GLI ULTIMI GIORNI DI GOLDONI


LE

COMMEDIE

DI

VALENTINO CARRERA

..... Se voeren sti poetta

Ciappottan i passion, moeven el cœur,

Hann de toccann i tast che ne diletta,

Ciapann, come se dis, dove ne dœur;

Senza andà sui baltresch a tirà a man

I coregh e i scuffion gregh e roman!

Carlo Porta.


VOLUME PRIMO


TORINO
TIPOGRAFIA L. ROUX E C.
1887


L'editore e l'autore, osservati tutti gli obblighi, intendono di fruire di tutti i diritti della proprietà sia per la riproduzione e la traduzione, che per la rappresentazione.

(918)


INDICE

[NOTIZIA]
[ATTO PRIMO]
[INTERMEZZO]
[ATTO SECONDO]


GLI ULTIMI GIORNI DI GOLDONI

COMMEDIA IN DUE ATTI ED UN INTERMEZZO

NOTIZIA

Dacchè l'autore, in una sua gita a Parigi per indagare qualche cosa sugli ultimi giorni del Goldoni e la sorte della vedova, aveva sentito la contessa D'Agoult ricordare d'avere più d'una volta nella sua adolescenza sentito a dire in casa, da testimoni del Terrore, che Carlo Goldoni era proprio morto «dans la plus affreuse des misères dans un galetas», un vivo desiderio lo aveva sempre tormentato, quello di vendicare, bene inteso coll'arte che gli era consentita, l'indegno abbandono in cui gli italiani avevano lasciato morire il più comico e spontaneo di tutti i commediografi, e di rendere nello stesso tempo omaggio alla memoria serena e pia della moglie Nicoletta Conio da Genova, e del nipote Antonio di Giovanni Goldoni.

Ma non gli si era mai offerto il destro di porre in atto il suo onesto desiderio, quando sul finire del 1880 venne in mente al ch. prof. E. D. Müller di suggerire a Cesare Rossi direttore della Compagnia drammatica della città di Torino, ed uno dei pochissimi attori che conservino la tradizione goldoniana, di commettergli una commedia che avesse per soggetto la morte del nostro maggior poeta comico.

L'impresa tornava onorevole quanto era ardua; ma l'autore non avrebbe forse accettato l'invito senza la speranza che il riverente antico affetto e la sempre maggiore ammirazione potessero inspirargli quanto chiedere non poteva all'ingegno; senza la lusinga non nuova, che la viva intelligenza di Cesare Rossi e lo zelo dei suoi compagni avrebbero sopperito alle troppe lacune con quelle infinite finezze e malizie dell'arte che si possono qualche volta accennare, ma non mai scrivere, e spargono tanto barbaglio di luce nella divina arte di far rivivere sulla scena un uomo ed un'epoca... La commedia, scritta di getto, venne letta, e il Rossi soddisfatto volle che il battesimo avesse luogo in quel teatro Goldoni di Venezia, così ricco di memorie goldoniane, dal primo monumento che si sia eretto al poeta dai suoi concittadini, al ricordo posto a quella insuperabile attrice in dialetto veneziano che fu Marianna Morolin, creatrice vera di parti e di scrittori e pure modesta, non veneziana e pure ammiratissima; dal numero di commedie dell'avvocato veneziano che videro per la prima volta la scena su quel palco, al pubblico intelligente, custode del buon gusto e della nostralità della commedia, uno dei pochissimi nemici di ogni altra ibrida forma.

L'autore della commedia, con quel soggetto, con quella rivendicazione, dinnanzi a quel pubblico, in quel teatro, era tutto uno spasimo d'ansietà e di paure. Ma Gli ultimi giorni di Goldoni erano messi su con mirabile cura e precisione di scene, di mobili e d'abiti; ma la parte di Goldoni era sostenuta, e con quali spalle, da Cesare Rossi insuperato finora nella trasmissione degli affetti; quella di Nicoletta da Teresa Bernieri; da Claudio Leigheb quella di Battistino; dal povero Arturo Diotti quella di Antonio, e Flavio Andò aveva voluto concorrere alla festa assumendo la parte dello Chénier, come Antonio Colombari quella di Balletti... Quale meraviglia se la sera del 30 marzo 1881 la commedia tornò gradita nella stessa Venezia, come poi nelle altre città, e con tanto accordo di indulgenza che arrivata a Torino fu ritenuta degna di raccogliere il premio drammatico che dava per l'ultima volta quel Comune? Erano in tanti a metterci il meglio del loro ingegno e della loro esperienza! E si trattava di Goldoni, di cui basta pronunziare il nome sempre più luminoso perchè tosto se ne irradii qualche cosa della sua amabile indulgenza, giocondità e cortesia.

INTERLOCUTORI

CARLO GOLDONI.
NICOLETTA, sua moglie.
ANTONIO, nipote di Carlo.
GIUSEPPE CHÉNIER.
BATTISTINO STUCK, Comici italiani al servizio del Re di Francia, pensionati.
SUSANNA BERTINAZZI,
MARIA FARINELLI,
BALLETTI,
GANDINI,
MATTIUZZI,
PIERINA, serva di casa Goldoni.
ROSALIA FARINELLI, maestra di musica.
M. G. RICCOBONI, già attrice e poi scrittrice
RINALDI, professore di lingua italiana.
EMILIA RINALDI, sua moglie.
AGIRONI, farmacista.
LEGENDRE.
BOUCHARD.
Un COMMISSARIO di polizia.
Due agenti di polizia.

L'azione nel 1º atto e nell'intermezzo in casa di Goldoni, a Parigi, in via Richelieu, il 22 settembre 1792; nel 2º in una soffitta in via Mauconseil, il 6 febbraio 1793.

