IL SEGRETO DI MATTEO ARPIONE.


ARISTOCRAZIA
II.

IL
SEGRETO DI MATTEO ARPIONE

ROMANZO

DI

VITTORIO BERSEZIO

MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1881.


Tip. Treves.

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I.

Era una triste giornata nel palazzo Sangré di Valneve: l’anniversario della morte del conte-presidente.

Già quattro volte era tornato questo giorno funesto e sempre tutti i componenti della famiglia s’erano raccolti a celebrarlo solennemente, con mite, ma sincero e profondo cordoglio. Il primogenito Ernesto, diventato maggiore dopo il suo ritorno dalla Crimea, accorreva da qualunque luogo in cui egli si trovasse di guarnigione, fosse pur la Sardegna; i coniugi Respetti-Landeri venivano da Milano, e tutti quanti si erano trovati aggruppati intorno al letto di morte di quell’uomo giusto, si ritrovavano di nuovo raccolti a rievocarne più viva in quel giorno la memoria, a confermare con nuove lagrime il rimpianto della sua perdita, a invocare con più ardenti preghiere la benedizione dello spirito di lui sul capo dei superstiti.

La giornata soleva così occuparsi. Al mattino di buona ora tutti s’accoglievano nella gran sala dei ricevimenti solenni, dove nel centro della maggior parete, al punto più in vista, al posto d’onore, stava il ritratto di grandezza naturale del defunto, circondato quel giorno di fiori e di corone frescamente raccolti e intrecciate. Dopo essersi un poco trattenuti colà a parlare di lui, in presenza dell’immagine di lui, si recavano tutti alla messa funebre che si faceva dire alla parocchia in suffragio di quell’anima, poi, tornati a casa, si visitava la camera in cui il conte era morto, la quale si conservava precisissimamente nello stato in cui trovavasi in quel fatale momento, e della quale il solo vecchio Tommaso curava la pulitezza e l’assetto; là ciascuno, in silenzio, o pregava o meditava, contemplando quel letto in cui certo gli pareva scorgere ancora il pallido viso e la nobile fronte del virtuoso, retto, integerrimo gentiluomo. Più tardi, dopo un pasto preso in comune, tutta la famiglia partiva pel villaggio di Valneve, dove nel sepolcreto in cui da secoli scendevano a giacere i Sangré, sotto una lapide che portava incisi soltanto un nome e una data, si sfaceva la salma di quell’uomo benedetto. Là nuove preghiere, nuove lagrime, nuova e che pareva ancora maggiore comunicazione fra i vivi sempre memori e il diletto estinto sempre diletto, e che certo non aveva neppure nell’altra vita dimenticato i suoi cari, il suo sangue.

L’ora è affatto mattutina: nel gran salone il vecchio Tommaso, solo, sta disponendo, rassettando, attacca i fiori alla cornice del ritratto, spolvera, ordina le seggiole; di belle volte si interrompe nel lavoro, getta uno sguardo su quella mesta, un po’ severa, ma buona faccia d’uomo dipinta, scuote il capo, sospira e si rasciuga gli occhi.

A un tratto ode nella stanza vicina un passo accostarsi, un passo d’uomo franco, risoluto, affrettato: egli lo riconosce: le sue vecchie labbra sorridono lievemente; si volge con lieta aspettazione verso l’uscio. Il primogenito, il capo della famiglia non è ancora arrivato, ed egli sa pure che non può mancare, che non mancherà; quel passo deve essere il suo, lo è dicerto. Ecco che l’uscio si apre vivamente: Tommaso non si è ingannato: entra Ernesto Sangré di Valneve colla sua bella uniforme di maggiore delle guardie.

Sono passati cinque anni da che lo abbiam visto a Parma sfidare l’ufficiale austriaco von Klernick e battersi con lui. Fisicamente egli non è cambiato dimolto: passa di poco i trent’anni, e benchè comincino a cadergli in alto della fronte e alle tempia i finissimi capelli biondi, benchè più folti gli si sieno fatti i baffi che coprono il suo fine sorriso, nella carnagione, nel brillare degli occhi c’è ancora tutta la vivacità della gioventù: ma nell’espressione della fisonomia, nel complesso della figura appare qualche cosa che dinota in lui un non lieve mutamento morale, una maggior serietà, una più cauta riflessione, un più preciso, più profondo e più vivace sentimento, direi, di responsabilità e del dovere. Sotto questo rispetto, diffatti, Ernesto è cambiato d’assai, tanto che del giovane leggero, un po’ scapato, bizzarro, anche temerario, spendereccio d’un tempo, non è rimasto in lui più nulla affatto. La parola che ha data solennemente al padre moribondo, egli l’ha scrupolosamente mantenuta; con brava risoluzione ha assunto il nuovo grado di capo della famiglia e fu per la madre un aiuto, un argomento di consolazione, pel fratello e la sorella un sostegno, un consigliere, un esempio di nobili tratti ed affetti. Pel cugino eziandio, per Giulio, egli ebbe l’amorevolezza d’un fratello e il giovanetto lo ripagò d’un affetto compagno, d’una confidenza quale non aveva per nessuno, timido, riservato e quasi schivo qual era per natura, e d’un rispetto e d’una stima poco inferiori, se non affatto uguali, a quelli che aveva avuti per lo zio defunto.

E, come Giulio, tutti della famiglia hanno accresciuto per Ernesto, se non l’amore, chè lo amavano immensamente già prima, la deferenza e quella specie di domestico ossequio che riconosce in chi n’è degno una certa maggioranza liberamente consentita e nobilmente accettata.

Egli ora trovavasi in guarnigione a Genova; trattenuto da ragioni di servizio, non aveva potuto partir prima, ed arrivato quella mattina, in quel punto medesimo, prima ancora d’aver visto nessuno della famiglia, affrettavasi nel salone a salutare il ritratto paterno, quasi a rendere il primo suo omaggio al capo di casa, morto alla vita terrena, ma vivo ancora e sempre nella memoria, nel cuore, nell’anima di tutti.

Il vecchio servo, mandata un’esclamazione di gioia, s’era mosso verso il padrone, umile, rispettoso, e presane la mano l’aveva baciata.

— Come sta, signor conte? — disse con premuroso accento, in cui erano pari l’affetto e la riverenza. — Ella sarà stanco del viaggio? Vuole riposarsi? Cambiarsi e ripulirsi dicerto!... Il suo quartiere è pronto...

Ernesto fece un atto colla mano, che era insieme un benevolo saluto, un ringraziamento, e un’interruzione.

— Sto benissimo, — rispose, — non sono stanco, e andrò subito a darmi una ripulitura. Ma prima ho voluto salutare mio padre, e udire da te le nuove della casa.

Andò innanzi al ritratto, a capo nudo, e stette lì un poco, immobile, eretta la bella testa, a contemplarlo collo sguardo fisso degli occhi che leggermente si erano velati d’una lagrima. A quell’amoroso figliuolo, degno del nobile genitore, pareva in tal momento vedersi rivivo innanzi l’adorato estinto; allo spirito del giovane sembrava comunicasse direttamente con esso, gli parlasse lo spirito del padre. Ed egli sapeva che se l’anima libera della carne di chi gli aveva data la vita poteva leggergli anche nelle più intime latebre del cuore, non ci aveva da vedere la menoma cosa onde potesse essere dispiacente: epperò stava egli là, dinanzi a quel ritratto, così levata la fronte, così sicuro lo sguardo.

Dopo alcuni minuti, si volse di nuovo a Tommaso.

— Or dunque mia madre sta bene?

— La signora contessa è forse ancora migliorata di salute dall’ultima volta che Lei signor conte Ernesto la vide.

— E mio fratello? E mia sorella?

— Il signor contino Enrico sta benissimo; la signora contessina Albina, se osassi servirmi d’una simile espressione, la direi un elegantissimo fiore sbocciato appena appena.

Ernesto sorrise della poetica immagine del vecchio servo, e questi temendo di essere stato troppo audacemente famigliare, si tacque di subito, arrossendo un pochino.

— E Giulio? — domandò subito dopo il conte con una intonazione speciale, che all’orecchio d’un osservatore avrebbe rivelato in lui una certa preoccupazione.

— Il conte Giulio, — rispose Tommaso, — da qualche tempo si lascia vedere molto più raramente...

— Ah sì? — interruppe Ernesto con vivacità.

— Sì, signor conte: — riprese il vecchio, al quale pareva eziandio premere un poco siffatto discorso: — viene assai di rado, si ferma un poco, e, come vedrà, è diventato pallido, mesto, e, se mi permette di parlare liberamente, più timido e più taciturno di prima.

— Tu hai osservato tutto questo?

— Oh scusi, signor conte, se oso...

— Hai fatto benissimo ad osservare e a parlarmene. Questa mattina, Giulio non tarderà a venire: appena giunto, digli che io l’aspetto, che ho da parlargli, e conducimelo nella mia camera.

— Sì, signor conte.

Ernesto si mosse per partire: ma poi, come preso da una nuova idea, si fermò di nuovo e fece al domestico un’altra interrogazione.

— E il conte di Camporolle?

