CAPITALE E MANO D'OPERA


LE

COMMEDIE

DI

VALENTINO CARRERA

..... Se voeren sti poetta

Ciappottan i passion, moeven el cœur,

Hann de toccann i tast che ne diletta,

Ciapann, come se dis, dove ne dœur;

Senza andà sui baltresch a tirà a man

I coregh e i scuffion gregh e roman!

Carlo Porta.


VOLUME PRIMO


TORINO
TIPOGRAFIA L. ROUX E C.
1887


L'editore e l'autore, osservati tutti gli obblighi, intendono di fruire di tutti i diritti della proprietà sia per la riproduzione e la traduzione, che per la rappresentazione.

(918)


INDICE

[NOTIZIA]
[ATTO PRIMO]
[ATTO SECONDO]
[ATTO TERZO]
[ATTO QUARTO]


CAPITALE E MANO D'OPERA

COMMEDIA IN QUATTRO ATTI.

NOTIZIA

Portare sul palco scenico la lotta così altamente drammatica e moderna fra i capitali dell'ingegno e del danaro e la mano d'opera, e trarne per conseguenza, senza danno dell'arte, non il troppo facile eccitamento all'odio ed alle rappresaglie cieche e selvaggie, ma il convincimento dell'inevitabile ed urgente necessità di armonizzare tutti gli interessi senza ferirne alcuno, non era, or sono sedici anni, cosa tanto agevole quanto possa ora supporre il lettore: la era anzi temeraria.

Tutti i comici hanno sempre avuto una dichiarata avversione per ogni lavoro che inspirandosi alla vita contemporanea, metta in iscena personaggi desunti dall'osservazione del popolo, per quanto questo sia l'unica sorgente sempre viva e feconda dell'originalità; e così l'autore della Quaderna di Nanni, fallitogli il tentativo di fondare con Raffaello Landini, uno dei più potenti comici ed intemerati galantuomini ch'egli abbia conosciuto nell'arte, un teatro popolare toscano, come Giovanni Toselli aveva fatto nel dialetto piemontese ed Angelo Morolin nel veneziano, s'era dovuto contentare, per farla battezzare dinanzi alla severa autorità del pubblico fiorentino, d'una compagnia di second'ordine. Buon per lui che la compagnia, per eccezione, era composta di attori volonterosi ed ordinati, e questo per attori italiani equivale sempre al dire capaci d'ogni più bello ed inatteso miracolo.

Per quest'altra, scritta allora appunto che ogni mente era affannosamente rivolta verso la Francia agonizzante in preda al delirio del vizio e della paura, aveva trovato di primo acchito il migliore di quanti capicomici abbia avuto l'Italia dopo Gustavo Modena: Luigi Bellotti-Bon, uomo di iniziativa se mai ce ne fu, sempre vago di novità ardite, largo dispensatore di benefizi e di incoraggiamenti, e grande raccoglitore, da ogni parte, di ingratitudini. Ma nè la sua autorità, nè l'esempio di due valorosi attori, Luigi Biagi ed Enrico Belli-Blanes, valsero a vincere nè la prima attrice ricusante la sua parte alla prima prova, nè altri che aveva chiaramente dimostrato di voler fare altrettanto quando non vi si fossero opposti i suoi obblighi più espliciti..... Erano tutti da compatire; s'era in piena fioritura di declamazioni sonanti e di cincischiature incipriate, e la stampa, meno pochissime eccezioni, non aveva ancora cercato di persuadere attori e pubblico che le scene popolari o rusticane possono senza sfregio di chicchessia passare, quando le anima l'arte, dai teatri minori ai maggiori: lo Zola aspetterà del resto altri dieci anni a muovere la sua campagna contro quel pasticcio di istrionismi e di luoghi comuni che è il teatro quando non rispecchia schiettamente la vita.

È bensì vero che l'Italia, avendo Goldoni, non dovrebbe aver punto bisogno di altri per richiamare la drammatica all'osservazione del vero, che è quanto dire del nostrale; ma Dio buono, che sarebbe di noi se le nostre Alpi — troppo più alte assai dell'orgoglio nazionale — ci impedissero per ventiquattr'ore di scimmiottare i francesi in ogni cosa? A farla corta, la commedia rappresentata (la sera del 3 aprile 1871) colla mosca al naso dinnanzi al pubblico non ostile, ma non avvezzo e non preparato del Niccolini ad un tuffo così improvviso nella vita reale fra il contrasto acerbo e stridente dei principali e degli artefici, il martellare sulle incudini ed il vociare degli scioperanti, cadde. Dopo la caduta il calcio dell'asino, va da sè; e gli asini, con tanto dilettantume a tempo ed ingegno avanzato, molti.

