IL
PALAZZO DEL DIAVOLO LEGGENDA MANTOVANA

VOLUME SECONDO


Era uno strano gruppo che stette immobile disegnandosi in mezzo alle tenebre, nel vasto cortile del palazzo.


IL
PALAZZO DEL DIAVOLO

LEGGENDA MANTOVANA

ROMANZO

DI
ULISSE BARBIERI

Volume Secondo

MILANO
NATALE BATTEZZATI EDITORE
1868.


Proprietà letteraria.

Tip. Guglielmini.



[INDICE]


IL
PALAZZO DEL DIAVOLO

LEGGENDA MANTOVANA

CAPITOLO XX. Amore.

Angela e Adolfo si amavano!... dal giorno che donna Isabella diè così un tacito assenso al loro amore, sorse per essi dal nulla uno di quegli splendidi sogni che abbagliano: Amare!... Vivere l’uno per l’altro!... poter ridirsi questa magica parola della vita!... Correre insieme le fiorite alee d’un giardino, ascoltare il canto d’un augello, darsi un fiore, scambiare un bacio, mormorarsi strane parole, palpitare di fremiti soavi, e poter fare tutto ciò col cuore puro... poter farlo sotto allo sguardo d’una madre, innanzi al sorriso del cielo che s’adorna di un manto più fulgido di stelle per farsi più bello ai vostri occhi!... il cui sole sfavilla di maggior luce!... di cui amate tutto!... persino quelle tristi giornate di pioggia durante le quali vi raccogliete leggendo un libro, ridicendovi le mille volte quell’eterno ritornello che è il grido eterno della vostra anima!... sempre nuovo perchè veste sempre le diverse forme delle impressioni che gli danno vita!...

Questo fuggevole inseguirsi di giorni sereni e felici, questo immergersi nella voluttà dell’oggi, questo sorridere alle speranze del domani, fu la loro esistenza d’un lungo periodo di giorni e di mesi... Lo straniero, il dottore come s’ostinava a chiamarlo il marchese, era venuto qualche volta a fare una visita alla famiglia in mezzo a cui parea avesse soffiata la vita togliendola all’agonia della disperazione; vi si era fermato qualche giorno anche, ma questa volta nè Angela nè Adolfo avevano subìte le strane impressioni che prima avevan provato ed alle quali si erano abbandonati incapaci a combatterle. S’erano abituati alla sua presenza!...

Erano troppo lieti di loro stessi perchè potessero formare altro pensiero che non fosse la continuazione d’un sogno delizioso!... Allora potevan temere, paventare, allora che andavasi in essi sviluppando un’aspirazione verso cui si sentivano trasportati, e che poteva svanir loro d’innanzi!... Ora, pareva ad essi che tutto ciò che non fosse l’estasi del loro affetto fosse sì nulla nella vita, che il pensiero sdegnava fermarvisi sopra nella tema forse di togliere un attimo alla continuazione della loro ebbrezza d’abbandono!..

CAPITOLO XXI. La lettera.

Imprevvisti avvenimenti avevano tolta la famiglia del marchese Gian Paolo alle delizie di quel campestre ritiro e chiamarono il marchese in tutta fretta a Mantova ad adempiervi i suoi doveri di cittadino e di suddito alla signoria dei Gonzaga.

Occupava egli un posto d’onore alla corte del duca Ferdinando, posto che fu sempre ereditario della sua famiglia che già più d’una volta avea offerto vita ed averi in difesa dei principi a cui erasi consacrata.

Correva una trista epoca allora... in cui il dovere assumeva mille aspetti e cangiava di forme ad ogni scorrer di tempo, e subiva più l’andazzo delle cose, di quello che si rivelasse come un’inviolabile divinità... tenuto forse è vero in maggior concetto che oggi nol sia... Ma svisato, mal menato dai mille pregiudizi che si metteano a capo delle azioni individuali, in quel azzuffarsi continuo di partiti che l’un l’altro contendevansi il diritto di poter arbitrariamente seder despoti sovra le atterrate libertà in nome della libertà stessa che a guisa di ganza prendevasi a noleggio come meglio tornava il conto di adoperarla a vantaggio dei pochi che se ne facevano arma...

Queste bisogna tolsero come dissi la famiglia del marchese Gian Paolo a quella tranquilla vita dei campi!... da quell’eliso che sono le quattro mura d’una parete domestica e le fiorite ajuole d’un ben coltivato giardino, per vincolarla all’etichetta della città che li circuiva colla sua pompa di lusso, indispensabile necessità d’una corte così libera in fatto di costumi come la era quella dei Gonzaga, il cui scialar grandioso e dispendioso toccava talvolta alle fantastiche forme della leggenda.

Basta dare uno sguardo alle vestigia che ancor rimangono del palazzo ducale, che si può visitare liberamente, per avere un’idea di ciò che dovea essere quella splendida dimora dei duchi che v’avean stanza e lo facean campo aperto al banchettar nei tripudi alle spalle del popolino!... questo eterno Lazzaro di tutti i secoli che ne pagava le spese...

La vastità di quell’imponente edificio ha tutta l’impronta d’una storica grandezza. In uno de’ suoi vasti cortili, tenevasi un ricco mercato di gioje, ad uso delle epoche così dette di fiera. Superbo ne è il teatro or caduto in disuso, e che serviva ai principeschi trattenimenti, vi si vedono sale ornate di stupendi dipinti, ad attestare che l’arte dovette cercare le sue forme più vaghe per adornare quel soggiorno della potenza. Quanti vaghi sorrisi di donna avranno dato vita al capolavoro d’un pittore... quanti misteri nascosti sotto a quelle salette damascate... quante volte con ardente impazienza su’ quei tappeti di velluto si sarà aspettato il fruscio di una veste che dovea far beato un cuore... e quanti cuori furon freddati dal pugnale di un sicario mentre anelanti vagheggiavano il bacio d’un roseo labbro che forse era quello d’una ganza!...

Visitai un giorno il palazzo, e vidi una fuga di piccole stanze che doveano essere gli appartamenti prediletti dalle belle odalische!... mobili di lusso annessi al corteo ducale...

Dalle ampie vetriate a larghe onde entrava il sole; vedeasi qua e là qualche vestigio di quegli antichi fregi che le avran fatte splendide di reale magnificenza... E la mente vagando nel passato vi si spingea ad interrogare quella vita passata come un turbine gravido di folgori... Sotto a quel vago appartamento nei di cui specchi dorati si sarà ammirata la cortigiana felice e superba della propria abiezione, si sprofondavano lugubremente terribili i sotterranei del castello... Di faccia ad un ricco poggio intorno a cui il gelsomino si sarà avviticchiato prodigo di fiori e di olezzo, vedevasi una specie di vôlta praticata nel muro dalla parte rustica dell’edificio; si metteva su quella piattaforma per mezzo d’una angusta porticina; ai piedi di quell’arco aprivasi come un abisso minaccioso il largo fossato del castello, l’acqua ne lambiva le basse fondamenta cupa e verdacea... l’aria vi parea più fredda... sotto quella vôlta era stata decapitata l’infelice Agnese Visconti, creduta, o voluta rea d’infedeltà da uno dei duchi Gonzaga... Quella piattaforma dove si moriva; dove il carnefice arruotava la sua scure inesorabile ed omicida sorgeva rimpetto a quella terrazza inondata di luce... A quella sala profumata si saliva da una scala di marmo, sopra i di cui gradini la galanteria avrà steso il suo tappeto a fiori arabescati... a quell’angusta piattaforma si saliva da una piccola scala, vi si veniva da un angusto pertugio; era tanto che bastasse a passarvi per morire!.. là... si andava per vivere!.. Mentre l’ultimo gemito della vittima si spegneva sotto la scure del carnefice, l’arpa di qualche sirena avrà inneggiato al piacere!.. il calice spumante si sarà vuotato sul seno ebbro di voluttà!.. Mentre lo sgherro stringeva dentro ad un cerchio di ferro due esili mani di donna che si volgevano a lui coll’atto della preghiera, e che ei rendeva inerti perchè gli fosse più agevole colpire il collo bianco e denudato che si offriva al taglio della sua scure...

Là in quella stessa sala... così vicino alla morte... una di quelle ganze coperte di gemme e che si venerano regine!... con languida voluttà affidava alla diligente damigella d’onore, la sua mano alabastrina perchè gliela calzasse col guanto profumato, prima d’accingersi a trapuntare qualche gentil ricamo, in attesa che suonasse un’ora... quella d’un appuntamento che doveva farla credere a sè stessa superba della sua beltà!..

Non è a dirsi come ad Angela cresciuta tra la semplicità di quella vita domestica che formava tutta la sua delizia, tornasse a noja quel cambiamento di stato che implicava un così diverso modo di contenersi e che la vincolava in ogni suo atto...

Anche quando qualche consiglio di corte chiamava il marchese alla città, ella come che malaticcia non erasi mai dipartita da quel tranquillo soggiorno dove avea i suoi fiorellini da coltivare, da veder crescere, da veder sbucciare; dove le rondini col lor stridire gajo ed allegro la salutavano all’alba... dove il rosignuolo l’allettava colla melodia delle sue canzoni!

Il marchese credette bene che ripristinata come ella era in salute, lo seguisse alla città ove preser stanza, persuaso che una vita meno monotona di quella della campagna potesse anche influire a riordinare la sua gracile costituzione.

Se ne richiese il dottore, come si ostinava a chiamarlo il marchese, e questi fu sollecito a convenirne, aggiungendo essere anzi quel nuovo metodo di vita, affatto necessario onde dare al corpo quella vigoria che erasi estenuata nei replicati assalti del male; in quella lotta vinta a forza di opposizioni, ed a cui la monotonia di quell’esistenza non poteva che essere pregiudichevole... in quanto che lo spirito avesse bisogno di maggior campo movimento onde ringagliardirsi!..

Il marchese aveva cieca fiducia nelle parole dello straniero della cui lealtà, del cui zelo, e della cui maestria parevagli aver avuto ampie prove; prove che nessun suo atto palese valse mai certo a smentire per quanto l’oprar suo lo si fosse diligentemente interrogato in ogni suo minimo dettaglio!...

Fu la prima volta che dopo un periodo abbastanza lungo di tempo, in Angela ed in Adolfo si ridestassero le vaghe loro apprensioni riguardo al dottore, come al suo primo introdursi nella famiglia del marchese.

Si danno strani contrasti nell’anima umana di cui a sè stessi non si sa molte volte render ragione!... Forse a sviluppare questo senso disgustoso, era per i due giovani bastevol causa il sapere come ei col suo consiglio fosse causa che venisse loro tolta quella libertà che ivi così ampiamente godevano, che molto loro pesava quel doversi vincolare a que’ legami di convenienze e di formule imposte a legge dal rigore dell’etichetta aristocratica delle Corti, al cui contatto era pure indispensabile che si fossero trovati benchè interamente non ne facessero parte, e solo vi fossero annessi per la posizione politica occupata dal marchese!...

Il dottore s’era da qualche tempo diffatti reso con assiduo scopo quasi indispensabile alla famiglia del marchese; si ricorreva a lui per consigli in ogni più ardua emergenza, tanto più poi per la cura igienica ch’egli aveva diritto di tracciare pel completo sviluppo della salute di Angela, ad onta che ella dicesse al padre sentirsi tanto bene da non abbisognare di nulla!...

