LA
PLEBE

ROMANZO SOCIALE

DI

VITTORIO BERSEZIO


PARTE SECONDA


PROPRIETÀ LETTERARIA

TORINO,
PRESSO GIUS. FAVALE E COMP., EDITORI
1867.

PARTE SECONDA.

I Ricchi.

CAPITOLO I.

Ad un lembo estremo della città, verso il fiume, delle cui acque si serviva per forza motrice, siedeva la fiorente officina di lavori di ferro dei signori Giacomo Benda e comp.

Verso la strada, fiancheggiata dai viali di olmi che cingevano da ogni parte Torino, sorgeva la casa in cui abitavano la famiglia del principale ed alcuni dei primi capi-officina, de' quali due erano a parte, secondo una certa misura, nei guadagni dell'impresa.

Attraversato un cortile, nel cui mezzo eravi uno strato di erba ed alcuni alberi che nella bella stagione rallegravan la vista col verde delle loro fronde, trovavasi il vasto, oblungo, affumicato casamento in cui erano le varie officine che tutto il giorno mandavano per gli alti camini il denso fumo del coke e per le numerose e larghe finestrone l'incessante rumore del lavoro.

Alla destra di questo cortile stavano le rimesse ampie e ben costrutte, dove, insieme con i diversi carri necessari allo stabilimento pel trasporto delle merci, eranvi pure una modesta ma comoda carrozza per la famiglia, un elegante tilbury, che il ricco industriale aveva regalato al suo figliuolo avvocato, unico di maschi, ed una tromba idraulica, opportuna cautela pei casi d'incendio.

Di faccia si trovavano le scuderie, nelle quali, oltre i cavalli forti e robusti da attaccarsi ai carri di trasporto, facevano bella mostra di sè colle loro fine e svelte forme alcuni cavalli di prezzo che servivano al giovane avvocato da sella e pel tilbury.

Per ora non esamineremo la officina. Mentre noi ci intromettiamo in questi locali sono presto le quattro mattutine di una fredda notte d'inverno, in cui lenta ed abbondante fiocca sopra Torino la neve. Il casamento dei laboratorii dorme, per dir così, in una compiuta oscurità sotto la guardia di due mastini che, abbaiando ad ogni menomo rumore, girano per la neve, la quale copre il selciato del cortile. Avremo forse occasione di entrare colà dentro di poi per andarvi ad assistere ad alcune delle scene del nostro racconto.

Anche la casa di abitazione della famiglia Benda è avvolta nell'oscurità, eccetto che due fiochi raggi di luce filtrano da due finestre, trammezzo alle imposte rabbattute. Una di queste finestre è al pian terreno presso al portone, ed è quella della stanza del portinaio; l'altra è al piano superiore verso l'angolo della casa, a destra di chi vi accede.

Un giovane di belle forme avviluppato in un pastrano impellicciato viene pel viale verso la casa di cui ho detto. La sua andatura dinota in lui un forte turbamento morale. Ora cammina a passi speditissimi, come uomo cui preme giungere dov'è diretto; ora invece il suo piede si rallenta come di chi si reca in alcun luogo di troppo mala voglia; ed ora si arresta del tutto tenendo le scarpine lucide da ballo, di cui è calzato, nella fredda umidità della neve senza punto badarci. Tronche parole ed esclamazioni gli escono tratto tratto dalle labbra frementi, a dinotare come una qualche soverchia passione gli occupi l'animo; e gesti violenti, quasi di minaccia, accompagnano le sue voci interrotte.

A seconda che egli si veniva avvicinando alla casa, le esitazioni parevano crescere. Chi gli fosse stato presso avrebbe potuto udirlo ad un punto pronunziare le seguenti parole, fissando il suo sguardo sulla casa che oramai gli si mostrava distintamente, anche nello scuro di quella notte invernale, fra le roste assecchite degli alberi:

— Potessi rientrare senza che mia madre mi udisse! Con qual fronte vederla? Come avere il coraggio di darle tranquillamente il saluto ed il bacio? Essa certo mi leggerà nel viso il mio turbamento; e che cosa dirle? Povera madre mia! Se sapesse la verità!.... E se mai domani mi succedesse disgrazia!....

Si fermò sui due piedi, sentendo la sua passione, che era un complesso di varii sentimenti, tutta fondersi in una potente commozione che gli mandava le lagrime agli occhi.

— Ella mi ama tanto!.... Ed anche mio padre!... Ah, se voglio aver coraggio, bisogna che non li veda.....

In quella vennero a ferirgli lo sguardo i due raggi di luce che partivano dalle finestre che ho detto.

