UN SEGRETO VOLUME PRIMO


UN SEGRETO

ROMANZO

DI

SALVATORE FARINA

VOLUME PRIMO

MILANO
E. TREVES & C. EDITORI
1869


Proprietà Letteraria

Tipografia Letteraria — Via Marino, 3


I. Silvio ad Eugenio.

«Se i miei calcoli non fallano, a quest'ora sei ad Huesca, supponendo che tu non abbia mutato proposito, e che, attraversata la Francia, arrestandoti appena ad Avignone e a Tarbes, ti sia affrettato, com'era tuo disegno, a valicare i Pirenei durante la bella stagione. Ad ogni modo io ti scrivo ad Huesca, non bastandomi l'animo di attendere una tua lettera.

Mi pare un anno che tu sia lontano da me, e se penso che non sono invece che poche settimane, non so darmene pace, cotanto il mio tempo mi è diventato increscioso. Tu dirai come al solito che è la mia anima che è pigra, e che la sua lentezza indolente è quella appunto che mi fa parere più tardi che agli altri mortali i due movimenti del nostro pianeta. Ma questa volta t'inganni; e dico in sul serio che se mai vi fu momento della mia vita in cui abbia sentito il sangue giovanile pulsare violento ed ostinato alle arterie ed al cuore, questo gli è desso. E non ho più a rimpiangere come per lo passato gli stravizzi e le orgie che, come tu affermavi, avevano ottuso i miei sensi, e spuntato le spine del desiderio. Anzi io penso che questo raddoppiarsi della mia vita, questo nuovo vigore delle mie forze morali, mi facciano appunto parere lungo il tempo che trapasso. Non dico che io non mi annoji — la solitudine mi condanna a questo — ma l'avidità con cui aspiro ad un bene impossibile, il desiderio e la speranza sempre alimentati in segreto, sono senza dubbio più potenti della noia.

Non mi sono mai sentito così audace, e così gaio, come di questi giorni. Se qualche volta sospiro, lo faccio per abitudine, o anche per smania, all'incirca come un viaggiatore frettoloso sospira il momento che avrà toccato la meta. Accetta questo paragone disgraziato; so bene che non fa al caso mio. Io non ho una meta, peggio, non so neppure se io non l'abbia; i sentimenti che m'empiono il cuore sono così vaghi ed indeterminati, che sfumatura di pennello maestro non saprebbe renderne l'immagine. Ma tuttavia sono sentimenti — questo almeno sta fermo — però io me ne trovo pago, e cinguetto tuttodì da solo, da fare invidia ai passeri che in questo momento pispigliano inseguendosi e beccandosi fra i rami del vecchio platano del mio giardino, che tu hai cantato nei tuoi primi versi.

Ad ogni modo il tempo mi è increscioso. È questa una bizzarra contraddizione del mio spirito irrequieto, se pure in uno spirito irrequieto vi sono contraddizioni vere, o piuttosto il volere e disvolere a un tratto cento cose non è una condizione necessaria di quello stato.

Ma bando a sofisticherie; il tuo retto senso filosofico n'andrebbe come al solito intronato, e non mi daresti requie colle tue punture — ed io so bene quanto valga il tuo aculeo, perchè cerchi di starmene, se posso, alla lontana.

Confessami che a questo punto ti ho messo in una gran curiosità dei fatti miei. Potessi pagartene in qualche modo! Potessi darti la mia confidenza, ed averne in cambio i tuoi conforti! Ma dovrei scrivere un libro, e non basterebbe; e non sapresti nulla del mio cuore, perchè io stesso non so nulla. So che in questo momento sono lieto, e che di tali momenti non è povera la mia giornata; sento il sangue circolare più rapido, l'intelligenza più chiara, e più salda e vigorosa la potenza di amare.

Amare! — L'ho io scritta questa parola? La ci stia. Tu ne sorriderai con sarcasmo, e sarà tutto; e se interpretando a modo tuo la confusione di queste mie parole, mi dirai seriamente che io sono innamorato, ti crederò senza dibattere. Sarei così felice di innamorarmi un'altra volta! Ma ho paura, mio buon Eugenio, che ciò non sia, e che tutto il benessere che io provo in questi giorni si risolva in una quistione di nervi. Anzi se devo credere al Dottor L. gli è proprio così, e a discuterci sopra mi farei dare del gaglioffo. Colui dice che noi viviamo nelle nuvole, e che i nostri malanni derivano da ciò, che discendendo da quelle alture, vediamo le nostre ali tarparsi miseramente, e temiamo non bastino a reggerci al volo mai più. Ho spesso creduto che egli avesse ragione; ma ora non temo più di nulla; e se è vero che mortale ebbe mai le ali, io me le sento crescere sui fianchi così salde e robuste, da sfidare l'aquila a seguirmi. E davvero che da qualche tempo gli uccelli non mi fanno invidia, e guardo le nuvole senza desiderio, e misuro l'orizzonte con qualche sicurezza.

Mi par di vederti — e ti leggo negli occhi, nel sorriso e nel cuore una domanda; ma io non ti risponderò per ora. Cerca pure in questa lettera un nome di donna — non lo troverai. Se è vero che io debba provare ancora le dolcezze puerili — io dico puerili — dell'amore, vorrò essere il primo a sincerarmene; nè tu, nè altri, ne avrà la certezza che dalla mia bocca.

Ricorda che io conto inesorabilmente sopra le Impressioni di viaggio che tu hai promesso di scrivere. So che il far niente ti serena l'animo, e che contemplando ti parrà di vivere troppo bene, perchè abbia ad occuparti di questo strumento di tortura che è la penna del letterato in Italia.

Lavora per me; arrossisci di rivedere le Alpi, senza aver cantato i Pirenei. Oltre a che il tempo ti parrà più breve, e le noie degli avvocati meno amare; e quando le tue faccende siano all'ordine, e ritornerai fra le braccia dell'amico tuo, anch'egli sarà in qualche modo compensato della tua assenza. Amami».

II. Eugenio a Silvio.

«La tua lettera mi ha preceduto di due giorni. Or eccomi finalmente ad Huesca, dopo un viaggio abbastanza lungo, e se devo dirlo, poverissimo d'avvenimenti. Vedi che io dico avvenimenti, e non avventure; non perchè di queste ultime ne abbia avuto, ma perchè tu non immagini che io n'andassi in cerca. Per altro non mi sono annoiato; ho pensato, ho fantasticato molto, ho raccolto una gran messe di idee e di voli; e se le mie Impressioni di viaggio vedranno quando che sia la luce, tu stesso ne sarai giudice.

Come tu l'hai pensato, io ho mutato di molto il progetto del mio viaggio; ho incominciato dal cedere una volta, e invece di tirar diritto da Avignone a Tarbes, mi sono spaventato della distanza e ho fatto sosta a Montpellier. Il guaio volle che Montpellier mi piacesse, e vi dormii una notte — un dolce sonno te lo assicuro — ed è per lo appunto questa dolcezza che mi ha fatto invaghire dei viaggi a tappe. Infatti invece di partire il domani per Tarbes, come io aveva sacramentato meco medesimo di fare, me ne andai con animo di arrestarmi a Carcassona. A metà via discesi a Beziéres. Però d'allora in poi non fermai più nulla, e come Dio volle, venni man mano a Pamier, e poi a S. Gaudenzio, e a Tarbes — e se il diavolo ci ficcava meglio la coda, uscivo di via e mi spingevo fino a Pau — nè so come mi sia risoluto a discendere a Bagnéres, e a Baréges. In quest'ultima città mi disponevo ad attraversare i Pirenei presso il Monte Perduto, ma un inglese che viaggiava per diporto, e con cui avevo stretto relazione a Tarbes, scese in quel giorno allo stesso albergo, e poichè egli voleva visitare la famosa Valle d'Arran, mi decisi a deviare un breve tratto con lui. Così passai i Pirenei fra le gole del monte Maledetto. Non ti dico nulla dell'incanto di quella traversata — tanto varrebbe che io scrivessi per te solo le mie Impressioni di viaggio.

