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[Copertina]
CORDELIA
PICCOLI EROI LIBRO PER I RAGAZZI
MILANO—FRATELLI TREVES, EDITORI—MILANO
ROMA
Corso, N.^o 383
TRIESTE
presso G. SCHUBART.
BOLOGNA
Angolo Via Farini.
NAPOLI, Piazza Sette Settembre, 26 (Largo Spirito Santo).
LIPSIA, BERLINO, VIENNA, presso F. A. BROCKHAUS.
PARIGI, presso J. Boyveau. 22. rue de la Banque.
[Occhiello]
PICCOLI EROI.
[Verso]
DELLA MEDESIMA AUTRICE:
Il regno della donna. Sesta edizione L. 2 —
Dopo le Nozze. Terza edizione 3 —
Prime battaglie. Terza edizione 2 —
Vita intima. Sesta edizione 1 —
Racconti di Natale. Seconda edizione 3 50
Casa altrui. Quarta edizione 1 —
Catene. Seconda edizione 3 50
Per la gloria. Seconda edizione 3 50
Forza irresistibile. Seconda edizione 3 50
Il mio delitto. Seconda edizione 3 50
Mondo piccino. Con 15 incis. Quarta edizione 2 —
Mentre nevica. Con 12 incisioni. Quarta edizione 2 —
Nel regno delle Fate. Illustrazioni di Edoardo
Dalbono. Terza edizione 7 50
Il Castello di Barbanera. Seconda edizione 4 —
—— Edizione economica 2 —
I nipoti di Barbabianca. Illustrato da E. Matania.
Seconda edizione 4 —
Racconti di Natale. Edizione illustrata da Dalbono,
Macchiati e Colantoni. Seconda edizione 4 —
Casa altrui, racconti illustrati da E. Matania e
da Vespasiano Bignami. Seconda edizione 3 —
Alla ventura. Con 90 inc. di G. Amato. Sec. ed. 4 —
[Frontespizio]
CORDELIA
PICCOLI EROI
LIBRO PER I RAGAZZI
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1892.
[Verso]
PROPRIETÀ LETTERARIA
Riservati tutti i diritti.
Tip. Fratelli Treves.
Questo libro è la semplice storia di alcuni fanciulli che passano i mesi d'autunno in campagna assieme alla sorella maggiore, la quale insegna loro la scienza della vita, e coglie l'occasione degli avvenimenti che succedono tutti i giorni, per dar loro saggi consigli ed utili ammaestramenti.
Le allegre scampagnate, le visite agli stabilimenti industriali, i divertimenti all'aria aperta, vengono alternati colla lettura di racconti, nei quali si narra la storia di eroismi ignorati, di sacrifizî sconosciuti.
Questo libro è dedicato ai ragazzi dai nove ai quattordici anni. Spero anch'io, per servirmi delle espressioni di un illustre e caro maestro, che esso possa interessare i giovani lettori e far loro un po' di bene.
PICCOLI EROI
LA FAMIGLIA MORANDI.
Appena il signor Morandi potè riaversi dal colpo provato per la morte della moglie, sentì una stretta al cuore pensando al suo impiego, che lo teneva fuori di casa tutto il giorno, e ai suoi sei figliuoli ancora giovanetti, dei quali bisognava occuparsi.
—Come posso fare?—disse con accento straziante, tenendosi la fronte colle mani in atto disperato.—Non so più dove dare del capo!
Maria, una bella fanciulla di diciassette anni, colla faccia di madonnina e gli occhi espressivi, gli si avvicinò e mettendogli le braccia intorno al collo disse:
—Babbo, tu pensa al tuo ufficio; ai ragazzi penserò io.
Il signor Morandi la guardò in faccia per accertarsi se dicesse da vero, ed esclamò:
—Che cosa puoi far tu che sei quasi una bimba? Se almeno tutti i ragazzi fossero d'indole docile come Vittorio e Giannina, ma gli altri tre…. Oh la sarebbe una cosa superiore alle tue forze!
—Senti, babbo,—riprese Maria.—Lo so, di mamme non ce n'è che una, ed è impossibile poterla supplire, ma quello che potrebbe fare un'altra persona, ti prometto di farlo io; chè infine i miei fratelli li conosco da tanto tempo e gli voglio bene.
—È vero, sei una donnina, ma tanto giovane che non puoi sapere quello che ci vuole a condurre una casa come la nostra.
—Mi farò vecchia, sono così seria che tutti mi danno molti anni di più; vedrai, babbo, che resterai contento.
—Non pensi che dovrai sacrificare la tua gioventù in un ufficio ingrato?
—Faccio qualunque sacrifizio piuttosto che veder un'altra persona far le veci della mamma, mi ci metto con tutta la buona volontà e ti prometto di fare il possibile affinchè tu possa stare tranquillo.
—E sia!—disse il signor Morandi dando un sospirone di sollievo e alzandosi per nascondere la sua commozione; poi prese fra le mani la testolina bruna della figlia e la baciò dicendole:
—Dio t'aiuti e faccia sì che non t'abbia mai a pentire dell'incarico che ti sei preso!—Poi chiamò gli altri figliuoli e disse loro accennando a Maria:—Questa sarà la vostra mammina, mi raccomando, siate buoni e non la fate troppo inquietare.
Ecco come Maria si trovò a diciassette anni al governo della casa, coll'obbligo di dover pensare a cinque figliuoli irrequieti.
Non era ancora uscito suo padre, che Maria ebbe timore d'aver presunto troppo delle sue forze; dei suoi fratelli, Carlo, il maggiore, era insubordinato, Elisa piena di pretensioni, come se fosse una principessa, Vittorio studioso ma disordinato, Mario vivace ed irrequieto e la sola Giannina docile e buona; e mentre si sentiva disposta a dar loro dei consigli e ad aiutarli negli studii, come avea sempre fatto, le dava pensiero il fare da massaia. Quell'ufficio non era il suo ideale, non sapeva nemmeno da che parte incominciare, specialmente con una famiglia tanto numerosa, colle poche rendite di cui poteva disporre e in una città dispendiosa come Milano.
Il padre era impiegato alla ferrovia, aveva un discreto impiego, ma per mantenere tutta la famiglia con un certo decoro bisognava fare miracoli di economia, come avea sempre fatto la signora Morandi.
Da principio Maria continuò collo stesso sistema della mamma, e si arrovellava il cervello a far conti per venirne a capo coi quattrini che le dava il babbo.
Il suo sogno era di poter a furia di abilità e di economia far godere alla famiglia una vita agiata, ed il suo scopo, veder bene avviati i ragazzi.
