SOMMARIO

[Avvertenza]
[Miscellanea]
[Correggi]
[IL LIBRO DELLA CUCINA]
[Annotazioni]
[Tavola di alcune Voci e modi di dire]
[Indice d'altre Voci]
[Indice dei capitoli]
[Rettificazione]


IL
LIBRO DELLA CUCINA
DEL SEC. XIV

TESTO DI LINGUA
NON MAI FIN QUI
STAMPATO


BOLOGNA
Presso Gaetano Romagnoli
1863


Edizione di soli 202 esemplari
ordinatamente numerati
N. 99

TIPI FAVA E GARAGNANI


Al Chiarissimo Signore,
SIG. FRANCESCO CORAZZINI

PROFESSORE DI STORIA E DI GEOGRAFIA
NEL R. LICEO DI BENEVENTO.

Molto illustre Signore,

A un caldissimo amatore e felice coltivatore de' nostri antichi classici studii, quale è la S. V. Ch.ma, non puote certamente ispiacere l'offerta di questo LIBRO DI CUCINA, dettato, a quel che si pare, nell'aureo trecento, o in quel torno, e non mai, per quanto è a mia notizia, fin qui reso di pubblico diritto. La S. V. Ch.ma nel passato anno, tratta da soverchio di amorevolezza, volle testificarmi l'affezione sua pubblicamente, intitolandomi l'erudito e candido suo ragionamento sulla necessità di conservare e accomunare la lingua; ed io oggi voglio in qualche maniera rendernele un poco di contraccambio, per giustizia ed equità, e per la gratitudine e la stima che caldissime verso di Lei sento.

Or si compiaccia dunque, o molto illustre Signore, di accettare con lieto viso questa mia testimonianza de' prefati ragionevoli sentimenti; e mi creda, quale con singolare affetto ed ossequio, ho l'onore di dichiararmi

Di Bologna, nel Novembre del 1863.

Suo Obbl.mo Servidore
FRANCESCO ZAMBRINI.


AVVERTENZA

Niuno si faccia a credere che, nella pubblicazione di questo libro, io abbia avuto in animo porgere ammaestramenti di buona e gentile cucina: no, per mia fede. Le ragioni che mi mossero a torlo dall'oblivione in cui si giacea, trassero dal desiderio di accrescere sempre più la messe de' vocaboli, spezialmente domestici e di cose attinenti alle arti, della quale il nostro libro è assai abbondevole, e di offerire un testo che ci rappresenta al vivo le costumanze de' nostri antichi, per ciò che risguarda l'uso delle loro vivande e delle mense. La qual cosa tanto più feci volentieri, in quanto che niun libro di simil genere, secondo ch'è a mia notizia, scritto in volgare nel sec. XIV, venne finora reso di pubblica ragione. Questo duplice vantaggio dunque me ne dette stimolo, e m'avviso che bastar debba perch'ei torni bene accetto al colto ed erudito leggitore. Nulla ha a fare coll'antico libro De re culinaria di Apicio, nè con altri trattati latini, anteriori al sec. XIV; ma egli è senza dubbio scritto originalmente da penna toscana, e per avventura, non ostante pochi senesismi ed altri vocaboli speciali soltanto a diverse provincie italiane, fiorentina. La semplicità, l'eleganza e la sobrietà, conforme il comporta la materia trattata, vi spirano da ogni lato. Per comprovarlo a un girar d'occhio, veggasi il seguente capitolo:

Nelle gran feste e dì pasquali, fà di pasta uno arbore o vite, o giardino. E insù l'albore appicca pomi, pere, o uccelli diversi, o uve, ciò che tu vuoli, fatti di pasta distemperata con ova: e debbiansi empire di empiture sopra dette e coloralle di diversi colori, come giallo, verde, bianco e nero. A onore del detto arbore, poni nel mezzo d'esso uno pastello, ovvero gabbia piena d'uccelli; e in tale arbore puoi ponere tutti i frutti, li quali troverai, secondo e diversi tempi. Quando si portarà nella corte, facciasi sotto l'albore (o vite, o giardino) fuoco di legne altamente, e ponanvisi vergelle odorifere; e ponanvisi pomposamente.

Così scriveva forse un idiota cuoco, che vivea cinquecento anni fa! Ciò nondimeno, colpa dell'antico amanuense, in assai luoghi mi sono abbattuto, senza dubbio corrotti ed errati, la più parte de' quali io mi cimentai colla critica a rettificare. Se ci riuscii felicemente, bene sta; se non, sia come non fatto; anzi prego l'indulgenza del cortese pubblico a passarsene come se le mie osservazioni non fossero, lasciando nel senno de' meglio avveduti l'indovinare più acconciamente, e darne spiegazioni meno lambiccate.

Secondo il mio costume, io mi tenni strettamente all'originale, nè feci che leggerissime mutazioni di grafia, come predicti in predetti; pescio in pesce; poi, verbo, in puoi; de in di, e cotali altre coserelle scambiai di niun momento, le quali nè danno, nè tolgono la veste del tempo, ma non sono che varietà introdotte per lo più da' copisti.

