale di quell’ora di paradiso.

“Voglio contentarvi; voglio che non pensiate più a me, voglio che mi possiate dimenticare.„

Erano le parole che Tito aveva ripetuto a sè stesso mille volte per sentirne ancora il suono; non ne mancava una. Dopo di che Cesira aveva chiuso gli occhi... Ah! li chiudeva anche il giovine quando non si voleva credere abbandonato del tutto.

Ma erano passati molti mesi e Cesira non aveva dato nessuna notizia di sè. Un giorno, da Buenos Ayres, giunse finalmente una lettera della commediante; annunziava di essere divenuta la prima amorosa, d’essere applaudita ogni sera, di essere finalmente arrivata e felice. Arrivata e felice erano sottolineati. E conchiudeva:

“Nulla mi manca, proprio nulla, perchè io sono madre d’una bella bambina, e siete stato voi a darmela. Non ve lo volevo dire, sapete! perchè vi conosco e temevo che questa notizia potesse guastare la vostra pace, mentre a me ne dà tanta. Ci ho pensato meglio; e vi dico che mi avete resa gloriosa, dandomi l’unica felicità che mi mancasse. Non v’inquietate di nulla e siate felice anche voi; io amerò molto la mia creatura, e le ho già insegnato il nome vostro.„

Il povero giovane lesse due volte come uno smemorato; non sapeva bene che cosa andasse ricercando nella notizia allegra che rimescolava tutto il suo vecchio dolore; ma finalmente, in un angolo di quella lettera di quattro pagine fitte, trovò queste parole dimenticate dalla prima amorosa nella foga dello scrivere e aggiunte dopo, probabilmente quando ebbe recitato a voce alta ciò che aveva scritto: “La mia bambina si chiama Bianca...„

Il primo pensiero di Tito Bondi era stato quello di correre, come si trovava nello studio, senza cappello, in maniche di camicia, difilato a Buenos Ayres per baciucchiare la propria creatura, e anche per stringersi al petto quella madre tanto bella, e pregarla, e scongiurarla, e costringerla, se fosse necessario, ad accettare il nome, la casa, l’avvenire, tutto il grande amore che le aveva già offerto una volta. Ma siccome quel viaggio richiedeva quasi un mesetto, e i vapori postali non partono tutti i giorni per la Plata, ebbe agio di riflettere, e formulò un telegramma conciso ma chiaro, che gli parve dover riuscire efficacissimo.

“Tito felice rinnova proposta, scongiura torniate subito; vi aspetta col primo postale. Scrive.„

Rileggendo, si era avveduto che bisognava cancellare le parole rinnova proposta, perchè potevano dare l’idea d’un dubbio; rileggendo ancora, cancellò la parola scrive. Ma quando ebbe fatte queste cancellature, e mandato il dispaccio, non essendo ancora ben sicuro che Cesira si arrendesse, scrisse.

E dimostrò con molte parole questo unico assioma: “La felicità che non mi avete concesso e che io non vi chiederei più, è diventata una necessità, un dovere per tutti. Non vi è lecito respingere l’uomo che vuol essere il padre della propria creatura.„

Mandata questa lettera che decideva dell’avvenire, ebbe bisogno di raccogliersi per fare nella solitudine molte riflessioni inutili. Il risultato fu che, scrivendo a quel modo, scrivendo senza riflettere, scrivendo subito, egli aveva fatto molto bene per molte ragioni.

Notiamole in buona fede: perchè il dovere va innanzi a tutto; perchè non vi è maggior dovere di quello che stringe un padre a sua figlia; perchè l’istinto stesso dell’amore è fatto di pietà; perchè il sangue...

Il perchè del sangue non entrò bene nemmeno nel cervello di Tito, il quale, volendo immaginare come era fatta la piccina a cui aveva dato la vita, non trovò mai altro che le forme della madre tanto bella.

Tutto quel giorno aveva avuto la febbre; si era detto cento volte; “a quest’ora Cesira ha ricevuto il telegramma, pensa ai fatti suoi, parla al capocomico, si decide, telegrafa per avvisare la partenza...„

Quando il suo pensiero infilava questa strada, Tito era proprio felice, e se non si buttava nelle braccia di suo padre e non gli confidava la sua grande speranza, era perchè il suo pensiero si metteva subito in un viottolo cieco, dove il desiderio trovava prima una muraglia alta e forte, l’indifferenza della donna, poi una più alta e più forte, la vanità della commediante.