Egli fissò i suoi occhi rimbamboliti su quella del primo piano, con una espressione d'immenso affetto. Era la finestra della camera di sua madre.

— La mi aspetta come sempre!.... S'io non sono rientrato in casa, la buona mamma non può riposar tranquilla..... E s'io non avessi da rientrar più mai?!...

Un brivido gli corse per tutto il corpo; stette un poco immobile ove si trovava, come senza risoluzione di sorta; poi si passò le mani sulla faccia quasi per condurre l'usata calma sui suoi lineamenti conturbati, e disse seco stesso:

— Andiamo; farò di tutto per non farmi sentire, e s'ella pure mi ode, allora, viso fermo, e metterò l'espressione della mia fisionomia in conto della stanchezza, del sonno e d'una leggiera indisposizione.

Camminò risolutamente verso la casa; giunto al portone, trasse fuori di tasca la chiave ed aprì con ogni maggior cautela per non far rumore, quindi per lo sportello s'intromise chetamente; ma i cani abbaiarono ed il portiere che vegliava si mosse.

— Chi va là? Gridò egli con voce stentorea dall'interno della sua stanza che si trovava a destra del portone, e tosto dopo la sua grande e grossa persona comparve sul passo dell'uscio, tutto avvolta in un vecchio, lungo pastranone, con una lucerna da una mano ed un buon randello dall'altra.

— Zitto Bastiano: disse il giovane entrato, nel riconoscere il quale i cani già si erano acchetati e gli facevano festa; non far rumore, sono io.

— Che? Gli è Lei sor avvocato? A piedi e tutto solo! E la carrozza?

— Ah! la carrozza..... Esclamò il giovane, come ricordandosi allora di cosa che avesse affatto dimenticata. L'ho lasciata là in piazza ad aspettarmi. Avevo bisogno di prender aria, e son venuto a piedi.

— Biagio non sa dunque niente ch'Ella sia qui?... Ed è capace di star là fino a mezzogiorno.

— È vero..... Povero Biagio! Disse il giovane con tono di rincrescimento. Sì che la notte è fredda! Non ci ho pensato..... Vuoi farmi un piacere Bastiano?

— Comandi.

— Corri in Piazza S. Carlo e cerca di quel povero diavolo: digli come io sia già rientrato e fallo venire a casa.

— Subito.

— Mi rincresce farti prendere questo freddo...

— Che? La mi burla. Tanto tanto ero deciso di star su tutta notte per aspettar che la carrozza rientrasse affine di aprire il portone. Correrò per la strada e mi scalderà ancor di più che non a stare accoccolato presso il mio caminetto.

— Da bravo!... E per iscalducciarti di meglio, to' qualche cosa da berne un bicchierino.

Pose in mano del portinaio che riluttava un bello scudo d'argento.

— Ma no: esclamava Bastiano. Si figuri se gli occorre, sor Francesco.... Sor avvocato, voglio dire.

— Chiamami pure semplicemente Francesco; mi è più caro.....

— O sor Francesco, o sor avvocato, per Lei, come per tutta la sua famiglia, già lo sa, io mi getterei nel fuoco al menomo cenno, altro che andare a scalpitare un po' di neve.....

E voleva respingere ancora la moneta che il padroncino lo costrinse a ritenere.

— Come la vuole, e grazie mille. Vado a farle lume su per la scala e poi corro laggiù.

— Vai, vai pure. Io monterò su per la scaletta piano piano, e su nella stanza di passaggio troverò preparato lume e zolfini.

Il portinaio entrò nella sua loggia, depose la lanterna, si calcò in testa un cappellaccio e tirato su il bavero del suo pastranone, una pipa accesa in bocca, il suo buon randello in mano, uscì del portone e chiuso dietro sè lo sportello con un colpo che rimbombò per tutta la casa.

— Il grossolano! Borbottò fra i denti Francesco, che con passo leggerissimo saliva su della scaletta di servizio, cercando di fare il meno rumore che si potesse. Se mia madre non mi avesse udito entrare, ecco che questo fracasso la mette in sull'avviso, od almeno nella curiosità di sapere chi sia venuto. Come fare a sottrarmi alla sua vista?

Seguitò a salire colle stesse cautele. Quando fu sul pianerottolo, benchè fosse scuro, andò, pratico qual egli era, ad una mensola appoggiata alla parete in un angolo, e vi prese il lume che si trovava colà preparato secondo suo ordine, non volendo egli che nessuno dei servi stesse a vegliare per lui. Ma nel punto ch'egli era per soffregare il fiammifero, udì nell'interno dell'appartamento una porta e poi un'altra, che s'aprivano pianamente, e un passo lievissimo che veniva a quella volta. Il sangue gli diede un rimescolo.

