NOTE DEL TRASCRITTORE

—Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.

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—La copertina è stata prodotta dal trascrittore utilizzando il frontespizio dell’opera originale; l’immagine è posta in pubblico dominio.

SIBILLA ALERAMO

————

UNA DONNA

ROMANZO

Terza edizione-25.o Migliaio

FIRENZE
R. BEMPORAD & FIGLIO, EDITORI
MCMXXI

PROPRIETÀ LETTERARIA
DEGLI EDITORI R. BEMPORAD & FIGLIO

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi,
compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda.

Copyright 1921 by R. Bemporad & F.

1921-Firenze, Stab. G. Spinelli & C., Via S. Reparata,89


INDICE

PARTE PRIMA

Cap. Pag.
I. [3]
II. [15]
III. [29]
IV. [48]
V. [59]
VI. [71]
VII. [84]
VIII. [91]
IX. [107]

PARTE SECONDA

X. [121]
XI. [131]
XII. [143]
XIII. [152]
XIV. [161]
XV. [171]
XVI. [180]
XVII. [194]
XVIII. [210]
XIX. [225]

PARTE TERZA

XX. [241]
XXI. [262]
XXII. [281]

PARTE PRIMA.

[c01]

I.

La mia fanciullezza fu libera e gagliarda. Risuscitarla nel ricordo, farla riscintillare dinanzi alla mia coscienza, è un vano sforzo. Rivedo la bambina ch’io ero a sei, a dieci anni, ma come se l’avessi sognata. Un sogno bello, che il menomo richiamo della realtà presente può far dileguare. Una musica, fors’anche: un’armonia delicata e vibrante, e una luce che l’avvolge, e la gioia ancora grande nel ricordo.

Per tanto tempo, nell’epoca buia della mia vita, ho guardato a quella mia alba come a qualcosa di perfetto, come alla vera felicità. Ora, cogli occhi meno ansiosi, distinguo anche ne’ miei primissimi anni qualche ombra vaga e sento che già da bimba non dovetti mai credermi interamente felice. Non mai disgraziata, neppure; libera e forte, sì, questo dovevo sentirlo. Ero la figliuola maggiore, esercitavo senza timori la mia prepotenza sulle due sorelline e sul fratello: mio padre dimostrava di preferirmi, e capivo il suo proposito di crescermi sempre migliore. Io avevo salute, grazia, intelligenza—mi si diceva—e giocattoli, dolci, libri, e un pezzetto di giardino mio. La mamma non si opponeva mai a’ miei desiderî. Perfino le amiche mi erano soggette spontaneamente.

L’amore per mio padre mi dominava unico. Alla mamma volevo bene, ma per il babbo avevo un’adorazione illimitata; e di questa differenza mi rendevo conto, senza osare di cercarne le cause. Era lui il luminoso esemplare per la mia piccola individualità, lui che mi rappresentava la bellezza della vita: un istinto mi faceva ritenere provvidenziale il suo fascino. Nessuno gli somigliava: egli sapeva tutto e avea sempre ragione. Accanto a lui, la mia mano nella sua per ore e ore, noi due soli camminando per la città o fuori le mura, mi sentivo lieve, come al disopra di tutto. Egli mi parlava dei nonni, morti poco dopo la mia nascita, della sua infanzia, delle sue imprese fanciullesche meravigliose, e dei soldati francesi ch’egli, a otto anni, avea visto arrivare nella sua Torino, «quando l’Italia non c’era ancora». Un tale passato aveva del fantastico. Ed egli m’era accanto, con l’alta figura snella, dai movimenti rapidi, la testa fiera ed eretta, il sorriso trionfante di giovinezza. In quei momenti il domani mi appariva pieno di promesse avventurose.

Il babbo dirigeva i miei studi e le mie letture, senza esigere da me molti sforzi. Le maestre, quando venivano a trovarci a casa, lo ascoltavano con meraviglia e talvolta, mi pareva, con profonda deferenza. A scuola ero tra le prime, e spesso avevo il dubbio d’avere un privilegio. Sin dalle prime classi, notando la differenza dei vestiti e delle refezioni, m’ero potuto formare un concetto di quel che dovevano essere molte famiglie delle mie compagne: famiglie d’operai gravate dalla fatica, o di bottegai grossolani. Rientrando in casa guardavo sull’uscio la targhetta lucente ove il nome di mio padre era preceduto da un titolo. Non avevo che cinque anni allorchè il babbo, che insegnava scienze nella cittaduzza ov’ero nata, s’era dimesso in un giorno d’irritazione e s’era unito con un cognato di Milano, proprietario d’una grossa casa commerciale. Io capivo che egli non doveva sentirsi troppo contento della sua nuova situazione. Quando lo vedevo, in qualche pomeriggio libero, entrare nello stanzino ov’erano raccolti un poco in disordine alcuni apparecchi per esperienze di fisica e di chimica, comprendevo che là soltanto si trovava a suo agio. E quante cose mi avrebbe insegnato il babbo!

Senz’essere impaziente, la mia curiosità dava un sapore acuto all’esistenza. Non m’annoiavo mai. Spesso rifiutavo d’accompagnar la mamma a qualche visita e restavo a casa, sprofondata in un gran seggiolone, a leggere i libri più disparati, sovente incomprensibili per me, ma dei quali alcuni mi procuravano una specie d’ebbrezza dell’immaginazione e mi astraevano completamente da me stessa. Se m’interrompevo, era per formular pensieri confusi; e lo facevo talora a voce sommessa, come scandendo dei versi che una voce interiore mi suggerisse. Arrossivo; come arrossivo di certe pose languide che assumevo nella stessa poltrona, quando mi accadeva per un attimo di trasportarmi colla fantasia nei panni d’una bella dama piena di seduzioni. Potevo distinguere tra affettazione e spontaneità? Mio padre giudicava con una indifferenza un poco sprezzante ogni manifestazione di pura poesia: diceva di non capirla: la mamma, sì, ripeteva ogni tanto qualche strofa carezzevole e nostalgica, o modulava colla voce appassionata spunti di vecchie romanze; ma sempre quando il babbo non c’era. E sempre io ero disposta a credere che mio padre avesse ragione più di lei.

Ciò anche quando egli prorompeva in una di quelle crisi di collera che ci facevan tremar tutti e mi piombavano in uno stato d’angoscia, rapido, ma indicibile. La mamma reprimeva le lagrime, si rifugiava in camera. Sovente, dinanzi al babbo, ella aveva un’espressione umiliata, leggermente sbigottita: e non solo per me, ma anche pei bambini, tutta l’idea d’autorità si concentrava nella persona paterna.

Diverbî gravi tuttavia non avvenivano fra loro due in nostra presenza: qualche parola acre, qualche rimprovero secco, qualche recisa ingiunzione; al più il babbo si abbandonava al proprio temperamento di fuoco per qualche disavvedutezza delle persone di servizio, per qualche capriccio nostro: ma di tutto appariva responsabile la mamma, che reclinava il capo come se fosse colpita all’improvviso da una grande stanchezza, o sorrideva, d’un certo sorriso che non potevo sostenere, perchè deformava la bella bocca rassegnata.

Si rivolgeva ella in quel punto a visioni del passato?

Non rievocava quasi mai davanti a me la sua fanciullezza, la sua gioventù; dal poco che avevo sentito, però, avevo potuto formarmene una visione assai meno interessante di quella suscitata dai ricordi di mio padre. Ella era nata in un ambiente modestissimo d’impiegati, e, come la mia nonna paterna, sua madre aveva avuto molti figliuoli, di cui la maggior parte viveva sparsa pel mondo. Doveva esser cresciuta fra le strettezze, poco amata. Cenerentola della casa. A vent’anni, ad una festicciola da ballo, s’era incontrata col babbo. Ella mi mostrava il ritratto del giovinetto imberbe che mio padre era stato allora: fattezze ancor da fanciullo, dolci, regolari, fra cui gli occhi soli esprimevano già un’energia ferrea: egli faceva il penultimo anno di Università. Appena presa la laurea, aveva ottenuto una cattedra e s’erano sposati.

Quand’io ero nata, l’anno non era ancor compiuto dal dì delle nozze. La mamma s’illuminava nel volto bianco e puro le rarissime volte che accennava alle due stanzine coi mobili a nolo dei primi mesi di vita coniugale. Perchè non era sempre così animata? Perchè era così facile al pianto, mentre mio padre non poteva sopportare la vista delle lagrime, e perchè mostrava opinioni diverse tanto spesso da quelle di lui, quando osava esprimerle? Perchè, anche, era così poco temuta da noi bambini, e così poco ubbidita? Come il babbo, anch’ella cedeva talvolta a momenti di collera; ma sembrava, allora, che rompesse in un singhiozzo troppo a lungo frenato.... Io avevo la sensazione che lo sfogo, anche eccessivo, di mio padre, fosse naturale sempre, inerente al suo temperamento; nella mamma invece gli scoppi di malumore contro i figliuoli o le cameriere contrastavano dolorosamente colla sua natura dolce; si palesavano come un accesso spasmodico di cui ella stessa aveva coscienza, nell’atto, e rimorso.

Quante volte ho visto brillare per una lagrima rattenuta i begli occhi profondi e bruni di mia madre! Saliva in me un disagio invincibile, che non era pietà, non era dolore neppure, e neppure reale umiliazione, ma piuttosto un oscuro rancore contro l’impossibilità di reagire, di far che non avvenisse ciò che avveniva. Che cosa? Non sapevo bene. Verso gli otto anni avevo come lo strano timore di non possedere una mamma «vera» una di quelle mamme, dicevano i miei libri di lettura, che versano sulle figliuolette, col loro amore, una gioia ineffabile, la certezza della protezione costante. Due, tre anni dopo, a questo timore succedeva in me la coscienza di non riuscire ad amar mia madre come il mio cuore avrebbe desiderato. Era questo, certo, che m’impediva d’indovinare la vera cagione per cui nella nostra casa si proiettava, perenne, un’ombra indefinibile ad impedire così spesso la libera fioritura del sorriso. Oh, poter gettarmi una volta al suo collo con abbandono assoluto, sentirmi capita da lei, anche prometterle il mio appoggio per quando sarei grande; stringere un patto di tenerezza, come avevo fatto tacitamente col babbo da tempo immemorabile!

Ella mi ammirava in silenzio, riportando su me un poco dell’orgoglio già provato per la balda energia dello sposo; ma non approvava il metodo d’educazione a cui mi assoggettavo con tanto fervore; temeva per me, immaginando certo che io crescessi senza sentimento, ch’io fossi destinata a vivere col solo cervello; e non aveva il coraggio di contrastare apertamente l’opera del babbo.

Ma neppure il babbo cercava di conoscermi per intero. Certe volte mi sentivo proprio sola. M’avvolgeva allora uno di quegli stupori meditativi che costituivano il secreto valore della mia esistenza.

Spuntava il pudore dell’anima. Accanto, parallela alla vita esteriore, una vita occulta a tutti si approfondiva. Ed io avvertivo questo dualismo. Fin dal primo anno di scuola mi aveva preoccupata il fatto di due diversi aspetti del mio essere: a scuola tutti mi trovavano angelica, ed ero buona ed esemplare infatti, col visino tranquillo ove errava sempre un sorriso timido e vivido insieme; appena fuori, nella strada, sembrava ch’io aspirassi tutta l’aria intorno, mi mettevo a saltare, a parlare a vanvera, e in casa entrava con me il terremoto: i fratellini cessavano dai loro giuochi placidi, pronti a’ miei cenni d’autocrate ostinata.

Sopraggiunta l’ora di preparar còmpiti e lezioni, mi ritiravo nella mia stanzetta o in un angolo del giardino, e di nuovo non esistevo più per gli altri, di nuovo afferrata dal gusto dell’applicazione intellettuale, pur senza alcuna brama di emular compagne o di meritarmi premi. Poi, la sera, dopo che la mamma m’aveva fatto recitare nel nostro caro dialetto due parole di preghiera: «Signore, fatemi diventare grande e brava, a consolazione dei miei genitori» e m’aveva lasciata al buio nel letto ove mia sorella già dormiva, io provavo una sensazione di riposo, di benessere, non soltanto fisico, come se in quel momento, costretta all’oscurità, al silenzio ed alla immobilità, fossi più libera che durante tutta la giornata.

Mi piaceva guardar nelle tenebre; non ne avevo paura, perchè il babbo m’aveva assicurata sin da quando ero piccina che gli orchi e le streghe delle favole non sono mai esistiti, come non era mai esistito il «diavolo». Riandavo con la mente i piccoli casi del giorno: rivedevo il sorriso seduttore del babbo, un gesto di sconforto delle mani materne, riprovavo qualche stizza per certe goffaggini de’ miei minori, mi soffermavo alquanto sulle prospettive del domani: esito d’esami, viaggetti, libri e giuochi nuovi, amiche e maestre da conquistare....

La mamma mi faceva pregare ogni sera. Pregare Dio....

Un giorno, facevo la seconda elementare, avevo udito rivolgere il titolo di «ebrea», sprezzantemente, ad una piccola compagna silenziosa e pallida che stava seduta nel banco accanto al mio. Ella era scoppiata in pianto, e la maestra, saputo il perchè, aveva pronunziato frasi severe. La cosa mi aveva riempita di stupore, poichè non sapevo nulla ancora di razze e di religioni diverse. Ma più mi aveva colpita una parola della maestra: ella aveva detto che tutte le religioni portano l’uomo dinanzi a Dio, e che tutte perciò son degne di rispetto; che un solo essere suscita ribrezzo e insieme pietà, ed è l’ateo. Mio padre mi si era allora rizzato davanti alla mente: mio padre era ateo, io ne ero ben sicura; quella parola egli stesso l’avea pronunciata talora; egli non andava mai in chiesa.... Dunque mio padre, per la maestra, per le compagne, per tutta la gente, era una creatura disprezzabile?

Tre, quattro anni dopo, nel silenzio della mia stanzetta, io mi rivolgevo ancora questa stessa domanda. Ora il babbo mi parlava più spesso di quella ch’egli riteneva una menzogna secolare, mi diceva che prima degli uomini vi erano sulla terra degli animali quasi simili a noi, che prima di essi e delle piante la terra era deserta, e che questa terra è nello spazio un piccolo punto come sembrano a noi le stelle nel cielo, e le stelle altrettanti mondi, forse viventi.... Egli diceva queste cose straordinarie con tanta naturalezza, che io non potevo metterle in dubbio.

Tuttavia, egli non mi spiegava—nè io ardivo mai domandargliene—perchè noi siamo in questo mondo. Da questo lato il catechismo della scuola era forse più soddisfacente: Dio ci ha creati, Dio ci guarda dall’alto, Dio, se saremo buoni, ci farà andare in Paradiso.... La vita non sarebbe che un passaggio.

Ma quanta importanza davano tutti a questo passaggio! Mi pareva che nessuno pensasse sul serio all’inferno, e che tutti avessero invece paura di farsi del male, d’ammalare, di morire. Per me, ero disposta a credere col babbo che l’inferno non esistesse: nessun angelo e nessun tentatore sentivo mai alle mie spalle: quand’ero savia, era perchè lo volevo; quando, avevo dei rimorsi, ero persuasa d’essere stata proprio io la colpevole. E allora...? Dal mattino alla sera la mamma, il babbo, le maestre, gli operai per la strada, tutti, insomma, anche i gran signori.... chi guadagna soldi, chi li spende: si spende per mangiare; si mangia per non morire; e passano le settimane, i mesi, gli anni, e si muore, e io e i fratellini avremmo fatto lo stesso....

La cosa m’infastidiva. Il sonno stava per sopraggiungere, lo sentivo: l’indomani avrei ripreso l’inutile meditazione. Sapere, sapere! Nel dormiveglia mi si affollavano al cervello parole piene di mistero: «eternità», «progresso», «universo», «coscienza».... Danzavano all’orecchio e ne smarrivo perfino il suono. E ancora, rivedevo l’espressione compunta di qualche maestra, mi chiedevo se la mamma andava alla messa, la domenica, proprio per suo piacere o per qualche strano timor della gente, ricordavo la prima ed unica volta che avevo assistito ad una predica, nel mese di maggio, una sera in cui l’altare, in una grande chiesa, brillava fra i ceri ed i gigli. Dal pulpito il frate agitava un braccio con gesto ampio e la voce imperiosa discendeva sulla folla inginocchiata: raccontava dei miracoli d’un santo, e pareva che tutti gli credessero: alla fine, l’organo aveva incominciato a suonare, e dall’alto, invisibile, un coro, una pura onda d’argento, aveva intonato delle laudi.... Sempre, a quel ricordo, qualcosa in me tremava come in quel punto: m’assaliva dì repente la tristezza di non saper pregare nè cantare, e più acuto il senso della mia solitudine.