E nondimeno, dopo aver aspettato un telegramma senza molta speranza per due giorni interi, si era accorto che al suo dispaccio mancava qualche cosa d’essenzialissimo, e lo corresse con un altro:

“Se vi occorre denaro per viaggio, telegrafate.„

Cesira non telegrafò, non venne col primo postale, nè col secondo, e nemmeno scrisse. Tutte le notti Tito sognava Cesira; la sognava bella ed arrendevole come era stata una volta; la sognava innamorata. Svegliandosi, trovava il proprio desiderio inquieto di farla sua per sempre. In queste visioni del sonno e della veglia, egli voleva che entrasse anche la bambinetta color di rosa, altrimenti non sarebbe stato degno del nome di padre; ma vi entrava fuggitivamente, quasi chiedendo scusa all’uomo buono, che le faceva l’elemosina di chiamarla figlia.

Tito sapeva che tutti i mercoledì parte un vapore postale per la Plata; e non volendo darsi vinto, aveva scritto ogni lunedì una lettera di quattro pagine fitte, crescendo il tono ogni volta, aumentando in buona fede la tortura che diceva di patire perchè non poteva nemmanco immaginare il visino gentile della sua Bianca. Dopo molti mesi di silenzio aveva annunziato disperatamente che se Cesira non rispondesse quest’ultima volta, non avrebbe scritto più nulla, ma sarebbe venuto in persona.

Minacciata così, Cesira rispose una lettera che faceva cascar le braccia.

“Io non potrei essere vostra, perchè sono di altri, perchè sono stata di tanti. Credetelo. Non ho mai amato nessuno, sono incapace di amare; voglio bene unicamente alla mia piccina, e sono grata a voi che me l’avete data. Siete giovane, siete artista, innamoratevi d’una buona fanciulla, come ce ne sono tante, e sarete felice.„

Tito Bondi si era proposto di non dir nulla a suo padre finchè ogni cosa fosse intesa; diceva a sè stesso: “non sgomenterò quella cara testa che sogna finchè non sia venuta l’ora;„ ma quando vide crollare tutta la sua speranza, si sentì preso da una pietà di sè stesso, che lo indusse a ricercare una parola di quel sicuro amore.

Mattia crollò il testone canuto, e trovò per istinto la via del cuore di quell’ammalato. Disse melanconicamente:

— La tua malattia la conosco; so che pene fa soffrire.

Non disse altro, ma con queste parole si assicurava la confidenza; e infatti il giovine, sapendo di trovare scavato nell’anima di suo padre uno stesso dolore, spento ma intelligente ancora, si era affrettato a versarvi tutto sè stesso.

Quando avevano letto insieme quella lettera che non lasciava sopravvivere nulla, Tito disse con amarezza: “è una commedia„ e Mattia rispose: “sì, è una commedia, ma è sincera.„

E spiegò il proprio concetto:

— Tutte le commedianti scaltre fanno così; mettono sempre una parte della verità negl’inganni. I più bravi a far la commedia sono quelli che possono qualche volta ingannare sè stessi. Ai miei tempi ho visto tante attrici piangere; ne vedrai tu pure. Ciò che scrive Cesira è la verità, e ti puoi chiamare fortunato se nella commedia che fa in questo momento a Buenos Aires, chi sa con chi, a te siano toccate le parole sincere. Fa a modo mio; non ci pensare più se puoi; ma quando ci pensi, voglio che ne parli al tuo vecchio amico. Guariremo più presto, e se avremo la fortuna di innamorarci d’una buona fanciulla...

Tito aveva protestato in silenzio, accontentandosi di diniegare con un moto del capo; all’ultimo aveva interrotto per assicurare in buona fede:

— Credilo, babbo mio, Cesira od un’altra sarebbe per me indifferente; ma il pensiero che quella disgraziata è madre, e che il mio amore è risponsabile d’aver dato la vita ad un’infelice...

Mattia fu brutale, e non gli lasciò finire la frase.

— E che ne sai tu se quella bambina è nata della tua colpa? La madre non ti scrive forse che si è data e si dà ad altri? sarebbe capace di ricominciare se tu facessi la corbelleria di sposartela.

— La sua stessa schiettezza... balbettò Tito scoraggiato; la sua abnegazione... il suo disinteresse...

E allora Mattia fu indulgente; prese nelle proprie la mano di suo figlio e gli parlò semplicemente, in tono dimesso, coll’aria di non volerlo nemmeno convincere.

— Pensiamoci insieme: vediamo quanto valga la schiettezza d’una commediante, se non sia sempre un inganno, anzi il più audace degli inganni. Vediamo se in quella che chiamiamo abnegazione non entri là vanità — perchè se vi entrasse appena appena, non crederemmo più all’abnegazione. Al disinteresse poi, non ci credo assolutamente. Chi sa a quanti altri avrà affibbiata quella maternità di cui si dice orgogliosa...

— Ora sei ingiusto, babbo; essa non domanda nulla...

— Perchè non ha bisogno; perchè forse ottiene senza domandare. Chi ti assicura che non domanderà più tardi, quando, avendo bisogno, non sarà sicura di ottenere? Ma allora sarai guarito e potrai anche far l’elemosina, se ne avrai voglia...