V’era un sentimento che taceva soffocato nell’animo di Adolfo, e che insensibilmente ne assorbiva tutte le aspirazioni; un’idea che egli sentiva come se si fissasse nel suo pensiero; era il ritorno al suo passato, alla vecchia Margherita che aveva lasciata al suo villaggio natale, e che gli rendeva conto delle sue cose, lamentandosi sempre della sua assenza; in ogni lunga lettera ch’essa faceva scrivere dal Curato del villaggio eravi una preghiera ardente che ne sollecitava il ritorno acciò potesse prima di morire chiudere gli occhi, baciata dal figlio della sua Giulietta!... Ella, che aveva alimentato col latte del suo seno e per cui avrebbe data volontieri la vita. Collo scorrer dei giorni, in quella novella vita del giovane che non era più tutta assorta nel pensiero della sua felicità, quelle memorie del passato a cui egli si sentiva legato per un voto terribile quanto sacro... rivivevano in lui ardenti come il pensiero che le evocava... gli ritornava in pensiero la ricordanza terribile d’una notte di sangue; quella notte in cui egli aveva veduta sua madre moribonda stringersi al di lui seno e farsene egida contro un uomo che sul suo letto di agonia veniva ad insultare beffardamente alla sua vittima; egli ricordava vagamente quel suo sogghigno da demone, si ricordava che sua madre cadendo... gli aveva mormorato... è l’assassino di tuo padre!... si ricordava che il nome di quest’uomo era rimasto soffocato sulle labbra della morente; che con lei era sceso nel suo sepolcro!... Una lagrima ardente gli rigava le gote a quel terribile ricordo che ridestava nel suo animo il pungolo del rimorso. Cosa aveva egli fatto per vendicare sua madre che moriva maledicendo al miserabile?... che aveva egli fatto per vendicare suo padre?...

Egli si era addormentato sul seno dell’amore, aveva lasciata la casa dove era morta sua madre e nella quale viveva la ricordanza del suo giuro di vendetta!... quel giuro che adulto aveva sciolto sulla tomba della vittima. Egli aveva tutto dimenticato!... Ma d’altronde lascierebbe egli Angela?... quella vaga creatura che era tutto per lui!... l’angelo che la previdenza aveva collocato sul suo sentiero, quasi per riconciliarlo colla vita, per lanciarsi verso un avvenire ignoto?... d’innanzi a lui... di faccia al suo giuramento di vendetta v’era l’impossibile... v’era il segreto d’una tomba e le tombe sono fedeli custoditrici dei loro segreti!...

Tali pensieri si agitavano nell’animo del giovane la di cui anima fremeva nell’impotente sforzo d’un pensiero che lottava invano contro la fatalità!... Angela ne calmava i subiti trasporti, le tetre concentrazioni, con qualcuna di quelle sue dolci parole che sì care gli scendevano all’animo come balsamo vivificante!... Il dottore continuava assiduo le sue visite, e nella mente di Adolfo crescevano le apprensioni... ei si richiamava quel volto, che doveva aver veduto altra volta... egli intravvedeva quel sorriso che aveva veduto su altre labra, forse su quelle istesse!... e ve lo avevano modificato gli eventi che tutto distruggono o variano col loro incedere travolti nella corsa impetuosa del tempo. Ma in lui, nulla pur sempre poteva svilupparsi oltre a questa indefinita e lontana rimembranza verso la quale affannavasi il suo spirito e che vestiva le forme d’uno stravagante e vago delirio!...

Una sera mentre tutta la famiglia era raccolta nella sala di conversazione del marchese, è recata una lettera all’indirizzo di Adolfo.

Il giovane la legge, la sua fisonomia si altera, un senso feroce di gioja traspare dai suoi lineamenti... Involontariamente nel volger degli occhi, si trovò d’innanzi lo sguardo freddo, severo del dottore che parea ne scrutasse l’emozione evidente.

La lettera era in brevi termini concepita.

«Se volete conoscere l’assassino di vostro padre, il persecutore di vostra madre, trovatevi la notte del 18 marzo sullo stradale di Chiasso, al ponte della Croce.

«Un uomo vi attende e vi rivelerà il segreto che da tanti anni cercate invano di penetrare...»

— Finalmente! mormorò egli coll’animo ardente d’odio e di vendetta...

Era il 10 di marzo... non restava che il tempo di mettersi in viaggio per arrivare al convegno, egli addusse presso la famiglia del marchese che fu oltremodo sorpresa di quella subitanea risoluzione, motivi d’interesse che lo richiamavano per pochi giorni al suo paese... disse che quella notte stessa doveva partire, fu fissato che il fratello d’Angela l’accompagnerebbe sino alla diligenza che partiva alle tre per Cremona e di là per Milano... ond’ei prendesse di poi la via di Como.

Fu quella una triste sera di addii, di conforti e di speranze susurrate a fior di labbro e di lagrime che si raggruppavano sul cuore; il dottore stimò conveniente di ritirarsi, egli lanciò uno sguardo inquieto sul giovane, parve che un truce pensiero fosse balenato alla sua mente, lo guatò per un istante minaccioso e perplesso, Angela gli porgeva la mano con tenero abbandono, dal suo ciglio scattò un lampo, salutò di nuovo ed uscì!...

CAPITOLO XXII. Fatalità!...

Il castello ducale, ora castello Sangiorgio, opera imponente di cui l’antico feudalismo fece dono alla città colle sue lugubri e tetre memorie... torreggiava imponente nelle tenebre. L’acqua del lago che ne bagna i piedi pareva uno strato nero ed immobile, quasi drappo di morte steso intorno a quel tetro edificio; cupa verdacea ne lambiva le massiccie fondamenta, l’aliga cresceva sul suo fondo fangoso, rasente a quell’acqua aprivansi i suoi angusti spiragli, intorno ai merli anneriti, in larghe ruote volteggiava il falco, il gufo squittiva dai fessi della rocca.

Veduto allora che le tenebre della notte conciliano lugubri pensieri, quando la leggenda sembra evocare le sue ombre a popolare lo spazio, quel tetro edificio assume l’aspetto d’un immane fantasma; i suoi angoli scanellati sembrano tante braccia mostruose, la corona de’ suoi merli ti pare l’anguicrinita chioma d’una testa infernale. Tale era allora, e ben molti gemiti echeggiavano sepolti nelle oscure vôlte delle sue segrete e soffocati dal fragore delle danze che facevan risuonar di evviva! le vaghe sale dei ducali appartamenti allietati dalle risa e dai canti delle ganze dei Duchi. — Semi nascosti dall’ombra sinistra del castello, due uomini stavansi a tenebroso conciliabolo... l’orologio del palazzo suonava la mezza notte... Era uno di questi un omicciatolo tozzo e tarchiato, vestiva un abito castigliano su cui il tempo aveva segnata la lunga data di sua vita, e ne mostrava palese l’agonia, rattenuta a rappezzi. L’altro era alto di statura, aveva avvolta la persona da un nero mantello, portava in capo un feltro a lunga piuma parimenti nera; del volto non si vedeva che l’occhio bieco, fisso in qualche indiavolato pensiero: egli guardò dalla parte del lago... tutto era quieto... l’aria della notte umida e grave stendeva sovra le valli circonvicine un fitto manto di nebbie... si sentiva il batter d’ali ed il gracchiare delle anitre sparse a frotte dentro le acque paludose.

Tutto ad un tratto i nostri due uomini trasalirono. Essi attendevano al certo qualcuno, come lo dinotava l’attitudine inquieta dell’uomo dal mantello nero; l’altro impassibile e muto, aspettava. Di mezzo ai canneti che sorgevan dall’acqua tutt’intorno alla riva del lago, s’intese un rumore, come d’un serpente che strisci; si vide un’ombra guizzare sulle acque, un corpo nero romper di mezzo ai canneti, ed urtare la riva, era un battello guidato da un sol uomo che salutati con un cenno i due che l’attendevano disse loro, con tuono reciso saltando a terra:

— Eccomi!...

— È mezz’ora che t’attendiamo, marrano!... gli susurrò a bassa voce l’uomo del mantello.

— Vengo dall’altra sponda, eccellenza... e l’acqua è bassa là in fondo... preferisco lottare col diavolo che col pantano di queste maledette rive!...

Quegli che così aveva risposto all’uomo del mantello al quale avea dato il titolo di eccellenza, era una specie di gigante dalle forme erculee aveva una mano grossa e larga con dita e braccia pelose, portava in capo una calotta alla marinaja e vestiva un abito da pescatore; fosse egli o no finto, o fosse quello il suo vero mestiere, maneggiava la barca da maestro, e ne diè prova avvicinandosi alla riva senza che i due che l’attendevano s’avvedessero del suo battello che strisciava leggiero sull’acqua protetto dalla nebbia della notte.

— Non importa, gli rispose l’uomo del mantello, abbiamo tempo, e chi abbia volontà di lavorare, in poco tempo si fa molto e presto.

Il gigante legava il suo battello alla riva. Ad un cenno tutti e tre si scostarono dalla valle e presero per una straduccia che girava dietro al castello ed andava a sboccare in quella parte della città che fu cinta di mura e di bastioni dalla paura del dispotismo austriaco che vi si era trincerato speranzoso di eternarvisi.

— A domani, eccellenza? domandò il gigante.

— Domani, rispose l’uomo del mantello, e se sbagli il colpo, marrano, ti fo far cento leghe per corrergli dietro finchè tu l’abbia raggiunto, se te lo lasci scappare.

— Non fallo mai, eccellenza, gli rispose il gigante con truce sorriso, raddrizzandosi in tutta l’imponenza delle erculee sue forme.

L’uomo del mantello parve compiacersi di quella bravata, gli sorrise in aria di protezione e gli gettò una borsa.

— Per l’acquavite... il resto quando avrete finito, aggiunse salutando.

I due uomini ristettero parlando tra loro finchè l’uomo dal mantello allontanatosi frettoloso si tolse ai loro sguardi: imboccata allora la via oggi detta Fossato dei Bovi, passato il vicolo del Bargello, a cui guardarono di sghembo con una brutta smorfia, mossero dietro a sant’Andrea e s’appostarono come due vampiri nei dintorni della locanda del Giglio.

La locanda del Giglio era situata di fianco a quel vecchio casamento ove si stabilirono oggi le carceri della Pretura Urbana. Oggigiorno pure vi si vede una casa di vecchia apparenza vicino a cui fanno capo i carrettieri colle loro rozze ed i rivenduglioli nei giorni del mercato.

Alla locanda del Giglio stazionavano vetture da noleggio. Alle tre del mattino d’ogni venerdì e d’ogni lunedì ne partiva una per Cremona a treno fisso. In casi speciali però si davano mezzi di trasporto per dove avesser desiderio di recarsi i viaggiatori. Era una locanda accreditata per le premure dell’albergatore che vi tenea pronto servizio e buoni cavallari che facevano allegramente schioppettare le loro fruste sugli stradali battuti nelle corse.

La sera nella quale Adolfo aveva ricevuta la lettera che lo chiamava ad essere messo a parte del segreto che era per lui il tesoro più prezioso a cui riguardasse con un culto selvaggio ed ardente, cadeva appunto in lunedì ed ei si era recato alla locanda accompagnato da Roberto, il fratello d’Angela, che fissò rimanere con lui finchè ei si fosse partito.

Usciti quindi di casa ad ora ben tarda, scambiati gli addii e rinnovati gli abbracci, consumate le ore in quei nonnulla che sono le espressioni più vere per cui il cuore svolge tutte le sue sensazioni d’affetto nei momenti supremi d’una separazione, entrambi intrattenendosi della partenza, della famiglia d’Angela, del vicino ritorno, di una sperata felicità, d’un ridente avvenire; comunicandosi dubbi, sogni e speranze in quel confidente abbandono di due giovani cuori legati insieme dall’amicizia più tenera, si eran recati alla locanda del Giglio e vi avean chiesto da cena onde aspettare l’ora della partenza.

Sedevano ad un tavolo intrattenendosi tra loro; tutto ad un tratto Adolfo fe’ un atto di sorpresa.

— Che hai, Adolfo? gli domandò Alberto guardandolo fisso in viso come chiedendo una spiegazione a quell’atto repentino.

— Nulla, disse Adolfo, ognor più inquieto.

Nell’agitazione dell’addio egli avea dimenticato un piccolo amuleto che Angela gli aveva donato come pegno del suo affetto acciò gli ricordasse di lei nel breve tempo di sua lontananza.