— Ecco mia madre! Diss'egli restando lì collo zolfino dall'una mano e colla candela dall'altra, senza più muovere.

Pensò di fuggirsene cheto cheto allo scuro per non lasciarsi cogliere a quel posto; ma poi subito avvisò che la madre, poichè dubitava che fosse il figliuolo quello che era entrato, sarebbe andata a cercare di lui anche nelle camere che gli servivano da quartiere. E poi, ove anche si fosse allora sottratto alla vista di lei, la povera madre, credendolo non ancora venuto, avrebbe continuato a vegliare aspettandolo, e quando la carrozza sarebbe giunta che inquietudine per essa a sapere che la era tornata vuota, che il figliuolo avrebbe già dovuto essere in casa, ed ella non l'aveva visto, ed egli non erasi recato, come n'aveva l'abitudine, a darle il bacio del ritorno! Decise di affrontare il pericolo. L'uscio da cui s'era sentito venire il rumore di passi, prima che Francesco avesse acceso il lume, si aprì, e comparve una donna che recava un candeliere. Ma, non avendo essa riparata colla mano la fiammella della candela, il buffo dell'aria fredda che dal pianerottolo, per il battente aperto, si gettò nell'appartamento, glie la spense nell'atto medesimo che la donna si affacciava all'uscio.

In quel fugacissimo istante in cui la candela accesa aveva gettato il suo chiarore nel pianerottolo, prima di spegnersi, la madre aveva travisto dritta in mezzo alla stanza l'ombra d'un uomo. Camminò verso quella parte colle mani tese innanzi a sè, come per afferrare quella diletta persona.

— Sei tu Francesco? Diss'ella.

Il giovane esitò un momentino. Si rallegrò quasi che intanto la madre non potesse scorgerne subito i tratti del viso, e stette un poco per preparare la sua voce ad una calma tale che nulla nulla lasciasse sospettare.

Ma la donna non ottenendo così tosto risposta, ridomandò più sollecita ancora:

— Sei tu?

Francesco si sforzò di dare alla sua voce un accento scherzoso:

— No, mamma, non sono io, sono un ladro.

La madre era arrivata a toccarne i panni. Lo strinse fra le sue braccia e lo baciò con ardore:

— Cattivo! Diss'ella. Ve' come sei tutto bagnato, e come son fredde le tue guancie!.... Ora capisco perchè non ho sentito entrar la carrozza. Tu sei venuto a piedi? Ma che pazzia la è codesta! A rischio di pigliarti una costipazione....

— Oibò!.... Anzi uscendo dall'ambiente soffocante del ballo, avevo bisogno di prendere un po' d'aria.

— Baie! baie! Colà dentro un caldo da fondere e fuori un freddo da gelare.... Roba da restar lì proprio come un sorbetto!... Ed io che ti tengo qui in novelle, allo scuro ed all'aria ghiaccia della notte!... Vieni, vieni meco nella mia stanza che ci ho acceso un bel fuoco a cui potrai scaldarti. L'ho fatto accendere, il fuoco, anche nella tua camera, e ci sono andata io stessa parecchie volte a tenerlo su animato; ma poichè ti ho colto lì in sull'entrare, mi è più caro che tu venga a riscaldarti al mio camino. Ci ho costì una cuccuma di caffè che ti aspetta ed un pentolino di brodo: tu piglierai quello che più ti talenta.

E così dicendo, l'amorosa madre aveva preso per la mano il suo Francesco e l'aveva seco tratto nella propria camera, facendogli attraversare, prima un corridoio, poi una specie d'anticamera, quindi una stanza da mangiare ed una sala.

Nella camera da letto della madre splendeva entro il camino allegramente il fuoco vivace, e sopra un tavolino da lavoro, presso il camino medesimo, una lampada col coprilume mandava quel mite chiarore di cui alcuni raggi trapelando pei cristalli della finestra, erano stati visti da Francesco al di fuori.

