UN SEGRETO VOLUME SECONDO
UN SEGRETO
ROMANZO
DI
SALVATORE FARINA
VOLUME SECONDO
MILANO
E. TREVES & C. EDITORI
1869
Proprietà Letteraria
Tipografia Letteraria — Via Marino, 3
XXXI. (Seguito.)
Un pensiero, frammezzo alla turba sconvolta nelle sue idee, aveva brillato un istante nella mente di Silvio; e da quel punto era diventato il più importuno di tutti: «scrivere a Carlotta.» E come mai egli non vi avea pensato prima?
«Le scriverò domani» disse a sè stesso, pensando acquetare di tal guisa la sua smania; e a prevenire l'effetto di questo partito così efficace, andò fantasticando gran pezzo intorno al difficilissimo edifizio che si toglieva carico di costruire al domani. A capo di due ore qualche cosa che assomigliava, secondo Silvio, ad un capolavoro epistolare, incominciò a giganteggiare nel suo cervello, come la famosa piramide di Cheope. Da qualunque lato egli guardasse questo tipo, gli pareva perfettissimo, e che una sillaba di più o di meno avrebbe tradito l'intimo senso del suo cuore. Chi sa come il sonno arruffi le matasse delle idee, e come di tal guisa mille capolavori letterarii siano stati soffocati in embrione, troverà ragionevole l'imprudenza di Silvio, che gettate da una parte le lenzuola, e balzato di letto e indossata alla meglio una veste da camera, si accinse a vergare la famosa lettera a Carlotta.
Quella lettera diceva press'a poco così:
«Signora,
«Un uomo che ha avuto la fortuna dì slogarsi una spalla e d'essere raccolto nel vostro tetto, ha qualche cosa più che il semplice dovere di esservi riconoscente. Le disgrazie pagate d'uno sguardo pietoso di colei che si ama ci diventano care come lo stesso amore; io benedico adunque la mia caduta che mi ha fatto ospite vostro.
Non vi spaventate del mio linguaggio; non attribuite a questo mio ardimento alcun disegno oltraggioso verso di voi; se la mia franchezza potesse servire di migliore riparazione al ridicolo, vi direi che appunto la paura del ridicolo mi ha suggerito questa impudenza che forse vi ha offeso.
Voi non mi avete amato mai, ed io non mi sono stancato mai d'amarvi e di domandarvi in silenzio il vostro amore; il mio silenzio era assai più palese della perorazione d'uno sciancato che mendica sul canto della via. Ne siete stata impietosita un istante solo? questo io non so, ma so d'essere stato importuno molto. Abbiate dunque pietà del mio affetto disperato; la rivelazione che io vi faccio mi dà tutto in vostre mani: potrete ridere molto di me, fatelo pure senza riguardi. La riconoscenza ci chiama assai più verso coloro che ci fanno ridere, che verso coloro che si ostinano a volere le nostre lagrime; e voi adunque siatemi alla volta vostra riconoscente; questo sentimento di reciproca generosità sarà un alimento alla sete insaziabile che io ho di partecipare in qualche modo della vostra vita, come partecipo della vostra casa.
Sapete voi perchè io vi scrivo? Vorrei pur dirlo a me stesso, ma è inutile; meglio è tacerne.
Ad ogni modo, poi che non mi è dato di sapere notizie della mia gentile castellana, non troverete biasimevole che io vi rammenti l'antica amicizia che mi lega alla vostra casa, per testimoniarvi con questo pretesto la mia gratitudine e la mia stima. Aggiungerei il mio amore.... ma non so in qual modo vorreste accogliere questa mia dichiarazione. Nella peggiore delle ipotesi, fate conto che io vi scriva durante il delirio della febbre, e perdonatemi; nulla al mondo mi dorrebbe tanto, quanto il vedere le mie intenzioni interpretate sinistramente. Io sarei assai disgraziato se volendo ispirarvi un po'.... di compassione, non riuscissi che a suscitare il vostro sdegno.
Quell'ottimo signor W** che voi avete inviato al mio letto, e che si è occupato religiosamente della mia spalla e della mia ferita al capo, assicura che fra due o tre giorni sarò completamente ristabilito. Quando egli mi ha dato questa notizia consolante, ho pensato che sarei sempre stato in tempo di buttarmi un'altra volta sotto il vostro pergolato. Più tardi ho rinsavito.
Vi prometto che non spezzerò più le aste del vostro pergolato, e non esporrò la vostra pietà ad un rifiuto.»
Silvio volle scrivere di più, ma il freddo era così intenso, ed egli così poco riparato, che una sensazione penosa lo interruppe sul più bello. Volle provare a farsi forza, ma la mano agitata da strani brividi si ribellò a quell'uffizio. Allora abbandonò la sedia e si accostò tremante di freddo al suo letto....
Al mattino successivo ebbe la febbre; questa volta, se si vuol credere al signor W** medico e chirurgo di Gossau, non era più la febbre dell'amore.
XXXII.
Giovanni venne a dire a Silvio che la pozione ordinatagli dal medico era pronta; e siccome Silvio insisteva dello sguardo, soggiunse che «il messaggio era compiuto», ciò che voleva dire che il capolavoro epistolare di Silvio era pervenuto nelle mani di Carlotta. Silvio continuava ad insistere nello stesso linguaggio, ma Giovanni questa volta si strinse nelle spalle e non rispose per la buona ragione che non comprendeva la dimanda.
— Che cosa ha detto? s'arrischiò a balbettare l'ammalato.
Carlotta non aveva detto nulla.
— Che cosa ha fatto? volle soggiungere Silvio, ma venutogliene meno l'ardire, soffocò la frase in un sospiro.
Del resto era naturale che Carlotta non avesse fatto nulla di straordinario, nè il buon Giovanni avrebbe saputo rispondere altrimenti.
Tutto quel giorno febbre, aspettazione, e null'altro.
Siccome Silvio aveva rifiutato il cibo, Giovanni, da infermiere poco pratico, ebbe subito gravi apprensioni e si tenne presso al letto dell'ammalato, silenzioso ed immobile come una statua — una statua uscita da una galleria di uomini illustri del nostro secolo, coll'inevitabile panneggiamento della moda parigina del secolo scorso.
Verso il tramonto parve a Giovanni d'udire un tocco ben noto di campanello; si assicurò che Silvio era assopito, e uscì frettoloso dalla camera. Ma non così piano, che Silvio non si destasse, e non indovinasse a un secondo tocco di campanello di che si trattava. Forse... ahi! tutte le speranze e i timori risorsero in un baleno nel suo cuore — un cuore assai grande che si diede a battere disperatamente, tanto da raggiungere e lasciarsi indietro di molto le cento e venti pulsazioni al minuto che il signor W..., medico e chirurgo, aveva accertato scrupolosamente col suo cronometro di Ginevra.
Giovanni rientrò poco dopo; recava in mano un involto che consegnò a Silvio. Questi si fe' pallido in viso, e colle mani tremanti afferrò l'involto e ne ruppe il nastro verde che lo legava; l'impazienza e la speranza erano nei suoi occhi e nel suo cuore... Quell'involto conteneva due lettere: ahi! le due lettere che egli aveva spedito a Carlotta....