Pareva che Tommaso se l’aspettasse, perchè rispose subito e con una vivacità in cui avreste detto che c’era un poco d’amarezza:

— Oh il conte di Camporolle non manca mai in nessun giorno, e trova il pretesto di venirci anche due volte, piuttosto che una. E’ s’è fatto amicissimo dei signor conte Enrico; sono sempre insieme: e dove comparisce la signora contessa colla signora contessina, qualunque siasi il luogo, teatro, passeggiate, chiesa, salotti, che so io... si è sicuri di vederlo anche lui.

Ernesto nascose sotto i baffi uno di que’ suoi fini sorrisi e senza risponder altro alle ciarle di Tommaso, s’avviò verso il suo quartiere.

— Ricordati, — disse ancora al domestico: — appena Giulio arrivi, me lo mandi. —

Venti minuti dopo il cugino Giulio entrava nella camera d’Ernesto.

II.

Giulio aveva anche lui tutta la delicata finezza del tipo dei Valneve, ma accompagnata ancora da un’apparenza di debolezza, di gracilità, di timido riserbo. C’era molto, anzi troppo del femmineo in lui, i subiti rossori, la facilità delle emozioni e la tenerezza dei sentimenti; e avreste detto che mancava in lui ogni forza virile, se talvolta nel mite sguardo degli occhi grigi non balenasse pure una fiamma che rivelava il coraggio e la fermezza dei Sangré.

Il giovane entrò quasi precipitoso nella camera di Ernesto, e gli si gettò al collo ad abbracciarlo e baciarlo con tutta la effusione del suo carattere affettuoso, della sua anima tenerissima.

Ernesto contraccambiò con pari amorevolezza le dimostrazioni del cugino.

— Mio caro Giulio! — esclamò stringendoselo forte al petto; — come desideravo vederti e parlarti un po’ bene, liberamente e da soli!

Giulio, a queste parole, ebbe un balenìo quasi di timorosa ansietà negli occhi, arrossì nel volto delicato, dalla carnagione bianca, dalla pelle finissima, e nascose la faccia sulla spalla d’Ernesto.

Questi staccò adagio da sè il giovane, se lo tenne dinanzi a guardarlo, mentr’egli teneva chino a terra lo sguardo coll’aria imbarazzata, e gli disse con ischerzosa amorevolezza:

— Olà, signorino, lei ha da rendermi esatto e minuto conto dei fatti suoi. Sa bene che se il marchese Respetti è stato ed è tuttavia amministratore, curatore o che so io de’ suoi interessi materiali, di tutto quello che appartiene alla categoria per uso chiamata morale, sono io che ho preso la direzione, la cura e non senza qualche buona voglia ed effetto, mi pare.

— Oh sì! — esclamò Giulio con vivacità improntata da un vero e profondo sentimento. — Tu e la tua famiglia foste e siete tutto per me... Io che non avevo più i genitori, che non ho mai avuto fratelli, ho trovato qui le dolcezze di questi santi affetti: in te poi...

Il cugino lo interruppe sorridendo e mettendogli una mano sulla spalla:

— Quello che tu abbia trovato in me, lasciamolo stare; ma se non ti sono stato affatto inutile e affatto spiacente, tu mi devi in compenso la tua fiducia...

— E te la do: — esclamò vivamente Giulio.

— Ma completa, senza restrizioni, parlandomi come fai teco stesso, aprendomi intiera l’anima tua... Ora io ti guardo, e vedo che sei dimagrato, che hai l’aria malinconica e scoraggiata, che sei pallido...

Bastarono queste parole per far salire il rossore alle guancie di Giulio, quasi a volere smentire l’osservazione di Ernesto; ma questi continuava:

— E tutto ciò è un commento alla lettera che m’hai scritto la settimana scorsa: ma non è ancora tale da non farmi desiderare un commento più chiaro, più esplicito, più pieno nelle tue confidenze.

Giulio s’era venuto confondendo sempre più, e al cenno della sua lettera, erasi addirittura turbato come un reo a cui si rinfacci la colpa che non può negare.

— Ah! la mia lettera: — disse quasi balbettando — è stata una follia... scusami... Ho fatto male a scrivertela...

— Anzi, hai fatto benissimo. —

— Sai pure! Ci sono dei momenti di scoraggiamento, di tristezza... Ora è passato... Facciamo come se non avessi scritto niente, e non parliamone più.

— Bravo! Io che voglio fare tutto l’opposto: io che t’aspettavo con gran desiderio perchè ne discorressimo insieme proprio a cuore aperto.

Il buon Giulio si confuse, si smarrì ancora di più.

— No... non adesso... il tempo non è opportuno... questa non è giornata da occuparci di tali bagatelle... più tardi, un’altra volta. —

— No, signore, no, signore: — disse con fermezza e con amorevole insistenza il primogenito dei Valneve, — il tempo è anzi opportunissimo, io non ho che due giorni da fermarmi, e l’anima stessa di mio padre sarà contenta che in questo giorno medesimo ci occupiamo dell’avvenire di persone che gli stavano tanto a cuore... Or dunque sta tranquillo, lasciami dire e rispondi a tono. La tua lettera, a cui non risposi, appunto perchè volevo venirti parlare a voce, l’ho qui... Vuoi che la rileggiamo insieme? —

— No, no: — gridò il giovane spaventato, il cui volto era tutto una fiamma.

— È giusto: — disse Ernesto col suo grazioso sorriso — tu non hai certo bisogno di rileggerla per ricordartene, e io la so quasi a memoria. In quella lettera mi dicevi, così, tutto ad un tratto, che la vita t’era diventata insopportabile... nientemeno...

— Ernesto! — esclamò vergognosissimo il giovanetto.

— E che pensavi quindi lasciar Torino, i congiunti, i conoscenti e andarti ad imbarcare per l’America, per l’Australia, per qualche terra ignota, se ci fosse, dove perderti affatto, che nessuno udisse più mai di te.

— Che vuoi? — disse Giulio sempre più confuso. — Ho forse ereditato dal mio povero padre l’umore vagabondo e il carattere irrequieto...

— Tu che sei una perla di giovanetto, mite, modesto, assennato!

— Troveresti tu tanto sragionevole il desiderio che io avessi di andare laggiù dov’è morto mio padre e rintracciarne la tomba?

— No, certo, ma bisogna esser sinceri. Il sentimento che ti spingerebbe a quella partenza non è esclusivamente la devozione figliale, non è l’amore delle avventure, nè il desiderio di guadagni. Come fu del buon zio Armando tuo padre; ma sarebbe quella medesima causa di tristezza e di scoraggiamento che accennavi poco fa... E poichè tu fai tante difficoltà a dirmela codesta causa, vuoi che te la dica io?

— Ma che supponi?... A che cosa vuoi alludere?... Ti assicuro...

— Ah! la menzogna poi non istà bene... Potresti tu, oseresti tu negarmi che qui sotto c’è un amore?...

— Ernesto! — esclamò Giulio, proprio con isgomento. — Non dire una parola di più... Non farmi vergognare.

— E perchè vergognare?... È una vergogna forse l’amare nobilmente una buona e brava ragazza?... Perchè tu ami nobilmente, non è vero?

— Oh sì! — esclamò il giovane con forza, con calore, con nuovo coraggio, l’occhio brillante e le guancie arrossate.

— E sei persuaso che quella che ami è una buona e brava ragazza?...

— La migliore, la più leggiadra, la più sublime che sia sulla terra! — gridò con entusiasmo Giulio.

— Un angelo, secondo il solito: — aggiunse scherzevole Ernesto: — ma questa volta credo che... e non secondo il solito... tu abbia proprio ragione a chiamarla così. Ma dandole il suo nome terreno, quella ragazza noi la chiameremo?...

Si tacque aspettando che il giovane pronunziasse il nome: ma egli invece buttò di nuovo le braccia al collo del cugino e nascose tutto tremante il volto sulla spalla di lui.

— La chiameremo Albina, — proseguì dolcemente il fratello della giovanetta.

Giulio ebbe una scossa in tutta la persona.

— Oh Ernesto! — mormorò.

— Or dunque tu vedi che la tua confessione... un po’ per forza se vogliamo... me l’hai fatta... e affè mia, non ci vedo proprio nulla da vergognarsene.

— Ce n’è, a pensare che non si è degni, neppur per ombra, di colei a cui si osa rivolgere la mente e consecrare il cuore, a pensare che ella non vi potrà mai corrispondere...

— E chi te lo dice? — interruppe Ernesto.

— Tutto, e prima di tutto la coscienza di me stesso: — rispose animandosi Giulio. — Certo, se per esser degno di lei, bastasse amare sinceramente, profondamente, santamente, potrei sperare pur io; io che l’amo fin dal primo momento che ho avuto cognizione, che le ho votato un culto nel mio cuore, che in lei vedo tutto ciò che v’è di più bello e di più nobile nel mondo, che vorrei poterle mettere ai piedi tutte le grandezze, che vorrei potermi acquistare un raggio di gloria per unirlo allo splendore di leggiadria e di virtù che circonda la sua fronte.

— Ma bravo! — esclamò il fratello d’Albina. — Non ti ho sentito mai a parlare con tanta eloquenza!... Codeste belle cose, che dici a me, se tu le dicessi...

— A lei? — interruppe Giulio spaventato. — Dio mi guardi!... Come potrei osare?... In sua presenza non trovo più le parole. Ho un tumulto qui dentro... e non mi posso spiegare... Vorrei talvolta, e la lingua mi si annoda, e un tremito mi invade, e faccio dispetto a me stesso... E quando vedo altri che ha maniere così forbite ed eleganti, che sa parlare con garbo...