Questa camera, chi sapesse osservarla, era tutta una manifestazione del carattere e delle condizioni di chi l'abitava. La ricchezza dei mobili e degli arredi cominciava per dire la prosperità delle fortune; ma l'assembramento di cose disparate e una certa mancanza di gusto nell'assortire le varie parti della masserizia, mostravano che l'abitudine di godere dei vantaggi e delle sontuosità della ricchezza non era da lungo tempo acquistata, non era uguale a quella di chi è nato in essa dopo varie generazioni di suoi maggiori che già ne fruivano, e si è allevato, come nel suo ambiente naturale, in mezzo agli sfarzi ed agli sbarbagli delle eleganze sociali. A canto a mobili di prezzo costosissimo, adorni di intarsiature di legni di valore e di fregi di bronzo dorato, vedevansi arnesi ed utensili di domestico uso, rozzi e volgari, un arcolaio, un aspo, una rocca sul filatoio con suvvi il pennecchio, una cesta comune di vimini con dentrovi pannolini alla rinfusa da cucire, un cuscinetto per lavoro da pochi quattrini, uno scaldino da piedi logoro e di forma antiquata; poi appiccata alla parete, sopra il letto, fra gli arazzi dell'elegante cortinaggio, l'incisione grossolana d'una immagine miracolosa di Madonna e un acquasantino di cristallo con una palma ed un rosario a grani di legno. Nella parete in faccia al letto, in una brillante cornice rindorata di fresco un ritratto d'uomo di età matura, che è quello del marito, ai due lati due altri ritratti d'un bambino e d'una bambina, che erano del figliuolo Francesco e della figliuola Maria quando ancora in età infantile. Questi ritratti lucevano di molto per vernice e colori, ma chiamarli opere d'arte era un adularli soverchiamente; pur tuttavia alla buona madre, che di arte non se ne intendeva e non si curava nulla, erano le cose più care del mondo. In questi oggetti era tutta rappresentata la storia di quella eccellente creatura: la storia e gli affetti. Questi si concentravano tutti nella famiglia, quella si contava in due parole.

Era nata nella povera, onestissima famiglia d'un impiegato. Doveva, pel decoro, tenere le apparenze da madamigella, ed era più povera d'un'operaia: portava il cappellino e la veste di mussolina la domenica, e molte volte non aveva nè anco pane asciutto a colezione. Non aveva imparato di nulla che importasse oltre i lavori femminili: nè storia, nè geografia, nè manco la propria lingua; appena era se sapeva scrivere senza troppo rispetto all'ortografia ed alla sintassi, ma aveva preso per due mesi lezioni di danza le quali non le avevano fatto imparare che a far la riverenza con tutte le regole dell'arte. Era però instancabile nel lavoro: tutti i punti di cucito che v'era da dare per la numerosa famiglia erano dati dalla sua mano alacre e sempre in moto; lei filare, lei far calze, lei stirare, lei rammendare, lei tutto. Era la più virtuosa delle ragazze senza spirito; e non era brutta. Si meritava la felice sorte d'un buon matrimonio, e l'azzardo, che non è sempre ingiusto, glie lo fece ottenere. Un amico comune mise in relazione la famiglia dell'impiegato e il signor Giacomo Benda, scapolo oramai in sulla maturanza degli anni, al quale l'età crescente cominciava a rendere uggiosa la vita da solo, faticoso il lavoro ed arida l'occupazione di guadagnar denaro soltanto per sè. Il signor Benda, non più giovane, ma non vecchio ancora, onestissimo e ricco, era il partito il più lusinghiero che potesse desiderarsi per madamigella Teresa e per la sua famiglia. Figuratevi se fu accettato! La fortunata madama Benda si trovò dall'oggi al domani ricca sfondolata; e non salì in superbia, e non si piacque dello spendere a capriccio e fuor di luogo, e non volle procurarsi tutti i sollazzi che dà il mondo in cambio di denari, sollazzi dai quali ella era stata scevra sino allora.

Fu madre, ed il marito e i due figliuoli (Francesco e Maria) che n'ebbe, occuparono tutto il suo cuore. Aveva presa l'abitudine di lavorar molto, e non la smise. Poteva servirsi dell'opera di quante fanti e mercenarie volesse; preferiva far tutto colle sue mani, e cuciva ancora, e stirava, e faceva calze, e filava persino, come prima. Le cose fatte da sè trovava meglio fatte ed erano più presto compite: ed aveva ogni ragione, e del suo parere erano anche gli altri, suo marito pel primo, al quale rincresceva sì alquanto di veder sua moglie lavorare come una proletaria o poco meno, e ne la rampognava di belle volte, ma che intanto non trovava mai le cose ammodo se donna Teresa non ci aveva posto mano. Aveva molta religione: la religione delle donnicciuole e degli animi pusilli è vero, la religione un po' idolatra delle minutezze del culto esteriore; ma anche in codesto le impedivano di essere gretta e intollerante, due cose: la profonda bontà dell'animo e l'amoroso rispetto che aveva pel marito un po' libero pensatore. Come aveva continuato a levarsi la mattina all'alba ed a lavorare della guisa che faceva quando era povera, così aveva continuato a prestare poca attenzione al suo vestire. Altrettanto ci teneva che la sua figliuola Maria fosse elegante, altrettanto si dava poco pensiero di sè; e doveva essere la figlia, o il figliuolo, o il marito a costringerla di vestire nelle volute circostanze secondo le condizioni della famiglia. Ora che ci viene innanzi, ella ci appare avvolta a bardosso d'una guarnacca scura, con suvvi un giaco di grosso panno ed al collo un fazzoletto di cotone male attorcigliato, così che, in vece della signora del luogo, uom la prenderebbe facilmente per l'ultima delle fanti della casa.

