IL
PALAZZO DEL DIAVOLO LEGGENDA MANTOVANA
VOLUME PRIMO
La fanciulla si raccolse un istante e disse con cupa tristezza: Essa muore!
IL
PALAZZO DEL DIAVOLO
LEGGENDA MANTOVANA
ROMANZO
DI
ULISSE BARBIERI
Volume Primo
MILANO
NATALE BATTEZZATI EDITORE
1868.
Proprietà letteraria.
Tip. Guglielmini.
ALL’EGREGIA SIGNORA
SELENE FOCASSATI
NOME CARO ALLA MIA CITTÀ NATIVA
PER PATRI SENSI DISTINTA
ED ALLA QUALE
AFFETTI DI FAMIGLIA MI VINCOLANO
PER RICONOSCENZA E RISPETTO
OFFRO
IN SEGNO DI STIMA
ULISSE BARBIERI.
IL
PALAZZO DEL DIAVOLO
LEGGENDA MANTOVANA
CAPITOLO PRIMO Che può servire d’introduzione.
Una leggenda! in pieno secolo 1868?!.... ehi! signor Romanziere, dirà qualche gajo umore, dandomi una tiratina d’orecchi come faceva il mio maestro buon’anima quando sbagliavo la regola del tre od il mio professore di greco quando gli rispondevo latino.
Affè! perchè no?... una leggenda è una storia come un’altra; più o meno vera, come tante altre storie vi sono, in cui si dà ad intendere quel che più piaccia! lanterna magica ad usum, in cui si fanno vedere lucciole per fanali.
D’altronde a che discutere sovra una o su tal’altra forma di lavoro?.... scelsi questa leggenda perchè a me piace volar di fantasia ed è un ghiribizzo come un altro.
Varian di gusti i saggi!...
Non già che io pretenda con ciò d’essere un saggio!.... Dio me ne guardi!.... Vidi dei saggi far tante e tante sciocchezze che l’aver un ramo di matterìa nel nostro secolo di lumi (gaz) è forse la miglior cosa a desiderarsi!...
Siamo sullo scorcio del secolo 1512. Più d’uno dei miei lettori, e più d’una delle mie amabili lettrici disponendosi al pranzo od agevolandone la digestione, o facendo almanacchi alla luna, per qualsiasi cagione insomma!... avrà passeggiato il Corso di Porta Pradella se è della città, lo avrà sentito nominare se è della provincia, e se qualcuno non l’ha veduto, non l’ha passeggiato, e non l’ha sentito nominare, vada a vederlo!... Occorre così poca spesa adesso che il progresso umano ha messo a disposizione di tutti un diluvio di quei cassoni ambulanti che si chiamano le strade ferrate, mercè i quali, con un po’ di buona disposizione ed una buona ammaccatura, ad una buona noja, e ad una buona raccolta di polvere e di caldo, se si è d’estate, e di freddo se si è d’inverno, si può pacificamente viaggiare il mondo, e dico pacificamente tolto il caso d’un urto qualunque di convogli, opera della diligente diligenza dei nostri servizii pubblici in generale!...
Il Corso di Porta Pradella pertanto è un bel Corso, lo dirò io, a chi non abbia la volontà di andarvi!.... è un’amena via fiancheggiata da bei caseggiati; alla bella facciata del teatro sociale, fa prospetto la porta sul cui arco in occasione dell’anniversario dei martiri di Belfiore la munificenza del Municipio ha fatto inchiodare delle figure, non so se di legno o di cartone, che sembrano di marmo guardandole d’innanzi, ma che per di dietro lasciano vedere le aste di legno che a sostenerle furono loro inchiodate nel capo, nelle spalle, ed in qualche altra parte più bassa!....
Quelle figure dovrebbero rappresentare credo la Storia, l’Italia, o non saprei che altro patrio simbolo!...... Povera Storia e povera Italia!..... Guardate dalla parte della campagna così acconcie a chiodi e ad aste di legno, vi danno l’idea d’una Crocefissione di nuovo genere, che parmi duri un po’ troppo!... e sarebbe oramai tempo che dovesse finire!...
Il Corso di Porta Pradella è la passeggiata pubblica di tutti i giorni e massime delle feste, ove conviene il fiore delle vaghe fanciulle della città, colle rispettive loro mamme, e col codazzo dei loro rispettivi occhieggiatori; è un Corso ristretto e quasi di famiglia, chè Mantova è città cortese, città che ha conservata l’impronta d’una vita abbastanza socievole sebbene sia passata fra i più crudi rigori del dispotismo austriaco, forse anzi da quella cumunanza di sventure, resa più fratellevole... Pronta ad accettare il germe di quelle idee che avanzano i popoli sul cammino dell’umanità.... che ha i suoi Club, le sue riunioni artistiche, scientifiche, agricole, politiche, sociali. La cui vita insomma più che quella di altre provincie, s’avvicina alla vita delle capitali.
Le sue donne senza essere tipi di bellezza classica, senza avere la plasticità d’una statua di Carrer, sono d’una fisonomia simpatica (quando non sono brutte); nel loro sguardo v’ha una languidezza patetica, generalmente pallida è la tinta del loro volto, folte le chiome e per lo più castane, portate per natura non all’astrazione delle meridionali, ma facili
Al dolce vagheggiar, le fatue larve
Dal pensiero evocate!...
Ma non vorrei che qualcuno m’incolpasse di tessero l’apologia delle donzelle della mia città natale, chi sa per qual malizioso fine, chiudendomi la bocca, col gridarmi sul naso: Bah!... tutte le donne, sono donne!...
Sta bene! e poco più, poco meno subiranno la conseguenza del peccato originale che dannò i nostri primi padri, e che procurò a noi mille altri diversivi di dannazioni più o meno in relazione colla vecchia storia del pomo!...
Al fianco sinistro del Corso, vedesi anche oggigiorno un fabbricato di forma antica, in cui abitano sartine e lavandaje, ove fanno capo nei giorni di mercato i carrettieri e vi installano le lor rozze e le lor carrette, e che si chiama — Stallo del Diavolo, — come è indicato dall’insegna che si legge sulla sua porta arcuata.
La sua forma ha ben poco d’originale, oppure se v’ha d’originale, è una struttura disadorna, rozza, lo diresti impastato su alla meglio senza ordine architettonico, largo e stretto, con anguste scaluccie strette strette, con finestre che pajon porte, e con porte che pajon buchi; tre ale di fabbricato d’un sol piano, formano il quadrato del cortile, a destra del quale scorre quel ramo del Mincio che attraversa la città e scarica le sue acque nel lago, che poi le riversa nel Po.
La tradizione popolare lo veste di fantastiche forme, e per molto tempo le dicerìe di spiriti che lo faceano echeggiare di gemiti, di folletti, che vi ballavano la ridda, ed altri simili fanfalucche impedirono che si abitasse; parve poi che gli spiriti prendesser paura dei primi che ne ruppero la solitudine, onde messa la coda tra le gambe, ammesso che gli spiriti abbiano una coda, se ne stettero zitti, zitti!...
Svestito da queste idee superstiziose, che or più non attecchiscono che nella mente di qualche ebete, o di qualche scolaro del seminario vescovile, da cui si esce presso a poco con ugual dose di istruzione e d’ingegno, restò generale l’idea che per opera di uomini, o del demonio, il detto palazzo, o piuttosto questo vasto casamento, fosse sorto come per incanto, ed in tale spazio di tempo da far credere ad alcun che di soprannaturale concorsovi alla sua fondazione.
La leggenda che io sto per narrare incomincia nell’anno 1512.
Ove ora pompeggia leggiadramente ornato delle sue belle case, della sua doppia fila di lanterne a gaz, la larga ed amena via, non eravi allora che un’immensa vallata a forma di praterie, quadreggiata da scannellati filari di salici e di pioppi, e fin d’allora di fianco a questa vallata, distante un breve tratto dall’arco di Porta Leona che è al fianco destro del teatro sociale, sorgeva il vecchio palazzo erettovi dal conte Paride Ceresara, in brevissimo spazio di tempo a forza di braccia e di denaro. Era questi professo nelle scienze oculte, molto in voga in quel tempo... era discendente di antica stirpe spagnola stabilitasi poi in Italia... ed era nato in Mantova nel 1466. Aveva già 72 anni nell’epoca del nostro racconto... e durante questo lungo periodo di vita s’era molto distinto presso la Corte dei Gonzaga. Poco amante della carriera delle armi a cui destinavalo suo padre, e tratto dalla sua natura a studi poetici si era occupato nella solitudine del suo palazzo intorno a varie traduzioni latine e greche... Dicesi essere egli che tradusse alcune opere di Plutarco, la Dulnaria di Plauto, e che sotto il nome di Tieste de Ceresari scrivesse una celebre opera sull’astrologia giudiziaria. Amico del conte Nicolò d’Arco ne sposò la sorella: rimasto vedovo senza prole impalmò Barbara Capralta e da questo connubio ebbe quattro figli.
Dedicò al duca Federico Gonzaga un libro di Chiromanzia, con lettera di cui trovasi l’autografo nell’archivio del palazzo Ducale. Istruttissimo come era nella scienza astrologica vuolsi che nel suo libro la Geomanzia predicesse al cardinal Farnese il suo Papato alla morte di Pier Luigi... Era uomo piacevole, di ameno umore e carissimo ai principi che lo tenevano in alta stima...
Toccai questi brevi cenni di biografia storica onde dimostrare che il fondatore del Palazzo del Diavolo, o della casa della valle come la chiamavano allora, era tutt’altro che un Diavolo, benchè il volgo lo tenesse in concetto di stregone e di maliardo che con malefizi e sortilegi viveva oltre ai mille anni.... e faceva patti col demonio per non morir più.
Il vecchio conte intanto continuava nei suoi studi d’alchimia in cui aveva educato un compagno, il vecchio Marco che quei di Porta Leona chiamavano il segretario di satana perchè, dicevan essi, l’ajutava nelle sue operazioni infernali.
I figli del conte Paride amanti pochissimo delle scienze, quanto l’erano invece di quella vita guerriera dell’epoca, s’erano sbandati per le vario corti d’Italia al servizio dei principi che vi tenevan regno. Mortagli la seconda moglie, egli era rimasto solo col vecchio Marco al quale portava tanto affetto d’amico e di maestro, che venuto a morte lasciollo erede del palazzo in cui si dice ch’ei trovasse sepolto un tesoro.
