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LA CARITÀ DEL PROSSIMO
ROMANZO DI VITTORIO BERSEZIO
MILANO
E. TREVES & C. EDITORI 1868
Il presente romanzo, di proprietà della Ditta E. TREVES e C., editori della Biblioteca Utile, è messo sotto la salvaguardia della legge sulla proprietà letteraria.
Milano—Tip. Bezza.
LA CARITÀ DEL PROSSIMO
I.
Siamo in una stanzaccia ampia, alta, nuda, illuminata da un lucernario di vetro a mezzo il soffitto, colle pareti grigiastre tappezzate di quadri abbozzati, di braccia e di gambe di gesso, di pipe e di ragnateli: in una parola, lo studio e l'abitazione di un pittore. Non occorre dire che ci troviamo sotto le tegole del tetto, al di sopra di quattro piani d'una gran casona, alveare umano che alberga una quantità di famiglie.
Questo studio è anche la dimora del pittore—che sto per presentarvi—e della sua famiglia; poichè il nostro eroe, per dirvela ad un tratto, possiede un gran buon cuore, buon umore da venderne, poco coraggio, non troppo ingegno, povere fortune, una moglie borbottona e quattro bimbi.
I misteri famigliari sono nascosti agli occhi dei profani che penetrano nello studio, da un lungo paravento, di dietro il quale suonano quasi senza intermittenza grida e pianti di bambini, rampogne ed impazienti esclamazioni della madre, e fanno di quando in quando irrefrenabile sortita i tre più grandicelli ragazzi a cavallo del bastone del papà, dell'ombrello della mamma e dell'appoggiamano per dipingere.
Al momento in cui vi prego di penetrar meco nello stanzone del pittore, le fortune di Antonio Vanardi—questo è il nome dell'artista—sono più povere che mai. È pieno di debiti; da ogni parte da cui si volga corre rischio di vedere la faccia corrucciata di un creditore che non può pagare; e più corrucciato e più inesorabile di tutti fra questi creditori lì il padrone di casa, a cui Vanardi deve due semestri d'affitto, e non sa dove battere la testa per avere di che pagarlo.
Questo padrone di casa—come tutti quelli delle commedie, dei drammi e dei romanzi—è un uomo che non conosce guari dove stia di casa la pietà, e non capisce che un'attinenza verso i suoi locatari: riceverne danaro per la pigione a tempo debito e scrivere loro una buona quietanza colla sua buona firma sotto, nella sua scrittura commerciale che finisce sempre l'ultima lettera con un ghirigoro pieno di eleganza: Fiorenzo Marone.
Benchè egli abbia questo nome illustre, non lo crediate già discendente dal celebre poeta mantovano. Di Virgilio il brav'uomo non aveva inteso mai nemmeno a parlare, ed i versi non sapeva che razza di bestie si fossero.
To', poichè il signor Marone mi è capitato qui sotto il becco della penna, ci stia un poco; ed abbiate pazienza, cari lettori, mentr'io mi indugio un tantino a schizzarvene il ritratto alla sfuggita.
È un uomo oltre i sessanta, grande, grosso, a faccia di villano e maniere uguali, a spalle larghe, naso lungo, occhi di gatto, denti di rosicchiante, mento quadrato, mani grosse, piedi da lacchè, sorriso falso, fronte stretta e coscienza Dio sa come. Vuole dare alla sua fisonomia un aspetto d'umiltà e di bonarietà che stona maledettamente colla grossezza delle sue forme; mette la sordina alla sua voce da boattiere, e non guarda mai negli occhi la persona a cui parla.
La sua storia è contata in quattro parole. È figliuolo d'un villano che nei primi anni del secolo veniva in Torino i giorni di mercato, spingendosi innanzi un asinello, a vendere formaggioli sulla piazza delle erbe, che ora è piazza del Palazzo di Città. Fiorenzo, sbarazzino di due lustri incirca, l'accompagnava trottando coi piè nudi, una bacchetta in mano, dando il cis-va-là e le botte al somarello restio. Più tardi successe egli, fatto giovinotto, nel commercio paterno. Seppe governare così bene e rammontare colla parsimonia, che era un'avarizia, soldo sopra soldo, che un bel dì si trovò a capo d'un certo capitale, colla buona voglia di moltiplicarlo il più possibile e coll'accortezza necessaria per riuscire in questa operazione aritmetica, per cui si sentiva una vera vocazione datagli dalla natura.
Su quella medesima piazza che lo aveva visto compagno all'asinello paterno, Fiorenzo apriva una bottega da spacciarvi formaggi, ed andatagli prospera la fortuna accresceva in poco tempo il suo fondaco e i suoi guadagni; finchè, sopraggiunta la guerra del quarantotto, egli pigliava l'impresa di provvedere di formaggi l'esercito piemontese, ed ingrassava così bene di quello che non mangiarono i nostri soldati, che rimetteva ad altri la bottega, comprava case, tenute, e cartelle del debito pubblico, e si ritirava a viverla in panciolle, ricco di più dozzine di mila lire di rendita.
Egli è solo, celibe, senza parenti. Fa il pinzocchero; non dà mai un soldo ad un povero, ma regala alla parrocchia di quando in quando od una lampada d'argento indorato, od una corona per la Madonna con gemme false, e nei giorni solenni, per esempio la settimana santa, si mette sulla porta della chiesa colla tasca in mano a gridare a chi va e viene: pel santo sepolcro! È avaro come una tigna, senza cuore, e non ama che il denaro: nessuno lo stima, meno ancora gli si vuol bene; e tutti gli fanno tanto di cappello.
Ebbene gli era a codestui che il povero Vanardi doveva duecento cinquanta lire di pigione. E meno male fosse stato quello il solo suo debito! Ma il pizzicagnolo della cantonata non voleva più vendergli nè lardo nè burro, nè niente del tutto, se non gli pagava le sessanta lire di cui andava in credito; ma il panattiere gli rompeva la testa per averne finalmente i due napoleoni d'oro (in quel tempo v'erano ancora i napoleoni) che gli si dovevano; ma il venditore di legna e carbone aveva protestato che se entro una settimana non lo si soddisfacesse dei 14 franchi ed 80 centesimi ch'egli domandava pei combustibili somministrati, sarebbe andato senz'altro dal giudice. E lascio stare il macellaio, il venditore di vino al minuto e tutti gli altri creditori, che se volessi annoverarli un per uno farei una rassegna lunga e noiosa, come quella degli eroi combattenti in un'epopea che si rispetta.
Il misero Antonio passava mogio mogio nella strada che abitava, la testa bassa e il cuore piccino piccino, e non osava guardare che di sottecchi nelle botteghe che si aprivano in quel quartiere. Da ciascuno di quegli usci a cristalli potea sbucar fuori una faccia ostile ed una voce minacciosa a domandargli del danaro.
Era solamente innanzi allo speziale, la cui bottega s'apriva proprio d'accanto all'uscio da via della casa di Marone, che Vanardi osava levare il capo e passar fiero. Di quel benedetto farmacopola egli non era debitore; anzi!…
Ai due stipiti della bottega farmaceutica stavano appiccate due tavole, in cui meditavano con faccia severa e barba grigia due uomini dipinti in vesta lunga, un grosso libraccio in mano. Erano le opere del nostro artista che da pochi dì facevano bella mostra di sè a que' pochi raggi di sole che fra i comignoli delle case trovavan modo di filtrare sino al fondo della stradicciuola: opera che lo speziale non solo non aveva ancora pagato, ma non aveva accennato nemmeno la buona intenzione di pagare.
Anche codesto signor speziale era da novella e da commedia; voglio dire che tutti s'accordavano, ed avevan ragione, in dirlo il maggior ciarlone e la peggior lingua del quartiere, come ogni speziale sulla scena o in un racconto ha lo stretto obbligo di essere.
Per poco fosse buona la stagione e tollerabile il tempo, egli si piantava sul passo della sua porta, le gambe larghe, le mani nelle tasche de' calzoni, il suo naso lungo ed acuminato all'aria, in capo il suo berretto di panno nero unto e bisunto con lunga visiera innanzi agli occhi, e arrestava al passaggio tutti quelli che conosceva—ed egli conosceva tutta la città—per offrire a ciascuno una presa di tabacco e smaltirgli la sua buona dose di chiaccole e di maldicenza.
Chiaccherava coi garzoni, chiaccherava cogli avventori, chiaccherava coi vicini, chiaccherava coi passeggieri, chiaccherava colla sua nipote (una poveretta di ragazza povera e brutta, ma buona come il pan buffetto, cui sotto pretesto d'usarle carità, egli aveva presa seco a soffrire i mali di lui tratti ed a fargli da serva senza paga), chiaccherava colla portinara (figuratevi!), chiaccherava perfino colla gatta, chiaccherava sempre da mattina a sera; sapeva i fatti di tutti i casigliani, di tutti gli abitanti di quella strada, di tutta la cittadinanza; contava non senza vivacità l'aneddoto, correva dietro a stupidi giuochi di parole che egli credeva prova d'ingegno, scoccava con qualche malizia l'epigramma, era noioso come la piova, aveva un tesoro inesauribile di curiosità e diceva male di tutto e di tutti.