Essa avea fatto in cuor suo intera rinuncia dei suoi desiderii e delle sue aspirazioni, per consacrarsi interamente al benessere della famiglia.
La mattina s'alzava prima di tutti, e dopo aver dato ai fratelli una bella ciotola di latte, li mandava a scuola mettendo nel loro paniere qualche cosa per la merenda, affinchè potessero aspettare tranquillamente l'ora del pranzo.
Eppure per quel po' di merenda bisognava vedere come la facevano stizzire!
Elisa era spesso imbronciata di dover portare soltanto pane e burro o un po' di cacio, mentre molte compagne avevano nel paniere prosciutto, arrosto, biscotto ed altre leccornie; a Carlo non bastava mai nulla, avrebbe voluto una porzione da lupo. Mario invece, nella sua sbadataggine, era capace di dimenticare a casa la merenda; meno male che Vittorio era sempre contento e Giannina divideva spesso il suo companatico colle compagne che portavano alla scuola pane solo.
Spesso a Maria venivano le lagrime agli occhi per la sua impotenza a tener tranquilli i ragazzi, per l'impossibilità di vederli contenti; però al babbo non diceva nulla per non tormentarlo, egli avea già abbastanza pensieri pel capo; ed essa tenea tutto dentro di sè, ma qualche volta non ne poteva più e si sentiva affranta e scoraggiata.
Godeva un po' di tranquillità sol quando i fratellini erano alla scuola; allora si sedeva a rattoppare i loro vestiti, a rammendare la biancheria, faceva calcoli colla sua testolina per vedere di fare delle economie, sempre preoccupata del loro benessere.
Uno dei pensieri che rallegrava le sue ore di solitudine era di poter condurre in campagna i fratelli a passar le vacanze. Era una sorpresa che preparava loro fra pochi giorni, un sogno che stava sul punto di realizzare.
Parecchi anni prima, un vecchio zio avea lasciato loro in eredità un casolare di campagna presso il villaggio di M….
Era modestissimo e composto in tutto di sette stanze con davanti un pezzo di terra circondato da un muricciuolo. Non vi avevano mai abitato, perchè colla mamma, spesso ammalata, quella casa mancava di comodità ed era tanto lontana dal villaggio, che prima di poter aver medico e medicine c'era tempo di morire.
Il signor Morandi non avea potuto trovare nè da venderla nè d'affittarla, e la teneva come una cosa inutile, finchè fossero venuti tempi migliori da poterla riattare, oppure da trovare un compratore.
Maria sapeva di quella casetta, e dandole pensiero avere in città, nel tempo delle vacanze, quei cinque diavoletti, volle andare a vedere se c'era la possibilità di poterla abitare, e parlò di questo suo disegno al babbo.
—Chissà quante spese bisognerà fare per abitarla!—egli rispose.—Credo che sia un sogno.
Maria fece una corsa fuori di città un giorno che i ragazzi erano a scuola, e trovò che la casetta era abitabile: semplice, con pochi mobili, di forme antiquate, non eleganti, ma non vi mancava nulla di quello che era strettamente necessario; la sola spesa sarebbe stata di dare una mano di bianco alla cucina. Appena ritornata, disse al padre:
—Il letto dello zio, che è il migliore, va bene per te, gli altri, se non sono molto soffici, non importa, noi siamo giovani e non abbiamo bisogno di tante ricercatezze.
E il padre acconsentì, contento di farsi dare i suoi giorni di permesso durante l'autunno, per fare un po' di campagna.
Maria, nei momenti di calma, pensava a quei due mesi d'autunno, come ad una festa.
I ragazzi, stando all'aria aperta in libertà, avrebbero acquistata tanta salute; intanto essa avrebbe anche fatto delle economie. In quel pezzo di terra davanti alla casa dove lo zio coltivava i suoi fiori, essa s'era contentata di conservare qualche rosaio presso la porta d'ingresso, ma avea fatto piantare, nel resto del campo, cavoli, fagiuoli, piselli, patate, pomidoro, prezzemolo, insalatina e tutta la verdura che sarebbe bisognata per la casa, e quella verdura s'era offerto a coltivargliela un vicino; così non avea spese: poi al villaggio tutto era più a buon mercato che in città; insomma essa era felice di questo suo disegno. Era soltanto preoccupata degli studii dei suoi fratelli, perchè, se dovevano ripetere gli esami, allora addio campagna! avrebbe forse dovuto rinunciarvi, e a quel pensiero si sentiva stringere il cuore.
GLI ESAMI.
Era una giornata calda nel cuor dell'estate. Elisa e Giannina che frequentavano le scuole elementari, e Carlo che andava al ginnasio, dovevano far l'esame appunto in quel giorno, e Maria, ansiosa di saperne l'esito, andava ogni tanto alla finestra per vederli spuntare di lontano.
Vennero prima le bambine contente, avevano risposto bene ed erano certo passate. Carlo invece entrò di cattivo umore, e tutto furioso gettò il cappello da una parte e i libri dall'altra. Maria si sentì dare un colpo al cuore, e capì subito che cosa significasse quella furia.
—Gli esami non sono andati bene?—chiese con un sospiro.
—Il professore è un asino,—disse Carlo irritato.
—Sarai tu un asino, che non avrai saputo rispondere; almeno lo confessassi, e non fossi tanto presuntuoso. Dunque non sei passato? Me l'aspettavo.
—Mi domandò certe cose difficili; poi i compagni mi facevano ridere, mi sono confuso, ecco.
—Mi dispiace,—disse Maria con amarezza,—così tutti per colpa tua dovranno rinunciare alla campagna.
—Non dir questo, Maria, posso studiare anche là, anzi studierò meglio in mezzo alla quiete campestre.
—Gli è che forse non avrai più bisogno di studiare. Sai che cosa ha detto il babbo? Se non passi ti metterà ad un mestiere, almeno ti guadagnerai il pane.
—Siete matti,—disse Carlo,—io far l'operaio? Mai più. Lo sai, io voglio diventare un personaggio celebre, un eroe.
Le sorelline si misero a ridere.
Maria gli disse che principiava molto bene; del resto sarebbe meglio diventare un buon operaio, che un cattivo dottore.
—Non lo dire al babbo che l'esame è andato male.—disse Carlo,—studierò e ti prometto di non ripetere l'anno; non lo dire al babbo, ti prego.
—Non lo dirò, ma lo verrà a sapere, lo domanderà ai professori.
—Spero che non avrà tempo.
—Però in villa ci andiamo, non è vero, Maria? chiese colla sua —grazietta Giannina, la bimba più piccola.