Che che fosse... dopo la morte del conte Paride, il vecchio Marco era chiamato qualche volta ei stesso alla corte pei consulti astronomici che prima vi teneva il suo maestro, e non a mani vuote ei v’andava e ne veniva!... e la voce pubblica si dava a strepitar più forte ch’ei si faceva ricco coi denari del diavolo!
Il paesano vedeva talvolta con terrore sulle ampie vetriate della casa, guizzare ed agitarsi una fiamma infernale, e neri globi di fumo uscir dai comignoli che pigliavan talora bizzarre forme di spiriti che ballassero la tregenda sul tetto del palazzo.
Il paesano per buon conto si faceva il segno della croce, e vi passava più lontano che avesse potuto onde evitare di sentirsi preso pei capelli e costretto a firmare chi sa qual patto infernale in cui avrebbe perduta la sua anima. Poi arrivava alla sua capanna ansante e trafelato e messisi intorno i figli e la vecchia nonna, lor diceva che se avesser veduto come aveva visto lui, fuor del balcone della casa della valle eragli apparsa una testa nera nera, con sul capo due corna da non potersi misurare a braccia, e dalla cui bocca grande al pari d’un forno uscivano fiamme e serpenti, e che sul tetto v’eran dei mostri che facevan grida da ispiritati, e i ragazzi si stringevano intorno alle gambe della nonna, e la nonna biascicando pater nostri se li stringeva al petto e scongiurava Tonio a non passar più neppur per sogno dalla casa della valle, che il diavolo andandoci vicino tosto o tardi la fa, e che col diavolo non bisogna prendersi confidenza.
E alla casa della valle regnava una calma misteriosa. Il sole era presso al suo tramonto ed a norma che la sua luce andava scemando, lo spazio raddensavasi fosco di tenebre. Nessun romore udivasi nella casa della valle, la folaga strideva dalla vicina palude, una gallina restìa di ritirarsi al suo pollaio raspava la terra chiocciando. Ai piedi della scala che metteva nell’interno del palazzo, fuor della soglia della bassa porta, era seduta una vecchia dalle ossa scarne, dalle dita adunche, dalle occhiaie livide, a guisa d’una delle streghe di Machbet. Essa appoggiava all’osseo palmo il mento ricurvo con cui terminava la sua faccia incadaverita dall’età e guardava assorta in strani pensieri la gallina che raspava chiocciando sempre.
La vecchia sorrideva, se poteva dirsi sorriso il raggrinzarsi della sua pelle giallastra e ratrappita sul suo volto fatto più strano dal scintillar della sua pupilla immota dentro le fonde occhiaje; sorrideva come i fanciulli e come gli scemi.
— Marta!... Marta!... Vecchia strega!... borbottò una voce aspra dietro di lei; non ti muovi quand’io ti chiamo?...
La vecchia non si mosse.
La gallina raspava sempre, e dalla terra smossa fe’ saltar fuori una moneta.
La vecchia s’era per metà levata dalla sua seggiola.
— È mia... gridò, o per meglio dire, stridette raucamente la voce che poco prima l’aveva apostrofata; ed un’ombra slanciandosi dal vano della porta fermò il piede sulla moneta... La chioccia spaventata fuggì via, la vecchia ricadde sulla sua sedia...
— Non valeva la pena che spaventaste così quella povera bestia, borbottò essa.
— È oro... e tutto l’oro che v’ha qui è mio... ripetè la voce.
L’uomo che così improvvisamente era sbucato fuori della casa della valle, era un vecchio dai capelli grigi, dalla lunga barba parimente grigia ma folta, vestiva una nera vestaglia da camera che gli scendeva sino ai piedi, avea rimboccate le larghe maniche e ne uscivano fuori due braccia nude, lunghe, pelose; si appoggiava ad un nodoso bastone portava sulla testa una specie di calotta a rabeschi, curvo della persona, magro, abbattuto, l’avreste detto un’ombra viva in mezzo alle tenebre che si addensavano ognor più colla nebbia che calava fitta fitta... Sulla sua larga e alta fronte però, nel suo occhio piccolo ed acceso il contemplatore avrebbe trovato qualche cosa che gli avrebbe rivelato una mente viva di gioventù sotto a quell’osseo involucro spolpato dal tempo, e dalle lunghe veglie perdute forse nello studio or positivo dell’analisi, or astratto della meditazione.
Quel vecchio non era nemmeno un avaro come avrebbe potuto farlo credere il moto che egli fe’ slanciandosi sulla moneta sterrata dalla gallina. Era semplicemente Marco il cercatore, l’alchimista, il mago, come lo chiamavano volgarmente coll’epiteto che avevan dato al suo maestro; uno di quei genj del mondo antico che consumarono in pazzi sogni i tesori della loro mente, intestati di fabbricar l’oro col prestigio della magìa, mentre l’avevano a loro disposizione frutto della potenza del loro ingegno.
Marco erede del palazzo e della scienza del vecchio conte, per un delirio della vecchiezza erasi spinto più in là del suo maestro, ed era entrato nel campo dell’impossibile; volea che l’alchimia gli centuplicasse l’oro fuso da lui nel crogiuolo dove s’intestava di trovarne la sorgente!...
Entusiasta del soprannaturale, come lo sono tutti coloro che nello studio delle scienze così dette oculte, logorano la vita. Pel vecchio alchimista che lasciava allora il suo fornello ardente, da cui uscivano crepitando le vive fiamme che i paesani traducevano per le corna di Belzebù, assorto nelle sue strambe contemplazioni, quella gallina che chiocciando smuoveva dalla terra una lamina del prezioso metallo, che egli forse aveva perduto al suo ritorno da un consulto scientifico, assumeva una forma che si sbizzarriva colle accese immagini della sua fantasia a quella stessa guisa che gli abitanti dei contorni di Porta Leona tramutavano il fumo che usciva dal comignolo del suo laboratorio chimico in bizzarri e spaventevoli spiriti che sul tetto della sua casa ballassero la tregenda!.....
La vecchia che si era rimessa a sedere, si alzò per richiudere nel suo pollajo la fuggiasca gallina.
L’alchimista prese da terra la moneta, la riguardò, e mormorando strane parole ritornato lentamente al suo laboratorio, la gittò in un ampio crogiuolo dentro cui alla cocente fiamma d’un fuoco infernale, bolliva sprizzando strisce di liquida materia il metallo fumante, che si contorse e si fuse.
CAPITOLO II. Una notte infernale.
Fischiava il vento curvando i canneti della valle, dall’orizzonte avanzavano neri nuvoloni carichi di tempesta; s’avanzavano come se gli uni sugli altri si rotolassero per lo spazio. L’aria istessa grave, quasi ferma, pareva stesse trepitando in attesa d’uno di que’ sconvolgimenti che fanno desiderare al viaggiatore il focolare domestico lasciato deserto, e pesano sull’animo involontariamente come il preludio di quelle sventure che stanno nascoste nell’infinito, come le folgori che si fondono in quel caos tempestoso.
Il temporale saliva, saliva... dal fianco sinistro di Porta Leona; il nibbio volteggiava in larghe ruote, l’atmosfera soffocante, satura di elettrico lampeggiava foschi baleni... Regnò per qualche momento quella calma queta non rotta da un soffio, che precorre sempre gli uragani!.... Poi come onda sfrenata un sibilo passò agitando gli alti pioppi, fuvvi un lampeggiare spesso, incessante, un fragore di tuoni. Le folgori scrosciando pareva volessero aprire le caterate del cielo. Sulla cima d’un albero un nero uccellaccio gracchiava movendo il lungo becco come se intuonasse uno strano canto!.. L’albero colpito a mezzo dal fulmine cadde, il nero uccello spiegando le larghe ali, ristette immoto come sospeso nello spazio..... poi chiudendo l’ali, ratto qual freccia si disperse travolto forse dalla buffera; la grandine tempestò, l’acqua si riversò a torrenti sulla terra.
Nella casa della valle tutto era silenzio... Vedevi solo un lume passar rapido da una all’altra delle finestre.
Nella stanza abitata dal vecchio alchimista il fornello era spento. Nel vasto laboratorio terreno, le storte di vetro, gli imbuti, i cilindri giacevano polverosi ed abbandonati ingombrando le larghe tavole di legno, che ne occupavano le latitudini; la vecchia Marta dimentica del suo pollajo e delle sue galline che solea chiamarsi attorno al suo seggiolone di legno, se ne stava in una camera vicina a quella dell’alchimista, immersa in un cupo meditare.
Le sue labbra si movevano come agitate impercettibilmente, mentre nessuna parte del suo corpo dava segno di vita; la testa aveva china sul petto, l’occhio fisso sul terreno, le mani incrociate sulle ginocchia quasi ratrappite....
Ti pareva una di quelle bizzarre creazioni della vecchia scuola germanica... un essere non umano raggomitolato in quell’angolo della stanza.
— Marta!... Marta!... s’intese mormorare una voce fiocca, rauca.
La vecchia si scosse — Chiama me, borbottò fra i denti, scuotendo la testa grigia, ed il suo occhio mandò un lampo di viva intelligenza. E cosa sono venuti a fare i suoi nipoti se ha bisogno ancora di me?... continuò essa, come se queste parole fossero la chiusa di chi sa quale ragionamento che era passato nel suo pensiero durante la sua lunga meditazione.
— Marta!... chiamò di nuovo la voce, fatta più stridula dal fremito dell’impazienza che scuoteva le fibbre del vecchio.
Marta levatasi si mosse... si appressò alla porta, l’aperse ed entrò. Era una stanzaccia larga e disadorna, le pareti nere ed umide erano tappezzate di quadri, ad alcuni dei quali si attribuiva un valore immenso; sul camino ardeva il fuoco e riverberava tutto all’intorno una luce oscillante; sovra ad un mobile vicino al letto era situata una lucerna di ferro sormontata da un coperchio di pergamena ingiallita dal tempo che stringeva la luce in un circolo e lasciava in una semi oscurità il resto della stanza; sul camino i tizzoni ardenti crepitavano, si sentiva al di fuori infuriare la procella.