— Ti assicuro che io sono guarito...

— E se scendi in fondo alla tua coscienza, disse Mattia, vedrai che lo scrupolo paterno non entra per nulla nella tua smania.

Egli non disse, e sarebbe stato inutile, che nell’anima inquieta di Tito viveva ancora il desiderio di quella vaghissima madre.

Ci viveva tanto, che quel giorno stesso il giovine aveva inviato un’altra lettera dicendo (che cosa non disse in quella lettera di otto pagine?) dicendo che, se volesse tornare, ora e sempre, lei e la sua creatura sarebbero accolte a braccia aperte.

Aveva scritto senza confidarsi con anima viva, ma si pentì e non volle serbare segreti per suo padre, il quale disse unicamente questa parola: aspettiamo.

Aspettarono infatti insieme otto settimane ancora, immaginando che Cesira pensasse meglio ai casi suoi; poi Mattia non aspettò più, e Tito aspettò ancora per molti mesi.


Mattia il glorioso era arrivato al quarto d’ora della disgrazia. La provvidenza, abbandonando lui, lo mise in braccio a suo figlio, che aveva anch’esso un gran bisogno di staccarsi dalla smania amorosa per guardare in faccia a un dovere. Per dir tutto in poche parole: Mattia si ammalò di paralisi, complicata di amaurosi. Col tempo la paralisi fu vinta, ma l’amaurosi rimase: Mattia era condannato a non vedere mai più i capolavori proprii, a non leggere mai più le appendici delle gazzette. Le quali, tutte d’accordo, stamparono che l’illustre, il venerando Mattia, il pittore, che aveva dato all’arte tante tele celebrate, non avrebbe dipinto più nulla.

In quel coro si erano uniti con tutta la buona volontà Sincerus e Novus, adoperando press’a poco le parole medesime. Se non che Sincerus si accontentava di chiamare illustre il povero cieco; Novus aveva abbondato negli epiteti e gli dava ora dell’illustre, ora del venerando, e una volta dell’illustre e venerando insieme, per farla finita.

III.

La cecità era stata un colpo crudele della sorte per quel vecchio glorioso. Per due anni interi aveva consultato gli oculisti più famosi, non ricevendo mai nessuna lusinga, ed egli lusingandosi sempre; s’immaginava e diceva che un bellissimo giorno, fissando la parete nera che gli stava sempre davanti agli occhi, la vedrebbe accendersi e splendere, da costringerlo a chiudere le palpebre.

“Vedrai, aveva detto a suo figlio, il mio malanno è venuto a un tratto, e così se n’andrà.„

Ringraziava i critici, che quando lo avevano creduto spacciato si erano accorti che egli poteva essere illustre e venerando, ma era sicuro che un giorno dovrebbero rintascare quelle lodi prodigate come monete, che sonerebbero per l’ultima volta per non avere corso mai più.

“Voglio vederli ridiventare avari, quando avranno visto e toccato che io sono vivo ancora, e ancora artista.„

Tito diceva sempre di sì, e metteva anzi nella bugia un tantino di enfasi perchè dal tono di voce il vecchio la potesse credere la verità.

Ma due anni di aspettazione e di fede stancano anche le illusioni più robuste.

Nella notte che lo circondava, il tempo, come lo spazio, si era perduto a poco a poco, e se ora Mattia guardava ad un avvenire, altro non vedeva se non il proprio passato glorioso continuarsi nel presente. E perciò si era rassegnato.

Quell’inverno si era fatto portare nello studio un’ampia seggiola e aveva voluto che fosse collocata innanzi al finestrone per modo che il sole ad una certa ora gli battesse sulle gambe. Stava là per ore intere, in silenzio, poi a un tratto sorrideva ad un’immagine gioconda che si era affacciata nel buio.

— Che stai facendo ora? domandò un giorno a suo figlio.

— Metto un po’ di nero nel fondo per staccare meglio la figura; ma ho quasi finito; un momentino ancora e ti dirò se sono contento.

Quando seppe che la macchia nera del fondo faceva bene nel quadro, e che la figura aveva più aria di prima, il vecchio artista fece una domanda inutile, alla quale Tito rispose semplicemente, dopo di essersi curvato a guardare meglio l’espressione della faccia del cieco.

— Babbo, tu pensi ad altro.

— Non è vero, disse Mattia, ma col sorriso smentiva la negazione.

— Tu hai qualche cosa da dirmi, continuò Tito; dimmela subito. —

Prima Mattia rise forte all’invito amorevole, poi si fece serio e tacque lungamente, mentre suo figlio continuava a lavorare davanti al cavalletto. A un tratto, come se continuasse un dialogo avviato, il cieco entrò a dire:

— Io ho capito tutto; il babbo tuo ci vede ancora.