Oltre le opportune note, posi in fine una Tavola di voci e modi degni di osservazione, colla giunta di un Indice di que' vocaboli, che, sconosciuti affatto, indarno si cercherebbero ne' lessici della nostra lingua; de' quali poi abbiamo la propria significazione dalla specialità di ciascheduna vivanda, donde traggono il nome. Note esplicative di antichi vocaboli, oggi disusati e proprii soltanto dei primi secoli della lingua, non posi mai, o quasi; tenendo per fermo che non n'avesse bisogno chi si fa a leggere in volumi di simil genere, anco persuaso che per niuno de' miei leggitori non potrebbesi giammai rinnovellare veruno equivoco, della foggia che intravvenne a un cotal Borso Zeminian da Sant'Ambrosi; il qual come fosse, e come la bisogna andasse, voglio brevemente, e secondo un manoscritto da me posseduto, qui a piè dimostrare.

Secondo che io ho udito raccontare da persona degna di fede, egli ebbe, non sono ancora molti anni passati, nel contado modanese, un cotal Borso Zeminian da Sant'Ambrosi, il quale, tuttavia essendo fanciullo, checchè la cagione si fusse, a Bologna da' genitori suoi fu condotto. Dove poi crescendo negli anni, e, com'è costume, mandato alle scuole perchè egli apparasse leggere e scrivere, ed essere un savio e prob'uomo, intervenne che, stante ch'egli avea dalla natura sortito un così ruvido e ottuso ingegno da non isperarne cosa che buona si fusse, per quanto ei s'affaticasse, e per quantunque i precettori si dessero attorno ad ammaestrarlo, e' non venne giammai a capo di alcun poco di bene; sicchè, pure quasi come colui che non isguardò a libri di sorte alcuna, nella sua innata ignoranza sempre poi fino alla morte si rimase. Ma però che dove è ignoranza, ivi suole essere prosunzione, così perch'egli avea letto più volte il Fiore di Virtù, la Storia di Barlaam, i Reali di Francia e Guerrino detto il Meschino, e ne avea spigolati e ricolti in un suo quadernuccio, come gemme e tesori di lingua, tutti i riboboli e le parole strane che in que' libri si trovano, egli si credeva un gran Sere, e si spacciava per un gran letterato e conoscitore e ristauratore delle opere del trecento: e di libri e di scrittori e di cose letterarie nelle brigate e fuori non finava giammai di strombazzare; e ne diceva le più stolte cose del mondo, e le più ridevoli; e tali e tante in somma da disgradarne quel benedetto Calandrino, e il Carafulla: e, secondo il vezzo degl'ignoranti, a quale vi vogliate scrittura, anche di dott'uomo, che venisse alla luce, costui apponeva, e ne voleva trovar difetti, e ne diceva le sconcie parole con ognuno, ora appuntando una virgola, ora trovando un c rovescio, ora un o corsivo dove tondo, siccome lui, esser dovea, e cotali altre stucchevoli miseriuole, menando per ciò tanto scalpore con chiunque s'abbattesse, ch'e' riusciva più impronto della tosse. A questa sua prosunzione e follia aggiugnevasi per soprappiù una sì sfrenata e sudicia e abbominevole e calunniatrice lingua, che egli avrebbe detto corna anche di messer Domeneddio, quando glie ne fosse venuto il mal talento. Nel contendere, ed anco nel favellare tranquillo e dimestico era sì insolente, plebeo e svergognato, che avrebbe vinto un granducale gabellier livornese, e un birro papale. Insomma egli era uno di que' cotali omicellacci, quasi idrofobi, che, conoscendosi inetti affatto a ogni buon'opera, ed avendo pure il ruzzo in capo di volere apparir dotti, s'ingegnano e brigano di mettere in iscredito le fatiche degli studianti, avvisandosi mattamente, coll'abbassare altrui, di innalzar sè medesimi; e così provocano e prendono per lo petto i pacifici uomini, acciò ch'ei divengan per forza irosi e mordaci. Era costui bassotto di sua persona, con un cotal viso arcigno e molesto, che, fisamente sguardandolo, avresti detto: oh! ei ci venne per fare uggia ad altrui! ove stavano due disuguali occhiuzzi porcini (l'un de' quali inferiormente bitorzoluto), che indicavano orgoglio, ignoranza e ingratitudine; e donde lieto sporgeva un nasello, nella sua picciolezza pieghevole e mobile come la proboscide d'un liofante, tanto rivolto all'in su ed aperto, che parea ch'ei sogghignasse alle glorie. La bocca era tagliata conforme le parole luride, che del continuo da essa partivano; e l'orecchie poco si discostavano dalle comuni, salvo che le estremità, più ardite, signoreggiavano intellettualmente, forse di qualche pertica, la cima del cucuzzolo. E dalla parte superiore della manca guancia discendeva una lista di pelo bianco quasi come la neve; la quale, a modo di barbagianni, girando sotto la gola, risaliva poi convenevolmente lungo la diritta, fino alla uguale altezza della contrapposta; sicchè Borso era ancor giovane allora ch'ei dette una solenne mentita a quel proverbio, che dice: — Gli ultimi a incanutir sono i c....ni. — Onde tra per le suddette ragioni, e perchè egli avea non so quale altra cosa, ch'io non vo' dire, sì prolungata, immensa e sconcia, da potersene fare la cuffia alla testa d'ogni gran toro, veniva dal popolo, per dispregio, non Borso Zeminian da S. Ambrosi, ma Borson Birrino il maldicente, comunemente appellato. Ora lasciando da una parte queste ed altre simili tacche, e a quel venendo che più importa, dirò, che egli stava compilando, per alfabeto, non so quale suo Operone sugli spropositi di tutti i filologi italiani, forse da Adamo in qua, niuno eccettuato (a compiere il quale, lavorando dì e notte, ci avrebbe spesi bene un otto anni, abborracciando un 6000 pagine, in gran foglio); e già era pervenuto, a quanto egli stesso affermava, al c o co, e gli cresceva la materia tra le mani, quando gli avvenne quel ch'io sono per dirvi. Invasato costui e fradicio nelle storpiature del 300, oltre le quali, come dicemmo, niuna cosa più conosceva, accadde, che, dovendo egli condursi una volta per certe sue bisogne (forse a cercar fave, di cui andava assai ghiotto) su quel di Pontecchio, diessi attorno per rifornirsi d'una cavalcatura. E non potendo averne cavallo alcuno che ben gli stesse, stante che pochi bolognini volea trar fuori di quella sua stemperata e maledetta borsa, piena tutta di borra e di fastidio, alla perfine, mettendo in non cale la gelosia che nascere ne potesse e il pericolo di fare a' calci, pose di torre a fidanza un asino. Misesi dunque per la città dimandando or l'uno or l'altro se avea l'asino da prestargli; e niuno non ritrovandone per domandare che si facesse, accadde, ch'e' venne ad abbattersi in una contrada detta san Mamolo, dove al sommo della porta d'una bottega stava scritto con tanto di lettere: — Spaccio d'Anisi. — Or ciò vedendo Borsacchione, e risovvenendosi un tratto, come gli antichi talvolta, per trasponimento di sillabe, scambiavano il significato d'una parola in quello d'un'altra, e che per ciò stesso in luogo di prefetto dicevan perfetto, di indivia invidia, di prelato perlato e cotali altri ciancioni; grosso come era e materiale oltremodo, non ricordandosi punto il tristanzuolo, che non già nel secolo XIV, ma nel XIX vivea, s'avvisò troppo bene, che Anisi ed Asini fosse una sola cosa, sicchè di presente disse fra sè: Hojo, gnaffe, el fristolo m'àe dibonaire mente atato: alle guagnele, eo en caballo, et ratearòe a bolontate, et fave manicaròe a dispitto de fratelmo, et diverròe piùe rogente! ed entrò sicuramente alla bottega, e incominciò a voler fare il nolo. Ma coloro che là entro erano, riconosciutolo per Borson Birrino il maldicente, credendosi che questo egli avesse fatto per torsi giuoco di loro, dicendogli le maggior villanie del mondo, fuggendo egli, se gli cacciaron dietro con grossi e nocchieruti querciuoli; e, raggiuntolo, il conciaron sì bene, che non gli lasciaron in dosso parte alcuna del corpo, che macera non fosse; e avvegnachè troppo tardi, pure il cattivello alla perfine s'avvide, che mal fanno coloro, che vogliono esercitare l'altrui mestiere. Ma questo, secondo che mi fu raccontato, poco gli giovò poi nel rimanente, perchè in iscambio di mutar modi, e di attendere a portar some, vieppiù accrebbe e in petulanza e in maldicenza e in odio verso altrui; nel che, come d'animo perverso ch'egli era e turpe, se ancora fosse per i tempi, tuttavia si rimarrebbe[A].