Marta entrò e mosse verso il letto che era di fianco al camino, e sovra il quale giaceva il vecchio.
Quasi sepolto sotto alle coperte che si era ammonticchiate addosso onde difendersi forse dal freddo della morte che già l’agguantava col suo inesorabile artiglio, non scorgevasi di lui che la smunta faccia ed il crine rabbuffo sovra cui in atto d’impazienza si agitava un braccio quasi di scheletro che si movesse nella tomba.
Le pupille roteavano dentro alle livide occhiaje come fosse sotto l’impressione d’uno spasimo convulso... — Marta... Marta... strega del demonio.... vuoi farmi morir dannato che non ti avvicini al mio letto?.... strideva egli con tuono gutturale. Un violento impeto di tosse gli ruppe la foga del dire... e bianche le labbra, per lo sforzo operato agitatosi un istante sul letto ricadde.
— I vostri nipoti non sono ancora arrivati... ma arriveranno in tempo, state sicuro... e la vecchia lo guardò scuotendo il capo come allora che s’era alzata dalla sua seggiola.
— Marta... vuoi farmi dannar l’anima sconoscendo il mio sangue!... balbettò il morente... e dal suo ciglio uscì un lampo.
— Enrico e Carlo s’ubbriacano alla taverna del Gallo nero, ribattè Marta. Nelle fibbre del vecchio corse un fremito!...
— Dannazione!... urlò sollevandosi come macchina inerte allo scatto d’una molla... E il mio oro a chi lo lascierò io?... e ne ho molto dell’oro!... dell’oro!... ripetè tra sè... dell’oro!...
— Verranno a tempo.... mormorò la vecchia.
Un lampo seguìto da uno scroscio di folgore passò dalla finestra, un buffo di vento vi gettò contro la pioggia che diluviava.
Il vecchio rise... stese il braccio ed afferrò l’aggrinzata mano di Marta.
— La dicono la casa dello stregone... gli susurrò piano all’orecchio, e il demonio riderà. Ah si ubbriacano alla taverna mentre io muojo qua?... solo, come un cane arrabbiato?... e tu, vecchia strega, dici che verranno in tempo per avere il mio oro?... Ma sai tu ciò che io lascio loro?...
— Quella cassa là... disse Marta segnando un angolo della stanza... tanto di grazia di Dio!... che sarà gettata come un osso nella bocca del lupo!...
— No... Marta... no... tu sei scema e non vedi un palmo al di là del naso!...
Il vecchio s’era rizzato sul letto; Marta lo guardò e diè addietro d’un passo; quasi ebbe paura di quella sua faccia che rideva d’un riso da demone. — No, Marta, no!... ripetè egli... è la dannazione che io lascio loro!... e l’ho accumulato per loro tutto quel tesoro... guardalo, vecchia!... vi sono gemme che abbagliano, verghe d’oro che pesano... ho sofferto ed essi non hanno mai avuto una parola per me... li ho chiamati e mi hanno riso in volto... mi credevano povero, e mi lasciano morire come m’hanno lasciato vivere... bisognava bene che mi vendicassi dei loro torti!... bisognava bene che loro rendessi il male che m’avevano fatto!...
— Ed avete lavorato e studiato, e vegliate le notti, e consumati i giorni per far ciò?...
— Sì, ripetè il vecchio, il cui aspetto divenne cupo e severo. Sì, Marta!... ho lavorato, ho studiato, ho vegliato le notti sui libri, ho consumati i giorni chiuso nel mio laboratorio, mi abbisognava dell’oro per coricarmi vendicato nel mio sepolcro... e ne ebbi... fra poche ore... ebbri dall’orgia essi cacceranno le mani entro quelle gemme.... palleggeranno quelle verghe che io ho fuse... e sai tu che sia l’oro per due anime dannate... in cui non ha alimento un’idea che non sia una colpa?...
— Quell’oro dev’esser diviso, Marta!.. essi si uccideranno per non dividerlo!...
Marta arretrò spaventata e biascicò tra le labbra non so quali parole.
— Sì, continuò il vecchio, aveva bisogno d’aver dell’oro perchè voleva che fosse d’oro il pugnale avvelenato con cui voleva colpire... L’oro... questa leva potente delle umane passioni è in mia mano.... ed io me ne faccio strumento... Io punisco... Dio perdoni!...
Il vecchio erasi sollevato sul letto grande d’una maestosa imponenza... L’avresti detto bello!... la lunga barba cadevagli sul petto e vi tremolava sopra; il capo maestosamente teneva alto, sulla sua fronte eransi appianate le rughe, il fuoco dell’animo ridesto come da focolare sotto la di cui cenere si rimuova la bragia, lampeggiava sinistramente... Egli lasciò il braccio di Marta che lo trasse intormentito e levò gli occhi al cielo quasi chiamandolo a testimone, giudice ei della colpa, a cui faceva tribunale la sua coscienza... La procella infuriava sempre più, Marta attonita guardava il vecchio alchimista la cui figura assumeva in faccia al suo spirito agitato strane e fantastiche forme... le parve intendere all’orecchio un ronzio di leggende, di fantasimi e di morti, e di diavoli che sulla groppa portavano le anime che avevano comperate, e si ricantucciò presso al fuoco ascoltando lo sbatter delle imposte scosse dal vento, il rimbalzar della pioggia sui vetri delle finestre, e sogguardando furtiva verso il letto, tal quale il vecchio si era disteso in un assopimento che assomigliava l’immobilità della morte.
CAPITOLO III. La taverna del Gallo Nero.
Dove ora si distende fiancheggiata da modesti caseggiati la contrada anticamente Via torre dello Zucchero, ora Via Tazzoli, nome che prese da uno dei nostri più illustri martiri che col sangue consacrarono la grande opera del nazionale riscatto.
A destra volgendo verso la piazzetta del Bargello, esisteva un viottolo stretto stretto; i muri laterali degli edifici che vi facevano angolo sembravano combaciarsi all’estremità del tetto e formavano una specie di vôlta sotto cui echeggiavano or le frequenti risa, or le imprecazioni con buona volontà sonore degli avventori del Gallo Nero.
La taverna del Gallo Nero aveva una rinomanza sui generis, se ne discorreva molto, e talvolta a voce molto bassa; attorno ai tavoli forniti sempre di buoni boccali vedevi maschie figure dal colorito bruno e rosso, dai capelli arricciati, colle loro maniche rimboccate sul gomito che facevan sfoggio d’una nervatura da toro; vi si giocava pacificamente una partita di carte, si somministrava qualche ceffone e si tirava dritto, per una parola di traverso.... erano buona gente affè gli avventori della taverna dello Gallo Nero! E quel caro padron Tonio.... Aveva una moglie che la faceva in barba alle dame di città!... e alle castellane di provincia!.... pesava più di 200 chilogrammi!... senza l’aggiunta delle sue dieci sottane che le davano la periferìa d’un tino; era grossa come un frate, rossa come un cocomero!.... Sapeva la storia di Guerino.... e ti parlava a mena dito della grande spada di Bovo d’Antona primo cavaliere del mondo!.. e di cui diceva che si sarebbe innamorata morta, fregiandolo dei suoi colori in onore dei quali col suo spadone avrebbe ammazzato più Turchi che ella non ammazzasse polli per gli avventori del Gallo Nero....
Guai però se l’ottima mamma Gaetana, guardando fuor della bottega avesse susurrata una parolina all’orecchio dell’ottimo marito e se l’ottimo marito, quel dabben uomo del padron Tonio, l’avesse fatta correre per l’eccellente brigata... ogni mano lasciando la tazza o la carta si cacciava a frugare il fondo d’una tasca, ed in ognuna delle tasche di quei bravi figliuoli c’era da scommettere che non mancava un buon coltello o qualch’altra cosarella!... chè i tempi correvano calamitosi, dicean essi, e il pane costava caro.
— Porta da bere, vecchio orso!... gridò uno della brigata, battendo forte col pugno sul tavolo in modo da far traballare le colme tazze dei compagni.
— Ohè!... lì!... piano colle tue smanie, Enrico... gingillo mio! Affè, cos’hai stassera?... hai veduto l’orco per istrada?... gli borbottò un vicino a cui avea fatto spandere dal bicchiere un po’ del suo vino.
— Ho... ho... borbottò l’apostrofato con mal umore crescente, che m’avete fatto liscio come un uovo!... ma... dannazione dell’anima mia! che raddoppio la posta!...
— Raddoppia la posta... sogghignò un compagno urtando nel gomito un omaccione corpulento il quale andava sfogliando le carte in attesa che si sciogliesse la questione.
— Che ci hai a ridire tu... eh?... ribattè di nuovo Enrico a cui il mal umore montava al capo coi vapori del vino... tienti in gola quei tuoi sogghigni o che a quella tua strozza nata fatta pel boja, fo io un occhiello da cui tu abbia a tirar fiato più presto!...
— Eh, eh! come si galoppa, saltò su l’omaccione... la fai presto cogli occhielli tu... è vero che della forca non hai paura, che il Mago della Valle avrà ben qualche filtro per il suo giojello di nipote, per farlo tramutare in chi sa che arnese!... senti, Enrico! se fossi in te vorrei prendermelo il gusto di farla al compare!... che resterìa di stucco vedendoti sfuggirgli di mano come un’anguilla proprio allora che ti stesse facendo il tiro.
La facezia fe’ rider la brigata e calmò l’ira che s’addensava nel cervello del giovine.
— Va là... siedi qua e bevi... e lascia andare la fortuna per la sua strada!... la fortuna!... e tu vuoi dar di cozzo contro le muraglie se la non ti fa il viso dolce?... La è una maranna di strega da far ammattire san Giobbe che l’era quel santo che tutti sanno e che nessuno di noi lo somiglia... Corpo d’un otre!...
E porse la tazza ad Enrico che la vuotò d’un sorso.
— Hai ragione, Giacomaccio!... tanto fa!... quando si è rotto il capo bisogna tenerlo rotto, o pagar la fattura del medico, e al gioco quando quel birbo di satanasso dice di no... non c’è corna di santo che gliela faccia tener dura!... Ne ho perduti tanti stanotte da far baldoria per un secolo... Porta del vino... oste!... Compare Tonio!... orso!...