Il volto di Silvio si accese di vivo rossore; ma il suo dispetto fu breve, e il dolore ne diradò ogni traccia. Le sue braccia caddero abbandonate lungo i banchi; le sue mani si rallentarono involontariamente lasciando sfuggire sulle lenzuola le lettere fatali. Giovanni in un angolo della camera, ritto ed immobile, colla testa inclinata sul petto alla guisa d'un fantasma dolente, guardava sott'occhio lo sciagurato effetto del suo messaggio.
Ciò che si passò nell'anima agitata di Silvio non è difficile cosa immaginare per chi, almeno una volta in vita, si sia trovato involto nelle tele insidiose dell'amore.
XXXIII. Silvio a Carlotta.
«Non crediate che io vi scriva per farvi rimprovero. In compenso dell'ospitalità e delle cure che m'avete fatto prodigare nella vostra casa, io vi perdono il male che avete cagionato al mio cuore. Il vostro silenzio mi aveva detto l'indifferenza; oggi vi avete aggiunto il disprezzo. Nè io me ne dolgo; una speranza gagliardamente alimentata mi ha suggerito l'audacia che vi ha offeso; però se il mio contegno mi ha meritato la vostra collera, il mio cuore non domandava che la vostra pietà.
Voi foste forse giusta, ma spesso la giustizia è crudele. Sia pure; poi che il rapido corso di molti mesi non ha saputo ispirare ed alimentare nel vostro cuore altro sentimento che l'indifferenza e il disprezzo, io saprò rinunziare un'altra volta al mio sogno, a quel sogno che, dacchè vi conobbi, fu la sola mia vita: essere amato da voi. Un sacro dovere si frappose un tempo fra voi e me; vi lasciai col cuore straziato, ma confortato da una stolta e fallace compiacenza: forse il vostro cuore mi aveva fatto l'elemosina del compianto; forse i vostri occhi mi avevano fatto elemosina d'una lagrima....
Oggi è ben altro.
Assai probabilmente non mi rivedrete più; partirò domani stesso dalla vostra casa, e domani stesso lascierò questo paese. Spero di poter andare abbastanza lontano, perchè voi non abbiate così facilmente la spiacevole sorpresa d'incontrarvi un'altra volta con me.
Questo io debbo fare per voi; lo posso, e mi basta. Se la mia riconoscenza non può dimostrarvisi che a questo patto, non potrete, spero, accusarmi d'ingratitudine. Che se le baldanze mie vi hanno tratta in inganno sui miei sentimenti, l'avvenire vi dirà forse quanto profondamente io vi stimi e vi abbia stimato sempre.»
XXXIV.
Le ore numerate dall'insonnia non sono mai brevi; e tuttavia Silvio, che aveva avuto le sue buone ragioni per non chiudere occhio tutta notte, trovò che l'alba spuntava troppo più presto che non si convenisse alla più pigra stagione dell'anno. Le battaglie del suo cuore erano state crudeli e lunghe, ma la sua risoluzione non aveva piegato un istante. Il primo raggio di luce penetrò nella sua stanza gravido di nuove tempeste e di nuovi assalti. E in un baleno ripensò tutte le accarezzate illusioni del suo spirito, melanconiche rovine d'un audace edifizio di sogni. Pensò a Carlotta, alla mesta casa che lo aveva raccolto, e parendogli d'uscire improvvisamente da una lunga visione, volse gli occhi in giro per sincerarsene. Una profonda melanconia lo invase al pensiero di dover abbandonare quelle pareti per sempre. Quivi egli si era abbandonato alle sue fantasie d'infermo, alle ansie dell'aspettazione, agli accasciamenti della disperanza — quivi egli aveva sofferto, amato e sperato molto — quella camera era stata per lui, per lui solo, tutto un mondo vastissimo che egli aveva popolato d'immagini lusinghiere.
Nelle lunghe ore di solitudine che egli aveva passato immobile sul suo letto, egli aveva numerato cento volte il doppio giro di scacchi bianchi ed azzurri che si alternavano sulla volta; aveva seguito coll'occhio i bizzarri fiorami dipinti sulle pareti fino agli stipiti dorati degli angoli, donde era tornato indietro rifacendo senza stancarsi mai gli stessi sentieri tortuosi. E poi in quella camera vi erano cento altri affetti che erano sorti per opera sua, affetti di creature enigmatiche a cui egli solo aveva dato la vita. Là era un drago colle fauci spalancate, che fino all'arrivo di Silvio era stato tenuto in conto d'una foglia di certa pianta strana a cui nissuno avrebbe saputo dare un nome; altrove una testa assai burlesca d'uomo, altrove un busto di bella donna, o un amorino senz'ali, tutta brava gente che vivevano alla buona senz'altra pretesa al mondo che quella di essere guardati ad un'ora determinata e dal guanciale di Silvio.
Pensate voi se dovesse essere lieve dolore abbandonare tutto ciò.
Più volte Silvio provò a drizzarsi appuntando i gomiti sul guanciale; più volte disse a sè stesso che era tempo di mostrarsi forte, ma sempre gliene mancò l'animo; il suo pensiero ribelle ritornava senza posa a Carlotta, e il suo corpo ricadeva inerte sul guanciale. Un sospiro mal represso veniva a quando a quando dal suo petto; ed egli avrebbe certamente arrossito confessandolo a sè medesimo, ma il suo cuore diceva assai chiaro il pentimento di aversi tolto un carico tanto grave.
— Domani stesso partirò dalla vostra casa!...
Queste parole, indarno dissimulate, si ripetevano come un lungo eco nel suo seno. Qual demone gliele aveva dettate? e perchè mai s'egli non aveva saputo resistere alle tentazioni dell'orgoglio, non era, almeno in quel momento, fatto insensibile alle lusinghe infruttuose dell'amore?
In quel punto venne picchiato all'uscio. Il signor W..., medico e chirurgo di Gossau, entrò sulla punta dei piedi. Il cuore di Silvio martellò disperatamente, vedendo l'eterno sorriso e l'eterna marsina nera dell'Esculapio.
— Come state voi?
— Benissimo, balbettò Silvio.
Il sorriso del signor W..., medico e chirurgo di Gossau, parve voler dire: «Adagio, mio signore; prima di sentenziare con tanta sicurezza ci ho da entrare anch'io.»
— Vediamo la lingua, disse dopo aver tastato il polso con molta gravità.
Silvio mise fuori la lingua colla maggior grazia possibile.
L'esame parve non andare a genio al signor W..., il quale fe' sentire un debole grugnito assai espressivo.
— Abusi, abusi!... ripetè egli scotendo il capo; eccoci di nuovo colla febbre...
E s'arrestò atteggiandosi come un punto, interrogativo. Questa volta il suo sorriso fu molto eloquente, e fu come la sintesi d'un discorso la cui perorazione dimostrava assai chiaro: come sarebbe stato sconveniente che il signor W..., medico e chirurgo di Gossau, non avesse indovinato la causa di questa ricaduta.
Ma sia che Silvio non avesse inteso l'oratorio significato di quel sorriso, o non vi avesse posto mente, prese a dire con voce titubante «come avesse in animo di partire....»
— Diamine! sclamò il medico.... e quando?