A Vanardi ed a sua moglie toccava passare sovente innanzi alla farmacia. Messer Agapito (è nome classico di speziale) aveva incominciato per salutare la moglie e poi anche il marito, accompagnando però il primo saluto d'un sorriso particolare: poi aveva fermato la donna per chiederle novella del marito, l'uomo per domandargli le nuove della moglie, e se erano tutte due insieme, per informarsi della salute dei bimbi.
In quel tempo la moglie del pittore portava nel suo seno il quarto frutto dell'amore coniugale, e il farmacista mostrava sentire il più vivo interessamento per quello stato interessante della giovine donna.
Appena vedeva spuntare Antonio, cessava di rimestare colle sue dita lunghe e sporche nella sua tabacchiera di corno fuso—movimento che gli era abituale—e gli gridava fra ilare o domesticamente amichevole:
—Ebbene, caro signor Vanardi? E madama come va?
Qualunque cosa gli venisse risposta, era per lui un'occasione ad una ciarlatina d'un quarto d'ora. Madama tale in un simile stato, aveva sofferto questo, aveva sentito quello; egli l'aveva consigliata di far così, e poi così, ed erano stati meravigliosi i buoni effetti che la ne aveva provati. Madama tal'altra doveva a lui la sua salvezza; e madama quest'altra poi? Gli è vero che la poteva dirsi una smorfiosa, che la più sazievole non s'era mai vista: ed il marito era un imbecille, a cui la si dava a bevere come a nissuno al mondo; e riparava in quella casa un certo signorino coi pizzi all'inglese, e poi anche un uffizialetto coi baffetti all'insù, i quali non era senza un perchè se stringevano tanto forte la mano di quel gaglioffo di marito, eccetera, eccetera. E passava senza arrestarsi da una famiglia all'altra, da un pettegolezzo ad un maggiore, da una maldicenza ad una calunnia, con una volubilità di parola, con una facilità di discorso, con una malizia di sogghigni e di ammiccamenti, con una varietà di espressioni, con una certa bonarietà maligna che ti facevano restare sbalordito.
—Buono! diceva il nostro pittore ad ogni volta; meglio aver da fare colla prima fra le vecchie pettegole che con codesto gaio manipolatore di purganti.
E faceva di tutto a tagliar corto i discorsi e tirar via pel suo cammino.
—È molto superbo quell'imbrattatele da dozzina, diceva lo speziale a' garzoni, ai vicini, alle serve del quartiere; che cosa si crede di essere?
Un dì finalmente, messer Agapito, d'in sull'uscio della bottega, vede precipitarsi fuor di casa il pittore tutto sollecito e conturbato.
—Che c'è? gli grida dietro, lasciando cadere a terra la sua presa di tabacco, nell'eccesso della curiosità.
Vanardi agita le braccia in una risposta di mimica concitata, e seguita la sua corsa!
—Che? rigrida lo speziale, scendendo giù dallo scalino della bottega nella strada; sua moglie forse?…
Antonio fa dei cenni affermativi per isbarazzarsene, e continua il suo cammino.
—-Ah! siamo dunque al buono, eh? ripiglia messer Agapito. Non tema di nulla; vado su io. Son pratico meglio di qualunque cerusico. Lasci fare a me.
Vanardi non gli ha più badato ed è sparito: lo speziale rientra in bottega.
—La moglie del pittore qui su fu sovrappresa dai dolori: dice egli ai due garzoni che sbadigliano ai barattoli delle scansie. Datemi qui dei sali, una boccettina di cordiale, e vo in suo soccorso. Quel marito è una bestiaccia che non sa di niente. Corre in cerca chi sa di qual medico ciarlatano, o di che donnaccia ignorante che gli accopperebbero senza fallo la moglie e il bambino… Una donnina abbastanza graziosa quella signora Rosa… Non sono mai entrato nel loro quartiere. Vo' vedere come ci è alloggiato questo superbioso che mi fa grazia a colloquir meco.
Ci va diffatti, trova la donna dietro il paravento che ha pensato di sbarazzarsi d'un bel maschiotto senza aspettare aiuto di comare: e quando il marito poco dopo torna con una levatrice, ecco lo speziale che gli presenta in aria di trionfo il quarto figliuolo neonato.
Come trovar modo di mettere alla porta un uomo dopo simil fatto? Lo speziale si fece di casa come la granata: ci andava a pigliar novelle della puerpera due volte al giorno; paragonava il neonato ad un angelo, ad un amorino, pigiava le gote fra le dita agli altri tre bambini, e snocciolava fuori gli affari di tutti i casigliani.
La moglie del pittore, a metterla fra le bracone (per dirla alla toscana) non le si faceva gran torto: epperò ebbe a dilettarsi non poco delle visite e delle ciarle del signor Agapito.
Antonio, se avesse osato andar contro ai borbottamenti della sua donna, se non avesse temuto d'essere soverchiamente incivile verso il farmacista, avrebbe volentieri preso costui per le spalle e messolo fuori dell'uscio con una viva raccomandazione a non più tornarci, tanto e' gli dava sui nervi; ma il buon uomo non era e non sarebbe stato mai capace di tanta risoluzione e di tanto coraggio.
Era trascorso quasi un anno, quando una bella volta il signor Agapito fermò il pittore che passava, e gli disse con un piglio affatto nuovo, tutto piacenteria:
—Mio caro signor Vanardi, vorrei parlarle d'una cosa.
—Parli pure.
Lo speziale annasò una presa e ne offerse ad Antonio che, come sempre, fece un cenno di no, tirando in là la tabacchiera e la mano di Agapito.
—Ah, ah! Ella rifiuta, perchè non ne fiuta: disse questi grattandosi il naso lungo e sottile e ridendo grossamente. Oh, oh! il bisticcio non è cattivo. Lo dirò al suo amico il signor Selva, che passa per uomo di talento, perchè fa dei versi e scrive delle sciocchezze su pei giornali.
—Che cosa è che la mi vuol dire, signor Agapito? ridomandò Vanardi impaziente.
—Ecco qui.
Additò le due tavole di legno screpolate che ornavano i battitoi della sua bottega: sovra esse erano a mezzo cancellati due gran vasi dipinti con avvolti intorno due serpenti verdescuri.
—Ecco: queste mostre di bottega sono già un po' scadenti. Le serpi hanno perso le squame e somigliano anguille: e i vasi, altro che di marmo, paiono di gesso sporco. La mi dovrebbe, lei che ha un sì valente e facile pennello, rimpiastrarmi costassù qualche bella dipintura a suo modo, che sarebbe per me proprio quel che ci vuole. Oggidì, la vede, anche le spezierie si mettono in isfarzo e sembrano salotti da coiffeurs di Parigi: le medicine fanno competenza ai sorbetti in punto a specchi ed ornamenti delle botteghe in cui si spacciano. Lo speziale X ha addobbato il suo fondaco che pare una sala da ballo: è vero che se ne ricatta vendendo susine per tamarindi, corteccia di salice per china, ed ogni fatta porcherie per droghe… Ah, mio caro signor Antonio, non è spacciando roba buona e governandosi onestamente, come noi si fa, che si diventa ricchi di quella guisa. Il signor X ha più di ventimila lire all'anno, sa! Eh! ce ne vuole della cassia a metterle insieme! Ma quel birbo là è sempre stato un ladro, ed è perciò che ha sempre avuto fortuna. Mi ricordo che quando ha cominciato…
Vanardi a cui stava troppo a cuore un'ordinazione di lavoro, l'interruppe, ma sforzandosi a sorridere il più amichevolmente che potesse.
—Ella dunque, signor Agapito, vorrebbe ch'io dipingessi a nuovo queste mostre?
—Appunto. La vede: il legno è buono…. qualche tarlatura, ma con un po' di mastice, gli è nulla. Senta come suona!—E vi picchiava su colla nocca delle dita.—Una lisciatina di che so io, una figura, due fregi, una mano di vernice ed avranno un rispicco da farne stare ammirato chi passa.
—Bene. Lei ha detto una figura, vorrebbe dunque surrogare questi vasi?…
—Oh quanto a ciò faccia lei. Ho detto una figura così per dire…. Ma non ho voluto dire nè una figura rettorica nè un'algebrica…. oh, oh, oh! Ha afferrato il bisticcio? Non è cattivo…. Dunque, ci metta ciò che vuole, purchè sia qualche cosa d'acconcio…. Per esempio se fossero i due ritratti d'Ippocrate e di Galeno… C'è qualche farmacia che li ha… Due personaggi da capo a piedi con aria severa, una gran barba, un manto, andrebbe addirittura a meraviglia. Ma non la voglio mica legare…. L'ispirazione… Oh so anch'io cos'è l'ispirazione… Dunque la lascio affatto libero. Le manderò su di quest'oggi pel garzone al suo studio le due tavole. Non c'è nulla che prema… affatto nulla: ma se non avesse più pressanti lavori… quanto prima si può sfoggiarla e meglio è… insomma, se me le desse per la fine dalla settimana entrante, mi sarebbe molto a grado.