—In villa?—disse Maria.—Non è una villa la nostra, ma una povera casetta di campagna.
—Se Elisa raccontò ad Angiolina Merli che avevamo una bella villa, con un bel giardino!…
—Sempre le tue solite fanfaronate,—disse Maria rivolgendosi con accento severo ad Elisa.—Possibile che non ti corregga mai di questo vizio?
—Tutte raccontano che vanno in villa e parlano di viali ombrosi, di giardini fioriti, e l'ho raccontato anch'io, per non essere da meno dello altre.
—Lo sai che non voglio che tu dica quello che non è vero.
—L'Angiolina non può mica vedere.
—È forse la figlia della cucitrice? È una buona ragazza.
—Sì,—disse Giannina,—è la più attenta di tutta la scuola, e quando Elisa raccontava della villa avea le lagrime agli occhi pensando che i suoi genitori erano tanto poveri e non potevano andare nemmeno a respirare un po' d'aria buona; essa diceva: «Invece di una villa mi contenterei di andare in una capanna, pur di essere all'aria aperta e vedere un po' di verde.»
—Ebbene, la inviteremo a venire con noi,—disse Maria,—è una brava ragazza, conosco sua madre e si fa un'opera buona, così anche vedrà la differenza che passa fra la villa fantastica che le ha descritta Elisa e la casa modesta dove andiamo ad abitare.
Elisa s'era fatta tutta rossa e diceva:
—Maria, ti prego, non farlo, lo racconterà alle compagne e rideranno di me.
—Sarà il tuo castigo, così imparerai a non esagerare le cose e a non farti credere più di quello che sei.
—Piuttosto invita l'Evelina,—disse Elisa.
—Ti pare? Essa è abituata a viver più riccamente di noi, ci dovremmo mettere in impegno e far delle spese, e poi non si troverebbe bene; invece per Angiolina non cambiamo nulla delle nostre abitudini e si troverà bene come una regina. Evelina sarebbe un disturbo inutile perchè non ho nessuna intenzione di fare degli inviti; riguardo ad Angiolina si fa una buona azione. Così uno di questi giorni andremo dalla signora Merli per invitarla.
—Chissà se sua madre la lascerà venire!—disse Elisa.—Sarei proprio contenta che non le desse il permesso.
In questa speranza si calmò, ma era sempre preoccupata dal dubbio che Angiolina accettasse, e quel pensiero le turbò la gioia d'aver terminati gli esami.
MARIO E VITTORIO.
Vittorio faceva la seconda e Mario la prima classe delle scuole tecniche. Erano tutt'e due intelligenti, ma Vittorio tranquillo, studioso, diligente, e Mario invece irrequieto, non avea voglia di studiare e non stava mai attento. Avea dovuto perdere un anno per la sua condotta, e perchè in scuola si burlava non solo dei compagni, ma dei professori.
Maria era impaziente d'aver notizie dei suoi fratelli, e ad una cert'ora s'avviò colle ragazze alla scuola, ma quando entrò nell'atrio, s'accorse che gli esami non erano ancora terminati. Vi trovò molti babbi e molte mamme, anch'essi impazienti di aver notizie dei loro figli, e alcuni ragazzi che uscivano a due a due, a gruppi, chiacchierando assieme e gesticolando, alcuni saltando dalla gioia, altri, incerti, fermati ad attendere che uscissero i professori, nella speranza di saper qualche cosa sull'esito dei loro esami.
Quelli che vedevano da lungi i genitori si univano a loro e quasi tutti erano contenti d'aver terminato le scuole per quell'anno, e della prospettiva di due o tre mesi di vacanza.
Finalmente uscì Vittorio e s'avvicinò alle sorelle colla faccia contenta, sicuro dell'esame che avea fatto.
—È andato bene?—disse Maria.
—Il professore m'ha domandato una cosa facile e m'ha detto: bravo!
Come sono contento!—S'alzò in punta dei piedi e diede un bacio a
Maria.
Mario uscì correndo e saltando, si mise a giocare alla palla coi libri, e fermatosi davanti alla turba dei suoi fratelli disse:
—Non mi chiedete nulla?
—Dalla tua allegria si direbbe che è andato bene.
—Credo di sì, io non sapevo molto di quello che m'hanno domandato, sono andato avanti diritto senza interrompermi, e pare siano rimasti contenti.
Intanto Maria vide uscire il professore di Mario che conosceva bene, per avergli raccomandato spesso il fratello, gli si avvicinò e gli chiese notizie dell'esame.
—Può dire d'esserne uscito per miracolo, e se non lo salvavo io….
—Ne fece qualcuna delle sue?—chiese Maria.
—Guardi!—rispose il professore, e levò di tasca un pezzo di carta che mostrò a Maria, dicendo:—Questo è il professore che assisteva all'esame, se l'avesse veduto, pensi che classificazione gli avrebbe data!
Era una buffa caricatura che faceva ridere anche non avendone voglia.
Mario rideva e diceva:
—Era troppo bello con quel naso a punta e con quella barbetta; non ho saputo resistere alla tentazione di disegnarlo.
—Pensi,—soggiunse il professore,—che egli m'ha chiesto che cosa facesse colla matita il signorino. Io m'avvicinai, vidi di che si trattava e prendendogli la carta risposi: È uno sgorbio, e dissi a Mario che quella non era l'ora di disegnare; l'ho salvato per miracolo.
—Grazie,—disse Maria al professore, poi rivoltasi a Mario lo rimproverò.
Non poteva perderlo quel brutto vizio di mettere tutti in caricatura?
E Mario rideva e diceva:
—Era troppo bello; era troppo bello.
E il professore salutando Maria, le susurrò a bassa voce:
—Che cosa vuole! è un capo ameno che mi diverte, non sono capace d'essere severo con quel ragazzo, però ha troppa smania di burlarsi di tutti, o finirà coll'aver qualche dispiacere.
Ma Mario non sentiva nulla e tutto felice di aver terminato per quell'anno la scuola, diceva ai suoi libri: Miei cari amici, ora vi vado a mettere al sicuro, e finchè durano le vacanze non turberò il vostro riposo. E andava avanti correndo, urtando la gente come se fosse il padrone della città.
LA CUCITRICE DI BIANCHERIA.
Anna Merli abita, per spender poco, un piccolo quartiere al terzo piano d'una gran casa un po' fuori del centro. Ha una bella cucina chiara e spaziosa, una camera grande dove dorme col marito, e nello stesso tempo sta tutto il giorno a lavorare. Vicino c'è un camerino, o a dir meglio un bugigattolo, dove dorme Angiolina. Il marito è operaio meccanico, essa cucitrice di biancheria, e fra tutt'e due guadagnano appena tanto da poter vivere colla figliuola.