La lingua di Silvio incespicò più d'una volta prima di rispondere, e ne venne fuor un «presto» così ingarbugliato, da essere quasi irriconoscibile.
Ma, il signor W** non se ne appagò e insistè con un «per esempio?» così netto ed aperto, che era impossibile potersene schermire.
— Fra quanto tempo credete che io possa lasciare il letto? domandò Silvio, invece di rispondere.
— Secondo i casi.
— Nella migliore ipotesi?
— Supponendo una crisi favorevole, prestissimo.
— Prestissimo! Per esempio?
Il per esempio? di Silvio fu più fortunato.
— Anche domani.
Silvio impallidì, ed aggiunse con un tremito pauroso:
— E se si trattasse d'un bisogno urgente?...
Il medico parve non comprendere. Silvio tacque un istante.
— Se io dovessi partire.... oggi?
— Oggi! Diamine!
E un nuovo grugnito dell'ottimo signor W**, medico e chirurgo di Gossau, avvertì Silvio della difficoltà della cosa.
— Impossibile, voi dite?... interruppe questi con un impeto di rammarico, che poteva parere un impeto di gioia.
— Non ho detto ciò....
A questo punto il rammarico di Silvio parve meglio definito.
— Ma lo dirò certamente.... È impossibile; fate conto d'avere le catene delle Alpi alle sponde del vostro letto....
E tratto dal paragone il signor W**, medico e chirurgo di Gossau, s'agitò come invaso da un brivido di freddo, e volse istintivamente gli occhi al caminetto, su cui tremolavano ancora alcune scintille avanzate dalla notte precedente.
— Dunque? insistè Silvio con uno sguardo pieno di speranza.
Il medico si strinse nelle spalle.
Silvio non disse più nulla, e parve riflettere. Il suo volto era come irraggiato da un dolce e pago languore; ma un istante dopo la sua fronte si oscurò, e i suoi occhi si chiusero penosamente, mentre l'affanno usciva dal suo petto in un sospiro.
— È inutile, disse, è necessario che io parta oggi.
E senza punto badare al signor W** che se ne stava immobile per lo stupore, fece atto di levarsi. Il medicò lo arrestò con uno sguardo di preghiera, ed a crescervi forza aggiunse un gesto in cui era scolpito tutto l'entusiasmo d'una perorazione. Ma quella eloquenza muta non fu molto fortunata.
— È necessario che io parta oggi, ripetè mestamente Silvio; e poichè il signor W** accennava di voler insistere, lo interruppe con un «è necessario» così riciso, che a volerci trovar da ridire era qualche cosa più che una montagna da valicare.
Infatti, il signor W** non ci trovò a ridire, e pensando che la sua presenza non potesse riuscire che importuna, salutò ed usci dalla camera.
Rimasto solo Silvio, che s'era drizzato a gran stento, ed aveva messo una gamba fuori del letto, sentì a un tratto venir meno ogni energia. Col capo inchinato sul petto, cogli occhi fissi, egli ripensava melanconicamente per l'ultima volta le accarezzate parvenze del suo sogno....
Il buon Giovanni lo sorprese in quell'atteggiamento.
Silvio, tratto bruscamente al suo estatico fantasiare, levò gli occhi smarriti in volto al nuovo arrivato.
Giovanni recava una lettera; Silvio la prese senza emozione, ne ruppe il sigillo, spiegò distratto il foglio innanzi agli occhi, e lesse una sola parola:
«Restate.»
Una gioia suprema imporporò le sue pallide guancie; il suo cuore batteva così violento, che quasi gli veniva meno il respiro.
— Dessa! non è vero?... balbettò tremante, fissando gli occhi spalancati in quelli di Giovanni; e senza attendere la risposta, si lasciò cadere con delirante abbandono sul suo guanciale.
XXXV. Silvio a Carlotta.
«Rimango. Non vi dirò quanto io sia felice di questa determinazione; ma solo che io non l'avrei presa giammai se non per ubbidire ad un vostro comando. La mia volontà non ha potuto ribellarsi alla vostra, ma avrebbe resistito al mio amore.
Ho domandato a me stesso la ragione di ciò che avviene, e la mia stolta vanità si è lusingata per un istante del vostro affetto. Non sorridete della debolezza della mia natura; io mi sono ricreduto ben tosto. Sia benedetta la pietà che vi ha fatto superiore al vostro risentimento.
Il vostro risentimento! So d'averlo meritato, ma so pure che se voi aveste potuto leggermi in cuore, m'avreste perdonato. Oh! ditemi, in nome di Dio, posso io credere che, almeno in parte, la vostra pietà sia suggerita dal perdono?
Alcuni giorni tuttavia, ed io sarò ristabilito pienamente; nè vi vedrò una sola volta ancora nella vita? Deh! fate che la memoria dei vostro volto sereno s'imprima nel mio cuore prima di abbandonarvi per sempre. Partirò felice se mi avrete assolto dal vostro corruccio».
XXXVI.
Come Silvio ebbe scritto a gran fatica questa lettera, si lasciò ricadere con molta soddisfazione sul suo letto, pensando per la prima volta che se egli fosse stato a quell'ora sulle panche d'una diligenza, non si sarebbe per avventura trovato così bene.
Suonò il campanello, ed entrò Giovanni cui accennò senza parlare la lettera; poi, siccome la notte antecedente non era stata troppo propizia al suo sonno, chiuse gli occhi ripetendo dentro di sè il nome di Carlotta. A poco a poco si addormentò, ed è probabile che la visione invocata gli apparisse nei sogni.
Quando si destò, vide la camera illuminata da una pallida luce porporina, e una bruna figura seduta accanto al suo letto... Si stropicciò gli occhi, ma la visione non sparì... Un grido morì soffocato sulle sue labbra... Carlotta!...
Era pur dessa!... pallida e sorridente come fantastica creatura di sogno. Aveva un libro in una mano; dell'altra faceva cenno a Silvio di tacere. Vi fu un istante di silenzio. Carlotta guardava Silvio con fronte serena; Silvio guardava Carlotta coll'anima negli occhi, seguendone ogni più lieve movimento, quasi timoroso che l'adorata larva dovesse svanire s'egli ne avesse distratto lo sguardo.
«Lo vedete... sono venuta;» disse Carlotta con dolcezza.
Gli occhi di Silvio non dissero che la riconoscenza, ma una riconoscenza così ardente, che Carlotta sorrise suo malgrado.
— Non sono offesa con voi; aggiunse come a modificare l'interpretazione che Silvio aveva forse dato alla sua venuta.
Silvio comprese il senso intimo di quelle parole, e sospirò mestamente.
— Vi ringrazio, disse; non avrei osato sperarlo.
E da capo nuovo silenzio.
La posizione di Silvio non era veramente priva d'imbarazzo; egli era così poco preparato ad una visita di Carlotta, era stato così lungi dal pensare ad un incontro di quella natura, che le frasi galanti, di cui di solito non era sprovvisto, gli fallirono miseramente. Fors'anche la prepotenza d'un sentimento vero aveva debellato il suo coraggio.