Vanardi in quel tempo, e già da troppo ciò gli avveniva, non aveva precisamente nulla da fare. Il bisogno di denaro cresceva in ragione inversa alla mancanza del lavoro; e questa che gli parve una bella e buona proposta dello speziale gli tornò come una benedizione della fortuna. Non istette a discorrerla davantaggio, e promise che pel tempo accennatogli i due eroi della medicina, dalle loro tavole di legno, inviterebbero i passeggeri a purgarsi colle droghe di messer Agapito.
Bene ebbe in pensiero di domandare fino dapprima un prezzo, ma secondo il solito glie ne venne meno il coraggio, e si quietò nel pensiero che per quanto poco volesse lo speziale pagarlo, n'avrebbe sempre avuto tuttavia da comprar pane per un poco di giorni alla sua famiglia.
Ci si mise intorno a tutt'uomo, impiegò in questo lavoro tutti i colori che gli rimanevano ancora e tutto il suo talento; fece due faccie storte che lucicchiavano meravigliosamente collo splendore della loro fresca vernice.
Messer Agapito lodò molto l'artista, ma non parlò di pagare. Antonio aveva sempre sulle labbra la parola per dimandargliene il prezzo, ma non la osava pronunciar mai: i debiti crescevano, i bimbi strillavano da mane a sera e la moglie borbottava senza soluzione di continuità.
Voi direte:—Questo tuo protagonista è uno scioccone che si merita la sua sorte. Perchè si è ammogliato, se non aveva fortune da mantenere la sua famiglia, se non aveva talenti da guadagnarsene il sostentamento? Perchè fare il pittore se non era buono che a scombiccherar faccie storte? Perchè ha dato la vita a quattro creature, le quali non avrebbero sofferto di miseria quand'egli non le avesse fatte venire al mondo? Perchè sopratutto ha sposato una moglie borbottona?
Egli, se vi udisse, potrebbe rispondervi:
—La mia Rosina era più mite d'un agnello quando me la sono sposata. Le volevo bene; era sola, onesta o belloccia, e perchè la era povera, avevo io da sedurla ed abbandonarla? Sono un onest'uomo, corpo di Bacco! Allora io, oltre la tanta buona volontà di lavorare, aveva le illusioni della prima giovinezza, che mi dipingevano in tinte ridenti l'avvenire; aveva la lusinga d'essere o di poter diventare un buon pittore e la speranza di poter guadagnare col mio pennello tanto quanto colla punta dei piedi un maestro di ballo. Che colpa ne ho io se le mie illusioni ebbero il torto marcio; se il lavoro non venne; se mio zio il droghiere non volle mai più perdonarmi; se mia moglie si ostinò a volermi far padre quattro volte; e se per soprammercato le sciagure la fecero dispettosa e peggio?…
Ma qui sarà meglio che, senz'aspettar altro, io entri a darvi maggiori e più intime informazioni di questo povero diavolo.
Attenti bene!
II.
Suo padre era Regio Liquidatore, e il fratello di suo padre teneva fondaco di droghe e robe vive, come dice la lingua bara delle insegne. Papà Vanardi avvezzo a liquidare gli averi e i debiti altrui, liquidò anche le sostanze proprie; e un bel giorno si trovò al verde, poco meglio di quella condizione in cui si trovava il figliuolo nel momento in cui comincia questo racconto. Suo fratello il droghiere, per contro, aveva visto prosperare benissimo il suo commercio, ed era riuscito a mettere in disparte un capitale da fare invidia ad un banchiere e ad un impresario Egli voleva bene a suo fratello, era il padrino del piccolo Antonio, e il pepe e la cannella non gli avevano guastato il cuore, Raccolse in casa sua fratello, cognata e nipote, e disse gravemente pizzicando la gota rubiconda di quest'ultimo:
—Alla sorte di questo birboncello ci penserò io. Ne faremo qualche cosa di grosso, lasciate stare… Antoniuccio, che cosa vuoi tu diventare?
Il ragazzo che vedeva quasi tutti i giorni sfilare sotto le finestre dell'appartamento paterno i reggimenti della guarnigione che andavano in piazza d'armi e che restava ammirato alla vista di quel bell'uomo grande e grosso che camminava primo di tutti con una famosa mazza in mano, e nelle occasioni solenni un gran pennacchio dritto in sul capo, il ragazzo rispose franco, levandosi in punta di piedi ed ingrossando la voce:
—Io voglio diventare tamburro maggiore.
Ma l'ambizione dello zio padrino non fu soddisfatta da queste aspirazioni d'Antoniuccio alla grandezza. Meglio che il bastone a grosso pome d'argento gliene parve il codice a legatura di pelle: meglio che la montura e la sciabola, la toga nera ed il bavero, e disse al nipote in tono di sentenza irrevocabile:
—Tu non sarai tamburo, ma avvocato.
Antonio vi si rassegnò.
All'Università s'incontrò e strinse amicizia con una frotta di capi ameni che di studiare la legale avevano tanta voglia come di intisichire, dei quali per ora non occorre nominarvi che quel Giovanni Selva, di cui già avete sentito fare un cenno lo speziale Agapito, e del quale vi avrò da parlare più a dilungo fra poco.
Di questi suoi amici l'uno voleva essere un nuovo Rossini, l'altro un Ariosto, il terzo un Alfieri: Vanardi—o fosse perchè il posto di artista non era ancora occupato, o i quadrilateri dipinti a più colori, che la sfoggiavano sopra l'uscio del fondaco dello zio esercitassero un influsso sull'incertezza della sua mente—Vanardi si cacciò in capo di voler essere Rafaello. Si mise a scarabocchiare di faccie impossibili e di figure mostruose tutte le copertine de' suoi trattati, tutte le pagine de' suoi cartolari, tutti i frontispizi de' suoi libri. Mentre i diligenti fra i suoi compagni scrivevano le spiegazioni della scienza legale che cascavano dalla bocca sapiente del professore, egli schizzava a tratti di penna la caricatura della parrucca, del naso, del berretto dottorale, della faccia ingrugnata dell'insegnante; mentre avrebbe dovuto studiare il Fabro e svolgere il Digesto, egli studiava il nudo e stringeva più o meno dimestica conoscenza colle modelle. Un orrore di condotta da mettere sulle furie anche il più zuccherato di tutti gli zii dell'uno e dell'altro emisfero.
In questa guisa il nostro Antonio avanzò sì bene che giunse a sbozzare in men che non si dice una parodia di figura e non potè andar oltre al terzo anno del corso di leggi. Rimandato tante volte di seguito, quante bastava per non poter più presentarsi agli esami, dovette di necessità raccogliere tutto il suo coraggio per dichiarare allo zio padrino che d'avere un nipote avvocato non se ne faceva più niente. Figuratevi la collera del buon droghiere, il quale a quel tempo era rimasto unico dei parenti d'Antonio e riuniva in sè tutte le autorità della famiglia!
Dopo averlo strapazzato una buona ora, chiese finalmente al nipote:
—Ebbene, disgraziato, e che vuoi tu fare al presente?
Antonio che aveva ricevuta l'intemerata colla testa bassa e colle sembianze raumiliate d'un peccatore ravveduto, alzò la faccia, esitò un pochino poi disse colla maggior fermezza che lasciava alla sua voce il cuore che gli batteva forte forte:
—Voglio farmi pittore.
Lo zio fece un trasalto che avreste detto di spavento, quale avrebbe potuto avere se si fosse trovato inopinatamente innanzi ad un matto.
—Pittore! che è ciò? Che vuol dir questa bizzaria? Pittore!
Sciagurataccio! mi faresti dire qualche sproposito.
Ma il nipote, il quale, impegnata una volta la lotta, aveva sentito accrescersi un poco il coraggio, riprese più franco:
—Sì, signor zio. Sono ammesso alla scuola dell'Accademia. I professori sono contenti dei miei progressi. (E' si vantava, lo scellerato!) Diventerò un artista di vaglia, illustrerò il nostro nome e…
—Un corno! esclamò lo zio furibondo… Poichè tu non sei capace di spacciar eloquenza alla ringhiera del foro, spaccerai pepe e cannella al minuto al banco della mia bottega. Sarai droghiere come tuo zio.
Antonio volle opporsi a questa fatale sentenza, ma il vecchio fu irremovibile. La lotta durò per un poco. Il padrino era ostinato, ma il figlioccio nella sua timidità era testardo. Un bel dì, quest'ultimo scappò di casa coi suoi colori, coi suoi pennelli, co' suoi rotoli di tela, colle sue cartelle, colla sua tavolozza, colla sua cassetta, colla sua povertà e col suo buon umore, e piantò le tende in una soffitta dove non gli mancavano la luce, la vista del cielo e quella di tutti i comignoli dei camini delle case.
Lo zio gli assegnò quindici giorni di tempo per tornare all'ovile. Passato quest'intervallo, gli mandò un involto con dentrovi alcuni biglietti di banco ed una lettera per la quale lo ammoniva che l'aveva cancellato affatto dal suo cuore, che qualunque vicenda gli capitasse non voleva più saperne di niente, che per lui era d'ora in avanti come se non avesse avuto mai nè figlioccio nè nipote.
