UN AVVOCATO DELL'AVVENIRE


LE

COMMEDIE

DI

VALENTINO CARRERA

..... Se voeren sti poetta

Ciappottan i passion, moeven el cœur,

Hann de toccann i tast che ne diletta,

Ciapann, come se dis, dove ne dœur;

Senza andà sui baltresch a tirà a man

I coregh e i scuffion gregh e roman!

Carlo Porta.


VOLUME PRIMO


TORINO
TIPOGRAFIA L. ROUX E C.
1887


L'editore e l'autore, osservati tutti gli obblighi, intendono di fruire di tutti i diritti della proprietà sia per la riproduzione e la traduzione, che per la rappresentazione.

(918)


INDICE

[NOTIZIA]
[ATTO PRIMO]
[ATTO SECONDO]


UN AVVOCATO DELL'AVVENIRE

COMMEDIA IN DUE ATTI.

NOTIZIA

In quest'epoca così sinceramente democratica, come sa il lettore, nella quale non c'è calzolaio che non arrossisca dell'antica insegna ciabattinesca del padre suo, appena Mastro Andrea, a furia di lavoro e di privazioni, è riuscito ad avviare benino la bottega, od ha messo assieme un poderello, c'è da scommettere che invece di fare del figliuolo un valente artigiano od un buon agricoltore, lo manderà a farsi avvocato in una delle troppe e troppo inutili Università. Una volta cotesti spostati li facevano preti e riuscivano quello che riuscivano, meno che di decoro e di lustro al clero: ora li fanno avvocati; vedremo con quale risultato.

Il ragazzaccio fin dall'infanzia mal avvezzo e senza esempio e consiglio, pretensioso e villano a faccia fresca per natura, nove su dieci riesce una forca. La bella e fragrante campagna in cui è cresciuto e il trionfo dei colli ubertosi non gli hanno messo addosso un solo brivido di febbre poetica, e così, a diciotto anni, non trasuderebbe una stilla di entusiasmo per qualsiasi cosa più bella o generosa, neanco a pigiarlo sotto lo strettoio. Nessuna meraviglia quindi ch'egli non abbia che un ideale ed uno scopo, se stesso.

Al primo arrivare nella grande città, sebbene abituato a sentirne motteggiare le usanze come è costume nei borghicciattoli fuori d'ogni movimento e d'ogni istoria, prova una sensazione di scoramento, quasi una mortificazione. Si sente piccino quanto è a corto di quattrini. Ma poi sono tanti i compagni ed è tanta la tacita tolleranza per gli scolari pari suoi, che si rincora presto e in meno di otto giorni ricomincia a vociare e ad impacciare in iscuola e fuori, come se stesse ancora per le strade del villaggio cogli altri monelli o nelle aie coi vaccari ed i carrettieri. Non ha che una scusa: ed è che nelle Università manca tuttora la più indispensabile delle cattedre, quella che insegnerebbe a vivere. Il suo è un turbine di parole e di gesti più che meridionali, nel quale si trovano, quand'è possibile tenerci dietro, sciocchezze marchiane ma clamorose, paradossi scuciti ma sfavillanti, un pochino di logica borghese, e in compenso molte assurdità. Sugo? Presunzione a tutto spiano e rispetto di nulla. Poverino! La mamma lo ha sempre tenuto per un genio e glie lo diceva, e il babbo, sentendo che sono avvocati il deputato, il prefetto e il sindaco, sogna in lui ad occhi aperti qualche cosa di grosso.

Nella grande città, di cui non piglia come i compagni modesti e garbati i modi e la misura, ma soltanto il vizio più a buon mercato, non c'è chiasso o prosopopea che basti a levarci dal basso, bisogna pur sentirsi inferiore a molti in nascita, in influenza ed in coltura; ma questo sentimento che nelle anime semplici e forti si fa emulazione ed ambizione feconda, in lui non suscita che una stizza, un dispetto che Dio sa che itterizia gli darebbero, se la grande creditrice, la società, non gli permettesse qualsiasi sfogo contro di lei, che pure da lui non sarà mai pagata. Egli si rivolta adunque contro la società, che non se ne dà per intesa, e per fare tutto un fascio ed un conto anche contro la natura e gli Dei, che proprio non c'entrano per nulla, sopratutto nella magrissima pensione cui lo danna lo scarso assegno della famiglia, e che ha tanta parte nella segreta ragione di sì fiera ribellione.

Questa ribellione sistematica, e perciò ridicola, ha tuttavia questo di buono per lui che gli conquista l'apparenza d'un giovane d'ingegno: adesso non costa di più. Ma per quanto questo battesimo, in un paese come il nostro, dove l'ingegnaccio saltella e corre e diguazza anche fra i vicoletti più miserabili e poltigliosi, abbia tutta l'aria di un battesimo d'acqua senza sale, per quanto studente possa ancora valere il fusinatesco giovane che non studia niente, c'è tuttavia nell'ambiente delle Università più chiassose, nella fama dei professori più discussi, nelle vaste sale delle biblioteche più polverose, un non so che di misterioso, di imponderabile, ma di indiscutibile che avverte i più ribelli che colla sola scintillaccia e senza un lungo durissimo travaglio non s'arriva davvero in nessuna onesta maniera a conquistare la lode di tutti i buoni e di tutti i valenti, a conquistare l'austera matrona inflessibile, la gloria, quella dagli occhiali che leggono attraverso ai panni quanto si sente, si sa, si può e si vuole.

Allora, non sentendosi il coraggio di buttarsi eroicamente a capofitto nella voragine senza fondo dello studio per rifarsi del perduto e precorrere a perdivista gli altri, trova che è assai più comodo dir corna della scienza come ha fatto della società: quanto a lui, sarà studente giusto quel tanto che occorre per essere laureato — oh la strana parola sopra siffatto cerebro! — e quanto alla gloria, poichè è tanto difficile essere corrisposto dalla matrona, ebbene, ci si contenterà della sgualdrinella che ha un sorriso ed un bacio per tutti, la nomèa. E per costei recita, scrive, pianta giornaletti politici e letterari, dice lui, si batte in duello, si picchia colle guardie e chissà dove domine arriverebbe in questa correntina per la scesa delle puerilità, se non arrivasse il momento di raccomandarsi alla pappagallesca memoria perchè non lo tradisca nella prova suprema e questa non muti la laurea nel ponte dell'asino. È laureato come tanti e troppi altri, e il suo nome, non importa come, venne già stampato più volte su per le gazzette: per uno studente come lui sono due belli scalini!

Ma che farà ora? Degli avvocati ogni anno, grazie a Dio, le Università ne scodellano su per giù un migliaio: pochi sono i vocati proprio sul serio, anche meno quelli chiamati per la magistratura. Il resto, dopo di essersi pattullato un pochino colle cieche lusinghe della famiglia, si dissemina lungo le interminabili mangiatoie della burocrazia, ben lieto che il titolo poco sudato gli renda più facile la conquista della cavezza.