ATTO PRIMO

In casa di Goldoni, via Richelieu, presso il Palazzo Reale. Sala arredata signorilmente secondo lo stile di Luigi XV; ma la mobilia dimostra di avere giusto i suoi trent'anni, per quanto conservata da una buona massaia. In fondo, ai due lati d'una porta che è la comune, due stipi, sopra uno dei quali c'è un busto di Molière fra due vasi di fiori, sull'altro un orologio a pendolo fra due candelieri: sulla scena, a destra dell'attore, un canapè fra due seggiole; a sinistra fra una seggiola ed un seggiolone, un tavolino sul quale ci sono dei libri, un campanello e l'occorrente per iscrivere. Tanto il canapè che il tavolino sono difesi da due paraventi, la cui intelaiatura è coperta d'antica stoffa di colore oscuro ed a disegno chinese. Cinque porte: la comune, come si è detto, nel mezzo in fondo, e quattro laterali; quella al proscenio a destra scorge alla camera da letto di Carlo ed Antonio, e quella a sinistra pure al proscenio alla stanza della signora Nicoletta e di Pierina. Delle altre due quella a destra scorge ad un salotto, e l'altra alla stanza di Battistino. Tra le due porte a sinistra, addossato alla parete e colla tastiera verso il fondo, un cembalo a mezza coda: alle pareti in fondo, sugli stipi, le specchiere dell'epoca; sul tavolino un tappeto, alle porte delle tende, e sull'impiantito una tela di colore oscuro ed unito. È giorno.

SCENA I.

All'alzarsi del sipario suonano le nove al pendolo: ANTONIO, col cappello alla Franklin in capo ed una mazza in mano, entra in iscena con premura dalla destra; quindi a suo tempo BATTISTINO dal fondo, pure con cappello e mazza che depone sulle seggiole.

Ant. (entrando). — Lo zio fa la sua toeletta e non esce di camera per un'altra mezz'ora... se venisse subito Battistino! (va a guardare al fondo) Sono già le nove! Oh! eccolo, finalmente! (Battistino) Ebbene?

Batt. — Buone nuove. Abbi pazienza se non ho potuto fare più presto; ma in questa benedetta Parigi non s'arriva mai!

Ant. — Dunque verranno?

Batt. — Meno la signora Desgrandes che è un pochino indisposta dalla paura e rimane nella sua tana di Passy, tutti!

Ant. — Oh bravo il mio Battistino! E verrà anche l'Agironi da Clignancourt?

Batt. — Il professore Rinaldi che s'è incaricato ieri di fare il giro, m'ha detto che sì, e che sperava di portarci anche la signora Riccoboni.

Ant. — A meraviglia! E il desinare?

Batt. — Il trattore della Grotta Fiamminga lo manderà su bell'e fatto per la metà del prezzo domandato dal Caffè Conti.

Ant. — Benone! Ma gli invitati come verranno?

Batt. — Rinaldi s'è inteso con Mastro Martin che andrà a pigliarli tutti in casa della Riccoboni.

Ant. — Ma non ci sarà pericolo che la gente vedendo una carrozza...?

Batt. — No, perchè Martin è quello che serve Danton e le sue carrozze coperte di nappe scarlatte sono così note che non possono destare alcun sospetto.

Ant. — E i vecchi comici come verranno?

Batt. — A piedi, tutti assieme, anche per impedire che Balletti ne faccia qualcheduna delle sue...

Ant. — Benissimo: ora dàmmi quello che hai avanzato.

Batt. — Avanzato? Mi fosse bastato!

Ant. — E allora?

Batt. — Allora... per dare ai nostri buoni vecchi ancora un giorno di felicità, ho preso quell'anellino che volevo serbare a Pierina, e così ho provveduto ad ogni cosa.

Ant. (abbracciandolo). — Battistino, tu non sei un amico!...

Batt. — Grazie!

Ant. — ... Sei un fratello! Ma, mi raccomando, che ogni cosa riesca inaspettata, e non dire allo zio che sono stato dallo Chénier, l'unico che possa ancora salvarci dalla rovina!

Batt. — Sono impaziente di conoscere questo poeta in cui la bontà, bel caso! non è minore dell'ingegno.

Ant. — Verrà oggi istesso a vedere lo zio; ma i suoi doveri di deputato non gli permettono di trattenersi con noi come io avrei desiderato.

SCENA II.

PIERINA, una servotta spigliata e disinvolta, dal fondo con una lettera: cuffietta in capo, abito a mezza gamba di color chiaro, calze bianche e scarpe. Detti.

Pier. — Una lettera per l'avvocato dal segretario dell'Ambasciatore di Venezia.

(consegna la lettera a Battistino e poi va ad assettare gli oggetti sugli stipi in fondo)

Batt. — Gliela darò io.

Ant. — Io scappo per tornare al più presto; ma se non facessi in tempo bada tu ad impedire che si parli allo zio della prigionia del Re, della morte della principessa di Lamballe e delle stragi alle prigioni!

Batt. — Figurati, sarebbe lo stesso che farlo ricadere ammalato! E sì che s'egli potesse reggere al racconto di ciò che s'è fatto per sei giorni e cinque notti nelle prigioni, sarebbe pure un gran bel motivo d'orgoglio per noi italiani poter dire che in mezzo a tanta ferocia dei pochi ed a tanta vigliaccheria dei molti, una sola figura risplende veramente sublime, ed è quella d'un'italiana, Luisa di Savoia, principessa di Lamballe!