Il giovine che si scalmanava in tal modo, dando sfogo all’orgasmo che gli arrovellava l’animo, era uno dei due nipoti dell’alchimista; era venuto da Milano ove era stato al servizio d’uno di quei signorotti che reggevano con ferreo giogo quell’infelice paese!... s’era venduto per tanti scudi d’oro al mese, che aveva spesi orgiando e giuocando, ed imprecando ad ogni giorno che ritardava la morte di suo zio da cui sperava un’eredità che le dicerie del volgo dicevano favolosa, benchè patteggiata col diavolo. Seguitava la sua vita di prima, correndo dietro a tutte le donzelle che gli fosser date nell’occhio, frugando in tutte le bettole ove avesse stanata una bisca, e gozzovigliando colla peggior feccia della plebaglia, che non moriva sulla forca quando i signorotti dei dintorni ne facevano carne da macello per servire ai loro capricci in quelle eterne rappresaglie che per tanti anni insanguinarono la nostra povera terra.
Avvenente di figura, dalle fattezze regolari, dall’abito lindo ed azzimato, dall’occhio ardito, in cui il pensiero lampeggiava rapido, mobile, ardente, aveva fortuna come si suol dire, col bel sesso. Ond’egli pareva si fosse assunto la missione d’essere la pietra di prova sulla generale specialità di queste gentili eredi della seduzione, e che propendono tanto ad amare i cattivi soggetti, forse in omaggio all’antica Eva che scelse un serpente fra tutti gli angeli del Paradiso.
Dissimile da suo fratello Carlo, animo avido e cupo; chiuso in sè e dominato da una sordida avarizia, Enrico metteva nel fare il male quella sfrontata impudenza che talvolta lo rende scopo all’ammirazione. Egli faceva il male per il male, per la voluttà di compierlo, per poter dire a sè stesso, dovevo arrivare fin qui, e vi sono arrivato!... la donna da lui oggi tradita, non era domani per lui neppure una memoria, dacchè il suo nome non era che uno di più aggiunto agli altri che insultava col cinismo del labbro, e seppelliva col gelo del cuore.... Avrebbe ucciso un rivale, non per soddisfare al suo amor proprio oltraggiato, ma per far pesare un rimorso di più sull’animo di colei che giurava d’amare, ed a cui avrebbe portato in dono il suo pugnale tinto di sangue.
Mantova sotto la signoria del duca Ferdinando Gonzaga offriva ampio campo allo sfogo di un’indole di tal tempra; nato in un’epoca in cui l’audacia era l’arme più potente onde imporsi alla forza che gli stava ringhiosa di fronte, gelosa solo, non della giustizia che avrebbe dovuto difendere, ma di lasciarsi torre il passo!... cosa non era lecito a chi avesse animo d’osare tutto, sconoscendo tutto quanto non era l’impulso della propria volontà imposta a legge e conseguita coll’arbitrio?...
La superstizione popolare che almanaccava sui sortilegi del Mago della Valle, a lui suo nipote era più che egida, attorniandolo d’una tal qual paurosa trepidazione che non osava scrutare apertamente ne’ suoi atti per timore che ad un suo scongiuro il diavolo a cui la sua anima si doveva essere al certo venduta, gli comparisse fedel servo, e giocasse chi sa qual tiro a chi fosse stato da tanto da immischiarsi negli affari suoi!...
Tale era in faccia al volgo il più giovane nipote all’alchimista della valle, ed in faccia a sè stesso poi, un rompicollo che se non entrava nella casa di suo zio mentre stava morendo, lo faceva forse per togliersi alla tentazione di dargli un’ultima mano e con pietosa opera finir così la sua lunga e per lui molto seccante agonia.
Compar Tonio, l’oste del Gallo Nero, al sol sentirlo gridare da indemoniato, corse a spillar la sua botte migliore, e gli portò vino con umile sommissione.
— Bravo, compar Tonio... gli disse il giovane poi che ebbe gustato il vino, battendogli famigliarmente sulla spalla, acquetato forse nella sua rabbia dall’effetto che aveva prodotto sul vecchio ostiere che sapeva uomo di buona stoffa e degno di essere a capo della fida brigata de’ suoi avventori.
— Hai spillata una botte nuova eh?
— Padron Enrico!... è di quello che non tutti han la fortuna d’assaggiar troppo spesso!....
— Bene.... Tonio!.... lascia che crepi mio zio e te ne vo’ lasciar giù in questo tuo antro, di quei buoni scudi che tu fai suonar sì bene ammucchiati... nella tua cassa...
— Io degli scudi!... padron Enrico.... borbottò il degno compare che aveva provato un fremito al sentir nominare la sua cassa da quello stimato avventore che era padron Enrico, e facendosi piccin piccino seguiva: Madonna benedetta!.... l’assicuro io che si pena e come... a viver di pane con questi tristi guadagni!
— Non aver paura... no... che non voglio già mangiarteli i tuoi scudi!... vecchio orso... purchè tu mi dia vino, e non abbi ad aprir becco.... e voi qua.... bevete!... alla salute di Belzebù!... e che sulla sua groppa si porti presto l’anima del Mago!...
Le tazze furon vuotate in un sorso. La porta della taverna si aperse d’un tratto... e sulla soglia apparve un fantasima avvolto in una coperta di lana bigia che si confondeva colla oscurità dell’andito che dava ingresso alla taverna.
I bicchieri caddero di mano ai bevitori!... Enrico si volse e diè in una risata stridula e convulsa...
— Il vecchio muore!... balbettò la vecchia Marta dalla soglia sulla quale era apparsa in sì improvviso modo, e da cui ritta ed immobile avea ascoltate le ultime parole d’Enrico.
— Fratello che insulti tuo fratello, figlio che insulti tuo padre!... la vendetta del cielo sta sul tuo capo... ripetè essa con voce fessa ed acuta.
A quelle parole che parevan uscire dalla bocca d’uno scheletro, dalle cui occhiaje larghe, aperte e profonde scintillava un raggio di fuoco, Enrico sentì un brivido scorrergli le fibbre, un gelo rapido, improvviso, gli serrò il cuore; si alzò quasi involontariamente. La vecchia era scomparsa...
Degli avventori del Gallo Nero non uno trovò un accento.... quella strana apparizione aveva gelate tutte le labbra, gli occhi di tutti erano ancora fissi, immobili su quella soglia, sulla quale a ciascuno pareva ancor di scorgere quella forma di cadavere che pure avea una parola... e che pareva fosse sorta da sotterra per rispondere ad un insulto, sollevando la parola della minaccia fra il fragore dell’orgia.
— Al diavolo la strega e pace ai morti!... mormorò Enrico vuotando di nuovo la tazza che aveva deposta sul tavolo.
— Il vecchio muore!... gli ripetè una voce dietro di lui!...
Un pugnale scintillò rapido nella destra del giovane che si volse tremando per tutte le fibre.
Suo fratello Carlo gli rise in faccia in strano modo.
— Hai proprio paura dei morti?... gli disse egli mescendosi vino.
— Al diavolo anche tu!... Bel modo d’annunciarti, con quel maledetto ritornello.
Vieni fuori che il vecchio ci aspetta.
— Non ti vidi tutta notte.
— Ho passeggiata la campagna spiando il lume che arde nella stanza di nostro zio.
— Lascialo spegnere in buona pace...
— E s’io ti dico che è spento?...
— Sarebbe morto il vecchio?... esclamò Enrico stringendo la mano del fratello.
— La vecchia era uscita per chiamarci... ma il lume ardeva ancora nella stanza del vecchio, disse il fratello con lugubre accento.
La vecchia camminava per la strada avvolta nel suo sciallo grigio e pareva si confondesse colla nebbia... Il lume ardeva ancora, essa poteva tornare, e il tempo fugge sì presto!... aveva lasciata aperta la porta... io sono entrato... ed ora il lume non arde più nella casa del vecchio.
Ad Enrico si rizzavano sulla cute i capelli, l’occhio di Carlo facevasi fosco fosco, la sua voce cupa cupa.
La mano che gli serrava il braccio gli parve fredda come l’artiglio d’un demone, provò quel ribrezzo che si prova al sentirsi girare intorno alle membra le spire d’un serpe, gli sembrava di vedere il vecchio steso sul suo letto, e il lume crepitare debolmente, e un’ombra strisciare tra le tenebre, compiersi il delitto, e sul capo dei colpevoli gracchiare la stridula voce della vecchia... sinistra profetessa di sventura che sul capo degli assassini salmeggiava il versetto della Bibbia che chiama il cielo a vindice sui delitti della terra!...
CAPITOLO IV. La ballata dei morti.
I due fratelli uscirono dalla taverna; eran cupi e silenziosi come la notte che s’addensava sul loro capo fosca di tenebre. Addentratisi per le varie vie della città, giunsero a Porta Leona quasi senza scambiare un motto; tutto taceva a loro d’intorno, dalle finestre non splendeva un lume, sentivasi solo il suono alternato dei loro passi al cui rumore si volgevano talvolta di soprassalto, poi riprendevano la via.
La casa dell’alchimista giganteggiava nelle tenebre, il vento della notte vi fischiava intorno, l’acqua del canale rumoreggiando seguitava il suo corso, essi ristettero, pareva che un arcano senso di paura li rattenesse dall’avvicinarla.
Enrico mosse per il primo con passo fermo, squassò le sue lunghe chiome che gli scendean sugli omeri a guisa di chi voglia scacciare un importuno pensiero o vincere un’infantile impressione dell’animo e si fe’ innanzi. Il portone era chiuso.
— Chi è entrato in casa? domandò al fratello.
— Sarà la vecchia Marta che venne a cercarti alla taverna.
Enrico diè di piglio al battente ed il silenzio della notte fu rotto dai reiterati e gravi colpi percossi sul maglio e che sinistramente echeggiarono nella valle.
Non un rumore interno vi rispose.
— Apri, strega del diavolo!... gridò Enrico con accento irritato.
Carlo stava immoto, con fissi gli sguardi al suolo, s’intese lo stridere d’un finestra che si aperse, egli trassalì, un lume brillò dall’aperto vano.
— Apri, Margherita, mormorò Enrico.