— Che cosa hai capito? balbettò Tito, curvandosi per istinto a guardare suo padre negli occhi; hai indovinato il tema del mio quadro nuovo? Volevo tacere perchè mi vergognavo della mia debolezza; sì, babbo, hai ragione; quella donna si è cacciata nella mia testa, e non avrò pace fin che non ne l’abbia fatta uscire. Tu sai che agonia è copiare un’immagine, che si affaccia nel cervello e si nasconde. Però posso dirti che come artista soltanto m’innamora, ma come uomo, è una cosa finita, propriamente finita.

Mattia non rispose, ma continuò a sorridere in un certo modo misterioso.

— E credi che arriverai in tempo? disse poco dopo.

— A che?

— La sai bene la massima mia; tutto il lavoro incominciato nell’anno dev’essere finito a San Silvestro.

— Spero, disse Tito; ma quelle parole e il lieve sorriso che durava ancora sulla faccia serena del cieco gli fecero venire un’idea. E subito staccò silenziosamente dalla parete un telaio preparato, e, lì per lì, con pochi tocchi di carbone segnò le prime linee d’una testa pensosa che s’incorniciava nella spalliera altissima d’un’antico seggiolone.

Il cieco stava in ascolto.

— Ora non capisco più; sento lo sfregamento del carbone sulla tela nuova; tu lavori sopra un altro telaio?

— Sì, rispose Tito ridendo; è una testa molto difficile; quando le teste sono difficili il miglior sistema è di cancellarle; ma io non cancello, perchè in quello che ho fatto ci è del buono.

E Mattia fu lusingato di sapere che egli aveva una testa difficile.

— Ma se tu ci vedi meglio di me, soggiunse il giovine artista dopo un lungo silenzio, è inutile che facciamo la commedia; dimmi la verità: non ti fai un’idea della tela che sto dipingendo?...

— Chi sa? Forse sì, disse il cieco. In un canto della tela, un seggiolone antico, come questo, nel seggiolone un vecchio con una testa difficile, molta barba bianca e molti capelli bianchi; gli occhi aperti che non guardano più le cose della terra perchè hanno visto molte cose del cielo... Va bene così?

— Va benone. A San Silvestro il tuo ritratto sarà finito.

— Mi posso muovere? domandò di lì a poco Mattia.

— Sì; smetto.

Tito si rammaricava in cuore che quell’idea naturale di dipingere la bella testa del padre cieco non fosse venuta a lui prima che al vecchio, il quale probabilmente da molti giorni posava coscienziosamente per il proprio ritratto. E per punire sè stesso, voltò contro la parete la solita Cesira, salvo a rivoltarla più tardi.

Mancavano dieci giorni a San Silvestro, e a quel tempo il ritratto doveva essere finito, non già perchè Tito avesse fatto sua la massima vantata dal padre, ma perchè Mattia avrebbe compiuto i settantaquattro. Avendo lavorato con lena due giorni interi, la vigilia di Natale il giovine artista potè dirsi contento dell’opera propria, e Mattia potè respirare liberamente.

— Perchè, vedi, figliuolo mio, sono quasi due mesi che in ci lavori.

— No, babbo.... non credo....

— Sì, proprio due mesi; fa il conto; hai cominciato il 20 ottobre, quel giorno dell’acquazzone, e hai detto così, mi par di sentirti ancora: “piove, la nostra passeggiata è perduta; mettiti davanti alla finestra ed ascolta come la pioggia picchia sulle vetrate; io intanto.... sporcherò una tela nuova...„ E quando volli sapere che cosa avevi fatto, mi dicesti che non ti era riuscito nulla di buono. Da quel giorno tu hai sempre lavorato all’improvvisata che mi volevi fare; di’ che non è vero, se puoi... lo vedi? La provvidenza, figliuolo, ci aiuta tutti quanti, dà agli sventurati la forza di sopportare la sventura, dà ai ciechi la doppia vista.

E siccome Tito, credendosi obbligato a rispondere qualche cosa, fece allusione alla guarigione in cui non sperava nemmanco lui, Mattia tentennò il capo a sorrise senza amarezza.

— Tu dici così, ma non credi tu stesso. Però senti: voi altri che ci vedete, che camminate diritti, che volate sulla vostra giovinezza, non potete pensare senza orrore alla disgrazia di chi non vedrà più nulla, di chi ha una gamba di legno, di chi si trascina appena tanto è debole. Ma è un inganno della vostra pietà. I ciechi, gli storpi, i monchi e gli ammalati godono anche la loro parte di cielo. Se sono riusciti a farsi l’abitudine, possono essere felici come la gente che ha due gambe buone e due occhi che portano lontano. La rassegnazione sembra una virtù molto difficile; così è sembrata a me per un anno intero. Ma ora che ho perduto ogni speranza....