[A] In questo medesimo ms. stanno molte altre avventure di costui, intitolate: Commentario della Vita e degli studii di Borson Birrino, corredato di preziosi documenti, che alla circostanza produrremo per intero, perchè gutta cavat lapidem.

Il codice manoscritto del LIBRO DELLA COCINA sta nella R. Biblioteca dell'Università di Bologna, in una Miscellanea, segn. del num. 158; il quale intendo qui appresso descrivere a utilità degli amatori della bibliografia italiana. Valgano queste mie cure a rendermi vie più benevoli gli amatori delle nostre antiche lettere.


MISCELLANEA.

Codice membranaceo dei secoli XIV e XV, in foglio, a due colonne, di carte 101, delle quali l'ultime due bianche: segnato già N. 143, Aula II-A; ed ora, conforme la segnatura del Bibliotecario, sig. prof. cavaliere Liborio Veggetti, N. 158. Comunque i caratteri sieno di più tempi, di varie forme, e di diverse penne, leggonsi tuttavia sufficientemente bene. Nella prima carta, recto, trovasi scritto quanto segue, di mano moderna, e forse del finire del passato secolo: Manoscritti italiani antichi, Cod. Saec. XIII e XIV, Adjectis nonnullis XV. A mio avviso nulla vi ha, che appartenga al sec. XIII. Pervenne a questa Regia Biblioteca Universitaria dalla munificenza di Papa Benedetto XIV. Vi si contengono le seguenti cose:

I. — Segni che sirano inazi al dì del iudicio.

È l'opuscolo diviso in 15 brevi rubriche, secondo la partizione delle 15 giornate che indicano i Vangelisti. Si contiene nella metà della prima carta, verso, unica non a colonnette; e comincia: El primo dì. El mare salzara ecc. Finisce: poi la gete resuscitara al iudicio.

II. — Doue, e, linferno, dei suoi nomi, e che paduli de fuocho e fiumi i saui li descriuano.

Occupa il rimanente della pagina suddetta, e comincia: Inferno, e, ditto perche ifra, cioe posto di sotto. Finisce: E così luochi etiadio de purgatorio. Seguitano tre versi in latino delle pene dell'inferno.