Il lume disparve ed indi ad alcuni istanti, dalla toppaja si vide splendere una luce, poi s’intese una voce chioccia in tuon gutturale cantare con monotona cadenza alcune strofe d’una vecchia ballata.
Buh! buh! buh! — non strider tanto
Uccellaccio della notte!...
Senti?... è il gemito dei morti
Che risponde a quel tuo canto,
Uccellaccio della notte
No, non strider — Buh, buh, buh!...
Quando i morti sono morti,
Va pur via, non tornar più.
— Apri strega! borbottò ma più piano la voce d’Enrico, quasi che egli stesso ne avesse avuto paura.
La porta stridette sopra i suoi cardini arrugginiti, la vecchia sempre avvolta nel bigio suo sciallo, reggendo una lanterna che spandeva d’intorno una fiocca luce, diè passo ai due fratelli che entrarono e mossero verso la scala che metteva al solo piano di cui era formata la casa ripetendo fra sè mentre richiudeva la porta le strofe della sua lugubre ballata...
Buh, buh, buh!... non strider tanto
Uccellaccio della notte.
Un guffo squittì dal comignolo come se volesse rispondere all’appello della vecchia... Essa rise mostrando i pochi e gialli suoi denti sotto la floscia epidermide delle sue labbra raggrinzate e smunte.
— Vuoi tacere, Margherita!... col tuo gingillo di canzone, gli gridò irritato Enrico.
— È la notte dei morti ed io canto il canto della morte, rispose la vecchia... Ardeva il lume nella stanza del vecchio, un soffio ha spento il lume, e l’assassinio ha soffocato il respiro della sua bocca...
— Che parli tu d’assassini e di lume?!... si volse a dirle Carlo con voce che appena appena poteva dirsi intelligibile.
— Il lume ardeva quand’io sono uscita dalla casa... non ardeva più quando sono entrata, l’olio non era consunto e il vecchio non poteva spegnerlo... La notte dei morti è fredda come questa notte, e i gufi cantano sui tetti delle case ove abitano i cadaveri.
Uccellaccio della notte
No, non strider — Buh, buh, buh!...
Quando i morti sono morti
Va pur via, non tornar più.
— È pazza, mormorò Enrico... e trascinò pel braccio Carlo che pareva inchiodato sulla soglia della stanza verso cui movevano ascoltando la voce stridula della vecchia che si perdeva lenta e monotona come il lamento che si scioglie sopra una tomba.
CAPITOLO V. Il Testamento.
L’indomani di quella notte tra le cui tenebre il delitto aveva compiuta l’opera sua, per tutta la città e pei dintorni si sparse la voce della morte del vecchio alchimista. Si parlava da per tutto d’un’ombra bianca che qualcuno mentre chiudeva le finestre per mettersi a letto, aveva veduto gironzare per le vie, e dicevano anche che cantasse uno strano canto, onde taluno credette fosse l’anima del mago che andasse chiamando lo spirito a cui s’era venduta. Quel che è certo si è che un vecchio notajo chiamato dai nipoti dell’alchimista a schiudere la stanza del morto trovò disteso sul letto il suo cadavere; gli occhi del vecchio erano aperti tuttora, fissi ed immoti nell’orbita spalancata enormemente, attorno al collo aveva delle violacee lividure, un braccio scarno e stecchito improntato ancora dalla violenta contrazione dell’agonia stava penzoloni fuori delle coltri arruffate, ond’ei si sorprese di quegli indizi quasi d’una lotta disperata con cui pareva avesse scongiurata la morte, mentre vecchio e debole come era avria dovuto addormentarsi tranquillo nell’eterno sonno. Che, che però avesse pensato tra sè il notajo, fu cosa che restò sepolta nel suo pensiero nè anima mortale lo seppe, chè i due nipoti dell’alchimista assistenti al funebre ufficio avean tali ceffi in quel momento da far gelare la parola sulle labbra di chiunque non foss’ei pur stato un dei notaj d’allora, avvezzi a ben strane funzioni inerenti alle pratiche del loro ministero, e benchè vecchio, il notajo ci teneva alla vita per non creder conveniente di sprecarla per pettegolezzi da donnicciuola. Egli trovò che il morto era morto, che il cadavere era quello di Marco il guardiano del palazzo, professo nelle scienze occulte, possessore della casa che aveva ereditata dal signor conte Paride Ceresara, morto perchè tutti devono morire, ed egli che passava gli ottant’anni di vita era giusto che morisse.
Il testamento del vecchio era chiuso in una busta di pelle di daino unito ad altre carte di famiglia. Lo dissuggellò in presenza ai nipoti e ne fe’ regolare lettura.
Consisteva in pochissime righe, scritte con mano sicura.
All’ultimo vivo de’ miei nipoti Enrico e Carlo lascio l’intera mia sostanza di cinquantamila scudi romani chiusi nella cassa di ferro che sta a capo del mio letto.
Io Marco Berlinghieri.
L’anno di grazia 1517.
Fuvvi un lampo di sangue nello sguardo che si lanciarono i due fratelli alla lettura dello strano testamento, la vecchia che muta sedeva in un angolo della stanza rise di quel suo mal riso da meggera.... Il buon notajo sentì un fremito corrergli per l’ossa e gli sembrò mill’anni d’esser lontano da quella casa, di respirare un po’ più liberamente l’aria del mattino e di vedere all’aperto un raggio di sole. La sua mente agitata gli dipinse strane immagini di sangue... e rantoli d’agonia, e minaccie di morte... e ritto in mezzo a quella stanza vide il fantasma del delitto battere le negre ali, e assidersi cupo dominatore di quella casa maledetta... e gli parve che il braccio stecchito del vecchio volesse levarsi per segnare sul fronte un omicida... e quella bocca di morto mandar chi sa che strane accuse... e con quel cadavere stringersi un altro corpo in un abbraccio, ond’ei fuggì via spaventato, e non ebbe passata la soglia che un grido tremendo d’agonia gli ghiacciò il sangue nelle vene e il fe’ restare immoto, e ascoltò suo malgrado, e intese un dibattersi convulso come di chi lotti, e un lamentar di chi muore... e giù dal fondo del cortile intese di nuovo il ridere della vecchia, che andava ripetendo in tuon funebre la triste ballata dei morti.
CAPITOLO VI. Il fratricidio.
Suona a morte il funebre rintocco d’una squilla... Dio!... come le tenebre son cupe!... Mai notte più grave di nebbia calò sulla terra... senti un vociar di salmi?... e la terra che cade sovra una bara?... Vedi i lumi del cimitero vagar tra le croci come anime di morti che escon fuor delle loro tombe?.. L’uomo della casa maledetta riposa sotterra... L’ultima vangata è caduta sul suo feretro, oramai non rende più suono.... è colmo l’orlo della fossa, il becchino vi distende sopra la smossa argilla, fra poco vi spunterà l’erba, e l’anemone vi olezzerà vicino fecondato dal sole.... Il giardiniere del cimitero è prodigo di fiori alle tombe. È un nobil cuore il giardiniere del cimitero.... se lo chiedete ai parenti dei morti vi diranno per quanti scudi egli coltivi i suoi fiori... per quanti scudi con cura più che pietosa copre di terra i feretri... per quanti scudi... vi sterra un teschio e lo imbianca colla calce perchè vi brilli liscio e lucido sullo scafale d’una biblioteca, o dentro un museo d’anatomia. È un uomo che si vende a buon mercato il giardiniere del cimitero!... ed egli non domanda altro che di stringere colla pietà pubblica i suoi contratti di mestiere... È il più onesto dei trafficanti, chè da alcuno dei suoi avventori mai fu mossa lagnanza sul suo conto!... Madre pietosa che vuoi spargere una lagrima sulla tomba della tua fanciulla... la vuoi tu vedere ornata dei fiori che tanto le erano cari?... Paga uno scudo al giardiniere del cimitero... per meno ei ti lasceria crescer le ortiche, e potresti pungerti le mani se il dolore ti facesse della terra un bisogno a sostenerti. Giovane innamorato, vuoi tu veder fiorita la tomba della tua bella che sapeva offrirti quelli del suo giardino con tanta grazia?... Dà uno scudo al giardiniere del camposanto... È l’ultima speculazione della vita il traffico del cimitero!... e costa così poco la tomba, se ne togli la tariffa del prete!...
S’udiva uno strano fracasso nella casa della valle; esso veniva da una camera che faceva parte dell’ala sinistra del cortile. Era una stanza senza arredi sotto cui passava l’acqua del Mincio; l’acqua si sentiva rumoreggiar di sotto e frangersi ai piedi dell’edificio che rasentava seguitando il suo corso. Era come un martellar di picca... lungo, continuato, monotono...
La vecchia Marta sedeva immota d’innanzi al portone e sogguardando dalla parte dove veniva quel rumore, mormorava a voce bassa:
— È passata l’ora in cui al cimitero si seppelliscono i morti... L’ora è passata, ma i morti non sempre si seppelliscono al cimitero.
S’intese un fragor sordo come di terreno che rovini... poi un tonfo nell’acqua.
— Caino!... Caino!... mormorava la vecchia la cui voce diventava più cupa, e dentro alle sue livide occhiaje balenò un lampo: Caino, Caino!... ripetè ancora fra sè.
Enrico pallido, affannato, usciva dalla stanza verso cui guardava la vecchia.
Buh, buh, buh, buh!.... non strider
Uccellaccio della notte
Senti?.... è il gemito del morto
Che risponde a quel tuo canto.
No, non strider — buh!... buh!... buh!...
Quando i morti sono morti
Va pur via, non tornar più.
Mandando dal petto la chioccia sua voce la vecchia Marta si era avviluppata nel bigio sciallo s’era ranicchiata nel suo seggiolone, lugubre profetessa di sventura, e pareva starsi là tremenda accusatrice d’un delitto che altero sfidava la legge, perchè la morte gli era eterno suggello.
— La pazza!... mormorò Enrico che gli passava vicino nel salir la scala che metteva all’interno del palazzo.
E l’eco dei deserti saloni pareva che ripetesse in tuon lamentevole come la voce della vecchia, Caino!... Caino!...
CAPITOLO VII. In cui si parla di ciò che si dice.