Ma se il mestiere è tale che del teatro fa troppo spesso la casa di Caino, l'arte, la Dio mercè, è tutt'altra cosa! Si capisce: il mestiere campa di puerilità e di vanità e non può aspirare che al trionfo esclusivo e brutale dell'io; mentre l'arte che vive di sentimenti generosi e di pensieri nobili, che cerca la bellezza nella verità, che anela ad alti ideali nel concetto come nella forma, sdegna di farsi l'eco meschina di ogni ciancia vuota e maligna, ed invece di gongolare, sotto la maschera posticcia della critica improvvisata, dell'insuccesso, inspira quattro compagni in cui il cuore è all'altezza del valore. Paolo Fambri, Luigi Suner, Angelo De Gubernatis e Paolo Giacometti di cercare l'autore, e di dire e fare quanto occorre per persuaderlo a ripresentare il lavoro in altre condizioni di ambiente e di interpretazione. Nè basta: trova anche il capocomico per la ripresa, Alessandro Monti, un capitano che dirige la sua compagnia con quella disciplina senza di cui non c'è salvezza nemmeno in arte e che fa miracoli anche sulla porta dell'inferno. E il miracolo succede a Ferrara, e che fior di miracolo! Il rovescio della medaglia addirittura. La commedia comincia subito il suo giro, e il miracolo, qui sta il buono, a provare che il successo di Ferrara non è stato un ripicco, si ripete a Milano, a Torino, a Genova, a Venezia, a Roma, a Bologna, nei teatri più riputati. A Firenze, qui sta il bello, come e meglio che altrove. A Napoli, dove arriva dopo la bellezza di dieci anni, e qui sta il meglio, la stampa la proclama una buona azione. C'è dell'altro a Napoli: finita la stagione, la vogliono ancora sentire, a scopo di beneficenza, in teatro più vasto che non sia il Sannazaro, e per allestire l'atto dell'officina incaricano non il trovarobe e l'attrezzista del S. Carlo, ma lo stabilimento di Pietrarsa, il quale manderà macchine a vapore vere e quaranta operai verissimi... Eh? quando sono d'accordo tutti a dire di sì! Eppure la commedia è la stessa...

L'autore ha voluto che si ricordassero queste peripezie così diverse per sciogliere il suo debito verso Paolo Fambri, Luigi Suner, Angelo De Gubernatis e Paolo Giacometti, veri fratelli d'arte; verso i capicomici Luigi Bellotti-Bon ed Alessandro Monti ed i migliori interpreti che abbia avuto la sua commedia: Luigi Biagi, Enrico Belli-Blanes, Giovanni Ceresa, Giovanni Emanuel, Francesco Ciotti, Gaspare Lavaggi, Salvatore Rosa, Odoardo Sobrio, Cesira Monti, Amalia Casilini, Celestina Jucchi-Bracci e Pia Marchi-Maggi.

Si deve ricordare anche una sconfitta, egli dice, quando è per trarne argomento di lode ai compagni, e si può rammentare anche una vittoria quando è per darne loro il merito principale.

INTERLOCUTORI

CARLO VALORI.
EGISTO VESPUCCI.
AGNESE, moglie di Carlo, e figlia di
ANNA.
FRANCESCO SAVELLI, capo-fabbrica.
MATILDE, sua moglie.
FAUSTINI, industriale.
BOBI operai di varie provincie.
MARTINO
ORESTE
CENCIO
GENNARO
AMBROGIO
BARTOLO
CARLOTTA, serva in casa Valori.
CESARINO, fanciullino, figlio di Valori.
ROSINA, bambina che non parla, figlia di Savelli.
Operai di Valori e di altre officine.

Il primo atto a Firenze, gli altri a Belmonte.

ATTO PRIMO

Salotto in casa Valori. — Tre porte: una nel mezzo in fondo, che è la comune; un'altra, a destra dello spettatore, che mette nel quartiere di Carlo; e l'ultima infine, a sinistra, che dà nelle stanze di Egisto. — Sulla scena: in fondo, a destra, uno stipo antico, sul quale sta un orologio a pendolo in mezzo a due candelabri di bronzo dorato a viticci; a sinistra, parimenti in fondo, un pianoforte. — A filo di sipario due tavolini; uno a destra che serve per la colezione, ed un altro a sinistra con libri, giornali ed oggetti da ricamo. — Una poltrona accanto al tavolino a destra. — Seggiole in fondo ed accosto al tavolino a sinistra. — Appesi alla parete in fondo i ritratti di Franklin e Ghiberti. — È giorno e di primavera.

SCENA I.

All'alzarsi del sipario suona una mezz'ora all'orologio a pendolo, ed entra dal fondo CARLOTTA con alcuni giornali che va a deporre sul tavolino a sinistra. EGISTO fuori di scena.

Carl. — Già le dieci e mezzo! (si leva in fretta lo scialle, lo butta sopra una seggiola in fondo e si pone a spolverare) Con quel giovine, non c'è che dire, il tempo passa presto! Sarà anche lui come gli altri; ma alla peggio ritorno al paese e mi sposo Ciapetto: tanto di servire sono ormai stucca!... Questa è tutt'altro che gente cattiva; ma bisogna stare tutto il giorno in cucina e non si desina mai all'istess'ora! Se non mi ricattassi sulla spesa, davvero li pianterei. Ne ho fatti sette dei padroni in un anno; ne farei otto: alla fin fine ci sono più padroni che servitori ora. Sarà già svegliato il cavaliere? (forte verso la sinistra) Signor cavaliere, sono le undici, sa?

Egisto (fuori di scena a sinistra). — Davvero? Vengo, vengo subito.

Carl. — Benedetto lui che almeno lascia tutti in pace!

SCENA II.

AGNESE dal fondo. Detta.

Agnese. — Carlotta, dove sei stata finora?

Carl. — Gli è un bel pezzo che sono tornata. Non vede che ho già spolverato?

Agnese. — Dove spolverato? Guarda!...

Carl. — Spolverato, io ho spolverato; se poi suo marito, che è sempre carico di polvere e di carbone...

Agnese. — Almeno non cercar pretesti; tu sei giunta proprio ora.

Carl. — Dunque mi crede capace di dire una bugia?

SCENA III.

ANNA dalla destra. Dette.