Ant. — La sola in mezzo a tanti cortigiani del Re di Francia che abbia avuto il coraggio di lasciare il luogo dove era al sicuro per venire a dividere la terribile sorte dei suoi cari: una vera eroina, l'eroina della gentilezza e dell'amicizia... Ma a che serve ormai? Siamo intesi adunque. Addio. (esce dal fondo)

Batt. — E anche tu sei un eroe, l'eroe del rispetto e del sacrifizio; e dovevi nascere nei secoli più gloriosi dell'antichità, quando non si portava in capo il cappello all'americana... Avresti preso dei grandi raffreddori di capo come tuo zio, senza avere in tasca le sue pezzuole; ma non saresti obbligato a fare l'interprete per pochi soldi, e non avresti dovuto rinunziare, per assistere i tuoi buoni e gloriosi vecchi, all'amore, la sola cosa per cui Battistino spera ancora e vive!

Pier. — Finchè si rimane coll'avvocato non c'è da sperar nulla, e se non avete altri moccoli si resta al buio tutti e due!

Batt. — Pierina, vi siete alzata colle paturnie stamattina!

Pier. — C'è veramente di che stare allegri! La pigione è da pagare, credito non ce n'è più, e la sua brava pensione di quattro mila lire è bell'e sfumata per sempre!

Batt. — E volete andarvene?

Pier. — Anche troppo ci sono stata per quello che mi dànno.

Batt. — Ci sto io per nulla!

Pier. — Chi si contenta, gode.

Batt. — Via, Pierina! Come si fa a piantare della gente che vi ama come una figliuola, come una sorella, senza contar me che vi idolatro in tutti i gradi di parentela?

Pier. — Intanto l'altro mese mi avete trattenuta col dirmi che abbandonarli mentre l'avvocato era ammalato sarebbe stata una vera crudeltà...

Batt. — E ora vi dico che sarebbe una vera indegnità.

Pier. — Oh già voi non siete mai a corto di belle parole...

Batt. — Sono fiorentino, guà: magari a corto di quattrini; ma di parole, mai! Abbiamo in casa il deposito della lingua, non costa nulla e si spende!

Pier. — Alle corte, io mi sono bell'e trovato un altro padrone e un fior di padrone; deputato, e di quelli che hanno le mani in pasta...

Batt. — Allora poco pulite.

Pier. — E che è anche lui poeta comico tal quale l'avvocato.

Batt. — Tal quale, nientemeno!

Pier. — Ma sì! E ha un nome curioso... Collo..... Collo d'Erba...

Batt. — Cicuta.

Pier. — No... Collo d'Erba...

Batt. — Amara!

Pier. — Ma che amara!

Batt. — Collo d'erba, semplicemente, del diavolo; Collot d'Herbois via!... Un comicuccio ubriacone ed invidioso che si è fatto cuccare su tutti i teatri di Francia e di Navarra; uno sbruffariso che quando si sarà alzato ben bene sulla punta dei piedi non arriverà ai tacchi di Carlo Goldoni!

Pier. — Sarà, io non me ne intendo...

Batt. — Zitta, che di teatro, politica e medicina, tutti professori!

Pier. — Sia come si vuole: Carlo Goldoni non può più pagarmi la mesata ed io lo pianto.

Batt. — No, finchè ci resto io.

Pier. — Fin che sia morto, adunque, a fargli il galoppino! Che vergogna! un giovane come voi che sa fare di tutto...

Batt. — Meno quattrini.

Pier. — Un attore coi fiocchi...

Batt. (guardando gli orli delle falde del suo abito). — Soltanto colle frangie.

Pier. — Il figliuolo d'un bravo maestro di musica...

Batt. (traendo fuori le saccoccie vuote delle brache). — Si vede.

Pier. — E non vi vergognate di fare il servitore per nulla?

Batt. — Coll'avvocato, punto.

Pier. — E senza un soldo, senza una speranza, volete rimanere?

Batt. — Finchè vive, sì.

Pier. — E dite che mi volete bene, che volete sposarmi?

Batt. — Nulla di più vero!

Pier. — E allora bisogna dire che vi gira?

Batt. — Per girare, a questi lumi di luna, gli è un bel giramento... Ma poichè l'ho da dire, state a sentire perchè credo mio dovere restare. Io non sono solamente il più bel figliuolo — unico — del maestro Battistino Stuck — nella mia famiglia di padre in figlio non si è meno Battistini che Stucchi — e il nostro primogenito sarà tanto Stucco anche lui quanto Battistino — ma sono anche un discreto attore di quella Commedia italiana dell'arte che maestra di intreccio e di dialogo allo stesso Molière, ha divertito per tre secoli tutta Europa, facendola ridere di quelle belle risate che scaricano il fegato ed alleggeriscono la milza; perchè a tenere il pubblico allegro noi non si recitava soltanto, non si inventavano soltanto lì per lì le più matte stramberie, le più piccanti risposte; ma, se faceva bisogno, si cantava e si suonava e si ballava, e si facevano giochi di agilità e di destrezza, senz'aiuto di poeta e di rammentatore, mostrando così ognuno di noi quant'era capace e spiritoso.

Pier. — Oh! guarda; non lo sapeva!... Ma e il pubblico?