Lasciare un dono d’Angela nelle mani istesse che glielo aveano donato, era nulla; egli l’avria ripreso con un bacio al suo ritorno, avrebbe sentito un rimprovero accompagnato da un sorriso. Gli avrebbe potuto rispondere che essa era tutto per lui e che nel momento della partenza egli non potea vedere che lei.

Eppure egli sentì un tristo presentimento impadronirsi del suo cuore; gli parve che separandosi da quel dono egli si dividesse da lei... gli parve che tra lui e quella donna che era il suo angelo, sorgesse un fantasma!... Egli si spaventò come di una sinistra predizione di sventura, ebbe paura del suo pensiero.

Alberto s’avvide tosto delle impressioni che dominavano lo spirito del suo giovane amico.

— Hai perduto qualche cosa? gli domandò.

— Sì, l’amuleto d’Angela, gli rispose Adolfo.

— L’avrai lasciato a casa.

— Certamente.

— E t’inquieti per ciò? disse gaiamente Alberto; vado a prendertelo e te lo reco. Alberto si era alzato.

— È troppo tardi per lasciarti andar solo, gli obbiettò Adolfo.

Alberto diè in una allegra risata.

— Affè! per bacco! cosa credi? Che abbia paura dell’orco?... va là, pazzo!... e gli battè sulla spalla con gaiezza confidente. In due salti sono di ritorno e ti reco il tuo fatato amuleto. Avrò agio a fare un nuovo saluto ad Angela prima che tu parta.... ed ecco tutto... Non gli diè tempo neppure a rispondere e corse fuori dalla locanda.

Egli avea appena svoltato l’angolo della via che due ombre si mossero nelle tenebre, si udì uno squittir come di civetta che pareva venisse dal tetto del vecchio caseggiato che fiancheggiava la locanda del Giglio. Dal fondo della strada un uomo strisciò carponi dentro il vano d’una porta. Un istante dopo che Alberto era uscito, Adolfo agitato da strani e lugubri presentimenti si era slanciato fuori dalla locanda e corse anelante sulla via... gli parve d’aver inteso un gemito. Tutto era silenzio intorno a lui; suonarono le tre all’orologio del palazzo. La voce sonora del vetturino facea balzar di soprassalto i viaggiatori, e la sua frusta schioppettava gaiamente dissopra alle orecchie dei poco sbuffanti puledri attaccati al carrozzone da viaggio che partiva poi al trotto, seco portando Adolfo che andava fantasticando tra sè perchè Alberto non fosse tornato.

CAPITOLO XXIII. Cosa avvenisse nel vicolo del Bargello.

L’istessa notte se qualcuno fosse passato dal viottolo del Gallo Nero, si saria domandato cosa potesse far là da tanto tempo una carrozza tutta chiusa. Il cocchiere pareva ubbriaco, e sonnecchiava sulla serpa... s’era passato nel braccio le redini del cavallo... aveva lasciato cadere la sua testa sulla spalla e pareva non si desse altra cura che di dormire come meglio avesse potuto; forse aspettava qualche avventore che s’era recato a bere alla taverna e s’era lasciato prendere dal sonno... Nella taverna del Gallo Nero non ardeva alcun lume atto a far dubitare che là dentro, come in tutte le pacifiche case dei dintorni non si dormisse tranquillamente, tutt’intorno era silenzio... la notte scendeva tacita ed avvolgeva Mantova col suo mantello di nebbia... le ore scorrevano, suonò la mezzanotte, poi un’ora, eran vicine le tre; il cocchiere addormentato si scosse, dalla porticina della taverna del Gallo Nero, uscì fuori una testa a guardare nel bujo del viottolo non illuminato da alcun fanale... Era tanto bujo che non si saria scorta neppur la carrozza che si confondeva colle tenebre... se v’era un delitto da compiersi, certo mai quella marrana di sorte che non domanda mai le fedi di costume a chi vuol favorire od a chi vuol colpire, non poteva meglio darvi mano. Qualche lampione che ardeva nelle strade centrali della città, avvolto da quel denso manto di nebbia, pareva alla distanza di dieci passi, lontano a perdita d’occhio ed appena appena se ne vedeva un languido bagliore atto ad accennarlo. L’uomo che aveva messo fuori il capo dalla porticina della taverna non guardò; ascoltò, gli parve aver inteso... Un gemito... poi un rumore di passi che frettolosi s’avviassero verso quella volta... Il cocchiere aveva lasciato la sua attitudine, e stava spiando inquieto ogni alitar di vento che gli portasse un suono... si fe’ silenzio ancora... poi si sentì un rumore certo, definito, marcato di passi... due uomini entrarono nel viottolo della taverna...

— Presto, disse l’un d’essi... scendi, Andrea, e dacci mano... che il diavolo ti porti se non ti sbrighi, pezzo di poltrone!..

— Son qua, son qua... rispose tosto il cocchiere scendendo dal suo posto di riserva.

Quei due uomini si portavan dietro uno strano carico imballato in un nero involto fatto a forma di sacco; l’avevan deposto rasente al muro del viottolo, e fattivisi presso di bel nuovo ajutati dal cocchiere se lo caricaron sulle braccia. L’uomo che pareva spiasse avidamente il loro operato, quando vide che furon presso alla carrozza di cui era chiuso ancora lo sportello, si fe’ fuori d’un tratto e corse ad aprirlo...

— Chi va là!... gli gridò piano all’orecchio una voce minacciosa, mentre un braccio erculeo lo afferrava al petto in poco gentil maniera...

— Non mi conosci, per Dio!.. fe’ egli guardando in faccia il gigante che gli aveva usato quel poco garbato complimento.

— Siete voi, eccellenza?... mormorò questi mentre dava alla sua voce da toro quel tuono più umile che potè; per bacco... s’avvisano i galantuomini quando sono occupati alle loro faccende e non hanno tempo da perdere.

Il nero carico fu spinto dentro alla carrozza.

— Come andò l’affare? chiese l’uomo del mantello nero, il quale vestiva come allora che il lettore lo vide sulla riva del lago mentre aspettava la barca del gigante.

— Come lo vedete... rispose il gigante contraffacendo colle grosse sue labbra un sinistro sorriso, e segnò la carrozza entro cui saliva il compagno invitandolo.

— Va bene... ed ora al lago... e scegliete bene il luogo.

— Lasciate fare, eccellenza... il gigante si curvò per passare dentro alla carrozza, l’uomo dal mantello nero ne chiuse lo sportello. Il cocchiere diè una strappata alle redini, il cavallo partì... Dal viottolo del Gallo Nero a Sant’Andrea... non v’era da traversare che la piazza del Bargello; il nostro uomo la percorse, ne spiò collo sguardo il terreno, e come chi si trova soddisfatto d’un esame a cui sia unito il più notevole interesse sorrise d’un sorriso da demone, si ravvolse nel suo ferrajuolo si cacciò a passo rapido per le vie della città e sparve nelle tenebre come perduto in un abisso!..

CAPITOLO XXIV. La barca.

La carrozza in cui eran saliti il gigante e quel suo ceffo di compagno seco loro recando quello strano carico, s’avviò per la strada istessa da cui eran venuti poche ore prima; svoltarono a destra e presa una via deserta fecer capo ad una stradicciuola che fiancheggiava la riva del lago.

La notte era cupa, innanzi a loro non era che un vuoto pieno di nebbia entro cui si spingevano e dove pareva si dovesser perdere; ma in quel vuoto, nascosti ad ogni sguardo essi camminavan sicuri compiendo l’opera loro.

Avevano cavato dalla carrozza, che rifece poi la strada, il loro carico... e lo portavano seco dietro strascinandolo pel fangoso sentiero della valle.

Era qualche cosa di sinistro a vedersi; uno di quei due uomini era piccolo, sciancato, nelle tenebre pareva un mostro; aveva una barba ispida, folta, capelli rabuffi, un occhio profondamente incavato, di cui le nere sopracciglia velavano il fuoco selvaggio... Questo sguardo fiammeggiava come da due grotte scolpite in una fronte schiacciata... una fronte di rettile. Il colore del suo volto che traeva al giallastro, era livido... Era del colore della notte; i suoi abiti erano laceri e lordi di sangue... sulle mani pareva avesse del sangue... L’altro era un gigante dalla taglia di un Ciclope... se sovra l’ampia sua fronte depressa fosse scintillato un sol occhio, potea dirsi la miniatura di Polifemo... avea due braccia pelose, due gambe nude fino al ginocchio... nervose, muscolose; avea una gran barba nera che gli scendeva fin sul petto coperto d’un pelo fulvo, aveva l’occhio rosso come un cerbero, la sua voce somigliava al ringhio d’un molosso... Questi due mostri, uno dei quali era rettile, l’altro tigre, o lupo... si trascinavan dietro qualche cosa d’informe avvolta in un sacco nero... strisciavano per così dire in mezzo ai canneti agitati da una brezza sottile... e sul lor passaggio non fuggiva che qualche folaga che batteva l’ali e strideva così che quel suo strido nelle tenebre della notte ti pareva un lamento... Intorno ad essi... quasi a cornice del quadro la nebbia che li avvolge, al di là della nebbia il lago colla sua acqua fumante, calma... attraverso alla nebbia non potevasi scorgere lo scintillar d’una stella... Essi eran soli!... soli coll’opera loro, e la compievano.

Si erano trascinati sino alla barca che giaceva tra i canneti; la lieve ondulazione dell’acqua aveva scostato il tratto di corda che legavala alla riva. Ve la trassero, vi caricarono il loro fardello, dieder mano al remo e la spinsero. La barca strisciando tra i giunchi si spinse oltre; i due remi batteron liberi l’onda del lago senza produrre alcun rumore, senza che nel loro tuffarsi mandassero uno spruzzo. Orecchio umano non avria potuto avvedersi che una barca correva sul lago, e come rapida correa!... Si compieva un’opera di morte... e non si sentiva la vita che la traeva al suo fato... tutto era silenzio... quei due uomini colla loro barca pareva che si confondessero colle tenebre... pareva che ne formassero una sola immagine terribile, spaventosa!... Ad un punto del lago, dove il remo che ne tasteggiava il letto non trovava fondo, sostarono e deposero i remi. Il gigante legò alla bocca del sacco un oggetto che pareva avesse la forma di un grosso masso di granito e ch’egli si barellò prima sulle braccia come fosse un giocattolo... levaron dal fondo del battello il loro carico, lo sollevarono sull’acqua e fecer per spingerlo.

— Ferma! susurrò la voce fessa dell’omicciatolo.

— Cos’hai? che il diavolo ti porti! gli rispose il gigante fermando il braccio che già dava impulso alla spinta; t’avverto che è un gingillo che pesa abbastanza e non ne vedo l’ora di farla finita!...

— Non borbottare, vecchio orso; dopo tante precauzioni che abbiamo usate finora vorresti tu che facessimo tanto di fracasso buttandolo giù, da dar l’allarme a qualcuno che il caso ci mettesse a portata?

— Affè! Carlone, che non manchi di giudizio in quella tua testa da rospo.

— Avanti dunque!

— Presti!

I due uomini s’inchinarono fuori del battello in modo da farlo quasi ripiegar su sè stesso, e calaron sino a fior d’acqua il carico che stavan per lanciare; l’onda si schiuse gorgogliando e si racchiuse; il negro involto sparve: inabissandosi non destò alcun rumore, non accennò al suo immergersi nell’onda che per un impercettibile fremito onde si agitò la superficie a norma che il corpo si sprofondava gravitando verso il fondo. La barca aveva intanto ripreso la sua via e ritornava per dove era partita.

CAPITOLO XXV. Dove si capisce qualche cosa.

Nella famiglia del marchese regnava la più viva agitazione. Un servo erasi recato ad ora ben tarda alla locanda del Giglio, quando appena la corriera era partita, avea chiesto di due giovani che si erano ivi recati ed uno dei quali doveva prender posto per Cremona, e gli fu risposto che il viaggiatore era partito ma che il suo compagno avealo lasciato circa un’ora prima della partenza, mentre stavano cenando insieme in una delle sale terrene.