Un giorno Angiolina, mentre la mamma faceva andare il pedale della macchina da cucire, stava mettendo in assetto la cucina e lavando le stoviglie che avevano servito pel pranzo, quando sentì bussare all'uscio e fu tutta sorpresa di trovarsi in faccia alla Maria e all'Elisa Morandi.
—Mamma,—disse,—c'è qui l'Elisa Morandi colla signorina Maria.
La Merli sospese il lavoro e andando incontro a Maria e ad Elisa esclamò un po' confusa:
—Che bella sorpresa!
Fece sedere Maria davanti alla macchina, mentre Angiolina conduceva
Elisa dal lato opposto della camera.
Maria disse subito lo scopo della sua visita: desiderava che la signora Merli le facesse il favore di lasciar andare l'Angiolina in campagna con loro.
—Quanto sono buoni,—esclamò la cucitrice,—di pensare alla mia figliuola! Poverina, è così palliduccia e ne avrebbe tanto bisogno di un po' di campagna; ma non sarà troppo incomodo per loro? e poi noi siamo povera gente, e temo che mia figlia faccia cattiva figura coi suoi vestiti modesti.
—Non si dia pensiero di questo,—disse Maria,—abbiamo non poco da fare a tirare innanzi anche noi colla massima economia e non nuotiamo nel lusso, ma già che nostro zio ci ha lasciato una casetta in campagna, e c'è un letto di più, ho pensato d'invitar l'Angiolina che è una brava ragazza, ed è stata delle prime della scuola; così sarà una compagnia e un buon esempio per le mie sorelle.
—Oh per questo, della mia Angiolina non posso lagnarmi; se avesse veduto come mi ha assistito poco tempo fa quando fui ammalata, e non per questo trascurava la scuola, e poi….—qui si avvicinò per dire qualche cosa all'orecchio di Maria e non farsi sentire da Angiolina che si era avvicinata a loro.
—Povera Angiolina,—esclamò Maria,—sono proprio contenta di poterle procurare un po' di distrazione.
Intanto la signora Merli chiamò a sè la figlia, e le disse dandole un bacio:
—Sai, figliuola mia, la ragione per cui la signorina Maria si è incomodata a venir fin quassù? È stato per invitarti ad andare in campagna con loro.
—Io in campagna! lo dici per celia,—rispose la fanciulla facendosi rossa.
—Proprio sul serio,—disse Maria,—so che sei amica dell'Elisa, e ho pensato che avrà piacere di averti insieme almeno per quindici giorni.
—È vero?—chiese Angiolina rivolta ad Elisa che se ne stava in un angolo tutta confusa.—Non lo merito, sai; vedi, quando mi raccontavi della tua bella villa credevo che tu lo facessi per farmi dispetto, perchè ero povera e non potevo andare anch'io in campagna, e ho pensato male di te, sono stata ingiusta, perdonami.
—Anch'io mi sono ingannata,—disse Elisa,—non è una villa la nostra, ma una casa, lo ha detto Maria, poi vedrai, ma non aspettarti grandi cose,—e diede un sospirone, contenta d'aver rimediato alle esagerazioni dei giorni passati.
—Sarà sempre troppo per me; mi basta un po' di aria libera e vedere degli alberi verdi. Che gioia, che felicità!—e si mise a saltare e a battere le mani.
Ad un tratto si fece seria e disse:
—Ma e tu mamma resterai sola! non ho cuore di lasciarti.
—Ora sto bene, e sono contenta che tu vada a divertirti; non pensare a me, la sera ho il babbo e di giorno ho la mia macchina che mi tiene compagnia; piuttosto ringrazia queste signore che hanno voluto farti questa sorpresa.
Angiolina si avvicinò a Maria e,—Grazie! le disse volendo baciarle le mani, ma essa la baciò in volto, poi volle che la signora Merli riprendesse il lavoro interrotto, anzi la pregò che le mostrasse come poteva lavorare così speditamente e tanto bene.
—Ci vuole un po' d'abitudine e d'attenzione,—disse, e le mostrò come si dovea infilar l'ago in modo che il filo avesse una tensione uguale, e dove si dovea mettere il lavoro e come bisognasse sempre condurlo colle mani, affinchè l'impuntura venisse diritta.
—Appena avrò fatta qualche economia, voglio prendermi anch'io una macchinetta da cucire,—disse Maria,—è un gran risparmio di tempo.
—Può comperare una macchinetta a mano; costa meno, e per una famiglia basta,—disse la Merli;—ma se mi vuol far proprio un piacere quando ha qualche lavoro lungo venga da me, io metto la macchina a sua disposizione. Me lo promette, non è vero? magari le fossi utile a qualche cosa! Sarei felice di mostrarle la mia riconoscenza; è proprio un'opera buona quella che fa per la mia figliuola.
—Sono ben contenta,—disse Maria congedandosi.—Dunque siamo intese; dopodomani alla stazione,—e uscì tutta lieta d'aver avuta quella buona idea.
Elisa si sentiva felice d'aver cancellata l'impressione del suo racconto esagerato, e diceva:
—Per gente che vive in due camerette, la nostra casa farà l'effetto di una villa; io però sarei stata più contenta d'avere l'Evelina.
—E non ti fece piacere la gioia di quella povera gente!—disse Maria.—Sei proprio senza cuore. Dà retta a me; se avessi invitato Evelina, o avrebbe rifiutato, essa che ha tante ville, migliori della nostra catapecchia, o avrebbe accettato con mal garbo e credendo di farci un onore, si sarebbe trovata male, e per giunta ci avrebbe sprezzati e criticati, mentre invece possiamo esser contenti d'aver fatto una buona azione e d'aver reso un servizio a persone che lo meritano e ci serberanno un po' di gratitudine.
IN CAMPAGNA.
Il treno rallentava, ed i ragazzi volevano slanciarsi fuori, impazienti di correre per l'aperta campagna.
—Adagio,—disse Maria,—volete rompervi una gamba prima di arrivare; finchè non siamo ben fermi, vi proibisco di muovervi.
—Io sono lesto,—esclamò Mario.
—Non ho paura,—disse Carlo.
—Tutto va bene; ma scendere quando una carrozza è in moto è una grave imprudenza; tanti altri più agili di voi e più coraggiosi si sono rovinati per tutta la vita; si tratta d'un minuto e non c'è proprio bisogno d'essere impazienti.
Intanto il treno s'era fermato e giù discesero lesti come tanti scoiattoli, impazienti di correre.
