TEOFILO FOLENGO
OPERE ITALIANE
A CURA
DI
UMBERTO RENDA
VOLUME PRIMO
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
1911


II
CAOS
DEL
TRIPERUNO


INDICE

[Dialogo de le tre etadi]
[Selva prima]
[Sestina li cui capiversi dicono quella sentenzia]: «Concordantia — durant — cuncta — nature — federa»
[De la puerizia ed aurea stagione]
[Selva seconda]
[Prefazione]
[La Carossa]
[La Matotta]
[Dialogo primo] (Limerno e Merlino)
[Lamento di bellezza]
[Centro di questo Caos, detto «laberinto»]
[Amore di Triperuno e Galanta]
[Dialogo secondo] (Limerno, Triperuno e Fúlica)
[La Asinaria] — Dialogo terzo (Fúlica, Limerno e Triperuno)
[Tumuli Galanthidis mustellae]
[Selva terza]
[Prefazione]
[Triperuno]
[Dialogo] (Cristo e Triperuno)
[Dissoluzione del Caos]
[Dialogo] (Natura e Triperuno)
[Paradiso terrestre]
[De aurea urna qua includitur Eucharistia]
[Mira duorum amicitia]
[De Georgio Anselmo]
[Tumulus Marci]
[A l'integerrimo signor Alberto da Carpo]
[Ad un altro Alberto da Carpo di tal nome indegno]


DIALOGO
DE LE TRE ETADI

Paola attempata — Corona giovene — Livia fanciulla.

Paola. Tu piagni, figliuola, e che ti senti tu?[1]

Corona. Nol sai, madre, senza che me lo chiedi?

Paola. Se 'l sapessi giá, non tel dimandarei.

Livia. Dicerottilo io, dapoi che le molte e abbondevoli lagrime t'interrompeno la voce.

Corona. Taci lá tu, pazzarella, ché pur troppo è di soperchio a me sola questo cordoglio, senza che tu v'involvi dentro e lei ancora.

Paola. Non siano parole tra voi! O tu, o tu me lo narri senza piú indugio.

Corona. Piango la mala sorte di mio fratello Teofilo, a te figliuolo.

Paola. È forse morto?

Corona. Sí, d'onore e reputazione.

Paola. Maladetto sia l'uomo il quale disprezza la fama sua.[2]

Corona. Dio pur volesse che la vergogna fusse di lui solo!

Paola. So male che responderti, non t'intendendo ancora: dimmi, ha commesso qualche adulterio?

Corona. Grandissimo.

Paola. È di carne... Ma in che modo?

Corona. Qual trovasi maggior adulterio essere che de lo ingegno suo pellegrino, che de le tante lui grazie dal ciel donate usarne male?

Paola. Grande ingratitudine per certo! Ma comincio giá la causa di questo tuo rammarico intendere: lo poema da lui composto sotto il nome di Merlino Cocaglio ancora non ti si parte dal cuore?

Corona. Anzi ognor piú me lo parte e straccia.

Paola. Deh! stolta, tu t'affanni oltra quello che a te non tocca.

Corona. Piú d'ogni altro mi tocca, ché piú d'ogni altro son certa che l'amo.

Paola. Piú di me?

Corona. Piú di te.

Paola. Di me, ch'io gli son madre?

Corona. Ed io doppia sorella.

Paola. Non l'ami tu giá dunque, se doppia gli sei.

Corona. La causa?

Paola. Tant'è dir «doppio» quanto «falso».

Corona. Or su, non motteggiamo, prego![3]

Paola. In che modo gli sei dunque doppia sorocchia?

Corona. Carnale e spirituale.

Paola. Carnale sí bene, spirituale non piú giá.

Corona. La cagione?

Paola. S'ha gittato il basto da dosso l'asinello.

Corona. E rottosi 'l capestro.

Livia. E tratto di calzi.

Paola. Or cangiamo cotesto ragionamento in altro. Hai tu letto l'Orlandino?

Corona. Letto? trista me! appena veduto.

Paola. Come? ti vien interdetto forse che da te con l'altre tue sorelle non si poscia leggere?

Corona. Sí.

Paola. Chi fu questo pontifice?

Corona. La ragione.

Paola. Perché cosí la ragione?

Corona. La quale m'avvisava dover essere peggior Limerno che Merlino.

Paola. Leggerlo almanco voi dovevati.

Corona. A che perder il tempo?

Paola. Taci, ché d'ogni libro qualche cosa s'impara.

Corona. Questo è falso.

Paola. È sentenzia di Plinio.

Corona. Vada con le altre sue menzogne!

Paola. Negarai tu che d'ogni libro non s'impari qualche cosa?

Corona. Anzi, piú de li tristi e disonesti che de li boni.

Paola. Or basta: non sai che 'n doi mesi, e non piú, sotto il titolo di Limerno l'ha composto?

Corona. E' viemmi detto che, tutto a un tempo che lo componeva, eragli rubato da gli impressori.

Paola. Cotesto è piú che vero; ché ove interviene stimulo di sdegno, spizziano versi senza alcun ritegno.

Corona. Potrebbe forse pentirsene, credilo a me.

Paola. Di che?

Corona. Dir tanto male.

Paola. Anzi solamente si dole che non pur Merlino, ma Limerno compose cosí precipitosamente che li stampatori non poteano supplire a l'abbondanzia e copia de' suoi versi; laonde pargli un errore grandissimo non aver servato lo precetto oraziano.[4]

Corona. Doverebbe via piú tosto il meschino piangere e crucciarsi aver consumato il tempo circa tanta liggerezza.

Paola. Non dir liggerezza, figlia, ché non per cosa liggera simulossi giá Ulisse devenuto essere pazzo.

Corona. Troppo son certa io de la lui malizia, il quale fingesi «pitocco» e furfante per dar bastonate da cieco.

Paola. Tu non sai la cagione.

Corona. Cosí non la sapessi!

Paola. Dimmi, qual è?

Corona. Per farci morir tutti spacciatamente di doglia, acciò piú oltra non avesse chi gli gridasse in capo.

Paola. Tu te 'nganni grossamente.

Corona. Anzi pur tu te 'nganni.

Paola. Come?

Corona. In creder alcuno dir male a bon fine.

Paola. Che male dice?

Corona. Non voglio parlarne.

Paola. Perché?

Corona. Temerei di qualche maladizione.

Paola. Or su confortati, figliuola, ché al poledro fu sempre concesso puoter fin a doi capestri rumpere.[5]

Corona. Non rumpa giá lo terzo.

Paola. Anzi totalmente nel ternario numero fermatosi, ha messo a luce il Caos del triperuno.

Corona. Qual Caos del triperuno?

Livia. El pare che non ti sovvegna!

Corona. Non mi sovviene per certo.

Livia. Le tre «selve», le quali heri legessimo, e, per segno di ciò, una allegoria bellissima tu di quelle saggiamente cavasti, quantunque io sia di senso molto dal tuo discosto.

Corona. O smemorata me, ch'ora me lo ricordo! Ma dimmi: è di Teofilo?

Livia. Non sai che solamente vi si fa menzione di Merlino, Limerno e Fúlica?

Corona. Troppo me lo ricordo! Ma che fusse di tuo fratello Camillo mi pensava.

Livia. Tu non pensasti dritto: è di Teofilo.

Paola. Cosí è; ma ditemi ambe dua lo argomento vostro che imaginato vi avete sopra questo Caos, ché ancora io lo sentimento mio vi narrerò. Comincia tu, Livia.

ARGOMENTO PRIMO

LIVIA.

Questo Caos, in «selve» tripartito, la vita de l'autore, la quale in tre fogge sin a quest'ora presente col tempo veloce se n'è gita, contiene. Nacque egli (come di me voi sapete meglio) a gli otto giorni ed ore duodeci di notte, nel mese di novembre, sotto Scorpione, essendo allora grandissimo freddo: laonde in questa sua prima «Selva» narra l'orribile freddura in cui egli miseramente nacque, fingendo natura essergli stata, piú di madre, madregna, e pur ne la puerizia, la quale appella «aurea etade», gustò alquanto di securo e dolce riposo.

Ne la seconda «selva», pervenuto egli omai ne gli anni di qualche cognizione, ritrova molti pastori, la cui vita e costumi e quieta pace molto gli piacquero, volendovi inferire che di sedeci anni egli co' l'abito cangiò la vita. E veramente sí come a li pastori apparve l'angelo e mostrò loro dove giacesse il nasciuto fanciullo Iesú Cristo, cosí allora, su quel principio che egli prese a far vita comune co' gli altri pastori, trovò Cristo parvolino entro il presepio collocato; ma col tempo poi, per cagione di... (ma non voglio parlarne chiaro, ché ancora egli va piú riservato che sia possibile) traviato, si mise a seguir amorosamente una donna bellissima, la quale sopra un sfrenato cavallo gli scampa innanzi per tirarsilo drieto al precipizio d'ogni perdizione. Né chi sia questa dongella né dove finalmente lo conducesse, vogliovi manifestar se non in l'orecchia dicendolo: ma, conchiudendo la seconda «selva», dico che 'l laberinto intricatissimo, nel quale ultimamente si ritrova, pare a me una soperstizione tenacissima significare, de la cui caligine se non per divin aiuto si pò essere liberato. Ed in questa tal foggia seconda di vivere, essendo egli giá fora del sentiero diritto, compose lo poema di Merlino con tutte l'altre favole e sogni amorosi, li quali ne la «selva» seconda si leggono.

Or dunque Cristo si gli scopre in quel centro d'ignoranzia de la «selva» terza apparendo, e d'indi smosso, lo driccia sul cammino al terrestre paradiso duttore. Ché per divina inspirazione conoscendosi egli perder il tempo supersticiosamente in quella seconda «selva», ritornasi a la sincera vita da l'evangelio primamente a lui demonstrata; e fatto del suo core un dono a Cristo Iesú, da lui ne riceve tutto 'l mondo in ricompenso e guiderdone di esso; e giunto nel paradiso terrestre, gli vien ivi comandato che non mangi de l'arbore de la scienza del bene e male, ma solamente si pasca e nudrisca del legno vitale, per darci sopra ciò un bell'avviso: che, quantunque ogni constituzione o sia tradizione de alcun santo padre bona e fundata su l'evangelio sia, nulla di manco assai piú secura e utile cosa è non partirsi dal mero evangelio; perché, sí come ogni norma e regula de santi ha in sé figura de l'arbore del saper il bene e il male, cosí de l'arbore di vita contiene in sé lo leggier peso del Servatore nostro. Laonde esso mio zio Teofilo commetteria la terza sciocchezza quando mai lasciasse piú lo vecchio sentiero per tornar al novo. E questo è il senso mio circa la dechiarazione di questo Caos.

ARGOMENTO SECONDO

CORONA.

Arguto ed ingenioso fu questo da te pensato soggetto, Livia cara; ma non tanto a l'intenzione di tuo zio mi par agiatamente accascare, quanto quello ch'heri ti dissi ed ora sono ad ambe dua per ragionare. Move dunque mio fratello piú generalmente il voler scrivere di qualunque altro uomo che del suo proprio fatto; onde ne la prima «selva» narra la infanzia e puerizia umana, ne la seconda la precipitosa giovenezza, ne la terza la matura e virile etade.

Or dunque, ne la prima descrive in quanti affanni e travagli qualunque uomo, per fallo del primo nostro padre Adam, nasce in questo mondo, chiamandovi Natura «crudele matregna»: da la quale di scorze, peli, piume e squame provveduto viene ad ogni altro animale quantunque vilissimo; ed egli solo, nudo nascendo, non ha schermo alcuno e difesa contra le ingiurie del tempo. Ma poscia, per beneficio de la industria ed arte pervenuto a la puerizia, dimanda quella «l'aurea etade», perché la innocenzia del fanciullo sen passa quel poco di tempo senza sapere che sia rigidezza di legge, téma di tiranno ed inquietudine di avarizia.