Il meglio sarebbe ritornare a casa per soccorrere il babbo colle braccia potenti, per ritemprarsi nella vita onesta e proficua dei campi; ma e la nomèa? e tutto quello che gli bolle nel cervello? e i destini del mondo? Ci deve pur essere un'avvocatura che gli dia il mezzo di spendere tanta esuberanza di forze, che gli permetta di gittare dalla tribuna quel grido dell'anima che raccoglie tutti gli odj, tutte le smanie di vendetta degli oppressi..... cominciando da lui, tanto oppresso dalla vanità?

Sicuro che c'è: è l'avvocatura delle cause perse, come la chiamano in Tribunale; quella che non costa dottrina ed ha per arringo il patrocinio di ogni cosa che solletichi la curiosità oziosa e plebea, dagli scandali di alcova alle mattate tragicomiche della piazza; quella che può conservare le emozioni istrioniche del dilettante, e trasformarlo ora in mitingaio ed ora in tribuno improvvisato.

Ma non è facile esordire bene neanche in questa palestra. E poi fra i nuovi colleghi ed i magistrati le sue alzate d'ingegno non trovano mica più l'eco compiacente del caffè; e neanche i bisticci e gli epigrammi con cui saettava i professori, e i chiapparelli e le fole inventate lì per lì a canzonare i compagni, destano la risata d'una volta: anzi c'è chi risponde al paradosso provando che ha la barba più lunga di Mosè, e altri dimostra come l'utopia non abbia gasse nè ali per alzarsi da terra quanto un tacchino, neanche aiutata dalle supposizioni più indulgenti e dalle ipotesi più iperboliche. Queste piccole disillusioni nuovissime e frequenti gli mandano sossopra fiele e nervi, e così nasce in lui il disprezzo più cordiale per gli altri avvocati e l'odio più intenso per i magistrati, i quali pigliano così, come di dovere, nel suo cuore il posto lasciato vuoto, ma ancora caldo, dai poveri professori.

Eppure questo atleta che vuole scendere nel circo con armi sì meschine, che ha più debiti che idee, più invidia che emulazione, che non ha che la stoffa d'un comico di second'ordine, che è appunto l'ordine di chi non ne ha, deve pure riescire qualche cosa in quell'aristocrazia di farabutti, fra avvocati ingrassantisi di veleni, affaristi e cortigiane, al cui benefizio più d'un pessimista afferma, speriamo bestemmiando, avere l'aristocrazia dell'ingegno, del valore e della virtù fatto l'Italia; e riescirà per tre ragioni una peggiore dell'altra: prima perchè il governo rappresentativo è fatto apposta per gli avvocati, ma più per i pessimi che per i buoni; poi perchè per valersi di tutti gli equivoci e le contraddizioni che corrono fra l'uso e l'abuso della libertà è proprio necessario un frutto bacato come gli è lui; perchè infine egli che non ha studiato nè nelle scuole nè dopo, che consuma più vino che olio di lucerna e quale lettore assiduo di giornali e di romanzi non può che abborrire da ogni serietà di studio e di meditazione, ha però osservato e studiato con attenzione il suo tempo e i suoi concittadini.

Egli si è accorto anzitutto che l'istrionismo lascia i comici per dilagare nella società, penetrando poco a poco nei costumi, nella conversazione, nelle lettere e peggio che mai nella politica, sia perchè il popolo è incorreggibilmente vago di saltimbanchi, sia perchè la politica meno che il ridicolo può scusare ogni più buffa e rea azionaccia. Cyrano De Bergerac asseriva or sono più di due secoli, gli italiani nascere tutti comici; e alle volte pare veramente che noi rappresentiamo in ogni sfaccettatura della vita un complesso di così squisita e perfetta commedia, da spiegare in quale guisa il nostro teatro non sia all'altezza della nostra gloria letteraria ed artistica, poichè una tale eccellenza di simulazioni deve necessariamente togliere ogni speranza al commediografo di arrivare ad emularla..... Comunquesiasi, l'avvocatino ha intanto notato che l'istrionismo preferisce alle espressioni schiette e semplici le studiate e sonanti, alla passione sentita e forte la sfuriata declamatoria, ai caratteri fieri la gente superficiale e poltrona e bracona, al fare cose grandi e feconde le comode e fugaci fiammate d'un breve entusiasmo. E ha pure notato che la coscienza latina è cosifatta che mentre non mostra che un po' di stima platonica per i galantuomini, sente invece la più viva simpatia e sollecitudine per le canaglie matricolate.

Finalmente ha osservato che la mediocrità scettica, ignorante e superba che si è quasi infeudato ogni movimento della vita italiana, ed ha riempito, per quanto le è stato possibile, ogni Consiglio di omiciattoli che non si sa capire come riescano a star ritti, tanto è il vuoto del loro cervello, ci ha in tal modo intontiti e resi indifferenti sopra ogni riguardo, che la sfacciataggine diventa ogni giorno più l'arte sicura di arrivare dovechessia, e dieci pagliacci potrebbero di leggieri imporsi a centomila cittadini. Alle volte si direbbe, scorati, che i cittadini che sentono la libertà essere la giustizia, non abbiano poi attitudine alcuna ad unirsi per difenderla, o che disperino di far giungere ad una vera emancipazione le classi che ancora guaste dalla servitù sono già corrotte dalla licenza.... Ma questa indifferenza spiega ad ogni modo l'insanabile furore di avvilimento e di disprezzo che c'invade, e rivela all'osservatore la noia, il castigo delle generazioni senza ideali, e, per sua conseguenza, la disposizione morbosa ad accogliere meglio il disordine che non l'appello sempre più uggioso del dovere.

L'avvocatino fa tesoro, gongolando, di queste brutte rivelazioni; ride degli antichi gloriosi patriarchi della giurisprudenza italiana, ride dell'avvocatura così bella nel suo esercizio e così nobile nel suo fine, e si prepara alla battaglia: tre o quattro volumi fra alienisti, socialisti e pessimisti bastano per fornire le armi; non importa come traditi. Nè importa che la sua sia giusto la caricatura della scuola positivista, la quale non ha mai inteso sparare che il delitto sia sempre un'aberrazione o l'effetto di una provocazione, la ribellione il solo mezzo di risolvere le questioni più intricate, e che corruzione, doppiezza ed ogni altra più trista vergogna non siano imputabili che al clima e ad altre cause non volitive.

Noi non seguiremo, come ha fatto l'autore della commedia, l'avvocatino in tribunale, nè ci meraviglieremo che quella sua furia insolente e vertiginosa abbia colpito la platea sucida e feroce della Corte e meglio ancora il branco pecorino e sbadigliante dei Giurati, nè che quelle schidionate di menzogne e di vituperj possano essere gabellate quali saggi di nuovissima eloquenza: se ciascuno avesse, non diciamo una convinzione, ma almeno un'opinione, il pallone pieno di vento schiatterebbe sotto le risate più clamorose; ma l'opinione, dai più, si preferisce di comprarsela bell'e fatta, purchessia, pur che non costi, s'intende, più di un soldo.