— Ah! qui veniamo dove il dente duole di più. Chi è quest’altri?

— Niente.... nessuno.... Tu mi fai parlare, parlare, e mi scappano dette certe cose...

— Che a me dovresti confidare senza fartele tirar fuori così a spizzico... Quell’altri dunque non lo vuoi nominare? Lo nominerò io: è il conte di Camporolle.

Giulio ebbe un momento di risoluzione e di coraggio.

— Ebbene, sì, è lui... Oh come lo invidio!... Come ne son geloso!... Mi pare a volte di odiarlo.

— Odiarlo! Egli è pur così buono, gentile, e si fa ben volere da tutti.

— Eh! appunto per questo!...

— Giulio, — disse Ernesto dopo una breve pausa: — tu conosci la mia schiettezza, e io, secondo il solito, l’userò anche teco. Se io in codesta faccenda avessi potuto influire per qualche cosa, se avessi potuto effettuare il mio desiderio, non avrei voluto che nel tuo cuore nascesse tale amore per mia sorella....

— Ecco lì! — interruppe con dolorosa vivacità il giovinetto: — anche tu mi condanni?.... Se lo sapevo, lo sapevo... Anche tu preferisci quel conte Alfredo, che è il beniamino di tutti. Tuo fratello Enrico n’è addirittura infatuato; la zia Adelaide stessa lo accoglie con maggior distinzione... L’hai detto benissimo tu adess’adesso: colui sì che sa farsi benvolere da tutti! Io sono un meschino e conosco la mia meschinità.

Il poveretto aveva le lagrime agli occhi e si mordeva le labbra per non rompere addirittura in pianto.

Il cugino gli prese scherzosamente la guancia fra l’indice e il medio della mano destra e disse:

— Tu sei un ragazzo che hai trovato modo di fare un difetto, esagerandola, d’una bella virtù, che è la modestia. Non vorrei che tu fossi un fatuo orgoglioso; ma che diamine! un più giusto concetto di te lo dovresti pure avere. Ora lasciami parlare, non interrompermi più, e vedrai che la conclusione non sarà tanto sgradevole come te lo immagini. Io dunque avrei desiderato per te un’altra compagna, che non avesse il medesimo sangue nelle vene; e per Albina uno sposo di tutt’altra stirpe, fosse pur anco di un’altra regione della penisola....

— Come appunto il Camporolle! — esclamò con qualche amarezza Giulio.

— E sai perchè? Perchè tutti i fisiologi oramai s’accordano nel dire che i matrimoni fra consanguinei vanno a detrimento della prosperità della prole e sono causa di decadenza delle razze. L’indebolimento, l’esaurimento delle famiglie reali non hanno forse altra causa: ed a questa pure devesi attribuire il cambiamento nostro, quello che fece piccoli, delicati, sottili noi discendenti di quei colossi che portavano armature di ferro e maneggiavano antenne per lancie.

— Ed è questa la conclusione che non deve essermi sgradita? — domandò il giovanetto.

— Abbi un momentino di pazienza, e lasciami finire. Io non sono così assoluto nelle mie opinioni da preferire il trionfo d’un principio da me adottato alla felicità delle persone che amo; e siccome te pure amo proprio assai....

— Oh lo so, e grazie....

— Siccome penso che tu saprai rendere felice Albina....

— Dio eterno! Oh come vorrei impiegare ogni mia facoltà, tutta la mia vita a soddisfare ogni suo desiderio!

— Benchè molto mi sia caro anche Alfredo, di cui ho avuto campo a conoscere in Crimea l’animo eletto, l’indole eccellente e il valore veramente ammirabile, pure io mi adoprerò volentieri per fare ottenere a te la mano di mia sorella.

— O Ernesto! — esclamò il giovane impallidito, tremante dall’emozione da sembrar quasi di svenire. — È ciò possibile?

— A un patto però: che Albina ci consenta di buon animo.

Giulio abbassò il capo scoraggiato.

— Ahimè!

— E per sapere codesto c’è un mezzo solo, che dovrai mettere in opera tu stesso.

— Quale?

— Domandarglielo a lei.

— Io?... Ah! non oserò mai.

— E allora toccherà anche a me fare questa bella parte.

— Ah per carità Ernesto.... La risposta la prevedo già pur troppo.

— Forse che Albina ha lasciato scorgere in qualche modo l’inclinazione del suo cuore?

— No.... non so; non potrei dir nulla.... È sempre tanto buona, tanto gentile, tanto dignitosa e modesta con tutti!

— E dunque non c’è altro modo, per saperne qualche cosa, che interrogarla...

In questo punto, dopo aver picchiato all’uscio, entrò il vecchio Tommaso, ottenutane licenza dal padrone.

— La signora contessa Adelaide e la contessina Albina sono già nella sala.

— Andiamo subito: — disse vivamente Ernesto.

Giulio lo fermò pel braccio.

— Per carità! — gli susurrò sottovoce: — non parlare di nulla...

— No certo, in questo momento: — rispose Ernesto: — ma più tardi...

Il giovane innamorato seguì con un po’ più di tranquillità e sicurezza il cugino nel gran salone dove le signore stavano aspettando.

III.

La contessa Adelaide, nella sua mestizia irrevocabile oramai, ma mestizia rassegnata e che oserei dire soave, conservava ancora traccia della splendida bellezza della sua gioventù. I capelli, tutti imbiancati ne’ cinque anni trascorsi dopo la morte del marito, scendendole alle tempia in due striscie larghe e ben fornite, le coronavano la bella fronte, bianca al pari dell’alabastro, dandole non so quale splendore, che destava in qualunque, omaggio di reverenza; gli occhi erano ancora pieni di luce, le labbra, benchè impallidite, di grazia; il contegno era mitemente altero, rivelava la coscienza d’una certa dignità e supremazia, ma accompagnata dalla maggiore benevolenza dell’animo e gentilezza di modi. Vestiva tutto di nero, chè dal dì in cui era rimasta vedova, non aveva più abbandonato il corruccio, e avea deciso non lasciarlo più in tutta la sua vita; e da quell’abbigliamento scuro, ricco insieme e modesto, che faceva ricrescere la pallidezza del suo volto, la canizie de’ suoi capelli, essa riceveva all’aspetto una maggior solennità, un non so che di venerando. Era una di quelle figure di donna, innanzi alle quali, nessuno, per quanto corrotto e malavvezzo, oserebbe manifestare un sentimento, non che colpevole, triviale, quasi non oserebbe nemmeno concepirlo nè lo potrebbe provare. Ella sedeva sopra un gran seggiolone, postato proprio in faccia al ritratto del defunto, e guardava fiso questo ritratto, e le labbra le si movevano lievemente, per dire, senza suono però, forse un amoroso saluto, forse una preghiera.

Ritta accanto a lei, appoggiata con un gomito alla spalliera del seggiolone, stava la figliuola, la contessina Albina, nella quale riviveva in tutto il suo fiore, in tutta la sua splendidezza, la beltà giovanile della madre. Mai profilo più puro fu disegnato da mano ispirata d’artista; mai sguardo di fanciulla seppe ispirare in cuor d’uomo più nobili sentimenti e aspirazioni, smania più viva ed efficace di bene, di grandezza, di gloria. I suoi occhi, azzurri come il cielo, avevano una profondità da oceano, uno splendore da stella, e, colla vivacità della giovinezza, la mestizia del pensiero. Le labbra sorridevano raramente, ma nella piegatura, nella vivacità del colore, nella leggiadria delle linee, avevano un’attraenza, una seduzione impareggiabile. Pareva, chi le guardasse, che sarebbe stata una felicità solo il vederle a sorridergli, l’udirne una parola gentile. Ella parlava poco, in presenza di estranei alla famiglia pochissimo, ma non senza arguzia, sempre per manifestare i più nobili sentimenti; e la sua voce era una cara armonia. Quanti solamente a vederla l’amavano! Tutti quelli che l’accostavano, e congiunti, e conoscenti, e servi, e artefici, tutti dovevano adorarla. Vestiva di scuro anch’essa e il suo capo biondo, ornato riccamente dal diadema d’oro dei capelli, sorgeva superbamente pel collo esile e bianco sopra un collaretto di trina che terminava l’abito di seta nera, serrato sino alla gola; le sue mani piccole, un po’ lunghette, affusolate, acquistavano maggior candore, quasi una trasparenza, dal nero delle maniche lunghe fino ai polsi e strette alle braccia alquanto sottili, ma di una perfetta modellatura.

Quando Ernesto e Giulio entrarono nel salone, la madre e la figliuola si volsero; la prima sorrise lievemente, fece brillare di una mite gioia il suo sguardo e tese la mano verso il suo primogenito; la seconda salutò con uno sguardo e un sorriso i due nuovi venuti, e, forse pel piacere di rivedere il fratello, sotto la finissima epidermide, le corse alle guancie una lieve ondata di sangue a dare alla sua pallida carnagione una tinta di color rosato.

Il conte andò sollecito innanzi alla madre, le inchinò dinanzi le sue spalline da maggiore, il suo petto fregiato della medaglia al valor militare, che si era guadagnata in Crimea, il capo ordinariamente eretto con altiera sicurezza innanzi a tutti; le prese la destra che ella gli porgeva e la baciò con reverenza piena pure d’affetto.