Antonio rimase afflitto della lettera, perchè in realtà allo zio voleva bene; fu consolato dai fogli di valore, perocchè gli venivano più che opportuni; e non disperò di ottenere un dì o l'altro il perdono del padrino, massime quando sarebbe stato celebre e ricco per opera del suo pennello, cosa che secondo lui non solo non poteva mancare, ma non doveva nemmeno tardare di molto.
Si presentò due o tre volte al fondaco dello zio per rappaciarsi con esso; ma l'inesorabile vecchio, seduto sempre al suo scrittoio, dietro un paravento a vetri, sporgeva in fuori la testa coperta dell'eterno berretto di seta nera, guardava chi fosse entrato; vedendo il nipote, gettava due sbruffi di tosse, s'alzava da sedere, e senza far motto, additava con tacita eloquenza di gesto la porta per cui si doveva uscire; sopra la quale pompeggiavano al di fuori nella strada sette quadrilateri, i cui rispettivi colori erano rosso, turchino, giallo, verde, arancio, violetto e terra d'Italia.
Antonio chinava rassegnatamente il capo ed usciva; finchè si stancò della monotona ripetizione di questa scena muta, e non ci venne più.
Però, di quando in quando, nelle occasioni solenni dell'anno, al Natale, alle tremende epoche in cui si ha da pagar la pigione, venivano al pittore certi soccorsi anonimi, ch'egli sapeva indovinar molto bene da che mano partissero. E questi soccorsi conferivano a giungere in capo dell'anno senza troppi stenti; soddisfatto com'egli era del poco, e sì poco veramente bastando a lui, solo, nella modestissima esistenza che menava via allegramente, senza un fastidio al mondo.
Ma i fastidii soprarrivarono pur troppo, poco tempo dopo che ebbe la cattiva ispirazione di prender moglie. Quest'essa era una povera figliuola del popolo, abilissima cucitrice, ma con poca istruzione, pochissima educazione e senza denari. Non aveva che la sua gioventù, una piacevolezza di tratti che non poteva dirsi beltà, e il suo buon cuore. Antonio la vide nell'occasione dolorosissima, ch'ella perdette l'unico parente che ancora le rimanesse. Stavano vicini d'alloggio, e il povero pittore si mise a consolare la povera orfanella. In breve dovettero sposarsi. Antonio si guardò bene dal darne avviso allo zio; ma pur tuttavia questi lo seppe la stessa cosa, ed andò nuovamente sulle furie e peggio che mai. Da quel giorno le anonime sovvenzioni cessarono; ma in compenso cominciarono a venire i figliuoli.
Il lavoro, per maledetta sorte, non imitava il bell'esempio della prole; non veniva nè punto nè poco. Un quadro su cui Antonio aveva fondato le sue più belle speranze fu giudicato unanimemente alla pubblica mostra, dove l'aveva esposto, una porcheria insuperabile. Il bisogno aveva incominciato ad insinuarsi pian piano nella casa; la miseria faceva capolino dalla finestra e digrignava minacciosamente i denti alla porta.
Aveva vissuto un po' di tempo in compagnia di quei suoi amici dell'Università, fra cui principale il Selva, che erano venuti ad alloggiare con esso lui; s'erano immischiati nella politica, ed avevano congiurato prima del quarantotto per l'unità e l'indipendenza d'Italia. Ma la rivoluzione appunto di quell'anno meraviglioso aveva disciolta e dispersa la piccola colonia. Quasi tutti quegli amici erano andati soldati; ed Antonio, trattenuto dalla sua famiglia, era rimasto solo. Di poi l'aveva aiutato assai l'amicizia d'una buona e generosa famiglia, i Cioni, di cui l'unico figlio, Adolfo, dilettante di pittura, aveva saputo trovare mille ingegnose maniere di soccorrerlo col pretesto di dargli del lavoro. Ma una sciagurata catastrofe era avvenuta in quella famiglia. Adolfo amava in segreto, e riamato, la moglie d'un vecchio e fiero capitano, il quale, scoperta la verità, aveva in un orribil duello ucciso il giovane, e la donna seco via condottasi che mai più nessuno ne aveva saputo novella. Il padre di Adolfo non molto era sopravvissuto all'unico figlio, tanto era stato il suo dolore. Antonio aveva perso il suo maggior sostegno.
Egli aveva visto chiaro le sue condizioni, ma non si era perso dell'animo ed aveva bravamente lottato. Aveva consumato colla più meravigliosa parsimonia tutto quel poco di risparmio che fino allora era riuscito a mettere in disparte con un vero miracolo di economia: poi una gran parte dei suoi mobili, cominciando dai meno necessari e venendo poi agli abiti, avevano preso il cammino del Monte di Pietà, e neppure uno aveva ancora saputo trovare quello del ritorno a casa.
Il povero Antonio, smesso ogni orgoglio, andò a dimandar lavoro a questo ed a quello. Le ripulse non lo stancavano, ebbe il coraggio di affrontare i più superbi rifiuti, e dalla sua perseveranza ottenne qualche buon risultato. Dipinse un orrido turco dall'orrida barba con una lunga pipa in bocca pel tabaccaio; una slombata fortuna (e la fece brutta per dispetto) che gettava pioggia di denari da un corno d'abbondanza, pel banco del lotto; e persino (che umiliazione!) una bottiglia che schizzava il turacciolo per aria ed il vino nei due bicchieri che gli stavano a fianco, per l'oste a cui doveva sei lire. Il tabaccaio gli diede poco, il banco del Lotto anche meno, ed il mercante di vino un bel nulla.
Come se non bastasse tutto questo, mentre la miseria cresceva, l'umore taccoliero della moglie cresceva ancor esso in proporzione. Non è già che la Rosina non volesse bene al suo Antonio, oh! per codesto ella si meritava ogni elogio, chè glie ne voleva anche troppo; da prendersi tanta cura d'ogni fatto di lui che gli riusciva fastidievole.
Guai s'egli non tornasse a casa appuntino all'ora che aveva detto!
—E dove sei tu stato? e che hai fatto? e come perdi il tuo tempo? e che pensiero ti dai della tua famiglia? E tu a spasso, ed io a rodermi qui dentro d'inquietudine con questi marmocchi intorno che mi tolgono la testa ecc., ecc.
E tocca via con un mondo di parole cosiffatte e di ragioni sragionate e di rimbrotti senza causa e di lamentazioni e di chiaccole da non finirla più.
Ad Antonio, benchè ci avesse ormai fatto il callo, quelle scene erano gravi. Aveva tentato di tutto per farla smettere alla moglie; ma sì, imporre silenzio ad una di cotali donne, era impresa da ben altri che il povero pittore non fosse. Quindi per lo migliore, ei s'atteneva il più sovente al silenzio, e lasciava passare senza ostacoli l'onda abbondevole e furiosa delle muliebri parole.
Rosina s'accorgeva d'essere grave al marito, e ne soffriva, e se ne adontava e ne imbizzarriva peggio con esso lui.
—Già tu ti vergogni di me: diceva essa delle volte, mezzo piangente, mezzo furibonda: non sono che una popolana io…. oh! lo so…. e tu sei della razza de' signori tu… Bel signorone affè mia, che lasci crepar di fame e moglie e figliuoli!… Non ho le belle maniere delle dame io!… Ma toccherà a me un bel giorno guadagnare il pane della famiglia con queste dieci dita che m'ha fatto la mamma…. O belle le cerimonie!… O care le stampite della buona società…. o grazioso il saper discorrerla in quinci e quindi!… Ed io non ne so nulla del vostro bel gergo…. Io quando parlo, tu mi fai gli occhioni che pare mi vogli mangiare cruda e fatta…. E se ti duole di me, e se te ne pesa, e tu non dovevi sposarmi…. O che son io che vi ti ho costretto col coltello alla gola forse?… T'adonti perfino di accompagnarmi per istrada… Oh! nei primi tempi del nostro matrimonio non era così che facevi…. E me lo dice persino messer Agapito, che non è di questa guisa che uno si governa colla moglie se le vuol bene.
—Messer Agapito s'immischi nelle sue spezierie e non venga a romperci le tasche: gridava a questo punto Vanardi spazientito.
—Gli è che ha ragione: ripigliava la moglie con maggior calore: tu non mi vuoi più bene… Sei un cattivo, sì… perchè dovevi lasciarmi stare… Ed io col mio ago mi guadagnerei da vivere un po' meglio…
Antonio voleva placarla. Essa lo respingeva bruscamente; afforzava i suoi rimbrotti; terminava con piangere, e si ritraeva musonando e singhiozzando in un angolo della stanza. I fanciulli vedevano piangere la madre e si cacciavano a strillare ancor essi. Vanardi faceva a calmar l'una e ad azzittire gli altri; ragionava, pregava, gridava, minacciava: niente vi riusciva, finiva per andare in collera, bestemmiava come un turco, e stucco, intronato, infastidito, si cacciava il suo cappellaccio in testa e si precipitava fuori di casa, a passeggiare, le mani in tasca, guardando da vero sfaccendato i dipinti esposti nelle vetrine di tutti i mercanti di stampe, ai quali terminava sempre per andare ad offrire un quadro di suo, cui tutti, a buona ragione, si affrettavano sempre a rifiutare con entusiasmo.