Uscito poi egli dal bel giardino di puerizia, entra ne l'impetuosa giovenezza, la quale, innanzi che da l'ardente desio anco non vien assalita, comincia, con la mente tutta svegliata, de l'esser non pur suo, ma d'ogni altra cosa a ripensare. E quivi, ne la seconda «selva», mio germano, in persona (come giá sopra dissi) d'ogni altra razionale creatura, fingesi trovar pastori, e Cristo Iesú tra quelli nasciuto, per darci questo avviso: che l'uomo, quanto prima ne gli anni di ragione entrar comincia, per favore del suo bon genio, incontanente ricorre a la cognizione di veritade, la qual è Cristo nostro Servatore. Ma, levatasi poi la consueta tempestade di nostra carne, ecco la voluptade, ecco 'l desio sotto il viso di vaga dongella, sul sboccato cavallo de la delettazione, lo riconduce al varco de le due strade, per tirarsilo drieto a la sinistra del vizio, lasciando la destra de la veritade. Quivi dubitoso, ne la prima giunta, stassi ove gir si debbia: quinci, da belli e boni avvisi a la destra invitato; quindi, da gli umani piaceri combattuto che egli muovasi a la mancina. Soperato dunque e vinto finalmente dal fugace desio, vágli impetuoso drieto, dovunque la falsa incantatrice, losingando, a sé in guisa di calamita lo smarrito animo tira, passando tutta fiata per sogni, chimere ed amorose favole, quali sono le «fizzioni macaronesche», come gli appellano, di Merlino, li sonetti, ed altre assai vane frascuzze, per signar il tempo da la giovenezza inutilmente trapassato, in fin che poi nel laberinto di qualche travaglio si ritrova essere: cosa che 'l piú de le volte dopo gli piaceri sòle a gli gioveni accascare.[6]

Laonde, come ne la terza «selva» noi leggemo, l'uomo angustiato ricorre al divino suffragio: e Cristo gli appare bello e pietoso, cavandolo benignamente di quella ignoranzia d'amore, e talmente li tocca il core, che 'l giovene, giá venuto virile, si mette in considerazione di quanto mai fece Iddio per l'uomo. Dil che mio fratello sopra questo finge che, avendo Cristo ricevuto il core da lui, criògli tutto quanto il mondo, e al paradiso terrestre dricciatolo, gli comanda che, pascendosi egli del legno de la vita, il quale ha di sua grazia in sé la figura, non gusti per niente di quello del bene e male; il quale a me par dover significare che l'uomo, facendo le bone opere, quelle non debbe a soi meriti tribuire, anzi tutte nel divin favore collocarle. Tal è dunque il concetto mio dal Caos divenuto.

ARGOMENTO TERZO

PAOLA.

Sentenzia divina è che «la lettera uccide l'anima». Fermamosi, prego, dunque sul Caos di questa materia, lasciando in parte sí la vita di mio figliuolo in spezialitade, la quale per vigor e sottiezza de peregrini ingegni forse col tempo verrá in luce piú secura, sí quella ancora di qualunque altro uomo, in questa umana gabbia precipitato.

Ne la prima «selva» contienesi, adunque, l'uomo studioso ed avido d'imparare mettersi prima in considerazione di queste cose piú basse de l'umana natura, fra le quali se l'arte liberale con la industria insieme non fusse, oh quanto inferiore a gli altri animali sarebbe l'uomo, non cosí provvisto da natura contra le ingiurie del tempo, quanto di piume, squame e peli sono quelli! Onde pare che meritamente piú lei chiami «madre» che «madregna», se la nuditade od altra miseria nel nascere ben si comprende. Ma contemplando per mezzo di queste divine arti liberali aver da non curarsi di qualunque onta naturale, si move al studio simplicemente di umanitade, lo quale «aurea etade» meritatamente appella, quando che tutta d'oro sia cotesta disciplina e d'ogni scrupulo del nostro intelletto fora.

Ne la seconda «selva», questo medemo studente si delibera pur di trovar la veritade di quante cose naturali e soprannaturali ne' libri si contengono. Partesi da gli umani giardini per saltar ne la filosofia; ma tosto lo genio suo bono gli antepone la umanitá di Iesú Cristo e affermali non essere altra veritade di questo. Eppur la curiositade di pescar piú sul fondo, in guisa di donna sopra un sfrenato destriero, lo tira per vie scabrose in fin sul passo che divide lo sentiero in due parti: quinci a la man destra invitalo l'evangelica, quindi a la sinistra la peripatetica d'oggidí teologia. Ma, vinto da la curiositade ancora, si avventa senza freno drieto a quella per chimere, sogni e favole sofisticali, trovandovi drento Merlin Cocaio; per notificarci la grossa e incorretta retorica ed elocuzione de la maggior parte de' nostri moderni teologi, ove quelli loro vocaboli «causalitade», «entitade», «intuitiva» ed «abstractiva», con l'altra barbaria tengono corte bandita: per che al fine di mille dubitanze, errori ed eresie, nel laberinto egli avviluppato si ritrova e seppellito.

Or ne la terza «selva», commosso Iesú Cristo da dolce pietade verso quella anima invischiata ed allacciata in quei tanti «utrum, probo, nego, arguo, pro, contra», ecc., tiralo al mero e puro latte del santissimo Vangelo ed al fidel e tutissimo porto di san Paolo, con tutto il resto de' libri del Testamento novo e vecchio, nel qual egli studiosamente ruminando a Dio fa un dono del suo core. Lo quale, in cambio di sí legger cosa, fallo signore de l'universo, criandogli di novo il cielo, il mar e la terra; e dapoi tanto, al paradiso terrestre mandatolo, quivi gli comanda che voglia solamente pascersi di contemplar quanta sia verso noi la divina misericordia, ma non quale e quanta sia la maiestade e potenzia sua. E questo è l'arbore de la bona e mala scienza, sí come quell'altro è legno de la vita. A me cotesta allegoria pare de le vostre meglio quadrare al Caos di mio figliuolo. Orsú, leggemolo dunque di compagnia, e prima li tre nomi di esso.

MERLINUS.

Tres sumus unius tum animae tum corporis. Iste
nascitur, ille cadit, tertius erigitur.
Is legi paret naturae, schismatis ille
rebus, evangelico posterus imperio.
Nomine sub ficto «triperuni» cogimur idem:
infans et iuvenis virque, sed unus inest.

LIMERNO.

Giove, Nettuno, Pluto d'un Saturno
ebber a sorte il ciel, il mar, l'inferno;
fulmini, denti, teste in lor governo:
tre trine insegne per tre cause fûrno.
Tre fonti, oltra le tre del mio Liburno,
nacquer d'un capo santo al sbalzo terno:[7]
cosí Merlino, Fúlica, Limerno
si calcian d'un Teofil il coturno.
Mantoa sen ride e parla con Virgilio:
— Tu sei pastor, agricola, soldato,
perché del nòmer terno Dio s'allegra.
Ridi tu meco ancora, dolce filio,
quando che sotto un nome triplicato
sortisca una confusa mole e pegra.[8]

FÚLICA.

Fermati alquanto, lettore amantissimo. Son certo che lo exastico e sonetto di mei compagni di sopra ti parono duri e scabrosi. Non vi slungar, in guisa di rinoceronte, suso il naso, ti prego, ché 'l ladro il quale rubasse di giorno saria tantosto compreso. Quivi ci fa mistiero di scurezza e caliginosa nebbia: ma se li capoversi per tutto il nostro Caos provvidamente scegliere saperai, chiaro e limpido finalmente ti parrá lo intricato soggetto nostro. Ma solamente un bell'avviso quivi darti intendo: che totalmente sul ternario numero siamosi, per conveniente ragione, fundati. Prima tu vedi lo titolo del libro essere tre parole: Caos del triperuno.[9] Segueno poi le tre folenghe,[10] ovver fòliche son dette, le quali sono antiquissima insegna di casa nostra in Mantoa. E sotto specie di loro succedono le tre donne[11] di tre etadi[12] e di tre fogge di parentela[13], da le quali derivano li tre prolissi argomenti[14], ciascuno di loro in tre parti diviso[15]. Noi siamo poi di tre nomi: Merlino, Limerno, Fúlica.[16]

Li quali, cominciando il nostro Caos, in tre «selve» lo spartimo,[17] con li soi tre sentimenti[18]; ma lo piú autenticato al giudicio de l'ingenioso lettore dimettemo.


SELVA PRIMA

DISTICHON

Unus adest triplici mihi nomine vultus in orbe;
tres dixere Chaos: numero Deus impare gaudet.

HEXASTICHON

Quae nat aquis coeloque interdum attollitur ales,
vel nat amore aquilae vel volat icta metu.
Nam quae solis adit, veluti Iovis ales, acumen?
est Fulicae ut Minti ludat in amne sui.
At, si illa huc humile ad stagnum descenderit ales,
quae nat aquis, aquilis digna erit esca suis.

TRIPERUNO.

Voi, ch'ad un'alta e faticosa impresa
vedete or me salir audacemente
per via mai forse da null'altro intesa,
piacciavi d'ascoltare queste lente
mie corde in voce lagrimosa e mesta,[19]
ch'altro non s'ha d'un'anima dolente.
E, bench'i' veda alzandovi la testa
mia virtú debil al salir tant'alto,[20]
di che sovente per viltá s'arresta;
pur spiego l'ale, e quanto so m'exalto
lá 've m'accenna il lume d'ogni lume,
per cui non temo alcun spennato salto.
Ché, mentre su con le 'ncerate piume[21]
tolgomi de le nubi sopra 'l velo,
d'un Dedalo megliore sotto 'l nume,
vedrò ch'immobil stassi e volge 'l cielo,[22]
sostien la terra, e l'universo a 'n cenno,
volendo, pò cangiar o 'n foco o 'n gelo.
Or dunque, di piú sana audacia e senno
ch'Icaro mai non ebbe, a l'ardua via
ambo gli piedi, ambo le braccia impenno.
E cantovi di questa nostra ria[23]
prigion che «vita» nominar non oso,
le frode di essa, il volgo, la pazzia;
e di quel Re, che 'n un presepio ascoso
vidi fra le duo bestie a gran bisogna,
ver' se stesso crudel, ver' noi pietoso,[24]
che svelse il mundo tutto di menzogna
con sua dottrina colma di quel foco,
ch'arde sí dolce in alma che non sogna.
Io dico te, Iesú, lo qual invoco
mio Febo, mio Elicona, mio Parnasso,
ov'ogni bel pensier al fin collòco.
So ben che di te dir via piú t'abbasso,
che tacendo non alzo; e pur m'offersi,
ecco, a dricciar nel tuo bel nome il passo.
Ché, come vedi, son questi miei versi[25]
d'amor almanco e caritade in cima,
se non toscani, ben sonori e tersi.

TRIPERUNO.

Di quella spera piú capace ed ima[26]
del ciel, ove l'Artefice soperno
fabbrica ognor quanto mai finse prima,
io novamente usciva, fatto eterno
candido spirto leggiadretto e bianco,
che bianca piú non vien neve d'inverno;
quando 'l mio stesso fabbro un calzo al fianco
vibrommi tal, che giú ne venni a piombo
in loco basso e d'ogni posa manco.
E come vago e timido colombo[27]
vola quando si parte da la torma,
del ciel tonante al subito ribombo;
tal io vi errava tanto che, d'un'orma
uscendo in l'altra, mi trovai sul porto,
dove l'oblio nostro 'ntelletto addorma.
Guardomi intorno paventoso e smorto,[28]
ché teso in ogni parte vedo un rete,
onde ch'entrarvi debbia mi sconforto.
Quivi spicciando fora d'un parete
largo cosí, ch'ampio paese cinge,
chiara fontana porsemi gran sete.
La qual fra sassi mormorando astringe
al dolce ber qualunque vi s'applica;
ma tosto se ne pente chi lei tinge,
perch'ella il senso e lo 'ntelletto intrica.
Però non men a un vischio tal m'accolsi,[29]
tratto dal bere e da l'usanza antica.
Quivi cum brame tanto me ne tolsi,
che tutto 'l bene che capisce in noi
non pur lasciai, ma nel contrario avvolsi.
Acque maligne, acque di tòsco, voi
piú del mèle soavi, piú che manna,
scoprite il fele al nostro error dopoi:
ché chi vi gusta pur, non che tracanna,[30]
presto ne gli occhi, anzi nel cor s'annebbia:
dura cagion, che a questo ci condanna!
Cangiasi d'un bel raggio in scura nebbia,
né qual era pur dianzi non ricorda,
né su quel punto sa che far si debbia.
Io dunque, alma di bere troppo ingorda,
le parti mie d'alti pensieri dotte
perdei qual cieca forsennata e sorda.
Perché non so: sássel colui, che notte
far giorno e giorno notte pote solo,
e dá sovente a noi d'amare bòtte.
Per fallo d'uno preme tutto 'l stolo,[31]
e vedesi alcun padre umil e domo
irsene giú per colpa del figliuolo.
Or chi l'intenderebbe, che d'un pomo
succeda tanto incomodo, ch'ognora
sostegna il ceppo uman l'error d'un uomo?
Ben fu di acerbe tempre, poi ch'ancora
foggia non è la qual digesto l'abbia,
né mai (tant'esser deve crudo!) fôra,
se chi nostr'alme spinge in questa gabbia,[32]
col raggio di pietá nol dissacerba
e tempra di giustizia in sé la rabbia;
né stomaco di struzio né onto né erba,
mentre da noi per quest'ombre si viva,
è per smaltir un'esca tanto acerba.
I' non fu' mai di tal cibo conviva,
e pur padirlo, anzi patirlo, deggio,
per cui vien ciascun'alma del ciel priva.
La qual ir non dovria di mal in peggio,[33]
se, al priego d'una femina, colui
morse 'l mal frutto e pèrsevi 'l bel seggio.
A che unqua nascer noi, se per altrui
fallir par ch'anco l'ira non s'estingua
divina in noi, per loghi alpestri e bui?
Ahi miser! taci e morditi la lingua,
ché maladetto fie chi in ciò s'adira:
giá Dio mai d'uman sangue non s'impingua;
anzi ama l'opre sue, contempla e mira,
e studia l'uomo a sé fatto simile
scampare dal suo stesso foco ed ira.
Ma non pensar, non che cercar, suo stile[34]
via troppo da l'uman pensier rimoto,
ché alto pensier non cape in senso vile.
Dunque dirò che quanto chiaro e noto
m'era dinanzi al ber de l'acque sparve,
onde fui d'ombra pieno e di sol vòto.
Eccomi sogni intorno, fauni e larve,
che mi facean per quella notte scorta,
né mai piú 'l bel ricordo dianzi apparve.
Pur mi raffronto a quella orribil porta[35]
fiso mirando, e qui fermai lo piede
com'uom ch'entrarvi drento si sconforta,
e, fin ch'altri vi passi, dubbio sede.