La signora Teresa, appena entrata in istanza, si affrettò a levare dalle spalle del figliuolo l'umido pastrano, e traendolo amorosamente verso una poltrona che si trovava in faccia al fuoco divampante, ve lo fece sedere.

— Costì: diss'ella, e rasciugati un po' i piedi a questa bella fiamma. Ve' che giudizio, per un tempaccio simile far sì lunga strada a piedi con di scarpe come queste, sottili come una pellicola d'aglio.

E Francesco di rimbalzo, sforzandosi sempre a parer gaio e scherzoso:

— E ve' da parte tua, mamma, che giudizio a star levata tutta notte a questa stagione, per che cosa? Per aspettare un figliuolo che non ha più i lattaiuoli e il quale s'è andato a divertire.

— Oh! io, la è un altro paio di maniche... Prima di tutto io non posso fare diversamente..... Che cosa varrebbe che mi mettessi a letto? Tanto e tanto nè potrei chiuder occhio, nè manco starmene ferma e tranquilla. Che cosa vuoi? Le son cose che le capisce soltanto una madre. Finchè tutti quelli della mia piccola famiglia, non sono rientrati nel nostro domestico tetto; finchè non li so tranquillamente coricati tutti, io non posso aver quiete. È una cosa puerile, assurda, tutto quello che vuoi; ma mille paure mi assalgono. Mi pare che qualche brutto avvenimento li può cogliere; che la disgrazia può approfittarsi di ciò che non siamo uniti per piombare addosso a quello che manca.

Queste parole della madre erano troppo corrispondenti alla verità del caso avvenuto a Francesco, cui egli voleva ad ogni patto nascondere alla povera donna, perchè il giovane non fosse assalito da una subita dolorosa emozione. Si volse in là per nascondere alla madre il turbamento della sua faccia, ma tanto non potè reprimere il suo affanno che un doloroso sospiro non gli uscisse dalle labbra.

Alla signora Teresa non isfuggì questo sospiro.

— Che cos'hai? diss'ella vivacemente, levando la testa e lo sguardo sul volto del figliuolo.

— Io?.... Nulla. Che cosa vuoi che abbia? Sono stanco, assonnato..... To', poichè vedo la cuccuma lì, prenderei volentieri un po' di caffè.

Il coprilume della lampada impediva che sul volto di Francesco percotesse tanta luce da distinguerne la pallidezza; poi la buona donna, volendo affrettarsi a soddisfare il desiderio del figliuolo, si precipitò verso il camino a mettere la polvere del caffè nella cuccuma in cui l'acqua bolliva. Per quella volta il giovane ottenne ancora il suo intento.

— Ti sei tu ben divertito a codesta festa? domandava intanto la madre, curva sul fuoco, curando che il caffè bollisse a dovere senza traboccar nelle ceneri.

— Sì, sì, molto: rispose Francesco, cercando sempre di dare alla voce il suo tono naturale.

— C'era molta gente, non è vero? E che lusso neh? Ci saranno state tutte le belle signore di Torino.

— Sicuro.... Una confusione di gente da non poter trovar luogo nè da stare, nè da respirare.

— A proposito di bellezze, c'era ella quella nobilissima signorina che fu compagna di Maria nel poco tempo che tua sorella stette nel convitto del Sacro Cuore, madamigella?... Com'è già che si chiama?

Francesco ebbe una lieve contrazione del viso che indicava quanto quella domanda lo turbasse: non ebbe forza a rispondere di subito. La madre, credendo che il figliuolo non avesse compreso di chi ella voleva parlare, si volse indietro del capo, mentre seguitava a star curva presso il fuoco e soggiunse:

— Sai bene quel fior di bellezza, la nipote del marchese di Baldissero?

Francesco fece uno sforzo su se medesimo, e rispose come se gli si parlasse d'una cosa indifferente.

— Sì, sì: madamigella Virginia di Castelletto. La ci era.... — Si fermò un istante e gli sfuggì un lieve sospiro, poi soggiunse: — .... E più bella che mai.

La madre si alzò colla caffettiera in mano, versò in una chicchera il liquido fumante, e messovi dentro lo zucchero, venne presso al giovane agitando il cucchiarino.

— To', Cecchino, e dimmi se l'ho saputo fare al solito secondo il tuo gusto.