—Oh che vita! oh che vita! esclamava talvolta il povero diavolo. E pensare che la debbo all'amore dell'arte, e ad un matrimonio per amore! C'è da disgustare chicchessia dell'una cosa e dell'altra. Mah! se avessi fatto il droghiere!… Eh! via, questa è viltà! Che? Rinunzierei al nobile sacerdozio dell'artista? Mi lascierei scoraggiare dall'impertinenza della sorte? Oibò! Tutti i grandi uomini sono crepati un pochino di fame: ed Andrea del Sarto aveva una moglie peggiore della mia… Sono un pusillanime s'io indietreggio innanzi a quest'iniziazione alla gloria.
E ripigliava la sua tranquillità e il suo buon umore, che erano figliuoli dell'eccellenza del suo carattere.
III.
Ma esaminiamo più minutamente il quartiere del nostro pittore cui centosessanta scalini separano dal fango della strada.
Era una specie di gabbia quadrata che sorgeva sul tetto in mezzo alle più umili soffitte, e generosamente concedeva i buchi delle sue muraglie all'esterno alla nidificazione dei passeri. La luce, come vi ho già detto, pioveva per entro da un lucernario che si trovava a mezzo il soffitto; alcuni suoi vetri, mal difesi da una graticella rotta di ferro, erano stati fracassati da una grandinata della state e sostituiti dall'arte provvida del pittore con fogli di carta unta. Le pareti avevano su una tinta di color grigiastro, sopra il fondo della quale facevano da arazzi i ragnateli, e frammezzo ad alcune braccia e gambe di gesso appiccatevi contro si scontorcevano le più bizzarre figure disegnate dal matto pennello o dalla bianca creta di Antonio. Un gran paravento alto più che la statura ordinaria d'un uomo divideva la stanzaccia in due: dall'una parte, appena entrati dall'uscio, trovato lo studio: ve lo definiscono tosto per tale due cavalletti, di cui uno zoppo, senza tele, un alto seggiòlo senza spalliera, che perde la paglia di sotto il piano da sedere, e un trespolino su cui una cassetta di colori dalle boccettine assecchite, una tavolozza più secca ancora che pende dal muro, e un esercito—irregolare—di pennelli di ogni fatta e misura, che giacciono dispersi, come dopo una sconfitta, da tutte le parti.
Una piccola stufa in ferraccio sta lì, quasi a metà dello spazio, colla bocca aperta ad aspettare inutilmente un po' di pasto di legna o di carbone. Sopra ci si vedono in disordine l'uno addosso all'altra una tazza vuota senza maniglia, una crosta di pan secco, una pipa, una borsa da tabacco floscia ed un romanzo illustrato di Paolo di Kock colla copertina tutta strappata e i fogli laceri. La misera stufa innalza bensì un tubo di ferro che traversa per lo lungo la stanza, disposta a mandar calorico per esso; ma la deve rimanersene alla buona intenzione, e il tubo medesimo è tanto freddo da gelar la mano imprudente che si avventuri a toccarlo. Voi capite da ciò che colà dentro regna senza temperamento una atmosfera da Siberia.
Nella parte seconda della stanza, separata dal paravento, voi ci vedreste: in mezzo, un desco a cassetto; da un lato, alla muraglia, un letto pei genitori, dall'altro, uno stramazzo pei tre bambini più grandicelli; appiè del letto, la culla dell'ultimo nato. Nell'angolo destro c'è un fornelletto a due buchi, in quel sinistro un acquario; lì vicino una secchia colla tazza di latta sopravi; poi una cassapanca che fa da canterano, una scancia su cui qualche stoviglia, tre bicchieri, una bottiglia nera, una caraffa bianca incrinata e un acetabolo senz'ampollini; appesi al muro un ramino, un mestolone ed una padella. Cinque seggiole fanno meraviglie d'equilibrio per tenersi ritte sulle loro gambe scassinate.
Un solo oggetto di qualche valore si nota fra tanta miseria; ed è un quadro con una cornice dorata, che rappresenta dipinta con colori a olio una giovine donna.
Era una bella figura che aveva nell'espressione del viso alcun che di soave e di mesto per cui era impossibile il guardarla senza simpatia e quasi direi senza commozione. Vanardi teneva quel ritratto, perocchè fosse un ritratto, come cosa preziosissima. Di ogni altro oggetto, anche del più necessario, si sarebbe prima spogliato che non di quest'esso. Era il ritratto della donna che il suo amico Adolfo Cioni, che vi ho già nominato poc'anzi, aveva amato, e per cui era morto. Adolfo medesimo l'aveva dipinto, copiando l'immagine che di Gina (così aveva nome la donna) eragli così profondamente impressa nell'animo. Quando l'infelice era stato ucciso in quel duello fatale dal marito di lei, il padre di Adolfo aveva consentito che Antonio prendesse nello studio del morto amico, tutti quegli oggetti che preferisse a memoria di lui. Vanardi, fra le altre cose, aveva preso questo ritratto. Tutto il resto era sparito poco a poco sotto la crescente stretta del bisogno; ma il ritratto di Gina era ancora lì, e Antonio aveva giurato di conservarlo ad ogni patto sino alla morte.
Di belle volte per questa cagione erano già avvenute delle dispute fra Vanardi e sua moglie. Costei non sapeva il perchè suo marito ci volesse tener tanto al possesso di quell'inutile ornamento, e come mai, avendo vendute tante cose assai più necessarie, non volesse manco udire a discorrere di sbarazzarsi di quel dipinto. Inutilmente Antonio le aveva contato tutta la storia; la Rosina tentennava il capo, ne sentiva o fingeva sentirne sempre i sospetti più ingiuriosi intorno alla fede del marito, e di quando in quando ne pigliava pretesto, come se altri e troppi pretesti non ci fossero già, per una buona sfuriata.
In questo momento in cui v'introduco nel misero alloggio di questa famigliuola, intorno alla quale vedremo svolgersi le scene del dramma che ho intrapreso di raccontarvi, tutti i componenti della medesima sono raccolti nel secondo scompartimento dell'unica stanzaccia.
Antonio passeggia in lungo ed in largo, le mani in tasca, la chioma rabbuffata, le orecchie livide pel freddo, la barba ispida, una pipa spenta in bocca, battendo i piedi di quando in quando, tutto, a vederlo, rattrappito dall'intirizzimento. Rosina siede vicino al deschetto e rappezza, con mani che hanno il colore delle orecchie di suo marito, dei logori panni pei bambini; innanzi a lei v'è la culla e in essa il piccino: ella col piede lo fa dondolare perchè dorma e gli va canticchiando una tediosa cantilena che interrompe tratto tratto per discorrere coll'uomo; i tre altri bambini ruzzano qua e là per la casa e fanno un diavoleto da toglier la testa.
Come già ho accennato, la Rosina non può dirsi bella; ma possiede un'aria tra la capricciosa e l'allegra che può piacere. Ha il capo avvolto in un fazzoletto logoro di panno-cotone; le spalle e il seno ha serrati da uno scialle di lana a brandelli, e tratto tratto deve interrompersi nel suo cucire per soffiarsi sulle dita delle mani pavonazze, non bastantemente difese dal freddo per certi mezzi guanti di grossa lana in maglia.
—Sicuro! diceva essa tutto ingrognata; il signor Marone ha detto che passerebbe quest'oggi senza fallo… e non ci manca di certo… e vuol essere pagato, quell'impostore birbone… e tu sai che uomo egli è!… E tu stai lì colle mani in tasca come un melenso che tu sei; e noi ci toccherà andar nella strada con questo bel caldo… e me mi converrà trascinarmi dietro e portarmi in collo i bambini ed andare accattonando, che Dio ti… Uh! me la faresti dire.
Antonio chinava il capo e camminava più lesto.
Il bambino, cui la mamma avea cessato di cullare e che non sentiva più la cantilena della ninna nanna, si cacciava a strillare: i due più grandicelli, rincorrendosi l'un l'altro, rovesciavano una seggiola e finivano di romperle una gamba.
—Eh! vuoi tacere! esclamava impazientita Rosina, ripigliando a dondolare rabbiosamente la culla, e tirando l'ago più rabbiosamente ancora: che sbraitatore è questo biricchino! E' mi vuol far diventar tisica… La li la lerà, la li la lerà… Volete finirla anche voi altri, sbarrazzini, che ora mi alzo e vi tocco il tempo io di santa ragione!… Dio buono! Ecco che mi hanno fracassato la sedia… Volete star fermi una santa volta!… Non avrete da colazione; ecco lì… La li la lerà, la li la lerà, la li là là.
I ragazzi, all'intemerata materna, si guardavano per di sotto tra di loro, timorosi, e quietavano un poco; il bambino cullato, sentendo ripresa la cantilena, cessava dal piangere; succedeva un istante di tranquillità.
—Ma come fare? come fare? dimandava Antonio parlando a sè stesso.