Di Huesca non ti parlo; mi è riuscita spiacevole a prima vista, e parmi che non mi ricrederò; ad ogni modo non ho a fermarmici molto, e, se Dio lo vuole, conto di trovarmi presto al tuo fianco. E tanto più ci conto e me ne struggo, se penso al piacere con cui ho visto i tuoi caratteri, e la parola Italia sul timbro postale della tua lettera.

Ma che! tu minacci dunque d'impazzire? E che modo è questo tuo di torturare il cervello d'un amico che ha i fianchi rotti, non so se più dai cavalli di posta, o da una mezza dozzina di curiali che gli stanno alla cintola giorno e notte? Che vuoi tu che io capisca di queste vaporose fantasime del tuo intelletto?

In verità io ho serio timore che assai valesse meglio la tua tetraggine d'una volta, che questa falsa allegria che ti contorce le labbra come la sardonica; e meglio era non uscirne mai, che uscirne così stoltamente.

Sei o no innamorato? Non lo sai! l'hai a sapere dico io. In queste miserie del cuore, se non ci vedi dentro tu, chi ci ha a vedere? Oltre a che tu sarai colto alla sprovveduta, come una fortezza sguarnita; e questo, credilo, è il peggior danno che possa toccare ad un galantuomo. Diffida, diffida sempre, e di tutti; e più che d'ogni altro, di te medesimo. Se gli uomini sapessero cacciarsi in mente questa verità: che le grandi sciagure sono tali per lo appunto, perchè inaspettate, il numero degli sciagurati n'andrebbe minorato d'assai.

In amore l'abbandono è pericoloso come in tutte le cose della vita — forse peggio — la vita non si ha già ad avere in conto d'un'infanzia perenne, nè l'amore s'ha a torre come un giocattolo da bimbi. Assai triste gioco è quello che fa l'amore, e in fede mia ci si dee pensare non una, ma cento volte.

Non dimenticare i tuoi ventisei anni, non rinfanciullire a un tratto dinanzi al volto d'una bella donna. Quale che ella sia, pensa che il suo sorriso nasconde un pugnale, e i suoi baci un veleno. Le suo braccia sono morbide come il velluto, e fragili e pieghevoli come uno stelo di giunco; ma tuttavia sanno stringere in amplessi soffocanti — la voluttà che spira dalle sue nivee forme è un fuoco che consuma.

Oh! io conosco troppo bene come le vanno queste cose — e tu pure. Ma all'occasione si è sempre arrendevoli; ingannati cento volte, cento volte la bestemmia è spirata sul nostro labbro — domani ci si ingannerà ancora.

«Gioventù e bellezza sono armi troppo potenti, perchè i virili propositi possano resistere a lungo». Verissimo — se si cadesse nella lotta, sopraffatti nobilmente — se non che — ed è questa vera codardia — disillusi, vagheggiamo col pensiero un nuovo fantasma di donna che raccatti il nostro cuore e voglia mentire un po' d'amore per lui.

Osceno mercato di sentimenti, di fantasie e di menzogne — e di voluttà. E se ricerchi ciò che vi ha di vero in questi rapporti, vedrai sbigottito una sola cosa, il sesso — e non potrai andar oltre.

Tu giuochi una scommessa perigliosa; v'ha per posta una parte, la più bella parte, del tuo avvenire.

Che potrai ottenere da questa donna, se tu l'amerai? Un momento di voluttà, un po' d'amore forse — ma sai tu ciò che vi perderai inesorabilmente?

Pensaci. Se mai avvenga che dal confronto tu ritragga qualche forza, combatti disperatamente; se sarai vinto, avrai qualche conforto più tardi; quando ti parrà d'aver tutto perduto, ritroverai dentro di te qualche cosa che non sarà morta coi tuoi amori — la compiacenza della propria forza adoperata nobilmente, e quella non minore di poter far carico alla sorte soltanto dei tuoi dolori.

Questi miei consigli — e non vogliono essere più che consigli, nè meno — ti giungeranno forse tardi, e ti saranno cagione d'inutili rimorsi. — Ma se la mia voce avrà mai la sorte di prevenire, d'un solo istante, l'estremo passo, oltre il quale è questo fatalissimo abisso dell'Amore, tu soffermati alquanto a meditarla. Forse la chimera pazza che vagheggi andrà sfrondata delle sue corone, e le seduzioni di una sirena non sapranno rimuoverti dall'austera saldezza che ti eri proposto di mantenere per tutta la vita.

Se poi a quest'ora il tuo spirito si culla nelle nenie voluttuose di questo tuo amore adultero, la pace sia teco; e tu perdona alla audacia di chi ha osato profanare il tuo tempio, parlandoti un linguaggio insensato.

Ho scritto «amore adultero». M'ingannerei io forse? Affè, che non saprei più raccapezzarmi. Ma questo è un dubbio passeggiero, e si è dileguato di già dal mio cervello senza lasciarvi traccia.

Scommetterei anzi di potermi spingere più oltre senza fallire, fino ad immaginare il pallido viso della ninfa che ti ha sedotto, e a poter ripetere il nome che i vaneggiamenti del tuo sonno tradiscono forse ogni notte. Ed è...

Ma io potrei errare, e ci farei pure la triste figura dopo aver vantato tanta avvedutezza; e forse anche — e questo sarebbe peggio — l'importanza del mio consiglio ne andrebbe scemata ai tuoi occhi, e ti parrebbe che le mie parole siano inspirate dalla persona e non dal principio, e sprezzeresti le mie teoriche. Però questo è per l'appunto ciò che io non voglio da te; e se posso, farò che tu non sorrida della mia filosofia balzana. Ad ogni modo tieni in mente questo che io ti ho detto: che credo d'avere indovinato il nome dell'eroina della tua nuova passione.

Se è rimasto un posticino nel tuo cuore, serbalo per me; ma ho paura di no — i nuovi amori sono come i nuovi proprietarii d'un campo; i quali, per far sentire il loro imperio, si cacciano dappertutto, e rimuovono e ricostruiscono i limiti, per attaccare in qualche modo la loro personalità alla nuova possessione».

III.

Come Eugenio lo aveva pensato, la sua lettera giunse tardi. Cotesta in generale è la sorte comune dei consigli, e in ispecie dei consigli agli innamorati, i quali sono incontrastabilmente la razza più ostinata che viva sulla terra.

Convien sapere per altro che se Eugenio, buon figliuolo in tutto il resto, si scaglia da poco in qua con compiacenza contro l'amore, e contro le donne, ne ha le sue buone ragioni. E chi l'avesse conosciuto due mesi prima, avrebbe udito ben altre sentenze sulle sue labbra. Si pretende di doverne incolpare una certa bruna, con certi occhioni neri, e certa chioma lussureggiante; ma siccome ciò non torna indispensabile al caso nostro, lasciamo che la maldicenza districhi del suo meglio questo nodo.

Una cosa intanto resta ferma, che Silvio alla lettura di questa lettera si strinse nelle spalle.

IV. Silvio ad Eugenio.

«Ritorno in questo momento dal vederla, dal parlarle, dall'adorarla in silenzio come un'immagine santa. Ho la mente ed il cuore pieni di lei.

Oramai non lo dissimulo più a me medesimo — se pure riuscissi ad ingannarmi, non ne avrei al certo giovamento — però vorrei gridarlo a tutto il mondo: «sono innamorato.»

Questa parola che qualche settimana addietro mi avrebbe fatto arrossire di vergogna, risuona dentro di me come una melodia soavissima. I miei nervi, le mie fibre, la cantano in coro.

E perchè dovrei io arrossire? perchè dovrei ostinarmi in questa ringhiosa inerzia, che impoverisce ogni dì più la sorgente degli affetti?

In fede mia, povero Eugenio, tutti i sermoni della filosofia accigliata non saprebbero arrestare un solo istante quest'inno che prorompe in mille suoni dalle corde della natura; nè la vanità d'essere chiamato filosofo può pagare un solo battito d'un cuore innamorato.

Poi che tu dici d'aver indovinato il suo nome, tanto meglio; lo scriverò senza titubanza: «Carlotta.»

Intendo il rimprovero che tu mi fai; non vo' affannarmi a ribatterlo, ma tuttavia ti giuro che non ho in mente una colpa.