Poi tutto ciò dileguava. Perchè dolermi? Ero piccola, ma non avrei voluto essere ingannata: dovevo crescere: avrei saputo, un giorno.

La sorellina, accanto a me, respirava tranquilla. Forse sognava una casa di cristallo per la sua bambola, una casa che io le avevo promesso una volta, perchè mi lasciasse maggiore spazio nel nostro letticciuolo. Non ero punto certa di poter soddisfare l’impegno! Mah.... quando sarei grande! Allora avrei anche voluto più bene alle bambine e al fratello, non li avrei più fatti piangere; e avrei vista la mamma finalmente lieta....

Ora bisognava dormire. Avevo il capo un poco stanco. Desideravo per un momento di esser trasportata con un soffio su uno di quei pendii verdi che formavano la mia delizia, l’estate, in campagna. Suonavano da lontano, mi chiamavano tante campanelle....

[c02]

II.

Un mattino io mi chiedevo che risoluzione si sarebbe presa circa il proseguimento dei miei studi, poi che avevo terminata la quinta classe, quando il babbo rientrò in casa un’ora prima del consueto, seguìto dal fattorino dell’ufficio che portava una cassetta sulle spalle. Congedato l’uomo, mio padre mi alzò un istante fra le braccia fino al suo viso, poi mi posò, e alla mamma che l’interrogava collo sguardo ansioso, disse: «È finita.... ho troncato tutto. Finalmente respiro!»

Da parecchio tempo i due soci si sopportavano a vicenda con sempre minor buona volontà. I due temperamenti opposti non riuscivano a conciliarsi, poichè l’uno provocava iniziative ardite, l’altro badava a stringere i freni. Il babbo d’altronde si annoiava in quella vita d’ufficio, metodica, che non gli dava neppure compensi materiali ragguardevoli. Un piccolo incidente aveva, quel mattino, provocata una scena vivace fra i due cognati, decisiva.

A trentasei anni mio padre si trovava a ricominciare la vita per la seconda volta, e ancora per la sua sete di emozioni nuove e di indipendenza.

Quel mattino stesso usci con me a passeggiare lungamente: ho confusa la visione dell’immensa Piazza d’Armi che attraversammo sotto una leggera nebbia autunnale; il babbo parlava, quasi a sè stesso; io sentivo il mio piccolo essere esaltarsi tacitamente. L’America, l’Australia.... Oh, se veramente il babbo ci portasse pel mondo! Egli accennava anche a probabilità meno avventurose: tornare all’insegnamento, impiantare qualche azienda; ma sempre fuori di Milano. La città che fino a quel giorno avevo amata, pur senza dirmelo, ora mi appariva insopportabile: chi sa quali altri incanti mi attendevano altrove! E mi sembrava d’essere all’improvviso cresciuta d’anni e d’importanza. Non mi prendeva il babbo forse a sua confidente? I progetti sul mio prossimo avvenire di studentella svaporavano. Forse avrei dovuto lavorare anch’io, aiutar la famiglia.... Figgevo in viso a mio padre gli occhi, nei quali doveva correre una fiamma d’entusiasmo.

A casa, la mamma era invece come smarrita, Di che cosa temeva? Era giovane anch’ella, più giovane del babbo; noi bambini eravamo tutti sani e forti.... Anche il babbo certo avrebbe voluto vederla più ardimentosa!

Ella non apparve sollevata neppure qualche settimana dopo, allorchè un signore che voleva stabilire un’industria chimica in una cittaduzza di Mezzogiorno, offrì la direzione dell’impresa a mio padre. Certo, questi osava molto accettando un genere di lavoro al quale era affatto nuovo. Ma il suo bel sorriso sicuro aveva sedotto il capitalista. Le condizioni dell’impiego erano ottime; il paese, laggiù, pieno di sole. Per qualche anno. Mio padre non amava guardare molto innanzi nell’avvenire. Pel momento si sentiva felice del rischio. E non curando i timori della mamma, decise la partenza per la primavera.

Sole, sole! Quanto sole abbagliante! Tutto scintillava, nel paese dove io giungevo: il mare era una grande fascia argentea, il cielo un infinito riso sul mio capo, un’infinita carezza azzurra allo sguardo che per la prima volta aveva la rivelazione della bellezza del mondo. Che cos’erano i prati verdi della Brianza e del Piemonte, le valli e anche le Alpi intraviste ne’ miei primi anni, e i dolci laghi ed i bei giardini, in confronto di quella campagna così soffusa di luce, di quello spazio senza limite sopra e dinanzi a me, di quell’ampio e portentoso respiro dell’acqua e dell’aria? Entrava ne’ miei polmoni avidi tutta quella libera aria, quell’alito salso: io correvo sotto il sole lungo la spiaggia, affrontavo le onde sulla rena, e mi pareva ad ogni istante di essere per trasformarmi in uno dei grandi uccelli bianchi che radevano il mare e sparivano all’orizzonte. Non somigliavo loro?

Oh la perfetta letizia di quell’estate! Oh la mia bella adolescenza selvaggia!

Avevo dodici anni. Nel paese, che si decorava del nome di città, non esistevano scuole al disopra delle elementari. Un maestro chiamato a darmi lezione fu presto congedato perchè incapace d’insegnarmi più di quel che sapevo. Nelle ore calde del meriggio, sola nella stanzuccia della vasta casa, che avevo eletta a mio studiolo, gettavo, ma senza entusiasmo, qualche occhiata sui grossi manuali di fisica e di botanica e sulle grammatiche straniere datemi dal babbo; uscivo sull’alto balcone, guardavo giù nella piazza gli sfaccendati presso la farmacia o dinanzi al caffè, qualche contadina oppressa da pesi inverosimili, qualche ragazzo sudicio che inveiva contro qualche altro in un linguaggio sonoro ed incomprensibile. In fondo alla piazza il mare luceva. Due ore avanti il tramonto si disegnavano, lontane lontane, le vele delle paranze di ritorno dalla pesca: s’avvicinavano, si colorivano di rosso e di giallo, arrivavano una dietro l’altra, e il tumulto delle voci dei pescatori giungeva spesso fino a me; distinguevo il grido ritmico di quelli che traevano la barca alla riva.

Scendevo, mi recavo nel vasto recinto presso la strada ferrata, dove lo stabilimento andava sorgendo con rapidità sorprendente e dove il babbo passava quasi tutte le sue ore. Egli mi dava talvolta dei piccoli ordini che eseguivo trepidando, con scrupolosa esattezza. «Mi aiuterai anche più tardi, quando tutto sarà sistemato; sarai la mia segretaria, vuoi?...» Lottava in me l’antica timidezza con un nuovissimo impulso di audacia indipendente. Forse il babbo voleva compensarmi dell’aver troncati gli studi. Una specie d’orgoglio anzi, inavvertito, mi penetrava, la vaga coscienza di prender contatto colla vita, d’aver dinanzi uno spettacolo, più vario e più interessante d’ogni libro.

Degli operai, de’ bei contadini abbronzati che venivano dalla campagna ad offrirsi come manovali, delle ragazze che salivano agili sui ponti di costruzione coi secchi di calce sul capo, mi sorridevano, ed io sentivo verso di loro una curiosità piena di simpatia; ne ripetevo ai fratellini i pittoreschi soprannomi, e mi chiedevo se avrei mai osato essere per loro una padrona, come ero colla donna di servizio.

Il babbo, sì, si palesava uomo di comando, inflessibile e onnipossente, meraviglioso d’attività e d’energia. Quando certe sere, dopo il pranzo, uscivamo un po’ con lui, la mamma e noi figliuoli, per lo stradone maggiore del paese, la gente ci osservava dalle soglie con un misto di ammirazione e di timore. Trovavano alla mamma un viso da madonna, e voci femminili le mormoravan dietro benedizioni per i suoi bambini. Ella ringraziava col sorriso mite, piccola e fino nel vestito quasi dimesso. Mi sembrava contenta anche lei, in quei momenti: era ne’ suoi occhi come una riverenza verso il compagno rivestito così d’un nuovo fascino.

Ricordo una mia fotografia dell’anno dopo. Ero già in fabbrica come impiegata regolare. Indossavo un abbigliamento ibrido, una giacchetta a taglio diritto, con tanti taschini per l’orologio, la matita, il taccuino, sopra una gonnella corta. Sulla fronte mi si inanellavano, tagliati corti, i capelli, dando alla fisionomia un’aria di ragazzo. Avevo sacrificata la mia bella treccia dai riflessi dorati cedendo alla suggestione del babbo.

Quel mio bizzarro aspetto esprimeva perfettamente la mia condizione d’allora. Io non mi consideravo più una bimba, nè pensavo di esser già una donnina: ero un individuo affaccendato e compreso dell’importanza della mia missione; mi ritenevo utile, e la cosa mi dava una illimitata compiacenza. In verità, portavo nell’esecuzione dei lavori che il babbo m’aveva assegnato una lealtà assoluta e una forte passione. M’interessavo quanto lui alle piccole e grandi vicende dell’azienda, e mentre non mi annoiavo allineando cifre per ore e ore sui registri, mi divertivo come ad un giuoco stando fra gli operai, osservandoli nelle aspre fatiche e chiacchierando con loro durante gl’intervalli di riposo. Eran molti, più di duecento; una parte, che veniva dal Piemonte, si alternava ai forni giorno e notte, e gli altri, del paese, si agitavano continuamente nei vasti cortili e sotto le tettoie. Tutta quella gente non mi amava forse, ma certo sentiva piacere nel vedermi comparire all’improvviso col mio piglio un po’ brusco; un piacere che si traduceva in atteggiamenti più spigliati, più conformi all’ideale del lavoro giocondamente accettato. Mi trovavano giusta, assai più di mio padre, e cercavano accaparrarsi la mia benevolenza con ingenue adulazioni, perchè io influissi a loro vantaggio su l’uomo che li faceva tutti tremare. Ma io sapevo che inutilmente avrei tentato di modificare la disciplina ferrea del babbo; ed ero inoltre persuasa ch’essa fosse necessaria. Non badavo quindi che a render accetto quel padrone, anche coll’esempio della mia obbedienza. E forse il babbo se ne avvedeva. Pel breve tratto fra la fabbrica e la nostra casa, egli mi parlava con un’inflessione di voce ch’io sola gli conoscevo, non dolce, non tenera, ma esprimente il riposo, l’attimo di sosta e di abbandono. Mi confidava: «Bisognerà tentare questo e quest’altro.... Allora potremo aumentare un poco i salarî....» Pareva anche domandare il mio avviso. Ed io pensavo alla felicità di trovar pur io qualche cosa di nuovo da suggerirgli. La fabbrica diventava per me, come per lui, un essere gigantesco che ci strappava ad ogni altra preoccupazione, che ci teneva perennemente accesa la fantasia e saldi i nervi, e si faceva amare;—angolo di vita vertiginosa, da cui eravamo soggiogati, mentre credevamo di esserne i dominatori.

Rientrando in casa provavo, centuplicato, il senso di malessere che sorgeva già in me da bimba al ritorno dalla scuola. Mi vi sentivo spostata, e accentuavo con dispetto i segni di quel mio isolamento morale. Ero simile al giovinetto appena emancipato che si lagna arrogantemente del servizio domestico; rilevavo con lo stesso tono di superiorità le negligenze delle sorelline e di mio fratello, la loro svogliatezza per lo studio, la mancanza nella mamma d’una severità calma che li disciplinasse.

Le donne di servizio dovevano riferire in paese cose orrende sul mio conto: non prendevo mai un ago in mano, non badavo alle faccende di casa.... E le mie escandescenze senza motivo! Non potevano paragonarsi se non a quelle di mio padre! Si allentava in quei momenti, forse, la tensione troppo acuta de’ miei nervi. Forse si palesavano i sintomi d’una crisi di crescenza. Io non ne sapevo nulla. Bisognava che uscissi, che mi dessi a qualche folle corsa lungo il mare e mi sentissi alitare intorno la buona aria libera, per tornare calma, per cancellare pur la memoria del mio malumore. Ed allora obliavo anche l’espressione di pena profonda che solcava la fronte della mamma durante quelle scene.

Mia madre! Come, come ero così incurante a suo riguardo? Quasi ella era scomparsa dalla mia vita. Io non riesco a determinare nella mia memoria le fasi della lentissima decadenza avvenuta nella sua persona dal nostro arrivo in paese. Ella non aveva saputo sin dai primi giorni liberarsi da una certa timidezza che le impediva di andar sola o coi bimbi per la spiaggia o pei campi. Il paese non offriva altri svaghi: le donne dei maggiorenti non uscivano quasi mai di casa, ignoranti, indolenti e superstiziose; le contadine lavoravano più che i loro uomini; gran parte della popolazione viveva sul mare e del mare, riparando la notte nelle catapecchie che si ammucchiavano a cento metri dalla riva.

Neanche alla fabbrica la mamma s’interessava, attingendone motivi di distrazione. È vero che di questo ero quasi lieta, dicendomi che ella forse non avrebbe visto di buon occhio le mie imprese. La sentivo, ancor più che a Milano, troppo diversa di gusti e di temperamento da mio padre, e per conseguenza da me. E anche sentivo, confusamente, che questa differenza era sempre più la causa dei malumori che i miei genitori non riuscivano a nascondere. Ma non me ne preoccupavo, o, per meglio dire, mi liberavo tosto dalle impressioni fastidiose senza cercar di approfondirle. Forse era un istintivo timore di scoperte troppo gravi per la mia età? Non so. Soltanto un piccolo fatto mi diede il sospetto che mio padre non volesse bene alla mamma come a me.

Era sul finire del primo inverno che passavamo colà. Si doveva, la mamma, il babbo ed io, recarci al vicino capoluogo, invitati a pranzo e a teatro dal proprietario della fabbrica e dalla sua signora, la quale s’era degnata salire a casa nostra l’estate innanzi. Scendeva il crepuscolo e l’ora della partenza del treno si avvicinava. Io ero pronta, allorchè entrò a casa il babbo per cambiare d’abito; egli in un batter d’occhio fu all’ordine. La mamma invece indugiava dinanzi allo specchio, dubbiosa della sua toeletta che non indossava da molto tempo: passava sul viso il piumino della cipria, allorchè mio padre, infastidito dell’attesa, si affacciò di nuovo all’uscio della camera.

Rivedo la stanza, lo specchio, l’alta finestra da cui sembrava entrare, più che la luce del tramonto, il riflesso del mare grigio, torbido. Ed all’orecchio mio si ripercuote, colta a volo, una frase: «.... devo dire dunque che sei una civetta?...»

Mezz’ora dopo, in treno, tremavo ancora nel mio intimo, incapace di formulare un biasimo pel babbo, una discolpa per la mamma, e m’avvidi tra la penombra, che sul volto di questa, inclinata verso lo sportello, scorrevano delle lagrime. Riviveva ella pure il momento amaro? O molti altri uguali? Pensava ch’io ero stata testimone dell’offesa? E per la prima volta ella mi era apparsa come una malata: una malata cupa che non vuol essere curata, che non vuol dire neppure il suo male.

Poi.... Io leggevo nei libri vicende d’amore e d’odio, osservavo simpatie e antipatie nella gente del paese, credevo di saper già molte cose sulla vita, ma ero incapace di penetrare la dolorosa realtà della mia casa. Passavano i mesi, cresceva la tristezza della mamma, si diradavano le attenzioni del babbo per lei, le passeggiate in comune, ed io che non ero già più una bimba, continuavo nella mia vita come se nessuna minaccia si addensasse intorno. Perchè? M’assorbiva, sì, come nell’infanzia, l’ammirazione per mio padre; ma ciò non basta a spiegare la mia cecità. Forse la mamma stessa, in un doloroso pudore del suo male, evitava una confidente troppo immatura, troppo esclusivamente dedita a colui che le causava dolore, e lasciava che il tempo scorresse, nell’attesa vaga e stanca di qualche occasione provvidenziale.

In paese ella doveva suscitare una certa simpatia per la gentilezza dei modi e l’aspetto soave, benchè avesse cessato per imposizione del babbo ogni pratica religiosa, e ciò facesse mormorar le più beghine.

Chi sa se fin dai primi tempi la immaginarono poco felice con un marito e con una figlia quali eravamo io e mio padre? Perchè verso quest’ultimo s’era ben presto accesa una sorda ostilità. Non c’erano, di ricchi, nel paese, che il capitalista proprietario della fabbrica, quasi sempre residente a Milano, e un conte, padrone di quasi tutte le terre, il quale faceva rare apparizioni colla sua signora, un grosso idolo carico di gioielli, al cui passaggio donne e uomini si curvavano fino al suolo. Una decina d’avvocati, annidati in un circolo di civili, suscitavano e imbrogliavano lunghe liti fra i piccoli proprietari dissanguati dalle tasse. Se si aggiungono alcuni preti e mezza dozzina di carabinieri, ecco tutta la classe dirigente del luogo. Mio padre non solo non aveva dato segno di accorgersi di loro, ma aveva respinto con impazienza un banchetto che avevano voluto offrirgli, insieme alla presidenza di non so quali istituzioni antiche e pompose e senza fondi. La cosa era inaudita, come inaudito e quasi offensivo era il fatto ch’egli rinviasse sistematicamente quanti gli portavano regali. Quante volte delle donnicciuole uscivan da casa nostra stupefatte e disperate, perchè il babbo non aveva accettato i polli coi quali esse volevano intenerire il suo cuore in favore dei loro figliuoli!