— Eccellentissimo: disse il figliuolo, appena ne ebbe preso un sorso: eccellentissimo come sempre.

Bevette, poi rimise la tazza nelle mani della madre; mentre questa andò a riporla sopra la tavola di marmo d'una mensola, Francesco s'alzò da sedere, si passò la mano sulla fronte, ed afferrato il suo mantello, se lo gettò sull'avanbraccio sinistro.

— Addio mamma, diss'egli, mettiti a letto e fa di dormir bene.

— Vai già? Domandò la signora Teresa che, posata in fretta la tazza, si volse vivacemente verso il figliuolo.

— Sono stanco, ho bisogno di riposare ancor io.... Dàmmi un bacio, mamma.

Nel dire queste parole, la voce del giovane tremò un pochino. Teresa se ne accorse, fe' rattamente saltar via di sopra la lampada il coprilume e d'un balzo fu presso il figliuolo, le sue mani sulle spalle di lui, il volto innanzi al volto, gli occhi entro gli occhi. Vide allora il pallore di Francesco, vide i tratti accusare un turbamento interno che invano e' si sforzava nascondere, vide la nube di mestizia che ne copriva la bella fronte, ordinariamente così serena, seggio della sincerità.

— Tu hai qualche cosa, Francesco? Di certo t'è capitato alcun che? Oh che cos'hai?

Il giovane scosse il capo in segno negativo, non fidandosi abbastanza della fermezza della sua voce.

— Forse non ti senti bene?

Francesco avvisò che fra i motivi d'inquietudine per la buona madre, questo della salute era ancora minore d'assai di quello che sarebbe stato il conoscere la verità, e tostamente si decise di accettare la scappatoia che così gli veniva offerta.

— Gli è ciò: diss'egli. Non mi sento del tutto bene... Ma l'è una cosa da nulla, si affrettò a soggiungere. Il gran caldo di quelle sale, la luce soverchia, i profumi mi hanno dato un po' alla testa.

— Santa Madonna della Consolata! Esclamò la buona madre tutto già l'animo sottosopra. Ecco! Hai voluto venirne a piedi, ti sarai presa una costipazione.....

— Ma no, ma no...

— Ed io che invece di lasciarti andare subito a coricare ti tengo qui!... Presto presto che prendo lo scaldaletto e ti vado a metter sotto le coltri.

Il figliuolo volle dissentire, pregò la madre di rimanersi nella camera sua e di non farne nulla; ma ogni sua parola fu inutile, Teresa pose nello scaldaletto tutta la bragia che c'era nel suo camino, spinse Francesco nella camera ove dormiva, lo sollecitò aiutandolo a spogliarsi, e non lo lasciò più, finchè non lo vide colle coltri fin sopra le orecchie.

Prima di ritirarsi, e Francesco la pregava di andare a letto ancor essa senza ritardo, ch'egli si sentiva un gran sonno, Teresa depose un bacio amorosissimo sulla fronte del figliuolo, e gli disse:

— Dormi bene; se hai bisogno di qualche cosa, suona che io sarò qui subito.

— Sì, sì, grazie; ma non avrò bisogno di nulla. Dormi bene anche tu mamma. Fra poche ore sarò guarito.

La madre uscì su queste parole.

Francesco le tenne dietro collo sguardo pieno di amore, e quando essa ebbe chiuso l'uscio alle sue spalle il giovane sorse a sedere sul letto.

— Fra poche ore: diss'egli. Chi sa che cosa sarà di me?

Stette così un poco, immobile, sovrappreso dal tristo pensiero, poi sentendosi intirizzire dal freddo della notte, si riscosse, saltò giù dal letto ed acceso un lume si vestì di fretta. In quel punto rientrava la carrozza ch'egli aveva mandato a cercare dal portiere. Francesco guardò l'ora: erano le cinque meno un quarto.

— Ho più di due ore per provvedere alle mie cose: diss'egli.

Sedette alla sua scrivania e scrisse due lettere, una per suo padre, l'altra per la madre. S'interruppe assai volte nell'opera sotto l'assalto d'una profonda emozione. Chiese loro con calda supplicazione perdono del dolore che avrebbe cagionato, se egli fosse stato soccombente nel duello a cui stava per recarsi; il pensiero di questo dolore essergli amarissimo, disse, ed avrebbe egli in quel punto dato qualunque cosa per loro poterlo risparmiare, ma al triste passo essere indotto da ineluttabile necessità, a cui senza disdoro non avrebbe potuto sottrarsi: villanamente insultato da un prepotente, sarebbe stato indegno d'esser loro figliuolo, di portare il nome onorato di suo padre, se non avesse propulsato l'iniquo oltraggio. Nella lotta a cui stava per recarsi e cui certo avrebbero condannato i sentimenti religiosi di sua madre, evidentemente lo assisteva la ragione, e Iddio pietoso non l'avrebbe abbandonato.