GENIO.

«Alma, che per altrui difetto al varco
dubbioso arrivi e Dio ti vi destina,
or quivi entrando inchina
l'orgoglio, alzando gli occhi al ciel che carco
gira di stelle e mostrasi luntano!
Di lá scendesti, e piú non ti rimembra[36]
qual eri avanti 'l poculo di Lete!
Ma se tornarvi brami, quelle membra,
ove tu déi corcarti a man a mano,
fa' che raffreni fin che 'n lor s'acquete
l'uman desio che le conduce al rete
sí di legger, ove ne resti presa.
Ma strenua contesa
non sa fatica, finalmente, o carco».

TRIPERUNO.

Queste parole, in man d'un vecchio bianco,
vedendo appese di quell'uscio in fronte,
io tremai forte e tremone pur anco.
Anzi n'ho, rimembrando, a gli occhi un fonte:
ché allor, mentre per me giá si delibra
non ir piú innanzi e volgomi dal ponte,
donna m'appar accanto, che mi vibra[37]
un pugno al fianco e drieto mi flagella,
ch'avea ne l'altra man un'aurea libra.
Ritornomi a la porta, dove quella
mi piega col temone di sue pugna,
drieto chiamando sempre: — Alma rubella,
alma proterva, fa' che non ti giugna
scamparti da colui che qui ti move
ad una faticosa e strana pugna,
ch'avrai con esso teco e non altrove,[38]
e per vincer leoni, tigri ed orsi,
vincendo te, minori son le prove! —
I' non mil fei ridir, ma via trascorsi,
qual timido cavallo che s'arresta
ne l'apparir d'un'ombra e sta su' morsi;
poi, vòlto in fuga, soffia ad alta testa,
ma chi gli sede addosso presto il torna,
stringel ai fianchi e fra l'orecchie il pesta;
ond'egli per le bòtte si ritorna
in quella parte onde lo smosse l'ombra,
di passo no, ma corre e non soggiorna.
Traggomi drento, al fine, ove me 'ngombra[39]
notte ch'ancor piú m'ebbe ottenebrato,
in luogo cui la terra intorno adombra.
Ed io ne stetti non d'abisso al lato,
ma in centro d'ombre grosse denso e folto,
qual talpa preso in gli occhi e smemorato.
Cosí piú mesi in quella tomba involto,[40]
io, pronto spirto ne la carne inferma,
stetti non pur prigione, ma sepolto,
fin che, o Natura, l'opra tua fu ferma.

MELPOMENE.

Mentre piangendo l'alte strida ed urli,
sorelle mie, sí duramente innalzo
(da me sol viene il tragico costume),[41]
lasciáti i crin al vento, ché ridurli
qui non bisogna in trezza né 'l piè scalzo
guidar per vaghi fiori e verdi piume
de' prati lungo al fiume,
anzi, sdegnando quella piaggia e questo
poggetto ameno, statine qui meco
in solitaro speco,
fin che mie rime udite sian di mesto
e lagrimoso canto, il qual risulte
da quei sassosi monti e valli inculte.
Depon, Urania mia, la tua siringa,[42]
che settiforme ha in sé del ciel il tipo;
e tu, Clio, la lira, ove 'l mantòo
al greco vate fai ch'egual attinga;
e mentre i lauri e l'edere dissípo,
spargi quei fior del corno, che l'eròo
giá svelse ad Acheloo,
Erato mia: né tu, Polinnia, il plettro,
né, Calliope, l'arpa, né la cetra,
Talia (s'unqua s'impetra[43]
grazia da voi!), pulsate, ch'ora il settro
tengo fra noi, cessando ancor le stanze
di Euterpe, e di Tersicore le danze.
Ahi! di qual gioia e quanto bella effige
traboccar vidi l'uomo in tanto scorno!
Miráti 'l ciel come, di grado in grado,
sol per causarli util piacer, s'afflige[44]
volgersi tra duo moti adversi intorno!
Miráti 'l Gange, l'Istro, Nilo e Pado,
ogni altro fiume e vado
tornarsi d'onda in onda al vecchio padre!
Pioven le nubi e la porosa terra
dal centro si disserra,
sorbendo il dato umor, onde giá madre
fassi di questo fior e di quel pomo,
per aggradir ed aggrandir un uomo:
l'uomo che, ingrato a Dio non ch'a Natura,[45]
per antiporre un fral desire al dolce
suo fermo stato, giustamente abietto
fu d'alta gloria in infima iattura,
la cui durabil colpa in ciel si folce,
che mai non parte dal divin aspetto.
Però sta fermo e stretto
destin, a penitenzia d'un tal fallo,
che l'uomo in grembo a morte quivi nasca:
cosí dal cielo casca[46]
l'alma di novo fatta in scuro vallo,
dove se stessa oblia cieca ed inferma,
giá devoluta in sterco, fango e sperma.
Indi Natura, per supplicio degno,
men se gli mostra madre che noverca;
la qual ogni animal provvede contra
l'onte del tempo, dandogli sostegno.
Nasce pur l'uomo ignudo, il quale cerca[47]
schermirsi d'un agnello, volpe o lontra,
dal gelo in cui se 'ncontra,
ché di scampo megliore non ha copia.
Ma di squame coperti, penne e lane
per fiumi, selve e tane
van pesci, augelli e fiere. In somma inopia
sol nasce l'uomo, cui cadé per sorte
pianger nascendo e, nato, gir a morte.
Non cosí tosto un augelletto spunta
de l'uovo fora, quando a tempo nasce:
ecco s'addriccia e, con soppresso grido,
del becco l'esca piglia in su la punta,
e senza documento di chi 'l pasce
su l'orlo estremo tirasi del nido,
donde giú funde al lido
ciò che smaltisce per servarsi netto.
Non cosí l'uomo, no, ché d'ora in ora[48]
convien di fascie fora
cavarlo, in cui legato stassi stretto,
e trarlo di sozzura e puzzo lordo,
al misero suo stato e cieco e sordo.
Or dite, prego, quand'egli mai s'erge[49]
co' l'aspetto nel ciel onde si parte,
che pria carpone de le braccia gambe
non faccia, mentre in foggia d'angue perge?
Ché se al contrasto di natura l'arte,
l'industria in suo ripar non fusser ambe,
mentr'egli sugge e lambe
lo sin materno, peggio de le belve
ne rimarrebbe, tanto l'odia e sdegna
e fassigli matregna
colei ch'abbella monti, valli e selve,
e d'un sí gentil figlio non tien cura[50]
pel torto del primier; dico Natura!
Solo la donna artifice e la industre
parton de le sue membre l'officina;
ma quant'è 'l pianto e quante le percosse
anzi ch'ancora il misero s'industre
saper su piedi starsi! onde ruina
sovente sí, che molte fiate mosse
di luogo porta l'osse,
restandone d'un mostro piú deforme.
Cosa non giá, che ne li armenti caschi:
cercate e' verdi paschi,
le nubi, i fiumi, quante sian le forme
che, nate appena, chi 'l nòto, chi 'l volo,
chi prende il corso; e l'uomo casca solo!
Deh! perché nasce lo 'nfelice dunque[51]
di tanti strali ad esser un versaglio?
Ogni tempesta in lui s'aggira e scarca,
ogni virgulto se gli attacca, ovunque
move di questa selva nel travaglio.
S'avvien ch'egli pur goda, ecco la Parca[52]
rumpelo al mezzo, e varca
la vita, al sol qual nebbia o fumo al vento:
stato penoso e miserabil tanto!
Ch'altro che affanni e pianto,
travagli, sdegni, lagrime, scontento
attende uomo che nasce? e se lo move
fortuna a qualche onor, morte vi 'l smove.
Queste parole in capo
voglio sculpite sian d'ogni tiranno,
lo qual non esser Dio, ma fumo e nebbia[53]
s'intenda, e che non debbia
farsi adorar al mondo, perché vanno
e vengon tutti eguali di fral seme,
ma tal le piume, tal le paglie preme.

TRIPERUNO.