Il servo era ritornato a casa recando la risposta avutane; di congettura in congettura interpretando quello strano ed inqualificabile avvenimento, la mente si spingeva a trarne le deduzioni le più terribili e le più allarmanti. Nè i tempi erano atti al certo ad acquietare le vigili ed affannose apprensioni d’una tenera madre, d’un padre, d’una sorella che amassero un loro caro tutta la forza dell’affetto.

Correvan ogni momento strane dicerie per la città, spargevansi voci di omicidii e di rapine, e non se ne sapeva mai nulla. I duchi che aveano diritto feudale d’alta e bassa giustizia erano troppo occupati nelle loro feste di Corte per darsi cura delle pubbliche bisogna. Purchè non si gridasse contro la suprema signoria dei governatori e dei principi, importava loro ben poco che si facesse questo o quello.

Scorrevano le ore, i primi albori risvegliavano la natura; non la speranza, che non sapeva trovare un palpito tra l’affannarsi della disperazione che pur tentava ancora un’ultima lotta!.... Era però vana ed impotente, che contro lei vi era un fatto!... vi era una terribile realtà: Alberto non veniva!...

Donna Caterina, la povera madre che sentiva venirsi meno ad ogni volger d’attimo che si portava con sè un’ultima illusione, era straziante a vedersi... al più legger rumore che le giungesse all’orecchio essa correa sulla soglia... trasaliva allo sbatter d’un’imposta... sentiva voci che non erano che nel suo pensiero... Un ardore febbrile le animava la guancia, l’occhio avea fisso... attonito... si era abbandonata sopra una poltrona e parea che avesse esaurite le vitali sue forze in quel delirio del timore!... in quell’attaccarsi convulsivamente ad un’illusione che mente a sè stessa ed a cui non credendo si vorrebbe pur imporsi di credere!... Angela, la buona e cara fanciulla, i cui occhi aveano pianto tanto, spaventata dalla disperazione della madre, la accarezzava dolcemente cercando parole per confortarla, e la baciava e la vezzeggiava, ma ben vedevasi come in lei pure dominasse quella sinistra apprensione che facea battere con palpiti sì agitati il suo giovane cuore!... In lei pure era vivo quel senso indecifrabile eppur reale, che è la forza del presentimento... questa divinazione dello spirito che opera ed agisce allora che un grave avvenimento faccia oscillare le corde dell’anima umana e ne tragga quei suoni arcani ed imponenti innanzi a cui la ragione si smarrisce, e nella sua investigazione non trova che l’ipotesi d’una possibilità che possa darvi sviluppo!...

Il marchese era cupo, concentrato, assorto; pensava. Egli svolgeva innanzi a sè le cause tutte onde avesse potuto aver motivo quello strano sparimento, ed inclinò la testa sul petto, gettando uno sguardo d’immenso dolore sopra quei due esseri che vicini a lui piangevano nel terribile abbandono d’una compresa sventura!...

Erano le dieci del mattino quando fu suonato alla porta. Non è a dirsi come quel suono, elettrica scintilla, fosse corso per le fibre di tutti. Donna Caterina, Angela ed il marchese si precipitarono verso la sala d’ingresso prima che il servo ne schiudesse la porta. Sulla soglia apparve il dottore.

Il dottore era, come solea mostrarsi nella famiglia del marchese, di volto calmo; s’avria detto che sulla sua fronte si fossero spianate le rughe che l’increspavano come se si fosse tolto dall’animo il peso di qualche grave preoccupazione che lo crucciasse.

Accadeva diffatti talvolta che egli trasalisse nel bel mezzo d’una conversazione amichevole; che ad un moto di Angela, ad una parola di Adolfo il sorriso gli si contraesse sulle sue labbra in modo da diventare quasi una minaccia. Il suo occhio mandava allora un raggio di fuoco, il suo volto, da pallido ch’era, si facea livido, poi si immergeva in un’astrazione profonda ma che indicava solo essere il suo pensiero ben vivo sotto quell’apparente inerzia che parea un completo abbandono.

Quella mattina, checchè fosse avvenuto nel suo animo, ben scorgevasi ch’egli avea superato qualche cosa; ciò che i medici alle volte chiamano una crisi, che i pittori chiamano una prova e che gli uomini d’affari chiamano un progetto. Egli non aveva però superato nè ciò che potesse interessare un medico, nè un pittore, nè un uomo d’affari.

Era ben difficile leggere su quella sua fronte di marmo; pur vi si leggeva qualche cosa di sinistro sotto al velo di quella sua calma apparente.

— Mio figlio!... mio figlio!... gridò donna Caterina slanciandosi verso il dottore.

— Vostro figlio!... esclamò questi sorpreso. Ebbene, signora marchesa, che è egli avvenuto a vostro figlio?...

Lo slancio febbrile che avea animato per un istante quella povera madre si estinse, un singhiozzo irruppe dal suo petto... Il marchese che interrogava il dottore coll’occhio anelante... immoto... fisso su lui, si fe’ muto... Angela si serrò contro la madre... ella provò uno strano sentimento alla vista del dottore; fu come il risvegliarsi in quel momento d’un senso assopito nella sua anima... quel senso di paura che involontario avea giganteggiato nel suo cuore e che soltanto aveva obliato nell’abbandono dell’affetto di cui avea fatto centro un cuore!... prima... si sentiva troppo felice per poter avere altro pensiero che non fosse un sogno d’amore!...

La voce del dottore avea lasciato intravedere una infrenabile emozione nell’accentare ch’ei fe’ quelle sue parole.

— Egli pure non ne sa nulla!... mormorò la marchesa con voce semispenta.

— In nome di Dio!... che avvenne mai, donna Caterina?...

La marchesa taceva immergendosi col pensiero nella cupa disperazione del suo dolore.

— Che avvenne, marchese?... ridomandò egli ansioso e vieppiù agitandosi, mentre il suo sguardo gli roteava nell’orbita inquieto e sanguigno. Le sue labbra, come gli accadeva sovente, s’eran contratte, egli domandava e parea pregasse coll’interessamento di chi attenda per sè stesso, e vi era l’accento quasi del comando in quelle sue parole. Angela lo guardò con ispavento... si strinse di nuovo a sua madre, e le parve che avrebbe voluto chiudere sulle labbra del marchese la parola che vedea come gli stesse per uscire.

— Sentite, dottore, gli rispose in quello stesso momento il marchese coll’abbandono confidente della sventura, che cerca un eco al proprio palpito d’affanno — in nome di Dio! Non avete voi veduto Alberto?...

— Io no!... ma perchè questa domanda?...

— Egli è uscito stanotte, e non è più ritornato.

— Uscito!... esclamò il dottore, sul cui volto balenò il lampo sinistro d’un pensiero che ne contrasse i lineamenti come fosse soggetto ad un arcano terrore. Uscito! ripetè egli. E non è ancora ritornato?...

— No... ed è scorso per noi una tal notte d’angoscia, dottore!... che il labro non saprebbe ridirvela... Egli ha accompagnato Adolfo!...

— Adolfo s’era recato alla locanda del Giglio?... vi avete mandato?...

— Sì...

— Ebbene?...

— Adolfo era partito solo, il suo compagno l’avea lasciato qualche tempo prima... e doveva tornare alla locanda dove non fu più veduto ricomparire.

— Adolfo è partito!... gridò il dottore, per dio!... dite il vero, marchese?...

— Sì, Adolfo è partito!... ma non è d’Adolfo che io domando!... Ma comprendete voi, dottore, il terribile pensiero che si agita nella mia mente, che passa sulla mia anima e l’agghiaccia di spavento!...

La fronte del dottore si fece fosca!...

— Partito!... ripetè ancora fra sè a bassa voce!... Egli stette silenzioso per alcuni istanti... quella agitazione convulsa era passata... ei ricompose le sue labra ad un sorriso... e si volse al marchese che l’interrogava col suo occhio inquieto... Ben vedevasi come egli cercasse far argine alle emozioni della sua anima... — Io non saprei in vero, marchese... balbettò egli... ma non resta che un sol mezzo... informarsi pienamente se qualche avvenimento disastroso abbia avuto luogo questa notte... tranquillatevi intanto, marchese, io farò quanto meglio potrò... farò quanto possa suggerirmi l’interesse che mi lega a voi... e ritornerò, spero, in grado di acquetare la vostra agitazione... Mio Dio!... accadono tante piccole cose nella vita che assumono talvolta l’apparenza d’una grave sventura...

Il marchese Gian Paolo strinse con trasporto la mano del dottore che gli parlava d’una speranza... Donna Caterina gli volse pure uno sguardo in cui lampeggiò quell’ultimo resto di vita che ancora l’attaccava ad una illusione...

Il dottore, a cui pareva non tardasse che il momento di togliersi di là, tanta inquietudine leggevasi ne’ suoi sguardi, inquietudine che poteasi credere motivata dall’interesse ch’egli prendesse per la possibile sventura ond’era minacciata la famiglia del marchese, gli strinse di nuovo la mano e rinnovandogli parole di speranza e promesse di ricerche che gli rendesser conto dell’avvenuto, uscì precipitoso ed affannato da quella casa nella quale era entrato col sorriso della soddisfazione sulle labbra atteggiate all’orgoglio d’una vittoria..

················

Qualche ora dopo due uomini montati sopra due robusti cavalli uscivano a briglia sciolta da Porta Leona e correvan l’istessa via sulla quale s’era avviato la trabacca dell’oste del Giglio; taluno dei passeggieri rise di cuore vedendo a fianco d’un Ercole dalle forme d’atleta un omiciattolo che più gagliardamente stava in groppa al suo Bucefalo che al certo non era di razza inglese ma che galoppava sonoramente. Il dottore si recava sul finir del giorno alla casa del marchese... vi portava la delusione d’una vana ricerca.

CAPITOLO XXVI. I Rimorsi della colpa fruttano progetti di rivelazione.

Ne è d’uopo di lasciare per poco Mantova e quei personaggi del nostro racconto che avranno forse interessato il lettore; il marchese con tutta la sua buona fede, Angela e la marchesa coi loro presentimenti di sventura, per recarci sul luogo dove successero i primi avvenimenti che diedero principio a questa narrazione. Era di là per l’appunto che Adolfo riceveva la lettera che traevalo alla ricerca dell’assassino di suo padre, dell’uomo per opera del quale sua madre era morta dopo aver tratta fra le angoscie la vita!... Angoscie che doveva a lui solo, a quest’uomo che s’era cacciato sul sentiero della sua esistenza, ad avvelenarne ogni istante!...

In una sera trista trista, mentre il cielo era fosco di nubi, l’aria grave, mentre il tuono lontano lontano, fremeva nelle vallate, Ambrogio il carbonaro era seduto d’innanzi alla sua capanna che il lettore può riconoscere ad onta dei guasti operativi dal tempo. Non aveva più neppure la poesia di quel primo suo aspetto, quasi sinistro; allora, nascosta quasi dai ramosi alberi, circondata da un’alta siepe di frassini... pareva un agguato... oggi non era più nulla, avevan tagliata la siepe... i grandi alberi che s’incurvavano sopra il suo tetto eran morti... non restava sul terreno che il segno dove essi eran cresciuti, ad attestare che là morirono utilizzati dal carbonaro che ne fe’ legna da alimentare il suo focolare deserto.

Le assi della capanna eran sconnesse, l’aria e l’acqua vi penetravano a vicenda, non era neppur qualche cosa di orribile!... era qualche cosa di squallido, di disgustoso... l’orribile ha la sua poesia, ha il suo bello; lo squallido non ha nulla, è ciò che è... una cosa da cui si allontana per non crucciarsi l’anima!...

