GLI ALBORI
DELLA
VITA ITALIANA
Conferenze tenute a Firenze nel 1890
DA
O. Guerrini, P. Villari, P. Molmenti, R. Bonfadini, R. Bonghi, A. Graf, F. Tocco, P. Rajna, A. Bartoli, F. Schupfer, G. Barzellotti, E. Panzacchi, E. Masi.
QUARTA EDIZIONE.
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1897.
PROPRIETÀ LETTERARIA
Riservati tutti i diritti.
Tip. Fratelli Treves.
INDICE.
| Olindo Guerrini | [Preludio] | Pag. 1 |
| Pasquale Villari | [Le origini del comune di Firenze] | 15 |
| Pompeo Molmenti | [Venezia e le repubbliche marinare] | 47 |
| Romualdo Bonfadini | [Le origini del comune di Milano] | 77 |
| Romualdo Bonfadini | [Le origini della monarchia in Piemonte] | 103 |
| Ruggero Bonghi | [Le origini della monarchia a Napoli] | 132 |
| Arturo Graf | [Le origini del papato e del comune di Roma] | 171 |
| Felice Tocco | [Gli ordini religiosi e l'eresia] | 204 |
| Pio Rajna | [Le origini della lingua italiana] | 227 |
| Adolfo Bartoli | [Le origini della letteratura italiana] | 257 |
| Francesco Schupfer | [Le università e il diritto] | 287 |
| Giacomo Barzellotti | [La filosofia e la scienza nel periodo delle origini] | 317 |
| Enrico Panzacchi | [Le origini dell'arte nuova] | 350 |
| Ernesto Masi | [Epilogo] | 371 |
LE CONFERENZE DI FIRENZE SU GLI ALBORI DELLA VITA ITALIANA[1]
«Raccogliere ascoltatrici e ascoltatori devoti, quanti amano genialità di studi, vigoria di pensieri, pittrice eleganza nel dire, e invitare gl'ingegni più colti, perchè ognun di essi nelle spirituali adunanze, colorisca, secondo un ordine determinato, una parte del gran quadro della Vita Italiana nei varii secoli; parve assunto degno di quelle tradizioni di gentilezza onde Firenze si onora, e occasione bene augurata per procurare che i più valenti, mossi da un solo pensiero, illustrino le pagine gloriose della storia nostra civile. Firenze negli Orti neoplatonici, ai rezzi delle ville suburbane, nelle botteghe degli speziali, e poi nelle accademie e nei dotti ritrovi, ebbe in altri tempi il primato delle letterarie adunanze. Noi vorremmo che ora potesse modestamente dar l'esempio di eletti convegni, in cui l'ascoltare fosse studio e ricreazione dell'animo.»
Così diceva un manifesto che portava in calce alfalbeticamente disposti, i nomi di Guido Biagi, G. O. Corazzini, Tommaso Corsini, Francesco Gioli, Diego Martelli, Carlo Placci, Arnaldo Pozzolini, Piero Strozzi, Pasquale Villari, e che, distribuito ne' salotti fiorentini e forestieri e commentato in varie lingue dalla viva eloquenza di apostoli convinti, ebbe la fortuna d'essere accolto con ogni favore. L'idea d'una serie di letture sopra un determinato argomento parve utile e buona: avrebbero almeno servito all'intento di farci conoscer meglio una parte della nostra vita passata e ricondotto a Firenze uomini di chiara fama, la cui voce da un pezzo non avea risuonato fra noi.
Il manifesto piacque a quanti lo lessero. Scritto con uno stile leggermente précieux, parea fatto apposta per accarezzare gli orecchi più delicati, per esser ritenuto a memoria, come una musica di parole armoniose e soavi. Era destinato segnatamente alle signore, senza le quali, — come disse un amico dell'amico più grande che esse abbiano avuto, di Messer Giovanni di Boccaccio, non si può far cosa che abbia profumo di gentilezza. E le signore che rimandarono le schede di associazione con le loro firme in lettere inglesi, magre e sottili, aveano subito compreso d'essere invitate a metter su qualche cosa che avrebbe voluto esser durevole e degna.
Frattanto, mentre d'ogni parte si chiedevan notizie di queste letture e della Società che le aveva promosse, venne innanzi l'inverno. L'argomento della prima serie era già scelto: Gli albori della Vita Italiana: e, distribuite le parti, già cominciavano i giornali ad annunziare questo che sarebbe stato l'avvenimento letterario dell'anno, storpiando maledettamente quel povero titolo che, di proto in proto, si mutava ora in allori e ora in alberi.
Restava da sceglier la sala per le conferenze: e la scelta avea grande importanza perchè da essa dipendeva il carattere e l'intonazione delle letture. Il luogo alle volte determina il buon esito d'un'impresa: lo Stabat in teatro non sarebbe lo Stabat, e la musica del Barbiere, non potrebbe esser sonata sull'organo di chiesa. Così queste letture non dovevano diventare lezioni cattedratiche e nemmeno conferenze popolari. Una sala pubblica, l'Aula Magna, quella del Buonumore, la Filarmonica, la Sala di Luca Giordano, per un'infinità di ragioni, oltre a quelle accennate, non parevano adatte. Non ci voleva una sala a pigione; ma si desiderava l'ospitalità signorile di qualche antico palazzo. Il sogno era una bella sala con arazzi alle pareti, con un di quei larghi camini del quattrocento che invitavano i nostri antichi all'intimità del focolare, con le lumiere di nitido cristallo penzolanti da un soffitto a cassettoni, con il profumo dei fiori accomodati nelle paniere e nei vasi, con il tepore.... moderno d'un calorifero invisibile. E il sogno si avverò grazie ad un gentiluomo artista, sempre primo dove si tratti di tentare cosa utile e buona, e la cui benevola cortesia è a prova di fuoco come la porcellana della splendida Manifattura di Doccia. Il marchese Carlo Ginori, deputato al Parlamento, R. Commissario per le antichità e belle arti della Toscana, proprietario d'una fabbrica meravigliosa, cacciatore, schermidore e navigatore appassionato, affittuario dell'isola di Montecristo e, dopo tutto, bello e compito cavaliere, — concesse alla società la sala del suo palazzo, e le Letture fiorentine si chiamarono «le conferenze di Casa Ginori».
La scelta della sala e la pubblicazione del programma per la prima serie di letture che cominciarono il 1.º marzo 1890 per cessare il 19 aprile, crebbero la curiosità universale. Se ne parlava dappertutto, nei crocchi degli sfaccendati, come ai domino serali dei professori dell'Istituto Superiore, ai five o'clock tea delle più fashionables forestiere, come ai pranzi spirituali delle duchesse. Gli scolari chiedevano alla capitale o in provincia una tessera di giornalista per esservi ammessi; i giornalisti soli si dolevano di non poter essere, almeno una seconda volta, scolari.
Il primo marzo alle 3 pomeridiane precise, Olindo Guerrini saliva trepidando sulla cattedra improvvisata nella sala Ginori e sedutosi per leggere il suo Preludio, onde iniziavasi la serie delle Letture, si guardò intorno con occhi spauriti. Gli s'affollava da presso e lo stringea d'ogni parte una folla di ascoltatrici e d'ascoltatori curiosi, un pubblico da dar soggezione ai più esperti e da far subito desiderare a qualunque oratore di poter lì per li scomparire. Davvero meriterebbe uno studio particolare l'uditorio di quella sala, composto com'era di quanto ha Firenze di più culto ed eletto. Abbozzare qualche ritratto sarebbe indiscretezza; dirò soltanto che c'eran signore d'ogni età, d'ogni classe, d'ogni nazione, giovinette studiose che non perdevano una sillaba di quanto sentivano, gentildonne rinomate per genialità di studi e per eleganza di non studiati pensieri, donne ammirate per opere d'ingegno e per amore alle arti, volti sbiancati dagli anni ma cari e venerandi, volti rosei e sorridenti nella primavera della vita e ne' trionfi mondani, volti eburnei di fanciulle dallo spirito arguto, chiome nere con qualche filo d'argento, chiome sfidanti l'ala del corvo, o rutilanti come l'oro liquefatto o bionde come le spighe mature; occhi stellanti fatali ai poeti, e poeti co' baffi appuntati, e senatori veleggianti nel mare dei sogni entro le punte d'un solino, e giovinotti azzimati col fiore all'occhiello, e scolari, e artisti, e ufficiali, e barbe e occhiali di professori....
Le conferenze ebbero sempre questi giudici che non disertarono il campo. Conosco signore che si fecero scrupolo di mancare una sola volta; altre che vennero da lontano per assistervi; altre e moltissime che rimasero col desiderio, e scrivevan lettere alle amiche per aver compiuti ragguagli. Ma dei singoli oratori non parlo: l'opera che tutti insieme questi valenti ingegni hanno compiuto è una splendida pagina della nostra storia, da essi rimessa in luce. Gli Albori che si distinguevano a mala pena di mezzo alle oscurità delle origini, son ora rischiarati dalle indagini e dalla dottrina d'uomini per i quali il sapere è professione; ed ora il bel volume edito dai Treves appagherà il desiderio di quanti non poteron ascoltare questi artisti della parola.
Io non farò che enumerarli. Al Guerrini, nel cui volto tutti cercavano i lineamenti ideali di Lorenzo Stecchetti, successe l'onorevole Romualdo Bonfadini che svolse la prima parte del tema Le Origini dei Comuni Italiani. Parlar di Milano fu per lui facile assunto, e più facile ancora incatenare gli uditori con parola fluida ed ornata. Alto della persona, con una voce baritonale, col gesto largo e l'aspetto d'un padre nobile, riaffermò la riputazione ormai assodata di parlatore valente. Venezia e le repubbliche marinare era la seconda parte del tema sulle Origini dei Comuni e toccò a Pompeo Gherardo Molmenti, che la trattò con finezza d'artista e con quella signorile eleganza ch'egli sa mettere in ogni cosa. La terza parte: Firenze, fu il trionfo del Villari che, come pensatore profondo, come oratore appassionato ed efficace, ebbe un de' maggiori successi di che possa andar lieto. Salito sulla cattedra, riuscì subito ad affascinare il pubblico con la vivezza del dire improvviso e la chiarezza del ragionamento. Il Villari non è un dicitore studiato: la sua eloquenza è tutta cose, e prorompe dalla profondità del sentimento, dalla convinzione della verità di quanto afferma. Lo chiamerei un oratore all'inglese, perchè appunto sdegna i piccoli artifizi della rettorica e, come il suo grande maestro De Sanctis, fa consistere tutta l'arte nella sincerità e nell'onestà del pensiero.
Le Origini del comune di Firenze, che posson credersi un soggetto arido e freddo, appena tollerabile per un erudito, furono per lui tema di splendide considerazioni storiche, dalle quali assurse a concetti nobilissimi sulla società umana e sulla moralità sociale. Gli uditori scaldati a quell'onda di vivide e calde parole, salutaron con applausi entusiastici l'illustre autore del Savonarola, del Machiavelli e delle Lettere Meridionali che avea trovato in quell'ora, dinanzi a così eletta adunanza, le note più squillanti e più umane della sua eloquenza d'artista.
Alle Origini dei Comuni successero le Origini della Monarchia in Piemonte ed a Napoli. Dovea parlare del Piemonte Giuseppe Giacosa; ma, impeditone da malattia, fu sostituito egregiamente dal Bonfadini che ebbe un'altra volta liete e cordiali accoglienze. Di Napoli lesse più tardi, quando fu rimesso in salute, Ruggiero Bonghi che svolse il tema al solito con molta e soda dottrina.
Le origini del Papato e del Comune di Roma dettero modo ad Arturo Graf, al poeta di Medusa, all'autore del Diavolo, professore nell'Università di Torino, di mostrare com'egli sappia accoppiare una straordinaria cognizione dei fatti con una non comune facilità d'esposizione. Pio Rajna, la cui dottrina di filologo è pari soltanto alla nobile rigidità del carattere, parlò delle Origini della lingua Italiana con autorità di scienziato e con garbo di artista, rendendo accessibili le più difficili ed intricate questioni. A Francesco Schupfer le Università Italiane ed il Diritto dettero agio di esporre molte nuove e sapienti vedute intorno al grave e importante argomento. Il professor Felice Tocco, parlando da maestro degli Ordini religiosi e dell'eresia, confermò la sua fama di pensatore originale e profondo e di geniale espositore.
Le due letture che seguirono, quella del professore Adolfo Bartoli sulle Origini della Letteratura Italiana e quella di Enrico Panzacchi, furono, con l'altra del Villari, giudicate bellissime fra le più belle di questa serie. Il Bartoli lesse, con limpida dizione, alcune splendide pagine che compendiano mirabilmente quant'egli ha scritto in molti e pensati volumi. Il Panzacchi con una calda improvvisazione trattò delle Origini dell'arte nuova, e il poeta bolognese non fu mai come quel giorno ispirato ed eloquente. Quando ebbe finito gli fu fatta una vera ovazione, e le signore lo circondarono come volessero rapirlo.
Una bella lettura del prof. Giacomo Barzellotti sulla Filosofia e le scienze nel periodo delle origini, in cui con forma chiara ed artistica si spiegano i più astrusi problemi onde le menti umane erano allora affaticate, e un meraviglioso Epilogo di tutte le dodici letture, nel quale Ernesto Masi dimostrò d'essere ad un tempo pensatore profondo e dicitore elegante, chiusero la Prima serie dedicata agli Albori, il 19 di aprile.
Quel giorno un cartoncino stampato con tutti i lenocinii dell'arte e distribuito alle ascoltatrici e agli uditori plaudenti, annunziava per l'anno venturo una nuova serie di letture sulla Vita Italiana nei secoli XIII e XIV. Il roseo manifesto porta anche la firma del marchese Carlo Ginori chiamato, per le sue benemerenze, a far parte della Società promotrice di pubbliche letture.
Così andò, e — lasciatemelo dire — andò proprio bene!
Guido Biagi.
PRELUDIO
DI
OLINDO GUERRINI
Quando, egregie signore e signori, quando l'autore ha compiuto l'opera, allora comincia a pensare alla prefazione. Così il signore Iddio, dopo aver creato dal nulla l'Universo, pensò alla prefazione — all'uomo — e lo creò ultimo, a propria imagine e somiglianza. Ma il pubblico, che non è iniziato ai misteri della tecnica d'arte, e ignora, per fortuna sua, con quali artifizi si costruiscono un libro o un dramma musicale, crede ingenuamente che l'opera sia stata pensata ed eseguita in quella stessa successione di tempi e di idee in cui la trova disposta. Crede cioè che l'autore abbia cominciato dal principio e finito colla fine; e che la prefazione o il preludio, che stanno sul limitare del libro o del dramma, sieno stati i primi, in ordine cronologico, ad esser composti.
E il buon pubblico erra. Che se, del resto, ragionasse soltanto per analogia, si convincerebbe subito che una gran parte delle faccende di questo mondo, contro ogni canone apparente di logica, non cominciano dal principio. Sembra un paradosso, ma è un fatto di tutti i giorni. Quante spese, per esempio, fatte prima d'avere i denari! Tutta la teoria del credito è fondata appunto su questa facoltà particolare dell'uomo di poter cominciare dalla fine. Quanti dottori esercitano la professione prima d'averla studiata; quanti sonetti si cominciano a scrivere dall'ultimo verso, quanti romanzi si cominciano a leggere dall'ultimo capitolo. Quante affermazioni prima della certezza, quanti giuramenti prima della convinzione, quante nozze prima dell'amore! L'uomo è un essere perfettamente illogico; il che lo distingue dai bruti.
Nel caso nostro poi è legge di natura, fatale come quella della gravità, che la prefazione debba esser fatta dopo il resto. Nella prefazione l'autore riassume il contenuto dell'opera, indica l'ordine, espone il metodo seguito e passa in rassegna le opinioni de' suoi colleghi sullo stesso argomento. Dimostra a luce meridiana, ciò s'intende, che tutti i colleghi e predecessori ebbero sempre torto marcio; pone delicatamente in dubbio lo stato delle loro facoltà mentali, la loro fedina criminale e il loro stato di famiglia, e dopo di averli spesso gratificati di molti ma non nobili titoli, passa a dimostrare la propria superiorità, la virtù propria, il proprio genio. Ora tutte queste operazioni espositive non possono esser condotte a bene che ad opera compiuta, quando l'autore ha finalmente un'idea chiara di quel che voleva fare e di quel che gli è riuscito di fare. Se la ciambella gli riuscì col buco egli la trasforma in altare e vi erige sopra un tempio nella prefazione, dove offre a sè medesimo la mirra e l'incenso, e fa la ruota in faccia agli ammiratori e tempera le saette per gli eterodossi. Se la ciambella poi, non che col buco, riuscì senza la minima traccia di soluzione di continuità, allora l'autore, come potete credere, fa precisamente lo stesso, si erige l'altare, si fabbrica il tempio e gratifica sè stesso dei più puri e più grati incensi della rettorica. Poichè, dal giorno in cui fu trovata questa meravigliosa e matta arte dello scrivere, non fu mai scrittore persuaso di aver fatto un brutto libro. Che se mai ne nascesse un solo, in verità vi dico, che in quel giorno il sole si oscurerà perchè sarà prossimo il giudizio universale.
Ad ogni modo, per tornare in carreggiata, qualunque sia il genere o la fortuna dell'opera, resta fissata questa legge che la prefazione si fa per l'ultima.
E se non bastassero le prove addotte, basterebbe pensare un poco al preludio di un dramma musicale. Ivi il maestro espone o riassume i motivi principali dell'opera, quasi li racconta ad uno ad uno al pubblico, il quale per lo più non è loro avaro di applausi d'incoraggiamento in principio, quanto è prodigo poi di energici fischi di scoraggiamento alla fine. Ma se l'infelice maestro non avesse già finita l'opera, come potrebbe accennarne i motivi principali nel preludio? È dunque provato che l'esordio si fa dopo la conclusione: il che era da dimostrare.
Da quel che ho detto fin qui, risulta anche provata un'altra affermazione non meno inutile, che cioè la prefazione è una instituzione antichissima.
È chiaro infatti che, le leggi naturali non avendo mai subito alcun mutamento, gli autori della più remota ed incredibile antichità debbano aver avuto le stesse passioni e sofferti gli stessi bisogni che questi moderni. Intendo rispetto alle relazioni col pubblico, e non al contenuto delle opere. Non so se come tutte le invenzioni anche questa ci venga dalla China. Certo se lo merita. Ma ad ogni modo quel remotissimo figlio del Cielo che primo commise una prefazione, fu tratto dal desiderio di parlare di sè, della sua opera e di propiziarsi il lettore, riuscendo come sempre all'effetto contrario, perchè è vero quel che dice il Pascal che l'io è odioso.
Il costume latino, anzi più precisamente italiano, vorrebbe qui che io vi sprofondassi meco nelle voragini della più oscura erudizione, in cerca delle origini della prefazione. Avrete notato infatti che presso di noi non si scrivono poche pagine sopra le cose meno importanti del mondo, se, col pretesto di illuminar bene il lettore, non si risale alle origini del genere umano. I più discreti si contentano della Bibbia. Molte volte vi sarà capitato in mano un opuscolo che parla di un quadro, di un coccio di maiolica o di un arazzo, e avrete visto che una buona metà è spesa a ricordarvi le pitture degli Egizi, i vasi degli Etruschi, e le tele di Aracne. L'autore vi fa subito capire che vi stima ignoranti e v'insegna, bontà sua, che Jubal inventò la musica e Tubalcain la metallurgia. Gli atti e le memorie delle Accademie storiche od archeologiche, ora quasi esclusivamente consacrate allo studio assiduo delle pentole e dei pentolini storici e preistorici, primeggiano specialmente in questo comodo genere di pedanteria. È incredibile come l'uso delle pentole fosse comune presso i nostri lontani progenitori e come fosse grande la malizia loro nel nasconderle sotto terra per fornir materia agli atti accademici; ma è più incredibile ancora l'estensione e la profondità che ha preso ai nostri giorni questa scienza dei pentolini, per cui gli archeologi moderni, dopo aver esposto tutta la storia della ceramica, da certi segni e da certe graffiature sanno dirci appuntino se il coccio fu di un Umbro o di un Ligure, se il vasaio fu bello o brutto, ammogliato o scapolo. Il che importa molto alla umanità ed alla archeologia.
La consuetudine italica del far precedere ad ogni più piccola cosa una storia completa e un profluvio di erudizione, somiglia molto al morbo della prefazione. È sempre un preambolo che si volge bensì alla crassa ignoranza del lettore e non alla sua supposta simpatia, come accade per lo più nella prefazione veramente detta; ma come preambolo deve esser messo cogli altri. Ed anch'io per non esser meno buono italiano e meno felice proemiatore, dovrei seguire questa bella tradizione di erudita seccatura ed infliggervi il supplizio della storia e della preistoria della prefazione. Ma tanta è la cortesia che mi avete dimostrato, e per la quale vi sono gratissimo, che sento l'obbligo di essere umano e vi risparmio la solita risalita della corrente dei secoli, la solita Bibbia e i Fenici e gli Egizi.
Non posso però fare a meno di ricordarvi i Greci, perchè tanto fu lieto il loro beato cielo che vide nascere gli uomini meglio proporzionati del corpo e dell'intelletto che fossero mai. Il buon gusto fiorì tanto e così felicemente sul fortunato suolo dell'Ellade, che il suo profumo penetrò perfino la coriacea compagine della prefazione, la indusse ad esser breve, e gli scrittori che erano Ateniesi nel testo, furono Spartani nel proemio. Tempi invidiabili ed invanamente desiderabili, nei quali Tucidide preludeva alla sua storia con dieci righe, ed Erodoto preponeva alle sue Muse immortali queste sole parole: «Erodoto d'Alicarnasso avendo per ricerche conosciuto tra le altre cose, le cagioni delle guerre tra i Barbari ed i Greci, le scrisse in questi libri e le pubblicò, perchè le cose fatte dagli uomini non siano in progresso di tempo dimenticate, e le azioni preclare e mirabili, così dei Greci come dei Barbari, non siano defraudate della debita lode.» E nient'altro! Nell'originale sono trentanove parole, poco più di un telegramma comune. Oh, se i fati benigni avessero concesso che le prefazioni fossero tutte così, io credo fermamente che l'umanità sarebbe più felice!
I Romani, grandi corruttori d'ogni cosa, guastarono questa aurea e santa semplicità greca, e la prefazione di Tito Livio, per quanto bella, non è più così breve. A poco a poco il decadimento non ebbe più riparo e si giunse a tanto che Cicerone confessa ad Attico di aver pronta una raccolta di prefazioni che possono adattarsi a qualunque libro.
A tanto giunge il demone della prefazione, e c'è chi sostiene che i primi capitoli sallustiani della congiura di Catilina e della guerra di Giugurta, non siano appunto che due prefazioni del genere delle ciceroniane, a doppio uso, come i sofà letti o le canne seggiole, poste in fronte al libro. Tanto e così esecrabile fu l'imperversare della prefazione, che il pubblico irritato, nauseato, si ribellò, e ai tempi di Plinio il giovane le prefazioni erano cadute in disuso. Quanti forse tra voi non si augurano ora il ritorno di quella felice rivoluzione!
Ma la ribellione del pubblico e la sua avversione ai proemi, da Plinio in qua, seguitò vivacissima e per 18 secoli non ha smesso e spero che non smetterà così presto. C'è una guerra, ora sorda, ora fieramente rumorosa tra gli autori e i lettori. I primi hanno bisogno di parlar di sè e dell'opera propria, gli altri non ne vogliono sapere, hanno fretta e stimano perduto il tempo speso nei preamboli. Il commensale che ha l'appetito in resta sdegna i piattini dell'antipasto e si butta ai piatti di resistenza. Chi ha un colloquio, d'affari o d'affetto, se la cosa gli preme, salta il proemio ed entra subito in materia. E gli autori sono tanto ciechi da non vedere che quando si salta la prefazione si fa un elogio al libro, poichè si crede di trovarlo buono e si ha fretta di leggerlo. E che quando si fa sul serio si dimentichino i preamboli, ce lo insegnò quello stesso Cicerone che teneva le prefazioni bell'e fatte e lo confessava senza arrossire. Quando si trovò in faccia, non un avvocato in tribunale, ma Catilina in Senato, e non si trattava più delle ciarle del poeta Archìa, ma della testa che non era molto sicura sullo spalle; Cicerone, l'uomo delle prefazioni premeditate, l'uomo che ispirò al Passeroni un enorme poema che non è altro che una prefazione senza libro, credete voi che ricordasse i precetti dell'oratoria e curasse che la parrucca della rettorica fosse pettinata con tutte le regole? Si faceva sul serio, e saltò a pie' pari nell'argomento e cominciò ex abrupto col celebre quousque tandem. La paura di perdere il capo non gli fece perdere la testa e spettava proprio a lui ad insegnarci con tanta autorità che quando la cosa preme i preamboli sono dimenticati.