Agnese. — Una no, molte, e questo mi dispiace assai.

Anna. — Che cosa c'è ora?

Agnese. — C'è che Carlo ha raccomandato di tener pronta la colezione per le dieci e mezzo, e lei arriva in questo momento.

Anna. — Spicciati dunque. (ad Agnese) Mezz'ora prima, mezz'ora dopo per la colezione non monta... Carlo aspetterà; aspetto io!

Carl. — La sente che non c'è tanta furia?

Agnese. — Carlotta! (ad Anna) Vedi, mamma?...

Anna. — (Ha ragione). (a Carlotta) Ciò non toglie che tu pigli ogni pretesto per star fuori di casa delle ore che non finiscono mai. Che alla domenica tu voglia vedere il damo, poichè ormai il damo ci ha da essere, passi...

Carl. — Ma io non ho punto dami...

Anna. — E chi era quel soldato che ti accompagnava al mercato ieri?

Carl. — Ah! quello... è un cugino.

Anna. — Cugino od altro che sia, non tollero che tu stia fuori di casa più del necessario.

Carl. — Ma io non ci sto più del necessario... (Anzi!...)

Anna. — Vuoi tacere una volta? Prima di te la Mea in mezz'ora andava e tornava.

Carl. (avviandosi). — (Bel merito, aveva settant'anni lei!...)

Agnese. — Va, va a preparare la colezione.

Carl. — (Se non mi ricattassi sulla spesa, otto ne farei, otto!) (via dal fondo)

Agnese. — Anche la Giulietta non torna più con Cesarino...

Anna. — È inutile far discorsi. Le serve oggi o non sanno far nulla, o bisogna lasciarle fare a loro modo. (siede)

Agnese. — Vuoi che ti suoni qualche cosa, mamma?

Anna. — Per carità, lascia stare la musica; stamane ho i nervi in convulsione... Dà piuttosto un'occhiata ai giornali.

Agnese. — Guardiamo se c'è qualche novità (siede e legge) «Dimostrazioni..... Risse..... Burrasca alla Camera..... Tumulti... Bollettino meteorologico: calma nelle coste».

Anna. — Meno male che le coste le abbiamo tranquille.

Agnese. — Non c'è proprio nulla. Gli stessi dispacci di ieri sera. I morti, e dopo i morti subito quelli che prendono moglie. (legge) «Appendice: Ulisse Grant, il presidente degli Stati Uniti e la sua famiglia». (breve pausa) Oh senti che dice Grant di sua moglie. (legge) «Io le debbo gran parte della mia fortuna e tutta la mia felicità, perchè essa mi ha recato in dote, oltre ad un raro buon senso, una di quelle educazioni che rendono la donna quasi indipendente dall'uomo, e fanno sì che la moglie possa fare per la famiglia quanto il marito, senza rinunziare alle prerogative che fanno così cara ed amabile la donna». Da noi una donna siffatta sarebbe quasi impossibile. Da noi nella donna non si pretende nè educazione seria, nè carattere: un po' di bellezza, un po' di dote, un po' di virtù... tanti pochi che non riescono a fare un intiero.

Anna. — Oh! avessero altrettanto i mariti!

Agnese. — E quel che è peggio non ci offendiamo del poco o nulla che si richiede da noi.

Anna. — Quand'anche l'avessimo a male, dove sono da noi gli uomini come Grant? Per poco che si valga noi donne, sempre più di loro!

Agnese. — Perchè non si potrebbe anche noi meritare che un uomo onesto ed attivo, ce ne sono anche da noi, dicesse: mia moglie vale quanto me?

Anna. — Ma guarda che idee ti frullano in capo stamane! Una moglie quando tiene una buona condotta, ed ha cura della casa e dei bambini, ha fatto il suo dovere. E per tua regola quando un marito porta ai sette cieli le donne che si occupano d'affari, sta pur sicura che lo fa per questo solo scopo: risparmiare il segretario e bandire la modista.

SCENA IV.

CARLO dal fondo col cappello in mano. Dette.

Carlo. — Oh! Buon giorno a tutti. Non è ancora pronta la colezione?

Agnese. — Corro a sollecitare...

Anna. — Aspetta: non c'è ancor mio fratello; quando sarà pronta si mangerà.

Carlo. — (Oggi mi vuol pigliare colla fame!) Egisto, sono le undici, sai?

Egisto (fuori di scena a sinistra). — Ma se sono bell'e vestito... Se vengo subito subito!

Anna (ad Agnese sottovoce). — Guarda come s'è ridotto: un orrore!

Agnese. — È tanto occupato!

Anna. — Di' piuttosto che tu non sai fare.

Carlo (verso la sinistra). — È l'alba... dei tafani; ma con un po' di coraggio! — Natura felice cui il tempo buttato non pesa! — Dov'è Cesarino che non lo sento?

Agnese. — È ancora al passeggio con Giulietta.

Carlo. — Non è mica venuto il signor Faustini?

Agnese. — No, finora. Carlotta, quando sia in ordine...

SCENA V.

CARLOTTA dal fondo con una carta. Detti.

Carl. — Subito. La sarta ha recato il conto della signora, (accenna ad Anna, e poi ad Agnese) e domanda a lei se non vuol farsi un abito da estate. Dice che ha ricevuto un bellissimo assortimento di stoffe.

Anna. — Dille che passeremo da lei. (Carlotta esce dal fondo)

Agnese. — Sei contento, Carlo, che mi faccia un abito? (seggono al tavolo a destra)

Carlo. — Se ne hai necessità, contentissimo!