Io non voglio nulla, non domando nulla, solo che mi si lasci amarla. La mia felicità è opera sua, ma pure non è in essa; è in me, nell'amor mio. In appresso... e che so io del futuro? ma ho fede che saprei resistermi in ogni evento.

Non tenermi il broncio se io non pongo mente alle tue raccomandazioni; se tu sapessi quante volte io ti ho benedetto per avermi fatto conoscere questa donna, se tu potessi vedere la mia gioia, non ti reggerebbe l'animo di contraddirmi più oltre; e la mia gratitudine ti compenserebbe ad usura della mia disobbedienza.

Tu ignori quanto si possa essere felici amando questa donna; la tua mente, comunque ci si affatichi, non può riprodurti che una pallida immagine della sua bellezza; però nella tua cecità tu accomuni questa creatura colle mille che paghi col disprezzo, mentre... Nè io vo' tormi la briga di farti ricredere; ma se tu la vedessi... Vestiva un abito nero semplicissimo, colle maniche che lasciavano vedere le sue braccia ignude; pure quanto più leggiadra di tutte le altre, nonostante i loro pizzi, le loro trine e i cento altri fronzoli a cui mendicavano la grazia!

Me le accostai tremante; mi sorrise, mi porse una mano breve, affilata, candidissima, e mi salutò per nome. Un nonnulla per l'indifferente, un'epopea pel mio cuore.

Oh! dimmi che questa mia non è illusione, che quel saluto e quel sorriso erano da più che non volessero parere, che io posso... No, non voglio nulla; non dirmi nulla — ho io bisogno d'alimentarmi di menzogne e di speranze audaci come un fanciullo? A che fine uscire dalla mia paga serenità, ed abbandonarmi ciecamente al desiderio?

Il desiderio! Oh! gli è questo un mare senza confini, un assai tristo mare per una nave sdruscita; nè io vo' avventurarvi il mio cuore».

V. Silvio ad Eugenio.

«Mancano ancora otto giorni all'arrivo del corriere che deve recarmi una tua lettera; però dovrei starmene tutto questo tempo ad aspettare in silenzio, mentre, se la mia impazienza non m'inganna, mi pare d'avere un mondo di cose a dirti. Quindi innanzi aspettati di sovente a siffatte anticipazioni; e questa sarà la tua parte di guaio, se ti ostini a credere che io non me la caverò da quest'amore senza malanni.

Giovedì scorso mi sono recato, secondo il consueto, in casa del signor Verni. L'impazienza, e da qualche tempo la turbolenta va facendomi spesso di siffatti tiri, mi vi aveva condotto mezz'ora prima; però consultato il mio orologio, e avvedutomi, stavo fra due se dovessi entrare od allontanarmi; e intanto non mi moveva dal limitare della porta.

Il signor Verni salì le scale in quel momento, e mi sorprese nella mia indecisione.

Vedendolo mi si imporporarono le guancie di rossore, e fu ventura che fosse notte, e mi trovassi quasi nascosto nell'ombra. Per meglio dissimulare il mio turbamento diedi una strappata vigorosa al campanello, poi mi rivolsi fingendo sorpresa e salutai il signor Verni. Mi corrispose cortesissimo, mi ringraziò della premura, dicendo di tenersene onorato, e cianciò meco cordialmente.

Il signor Verni è uomo di bei modi, colto, e facile parlatore. Ebbi agio d'esaminarlo, e mi parve anche bello, e quel che è più, di quella bellezza simpatica che si rivela prima al cuore che agli occhi.

Ho provato un senso di gelosia, che ho cercato invano di soffocare, e devo aver risposto al suo spirito con molte sciocchezze. Tuttavia egli è uomo che non potrei odiare giammai, che vorrei quasi amare, se sapessi perdonargli la felicità d'essere marito di Carlotta.

In quella mezz'ora di cicaleccio sono sceso dentro di me, e vi ho interrogato le mie debolezze che non sono poche. Ne uscii netto, te lo giuro: e guardai in volto quell'uomo con sicurezza e con orgoglio, come a dirgli: «io non abbasserò mai la mia fronte innanzi a te».

Nel pensarlo non ho titubato un solo istante, e mi compiacqui di me medesimo. E mancò poco che, preso da prepotente trasporto d'espansione, non confidassi a lui stesso il mio amore. Le convenienze uccisero in buon punto l'entusiasmo; ma giuro che la sola paura del ridicolo non avrebbe potuto abbastanza.

Che non darei io per poter dire a Carlotta l'animo mio? Parmi che il sapere conosciuto da lei il mio affetto, me lo farebbe più caro, ed allevierebbe il mio spirito.

Ho pensato mille modi, ho accarezzato i progetti più assurdi; e tuttavia, trovatomi solo al suo fianco, me ne è venuto meno l'ardire. Che mi ha trattenuto?...

Essa lo ama — ne ho la certezza; lo chiama teneramente: «mio buon Antonio» — e si attacca al suo braccio, e gli parla confidenzialmente, e gli sorride...

Affè, perchè non gli salta dunque al collo in mia presenza?...

Credilo, Eugenio, questa sì, è tortura. Egli è pur suo marito. — Qual merito? dico io. Se un villano raccatta una perla fra i solchi, s'ha a dire: fortuna, non merito.

Ma tanto è tutt'uno; la legge vuole che il tesoro appartenga a chi l'ha ritrovato, e che la moglie segua il marito. È cosa da smarrirne la ragione.

Perchè non l'ho io incontrata sul mio cammino prima di quell'uomo? Il cielo mi è testimonio se l'avrei amata; e tu sai quanto io avrei saputo amare in quel tempo. Pure, pensandoci, non so ribellarmi alla sorte. Forse è meglio che sia così — in fine essi si amano entrambi; Dio sa se ella avrebbe amato me altrettanto. E son pur degni l'uno dell'altro; e se questa mia natura codarda sapesse spogliarsi d'una gelosia insensata, e li incontrassi per via, da passeggiero pietoso io mi rivolgerei a benedire, e direi dentro di me: «che bella coppia!»

Che Iddio adunque li benedica, e l'azzurro del cielo sorrida loro, e gli astri danzino sullo loro teste innamorate, finchè la baldanza dei loro anni giovanili li allieterà sulla terra!

Tant'è, darei un anno della mia vita per averle detto che l'amo. Questo segreto — ed è pure un segreto, poichè tu solo ne sei a parte — mi pesa sul cuore come un rimorso. L'amore è come vampa — si può soffocare, nascondere non mai. Talvolta, soffocato un istante, riarde più potente e si svela. Le anime amanti ardono, le ardenti amano; però se l'amore è fiamma, può essere che la fiamma sia un amore».

VI.

Quando un figliuolo d'Adamo è arrivato a questo punto, non v'ha più dubbio ch'egli sia innamorato. S. Tommaso stesso non ne vorrebbe di più. Però di solito avviene che dopo le prime titubanze puerili, un po' per vergogna, un po' per una certa audacia che a tempo opportuno Amore non trascura mai di concedere, si finisce sempre per svelare la passione nascosta, ed offerire un cuore ricolmo fino all'orlo del più puro affetto che amante possa nutrire.

Anzi siccome il piccolo Cupido si compiace di certe gherminelle, ed è raro che si tenga sul sentiero battuto e non rasenti invece gli eccessi, così è che spesso i più timidi diventano a un tratto arrischiati, e dove da prima si tenevano morti per una parola e per un sorriso, si gettano a corpo perduto nella via delle audacie.

Le faccende di Silvio non dovevano andare altrimenti.

Una bella sera — le sere degli innamorati sono sempre belle — Silvio si vestì con una ricercata trascuranza, e andò in casa del signor Antonio Verni con animo di dire a Carlotta, «che i suoi occhi erano due soli, e il cuore che egli le offeriva una sterile landa da fecondare coi suoi raggi,» o qualche altra squisitezza di questo genere. Questa volta aveva avuto l'attenzione di consultare il suo orologio, ed era riuscito, a furia di resistenze e di lotte, ad arrivare pressochè degli ultimi. Secondo i suoi calcoli questo ritardo doveva chiudere gli occhi del marito, e guadagnargli qualche pollice di terreno sulla via della sua conquista.