— Non dir così, babbo.

— E perchè non dovrei dirlo, se questa speranza, dopo avermi medicato per tutto un anno, se n’è andata lasciandomi una forza, che non mi abbandonerà più?

Avendo infilato quella via il cieco vide subito che poteva andare fino al proprio desiderio segreto, e vi andò di buon passo.

— Mettiti bene in capo che io non posso più patire di nulla; vivendo d’un passato che non può essermi tolto, trovo nella memoria tutte le sorgenti del mio godimento. Ma tu non crederai che si possa vivere senza un desiderio almeno... io ne ho uno....

— Dimmelo.

— Sì? Te l’ho a dire? Te l’ho a dire proprio?

Non lo disse. Il desiderio suo era che Tito scegliesse una compagna, non già per lui solo, ma anche per quell’egoista di Mattia; una donnina che fosse bella, che aiutasse il figlio a sperare, che accarezzasse la cecità rassegnata del padre.

Il cieco aspettava un indizio che gli permettesse di proseguire; e quando Tito si lasciò sfuggire un sospiro, egli vi aggiunse una risata discreta, e non fiatò più.

Ma sembrava fatto a posta; quel giorno Barbara ebbe il coraggio ostrogoto di servire in tavola due braciuole, che dalla gratella erano andate a finire nella cenere; e Tomaso si lasciò pigliare ancora una volta dal suo vecchio amore per il vino vecchio del suo vecchio padrone.

E allora il cieco spiattellò il proprio desiderio segreto.

Tito ascoltò in silenzio la parola paterna, e non rispose, ma baciò il testone canuto.

Più tardi entrò a dire:

— Peccato che tu non sappia sonare il pianoforte; peccato che non lo sappia sonare nemmeno io; quanto volentieri a quest’ora si farebbe insieme un po’ di musica! Ma di’ un po’; se ogni sera venisse in casa un sonatore, che si mettesse al cembalo un’ora o due.... Non sarebbe bello?

Il cieco applaudi.

— Uno che sonasse tutta la vecchia musica di Cimarosa, di Rossini... Sicuramente, sarebbe bello. Se poi volesse leggere qualche novella, o qualche poesia, sarebbe anche meglio; ma un sonatore od un lettore si annoierebbe presto; avrei più fede in una lettrice....

Dovette convenire anche Tito che gli uomini sono meno pazienti delle donne, e che un’antica maestra, una vecchia zitellona, una vedova senza figli....

— Ma perchè vecchia, ma perchè antica? interruppe il cieco; se la lettrice fosse giovine e la parola sua fosse argentina; se la sonatrice fosse allegra e bella, che male ci vedresti? Tu t’immagini forse che uno, quando è vecchio e cieco, sia indifferente alla gioventù ed alla bellezza? Ma non per nulla siamo rimasti per cinquant’anni artisti.

Tito convenne di buon grado anche in questo.

— E allora trovami tu una ragazza intelligente, che voglia adattarsi a passare qualche ora con un vecchio cieco; ce ne devono essere tante, che non aspettano altro. Se non me la trovi tu, sai che faccio io? mi metto alla finestra e grido: “Una bella ragazza che sappia sonare il pianoforte e che abbia voce chiara e amabile per fare la lettura, troverebbe un buon collocamento.„ Scommetto che si fermerebbe molta gente, e che non tarderei a trovare il fatto mio.

Tito vide in questa idea venuta a lui, migliorata da suo padre, lo scampo alla necessità che gli si era affacciata tante volte, e che lo avrebbe tormentato sempre più; diciamo la necessità di prender moglie. E andò un passo più avanti del cieco.

— Se poi fra queste concorrenti se ne trovasse una buona tanto da poter tener luogo della figliuola che ti manca....

— Ebbene.... allora....

— Allora potresti pregarla di rimanere sempre in casa, fin che non trovasse marito.

Il cieco sospirò di nascosto, e disse semplicemente:

— Dunque trovamela subito.

La stessa sera Tito andò a dire alla Famiglia artistica che lo aiutasse a salvarsi dal matrimonio, trovando una sonatrice per il padre cieco; e un vecchio artista, famoso, anche lui, per avere cominciato molte tele senza averne mai finito una, lo prese in disparte.

— Io ho due figliuole, gli disse con solennità: sono allieve del Conservatorio... Vedo che lei non sa che io sono il Salvi; tutti le diranno chi è il vecchio Salvi; suo padre forse mi conosce. Le mie figliuole verranno in casa sua perchè il vecchio Bondi possa scegliere. Ma le posso dire che sonano tutte e due benone, che Giuditta è bellissima, che Sofia è tanto buona....

— Mandi Sofia, si affrettò a dire Tito.

— Perchè Sofia e non Giuditta? domandò il vecchio Salvi.