Enrico era rimasto solo signore della Casa della valle; ei vi stette assente per molto tempo e tra le mura del vasto edificio non s’udia in allora dai passanti che la monotona cantilena d’una canzone che di tratto in tratto vi vagava come un lamento, era la canzone della vecchia Marta.... la pazza della Casa della valle, che sola vi abitava, ed a cui consentiva quella dimora la voce generale che tale la chiamò pel tempo che vi visse chiusa sempre in sè stessa, muto il labbro ad ogni inchiesta, se pur fuvvi qualcuno che avesse osato interrogare la vecchia custode d’una casa fatta segno dalla superstizione dell’epoca alle più assurde e strane dicerie.
Il signore di quel luogo v’era tenuto quasi per un essere soprannaturale che avesse stretto chi sa qual patto colle potenze infernali che gli davan mano a compiere le sue faccende, a voce bassa il popolo lo chiamava il diavolo nero; il vecchio portone del palazzo schiudeva i suoi battenti per lasciarlo passare montato sopra un nero cavallo, alto di forme, robusto, indomato, che scalpitava caracollando e via fuggiva portandosi sulla groppa il giovane cavaliere che i passanti stavano paurosi a riguardare da lontano, parendo loro di vederlo ad ogni sbalzo rotolargli tra le zampe; ma nulla di questo accadeva, ed ei noncurante, reggendolo colla destra leggiermente, via passava come una visione che impauriva i fanciulli e le vecchie della città. Di notte allor che cupo sibilava il vento o scrosciava la pioggia, sentivasi dagli abitanti che queti dormivano, batter l’ugna ferrata del suo cavallo il quale galoppava per le vie... e allora qualche finestra aprivasi furtivamente per tener dietro all’ombra che rapida passava di via in via finchè ogni rumore taceva, e bisbigliavansi al domani strane voci di fantasmi, e dicevasi che da un balcone fosse sceso uno spirito bianco che il cavaliere aveva portato con sè fuggendo a corsa verso il suo palazzo, e che quando il portone s’era spalancato da sè stesso per lasciarlo passare, una gran vampa di fuoco tutto lo avesse ravvolto... ond’ei scomparve non sapevan se sotterra, ma lo credevano i più.
Fuvvi qualcuno che disse arditamente dover la giustizia metter mano entro i misteri della Casa della valle; ma un tal fornajo che aveva parlato di ciò troppo forte e con troppo calore fu trovato morto sul ponte del canale là dove ove ora si fe‘ della vecchia casa che lo fiancheggiava il macello pubblico della città, e le voci si tacquero impaurite e tremanti, che dove c’entran le corna del diavolo diceva il volgo, il berretto della giustizia non può far capo.
Arrivati a questo punto del nostro romanzo a cui la leggenda presta le sue tinte fosche ed indefinite... ne è d’uopo portare l’attenzione dei nostri lettori sopra alcuni fatti che accadevano prima ancora che queste varie vicende si fosser compiute nella Casa della valle... vale a dire quando appena lasciato il soldo del Visconti fra la cui sgherraglia militava Enrico a Milano, ei venisse a Mantova chiamatovi dal desiderio della vistosa eredità che sapeva spettargli dopo la morte dello zio e che da uomo della sua tempra, stimava non potergli sfuggire, qualunque fosse per essere il mezzo col quale avesse dovuto conseguirla.
CAPITOLO VIII. Giulietta.
Era uno di quei bei mattini d’Italia, quali si ammirano col cuore sussultante di voluttà sulle amene rive del Lario; ove si ascolta il fremer dolcemente delle acque del lago contro i massi di granito di quelle roccie, sul cui dosso l’opera della civilizzazione ha coltivato leggiadri giardini e vaghi caseggiati, che si fiancheggiano l’un l’altro gareggiando in pompa di bellezza. L’usignuolo nascosto tra le verdi siepi vi trilla il suo gorgheggio, mesto talora come il sospiro d’un cuore che su quelle belle sponde venga a cercare l’oblio, e vi trovi rinvigorita la memoria. Ove l’amore martelli l’anima qual altra cosa che amore si può egli sognare sotto l’azzurro di quel cielo che si contempla in quello specchio lucente contornato da tanta magnificenza indefinibile?...
Faceva angolo alla strada che da Chiasso conduce a Mendrisio una modesta casetta; una delle sue finestre che dominava la campagna era aperta e vi vedevi ad ogni tratto apparire il bel sorriso d’un labbro roseo, da cui era animato, leggiadramente un fresco volto di fanciulla. Essa era bella!... aveva le guance paffutelle, occhio vispo e nero, capelli che le scendevano in ciocche d’oro sugli omeri tondeggianti; era un bel angelo, una di quelle care creature che crescono là, al rezzo di quelle arie imbalsamate dagli aromi della montagna, ove passano la loro prima età, correndo come vispi capriuoli su e giù per gli sdrucciolevoli sentieri delle amene vallate, inerpicandosi di masso in masso tra i pruni e gli sterpi, e riducendosi alle soglie delle loro case, con più di forza nel corpo, con più di fame allo stomaco, e con una salute cresciuta a norma delle trascuratezze d’una vita libera di quei tanti riguardi che intisichiscono sul fior dell’età quelle gracili complessioni che talora si svolgono tra le sontuose mura d’un palazzo, prive d’aria e di sole, come un fiore tra le vetraje d’una serra.
Giulietta era la figlia di onesti bottegai che facendo scrupolosamente il lor dovere avevan lasciata la vita, la madre l’aveva perduta in una malattia che da qualche anno infieriva nei dintorni del lago; il padre, perchè era arrivato a quell’età nella quale s’accetta la morte come una tassa che tutti s’ha da pagare a quel inesorabile doganiere che è il tempo.
Giulietta rimasta erede della casetta che abitava e di un piccolo censo, viveva tranquilla colle soavi memorie de’ suoi cari e colla vecchia governante che fanciulletta l’aveva cullata sulle sue ginocchia. Era la sua governante una buona pasta di donna, dalla voce burbera piuttosto che no, e dal cuore largo, aperto, per buttar fuori senza cerimonia quanto le passava nell’animo; tutto amore per la sua figlioccia, e guai a chi la toccasse!..., chè le comari del paese ne sentivan di sode allora!... Ma nessuno sparlava della bella bionda... e la sua vita scorreva tranquilla, come il rigagnolo che lambiva il margine del praticello che le aveva lasciato suo padre... Diceva qualche voce, sommesso sommesso, che una buona ragazza non deve far scapucci, e che chi si lascia andar giù per quel sentiero, è ben difficile che si rizzi in gambe, ed il suo scapuccio la Giulietta l’aveva fatto, e sulle ginocchia della mamma Gaetana, salterellava fatto baloccar dalla nonna un vispo fanciullino che aveva allora appena dai 4 ai 5 anni, e che la chiamava mamma con tanta grazia, che la Giulietta ne divorava coi baci il bel visino che le sorrideva tutto gioja ed amore.
Ma quei del paese che sapevan tutte queste cose, sapevan anche che Francesco il suo fidanzato era un bravo ragazzo, che aveva un buon cuore, buon nome di lavorante alla filanda di seterie, che il suo principale teneva ben montata in Como, e che se lo teneva a petto come il miglior capitale della sua fabbrica... I begl’imbusti dal canto loro l’avevan veduto più d’una volta che s’era trovato in qualche ingarbugliata faccenda uscirne a forza di braccia, che madre natura gli aveva fornito con vigorosa muscolatura, e tutte queste buone ragioni sommate insieme, facevan sì che di lui s’avesse quella stima che meritava il fidanzato alla bella bionda del paese, che l’avrebbe sposata appena avesse finito un suo affare.
Quella mattina pertanto la Giulietta apparentemente agitata spiava dalla finestra l’arrivo di Francesco che tardava d’alquanto, e ritirandosi dalla finestra guardava con sorriso più tristo del solito il suo vispo bimbo che giocava colla corona del rosario della nonna Gaetana.
Pareva che un qualche segreto pensiero turbasse il bel sereno della sua fronte sempre gaja, e questo senso d’ansia inquieta si faceva sempreppiù visibile a seconda che il pendolo d’un orologio situato sul davanzale del caminetto della stanza batteva monotono l’inalterato suono del tempo che scorre sempre così lento allor che deve avvicinare il momento della gioja, sì rapido quando affretta quello del dolore.
Non erano però scorsi che pochi istanti, dal labbro della giovine madre uscì un grido che parve il fremito d’una nota d’armonia sublime! corse al piccolo Adolfo, e se lo strinse al petto come per far argine ai battiti del suo cuore, e quasi volesse rispondergli il vispo angioletto gorgogliò nella sua lingua infantile uno di quegli affastellamenti di suoni senza forma che solo il cuore delle madri sanno intendere, e che essa concambiò con una pioggia di baci. Francesco svolgendo l’angolo della via l’aveva salutata dal balcone e saliva la scala.
Giulietta gli corse incontro festosa e lo accolse con uno di quei baci ardenti a cui l’anima affida tutte le espressioni che parola umana invano si studierebbe d’imitare...
— Quanto hai tardato, Francesco!... gli disse poscia accarezzandogli la fronte colla sua bella mano.
— Dovetti trattenermi in fabbrica per dare alcuni ordini, mia cara..., il mio principale andò a Milano per qualche sua faccenda di premura.
— E tu sei rimasto in suo luogo... direttore... non è vero?...
— Già... proprio, mia cara... non serve che tu me la dia lunga!... direttore!... è la vera parola...
Giulietta rispose all’apostrofe insolente con un bel bacio, che il giovane gli ricambiò di tutto cuore. Poi Giulietta tolse di mano alla nonna Gaetana il piccolo Adolfo, che stendeva verso l’artigiano le sue piccole manine, glielo passò sulle ginocchia, ei se lo mise al collo, poi gli parlarono come si suol parlare vezzeggiando con quelle gentili creaturine quando l’amore fa assumere alla parola le mille forme che ne sono l’indefinita ed indefinibile espressione, ed a cui egli rispondeva a suo modo, chiacchierando alla sua maniera e dicendo loro chi sa quante cose, onde il tempo scorse in modo da non accorgersi ch’ei passasse. S’eran portati al balcone, ed a pieno petto respiravano quell’aria vivificante, con quell’ebbrezza con cui pare che si guardi l’immensa opera della creazione quando egoisti della propria felicità si dica, è per noi tutto questo sorriso di cielo!...