Egli guardava Carlotta, rimuginando una frase, che, a calcoli fatti, doveva essere come una specie di bomba infallibile, e pareva misurare la distanza per non fallire il suo tiro; ma la frase si contorceva nella sua testa in mille modi, senza comporsi mai a quel tipo vagheggiato. Ogni momento che passava cresceva il suo imbarazzo, e un vivo rossore accendeva sempre più il suo volto. Carlotta gli venne in aiuto.
— Come state? domandò con un lieve sorriso.
Silvio stava benissimo, e non sapendo fare di meglio, lo disse sospirando. Quel sospiro non fu fortunato; Carlotta si fece seria in volto.
Ma Silvio non si die' per vinto, ed aggiunse melanconicamente: «il medico assicura che presto potrò partire....»
Avrebbe voluto dire domani, ma gli parve d'arrischiare troppo, e disse presto; e lo disse pauroso ed indeciso come chi getta un dado da cui dipenda la sua fortuna.
— Lascerete Gossau? domandò freddamente Carlotta.
Un po' più di calore e la parola Gossau pronunziata con maggior indifferenza, ed era per l'appunto la dimanda a cui Silvio s'attendeva. Quelle lievi modificazioni sconcertarono i suoi disegni; tuttavia s'avventurò a rispondere:
— Non devo abusare della vostra cortesia... e si tenne in aspettazione spiando sott'occhi l'effetto delle sue parole.
Carlotta sfogliò sbadatamente il libro che aveva fra le mani, e non rispose. Un gemito partì dal petto straziato di Silvio.
— Che cosa avrete pensato di me! balbettò poco dopo con voce fioca.
— Nulla: rispose Carlotta, temperando la durezza della risposta con una inflessione dolcissima di voce.
— Nulla! ripetè Silvio amaramente; nulla!
Carlotta fu visibilmente commossa da quell'accento di rimprovero e di dolore.
— La vostra ferita fu assai grave, disse sbadatamente, volendo volgere ad altro il discorso.
— Non quanto avrebbe potuto essere, rispose Silvio.
— È vero.
Non le venne detta questa parola, che Carlotta levò gli occhi in volto a Silvio.
Quelle brevi parole avevano ridestato una memoria assai delicata; entrambi compresero che il loro pensiero raffigurava in quel punto la stessa immagine ed arrossirono entrambi.
In quel punto la rosea luce che illuminava la camera impallidì a un tratto.
Carlotta si drizzò.
— Vorreste?... domandò Silvio giungendo le mani.
— È tardi, fra dieci minuti sarà notte.
— Non partite, ve ne scongiuro.
— È necessario.
— Non sono che pochi momenti che io vi vedo.
— È un'ora che io sono in questa camera.
— Un'ora! tristo me! ed io dormiva.... sognava; sognava di voi, di che potrei sognare?
L'accento con cui Silvio parlava era così languidamente mesto, che Carlotta non potè trattenersi dal pagare d'un sorriso quella passione così sincera.
— Sorridetemi così; proseguiva Silvio, cui il pensiero di rimaner solo, di perdere un'altra volta quella donna adorata, restituiva in un punto tutta l'audacia smarrita; sorridetemi così; voi ignorate il bene che mi fate in questo momento.
— È necessario che io vi lasci, disse Carlotta con dolcezza.
— Ancora un istante; ho tante cose a dirvi.
— È inutile.
— Inutile!
E Silvio chinò il capo con abbandono.
— Promettetemi almeno di ritornare.... insistè coll'ansietà di chi vede un ultimo barlume di speranza.
Carlotta tentennò il capo.
— Un rifiuto!
— No, non è un rifiuto....
— Promettete adunque?
— Non prometto mai nulla.
Silvio ricadde sul guanciale senza dir motto.
Carlotta s'appressò all'uscio, ma all'atto di afferrare la maniglia, si arrestò e si rivolse.
— Buona notte, disse.
— Buona notte, ripetè Silvio con un filo di voce.
— Forse.....
— Forse?....
— Aspettatemi....
— Quando?
— Aspettatemi.
— Domani?
Ma l'uscio s'era aperto, e la vezzosa creatura s'era involata come un fantasma....
Nella camera solitaria di Silvio, errò lungamente un profumo di donna amata, parte di sè medesima abbandonata da Carlotta ai cupidi sensi dell'ardente amatore.
XXXVII. Silvio a Carlotta.
«Vi ho aspettato; dite voi stessa se io v'ho aspettato!
Perchè dunque?... perchè?... È avvenuta forse alcuna cosa che vi abbia impedito di attendere la vostra promessa?... O dovrò io rammentarvi che mi avete fatto una promessa?»
XXXVIII. Carlotta a Silvio.
«Non nego che io v'abbia fatto una promessa, ma non ho detto nè il giorno, nè le condizioni che io ponevo all'adempimento. Poichè pare che la vostra solitudine vi sia incresciosa, e desideriate d'averne sollievo, dipende da voi che io venga a far quattro chiacchiere nella vostra camera. Promettete di non parlare mai di cose del cuore, e di non usare certe frasi vaghe che vi si riferiscono.»
XXXIX. Silvio a Carlotta.
«Per quanto avete di caro al mondo, vi scongiuro: non ostinatevi in questa pretesa. Deh! che i miei sentimenti, i sentimenti di un cuore devoto, non vi trovino inesorabile!»
XL. Silvio a Carlotta.
«Ditemi almeno che cosa intendete per frasi vaghe che si riferiscono a cose del cuore.»
XLI. Carlotta a Silvio.
«Voi sapete troppo bene dove incominci e dove finisca il vocabolario dei sentimenti dei cuori devoti. Risparmiatemi un'enumerazione lunga e spinosa.»
XLII. Silvio a Carlotta.
«Accetto. Non vi dirò quanto mi costi, benchè non potreste impedirmelo. So di non vincolarmi che a non parlarvi di cose del cuore, nè voi sarete così ingenerosa da voler estendere più oltre la mia promessa. Accetto adunque.
Lasciate però che alla mia volta io faccia, non già una condizione, ma una preghiera: venite oggi stesso.»
XLIII.
Carlotta venne; aspettata come un'alba di tripudio, bella e raggiante più d'un'alba.
Cogli occhi ardenti di passione, col cuore palpitante, Silvio seguiva i passi della leggiadra creatura che pallida e serena come una visione, attraversò la stanza lentamente, e venne a sedersi a qualche passo dal letto.
— Più vicino... balbettò Silvio.
Carlotta trasse la seggiola presso al capezzale.
Immerso nell'egoismo della sua felicità, Silvio non pensò neppure a ringraziarla; non volle o non seppe sorriderle, non le disse parola — che cosa le avrebbe egli detto, poichè gli era contesa la favella del cuore?... Il solo suo sguardo si animò, e fisso sulla fronte della donna amata, parve ricercare le vie tortuose del suo pensiero, per rapirle un segreto. Carlotta sostenne quello sguardo senza abbassare gli occhi; Silvio sospirò.
I sospiri non erano stati compresi nel patto; però Carlotta, che fino a quel punto si era tenuta in silenzio, s'affrettò a domandare a Silvio della sua salute.
Sventuratamente Silvio stava benissimo, e lo disse con un altro sospiro assai più lungo e più profondo del primo.