— Perchè le bellissime ragazze sono sempre meno pazienti delle.... altre, rispose il giovine sorridendo.

— La sorte ha voluto renderle pazienti tutte e due, affermò il vecchio con sussiego. Lasci fare a me; gliele mando domani al mezzodì.

Vennero infatti all’ora indicata; Giuditta si presentò la prima sull’uscio del salotto, si tenne un momento ritta nel vano per fare la riverenza, poi si scostò lentamente per scoprire Sofia, che era tanto minutina e dimessa, quanto la sorella appariva alta, sicura di sè.... e bella.

Mattia, che le aspettava sul vecchio seggiolone, quando si accorse che le ragazze erano entrate, disse lentamente:

— Mi scusino se non posso riceverle come vorrei; or ora verrà mio figlio, che ci vede; ma se hanno la bontà di accomodarsi... lì, ci sono delle sedie.

Giuditta si accomodò subito, Sofia rimase in piedi, non ostante che la sorella le accennasse di imitare il suo esempio. Dissero grazie entrambe.

In quel punto entrò Tito.

— Sono qua, babbo; buon giorno, signorine.

Ma ne salutò fuggitivamente una, fu dal primo momento incatenato dalla bellezza dell’altra; la quale si era rizzata un momentino, e si era rimessa a sedere spargendo intorno a sè una malia, unicamente col moto del capo e con lo splendore degli occhi neri.

— Lei, signorina, è Giuditta? balbettò il poveraccio divincolandosi da quella bellezza feroce.

— Sissignore; e questa è Sofia, mia sorella. Il babbo ci ha mandato da loro perchè ci vedano; soniamo tutte e due, e ciascuna di noi può fare la lettura ad alta voce; mia sorella sa più di me, perchè è la maggiore; io sono più allegra. Ma di’ qualche cosa anche tu, Sofia.

— Che vuoi che dica? Abbiamo molta parte del giorno libera...

— E possiamo disporre di tutto il tempo necessario, interruppe Giuditta. Ma il pianoforte dov’è?

— Ci sarà domani, disse il cieco; ma prima mi dicano: quale di loro è la più paziente?

— Sofia!

— Lei che ha parlato è?...

— Giuditta.

Tito si lusingò che questa risposta potesse risolvere il quesito per Sofia, ma il cieco ci pensava ancora, e rispose:

— Brava Giuditta. E lei, Sofia, che cosa dice? È della stessa opinione?

— Mia sorella mi vanta sempre, non mi lascia mai tempo di dire bene di lei.

— Il bene che si può dire di me, lo posso dire io stessa, assicurò Giuditta: sono allegra... ecco.

Ma una lieve reticenza diceva a Tito: “io sono bellissima, e posso essere generosa con mia sorella, che, al confronto, è bruttina.„

Evitando di guardare quel fascino, Tito non sapeva come fare ad avvertire suo padre che Giuditta era troppo bella ed audace, e lui troppo giovine e troppo artista da resisterle a lungo. Ma per fortuna anche il cieco non si sentiva forte per risolvere addirittura, e non si potendo consultare con suo figlio fece una pensata.

— Sentano, signorine; il vecchio Salvi le ha mandate perchè io faccia la scelta; ma io, che sono un cieco astuto, le scelgo tutte e due. Vogliono? quando non potrà venire Sofia, verrà Giuditta; e quando mai una di loro avesse altre occupazioni o si annoiasse troppo leggendo e sonando per un artista invalido... potrà mandare sempre sua sorella. Vogliono?

— Altro che! disse Giuditta.

— Sono contento! e mi facciano il piacere di dire al babbo che il vecchio Bondi conosce e stima molto il Salvi.

— Grazie! rispose Sofia con un lieve tremito di contentezza, che non isfuggì al cieco.

Giuditta era attenta a spiare nello specchio dirimpetto se quel giovinotto fosse proprio tanto indifferente, come voleva parere.

Quando le due sorelle se ne furono andate, rimase nel cervello di Tito l’impressione dell’atto freddo con cui Giuditta lo aveva salutato in anticamera, guardandolo appena appena sbadatamente. Sofia invece gli aveva sorriso un sorriso buono, mostrando denti uguali e candidi, lo aveva guardato con occhi non tanto accesi come quelli di Giuditta, ma grandi, intelligenti e pensosi.

Veramente egli non aveva badato molto a Sofia, ma pure si ricordò di quegli occhi e di quel sorriso, quando il cieco gli chiese:

— Ebbene? Che te ne sembra? Sono belle, non è vero?

E siccome la risposta non fu pronta, Mattia lasciò fiorire sulle labbra la soddisfazione maliziosa:

— Vuoi sentire quel che penso io di quelle ragazze?

— Sì; sentiamo che concetto te ne sei fatto; io, per dire la verità, non ho ancora avuto tempo di farmene uno. Comincia da Giuditta...