Ebbene, il pubblico ha sempre fretta. Vuol conoscere il libro e non l'autore. Questi gli sorride dietro le frasche della prefazione, gli strizza l'occhio e gli dice: guardami come son bello! Ma il lettore vuole il libro e non le smorfie: non cura gli sfoghi del povero autore che ha tanto bisogno di convincere il prossimo della perfezione dell'opera sua, di perorare, di persuadere; ma tira dritto, salta le prime pagine serenamente e comincia il libro. L'autore insiste, ma l'altro fa di peggio. Di qui una guerra accanita, di stratagemmi, di imboscate, d'insidie; qua per immergere proditoriamente un'acutissima prefazione nel cranio del prossimo, là per schivare l'orribil colpo e punire degnamente lo scellerato aggressore. Le peripezie della lotta sono varie e la fortuna alterna. Oggi, per esempio, lo sorti volgono contrarie alla prefazione; il Dio delle battaglie sorride ai lettori. Vedete la poca fortunata resurrezione del prologo nelle commedie. Quando gli eventi della guerra favorirono gli autori, costoro infierirono sui miseri vinti ed inflissero loro il supplizio di questi prologhi che narrano anticipatamente la commedia e le lodi di chi la fece. Mutate le sorti, il prologo fu sepolto a suon di fischi. Ma eccolo, cadavere quattriduano, uscito dalla fossa, così sfiaccolato e bastonato che non c'è bisogno d'esser Profeti o Sibille per predire il suo prossimo ritorno alla pace del sepolcro. Vedete anche il preludio dei drammi per musica, il quale, o arieggia alla concisione greca, o si stacca dall'opera, sotto forma di sinfonia, e tende a vivere di vita propria e non parassitaria. Così abbiamo opere senza preludio e sinfonie senza opera, come segno certo della decadenza della prefazione e dell'abominio in che è tenuta dal pubblico.
Ma gli autori sono costanti, tenaci, testardi. Come i Pelli Rosse camminano cautamente nel sentiero di guerra, si appiattano alle cantonate dei librai e scuoiano senza pietà il povero ingenuo che cade nell'insidia. O si infingono come l'avvelenatore ed aspergono di falso liquore gli orli del vaso, cercando di fare inghiottire la prefazione sotto il nome di preludio, di preambolo, di esordio, di proemio, di avviso al lettore. O commettendo ad altri il mandato di perpetrare il misfatto premettendo al libro una lettera di amico illustre o le lunghissime due parole dell'editore. Non v'è furberia che non sia stata adoperata, non v'è lacciuolo che non sia stato teso. Il Manzoni inventò un brano di cronaca vecchia. Altri più basso e più tardi, trovò la gherminella dell'amico che pubblica i versi dell'amico morto ed abusò di tutti i più sacri sentimenti di pietà e di compianto pur di far scoccare l'indegna trappola della prefazione.
Quando il lettore c'è caduto una volta, inferocisce, e vede dappertutto il fantasma della prefazione che lo perseguita. Poche prefazioni si sono salvate dalla fiera ecatombe, e si sono salvate perchè in fondo non sono prefazioni. Il prologo del Decamerone è il racconto della peste, l'introduzione all'Enciclopedia una esposizione di principii filosofici, il proemio al Cromwel un codice di precetti d'arte. Si sono salvate, prima, certo, perchè belle, poi, certissimo, perchè impersonali. Infatti possono stare assolutamente senza il libro e non sono prefazioni che pel posto occupato nella paginatura. Tutte le altre sono involte nell'odio e nella maledizione, e il lettore che si sente inseguito dall'autore, gira alla larga, cogli occhi sospettosi; indovina il nemico, come la colomba lo sparviere; fiuta il pericolo da lontano, lo fugge coll'anima guasta e il fegato avvelenato, e non ha abbastanza vituperi, oltraggi e anatemi pel nemico che lo tribola e lo caccia, il fratricida Caino!
Ma se gli odii e le vendette fra le parti belligeranti sono giunte a tale che per poco non si danno al cannibalismo, considerate che si tratta sempre di una prefazione scritta, di poche carte stampate che si possono non leggere o sopprimere, se così piace. Ma che avverrà quando la prefazione incarnata e fatta uomo, spinge la temeraria crudeltà fino a presentarsi ad un pubblico di persone ben educate e gentili quanto si voglia, ma non meno sensibili ai tormenti, non meno dolorosamente eccitabili al martirio di un preambolo? È il mio caso. Io sono qui l'odiosa, l'orribile, la spaventosa prefazione, cosciente del male che fa e dell'avversione che desta. Io sono la prefazione eseguita contro ogni ragion tecnica dell'arte, cioè fatta prima dell'opera e non dopo. Io sono la vittima, ahimè non innocente! che gli autori hanno designato al sagrificio, la mascula Ifigenia che colla sua perdita deve propiziare i venti alle altrui navi. Si cercava Curzio che si gettasse nella voragine, Orazio al ponte, Muzio Scevola all'ara. Si volle uno che morisse pel popolo tutto, un candido agnello, una bianca colomba da offrire al nume irato su questo altare; ed eccomi, candido agnello, bianca colomba, accettante la passione, interceditrice per tutti.
Che se la giusta fama della cortesia vostra non mi avesse persuaso, avrei respinto con orrore questo ufficio spietato di prefazione viva. D'altronde ricordai il detto di uno Svizzero arguto, secondo il quale l'amore prima del matrimonio è una prefazione troppo corta ad un libro troppo lungo, e pensai di esser breve anch'io come l'amore, per conciliarmi la vostra benignità. Quanto al matrimonio ci penserete voi ed i miei successori, contentandomi di augurarvelo felice e ricco di numerosa prole.
Comincia dunque così un ciclo di letture in questa gentile e gloriosa Firenze, destinata, senza dubbio, dal suo fato a far attecchire finalmente in Italia questo genere d'arte e di coltura. Pur troppo, finora, presso di noi, anzi in tutti i paesi latini, i tentativi fatti non ebbero che risultati mediocri, mentre nei paesi nordici, e specialmente anglosassoni, la lettura e la conferenza ebbero ed hanno una vita vivace e lodata. Di chi la colpa? Un po' di tutti; dei lettori e del pubblico. I primi furono per lo più troppo inamidati, troppo accademici, e il pubblico troppo esigente, troppo facile alla stanchezza. Quest'arte deve ancor fiorire e fruttificare tra noi, e senza dubbio la palestra che una colta società apre oggi ai migliori ingegni italiani, gioverà a far amare questi ludi minervali, e la prova sarà vinta. Poichè, non è già che le razze germaniche siano dotate di maggior forza di resistenza fisica e morale, da sopportare letture di maggior peso che gli omeri nostri non possono tollerare. Non è che gli uomini del settentrione, abituati fino dalla puerizia ad una ragionevole ginnastica del corpo e della mente, ne traggono muscoli più rigidi e nervi più tesi contro l'urto e lo sforzo della seccatura. No, poichè non v'è possa umana capace di resistere a tanto, e ve ne accorgete pensando soltanto che forza erculea si richiegga per reprimere un indiscreto sbadiglio. La ragione sta qui; che gli ascoltatori nordici hanno l'abitudine, ed i lettori l'attitudine alla conferenza. I protestanti hanno sostituito sermoni e conferenze alle nostre prediche, lasciando in disparte l'enfasi e la gonfiezza che dal Segneri in qua sciupano la nostra eloquenza sacra, ed accostandosi sempre più al fare piano e persuasivo delle lezioni e delle letture laiche, educando alla lor volta gli ascoltatori a questo genere d'arte e guidandoli a gustarlo ed a compiacersene. Così i lettori e gli ascoltatori, anche per questo, si sono raffinati ed educati, e tra loro vibra spesso quella corrente di simpatia che è indispensabile perchè una lettura non riesca a male. Infatti una conferenza è una grande gabbia, dove sono chiusi due cani, o mettiamo due bestie più nobili, due leoni, che debbono passare un'ora insieme. Cominciano a guatarsi, a scodinzolare e ad annusarsi. Se c'è la corrente di simpatia, l'ora passerà bene; se la simpatia non c'è, accade la baruffa e uno dei duellanti è inevitabilmente accoppato. Così se la corrente ipnotica non si stabilisce tra il conferenziere e gli ascoltatori; o il primo fa morire i secondi coll'asfissia, o i secondi ammazzano il primo colla disapprovazione. In ogni caso poi, qualunque dei due abbia la peggio, chi muore veramente e di mala morte, è l'instituzione. Il giusto, secondo il solito, muore pel peccatore.
Ora, se altrove questa corrente di sensi simpatici fra i lettori ed il pubblico è diventata quasi abituale, purtroppo dobbiamo confessare che in Italia non è frequente. E la ragione è facile. Le conferenze sono freddolose; una temperatura mediocre le ammazza subito, è finchè le signore non si decideranno a frequentare con assiduità questi convegni dove l'arte o la scienza le desiderano, l'ambiente sociale e morale sarà sempre freddissimo.
La donna, che (in generale s'intende) ha i nervi più forti dell'uomo, tanto che riesce a ballare un carnevale intero senza stancarsi, si spaventa troppo facilmente all'idea di un piccolo sforzo di attenzione. La sua nativa delicatezza rabbrividisce all'idea di un quarto d'ora di raccoglimento. E se qualche lettore non la contenta, generalizza troppo e si sdegna colla instituzione intera, la sfugge e colla sua assenza la fa morire gelata. Se le signore sapessero come la loro presenza riscaldi, come i loro begli occhi illuminino questi convegni, quanto calore e luce e vita diano a tutte le cose umane il loro aspetto e la benevolenza loro, come voi, egregie Signore, sfiderebbero il pericolo di qualche momento non perfettamente allegro, mosse dall'idea di far un'opera bella, utile e veramente degna della fine cortesia femminile. Che se v'ha certezza di buona riuscita per questa colta società che promove le letture, essa sta tutta nella felice conciliazione dell'opera intrapresa, colle simpatie e colla lieta presenza dell'eterno femminino.
Se in Italia poi è città alcuna più degna di dar vita a simili imprese e dove più fausti sorridano gli auspici, senza dubbio è questa — la cara e gentilissima Firenze — dove le conferenze sembrano esser nate, e dove certo per lunghi secoli vissero prosperamente. Quando la caligine del medio evo cominciò a diradare, e gli uomini, che tornavano a sentirsi giovani, credettero alla bellezza ed all'amore, su per questi giocondi colli fiorentini, fuggendo la morìa e lo spavento, tre giovani e sette fanciulle cominciarono il più lieto corso di conferenze che sia mai stato. Infatti, che altro è il Decamerone se non una serie di conferenze amorose, ora geniali, ora brutali, scintillanti ancora dell'arguzia fiorentina, spiranti ancora l'alito dell'antica vita italiana? Ma passata la gaiezza della fiorente gioventù, quando la dolce fiamma dell'amore fu spenta, un'altra illusione sorrise agli ingegni fiorentini, l'illusione della filosofia. Ed in questa disperata ricerca dell'ideale, in questa speranza sempre vana di sapere il perchè delle cose, ecco rinascere la conferenza, e il Ficino negli Orti famosi, parlare ai fratelli in Platone e cercare affannosamente le prove del Cristianesimo nella filosofia nata già sotto i platani e gli olivi di Acadèmo. E rifiorirono le beltà dell'arte, frondeggiò l'albero della scienza in questa Atene italica che dell'antica ebbe tutto, il genio, la gloria e talvolta anche i vizi.
Caduta la giovinezza con l'amore, sfiorita colla speranza la virilità, venne il doloroso periodo della scienza che è fatta di disillusioni e di scetticismo. Già il Machiavelli leggeva i discorsi sulle Deche negli Orti neoplatonici e cercava, non più le recondite ragioni dei fenomeni universali, ma il segreto dei fatti e delle coscienze contemporanee. Il vero, il freddo vero, rimane immobile e terribile sulle ruine degli ideali e dei sogni caduti. Agli entusiasmi dell'amore, della fede, della speranza, succedono, come i vecchi ai giovani, i severi studii della realtà e della esperienza, e in questo radioso e divino sole di Toscana, Galileo trova e numera le macchie. L'Accademia del Cimento notomizza la natura, l'Accademia della Crusca notomizza la lingua. Non ci sono più entusiasmi e tutta una generazione di vecchi frigidi, lavora matematicamente precisa a scrutare, a compilare, a raccogliere; ma sul suolo spossato la pianta della conferenza vegeta ancora, diventata scientifica, erudita o anche pedante, pur tuttavia verde e vitale. Persino gli ultimi e più cinerei tempi della decadenza la videro trasformata in misere cicalate, ridotta ai puri lenocinii della lingua, ultimo belletto alla decrepitezza del pensiero; ma la videro tuttora, quasi a testimoniare della sua tenace vitalità in queste propizie aure toscane. Le annose radici gettarono polloni ancor verdi fino a che i tempi furono maturi e compiuti.
Ed ora, rinnovata ogni cosa nella vita sociale, politica e letteraria, ecco di nuovo la conferenza antica che, sotto forma di lettura, ringiovanita e rinnovata, si ripresenta ai colti fiorentini, non immemori delle gloriose loro tradizioni. E così, uscita dal pelago alla riva, si volge all'acqua perigliosa e guata il passato e si propone di dipingervi per ora il lontano periodo delle origini, il principiare dei Comuni, della Monarchia, del Papato, della lingua e dell'arte. Eccola, sotto il patrocinio di illustri uomini, col decoro di celebri nomi, ricordarvi che, nata già in Firenze, a voi, concittadini suoi, spetta il farle accoglienze oneste e liete ed assicurarle vita duratura. Eccola, per indegno ambasciatore, rivolgersi fiduciosa a voi, graziose signore, chiedendo la benevolenza e l'amor vostro che vivifica, riscalda ed illumina. Eccola, infine, ad implorare la vostra cortese pietà per la vittima della prefazione.
NOTA.
Alle letture fiorentine doveva preludere l'onor. Ferdinando Martini. Ma l'illustre uomo, trattenuto a Roma da gravi doveri, non potè, ed io fui chiamato a sostituirlo.
Grato agli egregi amici che pensarono a me ed a tutti coloro che benevolmente mi accolsero e festeggiarono, mi è forza però far noto ai lettori come fu fatta questa conferenza; cioè quasi all'improvviso. Ed essendo prefazione ad un libro ancora da farsi, non poteva darne che cenni vaghi con parole inconcludenti. Si trattava di menare il can per l'aia un paio di quarti d'ora, tanto per cominciare. Il che mi sia di scusa presso coloro che cercheranno qualche cosa qui, e non la troveranno. O. G.
LE ORIGINI DEL COMUNE DI FIRENZE
DI
PASQUALE VILLARI
I.
Signori e Signore.
Chiunque sente annunziare una conferenza sulle origini di Firenze, immagina subito una serie svariata di avvenimenti fantastici e pittoreschi: castelli feudali; associazioni di operai, che combattono intorno al Carroccio; poeti; pittori; l'origine delle arti, della lingua, della cultura italiana. Chi invece ha l'onore di fare la conferenza, e si pone a studiare coscienziosamente il soggetto, si trova dinanzi alcuni brani di vecchi annalisti, i quali contengono una serie scarsa di aride notizie, poco più che dei nomi e delle date: le date spesso sbagliate, i nomi non sempre intelligibili. È facile immaginarsi come gli antichi sciupassero qualche volta i nomi, se noi pensiamo che, per esempio, un cronista quale era Giovanni Villani, nel parlarci di Federico II di Svevia, di Corradino e degli altri della famiglia Hohenstaufen, di Casa Sveva, traduce questo nome in Stuffo di Soave. E così avvenne che gli scrittori moderni, in tanta scarsità di notizie, ricorsero fra di noi al partito di rinunziare addirittura a discorrere delle origini di Firenze. Basti dire che l'illustre marchese Gino Capponi, nella sua grande opera, dopo una brevissima introduzione, fa un salto fino alla morte della Contessa Matilde, e poi in dodici pagine tratta più di un secolo di storia, arrivando fino al 1215.
Gli antichi si trovarono dinanzi a questa medesima difficoltà. Ma essi seguirono un metodo molto semplice. Il Villani ed altri cronisti, non trovando notizie sulle origini di Firenze, ci dettero una leggenda, che non ha nessun fondamento storico, e non ha neppure la poesia che si trova nelle leggende che circondano le origini di Roma e delle città della Grecia. È una leggenda, invece, che qualche volta manca addirittura di senso comune. Basti dire che in essa (quale almeno la leggiamo nel Malespini) ci si descrive la moglie di Catilina, che, il giorno della Pentecoste, va a sentire la messa nella Canonica di Fiesole.
Bisogna quindi ricorrere ai documenti; ma i documenti fiorentini che noi abbiamo, cominciano quando già il comune esisteva da un pezzo. È naturale che il Comune non potesse fare dei trattati, delle leggi prima di cominciare ad esistere. Abbiamo quindi bisogno d'aiutarci colla storia generale del tempo, coi documenti posteriori, o di altri luoghi vicini; di interpretare delle frasi; fare delle indagini, per potere, retrocedendo con la induzione, cercare la spiegazione degli avvenimenti anteriori. E così è che a voler fare davvero una buona conferenza sulle origini di Firenze, bisognerebbe farla estremamente noiosa.
Ma si dirà: perchè scegliere allora un tale argomento? Ve ne sono tanti nella storia d'Italia meno oscuri e più dilettevoli. Perchè scegliere questo appunto delle origini? Il vero è che esso ha pure la sua grande importanza, la quale risulta da più e diverse cagioni. E prima di tutto ve n'è una assai generale. Il Comune italiano è una istituzione che creò la società moderna. Il Medio Evo non conosceva lo Stato; l'Europa era divisa in castelli feudali, in associazioni, quasi in piccoli gruppi e frammenti. Al di sopra di questi frammenti, in cui la società si era sgretolata, v'erano due grandi, due universali istituzioni: l'Impero e la Chiesa; l'Impero, che rappresentava il principio giuridico e politico del mondo; la Chiesa, che rappresentava l'unità del principio religioso. Ma queste due istituzioni, appunto perchè universali, non potevano favorire la costituzione dello Stato moderno, nazionale. Il Comune si pose a tale opera, e gettò le basi dello Stato moderno. Il Medio Evo non conosceva la civile uguaglianza; l'aristocrazia era una casta separata dal resto della popolazione; essa in Italia rappresentava il sangue straniero. I lavoratori, specialmente i lavoratori della terra, non erano liberi, erano attaccati alla gleba, erano in condizioni servili. Il Comune italiano proclamò l'indipendenza del lavoro, l'uguaglianza degli uomini. Queste sono le basi su cui si fonda la società moderna; e così noi, studiando le origini del Comune, veniamo come a studiare le origini della società di cui facciamo parte, a cercare quasi le origini del nostro proprio essere civile. Quindi è che tutti i problemi, i quali si riferiscono alle origini dei Comuni italiani hanno una grande importanza, destano un singolare interesse. Questa è anche la ragione per la quale si è tanto disputato, per sapere se il Comune discendeva dalle istituzioni e dalla cultura romana o doveva invece la sua esistenza ad un principio nuovo, portato fra noi dai popoli germanici, i quali avrebbero così avuto il vanto d'aver messo le prime basi alla moderna civiltà. Il patriottismo si è mescolato in questa disputa, ed ha reso sempre più difficile il trovare una soluzione imparziale e scientifica.
Ma pel Comune di Firenze v'è ancora una ragione speciale, che rende maggiore la sua importanza, e più vivo il desiderio d'indagarne le origini. Esso è il più democratico di tutti quanti i Comuni italiani, è quello che ha più di tutti lavorato per l'uguaglianza civile degli uomini. Uno storico, assai celebre, il Thiers, appunto per questa ragione, aveva deciso di dedicare gran parte della sua vita alla storia di Firenze. Egli diceva: nessun altro Comune ha, nel Medio Evo, affrontato tanti problemi economici, politici, sociali, e nessuno s'avvicinò tanto alla loro soluzione; nessun creò un così gran numero di nuove, ingegnose, mirabili istituzioni, come il Comune di Firenze. Ed aveva perciò in molti anni raccolto una vasta serie di materiali, che andarono poi bruciati al tempo della Comune di Parigi. Ma vi è di più. La storia fiorentina si può dire che sia a tutti noi notissima. Nessun paese in fatti ha avuto un così gran numero di sottoscrittori che l'abbiano illustrata. Ogni avvenimento, ogni individuo, ogni pietra di Firenze fu oggetto di lunghi studi, di dotte ricerche. Le sue rivoluzioni furono descritte con grande eleganza di stile, ed i personaggi che si presentano nella sua storia, sono a noi tutti famigliarissimi. Ma, ciò non ostante, la storia di Firenze apparisce assai spesso come un enigma. Rivoluzioni succedono a rivoluzioni, senza che noi possiamo capire il perchè di tanta irrequietezza. Questo popolo sembra non avere e non lasciar mai pace e nessuno. Per un matrimonio avvenuto in un modo piuttosto che in un altro, perchè il Buondelmonti, invece di sposare l'Amidei, sposa la Donati, non basta averlo pugnalato sul Ponte Vecchio, ai piedi della statua di Marte; ma la cittadinanza intera si divide in Guelfi e Ghibellini, che lacerano la Città per secoli, e non si acquetano mai fino a che non sorge la tirannide ad opprimerli tutti. E vien fatto qualche volta di chiedere: che cosa vogliono questi Fiorentini, che empiono continuamente di tumulto e di sangue le strade della loro bella città? Perchè non posano mai? Sono essi così assetati di sangue, così pieni del desiderio della vendetta, da non poter trovare nè lasciare tregua a nessuno?
Ma quando ci facciamo questa domanda, il mistero cresce ancora più, perchè in mezzo a tanto tumulto, noi vediamo fiorire splendidamente le arti della pace. Il commercio, le industrie dei Fiorentini riempiono colle loro manifatture tutti quanti i mercati dell'Europa, dell'Oriente e dell'Occidente. E, come se questa contraddizione fosse poca, a crescere ancora più il mistero, noi vediamo qui sorgere le più pure, le più ideali immagini che la mente umana abbia mai saputo creare. La Beatrice di Dante, la Santa Cecilia di Donatello, le Madonne di Luca della Robbia, i Santi, gli Angeli di Benozzo Gozzoli e di Beato Angelico sorgono in mezzo a questo tumulto infernale, così splendidi e numerosi, che noi siamo spinti a domandarci: di dove mai essi vengono? chi li ha creati? Essi sembrano discesi in una bolgia infernale, come l'Angelo di Dante, che, a piedi asciutti, sdegnoso, frettoloso, traversa la palude Stige, rimuovendo con la mano dal viso le ingrate esalazioni. E allora nasce la speranza, che forse, studiando le origini del Comune, vedendo in che modo esso fu costituito, di dove questa società è partita, dove si è fin dal principio indirizzata, la ricerca, per quanto arida, per quanto penosa ed incompiuta, possa gettare una qualche luce sugli avvenimenti posteriori della storia fiorentina. Ed è perciò che gli scrittori moderni si sono oggi più che mai rivolti nuovamente a studiare le origini di questo Comune. Cerchiamo dunque di affrontare l'arido problema. E qui ho bisogno di raccomandarmi non solo alla vostra indulgenza, ma anche a tutta la vostra pazienza.
II.
Innanzi tutto, come ho già accennato, ci si presenta una leggenda. Questa incomincia da Adamo, poi salta ad Attalante, il quale viene a cercare il luogo più salubre d'Europa, per formarvi una città. Trova questo luogo sulla collina che è a settentrione di Firenze, e col consiglio e l'aiuto di un astrologo, vi costruisce una città, unica al mondo per la sua salubrità, e che perciò vien chiamata Fiesole, Fie-sola. Ciò che vale a darci un'idea della rozzezza di questa leggenda, si è il modo in cui essa spiega il nome di quasi tutte le città della Toscana. Lucca si chiama Lucca da lucere, perchè i Lucchesi furono i primi ad accertare la luce del Cristianesimo. Pistoia si chiama Pistoia perchè in quella campagna fu già grandissima guerra ai tempi di Catilina, tale che vi morì così gran gente, che si sviluppò la peste, donde il nome di Pistoia. Siena è nel luogo in cui i Francesi, andando a combattere i Longobardi, che erano nel mezzogiorno d'Italia, lasciarono tutti i loro vecchi. Di qui il nome Senæ, Senarum, adoperato in plurale. Pisa è nel luogo dove i Romani pesavano i tributi dei popoli soggetti. Era necessario pesare contemporaneamente in due luoghi diversi, e però, Pisæ Pisarum, al plurale.
La leggenda prosegue dicendo che Attalante ebbe varii figli, uno dei quali, Dardano, andò a fondare la città di Troia, e quindi narra l'assedio e l'incendio di questa città, la fuga di Enea, l'origine di Roma. E qui si salta a Catilina, che venne a Fiesole, inseguito dai Romani, comandati da un generale, il quale si chiamava Fiorino, e fu disfatto sulle rive dell'Arno. Cesare allora venne a vendicarlo, e fondò in suo onore, sull'Arno, la città di Firenze, la quale fu costruita come una piccola Roma, con tutti i monumenti che erano nella Città eterna, il Campidoglio, l'Anfiteatro, le Terme, il Foro, e fu chiamata perciò la piccola Roma. Vengono poi i barbari, e Totila distrugge Firenze; ma Carlo Magno la ricostruisce. E finalmente arriviamo alla guerra che Firenze muove a Fiesole, distruggendola.
Che cosa possiamo noi cavare da questa leggenda, la quale fu certo compilata nel secolo duodecimo, il secolo cioè in cui nacque il Comune fiorentino? Innanzi tutto ne caviamo, che nel secolo in cui Firenze nasceva, i Fiorentini avevano la mente piena di idee e di tradizioni romane. Qui noi non troviamo tracce di tradizioni germaniche, anzi la leggenda sembra respingerle sdegnosamente ogni volta che si presentano. In una delle sue compilazioni, si ricorda essere stata opinione molto diffusa, quella che diceva la famiglia Uberti venuta di Germania, discesa dall'imperatore Ottone. Ma ciò, si aggiunge subito, è un errore, perchè gli Uberti discesero invece dal sangue di Catilina «nobilissimo re di Roma». Questi ebbe un figlio, Uberto Cesare, a cui una moglie fiesolana dette 16 figliuoli, uno dei quali fu mandato da Augusto a sottomettere la Sassonia, che s'era ribellata, e colà sposò una dama tedesca, da cui nacque Ottone imperatore. E così non sono già gli Uberti discesi dagl'imperatori tedeschi; ma gl'imperatori sono discesi dagli Uberti di Firenze, i quali vengono dal sangue di Catilina romano. La leggenda ci dice ancora che tra Fiesole e Firenze vi fu un antagonismo perpetuo. Fiesole infatti è città etrusca, Firenze città romana. Tutti i nemici di Roma sono, secondo essa, nemici di Firenze; tutti gli amici di Roma sono amici di Firenze; Cesare, Fiorino, Augusto. Carlo Magno è quello che ricostruisce Firenze, dopo la distruzione fattane da Totila, ed esso è il restauratore dell'Impero. Totila rappresenta i barbari che lo distrussero. Catilina, nemico di Roma, è l'amico di Fiesole, il nemico di Firenze.