—Come fare? ripigliava stizzosa la Rosina. Sta a vedere che ha da essere la donna a trar d'impiccio un omaccione di quel calibro… Ma gli è da lungo tempo che ci avresti dovuto pensare e provvedere… e non aspettare che si fosse proprio allo stremo come siam'ora… Via, sta buono, Carlinuccio… oh, oh, oh, il bel cuorino… fa la nanna, via ghiottoncello… sì, carino, sì bellino… che il diavolo lo porti; questo maledetto è il fistolo, tant'è fastidioso!
E tornava a cantare per acchetarlo.
—Papà, ho fame! gridava il primo dei fanciulli.
—Sta zitto. La mamma ti ha messo in penitenza… Non avrai da colazione.
—Ih! ih! ih! Io ho fame, io…
—Ed anch'io, ed anch'io; gridavano gli altri due marmocchi.
—Volete finirla? sclamava la madre.
—Ih! ih! ih!…
E i tre ragazzi piangevano di conserva e della più bella.
—Giuggiole! che delizia! gridò Antonio levando le mani di tasca per cacciarseli entro i capelli: e corse al desco, ne tirò fuori a mezzo il cassetto, vi prese dentro un tòcco di pane inferrigno che c'era, lo divise in tre pezzi e ne porse uno a ciascuno de' ragazzi.
I quali, con un'unanimità maravigliosa d'avviso, cessarono di botto dal piangere per mordere dentro il pane a piena bocca.
Ma non tacque la Rosina.
—Che storia è questa? saltò su essa cessando dal cucire per mettersi le mani sui fianchi, incollerita. Che cosa sono io? un ceppo forse? o un coccio? o una pantofola? Ho detto che quei furfanti sarebbero stati senza colazione; ed è a quel modo che tu insegni a' figliuoli a rispettare la mamma? Che sì, ch'io non so chi mi tenga dall'andar a levar loro quel tozzo di mano e trartelo sul naso a te che più che vizi non sai dare a que' martuffini, degni figli tuoi… E veramente che sei tu a guadagnar loro il pane! Quell'avanzo lì, sai che cos'è? È l'ultimo resto de' miei pendentini d'oro che si sono portati al Monte… Ma tu hai in dispregio la moglie…
—Ma no, ma no, protestò Antonio.
—Ma sì, ma sì; insistette la Rosina; e vuoi che anche i tuoi bambocci abbiano in un calzetto la mamma…
—Via, via Rosina: disse Antonio umilmente, stai buona; vuoi che lasciassi romperci i timpani da que' strilli?…
—Uhè! uhè! uhè! cominciò il bimbo nella cuna, il quale non era più dondolato.
—Oh che vita! oh che vita! esclamò la Rosina rimettendosi ad agitare la culla.
—Oh che vita! oh che vita! ripetè Antonio riprendendo la sua passeggiata traverso la stanza.
Così stettero un poco senza parlare nè l'un nè l'altro.
Antonio fu il primo a riappiccare il discorso.
—Se provassi ancora una volta a ricorrere a mio zio? diss'egli piantandosi innanzi alla moglie.
Questa crollò le spalle e non levò neppure il capo dal suo lavoro.
—Eh? che ne dici? insistette il marito.
—Tuo zio è un cane: rispose brusca brusca la Rosina: e tu…. tu sei un altro animale.
—Un asino: suggerì Antonio: dillo pure.
—L'hai detto tu!
—Grazie tante!
Ed Antonio si rimise ad andare e venire.
—Vuoi star fermo una volta? gridò dopo un poco la moglie. Tu sembri l'arcolaio della strega che va e che va…. e m'hai già fatto tanto di testa.
—Oh! la mia arte! la mia arte! esclamò il marito arrestandosi di botto. Che cosa fa l'arte mia che dovrebb'esser quella a darmi la salvezza?
—Bell'arte la tua! se ne vedono gli effetti.
—Oh! un'idea! gridò Antonio percotendosi la fronte.
—Che?
—Forse ho trovato il modo di farmi conoscere, di ammansare mio padrino, di trovar lavoro e di farmi aprir le braccia dallo zio.
—Sentiamolo un tratto questo modo meraviglioso: disse la moglie, e riprese a cantarellare la sua nenia fra i denti.
—Ecco! Mi metto senza indugio a dipingere per mio zio, cioè pel suo fondaco, una insegna, una bella insegna, una grande insegna, una strepitosa insegna…. Oh! la vedo già dinanzi a me come se fosse fatta: un metro di altezza su quattro di lunghezza: in essa una dozzina d'amorini, più, due dozzine, anche più, tre, quattro se occorre…. d'amorini nudi e belli come il sole. L'uno porterà una scattola di pepe, l'altro un pane di zuccaro, il terzo cioccolato, il quarto caffè, un quinto un mazzo di candele, un sesto una matassa di cotone e via dicendo…. Sarà un'opera bella, stupenda, sublime, grandiosa. Glie la mando al fin del mese come omaggio di capo d'anno. Ei la fa appiccare sopra la porta del suo fondaco. Tutto il quartiere ne va in rivoluzione: un'ammirazione universale. Ogni giorno si fa un'assembramento in istrada di entusiastici spettatori col muso in aria; e la bottega non si vuota più di gente che vuol procacciarsi l'onore di comperare all'insegna degli amorini. Chi è l'autore di quel capo lavoro? domandano tutti. Antonio Vanardi: risponde la fama. Le commissioni fioccano nel mio studio, e dietro queste i denari e la gloria. Intanto mio padrino, commosso, lusingato, avvantaggiato da questo mio successo, mi spalanca le sue braccia e la sua cassa, e….
—E tu sei un matto da legare: interruppe con impeto Rosina.
—Perchè matto? Perchè vuoi gettare un secchio d'acqua sulla fiamma suscitata dal mio entusiasmo d'ispirazione?
—L'entusiasmo non ti darà i denari che bisogneranno per comprare solamente i colori che ti occorrerebbero….
—Ah! questo è vero: disse Antonio raumiliato, grattandosi il capo.
—E d'altronde, continuava Rosina, ancorchè tu riuscissi a fare questa insegna, tuo zio la caccerebbe sul fuoco e farebbe assai bene; e non ti darebbe mai un soldo, nè più nè meno di quello che ha fatto fin adesso…. Ah! se tu volessi, lo saprei ben io un mezzo possibile di salvarci pel momento… Ma tu sei così strano, così incaponito in certi punti…
—Incaponito? Niente affatto… Suggeriscimi soltanto un mezzo conveniente, e vedrai. Se tu dunque hai un rimedio, fuori Rosina, e quando la sia cosa che io possa fare onestamente, mi ci metterò con testa e braccia e gambe, e tutto quanto.
—Se tuo zio è un uomo senza briciolo di pietà, e ci son bene ancora nel mondo certe sante persone che hanno carità pel povero prossimo…
—Buono! interruppe Antonio, crollando egli a sua volta le spalle. La carità del prossimo a questi lumi di luna!—Eh sì, valla a cercare.
—Lasciami dire in tua buon'ora, benedett'uomo che tu sei!… C'è una degna signora… o che? una marchesa in sul sodo… To', la dimora giusto qui vicino, nel palazzo qui accosto alla casa del signor Marone, il primo a man destra andando fuori.
—Eh, so bene chi vuoi dire…
—Sì, neh?… Mi dissero che il suo appartamento, lì al primo piano nobile, è tutt'oro dal pavimento al soffitto… Ebbene quell'eccellente signorona… la è vecchia ed impotente e non può più andare attorno che in un carruccio che si fa spingere da un bell'uomo più alto di te di tutta la testa, con una gran bella barba nera, e quando esce, con un gran bell'abito di color verde ricamato in oro e una bella sciabolona al fianco e un bel cappello montato a piume che pare un generale e che chiamano il cacciatore—l'uomo non il cappello…
—Oh! un bel coso…
—Bello sicuro… E quando la marchesa e' l'ha messa di peso nella carrozza, come io faccio di Carlinuccio per metterlo nella culla, e' sale di dietro su quel trespolino, e vi sta ritto, impettito, che vi fa la più bella vista del mondo. E che le male lingue gliene appiccan di sonagli, e di costei e di colei, e della moglie dell'oste, e della figlia del salumaio, e…
—Va bene, va bene: interruppe Vanardi; ma che ci avrei da fare io colla signora marchesa e col suo cacciatore?
—Sta a sentire. Ella fa carità a tutta la gente che a lei ricorre, e non v'è poveretto che entri colà dentro, il quale non esca con una bella manciata di denari… Se tu vestissi il tuo soprabito color marrone… il solo che te ne resta… e te le presentassi…
Antonio fece una smorfia.
—E che ti frulla adesso? Vorresti ch'io n'andassi a domandar l'elemosina? Piuttosto, piuttosto…
—Uh! uh! Ecco lì il superbioso!… Piuttosto lasciar schiattar moglie e figliuoli di fame neh?.. Di' che non vuoi far proprio nulla e che ti aspetti da neghittoso che ti piova la manna sulla bocca…
—Fa il piacere Rosina; non suonarmi di questo strumento, non sono fatto per codeste umiliazioni io. M'acconcerei prima a pormi sulla cantonata con una gerla sulle spalle; to', vedi quel che ti dico.