Dapoi li giorni e mesi, che 'n tal centro
sí lordo il mio destin crescer mi fece,
donna m'apparse a quel girone dentro,[54]
ch'indi sciolto mi trasse d'orbo in vece,
poi molto altiera disse: — Or tienti in mente,
mortal, che piú tornar qui non ti lece! —
E ciò parlando, l'empia ed inclemente,[55]
nudo fanciul ne la stagion piú acerba
lasciommi solo e sparve incontanente.
Sparve costei d'aspetto alta e soperba,
ed ove allor passava, in ogni canto
seccar facea con fior e frondi l'erba,
fin che di neve col gelato manto
mi ricoperse intorno e monti e selve;
di che tremavo con dirotto pianto.
Miravami da lato e fiere e belve
con ogni augello d'alcun pel guarnito,
qual sia che 'n grotte alberghi o qual s'inselve;
ma sol io nudo sopra il nudo lito
stavami d'Aquilone sotto 'l fiato,
né fui per tanto da pietade udito.
Il qual piangendo mover quel spietato[56]
avrei potuto, ch'ogni fanciullino
uccise per mal zelo del suo stato.
Chi vide mai d'inverno un cagnolino
tremar su l'uscio chiuso di chi 'l tiene
usato starsi di madonna in sino;
cosí veder potea me con le rene
in terra nude, vòlto in quella parte
del ciel ove 'l suo moto si conviene,
ed ove 'l Serpe tortuoso parte[57]
l'orribil Orse, dove nasce il spirto
del fier Boote che non mai si parte
(qual fiume e lago, ch'aspro duro ed irto
non ferma il corso) di Callisto in braccio.
Ma non vidi poi sí d'un lauro e mirto,
anzi con altri assai di quell'impaccio
lor vidi sciolti, e con bella verdura
starsen di neve in mezzo e presso al ghiaccio,
mercé le calde gonne, che Natura[58]
lor diede per servarli eterna vita:
a lor sí mite, a noi maligna e dura!
Ma una dongella, non so d'onde uscita,
presta ne gli atti e d'abito succinta,
m'accolse in grembo, di servir spedita:
poi lunga fascia intorno m'ebbe cinta,
portatomi giá dentro una spelonca
ben chiusa intorno e di fuligin tinta.
Ver è che, d'uomo come statoa tronca
di braccia e gambe, in que' legami resto,
e cosí giacqui stretto in picciol conca.
Onde col capo sol (ch'un'oncia il resto
mover non poscio) vòlto a lei parlava,
con quell'istesso di fanciullo gesto
qual fece altrui con Dio, quando d'ignava[59]
lingua mostrossi e proferir non valse,
dovendo predicar a gente prava.
— Chi fu la donna — dissi — cui sí calse
gittarmi in terra nudo al vento e pioggia,
onde 'l mio corpo di gran gelo n'alse? —
Ella sorrise, lagrimando, in foggia
di chi nel petto amaro e dolce copre;
poi disse: — Eternamente non s'alloggia
in questa terra, né si cela e scopre
il sol eternamente: sol un franco
e fermo stato è molto al ciel dissopre.
Di lá cadesti e sei per montarvi anco,
se 'n questa umana vita di due strade[60]
dritto sentiero pigli e lasci 'l manco.
Però ch'al fin de la piú molle etade
ti trovarai sul passo di Eleuteria,
che per doi rami è guida a dua contrade.
Quinci ratto si viene a la miseria,
quindi al pregio acquistato per lung'uso,
che s'ha quanto di aver si dá materia.
Ovver fia dunque tempo che 'n ciel suso
ritornarai vittor di questa giostra
o cascarai, di quel che sei, piú giuso.
La donna, che sí cruda ti si mostra,
fidel ancilla de l'Eterno Padre,
non odiar, perch'è la madre nostra,
nostra non pur, ma d'ogni pianta madre,
Almafisa chiamata, che riceve
sua fama in variar cose leggiadre.[61]
E s'or il mondo t'ha cangiato in neve,
non d'aspettar t'incresca, perché i lidi
rinnovellar de' fiori ancor ti deve.
Né sia perch'animale alcun invídi
uomo per piume o squame o pel che s'abbia,
né perché sappian tesser antri o nidi;
e tu sol, nudo, isposto a l'empia rabbia
di Borea, veda ogni vil canna e legno
armato contra 'l freddo ed atra scabbia.
Questo forse ti pare d'odio segno;
pur sta' sicuro e fa' che ti conforte,
ch'odio non è, ma sol un breve sdegno.[62]
S'odio tal fusse, ti darebbe morte,
né avrebbeti produtto Dio giammai
né fatto del suo regno al fin consorte.
— O me felice — dissi allor — non mai
esser nasciuto e, senza altra vittoria
di carne, gioir sempre in gli alti rai!
— Ne' rai — quella rispose — de la gloria,
de cui ragioni, per gioir non eri,
se pria non dato avessi qui memoria.
Alma non fu né fôra mai che speri,
innanzi d'esta vita i vari affanni,
viver del ciel in que' lunghi piaceri.
Guarda, figliuol, che forse tu te 'nganni,
s'esser for che 'n idea ti pensi eterno,
nanti la forma de' corporei panni.
Li quali ebber principio dal soperno
Padre, con l'alma scesa in questi guai,
ove, de la vertú se col governo[63]
di questo vento l'onde sosterrai,
che non ti caccia quinci e quindi a voglia,
oh lode, oh fama, oh pregio che n'avrai!
Però d'esser nasciuto non ti doglia,
né di Almafisa il sdegno oltra ti prema,
ché 'n ciel déi riportar felice spoglia,
e salirai sopra la cinta estrema,
che le soggette del suo moto avvisa
e molto di lor proprio moto scema.
Anchinia industre sono, sempre fisa[64]
supplir ai mancamenti con bell'arte,
se mancamento è in quella d'Almafisa.
Né son, quand'ella cessi, per mancarte[65]
di pronti avvisi e di sagaci modi,
scoprendoti mie prove in ogni parte.
Fra tanto cosí stretto in questi nodi
voglio tenerti, fin che a tempo ritto
ti sosterrai su piedi fermi e sodi.
Ma viene ecco mia sore, che 'n Egitto[66]
uscita, da' caldei l'uman dottrina
portò de le scienze a tuo profitto;
ed anco è audace sí, ch'assai vicina[67]
sovente a Dio poggiando si ritrova
e vede lui d'una persona e trina.
Costei l'altezza di natura prova,[68]
distingue, insegna in argomenti fermi,[69]
ma sopra lei sol contemplar le giova,[70]
ché sa quanto sian debil ed inermi
gli sensi umani e la divina altura,
non che i ragionamenti ottusi e 'nfermi.
Costei la terra, il mar, il ciel misura,[71]
nómera le cagion di piogge e venti[72]
con l'osservar di stelle ogni mistura.[73]
Costei qua giú gli armonici concenti[74]
seppe cavar su dal soave moto,
per levamento de l'afflitte genti.
Costei, de' spirti con vigor, l'ignoto[75]
cognito fa, li quali sotto l'etra
pendon ne l'aere piú dal ciel rimoto.
Costei sa le virtú d'ogni erba e pietra,[76]
orando persuade il giusto e il torto,[77]
e canta e' gesti altrui ne l'aurea cetra.[78]
Senza costei non è stabil conforto[79]
di questo mare al travagliato corso:
da lei tu sempre avrai securo porto.
Ed io con lei ti mostrarò quell'Orso[80]
con l'Orsatino suo, che sian tuo guida
per ogni spiaggia e periglioso dorso.
Non sará vento mai che ti divida,
stanne sicuro, dal governo loro,
che la sua luce altéra nol conquida.
Quel di Vinegia sommo concistoro
muove sotto costei lo gran stendardo
e pose in man de l'Orso il leon d'oro:
Orso non men di senso che di guardo,[81]
pronto a le imprese, liberal e schietto,
veloce al perdonar, a l'onte tardo. —

Parlava la dongiella e gran diletto
favoleggiar di quello si prendea,
quando l'altra, giungendo a lei rimpetto,
con voce e viso altier cosí dicea:

TECNILLA.

Su, presto, Anchinia, su, che tardiam noi?[82]
Esca d'impaccio omai, né piú si lasce
tanto bel spirto avvolto in quelle fasce,
ché aver eterni in ciel dé' i giorni soi!

ANCHINIA.

Far una impresa tostamente e bene,
che d'alto pregio ed eccellente sia,
nostra vertú non è, Tecnilla mia,
ma solo al Re celeste ciò conviene.
Egli sol è, che tra 'l pensier e l'atto
non cape tempo, quanto esser può, breve;
che producendo un fior non ha men leve
fatica, ch'ebbe a far quanto è mai fatto.
Quest'animal è di maniera tale,[83]
che, qual sia per venir, non vien sí presto;
cosa non giá d'altro animal, ché questo
vive dapoi, quell'è caduco e frale.
Però gran tempo, ove l'arte s'impaccia,
va tanto piú quant'è l'opra piú degna:
tu stessa el sai, né alcun altro te 'nsegna,
se non la prova e le tue stanche braccia.

TECNILLA.

Non le dir stanche, ove 'l sudor gradisce,[84]
ché un dolce incarco mai non fa stracchezza;
onde, quanto lo indugio, la prestezza
perfettamente ogni opra sua compisce;
ché, ove intervien de nostri alti pensieri
volunteroso ed avido consenso,
sí pria l'affetto e poi l'effetto immenso[85]
cresce, ch'al fin non ha che piú alto speri.
Io sola in l'uomo tutti e' miei concetti
lieta riposi, e non in altra cosa;
e tu, Almafisa, benché neghittosa
gli sei, non temo giá che 'l sottometti.

ANCHINIA.

Taci, non dir cosí, germana sciocca,
ch'error di lingua va né mai ritorna;[86]
troppo sei baldanzosa; e chi le corna
in ciel vòl porre, al fin giú si trabocca.
Natura non pur l'uomo, ma, piú d'uomo
se cosa altéra nasce, per la chioma
la tien al segno; egli la grave soma,
volendo o no, sen porta, umile e domo.

TECNILLA.

Sí; quando l'arte mia non vi s'arrisca[87]
opporsi a quante passioni ed onte
fargli può mai quella soperba fronte,
ch'ei sotto soi flagelli s'invilisca.

ANCHINIA.

Tu fermamente, se non tutta, in parte
sei fatta stolta e garrula, Tecnilla,
la qual in foggia d'arrogante ancilla
a tua madonna crediti agguagliarte.
So ben ch'ogni pensier hai d'imitarla[88]
e, vòlta in tal desio, sempre la invídi;
onde, perché non mai la giugni, gridi
e latri come chi d'altri mal parla.
Ma sta' sicura che senz'onda il mare,
senza splendor il sole, senza belve
e nanti senza augelli fian le selve,
ch'un picciol nevo mai lei poscia equare.
E ciò saper non m'è durezza alcuna,
quando ch'io d'ambe voi son l'aiutrice,
ed anco Pirra, donna ferma, altrice[89]
di tutte prove, vien meco in quest'una
sentenza: che Natura, in un momento
formando un picciol vermo, eccede tanto
l'arte operante al sforzo estremo, quanto
ogni vil cosa l'ampio fermamento.
Di che qui darti intendo un sano avviso:
se alcuna è in te virtú, la riconoschi
sol d'Almafisa, che se i monti e boschi
ci nega, l'opre nostre son un riso.

TECNILLA.

Non far, Anchinia, piú di ciò parole;
so ben ch'Industria in losingar Natura
fu sempre vaga, onde non ha misura[90]
lo giudice che tien la parte sola.

ANCHINIA.

Se d'adular son vaga nostra madre,
tu adulterarla piú; ché 'n l'altrui vista
fai natural quel ch'opra è di sofista,[91]
né men le mani hai de le voglie ladre.

TECNILLA.

M'allegro ben che te stessa condanni!
O scema d'intelletto, non t'accorgi
quanto di scorno, me biasmando, porgi
a te medema e 'l tuo veder appanni?
Son io ne l'opre mie piú da ragione
che da l'industria mossa, e 'n l'aspra imago
de la viril Etía ben piú m'appago,[92]
che 'n la tua, ornata sol di fizzione;
ché quanto avanzar puoi de le nostr'opre,[93]
t'industri porlo in grembo d'avarizia,
e fai cosí, che l'empia tua malizia
col manto mio ne gli occhi altrui si copre.
Però qual maraviglia se la fraude
di veritá sta involta ne la pelle
e se imputate a l'arte sian le felle[94]
tue astuzie, onde Almafisa ride e plaude?
Sen ride e plaude in foggia di chi, altrui
odiando, il vede scorso in qualche scherno.
E tu quella pur sei, che ne l'inferno
t'ingegni penetrar ai luoghi bui
e trarne la cagion di tante risse,
furti, omicidii, stupri e sacrilegi:
dico 'l metallo, con cui adorni e fregi
le menti umane sí, che 'n quel stan fisse
né piú s'innalzano a specchiar il lume,[95]
ch'io di Natura posi oltra la cima,
e men d'un'arca d'or' si prezza e stima
un atto generoso e bel costume!
Ma perché l'ingordigia di quel mostro,
c'ha ventre e morso d'adamante e foco,
empir non puoi, ché ogni esca gli par puoco
e va fremendo in questo mortal chiostro;
tu che levarmi d'Arte il nome cerchi
e quel che Alchimia si dimanda pormi,
altri metalli in or' par che trasformi:
oro non sono ed esser pur alterchi!
Misera che tu sei, non vedi chiaro[96]
ciò che fai senza l'arte sa di froda?
non vedi ben che non si rumpe o snoda
il laccio che a la gola tien lo avaro?
Quanto meglio farai non dipartirti
dal primo nostro rito e modi antiqui,
e 'nvestigar in ciel qua' sian li obliqui,
e qua' gli dritti segni, e piú alto i spirti
che causan e' duo moti e tante fiamme
scoperte a l'uomo nostro, che 'n la culla
qui tieni avvolto come cosa nulla,
cui rumper giá s'affretta Cloto il stamme!

ANCHINIA.

S'io sí rubalda qual or m'hai depinto
io teco fusse, o maldicente donna,
rubalda anco sarei con mia madonna,[97]
c'ha fatto l'uomo e non, come tu, finto.
Tu fingi l'uomo, anzi tu 'l stempri e spezzi,
tu 'l snervi, tu 'l disossi, guasti e spolpi,
e poi, se mal gli vien, Natura incolpi,[98]
che piú d'un uomo una formica apprezzi.
Dimmi, insolente donna, perché resti
con quella forza tua, che d'Almafissa
passa l'altezza (sí la sai prolissa!),
oprar che mal alcun non l'uomo infesti?
Se ferreo è il nervo, se d'azzale è il braccio,
se tant'è 'l tuo valor ch'aver ti vanti,
perché non smovi le cagion de' tanti
uman affanni, febre, caldo e ghiaccio?
perché non freni (se la Grecia tua,
ove sí splende, parla sempre il vero)
quell'Eolo, de' venti c'ha l'impero,
e fa sentir altrui la forza sua?
perch'anco in cielo, d'Orion a tergo
latrando, un picciol Cane tanta rabbia
sparge d'ardor, e tant'umor e scabbia
diffunde il Drago dal suo eterno albergo?
Oltra dirò: per qual cagion non svelli
de le sanguigne mani di Tanéta[99]
la falce, che giammai non si racqueta
troncar gli umani e farne polve d'elli?
Tanéta i' dico, sí, atra ninfa e cruda,
che i tuoi Platoni e Socrati non scelse;
anzi, quanto le teste son piú eccelse,
lor spezza, e d'elli tu ne resti nuda!