Quest'esordio parve spaventare Carlotta, la quale, non osando muoverne lamento direttamente, guardò Silvio con una cert'aria, come di chi volesse mettere in dubbio la legittimità di quei sospiri. Silvio le rispose di rimando nello stesso linguaggio «essere dolentissimo che si volesse mettere in dubbio la legittimità dei suoi sospiri.»
Dopo questo primo armeggio, la conversazione si animò vivamente. Silvio parlò con entusiasmo della stagione che minacciava di essere fredda, c Carlotta convenne pienamente con lui, aggiungendo che l'inverno era stato precoce. Silvio si affrettò a dividere questa opinione, e incoraggiato dal primo successo, disse qualche parola della giornata che era stata bellissima. Anche questa sentenza non trovò seria opposizione.
— Ma fredda, osservò Carlotta con qualche titubanza.
— Freddissima, confermò Silvio sbadatamente; poichè lo dite, aggiunse sorridendo; io già non ho potuto accorgermene.... sebbene.... sì, ne sono sicuro, il gelo aveva disegnato assai bizzarri fiori sui vetri della finestra. Il sole me li ha tolti ben tosto...
— E il gelo i miei... figuratevi; avevo un'aiola di cappuccine gialle che non s'erano potute raccogliere nella serra — sono morte tutte...
— Poverette!
Silvio pensò di dover unire un sospiro per significare meglio il suo compianto; questa volta Carlotta non ne parve spaventata e rispose con un sorriso.
— Amate i fiori? domandò poco dopo.
— E chi non li amerebbe?
E qui Silvio con uno slancio inspirato parlò del loro profumo, dei loro colori, e stava per parlare del loro linguaggio, se una occhiata assai espressiva di Carlotta non l'avesse interrotto in buon punto. Silvio pose la mano destra sul cuore coll'atto con cui l'avrebbe posta sulla bocca d'un ciarliero, e domandò scusa sorridendo.
Se Carlotta rispondeva a quel sorriso, addio patti! ma Carlotta non parve avvedersi del gesto, nè del senso burlesco che gli era stato dato. Quell'indifferenza sconcertò forse i segreti disegni di Silvio, il quale da quel punto si fece serio in volto, e divenne più parco di parole.
Carlotta, sia che fosse rassicurata da quel contegno, sia che sentisse in cuore alcuna pietà mista di riconoscenza, o forse per l'una cosa e l'altra insieme, acquistò per l'appunto quanto Silvio aveva perduto, e lo interrogò sui suoi viaggi.
Silvio si tolse d'impaccio assai male; nè mai racconto di viaggi fu fatto con tanta inettitudine e con così poca compiacenza.
Convien sapere che fin dal primo dialogo avuto con Carlotta, egli era stato torturato dal desiderio di fare una domanda; ma il timore di ridestare memorie spiacevoli, lo aveva consigliato a non farla, sebbene il silenzio gli paresse incontrastabilmente una mancanza di riguardo, e potesse essere creduto ispirato da un sospetto ingiurioso.
— Tutto sta nel modo di farla, aveva detto a sè stesso, e da un quarto d'ora torturava il suo cervello, domandandogli una frase restia che gli sfuggiva.
Appena gli parve d'avere il fatto suo, compose il volto a mestizia, ed aprì bocca per parlare; ma in quel punto il sole che tramontava dietro i monti, involò seco i raggi d'oro che si frangevano contro le vetrate della finestra. A quella vista Silvio si turbò, e il nome del signor Verni morì soffocato sulle sue labbra. Allo stesso tempo Carlotta si levò in piedi.
— A domani? disse Silvio con voce agitata.
— Forse.
— Forse!... E un ultimo sospiro chiuse questo secondo colloquio amoroso.
XLIV. Silvio a Carlotta.
«È inutile. Una forza superiore alla mia volontà mi trascina ciecamente ai vostri piedi. Lasciate che io mi illuda ancora una volta, e non veda la vostra indifferenza e il vostro disprezzo, e possa dirvi l'amor mio. Lasciate che il mio cuore possa conoscere ancora per poco i battiti della speranza.
Sarò vostro schiavo, se voi lo vorrete; bacierò festante le mie catene, ma non contendete al mio cuore la facoltà d'amarvi, la sola virtù che lo purifica e lo fa grande. Se la franchezza è virtù, e lo è sempre quando non nuoce ad altrui, io voglio avere anche questa.
A che giova il dissimularlo, a che giova il tacerlo? Io vi amo. Voi avete creduto che si possa spegnere un affetto, come si può spegnere un'incendio, isolandolo. Vi siete ingannata; condannando il mio cuore a tacere, a serbare gelosamente il suo amore solitario, voi non fate che ritemprarlo e rinvigorirlo in esso. Ciò che la favella non può esprimere si scolpisce incancellabilmente nel petto; il mio amore durerà quanto la mia vita.
Se pure vi ha ancora una speranza di guarigione, solo una confessione completa può compiere il miracolo. Ponete che io voglia guarire, e lasciatemi dire che io vi amo, che io vi amo, che io vi amo. Rispondetemi che io vi sono odioso, che la mia passione è ridicola, che la mia insistenza vi annoia. Tutto ciò mi farà assai male, ma potrà guarirmi.
Datemi il vostro disprezzo, tutto ed apertamente, o il vostro amore, tutto ed apertamente. Questo travaglio in cui ora vivo è peggiore della morte; voi potete liberarmene; fatelo ed affrettate. Non mi parlate d'amicizia; questa povera larva sarebbe un amaro scherno per chi domanda il vostro amore. Soprattutto siate franca; non vi trattenga un falso sentimento di pietà; la pietà, come io la intendo, è l'amore che risuscita, o il fuoco che purifica e risana; non vi ha via di mezzo: datemi il sorriso della Dea, o l'opera rude del chirurgo; benefica nell'uno e nell'altro modo io saprò benedirvi.... Qualunque altro partito sarebbe menzogna.
Voi siete stata testimone di ciò che possa in me una promessa; il ridicolo non mi ha impaurito, e rimasi vicino a voi come un fanciullo; non vogliate condannarmi ancora ad una parte così ingrata; io saprò abbandonarvi se voi me lo comanderete.
Quali sentimenti voi nutrite per me? quali sentimenti desterà nel vostro cuore questa mia ruvida franchezza? Lo ignoro. Non mi trattengo neppure ad immaginarlo. L'ho detto; una forza fatale mi trascina ciecamente ai vostri piedi. Io non so nulla di voi, se non che siete bella e che vi amo, che siete buona e che vi amo. Tutto il resto per me è un mistero; vi vedo mesta e dolente; di che? Non importa; io vi amo. Avete dei dolori? Non importa: io so che vorrei poterli dividere. Lo volete voi? volete voi esser mia?... Pazza audacia del mio povero cuore! Posso io ingannarmi più a lungo sulla sentenza che uscirà dalle vostre labbra?... E tuttavia io ve lo ripeto orgogliosamente; volete voi esser mia? Io non voglio pensare alla probabilità d'un vostro rifiuto; io così altero e sdegnoso, sentirei frangersi quest'anima da fanciullo. Mi pare che ne piangerei molto, come d'una rovina irreparabile; ma fuggirei da voi perchè le mie lagrime non suscitassero la vostra pietà, quella vana pietà che non sa dare che affanni a chi la prova e a chi la riceve.