Agnese. — Necessità veramente, no; anzi, se ti disturba fare ora questa spesa, non ne parliamo altro.

Carlo. — Più tardi, se non ti rincresce.

Anna. — (L'ho detto io: bandire la modista).

Agnese. — Allora sai che cosa faccio per i bagni, mamma? Un paio di vestiti di tela, eleganti e costano poco...

Anna. — (Zuccona!)

SCENA VI.

CARLOTTA con un grande vassoio su cui sta preparata la colezione, dal fondo. Quindi EGISTO dalla sinistra in veste da camera. Detti.

Carlo. — Agnese, tu mi metti senza volerlo nella condizione di parerti scortese: non so se quest'estate potremo andare ai bagni; ma temo assai di no.

Agnese. — Per qual motivo, Carlo?

Carlo. — Per quel motivo (fa il gesto di contar danaro) che non si dice.

Anna. — Siccome però io non sto senza andare ai bagni, e sopratutto poi non sto senza mia figlia, essa verrà con me.

Agnese. — Ne parleremo. Sicchè vieni, zio?

Egisto (dalla sinistra). — Ma se sono qui!... Buon giorno. sorella... Un bacio, bella nipote... Me lo permetti sempre un bacio a tua moglie?

Carlo. — Si; ma siediti una volta, e bada che la bistecca si raffredda.

Egisto. — Bistecca? Mi pare anche un po' abbrustolita. Carlotta, si vede che tu ci hai il damo!

Carl. — Se lei avesse appetito!

Egisto. — Da mangiare carne no. Ieri sera ho cenato al Club tardissimo.

Anna. — Avrai fatto un'indigestione.

Egisto. — Perchè ho cenato male. Una buona cena si digerisce sempre bene. Più tardi andrò da Doney a prendere la mia granita al caffè colla panna. Se vorrai tenermi compagnia, Carlo...

Carlo. — No, no; io tiro più al sodo. Vedi, mangio anche la tua... Già sono così piccole...

Carl. — Sono come le dànno.

Carlo. — Le dànno come si pagano.

Carl. — Vorrebbe forse dire?

Carlo. — Dire no, vorrei mangiare, che oggi fino alle sei e mezzo non posso venire a desinare.

Anna. — Per me terrai pronto per le sei come al solito.

Agnese. — Via, si vedrà!... Guarda di venire mezz'ora prima. (Carlotta esce dal fondo)

Egisto. — Tu sei sempre sicuro di avere appetito... Come t'invidio!

Carlo. — Senti. Alle sette io era già alla stazione; alle nove a cercare del Faustini al palazzo Belmonte...

Egisto. — In via Larga.

Carlo. — In via Cavour; alle dieci in dogana a porta al Prato, alle dieci e tre quarti in casa.

Egisto. — Se io mi fossi fatto scarrozzare tre ore sarei morto.

Carlo. — Che scarrozzare? A piedi. Ho fatto i miei affari, ho acquistato quest'appetito che ti fa invidia, ed ho risparmiato sei lire, due giornate di un lavorante.

Anna. — (Ed è dei Valori!)

SCENA VII.

CARLOTTA, quindi FAUSTINI dal fondo. Detti.

Carl. — Il signor Faustini...

Anna. — Aspetti, ci lasci far colezione, torni.

Carlo. — No, venga, venga subito, che lo aspetto per un affare di premura. (si alza e butta il tovagliolo sulla spalliera della sedia)

Agnese. — Finisci almeno di far colezione...

Carlo. — Non posso, mi rifarò a pranzo... (a Faustini) Favorisca nel mio studio.

Faust. — Signori... (esce dalla destra seguito da Carlo)

Anna (alzandosi con istizza). — Non potere star tranquilli un momento, non poter mangiare un boccone in pace, che è una vita questa?

Egisto. — Hai mille ragioni: una casa come la nostra per ordine e tranquillità non si trovava in tutta Toscana; e ora!... Ma perchè non ha voluto proseguire la sua carriera di ufficiale di Stato maggiore? Perchè non ha fatto come me, un bel nulla? Ci si abitua così presto!

Agnese. — Carlo non è ricco come sei tu.

Egisto. — O che pregiudizio! Si può far nulla con pochissimo; anzi, ci sono tanti che riescono a far nulla con nulla!

Anna. — Che nulla, che pochissimo! Carlo aveva le sue ottantamila lire; e colla tua dote, vivendo tutti assieme, io col fatto mio, tu colla tua rendita, si stava come tante pasque. Ma no, bisogna che egli sia tale quale suo padre! Suo padre possedeva centomila scudi, nientemeno. Ebbe la disgrazia di inventare una macchina a vapore, e quando tutti i giornali parlarono di lui, quando fu proprio celebre, fece punto, e fu bazza che si salvasse un sesto della sua ricchezza... e non dico il peggio!

Egisto. — Povero Pietro!

Anna. — E il figlio, per profittare della bella lezione, appena tornato dalla sua missione in Germania, mi tira subito fuori di cantina quelle care macchine del babbo, e per non essergli da meno in nulla, m'inventa anche lui non so che metodo di fusione, che semplificazione d'argani!

Egisto. — No, no, se fosse dipeso da me non ci sarebbe la polvere, e me ne tengo. Una sola volta, in un accesso di passione culinaria, ho inventato un fritto di asparagi croccanti; ma mi sono fermato subito lì!