Ma nella sua estrema ignoranza e indolenza il popolo era ancora la parte migliore del paese, non mancava di una certa bontà istintiva; rimproverava soltanto al «direttore», come mio padre veniva chiamato, il rigore inaudito verso i dipendenti, esagerato di bocca in bocca.

Nei primi tempi il babbo aveva riso di questa antipatia diffusa. Poi, pian piano, aggiungendovisi la conoscenza più esatta dei lavoratori del luogo, un rancore amaro principiò ad invaderlo. Sopratutto l’ipocrisia dominante l’irritava. L’isolamento favoriva in lui la critica spietata, senza misura: il confronto fra quella razza quasi orientale che gli si premeva intorno sordidamente, e i suoi compaesani, si esagerava. Reagiva così, forse senza addarsene, al pericolo di acclimarsi o di veder acclimarsi i suoi figliuoli? Ma perdeva, anche inconsapevolmente, l’equilibrio del giudizio, esagerava la sua superiorità, il suo sprezzo fino alla provocazione. Avrebbe voluto adoperar nella fabbrica soltanto operai piemontesi, fondare una vera colonia, ma vi si opponeva il proprietario per economia e per prudenza. La maestranza nondimeno era composta tutta di nostri conterranei che colle famiglie costituivano un gruppo isolato e guardato dagli indigeni con diffidenza.

Io mi esaltavo in cuore misurando la distanza fra noi e «tutti quegli altri». Quando rientravo a casa dalla fabbrica, col berretto di lana rossa sui miei capelli corti e colla andatura rapida di persona affaccendata, udivo dei susurri dietro di me: in faccia al caffè i soliti scioperati mi guardavano sorridendo; sentivo che da una parte destavo la loro curiosità, dall’altra offendevo la loro abitudine di veder le fanciulle passar timide, guardinghe e lusingate dai loro sguardi. Il paese mi veniva in uggia, e se non l’aborrivo era unicamente a causa delle bellezze naturali che non mi stancavo di ammirare. Una strana nostalgia, strana in me che non avevo sentito alcun dolore lasciando Milano, mi s’era venuta insinuando nell’anima silenziosamente, non esternandosi che nelle lettere alle amiche. Il mio settentrione, attraverso le nubi del ricordo, m’appariva ora desiderabile, pieno d’incanti: la città sopratutto, l’immensa città col suo formicolìo umano, con la sua esistenza vibrante, la città che rivedevo talora in certi suoi aspetti più tipici, che mi risorgeva all’improvviso, in scorci, per cui avevo la momentanea illusione d’essere ancora là, piccola, a mano del babbo, sotto la nebbia o nel sole polveroso; la città della mia fanciullezza già circonfusa d’un rimpianto senza nome mi dava a volte nel ricordo brividi di passione....

Quando, in premio del mio primo inverno «di servizio», il babbo mi portò a Roma e a Napoli, questa vaga nostalgia di centri «viventi» mi si illuminò. Dopo due anni rivedevo la folla, m’incontravo con visi su cui erano segni d’intelligenza superiore o tracce di vita intensa; mi risentivo piccola, insignificante, sperduta, anelante ad apprendere da tutti e da tutto intorno. Ciò mi produsse una emozione forse maggiore di quella che mi destarono i monumenti e i paesaggi meravigliosi. E nelle lettere alla mamma e nel diario che per incitamento di mio padre scrissi durante il viaggio, questo senso intimo faceva capolino assieme ad osservazioni ingenue, a note ammirative, a velleità critiche.

Fu quel viaggio come il coronamento della mia adolescenza balda, temeraria, trionfante. Me ne rimase una memoria indistinta, circonfusa di luce troppo vivida. Le impressioni si eran sovrapposte nel mio spirito quali sillabe d’un’ignota parola che riassumesse la vita; e io le avevo accolte con un grave stupore, sentendomi nelle vene serpeggiare una soavità nuova, un languore di cui non sapevo definire la causa, una brama di tenerezza, d’espansione.... Il presente non era dunque che letargo, io andavo dunque incontro ad una nuova fase d’esistenza?

[c03]

III.

Era il terzo settembre che passavamo in paese. La stagione balneare non aveva differito dalle precedenti, e nessun distinto particolare, di essa m’è rimasto nella memoria: mi pare soltanto che per mio conto alternassi il piacere di nuotate sempre più lunghe e audaci con quello di letture ugualmente eccessive, da cui uscivo col capo stanco e con un confuso malcontento di me stessa.

Della mamma, dei fratellini, dei conoscenti, di mio padre stesso non riesco a ricordar nulla, in quell’estate. Come fu che una sera si diede in casa nostra una specie di ricevimento ad alcuni villeggianti e ad alcune famiglie del luogo? L’iniziativa era venuta dal babbo. Tre stanze del nostro appartamento, trasformate e adornate da piante e da lumi, avevan raccolto una quarantina di persone, signore di Napoli e di Roma a cui guizzava negli occhi l’ironia per le provinciali, uomini gravi che consideravano mio padre curiosamente nel suo aspetto intimo di buon ragazzo, qualche impiegato, le maestre e i maestri del paese con le lor famiglie. Una piccola orchestra invitava a ballare grandi e piccini. Nella mia qualità di padroncina di casa non avevo potuto rifiutare di far qualche giro anch’io, a malincuore, perchè la danza non mi piaceva e mi produce va mal di capo. Ero osservata: i giovani mi si avvicinavano con una specie di timidezza che mi divertiva. Ma fra un ballabile e l’altro io m’ero sorpresa a riguardare il babbo e la mamma, involontariamente. L’uno, appassionato ed eccellente ballerino, pareva ritornato giovinotto, ed esercitava intorno con la spontaneità della sua natura un vero fascino: l’alta persona, volteggiando fra le coppie, mi significava ancor una volta la semplicità, la gioia, la forza della vita. Mia madre era contenta di quell’ora di svago? Anch’ella, avvolta in un abito di pizzo nero scintillante di perline, mi evocava fuor della memoria anni lontani, serate in cui l’avevo vista partire a braccio del babbo per qualche spettacolo, timida ma non impacciata nell’abbigliamento elegante. Il suo viso conservava la grazia dei tratti; non pareva, quella sera, ch’ella avesse più di trent’anni.

Ma mi sembrava ch’ella non pervenisse a nascondere una nervosità di cui ignoravo la cagione: notavano gli ospiti e il babbo lo sforzo che ella faceva su sè stessa per seguire le conversazioni e i giuochi?

Verso le otto del mattino seguente, appena alzata, passando accanto alla camera della mamma e supponendola ancora in letto, bussai per domandarle ordini; la voce di lei, fievole, mi disse d’entrare. Scorsi il profilo del babbo addormentato, vòlto verso l’uscio; il viso materno non si distingueva bene fra i cuscini e le coltri: rinchiusi la stanza, raggiunsi i fratellini che facevano già colazione.

Quanti minuti scorsero? Un grido, indi parecchi altri, poi un gran susurro nella piazza sottostante mi fecero trasalire. Non m’ero ancora avvicinata alla finestra, che il rumore si portò ai piedi dello scalone di casa, facendomi correr verso la porta, seguita dalla donna e dai fratelli. Esclamazioni di sorpresa e di dolore salivano dal basso, con uno scalpiccìo come di persone che recassero un peso: la cameriera, precipitatasi contro la balaustra, gittò un urlo, si ritrasse, per coprirci lo spettacolo, per respingerci in casa. E io vidi il corpo di mia madre portato da due uomini, un corpo bianco seminudo su cui una mano aveva lanciato un cencio che penzolava, come penzolavano le braccia, i piedi, i capelli. Uno stuolo di gente seguiva. Pensai d’esser impazzita.

No! Era la mia mamma veramente, gli occhi chiusi, bianca nel viso come una morta, con macchie rosse lungo un braccio ed un fianco. Il babbo si avanzava fuor della stanza semivestito senza comprendere. Si strinse le tempie; il volto gli si scompose, e io dovetti non vedere e non sentir più nulla, poichè non ricordo altro.

Mi riscosse un vocìo di donne. Raccontavano. Avevano visto affacciarsi al nostro balcone la figura bianca, scambiata così al sole per una di noi bambine, le avevan fatto cenno di rientrare. La figura s’era sporta, indi abbandonata, piombando di fianco sul terreno.

Entrò il medico. Penetrai con lui nella camera. La mamma era sul letto, senza moto; il babbo a’ suoi piedi, lo sguardo perduto, si torceva le mani. Mi vide, e un gran singhiozzo, il primo ch’io sentissi salire da quel petto, lo abbattè su una sedia, mentre mi traeva fra le ginocchia e nascondeva la faccia sulla mia spalla.

Oh lo smarrimento che mi prese! Il tumulto che scoteva mio padre mi atterriva; ed insieme m’invadeva l’oscuro presagio d’altri momenti atroci come quello....

Non avrei voluto più sciogliermi da quell’abbraccio: per la prima volta provavo la volontà di chiuder gli occhi e di sparire. E non formulavo alcun pensiero, neppur questo: «Vive ancora?»

Viveva. Il capo, il tronco erano stati miracolosamente illesi: solo il braccio sinistro era spezzato. Non riprese conoscenza che dopo tre giorni. Non seppe o non volle dir parola del tragico accaduto: ho il confuso ricordo d’una sera in cui il babbo, a ginocchi, la scongiurò invano, non ottenendo che questa risposta: «Perdonatemi, perdonatemi....» Erano nella stanza anche i bimbi. Il babbo piangeva, e io non so ancora se fossero più strazianti le lagrime di lui o le fioche parole dell’inferma, che uscivano come dall’ombra....

Era stato un momento di pazzia? Volevo crederlo e insieme mi spaventavo di pensarlo. Nella voce del babbo era l’accento appassionato della sincerità, quando chiedeva a sè stesso, sommesso e tremante, nella penombra della camera, che cosa poteva aver provocato quell’accesso di disperazione. La mamma lo guardava silenziosa: avevo il senso strano che ella ne attendesse la spiegazione da lui.... E insieme avevo la certezza intima che mio padre non sapeva che cosa rimproverarsi.

Rimase in letto due mesi in un alternarsi di febbri che minacciavano la congestione cerebrale; presente come non mai, e insieme assente, come dopo una suprema rinuncia.

Qualcosa di sinistro s’andava aggravando sulla casa, oltre all’ansia per le vicende della malattia e malgrado la stessa forza di resistenza, ch’era in tutti noi. I bimbi non comprendevano, subivano semplicemente la tristezza dell’ambiente; io notavo con disagio, poi con spavento, nel lentissimo risveglio di lei, certi torpori insistenti, certe lacune della memoria, certi eccessi nelle manifestazioni d’affetto o d’antipatia per i circostanti. Ma avendo preso il governo della casa e continuando in certe ore ad occuparmi del mio impiego, non tralasciando le mie letture e la mia corrispondenza, ero occupata in modo da non poter troppo indagare le sensazioni nuove e varie che si alternavano in me. Compiangevo mio padre, prodigavo alla mamma una tenerezza vigile, quasi a scongiurare le manifestazioni che temevo dalla sua anima malata. Ero certa ora d’amarli entrambi, ma con una nuova inquietudine e con la sensazione, che sempre più mi penetrava, di essere ormai sola, sola con la mia anima, e ignorando due anime che amavo, che compiangevo e che temevo di giudicare.

Alla fine dell’inverno la mamma era quasi del tutto ristabilita. Solo il braccio rotto, che aveva dovuto venir ricomposto due volte per l’inabilità del chirurgo, restò infermo, colle articolazioni della mano impacciate. Invecchiata, estenuata, aveva un’aria ancor più dimessa e avvilita, con quella mano che la più piccola delle mie sorelline baciava ogni poco teneramente, facendo splendere d’una lagrima gli stanchi occhi di lei. Pareva tornata bimba, una bimba timorosa che non sa liberarsi dal ricordo di un suo errore.

Il babbo, passate le settimane del pericolo, aveva vinto lo smarrimento, appariva di nuovo padrone di sè. E non osando interrompere i lunghi silenzi in cui s’immergeva, io pensavo.... Per la prima volta cercavo nel passato, scoprivo degli indizî, li collegavo. I dissensi che avevo intuito nella vita de’ miei cari mi apparivano ora diversi da quelli che talvolta avveravansi tra il babbo e me; capivo che doveva esserci qualcosa di ben più profondo, qualcosa di fatale e d’invincibile come mi pareva che fossero le mie antipatie contro certe persone e certe cose.... Il babbo doveva averla amata tanto quella povera cara, e ora ne’ suoi isolamenti, silenziosi egli rievocava chi sa quali ricordi; ma sentivo che dovevano essere soltanto ricordi.

E non riuscivo a veder nell’avvenire stabilirsi un amore nuovo e più forte fra loro e in tutta la famiglia.

Egli era colla mamma pieno di riguardi, condiscendente, quasi carezzevole; evitava le antiche sfuriate; ma io percepivo una punta di rassegnazione nel modo con cui accettava la melanconia persistente di lei, di lei che scoprivo oppressa dai desiderio timido e accorato d’un ravvicinamento.

Un giorno, la nostra casa era piena di sole, essi restarono chiusi più d’un’ora nella stanzetta ove adesso il babbo dormiva solo: quando ne uscirono, mia madre aveva il volto soffuso d’un color roseo che da tanto tempo non le vedevo, e insieme d’un sorriso vago, un sorriso di fanciulla felice. Mi guardò come se non mi riconoscesse. Il babbo invece s’annuvolò, evitando il mio sguardo.

Altre volte la vista della mamma appoggiantesi stanca sulla spalla del babbo, mi turbò, nelle settimane seguenti. Il babbo sfuggiva di trovarsi solo con lei, me ne persuasi; sfuggiva noi tutti, la casa, quasi insensibilmente.

La primavera scorreva lenta: nei crepuscoli tepidi ed avvincenti io mi sentivo talora invadere da un bisogno torturante di pianto, di dissolvimento: che cos’era? Dov’era andata la mia balda adolescenza? Perchè mio padre si allontanava così dalla mia anima? Non mi sentiva soffrire, non mi amava, ah, certo non mi amava più! Stavo io per dubitare di lui, di me stessa, della vita?

Pure la giovinezza inconsciamente reagiva. Continuavo a lavorare, a scrivere lunghe lettere, piene d’una strana austerità, alle mie amiche; a sorridere con una punta di civetteria ingenua agli operai piemontesi di cui qualcuno mi destava una simpatia esagerata, per contrasto forse coll’uggia che mi davano persone e cose del paese.

E la mia personcina si trasformava, perdeva certe asperità di linee e di movimenti, e il viso sopratutto pareva farsi più luminoso, più espressivo. Fu mio padre che mi fece gettar la prima volta gli occhi sullo specchio con interrogazione un poco ansiosa: una sera sentii, con un misto di gioia e di stupore, ch’egli diceva come a sè stesso, dopo avermi considerata alquanto in silenzio: «Diventerà bella....» Non lo credetti, ma provai una compiacenza inesprimibile.

Altri notava la mia metamorfosi. Era nell’ufficio della fabbrica, impiegato da un anno, un giovine del paese, figlio di piccoli proprietari, piacevole d’aspetto, con modi spigliati, ch’io trattavo da buon camerata, scambiando barzellette o disputando cordialmente negl’intervalli del lavoro, sopratutto quando si rimaneva soli nel vasto stanzone ove entrambi avevamo il nostro tavolo. In quella primavera l’ossequio leggermente ironico ch’egli aveva fin allora usato verso di me lasciò il posto ad una più spontanea attitudine di ammirazione, che non mi sfuggì e mi divertì. Mi raccontava del paese, di quello che i suoi compagni dicevano di me. Lo interrogavano sul mio conto con grande curiosità; mi descrisse uno d’essi, che si diceva innamorato di me e parlava di rapirmi: questo era un uso non raro in quei luoghi e al ratto seguiva il matrimonio. Io ridevo e accennavo a mio padre, il cui nome incuteva terrore. Più d’una volta infatti incontrai gli occhi di quel sedicente innamorato, non senza noia.