III. — Leggenda o Storia di santa Anfrosina.

Si comprende in 132 strofe di vario metro, cioè ora di sei, ora di sette e talvolta di otto versi. Comincia col titolo seguente: Anfrosina beata vergene puedente humile e soferete Tra monaci moristi monacata. Segue la prima strofa, che comincia:

Per dir la storia tua e la legenda

Co diuotion cio posto intendimento

E pche chiaramete ognom lanteda

Prima diro com fu tuo nascimento

Po del conoscimento Cauesti a dodici ani

Poi co uestisti i pani Dun secular per essere monacata.

Finisce:

E simile mente ancor si aduocata

Di chi lalegie canta e sta a odire

Virgine benedecta si pregata

Pregar per noi al somo et'no sire

Che ce faccia coprire

Di manto di salute

A la soma virtute

Si che nostra aima sia glorificata.

IV. — Le Noie.

È un curioso componimento satirico, in terza rima, di Antonio Pucci, già edito fra le sue Rime, ed il quale pur trovasi al codice N. 147 con questo titolo: Le Noglie del Patecchia. Comincia:

Io prego la diuina maiestade

Supna alteza soma sapieza

Lume infinito eterna ueritade

Che nella mia ingnorante itelligenza

Spiri alquanto del beato lume

Che fa riluminare la coscienza

Finisce:

A noia me quado elli e dimandato

Limosina per dio a più psone

Chel pouero sia dapiu pouero cacciato.

V. — Doctrina de lo Schiavo de barj.

Sono varie Sentenze o Proverbi già più volte stampati nel secolo XV e XVI, o sotto questo medesimo titolo, o con quello di El Savio Romano. Trovasi eziandio quest'opuscolo in alcuni mss. intitolato: Ammaestramenti di Salamone. Secondo il nostro codice, una ristampa io ne feci nel passato anno, tenendone però a confronto un altro della libreria de' Cann. di S. Salvatore di qui, e uno Laurenziano. Comincia:

Al Nome sia de Dio e de buono incomiciare

Tutte le cose che lomo vene a fare.

Intedi figliuol se uuoli imparare Sapienza

Finisce:

Copiuto e oramai questo dittato

Abbia quei che fece esto tractato

In questo mondo da Dio buono stato, e si nellaltro.

VI. — Cinque Sonetti e una Lauda.

Nè i Sonetti, nè la Lauda han nome d'Autore. Ecco i capoversi di soli quattro de' prefati Sonetti, giacchè uno d'essi, ed è per ordine di scrittura il terzo, resta inintelligibile.

Il giouene che uol portare honore.

Questo Sonetto leggesi riportato dal Mai nel suo Spicilegium romanum; vol. 1.º, pag. 688, come di un Ciano o Cino del Borgo S. Sepolcro.

O no posso trovar chi ficchi lagho

Leggesi fra le Rime del Burchiello. In alcuni codici però si ascrive all'Orcagna, e come di lui si diè fuori dall'egregio sig. prof. Francesco Corazzini, a pag. 321 della sua Miscellanea di cose inedite o rare; Firenze, Baracchi, 1853, in 12.º

Da la fortuna si vole imparare

Denon dinegare ch sia pisano.

Riporteremo per saggio il seguente, che credo inedito.

Da la fortuna si uole emparare

Spirituale e temporale usanza

In questo modo no preder baldaza

Ma serui a Dio p altro aquistare

Quando se sano procaccia d'avanzare

Si che nel difecto no abbi machaza

Nellaltrui ben non auer speraza

Che ciascun ama se piu chel copare

Pero quado tu se in giouenitate

Procaccia si che sel tepo taualla

No tiritroui uecchio in pouertade

Che tal co techo dalegreza galla

No che ti desse denari o derrate

El no tidarebbe del loto de la stalla

Ma se da te arai nell'altrui scala

Non ti fia detto come ala cichala.

La Lauda, che è di strofe 26, comincia:

Misericordia eterno Dio

Pace pace Signor pio

Non guardare al nostro errore.

Finisce:

A honore e laude sia

De la Vergine Maria

Questa sentenza ria

Da noi levi oni.... ore.

Non meno i Sonetti che la Lauda, sono preceduti dalle seguenti parole:

I segni de stultitia sono questi

Tosto essere iganato. prouerb. cap. X.

Impetuosamente parlare, proverb. XV.

Apena essere correcto, o coreggerse. prov. VII.

Ageuolmente irarsi. Eccl. IVI.

Con stolti usare. Prov. XV.

Idilecti seguitare. Prov. I.

VII. — Miracoli diversi.

Sono alcune pie Narrazioni ed Ammonizioni, dettate certamente nell'aureo secolo del trecento. Risguardano tutte miracoli o prodigi intervenuti per grazia della Vergine Maria, i quali però nulla hanno che fare col libro intitolato propriamente: Miracoli della Madonna, pure scritti nel buon tempo della favella italiana, e più volte stampati nei secoli XV e XIX assai scorrettamente, ed aventi bisogno che una pietosa mano vi medicasse le piaghe, di che in molte parti sono bruttati. I Miracoli, e Ammonimenti contenuti in questo nostro codice, occupano poco più che 10 carte, e salvo il primo, che è assai lungo e che tiene 26 colonne intere, gli altri tutti sono discretamente brevi. Eccone gli argomenti per ordine, col principio e la fine.

1. Miraculo duna donna teptata dal cognato scampata da pericoli, ritornata in gratia per sua castita, e diuotione de la Vergine Maria. E poi facta monacha.