Anna. — Lui invece, invasato come suo padre da una febbre infernale, va ad impiantarmi officina non so dove, spendendovi tutto quanto il fatto suo, tutto quanto trova in imprestito; e noi, questo non me lo perdonerò mai, noi assistiamo stupefatti, intontiti, senza fiatare, allo spettacolo di tanti bei quattrini che presto presto si mutano in cadute d'acqua senza acqua, in macchine a vapore senza vapore, in ruote dentate senza denti... Lui su e giù per la ferrovia carico di modelli e di disegni, coperto di polvere e di carbone; in casa un via vai di faccie proibite, col cappello inchiodato sulla memoria, che bestemmiano, che puzzano di sego, di tabacco e di catrame, e sputano sui tappeti! Ma che meraviglia? Egli è democratico; gli pesa di essere il cavalier Valori; crede alla libertà e vorrebbe educare quella cara roba che è il nostro popolino! Ma perchè, ma a quale scopo tutto quest'inferno? (con solennità ironica) Ve lo dico io: per fare l'Italia! — Va là babbuino, che quando l'avrai fatta avrai fatto una gran bella cosa!

Egisto. — Ma prima di fare l'Italia io al suo posto comincerei a far colezione!

Anna. — Ma ci sono ancora io, vecchia, ma sana, grazie a Dio, di corpo e di mente...

Egisto. — E di polmoni!

Anna. — ... Che conosco tutto il pericolo di cui può esser vittima, e che ad ogni costo lo voglio salvare, e lo salverò!

Egisto. — E lo salveremo, per Bacco Baccone!

Agnese. — Questo pericolo è tutto per il nostro avere?

Anna. — Oh! se non fosse questione che di denari!

Agnese. — E di che altro può essere?

(Voce di Carlo a destra).

Anna. — Zitta! Senti, senti!

Carlo (fuori di scena a destra). — Dica piuttosto che vuole burlarsi di me!

Faust. (come sopra). — La chiama una burla una tale proposta?

Carlo (come sopra). — Sì, perchè non si può fare sul serio...

SCENA VIII.

FAUSTINI e CARLO dalla destra. CARLOTTA dal fondo viene a prendere il vassoio, ed esce. Gli altri si raccolgono presso il pianoforte in contegno di gente occupata a guardare musica.

Carlo. — ... Perchè le cinquantamila lire che mi offre per essere mio socio comproprietario, non sono neanche proporzionate al costo dell'impianto della sola officina senza le macchine.

Faust. — Oh bella; si sa bene che chi impianta non si arricchisce.

Carlo. — Grazie dell'augurio, e tronchiamola. Non glie l'ho offerta la società alla fin fine!

Faust. — No, ma io ho sentito che si trovava in bisogno di un capitale...

Carlo. — Oh! se lei avesse ad offrire la sua società a tutti quelli che hanno bisogno di un capitale!

Faust. — Ebbene, senta: la scadenza delle sue cambiali non è lontana; io le darò ventimila lire in contanti e straccio le cambiali... Pensi che ella potrebbe anche non avere il capitale alla loro scadenza.

Carlo (con uno sguardo ad Egisto). — È quasi trovato, spero, e ad interesse onesto.

Faust. — Come sarebbe a dire, onesto?

Carlo. — Onesto... come disse Dante, per dir cortese.

Faust. — Sia come vuole... ma io credeva...

Carlo. — Di trovarmi senza credito, addirittura disperato, e mi offriva questa sua bella società... Grazie tante! Ma il piano di sopra non l'ho spigionato; distinguo ancora il cuore dal calcolo, per quanto sublime.

Faust. (avviandosi). — Bene! bene! Non le fa? Amici come prima.

Carlo. — Bravo, come prima. (escono dal fondo parlando)

Egisto. — Io sudo freddo! Anche delle cambiali in giro? Come potrà pagarle?

Anna. — Pigliando ad imprestito, tal quale suo padre, di qua per pagar là, e di là per pagar qua; finchè un bel giorno i nodi arrivano al pettine: disperazione, fallimento! E per suo padre fu anche peggio!

Agnese. — Madre mia, tu mi spaventi, e se non sapessi di essere amata, molto amata da te...

Anna. — Non mi crederesti? Ma io amo te e amo anche lui, e perciò voglio che da noi tre si prenda un partito decisivo, immutabile.

Egisto. — E prendiamolo, che si possa una volta stare in pace, dormire fin che si vuole, e mangiare un po' per bene ad un'ora fissa!

Anna. — Dunque attenti, e pensiamo che si tratta dello avvenire della famiglia. Tu, fratello, non hai che a fare una cosa.

Egisto. — Per carità che non sia troppo difficile. Mi chiamo Vespucci, ma sento che l'America non l'avrei neanche saputa battezzare.

Anna. — Carlo sa che tu tieni il patrimonio parte in cartelle dello Stato, e parte disponibile nel tuo portafoglio...

Egisto. — Vorresti forse che io mettessi quest'ultima a sua disposizione?

Anna. — Ma si tratta appunto di negargliela!

Egisto. — Meno male, e questo è facile.

Anna. — Non quanto credi. Tu non sai l'eloquenza che dà il bisogno e l'illusione a quella sorta d'uomini.

Egisto. — Ma se non me ne ha mai parlato!

Anna. — Te ne parlerà. Non hai notato lo sguardo che ti diede parlando col Faustini del capitale ad interesse onesto? Eccolo; entriamo nella tua camera; là vi dirò quanto deve fare ciascuno di noi.