Il giovane mi diceva anche che l’arciprete aveva fatto più volte accenno a noi in chiesa, attribuendo la disgrazia di mia madre a castigo di Dio. Affermava che alcune vecchie facevano il segno della croce quand’io passavo. Mi chiamava «demonietto» e pareva guardarmi come un oggetto curioso dal congegno ignoto e forse pericoloso. In breve ardì manifestarmi delle lodi che secondo lui si facevano dai signori, di questo o quel mio pregio fisico. Ripeteva tutto ciò con compiacenza. Le sue parole come il suo sentimento mi lasciavano tra offesa e lusingata, ma mi pareva di sentirvi un fondo di sincerità, e nella incipiente soddisfazione del mio rigoglio trovavo scusabile che colui, al quale non celavo d’altronde la coscienza della mia superiorità, dimenticasse talora ch’io ero la figliuola del suo principale. Gli rispondevo scherzosamente, per fargli comprendere tuttavia che non davo alcuna importanza al gioco; talvolta mi compiacevo a cambiar improvvisamente il discorso, a trascinare il giovine, sprovvisto di coltura e con opinioni abbastanza grette e convenzionali, in discussioni nelle quali ben presto egli restava battuto: allora ridevo, d’un riso alto, squillante, e così fanciullesco in fondo, che colui finiva per rider con me, non senza lasciar trasparire sulla faccia uno stupore un po’ ingenuo.

Una seconda vittima delle mie bizzarrie era una vecchietta che frequentava la nostra casa per assistere la mamma. Chiacchierando, ella alludeva talora al mio avvenire, al tempo in cui sarei divenuta sposa e madre e avrei riso delle attuali mie funzioni d’impiegata; tranquilla io replicavo che non mi sarei mai maritata, che non sarei stata felice se non continuando la mia vita di lavoro libero, e che, del resto, tutte le ragazze avrebbero dovuto far come me.... Il matrimonio.... era un’istituzione sbagliata: lo diceva il babbo sempre.

La vecchietta s’indignava. «Ma allora il mondo finisce, non nascon più figliuoli, non comprendi?»

Restavo interdetta. Mia madre, già da qualche anno, mi aveva parlato delle funzioni misteriose dell’organismo femminile, pur senza soffermarsi sui rapporti fra uomo e donna. Certo, se mio padre propugnava la sparizione del matrimonio, voleva dire che i bimbi avrebbero potuto nascere ugualmente: il babbo non voleva la fine del mondo. Ed io, dopo tutto, non sentivo questa responsabilità verso il futuro.... No, non mi sposerei.

La mamma assisteva a questi dibattiti senza parteciparvi: ella era sempre più assorta, chiusa come in un deserto interiore. Alla fine della primavera il babbo le propose di andar a passare un mese a Torino, dai parenti, con me. Ella accettò. Che senso di responsabilità penosa, accompagnandola io sola! Sempre, latente, era il terrore di vederla ripresa dalla necessità d’un qualche folle e fatale atto. E ancora, più triste che mai, il dubbio di non amarla quanto avrei dovuto e voluto, di essere impotente di fronte alla sua infelicità!

Ma col viaggio parve le ritornasse veramente un poco di speranza e una certa serenità, insieme ad un maggior vigore fisico. In quanto a me il tuffo inatteso nelle memorie dell’infanzia valse a far dileguare alquanto gli oscuri timori, a restituirmi parte della mia baldanza.

Una volta ancora tornò l’estate. Io compivo i quindici anni. Alla spiaggia dove la colonia bagnante si riuniva e invitava talora a’ suoi passatempi, mi vedevo osservata con curiosità da tutti, guardata con insistenza da uomini di varia età, e un giovane prima, malaticcio e motteggiatore, poi un altro quasi ancora adolescente, dal corpo forte ed agile e dalla testa ricciuta che mi ricordava certi bronzi visti nei musei, mi occuparono per qualche settimana la fantasia senza farmi battere il cuore nè destarmi istinti di civetteria. A me stessa ridendo chiedevo: «M’innamorerei?...» e il giuoco mi piaceva, pareva dare un sapor nuovo alla vita che vivevo con tanta foga. Facendomi cullare dall’onda per ore ed ore sotto il sole ardente, sfidando il pericolo coll’allontanarmi a nuoto dalla riva fino a non esser più visibile, io mi unificavo con la natura e sfogavo insieme l’esuberanza del mio organismo. Ero una persona, una piccola persona libera e forte; lo sentivo, e mi sentivo gonfiare il petto d’una gioia indistinta.

Ma in casa la tristezza ritornava, più paurosa. Nella mamma il carattere s’inaspriva, e questo rendeva più palese il progrediente squilibrio del suo spirito, che il babbo non si peritava di far rilevare a lei stessa, crudamente. I ragazzi erano più che mai abbandonati. Come lontano il tempo in cui nostro padre si faceva bimbo per giocar con noi! La stanchezza, l’indifferenza verso tutta la famiglia erano ormai evidenti in lui. Sopraggiungendo l’autunno, pretestò di dover fermarsi fino a tarda ora di notte in fabbrica, ed in casa non lo si vide più che durante i pasti, taciturno. Più che mai esigente coi suoi operai, neppure a me risparmiava i rigori della sua disciplina, con una durezza spesso glaciale.... Stupita, sgomenta, cercavo....

Il mio compagno d’ufficio non mi lasciò cercare a lungo. Restavamo spesso soli nello stanzone grigio ove s’allineavano scaffali e tavoli ricoperti di carte e registri, ed in mezzo al quale una grossa stufa a carbone ardeva rendendo l’aria spesso intollerabile. Un altro impiegato sopraggiungeva soltanto nelle ore del pomeriggio, un quarto faceva frequenti assenze. Fra un lavoro e l’altro continuavamo a scambiarci frasi più o meno scherzose, o ad intrattener discorsi più serî, che venivano interrotti e ripresi ripetutamente lungo il corso della giornata. Egli aveva venticinque anni, la persona maschia e snella, il viso olivastro animato da due larghi occhi neri: parlava con facilità ed abbondanza. Molte cose in lui mi urtavano, quotidianamente. Non tutte gliele celavo; ma egli non badava alle osservazioni di una ragazzina, stupito soltanto, abituato com’era a considerar la donna un essere naturalmente sottomesso e servile, della mia indipendenza. Non sapevo nulla di lui, soltanto avevo udito dire vagamente che una ragazza da lui amata prima che andasse soldato, aveva tentato di uccidersi quando al ritorno egli non l’aveva più curata. A mio padre non piaceva: lo tollerava perchè era un lavoratore; ma mi rimbrottava seccamente ogni volta che ci sorprendeva a chiacchierar insieme.

Fu per rappresaglia? Questi mi narrò ciò che in paese ormai molti sapevano: che mio padre aveva un’amante, una ragazza stata qualche tempo operaia nella fabbrica; che la cosa doveva essersi iniziata in primavera, durante il viaggio mio e di mia madre; che quasi ogni sera il babbo andava a trovar colei, alloggiata e mantenuta a sue spese con tutta la miserabile e numerosa famiglia in una casa fuor del paese....

Il babbo!... Mille piccoli incidenti mi si illuminarono: non m’era possibile non prestar fede alla terribile rivelazione.... Mi sentii curvare a terra, afferrare dalla smania di mordere il suolo, nel dolore e nella vergogna....

Mio padre, l’esemplare raggiante, si trasformava d’un tratto in un oggetto d’orrore: egli, che mi aveva cresciuta nel culto della sincerità, della lealtà, egli nascondeva a mia madre, a noi tutti un lato della sua vita. Oh babbo, babbo! Dove era la nostra superiorità, di cui andavo così altera fino a ieri? Mi pareva che piombassimo più giù di tutte quelle creature intorno, di cui avevo indovinato il lezzo istintivamente! E i miei fratelli innocenti! E mia madre, mia madre, sapeva qualcosa? Mi sentivo ora attratta verso la sventurata, col cuore pieno, fino a scoppiare, pieno di rimorsi e d’ira contro me stessa....

Forse quando ella aveva tentato di morire, mio padre la tradiva già? Allora io avevo respinto il dubbio con tanta sicura e serena persuasione! Anche oggi lo respingevo. Era troppo orribile! Ma intanto l’infermità fisica e morale che teneva la mamma non era una scusa per mio padre dinanzi a’ miei occhi.

Oh se fosse possibile far rinsavire il babbo, opporre alla sua la mia volontà audace e fremente, salvare tutti noi dalla rovina!

Ma chi, con perfidia od incoscienza, m’aveva portato il tremendo colpo, badava ad insinuarmi l’inutilità d’ogni reazione, e a dipingermi nello stesso tempo un fosco avvenire. Mi prodigava una pietà che in tutt’altre circostanze m’avrebbe offesa. Non gli badavo: mi sentivo stringer le mani, accarezzar i capelli, e il mio essere cedeva inconsapevole alla dolcezza di quel contatto, mentre tremavo d’ira e di disperazione.

Che cos’era, che cos’era quella forza oscura che mi si rivelava così d’un tratto, quell’amore di cui le mie letture m’avevan dato un concetto chimerico? Era dunque una cosa nefasta, degradante, e pur formidabile se aveva potuto vincere ed avvilire mio padre!

E la vita, che ignoravo, ma in cui avevo sempre creduto fosse riposto un fine di bontà e di bellezza, m’appariva incomprensibile, deforme....

Quanti giorni vissi con l’atroce tumulto nell’anima? Non so più. So soltanto che negli istanti di depressione succedenti al parossismo, una voce calda e giovanile, insistente, al mio fianco, mi sussurrava parole di ammirazione sempre meno velata. In certi momenti mi sentivo atona, istupidita, e quell’unica voce continuava, m’investiva coll’accento della passione. Ed incominciai a rispondere, con una incredulità che persisteva in me, e insieme una speranza che mi s’imponeva ardentemente: divenni dolce, remissiva. Non gli dicevo di volergli bene, non lo dicevo neanche a me stessa, ma c’era un uomo a cui ero cara.

Come seppe la mamma la sua sventura? Una sera eran venuti a trovare il babbo dopo cena, non so più per qual motivo, alcuni individui, fra gli altri un notaio, creatura insignificante e melliflua che mio padre doveva aver preso a confidente, e il mio compagno d’ufficio: si chiacchierava. Mia madre scoppiò ad un tratto in una risata convulsa, domandando al notaio: «È vero, dica, che lei accompagna mio marito a passeggio la notte dalla parte del fiume? Mi racconti un po’ di che cosa parlano...!»

Gli uomini si scambiarono un’occhiata, esterrefatti. Pallida, ora, la mamma s’alzava con un tremito, accusava un malessere, si ritirava. Rimanemmo in sala il babbo, io e gli ospiti. Vedevo sul volto di mio padre un’ira repressa, terribile. A voce lenta, quasi mormorando, egli dichiarò:

«Quella donna impazzisce!»

In un impeto proruppi: «Anch’io impazzirei, papà!» E gli piantai gli occhi in viso, con disperata ribellione, sentendo montarmi al capo uno spasimo terribile.

«Taci, tu!» urlò l’uomo colpito a sangue, slanciandosi quasi per stritolarmi; e indietreggiando d’un subito con un supremo sforzo: «Esci!»

Non ricordo come passassi quella notte. Il mattino seguente, la mamma in camera sua con la febbre attendeva invano una visita del marito, certo per chiedergli perdono; io mi sentii annunciare che alla fine del mese sarebbe cessato il mio impiego! Era la risposta alla mia frase della vigilia.

Quando fui nell’ufficio non potei rattenere il pianto: quella vita di lavoro fra gli operai io l’amavo intensamente, non potevo pensare di abbandonarla, non ne immaginavo alcun’altra così conforme ai miei gusti, alla mia natura! Lo dissi al mio compagno, che mi si era avvicinato.

«E a me non pensa? Che farò io?» mormorò egli. E ritornò al suo tavolo, nascose la faccia fra le mani, con un sussulto nervoso alle spalle. Gli andai accanto, dimentica della mia pena; mi afferrò, mi strinse, piccola, contro il suo petto.

«Com’eri bella, iersera, com’eri fiera, come avrei voluto baciare le tue ginocchia....»

Chiusi gli occhi. Era vero? Tutta la mia anima voleva una risposta. Rimasi ferma qualche minuto: le labbra di lui scesero sulle mie. Non mi svincolai. I miei sensi non fremevano, ancora sopiti; il cuore attendeva se qualche grande dolcezza stesse per invaderlo.

Un rumore che sopraggiungeva mi fece allontanare bruscamente. Il giorno dopo, in un istante di solitudine, mi rifugiai di nuovo accanto al giovine, che mi disse di volermi bene, e m’impedì di parlare, soffocandomi con brevi baci sulla bocca, sul collo. Mi scostai un po’ infastidita. Ma nei dì seguenti la compagnia di lui mi parve necessaria. Dimenticavo in quei momenti il dolore che portavo meco dalla casa, che mi si incrudeliva ogni volta che incontravo lo sguardo di mio padre. E non chiedevo altro, paralizzata.

Egli comprendeva la mia incoscienza, constatava la mia ignoranza, la mia frigidità di bambina quindicenne. Velando con gesti e sorrisi scherzosi l’orgasmo ond’era posseduto, con lenta progressione mi accarezzò la persona, si fece restituire carezze e baci, come un debito di giuoco, come lo svolgimento piacevole d’un prologo alla grande opera d’amore che la mia immaginazione cominciava a dipingermi dinanzi.

Così, sorridendo puerilmente, accanto allo stipite d’una porta che divideva lo studio del babbo dall’ufficio comune, un mattino fui sorpresa da un abbraccio insolito, brutale: delle mani tremanti frugavano le mie vesti, arrovesciavano il mio corpo fin quasi a coricarlo attraverso uno sgabello, mentre istintivamente si divincolava. Soffocavo e diedi un gemito ch’era per finire in urlo, quando l’uomo, premendomi la bocca, mi respinse lontano. Udii un passo fuggire e sbattersi l’uscio. Barcollando, mi rifugiai nel piccolo laboratorio in fondo allo studio. Tentavo ricompormi, mentre mi sentivo mancare le forze; ma un sospetto oscuro mi si affacciò. Slanciatami fuor della stanza, vidi colui, che m’interrogava in silenzio, smarrito, ansante. Dovevo esprimere un immenso orrore, poichè una paura folle gli apparì sul volto, mentre avanzava verso di me le mani congiunte in atto supplichevole....

[c04]

IV.

Appartenevo ad un uomo, dunque?

Lo credetti dopo non so quanti giorni d’uno smarrimento senza nome. Ho di essi una rimembranza vaga e cupa.

D’improvviso la mia esistenza, già scossa per l’abbandono di mio padre, veniva sconvolta, tragicamente mutata. Che cos’ero io ora? Che cosa stavo per diventare? La mia vita di fanciulla era finita.

Il mio orgoglio di creatura libera e riflessiva spasimava; ma non mi permetteva d’indugiarmi in rimpianti e discolpe, mi spingeva ad accettar la responsabilità dell’accaduto.

E tentavo giustificare affannosamente ciò che ancora mi riempiva di stupore. Quell’uomo, da quando lo conoscevo? Da due anni circa. Lo avevo visto quasi ogni giorno, m’era stato compagno ed aiuto di lavoro. L’avevo guardato sempre con una franca compiacenza fanciullesca; le sue goffaggini stesse m’avevano divertita. Poi, un giorno, egli aveva tranquillamente disonorato ai miei occhi mio padre.... Perchè non avevo dubitato neppure un istante che mentisse? Io non sapevo nulla della vita, e subito la sua esperienza m’aveva infuso una specie di rispetto. E mi sorrideva con pietà. Aveva assistito all’angoscia terribile della mia anima improvvisamente sperduta. E m’era apparso diverso da quel di prima, un essere nuovo, dotato di tutto ciò che veniva a mancare a mio padre. Come lo giudicava con dignità, con sdegno, e com’era commosso difendendo la mia povera mamma! Un solo momento ne avevo ricevuto un’impressione fastidiosa: quando, chiestogli se mi avrebbe sostenuta colla sua testimonianza, allorchè io avessi affrontato mio padre, m’aveva scongiurata di tacere, di tacere....

E da quel momento m’aveva avviluppata coll’onda delle parole carezzevoli; il mio cuore s’era intenerito. Non avevo dubitato un solo istante della sua devozione; avevo accettato, con la superbia non per anco estinta della mia superiorità.

Sapeva egli della stanchezza che m’avea vinta? M’aveva tenuta fra le braccia, m’aveva detto di amarmi, ed io avevo ascoltato....

Non potevo concepirmi vittima d’un calcolo. L’amore doveva aver fatto tutto questo. Ed io com’ero impreparata ad accogliere il misterioso ospite! Ah, che davvero non sapevo nulla, in fondo, della vita, per aver troppo ed esclusivamente contemplato mio padre! Non mi ero mai raffigurato il mio avvenire di donna. E donna, ecco, ero divenuta subitamente, proprio quando non potevo più confidarmi a mio padre, quando tutto il nostro passato perdeva ogni valore ai miei occhi, quando la stessa mamma mia non era più in grado di ascoltarmi e di illuminarmi.