— Giuditta è bella, o almeno crede di essere...

— È vero. È bellina, ma si crede bellissima.

— È magra... piuttosto alta, sì?... deve avere due occhietti piccoli che caccia in faccia alla gente; e forse non è nemmanco allegra, come si vanta...

— È vero, è verissimo, approvò Tito; ma in quel ritratto di maniera gli occhi meravigliosi chiedevano giustizia, e il giovane artista credette di essere coscienzioso correggendo così: solamente gli occhi di Giuditta non sono piccoli.

— Non sono però tanto belli, come quelli di Sofia... È vero?

— Forse; ma sono pieni di luce.

— Sofia, continuò il cieco incoraggiato dal buon successo, Sofia è più piccola, più modesta, più melanconica, più attenta. Dev’essere una di quelle buone figliuole che, nascondendosi sempre, dicono ogni giorno qualche virtù. Non ti pare?

Tito ci pensava.

— Può essere; ma non l’ho osservata bene.

— Segno che è brutta, disse Mattia; e questo mi dispiace.

Allora Tito si pentì d’essere stato troppo sincero, ed assicurò che al contrario Sofia era bella quanto Giuditta, ma che la sua bellezza non era di quelle che fanno colpo...

IV.

Il giorno successivo, dopo il desinare, venne Sofia, e rimase due ore col vecchio sonandogli Cimarosa. Quella musica gaia faceva penetrare ondate di luce nel cervello melanconico del cieco, il quale alla fine d’ogni pezzo diceva brava e batteva le mani.

— Bravissima! disse in ultimo; e mi dica, signorina, lei non sente nell’allegria di Cimarosa una nota di pianto?

— Tutta la musica piange; rispose la fanciulla con semplicità.

— Può essere, soggiunse Mattia; dopo aver pensato un momento a quelle parole; quando si ha il cuore preparato alla melanconia, tutta la musica piange; ma io vorrei sapere che la mia piccola amica non è melanconica.

— Non sono molto allegra, ma nemmeno melanconica, assicurò Sofia timidamente; non parlavo di me: dicevo che la musica può sembrare allegra agli spensierati; è sicuro che certa musica non dice nulla, ma quella non è musica, è chiasso.

Parlava con parola facile ed armoniosa, ma si faceva rossa in viso come se il cieco potesse scorgere nella frase sfuggitale un’affettazione che essa non vi aveva messo.

Il cieco pensava invece:

— Questa bella donnina è piena di sentimento; peccato che Tito non sia rimasto!

Tito non era rimasto perchè si teneva sicuro che sarebbe venuta Giuditta, e non gli spiacendo mortificare la vanità di quella civettuola, voleva anche sottrarsi al fascino. Perchè, ahi!... Tito, avendo frugato nel proprio cervello, aveva riconosciuto che una medesima cellula nutriva uno stesso amore prepotente per l’arte e per la bellezza. E ancora aveva visto che Mattia non era l’uomo più adatto per arrestarlo sulla china della corbelleria quando mai si fosse incamminato ad innamorarsi un’altra volta; piuttosto vi avrebbe contribuito con uno spintone paterno.

Ora quando il cieco gli disse della venuta di Sofia, e della bellezza e delle grazie e della bontà di quella creatura, il giovane artista disse in segreto: “Me lo dovevo immaginare: Giuditta verrà, domani, ma Oloferne difenderà la propria testa, non si lasciando trovare in casa.„

Diceva questo un po’ per celia, un po’ per davvero; non gli dispiacendo di corbellare sè stesso, esagerava la debolezza erotica del proprio temperamento.

Ma il giorno dopo venne ancora Sofia, e allora il giovine non seppe più che cosa pensare. Decise di rimanere sempre in casa di piè fermo.

La bellissima fanciulla non venne nemmeno il domani; e quando Tito vide Sofia arrestarsi nel vano dell’uscio a salutare timidamente, ebbe per istinto un po’ di rancore che si riserbava a spiegarsi più tardi. Ma fu cortese con quella ragazza meschina, che sembrava scusarsi di non essere bella quanto Giuditta.

— Sono sempre io, disse sorridendo; mia sorella non ha potuto venire.

Il cieco non nascose la propria contentezza, e rispose:

— Lei, signorina, è sempre la benvenuta; fra di noi s’è già fatto amicizia; più tardi faremo amicizia anche con sua sorella, ma sono contento che essa non abbia potuto venire oggi. Così mio figlio potrà sentire come suona lei la nostra vecchia musica.

Così dicendo teneva il capo rivolto verso Tito, come per aggiungere sottovoce:

— Esamina bene questa donnina; non è vero che è proprio bella? Osserva come guarda, come sorride; con che vocina e con che manierine parla. Quando avrò finito io, fammi il piacere di dirle anche tu una parola gentile.