Inutile dire che il bel metodo riesce anche meglio quando l'avvocatino si fodera del mitingajo o del saltimbanco per le campagne elettorali.

La farsa finisce come deve finire con tanti personaggi da farsa nei clienti delle dimostrazioni e dei comizj, negli elettori e nei contribuenti: l'avvocatino arriva dove arrivano tanti altri liberali del denaro altrui, a parer persona, ai Consigli del Comune, meglio ai Consigli d'Amministrazione, e, peggio per lui, al Parlamento.

Perchè peggio per lui? Perchè il Parlamento è il magno strizzatore di questi limoni senza sugo!

La favola necessariamente lieve in cui l'autore aveva incarnato questo tipo, portava dapprima per titolo: LA NUOVA SCUOLA DEGLI AVVOCATI. Rappresentata per la prima volta in Torino, al teatro Gerbino, la sera del 24 maggio 1874, destò un indescrivibile tumulto nel pubblico affollatissimo. La maggioranza, gradita la satira, rideva ed applaudiva con tanto maggior calore quant'era evidente in un certo numero di spettatori l'intenzione di troncare la recita fin dalle prime scene: finì per trionfare la prima, ma non senza molto contrasto. Il Bellotti-Bon, malgrado le risate frequenti e gli applausi e le chiamate, era vivamente indispettito; nè valeva che l'autore gli dicesse che senza quel contrasto probabilmente il suo lavoro non avrebbe ottenuto tanti applausi.

Sì, sì, quegli rispondeva; puoi anche aggiungere che il contrasto prova che la satira ha toccato, forse un po' troppo, ma giusto. Ma non basta. I comici non vivono affatto della vita sociale e non possono capire, apprezzare e difendere la portata di un lavoro studiato sul vero: e perciò non hanno nulla del gladiatorio. Recitano tutto l'anno un repertorio, per lo più straniero, quasi tutto accettato ad occhi chiusi! I contrasti li paralizzano sempre; nè vale il dire che la fischiata è soltanto diretta all'autore, e che l'autore si dovrebbe fischiare, se questo gusto si confà coll'educazione, in fin d'atto; che la fischiata ad ogni modo è sempre un atto in cui con molta sciocchezza entra un po' di vigliaccheria: alla stretta dei conti la fischiata impedisce all'attore di essere vero, piacevole, potente, artista. E io, come i miei comici, mi domando se non c'è un rimedio per evitare nelle repliche ogni contrasto, ed assicurare, per quanto è possibile, l'unanimità del successo.

Sì che c'è, e l'ho bell'e trovato io! gridò un signore irrompendo nel camerino del capocomico, colla disinvoltura di chi recitando ogni giorno la commedia, conosce tutti i settemila segreti dell'arte. Il Bellotti-Bon, volgendosi, presentò al signore i tre o quattro attori che lo avevano seguito nel camerino, ma non l'autore rimasto inosservato in un angolo fra il portacatino e l'attaccapanni, e poi nominò lodando cortese il signore, uno dei più noti e facondi avvocati del foro italiano. Se il fiero castellano di Brolio aveva detto agli italiani: siamo onesti, Giuseppe Peracchi, l'elegante e gentile attore, raccomandava ai comici di essere almeno garbati; ma Bellotti-Bon era sempre onesto e cortese con tutti.

Dunque sentiamo il rimedio. Già, aggiunse con quel suo sorriso fine fine fra la bonarietà e la canzonatura, già si sa che sei abituato a trovare il modo di sciogliere ben altre difficoltà in Tribunale, in Parlamento e nei Consigli del Comune...

E della Provincia, ripicchiò l'altro. Anzitutto pigliatela pure col pubblico, se pubblico abbiamo, che vorrebbe lavori italiani, dice, e poi appena accennano ad uscire dall'andazzo, li stronca, pollice verso, senza pietà: te lo dico subito perchè so che è tuo privilegio non abbandonare in nessuna congiuntura lo scrittore. Ma cotesto pubblico è qual'è, e tocca a te ricordarlo. Ma che ti gira, venire a far battezzare una Nuova scuola degli avvocati a Torino che ha la invidiabile fortuna di averne la bellezza di ottocento? Come si fa a sognare d'avere a questi lumi di luna un pubblico così civile quale era l'Ateniese che accoglieva a suon di risate le staffilate con cui Aristofane lacerava le spalle al suo Cleone ed ai demagoghi «sempre cari alle taverne ed ai lupanari?» Questa è per te e per l'autore. E uno e l'altro, ma tu più dell'altro, dovreste conoscere i vostri polli. E i polli di coteste stie, che dovrei forse chiamare capponaie, sono da un bel pezzo abituati a non trovare nella drammatica che lo sfogo di ogni stizza più o meno ragionevole contro la legge e le autorità. Sarà sciocco; ma il teatro è giusto il luogo, non dico come dovrei il sito, dove si dicono più sciocchezze in prosa ed in versi e più in versi che in prosa. Finezze? Non arrivano. Tirate? Tutte. Gli è, caro Gigi, che da noi è l'elemento giovane che guida il pubblico in teatro: quindi è il sentimento non la riflessione che giudica; quindi il poeta ha tanto maggior sicurezza di riescire quanto più sono calde le botte e le apostrofi, non importa se contro il senso comune. Io, se facessi il capocomico, non accetterei oggi un lavoro che non fosse di scrittore anarchico, o almeno socialista, o, alla peggio, repubblicano. E il solenne granciporro del tuo autore sta tutto in questo, che invece di dirigere la satira contro il Pubblico Ministero, dipingendolo assetato di condanne ad ogni costo, e contro il Presidente del Tribunale, colorendolo quale un vecchio odioso, inaccessibile ad ogni pietà, o magari parodiaco per sordità od ebetismo, l'ha diretta contro l'avvocato della difesa. Sicuro, s'egli meglio consigliato faceva proprio il rovescio, la sua commedia andava alle stelle dritto dritto: informi il Brid'Oison, del Matrimonio di Figaro, si licet parva componere magnis! Sì, il Brid'Oison, per quanto caricatura plateale, rispondeva allora fino ad un punto agli obblighi d'una certa verosimiglianza; ma che deve importare ora al commediografo se anche l'invertimento che gli propongo fosse artisticamente una volgare riproduzione e moralmente un assurdo, un vero crimine di lesa verità? Crede forse il tuo autore che il pubblico sappia discernere un lavoro osservato e studiato dal vero da quello che è il frutto di compilazioni, o di assimilazioni, quando non lo è di falsificazioni? Allora mi sta fresco! Gli è giusto il contrario. Se il carro di Tespi corre sopra una strada battuta, le cose vanno liscie. Ma per vie inusate?