— Madre mia, — le disse, — la rivedo con gioia in buona salute.

Essa lasciò che il figliuolo le baciasse la mano e pronunciasse quelle parole: il suo sguardo e le labbra dicevano sempre la tenera letizia del suo cuore in quel momento, poi per la mano con cui Ernesto stringeva quella di lei, la madre trasse a sè il figlio, lo serrò al suo petto, lo baciò sulla fronte e sulle guancie, e facendo posare il capo di lui sulla sua spalla, in quell’amoroso amplesso disse, guardando con occhio inumidito il ritratto dell’estinto:

— Che tu sia il benvenuto, figliuol mio: il benvenuto in questa casa che è la tua, in questo giorno che è ora per noi il più triste e il più solenne!

Ernesto si rialzò commosso, per un minuto non potè parlare; le labbra gli tremolavano.

— Grazie, madre mia!... — Non seppe dir altro; e poi presa alle due mani la sorella, senza parlare, la trasse a sè, l’abbracciò e la baciò con profonda commozione, con infinita tenerezza.

Giulio s’era fermato con rispettosa timidezza sulla soglia, quasi pauroso di turbare colla sua presenza quel primo sfogo di domestici affetti: e fu la contessa Adelaide la prima, non che lo vedesse, ma che lo invitasse ad avanzarsi. Il giovane s’accostò alla zia, le baciò ancor egli la mano, domandandole nuove della salute, e poi si volse alla cugina, che Ernesto aveva lasciata libera del suo affettuosissimo amplesso.

— Addio, Albina: — le disse: — tu stai bene?

Le parole erano le solite che sono in bocca anche dei più indifferenti; ma nell’accento con cui erano pronunziate vibrava l’emozione di un affetto così intenso, così pieno, così potente, che qualunque donna l’avrebbe potuto avvertire; pensiamo un poco se non doveva accorgersene Albina, la quale aveva una tanta finezza di percezione, tanta delicatezza di sentimenti!

— Grazie! — ella rispose: — e tu pure?

La risposta era comune come la domanda; ma l’accompagnavano un sorriso, uno sguardo e un porgersi della manina candida e sottile dalle lucide unghie di lieve color roseo.

Giulio, impacciato, turbato, prese timidamente quella destra, la toccò appena, non osò stringerla e la abbandonò in fretta, come se il raso morbido di quella splendida epidermide gli scottasse la palma, anche traverso la pelle del suo guanto.

— E dov’è Enrico? — domandò Ernesto.

— È nel suo quartiere, — rispose la madre. — Ci ha insieme Alfredo di Camporolle.

— Ah! — esclamò vivamente Ernesto, — quel buon Alfredo!.... Lo vedrò pur tanto volentieri.

Anche Giulio, a quel nome, si riscosse e mandò una piccola esclamazione cui però riuscì a soffocare in gola; ma nè il suo riscuotersi, nè la sua esclamazione non erano di contentezza. Lo sguardo di lui corse subito, ratto, al volto di Albina, per esaminarne l’espressione: e anche gli occhi di Ernesto si volsero alla giovinetta, ma i lineamenti di costei non dissero nulla ed ella s’aggiustò con tutta indifferenza le trine d’un polsino.

Ernesto continuava:

— Alfredo è dunque diventato amicissimo di mio fratello?

— Oh sono inseparabili: — rispose sorridendo lievemente la contessa Adelaide.

— È perciò che si trova in casa nostra tanto di buon’ora? Credo che la sia un’amicizia codesta che non possa far torto nè danno ad Enrico.

— Lo credo anch’io: — disse la madre. — Camporolle mi pare un giovane proprio ammodo, un vero gentiluomo. E del resto tu che lo conosci intimamente, Ernesto, tu che hai fatta con lui la campagna di Crimea, puoi giudicare molto più rettamente dei suoi meriti.

— Se non l’avessi conosciuto degno di frequentare la casa della contessa di Valneve, se non lo stimassi tale non avrei osato presentarglielo, madre mia: — disse con accento serio il maggiore delle guardie;. — Quando si fa insieme una campagna, e una come quella di Crimea, lontano dalla patria e da ogni affezione, coll’immenso cielo per vôlta sul capo, e la morte, sotto diverse forme, di choléra, di palla o di mitraglia del nemico, in agguato ad ogni passo, si ha campo di leggersi nel cuore, due che abbiano un po’ di cervello in capo, e di stimarsi a vicenda l’anima per quel che la vale. Camporolle non è dei caratteri più forti, ma è di indole retta, onesta e valorosa. Male attorniato avrebbe potuto traviare... — Mandò un sospiro e aggiunse amaramente: — È pure così facile alla gioventù di lasciarsi trascinare a quelle che sembrano soltanto leggere follie e possono poi far capo anche a gravi errori!... Ma a lui fu sorte faustissima l’essere venuto a combattere laggiù. La disciplina militare e la filosofia pratica, modesta, ma efficacissima delle privazioni e dei pericoli, degli spettacoli dolorosi delle battaglie e delle stragi, hanno fatto più robusta la sua tempra, afforzato il suo carattere, come invigorita eziandio la fibra dei suoi muscoli. Io l’ho visto sotto il fischio delle palle e il grandinar della mitraglia, l’ho visto assistere all’agonia dei cholerosi, l’ho visto a battere i denti in un freddo da Siberia alla trincea, e ho capito che la istintiva simpatia che avevo subito sentito per lui al primo vederlo non aveva avuto torto.

La contessa Adelaide accennò gravemente col capo che approvava le parole del figliuolo; Albina conservava inalterabile il suo contegno di cortese, sempre aggraziata, un po’ altiera indifferenza; Giulio, a quel panegirico, provava una contrarietà che, a dispetto della timidezza, trovava modo di manifestarsi, nell’agitazione delle sue mani, nel morsicchiarsi le labbra, nel rossore del viso, nel balenìo degli occhi. La contessina fece sgusciare uno sguardo di sbieco fino a lui, e parve che un lieve, finissimo sorriso increspasse un momento le sue labbra color di rosa; ma gli occhi di lei videro più in là, sino all’uscio della sala che, aprendosi, diede il passo all’altro suo fratello.

— Ecco Enrico! — diss’ella.

Ernesto mosse vivamente alcuni passi incontro al fratello, che da parte sua corse sollecito verso di lui.

— Ernesto!

— Enrico!

Coll’esclamazione dei loro nomi, i due giovani confusero in un amplesso l’emozione reciproca della loro verace, sincera, vivissima tenerezza fraterna.

Lo sguardo della madre loro si posò con compiacenza, con una specie d’orgoglio sul gruppo di quei due giovani leggiadri, valenti, buoni e generosi, e poi risalì fino al ritratto del padre loro, quasi ad additarglieli, quasi a fare omaggio alla memoria di lui delle consolazioni ch’ella ne riceveva.

Enrico era di statura più alta che Ernesto, ma di complessione più delicata ancora: somigliantissimo del resto al fratello, però con un piglio più altezzoso, come pure con più superba e forse meno cortese l’indole. Dalla coscienza che aveva della pura nobiltà del suo sangue, egli non riceveva soltanto l’idea dei maggiori obblighi che gli toccassero, ma eziandio quella d’una supremazia che gli competesse naturalmente, d’una maggioranza che la Provvidenza gli avesse dato sugli altri uomini. Non può dirsi che disprezzasse quelli che appartenevano alle classi inferiori, perchè veramente non disprezzava nessuno, ma li stimava tutti da meno, aveva un certo rancore contro la borghesia che vedeva invadere ogni uffizio, ogni autorità, recarsi in pugno ogni potere sociale e le preferiva anzi la plebe, detestava poi i nuovi nobili, che gli parevano la caricatura della vera aristocrazia.

Finite le «accoglienze oneste e liete» col fratello, Enrico si volse alla madre:

— Vengo a pregarla d’un favore, a nome d’un supplicante, che non osa presentarsi.

— Chi? — disse la contessa volgendosi al secondogenito: — Camporolle forse?

— Sì, madre. Egli desidererebbe associarsi con noi, oggi, all’omaggio che rendiamo alla santa memoria di nostro padre, benchè non ci sia congiunto per sangue, benchè non l’abbia neppure conosciuto da vivo; ma egli dice che ha tanto affetto per la nostra famiglia, che in quel tempo appunto quando ci capitò cotanta sventura, egli strinse amicizia con Ernesto, che dalla lettera con cui Ernesto gli annunziava il nostro dolore, egli ebbe efficace aiuto a salvarsi da una crisi tremenda della sua vita, così bene che gli pare quasi d’avere un po’ di ragione da chiedere parte alla nostra domestica commemorazione.

La contessa Adelaide corrugò un poco le sopracciglia e guardò il primogenito, come per vedere nell’aperto di lui volto le impressioni che queste parole gli facevano.

— È vero, — disse il maggiore con qualche vivacità. — Forse, se io non gli avessi scritto allora, avrebbe potuto lasciarsi trascinare in un abisso. Egli ebbe in me la più intiera fiducia, e riuscii a persuaderlo che altrove da quel ch’egli credeva stava la difesa del suo onore e la giusta vendetta dei suoi oltraggiatori.

— Se tu, Ernesto, ne lo credi degno, se vedi che ciò sia conveniente, io non nego il mio consenso all’ammissione fra di noi del conte di Camporolle.