La brutta parola è scritta. Egli non lo diceva a sè stesso, non voleva pensarlo, quasi non lo pensava, ma tuttavia quell'idea gli sorrideva in un cantuccio della mente; e dica chi conosce il cuore dell'uomo se poteva essere altrimenti.

In generale si comincia sempre allo stesso modo, e si corrono successivamente le stesse fasi — si ammira, si sospira, si desidera. La prima fase offre pochi pericoli, però i mariti possono dormire placidi sonni. Dalla seconda alla terza non v'ha che un passo, se pure non si confondono in una. Questo però resta fermo, e farà bene chi ne porrà in guardia i mariti, che il sospiro è lo smorzatoio del sacro fuoco coniugale.

Silvio aveva sospirato più d'una volta; senza accorgersene si travagliava da un pezzo col desiderio. Ad ogni modo egli si andava ripetendo che le sue intenzioni erano oneste, e che quando avrebbe fatto palesi i suoi sentimenti, non sarebbe andato più in là.

Carlotta lo avrebbe compianto, avrebbe conosciuto la nobiltà dell'animo suo disinteressato, e l'avrebbe forse stimato — era più che egli non desiderasse.

Forse queste sue fantasie avevano un lato vero — la vanità è l'unico rimedio dell'amore, e la compiacenza d'atteggiarsi a vittima sull'ara della virtù può lottare, con qualche speranza di vittoria, colla frenesia dei desiderii.

In quella sera le sale del signor Verni erano più affollate del solito. Silvio, che sul limitare della porta avea deposto gran parte dell'audacia che lo aveva sorretto per via nei suoi propositi, entrò alquanto imbarazzato, parendogli che gli occhi di tutti si fissassero sul suo volto e vi leggessero i suoi pensieri. In fondo, benchè egli facesse mestiere di letterato, non era dei più avveduti, e se aveva una macchia sulla coscienza, bisognava che gli salisse alle guancie.

Il signor Verni gli mosse incontro, gli porse la mano, lo chiamò: mio caro signore, e lo fece sedere al suo fianco.

Silvio guardava all'intorno in cerca di Carlotta. Ne domandò a lui, e lui rispose che ella sarebbe venuta a momenti; poi riprese il suo ragionare brioso.

Assolutamente in quella sera il signor Verni era di buon umore. Silvio lo pensò, e per un momento si sentì venir meno. Amareggiare così le gioie d'un uomo onesto! colpirlo nei suoi affetti, nella sua pace!... Ma Carlotta era così bella! Guardò ancora attorno a sè, ricercandola cogli occhi.

— Che cercate? gli domandò il signor Verni.

— Nulla — rispose Silvio imbarazzato; e per rassicurarsi, guardò la faccia di quell'uomo.

Era bello, assolutamente bello.

— È una cosa orribile — un marito! e da quale stampo è dunque uscito costui? pensò dentro di sè. Ma ciò è ancor peggio, che io mi sento attratto verso di lui, chè egli mi è simpatico, e mi pare quasi d'amarlo.

L'esame fu brevissimo, ma completo. E riconobbe per la prima volta sotto le linee di quel volto sorridente, una impronta di virile severità che non disarmonizzava tuttavia coll'abituale dolcezza con cui era uso trattare.

Da quel punto Silvio fu sulle spine; si contorceva sulla sua seggiola come un uomo annoiato, tanto che il sig. Verni, da quella compita persona ch'egli era, gli offerì di fare una partita agli scacchi.

— Ciò ci farà passare il tempo — aggiunse.

— Vi pare? rispose Silvio distratto; e intanto guardava sott'occhio una porta, da cui parevagli dovesse uscire Carlotta.

— Dunque accettate? replicò l'altro.

— Accetto — stava per dire Silvio senza badare — ma in quella l'uscio si aprì, e Carlotta entrò nella sala.

VII. Silvio ad Eugenio.

«Ciò che mi dici nella tua lettera d'ieri, mi fa male. Lo ignoro io forse perchè tu debba ammonirmene?

«Non è che un anno che essa è sposa a lui», perchè farmene sovvenire? e con qual animo mi faresti tu questo richiamo, se non dubitasti delle mie intenzioni?

Sii franco meco; l'amicizia te ne dà il diritto, te ne dà il dovere. Dimmi adunque, giacchè lo pensi, che io sto per commettere un'azione indegna, che sto insidiando codardamente la pace d'un uomo onesto, che vive al pari di me d'affetto e di speranze, che mi accoglie nella sua casa, che mi stringe la mano...

T'intendo, t'intendo — tu non credi alla mia forza, perchè non credi che nissuno possa amare una donna col solo fine di amarla. Il tuo scetticismo non si smentisce. Ma io ho creduto che le mie parole dovessero rassicurarti, e che non mi avresti stimato così debole da infrangere il mio giuramento, nè così stolido da comperare un'ora di voluttà a prezzo d'un rimorso.

Può essere che io m'inganni.

Da qualche tempo sono così mutato, sento l'amore in un modo così diverso, e il mio raziocinio si è così impoverito, che non riesco a darmi ragione dei fatti miei. Tuttavia mi pare che sarei forte, che, anzi che costarle una lagrima, vorrei prima morire. Ma sono pur stolto io! Parlo come se essa corrispondesse al mio amore... mentre...

A quest'ora ella sa tutto. Non so come l'animo mi reggesse a questa rivelazione; e ne sono quasi pentito, o vorrei fuggire per non rivederla mai più. Una forza più potente della mia volontà mi tiene qui soggiogato; io ritornerò dinanzi ad essa pauroso come uno schiavo...

A quest'ora forse ella pensa a me; ripeterà dentro di sè le mie parole — che dirà il suo cuore?... Il mio non batte più, s'è come paralizzato; da ieri io vaneggio come un pazzo — vorrei dimenticarmi, vorrei sfuggire a questa tortura del pensiero, e non mi è possibile. La notte di ieri mi è sempre dinanzi alla mente, nè io posso staccarmene un istante.

Me le ero seduto daccanto, e da un pezzo non le dicevo parola. Rimuginavo dentro di me cento maniere diverse, e non sapevo qual scegliere per palesarle l'amor mio. Più volte avevo aperto le labbra per incominciare, e il pentimento me le aveva richiuse in un sospiro.

— Fa molto caldo, mi disse Carlotta.

— Estremamente — risposi, e non mentivo.

Volli dir di più, ma mi venne meno l'ardire. Suo marito si accostò a noi, mi rivolse la parola, e mi sorrise; poi parlò lungamente con Carlotta. Quando si allontanò, vidi gli sguardi di Carlotta che lo seguivano con espressione di affetto; tutte le mie forze si accasciarono per un istante. Se non che mi risollevai poco dopo, e credo che la speranza non mi avrebbe mai dato tanto ardimento, quanto me ne venne dalla certezza della sua indifferenza.

— Ho una cosa a dirvi — dissi d'improvviso arditamente.

Ella rivolse la sua faccia verso di me, affissò i grandi occhi nei miei con espressione di meraviglia.

Non potevo più dare indietro.

— Non oso — aggiunsi balbettando.

— Diamine! diss'ella, scuotendo il capo con un sorriso mesto.

— Se voi l'indovinaste...

I suoi occhi non mi dissero nulla.

— Se potessi dirvelo in un orecchio... insistei sorridendo per dissimulare il mio strazio.

Ebbe pietà della mia vergogna, e non attese più oltre. Si rizzò in piedi. La guardai supplichevole, mi guardò senza rancore, senza disprezzo, serena e mesta ad un tempo. Ahimè! non era lo sguardo con cui ella avrebbe detto il suo amore.

M'allontanai precipitosamente da quella casa; mi cacciai in letto smaniando e piangendo.

Dimmi tu pure che io fui sciocco; è tutt'oggi che lo ripeto a me medesimo. Mi pare che in questo momento saprei pur rintracciar la vera via per giungere al suo cuore. Ma è meglio che sia così; tu ne sarai pago; il ridicolo mi ha condannato irremissibilmente — così tutto sarà finito. Io non avrò più forza di parlarle, non so neppure se avrò forza di rivederla.»