Batt. — Il pubblico d'allora? Era tutt'altra cosa. Quel pubblico là non andava al teatro che per divertirsi e per ridere, e per questo quando s'arrivava in Francia, in Baviera, in Austria, in Boemia e nei Paesi Bassi, ci veniva incontro a braccia aperte gridando: benvenuti i comici italiani, evviva! Sapeva il buon pubblico che con noi non c'era pericolo di doversi sorbire le commedie che colla scusa della letteratura non fanno nè ridere, nè piangere, e intanto ognuno s'ingegnava di capire e di parlare la nostra fiorita e sonante lingua d'Italia. Oh sicuro, che qualche volta il nostro gesto passava un po' il segno, lo scherzo, la misura; ma allora il mondo era più alla buona, chiamava più le cose col loro nome e capiva che se c'era il peccato non c'era quasi mai l'intenzione, la malizia. Ebbene, ora sono quasi cinquant'anni, è venuto fuori a Venezia uno scrittore italiano, s'intende, a dire: questa commedia a soggetto colle maschere che i soli italiani sanno fare, buttiamola giù, e rifacciamo anche noi la commedia scritta in cui il comico non è più quasi nulla e il poeta è quasi tutto.

Pier. — Non gli hanno mica dato retta a quel birbante?

Batt. — ... Sulle prime, no; ma poi dàlli e picchia, finì per vincere: lui alle stelle, e noi... alle stalle!

Pier. — Maledetto!

Batt. — Il resto del carlino ce l'ha dato prima l'Opera e ora la rivoluzione, la quale come sapete, sospetta i comici di simpatie reazionarie, manda questi all'armata, ficca quegli altri in prigione ed obbliga i pochi rimasti sulla scena a farsi brutto strumento di vendetta e di derisione.

Pier. — E voi?

Batt. — Io a quest'ultimo rovescio piglio il mio coraggio a quattro mani... e mi nascondo. Ma le provvigioni finiscono presto e bisogna pure uscir fuori per cercarne! Ohimè! Appena in istrada, allo svolto di via Richelieu qua sotto, sento dietro di me due o tre fischi, come se chiamassero un cane. Io, bestione, dimenticando la differenza che corre fra il fischiare un cane ed un comico, mi volto!

Pier. — Che differenza?

Batt. — Il cane si fischia per chiamarlo e il comico per mandarlo... Voltarmi ed essere riconosciuto è un lampo. È lui, il comico, Arlecchino, l'italiano, l'aristocratico... alla Senna! — E un nuvolo di manigoldi si slancia sopra di me... Ma io non mi perdo mica di coraggio...

Pier. — Vi difendete?

Batt. — No, strillo come un'aquila... Gli altri mi abbrancano, mi sollevano di peso e corrono verso la Senna...

Pier. — Dio! Ma voi vi dibattete energicamente...

Batt. — No... Faccio meglio... il meglio che si possa in cosifatto momentaccio... perdo coraggiosamente i sensi! Quando li riacquisto mi trovo sopra un buon letto, in una bella camera, in mezzo a due angioli, il poeta che ha ammazzato la commedia a soggetto, e sua moglie!

Pier. — Allora rimanete. Partirò sola.

Batt. — Ma non oggi, domani.

Pier. — E perchè domani piuttosto che oggi?

Batt. — Perchè oggi non bisogna dare nessun dispiacere ai nostri buoni vecchi; perchè oggi si sta allegri e si fa loro un mondo di sorprese, una più bella dell'altra, per festeggiare l'anniversario del loro matrimonio.

Pier. — Davvero?

Batt. — Come è vero... che vi voglio bene, ed eccovi il programma della festa; ma che non lo sappia neanche l'aria! Oggi, 22 settembre, mille settecento novantadue, in casa Goldoni, coll'intervento degli amici francesi ed italiani, un buon desinare bell'e fatto e servito dal trattore...

Pier. — Meglio! Meglio!

Batt. — Ma prima di desinare, musica e rappresentazione.

Pier. — Suonatori e attori! Bene! Bene! E giovanotti?

Batt. — Tutti di primo pelo; tutti uno più giovane dell'altro.

Pier. — Ma i quattrini?

Batt. — Già trovati e spesi.

Pier. — Davvero?

Batt. — Com'è vero che vi voglio far mia.

Pier. — Sì, e mi fate troppo onore; ma come si fa? Io sono povera e voi non avete nulla...

Batt. — Dunque siamo fatti apposta l'uno per l'altro!

Pier. — Già, a volersi bene non si spende nulla...

Batt. — E perciò voi non avete un'idea di quanto può amare l'uomo che non ha nulla! (la abbraccia)

Pier. — Ma io preferirei che mi amaste un po' meno, e aveste messo da parte qualche sparagno.

Batt. — La colpa è della rivoluzione!

Pier. — Ma prima della rivoluzione dovevate conservare qualche cosa.

Batt. — Avete ragione; ma prima, non pensando a prender moglie, non mi pareva di avere ragione di conservare... E ora che sarei conservatore, non ho più nulla da conservare!... Ma via, sono giovane, sono volonteroso, e se voi mi volete un po' di bene, mi par ancora d'esser più ricco di una badia, Pierina bella, Pierina sempre più cara ed amata!

Pier. — Ecco quel che mi capita: faccio un mondo di proponimenti e poi e poi mi lascio intenerire da quattro chiacchere... imbecille!!

Batt. — A me?

Pier. — No, no, a me sola!

Batt. — Pierina, non dobbiamo essere marito e moglie? Dunque un po' per uno anche l'imbecillità!

SCENA III.

NICOLETTA, in abito da casa, dalla destra. Detti.

Nicol. — Battistino... Senti che ti ho da pregare d'un favore. Tu, Pierina, fammi il piacere di preparare il cioccolato.

Pier. — Subito: l'acqua è già al fuoco da un pezzo. (esce dal fondo)

Batt. — (Ma se il fuoco non s'è spento da sè, a quest'ora l'acqua lo ha spento lei).