Tito intese ogni cosa, e non titubò menomamente nell’accontentare quella ragazza bruttina, che gli chiedeva misericordia con due grandi occhi buoni, con un visino patito, con una bocca troppo grande.

Fece anche di più. Sapendo di non correre pericolo, si tenne accanto a lei, quando essa fece correre le dita sulla tastiera come per risvegliare il pianoforte. E quando, dopo molte volate, arpeggi ed ottave da stordire, annunziò la sinfonia del Barbiere, Tito si mise tranquillamente a sedere in modo da guardarla in faccia. Pericoli non ce n’era proprio. Non ostante il proprio temperamento amoroso, potrebbe stare dinanzi a quella ragazza tutta quanta la vita senza scaldarsi la fantasia. Fu il primo pensiero che gli venne questo di domandarsi come mai una linea sbagliata in una faccia femminile possa mutare tutto l’ordine di sentimenti che sarebbe capace d’ispirare. Guardando ben bene Sofia, mentre sonava a capo basso, Tito notò che la faccetta pallida aveva un ovale delicato, che la fronte sua era pura come se non fosse stata mai invasa da altre idee fuor che da quelle suggerite da Gioachino Rossini; notò gli occhi buoni velati da lunghe ciglia, che ogni tanto si alzavano ad interrogare la musica; notò che nel mento tondeggiante si scavava una fossetta. E infine convenne che quella testina avrebbe potuto ancora scaldare la testa d’un giovinotto, il quale non fosse mai stato al fuoco vivo, come era stato lui, se un pennello intelligente avesse potuto assottigliare l’estremità del naso, cancellare un po’ di bocca.

La sinfonia del Barbiere faceva ancora il chiasso delle ultime battute, quando Tito, rimasto incolume, ne aumentava il rumore battendo le mani.

— Brava! Brava! Brava! disse il cieco, e rivolgendosi a suo figlio aggiunse: che cosa te ne pare?

Tito, potendo guardare al sicuro gli occhioni sereni, ne abusava fino a dar soggezione alla ragazza.

— La musica che preferisce lei, signorina, è proprio questa del Barbiere che ci ha sonato con tanta grazia?

Sofia fu sincera; a costo di ferire l’ideale del cieco, disse che il suo gusto era per la musica più moderna e più... sentimentale.

— Bellini, allora; fu pronto a suggerire Mattia, oppure Donizetti...

— Sì, ma Bellini e Donizetti hanno fatto cantare la voce umana; non hanno fatto parlare il pianoforte come Beethoven, Chopin...

E senza aspettare d’essere pregata, incominciò la Sonata appassionata, mandando in estasi il giovine artista e accontentando il vecchio. Quando poi la ragazza, lasciandosi trasportare dal proprio temperamento, sonò la Marcia funebre dì Chopin, Mattia trovò una lagrima negli occhi ciechi.

— Scusi, disse Sofia vedendo il vecchio intenerito a quel punto; scusi, non credevo di farle pena.

— Non me n’ha fatto, sono anzi contento; gli occhi mi servono ancora a qualche cosa, se hanno potuto piangere.

In quelle due ore la ragazza finì di guadagnare il cieco, il quale volle baciarla in fronte.

— Il tempo è freddo; si copra bene, signorina; cacci le mani nel manicotto, perchè se le venissero i geloni non potrebbe più sonare come ha fatto oggi... E dica... dove abita lei? chi l’accompagna a casa?

— Sto a quattro passi di qui, e non ho paura della gente.

— Non importa che lei non abbia paura; oggi è domenica, vi sono sempre degli ubbriachi per le vie; se mi permette l’accompagnerò io... disse Tito.

— Grazie, non è necessario; ci ho già chi mi accompagna.

Si fece rossa in viso all’idea che queste parole potessero essere intese malamente, e si affrettò a soggiungere:

— Ci ho mio cugino...

Ancora non bastava. Balbettò una parola: Tonio...

— Buona notte! disse poi rinunziando a giustificarsi.

— Buona notte! ripeterono Bondi padre e figlio. Il vecchio aspettò che la ragazza fosse uscita per dire:

— Ha l’innamorato! Ma già bisognava immaginarlo! È tanto bella!

Tito non fiatò, e Mattia aggiunse fra sè e sè: peccato!

V.

Tonio aspettava all’aperto da un’ora almeno, con le mani in tasca, interrogando ogni tanto il cielo rigido, che prometteva una bella nevicata per ceppo; stando sulla soglia di casa Bondi, batteva i piedi perchè non s’irrigidissero, oppure attraversava la strada, per mutare maniera di battere i piedi, ma senza mai perdere di vista il portone di casa.

Finalmente la fanciulla aspettata apparve:

— Tonio! eccomi.

— Oh! sei tu? disse il giovinotto.

— Sì, sono ancora io.