Volete voi esser mia? Mi pare un sogno che io possa farvi questa domanda senza arrossire, o farvi arrossire.
Io penso talvolta che la sorte abbia voluto collegare in qualche modo la vostra vita alla mia, e mi inebbrio di questo pensiero.
Talora invece discendo nelle vie più segrete del mio cuore, e v'interrogo la mia passione; allora provo delle torture inesprimibili, e m'infliggo delle angoscie crudeli; anatomizzo ogni fibra e mi domando se io saprei amarvi come voi meritate. Ebbene, io ne ho acquistata la certezza; non è un amore volgare, non è l'amore dell'uomo alla donna, quel sentimento inebbriante in cui ha parte più la fantasia e il desiderio, che la stima; non è questo l'amore che io vi offro. È un amore sereno, l'amore di un'anima ad un'anima.
Voi siete bella, estremamente bella; lo so; ciò ha potuto altra volta inebbriare i miei sensi; ma non appena io vidi la vostra anima, indietreggiai per serbare il vostro profumo di virtù; l'acre voluttà della colpa mi ha sedotto, ma non mi ha vinto. Fuggii lontano da voi, recando meco la memoria della vostra bellezza, il mio vagheggiato ideale di artista.
Oggi è ben altro; voi siete libera; per qual filo misterioso io sia stato guidato innanzi a voi, non so; ma so che è la Provvidenza che lo vuole. Oggi è ben altro; altra volta io ho amato la vostra bellezza e il vostro spirito, oggi io amo l'anima vostra; vi ho visto appena, e pure mi sento trascinato a voi da una forza magnetica; e una stima immensa si è ingenerata in me al solo vostro sguardo.
So bene che attribuirete le mie parole ad esaltazione, e forse a menzogna; pure io non fui mai così calmo e così sincero come in questo momento. Crediatelo; non è più il vostro corpo che io amo; io posso dimenticare per un istante la vostra bellezza, posso anche pensare per un istante che un'altra donna può vincervi in avvenenza, ma non posso cessare un solo momento di amarvi, o credere un solo momento che io potrei amare un'altra donna, come amo voi.»
XLV.
Ponete — e non sarete lontani dal vero — che Silvio dopo questa lettera si sia lusingato per un quarto d'ora, e abbia numerato nell'inquietudine le lunghe ore della giornata; ponete che due ore prima del tramonto abbia udito una prima volta il fruscio delle vesti di Carlotta, e poi ancora cento altre volte, e che cento volte abbia teso l'orecchio col cuore agitato, e cento troncato le sue speranze con un sospiro; ponete che alla centesima un passo, un vero passo, si sia arrestato alla porta, e una mano abbia fatto girare la maniglia, e poi dite se il signor W**, medico chirurgo di Gossau, potesse giungere opportuno.
Opportuno o no, era proprio lui.
Silvio si lasciò sfuggire un'esclamazione di sorpresa. Non so che vi possa essere di gradevole nella visita di un medico; ad ogni modo fosse gradevole o sgradevole la sorpresa — e pare che dovesse essere l'una o l'altra, non avendo mai udito dire che vi siano sorprese d'altra natura — il signor W** non se ne avvide, o mostrò non avvedersene.
Egli entrò col solito passo saltellante, colla faccia agro-dolce, si accostò al capezzale col solito sorriso, e interrogò l'ammalato col solito accento melato.
— Il signor Silvio si sentiva bene?
«Il signor Silvio si sentiva bene.»
— Non aveva avuto più febbre?
«Il signor Silvio credeva di non averne più avuto.»
Erano le solite domande, e le solito risposte svogliate.
Poi il signor W** volle vedere la lingua del signor Silvio, e la lingua del signor Silvio si compiacque d'arrendersi all'invito.
— Benissimo.
Si passò all'esame del polso, che era regolato come un cronometro di Ginevra, e il cronometro di Ginevra del signor W**, medico e chirurgo di Gossau, era lì a farne fede.
— Benissimo.
Questa seconda approvazione tolse Silvio alla sua svogliatezza; una vaga paura s'impossessò di lui, e i suoi occhi si spalancarono ad un tratto.
— Appetito? domandò il medico.
Silvio, che aveva mangiato due ore prima, in quel punto non si sentiva gran fatto disposto a ricominciare, e credette bene di non mentire rispondendo negativamente.
— Avete provato a levarvi di letto?
— Non ho voluto arrischiarmi, balbettò Silvio.
— Non avreste corso pericolo... Voi dovete essere forte... Non vi pare di sentirvi forte?...
— Infatti... sarà come voi dite.
— Bisognerà provare.
— Senza dubbio... pure... nel sollevarmi sui guanciali, sento dei dolori...
— L'inerzia, appunto l'inerzia. Una lunga passeggiata vi guarirà affatto.
— Lunga voi dite?
— Volevate partire, se non erro; e ve l'ho impedito; oggi ve lo consiglio; il moto vi farà bene.
Silvio volle sottrarsi con qualche pretesto a questa sentenza, ma senti il rossore salirgli alle guancie, e tacque.
Pochi minuti dopo egli era un'altra volta solo; un'ora dopo le ombre bigie del tramonto incominciavano ad affollarsi intorno al suo letto, ed egli era ancora solo.
Carlotta non era venuta.
XLVI. Silvio a Eugenio.
················
Ed ecco perchè non ti ho scritto. Potrai tu farmene una colpa? Non lo credo; mi piace crederti generoso, e il pensiero della mia debolezza fisica, e, deggio pur dirlo, della mia passione, legittimerà agli occhi tuoi la debolezza morale che, facendomi temere il tuo scherno, ha contribuito non poco a prolungare il mio silenzio. Aggiungi che soltanto oggi io ho incontrato le tue lettere; però dalla premura con cui mi accingo a risponderti, potrai avere nuovo argomento delle mie buone intenzioni.
Promettimi che non ti farai beffa di me; che il tuo sorriso cinico si spunterà contro il mio cuore innamorato. Se tu sapessi quanto è bella, se tu sapessi la immensa folla di promesse che si slancia da' suoi occhi; se tu potessi numerare tutte le ansie che hanno combattuto il mio petto, tutti gli spasimi della sfiducia, e le dolci frenesie della speranza!... Oh! tutto ciò è ben dolce e ben crudele, ma è la vita.
Dì pure che io vaneggio, che sono un fanciullo incorreggibile, ma lasciami dire alla mia volta che tu non sai vivere. Illusioni, follie!... Sia pure, mio buon Eugenio, ma stolto ed illuso colui che rifiuta il calice della vita, perchè non vi vede brillare in fondo l'eternità! Non è egli forse filosofia più sana e più utile, quella che benedice l'oggi, se ne appaga e ne vive, di quella che anticipando il domani con boriosa audacia, s'accascia nell'inerzia, sopportando il peso d'un'esistenza neghittosa?
Domani sia che si voglia; oggi amo, e basta. Ma io ho anche ragioni per lusingarmi del domani, e se volessi mostrarmi audace nell'asserire, quanto voi altri cinici lo siete nel negare, potrei dire una parola che farebbe palpitare i cuori innamorati; e mille voci s'unirebbero alla mia, e benedirebbero questo benefico ideale dell'amore: l'eternità dell'amore.