Maria volle invece radunare prima tutto il bagaglio e consegnarlo ad un facchino, raccomandandogli di portarlo a casa sua subito, poi s'avviò assieme ai ragazzi, tutti contenti di trovarsi all'aria aperta, in mezzo ai prati verdi, lontani dalla scuola e dalla città.
Maria aveva un bel da fare a dirigere quella schiera irrequieta. Alla donna di servizio disse di fermarsi al villaggio per far le provviste più necessarie: legna, carbone, candele, pane, vino, carne, uova e burro; le raccomandò di far presto; intanto sarebbe andata avanti coi ragazzi ad aprire la casa.
Vittorio le domandava notizie di tutti i villini che vedevano, Carlo saltava sui muricciuoli e nei fossi lungo la via, Elisa osservava le ville più belle, e Angiolina e Giannina ammiravano tutto, ed erano allegre e contente di trovarsi in campagna.
La loro casa, poco lontana dalla stazione, era una casetta con un balcone grande, coperto da un pergolato di vite, che circondava tutto il muro del cortile; era molto semplice, quadrata, bianca, colle persiane verdi, e d'aspetto ridente. Davanti c'era qualche vaso di fiori e dai lati la verdura che Maria avea fatto piantare e che essa fu piacevolmente sorpresa di trovare molto cresciuta.
—Come sono contenta!—disse.—Guardate quei fagioli che s'arrampicano lungo il muro, e quella insalatina fresca; voi ragazzi, quando avrete riposto nei cassettoni la vostra roba, coglierete un po' di quell'insalata per pranzo.
Ma nè Carlo nè Mario non se la sentivano di lavorare, volevano correre e divertirsi; invece Angiolina si mise subito all'opera con una prontezza che fece meravigliare Maria.
Essa l'aiutò a disfare i bauli e le casse, a scopare le camere e spolverare le mobiglie con un'abilità da vera massaia.
Giannina voleva imitarla, ma non ci riusciva, invece di radunare la polvere in un mucchio per poi raccoglierla nella cassetta delle spazzature, la sparpagliava per la stanza e dovette rinunciarvi.
—Sei ancora troppo piccina.—disse Maria,—dovrebbe piuttosto farlo l'Elisa.
Ma Elisa invece perdeva il tempo ad osservare le stampe attaccate alle pareti del salotto, rappresentanti la leggenda del Figliuol prodigo, ed i mobili, che guardava con aria sprezzante, trovandoli vecchi e di cattivo gusto.
Al pianterreno non c'erano che tre stanze, la cucina, il salotto grande, spazioso, con tre finestre, ammobigliato con una tavola rotonda nel mezzo e intorno un canapè coperto di damasco di lana verde, due poltrone uguali, e delle sedie di paglia; addossata ad una parete una credenza a tre piani per mettervi i tondi all'ora del pranzo, dovendo quel salotto servire da sala da pranzo, da studio e da ricevere; accanto poi c'era uno stanzino per la donna di servizio. Il piano superiore era composto di quattro camere da letto grandi e ammobigliate colla massima semplicità: nella prima dovea dormire il signor Morandi e Vittorio, nella seconda Mario e Carlo, nella terza Maria e Giannina, nella quarta Elisa e Angiolina.
Quando ritornò la donna colla provvista, Maria volle che s'occupasse unicamente della cucina; le premeva troppo che le casseruole e le pentole fossero pulite bene e le tavole lavate colla potassa; diede un'occhiata agli arnesi di rame per assicurarsi che fossero stagnati, perchè diceva sempre: Non c'è bisogno di fare dei manicaretti, ma quello che si mangia deve essere sano e pulito.
Poi andò al piano superiore e si fece aiutare dall'Elisa che si prestò di malavoglia a rifare i letti, mentre gli altri mettevano i loro vestiti nei cassettoni; ma i ragazzi facevano un'insalata di tutto, e l'Angiolina aveva un bel da fare per mettere un po' d'ordine in quei cassetti. Essa diceva:
—Fate così; le camice da una parte, le mutande dall'altra, e nel mezzo le cose minute, i fazzoletti, le calze, le cravatte; vedete, ci sta tutto in un cassetto, nell'altro potete mettere i vestiti.
—Ma non c'è l'attaccapanni?—disse Carlo.
—Sì, ma è meglio lasciarlo libero, vedrete che in poco tempo sarà carico anch'esso.
Fece mettere i libri nel cassetto del tavolino che ognuno aveva nella propria camera; così, col suo aiuto, la casa fu presto in ordine, anzi, ebbero tempo di pensare anche agli adornamenti.
In un armadio trovarono dei vecchi tappeti: uno fu disteso in salotto davanti al canapè, con un altro copersero la tavola; poi corsero nel cortile, spiccarono un ramo di rose fiorite, vi aggiunsero un geranio, qualche ramo d'erba odorosa, formarono un mazzo di fiori che misero in mezzo alla tavola, ed il salotto prese un aspetto più gaio ed elegante.
Quando tutto fu in ordine, Maria per contentare i ragazzi li condusse a fare un giro nel villaggio prima del pranzo; passando, andò a salutare il curato che era stato tanto amico di suo zio, e li accolse sorridendo.
Era un buon vecchietto che parlava volentieri del tempo passato, e raccontava le storie del quarant'otto, avendo preso parte in quella rivoluzione, e dimenticando il presente in quei ricordi.
Maria, stimando utile per i ragazzi la conversazione di quel buon vecchio, lo invitò a casa sua, e gli chiese intanto notizie degli altri villeggianti.
Egli raccontò che la bella villa sulla collina apparteneva ad una famiglia di ricchi industriali, che portavano molto vantaggio al paese perchè avevano una grandiosa fabbrica laggiù nella valle, che dava lavoro ad un gran numero di operai, e poi perchè spendevano molto, e il signor Guerini, proprietario della villa e della fabbrica, non dimenticava nè i poveri nè la chiesa, anzi avea regalato a sue spese un nuovo organo.
—E quel casino rosso laggiù in fondo al viale?—chiese Maria.
—È il casino del professore Damiati, una persona molto istruita che viene qui a villeggiare da qualche anno.
—L'ho inteso nominare, è professore al ginnasio, non è vero?—riprese la fanciulla;—mi piacerebbe tanto conoscerlo perchè vorrei pregarlo di dare delle lezioni a Carlo che deve ripetere un esame.
—Glielo farò conoscere,—disse don Vincenzo,—anzi, se andiamo verso la posta, lo incontriamo di sicuro.
—Ebbene, tanto meglio, se non le incomoda siamo pronti.