Se noi guardiamo alle poche notizie storiche che abbiamo su tutto ciò, vedremo che la leggenda non fa altro che ripeterle nel suo fantastico linguaggio. Fino dai tempi di Dante era noto che Firenze discese da Fiesole ab antico, ed il Machiavelli ci dice che Firenze fu una città, la quale nacque dai mercanti fiesolani, che vennero a cercare un emporio sull'Arno, là dove il Mugnone si congiunge con esso. Fondarono delle capanne, le quali divennero case, e le case formarono più tardi una città. Questa si formò, secondo tutte le notizie che abbiamo, due secoli circa innanzi Cristo. Era un municipio florido al tempo di Silla, e gli scavi recentemente fatti hanno confermato tali notizie, essendosi trovate monete, colonne, ruderi, i quali provano che la Città a quel tempo aveva già le terme ed un Anfiteatro di pietra. Augusto la restaurò e vi fondò, secondo alcuni, una colonia, che fu chiamata perciò Julia Augusta Florentia. Secondo altri, la colonia fu fondata invece da Silla. È certo che Firenze ebbe mura romane, le quali esistevano ancora a' tempi del Villani, e qualche avanzo se n'è ritrovato ai giorni nostri. Il suo anfiteatro fu in tutto il Medio Evo conosciuto col nome di Parlascio, e di esso qualche traccia può vedersi ancora nel Borgo dei Greci. Le Terme erano presso la strada che oggi porta questo medesimo nome. La città aveva pure il suo Campidoglio, in Mercato Vecchio, nel luogo dove fu la Chiesa lungamente chiamata di Santa Maria in Campidoglio. Era nondimeno piccolissima; non solamente non andava al di là d'Arno, ma anche la strada che ora è chiamata Borgo Santi Apostoli, rimaneva fuori delle mura. Questo è tutto quello che noi sappiamo dei tempi più antichi.
Quanto alla notizia poi che ci dà la leggenda, della distruzione di Firenze per opera di Totila, essa non è vera che in parte. È certo che Totila coi Goti venne in Toscana, verso la metà del sesto secolo, la oppresse, la saccheggiò, entrò in Firenze, e la trattò assai duramente, ma non la distrusse. Se non che Firenze allora, e durante tutto il dominio dei Longobardi, cadde in una così grande oscurità, che par quasi scomparsa dal mondo, e nei documenti è qualche volta menzionata, come se non fosse altro che un borgo di Fiesole. La leggenda esprime tutto questo, dicendo che Totila distrusse Firenze. E siccome essa incominciò finalmente a risorgere alquanto al tempo dei Franchi, sotto Carlo Magno, così la leggenda, seguendo sempre lo stesso metodo, dice che Firenze fu ricostruita da Carlo Magno. Questi vi si fermò per celebrarvi il Natale nel 786, e dopo di lui molti Imperatori, trovandola sulla via di Roma, dove andavano a prendere la corona, vi si fermarono del pari. Più volte ci vennero anche i Papi, quando i frequenti tumulti popolari li cacciavano dalla Città eterna. Alcuni di essi morirono a Firenze, dove tennero Concilio, ed Alessandro II vi fu eletto. Certo è che le continue relazioni di Firenze con Roma cominciarono a farla risorgere alquanto dalla profonda oscurità in cui era caduta durante il dominio longobardo.
III.
È noto che i Longobardi per due secoli oppressero duramente l'Italia, ponendo nelle città principali i loro duchi. A questi i Franchi sostituirono poi i conti. Ma perchè i Ducati erano assai grandi, e i duchi troppo potenti, i Franchi, non volendo che questi principi mettessero a pericolo l'unità e la forza dell'Impero, resero più deboli i conti e più piccoli i loro Comitati. Sui confini dell'Impero occorreva però aver forza maggiore alla difesa, quindi vi crearono quello che chiamarono Marche, le quali erano grossi Comitali, e i conti che le comandarono, furono Mark-grafen, margravi, marchesi. La Toscana fu uno di questi Margraviati. Il marchese o duca, giacchè qui usavano allora l'uno e l'altro titolo, aveva il supremo comando, in nome dell'Impero, e al disotto di lui erano i conti. Al tempo di questi margravi, Firenze rimase lungamente una città oscura. Pisa e Lucca cominciarono a sorgere più presto, la prima perchè favorita dalla sua posizione sul mare; la seconda perchè, stata già sede dei duchi longobardi, era adesso sede principale dei margravii. Conseguenza di questa forma di governo stabilitasi in Toscana, fu che, mentre in Lombardia ed in tutta l'Italia settentrionale, gl'Imperatori favorivano i nobili minori ed i vescovi, a danno dei maggiori, che volevano indebolire, l'esistenza dei margravii in Toscana portò invece l'indebolimento dei conti minori, dei vescovi, ed in generale uno svolgimento meno vigoroso del feudalismo.
Questo stato di cose durò fino ai tempi della contessa Matilde, la quale comandava nella Toscana, ed in gran parte dell'Italia centrale. Essa si trovò trascinata nella lotta fra l'Impero e la Chiesa, fu severa contro quelle città, quei conti e nobili che non s'univano a lei, ma favorivano l'Impero. È questo il momento in cui Firenze, stata quasi sempre amica dei Papi, cominciò a prosperare, senza che però il Comune si fosse ancora formato. Il vederlo così tardi apparire è un fatto che stimolò continuamente l'attenzione degli storici, i quali non si seppero rendere ragione del perchè un Comune che poi progredì con tanta rapidità, dovesse essere quasi l'ultimo a sorgere. Infatti esso ci si presenta, non solamente dopo i Comuni di Venezia, di Amalfi, delle principali città marittime, che precedettero tutte le altre; non solamente dopo i Comuni lombardi; ma anche dopo i Comuni stessi della Toscana. È questo un altro dei tanti misteri, che troviamo nella storia di Firenze.
Il primo segno, che incominci a farci vedere come già si formi una cittadinanza fiorentina, e ci presenta non un Municipio, ma quasi l'ombra lontana d'un Municipio che vuole apparire, è un fatto assai strano. Nel 1063 il popolo di Firenze si ribellava contro il suo vescovo Mezzabarba, perchè lo credeva eletto simoniacamente, cioè per danaro pagato al duca Goffredo, marito di Beatrice, la madre di Matilde. Volevano che il vescovo si dimettesse, e le passioni si accesero perciò a segno che centinaia e centinaia morirono senza sacramenti, piuttosto che riceverli da preti ordinati dal vescovo simoniaco. Il Papa disapprovò questa condotta, ma invano scrisse e mandò suoi messi a calmare gli animi. Quando il furor popolare era al colmo, un frate dell'ordine di Vallombrosa, del quale si narra che era stato guardiano di giumenti, si offrì di passare attraverso al fuoco per provare che il vescovo non era legittimamente eletto. La prova ebbe luogo presso la Badia di Settimo e noi abbiamo un documento del tempo, che minutamente descrive il fatto. In esso si racconta, che il vescovo aveva minacciato coloro che non volevano obbedirgli, di farli «non condurre, ma trascinare» dinanzi al Præses dal Municipale Præsidium, e di fare confiscare i loro beni dal Potestas.
Queste sono le prime parole che incominciano a farci vedere l'esistenza di alcune magistrature, magistrature però che esistono prima che il Comune sia nato, e si connettono ancora con le istituzioni feudali. Il Potestas però qui non ha nulla da fare col Podestà, che si trova più tardi; non è altro che il margravio, il duca Goffredo. Qui come altrove noi troviamo nei documenti del tempo nomi romani anche per indicare idee e istituzioni germaniche. Il Municipale Præsidium non poteva essere che un presidio, dal duca Goffredo e poi dalla contessa Matilde tenuto in Firenze. Ma il chiamarlo Municipale fa credere che fosse composto di cittadini, e dimostra che la Città cominciava a sentire la sua personalità, la sua individualità. La narrazione degli avvenimenti citati, è fatta in forma di lettera scritta al Papa, in nome del Clerus et Populus Florentinus; e le lettere che San Pier Damiano, incaricato dallo stesso Papa di calmare il furore popolare, mandava a Firenze, sono indirizzate: Civibus florentinis. Noi dunque non abbiamo ancora il Comune, ma ci accorgiamo che oramai è vicino a sorgere. Pure esso tarda ancora, e lo vediamo, la prima volta, apparire, quando già altri Comuni vicini si sono non solamente formati, ma cominciano a prosperare.
E qui si presenta una prima osservazione, la quale giova anch'essa a spiegarci, perchè mai il Comune fiorentino nacque più tardi degli altri. La condizione geografica di Firenze ebbe in ciò una parte grandissima. Se la città si fosse trovata sulla pianura, come Lucca e Pisa; se si fosse trovata sulla collina, come Siena, Arezzo, i nobili avrebbero avuto interesse ad entrarvi, perchè i cittadini, che alla nobiltà erano avversi, avrebbero avuto non piccolo vantaggio nell'assalire i castelli nella valle o nella pianura. Ma Firenze essendo invece nella valle, circondata da colline, sulle quali erano moltissimi castelli che l'accerchiavano, i nobili avevano una posizione vantaggiosa, che tornava loro conto mantenere, perchè così potevano più facilmente minacciare e vincere la cittadinanza. Da questo fatto vennero due conseguenze. La prima fu che il Comune fiorentino, col suo territorio, come dice il Villani, tutto incastellato, stretto cioè da un cerchio di castelli feudali, non poteva facilmente espandersi; e così il suo nascere e la sua indipendenza furono da tali condizioni ritardati. La seconda conseguenza fu, che tra i nobili e gli abitanti della Città, la maggior parte dei quali erano commercianti o artigiani, nacque un antagonismo molto più profondo e duraturo, che non si vide a Pisa, a Siena, a Lucca, in alcun altro dei Comuni italiani. La democrazia e l'aristocrazia si trovarono di fronte, separate in due campi avversi, senza potersi fra loro mai conciliare.
IV.
Così noi abbiamo una spiegazione del perchè il nostro Comune sorse più tardi degli altri, e la spiegazione del perchè, sin dal principio, esso ebbe un carattere più democratico. E questo ci viene indirettamente confermato dai documenti toscani, nei quali, quando si parla di Firenze, non troviamo quasi mai la parola nobiles, che pure s'incontra assai spesso quando si parla di Pisa, di Siena, di Lucca. Ma oltre di ciò, bisogna osservare che questa cittadinanza (se così dobbiamo ora chiamarla) di Fiorentini, che apparisce già formata prima del Comune, non era costituita quale noi ce la potremmo immaginare oggi. Essa era divisa in un numero grandissimo di piccoli gruppi, sopratutto associazioni di arti e mestieri, le quali erano una trasformazione delle antiche Scholæ romane, quali le troviamo a Ravenna ed a Roma in tutto il Medio Evo. Queste associazioni primitive, informi di arti e mestieri, noi le vediamo a Venezia, fin dal nono secolo, ricordate nella cronaca Altinate. E sebbene i documenti e le cronache di Firenze non ce ne parlino, perchè noi non possiamo pretendere di trovare nè documenti nè cronisti d'un Comune che ancora non esisteva, che ancora non aveva proclamata la sua indipendenza, ciò non basta a negare che la cittadinanza fosse già divisa in gruppi più o meno ordinati e costituiti. Questa divisione anzi è quella che ci fa intendere come mai, prima che fosse nato il Comune, la società potesse prosperare di ricchezza e di forza, tanto da muoversi qualche volta a far guerra per proprio conto. Il governo locale s'andava formando in queste associazioni embrionali, le quali, coi loro capi, reggevano la cittadinanza, senza bisogno d'un governo centrale; così la prosperità poteva crescere e l'indipendenza esistere di fatto, prima che di diritto, prima che il Comune fosse nato. Di maniera che alla contessa Matilde bastava avere nella Città un presidio composto di Fiorentini, i quali, in nome di lei, facevano quello che la Città voleva. Ai Fiorentini non giovava dichiararsi indipendenti prima del tempo. Quando si fossero allora separati dalla Contessa, questa, col solo abbandonarli, li avrebbe lasciati in balìa di tutti quei nobili che d'ogni lato li circondavano. Prima dunque d'arrischiarsi ad un tal passo ardito, dovevano mettersi in grado di poter combattere e demolire i vicini castelli, sentirsi forza sufficiente a condur soli una guerra lunga e difficile. Perciò essi tardarono tanto, e così può dirsi che il Comune esista già prima che sia nato.
Nel 1081 noi troviamo che l'imperatore Arrigo concedeva ai Lucchesi di poter liberamente commerciare nei mercati di San Donnino e Capannori, dai quali esplicitamente escludeva i Fiorentini. Ciò vuol dire che il commercio di questi era già grande abbastanza e temibile, in un tempo nel quale noi siamo ancora lontani dal veder sorgere il Comune. Con gli artigiani v'erano anche delle famiglie di signori, di grandi, che si chiamavano Sapientes, Boni homines, i quali a Firenze non erano nè conti nè visconti o duchi; erano quasi sempre nobili decaduti, che, non potendo vivere nel contado colla società feudale, s'erano ridotti in Città, o erano nuovi ricchi, saliti su dal popolo, col quale serbavano sempre stretti legami. Erano anch'essi associati fra loro, e possedevano in comune delle torri, intorno alle quali cominciarono a formare le cosidette Compagnie o Società delle torri.
Tali sono le condizioni in cui noi ci possiamo immaginare Firenze, prima che il Comune nascesse. E tanto è vero che i Fiorentini avevano già di fatto una indipendenza reale, prima che avessero una indipendenza legale, che noi troviamo nel 1107, nel 1110, nel 1113 tre guerre da essi combattute contro i vicini castelli di Monte Orlando, di Prato, di Monte Cascioli, vincendo i Cadolingi e gli Alberti, conti allora potentissimi. E queste guerre furono condotte nell'interesse commerciale delle Città, contro il feudalismo, il che ci riconferma nella opinione, che le forze crescenti della cittadinanza venivano dal commercio e dall'industria, e che gli artigiani dovevano formare la parte principalissima di quella cittadinanza, se tutto si faceva a loro vantaggio.
Un altro fatto che, in tanta scarsità di notizie, ha pure la sua importanza, si è che nel 1113, quando i Pisani andarono all'impresa delle Baleari contro i Saraceni, temendo che la loro città potesse essere assalita dai Lucchesi, ne affidarono la guardia ai Fiorentini. E questi presero subito il loro campo fuori delle mura, con ordine ai soldati, che nessuno, pena la vita, osasse entrare nella Città, perchè non volevano che fosse fatto ingiuria ad alcuno, sopra tutto alle donne: non volevano che la lealtà fiorentina potesse essere neppure un momento sospettata. Uno solo, violando le leggi della disciplina, osò entrare in città, e fu messo a morte. I cronisti raccontano tutto ciò con molti particolari che tradiscono la leggenda. Nondimeno questo ed altri simili racconti ci dicono, che i Fiorentini erano allora in concetto di una grande lealtà d'animo, di una grande moralità di costumi, e ciò risponde anche a tutte le descrizioni che i cronisti ci fanno dei tempi più antichi del Comune, risponde alla descrizione che ci fa Dante di Firenze, quando viveva sobria e pudica. Il Villani si ferma con orgoglio a descrivere la semplicità di quei costumi, e finisce col dirci, che una dote di 100 lire era allora una dote comune, e una di 300 lire era tenuta dota isfolgorata. Dal che noi possiamo nuovamente concludere, che nella Città non potevano esservi ancora nè una vera aristocrazia, nè costumi feudali. Vediamo semplicemente i costumi dei primi artigiani fiorentini, costumi che continuarono a durare un pezzo nella loro antica purità.
Ma perchè tutti questi fatti non hanno grandi narratori, non hanno molti documenti? Torniamo a ripeterlo, perchè il Comune non era nato, non poteva quindi fare trattati in suo nome; e se combatteva per proprio conto, lo faceva col consenso di Matilde, dalla quale tuttavia dipendeva, dalla quale non era e non voleva essere indipendente, perchè non gli conveniva.
V.
Ed ora, o Signori, siamo all'anno 1115, anno in cui muore la contessa Matilde, e l'indipendenza del Comune incomincia. Come incomincia? Prima di tutto l'esercizio principale del potere di Matilde in Firenze, consisteva nel rendere giustizia solenne nei tribunali che presiedeva; e noi abbiamo in fatti molte sentenze da lei pronunciate. Un dotto scrittore tedesco ha esaminato queste sentenze, ed ha osservato che in esse, a poco a poco, il carattere germanico margraviale del tribunale si andava alterando, sotto l'azione crescente del diritto romano. E quale era questa alterazione? Secondo l'antica usanza, il presidente del tribunale pronunziava solennemente le sentenze, le quali esso formulava col parere dei giudici. A poco a poco l'importanza dei giudici crebbe in maniera, che il presidente divenne inattivo, fece cioè poco più che pronunziare la sentenza da altri apparecchiata. Questo fatto semplicissimo portò che la presenza di Matilde cominciò a divenire quasi superflua, a segno che essa di tanto in tanto non intervenne nei giudizii, lasciando i tribunali a sè stessi. Negli ultimi quindici anni della sua vita, noi infatti non la vediamo quasi più comparire nei tribunali fiorentini. I giudici che spesso erano fiorentini, pronunziarono allora essi le sentenze, e così i cittadini si trovarono già fino dai tempi della Contessa, ad esercitare uno dei principali attributi della sovranità. Di maniera che, quando essa morì, restò un popolo, che non era ancora libero e indipendente davvero, ma che aveva già fatto guerre per proprio conto, e si amministrava da sè stesso la giustizia.
Quando la contessa Matilde scomparì dalla scena del mondo, vi fu nell'Italia centrale un periodo di estrema confusione. Essa aveva lasciata erede di tutti i suoi beni la Chiesa, la quale perciò voleva assumere il governo della Toscana. Ma il Margraviato apparteneva all'Impero che voleva riprenderlo. La Contessa poteva disporre dei soli beni allodiali, non dei feudali. Distinguere gli uni dagli altri non era facile, spesso non era possibile; e così ne nacque una crisi economico-sociale-politica. Il Margraviato ne andò in fascio, e le sue varie parti si separarono, per mancanza di un'autorità superiore che potesse esercitare il potere. In mezzo a questo stato di cose, Firenze si trovò libera e indipendente, senza quasi avvedersene, senza quasi sentire il bisogno di avere un nuovo governo. La società era già tutta quanta in mano delle associazioni; di un governo centrale v'era appena bisogno. Quelle famiglie che avevano comandato il presidio, che avevano amministrato la giustizia in nome di Matilde, continuarono a farlo in nome del popolo, e furono i Consoli del Comune. Quale è il primo segno di questa indipendenza? La ripresa della guerra contro il Castello di Monte Cascioli, che fu demolito e bruciato. Questo fatto ebbe una speciale importanza.
L'imperatore Arrigo IV aveva mandato un tale Rabodo a restaurare l'autorità dell'Impero in Toscana. Questi, a San Miniato al Tedesco (che allora cominciò ad essere così chiamato) raccolse i nobili, per riprendere, in nome del suo sovrano, il potere; andò poi alla difesa di Monte Cascioli e i Fiorentini, combattendo il Castello, combatterono il vicario e lo uccisero. Così essi presero finalmente il loro partito, e dichiarandosi avversi all'Impero, divennero un Comune indipendente, senza quasi accorgersene. E questa è la ragione per la quale gli storici rimasero maravigliati e confusi. Come! Firenze la patria di Dante, la patria di Michelangelo, quella che ha avuto così gran parte nella coltura del mondo, nasce senza che nessuno se ne avveda? Vi deve essere qualche errore, vi devono essere stati documenti ora scomparsi, deve essere avvenuta una catastrofe che è stata dimenticata. Non è avvenuta nulla di ciò. Firenze aveva cominciato ad essere di fatto indipendente; continuò per la medesima via, quando scomparve la contessa Matilde. La rivoluzione avvenne senza grandi scosse, senza quasi che alcuno se ne avvedesse. Ma gli scrittori come Giovanni Villani non sapevano persuadersi di dover cominciare così modestamente la storia della Città, essi che vivevano nei giorni in cui la patria loro primeggiava e risplendeva. E però, quando nel 1300, al tempo del giubileo, il Villani si trovò a Roma, e ne ammirò i grandi monumenti, «io voglio scrivere, esso diceva, la storia di Firenze, perchè Firenze è figlia di Roma, ed è ora nel suo salire, quando invece Roma è nel suo cadere.» Pieno di questa idea, voleva imitare Tito Livio, e scoprirvi qualche cosa di simile alle origini di Roma. Trovando invece una città nata modestamente da un gruppo di mercanti, arrivata alla libertà e indipendenza senza fare alcun rumore, non se ne contentava, non se ne persuadeva, e ricorreva invece alla leggenda, che connetteva Firenze con Roma, con Troja, con Enea, e la narrava come se fosse storia. Per queste stesse ragioni anche i moderni cercarono nella storia quello che non v'era. I fautori dell'origine germanica dei Comuni non vogliono credere che questa cittadinanza si sia potuta formare di artigiani, senza che vi sia entrato elemento feudale germanico; lo cercano, e non ve lo trovano, e non sanno di ciò persuadersi. Gli scrittori italiani, se sono nemici del Papa, ghibellini, non si persuadono che questa repubblica, la patria di Dante e del Machiavelli, sia nata, si sia formata, sotto la contessa Matilde, amica del Papa, e protetta da lei. E vanno anch'essi in cerca di avvenimenti che non seguirono mai. Gli scrittori guelfi, è vero, si rassegnano a ciò più facilmente assai; ma non sanno neppur essi capire come mai Firenze sia potuta nascere dopo di Pisa, di Lucca, di Siena, di tante altre città. Così tutti cercano quello che non si può trovare, perchè non avvenne mai, e non vogliono vedere la verità che è chiara e lampante sotto i nostri occhi, e sta tutta nelle poche notizie certe che abbiamo. Altre non ve ne sono, altre non sarà facile, non sarà possibile, io credo, trovarne.
VI.
La Repubblica si formò dunque come da sè stessa. I capi delle famiglie, i quali avevano giudicato, comandato il presidio, guidato l'esercito in campo, divennero i Consoli. I capi delle associazioni, insieme coi loro aderenti, formarono il Consiglio, che si chiamò anche Senato. Nelle grandi occasioni, quando si trattava d'affari assai importanti, si sonava la campana e si raccoglieva il popolo a Parlamento. E questo era il Comune fiorentino. Noi però non dobbiamo immaginarci che un tal governo avesse l'importanza che hanno i governi delle società moderne, perchè in Firenze il governo vero restava sempre nelle mani delle associazioni. Ciò è tanto vero, che nei documenti, nei trattati che si fanno fra città e città, si dice spesso che saranno eseguiti dai Consoli, se vi saranno, e se non vi saranno, li faranno eseguire i Boni homines, i capi delle Arti o altri cittadini. Il governo centrale aveva un'importanza assai secondaria, il che ci spiega ancora, come mai, in quelle continue rivoluzioni, in quei continui mutamenti di leggi e di statuti, quando a noi pare qualche volta che un governo più non esista, le cose potessero nondimeno procedere secondo il loro ordine naturale e normale. La Città passava di rivoluzione in rivoluzione, senza che alcuno sembrasse turbarsene, e quando a noi parrebbe che dovesse seguirne il finimondo, tutto invece continuava secondo il solito, perchè il governo era sempre restato in mano delle associazioni. Non era uno Stato accentrato come i moderni, era una specie di confederazione di arti e mestieri, di consorterie, di società diverse. Questo carattere generale lo troviamo in tutti i Comuni italiani, ma in Firenze più che altrove. Ciò spiega in gran parte la prodigiosa attività e intelligenza popolare di quei tempi. Il cittadino era ogni giorno chiamato a prender parte alla cosa pubblica; la discussione era continua; continui gli attriti nei quali si formava e svolgeva una varietà infinita di caratteri, di attitudini morali, industriali, politiche. E spiega ancora come, in mezzo a così incessanti tumulti, potessero così splendidamente fiorire le arti della pace: l'industria il commercio, le lettere, la pittura, la scultura, l'architettura.