Quando ebbe finite queste lettere rimase alquanto col capo reclinato e chiuso fra le palme delle mani, i gomiti appoggiati alla tavola. Una maggior tranquillità entrò in lui. Pensò che al cimento nè la sua mano, nè la sua voce non dovevano tremare; bagnò d'acqua fresca un tovagliolo e si inumidì la fronte e le tempia; si atteggiò innanzi allo specchio per provarci l'aspetto e le mosse che avrebbe dovuto avere in presenza dell'avversario; impugnò una pistola e tolse di mira l'immagine sua entro la lucida lastra, per avvezzarsi a guardar freddamente la bocca nera dell'arma rivolta minacciosamente verso la sua testa; poi sorrise di sè, gettò la pistola sul letto e passeggiò un poco per la stanza con piede riguardoso, a capo chino. Ad un punto gli parve udire un lieve rumore nelle camere vicine; il suo cuore gli fece indovinare ratto che cosa fosse; fu d'un balzo presso il lume e lo spense; poi stette immobile, trattenendo il fiato, ma col cuore che gli batteva. Era la buona madre inquieta, che veniva con passo leggiero ad origliare all'uscio se il diletto figliuolo dormisse. Teresa socchiuse la porta ed ascoltò attentamente un istante; non vide nulla nell'oscurità della stanza, non udì il menomo rumore; esitò un momento, vogliosa di accostarsi al letto del figliuolo e vederlo, timorosa di turbargli il sonno salutare; vinse il timore e la si allontanò chetamente come la era venuta.

— Quanto mi ama! Esclamò Francesco, giungendo le mani con un fervido accesso di riconoscenza. Povera madre mia!

Pochi momenti dopo il giovane vestì il pastrano, si pose in testa il cappello e pigliate le due lettere che aveva scritte, discese con passo guardingo nel cortile, passando per la medesima scaletta per cui era salito. Nell'officina, nelle scuderie, nella casa, tutto era ancora chiuso, scuro e muto. Francesco picchiò all'uscio della loggia del portiere e chiamò a voce contenuta ma vibrata:

— Bastiano!

Il grosso uomo che abbiamo già veduto non tardò a rispondere all'appello, e venne fuori avvolto nel suo pastranone.

— Fa il piacere, gli disse il giovane, apri lo sportello. Ci devono venire due amici a cercarmi e non voglio che abbiano a picchiare.

Bastiano obbedì senza la menoma osservazione, quantunque trovasse strana la venuta di visitatori sì mattinieri. Francesco fece avvivare il fuoco nella stanza del portinaio e sedutosi presso il camino stette aspettando. Il portiere notò la preoccupazione del giovane, ma non osò interrogarlo. Il sospetto però che qualche cosa di disaggradevole fosse avvenuto o minacciasse di avvenire al padroncino lo assalse. Suonavano le sette all'orologio dell'officina, quando una carrozza si fermò sul viale dirimpetto al portone della casa, e tosto dopo il dottor Quercia entrava nell'andito dove Bastiano, mandatovi dal padrone, stava col lume in mano per guidarlo nel camerino in cui Francesco aspettava.

Non ebbero ad attendere gran tempo che giunse correndo Giovanni Selva.

— Andiamo: disse Francesco alzandosi con risoluzione.

— Ho pensato di venire colla mia carrozza: disse Gian-Luigi; e credo che la ci può servire.

— Avete fatto benissimo.

I tre giovani uscirono. Bastiano era lì sul passo dell'uscio, col lume in mano, irrequieto, dubbioso, con ansiosa curiosità. Francesco, passandogli innanzi, prese a quel brav'uomo una mano e glie la strinse.

— Addio Bastiano: gli disse con accento in cui c'era più affetto che non nelle occasioni ordinarie.

Il vecchio e fidato servitore sentì un certo rimescolo, che gli parve un funesto presentimento. Volle parlare e non seppe che cosa dire; volle trattenere il padroncino e non osò; stette lì intento a guardarlo mentre attraversava le file degli alberi del viale e saliva coi suoi due compagni nella carrozza. Questa era già partita, e il buon Bastiano era ancora là piantato.

— Mah! Diss'egli poi togliendosi da quel luogo e crollando la testa: tutto ciò mi ha un'aria grandemente sospetta.

Una pallida luce incominciava a diffondersi pel grigiastro orizzonte e su per la campagna coperta di neve: questa cadeva tuttavia a lenti fiocchi e tutto era silenzioso come la tomba.