E s'avviarono tutti insieme parlando della stagione, della campagna e dello zio, che don Vincenzo nominava sempre con vero rincrescimento.
—Crede,—diceva,—che dopo la sua morte mi pare quasi di non viver più nemmeno io? Ci siamo conosciuti giovani, alle barricate di porta Vittoria nelle Cinque Giornate; sono momenti dei quali non ci si dimentica, e poi siamo stati sempre amici, tanto ch'egli è venuto ad abitar qui per me, e ci si divertiva a stare assieme la sera ricordando il tempo passato; le ore trascorrevano in un lampo; penso sempre a quelle belle serate.
—Venga ora che ci siamo noi a raccontarci di quel tempo, sarà tanto utile anche per i ragazzi.
—Ecco il professore,—disse don Vincenzo accennando ad un giovane che veniva verso di loro, assorto nella lettura del giornale che era arrivato in quel momento, e seguito da un bel cane.
—Signor Damiati? signor Damiati?—chiamò il curato.—Deve aver trovato delle notizie molto interessanti in quel giornale, che non alza nemmeno gli occhi per salutarmi.
—Davo una scorsa alle novità del giorno, ma di questa stagione anche la politica tace,—disse Damiati alzando gli occhi e salutando.
—C'è qui la signorina Morandi che desidera conoscerla,—soggiunse don
Vincenzo.
Il professore salutò Maria e fece una carezza a Mario che gli era vicino, mentre gli altri ragazzi avevano fatto circolo intorno al cane.
—Ho inteso parlare di lei,—disse Maria,—e speravo proprio incontrarla, anche perchè desidererei un favore.
—Dica pure, se posso esserle utile….
E un po' timidamente, quasi tremante, gli disse come era imbarazzata per Carlo, temendo che da solo non potesse studiare, e lo pregava che gli volesse dare qualche lezione, qualche suggerimento….
Il professore disse che proprio quando era in campagna avea deciso di riposare e di non obbligarsi a dar lezioni, ma essendo tanto vicini avrebbe fatto un'eccezione, sarebbe stato felice di andar a passare qualche ora nella loro compagnia, e così quasi conversando avrebbe potuto aiutare Carlo nei suoi studii.
—Mi farà un vero regalo,—disse Maria,—scusi, sa, se sono stata un po' ardita di chiederle un favore così subito, senza conoscerla, sono tanto umiliata di non potere aiutar io mio fratello, perchè di latino non so proprio nulla.
Il professore promise di andar presto a vederli, poi si salutarono tutti, e Maria tornò a casa coi ragazzi, contenta del modo con cui avea occupato quel primo giorno; anche i ragazzi eran felici della bella passeggiata e soltanto Carlo pareva imbronciato all'idea di dover rimettersi a studiare.
L'IDEALE DI CARLO.
La famiglia Morandi era raccolta nel salotto intorno alla tavola rischiarata da una lampada appesa al soffitto. Il signor Morandi leggeva il giornale, Vittorio guardava un libro illustrato, Maria accomodava della biancheria insieme all'Angiolina che aveva chiesto di aiutarla, mentre Giannina pregava Elisa, che non ne avea voglia, di farle dei vestiti per la bambola.
—Andiamo,—disse Maria,—falle questo piacere.
—M'annoio,—disse Elisa.
—Ti annoierai di più a non far nulla,—soggiunse, poi rivolgendosi a
Carlo disse:—Tu spero ti metterai a studiare il tuo latino.
—Che noia! sempre questo eterno latino!—rispose il ragazzo facendo spallucce;—io già, sai, non m'importa di diventare uno scienziato, voglio essere un uomo d'azione, un gran generale, un eroe: Alessandro, Giulio Cesare, Napoleone; ecco i miei ideali, al diavolo i libri, lasciatemi fare il soldato,—esclamò Carlo cogli occhi lucenti e il viso in fiamme, tutto eccitato da quella giornata passata all'aria aperta.
—Sì,—disse Maria ironicamente,—dopo bisognerà improvvisare una guerra per mettere il tuo eroismo alla prova. Ora, mio caro, il mondo è cambiato, e al giorno d'oggi la parola eroe ha un significato molto diverso da quello che aveva una volta; eroe si può esserlo in tutti i luoghi, in tutte le professioni, alla scuola, all'officina, fra le pareti domestiche, purchè uno dimentichi sè stesso, rinunci al proprio piacere, alla propria volontà, per un alto ideale, per il bene del suo paese, della propria famiglia e dei suoi simili, e forse è un eroe tanto più grande, perchè il suo eroismo è ignorato e non vi è spinto dall'idea della gloria che è sprone a grandi sagrifizi. Se vorrete, vi leggerò quando sarete stati ubbidienti, alcune storie vere, ch'io ho raccolto, di eroismi ignorati, nella speranza che possano esservi utili; sarà un modo di occupare queste serate d'autunno.
—Brava!—disse Vittorio.—Che gioia! I tuoi racconti mi piacciono tanto.
—Vediamo questi eroi!—disse Carlo,—anzi, dovresti cominciare subito.
—Per questa sera,—rispose Maria,—contentati di studiare; il mio manoscritto è in fondo al baule.
—È tanto noioso questo latino! Ora poi che sono in vacanza….
—Ebbene lascia stare,—disse il signor Morandi interrompendo la sua lettura,—ti prometto che se non passi l'esame ti mando a fare il ciabattino.
I fanciulli diedero in una risata, mentre Mario continuava colla matita a scarabocchiare sulla carta.
—Ecco il tuo ritratto,—disse a Carlo quando ebbe terminato.
Le ragazze ansiose s'avvicinarono a Mario e si misero a ridere con tutta la forza dei loro polmoni, alla vista d'una figura che avea un po' il profilo di Carlo, seduta al bischetto con un paio di scarpe in mano tirando lo spago; con sotto la scritta: l'eroe dello spago.
Carlo, indispettito, diede uno schiaffo a Mario che si ribellò, e incominciarono a picchiarsi e a prendersi per i capelli.
Maria li divise e rivoltasi a Carlo disse tranquillamente:
—Un eroe che batte un ragazzo più giovane di lui! Che vergogna!
Carlo rimase mortificato da quelle parole, ma tenne tutta la sera il broncio al fratello, il quale andava dicendo che, volere o non volere, avrebbe illustrato tutti gli avvenimenti e i tipi che gli sarebbero passati davanti durante le vacanze e i racconti che si sarebbero fatti intorno a lui. Se suo fratello voleva essere un eroe, egli aspirava alla gloria d'un grande artista e voleva esercitarsi a cogliere il vero che gli cadeva sott'occhi.