— E io vado subito a dargli questa buona notizia, — esclamò Enrico; — e ritorno sollecito qui con lui.

Uscì senz’altro: e Giulio, che tormentava da un poco il guanto della mano sinistra, ne strappò un bottone.

Il vecchio Tommaso spalancò l’uscio e annunziò:

— Il signor marchese e la signora marchesa Respetti-Landeri.

La contessa Adelaide volse il capo con premura verso l’entrata: Ernesto ed Albina mossero solleciti incontro ai cugini, che, arrivati da Milano fin dalla sera precedente, si presentavano, con iscrupolosa esattezza, all’ora posta, nel salone del palazzo Sangré.

IV.

La marchesa Sofia era sempre leggiadra, graziosa e buona. Dopo l’avventura del duello fra il cugino Ernesto e von Klernick, ella avea acquistato ancora un altro merito agli occhi dei liberali milanesi, che vuol dire di quasi tutta quella società, e più ancora di suo marito: quello di avere chiuso l’uscio di sua casa a tutti gli ufficiali austriaci e aver tolto affatto a chi frequentava le sue sale il pericolo d’incontrarvi l’abborrita assisa dei soldati stranieri. La conversazione quindi in casa di lei era venuta in gran favore; vi accorrevano premurosamente tutte le individualità più distinte di Milano per censo, per ingegno, per dottrina, scienziati, scrittori, artisti, e siccome la padrona di casa, insieme coll’avvenenza, possedeva spirito, tatto, eleganza, vi si piacevano assai e avevano messo il salotto della marchesa così alla moda, che l’esservi ammesso era il desiderio di quanti, uomini e donne, aspiravano a venir giudicati persone di garbo.

Il marchese avea continuato a lavorare, recare vantaggi all’agricoltura e arricchire il suo patrimonio. Studiando i bisogni assai trascurati della coltivazione de’ campi in Italia, aveva incontrato sul suo cammino anche i bisogni, che son troppi e troppo negletti ancor essi, de’ coltivatori, e non se n’era sviato con indifferenza o coll’impaziente leggerezza dell’egoismo non ancora direttamente minacciato; ma ci si era messo intorno di buon animo e aveva penetrato forse più che non altri nella questione sociale agraria, meno immediatamente pericolosa e urgente, ma non meno grave e terribile di quella operaia. Aveva pubblicato un libro indarno alle condizioni della proprietà agricola in Lombardia, e benchè ci fosse e apparisse evidente il proposito di non toccare la quistione politica, tuttavia, trattando delle imposte e dei provvedimenti amministrativi che direttamente e mediatamente influivano sulle cose e gl’interessi de’ campi e de’ campagnuoli, saltava fuori luminosamente provato, anche sotto questo rispetto, il danno della dominazione straniera; con effetto anzi tanto maggiore in quanto che i ragionamenti che conducevano irrefragabilmente a tal conclusione, parevano ed erano più alieni da ogni soffio di passione, da ogni influsso di preoccupazione politica. Questo libro aveva prodotto un grande effetto nelle sfere governative, in quella degli intelligenti studiosi, e in generale in tutto il pubblico, il quale, senza leggere le pagine poco divertenti di quel trattato, udendo che era uno scritto liberale, avverso all’Austria, si pose a batter le mani, a gridar bravo all’autore e a proclamare il libro un capo d’opera. Il Governo, impensierito, imbizzito di questa nuova popolarità del nobile piemontese, della quale capiva il significato di opposizione, posto ancora in sospetto verso il marchese dalle gite assai più frequenti d’un tempo, che egli faceva in Piemonte, pensò un momento di dargli addirittura lo sfratto; ma poi non osò mostrare tanta paura di tale, cui nessuno poteva accusare di avere attinenze coi rivoluzionari, e che si sapeva pure essere costretto a quei viaggi al di qua del Ticino dall’amministrazione ch’egli aveva assunta ed esercitava con zelo dei beni e degli interessi di un giovane parente, il cavaliere Giulio Sangré. In realtà però avveniva che i rapporti del marchese Respetti col partito nazionale esistessero davvero e fossero maggiori di quanto l’Austria sospettasse, e ciò per mezzo del capo medesimo di quel partito da Vienna così odiato, il conte Camillo di Cavour, ministro del re Vittorio Emanuele II. Non ci fu mai volta in cui Ernesto Respetti-Landeri venisse in Piemonte, senza che il Cavour, il quale lo conosceva già da tempo, non trovasse modo di avere con lui una più o meno lunga, sempre vivace conversazione. Talvolta gli era incontrandolo sotto i portici di via di Po, nella passeggiata che il ministro ci faceva quotidianamente.

— Oh oh Respetti! Lei qui? — gli gridava col suo accento, di solito allegro, il ministro; e pigliandolo famigliarmente pel braccio lo traeva seco, mentre quelli che l’accompagnavano, passavano discretamente di dietro in seconda linea.

Un’altra volta era trovandolo la sera in qualche salotto, o spettacolo, o convegno qualunque del mondo elegante; ei lo traeva con sè, così, senza apparenza nessuna di malizia in un angolo appartato, nella strombatura d’un finestrone, in un più riposto gabinetto, e discorrevano animatamente, mentre tutti ci mettevano la migliore attenzione del mondo a non interromperli, a non disturbarli, a nemmanco accorgersene. Cavour era abilissimo a interrogare. Il Respetti aveva un gran desiderio di rispondere; e così avveniva che dopo mezz’ora di colloquio quel di Lombardia avesse detto tutto quel che per lui si sapesse dello stato degli animi e delle cose in quel paese, e l’accorto ministro del Piemonte avesse imparato assai di quanto a quel proposito gli poteva importare.

Questa fiata, arrivato la vigilia a ora tarda, il marchese Ernesto non aveva ancora avuto occasione d’incontrare il Cavour; ma egli sperava di averla quel giorno medesimo ed era deciso di andarla a cercare, perchè gli pareva avere informazioni importantissime da dire al ministro e immaginava che questi, a sua volta, avrebbe avuto grande interessamento ad ascoltarle e fors’anco assai desiderio di comunicare a lui cose di molto rilievo.

Ora intanto ed egli e la moglie erano tutti coll’anima e col cuore alla mesta commemorazione celebrata dai loro amici e congiunti, i Sangré.

Scambiati colla maggior effusione gli affettuosi convenevoli fra i Respetti ed i Valneve, il marchese Ernesto che, allora pure per la prima volta, dopo il suo arrivo a Torino, vedeva il suo giovane protetto Giulio, notò in costui la pallidezza maggiore, l’aria afflitta e contrariata, il turbamento dell’anima cui la ingenua fisonomia del giovanetto non sapeva dissimulare; onde, prendendolo amichevolmente pel braccio e trattolo un poco in disparte, senza che paresse, gli domandò sotto voce:

— Che cos’hai Giulio?... Stai poco bene o ti è capitato qualche dispiacere?

Il giovane cominciò per arrossire fino alla radice de’ capelli e poi rispose con penoso imbarazzo:

— Io no.... non ho niente....

Ernesto Respetti avrebbe forse insistito; ma a salvare il povero Giulio da ulteriore interrogazione, sopraggiunsero in quella Enrico di Valneve e Alfredo di Camporolle.

Il primogenito dei Sangré aveva avuto ragione dicendo che la campagna di Crimea era stata di gran giovamento ad Alfredo, afforzandone la tempra e rinvigorendone le membra. Quel morbosamente delicato che notammo in lui, quando lo vedemmo la prima volta a Bologna innamorarsi dell’avventuriera che doveva essergli tanto fatale, quel femmineo che lo aveva fatto chiamare beffardamente la ragazza dal fu duca di Parma, era affatto sparito da lui. La carnagione gli si era un po’ più abbronzata, i tratti avevano prese linee più precise e ferme, lo sguardo più sicurezza e la fisonomia un’espressione più ardita e virile. Da ciò il suo volto erasi ancora abbellito, e se la Zoe l’avesse visto ora, forse avrebbe trovato anche maggiore in lui quella potenza dello sguardo che le aveva ricordato vivamente un uomo amato e perduto ed era stata la prima cagione della loro attinenza.

Tornato dalla spedizione di Crimea, Alfredo non s’era stabilito subito a Torino, benchè fosse quello il suo massimo desiderio. L’immagine di Albina, si era impressa così fattamente nel cuore di lui, che sempre e nella campagna e poi egli l’aveva presente; ma aveva pur capito che questo suo amore, il quale ingigantiva ogni giorno, così diverso da quello statogli prima ispirato dalla Zoe, non avrebbe potuto avere per allora fortunato successo. La fanciulla era troppo giovane perchè si consentisse già ad accasarla, ed egli era troppo poco noto a lei stessa e alla famiglia per venirne accettato fin da quei punto quale pretendente alla mano di Albina.