Ah! ah! che bel matto! Ma io ho bell'e capito, soggiunse ironico, gli è anche lui di quelli punti dalla tarantola del nuovo: non gliene importa un fico secco dei facili entusiasmi delle nostre platee; brama invece ardentemente le acri battaglie contro la vecchia macchinaccia tarlata del convenzionalismo, e non avrà pace se non quando poggerà vittorioso sulle rovine del tempio antico, sui frantumi dell'ara e del Dio falso e bugiardo! Bellino tanto! Fagli i miei rallegramenti! Ma se vuole invece dar retta a me, faccia ridicolo non il suo avvocato della difesa, ma il Procuratore del Re e il Presidente, e vedrà! Alle stelle! Addio, Gigi; signori, buona notte... Diglielo, alle stelle!!

E come era arrivato, quale una folata di vento, svanì.

Bellotti-Bon, che aveva in orrore i periodi lunghi, respirò a pieni polmoni, guardò i suoi comici con un'alzata di sopracciglia che equivaleva ad un: Caspiterina, che talento! Il suo rimedio è proprio infallibile! E poi, fra 'l serio ed il faceto, il più arguto e giocondo brillante che abbia avuto il nostro teatro dopo il Vergnano, disse all'autore, tirandolo fuori per un bavero:

Senti. La tua commedia è una solenne birbonata, s'intende, e quell'avvocato in fatto di drammatica è un genio, lo si vede al bujo. Ma se dai retta a me, non mutare che il titolo perchè non serva di civetta al paretaio. E sai perchè?

Qui cominciò a sbottonarsi l'abito, quasi a far intendere che era venuto il momento di levarglisi d'intorno...

Perchè, aggiunse, se lo scopo dell'avvocato nello studiare le passioni e le ridicolezze umane è di sfruttarle, quello dello scrittore di commedie, meno profittevole ma più bello, è di dipingerle quant'è possibile vere e vive....

Quanto alla commedia, è ben giusto dire che se è rimasta in repertorio, lo deve anzitutto al valore di Giovanni Emanuel, l'attore così proteiforme, coscienzioso e potente.

INTERLOCUTORI

  • TULLIO SAVELLI, avvocato, nipote del commend.
  • GIUSEPPE SAVELLI, avvocato, padre di LUIGIA.
  • PROSPERA, donna di governo del commendatore.
  • ADRIANO SILVESTRI, sostituto Procuratore del Re.
  • MARCO MARCOLINI.
  • CARLO VALORI, industriale.
  • PETRONIO BARBARICCIA, avv. e giornalista.
  • GEREMIA GEREMEI, giurato.
  • BOBI LASCIFARE.
  • Il presidente della Corte d'Assise.
  • I giudici.
  • I giurati.
  • Il cancelliere.
  • L'usciere.
  • Carabinieri.
  • Spettatori del processo.
  • Un servo del commendatore.

La scena nel primo atto è nella villa del commendatore Savelli, e nel secondo nella Corte d'Assise di una piccola città capoluogo di provincia, in Italia, ai nostri giorni.

ATTO PRIMO

Galleria a vetrate con tre porte: quella nel mezzo in fondo mette nel giardino; quella a destra dello spettatore scorge al quartiere del commendatore Savelli, e l'altra a sinistra alle stanze di Luigia e Prospera ed al resto della villa. Statue, vasi di fiori; un tavolo con giornali, campanello e l'occorrente per iscrivere, a destra; un canapè a sinistra; seggiole e poltrone. È giorno, di primavera.

SCENA I.

LUIGIA e PROSPERA dal giardino.

Luig. (entrando in iscena con un fiore in mano). — Non temi che messo nei capelli questo fiore dia un po' troppo nell'occhio?

Prosp. — A chi? Tanto già non sarà il fiore che il cugino guarderà di più. (mette il fiore nei capelli di Luigia)

Luig. — Non ho fatto un po' di toeletta soltanto per il cugino.

Prosp. — Brava, che dei partiti come te non ce n'è mica molti, mentre di migliori del cugino...

Luig. — Zitta che potrebbe arrivare mio padre. È vero che egli non bada alla ricchezza...

Prosp. — E se non bada alla ricchezza, perchè non ti accorda in isposa all'avvocato Silvestri, giovane bravo e bello quanto un altro, e per di più già sostituto Procuratore del Re?

Luig. — Per un semplicissimo motivo: perchè il Silvestri non ha mai pensato a domandare la mia mano!

Prosp. — Un momento! Non ha mai pensato è una cosa che non sa che Domineddio, e quanto al domandare, si può far presto, veh! E tuo cugino l'ha forse domandata la tua mano? No. È tuo padre che s'è ficcato in capo di fare questo bel matrimonio. Tuo cugino ti sposerà, bel merito, colla tua dote! ma non potrà mai dire di aver dimostrato di volerti bene: sono de' begli anni che non s'è degnato di lasciarsi vedere! Scommetto che non lo riconosceresti neanche.

Luig. — Lo vedrò oggi; se mi piacerà la sua persona ed il suo contegno e se mio padre lo vorrà, lo sposerò; altrimenti aspetterò che se ne presenti un altro migliore.

Prosp. — Allora l'avvocato Silvestri?

Luig. — Fin che non ho veduto e studiato un pochino il cugino, non mi dichiaro per nessuno.

Prosp. — Ma il Silvestri non ti dispiace?

Luig. — No; sono anzi convinta che è un giovane ammodo...

Prosp. — To' un bacio! Anzi due!

Luig. — Perchè?

Prosp. — Perchè sarà un ghiribizzo, ma io sarei tanto consolata di vederti sua moglie, tanto persuasa che saresti maritata bene, che non ti dico che questo: se fossi ancora giovane come te, brutta non lo era neanch'io, me lo piglierei io subito subito!

SCENA II.

GIUSEPPE dal giardino in abito da uscire. Dette.

Gius. — Brava la mia Luigia: già tutta in gala!

Luig. — Per far onore ai tuoi invitati ed al cugino. E dimmi, come sta l'Alessandri?

Gius. — Pur troppo non c'è più nulla da sperare.

Prosp. — Oh! finchè c'è fiato c'è vita.

Gius. — Il guaio è che è giusto il fiato che comincia a mancare al nostro deputato. È tutto in ordine, Prospera?

Prosp. — Tutto. Vedrà la tavola. Fiori a bizzeffe. Nel bel mezzo, fra i posti d'onore, il gran trionfo d'argento.

Gius. — A proposito dei posti d'onore, ti sei ricordata che il nostro vecchio Vicario va matto per lo stufato al Madèra?

Prosp. — Si figuri! Per assicurarmi ho voluto assaggiare il Madèra che ha fatto venire di città: eccellente!

Gius. — Speriamo che non ti sia ingannata.