Infatti tu lo sai al pari di me; non è da oggi che io amo questa creatura; il mio affetto è passato attraverso il tempo, mascherato di cinismo come il tuo cuore, ma non si è spento. Così i semi delle piante passano attraverso i secoli serbando tutta la loro potenza di vita, sospirosi dell'amplesso fecondo della terra che li farà germogliare. Anche l'amore ha i suoi germogli.
E poi, oggi è ben altro: io posso pensare senza arrossire agli enormi desideri che torturano dolcemente il cuore di chi ama, posso pensare a farla mia, a' suoi baci di fuoco, al suo seno palpitante sul mio. Nulla più s'oppone alla mia felicità. Il signor Verni è morto; il tuo silenzio su ciò mi lascia credere che tu lo ignori. Io stesso non so dirtene di più. Pare che il destino si compiaccia di circondare di mistero tutto ciò che riguarda questa donna: il suo stesso sorriso è un enigma; vicino a lei io smarrisco le mie audacie, e il suo sguardo dolce mi affascina e m'impietosisce ad un tempo. No; non posso ingannarmi; su quel volto sereno è scolpita una grande sventura. Questo fantastico sentimento di pietà che si aggiunge alla mia passione ne raddoppia l'energia. Vorrei comperare le sue lagrime col mio sangue, vorrei travolgere il suo affanno nel mio amore, e confonderlo in esso — il mio amore è immenso.
Non sono che poche ore che ho lasciato la sua casa, e pochi passi soltanto mi separano da lei, e tuttavia mi pare che un abisso sterminato di spazio e di tempo si distenda innanzi a me per isolare il mio amore.
Un'angoscia segreta mi opprime; e mi muovo cento domande — cento torture — a cui non posso rispondere. Perchè mai ella mi ha sorriso più dolcemente dell'usato, nel separarci? Voleva darmi una speranza? se così era, perchè tenersi a fianco quel benedettissimo signor W**? Temeva ella di restar sola con me? Mio Dio! Mio Dio! La mia testa si perde in questo labirinto...
Queste mie camere solitarie che ho già amato tanto, mi sembrano fredde, mute come sepolcri. Ho aperto le finestre che guardano sul suo giardino, ho riveduto il pergolato, il viale dei pini, il sedile di sasso; tutto ciò è assai triste, assai desolato; la brina inargenta i rami e le zolle; quella nudità della natura mi ha agghiacciato il cuore. Una sola cosa non ha mutato; le sue finestre; esse sono sempre là, chiuse gelosamente, colle cortine calate... E tuttavia il mio occhio non erra smarrito sulle pareti come una volta, ma si spinge oltre audacemente, e vede una pallida figura di donna... Il mio cuore palpita più vivamente... Carlotta! Carlotta!
Ho avuto per un istante la pazza speranza che una finestra si aprisse a un tratto, e che ella vi si affacciasse per rispondere all'appello del mio cuore. Poi ho cercato la finestra della camera che ho abitato tanto tempo; ho riveduto il mio letto, le seggiole, gli specchi, i fiorami delle pareti... E dire che poc'anzi io era là, che vedevo la luce attraverso quella finestra!... È finita, è finita!... la mia ragione è minacciata da due forze opposte; impazzirò di gioia o di affanno......
XLVII. Silvio a Carlotta.
«Che cosa devo pensare di voi? È la terza volta che vengo in casa vostra per rivedervi, ed è la terza volta che mi si dice che voi non siete in casa. Io non ho dubitato un istante che ciò fosso vero; non ne ho dubitato, e non ne dubito, ve lo giuro; ma un vago timore si è impossessato di me, e non so aver pace in nissun modo. Che cosa è dunque avvenuto? che cosa sta per avvenire, mio Dio?
Lo so, è una strana audacia la mia; pure vi scongiuro, toglietemi da quest'affanno; ditemi che la vostra assenza è affatto casuale, che non si rannoda con alcun dolore, con alcuna circostanza penosa; soprattutto che io non vi ho parte alcuna.
Ho pensato di scrivervi, perchè non oserei presentarmi alla vostra casa con questo dubbio; perchè un nuovo tentativo di rivedervi fallito getterebbe forse nel mio cuore dei fallaci sospetti sulla vostra lealtà; perchè forse, se una dura verità deve partire dal vostro labbro, voi stessa troverete più facile mezzo affidandola ad una lettera. Rispondetemi adunque, ve ne prego. Qualunque sia la sentenza con cui risponderete al voto del mio cuore, io saprò obbedirvi, io saprò forse rassegnarmi ad una sciagura su cui il mio pensiero osa appena arrestarsi: «riperdervi per sempre.»
Soprattutto siate franca, e procurate di rispondere liberamente a questa domanda che io vi faccio per l'ultima volta col cuore affranto dalla lunga speranza: «Volete voi esser mia?»
XLVIII. Carlotta a Silvio.
«Sarò franca con voi, perchè lo volete. E vi dirò che la vostra proposta mi ha fatto versare delle lagrime di riconoscenza. Voi non saprete mai tutto il bene che le vostre parole mi hanno fatto, non saprete mai quanto acerbamente io soffra dovendovi rispondere con un rifiuto. Non insistete, ve ne prego; voi non fareste che crescere la mia angoscia, senza mutare il mio proposito. V'ha qualche cosa d'insormontabile che si frappone fra me e voi, fra me e il mondo, un sepolcro inviolabile. Quell'uomo che oggi non è più, quell'uomo che mi ha amato e che io ho amato con tutte le mie forze, stende le sue braccia per circondarmi ancora del suo amore.... No, il suo amore non è sepolto con lui; io lo sento; è solo per questa fiamma misteriosa che ha sopravvissuto al suo corpo che io accetto ancora la vita. Senza di essa io non sarei forse più, o non sarei più che una pallida larva del mio passato, un'anima mutilata. Potrei io accettare il vostro amore? Che cosa potrei darvi in contraccambio? potrei io amarvi come voi meritereste d'essere amato? che dico? potrei io darvi la minima parte del mio amore senza involarlo a lui? e dovrei io ritogliere alla morte per donare alla vita? Impossibile! impossibile! Quando anche il culto del passato potesse isterilire nel mio cuore senza incenerirlo, un imperioso dovere mi vieterebbe di farlo. Io sono sua, non potrei essere d'altri mai, senza turbare la pace della sua tomba. E d'altra parte, forse che voi potreste accettare un amore diviso con un altro essere che, sebbene non sia più nella vita, mi è tuttavia compagno nel pensiero, nel sonno, sempre e dappertutto? Forse che se fossi vostra e mi amaste, non sareste ugualmente infelice sapendo che io ho amato un altro più di quello che potrei amar voi?
Lo vedete, è impossibile. Voi siete generoso, e vi ho creduto sincero; perciò volli essere sincera e generosa con voi. Sarei stata assai più ingrata se avessi alimentato un istante di più le vostre speranze. Ho fede nella vostra energia d'uomo; tuttavia non abbiate a male se io oso farvi appello e muovervi una preghiera: «non insistete.»