Comincia:

Truovasi che fu nella cita di roma uno huomo potentissimo dauere e di persona ingratiato molto da citadini e dal populo di roma et era sauio et saputo e dimolto buono consiglio in utilita del suo comune.

Finisce:

E per tanto ognj uomo de pigliare esenpio di fare senpre bene e guardarsi di mal fare e Dio per la sua grazia e misericordia cene faccia dono Amen.

Questa narrazione, insieme con un'altra, si dette fuori per mia cura nel 1861, col titolo: Novelle d'Incerti Autori del sec. XIV; Bologna, tip. del Progresso.

2. La Vergine Maria scampa labadessa grauida del cuoco, dale mani del uescouo.

Comincia:

Truouasi che fue una badessa duno munisterio la quale era di molta santa uita, onde laltre monache li portauano grande inuidia.

Finisce:

Poi morto il uescouo, e questo fanciullo fuchiamato uescouo, e la Vergine Maria gli die la gratia e poi la gloria. Amen.

Quasi simile esempio, ma assai più prolisso, pubblicai tra i Dodici Conti Morali d'Anonimo Senese; Bologna tipi del Progresso, 1861.

3. Una donna mori che non confexo uno peccato per uergogna, de che il benfare nolli ualse.

Comincia:

Truouasi che fue uno huomo e una donna la quale era sua moglie, e istando insieme per più tempo e no poteuano avere niuno figliuolo.

Finisce:

E percio no e bisogno che tu prieghi idio per me chio mai non posso auere misericordia da Dio. Amen.

4. Duno abbate luxorioso, che uoti di non avere afare con niuna dicta Maria.

A saggio dello stile e della lingua usati dall'Anonimo scrittore di queste devote e superstiziose narrazioncelle, per chi non avesse la Novella predetta (N. 1), darem per intero la seguente, come una delle meno prolisse.

Truouasi che fue uno abate il quale era uno grande amicho di Dio e dera questo abate ungrande luxurioso, e stando cosi tutta uia pensaua modo e uia chom egli potesse trouare medicina di questo pechato. Questo abate auea grande diuozione alla Vergine Maria congni die gli facieua ispeziale orazione, e auea promesso di stare netto echasto allordine ora disse questo abate e promise di maj non auere afare con niuna femmina la quale auesse nome Maria, ora uene questi efue tentato duna garzonetta e uegniendo latentazione siebbe il chonsentimento e ando agiaciere chollej. Istando questo abate achasa di chostei edera nellatto disse questi, tristo a me per che nono io tenuto io quello chio promesso, allora chiamo chostei e disse dimi chome tu ai nome, e questa disse Maria. Allora questo abate fu punto duno dolore grandissimo e inchomincio apiangere molto fortemente, e in questo pianto lanima si parti dal chorpo e fu menata in paradiso, ora rimase questa garzonetta e uedeua chostuj morto e non sapea chessi fare, se non che uenne e debelo sotterrato sotto illetto, ora disse Idio io non uoglio chelle grazie della mia Madre sieno ochulte, in mantanente tutte lechampane della terra chominciarono asonare sanza toccharle persona, allora lagente sicomincio molto amaravigliare e il ueschouo etutta lagente furono raghunati alla chiesa magiore della terra, esendo cosi questa femina uegendo chera uolonta di Dio che questa opera si sapesse, mossesi e andonne al ueschouo e chon molte lagrime gli ebbe questo fatto (sic) udendo il ueschouo questo fatto pensosi che questo era grande amicho di Dio e chegli auea grande diuozione alla Vergine Maria, mossesi tutta la gente e andaro etrouaro questo abate, e dal chapo edalpiede auea uno torchio grandissimo accieso, e stauano e non si uedeano chi li tenesse. Allora fu tolto il chorpo e portato alla Chiesa e questi torchi si li andauano dinanzi e non si uedeua chigli portava, e sotterrato chostui, e amenduni itorchi si nandaro in cielo, si che dice che questo abate per lachontrizione chegliebbe alla Vergine Maria che merito di andare in uita eterna epoi il chorpo suo facieua molti miracholi. Amen.

Questa ridevole narrazioncella leggesi anche ne' Miracoli della Madonna, ed in più altri antichi testi; ma diversificano tra loro nella dicitura, ed in qualche particolare circostanza.

5. Duno conte che indugio tornare a penitentia e uiuo ando all'inferno.

Comincia:

Truovasi che fue uno chonte edera uno grande pecchatore e stando grande tempo nel peccato e Domenedio laspettava che tornasse a lui.

Finisce:

Ora pensi ogni persona questo fatto perche none istia nel pecchato perche troppo la Domenedio permale chi pena troppo a tornare alla sua misericordia.

Si pubblicò nel passato anno in numero di soli 12 esemplari numerati. Somiglia a una narrazione del Passavanti, e a un'altra di fra Filippo da Siena.

6. Duno riccho diuetato pouero che non uolle rinegare la Vergine Maria per auere richeze.

Comincia:

Truovasi che fu un uomo il quale era molto riccho e staua sempre in grande chonviti.

Finisce:

E uene il uescouo e si glidiede molte riccheze per amore della Vergine Maria ed ella gli diede riccheze ispirituale e achatogli qui la grazia e poi la gloria.

7. Duno fratello duno re che per lacto di dinuntiare la morte, mori, e presa la penitentia fu salvo.

Comincia:

Truovasi che fu in una terra uno Re il quale istava sempre tristo, e giamai non si ralegraua per niuna chagione.