TECNILLA.

Quanto a le dua stagioni a l'uomo infeste,
non ti rispondo, perché giá la impresa
ti diedi di ciò degna: far la spesa,[100]
contra lor, d'ombre, tetti, piume e veste.
Ad altri morbi assai per te si occorre,
c'hai simil esercizio, né vergogna
ti paia impreso aver da la cicogna
un ventre adusto foggia per diporre.
E come a la mia ninfa Filomusa[101]
la tibia per isporre il canto usata
trovasti giá, cosí ha Farmacia grata
la tromba che al purgar un ventre s'usa.
Di ta' remedi al miser uomo e schermi
contra l'offese di Natura certo
studio ti vien, e poi la laude e 'l merto,
perché sollevi, Anchinia mia, gl'infermi.
Ma quanto a quel che l'invincibil ferro[102]
de l'improba messora frenar debbia,
voglio non puoter farlo, ché di nebbia,
per mezzo suo, gli alti intelletti sferro.
La morte a miei seguaci è un'esca dolce
e di Natura for del fango i purga,
ed è cagion ch'un'alma d'ombra surga
ne l'alta luce, di che 'l mondo folce.
«Qual è chi viva e non vedrá la morte?»,
David cantava lieto ne la cetra,
bramoso il gentil spirto d'esta tetra
prigion uscir a la celeste corte.
Però di' meglio, ch'io puotendo tiri
tanti miei figli tosto d'esta tomba,
ché un cor non piú s'incende al son di tromba,
d'un'alma santa a gli ultimi sospiri,
né farle può Natura piú grand'onta
che 'n questa vita sua menarla in lungo,
la qual pò invidiar un fior, un fungo,
che nasce e mor fra un sol ch'ascende e smonta.

ANCHINIA.

Stolto parlar se non stolta risposta
potrebbe aver; onde chi sempre tacque
a gli insolenti detti, sempre piacque:
dico quanto al clistero o sia sopposta.
Ben si potrebbe un portico, un palagio,
un vestal tempio ed un anfiteatro
addurre in loda mia, l'arme, l'aratro,
la nave e tante cose; ma 'l malvagio
rancor t'accieca e légati la lingua,
che non pò dir quel che ragion la sferza.
Tu non sei prima né seconda e terza,
quando che l'ordin nostro si distingua,
se ti credi esser, non di te son quarta.
Roditi pur, se sai, che non ti cedo;
e s'attendermi vòi mentre ch'io riedo,
possio condur chi tal dubbio diparta.

TECNILLA.

O temeraria ed arrogante! mira
come si gonfia questa fabbra vile!
Qual giudice sará tanto sottile,
che nostra lite concia? dimmi, è Pira?[103]
dico quell'altra de le prove mastra,
che, come tu, vantandosi va ch'io
cosa che vaglia senza lei non spio,
e di Almafisa appellami figliastra.

ANCHINIA.

Vantarsi drittamente può qualunque
trovasi aver servito qualche ingrato;
ché quanto ben è in te non l'hai trovato
se non per il suo mezzo. E pur, ovunque
esser ti trovi, ch'altri non conosca
l'astuziette tue donde prevali,
ti fai sí grande che, s'avessi l'ali
cosí d'ogni altro augel com'hai di mosca,[104]
egual salir vorresti al gran Monarca;
lo quale sol vòl essere, che senza
sian l'opre sue d'alcuna esperienza,
ove egli pienamente e ratto varca.

TECNILLA.

Di me medema meco mi vergogno,
trovandomi altercar con essa teco!
Hai forse il capo tepido di greco,
ubriaca che tu sei? ch'ancor bisogno
farotti aver del tempo, c'hai qui speso
in dirmi oltraggi, meretrice lorda!

ANCHINIA.

Non mi toccar, Tecnilla, questa corda,
ché peggio sentirai quel c'ho sospeso
di lingua in cima. Or taci e fia tuo meglio!
Dir onte altrui né udirle voler poscia,[105]
è di pazzo costume; ma, d'angoscia
mentre sei pregna, va' mirarti al speglio,
se vergognarti vòi piú del tuo volto
fatto di mostro per soverchia furia,
che litigar qui meco e dirmi ingiuria,
le quali di te meglio forte ascolto.

TRIPERUNO.

Eran le dua sorelle omai sí d'ira,[106]
per la puntura di sue lingue, in cima,
che fu tra lor per esser pugna dira.
Ma grave donna di molt'altre prima,
dolce cantando, fuvvi sopraggiunta,
la cui beltá non quanta sia s'estima.
Un'arpa con sua voce ben congiunta
fece che da le dua giá in arme prone
la gara venne tostamente sgiunta.
Latte di tigre o sangue di dragone[107]
ben mostrarebbe aver beuto infante,
chi non saltasse udendo sua canzone!
Non è di pietra cor, non d'adamante,
non di Neron, Mezenzio, Erode, Silla,
che non si dileguasse a lei davante.
Onde non pur Anchinia con Tecnilla
lasciâr l'ingiurie fattesi, ma sono
e questa e quella piú che mai tranquilla;
anzi leggiadre, al numerabil sòno
di diece corde, mosser una danza,
dandosi un bascio ad ogni sbalzo nono.[108]
Quivi Almafisa venne con l'onranza,
fra mille ninfe d'arbori e de fiumi,
ché ognun concorre a quella concoranza:[109]
né men scherzan in cielo e' chiari lumi,
nel mar e' pesci, e 'n cielo quei dal volo,
le fiere in terra e i serpi ne' lor dumi.
Stavami ne le fascie stretto e solo,
sí come l'augelletto, il qual distende
l'ale, ma non s'innalza e n'ha gran dolo.
Chi su, chi giú quel tutto che s'intende
da l'uom, se non a pieno, almen in parte,
va, vien, traversa, corre, monta e scende.
— Ciascun mai d'Omonía non si diparte! — [110]
cosí la cantatrice udi' chiamare,
che i passi altrui col canto suo comparte.
Io che l'errante macchina danzare,
per quel dolce concento, vidi al moto[111]
universal e poi particolare,
di quei legami tutto mi riscuoto,
come colui che lungo indugio annoi,
dovendosi asseguir qualche suo voto.
Svelsi di quelle scorze un braccio e poi,
con quella svelta man che i nodi sterpe,
tanto cercai ch'usciron ambi doi.
E con quel modo ch'un immondo serpe,
vedendo, ov'era 'l ghiaccio, nato il fiore,
si sbuca lieto d'un'angosta sterpe,
dove si spoglia il vecchio corio fore
tutto d'argento, ed or fassi piú cinte[112]
del ventre al capo ed or segue 'l suo amore;
tal io, poi che le spoglie risospinte
m'ebbi d'addosso, per danzar su m'ersi;
ma fûrno dal desio mie forze vinte.
Ché surto in piede starvi non soffersi,
anzi cascai, donde corse a comporre
Anchinia un carro, il qual meco si versi.
Su tre rotelle il carriuolo corre,
ed è, sí come io son di lui, mio guida
che al passo infermo e debile soccorre.
Di ciò par ch'Almafisa se ne rida,
che 'l legno arguto poggia ovunque poggio,
e che l'industre Anchinia è che m'affida.
Ma con le mani a lui mentre m'appoggio
ed ir con seco quinci e quindi bramo,
ecco me 'ntoppo in qualche adverso poggio;
di che sossopra il carro ed io n'andiamo:
quel resta intégro ed io n'ho rotto 'l naso,
e che ritto mi torni Anchinia chiamo.
Anchinia mi rileva, e d'ogni caso
per le percosse ch'atterrato piglio
presta ricorre de l'onguento al vaso.
Ed io, ch'oltra 'l dolor esser vermiglio
comprendo il lito del mio sangue, invoco
lei con la mano posta al pesto ciglio.
Ma quella mi risana, ed anco al gioco[113]
di quel mio tal destriero mi riduce,
in fin che da me stesso, a poco a poco,
ir poscia senza il carro ed altro duce.


SESTINA LI CUI CAPIVERSI DICONO QUELLA SENTENZIA:
«CONCORDANTIA — DVRANT — CVNCTA — NATURE — FEDERA».

URANIA.

C ome 'l primo veloce mobil cielo,
O pposto a quei che volgono le stelle,
N on li distempra e sé tramuta in foco?
C om'è sospesa? e chi sostien la terra?
O nde con lei forma ritonda il mare
R itien, e mai posando non ha pace?
D'una concorde e ragionevol pace[114]
A vvinse l'alta causa cielo a cielo,
N é men con pace in maggior cerchio il mare
T iensi a la terra, e giran sette stelle
I n sette sfere, il cui centro è la terra,
A nti da l'aer cinta e poi dal foco.

D ubbio non è che 'l mondo o in acqua o 'n foco
V errá sommerso, quando la lor pace
R otta sará, per sfare il mar, la terra,[115]
A llor che dé' fermarsi il nono cielo
N é piú rotarsi 'l sol con le sei stelle,
T rarsi nel centro de la terra il mare.

C rebbe, fu tempo giá, su l'alpe il mare;
V orar il mondo deve ancor il foco;
N on fia perpetuo il giro de le stelle,
C he al fin col cielo avran quiete e pace;
T ratto giá il ceppo uman o su nel cielo
A starvi sempre, o 'n centro de la terra.

N on t'invaghir dunque, omo de la terra.
A nzi contendi (ove di gloria il mare
T u lieto solcarai) salir in cielo,
U' sempra t'arda l'amoroso fuoco,
R iposto d'alma in alma in somma pace,
E sotto i piedi ti vedrai le stelle.

F ece l'alto fattor, sopra le stelle
E giú nel piú profundo de la terra,
D ue stanze, l'una detta eterna pace,
E l'altra, di perpetuo foco mare.
R inchiuso entro la terra, a l'ombre, è il foco;
A l'alme, gioia eterna su nel cielo.

Fe' Dio l'uomo di terra, che 'n le stelle
avesse pace; ma chi nacque in mare[116]
trallo dal cielo in sempiterno foco.

TRIPERUNO.

Poscia che vide, per Industria ed Arte,
Natura finalmente l'uomo in piede
correr veloce in questa e 'n quella parte,
ed esser l'animale, il qual possede
alto saper e di ragion dottrina,
che fôra poi d'eterna vita erede,
con lieto e dolce aspetto a me s'inchina,
qual mansueta madre che al figliolo
prima di sdegno fu cruda e ferina.
D'innumerabil figli dentro il stolo
da lei fui ricondutto al bel giardino
dove altrui vive lieto e senza dolo.
Quivi sotto 'l pacifico domíno
ed aurea stagione di Akakía,[117]
vissi gran tempo semplice bambino,
fin ch'indi mosso poi, per lunga via,
fui ricondutto a ritrovar Altèa[118]
e l'altra donna che 'n nostra balía
commette ambe le strade e bona e rea.


DE LA PUERIZIA ED AUREA STAGIONE

EUTERPE.