Nicol. — Dimmi, hai inteso stanotte quelle grida disperate dalla strada? (accenna a sinistra)

Batt. — Altro! Ed ho subito pensato che è stata una gran bella idea la sua di pigliar lei la camera sul Palazzo Reale!

Nicol. — Ma quando finirà questo baccanale sconcio e sanguinoso che dura da più di tre anni?

Batt. — Appena i Francesi si saranno mangiati gli uni gli altri.

Nicol. — Meno male che un po' per la malattia che gli ha impedito di uscire, un po' per le nostre cure, Carlo ignora le cose orribili accadute in questi ultimi mesi!

Batt. — Oh! Guai s'egli si fosse potuto imbattere in certe mascherate indegne, per non dir peggio, ed ascoltare le loro canzonaccie sulla Regina! Ma c'è chi veglia; e prima d'ogni altro lei, signora Nicoletta, che non so che farebbe per suo marito; lei che vorrebbe potersi arrampicare fino al cielo per soffiar via la nuvoletta che gli facesse meno vivo un raggio di sole!

Nicol. — Zitto! Zitto! Sarei degna moglie di Carlo Goldoni se non gli volessi tutto tutto il mio bene?

Batt. — E sono de' begli anni che glielo vuole! Oh scusi!

Nicol. (sottovoce, contentissima). — Ma che! sono cinquantasei! e sono la mia gloria. E oggi appunto è l'anniversario delle nostre nozze!

Batt. (simulando sorpresa). — Oh! Ma non si sono sposati di luglio?

Nicol. — Sì, nella mia Genova; ma non si fecero nozze solenni con tutti gli amici e parenti di Carlo che nel settembre a Venezia. E giusto a questo proposito, la vedi questa bella tabacchiera?

Batt. — È quella che le regalò la marchesa di Marbœuf.

Nicol. — Altri tempi! Ma va a venderla senza dir nulla nè a Carlo nè al nipote, e pensa tu a farci qualche bella sorpresa... In tasca presto che arriva mio marito!

Batt. (presa ed intascata la tabacchiera). — (Anche lei colle sorprese!)

SCENA IV.

CARLO GOLDONI in veste da camera dalla destra. Detti.

Gold. — Battistino, giusto te voglio... Ah! colla moglie ti colgo? Ora capisco tutto quel ciripipì che sentivo di là... Niente giustificazioni, e lei pensi che io sono uomo da pigliar subito una grande risoluzione se... (mutato tono e ridendo) non mi dà subito il mio solito cioccolato!

Nicol. — T'è ritornato l'appetito? A meraviglia!

Gold. — Ma se tu aspetti un altro poco, o diventa fame addirittura, o se ne va via!

Nicol. — E io corro a fartelo subito subito... Battistino, ricordati la commissione...

Gold. — (Non vorrei che mi prevenisse...) Che commissione?

Nicol. — Due soldi di refe bianco.

Gold. — (Meno male che se n'è scordata). Abbi pazienza, moglie mia; ma senza far torto a Pierina, il cioccolato fatto da te vale il doppio.

Nicol. — Adulatore! Già lo sei sempre stato; colle donne, veh! (esce dal fondo)

Gold. — Ma con te, mai... oh colle altre! — Titino, senti. Promettimi il più scrupoloso segreto.

Batt. — Prometto; ma legga prima questa lettera del segretario del Ministro residente di Venezia.

Gold. — Non poteva arrivare più a proposito! (apre la lettera dopo essersi messo gli occhiali) Ahimè che non c'è nulla dentro! Aveva pregato il Vignola d'un piccolo... d'un piccolo... (starnuta) favore.

Batt. — Felicità.

Gold. — Grazie; ma per carità, chiudi subito la mia porta. — Gli domandavo una piccola anticipazione sugli arretrati della mia pensione; ma non dirlo ad Antonio. — A proposito c'è qualche buona speranza che le cose politiche si aggiustino presto?

Batt. — Speranze? Moltissime! (Non si campa d'altro!)

Gold. — E il Re dov'è?

Batt. — A Parigi.

Gold. — Non va più a Versailles?

Batt. — Non ci va più di sicuro.

Gold. — Egli è così buono che finiranno per rendergli giustizia. Già il tempo è sempre galantuomo.

Batt. — Che peccato non si possa dire altrettanto degli uomini!

Gold. — Tieni questo libro, (trae di tasca un volume legato e lo dà a Battistino) mentre io leggo la lettera, — (legge fra sè:) «Sua Eccellenza, a cui ho dovuto mostrare la vostra, non potendola soddisfare io stesso come desideravo, mi ha pregato ieri sera di dirvi che per imprevedibili circostanze non gli era dato di secondarla...» O che disdetta! (ripigliando la lettura) «Ma è lieta di annunziarvi che il primo suo ufficio presso la Serenissima sarà quello di provvedere al rimpatrio di voi e della vostra famiglia». (Oh questa sì che è una notizia che m'allarga il cuore!) La giornata comincia bene! Una buona nuova da dare a mia moglie.

Batt. — Vuole che la chiami?

Gold. — Più tardi... a tavola!

Batt. — Per farle una sorpresa?

Gold. — Per l'appunto. Ma non basta. Va subito dal libraio Bernard, Lungosenna degli Agostini, 37: te lo pagherà cinque luigi.

Batt. — Un libro di commedie e di tragedie, cinque luigi?

Gold. — Ne vale di più l'illustre teatro di Corneille del 1644! La sua brava sfera elzeviriana, il ritratto inciso da Picart, la legatura del tempo... un vero tesoro da bibliomane! Ma questo è nulla: è per quelle due righe a mano sull'antiporta che mi rincresce di venderlo!