I RACCONTI DI MARIA.
I ragazzi non si dimenticarono la promessa di Maria e non la lasciarono in pace finchè non cercò il manoscritto. La sera dopo quando furono tutti radunati intorno alla tavola la supplicarono impazienti di incominciarne la lettura.
Aveva appena lette le prime parole, che entrò don Vincenzo assieme al professore Damiati.
—Continui pure,—dissero.
Maria voleva sospendere la lettura dicendo che erano storielle scritte per i ragazzi e non potevano interessare persone come loro.
Ma non ci fu verso, vollero che continuasse, altrimenti minacciavano di andarsene.
—Sono tutta confusa,—disse Maria,—di avere un simile uditorio, non so più dove sia rimasta,—soggiunse riprendendo il manoscritto.
—Incominci dal principio,—disse il professore,—vogliamo sentir tutto, e mentre Mario stava temperando la matita per illustrare il racconto, come diceva lui, tutti gli altri fecero silenzio per ascoltare la lettura di Maria.
Essa incominciò colla voce un po' tremante, ma chiara e armoniosa, a leggere il suo racconto.
LA FIGLIA DEL CANTONIERE.
Pierina era la figlia, del guardiano della casa cantoniera numero 6, posta presso ad un modesto villaggio, sulla via del Gottardo.
Fra i primi ricordi dell'infanzia, al primo risvegliarsi della sua intelligenza intorpidita, essa rammentava che parecchie volte al giorno, suo padre usciva con qualche cosa arrotolata oppure con un lanternino in mano, e pochi momenti dopo, si sentiva uno strepito, che pareva il terremoto e faceva scuotere fino dalle fondamenta la piccola casa, poi il rumore si affievoliva, finchè si dileguava in lontananza. Non sapeva che cosa fosse, ma quando usciva il padre, essa stava attenta, aspettando il solito rumore.
Una sera che il babbo era assente, ed essa un po' irrequieta, la mamma accese il lanternino, la prese fra le braccia e uscì sulla strada.
L'impressione che provò quella volta non la dimenticò più.
Vide lontano una massa scura, grande, gigantesca, con due occhi rossi infocati, che sbuffava e mandava lampi di fuoco, come un mostro fantastico, e quella massa nera veniva precipitosamente verso di loro come se volesse ingoiarle, stritolarle. Nascose la testa sulla spalla della mamma, chiuse gli occhi e si mise a gridare.
La mamma non si mosse: stette ferma al suo posto finchè il mostro fu passato e si sentì il rumore diminuire in lontananza e ad un certo punto cessare.
Pierina continuava a piangere e a tremare.
—Bisognerà bene che ti abitui al passaggio del treno, mia piccola paurosa,—le disse la madre riconducendola in casa.
E infatti s'abituò in breve a quel rumore, anzi quando cominciò a camminare e sentiva lo strepito della macchina, voleva correr fuori a veder il vapore, e avrebbe voluto toccarlo, e colle manine tese faceva festa al luccicore dell'ottone intorno alla locomotiva, seguiva cogli occhi la colonna di fumo, ed esclamava guardando in alto: bello! bello! In poco tempo, quell'oggetto che l'aveva tanto sgomentata era divenuto il suo divertimento, anzi, quando lo sentiva in distanza, correva sulla strada ferrata in mezzo alle rotaie, ballando e saltando dalla gioia.
E allora la sua mamma, tutta agitata, usciva a prenderla fra le
braccia e le dava tante busse da farla strillare.
—Non devi andar sulla strada quando viene il treno, hai capito?—le
diceva.
Ma Pierina non capiva nulla, soltanto sapeva che quando andava sulla strada per far festa al vapore, prendeva le busse che le facevano male, e un po' alla volta perdette l'abitudine d'andarci, e si contentò di salutare il treno dalla finestra o dalla corte, davanti alla casa.
Fattasi più grandicella, incominciò a frequentare la scuola del villaggio, e tutte le mattine quando vi si recava, sentiva nelle orecchie la voce della mamma che le diceva:
—Ricordati, prendi il sentiero della montagna, non passare lungo le
rotaie.
—Oh mamma, non sono più una bimba,—rispondeva,—e non c'è pericolo
che vada sotto al treno.
—In ogni modo sono più tranquilla se prendi l'altra strada; qualche volta ritornando colle amiche, chiacchierando, non si sa mai, una disgrazia è presto venuta, e noi siamo tanto abituati al rumore del treno che ci può venir addosso senza che ce ne accorgiamo.
Ormai Pierina era una cantoniera perfetta, e spesso quando i suoi genitori erano occupati, andava lei stessa, all'ora che passava il treno, a fare i segnali.
Il padre l'aveva istruita bene, perchè potesse far le sue veci e lo aiutasse, tanto più che la mamma doveva occuparsi d'un altro bimbo ancora in fasce e non poteva muoversi di casa. Il cantoniere prima che passassero i treni, percorreva la strada affidata alla sua custodia, poi dava un'occhiata ad un ponte sospeso sopra un precipizio, per vedere se non ci fosse alcun guasto, specialmente dopo qualche temporale, e quando aveva veduto che tutto era in ordine si metteva al suo posto, e tenendo in mano la bandieruola verde indicava al treno che poteva proseguire; se la via era ingombra prendeva invece la bandiera rossa e lo faceva arrestare.
Pierina lo aveva accompagnato spesso, era stata attenta e aveva subito imparato ogni cosa, tanto che tutta felice di poter rendersi utile, diceva spesso al babbo:
—Se hai da fare, va pure, penserò io al passaggio dei treni.
—E posso fidarmi?—le diceva,—non dimenticherai l'orario?
—Non c'è pericolo, poi la mamma me lo rammenterebbe.
Pierina era tanto attenta e diligente che di lei potevano proprio fidarsi, anzi essa era al suo posto sempre dieci minuti prima del passaggio del treno col segnale in mano, colla sua faccia sorridente e i riccioli biondi agitati dal vento e indorati dal sole.
I conduttori e i macchinisti dei treni che percorrevano quella via, conoscevano già la Pierina, e quando s'avvicinavano alla casa cantoniera numero 6, pensavano che forse avrebbero veduto la biondina che faceva loro l'effetto d'una bella apparizione. Qualche volta la salutavano con un cenno, ma essa era sempre là ferma e seria, tutta compresa del suo ufficio.
E vi fu un periodo di tempo che vedevano sempre la biondina e di giorno e di sera, là in vista col segnale in mano, e si potea dire che la guardia della strada era unicamente affidata a lei.