Giá rinnovella intorno la stagione,
ch'eternamente verdeggiar solea
prima ch'avesse Astrea[119]
gli uomini a sdegno e sé tornasse ai dèi,
lasciando in lor quell'altra cosí rea
che li arde, mentre Febo alto s'impone
al tergo di Leone,
o quella che dai monti iperborèi
riporta il gielo a gli afri e nabatei.
Or che l'occhio del ciel aggiorna in Tauro,
or che 'l fior spunta ove 'l ghiaccio dilegua,[120]
or che 'l scita co' l'indo vento tregua[121]
fatt'hanno e dato è in preda il tempo al Mauro,
Zefiro torna incolorar i lidi,[122]
e i pronti a tesser nidi
vaghi augelletti, per lor macchie errando,
natura van lodando,
c'ha ricondutto cosí lieti giorni,
d'aura gentile, d'erbe e fronde adorni.
Férmati, Apollo, pregoti, nel grado,
ch'oggi ascendendo e poggi e selve abbelli,
e gli aurei tuoi capelli
tempratamente spandi a l'universo;
onde amorosi, leggiadretti e snelli[123]
ne vengon gli animali tutti al vado
non d'Istro, Gange o Pado,
ma del suo natural obbietto verso,
c'ha l'un de l'altro, quand'è 'l ciel piú terso,
verde la terra, il mar tranquillo e piano.
Férmati, Apollo, e 'n sí bel trono sedi,
fin che a le mani, al collo, a l'ale, ai piedi
del Tempo (egli scamparse a man a mano[124]
s'asseta, tant'è vano!)
Pirene ed Appennino sian appesi,
che non si parta e i mesi
porti con seco e l'aura e 'l dolce umore,
ch'or monta in ogni foglia, in ogni fiore.
L'aureo, gioioso e mansueto aprile,
ch'or sparger d'ombre i verdi campi veggio,
piacciali eterno seggio
qui prender nosco, ch'altri non succeda.
Partito lui, si va di mal in peggio;[125]
mentre vi spira l'ausura a gentile,
Parca non sia, che file
umana vita, e Morte a Pluto rieda,
sol ombre ove posseda;
rinverdasi da sé omai la terra;
valete aratri, marre, falci e zappe!
non più vepri saranno, cardi e lappe.
Quella natia vertú che 'n lei si serra,
senza ch'altri la sferra,
uscendo stessa ci dimostra quanto
sia di natura il manto
piú bello senza l'arte e piú verace,[126]
ch'opra di voglia piú de l'altre piace.
Ecco di latte scorreno giá i fiumi,
sudano mèle i faggi, olio li abeti,
e su per que' laureti
celeste manna ricogliendo vanno
le virgin ape; e i rosignoli lieti,
c'han d'or' le penne, entro purpurei dumi
nidi d'argento e fine perle fanno,
securi di rapina o d'altro danno.[127]
L'impaventosa lepre lato al cane,
l'agnella presso al lupo queta dorme,
ché tutti li animal, giá in lor conforme,
natura tiene in sue medeme tane:
securi pesci e rane,
questi da lontra, quelle da le biscie:
non è chi strida o fiscie
l'un contra l'altro per stracciarsi 'l pelo,
ché l'aurea etade giá scese dal cielo.
Date quiete, posti li aspri giovi,
a' vostri armenti omai, duri bifolci,
ed a que' fonti dolci
lasciateli appressare! né quel rivo
di voi sia alcun che piú 'l sostegna o folci,
né chi di loco a loco lo rimovi,
ché 'n questi giorni novi
non è di libertá chi venga privo.
Cantate anco, pastori, ché l'estivo
e freddo ardore non privar piú deve
di latte od appestar e' vostri greggi!
Non piú clamosi fòri, non piú leggi,
ché ciò vita gioiosa non riceve.
O giovo dolce e leve
a l'uomo ancora, il qual sprezza fortuna,[128]
siagli pur chiara o bruna,
ché chi vivendo non fa oltraggio altrui
securo di l'aurea stagion è in lui.
E simplicetta e pueril canzone,
come richiede il suo stesso soggetto,
fu questa mia, dottissime sorelle;
di che a voi chiama: — Non son io di quelle
che, Urania, scrivi con sí bel soggetto
e n'empi il sino e petto
ai duo novi Franceschi, l'un ch'agnelli
canta, lupi e ruscelli,
l'altro del Senator l'alta pazzia!
Ma chi fa il suo poter con gli altri stia.

FINISCE LA PRIMA SELVA DEL TRIPERUNO.

DIVVS VATES
OPTIMA QVAEQVE DIES MISERIS MORTALIBVS AEVI
PRIMA FVGIT SVBEVNT MORBI TRISTISQVE SENECTVS
ET LABOR ET DIRAE PARIT INCLEMENTIA MORTIS


SELVA SECONDA

DISTICHON

Unus adest triplici mihi nomine vultus in orbe;
tres dixere Chaos, numero Deus impare gaudet.

HEXASTICHON

Mintiadas inter fulicas mihi sueta phaselus
currere, nunc tumidis aequore fertur aquis.
Quonam tanta animi fiducia? Nobile sidus
adstitit en capiti quae praeit Ursa meo.
Ursa potens mundi, firmo quem torquet ab axe,
ursa potens pelagi, qua duce nauta canit.


PREFAZIONE

Or pervegnuti siamo al centro confusissimo di questo nostro[129] Caos, lo quale ritrovasi ne la presente seconda «selva» di varie maniere d'arbori, virgulti, spine e pruni mescolatamente ripiena, cioè di prose, versi senza rime e con rime, latini, macaroneschi, dialoghi, e d'altra diversitade confusa, ma non anco sí confusa e rammeschiata che, dovendosi questo Caos con lo 'ntelletto nostro disciogliere, tutti gli elementi non subitamente sapessero al proprio lor seggio ritornarsi.

TRIPERUNO.

D'errori, sogni, favole, chimere,[130]
fantasme, larve un pieno laberinto,
ch'un popol infinito, a larghe schiere,
assorbe ognora, tien prigione e vinto,
voglio sculpir non ne l'antiche cere,
non ne le nove carte; anzi depinto
di lagrime, sudor, di sangue schietto
avrollo in fronte sempre o 'n mezzo 'l petto.

In fronte o 'n mezzo 'l petto, ovunque io perga,
terrò qual pellegrino mie fortune;
datimi, o muse, una cannuccia o verga,
ch'io, scalzo e cinto ai fianchi d'aspra fune,
veda come 'l sol esca e poi s'immerga
ne l'Oceàno, e come ardendo imbrune
qua li etiòpi e lá di neve imbianchi
tartari e sciti del bel raggio manchi.

Ma poi che di mia sorte il duro esempio
mostrato abbia del mondo in ogni clima,
fia cosí noto, appeso in qualche tempio[131]
od in polito marmore s'imprima,
che chi mirando 'l cosí acerbo ed empio,
considri ben qual sia buon calle, prima
che l'un d'ambi sentieri d'esta vita
si metta entrare a l'ardua salita.

Oh, ben saggio colui che 'l suo dal mio
voler avrá diverso ne' prim'anni
di nostra sí dubbiosa etade, ch'io
volendo scorsi ne' miei stessi danni,
travolto in vie sí alpestri dal desio,
ch'anco ne porto il viso rotto e' panni,
fin che mia sorte, poi che assonto in alto
m'ebbe, giú basso far mi fece un salto!

TRIPERUNO.

D e l'innocente ninfa l'aurea etade,[132]
I l bel giardino, le colline, i fonti
V annosi omai, ché 'l tempo invidioso[133]
I n un istante quelli s'ingiottisse.

B andito dunque sol per l'altrui fallo,
E rrava quinci e quindi ove pur l'alma
N atura mi torcea con fidel scorta.
E ra quella stagion quando Aquilone,[134]
D a l'iperboree cime sibilando,
I n vetro i fiumi, in latte cangia i monti;
C ácciomi dentro un bosco tutto solo;
T anto vi errai, ch'al fine mi compresi
I n le capanne de' pastori giunto.

R iposto s'era Febo drieto un colle,
E la sorella con sue fredde corna
G iá percotea le selve ed ogni ripa.
V ago di riposarmi su lor fronde,
L a porta chiusa d'una mandra i' batto:
A l sesto e nono cenno fummi aperto.[135]

S tarsene quivi ben rinchiusi e caldi
V idi quei pegorari, al foco intorno,
B ere acque dolci e pascersi de frutta.

Q ual stato mai per che si sia sublime,
V'ha pare al pastoral di contentezza?
A ltri di strame rifrescar ed altri
M onger vidi gli armenti, altri purgarli.

I ntenti ancor son altri gli agnelletti
P ortar di luogo a luogo e ritornarli
S otto lor madri, ed altri con virgulti
E gionchi acuti tessono sportelle.

M a parte ancora, di piú verde etade,[136]
I ntenti sono a giovenili giochi,
L otte, salti diversi e slanzar dardi.
I n altra parte s'usan dicer versi,
T occar sampogne e contrastar di rime.
A ltri, de' piú attempati, di lor gregge
T rattano, s'han piú spesa che guadagno.
V adon e riedon altri, piú robusti,
R icercando le mandre, ove ben spesso
V olpe, lupi selvaggi e piú gli umani
S oglion discommodar lor santa pace.

I n ogni lor impresa vanno lieti,
A mandosi l'un l'altro con gran fede,
M ercé che 'l capo lor sa l'arte a pieno.

I vi raccolto fui nel dolce tanto[137]
N umero lor e fatto di sua prole.
G iá in mezzo al corso di sua lunga via
R otavasi la notte, passo passo:
E cco, dal sommo d'una capannella,
D ove molti pastori guarda fanno
I nsieme al grande armento con lor cani,
O desi, dentro una mirabil luce,
R esonar canti e dolce melodia.

P orgon l'udita e sentono che — Gloria
I n excelsis — dicean i bianchi spirti;
E d avvisati dove 'l Salvatore
N asciuto giace, lá, con allegrezza
T osto da noi partiti, s'avventaro
I n quella banda che fu lor mostrata.
S ol io ritratto in parte for de gli altri
S edevami pensar tal novitade,
I n fin che, ritornati, cose orrende,
M ai non udite piú, d'un fanciullino
A noi contaron di stupor insani.

E cco, senza far motto alcun ad elli,[138]
T utto soletto quinci mi diparto,

E sollevando gli occhi al ciel sereno
V idi una stella rutilar fra l'altre,
A nti scorgendo sempre il mio sentero,
N é mai fermossi fin che al santo loco
G iunto non mi vedesse e poi smarritte;
E d una voce ancor dal ciel mi venne,
L a qual dicea: — Felice criatura,
I o son quella verace e schietta donna
C he vai cercando in terra e stommi 'n cielo.[139]
A ltea mi chiamo: or entra qui sicuro. —

E poi ch'ebbe parlato, un bel concento
S'udiva d'arpe, cetre, plettri e lire.
T acendo poscia, fu non so chi disse:

TERSICORE

Or tienti fermo e non girar altrove,[140]
o spirto avventuroso, di tal guida;
ma cauto va', ché un lupo non t'uccida,
lo quale altrui dal dritto calle smove.

Né da l'antiche leggi, per le nove,
sia mai, se non Iesú, che ti divida,
lo qual non pur è saggia scorta e fida,
ma via che da vertú non si rimove.

Ben vedi a quanta gloria il ciel ti degna,
ché Dio (qual nome dirsi può maggiore?)
volse adempir sua legge in tuo conforto.[141]

Egli farsi uomo sol per te non sdegna,
e guida tal, che 'n questo uman errore
conduceratti di salute in porto.

TRIPERUNO

Io ben intesi di tal voce il sòno;
ma, lasso, che servarla fui poi tardo!
E so che quanto tuttavia ragiono
non vien inteso; ma sotto 'l stendardo
de l'Orso grande, ove posto mi sono,
spero dir chiaro senza alcun risguardo.
Or dunque in una grotta entrai soletto,
con passo lento e colmo di sospetto.

Qui la piú bella, onesta, saggia, umile[142]
donna che mai Natura, col sopremo
suo sforzo e col di rado usato stile,
finger potesse in questo ben terreno,
avea sul strame, in loco abbietto e vile
(trovavasi al bisogno troppo estremo)
riposto un suo nasciuto allor infante,
nudo, a la rabbia d'aquilon tremante.

E se d'un bianco e liggiadretto velo,
levandosi 'l di testa, non fatt'ella
qualche riparo avesse al crudo gelo,
pensato avrei che 'l parvolino in quella
paglia mancar dovesse, e lui, che 'n cielo
volge coi giri soi ciascuna stella,
stringesse la stagion orribil: tanto
prender gli piacque di miseria il manto!

Con quel contratto volto ed alto ciglio
ch'alcuno mira cose strane e nove,
stavami prono a contemplar quel figlio,
sí di me stesso for, che men del bove,[143]
de l'asinelio men, ebbi consiglio
di riconoscer lui che 'l tutto move
essersi carne fatto, non per boi,
non altri bruti, no, ma a servar noi.

Un for di stile e d'uso uman sembiante,
una celeste angelica figura
di quel nasciuto allor allor infante
fu, ch'al veder mi tolse ogni misura.
Ché s'al visibil sol non è costante,
or che al divin potea nostra natura?
Bench'era in carne ascoso, pur non pote
di fora non aver de le sue note.

Non che 'ntendessi allora la cagione
ch'io fussi in quel fanciullo sí conquiso;
ma, vinto da non so qual passione,
piú tosto che ritrarmi dal bel viso
lasciato avrei non pur le belle e bone[144]
cose del mondo, ma anco il paradiso.
E finalmente io, sciocco (temo a dirlo!),
stetti piú volte in voglia di rapirlo;

rapirlo meco in parte ove sol io,
nutrendol prima, l'adorassi dopo,
sperando non mai fôra ch'altro Dio
maggior di lui mi soccorresse a l'uopo;
quando che 'l mundo tant'era in oblio,
che l'indo, il mauro, il scito e l'etiòpo
cingevan il gran spazio, ove chi 'l sole,
chi 'l mar, chi un sasso, chi 'l suo rege cole.