La seconda guerra che fece Firenze, nei primi tempi della sua vita popolare, fu la guerra contro Fiesole, presa e distrutta nel 1125. E perchè fu fatta questa guerra? Perchè, ci dice il Villani, Fiesole era divenuta il nido di tutti i cattani lombardi, cioè i conti che avevano, secondo lui, origine longobarda, e che veramente avevano la più parte origine germanica. In questo momento, in fatti, nel quale i messi imperiali sono a San Miniato, i signori feudali del contado si raccolgono intorno a loro, contro la Città, e nei documenti troviamo spesso che gli uni e gli altri sono chiamati Teutonici. La popolazione toscana s'era così come divisa in due. Da un lato si vede un partito germanico, feudale, imperiale; dall'altro le città, in cui erano principalmente gli artigiani, gli eredi del sangue romano, che rappresentavano il lavoro e l'industria, e divenivano ogni giorno più una forza, una potenza capace di misurarsi col partito imperiale. A Fiesole, per la posizione assai forte che essa aveva sul monte, resa più forte da una rôcca, s'erano raccolti molti di questi nobili feudali, e minacciavano la sottoposta Città; ne devastavano le campagne, ne impedivano il commercio. I Fiorentini perciò mossero all'assalto. Leggendo la narrazione, che di questa guerra ci dà il più antico cronista fiorentino, il Sanzanome, il quale era un notaio, par di leggere la descrizione d'una delle guerre fra i Romani ed i Cartaginesi. Egli ci presenta un Fiorentino, che si leva in mezzo al popolo e dice: Se siete veramente i figli di Roma, come pretendete, questo è il momento di mostrarlo. E subito dopo fu emanato un editto dai Consoli, che dichiararono la guerra. Si direbbe che il cronista fosse un erudito del secolo XV, tanto le idee, la coltura, la forma, i pensieri romani erano sin d'allora vivi in quella cittadinanza.
Se dunque noi troviamo forme e tradizioni romane, prima che il Comune sia costituito, nella narrazione che descrive la prova del fuoco seguita nel 1068; se troviamo tradizioni e forme romane, quando il Comune si va costituendo, nella leggenda che descrive le sue origini; se troviamo forme e tradizioni romane nel primo cronista che descrive la prima grossa guerra, che fecero i Fiorentini, sempre a difesa del loro commercio, sempre contro i nobili feudali, ci deve esser lecito di concludere, che nelle sue mura stava il sangue romano di fronte agli avanzi delle tradizioni e del sangue germanico, raccolto nei castelli che l'accerchiavano, e che ritardarono la sua indipendenza. Ritardandola, non impedirono però l'incremento delle sue forze industriali, commerciali, militari, e così fu che quando morì la contessa Matilde, Firenze era già di fatto un Comune indipendente, sebbene tal non fosse ancora legalmente. E dopo ciò facilmente capiremo che, quando molti non vogliono in nessun modo persuadersi che la cosa sia così semplice, e vanno cercando astruse spiegazioni con grande dottrina, questa assai spesso serve solo a rendere difficili fatti che per sè stessi sarebbero assai facili.
VII.
Ma qui occorre un'altra osservazione. Se questi concetti sono giusti, se veramente il Comune fiorentino è nato in tal modo, dovrebbe avverarsi quello che noi accennavamo sin dal principio, cioè che qualche luce essi dovrebbero gettare sugli avvenimenti posteriori, e ciò varrebbe anche a confermare la verità di quanto abbiam detto fin qui. Vediamo dunque se gli avvenimenti posteriori confermano le considerazioni finora esposte.
Se noi apriamo il Villani, troviamo che il primo periodo della storia fiorentina è una serie di guerre continue contro i castelli. Il territorio era tutto incastellato, esso dice, ed i Fiorentini uscivano ogni primavera a combattere. Quale fu la conseguenza di queste guerre? I castelli vennero demoliti; ma i conti che li abitavano non si potevano uccidere; venivano quindi costretti a vivere in Città almeno una parte dell'anno, il che li sottoponeva alle leggi del Comune. Tutto ciò in sul principio non ebbe grande importanza; ma a poco a poco alterò la cittadinanza fiorentina, introducendovi un elemento feudale, che era nuovo, estraneo al Comune, ed aveva un'origine germanica, rappresentava una società nemica. Così dentro le mura si troveranno ben presto due società avverse, che non potranno vivere insieme: l'una dovrà distruggere l'altra; la guerra civile sarà inevitabile. Questi nobili hanno usi e costumi, tradizioni, educazione diversa assai da quella del popolo. Essi vengono, si asserragliano, si fortificano nei loro palazzi, che sono come castelli dal contado portati dentro la Città. Le stesse ragioni che costrinsero i Fiorentini a combattere i castelli nel contado, li costringeranno a combattere i nuovi palazzi fortificati, che sorgono dentro le mura. La guerra civile non ha origine dal fatto del Buondelmonti; non è conseguenza di odii e vendette personali; è una guerra fatale fra due razze, fra due civiltà, una delle quali non può vivere insieme con l'altra: bisogna che l'una o l'altra scomparisca dalla terra. Questa guerra non è una prova che le passioni individuali dominassero tanto in Firenze da prevalere su tutto; ma è invece una prova che i sentimenti di quegli artigiani erano talmente uniti, concordi e tenaci e che essi avevano una fede così profonda nei loro destini, che si apparecchiavano a combattere dentro la Città, quel nemico, che avevano combattuto fuori di essa.
Giovanni Villani, il quale affermava che il fatto del Buondelmonti, nel 1215, aveva la prima volta diviso la cittadinanza di Firenze, dimenticava di averci precedentemente detto, che nel 1177 la guerra civile era già cominciata per opera dei grandi, cioè degli Uberti, che combatterono sin d'allora il governo consolare. Ciò prova che il fatto del Buondelmonti fu uno di quei tanti episodii, che seguirono spesso in tutti i Comuni del Medio Evo, ma non ebbe una vera importanza politica, perchè non fu causa, ma conseguenza della guerra assai prima incominciata.
Noi abbiamo dunque un secondo periodo nella storia di Firenze, il quale è una lunga serie di guerre e rivoluzioni interne, che portano una serie di trasformazioni sociali e politiche del Comune. Vediamo da una parte i nobili col Podestà alla loro testa, dall'altra il popolo comandato dal suo Capitano. Scopo e fine di questa lotta è la totale distruzione del partito aristocratico, il che seguì nel 1293 con gli Ordinamenti di Giustizia di Giano della Bella, i quali esclusero affatto i Grandi da ogni partecipazione al governo. Tutte queste rivoluzioni hanno di mira uno scopo costante, hanno un'origine comune, si seguono con un ordine determinato. Non è il caso che domina la storia di Firenze, è una legge storica, che risulta dai varii elementi, che costituirono la società fiorentina nel Medio Evo.
Ma, finita che fu la prima serie di rivoluzioni, con gli Ordinamenti di Giano della Bella, non finiva perciò la guerra civile. Come i nobili del contado, demoliti che furono i loro castelli, non scomparvero affatto, ma entrarono dentro la Città; così, esclusi ora dal governo, non per questo scomparvero affatto, ma s'unirono ad una parte del popolo, cioè ai capi delle principali Arti, e si formò il partito delle Arti maggiori contro le minori, del popolo grasso contro il popolo minuto. Questo rappresentava ora la democrazia già avanzata, quello che oggi diremmo il partito radicale: era l'infima plebe, la quale non capiva, perchè essa, che aveva preso parte alle guerre civili contro i nobili, alle battaglie contro i castelli, dovesse rimanere esclusa dal governo. E quindi, se la prima guerra civile era cominciata per escludere i nobili dal governo, la seconda non fu fatta per escluderne il popolo grasso, ma perchè il popolo minuto voleva insieme con esso avervi la sua parte. E come nel 1293 vedemmo l'ultima conseguenza logica del primo periodo, così nel 1378, col tumulto dei Ciompi, abbiamo l'ultima conseguenza logica del secondo, ed il popolo minuto sale finalmente anch'esso al governo, rimanendo in continuo contrasto coi ricchi. La plebe sin dal principio eccedette nei suoi trionfi, ed allora comparvero sulla scena i Medici, i quali, appoggiandosi ad essa, con accortezza impareggiabile, s'impadronirono del governo. E così la Repubblica, dopo quasi un altro secolo di lotte, finalmente cadde.
Questa storia fiorentina, adunque, non è un mistero, non è una serie di rivoluzioni sottoposte al caso; essa è invece chiara come una proposizione geometrica. Le sue rivoluzioni hanno una causa costante; il suo scopo politico è sempre lo stesso. Dal giorno in cui il Comune ha messo la prima pietra, noi possiamo, se studiamo quali sono gli elementi che lo compongono, determinare logicamente, prevedere sicuramente quali saranno le rivoluzioni, cui esso anderà soggetto. Sotto i Medici noi troviamo che sono scomparse le Consorterie, la cui distruzione era in fatti cominciata sin dal 1293. Troviamo che le Arti ancora esistono, ma hanno perduto ogni importanza politica; vediamo un governo forte, accentrato; una società che par quasi una società moderna. Una grande uguaglianza civile apparisce per tutto; non più classi, nè gruppi separati ed ostili; non titoli di nobiltà; non privilegi di alcuna sorte; dagli ultimi si può salire, a forza d'ingegno, ai supremi gradi sociali. Sotto un tale aspetto può dirsi che il Comune abbia raggiunto il fine cui aveva sempre mirato, abbia ottenuto un vero trionfo.
VIII.
Ma questa, pur troppo, è un'ora funesta per lo spirito italiano; è l'ora in cui incominciano la nostra corruzione e la nostra decadenza. La società del Medio Evo più non esiste. Quelle associazioni a cui gli uomini erano stati così affezionati, fra le quali avevano vissuto, per le quali avevano combattuto ed erano morti, si sono disciolte; ma la nazione non si è ancora formata. La piccola patria più non esiste, la nuova ancora non si è formata. L'uomo del Medio Evo è scomparso, e l'uomo moderno è nato, l'uomo, cioè, che deve fidare nelle sole sue forze, nel solo suo ingegno, nella sola sua operosità; ma esso è nato prima che si sia costituita la nazione. La conseguenza è che l'Italiano di questo nuovo periodo, che si chiama il Rinascimento, si trova come ad un tratto isolato nel mondo. Egli non può fidare in altri che in sè stesso, egli non ha nessuno per cui vivere, nè c'è alcuno che viva per lui. Egli si abbandona quindi al suo egoismo personale, nel momento stesso in cui si aumentano, si acuiscono le forze della sua attività e del suo ingegno. La decadenza morale incomincia quando il progresso intellettuale continua più rapido che mai. E noi abbiamo un popolo, in cui la cultura progredisce, in cui la scienza s'innalza, ma nel quale il livello morale continuamente, rapidamente si abbassa. La nostra splendida letteratura rivela anch'essa questa morale decadenza. Noi vediamo apparire sulle labbra dell'Italiano quel cinico sorriso, che ci è così spesso descritto nelle nostre commedie, nelle nostre novelle, in cui si beffeggiano le cose più sante, e l'amore è privo d'ogni sentimento davvero umano, e tutti gli affetti più nobili sono scomparsi, quando non sono derisi. Lo scrittore somiglia allora a quei romanzieri moderni, i quali, descrivendo il demi-monde, credono di descrivere il mondo. E noi vediamo quegli accorti politici italiani, che sono i maestri di tutti in Europa, che rappresentano la sapienza diplomatica, che dovunque vanno sono ammirati, non riescire in casa loro ad altro, che a costruire un mondo, il quale cade sotto il peso della sua stessa corruzione. Vediamo questi uomini, che sono i primi calcolatori del mondo, calcolar sempre e sbagliare tutti i loro calcoli, perchè essi hanno dimenticato che nella vita umana v'è qualche cosa che non si pesa e non si misura, che non si ragiona e non si calcola, ma si sente, ed essi non la sentivano più. I tiranni italiani di quel tempo ci presentano anch'essi un singolare spettacolo. Noi li vediamo apparecchiare i loro veleni, affilare i loro pugnali, ridere di Dio, e tremare dinanzi all'astrologo, da cui aspettano di conoscere l'ora propizia ai loro delitti.
La storia, o Signori, non è una filosofia, non è una predica morale, non fa che constatare i fatti. Ma percorretela in lungo ed in largo, ed essa vi ripeterà di continuo, che l'egoismo veramente, profondamente umano, è l'abnegazione; che ciò che solo può rendere l'uomo felice sulla terra, è il vivere per gli altri; che quando le leggi e le istituzioni ci spingono per questa via a cercare un ideale, cui far sacrifizio della nostra esistenza, e dal quale solamente la vita può ricevere il suo valore e la sua dignità, quello è il momento in cui il carattere morale s'innalza e le nazioni diventano forti. Quando invece gli uomini si rinchiudono, come gli Italiani del Rinascimento, nel proprio egoismo, la decadenza diventa allora inevitabile.
Ma vi è ancora un'ultima osservazione. Gli stranieri, i quali si sono mossi a studiare il Rinascimento, hanno detto: Ecco una nazione, la quale, nel momento in cui più le sue arti e le sue lettere fioriscono, nel momento in cui le più nobili qualità del suo ingegno si manifestano, si corrompe sempre più rapidamente; ecco una nazione che cinicamente ride sempre di tutto, una nazione che, allora quando più fiorisce intellettualmente, è priva di ogni fede. Quelle idee stesse, che saran sempre sua gloria, che essa mise nel mondo con la sua arte, la sua letteratura, la sua scienza, percorrono l'Europa, e ne fecondano la civiltà, perchè vi trovano un'atmosfera morale; ma in Italia non riescono ad impedire la sua decadenza, perchè in essa il senso morale è pervertito. E ne hanno concluso, che, quasi per legge di natura, nel nostro carattere nazionale risplendono l'ingegno e tutte le qualità intellettuali, ma sono invece offuscate le morali. Manca la vera intimità, come essi dicono, del cuore, dell'animo. E però anche nella loro arte gl'Italiani vedono più la forma che la sostanza, più il sensibile che l'intelligibile e l'ideale. Quando si vogliono davvero penetrare i misteri dell'anima, rappresentare la profondità, la santità degli umani sentimenti, occorre rivolgersi alle nazioni germaniche, che vi riescono assai meglio, perchè questo è il loro proprio regno, nel quale agl'Italiani non è dato entrare. Uno storico tedesco di grandissimo valore, che meglio d'ogni altro conosce il nostro Rinascimento, il Burckhardt, a questo proposito, osservava: Ma se fosse proprio vero che il carattere degl'Italiani fu quale voi lo descrivete; se non fossero allora vissuti altri che i Borgia, gli Sforza, i Malatesta, e i più corrotti novellieri avessero davvero rappresentato tutto l'essere morale della nazione, questa sarebbe caduta in un tale abisso da non poterne mai più risorgere in eterno. Il vostro giudizio deve certamente avere qualche cosa di unilaterale, di erroneo. È meglio lasciare in pace i popoli, quando non si è in grado di giudicarli serenamente, sicuramente.
Ed invero queste condanne nazionali, che pretendono essere giudizii imparziali, dimenticano prima di tutto, che la storia del pensiero italiano cominciò allora con Dante e si chiuse con Michelangelo, le due intelligenze, cioè, che hanno in supremo grado quelle qualità appunto che si vorrebbero a noi negare; hanno tutta quella così detta intimità, tutto quel carattere epico, tragico, che nello spirito italiano dovrebbe assolutamente mancare, perchè manca nel Rinascimento. Dante e Michelangelo, si disse, furono due eccezioni. Certo i sommi ingegni sono eccezioni; ma sono pur quelli che meglio rappresentano il paese che li produce. E dimenticano ancora, che la storia da noi conosciuta, da noi studiata si occupa quasi sempre di quei soli ordini sociali che, nel Rinascimento italiano, furono primi a sentire l'azione corruttrice dell'atmosfera politica mutata, e che perciò più rapidamente si erano corrotti, avendo subito preso parte al nuovo vivere sociale. Che se quegli scrittori avessero voluto studiare davvero quali erano allora le condizioni dello spirito italiano, avrebbero dovuto esaminare anche gli ordini inferiori della società, nei quali, in tutti i tempi, le vecchie tradizioni si mantengono più lungamente, e vedere quali sentimenti, quali caratteri erano in essi. Avrebbero allora modificato i proprii giudizii. Una prova sicura di quanto diciamo si ebbe recentemente in due libri, che furono pubblicati dal compianto Cesare Guasti, e sono gli epistolarii d'un oscuro notaio fiorentino e di una gentildonna, che non aveva molta coltura. Ebbene, leggendo tali lettere (quelle del notaio Mazzei sono della fine del XIV secolo e dei primi del XV; quelle della Macinghi Strozzi, sono della fine del secolo XV), leggendole, ci par di tornare quasi due secoli indietro. Noi ritroviamo in esse ancora vivi tutti quei più puri sentimenti morali, che ricordano i tempi in cui la Repubblica veniva fondata, quando Firenze viveva sobria e pudica, e possiamo non solo scoprire un altro lato della società di quel tempo, ma vedere anche quali furono veramente gli uomini che fondarono la libertà, quali i loro animi quando essi crearono quelle grandi istituzioni, che i politici e letterati del Rinascimento cominciavano a disfare. Chi vuole accuratamente conoscere il Rinascimento e l'opera sua, per cavarne giudizii generali sull'indole del popolo italiano, dovrebbe pur distinguere ciò che in esso sopravvive del passato, e dà ancora frutti di cui il solo Rinascimento sarebbe stato incapace. Nel popolo, negli ordini inferiori della società, questo passato sopravvive sempre più tenacemente, e si può meglio studiarlo. Anche ai nostri giorni si ritrovano qualche volta gli avanzi di un passato assai lontano, che non dobbiamo trascurare nelle società moderne, se vogliamo conoscere bene il tempo in cui viviamo. A giudicarla tutta, la società bisogna esaminarla da tutti i lati.
Certo quando noi guardiamo in Firenze il Duomo, il Palazzo Vecchio e gli altri monumenti che gli stranieri tanto ammirano e tanto studiano, dobbiamo ammirarli anche noi. Ma, sebbene assai pochi vi pensino, non meno ammirabile è la condizione in cui la Repubblica fiorentina lasciò le campagne della Toscana, non per le amene colline, non per le ricche messi, ma per l'armonia sociale che vi regna, per le condizioni economiche in cui l'antica Repubblica pose il contadino. Nel 1289 i Fiorentini fecero una legge, la quale, con un linguaggio che sembra quello stesso dell'Assemblea Costituente in Francia, dichiarava che la libertà è sacra, inalienabile, che è voluta da Dio, è necessaria alla prosperità di tutto il popolo, e liberava perciò i contadini da ogni servitù. E sono questi i tempi medesimi, in cui s'iniziava quel contratto agrario che fino ai nostri giorni fu tanto ammirato, che il nobile animo del Sismondi chiamava uno dei grandi monumenti della sapienza civile degl'Italiani, che gli economisti moderni dichiarano uno dei mezzi più efficaci a liberare la società moderna dal pericolo sociale d'un conflitto di classi, da cui essa sembra minacciata. E questo fu fatto dai Fiorentini nel Medio Evo, quando il dominio della società spettava alla forza, e per tutto regnavano persecuzione e violenza. Fu quello il tempo in cui nell'Italia centrale venne trovata quella forma di contratto, secondo la quale il coltivatore della terra poteva, allora come ora, dire al proprietario: Tu sei il lavoro accumulato dei secoli, io sono il lavoro vivente. Abbiamo bisogno l'uno dell'altro, diamoci dunque amica la mano, e siamo soci. Così si chiamarono allora, e così si chiamano oggi. E allora come ora, o Signori, il lavoratore dei campi, il quale col sudore della sua fronte feconda la terra italiana, che produce quella ricchezza, che è tanta parte della prosperità nazionale, poteva tornare a casa tranquillo la sera, e godere anch'esso le gioie della famiglia, e sentirsi uomo come noi, e crescere con la sua la nostra felicità. E questo fu fatto dai Fiorentini quando in Inghilterra, in Germania, in Francia i contadini erano schiavi, erano servi della gleba. Quegl'Italiani che emanciparono l'uomo, che emanciparono il lavoro, dovevano pure avere un alto sentimento morale.
Il marchese Gino Capponi, l'illustre autore della Storia di Firenze, soleva dire che i Fiorentini non avevano mai così bene impiegato il loro denaro, come quando costruirono quel Duomo, che richiamò nella Città tanta gente ad ammirarlo. Ma si potrebbe aggiungere, che essi non furono mai così profondi calcolatori, come quando liberarono i coltivatori della terra, in un tempo nel quale erano schiavi da per tutto. E calcolarono non solo a vantaggio della loro prosperità economica, ma io credo che calcolassero anche a vantaggio della loro prosperità intellettuale e morale. Forse anzi in ciò sta una non ultima ragione del perchè tanto le lettere e le arti progredirono allora in Firenze. Io non credo, o Signori, che sia indifferente agli alti ingegni, i quali spingono sereno, profondo, sicuro lo sguardo nella luce del vero, come l'aquila fissa intrepida il suo occhio nel sole, non credo che sia inutile il non avere lo sguardo turbato dalle ingiuste sofferenze di coloro che onestamente lavorano. Credo invece, che giovi assai agli artisti ed ai poeti, i quali si sollevano nel regno dell'arte; giovi, affinchè le creazioni della loro fantasia serbino tutta la sacra purità dell'ideale, il serbare, con la mente serena, una coscienza non tormentata da rimorsi. — Ma allora quelle immagini divine dei poeti, dei pittori del Trecento e del Quattrocento, di cui parlammo, non ci appariranno più come l'Angelo di Dante nella bolgia infernale, che traversa sdegnoso, frettoloso la palude Stige. Esse non vengono di fuori, sono nate nella coscienza stessa di questo popolo, nei giorni in cui difendeva la libertà e rispettava la giustizia, sono come la sostanza stessa della sua anima. E così, o Signori, voi vedete, io spero, come lo studio delle origini possa gettare una qualche luce o rischiarare anche i fatti della storia posteriore del Comune e della società italiana.
VENEZIA E LE REPUBBLICHE MARINARE
DI
P. G. MOLMENTI
Signore e Signori,
E dove a chi potrei oggi meglio parlare di Venezia, se non a voi qui in Firenze, in Firenze così legata alla città delle lagune anche da recenti prove d'affetto? Voi la conoscete, ma è sempre curioso il ricordarla la storia di codeste genti veneziane, che non aspettano la loro fortuna, come limosina dal caso, ma la conquistano colla prodezza e l'accorgimento: si fanno innanzi tra la larva d'impero dei Cesari bizantini e i rinnovantisi invasori stranieri, divengono signori di grandi traffichi e conquistatori di vaste provincie, fiaccano l'orgoglio dei maggiorenti e abbassano l'insolenza del popolo, piantano il vessillo repubblicano sulle torri del palazzo imperiale di Bisanzio, divengono i guardiani d'Italia contro gl'infedeli della religione e gli infedeli della libertà; non s'abbassano mai nè anche quando li stringe da presso il nemico: passano, a traverso la storia, eroi talvolta, talvolta uomini pratici, guerrieri e mercanti, statisti e poeti, accorti sempre, sempre ammirabili. Di questa grandezza, paragonabile nell'antichità alla romana, nel tempo presente all'inglese, io vi accennerò, o signori, alle umili origini, non toccando delle altre gloriose repubbliche marinare d'Italia se non per ciò che con Venezia ha rapporto.
Quella regione, da una parte racchiusa dall'Adige e dal Timavo, dall'altra lambita dalla curva settentrionale del golfo Adriatico e difesa dalle Alpi tirolesi e carintie, era conosciuta dai Romani col nome di Veneto. Le origini degli abitanti si collegavano ad Ilio, secondo una tradizione non del tutto creata dalla boria nazionale, ma ravvalorata dai versi dell'Eneide (I, 246). Eneti viene dal greco e vuol dire laudabiles, ma ai veneti cronachisti la nobiltà del cuore non basta e trovano che la voce enetici viene da Enea.
La regione era lieta di città popolose e fiorenti: Padova, Aquilea, Altino, Verona; di paesi ferventi di vita: Ateste, Monselice, Concordia, Treviso, Vicenza, Oderzo, Belluno, Ceneda, Acelo (Asolo). Collocati alle porte orientali d'Italia, caddero primi, nel V secolo, sotto l'impeto delle turbe barbariche, che diruparono dalle Alpi. Gli abitanti, dinanzi a quelle disperate catastrofi, cercarono rifugio là dove le acque dei fiumi dell'Italia superiore, giungendo al mare si fermano, stagnano, si dilatano in lagune. Nulla però in esse d'insalubre. Il Lido, stretta lingua di terra, che separa dal mare la laguna, è rotto in varie aperture, in vari porti, che lasciano libero il corso delle acque. Il flusso marino, che ora copre or lascia a secco quei fondi melmosi, porta via ogni germe mefitico. Nulla di triste. Il cielo, che non splende del troppo vivo fulgore meridionale e non ha la fredda vaporosità del settentrione, si rispecchia nelle acque con quei magici riflessi, con quella smorzatura di toni, con quelle armonie di tinte, che educarono l'occhio dei pittori veneziani. Erano isole, se non deliziose e frequenti, come alcuni sognarono, non abbandonate e squallide, come credettero altri, e abitate e conosciute dai naviganti del tempo romano. Si può arguir ciò da alcuni passi che a quelle isole si riferiscono in Mela, in Tacito, in Plinio, nell'Itinerario di Antonino, in Erodiano. I due limiti estremi della regione insulare, non esposta all'ira degli invasori, cui mancava il navilio, erano, da una parte Grado, dall'altra, Capo d'Argine.
Chi dirigeva quei profughi, chi li guidava? Poetiche leggende ci sono tramandate da una vecchia cronaca, chiamata Altinate, perchè uno degli aneddoti in essa contenuti e scritti anche prima del secolo X, si riferisce ad Altino, città prospera per commercio, magnifica per edifici, fra i quali un palazzo imperiale, e per l'amenità delle ville, degne di rivaleggiare con quelle di Baja, a quanto afferma Marziale:
Æmula Bajanis Altini litora villis.