Egisto. — Mi rincresce che troverete tutto in disordine.

Anna. — Si tratta appunto di disordine. (via dalla sinistra)

Egisto. — Coraggio, Agnese, siamo in tre! (le porge il braccio e s'avvia a sinistra)

Agnese. — Eppure, mentre obbedisco a mia madre senza fiatare, sento una voce che mi suggerisce, non di osteggiare il mio povero Carlo, ma di confortarlo.

Egisto. — Ma che ti gira? Se, dopo la mia invenzione, avessi ascoltato le voci, in casa non si mangerebbe altro che asparagi croccanti! Ma se Carlo non può proprio stare senza inventare qualche cosa, m'inventi degli altri figliuoli; saranno sempre più belli delle sue macchine.

SCENA IX.

CARLO dal fondo. Detti.

Carlo. — Egisto, avrei da dirti due parole; lasciaci un momento, Agnese, se ti annoia sentir parlare di affari.

Egisto (sottovoce ad Agnese). — Che sia già il momento della stoccata?

Agnese. — Lascia parlare il tuo cuore! (via dalla sinistra)

Egisto. — (Lo credo io!... risponde picche!) Dunque c'hai proprio un discorsino che non puoi tenere in corpo?

Carlo. — Egisto, tu mi hai mille volte protestato di essermi più che parente, amico.

Egisto. — Se non desideri altro, seguito a protestare io.

Carlo. — Senza scherzo, tu sai che la Casa Richard di Marsiglia mi deve pagare fra tre mesi la somma di oltre sessantamila lire pattuita per gli argani di cui ho incominciato a spedire una parte. Ora, sebbene io sia sicuro di questo pagamento che mi porrà in grado di attendere ad ogni impegno, vorrei tuttavia, per fare il lavoro con quella esattezza che è impossibile col coltello alla gola delle cambiali, che tu m'imprestassi, sopra ipoteca di privilegio, quarantamila lire.

Egisto. — Quelle che tengo nel mio portafoglio... (Sorella profetessa!)

Carlo. — E ciò per quel termine ed a quell'interesse che a te piacerà fissare, poichè fino dal primo del prossimo agosto io ti posso pagare con gli argani.

Egisto. — Abbi pazienza; ma nemmeno cogli argani me li pigli! (Questo è stato facile).

Carlo. — E perchè? Là, francamente, senza riguardi.

Egisto. — (Questo sarà più difficile!) Senti, mi fu detto, non lo dico io, che la tua officina non può reggere un'ipoteca di quarantamila lire.

Carlo. — Tu scherzi: non hai inteso che Faustini finiva or ora per offrirmi sessantamila lire della sola società?

Egisto. — La cosa è ben diversa: Faustini è un industriale, può arrischiare, mentre io... E poi ho quasi deciso di fare un imprestito ad un'opera pia, e di comprare delle cartelle coi premi. Tu non puoi darmi altre guarentigie, e premii poi... Parliamo dunque d'altro.

Carlo. — Senti, Egisto, dacchè sono tornato dall'estero, dacchè mi sono gettato nell'industria, io non ti ho mai parlato dei miei progetti.

Egisto. — Questa giustizia te la rendo volentieri: tu hai subito capito che... io non avrei mai capito, e mi hai sempre risparmiato il racconto... Dunque parliamo d'altro, bravo.

Carlo (ridendo). — Ma oggi non la scappi più!

Egisto. — Oh Dio! E non si può davvero risparmiare questa bella istoria? No? Pazienza! Ma posso almeno sedere? (Carlo gli porge una seggiola) (Sentiamo l'eloquenza del bisogno).

Carlo. — La mia officina mi costa centotrentamila lire; ma un altro non la fabbrica con duecento mila, perchè quella la ho fatta io pietra su pietra, coll'esperienza lasciatami da mio padre, col frutto dei miei studi e dei miei viaggi, e colla sollecitudine di chi spende tutti i suoi risparmi... ho fatto dei risparmi da ufficiale, non dico di più! Ma perchè ho resistito alla indifferenza dei concittadini, alla tepidezza degli amici, alla ostilità di qualche parente? Perchè non mi contento di vegetare coi ferri di vergella, o, per dir meglio, perchè mi sono gettato in questa impresa?

Egisto. — Non l'ho mai capito, e non lo capirò mai, te l'ho detto.

Carlo. — Perchè ho fede nella mia invenzione, fede nell'industria nazionale. Tu forse non hai mai pensato ciò che mi insegnano quei due ritratti di Franklin e di Ghiberti?

Egisto. — Non meravigliartene; penso così di rado io!

Carlo. — Il Franklin m'insegna il lavoro, il risparmio, ed il Ghiberti che per fare le porte del Battistero dovette lavorare ventitrè anni. Egli era un genio, e fece le porte del Paradiso. Se io non sono un genio, la colpa non è mia; ma se dopo la mia morte si dirà che ho fatto il mio dovere come uomo e come cittadino, a me pare che avrò spesa bene tutta la vita.

Egisto. — (Che brav'uomo!) Si può essere d'opinione diversa, ma non si può negare la propria ammirazione per tanto coraggio e per tanta fede. Ne hai per tutti e due tu.

Carlo. — Sì, fede, sopratutto fede, perchè io sono di quegli ottimisti a tutta prova, che credono alla libertà ed al progresso. Dopo pochi anni di lotta, molti si accasciano stanchi e sfiduciati. Lo credo io, non hanno sognato e tentato che per distruggere! A noi invece è cresciuto l'animo, e ci accingiamo, non più alla sterile lotta che demolisce e non rifà, ma alla grande e feconda opera dell'edificare.