Ma, forse accorta del pensier mio folle
in far tal preda, la pudica donna,
levatolo di paglie, sí sel tolle
in grembo e 'l ricoperse ne la gonna;
ché esser d'uomo veduta giá non volle
mentre li porge il latte. Poi l'assonna,[145]
ed assonnato il bascia, e tornal anco
sul strame, a lato un vecchio grave e bianco.

Ma non sí tosto giú posato l'ave,
ch'un giovenetto a lato, in veste bruna,
qui sotto entrando porta un grosso trave
di ponderosa croce, ed altri d'una
colonna carco; e dopo loro grave
e longa tratta d'angioli s'aduna
intorno del presepio, lagrimosa,
ciascun in man avendo una sol cosa:

questo di spine una corona, quello
sopra la canna una spongia bibace;
chi un chiodo, chi una sferza, chi 'l martello,
chi l'asta, chi la fune, chi la face.
La donna, quando i vide, in atto bello
presto si leva e vereconda tace.
Quelli non men di lei onor le fanno,
poi taciti al fanciullo intorno stanno

(dorm'egli) in atto di basciarlo mille
e mille volte, né esserne satollo:[146]
par che nettar, ambrosia e manna stille
da gli occhi soi, dal mento, fronte e collo!
Eran le cose in modo allor tranquille,
ch'al mondo non sentivi un picciol crollo,
come se con la notte l'universo
stesse nel sonno, co' l'infante, merso.

Ma dopo alquanto indugio, ecco 'l piccino
subitamente non so chi disturba.
Egli alza il guardo e vedesi vicino
cinger intorno la celeste turba,
ch'ognun sta penseroso e 'n terra chino,
con quelle orribil armi; onde si turba
nel volto il bel sembiante e di spavento
piange, tremando come fronda al vento.

Sí come al vento foglia, trema e piange,
né 'l viso piega mai da quella croce;
e mentre qui si dole, cruccia ed ange,
quattro angioletti in lagrimosa voce
incomenciar un inno detto il Pange;[147]
il qual pensando, ancor m'incende e cuoce
de l'amoroso foco, il cui soggetto
spezza di fiera non che d'uom un petto.

Non fu giá pietra in quelle mura (pensi
un cor gentil ch'esser dovea la madre!)
che non s'intenerisse ai forti intensi
gemiti del fanciullo, a le leggiadre
rime di que' cantori. Ond'io con densi
sospiri m'avvicino al bianco padre,
col qual piangendo mi proposi allotta
non mai distormi piú di quella grotta.

Grotta gioiosa, che degnossi 'l cielo
partir de le sue cose in mia salute!
grotta felice in cui di carne il velo
intorno vidi aver l'alta virtute!
grotta salúbre, ove servato il stelo
di pudicizia nacque, tra le acute[148]
mondane spine, il fior tant'anni occulto,
di terra uscito senza umano culto!

Poscia che i quattro spirti bianchi fine
poser al Pange lingua gloriosi,
quel da la croce, c'ha l'aurato crine,
d'avolio il viso e gli occhi sí amorosi,
l'ale tessute d'oro e perle fine,
dritto si leva in piedi con ritrosi
guardi ver' me, stendendo la man destra,
e la croce sostien con la sinestra.

GENIO

Uomo, animale — disse — fra gli altri solo de la ragione capace, che de gli eterni piaceri con meco sei ad essere felicissimo consorte (non giá perché né tu né di tua natura alcuno giammai facesse impresa veruna per la cui dignitade ciò guadagnar si potesse, ma l'infinita d'Iddio bontade cosí a dover avvenire nel principio dispose); or odi quale e quanta verso voi uomini sia stata di lui la benevolenzia. Lo quale, da l'antico legame di perdizione per scatenarvi, giá non sofferse aver a schivo se istesso condennare ad essere un simile vostro di carne, una vittima, un sacrificio, un miserabilissimo spettacolo, dovendosi egli sottomettere a la severa legge, di lei non pur conditore ma distretto[149] osservatore, mostrandovi, con esempio prima e con dottrina poi, per quanto piacevole sentiero ciascuno di voi, le sue vestigia seguendo, potrebbe al lume di veritá pervenire. Da la quale, per l'infiata soperbia de gli ignoranti dottori e saviezza mondana, tutti[150] omai sète miserabilmente sotto l'empia potestade d'un tiranno traboccati, lo quale sepolti, non che imprigionati, nel puzzo d'ogni scelleraggine sin ad ora v'ha ritardati. Vedi tu cotesto bellissimo fanciullino, questa leggiadretta sopra ogni altra criatura? questo uomo di spirto e carne testé nasciuto? Lo quale so che ti pare soave tanto, che giá di non voler indi partire tu ti sei fermamente deliberato. Se io, che sol spirito sono, cosí fussi agevole di ragionar la lui potenzia, la lui maiestade, la lui smisurata benignitade, come tu, uomo carnale, manco idonio sei ad ascoltare, potrei quivi acconciatamente dar principio. Ma debilissima è pur[151] troppo de noi angioli la natura, e vieppiú la vostra umana, in comparazione di quella profundissima, incomprensibile e impenetrevole divina. Dilché sciocchi e presontuosi furono pur troppo alquanti dottori, che cosí leggermente a tal cosa isperimentare si sono abbandonati.

Ora dunque saperai prima qualmente la intelligenzia del Sempiterno Padre, la quale noi similemente «prima sapienza e divino sermone» con grandissimo tremore nominamo, tanto di vostra salute le calse, tanto l'incommutabil sua natura si commosse verso di voi a pietade, che non me, non alcun altro di angelica stirpe si elesse per vostro redentore e de l'inferno distruggitore, ma da se medema, volendo oggimai la divinitade sua con la umanitade vostra conciliare, discese occultamente da l'empireo nostro in questo vostro passibile stato, constituendosi ad essere con essi voi fratello, compagno e servitore; quando che non volse il benignissimo figliuolo vestirsi la forma d'alcun potente signore, ma ben gli piacque con perfettissima umilitade sottoporsi a vile servitude per confutare l'alterigia de' sapienti mondani. Eccolo quivi d'una polcella, mediantovi la vertú del Spirito Santo, poverissimamente nasciuto. Dimmi, uomo, dimmi, animal di ragione, qual umiltade di cotesta maggiore potriasi unqua imaginare? Páronti forse quelli duo animaluzzi vilissimi, fra li quali sul feno lor egli giace, convengano a la omnipotenzia di sua profundissima maiestade? parti ch'un diversorio immondo, un presepio de bovi, la diroccata stanza, lo notturno pellegrinaggio, la freddissima stagione siano al divino trono, a la celeste beatitudine, a le ierarchie d'infiniti spiriti convenevoli e corrispondenti? parti che questa diminutezza d'un infante a la grandezza del criatore e fondatore de l'universo s'adegui? Ma quanto piú di maraviglia prenderai tu, se mai fia tempo che l'instrumenti orribili, li quali con questa croce intorno a lui miri essere portati, tu veda crudelmente adoperati ne la innocentissima sua persona! O gran fortezza di pietade, la quale puote l'altissima giustizia[152] cosí piegare, che 'l padre, per riscotere il servo, traditte l'unico figliuolo, che avesse ad essere tra gli suoi domestichi un bersaglio di mille onte, ingiurie, bestemmie, derisioni, contumelie, scorni, guanciate, battiture, flagelli, sputi, lanciate e finalmente un vituperoso spettacolo, tra li doi scellerati, su la contumeliosa croce inchiavato! O affocato amore, o benivolenzia verso noi uomini ardentissima! Iddio fassi omo per te salvar, o uomo: offende sé, difende te; ancide sé, vivifica te! O mansuetissimo agnello! Vedi, vedilo lá, uomo, vedi lo tuo salvatore, vedi la via, la veritade, vedi come lagrimoso dal presepio ti mira e guata, vedi come gestisse d'abbracciarti in foggia di caro germano! Egli ben sa che per te, uomo, solo in questa miseria fu dal Padre mandato, discese in terra per guidarti al cielo, s'ha fatto famiglio per costituirti signore! Or dunque chi renderá mai guiderdone a tanto[153] beneficio eguale? qual grazie, qual lode a tanto premio? fia forse di oro, di gemme, di porpora, di altri beni temporali cotesto premio? anzi del preciosissimo suo sangue. Con questo ti laverá, ti monderá de le peccata, de le tante scelleraggini; con questo ti pascerá e nudrirá, lasciandotilo, con la carne sua propria, ad essere tuo cibo di vita eterna. Sfattene dunque, uomo, nel santo proposito in cui testé amorosamente ti ritrovi; e quando pur sotto 'l gravissimo peso di questa tua carne avverrá che ne trabocchi, lévati presto, chiama dal ciel aiuto, non ti addossar in terra, non vi far le radici. L'abito solo è quella peste, quel morbo se non per grandissima misericordia d'Iddio sanabile, quell'inferno d'ignoranzia, quel laberinto d'errori, ove dubito non sii finalmente per tua inavvertenzia dal sfrenato desio tirato.

TRIPERUNO

Finitte appena l'angelo divino questo sermone, che quattro de gli piú vaghi angioletti cantando cosí dolcemente incomenciaro:

Un aspro cuor, un'empia e cruda voglia,
una durezza, impresa giá molt'anni,
se altrui depor contende, non s'affanni
sperar ch'altri ch'Iddio mai vi 'l distoglia.

E s'uomo stesso il fa, dite che spoglia
non riportâr tirannide tiranni
di questa mai piú bella e che piú appanni
ogn'altra gloria, ch'uomo al mondo invoglia.

Ma il ciel di stelle e d'acque il mar fia manco,[154]
qualor accaschi in uomo tanta forza,
ch'ei vecchio stile da sé levi unquanco.

Però convien ch'al bon Iesú si torza,
mercé attendendo, ed anco il prieghi ed anco,
fin che qual serpe lásciavi la scorza.

TRIPERUNO

V enuti al fine de l'orribil metro
E ran li cantator empirei, quando
R uppesi un sòno fuor de la capanna,
U n sòno di percosse e battiture
M eschiate con minacce ed altri gridi.

I n quell'instante (ah mio crudel destino!)
G iunsevi un altro frettoloso genio
N on senza gran spavento, e disse: — Or presto
A ffrettati, Iosefo, prendi 'l figlio:
T u, con la madre sua, scampa in Egitto;
I nsta giá 'l tempo ch'un fier mercenaro
I nsanguinar si vol di questo agnello.[155]

F ra gli pastori ha ricondotto d'empii
L upi cotanta rabbia, che gli agnelli
O morti verran tutti o lacerati.
R isse, discordie, gare, aspri litigi[156]
E sser fra lor non odi ancor diffora?
N on piú dramma d'amor, non piú di pace
T ra quelli omai si trova; di che scampa
I n altre bande ove giá nacque Móse.
N é quindi fa' ti parti, fin che a tempo
I o venga darti avviso del ritorno. —

T aciuto ch'ebbe il nunzio, vidi gli altri
A ngioli su le penne al ciel salire,[157]
N é pur un solo a dietro vi rimane:
T anto le liti, le contese e zuffe
A la corte d'Iddio son odiose!

— A rme, arme! — cosí chiaman tuttavia;
M a stavami sol io ne l'antro ascoso,
B attendomi gran téma sempre il cuore.
I n su quel punto similmente un'atra
T empesta, con gran vento e spessi lampi,
I ncomenciò tonando farsi udire
O ve 'l contrasto cresce ognor piú acerbo.[158]

V inse una parte finalmente, e l'altra[159]
T rassesi ne la grotta per suo scampo.

I o mi discopro e la cagion di tanta
L ite fra loro cerco di sapere.
— L asso! — rispose un vecchio — non m'accorsi
A vvolto in un agnello esser un lupo!

LAMENTO DI CORNAGIANNI

P iangeti meco, voi fiere selvatiche,
V oi sassi alpestri, voi monti precipiti,
R ipe, virgulti e stipiti:
I esú da noi si parte, ché le pratiche
T rovate fra pastori tanto crebbero,
A imè! ch'al fin non ebbero
S e non forza di far le gregge erratiche.

A hi mercenaro e lupo insaziabile,[160]
N ato d'inganno e mantellata insidia!
I n cui tanta perfidia
M ai puote luogo aver? O incommutabile,
O giustissimo Dio, perché non subito
R isguardi a noi? deh! dubito
V ani sian nostri prieghi, ché stoltizia
M aggior non è s'un reo chiede giustizia.