Aveva fatto erigere il modesto monumento sulla tomba di sua madre, ma non aveva potuto andarci lui a farlo mettere a posto nè tampoco a vederlo di poi, perchè la polizia parmense l’aveva respinto ai confini e ricordatogli l’intimazione di non introdursi mai più nel territorio del ducato; e s’era dovuto, a sua gran malavoglia, servire per ciò dell’opera di Matteo Arpione che fece eseguire ogni cosa per mezzo dell’Antonia e del Battistino. S’era quindi recato a Lugo, e là aveva rintracciate alcune notizie dei Corina suo padre e suo avo, le quali s’accordavano perfettamente colle informazioni dategli da Matteo. Congiunti suoi, appartenenti alla sua famiglia, amici della medesima neppure, non ve n’esistevano più: ed egli, dopo passato alcun tempo nel suo vasto possedimento da cui prendeva il titolo nobiliare, in una solitudine che gli si fece presto amaramente uggiosa, aveva finito per venirsi a stabilire a Torino, dove il cuore lo spingeva sempre a recarsi, dove da un anno abitava, e introdotto nella migliore e più alta società, erasi fatto intimo amico anche del secondogenito dei Sangré e famigliarissimo di questa nobile famiglia.

V.

Alfredo di Camporolle si avanzò sollecito, colla garbata agiatezza di portamento che ha un gentiluomo avvezzo al lustro dei saloni e al fuoco degli sguardi delle più eleganti assemblee; prima di salutare nessun altro, prima di pur mostrare d’accorgersi della presenza di altri, andò premuroso verso la contessa, ne prese la mano ch’essa gli porgeva e la baciò, con una galanteria piena di reverenza.

— Signora contessa, — diss’egli poi con accento compagno a quell’atto; — le sono riconoscente, proprio dal profondo del cuore, della grazia ch’Ella mi fa di lasciare che anch’io, in questo giorno per loro così sacro, venga a recare il piccolo tributo del mio culto alla memoria di quell’uomo impareggiabile, che s’io non ebbi la fortuna di conoscere di persona, ho pure il bene di poter apprezzare ed ammirare nella famiglia in cui le virtù di lui sopravvivono.

La contessa Adelaide, prima di rispondere, volse uno sguardo al ritratto dell’estinto, come per consultarlo: di mezzo alla cornice dorata, la figura grave e pensosa del fu conte-presidente pareva rivolgere benevola il suo serio sorriso sulla cervice chinata di Alfredo.

— Signor conte, — rispose poi la vedova Sangré, con voce alquanto commossa: — son io anzi che la ringrazio, noi che la dobbiamo ringraziare del suo gentile pensiero. Dicerto tutti quelli che si associano a noi per onorare la memoria di quel caro che abbiamo perduto, possono contare sulla nostra simpatia, sulla nostra gratitudine.

— Ah, signora contessa! — esclamò Alfredo con calore contenuto e con evidente commozione: — che cosa non farei per rendermi degno almeno della prima!

Si volse e si trovò innanzi Ernesto di Valneve, che gli tendeva sorridendo le mani; si abbracciarono come due buoni e amorosi fratelli.

Il marchese Respetti, che nelle sue gite a Torino non aveva ancora mai avuto il caso d’incontrare il Camporolle, domandò piano chi fosse quel giovane al povero Giulio che si mordeva sempre più le labbra e aveva strappati tutti gli altri bottoni dei suoi guanti.

Giulio rispose come se avesse qualche amara medicina in bocca:

— Alfredo di Camporolle, un conte.... di Lugo.

Albina in quel momento rispondeva tranquilla, aggraziata come sempre, gentile al solito, al saluto che le rivolgeva Alfredo commosso.

— E ora, Ernesto, — disse la contessa Adelaide al suo primogenito, — presenta il conte di Camporolle ai nostri buoni cugini.

La presentazione ebbe luogo in tutte forme; ma Alfredo sentì che nessuna corrente di simpatia si stabiliva fra lui e il marchese, e che questi aveva una certa diffidenza e fors’anco un certo mal animo nello sguardo con cui l’osservava.

E ora tutti si sono rivolti al ritratto del morto; la contessa in mezzo nel suo seggiolone, sola seduta, a’ suoi lati, a destra Albina, a sinistra la marchesa Sofia, poi in semicerchio gli uomini, così che Ernesto ed Enrico ai due capi chiudono la piccola schiera.

Succede un momento di silenzio.

È il primogenito dei figli che lo rompe.

— Padre mio, — dice con voce contenuta, in cui vibra tuttavia una profonda emozione, — ho fede che tu sei qui con noi, che tu ci leggi in cuore. Guarda nel mio, scrutalo nei suoi più nascosti recessi; oso sperare che il tuo sguardo di spirito non ci potrà incontrar nulla che sia la traccia d’un affetto, di un sentimento indegno di te, del nostro nome. A te vivente, io, disgraziato, fui cagione di non lievi dispiaceri, e tu generoso, m’hai perdonato: oh vedi ora se del tuo perdono mi son fatto meritevole!

La madre lo interruppe.

— Sì, figliuol mio; in nome di lui io te lo dichiaro, io, a cui non hai dato più colla tua condotta che motivi di consolazione e d’orgoglio.

Ernesto Sangré si coprì con tuttedue le mani la faccia, come per non lasciare scorgere la soverchia emozione che vi si dipingeva, come per frenarla e cancellarne le mostre, e rimase immobile e muto.

Il marchese Respetti prese lui a parlare.

— Non poteva essere altrimenti di chi ha nelle vene il sangue del conte-presidente di Valneve. A quell’uomo egregio che fu amico intimo, quasi fratello a mio padre, che fu mio amoroso padrino, mio assennato consigliere, che cosa non devo io pure? Mentre io era assente, a mio padre infermo egli diede la più amorosa assistenza, fu di lui, reso immobile, la mano, il braccio, il pensiero; lo tenne al suo seno amoroso negli ultimi spasimi dell’agonia, gli chiuse con amorosa destra gli occhi... Oh! l’anima santa di Ernesto Sangré, conte di Valneve, vedrà pure che l’omaggio ch’io rendo qui con voi alla sua memoria è il più sincero, il più commosso che possano dare il cuore e la mente d’un uomo.

La contessa Adelaide si rasciugò gli occhi e tese la mano al Respetti.

— Grazie, mio buon Ernesto, — gli disse. — Come mi riesce caro chiamarvi col nome che aveva, il mio buon compagno, che ha il mio figliuolo!... Grazie, del vostro affetto. L’emozione che voi mi date mi è soave, mi solleva. Nulla mi è più gradito che udire ricordati lo sposo mio e i meriti suoi. — E volgendosi al ritratto soggiunse: — Tu lo vedi, mio diletto, tu lo vedi ora, meglio che quando eri fra noi, di quanto amore, di quanta venerazione facciamo omaggio alla tua virtù, alla tua bontà, alla tua memoria! Ora fra di noi non c’è più che la tua immagine; in questo giorno son cinque anni che tu ci hai abbandonati; ma noi ci stringiamo intorno a questa immagine tua, come ci stringevamo intorno a te, e ti preghiamo di amarci, di ispirarci, di guidarci per le vie del mondo... Sì, perchè tu, anch’io ne son certa, tu sei qui con noi, e come vegli sulle nostre esistenze, ora sorridi al nostro affetto e benedici alla nostra tenerezza.

Si coprì gli occhi col fazzoletto e pianse silenziosamente; tacite lagrime rigavano le guancie di tutti.

Ernesto Sangré si riscosse dopo un momento; fece un passo verso la contessa e disse con accento supplichevole:

— Madre nostra!... Colui che non è più, il capo della nostra famiglia, il padre, oggi stesso, cinque anni sono, ci benediceva morendo; ora ci ripeta Lei quella benedizione, o madre, se le sembra che la meritiamo; ci benedica e parrà ai figli suoi di udire dalla sua bocca le benedizioni del padre che abbiamo perduto.

— Oh sì, mamma, — esclamò Albina, piegandosi verso la contessa: — scenda su di noi, per le sue labbra, la benedizione del padre nostro!

— E possiamo, noi, — aggiunse Enrico, — venir sempre più degni di Lei e di Lui che certo veglia su noi dal cielo.

La madre tese le braccia verso i figli che vennero a inginocchiarsele ai fianchi: essa li abbracciò, poi mise le mani sul capo dei maschi e quindi sulle chiome di Albina.

— Sì, — disse, — vi benedico, e vi benedice vostro padre di lassù. Voi siete l’unico mio conforto nella vita, l’unica mia consolazione nel dolore. Iddio vi darà anni molti e felici, perchè onorate i vostri genitori, e io lo prego che vi conceda dei figli che sieno a voi quello che foste pel padre e per la madre vostra.

Poi li baciò un dopo l’altro lungamente sulla fronte.

Un quarto d’ora dopo, un discreto grattare all’uscio indicava che alcuno domandava permesso di entrare.

Il primogenito dei figli interrogò collo sguardo la madre, la quale fece col capo un segno di assentimento.

— Avanti! — disse la voce franca e vibrata del maggiore delle guardie.

L’uscio si aprì adagino e comparve il vecchio domestico Tommaso, con due lacchè dietro le spalle.

— Signora contessa, le carrozze sono in ordine: — disse Tommaso.

La vedova Sangré s’alzò.

— I nostri cappelli e mantelli: — disse.

Le cameriere, che erano pronte cogli oggetti domandati nella sala vicina, accorsero e vestirono le due signore. La contessa Adelaide prese il braccio del marchese Ernesto Respetti-Landeri.

— Conte di Camporolle: — diss’ella poi: — se ci vuole accompagnare alla messa funebre, offra il braccio alla marchesa Sofia.

Il giovane fece un profondo inchino e obbedì.

Giulio stava lì interito, guardando dietro Alfredo con occhio punto benigno, allorchè sentì una mano lieve lieve passare nella ripiegatura del suo braccio.