VIII.

Silvio stette tutto quel giorno combattuto fra mille pensieri.

Aveva stabilito di non recarsi in quella sera in casa di Carlotta, e tuttavia parevagli che il suo orologio camminasse troppo lento, e che tardasse troppo ad annottare. Verso il tramonto mutò proposito, e volle andarvi; si abbigliò ed uscì: gironzò lungo tempo indeciso, e finì col rientrare in casa più tetro di prima.

Stette alcuni giorni senza ritornare in casa del signor Verni. Finalmente si arrese al proprio desiderio, e vi andò ancora.

Carlotta gli sorrise senza affettazione, senza ironia, senza quella compiacenza che la certezza d'aver ispirato una passione genera nell'animo d'ogni donna. Era calcolo, dissimulazione delicata? era natura? Silvio lesse subito nel contegno di lei la sua sentenza, e chinò il capo.

Erano soli in un canto della camera; ella seduta sopra un divano, egli appoggiato ad una seggiola — la comitiva cianciava allegramente; le belle donne gettavano qua e là sguardi provocanti, i bellimbusti sciorinavano del loro meglio i loro giuochetti di spirito.

Silvio taceva — Carlotta agitava lentamente il suo ventaglio.

— Signor Silvio, disse ella volgendo all'improvviso la bella testa verso di lui.

Egli si scosse dalla sua meditazione, e balbettò con fioca voce: «signora.»

— Accostatevi, riprese Carlotta, scommetterei che vi annoiate.

— Siete in inganno; la vostra casa ha bandito la noia, rispose Silvio sforzandosi a sorridere.

Trasse la sedia d'accanto a Carlotta, e si assise.

La bella donna continuava ad agitare il suo ventaglio. Un'audace speranza balenò nella mente di Silvio; forse ella aveva accolto il suo affetto, e quel suo contegno era un invito. Si fe' rosso in volto dal piacere, mosse le labbra convulsamente per parlare.

Carlotta s'avvide.

— Ieri vi siete interrotto — disse con dolcezza, ma senza la titubanza che suggerisce l'amore.

— Ieri... ripetè tristamente Silvio, smarrendo a un tratto ogni energia.

— Avete fatto bene, aggiunse Carlotta con un leggiero tremito, gettando uno sguardo melanconico e pietoso sul povero Silvio.

Non dissero più nulla. Ella volgeva gli ocelli intorno, per nascondere il suo imbarazzo, egli guardava il suolo pensando la sua sventura.

Poco dopo Carlotta si levò, ed uscì da quella sala. Silvio la seguì cogli occhi, e rimase estatico a contemplare la porta per cui ella era uscita. La vide rientrare poco dopo al fianco di suo marito. Che voleva ella dirgli con ciò? Ahi! Silvio lo comprese troppo bene.

Passarono in una sala da giuoco; li seguì come attratto da una forza invisibile.

— M'ami? domandava ella al marito.

— Me lo dimandi!

— Mi pare d'amarti come non ti ho mai amato.

Il signor Verni stringeva più forte il braccio di madama.

Silvio si tenne al muro per non cadere. Carlotta si voltava in quel momento per districare la sua veste di raso che s'era impigliata ad un mobile.

Si guardarono, ed arrossirono entrambi.

Quella sera fu un supplizio per il cuore di Silvio.

E tuttavia egli non sapeva allontanarsi da quella casa. Più volte s'era trovato a fianco del signor Verni, e l'aveva guardato con un sentimento d'invidia che non aveva potuto soffocare. Ma quel signor Verni era così affabile, così espansivo, e così severo ad un tempo ne' suoi modi, che quasi Silvio si compiaceva del suo strazio, pensando di aver risparmiato peggio a quell'ottimo marito — e se non era la prepotenza della sua passione, egli avrebbe incolpato sè medesimo di codardia. Ad ogni modo ciò non è poco, specialmente per chi, al pari di Silvio, si tenga sicuro dell'onestà delle sue intenzioni.

Erano trascorse tre ore dacchè Silvio era giunto in casa Verni, e una pendola sopra un caminetto suonava con squilli argentini la mezzanotte.

Il povero innamorato passò una mano nei capelli, e si rizzò da una seggiola, su cui era rimasto lungo tempo, con animo di allontanarsi. Si accingeva alle fredde cerimonie della partenza, e pensava che avrebbe voluto essere sotto le lenzuola, e risparmiarsi, se gli fosse stato possibile, l'imbarazzo di quei saluti; quando un servo annunziò due nuovi personaggi.

Siccome le serate del signor Verni si protraevano di solito fino alle tre del mattino, non v'era nulla di strano che quei tali giungessero a quell'ora; ma tuttavia Silvio, che aveva lo spirito immiserito dalla battaglia del suo cuore, ne fu sorpreso, e s'arrestò.

Quei due erano un dottore, ed un cavaliere, Felice Salvani.

Il dottore era persona conosciutissima; frequentava assiduamente le serate del Verni, e godeva di qualche intimità con lui — il cavaliere Salvani era uomo nuovo, che si presentava per la prima volta in quelle sale — e ciò, secondo i calcoli di Silvio, cresceva l'inopportunità di quell'ora.

Del resto il cavaliere era un bell'uomo, sui trentacinque anni, d'aspetto serio, ma più per albagia che per dignità — infine era biondo; non ce ne voleva di più perchè Silvio lo trovasse antipatico.

Senza sapersene spiegare la ragione, egli cercò collo sguardo Carlotta. La vide in mezzo a un crocchio di signore; era pallida e guardava verso l'uscio d'ingresso con espressione di terrore. Involontariamente Silvio fe' un passo come per recarle soccorso; si rattenne in tempo. Il signor Verni si accostava alla moglie seguito dal cavaliere.

Silvio rimase immobile a guardare quella scena, dominato da una sensazione di paura e d'ira che non sapeva spiegare a sè medesimo. Vide Carlotta impallidire maggiormente, barcollare un istante, e reggersi allo schienale d'una seggiola per non cadere; vide la sua bocca aprirsi per balbettare un complimento, e un sorriso sfiorare forzatamente lo sue labbra, e indovinò l'ansia del suo petto, e lo straziante martello del suo cuore.

Tutto ciò aveva durato un istante, nè altri che Silvio avrebbe potuto vederlo — ma per lui era una rivelazione; egli guardava Carlotta, guardava quell'uomo, e parevagli di afferrare le fila d'un segreto. Ahimè! temeva d'indovinare.

Tuttavia poteva essere che egli s'ingannasse, che fosse stata un'illusione de' suoi sensi agitati. Infine quell'uomo veniva per la prima volta in casa Verni; e non era probabile che corresse una segreta intelligenza fra lui e Carlotta: egli avrebbe avuto mezzo di prevenirla, di prepararla, nè la sua venuta le sarebbe stata cagione di sorpresa. Oltre a che — e per poco che egli fosse avveduto non poteva ingannarsi su questo — non la sorpresa, ma il terrore aveva imbiancato le guancie di Carlotta. Che se invece il cavaliere fosse stato altre volte in qualche dimestichezza col Verni, come mai questi non aveva alcun sospetto, e non s'era accorto del turbamento di Carlotta?

In tali quesiti Silvio smarriva la coscienza di sè medesimo, del suo dolore; pensò al dottore che era uomo compitissimo e legato a lui da molto tempo da una di quelle relazioni di simpatia che sono così presso all'amicizia, e venne innanzi a lui con animo di averne qualche lume sul conto di questo cavalier Salvani.

— Sapete che immagrite? disse il dottore a Silvio stringendogli la mano.

— Vi pare...

— Ne sono sicuro; scommetterei che pesate due libbre di meno.

Silvio sorrise.

— È da un pezzo che non vi si vede; interruppe gentilmente; che cosa è stato di voi fin'ora?

— Fui ai bagni; i bagni sono un'ottima cura, che io consiglierei a voi pure; noi altri medici moderni diciamo che l'idroterapia è la pietra angolare della medicina. I contraddittori sono eccezioni che non hanno peso. Interrogatene i savii di tutti i tempi. Mosè ordinava che si pregasse nell'acqua corrente; ci si vuol vedere un simbolo, ma vi è anche un principio d'igiene...