Finisce:

E nella gloria diuita eterna allaquale ci chonducha Iddio perla sua misericordia. Amen.

8. Questioni del Corpo di Christo, e risposte per exempli de la substantia, de la grandeza, de la diuisione e non diminutione.

Comincia:

L'uomo die credere fermamente che nellostia che tu uedi alaltare che uisia quello medesimo chorpo che Iesu Christo trasse.

Finisce:

E dandare auita beata nella quale Idio che ci amaestrj e aluminia della sua grazia in questo mondo e nellaltro la gloria. Amen.

9. Exemplo che lomo non de indugiare ilfare penitentia, e non dire domane faro, laltro di faro.

Comincia:

Truovasi che fu uno prete ilquale era grande amicho di Dio, e haveva questo prete uno suo chericho chavea nome Esau.

Finisce:

Allora comincia apiangere negia non gli uale che giamai non puote fare penitenzia dè suoi pecchati. Amen.

10. Exemplo de chi non esce di peccato, è simile al falcone.

Comincia:

Aviene alchuna volta che luomo legha il falchone in su la stangha, e quando luccello ista in su lastanga e vede passare la preda ec.

Finisce:

E achiechalo del chuore edella mente perche maj non escha del pecchato. Amen.

11. A fuggire il peccato fuggi ipensieri.

Comincia:

Diciesi che luomo dee istare fermo adifendersi dalle tentationi.

Finisce:

Luomo de fugire icharnali pensierj sopra tutte lechose. Amen.

12. La predicatione di Christo.

Comincia:

Dicie il glorioso euangelista missere santo matheo, che predicando una fiata el nostro benigno Salvatore ec.

Finisce:

Chi udirà uoluntieri la parola de Dio, fia cosa impossibile che non abbia la gloria de uita eterna. Amen.

VIII. — Fiore diuirtu.

Quegli che fece prima le schede de' mss. giacenti in questa Biblioteca, in iscambio di Fiore di virtù, lesse Hore diurne, e aggiunse che vi si contenevano diversi Ragionamenti morali sopra le virtù ed i vizii. E di fatto egli non aggiunse male, però che in questo libricciuolo si tratta propriamente delle virtù e de' vizii. Occupa pagine poco più che 41. Dal capitolo dell'Avarizia, sino alla fine, la scrittura è di altra mano. Tutte le iniziali sono scritte in rosso, e qui e qua trovansi spazii in bianco da dipingervi figure allusive all'argomento, secondo che vedesi in altri codici di simile operetta. Manca il prologo, non per difetto del Codice, ma sì bene dell'amanuense: l'indice precede l'operetta, che comincia tosto col primo capitolo. La lezione sembrami non delle più antiche. E vano il parlare di quest'aurea scritturina, tante e tante volte ne' tempi antichi e ne' moderni stampata e ristampata, e della quale stanno più codici in questa Regia Biblioteca.

IX. — Articoli di Dottrina cristiana, ed altro.

Si comprendono in sei colonne, e sono i seguenti: Virtu de aqua benedecta.Segni de la stultitia, cioe del matto.Proprietadi del core duro, dice sancto Bernardo a Eugenio libro primo.Come ipeccati descendono luno dalaltro.Quante sono le uirtu, e come insieme ligate.Perche non sono piu che quattro.De i doni de lo Spirito Sancto come aiutano a cacciare i uitij e le passioni delanima.Di questi Doni seguitano effecti.Unione dei Doni con le uirtudi.Effecti che nascono dei Doni dello Spirito Sancto uniti con le decte uirtudi, secondo etiandio lo euangelio di sancto Matheo.

X. — Sposizione del Simbolo Apostolico.

È preceduta da un lungo prologo, ove si parla in genere della Fede; dopo di che si passa alla dichiarazione del Credo. Il tutto è compreso in 7 pagine. Comincia:

Scrivesi nel decreto de Consecratione distintione. iiijº Capitolo: Vos ante omnia etc. che el santolo, cioe coluj che tene altri abaptismo etenuto amostrare albaptizato la Fede. Et perche tu figliuolo non se baptizato da persone intendenti che tisapesseno derozare, e forse io non siro altempo che tu arai intendimento perfetto. Acio che tu leggendo ticonfermi in la Fede, nella quale tu se baptizato leggi questa catacumina, cioe digrossatione de Fede.

Finisce:

Non potrà intrare in quella uita chi non diuentera tale quale uno fanciullo, e conuerra che di peccato ueniale sia netto. E Christo dixe. Senon diuenterete come questo fanciullo non intrarete nel regno del Cielo etc. E conuene che lanima stia tanto in purgatorio, che di venialj sia monda. Altramente non entrerà in Cielo.

Molte sono, e fra loro diverse (delle quali pur taluna si trova in istampa) le Sposizioni del Simbolo degli Apostoli, ma questa, secondo il mio conoscimento, reputo affatto inedita.

XI. Trattatello sopra i peccati ueniali.

Vi si parla stesamente de' peccati veniali, toccando anche in fine e annoverando i mortali. Sta in 5 Colonne, e comincia:

Come per natura lomo et ogni cosa desidera elbene, e per questo si vede che levirtu sono da natura che sono cosa bona et perfetta. Cosi per lo contrario ogni homo et creatura, a in odio et horrore elmale che e contra natura.

Reputo che questo Trattatello null'altro sia, se non che un frammento capitolo d'opera maggiore.