— E tu, Giulio, sii il mio cavaliere: — gli disse la voce soave di Albina.

Egli arrossì, poi impallidì, e mosse i primi passi quasi vacillando.

I lacchè aprirono gli usci a due battenti per dar passaggio alla comitiva. Tommaso restò l’ultimo lasciando passare innanzi tutti, curvo in atto di reverenza; quando fu solo nel salone, andò innanzi al ritratto, pose la pezzuola sopra una seggiola, vi salì sopra tanto che la sua bocca arrivasse fino all’altezza della mano dipinta del morto padrone, e su quella mano posò un leggero rispettosissimo bacio, poi discese e corse in chiesa anche lui.

VI.

Occupandosi con zelo degli interessi di Giulio, secondo la raccomandazione fattagliene dal conte-presidente moribondo, il marchese Respetti aveva eziandio accresciuta l’affezione verso il giovane e poneva assai premura in tutto quello che lo riguardasse. Quindi s’era impensierito non poco dell’aspetto sofferente e più che malinconico del cugino, e avutolo in disparte quel giorno stesso, aveva saputo interrogarlo così bene da riuscire a trargliene fuori il segreto: l’amore cioè che nutriva per Albina e la gelosia, che a lui pure pareva ragionevolissima, ispiratagli dal conte di Camporolle.

Mosso dal suo vivo interessamento per Giulio, il marchese erasi posto subito a investigare chi fosse quel forestiero, ed appresone il poco che era conosciuto dalla società elegante torinese, aveva trovato, al di là di quelle superficiali informazioni, un qualche cosa di misterioso, una specie di barriera che separava un passato, non si sapeva quale, da uno stadio relativamente recente. Egli pensò interessante non solo, ma necessario penetrare al di là di quella barriera e stava immaginandone il come, quando alla sera, in sul tardi, ricevette un bigliettino in cui erano scritte in fretta le seguenti parole: «Domattina, alle cinque, il sottoscritto attende a casa sua il marchese R. L... Cavour.» Tutto quel giorno il Respetti era stato preso dalle meste funzioni di quella dolorosa solennità famigliare e non aveva potuto, malgrado il suo vivo desiderio, adoprarsi in modo da incontrare, secondo il solito, qua o colà il ministro. Anche questi evidentemente, saputo che il marchese era a Torino, desiderava assai vederlo; perchè, non contentandosi più di aiutare il caso che li faceva trovare, gli assegnava un preciso ed urgente convegno. Determinando di essere esattissimo all’ora datagli, il cugino di Giulio ebbe, come per un’ispirazione, il pensiero che, dopo esauriti i più importanti argomenti di cui aveva da intrattenerlo il ministro, egli avrebbe potuto chiedere da questo come un favore, poichè sapeva o era in grado di sapere tante cose segrete, che volesse aiutarlo a scoprire chi fosse realmente il conte di Camporolle.

La conferenza che il Respetti ebbe col conte di Cavour nello storico gabinetto con parato verde del palazzo del ministro medesimo, fu più lunga d’ogni altra precedente, e di grandissimo rilievo. Si era alla vigilia oramai di quella lotta contro l’Austria che il Piemonte nei dieci anni trascorsi, per opera del suo re, de’ suoi uomini di Stato, della sua stampa, di una immensa maggioranza del suo popolo, aveva fatto di tutto per riprendere, trascinando seco la forza, l’onore dell’impero napoleonico e della Francia: la diplomazia tentava ogni sua maggior possa per impedire il rompersi delle ostilità, che ogni governo europeo paventava avrebbero facilmente tratto a guerra generale, e lì, all’imminenza dello scoppio, lo stesso regnante in Parigi pareva esitare, volersi arrestare, non essere malcontento de’ casi che gli dessero pretesto di sottrarsi all’impegno. Un menomo errore, un atto inconsulto, un’imprudenza, o del governo piemontese o delle popolazioni italiane, poteva compromettere la riuscita del disegno così presso a incarnarsi, poteva perdere tutto. Il Cavour era in rapporto con tutti i liberali italiani, di qualunque gradazione e colore, allora tutti meravigliosamente uniti nel solo concetto dell’indipendenza nazionale, e mercè infiniti, varii mezzi apprestati dalla buona volontà, dal concorso di tanti, riusciva a comunicare ai principali le sue idee, i suoi consigli, i suoi ammonimenti, le sue istruzioni. Ora era essenziale che i liberali di Lombardia sapessero certe cose, accettassero certe regole di condotta per non recar danno alle operazioni del governo piemontese, e anzi per aiutarle; ed era importante del pari che il governo di Torino conoscesse umori, disposizioni d’animo, tendenze, speranze e propositi di quei popoli e di chi sopratutto aveva influsso su di loro. Per questo duplice scopo il marchese Respetti-Landeri poteva essere opportunissimo; e da ciò il convegno datogli dal ministro. Il quale ebbe ogni ragione di esserne soddisfatto, perchè il marchese, preparatosi all’uopo e intelligente e volonterosissimo di appagare i desiderii del Cavour, seppe rispondere alla aspettazione di lui come non si sarebbe potuto meglio, e il Cavour, acutissimo nel conoscere ed apprezzare gli uomini, confermò in quel lungo colloquio e anzi accrebbe la stima che già aveva del marchese come uomo capace nel pensiero, e nell’azione.

Camillo Cavour era cosiffatto che, trattando con persona cui credesse degna della sua amicizia, prendeva subito un tono di famigliare, affabile confidenza che metteva a suo agio l’interlocutore e gl’ispirava, insieme coll’ammirazione per la vasta mente dell’uomo di Stato, una viva simpatia pel gentiluomo e per l’uomo gentile. Col Respetti egli esercitò in tutta la sua efficacia codesto fascino del suo carattere aperto e piacevole, onde sul finire del colloquio, quando già stavano in piedi ambedue e il ministro lo veniva cortesemente accompagnando fino all’uscio, tenendolo in atto amichevole pel braccio, il marchese gli parlò di quel suo desiderio di conoscere il passato del Camporolle, con quella libertà con cui ne avrebbe parlato a un compagno d’anni e di vita, e gli chiese che vedesse di soddisfare a questo suo desiderio come si chiede un servizio ad un amico che si sa pronto ad accondiscendere.

— Conte di Camporolle! — esclamò il Cavour grattandosi leggermente la vasta fronte coll’unghia dell’indice. — Aspetti un po’, marchese, chè questo nome l’ho allogato in qualche cantuccio della mia memoria.

E siccome, al pari di tutte le intelligenze veramente eccezionali, Camillo Cavour aveva davvero una memoria straordinaria, non tardò a trovare, appostato in una cellula del suo largo cervello, quel nome, con un corredo di fatti che lo riguardavano.

— Sì, ecco che me ne ricordo: — disse quasi subito. — Costui desiderò prendere parte alla spedizione di Crimea.

— Appunto.

— E non ci volle poco a ottenergli un tal favore. La Marmora non voleva coscritti, desiderava avere tutti soldati fatti senza eccezione. Fu la contessa vedova di Valneve che mi pregò di ottenere da La Marmora che si permettesse a costui di arruolarsi e partire col corpo di spedizione. Io pregai il generale che, dopo avere, secondo il suo solito, resistito ben bene, finì per cedere, non tanto per me quanto per far cosa grata ai Valneve. Laggiù deve essersi condotto benissimo; credo che abbia avuta una medaglia, e se avesse continuato nell’esercito, a quest’ora sarebbe dicerto ufficiale.

— Sì, conte, — disse il Respetti: — tutto ciò è esatto; ma gli è la sua esistenza prima di questo glorioso episodio ch’io bramerei conoscere.

— Va bene; vedrò di soddisfarla. Ho certi segugi che per iscovare e seguitare una traccia fino alla prima origine sono eccellentissimi. Li metterò in caccia: e appena mi venga riferito qualche cosa di positivo, mi farò premura di comunicargliela.

Quello stesso giorno, Alfredo di Camporolle presentavasi al palazzo Sangré, domandando di parlare al conte Ernesto e al cavalier Enrico. Venne introdotto nel salottino del primogenito de’ due fratelli, dove Ernesto lo accolse colla solita espansiva amicizia, e dove Enrico, mandato ad avvertire, non tardò a sopraggiungere.

Il visitatore era un po’ commosso; aveva alquanto meno vivace il colore delle guancie, meno sicuro lo sguardo, men ferma la voce. Dopo la cordiale stretta di mano datagli da Enrico, sedutosi all’invito di Ernesto, cominciò senz’altro a parlare:

— È per me, grave, importante, essenziale al mio destino il colloquio che sto per avere con voi; e da ciò quell’agitazione che voi certo scorgete in me e che è l’effetto d’una lotta fra la speranza che m’ispira la cara, generosa, provata amicizia dell’uno e dell’altro di voi, e il timore che troppo audaci sieno il desiderio che mi muove, il voto che formo, la felicità che ho sognata.

Si fermò per respirare con un certo affanno, come chi sente mancarsi il fiato. Enrico, il quale dicerto capì subito dove l’amico voleva riuscire, sorrise in modo affatto incoraggiante, Ernesto si fece serio, quasi mesto, ma mosse con atto cortese la mano ad invitare chi parlava a spiegarsi con libera franchezza.