Prosp. — No, perchè anche il cuoco ed il cocchiere l'hanno trovato meraviglioso.

Gius. — L'hanno assaggiato anche loro? E non l'ha assaggiato nessun altro?

Prosp. — Si, un ditino la cameriera che l'ha trovato sublime.

Gius. — Allora non c'è più da sperare che una cosa: che lo possa assaggiare un pochino anche lo stufato. — Ma avete pensato a quelli che non pranzano mai e desinano di rado?

Prosp. — C'ha pensato lei e basta! Già se lei è rispettato e benedetto da tutti lo deve a questa sua figliuola così cara, bella e buona!

Luig. — Quando la smetti?

Prosp. — Che ho forse da benedire il giorno in cui qualche omaccio ti porterà via dai piedi?

Gius. — Nessuno me l'ha da portar via la mia Luigia: sposare, oh questo sì, se la si merita; ma in casa, sempre con me!

Luig. — Quanto sei buono! (lo abbraccia) Bada, Prospera, che laggiù al cancello c'è un signore e non c'è nessuno ad aprirgli.

Prosp. — Corro io subito. Ma che faccia proibita! Che sia uno degli amici dell'avvocatino Tullio?

Gius. — Possibile che in tanti anni non ti sia svezzata dal metter fuori quanto ti viene in bocca? Davvero che faresti dubitare della perfettibilità dell'uomo!

Prosp. — Scusi, commendatore; ma s'io fossi perfetta sarei troppo noiosa, e poi con sua licenza io non sono un uomo, no davvero! (corre via dal fondo)

Gius. — (E neanche una donna alla tua età: un essere neutro!) Oh! mentre siamo soli, dimmi un po', sei contenta di rivederlo questo cugino che con te forma ora la mia famiglia?

Luig. — Contentissima, e spero che egli sia degno dell'interesse che gli porti.

Gius. — Lo deve essere degno, e lo sarà, se il suo cuore è all'altezza del suo ingegno. Ma il tuo cuore è sempre libero?

Luig. — Liberissimo, te l'ho già detto.

Gius. — Sì; ma da un giorno all'altro voi altre ragazze...

Luig. — Sarà; ma io non preferisco nessuno, neanche fra i giovani ammessi in casa. Non c'ho gran merito, veh! poichè nessuno di loro, fuori dei soliti complimenti, dimostrò mai di voler aspirare alla mia mano... E l'avvocato Silvestri non fa neanche i complimenti!

Gius. — Sfido io: un sostituto Procuratore del Re! Ma è un giovane proprio di proposito, che ha un alto ideale della vita...

Luig. — Davvero?

Gius. — Certo. Ho visto più d'una volta che mentre può accendersi per un'impresa generosa, il sentimento del dovere parla in lui sempre più forte dell'entusiasmo... Noi abbiamo molto bisogno di giovani cosiffatti... Anzi, se non ci fosse... (Ma che dico?) Parliamo di Tullio... Vedi, io sarei proprio contento che ti piacesse, e che fosse degno di te, perchè col dono della tua mano riparerei senza farti torto alle ingiustizie della sorte che bersagliò il mio povero fratello.

Luig. — Tu giudicherai se egli mi convenga; quanto al piacermi o no, non dubitare che te lo dirò presto, sinceramente e senza leggerezza.

Gius. — Oh brava la mia Luigia, e sta pur sicura che se non ti piace non l'hai da sposare.

SCENA III.

BOBI dal fondo con PROSPERA. Detti.

Prosp. (a Bobi). — Ecco il signor avvocato Savelli.

Bobi. — Lui?

Luig. — Vado ad aspettarti in giardino. Prospera. Signore... (esce dal fondo)

Prosp. — Vengo subito. (a Bobi porgendogli una sedia) S'accomodi.

Bobi. — Ma è proprio lei l'avvocato Savelli di cui parla il giornale? Me lo davano per uomo di prima gioventù, e lei...

Gius. — Si figuri che io sia della seconda, di quella che non finisce più. Con chi ho il piacere di parlare?

Bobi. — Con me e faccio l'accollatario.

Gius. — Badi che ho smesso giusto ora di fare l'avvocato.

Bobi. — Possibile? Ma se si trattasse d'un affare che le darebbe onore e quattrini?

Gius. — Quanto a quattrini mi contento di quelli che ho guadagnato in quarant'anni di lavoro assiduo; per l'onore, se n'avessi bisogno, sarebbe un po' tardi.

SCENA IV.

SILVESTRI dal fondo. Detti.

Prosp. — L'avvocato Silvestri. Venga, venga!

Gius. — Benvenuto, signor Silvestri. (a Bobi) Ma se io non posso avere il piacere di servirla e le basta un consiglio, ecco un avvocato che conosce la legge appuntino e che è cortese quanto bravo.

Silv. — Troppo onore, signor commendatore. (a Bobi) Dica liberamente.

Bobi. — (Commendatore? Ma allora non è lui). Ecco, le dirò: io ho avuto una commissione curiosa. Sa lei del processo Valori che si sta per fare?

Silv. — Nessuno lo conosce meglio di me. Farà molto rumore, sebbene non mi sia riescito di mettere le mani addosso al reo.

Bobi (sbalordito). — Lei?

Silv. — Sostituto Procuratore del Re ai suoi comandi.

Bobi. — Obbligato!... Non s'incomodi!... Mi rincresce di essermi dato tanto disturbo... Cioè!... Basta.

Silv. — Come le piace. (si riavvicina a Giuseppe)

Prosp. (a Giuseppe). — Mi dimenticavo di dirle che il cocchiere domanda se ha da andare alla stazione ad aspettare il cavalier Valori.

Bobi. — Valori?!

Silv. — L'industriale di Belmonte, quello che poco mancò non fosse per ogni verso vittima dell'imputato...

Gius. — Se approfitta del mio legno per recarsi alla stazione, lo vede.

Bobi. — Grazie tante! Non voglio far altre conoscenze io! E poi mi fa meglio andare a piedi... Ma lei non ha un figliuolo che s'è messo soltanto or ora a far l'avvocato?

Gius. — Il nipote, Tullio Savelli.

Bobi. — Ecco quello che io cerco, quello di cui parla il giornale, Tullio!

Gius. — Se ritorna fra un'oretta, o va alla stazione lo vede.

Bobi. — Vado alla stazione. (Ma non vorrei imbattermi nel Valori...) (a Prospera) Non c'è altra strada per andare alla stazione?

Prosp. — Sicuro che c'è; il sentiero per i campi in faccia alla porta del giardino, giù dritto fino in fondo alla scesa. Laggiù troverà una bella casa con tanto d'arme sulla porta, la infili sicuro come in chiesa, attraversi l'orto e darà subito del naso nella stazione.

Bobi. — Gli è il fatto mio... Ma che cos'è quella bella casa coll'arme sulla porta in cui devo entrare?