Neppure un istante ebbi la tentazione di svelare alla disgraziata il mio terribile segreto. Ella soffriva già abbastanza, chiusa nel suo dolore!

Mio padre, come lo sentivo lontano, staccato ormai dalla mia vita! E che strazio aggiunto a strazio, questo di celargli la tempesta che mi travolgeva!

Sola, in silenzio, mi lasciavo invadere da una specie d’autosuggestione, di follia lucida. Era l’influsso dell’improvvisa scossa fisiologica? I ricordi che serbo sono come quelli della febbre.... Quando mi dissi per la prima volta che dovevo, forse, ricambiare la passione di quell’uomo, accettar da lui, per tutta l’esistenza, l’appoggio, il rifugio ch’egli mi offriva, separandomi da tutto ciò che aveva costituito fin allora la mia vita? Non so, non vedo più chiaramente. Avevo cominciato a pensare che forse io amavo il giovane da tanti mesi senza saperlo, che forse qualcosa, sotto le umili apparenze, m’aveva sedotta, d’inesplicabile. Poi avevo soggiunto che forse, in quell’avvenire di amore e di dedizione non mai prima intraveduto, era la salvezza, era la pace, era la gioia. Sua moglie.... Non l’ero di già? Egli m’aveva voluta, egli m’era destinato, tutto s’era disposto mentre io credevo seguire una ben diversa via.... Quello sposo delle leggende, che m’era sempre parso un puerile personaggio, esisteva, era lui!

L’uomo s’accorse subito che la sua causa trionfava, e forse non ne fu neppure molto sorpreso. Aveva però tremato. Adesso, più sicuro, pieno di speranza, secondava le effusioni ch’io esalavo in lettere e in parole alte e puerili insieme, e per arrestarmi sulle labbra ogni domanda di esplicazioni, ogni interrogazione su l’accaduto, riprendeva a baciarmi le mani e i capelli, fugacemente, e mi ripeteva con un poco di solennità che tutta la sua esistenza non sarebbe bastata a ringraziarmi del dono della mia, e tentava impadronirsi di nuovo della mia persona. Ma l’iniziazione era stata troppo atroce, e mi rifiutavo. Come molte fanciulle, alle quali le letture dei romanzi suscitano immaginazioni informi che nessuno illumina, io supponevo che la realtà non fosse tutt’intera in quella che mi aveva colpita disgustosamente: immaginavo un compenso avvenire di ebbrezze ineffabili che avrei goduto da sposa. Il pudore in me quindicenne era troppo embrionale ancora, perchè potesse profondamente soffrire; forse anzi un’oscura fierezza mi spronava e sosteneva, nella volontà d’amore e di dedizione che andavo coltivando con ostinazione disperata.

Ma il babbo notava le mie distrazioni e i miei turbamenti; d’improvviso mantenne la parola e m’impose di non tornare in ufficio.

Nella brusca separazione mi esaltai maggiormente e credetti di passare i giorni più orrendi della mia vita; poi, riuscita a corrispondere col giovane, fui incitata da lui a dichiarare a mia madre il nostro amore: e la mamma, triste, affranta, china verso il precipizio della sua ragione, parve come bere ad una fontana di giovinezza ascoltando la figliuola innamorata. Erano i suoi vent’anni ch’ella rievocava? Era la felicità invano sognata per sè che si illudeva di veder risplendere per la sua creatura? Qualcosa di lei palpitava in me, in quell’ora, per la prima volta: lo sentiva inconsciamente? La sventurata non poteva immaginare il dramma che aveva troncata la mia adolescenza; pensò, anch’ella!, ad un sentimento magicamente sbocciato nel mio cuore per salvarmi da un’esistenza ibrida; e raccolse tutta l’energia di cui disponeva perchè le mie lagrime cessassero, perchè il suo sogno di dolcezza trionfasse una volta nella sua figlia....

Io la osservavo con tenera mestizia, con un senso vago di timore per me stessa, riconoscendomi fragile come lei, chiedendomi se veramente io avessi maggior fortuna e non m’illudessi fidando nell’amore, com’ella s’era illusa.

Quando il babbo seppe, parve non dare importanza, non credere quasi. Ma, per iscritto e a voce, io e il mio tristo eroe cercammo di persuaderlo che unico scopo della nostra vita, ormai, era quello d’unirci. La sua collera scoppiò tremenda. Tuttavia neppure egli sospettò il vero: come avrebbe pensato alla delittuosa audacia, egli che si sapeva tanto temuto da chiunque lo avvicinava? L’idea di uno sciocco infatuamento della figlia preferita, educata a disprezzare ogni fantasmagoria e a contare su di sè sola per le battaglie della vita, lo esasperava. Non riconosceva certamente la sua parte di colpa, per l’attenzione affettuosa che m’era venuta a mancare nell’epoca in cui più ne avrei avuto bisogno. Soffriva. Complicato e primitivo insieme, non giungeva a farsi un concetto preciso di quanto avveniva intorno a sè, nè a porvi rimedio. Comprendeva d’esser solo, a sua volta, d’essersi alienata l’unica riconoscenza. E dall’addensarsi del biasimo generale sul suo capo, dal presagio d’imminenti catastrofi, traeva una disperata smania di tirannia e di vittoria ad ogni costo.

La mamma lo fece stupire insistendo nel difendermi. Dopo quella sera avevano sempre evitato di parlarsi; ora, l’una sembrava imporre all’altro, come patto di pace e di acquiescenza, il mio bene. Pareva dicesse: «Sì, sono vecchia, sarò nonna, la tranquillità entrerà nel mio spirito se non nel mio povero cuore: troverò ancora la vita un po’ bella, purchè nostra figlia sia contenta e io possa pensare ai suoi bimbi!...»

Egli non mi parlò. Compresi ch’io ero morta per lui, ch’egli dava l’addio a tutto il sogno che aveva costruito sul mio capo nel tempo remoto.

Disse al giovane che non era il caso di pensare al matrimonio, per allora: avevo quindici anni e mezzo; ne dovevano passare alcuni altri. Ma egli poteva frequentare la nostra casa, la sera, e accompagnarsi qualche volta a passeggio con la nostra famiglia. Che cosa contava fare? Trovarsi un impiego altrove, più conveniente, tentare una carriera governativa? Lo avvertiva che non m’avrebbe data alcuna dote. Intanto, continuasse pure a prestar servizio in fabbrica....

Avevo immaginato che colui si sarebbe dimesso, si sarebbe procacciato subito un altro lavoro, anche fuor del paese. Nulla invece accadde; egli non pensava affatto che fosse poco dignitoso il restar nella dipendenza d’un futuro suocero, e d’un uomo di cui egli biasimava la condotta. Per contro, era ben certo che mio padre doveva darmi un assegno quando fossi maritata.

Venne dunque da noi alla sera, come un fidanzato regolare. Col babbo non vi si incontrava mai, poichè quegli usciva senza fallo appena finito di pranzare. Attorno al tavolo i ragazzi giocavano o leggevano, la mamma ed io c’indugiavamo in qualche ricamo; e il giovine si divertiva a farmi indispettire, contraddicendomi sistematicamente nella conversazione. Ogni tanto mi dava un bacio all’impensata, senza curare le proteste di mia madre e le risa dei bambini. Allora mi rabbonivo. Ci lasciavamo verso le dieci, dopo esserci abbracciati nell’anticamera buia ove io sola l’accompagnavo: a volte, le sue mani mi afferravano, un po’ febbrili, alle braccia, un istante, risuscitando ne’ miei sensi il brivido, ormai lontano, di terrore.

Le prime settimane s’era fatto in paese un gran discorrere della nostra relazione; il mio brusco allontanamento dalla fabbrica era stato interpretato dai più maligni come la conseguenza di una scoperta da parte di mio padre. Non avevano, circa un anno prima, le stesse lingue sussurrato che l’affetto di mio padre per me fosse più che paterno, non s’erano compiaciute in invenzioni odiose e mostruose? I miei genitori non sapevano quel che ora si andava dicendo. Dinanzi alla sicurezza ignara de’ miei, avevo sentito in me crescere un senso di vergogna. Almeno il mio fidanzato fosse insorto contro i diffamatori! Pareva invece aver preso un contegno speciale di fronte ai suoi compagni, come se fosse tutto ad un tratto salito in dignità. Questi lo invidiavano e insieme sembravano esser contenti che uno del paese avesse umiliato l’orgogliosa famiglia forestiera. Passando dinanzi al solito circolo, m’avvedevo dei sogghigni con cui mi guardavano e la mia fierezza non osava più reagire. Egli rideva, mi dava della sciocca. Rise anche quando gli riferii una diceria sul suo conto giuntami solo allora all’orecchio: che egli avesse disonorata la ragazza la quale poi aveva tentato di uccidersi per lui. E non si curò di difendersi nè di giustificarsi.

Passando i mesi, anche le chiacchiere cessarono. Io ero del resto ormai isolata dalla vita paesana: il giovine, geloso, pretendeva da me mille rinuncio assurde: non dovevo affacciarmi alla finestra, dovevo scappare in camera mia se qualche uomo capitava in casa, compreso il dottore della mamma. La mia personalità fin allora così libera, dinanzi alla memoria del fatto ch’io consideravo irreparabile, insorgeva a tratti, ma soltanto per farmi più sentire la sconfitta patita.

Pure, scrivevo alle mie amiche che ero felice. Cercavo d’ingannar me stessa. E riuscivo ad eccitarmi la fantasia fino a provarne una specie di ebbrezza.

Amarlo, amarlo! Sì, lo volevo tenacemente. E non mi soffermavo su alcuna delle continue impressioni spiacevoli che il mio fidanzato mi procurava. Scoprivo in lui una quantità di difetti, prima insospettati: lo sapevo incolto, ma l’avevo ritenuto più agile di mente: il suo carattere sopratutto deludeva la mia aspettativa, con qualcosa di sfuggente, di ambiguo; e la piccola ragionatrice ch’io ero pur sempre aveva talvolta dei moti di sorpresa non scevri d’indignazione.... Ma li reprimevo tosto. Io volevo credere alla mia felicità, presente e avvenire; volevo trovare bello e grande l’amore, quell’amore dei sedici anni che riassume alla fanciulla la poesia misteriosa della vita. Nessuno, vicino a me, mi guardava negli occhi, entrava nella mia anima, mi diceva le parole di verità e di forza ch’io avrei ancora saputo comprendere.

Il mio volto, impallidito, incorniciato dai capelli che avevo lasciato di nuovo crescere, perdeva dì espressione e di singolarità. V’era stato davvero un tempo in cui io potevo recarmi alla spiaggia a mio piacere, e tuffarmi per ore nell’acqua, e vagar nella campagna, e abbandonarmi a sogni di lavoro e di bellezza senza fine?

Adesso le giornate scorrevan quasi per intero nel silenzio della mia stanzetta. Preparavo il corredo, e talora restavo dei lunghi momenti sospesa guardando le mie mani posate sulla mussolina bianca. Il mio avvenire di sposa si delineava: il babbo, più facilmente che io non mi aspettassi, si piegava all’idea di maritarmi entro pochi altri mesi. E mi pareva d’esser preparata, anche colla visione della vita ristretta che mi attendeva; e non sentivo distintamente nessuno scrupolo per l’abbandono dei miei, di mia madre sempre più debole, sempre più paurosamente smarrita, dei miei fratelli senza guida e senza amore.

E nel mio fidanzato che avveniva? Forse un certo rispetto s’insinuava nella sua coscienza per la creatura rubata? Forse nel suo amor proprio s’illudeva di poter farmi felice?

Deciso a non lasciare l’impiego in fabbrica, calcolava su prossimi miglioramenti e su una futura successione a mio padre. Dibattè a lungo con lui la questione della dote; alfine si rassegnò ad accettare soltanto un assegno mensile. Voleva una promessa legale; ma mio padre, indignato, fu per troncare ogni trattativa. Il mio fidanzato non disponeva di nulla, appena di che rifornirsi la guardaroba e comperarmi l’anello matrimoniale. Il babbo diede il denaro per il mobilio. I miei futuri parenti non intervenivano che per meravigliarsi della poca larghezza nostra.

La situazione diventava in silenzio sempre più penosa per tutti: a che prolungarla? La data dello sposalizio si fissò per la fine di gennaio.

Poco meno d’un anno era trascorso dalla tragedia silenziosa, della quale mai una parola mi era uscita di bocca neppure col colpevole. I preparativi precipitarono, senza gioia. La vigilia delle nozze il babbo, in uno di quei momenti di parossismo ch’egli aveva ora frequentissimi, mi bistrattò acerbamente, per un pretesto....

Alla sera, la mamma venne accanto al mio letto. Tentò parole di preparazione per quello che m’attendeva l’indomani; l’interruppi tosto abbracciandola, carezzandole le tempia grigie, mentre dei singhiozzi soffocati mi scuotevano tutta. E ventiquattr’ore dopo, con mio marito, guardando dal treno la campagna biancheggiante di neve sotto le stelle, io pensavo alle due sofferenze diverse che in quel giorno, con sforzo enorme, si erano celate sotto il sorriso dinanzi a quanti erano accorsi a bene augurarci.... Piangevano, in quell’ora, i miei genitori, nelle loro stanze solitarie?

[c05]

V.

Le finestre della saletta da pranzo del nostro appartamentino davano su uno stradone, di là dal quale si stendevano alcuni orti; al fondo si scorgeva un profilo di colline e una striscia di mare. Le altre stanze guardavano su un giardino piccolo e deserto, corso da malinconiche spalliere di bosso, e su la linea ferrata. Ogni tanto, di giorno e di notte, la casa tremava leggermente per il giungere e il partire dei treni, e nelle stanze si prolungava l’eco dei fischi. Al piano di sotto v’erano inquilini pressochè invisibili. Quando mio marito e la servente se ne andavano, io senza accorgermi evitavo di far rumore movendomi.

Le mie vestaglie di flanella mi assicuravano, ad ogni istante, ch’io ero proprio una donna maritata, un personaggio serio, cui l’esistenza era definitivamente fissata. Quando uscii la prima volta sola a fianco del mio antico compagno di ufficio, per lo stradone maggiore del paese, con in capo un cappello piumato che mi pesava orribilmente, e la persona impacciata entro un vestito all’ultima moda, mi parve che un abisso di tempo e di cose mi separasse dalla creatura che ero solo un anno innanzi.

Confusamente sentii la necessità di prendere come la cittadinanza del luogo, di immedesimarmi cogli usi e coi sentimenti delle persone che costituivano la mia nuova famiglia, l’ambiente in cui mio marito era cresciuto e nel quale anche i miei figli si sarebbero educati. Ogni qualvolta andavo a visitare mia madre, mi si affacciava più nitida la differenza fra il mondo da cui ero uscita e quello ove penetravo ora. E quasi un inconfessato rancore me ne veniva per il mio passato: qualcosa d’istintivo, d’irriflessivo e d’ingiusto, contro la mamma, come contro le sorelline, contro mio padre e contro le mie «utopie».

La mamma sola se ne accorse, colla sua sensibilità d’inferma: due o tre volte, in quei primi tempi della mia vita coniugale, ella espresse senza parlare, nel bianco volto sempre più devastato dalla sofferenza, la sorpresa dolorosa che le procurava il mio silenzio. Io recavo dal viaggio di nozze un’impressione confusa, o piuttosto già sbiadita: nessuna forte compiacenza spirituale, nessuna vibrante rivelazione dei sensi. Oh l’attesa delle fanciulle! Io non avevo avuto tempo di foggiarmi nel desiderio tutto un mondo di ebbrezze; ma la delusione era stata ugualmente amara. Mi rimaneva in mente soltanto un diverbio scoppiato senza motivo serio il terzo giorno, per cui eravamo rimasti tutto un pomeriggio all’albergo in un mutismo stizzoso. E perchè presentando mio marito alle amiche di Milano ed ai parenti m’ero accorta che temevo di leggere nei loro occhi dello stupore e forse della disapprovazione?

Non volevo rispondere, non volevo neppure ascoltare in me stessa queste interrogazioni. Per ciò mi dava disagio la sollecitudine ansiosa di mia madre: capivo bene ch’ella si aspettava che io le tornassi trasformata, più sorella che figlia ormai, coll’anima gonfia di emozioni che dovevano costituire uno dei pochi bagliori luminosi del suo passato. Ella mi costringeva ad ammettere, anche di fronte a me stessa, che il mistero non c’era più per me, che non era neanche esistito, che tutto m’era stato rivelato un anno avanti, in quel fosco mattino che credevo quasi obliato....