Egisto. — Bravo e Dio t'aiuti. Vuoi intanto una presa?

Carlo. — Mi studierò di essere brevissimo.

Egisto. — Benone.

Carlo. — O io non capisco nulla, o i mali più funesti alla nostra industria sono indifferenza nelle classi elevate ed ozio ed ignoranza con tutte le loro conseguenze nel popolo.

Egisto. — Povera gente! Ma che conti adunque di fare?

Carlo. — Provare, io di famiglia patrizia, alla classe elevata che invece di tenere il suo capitale sott'olio in cantina, lo può affidare con vantaggio all'industria...

Egisto. — Bravo!... parla del capitale.

Carlo. — Ma non possiamo avere industria col solo capitale, ci vuole la mano d'opera.

Egisto. — Peccato!

Carlo. — Non basta il principale; ci vuole l'operaio attivo, intelligente, sicuro; e per averlo tale, bisogna sollevare il popolino dalla miseria morale e materiale in cui giace, instillandogli il sentimento della dignità e l'istruzione dei suoi doveri.

Egisto. — Senti; il popolino, anche quello che lavora, è cascato nelle grinfe dei sobbillatori della piazza: anzi, mi pare già di vedere in aria i nuvoloni della tempesta... Scappa!!

Carlo. — Bravi! per vincere la tempesta non trovate nulla di meglio che fuggire od evitare di parlarne! Andarle incontro bisogna, far dieci passi quando lei non ne fa che cinque; guardarla bene in volto, e vedere se l'ignoranza, l'ozio, l'invidia e la torbida ambizione che la guida siano più potenti della scienza e della libertà!

Egisto. — Sì; ma ne sento dir tante degli operai, delle loro pretese senza fine e dei loro disordini!

Carlo. — Bisogna anzitutto separare i lavoratori dagli oziosi e dai loro avvocati, e poi si vedrà che il vero operaio è assai migliore della sua fama. Senti: io il nostro popolo non l'ho studiato nei libri; ma in lui istesso, soldato, agricoltore od artigiano, e perciò posso parlarne con amore come senza adulazione. Degli operai io ne ho di tutte le provincie, e se tutti hanno difetti, hanno tutti belle virtù, e anzitutto un gran buon senso. Il nostro toscano patisce un po' di fiaccona, ma è quieto, sobrio ed accurato. Il veneziano è un po' ciarliero, ma è svelto. I piemontesi ed i lombardi non sono sempre sobrii e quieti, ma sono molto attivi. Il romagnolo è poco disciplinato, ma è tutt'anima. Il napoletano...

Egisto. — Indolente?

Carlo. — Non è vero; il napoletano, quando ha fiducia in chi lo dirige, vale quanto gli altri. Vedi, il nostro paese è tutto migliore di quello che si dice; cioè, intendiamoci, ci sono due Italie distintissime: una piena di rancori, di gelosie, di calunnie, l'Italia dei beceri, dei barabba, dei lazzaroni; la bella Italia in cui per tutto ideale della vita si ha il dolce far niente, per sistema lasciar correre, per patria il campanile; la patria mia e tua, se tralasciamo qualsiasi occasione di dire e di fare che la plebe diventi popolo, e che anche per noi questo sia il primo secolo del lavoro.

Egisto. — È vero; ma ce n'hai forse un'altra Italia?

Carlo. — Per mille racchette se ce n'è un'altra! Bambina, veh! che ama un pochino di chiaccherare; ma a scuola ci va tutti i giorni..... che non è festa. Ma è bambina, e, se pensiamo un momento al suo passato, possiamo ben dire che tutti i giorni la fa il suo miracoletto!... Diamo tempo al tempo, e vedremo che l'avvenire darà ragione agli uomini che credono alla libertà e si affaticano a colmare gli abissi che il passato ci scavò d'intorno. Noi non saremo più; che monta? Ci saranno i nostri figli!

SCENA X.

ANNA ed AGNESE dalla sinistra. Detti.

Egisto. — Carlo, io ti confesso volentieri che non posso rimanere insensibile ad un progetto così nobile e generoso...

Anna. — Egisto, t'ho da parlare.

Carlo. — Un istante, un istante. Dunque mi hai compreso?

Egisto. — Sì, le tue idee sono belle, sono veramente patriottiche, e tu meriti di essere aiutato.

Anna. — Non avete ancora finito? Egisto!

Carlo. — Un momento. Non ti ho detto che, grazie alla mia invenzione di un nuovo metodo di fusione, io posso già lottare sui mercati coi prodotti delle fabbriche estere. Pensa quale sarà il profitto quando sarà avviata la mia officina! Ma ora ho urgente bisogno del tuo aiuto.

Anna. — Egisto, insomma?

Egisto. — Ne riparleremo...

Carlo. — Ma io non posso aspettare!...

Egisto. — Ma, prima di disporre del mio capitale, bisogna che mi consigli colla sorella.

Carlo. — Giustissimo; ma, se anche non ti decidessi ad affidarmelo subito tutto, spero che, alle stesse condizioni, non mi negheresti cinquemila lire che mi sono indispensabili per le paghe degli operai.

Anna (a Carlo). — Tu perdi il fiato: Egisto non può e non vuole incoraggiare un gentiluomo pari tuo a derogare dalle belle e buone usanze dei nostri avi.

Carlo (ad Egisto). — È vero?