TRIPERUNO

P arlava il vecchio lacrimando forte,
E poi le labbra cosí chiuse, ch'egli
N on mai piú volse aprirle; ma co' gli occhi
I n un parete fissi, geme e piagne
T anto che fece l'ultimo sospiro.
— V attine al ciel, alma d'ogni ben carca! —
S'udí una voce dir — vanne felice! —

C osí di que' pastori giacque il padre,
O rbato d'esta vita, ma in ciel suso
R apito a l'altra; e l'empio mercenaro
R imase de gli armenti possessore,
V olgendo e' be' costumi de gli antichi[161]
P astori audacemente in frode e furti,
T anto che le sampogne e dolci rime
A ndati sonsi e d'arme sol si parla.

D eposto dunque fu lo gran pastore
E ntro d'un cavo sasso; e a quello sopra,
C armi leggiadri e rime di gran sòno
I nscritte fûrno da pastori e ninfe.
D ond'io piangendo ancor questi vi posi:

TUMULO DEL CORNAGIANNI

«E cco, del monte congrega — ciò nella
R uppe — gran pianto pel suo cor Narciso.
I l fior anti no fu sua morte fella».
T al fu 'l mio verso, ma, per téma, scuro.

TRIPERUNO

Io da' pastori alquanto dilungato,
con quali esser mai giunto ancor mi dole,
d'un monticello in largo e verde prato
mi porto, giú, fra rose, gigli e viole;
poi dentro ad un antico bosco entrato,
tanto vi errai che sul montar del sole
si m'appresenta un'ampio e bel palaccio:
cerco l'entrata e presto vi mi caccio.

Nòve cose giammai non anti viste
veggio fra quelle mura in un vallone,[162]
di urtiche, vepri, spine e lappe miste
densato sí, che mai non vi si pone
piede senza lacciarlo a l'erbe triste,
e farsi, o voglia o no, di lor prigione;
ma sí mi preme l'ira d'una donna,
ch'io scampo e lascio a squarzi la mia gonna.

Perocché, ne l'entrar, quella soperba,[163]
pallida in volto, magra e macilente,
con voce altéra minacciante acerba
seguivami gridando: — Mai vincente
uomo non fia, se l'animo non serba
a' miei flagelli forte e paziente! —
Io allor m'offersi al suo comando, e presto
scorro di qua di lá, né unqua m'arresto.

Dov'ir mi deggia segno non appare
di bestial non che d'uman vestigio:
di che sovente fammi traboccare
de panni co' miei passi gran litigio,
fin tanto che, sul lido accosto il mare
giunto, m'assisi stanco a gran servigio
di nostra fragil vita, e poi mi levo,
e del cammin doppio pensier ricevo.

Se al dritto o manco viaggio me ne vada
non so, ché nòve m'eran le contrate.
Ma, tra ambi doi mentre 'l voler abbada,
ecco a le spalle, co' le labbra infiate
di sdegno, m'è la donna tutta fiada
quanto mai fusse nuda di pietate.
— Tu vòi pur anco — dice — chi t'accolga,
rubaldo, e ne' capei le man t'involga! —

Io, dal spavento piú che mai commosso,
lungo la manca spiaggia formo e stampo
miei passi, lor frettando quant'i' puosso,
sin che dal suo furor mi fuggo e scampo.
Cosí infelice non piú aver riposso
giammai vi spero; e d'uno in altro campo,
qual timidetta lepre, uscendo, un fosco
antro di spine trovo e vi me 'mbosco.

Ma ne l'entrar (ah quanta mia sventura!),
ecco si mi raffronta un uomo strano,
anzi doi, sgiunti fin a la cintura:
piú mostro assai che finto non fu Giano
o Proteo falsator di sua figura;
tal anco è scritto Castor e 'l germano,
ché sol due gambe quel corporeo peso
di duo persone tengono sospeso.

Ei, quando avanti lui giunto mi vide,
scosse le membra e tutte si li ruppe.
Stupido, il guardo ch'ei digrigna e ride
e par che 'n altri volti s'avviluppe.
I non era né Teseo né anco Alcide
o chi nel ventre il gran Piton disruppe,[164]
che fronteggiar bastassi un mostro tale;
onde spiegai pur anco al corso l'ale.

Per un sentier (sol un sentiero v'era)
sferzo me stesso, e gran téma mi punge.
Ma poi che da l'incerta e 'nstabil fiera
esser mi vidi al trar d'un arco lunge,
fermo mi volgo; ed egli, sua primera[165]
forma cangiando, in doi corpi si sgiunge:
questo di donna, vago, pronto, ameno;
quel d'un formoso e bianco palafreno.

Oh qual mi feci a l'apparir di loro
sí grata vista e dolce leggiadria!
Mill'altre prime facce assai mi fôro
moleste in cui cangiato egli s'avia,
ché né orso né leon né pardo o toro
né cervo né animal chi chi si sia,
gradir mi puote, anzi mi fe' spavento:
di questi doi sol ne restai contento.

Ella, succinta in abito gentile,[166]
tra fiori a l'aura si rendea piú degna.
Vidi anco intorno lei (sí 'l feminile
aspetto valse) con lor verde insegna,
stesi per l'erbe e fronde, Marzo e Aprile
la terra far d'assai colori pregna,
e su per folte macchie lieti e snelli
facean cantando errar diversi augelli.

Piú bello, altero, candido e vivace[167]
nullo animal di questo vidi mai;
tanto mi piacque allora, che 'l fugace
e timido desio presto frenai,
volgendol tutto ove sperava pace
in duo begli occhi, anzi potenti rai,
ch'umilemente alzati sol d'un cenno
quanto temea davanti obliar mi fenno.

Tratto dal mio voler giá torno in dietro
e di mai non partirmi da lei bramo.
Ella quel bel destrier c'ha 'l fren di vetro
è giá salita, e d'un frondoso ramo
di mirto il tocca e contra un folto e tetro
bosco lo caccia. Io che pur troppo l'amo,
correndo a tergo, me ne doglio e strazio,
e luntanato son da lei gran spazio.

Per un sentier, colmo di tòsco e fèl va
battendo sempre il palafren da tergo,
tanto che scórse ne l'oscura selva
e mi si tol di vista; ond'io sol m'ergo
de l'orme ai segni (ché si vaga belva[168]
perder non voglio), e tutto mi sommergo,
non, pur d'averla, ne le insane voglie,
ma ne' intricati rami, sterpi e foglie.

Tanto durai nel corso a quella traccia,
ch'al fin del bosco, fra tre alte colonne,
la via par che 'n duo branchi vi si faccia,
qual oggi e' greci fingon l'ipsilonne;
di che dubbio pensier l'andar m'impaccia,
fin ch'una turba di polite donne[169]
mi fûr in cerco, e losingando parte
di loro a manca man mi tranne ad arte.

Quivi d'accorte e ladre parolette
foggia non è che non mi circonvenga;
ma l'altra parte di luntano stette
pensando in quale guisa mi sovvenga.
Io, che fra tanto sono entro le strette
d'abbracciamenti e garrula losenga,
irmene al manco viaggio mi delibro;[170]
ma donna mi vietò, c'ha in man un cribro.

Un cribro in mano la dongella tiene,
d'acqua ripieno, e goccia non si versa,
che di la turma luntanata viene,
gridando forte: — Non far, alma persa,
non far; se 'l fai, tu sol n'avrai le pene,
ché non sai quella via quant'è perversa.
Ma qui piuttosto volge a la man destra,
che da l'errante volgo altrui sequestra. —

A la cui voce giá lo entrato piede[171]
ritrassi al modo di chi un serpe calca.
— Deh! saggia ninfa, dimmi per mercede,
— risposi a lei — dove 'l mio ben cavalca?
Perché fra voi questo altercar procede?
perché tanto di tempo mi diffalca?
Quella sen fugge e tuttavia non cessa,
onde non spero mai piú veder essa.

— Lascila gir — diss'ella, — ché la truce[172]
e pestilente donna, tuo malgrado,
de l'improba Fortuna ti conduce
al seggio incerto ed a l'instabil guado.
Ma se tu segui me, ti sarò duce
nel destro calle, ove di grado in grado
montando, e non col volo di fortuna,
vedrai quel ben che 'n sé vertú raguna.

Or viemmi dopo, ché su l'alte cime
di sapienza trovarai l'ascesa.
Fuggi costoro, perché al fin de l'ime
valli d'errore mostran la discesa. —
Allor io per costei lascio le prime
e seco me ne vo; ma gran contesa
ecco nascer fra l'una e l'altra turba,
che 'l mar, la terra e sin al ciel disturba.

E prima di parole tanta rabbia
si sullevò tra quelle donne e queste,
che non bastò menar con scura labbia
la lingua e denti, ma l'ornate teste[173]
vengon a scapigliarsi, e su la sabbia
giá molte veggio, per l'orrende peste
de' calci e pugna, traboccar avvolte.
Ma presto vien chi via l'ebbe distolte.

Ché a l'apparir di donna antica e grave[174]
tosto la pugna fu da lor divisa:
chi si racconcia il sino e chi le flave
chiome si annoda e chi di dar sta in guisa.
Ma la matrona con parlar soave
voltossi a me dicendo: — Qui s'avvisa
per me qual porta entrar deve chi brama
o quinci o quindi racquistarsi fama.

Quinci Vertú, quindi Fortuna alloggia,
i' ti l'ho detto: va', ch'ambo le porte[175]
ti mostro aperte. — E detto ciò, s'appoggia
sul petto il viso di Vertute e sorte
fra le colonne. Ed io ne stava in foggia
di chi non sa de le dua porte apporte
quale si prenda, s'una prender deve;
e mentre dubbia, gran duolo riceve.

La destra via mi elessi finalmente:
cosí movea di Nursia il saggio spirto.
Ma le sinistre donne, triste e lente,
trasser a l'ombra insieme d'un suo mirto.
Quivi tra loro un lupo immantenente
comparse (onde non so) minace ed irto,
del quale una di lor, se ben rimembro,
svelse sdegnando il genitale membro.

Poscia chi per il piè, chi per l'orecchia
lo tranno a terra giú quelle fanciulle,
mentre l'altare e 'l foco una apparecchia.
Ciascuna par che 'n quello si trastulle
svenarlo, e qui s'accoglie e si sorbecchia
tanto del sangue suo, che 'n tante mulle[176]
le vidi esser cangiate a me davante,
e 'l foco stesso le arse tutte quante.

E 'l mirto similmente in altra forma
mutarse vidi, ch'ogni suo rampollo
contrasse al tronco dentro, e si trasforma
in bella donna, e gambe e braccia e collo;
e 'l lupo, il qual sul lido par che dorma,
prende a l'orecchia, e dritto sullevollo,
cangiato omai di lupo in un destrero:
sáltavi addosso e sgombra via 'l sentiero.

Io la conobbi, aimè! nel sguardo acuto,
acuto sí, ch'anco smovermi puote
dal bel proposto e farmi sordo e muto
a le preghiere d'ogni effetto vòte
de l'altre donne; anzi mi faccio un scuto[177]
d'infamia contra il ben che mi percuote,
e gridami nel capo, mi urta ed ange,
ma nulla fa, ché 'l suo voler si frange.

Onde le donne insieme neghittose,
poi ch'e' soi prieghi gittaron a l'aura,
in un pratel de gigli, viole e rose,
sott'ombra de la petrarchesca Laura,
stetter in cerchio contra me sdegnose;
ed un quadrato altare qui s'instaura,
sul qual, mentr'arde un tenero licorno,
ivan quelle piangendo intorno intorno.

Io pur, quantunque l'ascoltassi invito,
la fin volsi veder del sacrificio,
ch'un nuvol bianco su dal ciel partito
sí mi l'ascose, e per divin giudicio
tal tono seco fu, che tutto 'l lito
tremò d'intorno, e sparve lo edificio,
le donne, la matrona e 'l nuvol anco,
restando pur la via del lato manco.

Stavami, su quel punto che la terra
tutta tremò, non men for di me stesso
che 'l viandante, il quale mentre ch'erra
cercando un tetto, perché un nimbo spesso
li tona in capo, il fulmine si sferra
dal ciel gridando e piantasigli appresso,
ché un'alta pioppa in sua presenzia tocca
e tutta in foco e fumo la dirocca.

— Non temer d'alcun ciel che ti minaccia,
ché bella botta non mai colse augello! — [178]
A cotal voce rivoltai la faccia,
ed ecco un uomo lieto, grasso e bello
mi sovraggiunge e stretto a sé m'abbraccia.
S'io gli fussi figliol, padre o fratello,
io l'addimando vergognosamente.
Chi fusse, egli rispose immantenente.


LA CAROSSA

MERLINUS COCAIUS