I primi cronachisti veneti illuminano di luce poetica e religiosa le antiche dimore dei loro padri. Tutti i grandi popoli, dalla Grecia e da Roma a Venezia, hanno carezzata la loro origine leggendaria, e più da essa si sono allontanati, grandeggiando, più si compiacquero non a collegarsi con umili e rozze origini storiche, sinceramente esplorate, ma con quel vago e indefinito della leggenda, che ritrova anche nei primi albori della vita la grandezza. Così le città greche rannodarono le antiche origini con gl'Iddii. Narra la cronaca d'Altino come agli Altinati e agli Aquileiesi Iddio abbia manifestata l'imminente venuta degli Unni. Ciò avveniva nel 452, e si sa come siano intimamente collegate l'origine di Venezia e la leggenda di Attila, intorno alla quale si raccolse ogni ricordanza di distruzione, di sangue, di stragi. Gli uccelli nidificanti nelle mura e sulle torri di Altino fuggirono portando nei becchi i loro nati. Non sapendo una parte di cittadini dove trovare uno scampo, dopo un digiuno di tre giorni pregarono Iddio di manifestar loro se dovessero affidarsi alla terra o alle navi. Si udì una voce: Ascendete sulla torre e guardate verso la parte australe. Molti montarono sulla torre e videro in vicinanza alcune isole, e per tali figure s'intese che doveasi andar là ad abitare. Un terzo circa di cittadini, preceduti dai tribuni e dal clero, si diresse con barche alle lagune e fondò la celebre Torcello. Due sacerdoti, Geminiano e Mauro, incuoravano i fuggitivi e gli spiriti atterriti si commovevano, si sublimavano nelle visioni dell'infinito. Appariva allora a Mauro una bianca nube, dalla quale, insieme con due raggi di sole, scendea la voce di Dio, che imponeva di innalzare in quel luogo una chiesa. Alla voce di Maria, che dava, in altro sito, lo stesso comando, seguiva un prodigioso miraggio: le bianche nubi si squarciarono e lasciarono vedere lidi fiorenti, pieni di popolo e di gregge.
Altri Altinati andarono ad abitare Amoriana o Murano.
Una cronaca, di poco posteriore all'Altinate, quella di Grado, narra che il patriarca Paolo, ritornando coi profughi all'antica patria, Aquileia, ebbe una visione, dalla quale apprese come la sævissima longobardorum rabies avesse distrutto quella città. Egli allora si ritirò a Grado, divenuta poi la più ricca fra le isole veneziane e la sede principale della potestà ecclesiastica.
Eraclea, popolata essa pure da Aquileiesi e dal fiore degli Opitergini, fu sede del governo.
I profughi di Asolo e di Feltre ripararono a Jesolo, più tardi chiamata Equilio, per le razze dei cavalli, che vi si allevavano.
Gli scampati dalla distruzione di Padova si ridussero a Matemauco, l'odierno Malamocco.
Il popolo di Concordia cercò riparo nell'isola, dalle capre che vi condussero i pastori, chiamata Oaprule ed oggi Caorle.
Vissero tutte la fulgida vita della giocondità e della ricchezza. Ora, dove esse sorgevano, si è fatto un triste deserto. Qua e là qualche rudero; eco romita dei vecchi secoli. Vi regnano lo squallore e la malaria.
Esiste ancora in tutta la suprema bellezza dell'arte e delle memorie, Rivoalto, la più modesta di tutte le isole, che a poco a poco unita ad Olivolo, indi a Luprio e finalmente alle Gemine e a Dorsoduro, formò l'odierna Venezia.
L'operosità rinvigorita della sventura e la forza raddoppiata dagli ostacoli animano quella moltitudine di persone, varie di condizioni, di costumi, di sesso, di età, e cento anni circa dopo la distruzione di Attila, i nuovi abitatori delle isole sono descritti con vivi colori da Cassiodoro, in una lettera magniloquente ai tribuni marittimi delle lagune, probabilmente ufficiali inferiori goti, ai quali il ministro, a nome regio, ordina di preparare le navi per trasportare dall'Istria a Ravenna il vino e l'olio.
Provveduti di navilio, arditi sfidano le tempeste del mare e le correnti dei fiumi: erigono case, come nidi d'uccelli marini; collegano la terra con fascine e dighe: ammucchiano sabbia per rompere le onde infuriate: convivono in eguaglianza poveri e ricchi; non invidia, non vizî li macchiano; ogni loro emulazione sta nel lavoro delle saline, da cui nasce il frutto al quale ogni produzione è soggetta e che dell'oro è assai più prezioso.
Nessuna descrizione più attraente, quantunque il ministro di Teodorico fosse disposto ad abbellire il quadro, oltre che dall'indole sua, anche dal bisogno che aveva il suo sovrano di trasportar vettovaglie coi navigli di quei Veneti, i quali del resto riconoscevano nei conquistatori goti l'alto dominio sulle isole.
Tuttavia in questo primo accenno storico, quel popolo risorgente dallo squallore dei bassi tempi alla luce di un'êra novella, si rianima. Noi la vediamo la tranquilla verdura di quelle isolette, specchiantisi nel nitido specchio delle lagune. Oltre alle paludi giuncose, l'occhio si posa sul mare romoreggiante. Qui la pace inconturbata potea destare negli esuli il rimpianto e le memorie delle città disparite, gli splendori distrutti e i tristi albori della nuova patria; là, il furiar delle tempeste e il romoreggiar delle onde rendeano l'imagine dei tumulti della esistenza, di lotte, di pericoli, di gloria. Ma le tranquille melanconie dell'asilo non cullarono quelle anime, da tanti dolori agitate, in una pace mesta. Essi allungarono lo sguardo, oltre le paludi, sul verde Adriatico, e di esso sfidarono le lotte e i pericoli e in esso cercarono la gloria. — Lotta e gloria — ecco il grido anche dei secoli venturi. L'energia di quegli uomini si eleva ad eguale misura delle difficoltà e degli ostacoli naturali: la loro vita tutta si riassume nello scontrar pericoli, domarli, trionfare; una stessa passione li agita, li comanda, li possiede.
Alla vita frugale e laboriosa seguono più prospere condizioni. S'interrano dossi paludosi: ogni prominenza di sabbia, ogni più breve isoletta è abitata; si regolano i canali tortuosi, si preparano approdi e ripari alle barche, si arginano saline, si elevano mulini, si scavano cisterne, si riducono prati, si piantano vigne. Ma anche nel sicuro asilo della laguna giunge l'eco di battaglie e di stragi, di ribellioni e di lotte. Nella Venezia continentale, da prima si agitano guerre fra Ostrogoti e Bizantini, fra Bizantini e Franchi e Longobardi: poi lotte dei patriarchi di Aquileia e Grado e dei vescovi veneti ora coi Longobardi, or coi Bizantini, e controversie fra il papa e i patriarchi e i vescovi. In breve la pace incominciò a turbarsi anche nella Venezia marittima.
La prima costituzione politica, il reggimento dei tribuni marittimi, fu imitato dai Bizantini, sotto la sudditanza dei quali, sciolti ormai dalla gotica, passarono i Veneti. Confermano ciò, tra le fonti più antiche, la Storia gotica di Procopio, le inscrizioni di Grado del secolo VI, edite dal Filiasi e dal Mommsen, la Storia dei Longobardi di Paolo Diacono e gli Annali del franco Eginardo. Allorchè i Bizantini perdettero le città più importanti della Venezia terrestre e ritirarono anche dalle isole i loro eserciti, gli abitanti, non più soggetti a un dominio immediato, elessero un libero reggimento militare di tribuni.
Cessati i pericoli e la pietà e i ricordi delle comuni sventure, incominciarono le rivalità fra le isole, più o meno importanti, fra i tribuni maggiori e minori; poi sorsero contese sui confini o sulla proprietà delle terre coi Longobardi vicini, si sentì necessario creare nelle isole un capo unico, un duce, che il popolo, col suo liquido eloquio, chiamò doxe, titolo ritenuto poi sempre e con lievi mutamenti anche nella lingua e nelle relazioni internazionali. Al nuovo capo, eletto a vita, podestà quasi da sovrano, ricchezza di redditi e di insegne, pari alla dignità, spada, scettro e corona; ei giudice di liti e datore di ecclesiastici benefici: a lui il popolo richiedeva perfino la benedizione nelle adunanze solenni. Tuttavia le cause importanti dovevano essere trattate nell'assemblea generale e non già dal doge come sovrano assoluto.
Il primo Doge, Paoluccio Anafesto, con l'assenso o almeno senza opposizione della Corte greca, fu, nel 697, in un'assemblea del clero, dei tribuni e dei più notabili cittadini, eletto in Eraclea.
Paoluccio strinse coi vicini Longobardi un patto, il primo, di cui si abbia memoria nelle storie veneziane, che determinò i confini dei due Stati e le ragioni scambievoli dei commerci.
In Eraclea, la vita ci si presenta assai diversa da quella descritta con idillica poesia da Cassiodoro. Abbiamo accennato come le varie isole dell'estuario fossero asilo agli abitanti delle desolate città di Altino, di Aquileia, di Padova, di Oderzo, di Concordia, di Vicenza. Ma una buona parte di quei fuggitivi s'erano riparati in luoghi, dipendenti anche prima del loro municipio, come Grado, ad esempio, che aveva fatto parte della dizione aquileiese: altri invece erano venuti ad occupar terre, sulle quali i padri loro non aveano mai avuto alcun diritto. Nei primi tempi, la sventura comune non avea lasciato luogo a discutere i diritti di ciascheduno, e poveri e ricchi, come dice Cassiodoro, conviveano colà in eguaglianza. Ma quando tacque il timore dei barbari, sorsero gelosie e contrasti di elementi diversi, tendenti a soverchiarsi a vicenda. Le ire interne, rinfocolate ora dai Greci, ora dai vicini dominatori della terraferma, diedero origine alle due parti veneto-greca e veneto-italica. Di qui torbidi mutamenti di governo. Non più il doge, ma l'annuo governo dei maestri dei militi. Dopo poco si ritornò ai dogi e per togliere ogni gelosia si trasferì la capitale a Malamocco. Alle rivalità dei maggiorenti, alle gare delle due opposte fazioni, s'aggiungeano le discordie e le vendette del popolo, il quale, specie quando il doge tentava rendere dinastico il potere vitalizio, associandosi quale il figlio, quale il fratello, si ribellava, uccideva, incendiava. È un fiero delirar di battaglie e di stragi. Nel 717, Eraclea è assalita e messa a fuoco dagli abitanti di Equilio, che danno morte al doge Anafesto e a' suoi fidi. Nel 737 il doge Orso è ucciso a furore di popolo; nel 741, il maestro dei militi Giovanni Fabriciaco è deposto e abbacinato; nel 755, Galla si ribella al doge Diodato, lo imprigiona, lo accieca, e usurpa il ducato per poco più d'un anno, trascorso il quale, il popolo insorge contro Galla e gli appresta la stessa sorte, ch'egli avea procurata all'infelice antecessore. Nel 764, i nobili macchinano le fila di una congiura, rompono in furibondo partito, traboccan di seggio il doge Monegario e gli strappano gli occhi. Nel 801, circa, il doge Giovanni Galbaio, fautore dei Bizantini, manda il figlio a Grado, con una divisione della flotta, per assassinarvi quel Patriarca, che inchinava invece ai Franchi. Il figlio di Galbaio prende d'assalto la città, imprigiona il Patriarca e lo fa precipitare dalla torre più alta del Castello. Ma, dopo tre anni, il doge Galbaio e il figlio Maurizio debbono fuggir da Venezia per non cader vittime di una congiura, ordita dal nipote dell'ucciso patriarca di Grado. Il partito franco riacquista allora vigore ed è eletto doge Obelerio. Così che non errava il Machiavelli affermando Venezia, forse più d'ogni altro comune italiano dell'età di mezzo, aver provato il furore delle fazioni.
Codeste terribili agitazioni doveano metter capo all'invasione straniera. Ma Venezia, destinata ad accogliere le fatidiche memorie del popolo italiano, escì salva dalle turbolenze, che ne comprometteano la libertà e l'esistenza.
Obelerio, appena eletto al dogato, era andato, insieme col fratello Beato, a Diedenhofen, dove allora teneva corte l'imperatore Carlo, per rendere omaggio di sudditanza ai principi franchi, che agognavano il dominio anche del veneto litorale. Ma ritornato in patria, quando una flotta greca, sotto il comando di Niceta, approdò alle isole, il doge infido, mutò intendimenti, accostandosi ai Greci. Allora, il figlio di Carlo Magno, Pipino, con forte esercito e numerosa squadra di legni, invase e distrusse gran parte del ducato veneziano, minacciando da presso la capitale Malamocco. Nel supremo pericolo si accetta il consiglio del nuovo doge Agnello Partecipazio, di rifugiarsi nella umile isoletta di Rialto, ove erano le offese più pronte e le difese più sicure. Pipino, dice la tradizione, vuol inseguire i fuggitivi: fa costruire con sassi e fascine un argine, presso Rialto, e ordina ai suoi cavalieri di avanzarsi. Ma i cavalli dei Franchi sulla strada malferma, s'impauriscono, balzano di qua e di là nell'acqua, i Veneti piombano colle loro navi sui nemici sgominati e ne menano tal strage, che a quelle acque rimase il nome di canale orfano per le famiglie franche private de' loro cari. L'orgoglio nazionale ha abbellito coi colori della leggenda la vittoria dei Veneti contro il primo usurpatore, che osasse mettere il piede sul sacro suolo della patria. Le tenebre di questa età tempestosa son come solcate da un bagliore dell'antica gloria. E certo, in mezzo alle lotte fratricide di quei tempi, non ispirate se non all'odio ed alla rapina, questa può anche dirsi la prima vittoria italiana. E il nome sacro d'Italia, offuscato da tante ignominie, era raccolto con tanta pietà sul lembo estremo della penisola, nell'umile isoletta di Rialto. Ed era bene affidato.
Quella stessa incomposta ardenza dovea, per fatalità storica, mettere capo a leggi di moralità e di giustizia; quelle lotte erano pur segnale di molta ed esuberante vita, e per questa via si dovea compire la legge del progresso veneziano. Quando invece sull'alba della vita popolare il dispotismo di un tiranno mette il suo volere in luogo della libertà popolana, la quale deve manifestarsi con tutti i suoi errori e tutti i suoi eccessi, gitta i semi di rivoluzioni, che scoppieranno più tardi e lascieranno turbamenti perenni. Così nella vita dell'uomo: alle giovinezze agitate succede la seria virilità, laddove all'età matura sono riservate le follie, che la gioventù non commise. La vita non soffre violazioni.
A Rialto comincia la città nobile e grande, con lei e per lei stanno la forza e l'avvenire. Rialto, che si denominava così o da un fiumicello Prealto, o dall'importanza del canale o rivo, divenne il centro della nuova potenza. In essa la sede vescovile, il porto e i magistrati, officiales de Rivoalto. Per lungo tempo Rialto significò Venezia, laddove il dogato, l'antico Stato da Grado a Capodargine si chiamò invece Venecia.
Della vittoria su Pipino manca la certezza storica: certo è che il giovane re, disperando di soggiogare i Veneti nel sicuro asilo di Rialto, fu costretto a ritirarsi. Da questo momento cessa nei Franchi ogni idea di conquista su Venezia. Nel definitivo accomodamento fra Carlo e l'imperatore d'Oriente, nei preliminari della pace di Aquisgrana dell'810 e nella pace definitiva dell'812, Carlo rinunzia esplicitamente ad ogni pretensione sulle isole della laguna, riconosciuta come provincia dell'Impero d'Oriente. Col trasferire la sede del governo in Rialto non si era voluto soltanto provvedere alla sicurezza dello Stato, ma s'era anche obbedito all'alto concetto di raccogliere e fondere in luogo senza anteriore importanza, gli elementi migliori di varia origine, dispersi per l'estuario. La prima capitale Eraclea avea rappresentato il predominio greco, poi Malamocco la tendenza verso i Franchi. Rialto significava l'indipendenza, la patria libera da ogni influsso straniero. E si sentì fin dalle prime che la nuova patria era stabile e sicura. Bisanzio, è vero, esercitava ancora una azione su Venezia: i dogi cercavano sempre a quella corte dignità e uffizî, troppe erano ancora le relazioni scambievoli, troppi gl'interessi della vita veneziana, maturata al caldo sole d'Oriente. Ma non era più che un'azione di nome. Che poteva aver di comune, quale autorità esercitare un Impero, nato nella mollezza, fra le ambizioni delle donne e le basse adulazioni dei cortigiani, fra le lusinghe e le menzogne, e volgente alla fine, svigorito dalla decrepitezza, con un popolo fiorente di gioventù, ricco di giovanile baldanza? La vigorìa e la gioventù non furono contaminate dalla vecchiezza e dal vizio.
Venezia passa dall'adolescenza alla giovinezza robusta. Gli stessi scompigli dei primi tempi fanno prova di eccesso di vigoria, della necessità di azione; di quella inquietudine che cerca trar fuori l'ordine dalla confusione delle cose. Agnello Partecipazio (811), primo doge in Rialto, assoda lo Stato, abbellisce la nuova sede, unisce con ponti i sessanta o settanta dossi che formano la nuova città, bonifica i terreni paludosi, crea un magistrato per assicurare i lidi dall'impeto delle acque. Anche qui il primo pensiero è rivolto a Dio, anche qui intorno alle chiese, quasi a cercare la solenne protezione del cielo, si fabbricano le case. E le chiese non sono già, come nei primi tempi di tavola e di canne, fabricæ lignæ, ma si costruiscono di pietra e si abbelliscono di marmi e colonne. Giustiniano, figlio di Agnello Partecipazio e collega nel dogato al padre, fra l'813 e l'820, fondava per incarico dell'imperatore bizantino Leone, un monastero di donne dedicato a san Zaccaria. L'imperatore mandò da Costantinopoli alcuni architetti, perchè l'opera fosse condotta a termine il più presto possibile. E, circa nello stesso tempo, il doge Agnello gettava le fondamenta di quel palazzo, che dovea servir di dimora ai reggitori del più gagliardo Stato d'Europa. Ma per mostrare come legami di sudditanza non esistessero più col decrepito impero di Costantinopoli, la nuova libertà è posta non più sotto il protettorato dell'antico patrono greco Teodoro, ma di un Santo, congiunto ai sentimenti e alle aspirazioni nazionali. Narrava una leggenda che l'evangelista Marco nel suo viaggio da Alessandria ad Aquilea, colto da una bufera, era stato gettato sulle isole realtine, ove un angelo gli era apparso salutandolo: Pax tibi, Marce, Evangelista meus. E in suo fatidico accento, il messo di Dio gli annunziava che là fra quelle isole, chiamate un giorno a meravigliosa prosperità, avrebbero trovato pace le sue ossa.
La leggenda servì mirabilmente a quella specie di misticismo ufficiale, che, come ben fu detto, nessuno Stato ebbe in grado maggiore di Venezia. Tutto ciò che si riferisce all'innalzamento del tempio, dove, secondo l'angelica previsione, dovea trovar riposo il corpo dell'Evangelista, è come avvolto da un'aura di misteriosa poesia. Strano il modo con cui da Alessandria furono trasportati nelle isole realtine i resti di san Marco. Due mercanti, Buono da Malamocco e Rustico da Torcello, nell'828 approdavano ad Alessandria, dove i cristiani erano perseguitati dai musulmani, che spogliavano di quanto contenevano di più prezioso le chiese, per adornarne moschee. Anche il tempio dove era la tomba di san Marco dovea essere distrutto. I due mercanti veneziani poterono ottenere dai sacerdoti greci quelle sacre reliquie, e per sottrarle alle indagini dei gabellieri musulmani, le coprirono di carni porcine, avute in orrore dagli islamiti. Recata quindi la salma sulla nave, spiegarono al vento le vele, approdarono alla patria, fra le festose accoglienze del doge e del popolo. La santa reliquia fu riposta in palazzo ducale fin che si fondasse il tempio, in omaggio del nuovo protettore.
Sotto Giovanni Partecipazio, nella chiesa, ridotta a buon termine e adornata di colonne e marmi finissimi, spoglie di vittorie sui Saraceni, si trasportò il corpo dell'Evangelista, il cui nome fu invocato nelle sventure, nelle gioie, nelle battaglie, nelle vittorie. E Venezia, che diverrà una delle prime potenze denaresche d'Europa, quasi a bene augurare de' suoi commerci, stamperà il busto nimbato di san Marco sulle sue monete; e l'animale simbolico dell'Evangelista diverrà ben presto il segnacolo glorioso della repubblica, e nell'edifizio, sacro e inviolato sepolcro del Santo, si svolgerà una serie di avvenimenti, nei quali si riassume quanto v'ha di più glorioso nella veneta storia.
Se Venezia potea dirsi indipendente dall'Impero bizantino, non avea, d'altra parte, più a temere le forti razze del settentrione. Colla potenza Carolingia, minacciosa un dì per la libertà veneziana, la giovane repubblica potea ora trattare da eguale ad eguale. Lodovico II, nell'855, si reca insieme con l'imperatrice, insino a Brondolo, presso Venezia, per onorar di una visita il doge Pietro Tradonico, del quale tiene al fonte battesimale un nipote.
Ma, fra tanta prosperità, le interne discordie non quetavano, anzi, tratto tratto, prorompevano tremende, specie fra i maggiorenti. Le famiglie più illustri vengono fra loro al sangue: i Giustiniani, i Basegi, i Polani da una parte; gli Istoili, i Barbolani, i Selvo dall'altra. Lo stesso doge Pietro Tradonico è trucidato, non già in tumulto di popolo, ma per mano di congiurati, i cui nomi sono fra i più illustri di Venezia: Gradenigo, Candiano, Calabrisino, Faliero.
Nè men sinistra quella luce di rivolte civili, che circonda la bieca figura di Pietro Candiano IV, prima esigliato per l'indole fiera e turbolenta, poi con voltabile giudizio, richiamato in patria ed eletto al dogato. Ma presto, lasciato veder l'animo suo, prorompente ad ogni maniera di prepotenza, fu fatto nuovamente segno alle ire di congiurati, che lo assalirono nel palazzo dove trovaron fiera resistenza nelle soldatesche straniere, messe a guardia del doge. Allora appiccarono il fuoco alle case vicine. Quando le fiamme minacciavano al palazzo ducale, Candiano fuggì per l'atrio della chiesa di San Marco, insieme col figlioletto ancora lattante. I congiurati lo scoprirono, s'avventarono su lui, implorante la vita, almeno, pel figlio. Risposero col sangue. I corpi degli uccisi, lasciati per ludibrio insepolti, furono raccolti e seppelliti da un Giovanni Gradenigo, uomo pio, aborrente da quei furori.
Altre contese sanguinose sorgono fra le due famiglie dei Morosini e dei Caloprini. Un Morosini, mentre esce di chiesa, è trafitto da un Caloprino. I servi, percossi d'orrore, non pensano a brandire le armi, ma raccolgono il ferito e lo trasportano in un monastero, dove spira fra le lagrime e i propositi di vendetta dei parenti colà riparati. I Caloprini fuggono, chiedono asilo alla corte di Ottone II, che coglie tale pretesto per assediare Venezia da ogni parte, perchè non le giungessero vettovaglie e dovesse arrendersi. Venezia resiste e nel 983 si viene alla pace di Verona.
Più tardi, i Caloprini per intercessione dell'imperatrice Adelaide, ottengono il perdono e il ritorno in patria. Ma gli odî non sono spenti nei Morosini. Una sera, seduti in una barca, tornavano dal palazzo ducale alle loro case, tre giovani Caloprini, allorchè, d'improvviso, assaliti dai Morosini son trucidati con tal furore da farne schizzare il sangue sulle rive vicine. I corpi sanguinosi dei trafitti furono portati da un servitore fedele alla povera madre e alle vedove mogli.
Strano tempo e strane antitesi! L'odio a canto all'amore, la ferocia alla mitezza; e sconsigliati impeti di plebe a canto a sottili e accorti provvedimenti; e qui levarsi su nel limpido azzurro le bianche chiese e là intorbidar l'aria il fumo degli incendi vendicatori; e dotar monasteri dopo esser corsi alla rapina; e appendere a piè degli altari le spoglie dei nemici; e innalzar preci dopo uccisioni e stragi. Ma sol che lo straniero minacciasse ed offendesse la patria, le discordie tacevano e tutti insieme i cittadini correvano alle armi, animati da un volere comune.
È di questo tempo il celebre ratto delle spose veneziane, che ispirò la poesia e le arti. È leggenda, è storia? I più vecchi cronachisti, l'Altinate e il diacono Giovanni, vissuto tra il cadere del secolo X, Martino da Canale, che narrò nel XIII, non ne parlano. Certo, a quell'avvenimento vero e leggendario si dee l'origine d'una delle più pittoresche feste veneziane. Non la storia soltanto, anche la fantasia ha i suoi diritti: e l'indagine fredda non ha potuto cancellare dalle pagine della storia questa tradizione di coraggio e di valore. Era costume veneto, l'adunarsi delle fidanzate nella chiesa di Olivolo, il dì secondo di febbraio, perchè dal vescovo fossero le loro nozze benedette. Biancovestite, coi capelli disciolti, ornate di molti gioielli, tenevano in mano una cassetta (arcella), contenente la dote. I pirati slavi approdarono di soppiatto in Olivolo, irruppero nella cattedrale, rapirono le donne, gli uomini e, secondo alcuni, anche il vescovo e i preti, e si diressero verso Caorle, a un porto, chiamato ancora delle donzelle, per dividersi le fanciulle e la preda. Ma i Veneziani, rimessi dal primo sbigottimento, armarono in fretta alcune barche e guidati dal doge, raggiunsero a Caorle i corsari, li assalirono, li sconfissero e ritolsero loro le spose e il bottino. In memoria di questo avvenimento fu instituita la festa così detta delle Marie. Singolarissima e fastosa. La descrivono, tra altri, un documento del 1142 e la Cronaca di Martino da Canale. Quei documenti parlano di ricche compagnie di damigelle portanti vassoi e fiale d'argento, e precedute da trombettieri, di lunghe file di chierici vestiti di sciamiti d'oro e di damasco. Insieme col doge si recavano tutti al tempio di Santa Maria Formosa. Dodici fra le più belle e le più giovani donzelle, le Marie, acconciate molto riccamente con drappi d'oro e corone di pietre preziose, erano presentate al doge e festeggiate poi lungo il Canal grande. La festa durava dal 25 gennaio al 2 febbraio, fra baldorie, regate e spettacoli d'ogni maniera. Così una delle prime e più solenni feste civili dei Veneziani fu un omaggio alla donna.