Egisto (imbarazzato). — Ecco... Come cittadino puoi aver ragione..... Ma come gentiluomo, abbi pazienza, bisogna che io convenga colla sorella che tu deroghi e di molto!

Carlo. — Ma fammi il piacere di non bestemmiare! Sì, perchè quei nostri avi che ti proponi a modello soltanto nel non far nulla, sortirono tutti dai banchi e dall'industria; e perchè loro non si vergognarono di fare gli industriali, le sete e le lane fiorentine andavano famose e ricercate sui migliori mercati del mondo, e noi s'aveva allora tanti quattrini da imprestarne ai Re di Francia e d'Inghilterra, e ne avanzava per giunta da piantare Santa Maria del Fiore!

Egisto (ad Anna sottovoce). — Hai inteso? Anche Santa Maria del Fiore mi pianta, e io..... e io non so che rispondere! (Se ci metto ancora bocca, che mi caschi la lingua!) (va a sedere sulla poltrona a destra)

Agnese. — Carlo, non inquietarti...

Carlo. — Oh! non m'inquieto più con loro! Ma tu, Agnese, mi faresti uno di quei favori che non si dimenticano mai più?

Egisto. — (Già; da chi li fa!)

Agnese (con premura). — Ma pensa! Che cosa desideri?

Anna (intromettendosi). — Se si tratta di denari, come m'immagino, è inutile far parole; la dote di Agnese, questo si sa, non si tocca; io dei denari non ne ho, e se anche ne avessi, non farebbero certo la strada degli altri.

Carlo (reprimendo un moto di sdegno). — Basta, basta: non domanderò altro a nessuno di voi. — Chi c'è di là?

SCENA XI.

CARLOTTA, poi MARTINO dal fondo. Detti.

Carl. — C'è un operaio della sua fabbrica di Belmonte.

Carlo. — Venga. (moto di dispetto in Anna: Martino dal fondo) Voi qui, Martino?

Mart. (guardando Carlotta, con accento ligure). — (Che bella morettina!) Signor principale, sono venuto a dirle che il capo-fabbrica, con licenza parlando, è malato.

Carlo. — Che sento! Ammalato gravemente?

Mart. — No; si è fatto male ad una mano, e non sarebbe stato nulla, se non l'avesse avuta piena di brignoni... di tignuole, via!

Carlo. — Ma che tignuole, nelle mani?

Egisto. — Nei panni, negli armadi stanno le tignuole.

Mart. — Negli armadi? Sarà; ma al capo-fabbrica questo inverno sono venute nelle mani.

Carlo. — Ah! i geloni! Vuol dire i geloni!

Egisto. — (Che barbari!)

Mart. — Geloni, brignoni e tignuole..... non è questione che di pronunzia... Intanto ha la febbre, e il medico ha detto che per due o tre settimane non potrà dirigere l'officina.

Carlo. — Andate in cucina: Carlotta, dagli da colezione, e poi subito a farmi la valigia; partiamo col primo treno. Guarda se Cesarino è già tornato. Finchè non abbia trovato un altro capo-fabbrica, mi converrà stare a Belmonte. (raccoglie delle carte sul tavolino a sinistra)

Mart. — (Che tocco!) (salutando) Gli auguro! (esce con Carlotta dal fondo)

Egisto. — (Altrettanto!)

Agnese. — Carlo, io vengo con quest'abito. Già lassù si starà in libertà.

Anna. — Adagio! Adagio! Spero che Carlo non avrà la pretesa di portarti lassù in questa stagione.

Carlo. — Con vostra licenza, Agnese è mia moglie!

Anna. — Certo; ma anzi tutto deve obbedire a sua madre. Si partirà quando farà più caldo, quando lo dirò io.

Egisto. — (Ecco che cominciano a bisticciarsi dal bel mattino!)

Carlo (ad Agnese). — Vieni o no, Agnese?

Agnese. — Io verrei subito, ma... Abbi pazienza per qualche giorno... (Che stizza mi fa mia madre!)

Carlo. — Fa come ti pare; ma in questo momento io sperava che tu avessi un pochino più di cuore per me. (chiama) Carlotta! (Carlotta dal fondo) Vuoi venire con me a Belmonte? Qui resterà Giulietta.

Carl. — (E il damo? Oh! me ne farò uno lassù). Scusi, c'è mercato a Belmonte?

Anna (seccamente). — È inutile il saperlo. Partirai quando te lo dirò io che ti ho fissata.

Carlo (contenendosi). — Guarda se è giunta Giulietta, che dia un bacio a Cesarino... (Carlotta esce dalla destra; ad Agnese) se questo almeno mi è ancora permesso, bene inteso!

Agnese. — Carlo!

Carlo. — Mi è permesso? Da tutti? Sia lodato il cielo! (esce dalla destra colle carte)

Agnese. — Senti, Carlo... Madre mia, fin qui non mi hai parlato che del pericolo che corre il nostro avere, e sta bene; ma che per la sola questione del denaro debba non solo ricusare di soccorrerlo colla mia dote...

Anna (con vivacità). — Ma, quand'anche tu lo volessi, la dote non si può toccare.

Agnese. — E sia; ma che io mi separi da lui, che lo lasci mortificare dinanzi ai servitori, e partire solo; che mi debba sentir dire che io, la madre del suo Cesarino, la moglie che ha sempre rispettato ed amato, non ho cuore, oh! chiedimi qualunque sacrifizio, ma questo no, perchè sento che sarebbe al disopra delle mie forze!