Prosp. — La caserma dei carabinieri.

Bobi. — La caserma dei carabinieri?! (esce rapidamente dal fondo seguito da Prospera sino alla soglia)

Prosp. — Ma non di li! Per il sentiero! — Gli dico di qua e lui va di là! (gli scompare dietro)

Silv. — Mi permette, signor commendatore, che io approfitti di questo momento in cui siamo soli per dirle due parole?

Gius. — Volentieri. S'accomodi. (Che mi vorrà dire? Forse del processo...)

Silv. — Comprendo che abuso forse della sua bontà; ma non posso differire la preghiera che sto per farle.

Gius. — Lei non abusa di nulla, ed io sarò lietissimo di provarle quanta stima ho per lei. Dica adunque liberamente.

Silv. — Ebbene, sappia che io non ho potuto frequentare la sua casa senza rimanere vivamente colpito dalle grazie dello spirito e della persona della sua signorina.

Gius. — Come? Come? E aspetta a venirmelo a dire adesso che sta per arrivare quel nipote che desidero dare in sposo a mia figlia?

Silv. — Sì, perchè non l'ho saputo che stamane.

Gius. — E lei, appena saputo che io desidero questo matrimonio, invece di dire: pazienza, dovevo venir prima, sono arrivato troppo tardi, viene a confessarmi il suo amore giusto quando sta per arrivare l'altro! Eh! non c'è che dire, questo si chiama proprio scegliere il momento buono! Ma sa che se io non la conoscessi per giovane educato e modesto, m'avrebbe l'aria di dirmi: non la dia al nipote la sua Luigia, che non la merita, la dia a me che la merito il doppio!

Silv. — Mi perdoni; ma io non posso esser venuto a domandarle la mano della sua figliuola.

Gius. — E a quale scopo mi viene allora a fare la sua confessione? Dal momento che sa che la ragazza è destinata ad altri, mi pare che l'incidente sia bell'e esaurito! Io l'ho invitata alla piccola festa che faccio in casa per l'inscrizione del nipote nel collegio degli avvocati: se rimane mi fa un piacere; ma se teme di non potersi contenere, io la lascio in libertà, e amici come prima.

Silv. — Mi farò forte, e poi il rispetto che ho per lei basterebbe a ricordarmi il mio dovere.

Gius. — (Povero giovane!) Ma un momento: Luigia non sa nulla di tutto questo?

Silv. — Oh, senza il suo consenso!

Gius. — Bravo! Bravo davvero! (Lo fa apposta a condursi così bene!) Mi duole, sa, che m'abbia fatto questa sua confessione, mi duole davvero e tanto più quanto è grande la stima e la simpatia che ho per lei... Si, e non esito a dirle chiaramente che se non avessi il nipote, se il nipote non convenisse, sarei ben contento di avere per genero un giovane come lei. (si alza)

Silv. (con calore, alzandosi). — Dice davvero?

Gius. — Ho sempre detto quello che penso in casa, in tribunale, in Parlamento.

Silv. — Allora io la ringrazio di gran cuore di concedermi quanto sono venuto a domandarle, una speranza.

Gius. — Ma che speranza dal momento che la dò al nipote?

Silv. — Perdoni; ma lei ha detto che se il nipote per qualche verso non convenisse...

Gius. — Sì che l'ho detto; ma perchè non ha da convenire? Crede forse che Tullio sia brutto come uno scarabocchio e scipito come una testa di rapa?

Silv. — No; ma se per caso non piacesse alla signorina o non contentasse lei...

Gius. — Piacerà! Contenterà!

Silv. — Può essere, ma io non rinunzio alla speranza che possa non piacere e non contentare...

Gius. — Ma guarda che chiodo s'è fitto in capo! Quasi quasi darei subito subito la figlia al nipote senza condizione!

Silv. (ridendo). — Di questo non ho punto timore.

Gius. — Oh sta a vedere che mi mette in puntiglio! E chi le dice che io non sia capace di farlo?

Silv. — Tutto quanto il suo passato.

Gius. — Ha ragione.

Silv. — E poi me l'ha già permesso di sperare!

Gius. — Ebbene speri, speri pure; ma mi lasci dire che se non ha altri moccoli, dovrà andare a letto al buio... e solo!

Silv. — Solo, no... colla mia speranza!

Gius. — Padrone! Padronissimo!

Silv. — E io la ringrazio nuovamente di questo altro permesso.

Gius. — To', ora gliel'ho già permesso due volte! Ma ad ogni modo rimane fra di noi due, eh?

Silv. — Sul mio onore.

Gius. (porgendogli la destra). — Bravo! Io al suo posto dispererei; ma dal momento che a lei fa piacere sperare, che gli ho da dire? Tutti i gusti sono gusti!

SCENA V.

PROSPERA e GEREMIA GEREMEI dal fondo. Detti.

Prosp. — C'è questo signore che desidera un consiglio, signor Giuseppe.

Gius. — Veramente non farei più l'avvocato; ma poichè s'è disturbato a venire quassù, e non si tratta che di un consiglio...

Silv. — Mi permette di accompagnare la signora Prospera in giardino?

Gius. — Non mi lasci, pigli un giornale. (È vero che si contenta di sperare; ma non vorrei che sperassero in due).

Prosp. — Allora sarà per un'altra volta. (esce dal fondo)

Gius. — Con chi ho il piacere di parlare?

Ger. — Geremia Geremei, fabbricante di antichità e di decorazioni a scelta... Solamente a guardarmi lei capisce subito che non ho ammazzato nessuno, e che non vengo a disturbarla per cercare il modo di farla liscia colla giustizia. Amo anch'io la libertà, sebbene sotto certi aspetti si stesse meglio prima, e non c'è nessuno che mi valga nel far la guerra ai preti e nel sostenere i fondi pubblici... Ah! non ho superstizioni io: mangio salame e prosciutto tutti i venerdì...

Gius. — Un bel coraggio.

Ger. — Non lo dico per imbottirmi, sono un buon patriotta; e quando c'era la guardia nazionale buon'anima sua, non ero di quelli che pagavano cinque lire per sottrarsi al servizio! Piuttosto l'avrei fatto io per gli altri, se non mi avessero creduto degno del grado di caporale...

Gius. — Favorisca di venire al concreto.

Ger. — Subito. Il concreto è che m'hanno ficcato nei Giurati.

Gius. — Poichè è così buon patriotta...