Batt. (legge). — «A Carlo Goldoni, pittore della natura, e liberatore dell'Italia dai Goti. Voltaire, 1764.» — Voltaire!

Gold. — Sì, il letteratone, il grand'esprit fort del nostro secolo, quello che in fatto di gusto e di riputazione faceva il sole e la notte!

Batt. — Che gloria per lei, e che cecca sul naso ai suoi nemici!

Gold. — Figurati! Ma vedi se ho ragione di dire che il tempo è galantuomo? Carlo Gozzi mi accusava di fomentare le bizze del popolo contro i nobili, precisamente come Fabre accusa adesso Collin di fare il rovescio; il pubblico mi preferiva più d'una volta l'abate Chiari; Baretti mi flagellava per anni ed anni colla sua Frusta, e quando io stanco di così lunga lotta coi comici, col pubblico e cogli accademici, mi rifugiava in Francia e vi otteneva il grande successo del Burbero, Baretti negava persino che potesse essere mio!... Ebbene io non me la sono presa allora coi miei Veneziani, nè col Baretti, no: ho taciuto ed ho aspettato con pazienza. Che cosa è successo, Titino? Che mentre i miei nemici sono quasi tutti dimenticati, ed i Granelleschi non si ricordano più che per riderne, il povero Avvocato Veneziano a poco a poco si è fatto strada ed ha finito per essere lodato, troppo lodato, e da chi? Da Gaspare Gozzi, Cesarotti, Verri e Parini in Italia, e qui da Marmontel, Grimm, Beaumarchais e Voltaire; e quando, or fanno cinque anni, sono ammalato, chi corre al mio capezzale a stringermi la mano, a consolarmi? Vittorio Alfieri, il più grande dei Piemontesi, compreso il signor Baretti! Dunque, figliuolo mio, mai bizze, mai rappresaglie che guastano il sangue e l'ingegno; ma pazienza, coraggio, fede nell'arte della verità e nella giustizia del tempo; e se mai voi altri giovanotti poteste dimenticarlo, venite a vedere Goldoni: eccolo qui sereno ed orgoglioso non di vendette e di rancori, ma dei suoi cinquant'anni di lavoro, dei suoi cento sessanta componimenti teatrali, e se oggidì non guasta, dell'onestà delle intenzioni che glieli hanno inspirati!

Batt. (con trasporto temperato da riverenza). — Ma come si fa a non volerle bene, anima piena di luce e di bontà?!

Gold. — In quanto a luce, mi si è già chiusa una finestra... Ma se mi vuoi tanto bene perchè non corri subito dal Bernard?

Batt. — Lo vuol proprio vendere un libro così prezioso?

Gold. — Sicuro che è un gran bel documento per il mio amor proprio... Ma fra il mio amor proprio e il dare a mia moglie una prova di affetto, oggi, l'anniversario del più bel giorno della mia vita, non posso esitare... Vallo a vendere: sarà la prima volta che un tragico avrà servito a tenere di buon umore cinque persone... e poi fa tu quello che credi più conveniente... (impaziente) Ma non perder tempo che è tardi!

Batt. — Mi lascia pigliare il cappello?

Gold. — Oh! (lo piglia fra le sue braccia) Scusami; t'ho parlato come ad un servitore e tu sei un amico; tu e il mio buon nipote, i miei figliuoli!

Batt. (commosso). — Fino alla morte! — La sua signora!

Gold. — Zitto! (asciugandosi gli occhi) Ridi... ridi, ti dico!

Batt. — Tocca a lei che m'ha fatto piangere, a lei che è il commediografo a farmi ridere.

Gold. — Giusto, poichè tutta l'arte nostra sta in questo di saper far ridere o piangere, ma più ridere! più ridere!

Batt. — Per questo lei non ha rimorsi; anzi, se l'avesse, senza offenderla, soltanto un soldo per ogni risata che ha destato!

Gold. — Ah! non avrei certo da vendere i libri! Ma una commedia dove non c'è da ridere è come un desinare senza vino, un giorno senza sole!

Batt. — La gioventù senza l'amore!

Gold. — Bravo!

SCENA V.

NICOLETTA e PIERINA col cioccolato, dal fondo, indi G. M. CHÉNIER, pure dal fondo, in elegante abito alla moda, senza baffi, coi capelli lunghi. Detti.

Nicol. — Di buon umore, bravi tutti e due!

Gold. — Si parla d'arte, di sole, di gioventù, d'amore, da giovanotti pari nostri!... (mutato tono) Senti, senti che profumo! Ma già cioccolato della Toutain e fatto dalle tue mani!

(una scampanellata in fondo. Pierina esce dal fondo per ritornare subito in iscena col Chénier)

Nicol. — Chi può essere a quest'ora? (Non posso sentire una scampanellata senza un brivido!)

Pier. — Il cittadino deputato Giuseppe Maria Chénier.

Gold. — Ma venga, venga subito! (a Battistino) E tu scappa via! (Chénier)

Nicol. (andandogli incontro). — Favorite...

Batt. (che intanto si è preso il cappello). — (Ma egli potrebbe parlare all'avvocato del Re e della Lamballe!)

Chén. (a Nicoletta). — La mia premura di parlare all'avvocato scuserà, io spero, l'indiscrezione di una visita così mattutina.

Nicol. — Voi siete sempre il benvenuto ed a tutte l'ore.

Gold. — Ma chi ti vede più? Già, già, sempre occupato nella brutta politicaccia, invece che delle tue tragedie...

Chén. — In fatto di tragedie...

Nicol. — Piglia una tazza di cioccolato con Carlo?

Chén. — Grazie, ho già fatto colezione. Godo intanto di vedervi tutti e due bene ristabiliti.