Il carbonaro sedeva sopra un sasso colla faccia nascosta tra le mani, assorto come in un doloroso riandare del suo passato... Egli pensava che sotto a quel misero tetto sorridevagli un giorno, una donna, che si assideva al desco ammanitogli frugalmente quando rientrava sulla sera canticchiando una canzone stanco del lavoro. Che un bambinello correvagli incontro e gli saltellava intorno aggrappandosi al suo vestito finch’egli se lo fosse recato in groppa... ripensava al certo che qualche gioja egli l’aveva gustata in quella capanna che ora non conservava di sè che una squallida nudità. Allora la sua bella siepe di frassini era verde e folta, l’usignuolo veniva a cantare là... vicino ad essi mentre erano intenti a ciarlare prima dell’ora del riposo; lo sentivano trillare i suoi gorgheggi, e gliene veniva all’animo una calma, una pace, quasi una felicità.

Poi le cose cambiarono... e la pace fuggì dalla capanna ospite spaventata. L’usignuolo non venne più a cantarvi d’intorno perchè vi sentì dentro voci di minaccia... e grida ed imprecazioni... perchè egli confidente non vedeva più al finestrino che si apriva, sporgere una bella testa di donna che lo riguardava rapito, nè più senza fuggire vedeva passarsi d’innanzi un vago fanciullino dalle bionde chiome che saltellava per il prato. Egli vi vide entrare ed uscire faccie arcigne e fosche, v’intese rumori che gli parevan strani, e che disturbando la sua pace lo decisero a scegliere un’altra siepe, un’altra casa intorno a cui intuonare le sue vaghe armonie.

La donna del carbonaro era morta... del fanciullo, ei non se ne curava e non lo vide più tornare; era morto egli pure? era stato raccolto da qualche cuore pietoso?... egli non lo sapeva e non se ne curò; al secondo giorno che più nol vide comparire egli si era detto alzando le spalle, un fastidio di meno!...

Ma gli anni passavano ed a seconda che quel vuoto spaventoso veniva a farglisi attorno, sentì nella coscienza farsi vivo il pungolo dei rimorsi... e ripensò con spavento a quella sua vita di colpe... si ricordò di Francesco... che egli aveva raccolto ferito, che aveva ospitato sotto la sua capanna, e di cui aveva venduto il cadavere... e gli parve che da quel momento la maledizione fosse scesa sulla sua casa.

Da allora, non più pace, non più lavoro... non più il sorriso della sua donna, il bacio del suo bambino... la sua donna tremava di spavento, forse d’orrore quand’egli a notte tarda si ritirava nella capanna, e vi deponeva nell’angolo più nascosto la sua carabina, forse fumante ancora per la recente scarica che avea fatto sussultare la dormiente dal suo letto, che gli aveva fatto stringere al seno palpitante la sua povera creatura.

Tutto si mutò intorno a lui, al pane del lavoro spezzato sulla tavola e diviso nella famiglia, successe l’orgia, ed il vino vuotato a colme tazze tra gli ebbri compagni... e il disordine della notte, ed in mezzo a ciò il fantasma del delitto che ne spingeva i passi errabondi...

Fu dal giorno che ei fuggì innanzi ad Adolfo spaventato come da una visione infernale, fu d’allora che questo gli sorse contro angelo sterminatore a contendere un bottino, e due vittime alla sanguinaria sua banda, che la fatalità inesorabile gli camminò a lato. Dopo aver rinunciato al lavoro egli si vide preclusa sino la strada alla colpa, perchè i suoi compagni che lo vider fuggire d’innanzi ad uomo lo chiamaron vile; essi non sapeano che quell’uomo era una fantasima per Ambrogio, che gli parve fosse sorto dalla tomba per vestire le sembianze della prima sua vittima: di Francesco che egli avea sì infamemente tradito!... Il dolore e gli stenti avevano tratto a morte la sua donna; suo figlio non era più ritornato alla capanna che stava sola là... ad attestargli il passato... rinnovatrice spietata delle sue memorie, pagina terribile del libro della sua vita in cui dovea leggervi col terrore dei rimorsi, colle paure d’un’anima nella quale il fatalismo avea snervata ogni energia...

È una maledizione!... È una maledizione!... esclamò egli alzandosi da sedere... gettò uno sguardo spaventato verso la capanna e mosse alcuni passi come per allontanarsene... È la mano di Dio!... Oh! io non avrò mai pace!...

Le campane della chiesa del paese suonavano l’avemaria della sera... Quella lenta oscillazione del bronzo arrivava insino a lui, accompagnata dal vento della sera, umido e grave; la pioggia incominciava già a cadere sottile... Il cielo s’era fatto più fosco, Ambrogio fremè in tutto il corpo come se avesse inteso una voce far eco al grido che gli era uscito dal labbro... Egli cadde in ginocchio sovra un sasso, e stette muto, tremante, finchè ogni suono cessò, e d’intorno a lui non udì che il cader della pioggia sulle fronde degli alberi, e il fischiar del vento nel basso della valle.

Avrebbe voluto pregare, ma la parola non trovava cemento, forse era dominata da un pensiero... Egli si era alzato però più calmo, entrò nella capanna, si gettò sul suo giaciglio, e stette aspettando l’indomani in cui parea avesse pensato di dar compimento ad un progetto che or vedremo farsi palese.

CAPITOLO XXVII. Don Luigi il parroco.

Le campane del villaggio suonavano a festa, una folla di gente era accalcata sulla piazza; le giovani del contado vi sfoggiavano le loro spille d’argento appuntate alle trecce d’ebano ed i nastri rossi che lor sventolavano dietro le spalle; le donne avean cuffie di pizzo linde e bianche, calzari di legno che rendevano un fracasso indiavolato battendo su pei ciottoli... I rivenduglioli facean ballar nelle tasche il sonante metallo che avean buscato nella mattinata, le carrette stavano attaccate alle rozze in attesa che finisser le funzioni per riprender la strada per la quale i girovaghi, nelle domeniche, sogliono condursi a tutte le piazze della provincia.

Era l’ora della predica, all’invito che facea ai fedeli la campana della chiesa col suo martellare a rompicollo, come moveva l’estro al campanaro che ci teneva a dar prova della forza muscolare delle sue braccia, la folla s’avviò verso la chiesa che si gremiva di gente, talchè innanzi allo sguardo offrivasi un livello orizzontale di cuffie e di lucidi dischi di spille che scintillavano al chiaror delle lampade e dei ceri accesi dagli altari intorno ai quali la folla si era prostrata divotamente, e credeva sul serio, che quello sgraziato del figlio di Dio fosse stato condannato con tanto talento da suo padre ad esser sacrificato e mangiato, e masticato da tante bocche di fedeli, quanti erano le migliaia di preti, delle migliaia di chiese, e quante eran le bocche dei milioni di cattolici che agevolavano ai fornai il consumo della farina nella fabbrica delle ostie più o meno consacrate... e che io credo i soli che abbiano trovata l’utilità della Comunione e della Messa!...

La predica era incominciata; il parroco del paesello era un buon parroco, un uomo ben pasciuto, ben tarchiato, per trarne la desunzione che l’astinenza dal bicchiere e dai buoni bocconi non era una delle sue più grandi virtù, ma ciò dopo tutto non provava ch’egli non fosse un buon uomo... tant’è vero che per essere buoni bisogna esser tranquilli, e che per esser tranquilli bisogna aver con che soddisfare ai proprii gusti ed ai proprii bisogni... Egli credeva di far molto meglio usufruttando vivente d’una lauta tavola da cui ogni giorno avanzasse qualche cosa da dare a qualche povero della parrocchia, di che nell’infliggersi la penitenza d’un digiuno che se poteva contribuire a dimagrarlo non gli dava alcun piacere e non era utile poi ad alcun altro... Parlava a quella buona gente dei doveri del cuore, dei loro obblighi; li condiva con qualche tiratina di future beatitudini celesti, ma così in via d’accessorio come una salsa piccante che insapori un piatto. Diceva loro saggie cose come credeva che meglio lor potesser convenire e come ad ei parea più facile far loro accettare.

Ambrogio il carbonaro durante la predica era rimasto appoggiato ad una colonna del tempio, come uomo nel cui animo duri ancora una lotta; egli aveva ascoltato e stavasi incerto su cosa dovesse fare; scorgevasi che qualche cosa egli avea divisato, ma mal s’avria indovinato che cosa, perchè la sua fisonomia se tradiva un interno turbamento nulla diceva di quel ch’ei pensasse, e stavasi tutto chiuso in sè stesso, e incerto egli pure di quel che far si dovesse.

Quando don Luigi finita la predica... dalla sagrestia passava alla sua casa, si vide muovere incontro il carbonaro; Ambrogio era pallido e visibilmente commosso, egli si gettò d’innanzi al prete scomposto negli atti e stette in faccia a lui articolando colle labbra tremanti alcune parole che egli al certo non comprese poichè si fermò quasi atterrito...

— Che volete buon uomo?... domandò egli dopo che ebbe atteso per alcuni istanti una spiegazione.

La voce parea soffocata nella gola del carbonaro, che a quella domanda come riscosso da un intorpidimento mentale, levò sul prete il suo sguardo inquieto, oscillante... e parve che fosse come richiamato in sè da quel suono che lo toglieva alla preoccupazione d’un pensiero.

Il prete lo guardò alla sua volta con sorpresa; quel senso quasi di pauroso timore che gli aveva cagionato quell’improvviso ed inaspettato incontro, accompagnato da sì strani modi, svanì di faccia a quella vaga manifestazione di dolore, di incertezza che potè leggere sul volto del carbonaro. Egli comprese che nell’animo di quell’uomo s’agitava forse una lotta... Ei non sapeva qual fosse, ma gli si rivelò per quell’intuizione facile a coloro il cui ministero li mette a contatto delle varie manifestazioni dell’anima umana... — Che volete buon uomo?... ripetè egli ancora facendo, un passo verso il carbonaro, e procurando di dare alla sua voce tutta la possibile dolcezza.

Lo sguardo immoto d’Ambrogio che si fissava compreso quasi da arcano sbigottimento in quello del prete, si animò a quella voce che era un invito alla confidenza... a quella parola che pareva promettergli un conforto... un tremito improvviso corse le sue fibre... L’ultima battaglia del cuore contro l’istinto, della coscienza contro la paura, si vinceva in quell’istante supremo in cui da quell’animo concentrato in sè stesso, coi segreti del suo passato, usciva un’aspirazione verso il bene!... Egli cadde alle ginocchia del prete e gli mormorò con voce che rompeva il singhiozzo del petto anelante, — padre, io sono un grande colpevole!... — Il buon prete fu commosso da quello slancio, egli guardò quell’uomo che inchinava d’innanzi a lui la sua fronte che aveva forse altra volta sfidato Iddio, e si sentì compreso da tutta l’imponenza di quel ministero d’amore che fa del pergamo la dottrina della fratellanza umana, che ha per tempio il cielo col suo arabescato padiglione di stelle, che ha per terreno il cuore in cui può coltivare tante nobili aspirazioni d’amore e di virtù!... Egli sollevò il carbonaro e fattogli cenno di seguirlo, lo fece sedere vicino a lui nella modesta cameretta che gli serviva di studio ed in cui si raccogliea nell’aspirazione della preghiera pregando forse dal cielo pace e conforto a questa progenie di infelici che costituisce l’umana famiglia!...

La stanza o per meglio dire il gabinetto di don Luigi era come dicemmo modesto; v’era però quella decenza che non si scompagna mai dalla proprietà, per quella stima che si deve avere di sè stessi onde ne è impedito di venir meno a noi in tutto ciò che fa parte della nostra esistenza; quella proprietà che si mostra nell’esteriorità dei suoi atti, come nell’adempimento de’ suoi doveri morali. Vi si vedeva una ricca libreria adorna delle più belle opere di quel tempo che non mancava di insigni scrittori, le figure di santi onde andavano adorne le pareti erano opere d’arte piuttosto che goffe immagini; di sopra al suo semplice inginocchiatojo era sospeso un quadro a larga cornice rappresentante Gesù, allora che nell’orto di Getsemani prega dal cielo coraggio e fermezza.