—Ed io ti ripeto che sei un basoso con delle scioccherie e dei fumi, null'altro… Oppure, se te ne paresse meglio, in faccia a noi, al secondo piano, dove vi sono quelle finestre sempre colle tendine sì accuratamente tirate ai cristalli, ci sta quell'uomo… quel grand'uomo… sai bene!… quel brutto, grosso, col capo insaccato nelle spalle, colla pelle del color del prosciutto… Ah! per brutto egli lo è daddovero… che lo chiamano fil… fal… fila… filo… com'è che si dice?… filanpetro…
—Filantropo.
—Giusto. Il quale vuole non ci sia più della povera gente, e che se badassero a lui tutti mangerebbero beccafichi, e che scrive giù un giornale, ma di quelli! su cui dice chiaro e tondo il con e il ron delle cose, come sono i signori che affamano i poveri diavoli, e che si dovrebbe…
—Rosina! Dove diavolo sei andata a pescare tutte queste fandonie?
—Gli è messer Agapito che mi ha detto…
—Ah! gli è quel caro signor Agapito! Ma e' ci viene dunque sempre in casa mia?
—Per sua bontà, tutti i giorni: egli era qui poc'anzi, prima che tu tornassi. Ed è stato lui a consigliarmi di ricorrere dalla signora marchesa o da quel signore… come si chiama? Lo speziale aggiunse che quest'ultimo fa benissimo il suo interesse parlando e scrivendo sempre di quel d'altrui: ma tu sai che quel caro uomo è un po' maldicente…
—Un po'!… Cospetto! È la mormorazione fatta uomo… Ma quel caro messer dovrebbe piuttosto pensare a pagarmi l'opera mia. Non ti ha mai detto nulla a questo proposito?
—Sì… Me ne parlava ancora questa mattina.
—Ah! E che diceva egli?
—Che avendogli tu dipinto quel suo ipocrita…
—Ippocrate.
—Sì: Iporcate e Baleno, egli ci avrebbe sempre gratuitamente resi i suoi servizi…
—I suoi servizi!… Eh! me ne infischio io de' suoi servizi… Poichè la va così, corro giù tosto e mi spiego aperto con esso lui…
In questa un discreto picchiare all'uscio li fece stare entrambi.
—O mio Dio, ch'egli è il padrone di casa: disse Rosina allibita.
—Diavolo! diavolo! sclamò Antonio grattandosi con furore il capo.
E dal di fuori si tornava a picchiare, ed una voce dolcereccia cacciava dentro pel buco della toppa queste parole:
—Aprite: son io.
—Gli è proprio lui. Mi vien voglia di rispondergli che in casa non c'è nessuno.
IV.
Antonio fece forza per darsi un contegno tranquillo ed un fermo aspetto, e si mosse per andare ad aprire. Ma egli era appena venuto fuori dal paravento che spartiva la stanza, quando il signor Marone, trovato l'uscio chiuso soltanto col saliscendi, aveva levata la stanghetta, sospinto il battente ed entrava dicendo:
—È permesso? Si può? Scusino.
—Oh, signor Marone! esclamò Antonio inchinandosi con tutta la mostra della civiltà. Sia il benvenuto; la riverisco.
Anche Rosina si levò da sedere, mosse incontro al nuovo arrivato e gli fece una bella riverenza, dicendo con un bel sorriso:
—Serva sua.
Marone si avanzava con un risolino, che voleva essere grazioso, alle labbra. Era grande e grosso come un facchino, e vestiva da sacristano: sulla sua feccia da villan rifatto voleva mettervi a forza qualche cosa di umile, di piacevole, di benigno, e non riusciva che ad una smorfia; teneva gli occhi abitualmente rivolti a terra, ma li alzava spesso verso il cielo. Le mani che ora tenevano, l'una il cappello frusto e l'altra il bastone, soleva quasi sempre intrecciare insieme come fa chi prega; aveva una voce rauca e grossolana, ch'egli si provava a rendere mite e benevola; in poche parole portava l'aspetto d'un impostore, e il suo aspetto era la cosa più franca e veritiera che fosse in lui.
S'inoltrò nel camerone e oltrapassò la linea del paravento, mettendo così il piede nella parte più intima della dimora di quella famiglia e si fermò a pochi passi dalla tavola su cui Rosina alzandosi aveva gettato alla rinfusa i panni intorno a cui stava lavorando; piantò in terra la sua mazza, vi appoggiò su le due mani una accavallata all'altra, e fatti scorrere que' suoi occhi di talpa, quasi di furto, su Vanardi, su Rosina e sui tre ragazzi che si erano fermi in gruppo, il tozzo di pane in mano e gli occhi larghi, a guardare il nuovo venuto, disse con voce tutto dolciata:
—Buon giorno, miei cari. Lei sta bene, signora Rosina?
—Benone, grazie. Oh, quanto a salute non è quello che ci manca.
—E lei, signor Vanardi?
—Benonissimo; e se si potesse batter moneta coll'appetito vorrei anch'io diventar proprietario di casa.
Marone fece una risatina falsa come una filza di perle di vetro.
—Ah, ah, ah! sempre di buon umore lei!.. Le auguro che continui…. Sì, le auguro che coll'aiuto della Provvidenza e della santa Vergine (ed alzò gli occhi al lucernario) lei e la sua famiglia possano sempre star nella grazia di Dio… Eh, eh! siamo presto al Natale ed alla fine dell'anno.
—Ci abbiamo ancora quindici giorni… disse timidamente Antonio.
—Che cosa sono quindici giorni? La vede come passa il tempo!… Sembra la settimana scorsa soltanto che l'anno è incominciato, ed eccoci già invece all'anno nuovo.
—Questo è vero.
—Dunque, buone feste e buon fine e buon principio.
—Grazie mille: rispose Antonio. Ed altrettanto a lei, signor mio, che il Cielo le mandi ogni sorta di bene.
E Rosina a soggiungere colla vivacità della sua parlantina:
—Sì, certo; quantunque lei non ne abbia bisogno, che lei è un signorone che ne ha di ogni grazia di Dio a bizzeffe…
—Cioè, cioè: interruppe Marone sorridendo, scotendo il capo ed agitando la mano; non bisogna credere tutto quello che dice il mondo delle mie fortune. Anch'io, benedetta la pazienza! ho i miei impicci… Non mi lamento già!! Curvo rassegnato il capo ai decreti della Provvidenza; ma anche per me questi sono cattivi tempi. La ricchezza vera e sola di cui posso vantarmi è una pura coscienza.
—Pura come l'acqua sporca: pensò Vanardi fra sè gettando un'occhiata impaziente e quasi indispettita sulla faccia ipocrita del padrone di casa.
—La coscienza è una bella cosa, ripigliava la Rosina, ma dei buoni redditi sicuri, come sono i suoi, non guastano la vita… Anche noi abbiamo la coscienza netta, come abbiamo ancora di tutt'oggi lo stomaco che non ha fatto colazione, ma ciò non basta a farci bollire la pignatta, noi che si manca di tutto e si stenta maledettamente la vita, sa!
Marone si pose a tossir forte, trasse di tasca il moccichino e si purgò il naso rumorosamente.
—Ehm! ehm! diss'egli poi ripiegando accuratamente il fazzoletto e rimettendolo in saccoccia: questi loro cari ragazzi son vispi come pesci nell'acqua. Gli è un piacere il vederli.
I fanciulli stavano sempre guardandolo curiosamente come una bestia rara. La mamma prese il più grandicello per un braccio, e tirandolo via di lì disse loro con accento proverbiante:
—Oh! volete levarvi dai piedi della gente, scioccherelli?
—Li lasci, li lasci, madama, la prego…
—Ma no, ma no… Venga avanti, signor Marone… La favorisca, s'accomodi… Antonio, porgi una sedia al signor Marone… che benedetto uomo! Tu stai lì interito come un piuolo. Vedi che l'è ancora rovesciata per terra la sedia che que' mariuoli hanno finito di rompere… Ah, che demonii, sa, signor Marone! Roba da diventar matti… Mi fracassan tutto qui dentro… Bisogna sempre aver la voce sugli acuti a gridare… E il loro padre che non sa farsene ubbidire!… Ecco qui una seggiola buona… voglio dire che non è sconquassata come le altre… Di grazia, la si accomodi un pochino. Vanardi, su via, muoviti; piglia il cappello e la canna del signor Marone.
—Grazie, grazie, non occorre: diceva il padrone di casa volendosene schermire; ma la Rosina s'era già precipitata sul cappello e glie lo levava a forza di mano, ed Antonio, seguendone l'esempio, s'impadroniva della mazza.
Il signor Marone sedeva, intrecciava le dita delle mani sulle sue ginocchia, si metteva a far girare i pollici, e con voce ancora più mansueta, e con aspetto ancora più benigno, guardando ostinatamente la punta dei suoi grossi scarponi, riprese a dire:
—Stamattina ho avuto il piacere d'incontrare la signora Rosina…
—Sì, signore, disse questa sollecita: andavo a fare una commissione, e se la vuol sapere, andavo a cercar del lavoro. Mi avevano detto che la sarta, la quale abita costaggiù alla seconda cantonata, cercava delle cucitrici; e siccome io, non fo per dire, ma coll'ago e il refe in mano sfido qualunque siasi ad avere un punto più sollecito e più fino e più eguale, sono andata ad esibirmi… Eh sì! la mi ha detto che ne aveva già due di troppo di operaie…
Marone trasse un sospiro e levò gli occhi al soffitto.