XLIX. Silvio a Carlotta.
«Non posso, non posso! La mia energia d'uomo si è spezzata, io non sono che un fanciullo, uno sciagurato fanciullo che non ha altro che lagrime.
Non potreste amarmi come avete amato lui? che importa se voi potrete amarmi? vi ho domandato il vostro amore, e voi potete darmelo; non pretendo di più: una parte del vostro amore è sempre il vostro amore.
«Impossibile!» Non ditelo in nome del cielo; non immaginate che le ombre dei defunti possano turbare col loro egoismo la felicità dei superstiti. La loro pace è assai profonda, assai più dolce delle burrasche della vita; esse sanno quel che hanno perduto e quel che hanno guadagnato morendo, confrontano e compiangono. Noi soli siamo i ciechi, e barcolliamo inseguendo l'amore.
I defunti non hanno invidia di noi; vorrebbero essi contenderci l'amore, e spingere le loro mani scheletrite per staccare questo solo frutto benefico dell'albero della vita?
Respingete queste paure; interrogate il vostro cuore, se egli può palpitare vicino al mio, siate mia. Io non mi opporrò a questa religione delle memorie che vi fa santa ai miei occhi; vorrò dividerla, vorrò piangere e benedire anch'io; la felicità immensa di sapervi mia, di vivere al vostro fianco, di vedere ogni giorno il vostro sorriso, mi farà buono; mi farà generoso; apprenderò da voi il sentiero della pace, apprenderò a piangere e a benedire.»
L. Carlotta a Silvio.
«Voi v'illudete; il vostro cuore v'inganna; il tempo muterebbe l'animo vostro, inesorabilmente. Domani vorreste da me ciò che io non potrei darvi.
E poi... è inutile. Il mio passato vi si oppone; se voi poteste leggere in esso, rifiutereste forse con disdegno ciò che oggi domandate con insistenza; nè io potrei più esser vostra, nè lo vorrei.
Non domandate di più.
Credetemi; voi potete esser felice in altro modo; io non posso aver pace che nella solitudine del cuore. Siate generoso. Lasciate che io parta da questi luoghi, e non cercate di seguirmi.»
LI.
Il cuore di Silvio traboccava di speranza; nonostante le prime ripulse, egli si era lusingato che Carlotta avrebbe aderito al suo desiderio.
Questa lettera sfasciò d'un tratto, come un soffio malvagio d'uragano, il dorato edifizio delle sue illusioni. Oggimai nulla più era a sperare; la fermezza d'una decisione presa traspariva da ogni parola. Un immenso sentimento di amara melanconia si diffuse e serpeggiò per le vene di Silvio, a guisa di tossico mortale.
Pensando al suo passato, alle care parvenze vagheggiate così lungamente, alla vanità dei suoi sforzi per dominare il suo cuore, al destino che lo aveva così stoltamente riavvicinato ad una donna che egli doveva riperdere per sempre, egli si sentì vinto da un'ambascia compassionevole, e più intenerito che attristato dalla sua sciagura, si gettò nel suo letto singhiozzando.
La notte che sopravvenne fu un lungo strazio per lo spirito agitato di Silvio. Le segrete paure della veglia, le fitte d'un pensiero atroce, i vaneggiamenti dell'amore deluso, lo tennero desto gran parte della notte. Quando finalmente, vinto dalla stanchezza, chiuse gli occhi al sonno, i fantasmi dei sogni gli amareggiarono il riposo. Un fantasma lungo e severo passeggiava per la sua camera; gli occhi atterriti di Silvio seguivano i passi uguali, monotoni, di quell'essere misterioso, paurosi e avidi a un tempo di ricercare i lineamenti di quel volto. Un grido morì soffocato nel suo petto; egli aveva ravvisato la larva disseppellita del sig. Verni...
Si destò di soprassalto, e si cacciò d'un balzo fuori del letto; un sudore minuto gli bagnava la fronte, e un brivido agitava le sue membra. La stagione era fredda, e il suo focolare spento; ma il suo cuore era in sussulto. Camminò alcun tempo per la camera, inciampando nelle sedie; quando fu più queto, accese la sua lampada notturna, e si guardò intorno pauroso, e quasi atterrito del suo coraggio. Le ombre dei mobili avevano atteggiamenti strani, il silenzio era profondo.
Che avrebbe egli fatto? Guardò il suo letto con espressione di rammarico, come si guarda un nemico, e indossò frettoloso una veste da camera; poi si trasse accanto al camino, ravvivò i tizzoni spenti, e si lasciò cadere sopra un seggiolone di cuoio. Due ore dopo, col capo fra le mani, cogli occhi immobili, guardava il guizzo crepitante della fiamma.
A un tratto si drizzò come spinto da una molla; un'idea aveva attraversato la tenebrosa solitudine della sua mente senza pensiero...
— Ella parte! Ella parte! disse sordamente scuotendo il capo con un gesto disperato.
— E se questa notte medesima...
In un baleno fu alla finestra, e ne spalancò le imposte. La notte era serena, una di quelle notti così frequenti negli inverni dei climi freddi. Non si udiva un alito di vento, non un susurro, non una voce: dinanzi agli occhi le tenebre, alcune stelle silenziose nel cielo.
Un lumicino brillava ad una delle finestre dell'abitazione di Carlotta. L'immaginazione di Silvio andò più oltre e credette di vedere un'ombra passare e ripassare più volte dietro i vetri.
— Ella parte, ella parte! ripetè con voce fioca; «non la vedrò più!» e afferrò il capo colle mani come a raccogliere le idee.
— Vediamo, proseguì con una calma straziante; ella parte, ella lascia questi luoghi che le sono cari, questa solitudine che ama, i suoi fiori, la sua casa tranquilla... E tutto ciò per fuggirmi, per non vedermi, per sottrarsi alle persecuzioni del mio amore importuno. E che farò io in questa casa, in questo paese, se ella non sarà più vicino a me?... Impossibile che io vi rimanga... fuggirò anch'io, mi trascinerò dietro di lei come un pezzente, e le domanderò l'elemosina di uno sguardo. Che essa mi odii, che essa mi disprezzi, poichè non può amarmi!...
Allora si die' a passeggiare a gran passi, sfogando il suo dolore in gemiti selvaggi. Questo impeto fu breve, e spossando le fibre del suo cuore, rinvigorì quelle della sua mente.
— Essa mi prega di non seguirla; soggiunse con profondo abbattimento, come se ripetesse a sè stesso una sentenza inappellabile.
Allora in uno slancio generoso si proponeva di fuggirla, di lasciarla alla sua pace, di recarsi un'ultima volta innanzi a lei e pregarla di rimanere. L'idea del sagrifizio gli sorrideva dal profondo del cuore; essa gli avrebbe stretto la mano nell'estremo addio, ed avrebbe forse versato una lagrima in segreto...
L'alba lo trovò irresoluto.
Si recò più volte innanzi alla casa di Carlotta senza osare di varcarne la soglia; era troppo presto, poteva riuscire importuno...
Rifece i suoi passi e ritornò nelle sue camere dove si tenne appostato alla finestra spiando tutto ciò che avveniva nell'appartamento di Carlotta. Di tal guisa acquistò la certezza che Carlotta si apprestava per partire.