Era un bel quadro!... ed era ben atto ad inspirare la pietà del sacerdote, quell’immagine d’uomo prostrato d’innanzi all’idea della Divinità, mentre chiede a sè stesso come potrà compire la grande sua opera... sbigottito e scoraggiato dalla perversità a cui egli si offre olocausto!...

L’immagine di Maria, tipo eterno di bellezza, di poesia e d’amore da cui il genio trasse le più splendide aspirazioni all’idealità d’una forma che non fu mai altro che la divinazione del bello!... spiccava di prospetto al primo, dentro una bella cornice di ebano intarsiato maestrevolmente a rabeschi; ai due fianchi della libreria v’era un san Giuseppe ed una Maddalena... null’altro!... v’era insomma una famiglia invece d’un calendario ed in mezzo a quella conviveva il buon prete.

La dolce armonia di quella stanza, la fisonomia aperta del prete, da cui non si rivelava altro senso che non fosse quello d’un’infinita bontà, parve riconducesse dal suo smarrimento l’animo agitato del carbonaro... egli portò alle labra la mano che don Luigi gli abbandonò con atto di conforto, come per sostenerlo in quella lotta che forse impegnava ancora gli ultimi suoi sforzi. — Padre... mormorò egli; credete voi che Dio possa perdonare un assassinio?...

Per quanto don Luigi fosse disposto ad una rivelazione strana, in quanto che palese vedevasi d’innanzi la violenta agitazione di quell’uomo, pure, a quella recisa dichiarazione... a quella parola assassinio, buttata là, senza preamboli, egli trasalì e guardò in faccia il supplicante che curvò la fronte sotto il fascino di quello sguardo che pareva gli ricercasse le più profonde latebre del cuore per trarvi il pensiero della sua colpa.

V’era però una tale espressione di dolore in quel volto pallido ed abbattuto dai rimorsi e dalle sofferenze, che lo sguardo di don Luigi ripresa la sua bonomia naturale si fe’ ad interrogarlo coll’abituale dolcezza.

— Dio può tutto perdonare, o fratello... gli disse egli... anche i più gravi delitti purchè l’anima che si volge a lui non finga un pentimento che non sia maturato nel cuore...

— Sono pentito, padre!... ripetè Ambrogio con voce debole e tremante, ed il suo sguardo smarrito si animò alla confidenza... Padre!... io ho tanto sofferto... che la morte mi peserebbe meno del pensiero della mia colpa!... Padre!... la maledizione del cielo si è gravata sulla mia casa da quel giorno terribile in cui la mia mano si è lordata di sangue... Padre!... mia moglie è morta nella miseria... quasi di fame... ed io non ho neppure vegliato al suo letto di morte!... mio figlio non è più tornato sotto il tetto che era fulminato dalla maledizione di Dio!... ma io ho tanto sofferto che Dio avrà misericordia di me...

La parola della fede dalle labbra del sacerdote passò rugiada vivificante sul cuore del colpevole; Ambrogio che parea non si sapesse decidere ancora a richiamarsi i dettagli tutti di quell’orribile fatto che per spavento gli ammortiva tutte le forze dell’anima... ad ogni parola del prete traeva forza per quell’atto confidente che gli scemava dal cuore il peso della stessa sua colpa... L’animo umano è come la ruota a cui basta dare il primo impulso perchè giri sopra sè, ed a cui basta continuare indi un piccol moto perchè prosegua nel suo roteare. Apertosi una volta all’abbandono vi si slancia; quand’abbia aperta una via a sè d’innanzi, corre!... ond’è che tanto sia facile a questa viziata o malata natura umana l’inclinare alla virtù od al delitto... e sull’una o sull’altra via lanciarsi con tanta foga di bene, con quanta vertigine si corre talvolta su quella del male...

Il carbonaro nulla tacque nè a sè stesso, nè al prete... egli analizzò tutto quanto concorse a fare di lui ciò che era; ei nulla tenne celato... si trovò infame... e si chiamò infame!... ei sentì di non poter nulla nascondere perchè gli parve che l’occhio della Divinità fosse dentro al suo cuore e vi leggesse le pagine più ascose; egli disse come traesse a morte nella sua capanna il ferito... come avesse accettato quel patto vile, come da quel giorno si fosse dato ad ogni ribalderia con dissoluti compagni... Disse della morte di Giulietta, dell’orfano che correa il mondo in cerca dell’assassino di suo padre, che non avrebbe al certo risparmiato anche il figlio ove lo avesse trovato sul suo cammino.. e come gli paresse di non sentirsi tranquillo senza che a costo della sua stessa vita egli non avesse fatta al figlio ogni rivelazione di ciò che riguardava l’assassinio di suo padre.

La possibile conseguenza d’un nuovo spargimento di sangue che potesse essere e con ragione il frutto della rivelazione del carbonaro, suggerì al buon prete qualche consiglio di prudenza; quell’animo avvezzo alla rappresaglia, al sangue, non trovava quiete al suo spirito agitato dal rimorso che segnando alla vendetta del figlio l’uomo con cui egli aveva patteggiata la morte d’una vittima... V’era un carnefice da colpire, v’eran un colpevole ed un complice, ed egli complice e colpevole denunciava nello stesso tempo al braccio inesorabile della vendetta. Ciò era logico secondo lui. Don Luigi s’oppose dapprima a questo progetto, gli parve arbitrario diritto il sostituirsi vindice quando la punizione era nel diritto di Dio... Per quanto fosse uomo sentì di esser prete e sacerdote di pace non fautore di atti violenti che avrebbero fatto versare dell’altro sangue sul sentiero della vita. Ma quando Ambrogio con quel linguaggio energico che gli veniva dalla sua natura assoggettata alla pressione della sola idea con cui egli credeva poter riparare al suo fallo, gli mostrò che l’odio di un uomo pendeva eterna minaccia sul capo d’un altro innocente sinchè questi non sapesse il nome che affannoso andava cercando.... quando gli dipinse l’orfano prostrato sulla tomba del padre invocando invano un nome alla muta inesorabilità della morte, quando gli disse come chiuso in un pensiero che logorava la sua vita ei non domandasse altro al cielo che questo nome!... L’uomo si destò disotto a quell’abito che ammortisce le aspirazioni!... Egli sentì che vi era un animo lacerato su cui versare l’unico balsamo che ne potesse acquietare lo spasimo, che v’era una creatura da difendere, e che nella possibilità di un fatto il cui sviluppo era nascosto nei misteri dell’avvenire, nella certezza d’un male che già esisteva, nella prolungazione di una tortura, nel pericolo che una nuova vittima cadesse suggello al delitto per assicurare l’impunità del colpevole, non era poi delitto dar braccio a questa provvidenza, che se si serve per colpire o per sollevare dell’opera umana, potea ben presiedere a motrice di quel fatto istesso che ora si compieva intessendo le fila di quell’imperscrutabile e continuato lavoro che essa compie e rinnovella sulla via dei secoli, seguitando il suo cammino verso l’eternità, ch’è l’infinito!...

— Che Iddio e la tua coscienza t’inspirino, o fratello, diss’egli versando nell’animo del colpevole la santa parola del perdono.

Occorreva sapere però ove si trovasse Adolfo. Don Luigi gli promise d’interessarsene, e gli disse che fra qualche giorno si recasse da lui.

CAPITOLO XXVIII. La nonna Caterina.

La casa dove abitava la nonna Caterina era ben triste dacchè Giulietta ed Adolfo vi aveano disertato. Dacchè il piccolo Adolfo non vi imbizzarriva con quella gaiezza propria dei fanciulli quando non ancora quel sentimento alle volte troppo importuno, che è la ragione, non ne abbia gelato sul labbro la festività della speranza baldanzosa e fidente!

Tutto era squallido; nel piccolo giardinetto del cortile non vi crescevano i fiori, le finestre ne erano chiuse, il raggio del sole parea men brillante, meno vivo, quando passava dal cristallo per versarsi nella camera deserta come volesse animarla d’una vita che non era più. Era la stessa di una volta; vi era il letto dove Giulietta avea sognato tante volte sogni d’amore e di gioia.... Vi era la cuna nella quale dormiva il piccolo Adolfo e che ella si stava a risguardare tante volte, e pensava quando egli grandicello avrebbe corso i vicini prati, quando avria saltellato di balza in balza, su per le chine della montagna... quando gli avrebbe portati i bei fiorellini fecondati dal sole e si saria assiso sulle sue ginocchia raccontandole tanto belle cose!... quelle vaghe ingenuità, quei nonnulla in cui vive il cuore di una madre, in cui palpita e si sente rinascere alle sue aspirazioni di vergine quando vagheggia insonni ancora le gioie della maternità!...

Ahimè!... di quel passato non restava più nulla... Vi eran due tombe nel cimitero del paese!... un ramingo ed una vecchia che piangevano sui morti... e che aspettavano invano!...

La nonna Caterina sedeva una sera d’innanzi alla porta della triste dimora. Il sole si coricava infuocando l’orizzonte colla sua porpora di re. La vecchia guardava le alte vette delle montagne che si stendono al di là dove il Ceresio bagna le valli della Svizzera. Le parea di sentirsi l’animo più lieto che nol fosse altre volte.

Caterina guardava ansiosa a sinistra della via come chi attenda persona cui sommamente interessi di vedere... scorreva il tempo ed una viva impazienza si appalesava sulla sua fisonomia che esprimeva ognor più le agitazioni dell’animo... finalmente dall’angolo della strada apparve un uomo... dinanzi a lui correa saltellando un ragazzo che gridava alla vecchia con quanto fiato aveva in corpo:

— Eccolo! mamma Caterina. L’ho aspettato perchè non era alla parrocchia;

Don Luigi si avanzò verso la buona vecchia che levatasi dalla sua seggiola gli mosse incontro tutta festosa. Essa volle prendere a tutti i costi la mano del prete che baciò con trasporto, e si acquietò solo quando egli la richiese del perchè l’avesse fatto chiamare.

— V’ha forse qualche buona nuova eh... mamma Caterina?... gli domandava don Luigi con dolce bonarietà commosso dalle cordiali dimostrazioni della vecchia.

— Altro che buone nuove, reverendo!... Non glielo ha detto quel ragazzaccio di Carlino?... già è uno sventato che non raddrizzerebbe le orecchie ad un mulo!... È un’ora che l’ho mandato, sa, reverendo!... Un’ora!... Domando io cos’ha fatto!..,, sarà stato a saltar per la piazza, come fa sempre quando lo si manda due passi distante da casa!... Oh questi benedetti ragazzacci!... farebber perder la pazienza ad un santo... non è vero, reverendo?...

Don Luigi sorrise, lasciando passare quella sfuriata della vecchia che stava per tirar dritto colla rozza loquacità propria delle vecchie di campagna.

— Dunque che nuove abbiamo, mamma Caterina? le domandò di bel nuovo; ha forse scritto il nostro Adolfo?

— È proprio quello che volea dirle e di cui avevo incaricato quel ragazzaccio.

— Lasciamo stare il ragazzo, e ditemi su dunque quello che più ci riguarda. Vi ha detto dov’è?

— Altro che me lo disse!... ho fatto legger la lettera dal fornaio, e mi dice che è un letterone coi fiocchi... la guardi, reverendo, la guardi!...

Essa trasse di tasca la lettera di Adolfo e la porse a don Luigi, che la scorse rapidamente.

— Avete fatto più che bene a farmene avvisato, mamma Caterina; devo dare appunto informazioni di lui a persona che s’interessa vivamente di cosa che lo riguarda.

— Come scrive! non è vero? M’ha detto il fornaio che parla come un libro.

— È un buono e bravo ragazzo, e il cielo lo farà felice, mamma Caterina.

— È quello che spero anch’io. Che piacere avrei a vederlo!... io che l’ho portato tante volte su queste mie braccia!... era un demonietto che non voleva saperne di star fermo. Oh reverendo! sarei ben felice se potessi vederlo prima di morire!...