Il dottore — nissuno lo chiamava con altro nome — aveva la debolezza di intrattenere tutto il mondo dell'arte sua e compensarsi in tal modo della mancanza d'una clientela. Buon uomo del resto, e pieno di spirito, rideva a tempo opportuno di sè medesimo, e confessava candidamente di non aver mandato nessuno all'altro mondo.

— Voi non siete venuto solo? domandò Silvio.

— Solo! è vero, volete alludere al cavalier Salvani.

— Per l'appunto. Che uomo è?

— Un cavaliere.

— Non è questo.

— Non so dirvene di più.

— Dunque non è vostro amico?

— Amico, precisamente, no. Lo conosco.

— Molto?

— Poco; i nostri rapporti sono recenti — qualche parola, e qualche mazzo di carte scambiate insieme — e più carte che parole. È un giocatore assai fortunato; io ho puntato spesso sulle sue carte, e gli sono riconoscente della sua fortuna. Ecco tutto; il cavaliere non è di Milano, conosce poche persone, mi ha pregato di fargli respirare in qualche modo l'aria delle nostre sale, e l'ho condotto qui.

Silvio non potè saperne di più; ma era già molto che egli avesse la certezza che l'incontro di Saivani con Carlotta non fosse soltanto effetto del caso.

Da quel punto mutò proposito, e non volle lasciar quella casa senza prima accertare in qualche modo i suoi sospetti.

Il cavaliere Salvani si tenne quasi sempre lontano da Carlotta; parlò due o tre volte col marito, entrò nella sala da giuoco, perdette alcuni biglietti di banca; impassibile sempre. Silvio lo seguiva come uno spettro.

Finalmente quell'uomo, dopo aver gironzato alcun poco attorno a Carlotta, prese il partito di sedersele vicino. Silvio si arrestò di botto; e pose una mano sul cuore a reprimerne la frequenza dei battiti.

Carlotta vedendo quell'uomo aveva fatto un movimento di ripugnanza, e aveva tentato allontanarsi; ma il cavaliere l'aveva guardata fisso con uno sguardo imperioso; la poveretta a quello sguardo aveva tremato come al tocco d'una pila, e s'era arrestata.

Silvio non pensò ad altro, e si fece innanzi per porsi anch'egli a fianco di Carlotta. Questa lo vide, ne indovinò l'intenzione, e fe' un atto di gioia — e facendogli posto sul divano:

— Qui, gli disse tremando, signor Silvio...

V'era tale abbandono in quelle parole, che Silvio ne fu commosso.

Senza dubbio Carlotta anch'essa s'accorse d'essersi spinta troppo oltre, e tentò di mitigare con uno scherzo stentato la vivacità di quel richiamo.

Silvio e Felice si trovarono così l'uno in faccia all'altro; si guardarono immobilmente un istante, sfidandosi a vicenda, e volendo costringere l'un l'altro ad abbassare gli occhi per il primo, Silvio non cedette punto; il cavaliere sogghignò amaramente, si levò in piedi, salutò, e si allontanò gettando un ultimo sguardo sopra Silvio, che lo accolse impassibile. In quello sguardo era giurato un'odio.

Carlotta aveva chinato gli occhi sopra un albo di paesaggi.

— Osservate, diss'ella a Silvio appena il cavaliere fu partito — che incantevole veduta! ci sono stata; ecco laggiù il lago di Costanza, e qui a sinistra la città di S. Gallo.

— Infatti..

— Non avete voi visitato la Svizzera?

— Infatti.... io non ho visitato la Svizzera.

IX. Silvio ad Eugenio.

«Ti avevo promesso di non parlarti più di questo mio amore, ti avevo promesso che mi sarei fatto forza, che avrei vinto me stesso ed avrei dimenticato. Non credere che io intenda fallire così al mio proposito; se te ne scrivo ancora non è perchè io non voglia dimenticare, ma sì perchè non ho ancora dimenticato.

Un istinto più potente della mia volontà, un istinto fatto più di compassione e di curiosità che d'amore, mi riavvicina a quella donna. Ho dovuto ritornare in sua casa dopo essermene allontanato alcun tempo, e ti giuro che, se non fosse stato di quell'uomo, io non vi sarei ritornato più; avrei subìto la mia sorte, avrei domandato la pace ad ogni cosa, anzi che straziarmi in questa sterile lotta d'un amore non corrisposto. Ma sapere che un altro era vicino a lei, e tentava forse con maggior fortuna le vie del suo cuore, era troppo gran strazio; io non poteva aggiungerlo alle mie torture, senza soccomberne.

Sono dunque ritornato in quella casa. Non l'avessi fatto mai! Vi ho perduto la sola cosa che mi fosse ancora cara, la fede incontaminata nella virtù di Carlotta.

Io non ho il diritto di farmi giudice delle sue azioni, ma tuttavia non posso chiudere dentro di me questa condanna che mi viene sulle labbra. Ho voluto difenderla, ho pensato l'amore che ella ha per suo marito, e l'apparente ripugnanza che dimostra per questo assiduo corteggiatore; ma tutto ciò non basta. Se fra di loro non v'ha vincolo d'amore o di colpa, quali diritti così possenti può egli vantare sull'animo di Carlotta?

Vorrei pure illudermi ancora, vorrei poter essere ancora in tempo, e fuggire recando meco la mesta croce dei miei dolori, e le mie ultimo illusioni. Oh! le mie illusioni! povera corona sfrondata!... Ma oggi è inutile; dovunque io andassi, avrei dinanzi agli occhi l'immagine di quest'uomo che mi ha avvelenato la sola gioia che m'era rimasta, la gioia del sacrificio. Nulla più può salvarmi, se non la certezza; di qualunque natura ella sia, pur che mi tolga da questo dubbio inesorabile che mi cammina a fianco, che si appoggia al mio capezzale e affanna i miei sonni coi suoi quesiti, che mi rode le viscere come un tarlo. Ma che dico! posso io dubitare ancora, dopo ciò che è avvenuto? Ah! se un dubbio v'è nella mia mente, è la mia mente che lo nutrisce; l'anima mia vigliacca vede la certezza, e ne rifugge impaurita, e si dibatte con un vacuo fantasima, meglio che desistere dalla lotta.

Giudicane tu stesso.

Erano venti giorni che io non andava più in casa di Carlotta. Vi andai oggi dopo il mezzodì. Avevo in mente di scusare per tal modo la mia assenza; in cuore di rivederla, di combattere ancora per contendere l'amore di Carlotta a quell'odiato rivale. A quell'ora io mi sarei trovato solo con essa, o almeno non avrei avuto intorno a me il volto marmoreo di quel biondo cavaliere; forse... che dico? io era giubilante di questa determinazione; guardai il cielo, e mi parve bello; i volti umani, e mi parvero più sereni; la speranza giovine e robusta rinasceva nel mio povero petto.

Entrai nella sua casa tremante; la signora era nelle sue camere, il sig. Verni uscito poco prima. Mi feci annunziare a Carlotta ed attesi. Il servitore ritornò a dirmi che la signora mi faceva pregare d'attenderla un istante nella sala. La gioia mi rendeva insensato: seguii macchinalmente il servo che mi precedeva.

Entrando nella sala, udii il rumore d'una porta sbattuta con violenza. Mi rivolsi; era la porta che metteva nelle camere di Carlotta; la spinta era stata così violenta, che l'uscio aveva rimbalzato senza chiudersi, e la maniglia tremolava ancora.

Rimasi solo, e contemplai sbigottito quel luogo in cui avevo passato tante sere felici; la luce del giorno me lo rendeva quasi irriconoscibile.

Fui tolto alle mie meste fantasie dal suono d'una voce che partiva dalle camere di Carlotta. M'accostai all'uscio che era rimasto socchiuso; la voce pareva venire dal fondo della camera; era d'uomo. Non potei vincere la mia curiosità; ahimè, era certamente assai più che curiosità! appoggiai la testa contro l'uscio, ed ascoltai vergognando della mia debolezza.