Perchè tace sì repentino l’impeto di quella gioja così pura? perchè la fronte della giovane impallidisce, mentre per contrazione convulsa si stringono le pugna dell’artigiano, e il bimbo quasi avesse cognizione di quanto avvenga s’aggrappa impaurito al collo della madre?
Un uomo aveva attraversato la strada, aveva gettato uno sguardo alla finestra ed era scomparso scantonando.
— Lui!... mormora Francesco, levando il braccio in atto di minaccia verso la parte per dove era scomparso l’incognito, lui!... sempre lui!...
— Che hai, Francesco!... mio Dio!... che hai?... mormorò la giovane rattenendogli il braccio che egli lasciò ricadere come scoraggiato.
— Ho.... fremè egli con voce cupa, che non so spiegarmi perchè ogni volta che io sono vicino a te, e dimentico l’esistenza beato del tuo sorriso d’angelo!... quell’uomo sorge tra me e la felicità, e col suo ceffo beffardo e provocatore mi gela nell’animo lo slancio della fede, la speranza dell’avvenire!...
— Sei pazzo, Francesco!... si sforzò a dirgli Giulietta, la quale non potè soffocare un sospiro che le irrompeva dal petto agitato.
— Pazzo!... mormorò il giovane, oh no, Giulietta... perchè... non è forse vero che tu pure hai provato ciò che io provo?... perchè tu pure hai paura di quell’uomo?...
Giulietta si strinse al seno il bambino che mandò un lamento.
Successe un momento di silenzio. — Ti ricordi, Giulietta?... riprese Francesco a voce bassa quasi temesse di sè stesso... o del suono istesso delle sue parole... fu a Como che l’abbiamo veduto per la prima volta... tu pregavi, io ti guardava... eravamo nella casa del Signore, e il prete mormorava dall’altare le sacre parole del rito... ad un tratto un fremito corse le tue fibbre... il libro quasi ti cadde di mano... i tuoi occhi errarono incerti, vaghi a te d’intorno, io ne fissai la direzione e lo vidi; era là... ritto, immobile, appoggiato ad una delle colonne della chiesa... guardava in un modo che pareva non avesse guardo, io sentii un brivido corrermi per l’ossa... tu non avevi più letto sul tuo libro di preghiera, io non t’ho più guardata come prima ti guardava; uscimmo e fermo come prima, immobile a sinistra della porta egli era là...
— Siamo fanciulli Francesco, gli disse Giulietta con un sorriso; e che può egli su noi? che ci importa che ei sia passato?... saremmo noi meno felici di quel che prima non lo fossimo se non l’avessimo veduto?...
Francesco scrollò il capo. — È una fatalità mormorò egli... quell’uomo ci porta sventura!...
Si sentì battere alla porta.
La nonna Gaetana corse ad aprire, un fattorino della tessitoria portava una lettera per Francesco... Era del suo principale che lo chiamava a volo di corriere a Milano, i suoi affari eran minacciati di grave danno ed aveva bisogno che Francesco fosse all’istante presso lui...
Quest’annuncio imprevisto che gli giungeva in sì tristo momento, in tal momento in cui il suo animo era soggetto a così sinistri presentimenti, fu scintilla che s’apprende ad esca preparata. Mille strane idee s’affacciarono al suo spirito agitato, ei vagò di pensiero in pensiero fino alle più assurde fantasticaggini, se non che per uno di quei contrasti così fecondi nella psicologia delle umane passioni, a norma che più nell’animo di Francesco sorgevano queste febbrili immagini che sotto l’esaltazione della mente prendevano una forma ognor sì varia, forse perchè combattuti dalla stranezza istessa di quella specie di delirio febbrile, quei dubbi e quelle agitazioni scemavano nell’animo di Giulietta che si fe’ a persuaderlo con ogni modo dell’esagerazione dei suoi sentimenti, e come d’assurdo in assurdo vagasse senza tregua e senza confine, ond’ei si fe’ se non persuaso, almeno più quieto, a seguire il corso di quelle idee dolci e miti per mezzo delle quali essa combattendo le sue esaltazioni lo conduceva alla realtà delle cose, gli mostrava essere necessaria la sua partenza senza frapporvi indugio, che nulla aveva a che fare la presenza di quell’uomo misterioso con quanto riguardasse i suoi doveri, essere la lettera del carattere del suo principale che ben ei conosceva; invece delle chimeriche visioni della sua mente esaltata esser vero e reale il bisogno che egli aveva dell’opera sua... e che infine ella ben sapria nel tempo di sua assenza essere come lo fu altre volte, custode del suo onore contro qualsiasi attacco da chi si voglia mosso!... Lo accompagnò fin sulla porta con un bacio, gli fe’ prender la strada di Como, e colla mano ricambiando ai reiterati cenni del fidanzato, lo seguì collo sguardo fin che lo vide nello sviarsi del sentiero sparire.
CAPITOLO IX. Il vendicatore.
Erano scorsi tre giorni, non si sapeva alcuna notizia di Francesco, il suo principale era tuttora a Milano, e nell’animo di Giulietta andavano formandosi le più allarmanti inquietudini.
Tramontava il giorno; le campane del villaggio suonavano l’ave maria della sera, e quel suono mesto e monotono scendeva sul cuore della giovane madre come l’incubo di uno di quei presentimenti contro cui la ragione non sa trovar argine per quanto essa sofistichi sulla incoerenza indefinita delle umane passioni. Si è tristi talvolta per qualcuna di quello impressioni di cui a sè stessi non si sa render ragione, ma egli è perchè talvolta si mente a noi stessi per farci d’un’illusione un conforto della vita. In queste apprensioni dell’animo, ove si cerchi v’ha sempre il perchè, come non v’ha moto senza vita, o vita senza moto... Il presentimento, la divinazione, non è una follia stigmatizzata dal materialismo che vorrebbe ridurre le aspirazioni dell’anima, a più o minori gradi d’azoto, o d’altro!... che costituisca l’organismo animale dell’uomo.
Come un corpo si compone di infinite particelle, corpi essi puri legati insieme da questo grande organizzatore della materia che è il tutto della creazione, il presentimento si forma ed ingrandisce o scema a seconda che i mille palpiti del cuor variano nel loro svolgersi a seconda che le impressioni dell’anima subiscono quelle modificazioni che sono prodotte dai fatti che le promuovono. È un senso dominante il pensiero che si forma coi varj sensi che vi danno vita, e che li riassume quando abbiano raggiunto il loro sviluppo; è una conseguenza psicologica delle relazioni della vita per la qualità dei fatti che le danno movimento.... E queste indefinite sì, ma pur reali cause ai presentimenti vaghi di Giulietta non esistevano forse negli strani incontri dell’incognito di cui subì sempre quell’involontaria ascendenza quasi che alla sua vita fosse legata qualche causa che lo riguardasse?... e le previsioni di Francesco non erano unite a quella lettera che lo separava da lei, nel momento appunto che la fatalità pareva ruggirgli sul capo minacciosa?... In tutto ciò v’era qualche cosa di più che non fosse il sogno d’una mente inquieta. Giulietta contemplava assorta in così tristi pensieri il sole che tramontava recando ad altre terre il suo saluto mattiniero e tingeva l’orizzonte di quel colore di fuoco onde rilucevano le vette della montagna.
Il suono dell’ave maria vagava giù per la vallata tristo tristo, s’udiva da lungi il tintinnar dei sonagli delle mandrie guidate alle cascine dalla lenta cantilena del mandriano che le accompagnava, e la vaga canzone delle spigolatrici che a frotte se ne ritornavano al domestico focolare.
Il fanciullo piangeva dal suo letticciuolo e respingeva le carezze della vecchia nonna chiamando la sua mamma con alte strida... Accorse Giulietta ad acquetarlo, ond’egli a poco a poco s’addormentò. Giulietta lo posò nella sua culla, lo baciò sovra i suoi labbruzzi di color carminio e si accinse a lavorare una sua cuffiettina di pizzo.
Si bussò alla porta della stanza; un fremito corse per le membra di Giulietta, ella si alzò di soprassalto, prima che ella avesse toccata la soglia, la porta si aperse ed un uomo le si affacciò; ritto sulla soglia, atteggiate le labbra ad uno di quei sogghigni che sono l’insulto beffardo che la forza lascia cadere sulla debolezza nella impudente violazione del diritto e della coscienza.
Era un giovine, bello ed elegante, nere ciocche di capelli gli sfuggivano sotto alle larghe tese del suo cappello andaluso, alla moda di quei tempi in cui tutto era infestato dalla Spagna che invadeva le nostre più belle provincie sotto il titolo di tutelatrice delle nostre franchigie, che manometteva a sua voglia.
Egli stette per qualche istante come assorto nella sua cinica ammirazione a contemplare la bella giovane che nel suo smarrimento era restata essa pure immobile nel mezzo della stanza e come annichilita da quella apparizione che realizzava tutte le vaghe paure della sua anima.
— Ebbene? siamo soli, mia bella fanciulla!... disse l’incognito avanzando d’un passo ardito...
Giulietta si slanciò verso il balcone.
— Non avrei che a modulare un fischio e i miei fidi mi attornierebbero, continuò l’incognito conservando una calma che più di qualunque trasporto spaventò la giovane.
La parola che era per uscire dalle sue labbra vi morì soffocata; un gemito angoscioso irruppe dal suo petto. — Deh, per pietà!... sono una povera donna e non vi ho mai fatto alcun male, mormorò essa fissandolo col suo sguardo umido di lagrime che a stento poteva trattenere.
Il bimbo mandò un grido dalla sua culla, la povera madre se lo strinse al cuore come volesse farsene egida, ella si sentì forte... e voltasi all’incognito che la guardava colla sua calma insultante. — Signore, gli disse, che volete voi qui? io sono donna, sono madre, e questa è mia casa, posso dunque imporvi di parlare o d’uscire.
— Eh, eh, mia cara!... non tanta furia se vi piace, seguitò l’incognito; se è una spiegazione per la mia presenza che volete, nulla di meglio, in quanto ad uscire poi ne uscirò siate certa... affè pare che quel marmocchio v’abbia cacciata di dosso la paura, ma siete bella anche così, forse più bella, e si può perdonarvi una trasfigurazione che non offende per nulla la plasticità dei vostri lineamenti da Venere.
Giulietta si strinse con angoscia al seno del bamboletto che le sorrideva; madre, si sentiva insultata nella sua creatura, donna nel suo pudore, e l’uomo che l’insultava era là, freddo, impassibile, col cinismo vigliacco sulle labbra impure, e ne godeva gli spasimi... ma perchè? che pretendeva egli da lei?... innocente creatura che passava sul cammino della vita ignara di tutto ciò che non fosse il suo amore... la sua famiglia!... la casa dove era cresciuta; che nessuno aveva mai offeso, che di nessuno avrebbe dovuto temere!... qual delitto era il suo?... che aveva fatto?...
— Sei bella!... gli mormorò vicino la voce dell’incognito, e questa volta quella voce aveva perduto quel suono freddo, ed accentato, quasi straniero; v’era la febbre della voluttà in quel monosillabo susurratole coll’alito ardente della passione. Giulietta tremò per tutte le membra.
— Uscite signore!... ripetè ella ritrovando nella sua disperazione la forza di reagire contro il senso del terrore che ne paralizzava la vigoria.
— Senti, Giulietta... le mormorò l’incognito a voce bassa, soffocata, e pure accesa d’un’espressione indefinibile; ti ricordi quel giorno che inginocchiata ai piedi dell’altare pregavi, non so chi, ma pregavi?... i tuoi occhi eran sì belli, la tua fronte sì pura!... Un uomo ti divorava collo sguardo ardente, fisso, rapito in te, era io!... uscisti dal tempio, e lo hai veduto muto ed immobile sul limitare della grande porta del santuario, era io, e per me nella casa di Dio non esisteva che un essere, eri tu!... l’avrei profanata, ed avrei fatto dell’altare il letto dell’amore!...
Giulietta mandò un singhiozzo dal fondo del suo petto convulso.
— Io ti ho seguito in ogni tuo passo, continuò l’incognito, mi posi fra te e l’uomo che era beato del tuo amore, come l’ombra che è indivisibile dal corpo che si agita in mezzo alla luce; t’amo, Giulietta... e vedi che qui nessuno può toglierti in questo istante al mio bacio...
Egli aveva mosso un passo verso la giovane che stringendosi sempre più al petto il bimbo, si rannicchiava nell’estremo angolo della stanza, pallida di terrore, tremante, a cui la vertigine saliva alla fronte colle sue vampe di fuoco. Col voto del cuore ella supplicava Iddio a non assopire le sue forze, ella non volea cadere corpo inerte tra le braccia di quell’uomo che non l’avrebbe rispettata.... essa lottava, disperatamente lottava contro le sue forze che si esaurivano, e nella lotta lo sfinimento vicino intorpidiva tutte le sue membra, un sogghigno da demone contraeva i lineamenti dell’incognito che misurava con l’occhio avido l’agonia convulsa di quell’essere frale che si dibatteva contro il deliquio che gelava le sue fibbre spossate... già innanzi ai suoi sguardi scendeva una fitta nebbia, in mezzo a cui si elevava sinistra una figura di satiro che rideva un riso da demone, e vedeva tendersi su lei un’immonda branca, e sentiva l’alito infuocato d’una bocca soffocarle sulle labbra il respiro; mandò un gemito cupo, angoscioso, come d’un’anima che si schianta sotto la foga d’un dolore che mente umana non può ideare, protese una mano nel vuoto e serrandosi coll’altra al petto la sua creatura cadde.
Nel medesimo istante uno sparo rintronò nella stanza e ne fe’ tremare la vôlta, s’intese un grido di rabbia e di dolore, l’incognito che s’era inclinato verso la giovane donna riverso rotolò al suolo colpito dal piombo fulminatore.
Un uomo si slanciò verso Giulietta, era Francesco... non curandosi che di lei che vide stesa inanime sul terreno, egli la recò tra le sue braccia sul letto della vicina stanza; disperatamente egli la chiamava per nome, ne spruzzava coll’acqua la fronte coperta d’un pallore mortale; dal petto dell’infelice uscì un sospiro, il giovane alzò lo sguardo al cielo ebbro di tutta la viva riconoscenza della sua anima...
— A me, a me!... grida contorcendosi fra gli spasimi della ferita l’incognito; all’assassino!... all’assassino!...
La vecchia si precipitò dalla stanza ove Francesco stava prodigando a Giulietta le cure che la ritornavano alla vita; svegliata da quel frastuono, spaventata nel vedere un uomo giacersi in mezzo della stanza in un lago di sangue. — Essi vengono!... essi vengono, gridò essa presentendo vagamente l’avvenuto... fuggite, Francesco!... fuggite!..
Le grida degli assalitori si elevavano formidabili dalla strada... Francesco strappò la spada dal fianco dell’incognito che bestemmiando ruggiva come un tigre atterrato dal mastino, armò la pistola che gli rimaneva carica alla cintola, e gettò una furtiva occhiata dal balcone. — Una folla d’armigeri e di bravacci, che riconobbe per la sgherraglia del duca installata nel suo castello di Baradello, dove facevan gazzarra di tripudi, s’accalcava alla porta di strada; v’era ancora una speranza, ed essa lampeggiò nel pensiero del giovane, quasi nello stesso momento la porta cedette, e mossi da un solo impeto tutti vi si precipitaron contro slanciandosi su per le scale da cui irruppero. Francesco raccomandò con un cenno alla vecchia Gaetana l’infelice che rinveniva allora dal suo torpore, e ratto si slanciò dal balcone guadagnando in brevi istanti la montagna...
La sgherraglia penetrata nella stanza non appena egli era scomparso, non vi trovò che il corpo quasi esanime del condottiero ed una donna svenuta a cui la vecchia governante prodigava tutte le cure d’una madre; si caricarono del corpo del lor capitano e bestemmiando e ringhiando quai mastini cui sia mancata la preda lasciarono quella casa che fu campo a sì tristo spettacolo.
CAPITOLO X. Schiarimenti.
La sera prima che avessero luogo i narrati avvenimenti, in una delle osterie del paese sedeva un gruppo d’uomini d’armi, dai ceffi abbronziti, dai folti mostacci, con larghi feltri sull’orecchio, che bevendo a piena gola battevano i loro lunghi spadoni con quell’aria da rodomonti ond’eran distinti quei mestieranti della spada, carne venduta a chi facea professione d’armar sgherri ed ammazzar gente per la tutela del pubblico bene, come dicevano gli ordini del giorno di quei tempi gridati a squarcia gola dai pubblici banditori.
Si discorreva tra un bicchiere e l’altro di molte cose, e si parlava a dritta e a rovescio di quanto loro veniva in mente, e siccome il vino scioglie la lingua, così d’uno in altro discorso, un motto venne fuori dal labbro d’un di loro; era un giovanotto dalla taglia robusta ed altera, più bravaccio degli altri, ed a cui pel primo il vino bevuto montava al capo a dargli volta.
— Enrico non viene!.... per bacco!... è mancar di galanteria far aspettare gli amici; maledette le bionde!... borbottò egli terminando la sua tazza.
Uno scoppio sonoro di risa seguì l’apostrofe semiseria del compagno!...
— Ha ragione Carlo, che il diavolo se lo porti!... gridò un altro battendo il pugno sul tavolo.
— Piano!... chè getti a terra i bicchieri...
— Pago io!... esclamò Carlo!.. alla salute della nuova bella del capitano. Tutti i bicchieri tintinnirono... Evviva!... si gridò in coro dalla avvinazzata congrega.
— Se egli è innamorato... buon pro!... e poi quand’egli scommette non paga!... riprese a dire Carlo.
Si fe’ silenzio nel circolo.
— Cos’ha scommesso?... domandò il gigante che aveva quasi sfondato il tavolo col suo pugno di ferro.
— Oh bella, non lo sapete?...
— Io, no... conta Carlone... conta
— Sarà una delle solite sue storie, mormorò uno dei compagni bevendo.
— La sa lunga lui!... sogghignò additandolo Carlo e diè in uno scroscio di risa.
— Silenzio... parla, Carlone, tuonò il gigante.
— Parlo io... grida Carlo levandosi per metà col bicchiere teso, e ricadde versando il vino sul tavolo!... Parlo io... ripetè egli... e vi dico che lo so io!...
— Ma cos’è che sai in tua malora?...
— So... che il capitano ha scommesso che domani salirebbe in casa della bionda.
— Ah, ah, dalla bionda!.. sei matto... col suo damo che le ronza intorno da non lasciarle tregua un istante!... gli ribattè il vicino urtandolo colla mano sul capo che gli si inchinò quasi fin sul tavolo.
— E se vi dico che il vagheggino viaggia per Milano con tutta buona pace?
— Non è allocco affè da pigliar in rete sì facilmente, il capitano!...
— Progetto in mente non è fatto compiuto, sofisticò il gigante.
— E la coda del diavolo non batte in fallo, mormorò Carlone lasciandosi cadere sul petto la testa grave dalle esalazioni vaporose del tracannato liquore.
Carlone non parlò più, ei dormiva il sonno dei giusti; s’era delle braccia fatto guanciale alla fronte madida di sudore, russava pacificamente e serviva d’accompagnamento al cicalio fragoroso della brigata.
Là in un angolo dell’osteria bevevano silenziosi due giovanotti del paese; essi parevano incuranti affatto di quanto avveniva d’intorno a loro, e solo occupati ad assaporare il fiasco che lor stava d’innanzi. Ma chi attentamente li avesse sogguardati si saria accorto che la loro apparente distrazione era invece una fissa concentrazione a cui non sfuggiva una parola del dialogo or ora narrato; sulla loro fronte corrugata ad ogni moto che usciva dal labbro degli avvinazzati bevitori che loro stavan di contro, riflettevansi le diverse sensazioni dell’anima loro, ed avresti detto che si ribellassero al ributtante cinismo di quelle labbra avvezze solo alla bestemmia od all’insulto!...
— Papà Giacomo!... il conto, e alla malora questo tuo vino da indiavolati!..., gridò uno dei due compagni alzandosi.