— È in casa di buona gente a quel che pare, e che lo amano!...

— Oh in quanto a questo, reverendo... altro! È un buon uomo quell’uomo che lo ha tolto con sè... è un uomo a modo!... gli ho fatto una zuppa di cavoli e l’ha trovata eccellente!... Non è vero che è una prova di animo buono che un marchese trovi che una povera donna abbia fatto bene una zuppa di cavoli?...

— Che Adolfo avea condita col toglierlo ad un poco allegro incontro! gli rispose sorridendo don Luigi.

— Ma questo però non toglie... ripetè la vecchia.

— Questo non toglie che siano gente d’ottimo cuore in cui egli ha trovato una famiglia. Vi dice che ha lasciato la campagna del marchese e che si è recato alla città.

— Oh reverendo!... se potessi sperare di vederlo prima di morire!...

— Ne avreste proprio volontà eh... mamma Caterina?

— Se ne ho volontà?!... saltò su la vecchia, nel cui occhio scintillò un raggio di gioia. Se ne ho volontà! non chiederei altro al buon Dio per chiudere gli occhi in pace.

Don Luigi porse la lettera alla vecchia e la guardò con dolce commozione.

— E voi lo vedrete... e lo vedrete presto; gli disse egli col suo tuono di voce calmo e sereno.

La mamma Caterina sarebbe saltata con tutto lo slancio del suo cuore al collo di don Luigi se un sentimento di rispetto più forte in lei della sua stessa emozione non la avesse rattenuta, mettendo solo sulle sue labbra una viva esclamazione di gioia!...

Qualche giorno dopo quell’abboccamento, Adolfo ricevea la lettera che è a cognizione dei nostri lettori; era del carbonaro e lo aspettava al ponte della Croce, sulla strada dove egli sorse provvidenzialmente tra lui ed un nuovo assassinio, che avrebbe insozzata d’una nuova colpa la sua anima ed aggravata la sua coscienza d’un rimorso di più.

CAPITOLO XXIX.

I cortili del palazzo ducale erano affollati di paggi e di staffieri; nelle sale del principesco appartamento splendevano i dorati doppieri e scintillavano di luce le vetriate degli ampj veroni!... Il duca Federico più che mai gajo era sceso nel salone seguito dal suo codazzo di cavalieri e vi riceveva l’ambasciatore di Sassonia che erasi recato alla sua corte onde intendersi seco lui per alcune vertenze politiche che la corte dei Gonzaga avea contratte colla famiglia reale sassone.

Il più eletto fiore della nobiltà erasi dato convegno nelle sale dei Gonzaga onde festeggiarvi il fortunato ospite; eranvi arrivati ricchi equipaggi dalle vicine castella e vi portavano vaghe donzelle sfavillanti di gemmate treccie, con tutta la pompa d’un lusso che si voleva metter in mostra, gareggiando ogni famiglia un po’ alto locata, a non lasciarsi offuscare, se non altro dalle esteriori splendidezze dalle corti amiche con cui nello stesso tempo si giocava a dispetti ed a cortigianerie!...

La famiglia del marchese Gian Paolo stavasi tutta raccolta nel suo dolore... Sanguinava il cuore sotto l’impressione di quella dolorosa catastrofe di cui non sapevano cosa pensare... Nulla v’ha di più orribile del dubbio, di quest’aspide che si attortiglia al verde tronco della vita e ne sugge tutta l’anima col suo alito avvelenato!... Esser certi d’una sventura, toccarla con mano, averla d’innanzi allo sguardo nella sua forma anche la più terribile, è pur sempre minor affanno che dubitarne, mentre l’anima che s’attacca alla speranza onde mentir a sè stessa con una pietosa illusione, veste di sembianze ognor più crudeli, ciò che è una timorosa apprensione, od una spaventevole verità!... Alcuni colpi vibrano sul maglio della mesta dimora. Un paggio mandato dal duca invita il marchese a recarsi immantinenti alla Corte... la fanciulla e la madre si guardano in volto chiedendosi se siavi una sventura da temere!... si è così facili a pensare al male quando si è infelici!... quando tutto quello che ci attornia, non ha che quella sola e triste sembianza; quando sembra che ogni atto della nostra vita sia un nuovo anello che ci unisca a quella pesante catena sotto il cui peso ci sentiamo venir meno, nè ci è permessa pur la speranza della felicità nella tema di renderci più terribile la delusione.

Il marchese tranquillata Angela e la sposa, si allestì alla meglio e vi si recò; sapeva dell’arrivo dell’ambasciatore sassone e credette fosse chiamato a null’altro che ad un convegno d’etichetta!...

Il duca Federico s’era trattenuto intanto coll’ambasciatore, e la lor faccenda parea avesse raggiunto il suo sviluppo, perchè stringendosi la mano chiusero il loro segreto colloquio... e rientrarono uniti nelle sale dove i convitati tutti attendevano con un sorriso sulle labbra l’apparire di sua altezza!...

················

— Come va, marchese, gli disse il duca Ferdinando porgendogli la mano quando lo vide presentarsi sulla soglia.

— Male, altezza!... ad onta delle investigazioni fattesi in nome di vostra altezza ed ordinate da voi, nulla si è potuto rintracciare su quel disgraziato avvenimento!... Non so ancora, duca, se debba piangere un morto, o temere, chi sa qual trista sventura!...

— Bisogna convenire, marchese, esclamò il duca stizzito, che se fosse avvenuta disgrazia a vostro figlio, avremmo qui dei maledetti mariuoli che si dan molta briga per isfuggire alle travi de miei patiboli!...

— Vostra eccellenza sa che voci ben strane corrono tutto giorno... e di cui la città si allarma invano!...

— Parliamo d’altro, marchese!...

Il marchese guardò in volto al duca sulla cui fronte parea si stendesse quel velo di noja che da una circonlocuzione che tardi ad arrivare al suo scopo, e ricacciandosi nel petto un sospiro, ripetè egli pure... Parliamo d’altro, altezza!... sono ai vostri ordini!...

— Alla buon’ora!... Avete veduto l’ambasciatore?...

— No, duca!...

— Ve lo presenterò più tardi... vorreste fare per distrarvi un viaggio in Sassonia?... ve lo do a compagno e non ne sarete malcontento.

— In Sassonia, altezza?... domandò il marchese un po’ imbarazzato.

— Un magnifico paese, marchese... d’altronde sarete presto di ritorno, vi manderei a trattare colà più un affare di famiglia che una politica bisogna...

— Quando piaccia all’altezza vostra...

— Siamo dunque intesi?...

— Perfettamente!...

— Viaggerete coll’ambasciatore.

— Non importa con chi quando si tratti di servire il mio principe!...

— Sempre bravo e leale!... marchese, m’impegno a metter sossopra la città per aver nuove di vostro figlio, e le avremo.

Il marchese sorrise, di quel sorriso che non accetta la speranza. Il duca lo portò fuor della sala e s’intrattenne lungo tempo seco lui...

Due giorni dopo egli partiva per la Sassonia, lasciando Angela piangente al letto della madre. Mentre confortava entrambe colla promessa d’un sollecito ritorno, il suo cavallo sbuffante batteva nel cortile l’ugna ferrata; egli partì salutando di nuovo Angela, la vaga fanciulla che, asciugandosi gli occhi umidi di lagrime, si sforzava a sorridergli dal balcone.

CAPITOLO XXX. L’ammalata.

Collo scorrere del tempo che precedeva questi rapidi avvenimenti tardavano ognor più alla famiglia novelle di Adolfo; alle indagini praticate su quello strano scomparire del fratello che l’avea accompagnato, non avea risposto che il mistero. Il marchese ne avea altamente parlato alla corte del duca Federico. Si eran dati ordini di accurate ricerche, ma tutto tornò infruttuoso. Si credette per qualche tempo ch’ei potesse esser partito con Adolfo. Nelle lunghe e melanconiche serate in cui si rimpiangevano gli assenti dal domestico focolare, si accarezzava una possibile speranza; la si era seguita nel suo svolgersi, ma con quella ritenutezza che teme investigando di distruggere un’illusione; la si voleva accettare colle sue possibili probabilità, tanto per aver qualche cosa a cui credere, e tornava intanto sempre più strano ed incomprensibile quel silenzio che rispondeva solo ed inesorabile alle ansie più inquiete e febbrili!...

L’incognito assiduo sempre; prodigo di cure, in quei giorni di dolore si era mostrato così premuroso, così attaccato alla famiglia, da cancellare dal cuore di chicchessia qualsiasi sinistra impressione che l’animo avesse potuto subire. Notavasi in lui strana gioia, dirò quasi.. ed ogni atto che gli desse campo a manifestarsi l’angelo che portava un po’ di balsamo alle ferite del cuore che si doleva; il raggio che versava un po’ di calma tranquilla in mezzo a quell’uragano di disperazione!... Si avrebbe detto che era tanto il suo affetto per quella famiglia, da gioirne per la sventura che gli forniva i mezzi di dare l’opera sua... tesoro di disinteressamento che non chiedeva altro che di manifestarsi. Egoismo sublime di quelle poche anime elette che si sentono felici pel bene che possono operare. Egli avea assecondate tutte le illusioni che vestivano questi avvenimenti; aveva anzi date tutte le probabilità a quelle possibili deduzioni, aveva torturato il suo cervello per trar fuori da quel buio un raggio che fosse guida, ed una speranza che fosse conforto. Vi era un sol cuore restìo a subire quelle impressioni... un cuore in cui non potea tacere una voce arcana che vi parlava strani sospetti, disordinati sensi.... per cui l’affetto parea menzogna, il disinteresse codardia, l’abbandono servilismo. Si avrebbe detto che la povera fanciulla avesse paura di quell’uomo che era tutto cuore e parola, opera e pensiero per la sua famiglia!... e che per lei parea un serpe che si stringesse intorno alla vittima per soffocarla tra le sue spire mortali!... gli parea!... Ma chi sa spiegare la stranezza dei presentimenti, talora divinazioni del pensiero, tal’altra arcane impressioni che sembrano un delirio convulso della fantasia?...

A far più triste il dolore della giovinetta, che gemea in quell’angoscioso abbandono, una nuova sventura maturava col tempo, e questo inesorabile esecutore delle vicende umane l’avvicinava col suo scorrere; la marchesa Caterina era caduta ammalata, e si avevano serie apprensioni sulla sua malattia a cui l’età già cadente dava alimento di consunzione!...

Il marchese era sempre trattenuto lontano dalla famiglia. Vi era una fatalità che pareva stringere intorno alla giovinetta un vuoto fatale!... Ed intanto in mezzo a quel vuoto un uomo si avvicinava a lei... un uomo la stringeva... si immedesimava colla sua famiglia che andava sfasciandosi. Essa lo sentiva ed avea paura del suo pensiero che gli mostrava quell’opera che le parea mostruosa e che si andava compiendo collo scorrere d’ogni nuovo giorno!.....

Il male progrediva rapidamente.

— Dottore, diceva l’ammalata all’incognito che la vegliava con assidua premura, voi avete salvato Angela, ma voi non potete salvar me... in Angela vi era una vita da rinvigorire... in me è la vita che si scioglie... e niun farmaco potria stringerne il nodo.

Il dottore taceva guardando mestamente l’ammalata, ed un sorriso che animò il suo sguardo d’un lampo fuggevole come il pensiero che l’avea acceso, errò sul suo labbro. La porta della camera si aperse e comparve Angela. Veniva dal giardino e portava un fiore a sua madre!...

La comparsa d’Angela in quella camera triste e melanconica fu come un raggio di sole che brilli di mezzo alle nubi agglomerate nello spazio: qualche cosa di luminoso, di soave parea riflettersi su quella fronte di vergine, animata dallo slancio dell’affetto!...