Erano due voci, e parevano contendere; l'una più robusta, più imperiosa, ed era quella d'un uomo; l'altra supplichevole e fioca, d'una donna, forse di Carlotta. Un freddo sudore spuntò sulla mia fronte; tesi l'orecchio per ascoltare, ma le parole non giungevano fino a me che stentatamente.

— Verrete? domandava quell'uomo, e l'altra replicava fra i singhiozzi.

— Verrete? insisteva il primo.

Mi venne in mente che fosse lui, il cavalier Salvani; e immaginai Carlotta pallida, lagrimante, stretta dalle mani audaci di quell'uomo.

La pietà me l'imponeva, il mio amore me ne dava diritto; posi la mano sulla maniglia della porta, e feci per entrare.

— Verrete? ripetè ancora una volta quella voce.

Un gemito straziante le rispose, poi alcuni passi affrettati, poi più nulla.

Mi appoggiai al muro un istante, e tentai invano di ricompormi.

Carlotta entrò; la salutai freddo, ella sorridente. La guardai negli occhi; aveva pianto... Mio Dio! Mio Dio! E quell'uomo dunque? ah! è cosa da perdere la ragione...

«Verrete?» Era una preghiera? no, era un comando — ma dove? quando? e qual sarà stata la risposta di lei? Stolto! e posso io dubitare ancora?»

X.

In tutta notte Silvio non potè dormire un solo istante; il fantasma della sua sciagura s'era seduto sul suo letto; i suoi occhi lo fuggivano, ma invano — quel fantasma gli era sempre dinanzi. E pigliava le forme più spaventose, e gli atteggiamenti più strani. Terribile strazio, notte interminabile; il primo raggio di sole illuminò la sua fronte madida di sudore. Egli salutò quella luce come un benefizio.

Abbandonò il suo letto ed uscì; che aveva in mente? nulla; e tuttavia non avrebbe potuto restare un istante di più sotto quella volta, fra quelle mura che erano state testimonii di quella notte passata nel delirio e nella febbre dell'insonnia. Gironzò a caso gran tempo; senza avvedersene e quasi istintivamente, egli si era spinto fin presso all'abitazione di Carlotta. S'inoltrò; vide le sue finestre e i suoi vasi di ciclamini, i fiori che essa amava sovra tutti gli altri, e si fermò sulla via a contemplarli melanconicamente. Gli ritornarono in mente le segrete battaglie del suo timido amore.

Trascorse gran parte della mattina senza che egli avesse potuto decidersi ad abbandonare quei luoghi. Guardava tratto tratto alle finestre, sperando il povero conforto di vederla ancora una volta prima di abbandonarla per sempre.

Improvvisamente si accorso d'una donna che lo precedeva di un centinaio di passi e che egli non aveva visto passare innanzi. Vestiva semplicemente, ma con eleganza; gli volgeva le spalle, e s'allontanava a passi rapidi. Il cuore di lui rianimava le suo tempeste; parevagli di riconoscere Carlotta; all'andatura e alle spalle avrebbe giurato che era dessa. La ragione lo veniva confortando in questa credenza; quella donna gli era apparsa dinanzi in un solo tratto; sarebbe stata troppo strana cosa che gli fosse passata dinanzi ed avesse tardato tanto a vederla. Era dunque uscita da una porta; la sua distrazione gli spiegava che non l'avesse vista ad uscire; ora la porta dell'abitazione di Carlotta si trovava per l'appunto a tal distanza che tornava bene coi suoi calcoli. Così pensando affrettava il passo dietro a quella donna, procurando di tenersi alle muraglie per celarsi.

Perchè la seguiva egli? non lo sapeva. Se pure avesse avuto la certezza che quella donna era Carlotta, avrebbe egli osato arrestarla sulla via e parlarle? E parlarle di che? Certamente non pensava nulla di tutto ciò; la seguiva non già per raggiungerla, ma per seguirla; anzi quando gli parve di guadagnare troppo cammino, rallentò il passo per mantenersi alla stessa distanza.

Ella s'era voltata più volte, ed egli aveva aguzzato il suo sguardo, ma un fitto velo le nascondeva il viso. Allora solo Silvio ricordò quella parola udita il giorno prima, e gli parve d'udirla ripetere ancora malignamente al suo orecchio:

Verrete?

— Oh! ella adunque si reca a quel convegno, non vi è più dubbio — disse fra sè gemendo, e accelerò il passo.

Quella donna camminava sempre innanzi a lui. Guardandola più attento, gli parve che si fosse ingannato e che non potesse essere Carlotta; le forme e le movenze eran di Carlotta, ma mancavano due linee alla sua statura, per poter dire che la fosse davvero. Egli non poteva errare; l'aveva vista tante volte....

— Oibò, conchiuse, non è Carlotta.

Tuttavia non seppe risolversi di arrestarsi e proseguì, sebbene più lento, nel cammino che gli veniva segnato da quell'incognita.

Ad uno svolto di via il cuore gli battè più celere, il velo di quella donna s'era sollevato alquanto, e gli occhi penetranti di Silvio erano passati come un dardo in una feritoia.

— È dessa, è dessa — ripetè sconfortato.

E questa volta accelerava il passo con frenesia; se non che non andò molto che si arrestò un'altra volta. Aveva misurato ancora la statura di quella donna, e assolutamente le mancavano due linee per farne una Carlotta.

Non osando più affermare nulla dentro di sè, si lasciò guidare macchinalmente, spinto da quella che si può chiamare la forza d'inerzia della volontà, e che è pelle nature variabili e deboli la sola direttrice delle azioni.

Camminò di tal guisa gran tempo; parea che quella donna errasse capricciosamente, come se temesse d'essere seguita, e volesse sviare ogni ricerca. Pure egli era certo di non essere stato veduto.

D'un tratto l'incognita si fermò, e guardandosi attorno, entrò d'un balzo in una carrozza da piazza, che pochi istanti dopo partì al galoppo.

Silvio s'arrestò sbigottito.

Un'altra carrozza gli veniva incontro, e il cocchiere dall'alto del cassetto agitava lo staffile per richiamarne l'attenzione ed offerirgli i suoi servigi.

Silvio corse incontro a quell'uomo.

— Hai tu veduto quella carrozza che è partita or ora?

— Il numero 102.

— Ti basta l'animo di raggiungerla e di seguirla?

— Per raggiungerla gli è l'affare di cinque minuti; le gambe di Lupo, ed accennava il suo cavallo, sono d'acciaio. In quanto a seguirla, se anche io chiudessi gli occhi, Lupo le terrebbe dietro ugualmente; egli conosce meglio di me il numero 102, perchè lo ha giorno e notte dinanzi agli orchi. Vedete ho il numero 103 io...

Silvio non aveva ascoltato che a metà le ciancie di quell'uomo; s'era cacciato in carrozza e avea rinchiuso, sbattendolo, lo sportello.

La carrozza partì come una furia.

In breve il numero 103 fu dietro al numero 102; allora rallentò il passo.

Il numero 102 svoltò in una via, svoltò in un'altra, in un'altra ancora, e il 103 dietro sempre come un'ombra. Allora parve che l'incognita si fosse accorta d'essere seguita, perchè d'un tratto il 102 si slanciò al galoppo. E il numero 103 dietro egli pure al galoppo.

A quella corsa sfrenata i passeggieri si davano da banda spaventati.

— Passale innanzi — gridò Silvio al cocchiere.

La povera rozza tremò sotto lo scoppiettio della frusta, e accelerò ancora la sua corsa. Silvio appoggiò il capo allo sportello, tenendosi nascosto dietro le tende; aveva speranza di veder quella donna e di riconoscerla, e voleva darle a credere di non essere inseguita, per non stornarla dal suo proposito.

Il numero 103 raggiunse il 102.

La corsa delle due carrozze era così rapida, che, prima di passar oltre, si trovarono di fronte un breve tratto. Silvio vide le tende calate, e l'estremità di una mano che spuntava dietro i vetri. Il volto di quella donna era là... dietro... sbigottito forse e tremante.

La carrozza passò oltre.

Il 102 approfittò di quel momento, e voltò a sinistra. Silvio non sentì più il rumore delle ruote dietro di sè. Ahi! essa dunque gli era sfuggita.