Verso mia suocera non avevo invece alcun debito di confidenze. Soltanto volevo conquistare lei e i suoi, e non lo credevo difficile. Già mi pareva che essi mi ritenessero differente, d’un metallo più fine, prezioso, e la cosa li rendesse intimamente orgogliosi. Ai due vecchi sembravo una bimba. Mia cognata doveva invece aver l’intuizione d’una forza celata sotto la mia fragilità, ma una forza probabilmente incapace di divenire ostile. Per tutta la famiglia, del resto, mio marito era senza discussione lo sposo ideale, ben degno di avermi ottenuta.

Trovavo mia suocera, la sera, accoccolata dinanzi al grande camino, la cui fiamma talora illuminava da sola la buia cucina a pianterreno, coll’uscio quasi sempre aperto sull’orto. Coi pomelli arrossati, ella appariva più giovine nei tratti regolari e salienti del volto, e quasi bella; e mi sorrideva un po’ confusa dandomi del voi. Anche mio suocero non riusciva a dirmi tu. Alto, gigantesco anzi, era un po’ curvo e lento nei movimenti. Al mattino era lui che faceva le provviste. «È contenta la signora baronessa?» chiedeva alla figliuola. Questa, una zitellona sui trent’anni, trovava sempre a lagnarsi; aveva un temperamento imperioso ed egoista, freddo e lunatico insieme, e dinanzi a lei la madre tremava.

In verità, ella aveva, in paese, una nomèa di virago ch’io ignoravo, come ignoravo che la famiglia intera non riscuoteva alcuna simpatia. Mio suocero, molto tempo addietro, aveva subìto un processo e una condanna, cosa non rara nel paese. Il figlio mi aveva raccontato una complicata storia di offese e di vendette per dimostrarmi l’innocenza paterna, e la sua commozione m’aveva persuasa. Ora, nella cucina piena d’ombre e di riflessi mi pareva in certi momenti di notare nel vecchio dei gesti impacciati, quasi le pareti si restringessero attorno a lui sino a diventare una cella, il carcere ove egli era stato per due anni.... Così mite e guardingo, con rarissimi istanti di una giovialità che una volta doveva essere stata la sua natura, mi suscitava sempre una pietà mista a timore.

I rapporti fra i membri della famiglia mi riuscivano strani: a casa mia tutto era più regolare, più disciplinato, più chiaro. Ma ciò che mi faceva invece sentire una specie di fascino in quell’ambiente grossolano era il senso della tradizione, era l’ossequio al costume, era la volontà tenace che animava quella gente, in certe ore, ad esaltare il vincolo del loro sangue e del loro nome e della loro terra. In mille minute cose, dal modo di preparare una vivanda in una data solennità, sino alla difesa accanita che mia cognata dinanzi ad estranei faceva del fratello, che poco prima aveva a tu per tu malmenato, trovavo un’espressione di vita affatto contraria a quella che aveva foggiato il mio carattere e il mio gusto; contraria, spesso errata—aggiungeva quasi per forza il mio raziocinio—ma non priva di suggestione.

Intanto una specie di torpore m’invadeva. Era come un bisogno d’inazione, di completo abbandono alle cose circostanti. Così la mia persona piegava al volere del marito. Progressivamente, delle ripugnanze sorgevano nel mio organismo, ch’io attribuivo ad esaurimento, a stanchezza. Non cercavo di vincer la frigidezza per cui egli si stupiva e, talora, si doleva: mi sarebbe parso inconcepibile un contegno più espansivo. Unica compiacenza sentirmi desiderata: ma anch’essa spariva dinanzi a rapide visioni disgustose o sotto l’urto di parole volgari o insensate. Chiudevo gli occhi, m’impedivo di pensare e restavo come in letargo.

Poi, mi addormentavo. Quanti anni avevo? Non ancora diciassette.... Il sonno era lungo, tranquillo, di fanciulla.

Alle undici del mattino la donna che veniva per la pulizia della casa se n’andava. Preparavo da sola il pranzo e la cena, senza svogliatezza, ma anche senza piacere. E si seguivano le giornate, senza saper come. Tenevo alcuni libri di contabilità per la fabbrica, un lavoro che potevo compiere in casa e che il babbo m’aveva concesso perchè m’illudessi di mantenermi in una certa indipendenza; ma non mi occupava che per due, tre ore. Abbonata a qualche giornaletto, leggevo un poco; scrivevo alle amiche ed alle maestre. Il primo mese ebbi la visita di alcune maggiorenti del paese e la ricambiai, infastidita e insieme divertita dalla mia nuova parte di signora.

Più soddisfatta ero quando, alla sera, veniva a trovarci qualche amico di mio marito: dopo aver vantato i pregi della nostra macchinetta pel caffè, questi passava a far gustare all’ospite certo vino in fiaschi. Fumavano, bevevano, talvolta uscivano in qualche triviale espressione paesana, dimenticandomi; quando il discorso cadeva sulla politica, partecipavo alla discussione, sentendo cadere un poco la mia timidezza; i contradditori, su per giù, erano tutti all’altezza intellettuale di mio marito e facili a capitolare davanti alla mia logica.

Qualche altra volta si andava in casa d’un suo parente, capo della fazione democratica, ove convenivano vari borghesi, alcuni con le mogli. Le chiacchiere meschine e pettegole delle donne si alternavano colle discussioni rumorose degli uomini. Mi sentivo guardata dai più con una specie di diffidenza mal celata, nel ricordo delle eccentricità di quand’ero ragazzina. Una sola persona, un giovine dottore toscano, di recente nominato, che viveva a pensione nella casa stessa di quel nostro parente, avevo sentito dai primi incontri affine a me per lo spirito meditativo, per la correttezza del linguaggio e, parevami, del pensiero. Colto e di vivace intelligenza, doveva considerarmi con una punta di curiosità notando la contraddizione fra la mia vita esteriore e l’anima che sorprendeva forse talora in una fugace ombra su la mia fronte infantile.

Avrei voluto interessarmi alle vicende paesane: ma ero priva ormai di ogni contatto con gli operai, i pescatori, i contadini, e in quanto all’elemento borghese, esso mi appariva più volgare ancora di quel che avevo supposto: senza dirmelo, temevo che questa volgarità finisse per penetrarmi. Già l’inerzia che possedeva tutte le donne del paese cominciava a parermi, in certo senso, invidiabile. La cura pigra ed empirica dei figliuoli, la cucina e la chiesa eran tutta la loro vita. Gli uomini, malgrado l’affettazione di miscredenza, esigevano da esse le pratiche religiose. Lo stesso desiderio inconfessato era forse in mio marito. Quello ch’egli non desiderava, invece, erano i bimbi, e me lo ripeteva spesso. Per egoismo? E io non sentivo ancora sorgere dal fondo del mio essere la brama d’una esistenza nuova che mi appartenesse, mi fosse cara, m’illuminasse la vita.

«Gli amici mi vantano il tuo ingegno, mi dicono che ho una sposina invidiabile....» mi riferiva mio marito. Non ne ero convinta. Avevo bensì l’impressione d’essere giudicata graziosa, e forse bella; ma davanti allo specchio non mi riconoscevo tale affatto, mi trovavo un’aria assonnata, di bimba vecchia. E anche di questo non mi curavo troppo.

Una sola vampata dell’antica fierezza m’assalì una sera, nei primi tempi, mentre stavo ponendo assetto in un piccolo cofano ove mio marito aveva riposto le sue carte, la nostra corrispondenza, qualche ricordo. Che stupore, quando vidi conservate, accanto alle mie, le lettere che sei, otto anni avanti gli aveva scritto la sua prima innamorata, la ragazza, rimasta zitella, di cui incontravo talora per via lo sguardo scintillante d’odio! Non ne lessi che una, senza ortografia, piena di frasi da segretario galante. Egli, accanto alla stufa, sorrideva con una certa fatuità. Continuando a rovistare, altri biglietti più brevi di donna saltarono fuori. «Sono.... di quand’ero al reggimento, sai, una figlia di oste....» Ma non gli davo già più retta; leggevo un telegramma, firmato con un diminutivo femminile; e guardavo la data; l’estate scorsa, durante il nostro fidanzamento....

Lacerai quelle carte in mille pezzi: egli non osò protestare.

Perchè non gli credevo, mentre mi andava tessendo tutta una storia? E perchè soffrivo, soffrivo a quel modo? Amavo dunque tanto quell’uomo? O, veramente, qualcosa crollava, si sfasciava tutto un edifizio, che la mia buona volontà s’era venuto costruendo?

L’impressione parve dissiparsi in una crisi di lagrime. M’imposi di dimenticare, di non tormentarmi. Checchè fosse stato, ora egli era il mio sposo, il mio compagno, colui sul quale doveva agire lentamente ma sicuramente la mia influenza onesta.

Non vedevo più mio padre, ma me ne parlava mio marito, che lo trovava sempre troppo esigente ed aspro, e le mie sorelle, e, qualche volta, la mamma. Egli viveva quasi sempre fuori di casa: della vita dei figliuoli non s’informava più. La casa era invasa di terrore quando egli entrava; poi, allorchè richiudeva la porta dietro le sue spalle, i ragazzi avevano lo spettacolo di mia madre che s’abbatteva in crisi di pianto e di protesta, obliando la loro presenza. Perfino l’ultima sorellina non riusciva a calmarla, a richiamarla in sè che a fatica, col povero sorriso dolente della boccuccia infantile. L’altra sorella, ormai tredicenne, savia, tranquilla, assumeva quasi senza accorgersene la direzione della casa. Mio fratello usciva con me in frasi violente verso il padre, che non lo mandava a proseguire gli studî in città e l’obbligava ad un lavoro troppo greve in fabbrica. E pareva che tutti fossero nell’attesa d’uno scioglimento funesto.

Io non mi sentivo l’energia di giudicar mio padre. Talvolta avevo, rapidissima, l’impressione d’aver contribuito per la mia triste fatalità a quel naufragio della sua coscienza. Non lo avevo abbandonato, senza tentare un gesto per ritenerlo nella sua casa, presso i fanciulli che erano stati un giorno il suo orgoglio? Forse che a quindici anni avevo il diritto di staccarmi indignata da lui, al quale riconoscevo di dover tutto quanto in me era di buono?

E una parte di questi rimproveri facevo ricadere sulla mamma. La sua debolezza, la sua rinuncia alla lotta mi esacerbavano tanto più in quanto ero costretta a riconoscermi ora dei punti di contatto con lei nella mia rassegnazione al destino.

Ma la sventurata soffriva atrocemente, e non solo nell’anima. Una terribile crisi fisiologica la sconvolgeva: coglievo degli accenni tra i suoi discorsi slegati, che mi facevano sussultare nelle intime fibre, nella mia sostanza femminile ornai consapevole. E mi pareva che questo stranamente, ora più che mai, m’impedisse d’essere, per la donna ch’era mia madre, una consolatrice. Ah, ch’io non era davvero la sposa innamorata che ella supponeva, la creatura gioiosa, capace di tutta la pietà per lei che tendeva le mani dietro i beni perduti!

Mio padre.... che cosa provava? Che cosa gli diceva il medico che somministrava alla malata pozioni deprimenti e s’affannava a dimostrarle la necessità di mutar vita, di partire, di fidare nelle risorse del proprio organismo, nel tempo, nei figli? Anch’egli scongiurava mio padre, come l’infelice stessa, a mentire e aver pietà? Poichè, io lo comprendevo, a questo si era: ella avrebbe accettato l’elemosina del suo affetto anche parteggiato con la rivale.

Sentivo che il babbo non sarebbe tornato indietro. Egli era, a quarantadue anni, al sommo della fortuna materiale, in guerra contro cose ed uomini, animato come non mai dall’aspra volontà di non riconoscersi dei torti. Non risaliva certo al passato, non si diceva, certo, che un tempo egli avrebbe potuto evitare la sciagura.... Soffriva? Aveva qualche lampo di sgomento? Non una parola, non un gesto di lui che m’illuminasse.

Capivo soltanto che l’ostilità omai aperta di tutto il paese, la rivolta del sentimento pubblico ispirata dall’arciprete, dai civili invidiosi, da operai scacciati, esasperavano il suo amor proprio, e che anche il suo atteggiamento di provocazione gli faceva perdere sempre più il senso della realtà.

E le settimane intanto fuggivano rapide. Era giunta l’estate senza che quasi me ne accorgessi, torpida qual’ero di membra oltre che d’animo.

Una notte fu bussato alla porta. Era mia madre, sorretta da mio suocero, disordinata nelle vesti, con lo sguardo immobile ed emettendo suoni inarticolati. Uscita di casa sua senza che la domestica se ne avvedesse, aveva errato per le vie, forse a lungo, finalmente s’era imbattuta nel vecchio che l’aveva condotta da me. Forse aveva ceduto all’ossessione di andare in cerca di mio padre.

Rimasi come fulminata. Poi immaginai la casa aperta coi piccini addormentati, ignari. Dinanzi a quella miseria umana che mi ricercava nel mezzo della notte, ebbi una rivolta selvaggia di tutto l’essere.... Tremavo, in preda anch’io alla febbre.... E lanciai alla sventurata parole acerbe, folli quasi come le sue.... Oh, mia madre!... E per l’amore di un uomo che non la meritava più!...

Mi rivedo, semivestita, in piedi accanto al mio letto, mentre ella appoggiata al muro mi guardava e piangeva sommessa. Il medico, sopraggiunto, le aveva fatto prendere un forte calmante. Ad un certo punto chiese di esser ricondotta presso i suoi bambini. Mi ricoricai. Al buio, nel silenzio, la scena atroce mi si prolungava all’infinito dinanzi alla mente; e sentivo la febbre aumentare, e con la febbre un tumultuoso odio per la vita, un disgusto, una stanchezza senza fine....

Tornò il medico. Un germe di vita nuova, non per anco avvertita nel mio grembo, m’aveva abbandonata.

[c06]

VI.

Per molti giorni giacqui inerte, ripetendo piano a me stessa la parola: mamma; chiedendomi se avrei amato un essere del mio sangue e sentendo di non poter piangere con passione quel figlio che non avevo potuto formare.

E frattanto un rimorso mi pungeva, qualcosa che mi prostrava, che mi toglieva, ancora una volta, l’amore di me stessa e il gusto della vita. Pensavo a mia madre, al torrente di parole spietate che era uscito dalla mia bocca in quella notte atroce, al passato.... Che cos’era stata ella per me? L’avevo io amata?

Non osavo rispondere, mentre io stessa mi consideravo sotto un nuovo aspetto, nella desolazione d’un sogno materno balenatomi d’un tratto e immediatamente svanito. Sentivo di non aver mai contribuito a far felice mia madre, fuorchè forse al mio primo apparire tra i due sposi innamorati. Ella, è vero, non entrava come elemento essenziale in nessuno de’ miei ricordi luminosi; ma bastava questo a spiegare la indifferenza ch’io avevo avuto nel tempo per la misera anima sofferente?

Tutto il passato, lucidamente, era adesso davanti al mio spirito.

Per diciotto anni l’infelice aveva vissuto nella casa coniugale. Come moglie, le poche gioie le si erano mutate in infinite pene: come madre non aveva mai goduto della riconoscenza delle sue creature.

Il suo cuore non aveva mai trovato la via dell’effusione. Era passata nella vita incompresa da tutti: fanciulla, la sua famiglia la considerava romantica, esaltata e nello stesso tempo inetta, benchè fosse la più intelligente e la più seria della numerosa figliuolanza. Aveva rotto senza rimpianto quasi ogni rapporto con i parenti, antipatici allo sposo. Credente, forse con un misticismo scoraggiante, e senza gusto per le pratiche del culto, la religione non l’aveva sollevata da un solo dolore. Di fantasia viva e calda e di gusto fine, non però s’era mai applicata a nessuna arte, e nessuna manifestazione del genio, le aveva suscitato uno speciale fascino traendola fuor di se stessa per qualche istante. Non una amica, non un consigliere, mai, sulla sua strada. E una salute incerta, un organismo travagliato da lenti mali....

Povera, povera anima! Non le erano valse la bellezza, la bontà, l’intelligenza. La vita le aveva chiesto della forza: non l’aveva.

Amare e sacrificarsi e soccombere! Questo il destino suo e forse di tutte le donne?

Un mese circa era passato dalla mia malattia. Una volta sola avevo rivista l’inferma, un giorno in cui ella era calma e nel quale, fra le altre frasi quasi assennate, m’avea detto, facendomi fremere: «Ah, se tu avessi avuto un bimbo! Perchè non hai avuto un bimbo?» Ella avea vagheggiato un nipote, una rinnovata maternità!

Poi il medico m’aveva proibito altre visite. Veniva ogni pomeriggio, un momento, mio fratello, o la sorella piccola, con l’affanno nella gola e gli occhi dilatati. La mamma non ascoltava più neppure le loro voci, alternava stravaganze a minacce d’ogni genere: l’infermiera non era più sufficiente alla sua sorveglianza. La bimba mi scoppiava a piangere fra le braccia; il ragazzo si torturava per non esser più grande, capace di portar lontano la sventurata da colui che non ne aveva alcuna pietà.