Meno gentile, ma non meno singolare sarà la festa commemorante la vittoria sopra Ulrico patriarca d'Aquileia. I Veneziani vittoriosi trassero prigione il patriarca con dodici de' suoi canonici, avendoli, dice Marin Sanudo, il principe dei veneti cronisti, a farli tajar la testa. Ma, ad istanza del papa, furono rimandati, pur che il patriarca dovesse inviare ogni anno, nel giovedì grasso, un toro e dodici maiali — simbolo di scherno del patriarca e de' suoi canonici — per servir di spettacolo alla moltitudine. E la festa del Giovedì grasso, in cui si uccidevano il toro e i maiali, si rinnovò ogni anno con grandi allegrezze e matte baldorie.
Il sommo della veneta potenza, nel periodo delle origini, fu raggiunto sotto il dogato di Pietro Orseolo II. Ei ricondusse la quiete nella fervida città, aggrandì, non impetuosamente, ma per gradi, lo Stato, riescì, col valore, colla sagacia, colla costanza, ad accrescere e consolidare la propria potenza. La mente avea fine ed aguzza nel trovare ingegni a tenersi bene in arcione tra il Cesare bizantino e l'Imperatore tedesco. Trionfò dei pirati narentani, guerreggiò gli Slavi, conquistò la signoria delle città marittime della Dalmazia, tramandando ai successori il titolo di doge della Dalmazia, liberò l'Adriatico dai Saraceni, che l'infestavano. A buon dritto potè il doge, in appresso, commemorando tali conquiste, sposare il mare con la cerimonia più splendida di tutte le feste veneziane. Nè le arti della pace erano trascurate dal gran doge. Compì una parte della basilica di San Marco nel 1006, e quel turrito palazzo ducale, dove ospitò l'imperatore Ottone III, che ammirò, a quel che ne dice il diacono Giovanni, cappellano del doge Pietro, la bella e decorosa fabbrica. Dopo un secolo, sotto Ordelafo Faliero, si gettavano le basi di quell'Arsenale, che fu il più vasto d'Europa, e che ricordano tutti, più ancora che pei suoi fasti, per la stupenda descrizione di Dante — tanta è la potenza dell'arte.
Nel secolo XI, può dirsi veramente fondata la marittima signoria di Venezia, e l'Adriatico incominciò da questo tempo a considerarsi come un lago della repubblica. La libertà e il vero spirito dell'antica Roma qui continuavano in tutto il loro vigore. Questo giudizio non è di qualche storico piaggiatore, ma d'una delle anime più nobilmente fiere, che sieno mai passate pel mondo: Ildebrando. Di tanto fe' degna Venezia ardor di speranze e tenacia d'intendimenti. E il meraviglioso espandersi della possanza guerresca e civile si accompagna all'avanzamento dei commerci. Alle inquietudini interne, alle agitazioni civili succede la forte serenità. Vivissimo il commercio. Nelle vecchie carte si parla sovente di carichi di mercanzie pel valore di 150,000 ducati d'oro, di navi cum raxon de drapi, telle et altre cosse de valor de ducati 200,000. E si noti che erano in gran parte piccoli legni, perchè tutti voleano trafficare, tanto che il governo prescrisse con decreto le proporzioni più piccole di uno scafo per avventurarsi in mare.
Nè men fiorenti le arti e le industrie. — Venezia ha, fin dai secoli più remoti, fonderie di metalli, fabbricatori d'organi, officine di tessitura, di tintoria, di vetreria, fabbriche di sete, lini, velluti, broccati. Le antiche chiese, specie quelle di Grado e di Torcello, scintillavano di mosaici. Negli Annali di Eginardo, si ricorda, all'anno 826, Giorgio, prete veneziano, chiamato in Aquisgrana, per la sua abilità nel costruire organi. Orso I Partecipazio, asceso al trono dogale nell'864, mandò in dono a Costantinopoli dodici campane, e Pietro Orseolo II, fatto doge nel 991, fe' regalo a Ottone III di una tazza di fino lavoro di due troni rivestiti di lamine d'avorio e di una tazza d'argento. Non si può dire che in egual fiore fosse la cultura letteraria, se due documenti sono da due dogi, Pietro Tradonico e Tribuno Memo, firmati così: Signum manus domini excellentissimi Petri ducis e Signum manus Tribuni ducis. Ma fra quel pratico e operoso popolo di navigatori e di trafficanti non potevano aver culto se non le arti, che al dolce unissero l'utile. E tali arti andarono a mano a mano meravigliosamente avanzando.
Martino da Canale, narrando l'incoronazione di Lorenzo Tiepolo, nel 1256, descrive con pittoresca efficacia la sontuosa processione delle Arti veneziane: primi venivano i fabbri col loro gonfalone e con ghirlande in capo: poi i pellicciai riccamente addobbati di armellino e vaio, di sciamito e zendado. Seguivano, cantando, accompagnati da trombe, portando coppe d'argento, i tessitori; i sarti in veste bianca a stelle vermiglie: i fabbricanti di drappi d'oro e di porpora, con cappucci dorati in testa e belle ghirlande di perle; e via via i lanaiuoli, i barbieri, i vetrai, gli orefici. Gli orafi specialmente raggiungeano la dignità d'arte più squisita in quei piccoli capilavori di imagini, imitate dai bizantini, in quegli ornamenti d'oro e perle, di cui è perfino menzione nel testamento del doge Giustiniano Partecipazio dell'829, e in quelle catenelle d'oro, preferito ornamento sì delle gentildonne come delle popolane venete. Cito questo lieve, ma non insignificante particolare. Nel 1225, Federico II, il grande sovrano e il grande artista, ordina a un orafo di Venezia una zoia, un gioiello.
In questo periodo delle origini, la città ha un aspetto singolarissimo. Questa maravigliosa zattera di sabbia e di fango è indefinibilmente strana per forma e non rassomiglia ad alcun altro paese. Il Sannazaro, nel tempo in cui Venezia, un po' invecchiata, incominciava a porgere ascolto benigno alle bugie dei poeti, scrisse un epigramma, che gli fruttò cento scudi per ciascun verso (i versi erano però sei soltanto) e nel quale, comparando Roma a Venezia, conchiude col dire che quella fu fabbricata dagli uomini, questa dagli dei.
Illam homines dices, hanc posuisse deos.
Nulla di più poeticamente menzognero. Venezia fu fatta dai Veneziani. Il nume indigete erano la forza, l'operosità, il vigore, il coraggio, l'ardore di quei profughi intrepidi. Per voi, ad esempio, o signori, la patria è un dono, uno splendido dono di Dio — pei Veneziani è l'opera dell'industria umana. Entro questo vostro divino anfiteatro di colline, rigate dai canali freddi e molli, fra la magnifica pompa della verzura e dei fiori, palpita una dolce vita, dove hanno sorrisi tutte le cose, viventi nella felicità di un'armonia serena, armonia dei colori e della luce, del suolo e dello spazio. Qui l'opera dell'uomo è un sublime commento all'opera della natura, e l'arte temperata al sentimento dell'aere circostante, assume una elegante semplicità e compostezza di linee, una nobiltà morale di forme che riposa l'animo e contenta l'occhio. La cupola del Brunelleschi, il campanile, la loggia dei Lanzi, Orsanmichele sono come il compimento di Bellosguardo, di Fiesole, di Monte Oliveto, di San Miniato, e le linee del paesaggio con quelle degli edifizî si fondono nel comune accordo. Venezia invece, eretta sur un labirinto di secche e di paludi, sovra un piano di acque e di alghe, dovea rispecchiar nell'aspetto, fin dall'origine sua, i capricci imaginosi dell'uomo, non già l'impero della natura esteriore. Guardate San Marco, il prodigio dell'architettura veneziana! È una sublime bizzarria. I rosoni, i rabeschi, gli intrecci, i pinacoli slanciantisi al cielo, presentano l'aspetto di una lussureggiante vegetazione di pietra. Le arcate a trifoglio, le aguglie traforate, l'innesto dell'arco acuto sul bizantino, tutta l'opera fine, con la sua ricca veste di sculture e di cesellature, colle sue armonie e co' suoi disaccordi, sembra una vasta sinfonia nel marmo. Nessuna licenza è vietata; simboli di tristezza macilente e di florida giovinezza, figure misticamente rigide e mondanamente voluttuose, vergini e martiri assorti in visioni serafiche, e angeli e beati, vivificati da idee terrene, mostri e chimere del paganesimo a canto ai santi del cattolicesimo. — Tale Venezia. — Percorrendo il Canal grande, ci passano dinanzi fantastiche architetture bizantine, palazzi di stile arabo-archiacuto simili a trine di marmo, edifici del Rinascimento corretti e severi, moli maestose della decadenza dalle bugne massicce, dalle cornici ponderose. Qui l'architettura non ha tradizioni e, tra gli splendori del cielo e le iridescenze delle acque, cresce mobile, varia, fantastica, come le tinte dei tramonti, come i riflessi delle lagune. Nessuna città è passata per più diverse forme.
L'imaginazione può compiacersi senza allontanarsi dal vero, a raffigurarsi così l'aspetto di Venezia adolescente. Quelle sporgenze dal fondo lagunare, su cui era sorta la città, si chiamavano con varî nomi: dossi, scanni, barene, tombe, velme. Eretta una casa sopra una palude, si chiedeva al governo di estendervisi con interrimenti. E il tributo per la concessione, era alcune volte un bel paio di guanti di camoscio pel doge. I canali (rivuli), che s'incrociavano in ogni parte e si chiudevano per sicurezza con catene, erano fiancheggiati da alberi. Si attraversavano i ponti di legno di brevissimo arco, senza gradini, si seguivano strade lungo i canali, chiamate fondamenta o junctoria, si entrava in certe piazzette anguste (campielli), per certi chiassuoli stretti (calli) e si riesciva all'aperto dinanzi a qualche largo specchio d'acqua (piscina), a seni, a sbocchi, oppure fra verdi prati (herbidi piani), dove pascevano armenti, o in mezzo a folti boschetti. La piazza di San Marco si chiamava brolio, ossia orto, perchè ricoperta d'erba e piantata d'alberi. Apparivano qua e là saline in muratura, e incassati tra argini e canali stendevano i raggi delle loro ruote i molini, chiamati acquimoli. Si camminava sul nudo terreno: i cavalli correvano per la città, e i porci dei monaci di sant'Antonio grufolavano continuamente per le vie — sub specie et reverentia Sancti Antonii vadunt per civitatem — diceva un decreto del Maggior Consiglio. Le case erano, nei primi tempi, coperte di tavolette di legno o di paglia e alcune non aveano altra via che d'acqua. Ogni magnificenza era riservata ai pii edifici e alla dimora del capo dello Stato. E fra le case e sopra i tetti, nettamente intagliate nel pieno azzurro, vele, antenne, cordami. Poi prospetti lontani di altre case e di altre vele, e sullo specchio tranquillo della laguna le svelte navi — le zalandrie, i dromoni, le galee — il cui solo nome, il solo ricordo, ci svegliano nella mente la visione della gloriosa epopea marinaresca delle città italiane. Squadre intere di navigli, che toccavano i porti dell'Asia e dell'Africa e scorrevano i mari del Nord; naviganti che, con la sicurezza della forza e il presentimento della gloria, spingeano la prora così fra le acque su cui si riflette il sole d'oriente, come fra le sconfinate solitudini brumose del settentrione; marinai che passavano a traverso mari inesplorati e toccavano terre ignote, fra gli ostacoli della natura e i più perversi ostacoli degli uomini, fra grida alzantisi nello spazio a osannare al trionfo e urla imprecanti inutilmente alla morte — intrepide avanguardie del progresso umano, della civiltà moderna, della gloria italiana.
Una sola città avrebbe potuto rivaleggiar con Venezia e metterne in dubbio il primato: Amalfi. Alla città surta là dove il monte cala, lieto di verzura e fiorente di messi, al mare, accorrevano d'ogni fatta stranieri. La descrizione di Amalfi fatta da uno scrittore, a cui la poesia non fa velo alla verità del giudizio, Guglielmo Apulo, non ha nulla da invidiare alle condizioni di Venezia nei tempi più prosperi. Straricca di tesori e frequente di popolo: le case piene d'argento, di stoffe d'oro, di tessuti di seta. I suoi marinai, noti in tutto il mondo, san farsi strada sulle onde, in mezzo ai venti e alle tempeste. Le merci che escono da Alessandria d'Egitto e dalla città d'Antioco sull'Oronte, affluiscono tutte alla spiaggia d'Amalfi. Non v'ha porto in Arabia, nella Libia, in Africa, o nei paesi della Sicilia, che non sia stato visitato dall'Amalfitano. Ma fu luce rapidissima, come fu passeggero lo splendore di Napoli, Gaeta, Sorrento, signore dei mari, ben prima che dalle ruine dell'antica grandezza greco-romana risorgessero le repubbliche di Pisa, di Genova e di Venezia. In sui primordi del secolo XII, la libertà e la prosperità amalfitana furono spente dalla violenza di quegli eroici avventurieri normanni, a cui nulla omai più resisteva in Italia, nulla, tranne Venezia, la quale con la giovanile energia delle sue forze, dopo una fierissima guerra, durata tre anni con varia fortuna e finita nell'agosto del 1085 colla presa di Durazzo, salvò dai Normanni il decrepito Impero bizantino, ottenendone in compenso privilegi importantissimi, nuovi possedimenti, libertà assoluta di traffico e perfino un quartiere distinto in Costantinopoli stessa.
Qui Venezia si trova di fronte ad altre due città marittime, che andavano anch'esse crescendo in potenza, e alle quali la fortuna della rivale non poteva non destare sospetti e antagonismi, scoppiati poi in sanguinose discordie.
Pisa non era una nuova venuta. I documenti della sua nobiltà risalivano all'antica civiltà etrusca, alla grandezza romana. Risorta dopo l'invasione barbarica, ebbe a combattere i Saraceni. Ma il valore delle armi non si scompagna agli accorti maneggi del commercio e ai provvidi ordinamenti civili. Il dominio della contessa Matilde fu più di nome che di fatto e non impedì il libero svolgimento della libertà, fecondatrice di ricchezza e benessere materiale. E quanta fosse la sua floridezza commerciale, provano le parole del monaco Donizone, il quale, nel suo ascetico fanatismo, vede i navigatori pisani trasformati in mostri marini e la città insozzata da male generazioni di Pagani, Turchi, Libici, Parti, e le sue spiaggie corse dai Caldei.
Dopo aver combattuto contro la vicina Lucca, Pisa combattè pel possesso della Sardegna contro Genova.
Difficili i primi passi di Genova, umili le origini: trafficare coi porti vicini, combattere i predatori saraceni e normanni. A poco a poco, a nuovi commerci nuovi lidi. Fin dal 958, essa gode della sua libertà, non funestata mai da capricci superbi di conti, di marchesi, di duchi, ai quali tutti il trattato di Berengario II e di Adalberto vietano di porre piede nella città. Prosperano le compagnie cittadine belligere e trafficanti. Da prima, insieme coi Pisani, Genova strappa ai Mori la Sardegna, ma ben presto le armi consociate diventano fratricide, e la guerra fra le due città dura sessant'anni.
Ad accrescere la ricchezza e le rivalità delle città marinare d'Italia giungono le crociate.
È opinione comune che tra le prodezze irreflessive, ma generose delle crociate, Pisa, Genova e, in ispecie, Venezia, non abbiano cercato che l'interesse ed abbiano fatto servire una grande idealità religiosa ad ottener dovizie materiali, ad aprir nuovi scali al commercio. Certo, fra quei tre popoli non apparve l'ascetismo feroce, nè il principio di autorità dogmatica, soccorritore del feudale e del dinastico, ma la religione fu sentita e intesa fra quelle genti, nè fu ipocrito pretesto di mercantili speculazioni. Vi sono popoli credenti e pratici a un tempo, come l'inglese e il veneziano. Sono sinceri in tutti e due gli atteggiamenti della loro esistenza, e perchè sinceri colgono i frutti di ambedue queste attitudini dello spirito. Il missionario inglese, quando con la Bibbia, tradotta in tutti gli idiomi asiani e africani, s'avanza in regioni ignote a spargere la santa semente del verbo di Dio, è profondamente sincero e devoto al suo ideale fino a rifiutare per esso la vita. Ma, superate le difficoltà, egli è egualmente convinto di servire alla sua patria mutando l'evangelista in negoziante, segnando la via ai cotonieri del Lancashire e qualche volta, e Dio gli perdonerà, ai fabbricatori di brandy del suo paese. Così Venezia: devota a Cristo, si sentiva bensì accesa di zelo religioso per la liberazione del Santo Sepolcro, e, all'infuori di ogni pensiero mondano, palpitava nella isoletta di Rialto, come il grande signore di Francia e di Lamagna nel suo maniero. Ma a canto all'imagine di Gesù crocifisso, i signori dei mari intuivano tutti i nuovi orizzonti di traffichi e di colonie e vi si fisavano con amoroso zelo. E in quel connubio di palpiti cristiani e di mercantili disegni, si accordavano la religione con l'industria, l'ascetico col mercadante, e l'imagine di Gesù liberato si adornava di tutte le opulenze della nuova vita economica. Così erano, o signori, anche i vostri antenati. Credenti, mercadanti e diplomatici a un tempo, mistici e positivisti, i lucri guadagnati negli arditi commerci consegnavano alla divinità e dai banchi uscivano gli artefici, che erigevano i vostri insigni monumenti. Così la nostra storia prova come sia vano, sterile e oseri dire irreligioso, un ascetismo monastico orientale, che si consuma ne' suoi malaticci idealismi, e come, alla sua volta, conduca a ruina una sete di lucro, che non si temperi, non si legittimi e direi quasi non si purifichi in queste aure salubri della idealità. Quanto diversi, o signori, dai coloni italiani del nostro tempo, i quali, senza ideali religiosi e senza disegni di utili operosità, si avventurano in luoghi, che nè i nostri antichi apostoli, nè i concittadini di Marco Polo e di Colombo avrebbero eletto a sede di colonie. Il che dimostra appunto, perchè ci fa difetto il modo di scegliere con infallibile rettitudine di giudizî, quanto ci manchi e quanto siamo lontani dalla sana idealità e dall'avveduta operosità dei nostri maggiori. Oh! non disputavano a Venezia sulla fecondità e sull'avvenire delle grandi colonie che occupavano, come non disputavano a Genova su quelle del mar di Marmara e del mar Nero. Le opime spoglie che ne traevano non consentivano i dubbi dolorosi, che s'odono nei nostri parlamenti.
Ma, siamo giusti, ciò che ai nostri maggiori mancava era il senso della concordia. I vicini interessi e le comuni imprese fecero scoppiare più fieri i dissidî fra Pisa, Genova e Venezia.
Intanto da una straordinaria impresa era agitata quest'ultima città. Quando Innocenzo III tentò ravvivare la santa guerra, i crociati francesi si rivolsero, per ottenere il navilio, a Venezia. Era allora doge Enrico Dandolo, vecchio ottuagenario, a cui gli anni e la debole vista accresceano l'ardimento e l'energia; indole tenace e impetuosa e nello stesso tempo astuta e dissimulatrice. Egli accettò le proposte, ma prima di accingersi all'impresa, volle avere l'approvazione del popolo, ch'ei fe' radunare nella chiesa di San Marco, la plus belle que soit, come la chiama Goffredo di Villehardouin, uno di quei crociati. I cavalieri di Francia dalle armi corrusche, i veneti patrizî dalle vesti gravi e maestose dell'Oriente, il popolo dalle fogge variopinte, si adunarono sotto le cupole dorate dai scintillanti mosaici, fra quella strana architettura di colonne superbe sovrapposte a colonne, tra le effigie mirabili e i marmi preziosi.
Il vecchio doge, in luogo eminente, indossava una tunica purpurea, un manto affibbiato con borchia d'oro e un corto bavero d'ermellino. Parlò Goffredo di Villeardouin pregando Venezia ad accompagnare i baroni francesi a vendicare l'onta di Gesù. La voce di quel guerriero entusiasta si alzava trionfante come un inno, ricercava le fibre più intime di quei cuori, finiva addolcendosi in una prece, nella quale passava il puro alito della fede. Allora da più di diecimila petti un grido s'alzò sotto le vôlte dorate della chiesa e il doge e i legati francesi giurarono sulle loro spade. Ma quando furono pronte le navi, non trovando i baroni di Francia, tutta la somma stabilita pel passaggio, Enrico Dandolo propose loro, in luogo di soddisfare intero il debito, di riconquistare insieme coi Veneziani la città di Zara ribellata. La proposta fu accettata, e, dopo poco tempo, Zara cadeva. Durante l'assedio si presentava ai crociati Isacco, imperatore di Costantinopoli, spodestato da un usurpatore, chiedendo aiuto per ricuperare il trono. Papa Innocenzo, che avea con ogni possa cercato d'impedire l'impresa di Zara, scagliando perfino i fulmini apostolici, ora secretamente favoriva la spedizione di Costantinopoli, vagheggiando l'unione della Chiesa anche in Grecia. Avea finito col trovare gli opportuni ripieghi sacerdotali, concludendo con un pensiero degno della politica odierna: necessitas, maxime cum insistitur opere necessario, multum et in multis excusat. E poi troppo recenti erano le greche perfidie contro la repubblica di San Marco, perchè ogni veneziano non sentisse in cuore il desiderio della vendetta. Non erano ancor vive le generazioni che aveano veduto il fedifrago imperatore gettar un giorno in carcere tutti i Veneziani, che avea potuto prendere ne' suoi stati? E il valore dei Veneti, condotti da Vitale Michiel non era stato reso impotente dalle inique arti dei Greci? E non si era tentato di perdere coll'inganno più infame lo stesso Enrico Dandolo, che in Costantinopoli avea tentato di salvare l'onore della patria? Non erano le leggi e i trattati arbitrariamente violati dalla corte bizantina? D'altra parte, e i documenti attestano ciò, il Pontefice e il Doge si accordavano nel pensiero che la sommessione di Costantinopoli potesse agevolare il conquisto di Terrasanta. Fu stabilita l'impresa e compiuta; ma poco stante, in seguito a nuove rivoluzioni e intrighi di palazzo, i crociati vennero a rottura coi Greci, e Costantinopoli fu presa per la seconda volta. Quando il gonfalone di San Marco sventolò sulle mura di Costantinopoli, i Greci fuggirono spaventati, fra il confuso rumor d'armi e di grida, unito al frastuono orrendo di urla, di gemiti, di pianti. E il Papa, plaudendo agli eventi fortunati, scriveva ai vescovi, abati e duchi dell'esercito: sane a domino factum est istud et est mirabile in oculis nostris. E dimenticò Terrasanta.
«Dalla creazione in poi non v'ebbe più larga preda» scrisse il Villehardouin. Immense ricchezze e preziosi oggetti d'arte furono salvati nella generale rapina, e trasportati in patria dai Veneziani: quadri, statue, gemme con cui arricchirono la pala d'oro e il tesoro di San Marco, e i quattro celebri cavalli di rame dorato che, trasportati da Chio, dall'imperatore Teodosio II, a ornare l'ippodromo di Bisanzio furono posti sul pronao della basilica veneziana.
La forza di Venezia imperava ormai sull'Oriente. All'interno potea dirsi secura, coi nuovi ordinamenti politici, per mezzo dei quali si svolgeva la sua attività, colla legge che impera e custodisce, colla concordia che fortifica e rafferma. Sottratta già da lungo tempo al popolo la dogale elezione, chiuso a chi non fosse nobile, il governo, s'era consolidato quel reggimento di ottimati, grande anomalìa fra due cose normali, il governo cioè di tutti e quello di un solo che tutto eguaglia in una comune tirannide, quel reggimento di ottimati che salvò l'indipendenza veneziana. Costituzione non certo desiderabile oggi, ma per quei tempi ammirabile, e che illuminò del suo raggio uno dei periodi più gloriosi della libertà fiorentina, quando, tenendo gli occhi fissi a Venezia, fra Girolamo Savonarola, Paolo Antonio Soderini, Francesco Valori e altri magnanimi volevano garantire la nuova indipendenza, affidando la somma delle cose ai migliori dei cittadini, ai benefiziati, e instituendo il Consiglio grande. Il tentativo fallì, poichè la tenacia del volere non fu pari all'altezza degli intendimenti.
Delle due forti rivali di Venezia, Pisa in breve non fu più da temersi. La sua potenza s'infranse allo scoglio della Meloria e sulla bella e sventurata città aleggiò l'arte, supremo conforto. Quando l'età delle forti imprese si oscura, s'inalba luminosa quella delle arti.
Restava Genova, nè il vessillo di San Giorgio volle per lungo tempo e a niun patto piegare dinanzi a quello di San Marco. Lunghe e accanite le guerre, brevi le tregue, per ripigliar lena a nuove battaglie, combattute con varia fortuna.
Nel 1256, i Liguri spogliano le navi veneziane nel porto d'Acri e saccheggiano il quartier veneziano. Lorenzo Tiepolo corre alla vendetta, con gran numero di navi e coll'aiuto dei Pisani, spezza la catena del porto, preda e arde le navi nemiche, penetra nella città, incendia il quartiere dei Genovesi ed espugna il castello di Mongioia. Invano i Genovesi tentano riannodare le forze: il Tiepolo, presso a Tiro, li sbaraglia una seconda volta; poi non lungi da Acri stessa, li sconfigge nuovamente con più sanguinosa battaglia.
Nel 1261, la gelosia ligure rialza il trono greco a Costantinopoli. Vi si oppone Venezia e ne vien nuova guerra, finita colla rotta dei Genovesi nelle acque di Trapani.
Una fiera rivincita prese Genova a Curzola, quando, sotto il comando di Lamba Doria, un minor numero di galee vinse i Veneti condotti da Andrea Dandolo. Il Doria trasse seco a Genova 5000 prigioni. Marco Polo fra questi. Lo sfortunato ammiraglio di Venezia die' di cozzo nell'albero della sua nave e morì....
Ma a che oggi riandare la serie di questi gloriosi delitti? Nel camposanto di Pisa, in quella dimora di morti, dove palpita tanta parte di storia italiana, stanno appese, non già trofeo di ire fraterne, ma segno perenne di fraterno affetto le catene del porto di Pisa, dai Genovesi prese e donate ai Fiorentini. Nell'affetto sereno della patria unificata, Firenze e Genova vollero restituite a Pisa quelle catene, come augurio d'invitta concordia fra le città italiane, pegno e segnacolo di un'êra novella.
Ora una luce irradiano quei torbidi ricordi di storia italiana, luce di fraternità e di pace.
LE ORIGINI DEL COMUNE DI MILANO
DI
ROMUALDO BONFADINI
Lo studio delle origini — è bene saperlo prima di mettersi in via — rappresenta per lo spirito piuttosto una fatica che un diletto.
La scarsità delle fonti, la cronologia difficile, l'ermeneutica capricciosa obbligano a lunghe indagini, a laboriose induzioni, per istabilire quello che si suole chiamare la verità storica e che, nella maggior parte dei casi, si limita ad essere la congettura più verosimile. E d'altra parte, urtano così fieramente coi nostri i costumi, i sentimenti, le leggi di quell'epoca buia, che il piacere dei paragoni scompare, e la stessa immaginazione si stanca a cogliere e ricomporre la continuità dei contorni in quelle figure, di cui la storia non può dare generalmente che tratti incompleti, interrotti, sfumati nel tipo morale e nelle particolarità dell'azione.
Però, v'è un aspetto del problema che può mitigar la fatica di questo studio. È una soddisfazione di pensiero che non può sembrar vana al filosofo, se anche lascia indifferente l'artista. Poichè nello studio delle origini assai più che nello spettacolo delle decadenze l'orgoglio dell'umanesimo trova ragion di affermarsi.
Le origini non sono altro, storicamente, che i periodi nei quali le istituzioni umane, di qualunque natura, passano dallo stadio anarchico ad una forma organica. Ora, difficilmente questa trasformazione si manifesta, senza l'impulso della virtù. Virtù d'uomo o virtù di popolo; genio di individui o istinto di moltitudini; energia d'iniziative, quand'anche macchiate dalla fatalità del delitto, o devozioni di concordia, quand'anche rese inefficaci da difetto di previdenza.
Il fenomeno può dirsi costante, in quanto si riferisca alle origini dei poteri pubblici, siano monarcati, comuni e repubbliche. Sembra quasi che la Provvidenza abbia voluto imprimere a questi periodi, che rasentano in certo modo lo sforzo della creazione, quel carattere di grandezza che necessariamente segue o circonda i creatori. Così, non si può pensare alle origini della monarchia francese senza risalire a quel Carlo Martello, che rimane nelle fantasie popolari come il tipo del guerriero nazionale invincibile. Ruggero il normanno e Umberto Biancamano dominano della loro fiera e simpatica personalità le origini dei due maggiori principati italiani. Nè la fondazione della monarchia spagnuola può disgiungersi da quel generoso nucleo di patrioti, raccoltisi con Pelagio sui monti baschi a costituire il battaglione sacro della resistenza nazionale. Nè la storia grande della repubblica di Venezia può farci obliare quell'energico esodo di pescatori che giurano di mantenere, sulle palafitte di Rialto, la loro libertà insidiata dalle orde conquistatrici della terra-ferma.
È sopratutto nel secolo undecimo che l'Italia vede sorgere a vita organica parecchie delle sue agglomerazioni politiche. Prima del mille, qualche tentativo di ricostituzione serve quasi unicamente a confermare lo stato di dissoluzione in cui langue tutta la penisola. Non s'è ancora dimenticata l'ultima violenza delle invasioni barbariche ed ecco sopraggiungere a disgregare ogni compagine sociale la preoccupazione del finimondo. Le lotte civili, accanite negli ultimi tempi, vanno perdendo d'intensità, non perchè scemi l'abitudine delle offese, ma perchè tutti sono intenti al pericolo della fine suprema, che le profezie popolari hanno segnalato.
Come il feudo era stato lo strascico della conquista, così il beneficio ecclesiastico diventa lo strascico lasciato dalla paura del finimondo. Le autorità secolari, che non possono garantire la vita eterna, perdono d'influenza; ne acquistano a dismisura le autorità chiesastiche, nelle cui mani stanno le chiavi del perdono e della salvezza. Così il potere politico viene a poco a poco assunto dagli arcivescovi, contro i quali non hanno più forza i conti e i duchi, lasciati dai conquistatori stranieri a rappresentanti dell'impero feudale nelle città. Le donazioni arricchiscono preti e monasteri, che dalla ricchezza traggono facile stimolo alla corruzione. Ed ecco preparate le due questioni che nel secolo undecimo agiteranno l'Italia. La lotta per le investiture e la riforma disciplinare del clero. Nè dal mille è lontano Gregorio VII, che di entrambe le questioni sarà nel tempo stesso il più formidabile campione e la più illustre vittima.
Senonchè il pauroso millenio è superato senza catastrofi e il mondo comincia ad acquetarsi nel pensiero della propria continuazione. Che cosa accade? che i pochi, fatti potenti dalla superstizione, mirano a rassodare e rendere più completo il loro dominio; che i molti, costretti a vivere dopo aver creduto di morire, rimpiangono la cecità loro e le sostanze stremate; che il disagio turba profondamente le classi popolari, le quali escono dalla crisi, sentendosi sul collo il giogo rinnovato di due tirannie. Intanto ricompaiono le discordie intestine, le lotte feudali, che soltanto il timore della distruzione universale aveva frenate. Le ingordigie e le violenze si danno ad eccessi tanto maggiori quanto più lunga è stata l'epoca della loro forzata inazione. In questa ridda di passioni scompare ogni benessere di plebi, ogni generosità di ottimati; la legge è fatta ludibrio nelle mani di ogni forte; e il forte di oggi diventa lo sconfitto del giorno dopo. Tutto questo ha un solo risultato, una sola caratteristica, un solo nome: è l'anarchia.
Di qui nasce, nel secolo undecimo, quella reazione salutare che dà vita ai principati ereditari ed alle repubbliche comunali. Così l'una come l'altra forma organica è accetta alle moltitudini, delle quali ordinariamente soltanto il caso dispone. Poichè non bisogna illudersi che alle costituzioni cittadine del secolo undecimo abbia spinto un prepotente bisogno di libertà. Il bisogno prepotente era l'ordine, era la fine dell'anarchia. Dove il genio o la prepotenza d'un uomo bastasse a dare questa sicurezza di governo organico, le popolazioni accettavano anche la tirannia d'un solo, purchè le liberasse dalla tirannia dei molti. Se l'uomo mancava, o il genio non faceva perdonare la prepotenza, le moltitudini cercavano alla libertà il modo di vincere l'anarchia. Ma ci sono voluti dei secoli — forse ce ne vorranno ancora — perchè la libertà, accettata come il veicolo di un beneficio, diventasse un beneficio per sè. Quelle moltitudini, che nel secolo undecimo avevano saputo disciplinare gli ordigni della libertà, non esitarono a romperli, quando appena un'impressione momentanea portava verso altri orizzonti l'animo loro. La storia può essere interpretata, ma alla storia non può sostituirsi il desiderio. Il vero è che nei nostri grandi Comuni, se della libertà mancò rare volte l'intelligenza, quasi sempre mancò l'amore. Il vero è che nel sagace desiderio dell'ordine, le moltitudini italiane oscillarono spesso e spontaneamente fra i poteri autonomi e i principati sovrani. Poichè non sempre furono i tiranni che strozzarono le libertà; qualche volta le libertà si sono umiliate ai tiranni.
*
Una riprova di queste induzioni la si troverebbe con poco sforzo nella storia di uno dei maggiori municipi d'Italia; di quello che per la sua giacitura ha subìto prima degli altri, e forse più gravemente d'ogni altro, lo storico avvicendamento delle invasioni, delle liberazioni e delle tirannidi.
Intendo parlare di Milano.
Al principio dell'undecimo secolo Milano era forse una delle più popolose città d'Europa, e, senza forse, la più popolosa d'Italia. Era già stata a quell'epoca due volte nella polvere e due volte sugli altari. Nel secolo quarto, come sede del Vicario d'Italia, era considerata la seconda città dell'impero Romano. Il ferocissimo Uraja, condottiero dei Goti, vi sterminò più di 30 mila abitanti e fece della marmorea città un mucchio di rovine. Per tre secoli Milano sparisce quasi dalla storia e perde quei privilegi, che invece usurpano, come più floride, Pavia e Monza. La sola influenza che vi rimane grande è quella dell'arcivescovo; influenza che, per l'indole sua, subiva poco le fluttuazioni della prosperità materiale, conservando quel principato diocesano che si estendeva sopra 24 vescovati suffraganei e sopra un territorio che andava da Genova a Coira, da Mantova a Torino.
Ed è un arcivescovo, che nel secolo nono ritorna a floridezza e splendore le condizioni di Milano, venute lentamente migliorando sotto il regime dei Longobardi e dei Franchi. Ansperto da Biassono, probabilmente uscito dall'antichissima famiglia dei Gonfalonieri, governò per tredici anni, dall'868 all'881, la sede milanese; vi esercitò potere largo e benefico; mantenne contegno vigoroso contro le pretese di un pessimo Papa, Giovanni VIII; e rialzò, completandola, l'antica cerchia murata, già eretta dall'imperatore Massimiliano e demolita dai Goti. Questo bastò perchè fra gli abitanti della Lombardia, atterriti dalle frequenti scorrerie degli Ungheri e dall'imperversar dei banditi, si determinasse un vasto moto di emigrazione verso la città, dove quelle nuove e solide difese garantivano la vita e gli averi. Rapidamente la popolazione di Milano aumentò; sicchè nel secolo undecimo poteva calcolarsi, secondo il Cibrario, a trecentomila abitanti.
Questa però era prosperità materiale; che non toglieva l'anarchia delle prevalenze politiche, il mutabile avvicendarsi degli ordinamenti, la moltiplicità dei despotismi e delle giurisdizioni, la tradizione ostinata delle civiche turbolenze.
Cominciava l'incertezza nella stessa persona del sovrano legale. Ogni morte di principe dava occasione a più guerre, ed ogni volta si mutava la base elettorale o la forma di consacrazione del nuovo Re.
Dopo Carlo il Grosso, la successione dinastica di Carlo Magno in Italia era finita. Con un po' di concordia, le conseguenze della conquista avrebbero potuto mitigarsi e dar luogo all'instaurazione d'una monarchia nazionale. Invece, due Berengarj, un Guido, un Rodolfo, un Ugo, un Lotario, un'Ermenegarda, riempiono di lotte e di supplizi un secolo intero; dopo il quale, invitati dagli stessi pretendenti, i Re di Germania scendono a rioccupare il feudo italico. Nell'888 Berengario era stato coronato in Pavia, nel 961 Ottone I si fa coronare in Milano.
Questa mutazione di famiglia dinastica non impedisce che rimangano, sotto i nuovi principi, cogli antichi poteri, i rappresentanti degli antichi regimi.
Già i Longobardi avevano destinato un Duca a governare la città; e questo teneva il suo tribunale in un palazzo apposito, che si chiamava la curia del Duca, il cui nome, corrotto, vive ancora in una delle località milanesi più note, il Cordusio. I Franchi vi sostituirono un Conte, o piuttosto dei Conti, poichè sminuzzarono il territorio milanese e divisero dalla città i circondari rurali, di cui ciascuno ebbe il suo Conte, e si chiamarono a poco a poco il contado. Poi venne l'epoca della maggiore preponderanza degli arcivescovi; i quali, assenziente l'imperatore Germanico, si sostituirono ai Conti nel governo temporale delle città murate e degli abitanti immediatamente finitimi, distinti allora, per rispetto a quella sacra dominazione, col nome di Corpi santi.
Senonchè l'appetito veniva anche allora col cibo. L'arcivescovo di Milano, vistosi divenuto quasi un monarca, lottò coi monarchi, e pretese aver egli facoltà di consacrare quei principi da cui veniva poi investito dell'autorità sua. Indi la ragione di nuove lotte e di nuove incertezze nella sovranità. Si cominciò a distinguere, nella stessa persona, la qualità d'Imperatore Romano da quella di Re d'Italia. A Roma si otteneva la corona imperiale dal Papa; la corona reale doveva ottenersi a Milano dal successore di Ambrogio. Naturalmente, se questi Imperatori erano forti, combattevano le pretese dell'arcivescovo; se erano deboli, le subivano. E vediamo infatti che nell'876 Ansperto da Biassono presiede in Pavia una Dieta di vescovi e di conti, che elegge a re d'Italia Carlo il Calvo, già incoronato a Roma. E nel 1027, Corrado il Salico riconosce esplicitamente questo nuovo diritto, dicendo in Roma ai prelati che assistevano all'incoronazione: «sicut privilegium et Apostolicae Sedis consecratio imperialis, item Ambrosianae Sedis privilegium est electio et consecratio regalis[2].»
A Milano poi — come, del resto, in ogni altra città considerata sotto l'alto dominio feudale — la giurisdizione del principe si esercitava a periodi intermittenti, mediante magistrati speciali, eletti in ogni occasione dal principe stesso, e che passavano sotto la comune denominazione di missi dominici. Era specialmente affar loro amministrar la giustizia, sedere arbitri fra le contese private dei cittadini, reprimere i violenti, difendere, dicevasi, i deboli. In ciò la loro autorità s'intralciava con quella dei duchi, dei conti, dei vescovi, e le decisioni contradditorie aumentavano le amarezze e gli sdegni. Nè questi missi dominici scendevano sempre dalle Alpi a portare la parola imperiale. Più volte quest'autorità si delegava dall'Imperatore a un conte, all'arcivescovo, a questo o quell'altro patrizio importante della città.
Che poi questi giudici avessero, indipendente da ogni altra, la forza necessaria per far eseguire i loro giudicati, non appar chiaro dai documenti dell'epoca. Se le parti s'acquietavano, il giudice imperiale poteva dirsi fortunato; se non s'acquietavano, chi aveva più forza si sottraeva agli obblighi imposti, e la sentenza non eseguita diventava un disordine, qualche volta un tumulto di più. A buon conto, per le uccisioni, che erano pur troppo allora i delitti più frequenti e più comuni, durò lungamente in vigore una legge di Carlo Magno, conservata dai successori, mediante la quale l'uccisore poteva liberarsi da ogni noia, col tribunale, pagando il vidrigildo (wehrgeld), ossia l'ammontare del valore, a cui era stimata la persona uccisa. È facile vedere a che conseguenze poteva tirare una disposizione di così ingenua barbarie. Non erano i ricchi quelli che valevano meno, e non erano i popolani quelli che potessero permettersi il lusso di simili pagamenti.
Si aggiunga a queste cause di profondo turbamento materiale e morale l'organismo interno delle classi nobili, dei discendenti dall'antica razza conquistatrice.
Passato il primo ed aspro periodo dei duchi, di fattura longobarda, e a potere interamente dispotico, i Franchi, ai quali era toccato in sorte regno più vasto e dominazione quasi europea, dovettero moltiplicare i loro conti, e tollerare necessariamente quella maggiore suddivisione di territori e di attribuzioni che corrispondeva alla minore intensità del dominio.
Elettivi dapprima, per sola e mutevole volontà del principe, come furono generalmente tutti i titolari feudali, fino alle leggi di Corrado il Salico, i più potenti cominciarono a poco a poco a rendere la carica ereditaria nella loro famiglia. Così a Milano s'era insediata la famiglia d'Este, i cui antichi progenitori rendevano giustizia, di padre in figlio, nel palazzo ducale longobardo, la Curia ducis. E questi, o mossi da precoce sentimento d'italianità, o, più verosimilmente, dal desiderio di aumentare, a spese di un sovrano più debole, la loro autonomia, s'erano fatti sostenitori, dopo la morte di Ottone III, di quel valente e infelice Ardoino d'Ivrea, che fu, prima di Vittorio Emanuele II, l'ultimo personaggio italiano, sulla cui fronte si sia posata una corona di re d'Italia.
Così la famiglia dei conti di Milano provocò le ire di Enrico II, re di Germania, debellatore di Ardoino. Parecchi membri di essa furono arrestati e trasportati in Germania, dove seminavano germi di nuove dinastie; ed essendosi contemporaneamente innalzato il potere degli arcivescovi, questi trasmisero ad altra famiglia di loro fiducia la gerenza degli affari spettanti alla contea. Indi, l'istituzione e l'aumento di dignità dei vice-conti o Visconti, che pure a quell'epoca appaiono nella corte arcivescovile e che, succedendosi ereditariamente essi pure nell'alta intimità coi sommi prelati milanesi, mettono le basi a quella potenza che, trecent'anni dopo, manderà così estesi e così tetri bagliori.
Senonchè nè il re, nè l'arcivescovo, nè il conte avrebbero potuto reggersi frammezzo a tante incertezze di eventi e di plebi, se ai loro privilegi non avessero cercato appoggio — oseremo quasi dire complicità — nei privilegi di quella classe nobiliare, che ripeteva l'origine sua dall'aristocrazia barbarica e dal primo spartimento delle terre, fatto in odio degli antichi elementi romani.
Di lì un primo strato di altissima nobiltà cittadina, che nelle storie è chiamata dei Capitani. Non molti e potentissimi, possedevano nella città vasti palazzi e torri merlate, munite a difesa e ad offesa. Avevano clientele assai numerose, vassalli dentro e fuori le mura, tenevano squadre di armigeri, s'erano addossata la custodia delle varie porte della città. Anche in essi il feudo era divenuto ereditario, o per concessione di principe o per lunga tolleranza di usurpazione.
Ma col rapido movimento della popolazione, specialmente dopo la riforma edilizia di Ansperto, quel primo strato di aristocrazia apparve insufficiente alla sicurezza dei privilegiati. Trecentomila popolani, ormai fattisi agiati colle arti e coi commerci, non subiscono impunemente la dominazione di trecento ottimati. Questi sentirono dunque il bisogno di allargare ad altre famiglie discendenti dagli antichi conquistatori una parte dei vantaggi fino allora esclusivamente goduti dai Capitani. Il feudo aumentò di estensione, perdendo d'intensità. E così vennero costituendosi i Valvassori; nobiltà intermedia fra la plebe e i feudatari maggiori; che stavano coi Capitani, quando il popolo romoreggiava contro questo eccesso di privilegiati, ma che ai Capitani tennero più volte il broncio, perchè non potevano ottenerne quella concessione che i Capitani stessi avevano per sè carpita al supremo signore feudale, cioè la trasmessione ereditaria del beneficio. Nè qui si fermava lo sminuzzamento della classe nobiliare; poichè tra i Valvassori e la plebe sorsero i Militi; un altro stato di popolazione che s'imbrancava fra i minori privilegiati; tratti dall'amor dell'ozio che genera la prepotenza verso le classi inferiori e che di solito s'allea mirabilmente colla servilità verso le superiori.
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Qual fosse, in tanto viluppo di arbitrii e di diritti, la confusione delle cose in allora, potrete agevolmente desumerla dalla confusione d'idee ch'io cortamente ho provocato nelle vostre menti con questa faticosa esposizione di poteri, di vincoli e di magistrature. Nessun altro nome infatti adopera un biografo contemporaneo, Vippone, per dipingere in pochi tratti quella situazione: «eodem tempore magna et modernis temporibus inaudita confusio facta est Italiæ....»
Pure, è proprio da quella confusione che venne una reazione di bene, od almeno di quel bene che nel più cupo medio evo era possibile sognare per popolazioni laboriose e tranquille.
Una serie di eventi, succedutisi in un periodo di dieci anni, valse a togliere Milano dalla lunga inerzia di servitù e prepararle quel regime di comunale indipendenza che un secolo dopo doveva mostrarsi, colla Lega Lombarda, così maturo e robusto.
L'uomo che a siffatto movimento diede l'impulso primo e che seppe per alcun tempo vigorosamente capitanarlo — forse inconscio delle sue ultime conseguenze — fu il celebre arcivescovo Ariberto d'Intimiano, probabilmente rampollo della illustre famiglia De' Capitani d'Arsago.
Piccolo di statura e grande di animo, coltissimo pe' tempi suoi, d'un intelletto audace, d'una volontà ferrea e di smisurata ambizione, Ariberto d'Intimiano fu eletto a governare la diocesi milanese, dopo la morte di Arnolfo, nel 1018. E subito apparve quello che era, un uomo determinato a tenere un gran posto nella storia del suo paese; avido di lotte e pronto a sostenerle energicamente contro tutti; atto al comando e desideroso di esercitarlo senza colleghi; innovatore audace e profondo, che a sostegno della propria tirannia non esitava ad impugnare le armi della libertà, ma che di questa tirannia propria aveva così alto concetto da non permettergli di sopportarne alcun'altra, venisse da Imperatori o da Papi.
I Papi, egli li accetta, purchè non si mescolino agli affari della sua Diocesi. Quanto agli Imperatori, vuol farli lui. E però, quando si estingue, colla morte di Enrico II, la famiglia imperiale di Sassonia, e fra i principi italiani ricomincia una gara di ambizioni e di candidature dinastiche, egli si reca difilato in Germania, dove quegli elettori avevano acclamato a loro sovrano Corrado di Salico, duca di Franconia; e, ricevuto a Costanza cogli onori dovuti alla sua dignità, senz'altro riconosce il nuovo principe e lo incorona colle sue proprie mani come re d'Italia[3].
Con sì altera disinvoltura non si era usato mai fino allora nominare dei re. Pure, quando Ariberto ritornò, ed in un'assemblea di notabili italiani, convocata nei prati di Roncaglia, diede notizia della nomina così fatta da lui, nessuna voce si alzò a mettere in dubbio il diritto dell'arcivescovo o quello del re. I popolani milanesi riconobbero in Ariberto un padrone, e lo accettarono con gioia, pensando ch'egli avrebbe saputo liberarli dall'unica tirannia lontana e dalle molte vicine. Gli ottimati videro con qualche amarezza che un uomo della loro schiatta e da essi sollevato al principato ecclesiastico facesse così buon mercato delle tradizioni e dei privilegi loro. Suum considerans, non aliorum animum, scrive indispettito il cronista Arnolfo, che ai nobili apparteneva.
Nondimeno, quando Corrado scese nel 1026 in Italia, Milano lo accolse splendidamente, malgrado o forse anzi perchè Pavia gli aveva chiuso le porte in faccia. Ariberto rinnovò in favor suo la cerimonia dell'incoronazione, nella basilica di Sant'Ambrogio; lo accompagnò a Ravenna ed a Roma, dove il Papa gli pose in capo una terza corona, quella dell'Impero; e, sopravvenuta un'estate di straordinario e micidiale calore, lo ospitò largamente per due mesi, con tutta la sua corte, nelle fresche villeggiature episcopali dell'alta Lombardia.
Partito Corrado, e rimasto Ariberto più che mai potente e popolarissimo nel paese, incominciò a svolgere quello che ora si direbbe il suo programma politico; vale a dire un'azione personale piena di scatti, di audacie, di prepotenze; diretta ad abbassare le influenze limitrofe per estollere gigante la propria; oscillante fra Cesare e la democrazia; ma coll'evidente promessa che le due potestà non dovessero avere altro rappresentante, altro programma, altri interessi che i suoi.
Perciò assume contegno di provocazione contro le città vicine, Pavia, Lodi, Cremona; usurpando loro diritti e terre; battendone le forze e umiliandone l'indipendenza. Per ciò largheggia di conforti e di grani, durante una terribile carestia; e visita, con amore e con affettazione, i tuguri popolari, dove lascia elemosine e semina gratitudine. Per ciò offre aiuti militari a Cesare, ingolfatosi in una guerra di successione per la Borgogna; e si unisce a Bonifacio, marchese di Toscana, per ispingere attraverso le Alpi un contingente italiano, che Umberto Biancamano guida su per la valle d'Aosta, e che, sceso nella valle del Rodano, decide efficacemente la contesa in favor di Corrado. Per ciò si bilica fra le parti cittadine, sostenendo i Capitani contro i Valvassori, e Cesare contro i Capitani, e i plebei contro Cesare. Per ciò protegge l'autonomia del clero ambrosiano contro le velleità unificatrici del pontefice romano; e, scomunicato per le sue resistenze, egli, arcivescovo, si ride della scomunica, in un tempo in cui a quest'arma, di mistica onnipotenza, non osavano resistere i maggiori principi della cristianità.
In ogni questione dell'epoca, Ariberto d'Intimiano porta l'elemento delle sue passioni, del suo spirito battagliero, del suo intelletto sovrano; ogni evento pubblico sente le traccie di quella personalità romorosa, inquieta, assorbente; che ha inspirazioni spesso alte e virili, ma che non esita a mutare alleati, principii e combinazioni, secondo le necessità di quella preponderanza individuale, che è la base della sua azione politica, la meta a cui tutto subordina.
Di questo sistema si svolgono intere le fasi nel decennio corso fra il 1035 e il 1045, chiudendosi con un risultato che nè a Cesare, nè ai Capitani, nè ad Ariberto era balenato nell'animo.
Era infatti nel 1035 che i discordi interessi dei Valvassori e dei Capitani scoppiavano ad aperta ostilità. Reduci dalla guerra di Borgogna con maggior sentimento delle proprie forze e dei proprii diritti, i Valvassori accentuarono più vivaci contro i Capitani le loro pretese alla trasmissione ereditaria dei loro feudi. Alle ripulse altere opposero altera resistenza e insorsero armati per le vie. La plebe stette cheta od aiutò mollemente. Sicchè i Capitani ebbero per loro le formidabili influenze dell'arcivescovo e riuscirono a cacciare i Valvassori fuori delle mura. Ma lì il pericolo, invece di cessare, divenne più grave. Afforzati cogli aiuti del contado, pronto sempre a reagire contro la tirannide cittadina, i Valvassori ottennero anche il concorso dei Lodigiani, indispettiti contro Ariberto per le usurpazioni dei loro diritti. Bisognò dunque combattere in aperta campagna, e in soccorso di Ariberto venne con forte schiera il vescovo di Asti, Olderico, zio della famosa contessa Adelaide, che al figlio di Umberto Biancamano avrebbe poi data la gloriosa discendenza della dinastia di Savoia. La battaglia ebbe luogo a Campo Malo, fra Milano e Lodi; la strage fu grande d'ambo le parti e il successo indeciso; ma, essendo rimasto trafitto il vescovo Olderico, la confusione fu tale che i combattenti ritornarono tutti nella città, rioccupando Valvassori e Capitani le loro case, e rimanendo coll'armi al braccio, senza che l'antico dissidio fosse placato o risolto.
Per placarlo o per risolverlo, Ariberto invitò allora l'imperatore Corrado, del quale supponeva l'animo a sè favorevole, pei ricordi dell'incoronazione e pel valido aiuto prestatogli nella campagna contro i Borgognoni.
Corrado scese infatti in Italia, ma con altre idee. Questa Milano, sempre irrequieta e ribelle, voleva domarla. Udita la querela sorta fra le varie classi dei nobili, aveva detto ai suoi cortigiani in Germania «se l'Italia è così affamata di leggi, coll'aiuto di Dio, io la sazierò»[4]. Ed entrava in Milano, deliberato a fondarvi dominio nuovo, mediante il duplice abbassamento dei grandi vassalli e del potere vescovile.
Ma del mutato animo suo ebbe sentore Ariberto; e gli si rivelò subito potente avversario, quanto gli era stato dapprima efficacissimo amico. Aveva Corrado manifestato il proposito di emancipare la diocesi di Lodi dalla sovranità che su essa esercitava l'arcivescovo di Milano. D'altra parte, una vaga tradizione, creata da secoli, dava privilegio al popolo milanese di non ricevere nelle sue mura nessun sovrano, fuorchè per causa d'incoronazione.
Fosse l'una o fosse l'altra ragione, — o fossero entrambe, — o fosse, abilmente lumeggiata, la paura della comune oppressione, certo è che il giorno dopo l'ingresso di Corrado cogli armigeri suoi, un tumulto popolare scoppiò improvviso a Milano.
Più che tumulto, bisognerebbe dire rivolta; giacchè proprio contro la persona dell'imperatore s'acuirono le minaccie e gli sdegni; ed egli fu costretto, dissimulando l'ira, ad uscire dalla città, recandosi nel suo campo presso Pavia.
Lì, con proposito di violenta reazione, convocò la Dieta del Regno, e si pose ad amministrare la giustizia; il che voleva dire, il più delle volte, ordinare supplizii[5].
L'arcivescovo di Milano non volle sembrare intimidito dai precedenti, e si recò audacemente a prendere il suo posto nella Dieta. Ma l'agguato non si fece aspettare. Investito violentemente da un feudatario tedesco per non so che ragioni concernenti la corte o borgata di Lecco, Ariberto chiese tempo a rispondere, probabilmente per raccogliere documenti; ma essendogli negato l'indugio, ricusò fieramente di giustificarsi; e l'imperatore, che altro non aspettava, ordinò senz'altro l'immediato arresto dell'arcivescovo. Non fu senza esitazione — pel rispetto inspirato dall'uomo e dalla carica — che quest'ordine venne eseguito. E Ariberto, dato in custodia a Poppone, patriarca di Aquileia, e a Corrado, marchese di Verona, fu condotto a Piacenza, dove restò prigioniero.
Credeva l'imperatore di avere fiaccata l'insolenza dei Milanesi, ma si accorse presto, con danno suo, di avere semplicemente posta la mano in un nido di vespe.
Incredibile fu la commozione che produsse in Milano la notizia di questo fatto. Le divisioni di parte scomparvero quasi per incanto. La rottura dell'alleanza fra Cesare e l'arcivescovo, fece di quest'ultimo il rappresentante naturale dell'indipendenza. Milano cessò da quel momento di essere città ghibellina. Diventò guelfa, e rimase tale, con poche alternative, fino al 1859.
I due cronisti milanesi dell'epoca, Arnolfo e Landolfo, descrivono colla stessa foga, quantunque appartenenti ad opposte opinioni, il dolore e l'indignazione della loro città.
Furono due mesi di lutto, durante i quali le gentildonne e le popolane si stemperarono in pianti, in elemosine, in preghiere, in processioni; mentre gli uomini ordinavano in fretta le pubbliche cose, scombuiate dalla mancanza della mano che era solita a muoverle.
Pensarono dapprima a trattare collo stesso imperatore, offrendogli ostaggi per la liberazione dell'arcivescovo; ma Corrado, poco suscettibile di scrupoli, trattenne gli ostaggi senza liberare Ariberto. Allora i Milanesi spedirono legati in Francia per suscitare nemici a Corrado ed offrire la corona d'Italia a Oddone di Sciampagna. E intanto altri fra i più nobili cittadini s'erano diretti ai conti e ai vescovi delle altre parti d'Italia, sollecitando una lega che avrebbe avuto per iscopo immediato la liberazione del grande arcivescovo, e per iscopo ultimo l'emancipazione dei comuni italiani dall'alto dominio germanico.
S'era nel più fitto di queste pratiche, quando, con immensa gioia del popolo milanese, ricomparve Ariberto, libero in mezzo a' suoi. Gli era bene riuscito uno stratagemma. Per mezzo d'un monaco, suo fedelissimo, Albizzone, s'era fatto inviare nel carcere dall'abbadessa d'un monastero di San Sisto, consacrata da lui, gran copia di provvigioni e di ghiottornie. Posta ogni cosa a disposizione de' suoi custodi, questi, com'era facile prevedere, s'ubbriacarono saporitamente; e, durante il loro sonno, potè Ariberto, aiutato dal previdente Albizzone, uscire dal carcere, attraversare il Po in una barca, e giungere, fanatizzando tutti, a Milano.
Qui comincia l'epoca più pura e più grande nella vita di Ariberto da Intimiano. La lotta che Milano sostenne nel 1037 contro Corrado il Salico, lotta di cui Ariberto capitanò tutto lo svolgimento e quasi tutti gli episodî, non è inferiore nè di magnanimità nè di gloria a quella che sostenne un secolo dopo contro Federico Barbarossa. Direi anzi che in questa furono più alti gli animi, più compatte le volontà. E se di quella i risultati politici furono italianamente maggiori, non bisogna dimenticare che a Legnano ed alla pace di Costanza avevano contribuito, oltre Milano appena rifatta, le forze della Lega Lombarda, gli aiuti dei marchesi di Dovara e di Romano, le influenze di papa Alessandro III e della repubblica di Venezia. Nulla invece di tutto ciò confortava Milano nel 1031. Quando Corrado, irritato per la fuga del suo prigioniero e sitibondo di vendetta, venne a porre il suo esercito intorno a Milano, aveva per sè quei contingenti delle città lombarde e quelle influenze papali che triplicavano l'isolamento materiale e morale della minacciata città.
Questa però, piena di fede nell'uomo energico che governava nel tempo stesso i suoi interessi materiali e i suoi sentimenti religiosi, si atteggiò a disperata difesa contro un'offesa implacabile.
Le mura di Ansperto, e le trecento torri da cui facevano buona guardia i suoi difensori, impedirono che i nemici penetrassero nella città; ma Corrado, in ciò non peggiore de' suoi precursori e dei continuatori suoi, fece il deserto nei sobborghi e nel contado. «Eo tempore» scrive Vippone fedelissimo suo «imperator Mediolanenses nimium aillixit; et quoniam urbem antiquo opere et maxima multitudine munitam capere non poterat, quod in circuito fuerat igne et gladio consumpsit.»
Il 19 maggio, Corrado tentò l'assalto. Non solo fu ributtato, ma i Milanesi, uscendo audacemente dai terrapieni, si azzuffarono coi Tedeschi in una battaglia campale, dove si distinse pel suo coraggio un Eriprando Visconti.
Riuscitagli male la violenza, l'imperatore sperò nell'insidia; e, senza convocare nessuna Dieta, promulgò dal suo campo quelle leggi che da Germania aveva promesse; mediante le quali, emancipando i piccoli feudi dai maggiori vassalli, gettava un tizzone di discordia fra gli alleati dell'arcivescovo, i Capitani e i Valvassori.
Il tizzone si spense senza dar fiamma. Il sentimento patriottico, quantunque allora si trattasse di patria piccola, era già più forte d'ogni seduzione straniera. Ariberto rispose a quei decreti, mutando radicalmente le basi della pubblica difesa; disciplinando al servizio delle armi i popolani; i quali trassero dalla nuova dignità del combattere gli elementi di una virtù civile, ormai da secoli soffocata nei loro animi.
L'imperatore cercò allora, contro l'indomito prelato, l'appoggio della tiara pontificale; e si abboccò a Cremona con papa Benedetto IX, di sciagurata memoria. Da quel convegno uscirono per Ariberto due fulmini; la sua deposizione dalla sedia arcivescovile alla quale fu nominato un prete Ambrogio, e più tardi la scomunica pontificia: l'affetto dei Milanesi mantenne ad Ariberto la dignità episcopale, che invano Ambrogio cercò carpirgli; e la pessima riputazione di Benedetto IX impedì che alla sua condanna ecclesiastica si attribuisse il consueto prestigio. Quanto a Corrado, si trovò pagato della stessa moneta. Chi lo aveva di moto proprio incoronato, di moto proprio lo scoronò. Ariberto fece togliere dagli atti pubblici ogni data imperiale, dichiarò Corrado decaduto dalla dignità regia in Italia, ed invitò Oddone di Sciampagna ad assalire l'imperatore in Germania.
Questi allora, imbestialito per un'audacia che si sentiva impotente a punire, e costretto a ricondurre oltre l'Alpi un esercito stremato dalle battaglie, dalle epidemie e dalle faticose marcie lungo la penisola, radunò tutti i principi vassalli dell'Italia settentrionale e fece loro giurare di devastare ogni anno il territorio milanese, affinchè la ribelle città, non domata dalle armi, dovesse arrendersi per la sofferenza e per la fame.
I principi giurarono; e nel successivo anno 1039 mantennero la parola, presentandosi con forze nuove e imponenti nelle vicinanze della città. Ma Ariberto non aveva perduto il suo tempo. Durante i mesi d'inverno, la riforma politica e militare da lui ideata s'era svolta in maggiori proporzioni. Ai popolani del contado aveva fatto balenare quelle stesse idee di patria, di resistenza e di emancipazione, colle quali aveva affascinato i popolani della città. Armi ed ordigni di difesa s'erano fabbricati in gran numero, e l'arcivescovo ne distribuiva a tutti, disciplinando, come oggi si direbbe, a leva in massa tutta quella moltitudine, chiamata dalla voce di un forte, che era nel tempo stesso Davide e Samuele, a riacquistare quella libertà che gli avi imbelli avevano perduta: «pro libertate aquirenda præliante, quam olim parentes ejus ob nimiam hominum raritatem amiserant»[6].
Nè bastava. Poichè Ariberto, profondo conoscitore dei suoi tempi e del popolo suo, comprese che a radicare l'idea nuova ed astratta della patria in quelle menti avvezze a forme simboliche, era mestieri identificarla in un simbolo nuovo. Ed inventò il Carroccio; singolare e primordiale istromento di guerra, destinato a diventar subito popolare in tutte le italiane città; curioso emblema di superstizione, di fede, di poesia popolare e di disciplina guerresca; immagine fantastica della religione e della patria, strette a comune difesa; carro di vittoria e altare di pace, intorno a cui si combatteva con energia, si moriva con entusiasmo.
Così risollevati a nuova vita materiale e morale, i popolani lombardi provvidero energicamente alla difesa dei loro abituri; e la sconfitta dei grandi vassalli imperiali sarebbe stata disastrosa, se non fosse giunta notizia della morte dell'imperatore Corrado in Utrecht; notizia che bastò a far cessare la lotta ed a sciogliere l'esercito dei coalizzati feudali.
*
Qui comincia la terza ed ultima fase del rinnovamento politico milanese.
L'insurrezione dei Valvassori aveva scosso nel sentimento pubblico il prestigio del feudalismo; la difesa contro l'Impero aveva reso popolare il bisogno dell'indipendenza; non mancava che un movimento diretto ad assicurarsi l'esercizio delle libertà comunali. Questo movimento tardò tre anni, ma dal 1042 al 1045 mutò radicalmente la costituzione politica di Milano.
Un valvassore, per privata contesa, aveva ucciso un plebeo. Non era fatto strano, e novanta volte su cento, prima d'allora, sarà rimasto impunito. Ma la plebe non era più il gregge pauroso e servile, che accettava la sferza del padrone, chiunque si fosse. Aveva combattuto insieme ai nobili contro Cesare, e acquistato quindi un certo sentimento di eguaglianza civile. Non sopportò più di riconoscere in tanti concittadini quel diritto di oppressione che negli antichi Duchi le era parso quasi legittimo[7]. Aveva imparato tre anni prima l'uso delle armi; le impugnò nuovamente, e scese nelle vie, deliberata a combattere le classi nobiliari e mettere fine alla loro anarchica prepotenza[8].
Fu una lotta epica; durata tre anni, e che finì, dice Arnolfo, «con una profonda mutazione nello stato della città e della Chiesa.»
La guerra civile non era mai apparsa in Milano così feroce, col suo sinistro codazzo di stragi, di vendette e di devastazioni. Fino dai primi giorni, il furore fu tale che non si dette quartiere. I popolani dovevano essere certamente dieci volte più numerosi dei nobili; ma questi avevano per sè le armature complete, i cavalli in assetto di guerra, le feritoie dei loro palazzi di pietra, la più profonda cognizione degli ordini militari. Sicchè, malgrado la sproporzione numerica, i primi combattimenti non erano riusciti favorevoli all'insurrezione; la quale probabilmente sarebbe stata repressa e domata, se un uomo, uscito da tutt'altre schiere, non le avesse dato il potente aiuto del suo valore e della sua virtù.
L'uomo si chiamava Lanzone; non è facile darvene notizie maggiori, per quanto si tratti di uno dei più grandi caratteri del secolo undicesimo.
S'è saputo, o s'è congetturato solamente dugent'anni dopo, che appartenesse alla famiglia Da Corte, famiglia prolungatasi nell'aristocrazia lombarda fino all'epoca degli Sforza. Un solo cronista s'è occupato con qualche precisione di lui; fortunatamente è un cronista vissuto a Milano nella seconda metà del secolo undecimo, Landolfo il Vecchio; ed è su quelle indicazioni, confermate nelle particolarità sostanziali dal cauto e severo linguaggio di Arnolfo, che una critica perspicace e affettuosa ha potuto, negli ultimi tempi, trarre l'uomo dal mito e riprodurre, innanzi ai contemporanei, che le potrebbero utilmente copiare, le fattezze di questo magnanimo del tempo antico.
Può dunque ritenersi per assodato:
Che Lanzone apparteneva alla più alta nobiltà feudale (nobilis et Capitaneus altus) ed alla più importante magistratura del Ducato, come giudice del sacro palazzo;
Che, determinato a impedire lo sterminio di cui la parte aristocratica minacciava, vincendo, la plebe ribelle, si gettò nel tumulto contro i proprî amici, assetati di vendetta, e fu eletto per unanime fiducia Capitano del popolo;
Che, riprendendo l'offensiva, seppe guidare le schiere insorte con tanto vigore e tanta sagacia da obbligare i nobili, di qualunque grado, ad uscire nascostamente colle loro famiglie, dalla città;
Che avendo i nobili fuorusciti, coll'aiuto dei conti della Martesana e del Seprio, posto l'assedio intorno a Milano, questa sotto la guida di Lanzone, resistette per quasi tre anni a tutti gli orrori della guerra e della carestia, combattendo quasi ogni giorno ed opponendo ad offese formidabili sapienti difese;
Che, mosso da un duplice concetto, militare e politico, Lanzone si recò, sullo scorcio del 1043, in Germania, dove stipulò coll'imperatore Enrico il Nero un trattato d'alleanza, basato sopra un eventuale intervento di milizie tedesche in Milano;
Che, ritornato fra i combattenti e ripensando al pericolo di questo intervento, aperse trattative coi nobili fuorusciti, comunicando loro il patto di alleanza e persuadendoli della impossibilità in cui si sarebbero trovati di resistere ad un duplice assalto;
Che, avuta facoltà da entrambe le parti, di proporre condizioni di pace, esortò i nobili a rinunciare per sempre al dominio della città, a rientrare pacificamente nei loro palazzi, accordando e ricevendo ampia amnistia per le reciproche violenze di guerra, e impegnandosi a discutere tranquillamente con tutti gli altri cittadini i comuni interessi;
Che, accettate queste condizioni, i nobili si rassegnarono a smettere le loro pretese alla supremazia politica e ritornarono, in dimessa attitudine, nella città;
Che, per iniziativa di Lanzone, furono subito discussi, in un comitato di arbitri, gli ordinamenti necessari per attivare, sulle nuove basi, il governo della città; ordinamenti che poterono essere intralciati, interrotti e ripresi, ma che finirono per ottenere la formale adesione dell'imperatore Enrico III; il quale li sanzionò e li fece entrare nel diritto pubblico del Regno alla solenne Dieta che tenne nei prati di Roncaglia il 5 maggio dell'anno 1055.
Così sorse in Milano il comune autonomo, che ebbe poi non breve e non ingloriosa esistenza. Certo, istituzioni consimili non hanno mai una data precisa di battesimo storico. Ned io vorrei discutere se proprio l'anno di nascita del comune milanese sia il 1042, nel quale i nobili furono cacciati dalla città, o il 1045, nel quale rientrarono, assoggettandosi ai nuovi patti, o il 1055, nel quale gli Statuti comunali furono riconosciuti dalla suprema rappresentanza del Regno, o magari il 1066, nel quale pare che questi statuti fossero pubblicati.
Se non vivessimo noi in tanta luce di pubblicità multiforme, forse fra dieci secoli i nostri posteri disputerebbero se l'anno del risorgimento italiano sia stato il 1848 o il 1859 o il 1860 o il 1866 o il 1870. Le grandi mutazioni organiche hanno fasi e fremiti e oscillazioni, che abbisognano di tempo per tradursi nella soluzione tranquilla. Ma nè dieci, nè venti, nè trent'anni rappresentano in questi casi più che un momento storico. E quando dall'unità dei pensieri e degli sforzi si rileva chiaro uno di questi momenti, poco importa se la loro durata non coincide esattamente col numero dei giorni nei quali la terra suol compiere la sua evoluzione intorno al sole.
Nel fato di Milano, oltre il momento storico, anche il processo storico appare evidente.
Dapprima la conquista barbarica, che distrugge lo Stato e vi sostituisce il regime anarchico della feudalità.
Poi, con Ottone I, il despotismo intelligente, che è il periodo primordiale del rinascimento politico. Il popolo vede un tiranno solo più forte dei molti di cui si lagnava; e ingenuamente gli batte le mani, come ad un liberatore. È il trionfo della politica ghibellina.
Succede, con Ariberto, il potere arcivescovile. Il despota v'è ancora; ma, oltre ad essere intelligente, è indigeno, è vicino, è mite per l'indole sua, comincia a trarre dalle forze e dalle volontà popolari elementi di amministrazione e di governo. E il popolo accetta il dominio di Ariberto con entusiasmo, persuaso che valga, più di quello del lontano imperatore, a frenare le intemperanze rinascenti dei vecchi despotismi feudali. È il trionfo della politica guelfa.
Ma ad Ariberto non basta l'animo di continuare l'iniziata opera di emancipazione; e, dopo la vittoria contro Corrado, ricade nella tradizionale alleanza coi feudatari maggiori.
E allora il popolo, fatto maturo dall'esperienza e dai casi, reclama la libertà come unica guarentigia di ordine e di benessere. Compare Lanzone, che non è nè guelfo nè ghibellino, che nell'ordine dei progressi politici è più grande di Ariberto e di Ottone, e che della sua immensa popolarità si giova per annullare sè stesso e per sostituire al potere personale l'universalità dei cittadini, disciplinati a comune sovrano. Il genio sparisce; ma la sua necessità è minore, perchè è sorta l'istituzione. L'emancipazione civile ha raggiunto la sua ultima formola.
Che poi, malgrado questa e malgrado la magnanimità di Lanzone, periodi di anarchia o di dominio personale abbiano ancora turbata per qualche tempo la risurrezione politica della cittadinanza milanese, ciò non basta a sfatare la benefica rivoluzione compiutasi in quel momento istorico. Il diritto è stato riconosciuto; la legge è stata promulgata. La violenza, dopo ciò, rimane, se anche vincitrice, un fatto transitorio, di cui la legge e il diritto non tardano a ottenere riparazione. Anche il ladro ruba; ma il giudice che lo condanna dimostra come la proprietà fosse inviolabile prima del furto e tale rimanga dopo.
Più di otto secoli sono corsi dagli avvenimenti che vi ho ricordato, ed è lecito chiedersi se a quelli proprio risalgono gli albori della moderna vita italiana.
A me pare indubbiamente che sì.
Il carattere italico, la reazione del romanesimo contro la lunga iliade di spogliazioni e di umiliazioni inflittegli dalle razze teutoniche, appare evidente, a misura che gli antichi servi, assaporando nuove forme e nuove ragioni di vita, si raccozzano dappertutto per iscuotersi di dosso il giogo degli antichi padroni. Ogni comune è una patria; ma da ogni comune si sprigiona un sentimento nuovo, che vorrebbe quasi trarre dal ricordo del potente organismo a cui tutti avevano appartenuto, gli elementi d'una solidarietà che ancora non s'è fatta nazionale, ma che già respinge e sconfessa dominî non nazionali.
Già ad Ariberto era parso e giustamente un principio di rivincita, che armigeri italiani si recassero oltre l'Alpi a spiegare vittoriose quelle bandiere che erano state tante volte calpestate al di qua. E Lanzone, ai nobili che vuol convertire all'idea comunale, parla addirittura «dell'esempio che dovrebbero dare ai loro eguali in tutta l'Italia». Qui, il discendente dei conquistatori goti o longobardi è già divenuto civis romanus e sente l'orgoglio di essere figlio e difensore di quella terra che i suoi avi hanno riempiuto di desolazioni e di stragi.
Un passo di più ed avremo Cola da Rienzi, sublime fantastico, che purga Roma di baroni, e di banditi, ricostituendo, nel più fitto delle tirannidi indigene, il Tribunato dell'antica Repubblica. Poi, dugent'anni dopo, vedremo un gran politico fiorentino ritornare al sogno del desposta intelligente, purchè si chiuda nel pugno tutta l'Italia e spenga, con milizie italiane, i principotti indipendenti innalzatisi sugli indipendenti comuni. Passeranno altri cent'anni, e udremo la scuola politica dei letterati inneggiare all'Italia coi sonetti del Filicaja e colle canzoni di Gabriele Chiabrera. E ancora dugent'anni dopo, il Mazzini scriveva al discendente di Umberto Biancamano: «Fate l'Italia, e saremo con voi.» Sarà toccato in sorte alla nostra generazione di vedere il meriggio di quegli albori del mille; Vittorio Emanuele II che ricompone in Roma l'asse ereditario usurpato da Odoacre; Lanzone, che rigetta ad un tempo l'autorità di Cesare e quella di Ariberto, e chiama il popolo italiano a ricostituirsi in comune indipendente.
Questo filo conduttore di una italianità, che attraverso i secoli viene sempre più accostando fra loro gli uomini d'azione e gli uomini d'intelletto, ci aiuta a difenderci dalle eccessive induzioni di una scuola storica, di cui Carlo Hegel è il più formidabile campione.
Secondo i critici di siffatta scuola, non è dall'idea romana, o latina, o italica che è sorto il comune lombardo del secolo undecimo; bensì da una evoluzione intima del concetto germanico, che a poco a poco innalza le plebi romane, beneficandole coll'autonomia.
Non è qui nè da me che può essere utilmente discussa una questione così profonda. Però mi sia lecito dire che il voler attribuire propositi di emancipazione popolare a quegli stessi elementi dominatori che dieci anni prima avevano promulgato il codice del feudalismo, addita piuttosto lo sforzo dell'ingegno che la severità della logica. Queste lancie d'Achille, atte a guarire le piaghe che cagionano, perdono un po' di fede al difuori della poesia mitologica.
Sarà meno scientifico, ma è certo più semplice il criterio che attribuisce ordinariamente agli oppressi qualche merito nella sconfitta degli oppressori.