Ciò avvenne perchè suo padre, una notte avendo dovuto aspettare il treno in ritardo, mentre nevicava, s'era presa una polmonite, e avea dovuto starsene a letto, mentre la mamma dovea stare ad assisterlo.
Il male avea fatto progressi, e il medico diceva che non c'era più speranza.
La Pierina non sorrideva più, avea il cuore grosso e le lagrime agli occhi, ma non dimenticava l'ora del passaggio dei treni, sapeva che i suoi genitori non avevano più testa, e doveva pensarci lei.
Ed anche il giorno che il babbo morì, e la sua mamma piangeva, essa non dimenticò d'andare alle ore consuete al suo posto.
Il babbo glielo avea detto tante volte in quei giorni che era ammalato, di non dimenticare l'orario; ed ora ch'egli non era più là, essa stava ancor più attenta.
Passarono alcuni giorni, e la sua mamma piangeva sempre.
—Perchè piangi?—le diceva Pierina,—ormai non c'è rimedio, se ti ammali, che cosa facciamo io e Luigino?
—Penso,—le rispondeva,—che ora che non c'è più lui, ci manderanno via dalla nostra casetta, e vedi, io voglio bene a questa casa dove sono venuta col mio uomo, dove vi ho veduti nascere.
—Anch'io voglio bene alla mia casetta, ai miei fiori, alle montagne e al vapore che passa,—disse Pierina.—Vedi, non potrei vivere nemmeno senza di lui, ma come abbiamo potuto fare questi giorni che il babbo era ammalato, potremo fare ancora; io sono grande e posso pensare alla strada.
—Sì, ma vedrai che ci manderanno via,—e a quel pensiero non poteva darsi pace.
Quando venne un ispettore, mandato dalla direzione della ferrovia, per vedere come fosse composta la famiglia, la povera donna lo supplicò in ginocchio che le lasciasse la casa cantoniera.
—È un mese che ce ne occupiamo noi, e, vede, non è mai accaduto
nulla; è questione di qualche anno, poi mio figlio crescerà, e allora
saremo tre come prima.
—Ma si tratta di una grande responsabilità,—diceva l'ispettore,—e non possiamo lasciare la guardia a due donne, ed una di queste ancora bambina.
—La mia Pierina è come un uomo, attenta, coraggiosa, intelligente;
vedrà, vedrà che saranno contenti di noi, ma ci lasci al nostro posto.
L'ispettore era commosso dalle lagrime di quella donna, ma non poteva
decidersi a cedere alle sue preghiere.
—Basta, vedremo,—disse,—io farò il possibile, ma senza un uomo è difficile, quello che posso fare per voi è di lasciare per il momento le cose come stanno; tutti gl'impiegati dei treni m'hanno detto bene di voi e della bambina; fingerò di ignorare che vostro figlio è un bimbo, e per qualche tempo procureremo di tirare innanzi, ma attente che non succeda nulla, e non dimenticate d'esser sempre al vostro posto.
La povera donna dovette contentarsi di quelle parole, ma viveva sempre con quella paura nel cuore e col pensiero di dover da un giorno all'altro abbandonare la sua casetta ed andare raminga coi figli a guadagnarsi il pane.
Pierina faceva miracoli: fra un treno e l'altro trovava il tempo di andare alla scuola, ma quando il treno dovea passare essa era sempre là, immobile al suo posto, e si divertiva a seguire collo sguardo quella lunga striscia nera che s'incurvava come una serpe, sul dorso dei monti, entrava nelle viscere della terra, e usciva trionfante, divorando la strada; che le passava innanzi, soffermandosi come per salutarla, per poi riprendere il suo cammino con maggior forza di prima.
Le pareva di veder passare un amico, e diceva che non avrebbe potuto vivere in un luogo dove non avesse veduto passarle davanti cinque o sei volte al giorno il vapore.
Se prima l'avea guardato con paura, poi con ammirazione, dopo che la maestra le ebbe spiegato come la forza che fa muovere tutto quell'ammasso di carri, carrozze, di gente e di roba, non è che un po' di vapore, formato dall'acqua in ebollizione, e sapientemente compresso, cercava di studiare il movimento di tutti quei congegni, combinati tanto bene, e come mossi da una volontà sola, da un potere misterioso.
Un giorno che una macchina s'era fermata davanti alla sua casa, essa potè salirvi e vide il focolare come una bolgia infocata, entro la quale continuamente un operaio getta enormi pezzi di carbone che bruciano in poco tempo, e la caldaia, dove bolle l'acqua continuamente, e i motori, e le valvole di sicurezza, e il fumaiuolo donde esce il vapore dopo che in quella complicazione di congegni ha dato l'impulso che muove tutta quell'immensa massa; ma essa avrebbe voluto comprendere il mistero di quei congegni e scoprirne la forza arcana, e ci pensava sopra tutte le volte che lo vedeva passare.
Era una giornata burrascosa sul finir di novembre. Tutto il giorno avea nevicato in montagna, e raffiche di vento scuotevano le cime degli alberi, ruggivano nelle gole dei monti.
Luigino era ammalato, e la mamma non lo poteva lasciare un minuto.
Pierina, come al solito, dava un'occhiata alla strada, ed era al suo posto al passaggio dei treni, senza curarsi dell'infuriar della bufera e della pioggia che cadeva a torrenti.
Tutt'a un tratto verso l'ora del tramonto, mentre stava colla mamma ed il fratellino, che si lagnava nel suo letto, soffrendo più del solito, s'udì uno scroscio, un rombo terribile che fece tremare la casa come se crollasse.
—Mio Dio! che cosa succede? è la fine del mondo?—disse la donna.
—Vado a vedere,—disse Pierina.
—Con questo tempo? aspetta almeno che sia cessato, prenderai un malanno.
—Bisogna vedere, non sai che deve passare il treno delle cinque?
—È il diretto, non rallenta.
—Ma se fosse accaduta qualche disgrazia?
—Alle due è passato il treno, e tutto era in ordine,—disse la madre.
—Ma questo rumore? vado per stare tranquilla, non ho paura, sai, ci sono avvezza.
Si coperse bene con un mantello impermeabile, e uscì.
Tornò dopo cinque minuti tutta agitata, accese in fretta la lanterna rossa che attaccò ad un bastone. Prese il corno che stava quasi sempre inoperoso attaccato al muro e se lo mise a tracolla.
—Che fai?—-le disse la madre.
—È venuta una frana, è caduto il ponte, che orrore!
—Che cosa intendi di fare?
—Bisogna fermare il treno.
—Sei pazza?
—Lascia fare a me, non t'inquietare, vedi, preparo i segnali.