Essa guardava sua madre!... il suo volto era mesto... non triste... era un istante in cui forse accarezzava una speranza. Un vivo incarnato colorava le sue guancie, le pupille de’ suoi grandi occhi brillavano, i suoi labbri umidi composti in atto di sorridere lasciavano vedere la doppia fila de’ suoi denti bianchi, lucidi come perle. I suoi bei capelli erano composti in vago disordine.

La marchesa si sollevò sul suo guanciale per guardare con miglior agio in volto quella bella e leggiadra creatura.

— Oh come t’amo! mormorò ella stringendosi sul cuore quel bel viso d’angelo illuminato da un raggio di sole che, entrando dallo schiuso balcone, parea sorridere a quel quadro che Michelangelo e Carrer avrebber potuto creare in diverso modo bello, ma non più bello!...

— Ebbene? domandò la fanciulla; ti sentiva parlare sin dal giardino, madre mia, ed ora non dici più nulla?...

— Io? mormorò l’ammalata confusa, mentre una penosa emozione contraeva il suo volto che si fe’ più pallido. L’incognito non ascoltava; egli parea assorto in una profonda astrazione, ed i suoi occhi eran fissi sul volto d’Angela come in lei fosser concentrate le facoltà tutte della sua anima.

— Come mi fa bene il tuo abbraccio, mia buona madre!... gli ripetea Angela stringendosi alle labbra ardenti la sua fronte su cui cadeva una lagrima. Guarda i bei fiori, non è vero?... se non era per te, madre mia, io non li avrei spiccati dal loro gambo... ogni volta che io lo faccio ne provo pena, ma a te piacciono tanto!... non è vero che ti piacciono i fiori?...

Intanto che Angela parlava, cresceva l’emozione penosa che agitava l’ammalata, la sua mano che stringea quella di Angela rallentò la sua pressione, il suo alito si fe’ debole debole, mandò un sospiro, e mormorò un nome!

Angela gettò un grido disperato.

— Dottore!... dottore!... essa muore!...

L’incognito si scosse... gettò uno sguardo su Angela... uno sguardo di fuoco!... Angela non lo vide, essa era china sul letto della madre e la chiamava coi più teneri nomi che potesser far rivivere l’anima, se nuovo Pigmalione potesse rianimarsi al soffio dell’amore!

Angela si trovava per la prima volta in faccia a questo annichilimento precursore del disfacimento... in faccia a questo tacersi di tutte le fisiche facoltà, che nell’essere ancor vivo danno l’idea d’un cadavere!... e si era gettata ginocchioni a’ piedi del suo letto, folle di terrore e di disperazione!... e copriva di lagrime e di baci quelle membra inerti che non rispondevano all’appello di quella suprema disperazione dell’affetto!...

CAPITOLO XXXI. Agonía.

Quando donna Caterina rinvenne si trovò accanto Angela ed il dottore che vegliavano intenti al suo letto; l’ammalata ebbe un sorriso di riconoscenza e d’affetto, poi quei due angeli che parea stesser là, in atto di contendere alla morte quella preda su cui, già librata in atto di colpire oscillava l’inesorabile falce.

Morire... e lasciare sola sulla terra quel vago fiore che era Angela!... essa la vedeva già perduto il bel sorriso del suo labbro di diciasette anni, curvarsi sotto il peso del dolore e dell’abbandono; essa la vedeva vestita di nera gramaglia... nelle ore silenziose della sera quando la natura sembra mandare l’ultimo saluto alla luce, per seppellirsi nelle tenebre, la vedeva recarsi presso una bianca croce di marmo del cimitero, e là sciogliervi tra le lagrime la sua preghiera, ultimo e santo tributo dell’affetto che bagna una lapide mortuaria, nella pia lusinga che quelle lagrime sian vedute dall’occhio che si è infossato dentro la bara, mentre dentro l’occhiaja d’un teschio spolpato ei s’è fatto putredine... putredine che pur essa sfacendosi subì la eterna legge dell’annientamento che è la vita della riproduzione!...

In un impeto di pauroso trasporto la povera madre si strinse al seno già scarno e livido la fanciulla, che ne baciò convulsamente le labra e ruppe in singhiozzi.

Esse s’eran comprese!... le loro anime si eran parlate quel terribile linguaggio dell’agonia e della disperazione.

Si eran strette al seno come volesser far argine al loro pensiero, come volessero fondersi in una sola cosa che potesse animarsi d’una medesima vita, palpitare di un sol palpito...

— Avete bisogno di riposo, donna Caterina, disse a bassa voce il dottore, che immobile ai piedi di quel letto, parea stesse lugubremente analizzando, tutte le sensazioni che riflettevansi sovra quelle due fronti per cui l’anima non aveva che una manifestazione!...

Angela levò bruscamente lo sguardo sul dottore... eravi una strana espressione di dispetto e d’amarezza in quello sguardo di fanciulla, eppur ardente come per lo scatto d’una reazione che ella stessa forse non avrebbe saputo spiegarsi...

Aveva ella indovinata, oppur sospettata in quell’accento, la crudele voluttà di richiamare la mente che avesse vagato per qualche istante rapita nell’illusione d’una speranza, alla realtà del dolore?...

Poteva ancora essere la vigile circospezione del medico che teme da una sensazione troppo protratta un maggior squilibrio organico in un corpo che già stia per compiere l’opera della sua decomposizione!...

In questa certezza... che era pur troppo evidente, perchè pensò forse Angela, non ci lascia egli almeno questo istante di oblio?... perchè dirci con quella freddezza glaciale che analizza ogni pulsazione del cuore quando ogni suo battito ne scema la vita; pensate!... pensar che?... pensare che fra poco di tutto ciò che vive vicino a me non resterà che un cadavere freddo, muto, inanimato... Poi, una lapide, poi una memoria!... pensar che?.. ai dolori che mi aspettano... all’abbandono che mi circonderà colle sue spire agghiacciate!... tali erano forse i pensieri che produssero in Angela quel senso, che parve quasi di indignazione, contro le parole del dottore...

Egli sorrise.... e v’era tanta dolcezza in quel suo sorriso che Angela istessa si pentì all’istante di quel suo atto che forse poteva offendere la sua premurosa vigilanza...

L’ammalata parve raccogliersi in un pensiero... Angela ed il dottore la videro chiuder gli occhi come volesser ritenere il volo delle immagini che passavano nello spirito; scorse un istante, la sua fronte espresse un infinito senso di dolcezza... ne’ suoi occhi che si fissarono larghi, aperti, espressivi sul dottore, vagò un lampo di vita... Angela mandò un grido di gioja... anche il dottore sorrise, e parve aver letto più che Angela in quel sorriso... Egli ne ebbe quasi una rivelazione aspettata, perchè come per moto involontario si fe’ più presso all’ammalata la quale tratta di sotto alle coltri la mano gliela tese.

— Ebbene, marchesa?... domandò il dottore chinandosi sull’ammalata...

— Ho fatto un bel sogno, dottore, disse donna Caterina...

— Credete voi, dottore, che non possano sognare i moribondi?... Ho ancora tanto di vita che mi lascia pensare qualche volta... e lo devo a voi, dottore... continuò essa stringendogli la mano con espansione... aveva dei tristi pensieri oggi... vedete... non vi sembro ora rinvigorita?... che ne dite, dottore?..

La voce di donna Caterina erasi infatti improntata d’un’accentazione ferma... dolce... s’avrebbe detto che come per magica evocazione la vita rifluisse in quel corpo affranto...

— Diffatti, mormorò il dottore...

Angela baciò con trasporto la fronte dell’ammalata.

Donna Caterina fe’ segno al dottore che desiderava restar sola colla fanciulla, a cui sorrise con tutta l’espressione d’un amore che sa di sentire in sè un ultimo resto di forza per manifestarsi; il dottore si ritirò salutando.

— Angela... parlò l’ammalata poi che fu sola con essa, e poi che ne ebbe accarezzate le belle chiome e baciate le labbra... — mia buona Angela!... passarono tristi idee nel mio spirito da qualche ora in cui mi sento vicina alla morte... ho pensato a te, Angela... a te, che rimarresti sola... che ti ricorderai di me quando io non sarò più lì, al tuo fianco per animarti con una parola negli scoraggiamenti della vita!... per dirti, quando la delusione ti rapirà ai tuoi sogni, spera!... spera ancora, povero angelo!... Eppure, vedi!... ho fatto un sogno!... ho sognato che tu potresti aspettare che le politiche vicende permettano il ritorno di tuo padre, sicura di te stessa, sicura del tuo avvenire... ho sognato, Angela... che potrei chiudendo gli occhi alla luce sul mio guanciale... sorridere ancora di gioja invece di piangere di dolore.

Angela fissò lo sguardo in quello dell’ammalata, trepido, incerto... parve che ella indovinasse, o che avesse paura d’indovinare!... La morente continuò.... — Ho provato le mille volte un senso di terrore, all’idea di lasciarti esposta ai pericoli di questa corte libertina... sola... qui dove tutto si viola... dove le oscene canzoni cantate nelle damascate sale del duca Ferdinando, insultano ai gemiti soffocati nelle torri del suo Castello!...

— Che vuoi tu dire, madre mia!... balbettò Angela con terrore!...

— Voglio dire, riprese l’ammalata... che ho veduto un uomo spendere i suoi giorni, le sue notti insonni intorno al mio letto... e che mentre l’ho veduto prodigarti tutte le premure d’un fratello... l’ho veduto, Angela!... l’ho veduto guardarti con quella dolcezza che domanda una parola di concambio, per lunghi istanti!... rapito in te come da un pensiero che si svegliasse allora sepolto nel suo animo!... tu non hai compreso nulla, Angela!... Ma io sì che ho compreso!... io... che cercava intorno a te un cuore che potesse vivere per far lieta la tua esistenza!...

— Lui!... mormorò Angela pallida più della morente!... oh è impossibile, madre mia!...

— Egli ti ama!... Angela!...

— Il dottore!... ripetè la fanciulla come volesse persuadere sè stessa di ciò che aveva inteso, agitata da un vago senso di indicibile terrore.

L’ammalata la guardava con quel suo sguardo che parea le chiedesse un ultimo conforto.

Al pensiero d’Angela lampeggiò un baleno, quel baleno comprese tutta un’esistenza!... fu un risovvenirsi di ogni minimo particolare che era concorso a segnarne i passi... Bello della sua maschia fierezza, della sua ingenua lealtà, gli apparve Adolfo!... Adolfo, che aveva salvata la vita al padre suo generosamente esponendosi ai colpi di una masnada infellonita!... Adolfo... che ella aveva amato come sentiva di poter amare il suo cuore puro ed ardente!... che era scomparso dopo quella notte fatale in cui aveva perduto il fratello... Adolfo di cui più nulla aveva inteso... che le si era eclissato d’innanzi agli occhi abbagliati, come una visione; come uno di quei sogni durante i quali si teme di svegliarsi per non subire lo sconforto d’una delusione tanto più amara con quanto maggior fascino si offersero al nostro spirito!...

Poi l’immagine del dottore gli si era presentata vestita di fosche tinte... si rammentò che anche ad Adolfo era disgustosa quella sua quasi forzata intrusione nella sua famiglia... ma poteva ella farsi una giusta misura di questa impressione?... Non poteva essere una di quelle mille bizzarrie della sorte, per le quali si è inclinati talvolta a sentimenti inesplicabili di simpatia e di avversione?... Infine, che poteva ella imputare a quell’uomo tranne quel suo attaccamento geloso quasi, e che forse le tornava opprimente per la sua strana insistenza?... non era ciò in lei una sconoscenza, piuttosto... alla quale sentivasi in obbligo di riparare in ammenda dello sprezzo con cui talvolta aveva risposto alle sue cure, ed all’avversione con cui le aveva accettate?...

Oppressa sotto l’incubo di tali pensieri Angela si tacque e chinato il capo sul seno palpitante parea stesse in attesa d’una parola che dovesse piegarla fragile giunco sull’altare del sagrificio!...