Ger. — Sicuro; ma c'è un ma! Anzi ce ne sono parecchi dei ma! Prima di tutto sono abituato a fare tre piccoli pasti al giorno e non posso in coscienza espormi a farne uno solo, in un ambiente troppo caldo, col pericolo di essere preso dal sonno dinnanzi alla Corte mentre un tal peso gravita sul mio stomaco e sulla mia responsabilità. E poi come potrei espormi a firmare una sentenza di morte, io che ho letto Le ventiquattr'ore di Vittor Ugo condannato a morte? Mandare in prigione un disgraziato, io che so a memoria Le sue prigioni di Silvio Pellico? Non è possibile, sulla fede ch'io giuro! E per tutto l'oro del mondo... o almeno per una bella somma, non voglio espormi al pericolo di una vendetta per punire un uomo che a me non mi ha fatto proprio nulla. Ah! per difendere la società? Bellina la società! Ognuno per sè e Dio per tutti, dico io. E poi c'è dell'altro. Io ho preso moglie da poco.... Chi non fa la sua corbelleria? E mia moglie, non faccio per dire, è giovane e belloccia; lo sa e non le dispiace che glielo dicano. Ora lei mi capisce, colla bottega aperta al primo cavaliere venuto, con tutti i mosconi che ronzano attorno alla donna degli altri, lei converrà con me che non posso occuparmi delle birbonate fatte agli altri, mentre sono sicuro che tirano di farne una a me delle più solenni! Le decorazioni, venderle, questo sì... ma lasciare che gli altri decorino me, no! E poi, e poi che Giurati d'Egitto! Facciano i magistrati, li paghiamo per questo! E che dibattimento, dal momento che hanno potuto coglierli! Che reclusione, che galera! Costa troppo! E se non scappano dura così poco ora anche la galera a vita! Quattro palle nello stomaco ai ladri, dico io, e gli omicida, se non li vogliono impiccare, via, lontano lontano, in un'isola sotto la canicola e che sia tutta tutta ben circondata dal mare!

Gius. (che durante lo sproloquio di Geremia ha scambiato qualche sguardo col Silvestri). — Lo sono anch'io Giurato nel prossimo processo per l'affare Valori. Conosco poi le condizioni che possono esimere da quest'obbligo, che una volta parve il diritto più solenne e prezioso che ci abbia conferito la libertà!...

Ger. — Eh! già, me lo immagino; ma ora le sono quarantottate.

Gius. — Non le domando se sia elettore politico...

Ger. — Credo; ma non ho tempo da perdere.

Gius. — Se abbia compiuto i trent'anni e sappia leggere...

Ger. — Basta che non sia dinnanzi a molta gente.

Gius. — Se abbia subito delle condanne...

Ger. — Un po' di prigione per la guardia nazionale, prima dello scioglimento; nient'altro (ridendo) finora!

Gius. — Se non sia stato Segretario, Direttore o Ministro...

Ger. — Prima d'essere padrone, ero ministro, lo dico senza rossore.

Gius. — Questo sentimento lo onora; ma io parlo di Ministri di Stato.

Ger. — Eh! allora non le venderei le decorazioni!

Gius. — (Le porterebbe tutte lui!) E la salute è eccellente, mi pare?

Ger. — Per uno sposo non c'è male, mi contento.

Gius. — Allora bisogna rassegnarsi a fare il suo dovere, altrimenti incorre in una multa da lire trecento a mille con sentenza della Corte d'Assise, la quale porta con sè il rifacimento di ogni danno e spesa al tribunale, all'imputato ed ai testimoni che nel processo Valori sono oltre al centinaio.

Ger. (scattando in piedi). — E questa si chiama libertà? Alla fin fine non l'ho domandato io di fare il Giurato, e se anche ci fossi stato obbligato, mai per farlo per forza!

Gius. — Signor Geremia, non ho altro consiglio da darle.

Ger. (simulando di essere in collera). — E dal momento che con cinque lire si faceva montar la guardia da un altro, perchè non si può incaricarlo anche di fare il Giurato?

Gius. — Signor Geremei, se desidera anche la mia opinione su questo, le dirò gratuitamente che pretendere una patria senza leggi ed una libertà senza doveri equivale ad essere indegni della patria e della libertà.

Ger. — Avvocato, lei mi manca di rispetto!

Gius. — Sa, con me quest'artifizio non serve: sono venticinque lire che la invito a pagare il mio disturbo.

Ger. (mutando subito tono). — Venticinque lire un semplice consiglio, caro signore?

Gius. — Quando non è cento.

Ger. — Ma per un padre di famiglia?

Gius. — Se non ha preso moglie che ora!

Ger. — Sì; ma nella mia parentela siamo un po' come i conigli... Mettiamo quindici lire, via!

Gius. — Non mercanteggio. (suona il campanello)

Ger. (colla borsa in mano). — Gli affari vanno così male... Eccole un bel biglietto da venti lire, bell'e nuovo...

SCENA VI.

Un SERVO dalla destra. Detti.

Ger. — Neanche venti lire? (aspro) Bene, tenga, tenga le sue venticinque lire... Ma io sono molto più discreto nei miei affari.

Gius. — Piglia quel denaro, Bernardo; lo darai al Vicario per i poveri a nome di questo signore.

Ger. (furioso). — Non ci mancherebbe altro che si sapesse che regalo cinque scudi ai loro preti! (al servo) Dite che è lui il donatore e vi crederà: il Vicario sa probabilmente come il signore fa presto a guadagnarli. (via dal fondo senza salutare, col cappello in capo)

Gius. — Ha sentito?

Silv. — Valeva proprio la pena che tanta brava gente consumasse la vita nell'esilio e sui campi di battaglia per avere di cotesti cittadini!

SCENA VII.

PROSPERA e MARCOLINI dal fondo. Detti.

Marc. (parola spedita e volubile, interrotta da frequenti risatine). — Mille grazie, signora, ma non mi sono ignote le nobilissime sembianze dell'illustre avvocato commendatore Savelli. (a Giuseppe) Mi scusi, mi perdoni se premendomi di vedere suo nipote mi sono fatto lecito di accettare l'invito fatto senza distinzione agli amici di Tullio, prima di avere l'alto onore di esserle presentato.

Gius. — Non dica di più e s'accomodi. L'avvocato Silvestri, sostituto Procuratore del Re.

Marc. — L'ho già visto in tribunale; visto, sentito ed ammirato. (s'inchina a Silvestri e a Prospera, la quale lo ricambia e poi esce dal fondo) Dopo lei... Dopo lei, se non disturbo. (siede) Ma se per caso disturbo... (si rialza)

Gius. — Ma la prego... (Che sia già un cliente di Tullio?) Ella conosce adunque mio nipote?

Marc. — Moltissimo, illustre signor avvocato commendatore!

Gius. — Mi chiami semplicemente come desidero, signor Giuseppe.

Marc. — Modestia antica! Virtù perduta! Non per nulla lei è onore e decoro d'Astrea, degno rivale del Bastiani, il maestro di suo nipote, valoroso criminalista, ma meno di lei forte nel civile quanto nel criminale!

Gius. — Lei mi confonde... (Deve essere un pezzo grosso). E lei che ne dice di mio nipote, signor commendatore?