Alfredo, peritandosi ad assalire di fronte l’argomento che gli stava pur tanto a cuore, riprese girando, per così dire, la posizione:

— Io non ho ancora ringraziato abbastanza, come devo, come pur vorrei, voi miei amici e la nobil donna, la signora contessa Adelaide, per l’onore, per la fortuna di cui m’avete favorito associandomi ieri alla funebre solennità commemorativa del padre vostro. Consultando me stesso, il mio cuore, i miei sentimenti, ve lo dico, o amici, con altera franchezza, non mi sono trovato affatto indegno di tal distinzione, e provo un felice orgoglio ad essere stato, non fosse che un momento, congiunto a voi nelle vostre intime affezioni, come un membro della vostra famiglia.

Fece di nuovo una pausa. Enrico, più impetuoso come più giovane, proruppe vivacemente:

— Abbiamo in te un amico tanto reale e sincero, che per noi eziandio da te ad un congiunto per sangue poco ci corre.

Negli occhi di Alfredo balenò una viva gioia a queste parole, e la speranza e la fiducia rianimarono subito il colore del suo volto. Ma Ernesto soggiunse più posatamente, più gravemente:

— Sono cinque anni che ho imparato a conoscerti, e mi gode l’animo di dirti che la tua altera franchezza ha ragione.

Camporolle prese per le destre i due fratelli Sangré e con voce tremante dall’emozione, disse loro:

— Ebbene, amici miei... posso io sperare, posso io pregarvi che mi vogliate per vostro fratello? Mi consentite voi, mi incoraggiate di recarmi dalla signora contessa di Valneve a domandarle di accordarmi la felicità di tutta la mia vita colla mano di vostra sorella Albina?

Enrico si alzò vivamente e stringendo forte la mano di Alfredo rispose sollecito ed animato:

— Ma sì, ma sì, Alfredo; il mio suffragio l’hai tutto e di gran cuore....

S’interruppe, comprendendo che a lui, l’ultimo di autorità nella famiglia, non conveniva parlare il primo: e si volse al fratello maggiore, come per interrogarlo; anche Camporolle stava guardando Ernesto con ansietà, la quale si fece timore quando vide l’espressione severa, quasi di mesto rincrescimento, che aveva la schietta e nobile fisonomia del primogenito dei Sangré.

— Tu non approvi?... — cominciò Alfredo con accento di vero dolore; ma Ernesto non lo lasciò continuare, e alzandosi egli pure disse con serietà affettuosa:

— Io non ti amo di meno e diversamente da Enrico, e il mio suffragio non ti mancherebbe neppure se esso non fosse subordinato, e tu capirai facilmente che sia così, a quello di due altre persone: mia madre e mia sorella.

— Oh certo! — proruppe Enrico. — Anch’io la intendo in questa guisa.

— Nè io ho mai pensato che dovesse essere diversamente — disse con qualche vivacità Alfredo. — Solamente ho creduto, in nome della nostra amicizia, aprir prima il mio cuore a voi e domandarvi il vostro aiuto. Ora, se me lo permettete, io avrò più coraggio a parlarne alla contessa e, con licenza di Donna Adelaide, anche alla contessina.

— No, — soggiunse Ernesto mantenendosi in quel grave riserbo: — se dài retta a me, se non ti dispiace regolarti a mio senno....

— Oh no! — esclamò Camporolle: — io farò tutto quello che mi dirai.

— Ebbene, lascierai parlare da me a mia madre e ad Albina. Io scruterò le intenzioni della prima e il cuore della seconda: e saprò dirti poi la strada che devi prendere e il successo che puoi ottenere.

Alfredo rimase un momentino sopra pensiero; mentre la lieta espansione di Enrico eragli stata di tanto e sì caro conforto, la serietà, la freddezza d’Ernesto gli stringevano il cuore.

— Ernesto, — diss’egli poi, — tu, come sempre, hai ragione.... È meglio che parli tu per me.... Forse dove io potessi esprimere alla contessa Albina la forza, la santità, la grandezza del mio amore, d’un amore che mi nacque fin da quando ho veduto per la prima volta il ritratto di lei ancora bambina, d’un amore che mi ha accompagnato d’allora in poi per tutte le vicende vissute, che fu il mio faro, la mia stella, il mio paradiso, che.... lo giuro sull’onore.... sarà eterno in me; forse riuscirei a commuoverne il cuore....

— Glielo commuoverai, — disse Ernesto col suo fine sorriso, — quando ne sarà il caso.

— Ma non dimenticare frattanto, — soggiunse Alfredo calorosamente, — che ora essendomi alla fine deciso a parlare, io starò in un’ansietà dolorosa ad aspettare la sentenza della mia sorte....

— Eh! sai bene che io ho solamente tre giorni da fermarmi, e quindi, come non ne ho la volontà, non avrei neppure la possibilità d’indugiare. Domani o al più tardi dopo domani avrai la risposta.

— Grazie! — esclamò il Camporolle. — Quanto allo stato della mia fortuna, se tu credi che fin d’ora io debba darti ragguagli e prove....

Ernesto lo interruppe con un gesto pieno di nobiltà.

— Adesso, no, non occorre.... Non dico che queste sieno cose di cui non s’abbia a tener conto nessuno. Certo mia madre, noi, fratelli d’Albina, vorremo trovare in chi la sposa, le migliori condizioni possibili d’ogni fatta da guarentirle un’esistenza degna di lei; ma, anche sotto questo rispetto, la ricchezza non è la prima delle condizioni che si riguarda. Te poi conosco uomo d’onore e di sentimenti delicati, e non posso neppure supporre che ti avventuri a tal passo in cui non sia in grado di sostenere la tua parte con ogni valido argomento....

Enrico saltò su colla sua impetuosità giovanile:

— Il più importante è che la nobiltà del tuo sangue sia uguale o poco meno a quella dei Sangré. Nobile tu lo sei; dunque?...

Alfredo impallidì un pochino e una leggiera nebbia di confusione gli passò sulla fronte e sugli occhi: volle parlare, ma non n’ebbe subito il coraggio, glie ne mancarono le parole, e d’altronde non glie ne lasciò neanche il tempo Ernesto, il quale disse come a conclusione:

— Dunque, caro Camporolle, abbi pazienza tutt’al più per una trentina d’ore, e poi avrai da me stesso una risposta.

Alfredo ringraziò e partì oppresso da un presentimento di male che lo rattristò fino nel fondo dell’anima. Aveva sperato moltissimo nella calda amicizia d’Ernesto e in costui aveva trovato invece una inaspettata freddezza: le ultime parole d’Enrico, poi, gli avevano fatto scorgere un pericolo a cui prima non aveva mai pensato. Che cosa avrebbe detto la famiglia Sangré quando avesse appreso che la nobiltà di lui era affatto recente, che quel titolo di conte da lui portato eragli stato concesso da pochi anni soltanto per denaro pagato al governo papale? Ed egli poteva ancora onestamente dissimulare questo fatto ai parenti d’Albina? Gli pareva di sentirsi suonare tuttavia all’orecchio le parole di Ernesto che, conoscendolo per uomo d’onore e di delicatezza, supponeva in lui tutte le condizioni volute per aspirare alla mano di Albina, dal momento che osava manifestare tale sua aspirazione. Tacere ancora non era un rendersi reo d’inganno, un mancare almeno a quella delicatezza di cui lo si stimava fornito? Andò a casa sua mulinando questi pensieri, così, nell’aspetto, preoccupato, chiuso, turbato, che chiunque lo osservasse poteva indovinarne l’agitazione dell’animo.

E la vide e la indovinò tale che più d’ogni altro sapeva e desiderava e voleva leggere in quella fisonomia e per essa scendere sino al cuore: tale che, di celato, non lasciandosi mai scorgere, non facendo mai arrivare al giovane alcun cenno di sè, vegliava continuamente su lui, gli si aggirava intorno, spendeva delle ore e delle ore per le strade ad aspettare ch’egli passasse, solamente per avere la gioia di vederlo da lontano. I lettori hanno capito che voglio dire Matteo Arpione.

— Che cosa avrà egli? — si domandò con affanno il vecchio usuraio: e si assegnò subito l’ufficio di scoprire la causa del turbamento del giovane e di recarvi con ogni suo possibil modo rimedio.

Fra i due fratelli Sangré, frattanto, appena partito Alfredo, era successo il dialogo seguente:

— Il tuo contegno così riserbato alla domanda di Camporolle, — interrogò Enrico, — dinota che quella domanda non ti piace?

— Davvero che avrei preferito non venisse fatta: — rispose mestamente Ernesto.

— E perchè? proruppe vivace il fratello più giovane. — Forse che in Camporolle c’è qualche macchia?...

— Oibò! — esclamò sollecito Ernesto; — nemmeno per ombra! E io accetterei volentieri Alfredo per cognato se la felicità di lui non fosse la sventura di un altro, che, per quanto mi sia caro Alfredo, pure mi sta ancora assai più a cuore.

— Chi? —

— Tu dunque non ti sei accorto di nulla? Giulio ama Albina e proprio con tutta la forza della sua anima.

— Giulio! — esclamò Enrico, assai meravigliato a tutta prima; e poi tosto abbracciando e prediligendo subito la nuova idea con quell’impeto che era naturale alla sua giovinezza: — Ma sì, ma sicuro!... Giulio del nostro medesimo sangue: mai più certamente per Albina uno sposo di così pari condizione.