Nicol. — Io, grazie a Dio, sì; ma Carlo, sebbene sia sempre di buon umore, non è più quello di prima...

Gold. — Zitta che non è vero! Non sono che le gambe che mi tradiscono! — Titino, le tue sono ancora buone?

Batt. — Cerco il mio cappello... (Come faccio ad avvertirlo?)

Nicol. — Ricordati del mio refe! — Vi lascio che ho qualche cosa da fare; con licenza, cittadino. (esce dalla sinistra)

Gold. — Sono ottantasei i carnevali che porto sulle spalle... e dico carnevali per modo di dire, chè dall'ottantanove a quest'anno di nessuna grazia sono tutte quaresime! (starnuta)

Batt. — (Ah! l'ho trovato!) Prosit!

Gold. — Grazie, Titino... Fammi il piacere, uscendo, di chiudere la porta di fuori... (va a chiuder la porta a sinistra) Accomodati, Chénier.

Batt. (presso Chénier, chinandosi come per prendergli un insetto sulle calze). — Scusate, cittadino... Non vi movete nessuno... C'è qui una grossa vespa sulla gamba... Fermo!

Chén. — Io non la vedo. (Pierina, Chénier, Battistino)

Pier. — Neanch'io.

Batt. (sottovoce). — Sfido io! Per carità, non una parola all'avvocato nè del Tempio, nè delle stragi alle prigioni. (forte) Eccola! È presa!

Gold. — Aria! Aria!

Batt. — Scusate, cittadino, la licenza che mi sono presa; ma io so che nessuno è più sensibile di un poeta! Avvocato, corro subito...

Gold. — E il cappello che cercavi?

Batt. — L'avevo in mano... (come se parlasse alla vespa) Tranquilla, veh! Altrimenti non vi rimetto in libertà...

Pier. — Ma se non avete preso nulla!

Batt. — E questo è il bello! (esce dal fondo con Pierina)

Gold. (seduto con Chénier sul canapè). — Mio giovane amico, se tu mi hai portato una buona notizia, ti avviso che oggi, l'anniversario del mio matrimonio, la gusto il doppio.

Chén. — Stammi a sentire. Io ho combinato le cose in modo che domanderò io stesso all'Assemblea Nazionale la restituzione della tua pensione e non senza speranza di vedere approvata la mia proposta...

Gold. — Sia lodato il cielo, che non posso proprio più aspettare dell'altro.

Chén. — Ti farò restituire anche gli arretrati...

Gold. — Mille lire fra pochi giorni!

Chén. — Ma bisogna che mi aiuti anche tu, non dimenticando che oltre all'essere straniero sei italiano, e veneziano per giunta.

Gold. — Veneziano per grazia di Dio e non per giunta!

Chén. — Lasciami finire!

Gold. — Non parlo più.

Chén. — Torino e Venezia hanno ospitato, l'una il Conte di Provenza e l'altra il Conte d'Artois, per aiutare la coalizione che si ordisce contro di noi.

Gold. — Io non so nulla di coalizioni; so che il Conte di Provenza è marito di una principessa di Savoia, e che l'ospitalità è sempre stata per noi un dovere...

Chén. (interrompendo). — E ora è un pretesto, e perciò il ministro Dumoriez ha cominciato col dichiarare la guerra al Piemonte, ordinando all'esercito d'invadere senz'altro la Savoia.

Gold. — Ma questa è una vera prepotenza a cui spero che i Piemontesi sapranno resistere!

Chén. — Che cosa vuoi che facciano contro la Francia?

Gold. — Oh per questo non sarebbe mica la prima volta!

Chén. — No certo; ma se è con queste idee che credi di conquistare la grazia dell'Assemblea, ti sbagli!

Gold. — Ma io domando un atto di giustizia e non una grazia, e se non me lo fa l'Assemblea, sono uomo da andare dritto dal Re alle Tuileries!

Chén. — Alle Tuileries! Ma ora non è più col Re, è coll'Assemblea, è colla rivoluzione che bisogna trattare!

Gold. — Allora con quella masnada di assassini che opprime Parigi!

Chén. — Ma a che serve dire che la rivoluzione non è più che lo sfogo d'ogni più feroce libidine, che ogni libertà è ora sopraffatta dalla brutalità furiosa e selvaggia della plebe, se è con coteste furie ubriache di vino e di sangue che bisogna fare i conti!

Gold. — E sia; ma perchè l'aspirazione suprema di tutti gli uomini onesti ed intelligenti, la libertà e l'uguaglianza nel diritto e nel dovere, deve cedere il posto agli apostoli dell'incendio, del saccheggio e della strage?

Chén. — Per ora; ma lo riconquisteremo, per Iddio!

Gold. — Anzitutto Domineddio in Francia non c'è più... l'avete abolito... Ma te lo dico io il perchè: gli è che questa rivoluzione così cristiana nel suo fine è tutta nel cervello di uomini come te e tuo fratello, che credete basti bandire la libertà perchè tutti gli uomini ne approfittino soltanto per farsi migliori, perchè tutti gli istinti perversi e feroci siano subito corretti; stupenda illusione che è la mamma degli spropositi e degli equivoci. Appena voi bandite la libertà, gli istinti perversi vogliono la licenza; voi protestate in nome del popolo onesto e laborioso, in nome della società, e quelli vi rispondono buttando a terra leggi e famiglia e religione. Fermi! voi gridate: la libertà di tutti sta nell'ordine di tutti, e quelli non sapendo combattervi colle ragioni troncano con un colpo la discussione e la vostra testa. Ah! che commedia, che commedia! Altro che Barufe ciozote! E che peccato che io non possa più scriverla!

Chén. — Ebbene sì, noi abbiamo il torto di esserci lasciato pigliare la mano da cotesta plebe ubriaca di vino e di tumulto che trionfa nel trasporto della sua collera brutale; ma questa plebe è pure il mondo antico che l'ha fatta così ignorante e schiava dei piaceri bestiali; ma questa collera è pur vendetta di leoni, che, stanchi d'essere chiusi e percossi, rompono finalmente la gabbia!

Gold. — Ma sono oramai quattr'anni che rompono!

Chén. — Sono secoli che soffrono! Ma già è inutile che io parli di rivoluzione ad un veneziano nato in una repubblica governata col terrore da dieci aristocratici. (si alza)

Gold. — Bravo! Cinque parole, cinque spropositi; sì, perchè a Venezia il terrore è tanto, che se il Doge ha la cattiva idea di morire di carnevale, aspettano a dirlo che sia di quaresima; a Venezia c'è così poca libertà, che ci si corre da ogni parte del mondo, e caffè, e ridotti, e teatri sono giorno e notte pieni di gente allegra e senza pensiero, fin troppo senza pensiero! Oh sicuro che nella mia Venezia la libertà s'intende in un altro modo... Sicuro che laggiù nessuno porta pistola e coltello, e i farabutti, non c'è politica che tenga, sono farabutti; ma ad ogni modo, se qualche matto educato alla vostra bella scuola sognasse di dare il fuoco a San Marco o al Palazzo ducale, potrebbe essere sicuro che ogni veneziano correrebbe a spegnerlo, quando non bastasse l'acqua della laguna, col suo proprio sangue!

Chén. — Tanto meglio per voi, tanto meglio!

Gold. — Gli è che dura chi misura, e noi duriamo da dodici secoli; gli è che..... io chiacchiero da mezz'ora, senza lasciarti dire quello che devo fare... Perdonami questo sfogo, mio buon amico, e dimmi subito il tuo consiglio.

Chén. — Flins des Oliviers è l'amico intimo di Collot d'Herbois; il voto di Collot ti dà il voto di tutti i deputati di Parigi, anzi ti assicura il voto dell'onnipotente Comitato di sorveglianza. Ora bisogna che tu faccia a Flins des Oliviers la stessa dichiarazione che hai fatto una volta a Diderot.

Gold. — Dichiarare che neanche Flins mi ha rubato di sana pianta la Locandiera; dire insomma una bella bugia per accaparrarsi il voto di Collot d'Herbois, quella caricatura di Nerone, che vorrebbe tagliar la testa a quanti l'hanno fischiato! Sono troppi, messere! Te la faccio subito, subito; ma lascia osservare una cosa al vecchio commediografo: quando domando il fatto mio in nome della giustizia che ha inspirato la rivoluzione, mi si risponde picche. Faccio invece tanto di cappello ad un mascalzone come è il Flins, per far piacere ad un birbante come è il Collot? Tutti i deputati sono subito d'accordo per favorirmi! Bello! Bello!

Chén. — No, brutto; ma così va il mondo per ora.

Gold. — E per un pezzo, e sai perchè? Perchè i primi ad approfittare d'una rivoluzione fatta, come la vostra, dal fiore dell'ingegno e dell'intendimento, è quasi sempre il fiore dei Flins e dei Collot!

SCENA VI.

BATTISTINO dal fondo. Detti.

Gold. — Giusto te. Vieni qui subito a stendere una dichiarazione al cittadino Flins des Oliviers come quella che si è fatta al Diderot; io la firmerò. (a Chénier, mentre Battistino, deposto mazza e cappello sulle seggiole in fondo, si mette al tavolino) Il mio segretario, un buon comico, Battistino Stuck.

Chén. (sottovoce). — E tu, quando i comici sono sospetti e i tedeschi passano il Reno, te lo pigli in casa?

Gold. (forte). — Ma egli non è tedesco; il mio Stuck è fiorentino... Non è vero?

Batt. — Fiorentinissimo; Stuck, Stucco, molto Stucco, tutto Stucco, e, invece del Reno, passerei volentieri le Alpi.

Chén. — Fiorentino? Ma certo di padre tedesco.

Batt. — Al contrario. Mio padre è fiorentino ed io sono nato in tedescheria... ma per un semplice effetto del caso...... ci passava mio padre!

Chén. (ridendo). — E vostra madre?

Batt. — Oh! mia madre, non lo nego, quando sono nato io, era presente. (alzandosi) Ecco la dichiarazione tale e quale si è fatta a Monsù Diderot. (legge): «Il sottoscritto Carlo Goldoni dichiara che non c'è parola nella Commedia «La Giovane albergatrice» del cittadino Flins che sia sua».

Chén. — Scusate: Claudio Carbon Flins des Oliviers, se vi piace.

Batt. — Moltissimo. Io adoro i nomi lunghi... (si dimenticano più presto!) — Ecco fatto, signor avvocato.

Gold. — Ed ecco firmato, cittadino amico.

Chén. (osservando la dichiarazione). — Dichiara che non c'è una parola nella commedia di Flins che sia sua... (guarda Battista che finge di essere distratto) — A chi si riferisce quel sua?

Batt. — A Goldoni. Goldoni dichiara che nel lavoro di Flins non c'è una parola che sia sua, dunque di Goldoni.

Chén. (sorridendo come chi subodora una malizia). — Ma non c'è pericolo che quel sua si riferisca invece a Flins?

Batt. — E allora, invece di sua, metteremo di lui.

Chén. — Dichiara che nella commedia di Flins non c'è parola che sia di lui... (guarda Stuck).