XII. — Regule de la Confexione.

Sta in 15 colonne: comincia:

Come de essere la confexione. Sia simplice, humile, feruente, pura e fedele.

Il Trattatello finisce coi Comandamenti di Dio. Secondo che è a mia notizia, lo giudico inedito, ed è affatto dissimile da quello che pubblicò nel 1851 il benemerito e celebre letterato ab. Giuseppe Arcangeli. Quantunque faccia seguito agli altri sopra indicati articoli di Dottrina cristiana, pure ciò non è avvenuto che casualmente, essendo i mss. che contengono le prefate materie del tutto disuguali e nelle membrane e nella forma de' caratteri.

XIII. — Maledizione di M.º Ant.º da ferrara despregiando amore.

Non conosco in istampa questo Componimento; è in trentatre terzine. Daremo per saggio la prima e l'ultima.

Diuiso sia per luniuerso pace

Per gli animi aciesi dellettenalj pene

Chomio seghuendo questo dir mi face

De uolgi il poter tuo aumilta

Si che pietosa questa dona truoui

Per linfiniti guai che dato ma.

XIV. — Disperata del Sauiozzo da Siena.

È una Canzone di strofe 7, che comincia:

Le infastidite labra incuj gia posi

Finisce:

Poi che Iddio me contro e 'l mondo in ira.

Questo poeta, che scrisse molte Rime, delle quali poche abbiamo in istampa, fioriva sul finire del secolo XIV. Egli si chiamò Simone Forestani di Ser Dino Sanese, e fu appellato il Saviozzo. La predetta Canzone, composta dall'autore pochi dì prima ch'ei s'uccidesse in carcere, si stampò in Firenze dal Bonaccorsi nel 1490, a cura di Cesare Torto, che la inserì nella Raccolta di Rime di Agostino Staccoli.

Seguita nel Codice un Titolario appartenente al secolo XV, che occupa presso che 7 colonne, in un carattere quasi inintelligibile: indi il Sonetto che comincia: Molti volendo dir che fusse amore, ecc. Poi l'Ave Maria disposta in 16 terzine, che comincia: Ave stella diana luscie serena. Amendue questi componimenti sono senza nome d'autore. Il primo però, come è noto, è di Dante; ed il secondo di Maestro Antonio da Ferrara: fu pubblicato da Monsignor Telesforo Bini, a fac. 37 delle Rime e Prose del buon secolo della lingua ec.; Lucca, Giusti, 1852, in 8.º: offre varietà di lezione.

XV. — Cantari de la Reina doriente.

Comincia:

Superna maiesta da cui procede

Ciò che nel mondo da ogni sustanza

E se cortese a chi tirichiede

Diuotamente con fede e speranza

Humilemente ti chieggio mercede

Che doni gratia ame pien dignoranza

Chio rimi sì la presente legenda

Che tutta gente dilecto ne prenda.

Carte 9 e una colonna alla decima. Ogni pagina contiene circa 9 ottave. Mancano a quel che si pare due carte, cioè il fine del tertio cantare e il principio del 4.º Generalmente la lezione è buona, ma il carattere è logoro, e si legge con qualche difficoltà. È un curiosissimo popolare cavalleresco poemetto, in ottava rima, diviso in 4 Cantari. Vogliono alcuni dotti, che sia il più antico poema di cavalleria che originalmente venisse scritto in Italia. L'autore, che si svela egli stesso al fine del primo cantare, si è Antonio Pucci fiorentino, che vivea sul finire del secolo XIV. Ne abbiamo edizioni antiche, delle quali una si annovera dal cav. Gius. Molini, a faccie 114, N. 13 delle sue Operette bibliografiche: due dal prof. Libri nel suo Catalogo, ed una dal P. Blasi, che di questo Romanzo fece una diligente analisi, alla pagina 243 de' suoi Opuscoli di Autori Siciliani, al vol. XX. Oltre le predette, infinite ristampe se ne fecero poi appresso per uso del popolo.

XVI. — Sonetti sopra i sette peccati mortali.

Stanno in tre colonne, compreso il riepilogo, che qui sotto trascriveremo. In molti codici questi sette Sonetti trovansi senza nome d'autore, come accade nel nostro ms.; in altri vengono attribuiti a Fazio degli Uberti; e in altri finalmente a maestro Antonio da Ferrara. Più volte pertanto si pubblicarono ora sotto il nome dell'uno, ed ora sotto quello dell'altro. Il conte Alessandro Mortara ce li dette, come lavoro di quest'ultimo, nel 1820, riducendoli a più corretta lezione di qualunque altra antecedente stampa, e vi tolse molti di quegli errori, onde erano deturpati nelle prime edizioni. In buona lezione li ristampò altresì il ch. sig. avv. Gustavo Galletti. In questo nostro codice, ai Sonetti seguono i seguenti versi:

Superbia fa lom esser arrogante

Inuidia de laltrui ben mal dire

Ira pien dodio e mal parlante

Accidia il fa con desinor morire

Auaritia il fa falso e desliale

Luxuria sfrenato e bestiale

Gula insensato e del corpo male

Humilta in ciel lo fa salire

Carita ilfa doni ben amante

Patientia ilfa ben e mal sofrire

Bene operare adio il mette auante

Largheza cortese e gratioso

Castita benigno e amoroso

Temperanza chiaro sauio e gioioso

ritornello

Però prego ciaschun che iuitij scacci

E da le septe uirtu mai non si slacci.

XVII. — Cantilena sopra la Passione e Morte di Cristo.

È un componimento poetico disposto in versi rimati a due a due, e scritti in ordine di sestine. Compreso il Lamentatio Matris, la Pietà di Giuseppe d'Arimatia, ed il Pianto della Maddalena, che seguono la Passione e Morte: sono in tutto 88 Sestine, che occupano 12 colonne. Comincia:

Paxio domini nostri Iesu Christi

Secondo channo scripto iuangelisti

A gram consiglio furon ipharisei

Principi sacerdoti e graui iudei

Si come gente ciecha e fuor del senno

Di prender Christo lor consiglio fenno.

El di duna gram festa sapressaua ec.

Finisce:

Non lauete trouato la ouel fu posto

Non uindugiate piu andate tosto

E dite chel uedranno senza dimoro

In galilea dinanzi da loro,

Si come alor promisse e disse

Nel tempo che infra lor al mondo uisse.

XVIII. — Incomincia il cantare de Apollonio di tiro.

Omniposente Dio Signor superno

Senza cominciamento e senza fine

Che per deliberarci dallinferno

Portar degnasti corona di spine

Celestiale di noi se Padre eterno

Da cui procedon le gratie diuine

Donami gratia ora qui al presente

Chio dica cosa che piaccia alla gente.

Carte 12: ogni pagina contiene circa 11 ottave: sventuratamente manca l'ultima carta; il carattere è bello e intelligibile, ma la lezione, a parer mio, non è troppo corretta: per chi volesse imprenderne una nuova edizione, sarebbe necessario consultare altri codici, di cui non abbiamo difetto nelle Biblioteche Toscane. Alcune antiche stampe vengono allegate dai Bibliografi, ma tanto sfigurate, camuffate e rimodernate, da non farsene verun capitale. Anche di questo poetico componimento, in sei cantari diviso, non v'ha dubbio, è autore Antonio Pucci. Si conosce chiaramente dallo stile e da certi suoi modi peculiari; senza che egli stesso lo dice, conforme suo costume, in fine al primo cantare:

Nell'altro canto uidiro il tenore

Comel pescator del pescio coce

E come si porto ben dapollonio

Al uostro honor rimo questo Antonio.

Ci viene dal greco, nella cui lingua in origine barbaramente fu scritto; donde poi, come cosa assai popolare, nel medio evo si tradusse in tutte le lingue d'Europa. Una lata versione in prosa dal latino se ne fece nel buon secolo di nostra lingua, di cui trovansi più codici nelle Librerie Fiorentine. Di questo volgarizzamento favellò il cav. Salviati ne' suoi Avvertimenti. Esso venne citato dagli Accademici della Crusca nel loro Vocabolario come testo di lingua, secondo un codice che fu di Gio. Batt. Strozzi, oggi nella Riccardiana. Si pubblicò la prima volta con somma diligenza e assennatezza per cura dell'illustre filologo sig. avv. Leone Del Prete nel 1861.

XIX. — Trattato di Cucina.

È preceduto da due faccie contenenti l'indice delle rubriche; indi seguita il Trattato che si comprende in cinque carte; ma vuolsi notare che questo non è che un frammento, mancandone parecchie a mezzo e in fine: i caratteri precedono per avventura di qualche anno il Libro che segue, e così, per mio avviso, lo stile e la lingua. Eccone un saggio:

Se uuoli fare blasmangieri.

Se uuoli fare blasmangieri per xij. signori tolli.iij. libre di mandorle et una meza di riso et.iiij. capponi et due libre di sugnactio frescho et mezo quarto di garofani et serba.l. mandorle monde et lautre fae macinare et stempera con acqua chiara et colale bene et tolli lo riso bene lauato a tre acque et rasciugalo bene colla touallia et fallo pestare et stacciare et tolli petti di polli et falli uno poco lessare et filali sotili et falli istare tutta nocte nel lacte delle mandorle et struggi lo sugnaccio in una pentola per se et metti a fuoco lo lacte et serbane due iscodelle et quando il lacte bolle bene stempera la farina dello riso con questo lacte crudo et mettilo a bollire et tienlo indietro in su la brasia et metti incontenente le polpe filate et metti del zuccaro in quantita et quando è bene cotto poni in prima sopra le scodelle un poco d'acqua rosata poi zuccaro poi mandorle soffritte et bianche e poi garofani chabbiano dato uno bollore in acqua. Questa uiuanda uuole essere biancha come nieue e spessa e stretta.

Se uuoli fare buono burro.

Tolli vj. casci freschi o passi et pestali bene et stemperali con lacqua chiara e fredda el grasso tornera di sopra et questo si puote operare in ogni mangiare o a frigere huoua chi non uolesse lardo.

Se uuoli fare giunchata di lacte.

Tolli lacte di peccora et mettilo a bollire in uasello istagnato et no lasciare leuare il bollore impero che diuenterebbe granelloso trailo di quello uasello et mettilo in uno altro et quando è freddo mettiui il presame et mesta forte et quando e preso fa giuncata.

Se uuoli fare pamcia di carne.

Tolli per xij signori libre.vij. di pamcia magra et lessala et battila bene et tolli una libra di cascio gratugiato et.xxiiij. huoua et una merola di pane et speci dolci et forti et gruoco et iiij scudelle di brodo di cappone o di bue et tutte queste metti in uno cattino et poi le metti a bollire senza acqua et mesta bene et fa che sia bene saporoso di spetie et ispessa.