Lungi dall'arrestarsi, il cocchiere tirava diritto al galoppo, e giù staffilate sul disgraziato Lupo.

— Lasciatemi fare, gridava dal suo cassetto a Silvio che gli comandava d'arrestarsi.

La carrozza volava, radendo il terreno come una freccia. Silvio intese il rumore delle ruote farsi più sordo, e cessò affatto d'udire l'alternato scalpitare delle zampe di Lupo sul lastrico. Allora levò il capo dallo sportello, e conobbe d'essere nella Piazza d'Armi.

Una carrozza privata era ferma nel mezzo della piazza; parve che il cocchiere di quella, vedendo una carrozza accostarsi, si ripiegasse indietro per pigliare degli ordini; infatti poco dopo tirò le redini, e mosse lentamente incontro al numero 103. Il cocchiere del numero 103 dal suo canto rallentò le redini sul collo di Lupo, e lasciò che egli si avanzasse al piccolo trotto.

All'improvviso la carrozza privata mutò direzione, e volse a sinistra; da quella parte un'altra carrozza arrivava di galoppo. Silvio riconobbe in essa il numero 102, smarrì le forze, e dovette abbandonare lo sportello.

Un'istante dopo diede ordine al cocchiere di passar oltre per non insospettire.

Allora appoggiò la fronte ardentissima sul piccolo finestrino posteriore, e guardò con occhio smarrito ciò che stava per succedere. E vide le due carrozze arrestarsi l'una presso all'altra, e lo sportello del numero 102 aprirsi, e contemporaneamente aprirsi lo sportello dell'altra; poi un piede piccolo appoggiarsi sul predellino del numero 102, ed uscirne una donna velata. Silvio rattenne il respiro per concentrare negli occhi tutta la sua vita... Un grido proruppe soffocato dal suo petto; no, egli non poteva più oltre dubitare: quella donna era Carlotta.

La vide attraversare il breve tratto di via che la separava dall'altra carrozza; e una mano sporgersi per aiutarla a salire; poi null'altro; le lagrime gli oscuravano la vista.

Poco dopo un polverio lontano segnava ancora il sentiero di quella fuga.

— Devo seguirli?... domandò il cocchiere, accennando col dito la carrozza che si allontanava.

— No; rispose Silvio con voce cupa.

— Volete che mi accosti al numero 102?...

Senza aspettare la risposta, spinse Lupo al galoppo.

— Arresta; gridò Silvio.

La carrozza si fermò. Silvio si fe' condurre dinanzi all'abitazione del signor Verni; e quivi discese.

— Uscirò da questa incertezza fatale, mormorava fra i denti salendo le scalinate.

— Voi qui, signor Silvio! disse una voce daccanto a lui.

— Voi, signor Verni!

— Vi fa meraviglia?

— Tutt'altro, vi cercavo.

— A meraviglia; sono agli ordini vostri.

— Voi uscite?

— La mia solita passeggiata. E che cosa volevate dunque da me?

— E la vostra signora moglie?

— Sta bene; è uscita anch'essa.

— Uscita....

— Da un'ora, una visita ai suoi poverelli; quest'oggi è il sabbato. Attaccatevi al mio braccio, mi parlerete del vostro affare passeggiando.

XI. Silvio ad Eugenio.

«Non so darmene pace. Ed è possibile spingere la semplicità a questo punto? e voler ritessere di propria mano nuovi inganni alla mente, perchè ella asserisca ciò che non può pensare? Pure è questa da qualche giorno la mia tortura. E m'affatico stoltamente a deludere il mio buon senso, per poter credere ancora alla virtù di quella donna.

La virtù, la virtù! sempre questa parola che enfia pomposamente le gote degli ipocriti; questa che noi chiamiamo virtù è maschera di più fino lavoro delle altre, ma maschera al pari delle altre; il mondo tutto è una mascherata ridicola; e chi non ha labbra da ghigni beffardi, non ha petto da starsene fra gli uomini e farà meglio ad andarsene. Poni la virtù sopra una bilancia, e dimmi quanto pesi; interroga i mercati, e che ti si dica il prezzo di questa merce; incontrerai molte virtù da vendere — ma la virtù non già, perchè non è cosa di terra — Se oggi ci venisse un istante, un usuraio la porrebbe all'incanto, e domattina l'avrebbero violata.

Hai forse ragione, mio ottimo Eugenio; e in questo momento sono assai più disposto a convenire teco; ma sono ben otto giorni che mi arrovello a contraddirti e a persuadermi del contrario. Che vuoi? Sono oramai così debole, che mi appiglio ad ogni cosa che possa arrestarmi in qualche modo su questo fatalissimo pendio che mena all'apatia. Gli uomini sentono di buon'ora questo bisogno; se non che, quando si ha esuberanza di passioni e di forza, il dubbio sfiora il cuore senza passarlo; e se un disinganno tarpa le ali per un istante, bentosto la speranza le rinnova più robuste.

La gioventù è l'inno dell'amore — si è giovani, e si ama — a qualunque prezzo, anche a prezzo del dolore e del sagrifizio — si ama perchè giovani, si è giovani perchè si ama.

In questa effervescenza di vita e di affetti si esaurisce rapidamente la gioventù e l'amore — colla gioventù la forza, coll'amore la fede, però che la fede è un'amore.

L'indifferenza, fredda, muta, desolata ci galoppa alle spalle; ieri era l'avvenire e il passato; oggi è l'oggi — inesorabilmente.

Io lo sento, e vorrei sottrarmi a questa barbara legge, vorrei sottrarmi a me stesso, al peso della mia memoria e della inerzia della mia fantasia. Vorrei... oh! sì; strapparlo dal seno questo cuore impotente.

Ecco forse perchè m'affanno a credere ancora alla virtù di Carlotta.

È un fantasma vano, tu dici; che importa? è pur sempre una fede, è pur sempre un amore; non è più Carlotta che io domando al cielo, sono le mie passioni, i miei affetti, il mio cuore. Non è Carlotta, ma il pensiero di Carlotta.

Ah! la memoria di quel giorno mi toglie il senno. Spingere a tal punto la perfidia; ingannare un uomo che non vive che di lei, che ella dice d'amare, con cui divide il tetto, la mensa e l'avvenire.... e ingannarlo per chi?

Quel signor Verni è pure la buona persona; affettuoso, cortese, dignitosamente austero; ma che monta tutto ciò? egli è un marito; conviene che egli sia giudicato come tale, e amato come tale. Amato... sì; e non è possibile che io m'inganni. Carlotta ama suo marito... E perchè dunque?... Enigma tormentoso, indefinibile mistero del cuore d'una donna, chi mai saprà leggere nelle tue pagine capricciose?

Mi sono recato più volte, dopo quella giornata, in casa di Carlotta. La vidi mesta, pallida, stravolta: tale un giorno, tale sempre. Che può ella avere che l'affanni? Il rimorso forse? Menzognera e meschina e falsa riparazione questa del rimorso... «La poveretta ha errato, ne soffre». Infamia, infamia; nissuna pietà per la colpa che mendica il perdono colle vesti del pentimento.

Se l'immagine della vostra colpa può tanto sull'animo vostro da rendervi infelice, perchè mai non potè arrestarvi prima di commetterla? «Un istante di debolezza». Verissimo. Ma poichè foste deboli nell'errare, siate forti nel subirne la penitenza — non vogliate lavare l'onta colle lagrime, la debolezza colla debolezza, il vizio colla menzogna.

Quell'uomo, quel cavaliere Salvani, non è più venuto in casa Verni dopo quel giorno. M'ingannerei io dunque? Io sono pure lo stolto giocoliero ad affannarmi per ingannare me stesso. Potessi colle mie stupide querele arrestare un istante il fantasma della mia fede, e morire con essa! Morire benedicendo ed amando, morire col pensiero di lei, coll'immagine di lei dinanzi agli occhi, la mia bocca fremente sulla sua fronte purissima... la sua fronte purissima!... Irridimi cinico, irridimi; la tua beffa non può ferire il mio delirio».

XII. Silvio ad Eugenio.