Il babbo appariva cupo, impenetrabile, non parlava. E noi tutti continuavamo ad avere per lui un senso di terrore, che ci paralizzava e ci avviliva....

I medici, infine, dichiararono necessaria una cura regolare, in una casa di salute. Non si poteva lasciar oltre la malata accanto ai ragazzi spauriti.

La partenza di lei per la vicina città fu infatti per i piccoli infelici, dopo tanti mesi di angoscia, una liberazione. L’immagine dolce e dolente che avean vista china sui loro letticciuoli negli anni dell’infanzia, erasi trasformata in una figura spettrale, da cui non si sentivan più amati e che temevano di non riuscir più ad amare. Oh, tornasse presto, a cancellare anche l’ombra del sinistro sogno!

Ed io, avrei mai potuto chiederle perdono, dirle la mia pena senza nome per il ricordo di essere stata così disumana, farle sentire come la comprendessi finalmente?

No, mai più la mia voce le sarebbe scesa al cuore: io non avrei più potuto parlare alla mia mamma, lo sentivo, lo sentivo; tutto era finito! Di lei, di quel ch’ella era stata, non sarebbe rimasto a noi che la memoria, come un oscuro ammonimento....

Il giro dei giorni e delle settimane ricominciò.

Lentamente mi sollevai dalla prostrazione fisica: l’energia spirituale pareva estinta. Non avevo nessun lamento. Immaginavo, per la sequela di casi tragici che s’era abbattuta su la mia vita breve, di possedere ormai la visione intera del mondo: un carcere strano.... Tutto era vano, la gioia e il dolore, lo sforzo e la ribellione: unica nobiltà la rassegnazione.

Non tentavo neppure di dedicarmi alle mie sorelle per attenuare la loro sventura e dare uno scopo immediato alla mia esistenza. Una giovine istitutrice, giunta poco dopo la partenza di nostra madre, cercava di accaparrarsi tutto il loro affetto. Elegante e civettuola, la vedevo malvolentieri occupare il delicato ufficio e pensavo che avrei dovuto lottare perchè ella non prendesse troppo ascendente sulle due fanciulle. Ma invece lasciavo che queste si allontanassero con insensibile progressione da me. Il babbo mi ricercava ancor meno. Della assente nessuno pronunciava mai il nome con lui.

Incapace d’ogni indagine, mio marito era soddisfatto della mia tranquillità esteriore, della trasformazione evidente del mio carattere, sempre più remissivo. Egli rivestiva l’indefinibile suo egoismo con una superficie di tenera sollecitudine. Era una sollecitudine di sole parole, ma serviva ad impedire lo scoppio di malumori, le spiegazioni franche. Pareva che entrambi temessimo di approfondire la realtà e che un patto muto mantenesse i rapporti cordiali e indulgenti. Ma non era propriamente così. Egli credeva nella persistenza del mio amore e dal suo canto penso m’amasse un po’ come una cosa sua, una proprietà, o se l’imponesse secondo un’idea convenzionale del dovere. Io lusingavo il suo amor proprio colla mia bellezza che rifioriva, colla mia intelligenza, colla calma e coll’ubbidienza ai suoi capricci gelosi di cui non mi offendevo, sorridendone. Se una causa di malcontento gli davo, risiedeva nella insofferenza sempre più acuta dei miei sensi ad ogni tentativo di perversione. Ignorante più ancor che brutale, egli non si spiegava il fatto e si tormentava, mentre io non badavo che a difendermi.

E i giorni, le settimane scorrevano. Quel tempo, nonostante i ricordi emergenti qua e là, resta il più confuso della mia vita, il più indecifrabile: ho solo precisa la sensazione che qualcosa, non so che cosa, mi difendesse dalle amarezze e dagli scoramenti irrimediabili, m’imponesse di continuare a vivere così, automaticamente, con una oscura alterezza per la mia silenziosa acquiescenza al destino.... La memoria de’ miei anni infantili era un’oasi cui talora ricorrevo. Ma dopo quella, sorgeva immancabilmente l’immagine della donna dolorosa nel tragico asilo, quale l’avevo vista la prima volta, poche settimane dopo la sua partenza: e provavo un brivido subitaneo, quasi la sensazione di chi, smarrito su un ghiacciaio, sente le oscillazioni d’una corda che lo lega ad un compagno precipitato nell’abisso. Oh la voce di mia madre, già diversa, che diceva cose incoerenti! E l’immenso casamento dal quale si elevava un brusìo confuso di risa e di singhiozzi, come l’eco d’una folla in tempesta che un muro dividesse dal resto del mondo; i vasti corridoi deserti, lungo i quali strisciavano le infermiere con mazzi di chiavi alla cintola, mentre agli usci s’affacciavano talora figure fuggevoli dai grandi occhi sbarrati e dalle bocche sorridenti, fantasmi d’una vita occulta; e infine la stanza bianca colle sue inferriate, alle quali mia madre si afferrava chiamando a nome la città che si stendeva lontana e bellissima nel sole, come un bimbo chiama a sè il lago e il bosco! Ero uscita dal recinto di dolore con un tremito interno, senza poter piangere nè parlare, sentendo una sofferenza fisica che mi prostrava e rivoltava insieme, qualcosa di oscuro e d’inesprimibile, come un desiderio sconfinato di evasione: evadere dalla vita, smarrire la strada che conduce al porto della pazzia....

Un anno, così, avvolto di nebbia tetra. Poi.... Poi il palpito in me d’una nuova vita, e l’attesa ineffabile....

Dapprima era stato un senso di timore, quasi di terrore: il dubbio inespresso ma tormentoso sull’intima eredità che mio figlio avrebbe avuto da me e dal mio compagno... E altre preoccupazioni meno profonde ma pur gravi, sull’avvenire materiale che ci si preparava, sulle mie attitudini alla maternità....

Questa prima impressione sparì presto. Osai guardare il futuro, accettarlo con un coraggio tanto più forte in quanto persisteva in me una malinconia profonda, quale non provai forse mai più in nessun altro periodo della vita. Lentamente ascoltai in me destarsi gli istinti di madre; sentii che mi sarei votata a quel piccolo essere che si formava nel mistero, sentii che l’avrei amato con tutto l’amore che non avevo dato ancora a creatura. E una gioia silenziosa ed austera mi fiorì nell’anima, irrorata dalle prime lagrime dolci della mia vita. Avevo, alfine, uno scopo nell’esistenza, un dovere evidente. Non solo mio figlio doveva nascere e vivere, ma doveva essere il più sano, il più bello, il più buono, il più grande, il più felice. Io gli avrei dato tutto il mio sangue, tutta la mia giovinezza, tutti i miei sogni: per lui avrei studiato, sarei diventata io stessa la migliore.

Mio marito, dopo un malumore che gli sparì in breve, seguiva il mio stato con tenerezza. Lo trovavo buono, avvertivo in lui già forte l’amore di padre, un amore tutto d’istinto, senza preoccupazione veruna della responsabilità che s’iniziava per entrambi.

Sua madre, per cui le nostre nozze semplicemente civili erano state come un incubo, mi aveva per prima cosa scongiurato di fare «un cristiano» del bimbo, ed io glie l’avevo promesso, ricordandomi che a mia madre era stata fatta dal babbo la stessa concessione. Ma le avevo anche dichiarato che non avrei potuto tollerare ingerenze sue o di sua figlia nell’allevamento del bimbo, cui non volevo infliggere certi usi barbari ancor vigenti nel luogo, nè procurare fin dalla culla amuleti e fasce e pericolosi impacci protettivi. Al che mi rispondeva con una baldanza che contrastava colla consueta sua timidezza: «Dieci figliuoli ho avuto ed allattato io!»

De’ suoi dieci figli, sei erano morti nell’infanzia, e i sopravvissuti potevano dirsi fortunati. Ella mi sosteneva che i bimbi devono attraversare cinque o sei malattie, nelle quali Dio spesso se li prende per formarne degli angeli.

Povera vecchia! Mi aiutava a tagliare e imbastire camiciuole e corpettini, e godeva in quel lavoro, nella pace della nostra saletta, un benessere dolce che l’inteneriva e di cui si reputava forse indegna come tutti coloro che avendo sofferto lungo l’intera vita si son convinti di non essere stati creati per la felicità. E la sventura stava per colpirla ancora una volta.

Contemporaneamente si posero a letto mio suocero e mio marito, l’uno per un reumatismo a lungo trascurato, l’altro per una forte angina. Benchè il caso del vecchio non apparisse di eccezionale importanza, la moglie e la figlia furono trattenute al suo capezzale ed io mi trovai sola ad assistere mio marito, il cui male progrediva rapidamente. Una notte mi parve che il respiro gli mancasse; il medico accorso fece un atto disperato: il male aveva assunto tutti i caratteri della difterite: non seppe nascondermelo, malgrado il mio stato; ma io mi sentivo animata dalla volontà di non pregiudicare in alcun modo la vita della creatura che palpitava nel mio grembo. Restai calma, col cuore fiducioso, lasciando il malato nell’ignoranza della vera sua condizione, assistendolo senza riposo, come certa che il dovere così adempiuto non avrebbe potuto essere fatale.

La malattia si risolse in pochi giorni, dopo i quali soltanto il convalescente apprese il pericolo dal quale era scampato. Non ebbe tempo di allietarsene. Suo padre s’era aggravato: in capo a due settimane spirò.

Era la prima volta che la morte passava, portandosi via un’esistenza a me prossima, ma l’anima mia non fu colpita: forse ero all’estremo delle mie forze, tutte le facoltà dominanti tese verso l’evento che avrebbe fissato la mia vita.

Appresi la rettorica del lutto. Mio marito e mia cognata, che non avevano mai dopo l’infanzia sorriso al loro padre, che non l’avevano considerato se non come il detentore d’un denaro comune, proclamarono un dolore atroce, credettero forse per qualche tempo di soffrire indicibilmente.

Ripensai in quella circostanza ad alcune considerazioni che avevo ascoltate più volte da mio padre. Nel paese regnava una grande ipocrisia. In realtà i genitori, sia fra i borghesi, sia fra gli operai, venivano sfruttati e maltrattati dai figli, tranquillamente; molte madri sopratutto subivano sevizie in silenzio. Non una moglie era sincera col marito nel rendiconto delle spese, non un uomo portava intero a casa il suo guadagno. Poche coppie mantenevano la fedeltà reciproca, e di parecchi signori s’indicava l’amante in qualche donna che viveva sola, o con un marito, su cespiti inconfessabili. Poco tempo prima, un feroce parricidio aveva funestato una casa: il figlio aveva colto suo padre con la propria moglie. Molte ragazze si vendevano, senza la costrizione della fame, per la smania di qualche ornamento; a quattordici anni nessuna rimaneva ancora del tutto ignara. Ma restavano in casa, ostentando il candore, sfidando il paese a portar prove contro la loro onestà. L’ipocrisia era stimata una virtù. Guai a parlare contro la santità del matrimonio e il principio della autorità paterna! Guai se alcuno si attentava pubblicamente a mostrarsi qual era!

Per questo mio padre era stato condannato selvaggiamente, e odiato da quel pugno di persone così inferiori a lui. Per questo egli aveva avuto una ribellione che l’aveva spinto sempre più oltre.

E mio figlio nasceva in quell’ambiente!

Lo attesi in un raccoglimento severo, allontanando con energia ogni assalto di pessimismo, moltiplicando i preparativi minuziosi, consapevole e commossa della dignità che rivestivo in quell’ora suprema. Avevo accanto l’immagine di mia madre costantemente; di mia madre giovine negli anni lontani ed ignoti della mia prima infanzia: sentivo nell’anima il calore di quell’affetto che doveva essersi riversato su me con la stessa forza con cui il mio cuore circondava amorosamente l’atteso....

[c07]

VII.

Quando, alla luce incerta di un’alba piovosa d’aprile posi per la prima volta le labbra sulla testina di mio figlio, mi parve che la vita per la prima volta assumesse a’ miei occhi un aspetto celestiale, che la bontà entrasse in me, che io divenissi un atomo dell’Infinito, un atomo felice, incapace di pensare e di parlare, sciolto dal passato e dall’avvenire, abbandonato nel Mistero radioso, Due lagrime mi si fermarono nelle pupille. Io stringevo fra le braccia la mia creatura, viva, viva, viva! Era il mio sangue in essa, e il mio spirito: ella era tutta me stessa, di già, e pur mi esigeva tutta, ancora e per sempre: le donavo una seconda volta la vita colla promessa, coll’offerta della mia, in quel lungo bacio lieve, come un suggello ideale.

Vidi mio marito lagrimante di gioia, gli sorrisi, m’assopii.... Più tardi, riposata, composta in lini freschi, ricordo d’aver sorriso alle mie sorelle accorse, ricordo d’aver gettato uno sguardo sullo specchio che l’una di esse mi porgeva, e d’avere scorto il roseo delle mie guancie, lo splendore degli occhi, il candore della fronte; un’immagine bella di maternità. A mio padre pure sopraggiunto, il medico narrava le fasi del parto: le prime doglie alle due di notte, il rapido progresso della crisi, una mezz’ora di sofferenza, l’ultimo spasimo, e infine il sollievo, il primo vagito del bambino eccezionalmente robusto, perfetto di forme. Le frasi mi giungevano come il racconto di un fatto lontano di cui i miei sensi non serbassero che un fievole ricordo. Sì, il mio corpo era stato avvolto da spire di fuoco, la mia fronte s’era coperta di un sudore gelato, io era divenuta—per un attimo? per un’eternità?—un povero essere implorante pietà, dimentico di tutto, le mani convulsamente aggrappate ad immaginarî sostegni nel vuoto, la voce cambiata in rantolo; sì, io avevo creduto d’entrare nella morte nel punto in cui mio figlio entrava nel mondo, avevo gettato un urlo di rivolta in nome della mia carne lacerata, delle mie viscere divorate, della mia coscienza naufragante.... Quando tutto questo? Prima, prima! Prima di sentirmi mamma, prima di veder gli occhi del mio piccino; ed era come se nulla fosse avvenuto, poichè io avevo ora lì nel mio letto il tepido corpicciuolo avvolto nelle fasce, poichè mi sentivo un benessere delizioso per tutte le membra, poichè il domani avrei dato il seno a quella boccuccia da cui usciva un suono che mi faceva ridere e piangere....

Avrei potuto allattare la mia creatura? Durante l’intero periodo della gravidanza era stata questa la mia preoccupazione più insistente; anche la sera innanzi m’ero detta che avrei voluto soffrire ancora altri giorni, ma esser certa di poter io allevare il bimbo. Così, quando scorsi la piccola bocca succhiare avidamente, e ascoltai la gola ingoiare il liquido che sgorgava dal mio petto, e poi vidi il viso soddisfatto addormentarmisi sul seno, ebbi una nuova crisi di commozione ineffabile. Per una settimana vissi come in un sogno gaudioso, in una pienezza d’energia spirituale che m’impediva di sentirmi estenuata, che mi dava l’illusione d’avviarmi ai dominio della vita. Nelle ore in cui il piccino dormiva nella sua culla bianca accanto a me, e il silenzio e la penombra regnavano nella camera, io abbandonavo la briglia alla fantasia, ed era nella mia mente un avvicendarsi di due distinti progetti: l’uno che riguardava mio figlio, che riassumeva la visione di tutti i mesi precedenti la nascita, che mi delineava la grave dolcezza del mio còmpito di nutrice, di maestra, di compagna; l’altro, che costituiva il primo invincibile impulso verso l’estrinsecazione artistica di quanto mi commuoveva ora, mi riempiva di sensazioni distinte, rapide, nuove ed ineffabili. Si svolgeva nel mio cervello il piano d’un libro; pensavo di scriverlo appena rinvigorita, nelle lunghe ore di riposo presso la culla. E talora, in dormiveglia, sorridevo ad immagini di gloria.

La settima od ottava notte dopo la nascita, mentre rivolgevo al poppante sommesse parole di tenerezza, vidi il volto puerile atteggiarsi ad un sorriso; un sorriso lungo, pieno, splendente, miracoloso: mi produsse una sensazione così intensa, che credetti svenire.

Non posi fede al dottore, il mattino seguente, mentre mi diceva che quel sorriso non poteva essere se non una contrazione muscolare, assolutamente inconscia, prodotta soltanto dal benessere fisiologico di cui il bimbo godeva in quel momento di sazietà e di riposo. Era così soave pensare che fra me e la mia creatura esistesse di già una corrente di simpatia, e che, nel mistero della notte, col mio solo viso amoroso negli occhi, il bimbo affermasse di già la sua vita di piccolo uomo!

Il dottore mi guardava affettuosamente; mi raccomandò di non esaltarmi, sopratutto di non inquietarmi, come principiavo a fare, sembrandomi che il piccolo dimagrisse; mi assicurò ancor una volta che il mio latte era sufficiente e che non dovevo temer di nulla.

Passai la giornata scaldandomi il cuore all’evocazione di quel sorriso notturno, che m’era apparso come un preludio dei gaudî che mio figlio mi avrebbe dati nel tempo.

La sera vennero le mie sorelle coll’istitutrice a trovarmi. Conversavo con esse lietamente, quasi effondendo il mio intimo contento, quando sopraggiunse mia cognata. Senza mostrar d’avvedersi delle astanti, e dopo aver baciato il nipote, ella restò in piedi, con volto arcigno, muta. Le altre, dopo essersi scambiato uno sguardo, proseguirono tranquillamente la conversazione e andandosene, dopo un poco, non piegarono che lievemente il capo dalla parte ove stava la bisbetica indomabile. Questa non le lasciò neppur chiudere l’uscio; si avventò come una furia verso di me, con una valanga d’improperî al loro indirizzo. Era un vecchio rancore quello che ella sentiva verso le mie sorelle, che non andavano mai a farle visita: ma non mi si era ancora rivelato intero così. Mio marito intervenne fiaccamente; io non potei che rispondere qualche frase di sprezzo, mentre mi abbandonavo sui guanciali, sentendomi la febbre montare nelle vene, e staccavo il bambino dal petto, dietro esortazione sommessa della servente impensierita. A lungo la donna fuori di sè parlò, parlò, inviperendo.... Allorchè se ne fu andata, mi trovai esausta, semisvenuta, incapace finanche di rimproverar mio marito, di dirgli il mio stato.... La notte il bambino pianse, insoddisfatto del nutrimento; nella sua visita mattutina il dottore mi trovò mentre lasciavo scendere sul volto di mio figlio vanamente attaccato al seno alcune lagrime disperate.

Non avevo più latte. Invano per quindici giorni tentai affannosamente ogni rimedio, ogni regime, non vivendo più che nell’idea fissa di volere io, io sola allevare mio figlio, a ogni costo. L’energia che mi aveva sostenuta fin lì pareva abbandonarmi: piangevo, piangevo piano, come una bimba, guardando il seno che non mi s’inturgidiva, verificando desolatamente ad ogni pesatura che il piccino diminuiva, cercando rassegnarmi al pensiero di veder quella testina appoggiata ad un altro petto. Era un dolore nuovo, fisico oltre che morale, qualcosa che mi struggeva, che recideva in me tutta la magnifica fioritura di sogni spuntata dinanzi alla culla bianca; qualcosa che respingevo coll’indignazione del moribondo giovane, come una mostruosa ingiustizia....

Dovetti cedere, per non far morire la creaturina. Ottenni che la balia restasse in casa, che mio figlio dormisse accanto a me. La giovane che mi surrogò credo di averla odiata, col suo viso stupidamente classico e i suoi movimenti pesanti, goffi; ma non aveva neppur lei sufficiente latte per il piccolo ingordo che aveva patito la fame. Dopo una settimana venne a sua volta sostituita. La nuova nutrice, d’aspetto umile, dallo sguardo tranquillo e buono, mi calmò alfine l’ansia per la salute del bimbo. Intuendo la mia gelosia materna, la povera donnina si difendeva dalla tentazione di baciare la creatura cui ella dava il suo sangue, e tendeva tutte le facoltà del suo intelletto per non trasgredire le mie norme. Potei così vincere alquanto il mio spasimo, rassegnarmi a dirigere l’opera che non potevo compiere, e a ristabilire il mio organismo straordinariamente scosso. Mi rivedo tutta bianca nel vestito e nel viso, sprofondata nella poltrona; tentando riscaldarmi al sole di maggio, ascoltando distrattamente i discorsi del medico, la sola persona che quasi ogni giorno portava nella mia vita un filo di fraternità spirituale. L’anemia s’era impadronita di me e non m’avrebbe più lasciata. Non me ne preoccupavo; ma i nervi se ne risentivano, sempre dolorosamente tesi. L’igiene del piccino m’era come un’ossessione, poichè la spingevo agli eccessi; dovevo mostrarmi d’un’esigenza quasi crudele colla balia, malgrado le fossi, in certi momenti di serenità, intensamente grata. Mio figlio cresceva come un fiore fra le due madri. Ora per ora sentivo di amarlo in modo sempre più delirante, comprendendo di aver accumulato in lui tutta la mia sostanza profonda. La mia vita si concentrava su quel piccolo essere.

Non notavo che mio marito m’era diventato affatto indifferente e che la mia psiche aveva cessato di occuparsene. L’indulgenza a suo riguardo era divenuta una forma d’abitudine. Egli era il padre della mia creatura, l’uomo che un giorno mio figlio avrebbe dovuto rispettare, ed io agivo verso me e verso gli altri ispirata dalla volontà di mantenere l’illusione intorno alla persona morale di lui, di farlo apparire degno di me, degno della sua paternità. Gli ero grata quando lo vedevo commuoversi ed allietarsi per qualche piccolo progresso del bimbo, quando partecipava in un certo grado alle mie incessanti apprensioni e sopportava, oltre ai fastidî notturni, le mie lagnanze contro tutto ciò che non era il sorriso di mio figlio.

Come se una jettatura pesasse sull’allevamento del piccino, verso il quinto mese alla nutrice morì una figlia e scemò il latte. Entrò in casa una nuova donna, bruna, sanguigna, formosa, di carattere opposto a quella che se ne andava. Non ho mai incontrato un temperamento più bislacco, assurdo e imperturbabile. Per mesi e mesi, mentre il bimbo sviluppava deliziosamente le sue grazie e le sue forze, io sostenni una lotta continua contro i miei impulsi per sopportare quella contadina che aveva un riso sonoro e fatuo nell’ossequio come nell’impertinenza, un riso che mi feriva sopratutto quando lo vedevo scoppiare ad un palmo di distanza dalla faccina di mio figlio.

Mio marito, rimproverandomi, acuiva la mia amarezza: non comprendeva che i difetti di quella donna m’irritavano in quanto deformavano la seconda madre ch’io volevo che fosse per mio figlio?... Temevo, sopratutto, che il bimbo potesse, col latte, succhiare i germi di quella natura goffa e biliosa. E vedendo mio marito insistere nel difenderla, mi attraversò la mente un sospetto che mi offendeva in quanto avevo di più sacro.

Tanto orrore m’incuteva quel sospetto, che rifuggii con tutte le mie forze dal verificarlo. In verità, al di fuori della somma di energie ch’io spendevo attorno al bambino, era in me un’incapacità sempre maggiore di vedere, di volere, di vivere: come una stanchezza morale si sovrapponeva a quella fisica, lo scontento di me stessa, il rimprovero della parte migliore di me che avevo trascurata, di quel mio io profondo e sincero, così a lungo represso, mascherato. Non era un’infermità, era la deficienza fondamentale della mia vita che si faceva sentire. In me la madre non s’integrava nella donna: e le gioie e le pene purissime in essenza che mi venivano da quella cosa palpitante e rosea, contrastavano con un’instabilità, un’alternazione di languori e di esaltamenti, di desiderii e di sconforti, di cui non conoscevo l’origine e che mi facevano giudicare da me stessa un essere squilibrato e incompleto.

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VIII.

Su un libriccino segnavo le date maggiori dell’esistenza fragile e preziosa della quale vivevo e che respiravo come se fosse stata la sola aria per me vitale. Quegli appunti, insieme a qualche notazione rapida del primo destarsi dell’intelligenza nel bimbo e delle impressioni varie che ne risentivo, sono il mio esordio di scrittrice.

Rivedo il corpicino di mio figlio ignudo nel bagno, sorretto dalle mie mani trepide: bello, di una bellezza perfetta che consideravo senza orgoglio, con timore, immaginando possibili deformazioni, chiedendomi se avrei amato quella creatura quando avesse recato qualche marchio d’infelicità, e dicendomi che le avrei fatta bella la vita in qualsiasi condizione. Rivedo lo sguardo di lui, inesprimibile: uno sguardo luminoso come un lembo di cielo azzurro; e la bocca deliziosamente fiorita, e la testina coperta di fini capelli castani, e le mani irrequiete, prepotenti, sempre occupate. E vedo me stessa china sulla sua culla per ore e ore, di giorno e di notte, spesso affranta, col petto gonfio di una gioia grave, quasi mistica. Ero necessaria a mio figlio quanto egli a me; la mia vigilanza perenne faceva di lui un superbo esemplare d’infanzia fortunata; ero ben io che lo portavo avanti, senza posa, io sola, ostinatamente. Egli mi apparteneva, perchè io sola me gli davo; suo padre, sua nonna, tutti gli altri godevano lo spettacolo; ma io ero l’autrice; da me sola avrebbe dovuto riconoscere tutto ciò in avvenire.

La balia se ne andò prima che il bimbo compisse l’anno. La primavera e l’estate mi videro scaldarmi al sole insieme alla mia creatura. Sostenevo il piccino nel suo sgambettìo tentennante, poi lo prendevo in braccio, lo portavo attraverso i campi o in riva al mare, a lungo, ansando talvolta e sorridendo insieme per la fatica. Che cosa ci dicevamo mio figlio ed io, dalla mattina alla sera? Chi sa! Egli chiamava: Mamma! ed io dovevo rispondergli palpitando. Talora scrivevo tenendolo in grembo, lettere ad amiche, cifre per gli operai; o leggevo adagiata accanto a lui su un tappeto, fra i più strani oggetti. Negli occhi turchino cupi, vellutati fra le ciglia lunghe, splendeva a tratti un lampo di furberia, la coscienza dell’onnipotente sua volontà; e in me capitolavano tutte le energie, io non sapeva più esiger nulla da chi mi guardava con tale adorabile malizia.

Mia suocera aveva cessato di brontolare perchè non eseguivo le sue magiche ricette contro il malocchio e una quantità d’altri pericoli. Quando veniva a trovarmi, più piccola e sfinita nell’abito da lutto, il volto le si accendeva fugacemente scorgendo le grazie del nipotino. In paese si diceva ch’ella subisse ora chi sa quali maltrattamenti dalla figlia. Non si lagnava, ma era sempre più curva, più silenziosa: quali ombre di pensieri amari dovevano svolgersele nella mente?

Il bimbo aveva alquanto ravvivati i rapporti miei con le mie sorelle e mio fratello. L’istitutrice, partita da casa loro per un migliore impiego, non era stata sostituita. Ogni due mesi si andava a trovar nostra madre, che ormai non chiedeva più di tornare con noi, s’interessava sempre meno alle nostre frasi tremanti, acquistava progressivamente, con una pinguedine che impensieriva i medici, un linguaggio ed un’espressione infantili. Le figliuole principiavano a sentire intera la loro solitudine morale, a formular dei rimproveri concreti contro la condotta paterna. Ma si effondevano poco con me. Dovevano pensare che non ero felice: anche compiangendomi però, mi reputavano certo un essere poco sensibile. Ne soffrivo, ma non trovavo la forza di disingannarle, di conquistarle.

Qualche volta incontravo il babbo, non curante che di arricchire dacchè aveva preso in affitto la fabbrica, senza un pensiero per l’abbandono in cui si trovavano i figli malgrado l’agiatezza crescente che li circondava. Guardava il mio piccino come una graziosa bestiuola. Di mio marito continuava ad esser mediocremente soddisfatto, pur avendolo elevato a vicedirettore. Alla vita del paese era divenuto del tutto estraneo; nelle sue critiche era troppa acredine perchè potessi rilevarne come in passato le note giuste; e tuttavia parlando con lui mi sentivo sempre portare come in un cerchio più spazioso d’idee, sì che tornando nelle mie stanzuccie avevo l’impressione di ripiombare in un pozzo angusto, soffocante. Neppure le conversazioni coll’amico dottore mi facevano un tal effetto di eccitare quanto v’era in me di più originale e forte.

Col dottore, pur divertendomi a discutere le sue opinioni temperate e in parte pessimiste, restavo perplessa, e spesso sconcertata. La nostra simpatia aveva forse radice in una differenza sostanziale della nostra educazione e in una somiglianza altrettanto profonda dei nostri gusti: ma io non possedevo me stessa intera ed egli non era lo spirito atto a suscitare una certezza qualsiasi nella mia anima.

D’altronde, che cosa pensava egli veramente di me? Come di fronte agli altri, anche di fronte a lui non avrei voluto apparire donna da compiangersi.

Sempre più gravosa intanto mi riusciva la missione che m’ero imposta verso mio marito. Ora anche il suo affetto egoistico mi pareva intepidito. Nuovi sospetti sulla sua fedeltà mi erano sorti a proposito d’una bella e sfrontata operaia ch’egli aveva difeso presso mio padre a torto. Per altro, l’istinto geloso perdurava in lui e si manifestava in modo sempre più tirannico.

Un giorno non so più bene dietro qual bisticcio futile, lo vidi per la prima volta montare in furore, gettarsi su un vestito nuovo che stavo per indossare, e lacerarlo.... Mi parve di venir io stessa malmenata. Egli si represse tosto, tentò scusarsi. Volli dimenticare, non dar importanza all’incidente....

Lo guardavo talora, sempre sicuro di sè, pago intimamente della sua situazione, debole e pauroso di fronte ai superiori e alla folla, privo di ogni intuizione, inetto nella carezza come nel rimprovero, inutile, estraneo alla mia vita. Egli non sentiva il mio esame, ed io riportavo lo sguardo su mio figlio, obliando istantaneamente il gelo ed il terrore di quell’involontaria analisi, scaldandomi e tranquillandomi al suo sorriso.

Sopraggiungendo l’inverno riprendemmo, una, due volte per settimana, le veglie in casa del nostro parente. Vi convenivano regolarmente, oltre al dottore, qualche commerciante ammogliato, il segretario comunale, un maestro con alcune figliuole e qualche volta mio fratello e un suo amico studente quasi sempre in vacanza: talora nello stanzone s’era più di venti ad ascoltar le canzonette napoletane del segretario fra un pettegolezzo, una disputa e un ragionamento sbilenco.

Mia cognata non mancava mai. Notavo in lei con un certo stupore delle velleità d’eleganza e come una preoccupazione di civetteria dacchè aveva smesso il lutto. Si mostrava apertamente invidiosa delle ragazze, più giovani di lei e un poco più affinate. Ma nessuno, per buona sorte, le badava troppo: solo il dottore, che l’aveva curata pochi mesi avanti per un’ostinata nevralgia, le lanciava qualche satira, con un sorriso fine, ed ella chinava il capo stranamente confusa e non ribatteva.

Il dottore mi mostrava la sua compiacenza nel vedermi partecipare a quelle riunioni serali ove pur tante cose mi urtavano. Ero così priva di distrazioni, che mi ci recavo abbastanza volentieri. Mi sentivo circondata, ora, da un rispetto che mi lusingava, venendo da individui generalmente sprezzanti verso la donna; più che la fama di geloso che mio marito s’era acquistata, era certo il mio aspetto di bimba pensosa e gentile, così differente dal tipo femminile del luogo, che frenava la parola e il pensiero di tutti quegli uomini, obbligandoli ad estrarre alla luce quanto di meno volgare ognuno possedeva.

Una sera, mentre il segretario suonava, vidi ad un tratto fissi sui miei, acutamente, singolarmente, gli occhi di uno della comitiva, seduto di fronte a me. Era un forestiero, come in paese chiamavano tutti coloro non nati lì. Egli diceva d’esser vissuto, sino a tre anni avanti, sempre all’estero, un po’ qua un po’ là, per gusto d’avventure. Sapeva infatti parecchie lingue ed era certo, dopo il dottore, il più intelligente ed istruito di quanti conoscevo in paese. Viveva di una piccola rendita, con la moglie e un bambino dell’età stessa del mio, bellissimo.

Da poche settimane soltanto le relazioni tra le nostre due famiglie s’eran annodate: la giovane m’era apparsa alquanto ambigua, con un’espressione leggermente sarcastica su un pallido volto di consunta. Quanto all’uomo, di trent’anni, di media statura ma di forme atletiche, biondo, con una singolare voce calma e metallica, corretto nei modi ma impenetrabile nello sguardo, non mi suscitava interessamento speciale. Non avevo di lui alcuna opinione precisa, come del resto non ne avevano gli altri suoi conoscenti, perchè solo da poco egli s’era stabilito in paese, ove l’aria pareva dovesse giovare alla moglie.

Sotto il suo sguardo trasalii. Che voleva quell’uomo? Mi pareva che sorridesse in modo enigmatico, per la soddisfazione d’avermi fatto notare la sua occhiata, forse; e mi sentivo come schiaffeggiata da quel muto riso. Ma una sorta d’ipnotismo mi obbligò a ricercare di nuovo le sue pupille; non sorridevano più; erano cupe, imperiose, ardenti.