Marc. (si alza, s'inchina e risiede). — Grazie, ma non lo sono ancora. Di suo nipote non dico che una cosa, un pensiero, una frase: tutto dimostra in lui che è nato esclusivamente per il foro!

Gius. (a Silvestri). — Sente?

Silv. — Non mi fa meraviglia; è suo nipote.

Gius. — E dica, dica, signor cavaliere...

Marc. (come sopra, alzandosi, ecc.). — Grazie, ma non lo sono ancora.

Gius. — Possibile?

Silv. — Qualche eccezione a cercar bene c'è ancora.

Gius. — Ma scomparirà, scomparirà presto!

Marc. (come sopra). — Troppo gentile. Suo nipote farà una riescita splendida, fenomenale, direi quasi piramidale, così che eclisserà tutti quanti gli avvocati, e sa perchè? Perchè è nato avvocato come altri nasce poeta, vate, profeta.

SCENA VIII.

LUIGIA con un mazzo di fiori slegati che depone sul tavolo, dal fondo. Detti.

Silv. — A meraviglia! Ma lei ha una ricchezza di sinonimi e di aggettivi che sbalordisce.

Marc. — Eh! se toglie l'aggettivo alla letteratura e all'arte oratoria, che cosa resta? E poi due, tre martellate conficcano meglio un chiodo che una sola!

Silv. (scherzando). — È vero che lei piglia così il nostro cervello per un pezzo di legno, ma la spiegazione è evidente.

Gius. — Senti, Luigia, che cosa dice il signore di Tullio. (a Marcolini alzatosi) Mia figlia, stia commodo, signor..... professore.

Marc. — Non sono professore, grazie. Dicevo che Tullio è avvocato nato. Ma quale meraviglia se il destino lo faceva nascere di famiglia già famosa nell'arte oratoria? Quale meraviglia se sua madre, quasi presàga del futuro, bene vi auspicava battezzandolo col nome del più grande oratore romano, sebbene non fosse veramente un romano de Roma ma Arpinate, l'immortale più che divino Marco Tullio Cicerone?

Gius. — (Dev'essere un giudice di tribunale). È vero, signor magistrato, è vero.

Marc. — Grazie, non sono magistrato. La sua è adunque una vera consacrazione naturale, originale, direi fatale, sopratutto per le grandi cause criminali, perchè egli ha il segreto del nuovo e dell'impreveduto che intontisce il pubblico; il torrente di filippiche e il fuoco d'artifizio che annichila il Pubblico Ministero...

Silv. — Mille grazie dell'avvertimento.

Marc. (con un inchino). — Era un dovere per me. (seguitando) E infine l'arte superlativa, indispensabile per vincere; l'ineffabile arte di toccar le corde ai Giurati! — La parola essendo un fatto — for faris parlare ed agire — chi disse che il silenzio è d'oro non era certo un avvocato: la parola è un suono, è un'idea, ma forse più giova suono che idea, ed è perciò che Tullio ha una voce e due polmoni che possono lavorare tre, quattro ore come tutto il giorno, vale a dire finchè la parte avversaria non sia rimasta senza fiato. Che armonia in tanta forza! Che varietà di gamme dalle basse per parlare ai giudici, alle medie per i Giurati, alle acutissime per trafiggere il Pubblico Ministero! E a sentirlo vi par sempre che sia uno specialista, lo specialista del soggetto che tratta... (con sdegno) Il mio Tullio un miserabile specialista? Ma allora il concertista meraviglioso non saprebbe suonare che un pezzo, il comico potente non saprebbe recitar bene che una commedia! Tullio invece è tutta un'orchestra, tutta una compagnia di comici impareggiabili!

Gius. — Senza dubbio, il signore è un artista?

Marc. — Sarebbe troppo onore; ma a lei pare forse che paragonando Tullio ad un attore, gli faccia torto. No, illustre signore, perchè comico ed avvocato sono, in fondo, una cosa sola!

Gius. e Silv. — Oh via!

Marc. — E glie lo provo subito. Un avvocato non è forse tanto più bravo, quanto più fa valere la parte che si è assunto di rappresentare in Tribunale?

Gli altri. — Senza dubbio.

Marc. — E che cosa è un comico, se non l'avvocato che tanto s'immedesima nella sua parte, da farla parere parte sua, causa sua, passione sua? Dunque avvocati e comici professano in fondo una poco dissimile arte magnifica e fuggitiva, colla sola diversità che il comico non recita che in teatro, e non dà mai ad intendere di recitare la parte del patriotta per il bene del popolo e della nazione!

Gli altri. — Bravo, signor avvocato, bravo!

Marc. — Mille sentitissime grazie; ma non sono neanche avvocato.

Gius. — (Chi diavolo può essere?) Sono ben lieto che Tullio abbia tante disposizioni; ma al mio tempo non si conosceva l'avvocato concertista, attore e che so io!

Marc. — Lo credo io! allora non c'erano i Giurati, e toccar le corde ai magistrati, eh! eh! era tutto un altro par di maniche.

Silv. — Mi scusi; ma dove le ha trattate il signor avvocato Tullio tutte le cause che hanno rivelato il suo straordinario ingegno?

Marc. — Nel suo studio, fra me e l'avvocato Petronio Barbariccia. Io faccio da Giurato e Barbariccia da delinquente. A proposito, eccolo in persona.

SCENA IX.

PROSPERA e l'avvocato PETRONIO BARBARICCIA dal fondo. Detti.

Prosp. — (ironica) Un amico intimo del sor Tullio!

Gius. — Favorisca, signor avvocato.

Petr. — Sono amico di suo nipote, anzi compagno di università. Ciao Marcolini. Tullio mi ha dato appuntamento qui, ed io ci sono venuto senza géna.

Gius. (a Luigia). — Deve essere un francese. — S'accomodi.

Petr. — Dopo due ore di tram? Basta.

Gius. — Padrone. Fa anche lei l'avvocato?

Petr. — A che? Noi si bada ai principii e non ad arrangiarci. So quello che mi dico.

Gius. — (È più fortunato di me).

Marc. — Di' loro subito che dirigi un giornale.

Petr. — La Torpedine, al loro servizio.

Gius. — Alla larga! Ma il signore propugna forse la difesa delle nostre coste?

Petr. — Io non difendo nulla, al contrario. La Torpedine sociale.

Gius. — Allora la rottura! Ma, mi perdoni, non l'ho mai intesa nominare.

Petr. — Non mi meraviglio. So di quali idee lei è imbibito...

Gius. — Finora non capisco di quali sia imbibito lei; ma, ad ogni modo, sappia che le mie non hanno mai escluso nessuna opinione onesta e sincera.

Petr. — Il signor Silvestri potrà dirle quali sono le mie idee.

Silv. — Mi scuserà se in conversazione non ricordo mai quanto ho saputo o detto in correzionale.

Petr. — Tanto meglio; ma vorrà almeno aggiungere in processo di stampa.

Silv. — Se crede che debba dire così, sia.