—Il lavoro manca per tutti, e non ci furono mai tante miserie come a questo tempo. La Provvidenza ci vuol punire tutti quanti dei nostri peccati, delle nostre empietà, della guerra sacrilega che facciamo alla Chiesa ed al clero.
Chinò il capo in aria tutto compunta, appoggiò le mani incrociate al petto curvo, e parve recitare una giaculatoria.
Antonio si morse i baffi per fermare sulle sue labbra le parole insolenti che avevano una matta voglia di venirne fuori.
—Ah, sì, disse la Rosina, ci sono molte miserie nel mondo, e non vi fu mai bisogno come ora che si eserciti la carità del prossimo.
Il padrone di casa fece un cenno affermativo col capo e colle mani, per significare che approvava vivamente quel che diceva la Rosina.
E questa continuava:
—E per fortuna ce n'è ancora di carità nel mondo.
—Dica per grazia di Dio.
—Come vuole… Di parecchie persone misericordiose si trovano in questa nostra città.
Marone strinse le spalle, allargò le braccia e mandò un'esclamazione, come per dire:
—Eh via, qualche cosa c'è pure, ma dovrebbe esserci di meglio.
—E tra queste persone dobbiamo contare anche lei, signor Marone.
Questi fece colle mani il moto vivace di chi respinge un vistoso dono che gli si offra, e con un calore di modestia ammirabile, esclamò:
—Oh, che cosa dice?… Io non sono nulla, e pur troppo non posso far nulla… Certo tutte quelle buone opere che mi si presentano da fare io non le trascuro. Posso dirmi con nobile orgoglio che qualche cosa di bene si deve pure alla meschina opera mia… La congregazione di Santa Filomena, se non fosse di me, non camminerebbe forse con tanta prosperità… Ma che cosa dico? Oh buon Gesù! Ecco che io commetto un peccato d'orgoglio.
—Eh! i suoi meriti sono conosciuti… Poc'anzi che l'ho trovato sulla porta della marchesa di Campidoro, sono certa ch'ella andava da questa brava signora per qualche opera buona.
—Sì, appunto: rispose Marone; per alcuni bisogni della nostra congregazione, di cui la marchesa è una delle socie più benemerite e generose.
—È dunque proprio vero che la vecchia marchesa è caritatevole come non si può essere di meglio?
—Se è vero? esclamò il proprietario levando le mani in atto d'ammirazione. Val quanto dire che quella donna è la carità in persona.
Rosina lanciò un'occhiata d'intelligenza a suo marito, con cui voleva dire:
—Vedi s'io t'ho parlato giusto!
Marone continuava con entusiasmo:
—È il miglior sostegno della nostra pia congregazione. Quando nasce qualche bisogno straordinario, a cui non so come parare, io vado tosto dalla marchesa; sono sicuro di uscirne sempre con quel che mi occorre.
—E quali sono le opere di carità che specialmente compie questa loro pia congregazione? domandò Antonio.
Il padrone di casa levò su il capo con mossa imponente e rispose con enfasi:
—Le migliori che si possano immaginare. Noi compriamo quanto più ci viene fatto di figliuole di mori, le facciamo battezzare ed allevare nella nostra santa religione… Noi non ci occupiamo che delle ragazze; dei maschi si dà pensiero una società sorella, quella di S. Primitivo; e così ogni anno sono delle belle dozzine di anime che noi abbiamo la viva e pura soddisfazione d'aver rapito al demonio e avviate per la strada del paradiso.
—Se non si perdono cammin facendo! disse Antonio, che fece una smorfia la quale indicava come non provasse un soverchio entusiasmo per questa bella impresa. La cosa è certamente degna d'encomio, soggiunse egli diffatti, ma mi sembra che senza andarle a cercar tanto lontano ci sarebbero delle opere di carità non meno e forse più interessanti da eseguirsi qui in paese… Non diceva ella medesima poco fa che mai non ci furono tante miserie come a questo tempo? Pare a me che prima d'occuparsi dei figliuoli dei mori si potrebbe pensare ai figliuoli dei cristiani che muoiono di fame.
Marone volse al pittore uno sguardo di freddo rimprovero e quasi di sprezzo.
—Nulla è più meritevole e più degno che togliere un'anima dagli artigli di Satanasso: la carità che vi concede qualche bene materiale, passeggero, che cos'è appetto a quella che vi apre la felicità sempiterna?
Il pittore avrebbe pure avuto ancora qualche piccola osservazioncella da fare; ma la moglie che voleva ad ogni modo abbonire il padrone di casa, disse ella per la prima:
—Questo è vero; lei ha perfettamente ragione…. Del resto si può anche fare una cosa e l'altra…. Mi dicono per esempio, che la signora marchesa di Campidoro non trascura di soccorrere anche le miserie dei poverelli di qua.
—Sì, rispose Marone masticando: la è una brava signora piena di buone intenzioni, e di denari la ne spende assai ed assai in elemosine…. Non sempre forse i frutti che ne ottiene corrispondono all'entità delle somme…. Poveretta! La se ne lascia mangiare di belli dal terzo e dal quarto.
—E forse più che da tutti, da quel bell'uomo del suo cacciatore; disse Rosina che non poteva tener la lingua a segno.
—Lei vuol dire Grisostomo? rispose Marone, chinando gli occhi sulla punta delle sue scarpe. Oh, quello è un brav'uomo che non c'è nulla da dire…. Se non avesse altri intorno che lui!… Ma ha trovato modo di ficcarlesi eziandio alle costole un certo tale, un sedicente filosofo, un umanitario: quel signor Salicotto che abita costà davanti alla mia casa, un empio che con bei discorsi e declamazioni d'una falsa filosofia cerca staccar le anime dalla vera religione e tira l'acqua al suo mulino; ma spero che coll'aiuto di quel sant'uomo del curato e di Grisostomo stesso apriremo gli occhi a quella brava signora e la libereremo da questo insidiatore…. Ma veniamo a noi. La cagione della mia venuta, loro la possono indovinare. A queste stagioni, io amo andare a vedere io stesso i miei inquilini. Passo da tutti, e porto meco per ciascuno la sua quietanza di pigione bella e fatta. Ecco qui la sua, signor Vanardi.
Trasse di tasca un portafogli, l'aprì, ne levò una carta, e, spiegatala, la porse al pittore a fargliela vedere.
—Come! già la quitanza? disse Antonio arruffandosi i peli della barba. Ma non è ancora scaduto il semestre.
—Non vi ha più che quindici giorni…. E loro d'altronde mi devono ancora il precedente.
—Questo è vero.
—Poco fa mi ha promesso lei medesimo di pagarmi in questa settimana.
—Anche questo è vero.
—Ed ecco dunque la ricevuta.
—Sì, signore: disse Vanardi puntando le due braccia alla tavola: tutto ciò va bene che non fa pure una grinza.
—Ella dunque mi fa il piacere di rimettermi la somma ed io lascio qui la ricevuta già firmata.
Antonio chiamava alla riscossa tutto il suo coraggio. Rosina si pose ad andare e venire con agitazione per la stanca, fingendo riporre delle robe e dar sesto alla casa.
—Andrebbe tutto a meraviglia, saltò su dopo un poco il povero pittore, s'io davvero le potessi pagare adesso adesso quella somma, ma essendo che pel momento proprio non lo posso, non credo che lei voglia lasciarmi lo stesso quella quitanza in sì buona regola.
Marone gettò di sbieco uno sguardo ratto sul suo interlocutore ed atteggiò le labbra al suo solito falso sorriso.
—Ah, ah! la vuole scherzare, signor Vanardi.
—Scherzare! esclamò accostandosi vivamente Rosina, a cui pareva già d'aver taciuto assai troppo.
Ma il marito le fe' cenno colla mano stesse cheta e lasciasse parlar lui: ed essa, per quella volta, fece il miracolo d'obbedire.
—No, pregiatissimo signor Marone, rispose Antonio: non ischerzo niente affatto. Quei denari non li ho, e non so donde andarli a stampare…. là!
Il padrone di casa gettò intorno a sè degli sguardi irrequieti.
—La dice daddovero?
—Daddoverissimo.
—Non può procacciarseli in nessun modo?
—In nissunissimo.
—Corbezzoli!
Marone si alzò con una fisonomia severa come quella d'un giudice convinto della colpa del reo e andò lentamente verso la tavola a prendersi il cappello e il bastone.
—Allora, diss'egli trascinando le parole e ripetendole come per farle penetrar più addentro nell'animo degli ascoltatori, allora… io sarò costretto… sì sono costretto… valermi dei mezzi che mi dà la legge… di tutti i mezzi che mi dà la legge.
Rosina, che non poteva più stare alle mosse, gli si piantò dinanzi colle mani in sui fianchi: