RAFAELLA

ROMANZO POSTUMO
DI
SILVIO PELLICO

MILANO

GIOVANNI GNOCCHI EDITORE

1879.

Un dardo colpì gravemente il conte di Biandrate, il quale cadde di cavallo. — Pag. 56.


RAFAELLA

ROMANZO POSTUMO
DI
SILVIO PELLICO

TORINO
COLLEGIO DEGLI ARTIGIANELLI — TIP. E LIB. S. GIUSEPPE
Corso Palestro, N. 14.


INDICE

La Manumissione Pag. [1]
Il Rapimento [16]
La lieta novella [30]
L'Assedio [44]
La Resa [52]
La Distruzione di Milano [70]
La pia Imperatrice [78]
Ottolino [92]
La Lega Lombarda [108]
La pace di Venezia [127]

CAPO I.
La Manumissione.

Nell'anno 1160 vivea in Saluzzo un arimanno[1] per nome Berardo della Quercia, il quale godea da lungo tempo tal grazia del suo signore, Marchese Manfredo, che sarebbe quasi potuta dirsi amicizia. Berardo, sfuggendo gli onori della corte e stando ordinariamente nei suoi campi, venia visitato dal Marchese e consultato sopra molti capi del suo governo: tanto era noto il retto animo ed il senno di quel buon suddito, per nobili prove ch'egli spesso ne avea date; e tanto a far pregiare simili doti giovava la sua singolare modestia.

Giunse fino ai principii della vecchiaia senza patire gravi sciagure; ma egli avea partecipato alle altrui, come se fossero sue, e quindi il cuore non gli si era indurato dalla prosperità. Giovanna sua moglie, di nascita egualmente umile, ma di spiriti gentili, avealo fatto padre di più figliuoli. Due soli rimaneano, Eriberto e Rafaella; quello in età di oltre vent'anni e questa di sedici. Gli altri erano stati mietuti dalle guerre di Cuneo; villaggio allora di poco antica fondazione, ma che già prendeva aspetto di città, e tutto composto di ardimentosi, che voleano vivere a popolo, a guisa di Asti e di altre città italiane.

Il favore del Marchese non redimeva Berardo dal poco pregio, in cui il più de' Baroni, in cuor loro, teneanlo; perchè semplice arimanno; ed era anzi cagione che alcuni lo abborrissero.

Fra questi annoveravasi Villigiso, signore di Mozzatorre, uomo prode, ma d'anima abbietta; il quale abborriva Berardo particolarmente, perchè questi l'aveva fatto stare a segno, alcuni anni addietro, quando, trovandosi entrambi ad una festa di nozze campestri, Villigiso s'era arrogata una famigliarità insolente colla sposa. Il marito erasi adirato e Villigiso l'avea percosso. Dove Berardo, non solo difese arditamente que' contadini e costrinse il temerario a ritirarsi; ma accusati quelli da Villigiso, Berardo sostenne la loro innocenza, e fu cagione che Manfredo pubblicasse una legge che tutelava sotto gravi pene, i matrimonii de' villici contro l'audacia de' Baroni. Dopo alcun tempo di lontananza dalla corte di Saluzzo, Villigiso fu rimesso in grazia; e benchè trattando poi con Berardo, mostrasse di non serbar memoria dello smacco ricevuto e desse anzi vista di condannare i proprii torti della gioventù, pure segretamente abborrivalo e meditava vendetta.

Per mala ventura accadde, che il segretario di Villigiso, frugando in carte dimenticate da molti anni, trovò un documento, il quale indicava che Berardo della Quercia avea avuto per avo un servo del barone. Notavasi che questo servo era fuggito nella gioventù, avendo un bambino chiamato Iseppo; il quale, per testimonianza di molti, preso il mestiere dell'armi, era ito a combattere pel sepolcro del Salvatore. Il segretario poi si ricordò d'avere inteso dire che Berardo fosse figliuolo d'un crociato, posatosi già vecchio in Saluzzo. Prese maggiori informazioni, ed accortosi del fatto, il segretario diè di ogni cosa contezza al barone.

Come prima questi vide il documento ed ebbe esaminate le prove, che poteansi avere dell'identità del servo fuggito e dell'avo di Berardo, egli tenne per fermo il suo trionfo di prostrare a' suoi piedi quest'infelice con tutta la sua famiglia. Mosse dunque con questo intento a Saluzzo, e palesati i suoi diritti al Marchese, dimandò giuridicamente il nipote del servo fuggito.

Manfredo era scrupoloso osservatore della giustizia, e non l'avrebbe violata se anche si fosse trattato del proprio figlio. Egli fece venire Berardo in giudizio e mostrogli il documento e le testimonianze, questi confessò d'avere avuto per padre il crociato Iseppo; di che egli fu posto in balìa di Villigiso. Secondo le leggi di quei tempi, chi usurpava la libertà o godea libertà usurpata da' suoi maggiori, era quasi reo d'un furto, e niun potente, senza acquistar fama di tiranno, avrebbe potuto sottrarlo al dominio del padrone che lo richiedesse. La scoperta di tali usurpazioni di libertà non era avvenimento raro e se ne leggono parecchi esempii nella storia di quei tempi. I servi fuggiti ripatriavano talvolta in vecchiaia, attratti dall'amore del luogo natio, o dopo di loro ripatriavano i figliuoli, con fiducia d'impunità che non era sempre irragionevole. Giacchè dove trattasi di cose o persone non illustri, pochi traslocamenti, pochi intervalli, poche vicende oscure, sfuggite all'occhio altrui, bastano spesso a fare smarrire la cognizione dell'origine e a farne attribuire una diversa dalla vera. Tali ragionamenti avevano ispirato fiducia al crociato Iseppo: e la fiducia doveva essere naturalmente ancor maggiore in Berardo.

Ecco dunque un'onesta famiglia caduta nell'obbrobrio! Ma se Manfredo, per non ledere il diritto del barone suo vassallo, avesse abbandonato l'uomo che egli onorava ed al quale era avvinto da gravi debiti di gratitudine sarebbe stato un mostro; e tale non era. In Saluzzo, nel suo territorio, ne' vicini marchesati, non sussurravasi più d'altro che dell'infelice sorte di Berardo. Il volgo che, durante la sua prosperità, non ristava dall'invidia e lo malignava, ora non ricordavasi più se non delle sue virtù e lo compiangea. Di che ai mercati di Saluzzo affluiva gente dai luoghi vicini e lontani, non tanto per comperare e vendere quanto per udire se le sventure di Berardo non avessero qualche riparo.

Brulicava di popolo, in uno di tai giorni, la piazza di Saluzzo, e si udivano da ogni lato frapporsi al grido del prezzo delle merci e alle altre voci di mercato i nomi di Berardo, di Giovanna, di Rafaella, d'Eriberto. Centinaia d'oratori di eguale facondia e tutti poco informati declamavano senza gran fatto sentirsi a vicenda, trasformavano i desiderii e i presentimenti in realtà, narravano stravaganze, che nulla avevano che fare con quel fatto, fuorchè nutrire l'universale cordoglio. Questi veniva contradetto da quello, contendevano, s'ingiuriavano, ed invocavano per testimonio chi il vicino, che nulla non sapea di meglio, chi l'astrologo che disceso con gravità dal banco, s'offriva di dar lume alle parti altercanti. Gl'interrogati decidevano la questione con nuove congetture e nuove favole, rimanendo ognuno sempre più all'oscuro di quanto tutti bramavano sapere.

— Berardo è di schiatta libera quanto la mia (urlava uno); e lo calunnia atrocemente chi lo vuole d'origine vile. Io conobbi suo padre quando tornò di Terra Santa; il nostro marchese Bonifacio, di gloriosa memoria, ve l'avea mandato fra gli arimanni capitanati da suo fratello.

— Ed io non dissi essere stato lui ciurma di schiavi (gridava un altro); bensì che Berardo non sarebbe stato giudicato servo di Villigiso, se ciò non fosse ben provato.

— Provato un fico! vi dico io. Il Marchese è uomo; e quantunque savio come suo padre potrebb'essere ingannato.

— Sì! ingannato! Eh! che non si può errare, quando non si tratta di niente più in là dell'avo di un cristiano. È vero che il crociato generò qui nella vecchiaia il povero Berardo, e che il crociato era pur nato di padre vecchio; è vero che questi era fuggito nell'infanzia e che lo avevano creduto affogato nel Chiusone o nel Pollice, e che niuno ponea più mente a quella schiatta di servi. Ma quando il diavolo disseppellisce carte, che per disgrazia, serbano memorie in forza delle quali una famiglia onesta dee precipitare nella sventura, e quando l'infallibilità di quelle carte è accertata dai dottori, chi può dubitare del giudizio che ne viene pronunciato?

— Chi può dubitarne? Io! io che so quai brutti giuochi facciano talora, non so s'abbia a dire le apparenze, o il diavolo! I registri delle famiglie de' servi non si possono inventare, lo riconosco; e la pergamena dissotterrata sarà bella e buona per mostrare quali antenati abbia avuti il servo che s'affogò, o fuggì. Ma niuna pergamena palesa se quel servo sia piuttosto fuggito che affogato. Si acquistasse pure certezza della sua fuga, quasi un secolo dopo, allorchè i vermi avrebbero potuto mangiarlo venti volte; come volete che si dimostrino i viaggi da lui fatti, e si sappia che un tale, il quale anco è cenere da gran tempo, era suo figlio?

Sebbene questi e simili discorsi mostrassero la libertà del popolo nel discorrere del suo principe; non v'era però germe d'odio contro di lui, nè la minima diffidenza della sua equità: giacchè il marchesato (all'eccezione di Cuneo) riposava fedelmente nell'abitudine dell'obbedienza. Per quanto i mercati fossero romorosi e vi s'agitassero diversi contrarii pareri, niuna ombra ne prendeva il governante, niun notevole scandalo ne sorgeva nei governati. Pochi birri moveano su e giù per la piazza, non solleciti di far badare alla loro presenza, se non quando avvenissero gare di bastoni e di coltelli o si gridasse: al ladro!

Infatti, mentre fervea la multiplice conversazione accennata, ecco un suono di tromba sotto il portico doppio, e tutti volgersi rispettosi a quella parte. Un banditore facea sventolare la bandiera marchionale per intimare silenzio; e già niuno più zittiva. Tornò a sonare la tromba prolungamente, e tutti giubilarono, perocchè quel segno annunziava la discesa del Sire dal castello e qualche provvedimento che egli venisse a dare al cospetto del popolo.

Il portico doppio era un palazzo presentante due ordini d'arcate l'una sull'altra. Giunti dal castello il Marchese, la Marchesa, il loro figlio e numerosa comitiva, salirono sull'arcata superiore, e s'assisero nei proprii seggi, a vista di tutto il popolo. Qual fu la generale maraviglia quando, dopo aver fissato gli occhi sui personaggi seduti, si potè discernere, in un folto gruppo d'uomini e donne del seguito che stavano in piedi l'infelice Berardo, la moglie ed i figli.

— Come lassù? che vuolsi far di loro? Guardatelo là quel valentuomo! non umile più di prima, perchè era già tanto! non vergognoso, perchè e qual colpa ha egli commessa? non corrucciato, perchè chi mai amò al pari di lui il prossimo, compresi i nemici? E la buona Giovanna! E quell'angelica creatura di Rafaella? Ed Eriberto?

Queste ed altre esclamazioni, levatesi a un tratto da tanti petti, suonarono per l'aria, con quella specie di vibrazione che, agli orecchi degli uomini esperti di tali scene, indica animi commossi da affetti penosi, ma benevoli. Perocchè i bisbigli della moltitudine, sebbene composti di sillabe indistinte, hanno come la voce d'una persona individua, diversi caratteri, secondo la diversa passione che li suscita. Berardo capì; e levò gli occhi al Cielo. Le due donne capirono parimente, e nulla espressero all'altrui guardo, ma sotto i loro veli una segreta lagrima accompagnò l'atto di grazie che offrivano a Dio.

Il banditore ripigliò la tromba, e fe' di nuovo il cenno del silenzio. Allora Guglielmo di Manta, notaio del palazzo, s'accostò alla ringhiera con ampia carta in mano e lesse in quel grossissimo latino, che allora tutti intendevano, quanto segue:

«Nell'anno dell'incarnazione del Signore mille cento sessanta, terzo delle calende di Giugno, indizione eccetera. Io Manfredo, figlio del fu Marchese Bonifacio di buona memoria, dissi, presente ai presenti; Berardo della Quercia essendo stato generato da Iseppo, il quale fu generato da Antonio il quale era servo de' signori di Mozzatorre, come consta dal documento prodotto, ecc. ed esaminato, ecc. ecc. e dalla confessione di Berardo medesimo......

— Dalla confessione di Berardo medesimo! mormorò il popolo, con istupore e pietà.

Il notaio, udendo quel romore agitò in aria la carta; il banditore ripetè il cenno, e la piazza tornò ad ammutolire.

Ma troppo molesto sarebbe al lettore l'udire tutto intero il capolavoro di Guglielmo di Manta. Que' che l'udirono dalla sua bocca erano più pazienti di noi; e nondimeno lo interruppero tratto tratto con sbadigli, per isfogare così l'ingenito bisogno di varietà che è nell'uomo. In quel documento diceasi dunque che Berardo e tutta la sua famiglia, essendo servi del Sire Villigiso di Mozzatorre, questi era stato richiesto dal Marchese di venderglieli, e che l'accordo era seguito, mediante la cessione che Manfredo facea a Villigiso d'alcuni campi e di parecchi diritti colla giunta della somma di trecento genuine.

Manfredo inoltre dichiarava che l'acquistato servo Berardo gli s'era in molte occasioni mostrato zelante della sua gloria e pieno di sapienza; e che perciò esso Manfredo non volea, coll'opprimere sì degno uomo, meritarsi la dannazione eterna. Quindi proseguiva: «Io vostro signore, o Berardo, o Giovanna moglie sua, ed Eriberto e Rafaella figli loro, e tutta la futura discendenza di Berardo, mosso da benevolenza e da debito, statuisco essere voi liberos et absolutos iuxta legem ab omni vinculo servitutis; e statuisco esservi conceduto, in grazia della vostra libertà, ogni acquisto vostro, tanto per quel che avete, quanto per quel che potrete avere, ecc., e che sicut cives romani abbiate le porte aperte, ecc., et licentiam eundi et abitandi ea parte mundi qua volueritis. Infine, o mio Berardo e voi famiglia di questo giusto, ad recordationem huius libertatis et amoris mei, concedimus vobis tres petias terrae iuris nostri...... Vi concediamo tre pezzi di terra di nostro diritto, confinante coi campi che già possedete lungo il Po, ecc. Prima petia habet sex iornatas optimas ad celoyram[2]. La prima pezza contiene sei giornate ottime per l'aratro, e va dal fiume fino all'antico Olmo detto di Carlomagno, seguendo ivi il ruscello, ecc. la seconda contiene sei giornate di bosco, ecc., e la terza due di vigna.»

Non occorre narrare che alle parole: Statuisco esser voi liberi, il popolo fece tanto schiamazzo, che bisognò ricorrere alla tromba ed alla bandiera. Ma l'efficacia della tromba e della bandiera mal poteano reprimere i Viva Manfredo! Viva il nostro buon signore! Convenne al notaio rassegnarsi, e leggere quindi innanzi a brani ed a saltelli, ne' piccioli intervalli, in cui il popolo avea la compiacenza di ascoltare.

Finita la lettura, il Marchese discese dal seggio per firmare l'istromento, Berardo poi, con tutta la sua famiglia, essendosi avanzato per onorarlo, quegli non permise la genuflessione e li condusse verso la Marchesa, la quale alzatasi abbracciò amorevolmente le due donne.

Sottoscrisse pure, nascondendo i suoi fremiti, Villigiso, e firmaronsi come testimonii i seguenti fratelli di Manfredo: Guglielmo di Busca, Anselmo di Ceva, Bonifacio di Cortemiglia, Enrico di Savona, Oddone Boverio di Loreto. Ultimo firmossi il notaio Willelmus de Manta.

I viva allora non ebbero più freno. Dalle botteghe, da' poggiuoli, dalle finestre, tutti coloro che aveano qualche tromba, o flauto, o piffero, o piva, o liuto, o tamburo, o campanella, si diedero spietatamente a suonare. Per alcuni minuti fu una musica infernale; finchè tutto quell'orribile caos si mutò, a poco a poco, in un certo ordine non ingrato; perocchè ogni sonatore s'accordò al generale prorompere della volgarissima canzone, con cui soleasi dalla moltitudine far plauso ai suoi signori.

Laus et honor Manfrido de Vasto,

Filio quondam

Bonifacii;

Che vuol leve sul popolo il basto.

Onde portans

Domnum carum

Trotti e ragghi di gioia e d'amor.

Quoniam, quando il bastone ed il basto

Cruciant pellem,

Cruciant ossa,

L'infelice dall'omero guasto

Male ragghiat,

Malo trottat,

E il bussante rovescia talor.

Intanto che il rozzo inno dilettava o assordava gli orecchi, il drappello signorile con tutto il seguito calò al basso, e con istento avviossi alla chiesa di S. Chiaffredo, fendendo a mala pena la calca. Entrati tutti in chiesa, e locatisi nei banchi, uscì un Sacerdote a celebrar Messa. Il Vangelo dicea la guarigione dell'infermo che non potea gettarsi nell'acqua salutare di Betsaida, quando l'Angelo del Signore scendea ad agitarla. Voltosi allora il Sacerdote agli astanti predicò: «Era forse l'infermo di Betsaida così bruttato d'iniquità, che non meritasse di venire aiutato da alcuno? Anzi è da credere che fosse giusto; giacchè Dio vedendolo abbandonato da tutti gli uomini, mosse egli stesso per consolarlo e guarirlo. Miseri i potenti che non ascoltano la voce di Dio, la quale grida in tutte le umane coscienze: abbi rispetto alla sventura! perchè è il patrimonio di Adamo e de' suoi figli! Ma a noi, o Saluzzesi, toccò un potente che dobbiamo benedire. Il suo maggiore desiderio è d'adoperarsi a vantaggio degli oppressi. Il fulmine caduto sulla onesta casa di Berardo, non gli fe' crollare il capo e dire: È giudizio di Dio! Egli abbassò il capo con dolore e disse: Qual è il giudizio di Dio su di me? Ed intese che il giudizio di Dio era: Soccorri all'afflitto! E gli soccorse; e quelli che erano precipitati senza colpa nella servitù, vennero redenti: i meritevoli d'onore, vennero onorati...» eccetera, eccetera.

Terminata la Messa, Manfredo confermò dinanzi all'altare le manumissioni de' servi, in questo modo. Li fece passare dalla mano di Villigiso a quella d'altr'uomo libero e dalla mano di questo a quella d'un terzo, poi dalla mano d'un terzo alla propria. Egli condusse allora la graziata famiglia alla porta della chiesa, e disse, accennando le diverse vie della piazza: «Berardo, Giovanna, Eriberto, Rafaella, io vi ho statuiti liberi: ecco le vie che conducono ai quattro venti; avete potestà di andare ovunque v'aggradi». Berardo tornò all'altare dicendo: «La nostra prima via sarà quella che conduce al Padre delle misericordie». Ivi il Marchese, e la Marchesa e il loro figlio parteciparono coi servi liberati al mistico pane, che affratella tutti i credenti.

Non occorre che descriviamo la rabbia di Villigiso. Straniero ad ogni generosità, non previde che il marchese gli avrebbe chiesto in grazia la vendita de' servi, affine di manometterli. Ora questa richiesta gli era stata fatta in presenza di dame e di cavalieri, al cui parere, egli ricusandola, sarebbe stato villano, inoltre, come vassallo ch'egli era bisognoso di protezione, niuna onorevole proposta del suo signore avrebbe avuto ardire di respingere.

Splendido convito fu dato nel castello per sì lieto avvenimento: le sale erano addobbate di magnifici arazzi e di serti di fiori. Ma la sala delle mense era decorata specialmente di un fregio carissimo in que' secoli guerrieri, cioè di copiosa collezione d'armi parte acquistate in antiche o recenti vittorie, parte comperate per lusso. Ad ogni desco due sole persone sedeano, e ciascuna di queste coppie era servita da un siniscalco e da un paggetto riccamente vestiti. Il primo desco era quello del principe e della signora; il secondo era quello del loro figlio con una zia, seguivano i rimanenti zii, e zie, poi altri maggiori personaggi, infine Berardo e Giovanna, Eriberto e Rafaella. In altra desinavano parecchi ufficiali del castello; ed ivi traevano a reficiarsi i trovadori e i giocolieri negl'intervalli, in che alternamente ristavano dal trastullare il festino signorile con suoni e canti e mirabili destrezze d'ogni sorta.

Ai deschi illustri regnava quella spontanea famigliarità che facilmente si genera fra pari, e fra i nobili e signori era allora condita d'eleganza più poetica che non fra i volgari. I poco esperti, come Eriberto e Rafaella, stupivano il bello di tali maniere, e s'abbandonavano, con silenzioso compiacimento, a considerarlo e gustarlo. Anche si maravigliavano di certa indefinibile dissonanza, che appariva ogni volta che i cavalieri e le dame volgeano la cortese parola agli ultimi due deschi. La parola era cortese; parea la medesima cortesia che usavano dame e cavalieri fra loro; eppure non era. Ma Berardo non istupiva gran fatto nè al poetico, nè al dissonante delle due cortesie; le quali egli conoscea da lungo tempo. Mentre con disinvolta riverenza rispondea alle graziose proposte de' maggiori, o con affetto coniugale e paterno rallegrava i tre volti a lui più cari, nascondea il cruccio che prova ogni uomo irreprensibile e veggente ne' cuori umani, che sa di essere odiato e sprezzato ne' giudizi secreti di più d'uno che gli sorride. Nè ignorava come i cosiffatti avessero approffittato de' suoi giorni d'umiliazione per deprimerlo proditoriamente con vili calunnie.

Finito il pranzo, le mense furono tolte e nella medesima sala, che era la più grande del castello, uno stuolo di gente travestita rappresentò con gesto e cantò un'istoria non meno commovente che amena, nella quale si voleva alludere da lontano alla superata sventura di Berardo; ma volendo meglio salvare ogni decenza, il personaggio che ritraevalo significava un giovane longobardo, fatto prigione da' soldati del glorioso re Carlomagno. Supponevasi che molte menzogne fossero state scagliate da' maligni contro l'infelice; il quale non essendogli dato rintuzzarle, dal fondo del suo carcere cantava, in altre parole, questo lamento.

Cadde sopra il mio capo una sventura.

E il suo nome era: Fulmin di Regnante

E anni di ferro in atra sepoltura.

Ed io non dissi il flagel tuo pesante

Più che non merto; e il verme lacerato

Baciò l'impronta di tue sacre piante.

Ma un altro ne scagliasti; e fu chiamato

Stral di calunnia, e allor, gran Dio, perdona,

Se di te querelossi il dementato.

Ed esclamai: — Non è Dio che tuona

Su dalle sfere? E come va, gridai,

Ch'Ei vede il giusto oppresso, e l'abbandona! —

Empio era il grido; ma crudele assai

Più di carcere e morte è la ferita

Ch'ultima venne, e se mertata, il sai.

Dato preda a carnefici, ogni aita

Volsi dell'intelletto, onde immolata

Non fosse con la mia d'altri la vita:

E fra tutte una! E a questa era legata

L'anima mia con quanti dolci nodi

Amistà far potesse inviölata.

Se mai speranze, se promesse o frodi

Corruppero il mio cuore, al porto eterno

Ch'io mai della salute non approdi!

Or qual fu quello spirito d'inferno

Che, a miei dì più incolpati invidiando,

Sacri all'odio li volle ed allo scherno?

E per quale incantesimo esecrando

Color, che già m'amaro, all'empia voce

Gentilezza e pudor misero in bando,

E sitibondi alla calunnia atroce

Posero il labbro, e poichè furono empiuti,

La riversar con ebbrezza feroce?

Spietati! e non doveano incerti e muti

Almeno starsi, o chiedere ove indici

Fossersi in me di codardia veduti?

E i giorni miei più lieti e più infelici

Risposto avriano: — Ei non fu mai codardo! —

Nè smentirli poteano i miei nemici.

Or chi lo stigma raderà bugiardo,

Onde al mondo segnato è il nome mio?

Chi mi svelle dal cor l'infame dardo?

Ah! dalle nubi odo risponder: — Io! —

Ma quando, o sommo giudice? Deh, affretta,

Sì che a me più non maledica il pio;

E l'amico fuggito alla vendetta

Dell'aspro fato, e i figli a lui rapiti

Sappian qual di me son parte diletta;

E il padre mio e la madre, incanutiti

Per me nel pianto, alzin la fronte ancora;

Chè i lor capei non fur da me avviliti

Nè il saran mai, per quanto oppresso io mora.

I versi erano in qualche armonia co' pensieri di Berardo; sebbene diverse dalle calunnie, che corrucciavano il giovane Longobardo, fossero quelle che egli sentia pesare sopra di sè. Villigiso se n'accorse; perocchè vide gli occhi di Berardo ardere di magnanimo sdegno, mirando parecchi de' circostanti, e più se medesimo; e quelle occhiate lo conturbavano e gli crescevano l'odio.

La rappresentazione mostrò poscia il giovane, uscito di carcere e ritornato fra' suoi cari, ove, dimenticate le offese de' maledici, cantò un inno di consolazione.

Tutta la favola piacque assaissimo, particolarmente alle donne, delle quali la più intenerita era Rafaella. Ma la sua commozione nasceva dalle tristi peripezie del finto Longobardo, o dal fascino che spargeasi dall'arpa, dalla voce e dal ciglio del trovadore, che vestia quella parte? Sua madre la mirò e impallidì. Anche il padre ed il fratello la mirarono, ma nulla scorsero: chè solo a pupille di madre non isfuggono i segreti delle dilette figliuole.

La brigata finalmente si sciolse. Tutte le balze e le valli saluzzesi si rallegrarono per due giorni della buona sorte di Berardo, per ricominciare al terzo ad eccheggiare di nuovo delle inevitabili mormorazioni dell'invidia, che non perdona ad alcun felice.

CAPO II.
Il Rapimento.

Non fu lunga la felicità di Berardo. I Milanesi erano in aspra guerra coll'Imperatore Federico I, detto Barbarossa, il quale avea deliberato di toglier loro le franchigie, che due anni prima egli stesso avea riconosciute per legittime. Alcune città lombarde parteggiarono per Milano; ma altre, per antica rivalità, e la maggior parte dei principi per debito di vassallaggio, tenevano per Federico: il quale, insofferente d'ogni opposizione e feroce per natura, dappertutto recava terrore ed esterminio. Già col ferro e col fuoco avea distrutto dalle fondamenta nobilissimi borghi ed intere città, come Chieri, Asti e Tortona: e vago di compiere in breve l'impresa, non cessava di chiedere forti schiere a tutti i suoi feudatarii di Germania e d'Italia. Di che il marchese Manfredo desideroso di dare all'Imperatore valorosi soldati, e vago di rimunerare il valore che Eriberto avea mostrato contro Cuneo, inviollo in quella circostanza, capitano d'una squadra, al campo cesareo. Ma la partenza d'Eriberto fu cagione d'assai lagrime a' genitori e alla sorella: la quale piangendo per la partenza del fratello tremava pur molto per la vita d'un altro.

Questo era Ottolino, quel trovadore che rappresentò sì bene la parte del Longobardo. Ottolino figlio d'un guerriero oscuro di nascita, ma prode e amico già di Berardo, era amicissimo di Eriberto: ed educato come lui, nel monastero di Staffarda dall'egregio Abate Guglielmo. Da lui egli aveva imparato non solo a leggere e scrivere, due scienze rare in quel secolo, ma ad intendere ancora il latino dei libri sacri, dalla lettura dei quali avea ricavata un'idea elevatissima de' doveri dell'uomo verso Dio e verso il prossimo; il che conciliavagli la stima degli uomini gravi. Avea inoltre imparato a sonare, cantare e poetare con grazia inimitabile, il che lo rendeva amabile a tutti e gratissimo nei ritrovi.

Nelle feste della Regina degli Angioli Ottolino componeva a suo onore inni divoti; a Natale poetava, per la cara scena del presepio, le cantiche pastorali: nella settimana santa cantava le lamentazioni, ed a Pasqua gli alleluia, di che i monaci di Staffarda attribuivano sì bell'ingegno ad un favore particolare di S. Cecilia, protettrice de' bei suoni e de' bei canti. Ai suoni gravi dell'organo Ottolino cominciò poi ad accoppiare le dolci armonie dell'arpa: e spesso nella selva cantava le sciagure de' cavalieri; il che alcuni dei monaci poco approvavano, dubitando forte che S. Cecilia si curasse molto di ispirare tali poesie. Ma non si scandalizzava già l'Abate che ben conosceva il suo discepolo. Severissimo verso se stesso, egli era indulgente ad altrui e specialmente ai giovinetti, purchè non ne scorgesse malvagia la volontà. Permetteva perciò ad Ottolino le canzoni cavalleresche: e sebbene i luoghi della selva, nei quali il giovane più amava d'arpeggiare, fossero i più cupi e quelli che aveano fama d'essere incantati, non gli vietava di frequentarli, e raccomandavagli di guardarsi dai ladri.

Uscito Ottolino, già da due anni, dal monastero, avea combattuto valorosamente contro Cuneo. Suo padre, spirando carico di ferite fra le sue braccia, gli avea consegnato il proprio ferro e dettegli questo parole: «Sii prode ma giusto; affinchè Dio faccia misericordia all'anima mia». Parole che egli ricevette nel profondo del cuore con viva credenza: sì che d'indi innanzi, anelando alle buone e prodi azioni, avea in mente il padre e offerivale in suffragio dell'anima sua.

Rafaella ammiravane in cuor suo la bontà e il valore ed affliggeasi di tutti i suoi pericoli; ma quando Ottolino mosse non più ai vicini campi di Cuneo, ma a guerra lontana e più tremenda, fu presa di sommo affanno. Se non che mentre ella piangea questa sciagura, un'altra maggiore le sovrastava. Giacchè il sire di Mozzatorre struggeasi di vendicarsi di Berardo, e pensando che più crudele pena non potea cagionargli che coll'offenderlo nella figliuola, pensò di rapirla; ma rapirla in guisa che si perdesse la sua traccia, e i sospetti non potessero cadere sopra di lui. Meditate parecchie guise, scelse alfine la più malvagia: per le selve e pei monti circostanti viveano sparse fiere bande di ladroni, contro le quali s'erano spesse volte collegati indarno i cavalieri più generosi del vicinato. Vendeano essi l'opera, ogni volta che ne veniano richiesti dai baroni che senza parere voleano eseguire qualche iniquo fatto. La banda poi era composta per lo più di servi fuggiti dai padroni e d'avanzi di Saracini[3]. Villigiso dunque ne assoldò alcuni a lui noti come più audaci e destri, e commise loro che, scesi sulle rive del Po, ai campi di Berardo, ne incendiassero di notte tempo la casa, e ne rapissero la figliuola in mezzo all'agitazione ed al tumulto.

La cosa era pur troppo facile. Giacchè le abitazioni, in quel secolo, ne' contadi e nelle piccole città non solevano essere se non tugurii di legno, consolidati al più da pilastri di mattoni ai quattro angoli dell'edifizio. Le foreste poi si stendevano sì ampiamente, che il legno non costava quasi altro che la fatica di tagliarlo. Non è adunque a maravigliare che si preferisse per le abitazioni il legno ai mattoni ed alle pietre.

Di legno era pure la casa di Berardo, sebbene uomo agiato, amato dal principe, ed influente nel governo del paese. Simile quasi (in un ordine sociale assai diverso) a quegli antichi magistrati romani, che reggeano la repubblica e viveano ignari di lusso in umile tetto, poco diverso da quello dei loro servi.

Stavano una sera raccolti in immenso stanzone Berardo, Giovanna, Rafaella e parecchi famigli maschi e femmine. Una lampada pendeva da nera trave nel mezzo; un'altra illuminava l'uno degli angoli; e là sedeano le donne filando, e favoleggiando di paladini e di fate. Gli uomini passeggiando parlavano dei lavori di quel giorno e di quelli del dimani. In un subito tutti sono scossi da un grido improvviso: una parte della casa avvampava. Tutti volano al soccorso: ma le cure non giovano. Un fiero vento dilata le fiamme: giacchè i ladroni aveano appunto scelta quell'ora per profittare del vento. Porre in salvo il grano e le suppellettili e al più qualche parte dell'edificio, è tutto ciò che Berardo può sperare.

A pochi passi trovasi un molino ed ivi è forza di trasportare Giovanna, la quale mezzo inferma non può reggere a tanta ambascia, Rafaella la segue: e le misere alle finestrelle del molino stanno alcun tempo mirando l'orribile spettacolo, e tremando per Berardo e pe' famigli che vedono qual sul tetto e qual su perigliose scale, qual balzare di trave in trave, qual avventarsi fra globi di fumo e di vampe. Quand'ecco un uomo prorompere nel molino e grida «Giovanna! Giovanna! venite fuori: Berardo vi chiama, soccorriamolo, soccorriamolo!» Giovanna e Rafaella, senza pensare ad altro escono spaventate — Dov'è? che gli accadde? — chieggono smarrite. «È qui, è qui!» dice il masnadiere, traendole in fretta con sè in aere accecato di denso fumo. Dopo pochi passi, egli afferra la giovane, la porta poco oltre ove un uomo a cavallo presala fra le braccia svenuta, sprona e si perde nella selva. Giovanna grida; corre qua e là; nulla scorge; ode il lontano scalpitare del cavallo, senza nemmeno distinguere per qual via esso galoppi. Le persone intente a smorzare l'incendio non odono le urla della desolata madre; la quale s'aggira delirante intorno alla casa che divorano le fiamme. Infine alcuni dal rovinoso tetto scorgono all'orribile riverbero delle fiamme una donna scapigliata, e odono le sue strida. I superstiziosi servi raccapricciarono, riputandola una fata malefica, od una strega attizzatrice del fuoco. Ma Berardo la riconobbe, e balzando tra fumiganti legnami corse a lei. — «Che fai tu qui? (gridò la povera madre) che fai tu qui? perchè non corri a salvare la tua figliuola?» — E narrò piangendo l'avvenuto.

Rafaella era stata portata semiviva nella rocca di Mozzatorre in Val di Vrusta, dove ne prendevano cura due selvagge ed odiose creature, il castellano Berto e sua moglie, che avevano avuto ordine dal padrone che trovavasi in Saluzzo di custodirla sotto buona guardia.

Rafaella era battuta da perigliosa febbre. I pochi detti che uscianle dalle arse fauci dirigeansi alla madre, or chiedendole aiuto, or promettendole di soffrir tutto con pazienza, or pregandola di non piangere. Lo spettacolo dell'innocenza infelice sarebbe paruto venerando allo stesso Villigiso.

Come la fanciulla ebbe ricuperati i sensi e udì che essa trovavasi nel castello del nemico capitale di sua famiglia, fu presa da spavento. Guardò uno de' finestroni della sua camera, e fu tentata di balzare da quello e precipitarsi; ma ne la rattenne la sua pietà verso i parenti. Una smania irresistibile di rivederli premeala sì forte, che lusingavala, quasi presentimento ispirato dal Cielo. Ma se questo presentimento la tradisse? Oltre che lo stato di debolezza, in cui giacea, la rendeva proclive ad accorre immaginazioni di spaventi, tutto ciò che Rafaella avea veduto di Mozzatorre, ponti, mura, fosse, cortili, scale, camere, tutto avea impresso quel carattere d'antico decadimento e di mal augurio, a cui facilmente si congiungono le idee più lugubri e più tetre! Le circostanze, la rapidità, l'agevolezza, con cui era stata rapita, non le sembravano proprie di vicende puramente umane. Il contrasto fra la nerezza d'animo di Villigiso e la grazia da lei spesso ammirata nella sua persona avea pure un certo che di mostruosamente dissonante. Un contrasto del pari singolare essa notava fra quella grazia di persona ed il lasciare il castello in sì lurida bruttezza, e porvi a custodia facce così ignobili. Nel mondo delle cose naturali, Rafaella non avea mai veduto tali disarmonie, e solo aveale udite accennare come opera d'inferno in racconti spaventosi.

Le si affacciava dunque continuamente il pensiero d'uccidersi, e quasi temeva che il non obbedire a quel pensiero fosse codardia. Ella ricordava quel Sansone acciecato che deriso da nemici e tratto nel Dagone s'inchinò a Dio e non all'infame idolo, e scossa l'una e l'altra colonna fra cui stava, procacciò la morte a sè ed a molte persone. Ricordava Eleazaro che non temè di farsi schiacciare dall'elefante d'Antioco per trafiggere la belva, pensando così dar gloria a Dio, colla rovina dell'empio. Ricordava quel seniore di Gerusalemme, il quale piuttosto che esser soggetto a peccatori si lacerò largamente col ferro, e salito sopra una pietra afferrò con ambe le mani le proprie viscere e le gettò sulla turba invocando il Dio dominatore della vita, perchè a lui la rendesse nel regno de' giusti. Ignara del criterio onde vogliono essere giudicati que' biblici fatti, ignara della necessità di stare guardinghi nel trarre dagli esempii straordinarii le norme della nostra condotta, Rafaella s'accendeva la fantasia, giustificando in sè l'idea di terminare la vita per fuggire da incerti e perciò più temuti pericoli. Intanto Manfredo, sollecitato dall'imperatore di recarsi al campo; era partito di Saluzzo ed avea per buona ventura, imposto a Villigiso di seguitarlo.

Questi come tutti gli scellerati, mentre cercava di nascondere agli onesti le sue iniquità, pur s'affratellava in ogni luogo con qualche scellerato suo pari. Tal era un Barone pavese, il quale avea un castello sulla riva del Ticino, entro cui commetteva e lasciava commettere dai suoi compagni ogni sorta di tirannie. In quel castello pensò Villigiso di far condurre, per maggior sicurezza, la sua prigioniera. Era già a Rafaella motivo di stupore, che passasse l'un mese dopo l'altro senza che le fosse incolto altro danno, che la cattività e la lontananza dai genitori. Ella ne traeva buon augurio. Quando un mattino il rozzo castellano Berto, zelante ed accorto esecutore di quanti delitti imponeagli il suo signore, venne ad annunciarle che facea d'uopo partire subito con lui, e con Tommasona sua moglie. Stupì Rafaella, e chiese dove fosse per esser condotta. Berto, che per aver minori impicci, amava di averla docile per via, prese a dirle che Villigiso, pentito del suo misfatto, lo incaricava di ricondurla ai genitori. Del che ella sarebbesi abbandonata al più vivo giubilo, se avesse potuto reprimere ogni sospetto d'inganno. Mostrò nondimeno di credere; e ad ogni modo non le spiacque di uscire dal castello, parendole che il fuggire per via non le sarebbe stato poi impossibile. Tommasona apparecchiò dunque in fretta le valigie; Berto con altri tre sgherri posero all'ordine i cavalli, e la comitiva fu in viaggio lo stesso giorno.

Cavalcarono quattro giorni schivando sempre i luoghi abitati; e Rafaella udiva spesso ripetersi che la distanza era grande, e che bisognava fare diversi giri; perchè la strada diretta era corsa dai ribelli Cuneesi e da malandrini. Ella dicea spesso a Tommasona: — Tuo marito non mi disse il vero: se tu lo sai, palesami, te ne scongiuro, ove si vada. — Perchè questa, ammaestrata da Berto, mostrò alfine di lasciarsi strappare il segreto, e le disse che essa era difatto ricondotta ai suoi genitori: ma che questi erano stati costretti di mutar paese, perocchè Manfredo, pentito d'aver liberato Berardo, avea voluto rimetterlo in servitù; di che egli era fuggito oltre il Ticino. Soggiungea che il Barone di Mozzatorre, commosso dalla sventura di Berardo non avea resistito al desiderio di consolarlo col restituirgli la figliuola. Poteva Rafaella credere a questo racconto? Tornava i seguenti giorni ad interrogare quando la donna, quando Berto, quando gli altri. Tutti erano d'accordo fra loro e rispondeano la medesima cosa. Ma i loro volti annunciavano tal perfidia, che la misera tradita non quietavasi, ma dissimulava.

Dopo lungo e penoso viaggio furono al bosco del Ticino; donde il castello malvagio non era lontano più d'un miglio. Rafaella che aveva mostrato di credere tutto ciò che le si dicea, e che non aveva mai dato il minimo indizio di voler fuggire, veniva custodita con poco rigorosa vigilanza, principalmente allora che il viaggio era compiuto. Non l'avrebbero lasciata indietro due passi, ma non si sgomentavano se talvolta il suo cavallo precedeva d'alcun poco. Volle la Provvidenza che in uno di questi istanti, mentre il cavallo di Rafaella, era di qualche passo innanzi, il bosco fosse assai folto. Gli sgherri spronarono tosto ed erano per raggiungerla; ma la donzella era già balzata a terra e inselvavasi rapidamente. I suoi custodi scendono di cavallo, corrono da tutte parti, cercano, chiamano, minacciano, pregano. Tutto è vano. La snella fuggitiva udendo le voci ed i passi degl'inseguenti, correva senza strepito per viottoli oscuri: e tanto si scostò, che in breve non li udì più. Il che accadde perchè gli sgherri supposero falsamente che Rafaella fossesi volta indietro per ritornare verso il Piemonte; e smarrirono così più presto le sue tracce. Ella, ignara del luogo e altro scopo non avendo che di cercare gente dabbene che l'aiutasse, movea, sempre innanzi. Uscita finalmente del bosco e traversato un campo, chiese ospizio alla prima casa che incontrò. Villeggiava in essa una famiglia popolana milanese; la quale l'accolse benignamente con tutta la pietà e la riverenza che essa agevolmente seppele ispirare col patetico racconto dei suoi tristi casi. Felice Rafaella se tosto avesse potuto informare i parenti ch'ella era sotto tetto sicuro! Ma le comunicazioni a que' tempi non erano facili, considerata specialmente la guerra che fervea. Inoltre pochi giorni dopo l'arrivo di Rafaella, Milano toccò una sconfitta dagl'imperiali; sì che le famiglie milanesi, ch'erano in contado, dovettero fuggire entro le mura della città.

Due eserciti ognora struggentisi a vicenda, e ognor rinascenti, devastavano da parecchi anni le contrade lombarde. L'uno era composto di Milanesi, e d'oltre la metà degli altri abitanti di Lombardia, facendone parte popolani e nobili, liberi e servi, giovani e vecchi, moltitudine immensa. L'esercito, unito e ben raccolto nella prosperità, era facile a dissiparsi, ogni volta che la vittoria favoriva il nimico; ma facilmente si rannodava anche dopo che pareva pienamente disperso ed annientato. Il disgregarsi dell'esercito nell'avversa fortuna proveniva dalla premura che ciascuna schiera aveva di scampare la propria vita, senza badar molto in tali frangenti alla causa comune.

L'esercito imperiale era pure formidabile. L'Imperatore ed i Conti palatini, Ottone e Corrado, davano l'esempio agli altri principi tedeschi, traendo dalla Svevia quanti più armati poteano. Il Langravio cognato di Barbarossa, Arrigo detto il Leone, duca di Baviera, Arrigo d'Austria, Guelfo il giovane figlio di Guelfo duca di Toscana, Vladislao di Boemia, l'Arcivescovo di Bologna, Rinaldo arcicancelliere, l'Arcivescovo di Magonza Cristiano, e altri valentissimi cavalieri gareggiavano nel numero de' combattenti che traeano da' loro feudi. Onore ed avidità di preda teneali uniti quando fortuna loro sorridea; ma anch'essi ne' giorni infelici, si sbandavano spesso, per le soverchie rivalità de' capi, i quali davansi l'uno all'altro la colpa delle sconfitte, e venivano a frequenti duelli, per puntigli cavallereschi. I feudatarii per lo più voleano tornare a casa colle loro schiere al chiudersi d'ogni autunno; e così, dopo essere talvolta ripatriati colla fiducia che il nemico non potesse più ergere la testa, lo trovavano ben in armi al ritorno, essendo bastato l'inverno a ristorare l'audacia dei vinti. Uniti colle schiere imperiali pugnavano molti feudatarii italiani, ed i popoli di Pavia, di Cremona, di Parma e d'altre città nemiche di Milano: ragioni simili a quelle accennate per gli avversarii produceano i medesimi effetti.

Ma le vicendevoli offese, accanitamente ripetute per tanti anni, aveano alfine spinto il furore ad eccessi inauditi. L'esacerbazione della parte imperiale era proporzionata a quella de' Milanesi. Non più saggio di speranza al pacifici; non più misericordia a feriti, a spogliati, a donne, a vegliardi, a fanciulli. Se alcuno invocava i nomi santi di pietà e di religione, s'udia rispondere da ambi i lati:

— «Noi non fummo i primi a dimenticarli». Qua rampognavasi a' Milanesi il soggiogamento di Como, la distruzione di Lodi e molte altre violenze contro i minori, e il dileggio de' più sacri diritti ovunque speravasi impunità. Là giuravasi che il primo a non curare i diritti era stato Barbarossa. E questi infatti, sin dal 1155, primo anno della guerra, facea legare i prigionieri alle code dei cavalli: incendiava Rosate, Galliate, Trecate e Mommo, e celebrava con invereconda allegria le feste di Natale sulle rovine di quegli infelici paesi; indi invaghitosi della distruzione, riduceva in cenere popolose città come Asti, Chieri e Tortona. Mosso poi contro Spoleto decretava parimenti che vi s'appiccassero le fiamme; nè per rattenerlo vi volle meno dello straordinario potere che sant'Ubaldo, Vescovo d'Agubbio, esercitò sopra di lui ispirandogli, non si sa se compassione, di cui nè prima nè dopo si vide capace, ovvero terrore di divino castigo. Dopo la pace conceduta nel 1158 ai Milanesi, con l'accordo che conservassero il Seprio e la Martesana, Federico rioccupò quelle terre, vietando loro inoltre che tenessero più consoli, e volendo loro imporre un podestà; il che fu cagione di nuova guerra. Nell'assedio di Crema egli fece poi atroce pompa di crudeltà, legando gli ostaggi Cremaschi ad un castello di legno, su cui gli assediati per difesa scagliavano con mangani tempeste di pietre; cosicchè i padri dovettero, per salvare la città, schiacciare i loro figliuoli. Queste ed altre crudeltà quinci e quindi esercitate cresceano gli odii e inasprivano la guerra.

Commise allora Federico un errore che assai contribuì a crescere il coraggio nel campo nemico, e fu poscia cagione per lui di rovesci e di sventure. Fittasi nella mente l'idea dell'impero universale del mondo, egli avea trovato nel Pontefice Adriano IV una insuperabile opposizione all'adempimento di un disegno sì strano e sì ingiurioso ai diritti degli altri principi cristiani. Ond'egli era venuto in pensiero di collocare nella sede di Pietro un Pontefice che fosse ligio ai suoi voleri o almeno non resistente. Morto pertanto a quei dì Papa Adriano, Federico mise gli occhi sopra il Cardinale Ottaviano, uomo ambizioso, e che se gli era mostrato oltremodo devoto fin dalla sua prima venuta in Italia. Spediti dunque a Roma suoi Commissarii brigò col Clero e col popolo, acciocchè venisse eletto il suo favorito. Ma Dio irrise le sacrileghe arti; ed il Cardinale Rolando, uomo venerando per virtù e per senno venne assunto, benchè renitente, al supremo pontificato, e prese il nome di Alessandro III. Due soli fra gli elettori si piegarono al volere di Cesare e separatisi dal suffragio di tutti gli altri nominarono Papa Ottaviano; il quale ebbe l'impudenza, allorchè vide eletto Alessandro; di volergli strappar di dosso il manto Pontificale per cingerlo a sè; ed essendone impedito dal Senatore che glielo tolse di mano, divenuto quasi frenetico si fe' portare un'altra cappa che tenea preparata, ed indossandola in caccia e in furia, e non trovando l'uscita del cappuccio, se la vestì ponendo il davanti all'indietro; il che mosse a riso gli astanti e fe' dire ai Cattolici che egli era Papa a rovescio.

Ora Federico s'incaponì a sostenere le parti dell'antipapa; il quale, assunto il nome di Vittore IV, era stato, in un conciliabolo tenuto a Pavia sotto gli auspicii dell'Imperatore, riconosciuto da molti Vescovi, e sperava, colla medesima protezione imperiale, ridurre tutta la cristianità alla sua obbedienza. Senonchè la più parte dei prelati italiani, saputa la verace elezione d'Alessandro stettero per lui, e tra questi primeggiava l'Arcivescovo di Milano. Il che accresceva animo ed ardire ne' petti de' Milanesi, i quali vedevano in Federico il nemico della patria e della Chiesa; e d'altra parte aizzava vie peggio nel cuore del furibondo Principe gli sdegni, credendo egli di combattere contro sudditi doppiamente ribelli.

Tal era lo stato delle cose, quando essendo stati i Milanesi vinti in campo aperto, la famiglia che ospitò Rafaella dovette con tutto il popolo del contado chiudersi dentro le mura della città contro cui avanzavasi l'Imperatore.

CAPO III.
La lieta novella.

Trasportiamoci ora per alquanto al fianco de' genitori della fanciulla. Sull'arsa casa un'altra in pochi mesi era sorta, dove i meschini viveano nel dolore. Giovanna diceva a Berardo: «Ov'è ita la pretesa gratitudine del Marchese? Non confessava egli averlo i tuoi consigli liberato da molti errori, e da molti rammarichi? Non rampognavati, perchè non accettavi la proposta di vivere con lui? Non pareva tenero della tua felicità come della sua? Ed ora egli c'invola il figliuolo: egli non cura di scoprire ove sia la povera Rafaella. A chi spettava di fare questa indagine se non al nostro signore, a colui che ostentava tanto ardore per la giustizia e tanta grazia per te?»

— Non mormoriamo troppo del nostro signore, dicea Berardo. Se egli non avesse dovuto partire per l'esercito, l'avremmo veduto adoperarsi più caldamente per sapere la sorte della figliuola nostra. Quelli che restarono al governo del marchesato curano poco lei e noi; essi anzi mi odiano perchè non li ho mai adulati e li costrinsi talvolta a cessare, o a nascondere le loro opere malvagie.

— Oh Berardo! m'avessi tu ascoltata, quand'io ti dicea di non ricusare il gonfalone offertoti da Cuneo! Qual frutto godi della tua fedeltà al Marchese? Dal canto di lui una superba degnazione di chiamarti amico per giovarsi de' tuoi servigi ed obbligar te ad eccessi d'obbedienza. Dal canto degli altri Baroni del paese, invidia, affettato disprezzo, colleganza a danneggiarti. Ed ahi! niuno può tormi di mente essere il rapitore di Rafaella uno d'essi, ed esaltarne gli altri sapendolo e tacersi.

— Moglie mia, il frutto colto dalla mia fedeltà è pace di coscienza. Perchè abbondano oggi la ribellione, e gli uomini che le approvano, non però sarei da approvare io, se amato e beneficato da un principe ch'è tra migliori di questo tempo, mi ponessi fra' suoi nemici. Giovanna, il dolore travolge i tuoi pensieri. Tu dimentichi che, non ha guari, Manfredo mi salvò dall'ignominia liberandomi di schiavitù.

— Oh Berardo! e chi può dimenticare tanto scorno? Doveva egli permetterlo, affine di tenderti poi la mano dopo averti lasciato gettare nel fango?

— Donna, il tuo linguaggio nasce da anima esacerbata. Non voglia Dio recartelo a colpa; nè tel reco io, chè m'è nota la tua cristiana pietà. Ma, per serbarci innocenti, non concediamo al labbro questi sfoghi. Essi accrescono lo scontento, inaspriscono le piaghe del cuore, e ne inducono ad essere ingiusti nel giudicare gli altri per darci l'infernale soddisfazione d'odiarli. Ciò che può dirsi dei cattivi principi, io, senza ingiustizia, non posso dirlo di Manfredo. E ov'anco errassi nel buon giudizio che fo di lui, pensa, o moglie, che non tutti i doveri degli uomini sono eguali. Poniamo che migliaia d'uomini fossero pure a diritto nemici a Manfredo, io da lui fui beneficato, sarei ingrato e vile se loro mi congiungessi.

— Certamente io venero la santità de' tuoi scrupoli. Ma quel Manfredo, per amore del quale non volesti abbandonare questo paese, sì fecondo per noi di sciagure, e t'esponesti all'obbrobrio d'essere dichiarato servo, quel Manfredo cacciò barbaramente il nostro figlio in guerre lontane donde forse non ritornerà più, o ritornerà quando noi saremo morti. E quando ne venne rapita Rafaella, qual uso fec'egli del suo potere, per trovarla e restituircela? Io non lo accuso di altre colpe ma piango teco i nostri unici sostegni, ed egli non cura il nostro pianto.

Spesso così si lagnava la desolata madre, e così Berardo studiavasi di consolarla. Ma questi stesso, quantunque affezionato al suo signore, e fermo a tutto piuttosto patire, che accettare le proposte de' Cuneesi, non potea nell'intimo dell'animo suo approvare la condotta del Marchese. E dicea spesso fra sè: «No, egli non mi rende amore; egli non sa verso di me discendere dall'altezza su cui siede, se non quando crede ch'io possa aiutarlo; egli non sa porsi ne' panni d'un umile suddito e compatire le sue afflizioni e studiarsi di consolarlo. Egli non dovea tormi il figlio mio; nè partire di Saluzzo, senza aver fatto le più diligenti indagini per restituirmi la figliuola.»

Malgrado l'occulta amarezza, non parlava però male di lui con alcuno, e lo difendeva quand'altri, chi che si fosse, lo accusava. Nè la sincera devozione di Berardo al suo signore, parea bassezza a veruno, e nemmeno ai più caldi partigiani della ribellione. Era il suo un affetto così puro, così radicato ne' suoi principii d'onestà e religione, che niuno, ancorchè pensasse altramente, potea vituperarnelo.

Quindi molti de' Cuneesi non cessavano di tentarlo perchè loro s'unisse; chè niuno in que' paesi godea tanta fama di senno: e speravano che, se acquistassero tal magistrato, egli reprimerebbe col suo credito le infinite discordie che li laceravano; flagello ordinario de' governi popolari, e spesso fatale nei loro cominciamenti.

Imperversavano quelle discordie orrendamente in Cuneo, e nelle altre città ribellate; il che era cagione che altre città si tenessero fedeli agli antichi signori per non cadere in somiglianti dissensioni. Inoltre nei reggimenti consacrati dal tempo le forme, benchè barbare, del Governo erano rispettate, sì che l'ingiustizia stessa parea eroismo, incuteva rispetto, o al più generava odio non disgiunto da rispetto ma quasi mai odio unito a disprezzo. All'incontro nei reggimenti nuovi la maggioranza plebea distruggeva quell'esterna dignità di che i nobili soleano circondare la condotta delle cose pubbliche. La favella de' nuovi magistrati sonava rozza come i loro costumi, scurrile come i loro soprannomi, i quali erano oggetto di non poco riso comune. Chi chiamavasi Cordaccio Beffasomari, chi Azzo Spezzaganasce, chi Simeone Leccapiatti; chi, dopo essere detto Cuocipani, Acconciafatti, Capoleone, venia trasformato buffonescamente in Castracani, Scorticagatti, Pelavicini, Colleone, Collione e peggio. Le Cronache italiane sono piene di siffatte sconce denominazioni, nobilitate talvolta dalla virtù degli eroi che le tramandarono, ma non per questo men vili nei loro principii. La quale volgarità di nomi e di maniere manifestantesi ad ogni tratto e ridicola a giudizio de' signori, spiaceva a non pochi ancora di nascita oscura, ai quali perciò la ribellione, benchè potesse recare qualche guadagno, sembrava tuttavia un indegno affratellamento co' più abbietti.

Ignoriamo fino a qual segno questi ed altri motivi operassero sopra la mente di Berardo. Ma il fatto si è che poco egli amava i governi plebei. Nè per questo odiava coloro che per essi parteggiavano; nè rigettava dalle sue braccia il Cuneese statogli amico altre volte; nè ricusava aiuto a chi fuggiva la persecuzione d'un Barone e s'avviava a Cuneo. Egli nascondea i feroci sventurati sotto il suo tetto, e se potea recarli a sentimenti di perdono verso il nemico potente, s'adoperava volentieri, e talvolta la mediazione di Berardo era efficace.

Concorde alla condotta di Berardo era quella di Guglielmo, Abate di Staffarda, consolatore unico degli infelici genitori d'Eriberto e di Rafaella. Questo venerando vecchio era seguace e discepolo di san Bernardo; e come il suo maestro, avea l'animo intimamente penetrato da questa massima, che la somma della virtù evangelica si riduce a un santo e vero amore di Dio e del prossimo. Severo contro sè solo, non lusingava la malvagità d'alcuno, ma compativa le miserie di tutti. Egli invitava tutti all'indulgenza ed alla compassione, Baroni verso sudditi, sudditi verso Baroni, seguaci d'una bandiera verso seguaci di un'altra, e diceva la società umana essere per necessità divisa in condizioni diverse, e a vicenda contrarie, e poter tuttavia in tutte le condizioni e sotto tutte le bandiere avervi intento, se non retto, almeno perdonabile per involontaria ignoranza.

Studiosissimo dei libri di S. Bernardo, ne' quali si ammira sì soave dolcezza, egli vi scorgeva un grado di carità ancor maggiore di quella che pare dalle sole parole scritte. Perocch'egli leggendoli, riproduceva nella memoria e l'inflessione di voce del Santo ed i gesti, e gli sguardi, e conoscea per intero ciò che questi, usando tali espressioni, sentiva. Con eguale consenso coll'amantissima anima del defunto maestro, egli studiava le divine Scritture, e ne insegnava il diritto senso, non solo a' suoi monaci, ma a parecchi giovani che erano educati nel monastero, benchè non destinati alla vita monastica.

Da lui erano stati educati Eriberto ed Ottolino; nei quali egli avea posto un affetto singolare, per le esimie doti d'ingegno e di cuore che in loro avea scorte. Da lui si potrebbe dire essere stata educata pure Rafaella, poichè egli aveva assai cooperato al modo con cui era stata da' genitori allevata. Aveale poi insegnato egli medesimo a leggere; il che non soleasi imparare allora da veruna figlia d'arimanno, e nemmeno dalla più parte delle figlie dei cavalieri.

L'Abate era il benefico consolatore di Berardo e di Giovanna; ed ogni volta che, per qualsivoglia motivo, dovea stare lungo tempo lontano, le sventure si sentiano da que' poveretti a mille doppi. Forse, s'egli non fosse ito a Genova per abboccarsi con Papa Alessandro, o se fosse ritornato prima della partenza d'Eriberto, egli avrebbe consigliato al Marchese ciò che non avea osato Berardo. «Lasciate Eriberto a' suoi parenti, avrebbe detto il savio monaco, egli è il bastone della loro vecchiaia». Forse ancora il suo consiglio avrebbe giovato a promuovere in tempo la ricerca di Rafaella. Ma ora Guglielmo non può che ricordare il dovuto ad altri, e alleggerire il peso delle tribolazioni di Berardo e di Giovanna, compiangendoli e visitandoli sovente. Ogni volta che il cane sdraiato attraverso la porta manda un dimesso latrato di gioia, poi si leva e dimena la coda, Giovanna, a cui tosto batte il cuore, «S'avvicina persona che il vecchio Moro conosce» e s'affretta alla finestra, non osando soggiungere «Chi sa che non sia Rafaella?»

— Sarà l'Abate, dice tosto Berardo cercando d'impedire in lei quella subita speranza, che delusa vieppiù l'amareggia.

E allora Giovanna angosciata del disinganno, ma procacciando di non lasciarsi scorgere, dice: «È il nostro consolatore; Dio lo benedica!»

E gli vanno incontro, e lo introducono in casa, e prendono il bastone ed il cappello. E dopo averlo fatto sedere nella seggiola grande, e aver parlato della salute e di altrettante cose, con cui si cominciavano anche allora le conversazioni, aspettano se nomini Rafaella: ed egli avvedendosi del loro desiderio nè potendoli altramente consolare, la nomina; ma non dice cosa alcuna della sua sorte presente.

— Niuno sa dunque dove sia la poveretta! sclama allora Giovanna, prorompendo in lagrime. Io non la vedrò più? io non udrò più mai quella voce, ch'erami una benedizione ogni mattina, e che ora aspetto invano ogni sera? Ahimè! che senza averla udita, il letto non mi porge riposo, ed i rari sonni al paro delle veglie sono piene d'ambascia. Oh Abate! Voi che siete caro a Dio, non vi stancate di pregarlo che ci renda la figliuola.

— Povera madre! dicea Guglielmo, asciugate il vostro pianto; Dio ci ama tutti, e non ci abbandona, anche quando non ci esaudisce. Egli, che volle vivere su questa terra di dolore e nascere di donna, conosce le ambasce di tutte le madri, le addolcisce col dono della pazienza, e s'apparecchia a rimunerarle con alte consolazioni. Non è possibile che miri le vostre con noncuranza. Egli ch'è così buono non ci lascia patire se non quando vede che i patimenti possono valere a migliorarci. Preghiamolo ancora; e un dì gioiremo d'aver patito, perocchè vedremo che il tempo della tribolazione fu quello in cui lo invocammo con più fervore.

Le ragioni di Guglielmo erano semplici, Giovanna le avea udite mille volte. Ma è proprio delle parole sante specialmente se profferite da uomo venerando, di portar persuasione nelle anime pie e di rassegnarle a patire. Oh quanto sono benefiche tali parole ripetute dal buon Abate alla misera madre! Quanto sono dolci ancora a Berardo, che sebbene simuli pace, è divorato talora da viva ambascia e solo ritrova pace veramente quando il santo vecchio è entrato sotto il suo tetto!

Almeno s'avessero frequenti novelle d'Eriberto; ma rade sono, apportatrici per lo più di timori. Ora s'ode che fu leggermente ferito, e dubitasi che il nuncio sia infedele ed attenui per compassione la gravità del caso. Ora s'ode che meritò onore per la sua prodezza, e paventasi non forse questa prodezza gli sia stata fatale. Ora si narra ch'egli ed Ottolino sono ognora scudo l'uno dell'altro, e prevedesi che, se Ottolino cadesse fra lance nemiche, Eriberto arrischierebbe disperatamente i suoi giorni per salvarlo.

Una volta venne notizia che il giovane Duca Guelfo, cugino dell'Imperatore, dilettato sommamente dai canti d'Ottolino, desiderò d'averlo tra' suoi famigliari, e pregò il Marchese Manfredo di volerglielo cedere insieme col suo compagno indivisibile Eriberto. Manfredo avea appagato il Duca. Essere al servigio di tanto Signore potea sembrare fortuna; se non che i guerrieri di Manfredo se sopravvivono alle battaglie, torneranno a Saluzzo; ma potrà Eriberto sciorsi facilmente dal preso servigio? L'amistà sua per Ottolino, se questi s'avvince agli stranieri, avvincerà anche lui; nè più sarà sollecito de' genitori, se non forse quando piangerà sulla trista loro tomba!

Ammalò Giovanna, e fu presso a morte, nè poi risanando potè riacquistare, fuorchè in poca parte, le prime forze. Un giorno, che sorretta dall'una parte dal marito, dall'altra dall'abate di Staffarda, usciva, dopo molti mesi d'infermità, per rivedere il lieto aspetto delle campagne, illuminate dal sole, sedutasi sopra una pietra, vicina alla porta, udì abbaiare il cane, e disse mestamente:

— Qualcuno s'appressa, ma non è persona conosciuta dal vecchio Moro.

— E tuttavia può essere amica, disse Guglielmo.

Vedono avvicinarsi un viandante, il quale dalla strada volgeva verso la casa di Berardo, e pareva esitasse, quasi ignaro se quello fosse il luogo ch'egli cercava. Questi allora andogli incontro e disse: — Siate il benvenuto viaggiatore al tetto di Berardo della Quercia.

— Viva Dio! Voi siete appunto quegli, che io cerco.

Berardo s'accorse dalla pronuncia che il viandante era un ebreo, e gli dimandò che bramasse.

— Bramo che la mia venuta vi porti quelle gioie del cuore che io non posso più gustare sulla terra. Perocchè Dio m'avea dato tre figli ed una figlia. Due figli vidi spirare nel loro letto; il terzo perì in battaglia; la figliuola mi fu involata da' Saracini e dopo averla cercata dieci anni, seppi che il suo tiranno l'avea trucidata. — S'asciugò una lagrima e soggiunse: Felice voi, Berardo! vostra figliuola vive.

— Che dite? Ella vive? La mia Rafaella? Dove?

L'ebreo non s'affrettava a rispondere, temendo che l'impeto della letizia non ispezzasse quel cuore paterno. Egli mirava da lontano Giovanna, e pensando essere forse quella madre, chiedeva a sè stesso se quella donna sì scarna e sì pallida potesse sostenere un annunzio di sì grande consolazione. Egli voleva quindi frenare l'impazienza di Berardo. Ma questi instava dicendo — Dov'è mia figlia? Ve ne scongiuro, deh parlate!

E Giovanna che vedeva il marito fare di gran gesti, aguzzava l'occhio e tendeva l'orecchio, e dicea, palpitando, a Guglielmo: — Che sarà mai?

— Quetatevi, dicea Guglielmo: non vedete che egli è allegro? Il pellegrino gli portò buona notizia.

Giovanna non potendo contenersi, si levò in piedi, e pregò Guglielmo di reggerla per avvicinarsi più presto ai due interlocutori.

— Berardo! disse con voce fioca, Berardo! Per pietà, se hai nuove della figlia, non farmele aspettare!

— Vive! Vive! gridò, ebbro di contentezza, il buon padre.

— Vive? Tu dici che vive? chiedeva affannosamente Giovanna.

E fatta certa che non s'ingannava, lasciò il braccio dell'Abate, e s'inginocchiò nella polvere piangendo e ringraziando Dio.

Nel suo entusiasmo di gratitudine, ella non voleva rialzarsi e diceva: — Quel pellegrino è un Angelo del Signore. A me s'aspetta ascoltarlo, prona a suoi piedi; io non leverò la faccia sopra di lui.

— Mi chiamo Melchisedecco e sono un povero ebreo, disse quegli. Alzatevi, o donna, e degnatevi solo di non mirarmi con odio, sebbene di razza sciagurata. Io vidi Rafaella; ed è sana, ed è in casa di amici; Dio la salvò da grandi pericoli.

— Ah, quantunque ebreo voi siete mandato da Dio, esclamò Giovanna alzandosi, e mirando per la prima volta senza ribrezzo un giudeo.

I tre uomini la ricondussero a casa mezzo svenuta per troppa letizia, e i servi accorsero per soccorrerla, e quando ebbe riacquistato i sensi rimasero ad udire ciò che Melchisedecco stava per narrare di Rafaella.

Egli andava un po' per le lunghe, e cominciò a dire chi egli fosse: un nativo del ghetto di Torino; un ramingo da lunghi anni per diversi paesi: un poveretto, stato spogliato e martirizzato dieci volte da masnadieri; un servitore fedele di tutti coloro che lo pagavano onestamente; un osservatore scrupoloso della legge, benchè sotto spoglie di cristiano, ch'egli fingeva affine d'andare più illeso da violenze.

Si sarebbe, certo, risparmiato quel travestimento, se avesse saputo che non potea aprir bocca senza farsi conoscere, dalla pronuncia, per quel ch'egli era.

Quando gli parve che gli animi fossero abbastanza preparati, trasse finalmente dalla bisaccia una grossa lettera, e dandola a Berardo disse:

— Io taccio: qui parla la vostra stessa figliuola.

Nuovo giubilo, nuova ansietà, nuove lagrime. Guglielmo che aveva voce più ferma, lesse. Narrava Rafaella il suo ratto e i giorni vissuti in Mozzatorre, ed il viaggio, e la fuga, poscia proseguiva:

«Il generoso che m'ha raccolta è un vecchio cittadino per nome Berengario da Sant'Ambrogio. Sua moglie Alberta mi ama con tenerezza di madre. I loro figliuoli sono sotto le bandiere di Milano. Tutta gente sì onesta, ch'io ne fui per molti giorni come rapita. Una esemplare pietà regna in questa casa. Io ascolto messa ogni mattina con Alberta. So che l'Arcivescovo di Milano e tutto il suo clero furono scomunicati da Vittore, ma qui tiensi con sincero animo che Vittore sia antipapa. Per certo la scomunica di Vittore non vale; chè assistendo io alla Messa provo sempre una grande consolazione, il che non credo che potrebb'essere se il sacerdote che la dice fosse uno scomunicato. In chiesa m'inginocchio ognora a sinistra di Alberta, come faceva allato della mamma, e pregando la guardo spesso come altre volte guardavo la mamma: e rammentando questa piango; ma il pianto che si versa in chiesa è pieno di dolcezza. Oh amati genitori! io anelo di tornare fra le braccia vostre. E tremo nondimeno immaginando il padre per via, in questi tempi di ladri e d'eserciti. Berengario ed Alberta dicono che dovete lasciarmi qui sino a giorni più tranquilli. Ma verranno tali giorni? E quando? Ed ahimè se Milano, come già si paventa, venisse assediata! E che diverrei, se i nemici entrassero, atteso il giuramento che dicono fatto dall'imperatore, già volgono due anni, di non riporre la corona sul capo, finchè Milano non sia distrutta, e spersi gli abitanti? Oh me infelice! Eppure sento che nel mio tremore, pavento meno per me che pel lutto che ne provereste. Poichè se l'ora della morte viene, Iddio dà la forza di sostenerla.»

Ad altri passi la commozione degli ascoltanti avea già interrotto più volte la lettura, ma Guglielmo si mantenea senza lagrime. A questo passo si coperse la faccia e pianse anch'egli, supplicando in silenzio che se la rovina di quella città dovesse accadere, qualche Santo prendesse pietà di quella derelitta, e la salvasse. Indi continuò la lettura: «Se il trarmi a casa non fosse possibile, non però v'addolorate. Ho patito molti affanni e l'esperienza m'ha insegnato che Dio non abbandona coloro che patiscono e pregano. Ho cercato notizie di Eriberto da alcuni prigioni. Non seppero darmene. Le schiere imperiali sono sì numerose, che nemmeno i capitani maggiori sono conosciuti da tutti. Se voi avete contezza del fratello, ed il padre non può venire, piacciavi di darmene notizie con vostre lettere o con quelle del venerando Abate. Melchisedecco promette d'essere qui di ritorno da Cuneo, fra poche settimane». La lettera finiva così: «Se non potete recarmi altro aiuto, ricordatevi almeno di me tutti, nelle vostre orazioni!» Dove gli astanti, compreso l'ebreo, concordemente gridarono: Sì tutti, tutti.

E l'Abate, alzando allora solennemente la commossa voce, incominciò il bel salmo di Davidde:

— Il Dio nostro è rifugio e virtù; aiutatore nelle tribolazioni, le quali vennero molte sopra di noi.

— Perciò non temeremo s'anco si turbi la terra, e se i monti si rovescino nel cuor dell'oceano.

— Dio è in lei, e non sarà crollata. Dio l'aiuterà all'albeggiare d'un prossimo mattino.

La lieta notizia della salvezza della figliuola aveva oltre ogni dire rallegrati gli animi di tutti; sì che Berardo e Guglielmo stringeano la mano di Melchisedecco, e Giovanna dimandava al Signore di rimeritarlo della sua buona opera, traendolo alla luce del Vangelo.

Melchisedecco, dopo aver goduto anch'egli della gioia di cui era stato apportatore accettò un piccolo ristoro; ma quando vide offerirglisi una borsa, stese in prima così un poco la mano; poi subito ritraendola, disse ch'era giorno di sabato e non potea prendere denaro. Le istanze furono vane. Partì per Cuneo dov'era spedito da' Consoli di Milano, e disse che al ritorno ripasserebbe.

Quel giorno sì pieno di dolcezze fu amareggiato dal timore, che poscia destarono i ripetuti deliquii di Giovanna, la quale avea tanto esultato e lagrimato, che le sue forze erano esauste. Il dì seguente ella era ancora indebolita per modo, che Berardo non potea formare pur un istante il pensiero di lasciarla per volare, come avrebbe desiderato, a Milano. L'Abate ciò vedendo gli disse:

— Quella figliuola convien trarla assolutamente di Milano, e presto: il pericolo dell'assedio stringe troppo. Voi non potete scostarvi dal fianco di questa inferma. Dunque andrò io a Milano per avere Rafaella e porla in un Monastero di Novara, ov'è badessa una mia congiunta. Di là poi la faremo ripatriare, come i furori della guerra sieno scemati, e le strade sieno più sicure.

— Non fia mai, disse Berardo, che in tempi si sventurati e per istrade così infeste vi poniate in rischio voi di tanto più attempato di me, e in questi freddi di Febbraio!

— Perchè, rispose l'Abate, fate voi sì poco conto delle mie forze? Perchè sono alquanto più vecchio di voi? Ma se le membra hanno il vizio di tremolare, l'animo non mi trema, sapete!

Berardo e Giovanna aveano qualche rimorso di consentire al viaggio dell'Abate. Ma egli fu costante nel proposito; gli diedero dunque una lettera per la figliuola e per Berengario da Sant'Ambrogio, ed egli, accompagnato da sospiri e da benedizioni, partì.

CAPO IV.
L'Assedio.

Il viaggio di Guglielmo fa più lungo e più aspro di quello ch'egli non aveva immaginato, sì difficili erano le vie, sì deserti i paesi, sì frequente il bisogno d'avviarsi a lontani borghi laterali, per trovar cibo ed alloggio, e per evitare poderose masnade. Giacchè molti erano i disperati, che avendo tutto perduto nella guerra preferivano di combattere per proprio conto, anzichè servire ad altra causa. La comune avidità poi di rapina e la stima che a vicenda si concedono i gagliardi, congiungeva loro gran copia di disertori tedeschi, boemi e burgundi ed anche alcuni ferocissimi saracini.

— Oh scellerato secolo! (dicea frate Uguccione, cavalcando a sinistra del suo abate). Scellerata voglia di grandeggiare! Indizio pur troppo, non è a dubitare, della vicina fine del mondo. Ed infatti se questa fine non dovesse venire presto, qual sarebbe la triste sorte delle generazioni venture? Non più timor di Dio, non più obbedienza, non più carità del prossimo! Insidie, frodi, depredamenti, stragi da ogni parte. Ah! Dio ne scampi da siffatti tempi!

— Dio ne scampi, quando gli piaccia, da tutti i tempi dicea sorridendo l'abate. Chè tutti i tempi abbondano sempre più o meno di disgrazie pel mondo.

— Oh! eppure io vissi tanti anni ignaro di paure e di tribolazioni.

— Ma voi non siete il mondo, frate Uguccione. E mentre i giorni vostri scorreano senza fastidi, migliaia d'uomini languivano nel dolore, attendeano a lacerarsi, a un dipresso come ora. La tranquillità della vita di alcuni non è che un'eccezione, come i giorni tiepidi nel verno. I più sono sempre agitandosi in affannosa ricerca del bene; il quale non trovandosi sulla terra, è forza che coloro che nol cercano in cielo, si sforzino sempre di mutare le cose che li circondano. Infelici!

— Birboni! dico io (esclamava Uguccione), che a furia di agitarsi e di agitare tolgono la pace anche a chi non altro vorrebbe che compiere liscio liscio il suo pellegrinaggio, senza far male, e senza riceverne.

— E credete voi, figliuolo, che il compiere il nostro pellegrinaggio liscio liscio, e senza ricever male, valga il merito di perdonare a nemici, di beneficare ingrati, di patire persecuzioni per la giustizia? A chi perdoneremo se nessuno ci nuoce? Quando saremo noi davvero generosi, se beneficando otteniamo sempre la gratitudine altrui? Di qual giustizia sarem noi zelanti, se niuno ha duopo che essa gli venga predicata, se niuno le oppone l'ingiustizia e la violenza?

— Dunque, padre abate, i birboni non saranno più birboni; poichè il mondo tanto ha bisogno di loro per andar bene.

— Innalzatevi sopra questi pensieri volgari, figliuolo, ed ammirate piuttosto, come la Provvidenza sappia rendere utile l'opera de' malvagi, senza che scemi ad alcuno l'obbligo di pentirsi delle proprie malvagità e di tendere alla perfezione.

— Così dee essere certamente! dicea frate Uguccione, senza però essere interamente persuaso.

In simili colloquii, ed in orazioni, or fatte ad alta voce, ora segretamente, passavano il tempo i nostri viaggiatori. Quand'ebbero varcato il Ticino, e si furono alquanto inoltrati nella foresta, incontrarono quattro uomini a cavallo. In sulle prime si guardarono incerti, paventando a vicenda d'essere fra ladri. Ma quale fu la sorpresa di Guglielmo udendosi chiamare per nome da voce affettuosa commossa? Si riconoscono, scendono tosto di sella, e gettansi fra le braccia l'uno dell'altro.

Era Uberto Arcivescovo di Milano il quale vedendo la città ridotta agli estremi e vicina ad arrendersi, avea dovuto fuggire coll'arcidiacono Galdino (che fu poscia Arcivescovo dopo lui), coll'arciprete Milone, e con Alchisio cimeliarca. Il loro viaggio era verso Genova, ma erano costretti di vagare qua e là, per trovare passo sicuro.

I Milanesi aveano fatti prodigi di valore, finchè poterono avere le necessarie vettovaglie, predandole sui nemici, o comperandole dalle città confederate. Ma Federico aveali finalmente costretti a chiudersi entro le mura, ed era riuscito, acquartierandosi a Lodi, ad impedire ogni comunicazione fra loro e Piacenza, unica città, donde alla fine potessero trarre soccorso. Il rigore inesorabile poi, con cui facea tagliar la mano a chiunque fosse colto a recar viveri agli assediati, disanimava i più arditi.

In altri tempi Milano era con abbondanza provveduta di pubblici granai; ma questi non erano ancora stati ristorati dopo un orribile incendio, che aveali, non da molto prima distrutti. La più crudel fame non tardò quindi a farsi sentire. Per alcuni giorni tutti la patirono con mirabile fortezza. Giacchè si erano vincolati con tali giuramenti a morire per l'onore della patria, piuttosto che cedere, che niuno in tanta moltitudine osava essere il primo a proporre la resa. L'Arcivescovo, i consoli, tutti i maggiori della città s'erano condannati prontamente a tutte le comuni sofferenze del popolo, col quale divideano le poche munizioni che aveano accumulate. Ognuno si ridusse alla quantità di cibo atta a sostentare la vita. Alcuni vecchi ebbero scrupolo di contribuire alla diminuzione di sì scarsi alimenti, e si lasciarono morire senza più gustarne: i giovani più vigorosi prendeano faccia di cadaveri; le madri non aveano più latte pei loro bambini; nondimeno spacciavasi ancora che le città collegate s'adoprassero con efficacia per rompere l'assedio ed introdurre il bisognevole ai famelici. Alcune fervide menti, persuase che mai non perirebbe una città sostenitrice del vero Papa e di diritti che lor pareano santi, profetavano i sogni della loro fantasia, ed ognuno sforzavasi d'esser credulo per aver la forza di reprimere il grido della disperazione.

Guai se in simile stato quel grido prorompe da un labbro! Non è più in balìa di chi l'ode il tacersi. E così avvenne. Una donna accoccolata in un angolo della piazza con parecchi figliuoletti intorno a sè quietava il loro pianto, ripetendo loro che il padre era andato in cerca di pane, e non tarderebbe. Vide alfine comparire il marito, e volle alzarsi per incontrarlo. Essa barcollava, e si resse appena per venire sino a lui; il marito la sostenne e porsele un pane. «Dallo a' bambini» disse la misera. Quelli già l'aveano afferrato dalla mano paterna, e lo ingoiavano con furiosa voracità, quando lo sventurato, accorgendosi che la loro madre era spirata, mise un urlo spaventevole di dolore. Il popolo affollossi: l'urlo fu ripetuto; e quindi ogni freno al lamento si ruppe. Una sedizione infrenabile scoppiò. Coloro che osarono di ricordare il giuramento, e di vantare preferibile la morte all'ignominia, furono chiamati carnefici; molti di questi vennero tagliati a pezzi; e tra gli uccisori vuolsi che taluno fosse veduto recidere un brano della carne dell'ucciso e divorarla.

I principali cessarono allora d'essere concordi. Chi persisteva a volere la resa, chi la voleva necessaria, e comandata dal cielo. Prevalse quest'ultima opinione, e si mandarono perciò ambasciatori a Lodi, ov'era Federigo, a trattare di pace. Allora Uberto Arcivescovo, vedendo di non poter giovare più al suo popolo e non volendo comunicare collo scismatico Imperatore, determinossi a fuggire.

Inorridì l'abate di Staffarda all'udire tale racconto, e dopo mescolate le sue lagrime con quelle de' quattro fuggitivi, disse il motivo della sua andata, e chiese se alcuno di loro conoscesse Berengario da Sant'Ambrogio. Questo cittadino non era loro ignoto, ma niuno di loro avea pratica con lui. Lo consigliarono poi di retrocedere, mostrandogli la presente difficoltà d'entrare in Milano. Ma Guglielmo non volle rinunziare alla speranza di salvare Rafaella; e pregato Uberto di memorare a Papa Alessandro la sua venerazione, invocò su tutti loro l'assistenza del cielo e riprese il viaggio.

— Avrei creduto, disse frate Uguccione, che le udite vicende vi facessero temere di peggio, e pensaste essere più savio il partito di retrocedere.

— Non penso così, rispose l'abate sorridendo dolcemente.

— E se l'augustissimo Federigo a que' Milanesi che sono iti a chieder pace rispondesse: — No! — Dio sa quai brutti miracoli possa fare la disperazione. Una città di tante migliaia d'affamati che non isperino più salute, può versarsi tutta fuori con impeto sugli assedianti, e allora ammazza di qua, ammazza di là, che faremo noi là in mezzo?

— Faremo come potremo, figliuolo. Ove gl'infelici sono molti, cresce ne' cuori pietosi il desiderio di soccorrerne alcuno: e sono certo che crescerà pure nel vostro. Il monastero ci avvezzò a digiunare; non ci sarà quindi così grave, se il pane conteso da tanti bisognosi scarseggerà anche per noi.

— Eh, non parlo del digiunare, io; parlo del niun bisogno che ci è di andarci a porre in mezzo a una battaglia.

— Ma voi sapete pure che è da seguire la volontà di Dio: la quale vuole che i suoi servi non antepongano nè comodi, nè sicurezza, nè vita al loro dovere.

— Anche l'Arcivescovo Uberto sa queste cose; eppure vediamo come fugge.

— Uberto ha scomunicato Federigo, e non troverebbe presso lui misericordia. Ma noi non abbiamo scomunicato alcuno, frate Uguccione; del resto nulla può sciormi dalla promessa di procacciar salute, se posso, alla figliuola di Berardo.

— Così dee essere certamente! tornò a dire il compagno dell'Abate, senza però essere più persuaso di prima.

Ed in verità più avanzavano nel viaggio, più si vedeva che i timori di Uguccione non erano senza fondamento. Tutta la campagna, per quanto stendeasi l'occhio, era coperta d'armati; ad ogni tratto le scolte fermavano i due passeggieri, e chiedeano conto del loro venire e del loro andare, Guglielmo dicea d'essere indirizzato al Marchese Manfredo di Saluzzo, e chiedea dove potesse rinvenirlo.

— Chi lo sa? veniagli risposto or dall'un capitano, or dall'altro. Qui presso non è. Quelle insegne sono lodigiane, quelle cremonesi, quelle altre parmigiane. Là sono que' di Modena e di Reggio; più oltre que' di Mantova, di Ferrara, di Bologna. Dall'altro fianco accampano le schiere tedesche: fra tanta copia e sì diversa di guerrieri come è possibile il conoscersi? In quella disordinata riunione di popoli, l'odio comune contro Milano dava nelle battaglie una direzione comune; ma negl'intervalli si guardavano bieco l'un l'altro; e perchè non venissero insieme a zuffa era necessaria grande vigilanza nei capitani, i quali faceano opera che ogni gente vivesse separata dall'altra e non comunicasse colle vicine. Frequente cagione di discordia erano le vettovaglie. Abbondavano talora sotto una bandiera, e mancavano sotto le altre: invidia e bisogno spingea queste alla rapina; i duci loro s'insultavano a vicenda, si sfidavano a duello, negavano di punire i soldati della propria schiera, che ne avevano oltraggiato un'altra. I principi più illustri di Germania erano sempre affaccendati ad intromettersi tra gli offesi, e a sopprimere le gare alternando lusinghe e minacce, e procacciando di tener nascosta all'Imperatore gran parte di que' disordini, affinchè i già troppo frequenti supplizi non si andassero ancora moltiplicando.

A forza d'interrogare, Guglielmo seppe alfine che Manfredo era a Lodi coll'Imperatore, e colà s'avviò. Manfredo, al vedersi comparire innanzi il vecchio abate, tutto stupì, e credendo che l'impronta di mestizia, ch'era sul suo volto fosse annunzio di sventure che toccassero lui:

— Dunque non m'ingannarono, gli disse: tutto va a soqquadro anche colà? Siete voi fuggito?

— Io non sono fuggito, rispose l'Abate.

— Ma che fa Berardo? Le accuse che gli si fanno sono grandi. Si vuol ch'egli tenda a sovvertire il Marchesato; e so di certo che a Cuneo si celebrò una festa popolare, in cui Berardo, liberato da me di servitù rappresentossi come oltraggiato dal mio benefizio, e giurante la mia morte.

— Ignoro, Marchese, se tali indegne rappresentazioni si siano fatte nelle feste di Cuneo; ma se anche quella avesse avuto luogo, essa non indicherebbe se non la folle speranza della plebe a cui per concitarla i suoi seduttori indicano Berardo come suo fautore.

— Sarei già volato a Saluzzo a chiarirmi d'ogni cosa: ma le cure incessanti di questa guerra m'incatenano qui. Frattanto non voglio giudicare senza prove certe. Ma guai se Berardo!....

— Egli meriterebbe tutto il vostro sdegno, o Marchese, se si servisse contro di voi del credito di cui gode. Ma appunto perchè vi serve fedelmente, egli è odiato e la sua fama è insidiata.

— Voglia il Cielo che nè io nè voi c'inganniamo sopra il conto di Berardo.

— Bandite pure ogni dubbio, riprese l'abate. Ma io non venni qui per difendere la sua fama: bensì per farvi noto un delitto di cui lo stesso Berardo è vittima.

L'abate narrò quindi a Manfredo il ratto di Rafaella, e la scoperta fatta del rapitore, e mostrò in testimonianza la lettera di lei, portata da Melchisedecco.

Il Marchese arse di sdegno contro Villigiso, e raccontò a Guglielmo, come quello scellerato, essendo tanto felice quanto valoroso nelle battaglie, e congiungendo alla sua iniquità una finissima scaltrezza nell'adulazione, s'era amicato singolarmente l'arcicancelliere Rinaldo, ed insinuato nella grazia di Federigo.

— Posta la presente sua fortuna, soggiunse Manfredo, m'è forza reprimere l'ira che mi destano gli oltraggi da lui fatti a Berardo, e fingere d'ignorarli. Ma penserò a Rafaella, e vedrò, qualora Milano s'arrenda di salvare questa fanciulla dalla rovina universale.

Notò il luogo dell'abitazione di Berengario, quale era indicato da lei stessa, coll'intenzione d'andare egli medesimo ad esserle scudo, tosto che il paese fosse libero.

Dopo questo colloquio, l'abate per alcuni giorni non potè rivedere Manfredo; tante furono le cure in tutti i petti per le cose che poco dopo avvennero, tante le agitazioni de' principi, chi per aizzare, chi per pacificare l'Imperatore, chi per promuovere l'intero eccidio di Milano, chi per impedirlo.

CAPO V.
La Resa.

I Milanesi dimandavano pace, e per ottenerla proponeano di spianare in sei luoghi le mura e le fosse della città. Ma Federigo volle che s'arrendessero a discrezione: di che gl'infelici, per evitar peggio, consentirono.

Era il primo giorno di Marzo, quando si videro quei consoli di Milano, che poco prima aveano giurato d'anteporre la morte alla resa, Ottone Visconte, Amizone da Porta Romana, Anselmo da Mandello, Anselmo dall'Orto ed altri gagliardi, illustrati da numerose prodezze, sostenere le urla ed i fischi di mille caterve nemiche, insolenti pel buon successo, e così traversare un immenso campo sino alle diroccate mura della vecchia Lodi, ove l'Imperatore seduto sopr'alto trono accennava loro d'inginocchiarsi sulle macerie della città da essi distrutta. E si videro obbedire al cenno, ed abbassare la punta delle spade, e spargere lagrime, non di pentimento ma d'ira impossente.

Dopo d'avere udito poi da Federigo il comando di rassegnargli il giorno dopo le bandiere e rimettergli le chiavi della città, i consoli ripartirono tra le stesse urla e gli stessi fischi con che erano stati accompagnati nel venire. Sarebbero stati messi in pezzi dalle turbe, se non li avessero scortati e difesi alcuni dei sommi, come Arrigo il Leone Duca di Sassonia e di Baviera, Federico Duca di Svevia, il marchese di Monferrato e quello di Saluzzo. La mattina seguente, vennero trecento nobili Milanesi a cavallo colle bandiere e colle chiavi della città. L'imperatore ricevette il loro omaggio, quasi senza badarvi, e lasciolli l'intero giorno in aspettazione de' suoi voleri. A sera, rivedendoli, chiese loro con ira, perchè non fossero venuti col carroccio. Tornarono dunque la mattina seguente con mille fanti e col carroccio, e tutti giurarono obbedienza.

Federico tenne ostaggi i trecento nobili, ma si lagnò che fossero pochi, e ne volle altri cento. Allora mandò sei suoi ragguardevoli personaggi, e sei Lombardi nella città a chiedere il giuramento di obbedienza all'intero popolo. Tra i primi notavasi lo storico Ottone Vescovo di Frisinga, zio dell'Imperatore; fra i secondi un altro storico Acerbo Morena, Lodigiano, allora podestà della sua patria. V'era pur quell'Albernando Alamano, e quel maestro Omobuono ambedue Lodigiani, i quali erano stati i funesti sommovitori di questa orribile guerra, e la cagione dello sterminio di tante città. Perocchè trovandosi essi, nove anni addietro, in Costanza, presero la determinazione, senza averne alcuno incarico dalle loro città, di gettarsi a piè del trono con due grosse croci di legno in mano, secondo l'uso de' supplici di quel tempo, e con eloquente dolore chiedere vendetta a nome di Lodi e di tutti i vicini popoli tiranneggiati dai Milanesi.

L'Imperatore andò poi a Pavia, e quando i dodici inviati ritornarono di Milano, e gli esposero il miserevole stato, in cui la fame avea ridotti i Milanesi e la fiducia che aveasi nella clemenza dell'augusto vincitore: «Niuno interceda!» sclamò con voce cupa; e tutti si tacquero.

La fama di questa fiera risposta corse in breve per tutte le itale schiere. La maggior parte di esse alzarono grida orrende di giubilo, lodando Dio e l'imperatore, che finalmente la città superba che sì a lungo avea oppresse le altre, sparisse dalla superficie della terra. In quelle medesime schiere però molti generosi abborrivano da gioia sì crudele, e gridavano: «Imploriamo misericordia pei vinti!» Ma altri udendo le loro pietose grida, li chiamavano inverecondi, che osavano d'opporsi alla soddisfazione dovuta alle care ombre degli estinti, e alle generazioni viventi e future. Rinfacciavano loro che, avendo essi consanguinei ed amici in Milano preferissero gli affetti privati all'amore di patria. Seguiva alle contumelie il mischiarsi delle lance e delle spade, sì che il tumulto ne cresceva a dismisura.

Eriberto ed Ottolino aveano comando dal Duca Guelfo d'adoperarsi anch'essi a calmare gli spiriti, ma con cautela, per non mostrarsi troppo caldi contro la fazione de' feroci che era gradita all'Imperatore, sì che chi le si fosse mostrato troppo avverso avrebbe potuto perdere sè senza salvare i Milanesi. Il timore per la propria vita poco avrebbe potuto sopra menti così generose; ma si frenarono, perchè sapeano che il Duca era già sospetto e che una loro imprudenza avrebbe potuto da' maligni attribuirsi al loro signore. Per lungo tempo s'aggirarono dunque di qua e di là, fedeli al proposito di sedare i furenti senza manifestarsi nè pro nè contro, e solo ripetendo spesso che le discordie erano disonorevoli ai Lombardi, e vietate dal monarca.

Ma dove immense moltitudini sono in agitazione, una consumata esperienza sarebbe appena capace di mantenere alcuno in costante guardia de' proprii sentimenti: or come mai teste giovanili avrebbero potuto resistere al contagio di tale tumulto? Non è dunque a stupire che Eriberto, udendo le imprecazioni de' crudeli contro Milano, fosse ogni momento in procinto d'inveire contro loro: ed allora Ottolino s'affrettava di contenerlo, ricordandogli il Duca. Quando poi Ottolino perdea alla sua volta la pazienza, e spronava il cavallo su qualche gruppo di quegli ebbri, Eriberto afferrava la briglia e scongiurava l'amico di non rompere la promessa. Se non che mentre ciascuno esortava valentemente l'amico a senile saviezza, il sangue quadrilustre, che bollia nelle vene, più e più li concitava per proprio conto. Ecco s'imbattono nella schiera lodigiana, guidata dal fanatico Albernando Alamano. Questa veniva allora alle mani con uno stuolo d'altri Lombardi di varie città, i quali voleano salvi i milanesi. I due giovani volevano passare di fianco a' pugnanti, e allontanarsi, poichè vana qui sarebbe stata ogni voce di pacificazione. Ma come videro Albernando insolentire contro gli avversarii, e piantare barbaramente la spada nel petto di venerando vecchio, il quale inerme procurava di disarmarlo; subito proruppero sul forsennato, e lo respinsero, e prendendo a combattere contro i Lodigiani, si lasciarono fuggire dalla bocca un altissimo grido: «Perdono ai Milanesi, a terra i feroci!»

Questi erano sostenuti con gagliardia dal Marchese di Monferrato uomo cresciuto nelle crudeltà e nelle perfidie, e da quel Sicherio, illustre Barone tedesco, il quale nel principio del Regno di Federico, essendo venuto a Milano, intimator di esorbitanze, era stato di là ignominiosamente scacciato. Costoro invadono le tende ove custodiansi i prigioni milanesi, e le incendiano: i miseri, cinti di catene e senz'armi, cadeano sgozzati come agnelli da rabidi lupi. Il conte Guido di Biandrate accorse con numeroso stuolo ov'erano i due Saluzzesi. Il Marchese di Monferrato restò leggermente ferito: Sicherio fu ucciso: i loro seguaci lungamente respinti. Un dardo colpì gravemente il conte di Biandrate il quale cadde di cavallo.

La strage divenne quinci e quindi sì estesa e terribile, che il Barbarossa, il quale dall'alto di una torre mirava il campo, se ne sentì spaventato, e intimò alle altre sue schiere di muovere tutte sugli insani e di separarli. Il dì tramontava e le tenebre agevolarono la fine della pugna.

Mentre in mezzo a tale sanguinosa scena Ottolino ed Eriberto tentavano di difendere uno de' prigioni, essi intesero che egli era Berengario da Sant'Ambrogio. I due giovani già aveano saputa da Guglielmo la dolente storia di Rafaella, e perciò stesso più ardeano d'ira contro coloro che voleano sterminata la città. Ma oh quanto più infierirono loro contro quando il prigione, da loro indarno difeso, disse loro, prima di spirare, che difficilmente Rafaella poteva essere ancora tra i vivi. Giacchè il popolo di Milano, ne' giorni in cui fu spinto dalla fame a volere la resa, s'era gettato a saccheggiare e disfare alcune case, in cui sospettava celarsi le vettovaglie; e fra le case saccheggiate annoveravasi quella di Berengario. In tale disastro Rafaella, per difendere la vita di Alberta sua benefattrice, avea ricevuto un colpo di coltello sotto il braccio sinistro. Berengario la vide cadere, ma pugnando si ara scostato dalle due donne, e la casa essendo stata diroccata, egli le perdette di vista nè più le potè rinvenire. Allora egli bramoso di morire o di rivedere i suoi figli ch'erano prigioni del nemico, si unì ad alcuni audaci, che tentarono una sortita, e fu in quella fatto prigione. Di questo lamentevole caso i giovani provarono infinito dolore, e se n'accrebbe a mille doppi la loro ira: el che incontratisi poco dopo, per mala ventura, con Villigiso che aizzava i furibondi, lo investirono, lo colmarono di vituperii e lo misero in fuga.

L'Abate Guglielmo, anche prima d'accorgersi che la discordia potesse divenire sì atroce, appena questa fu in sul nascere, era corso fra gli accaniti sperando di ricomporli. La sua alta statura, la fronte calva, la barba canuta, i modi venerandi, la voce nobilmente supplichevole incuteano riverenza; ma in breve lo scompiglio fu tale che Guglielmo ed Uguccione furono, senza distinzione, balestrati qua e là dalle prepotenti onde del generale movimento, senza che più alcuno s'avvedesse di loro. Niun urto poteva dividerli: giacchè il povero Uguccione aveva afferrata la veste dell'abate come un naufrago che, non sapendo nuotare, si appicca tenacemente a chi gli nuota d'appresso per essere da lui salvato o per perire con esso lui. Portati così dall'onda popolare, si trovarono vicini al conte di Biandrate, quando questi cadde sanguinoso di cavallo. Manfredo, ch'era poco lontano, si slanciò allora a soccorrerlo, e potè così recar aiuto nello stesso tempo anche ai due monaci. Il molto sangue che Guido perdea, rendeva verosimile la sua morte. Egli non avvilito nè turbato, ma con sincera pietà stringea la mano di Guglielmo, e si raccomandava alle sue preghiere ed a quelle del suo compagno mentre era portato verso la città.

Federico lo scorse dalla sua torre e non ravvisandolo, ma parendogli uno de' sommi capi, mandò a vedere chi fosse. E udito il suo nome, volle che fosse portato presso di sè per mostrargli il pregio in cui lo teneva. Giacchè fra i capitani italiani, Guido era tra quelli a cui l'imperatore portava maggiore benevolenza.

Curata la ferita da un valente Salernitano, primo medico di Federigo, l'infermo confortato dal riposo e dai farmachi, ripigliò forza bastante a tener colloquio coll'imperatore. Guglielmo stava allora per ritirarsi, quando questi, udendo ch'egli era l'abate di Staffarda, gli disse:

— La vostra presenza non è soverchia alla mia corte. So che il santo fondatore di Chiaravalle vi fu maestro, e niuno de' suoi discepoli s'è mai mostrato partigiano de' ribelli. Inoltre il vostro aspetto mi ricorda il buon Ubaldo Vescovo d'Agobbio. — L'abate di Staffarda s'inchinò e gli disse:

— Felice me, se avessi come Ubaldo la sorte di trattenere le folgori de' potenti adirati.

Ma non erano più i tempi del Vescovo d'Agobbio. Dalla guerra di Spoleto in poi, il cuore del superbo s'era molto indurato. Corrucciato questi dalla significante allusione di Guglielmo, guardollo torvo da capo a piedi, e forse era tentato di rampognarlo d'arroganza, ma il contegno dell'abate era sì modesto e nobile, che Federigo mirandolo tornò a compiacersene, e gli disse benignamente di non pensare ad altro che all'infermo.

Guglielmo e frate Uguccione si fecero dunque presso il letto dell'infermo mentre l'Imperatore, trattosi altrove col Conte palatino, Corrado suo fratello, col Re di Boemia, con Manfredo di Saluzzo, Obizzo da Este e altri, si diede con esso loro a favellare de' tumulti di quel giorno e della sorte di Milano.

Venne allora annunziato l'antipapa Vittore IV, e l'imperatore mosse a riceverlo nella vicina sala.

— Io vi credevo in cammino per Roma, gli disse questi.

— Nè la Maestà Vostra mal s'apponeva, rispose l'antipapa; ma le vie sono impraticabili, a cagione dei masnadieri.

— O piuttosto avrebbevi fatto retrocedere la voglia di godere anche voi dello spettacolo terribile che appresto?

— Quale spettacolo?

— Quello che voi desiderate: la distruzione di Milano.

— Ciò che io desidero ben lo sa il nostro augusto figliuolo; io non ambisco che la distruzione dello scisma cagionato da Alessandro. E ove ciò possa conseguirsi senza che Milano perisca, io sono anzi venuto per implorare sul vinto la misericordia del vincitore.

— Papa Vittore, voi implorate così trepidamente, che quasi pare abbiate paura d'essere esaudito. Ma non abbiate timore. Alla brama espressa dal prudente labbro, non concederò nulla: ma tutto concederò alla brama onde palpita segretamente il vostro cuore.

— L'Augusto Federigo pone lo scherzo là dove io parlo seriamente.

— Bene, Papa Vittore! bene! La vostra accortezza mi piace. Far dire che siete venuto ad intercedere pei vostri nemici è degno di lode. La fama della vostra paterna carità si spargerà dappertutto; i popoli vi benediranno; e ciò varrà più assai d'un concilio per dichiararvi successore legittimo di S. Pietro. Ma ciò basti. Qui, come vedete, siamo tutti tali da poterci parlare senza visiera.

L'antipapa guardò bene intorno, poi si lasciò sfuggire un mezzo sorriso. Tuttavia non volle che alcuno potesse accusarlo d'aver consentito allo sterminio di Milano, e mettendo un profondo sospiro sclamò:

— Misera città! avrei dato me stesso per redimerti! Ma sia fatta la volontà del Cielo.

— E sarà fatta (disse l'Imperatore) come fu fatta da Tito sulla reproba Gerusalemme.

Udiva Guglielmo dalla vicina stanza questi discorsi, e sdegnavasi della viltà dell'antipapa i cui freddi inviti alla clemenza pareano anzi fatti ad arte per maggiormente accendere l'ira del monarca. Udiva l'andare e il venire dei principi, che riferivano all'Imperatore l'operato da loro e da altri nelle agitazioni di quel giorno. Parlavasi spesso di Guelfo con detti tronchi, o misteriosi. Finalmente l'Imperatore, preso sotto il braccio l'Arcivescovo cancelliere, s'appartò presso l'uscio. Indi entrarono nella stanza del malato, e senza badare ad alcuno, si diedero a passeggiare, parlando sottovoce. Pareva che si trattasse ancora di Guelfo. Rinaldo avea sembianza d'adoprarsi a rasserenare il suo Signore. Questi disse.

— Basta, non si cessi di vigilare. Guai a lui, se... guai!.... Il sangue che corre nelle sue vene nol salverebbe. — Poi soggiunse: — Quanto ai facinorosi arrestati, non si miri alla condizione d'alcuno; s'impicchino tutti domani.

L'astuto ministro gli fece notare che il ritardo della loro morte potea giovare. Molti di loro farebbero forse importanti rivelazioni per aver salva la vita.

— È vero, disse Federigo. Dunque si serbino i più notevoli; e tosto s'impicchi ciò che sembra inutile.

— Questo non è paese per me (pensava modestamente frate Uguccione) se qui s'impicca ciò che sembra inutile. E chi più inutile di me fra questi grandi che non mi dicono una parola? Chi più inutile di me a questo letto, ove l'illustre gemebondo non ha parola se non per l'abate, e si cura di me, come se non ci fossi?

Intanto Federigo e Rinaldo erano nella sala, e venutovi il sire di Mozzatorre, Guglielmo l'intese dipingere con nerissimi colori il procedere d'Eriberto e d'Ottolino, e chiamarli autori principali dell'accaduto conflitto e dire che aveali fatti carcerare.

— Bravo il mio Villigiso! disse l'Imperatore: fa che svelino tutte le trame che si nascondono sotto questo fatto. Ma poco dopo apparve con faccia irata il Duca Guelfo, cui tutti salutarono con apparente serenità. «Vi prego, cugino, egli disse all'Imperatore, di farmi rendere due guerrieri, miei famigliari, che vennero per isbaglio sostenuti in carcere. Ve ne rispondo io.»

Federigo gli rispose con cortese sorriso:

— Non vi dispiaccia, Duca, ch'io m'informi prima della cagione di questo carceramento. Se saranno innocenti, vi farò dare ampia soddisfazione.

Questo rifiuto dolse assai al Duca. Il quale nondimeno giunto presso il letto, e presa la mano di Guido, si condolse con parole dolcissime della ferita da lui ricevuta, e parve non avere al mondo altra sollecitudine.

Frate Uguccione trasecolava, udendo parlare con tanta soavità, dopo averlo veduto entrare con faccia da basilisco. — Se non temessi di far giudizio temerario (pensava egli) direi che in queste pareti v'è poca carità e molta finzione.

Stupiva pure che l'Abate paresse non accorgersi di nulla e favellasse con ilarità di varie cose indifferenti. Parea ad Uguccione che sarebbe stato meglio il dimenticare ogn'altro interesse, e parlare subito della povera città di Milano. Quella leggerezza lo scandolezzava, ignorando, come semplice ch'egli era, che in certi tempi e in certi luoghi conviene mostrare leggerezza, affinchè gli animi si tastino prima l'un coll'altro, innanzi di manifestare il fine per cui si è venuto. Così facea Guglielmo; studiava i moti del volto di Guelfo, il suono della voce, gli sguardi e lasciava che altri facesse lo stesso sopra di lui. Ma approfittando poi d'un istante di romore che faceasi nella sala per la venuta dell'Imperatrice, l'Abate disse sottovoce a Guelfo: — Adopratevi, duca, ma con tutta prudenza per salvare que' due Saluzzesi; essi mi stanno molto a cuore!

Guelfo strinse all'Abate la mano e risalutato l'infermo, passò nella sala ad ossequiare l'augusta Beatrice.