L'ombra d'un uomo, che nessuno aveva scorto, si staccò da una pianta dietro cui si nascondeva; fece alcuni passi sollecitamente per il viale, e mandò un fischio: due altre ombre si staccarono dai tronchi degli alberi, e vennero a raggiungere quella prima; queste due ultime avevano la montura di carabiniere.

— Al cimitero: disse vibratamente, con accento di comando, il primo di questi individui colà appiattati: correte.

I carabinieri non aspettarono altro, e presero la corsa nella direzione medesima per cui s'era avviata la carrozza.

E diffatti queste medesime parole — Al cimitero — aveva dette il dottor Quercia al cocchiere, salendo l'ultimo nel suo legno; poichè infatti colà era stato fissato il ritrovo ed il luogo pel duello che doveva aver luogo quella mattina fra il marchesino di Baldissero e l'avvocato Francesco Benda.

Quest'ultimo, in carrozza, affidò a Giovanni Selva le lettere che aveva preparate per suo padre e sua madre, da consegnarsi loro quando a lui toccasse la peggior sorte; Luigi Quercia diede alcune istruzioni ed ammonimenti a Francesco intorno al modo di governarsi sul terreno: e venti minuti non erano trascorsi da che avevano abbandonato la casa Benda, quando le grigie muraglie del Campo Santo e gli alti filari de' pioppi nudi di foglie apparvero agli occhi del dottore, che stava guardando traverso i cristalli.

— Ferma: gridò egli al cocchiere.

I tre giovani scesero di carrozza.

— Gli è qui che ci dobbiamo incontrare cogli avversarii; disse Quercia, mostrando il viale che conduce all'ingresso principale del Campo Santo. Siamo noi i primi al convegno, e non me ne dispiace.

Diffatti non c'era anima viva in quel luogo, e Francesco e i suoi padrini si diedero a passeggiare, aspettando, sulla neve che copriva tutta la strada.

CAPITOLO II.

Poco tempo dopo la uscita di Francesco, l'officina Benda era tutta in moto, e si svegliava altresì la casa del proprietario di essa. Gli operai avevano cominciato il lavoro, i tanti rumori delle diverse opere s'intrecciavano e si confondevano in un rumor solo, gli alti camini de' fornelli fumavano, le fiamme delle fucine si curvavano e strepitavano candidissime al vento de' mantici che soffiavano con pesante raucedine, la voce sonora d'alcuni lavoratori accompagnava col canto il batter de' martelli sulle incudini, e su tutto questo seguitava a cadere lenta lenta a larghe falde la neve.

Il signor Giacomo, il principale, secondo il solito è sceso un dei primi nell'officina a dare gli ordini opportuni, a curare l'avviamento de' lavori, a provvedere con intelligente prontezza intorno a quanto occorra per la mattinata. È un uomo che passa i sessant'anni, ma forte e robusto. La razza laboriosa e dura alle fatiche a cui appartiene, lo stampo dell'uomo nato pel lavoro manuale che fu quello dei suoi maggiori, si scorgono ancora in lui, mentre nel figliuolo, che ha il vantaggio di costituire già una terza generazione in quella famiglia di agiati, la cui ricchezza cominciò coll'opera dell'avolo, nel figliuolo, dico, quello stampo e l'indizio della razza di proletario sono quasi affatto scomparsi. Giacomo, giovane, lavorò ancora materialmente e indefessamente sotto la vigilanza di suo padre che non era stato tuttavia assalito dalla malattia moderna dell'ambizione di imbrancarsi ad una più alta sfera sociale che la sua non fosse. L'abitudine dell'operosità aveva in Giacomo lasciato svolgere molti de' germi fisici e morali della sua natura originaria d'operaio: nel figliuolo invece, l'educazione signorile e il frequentare la classe oziosa ed elegante, hanno con un ambiente diverso prodotto altri gusti, altre qualità, altre tendenze, quasi direi, altre forme esteriori altresì.

Giacomo è piuttosto basso di statura, grosso e tarchiato, ha una testa voluminosa, colla fronte bassa e quadrata, e con una folta ed arruffata capigliatura tutto grigia. Nel volto ha il colore acceso dei temperamenti sanguigni, e l'aria franca e decisa d'un'indole generosa e d'un carattere fermo; la forza della volontà gli si appalesa nello sguardo sicuro, nelle linee nette ma non dure della bocca facilmente dischiusa al riso. Cammina quasi sempre affrettato, come uomo spinto da premurose bisogne, le spalle rotonde, il passo pesante, le mani in tasca. Parla piuttosto volentieri, e, quando discorre della sua industria, come di cosa che conosce a perfezione, parla con una certa caldezza ed evidenza che non tornano disgradite; ma pur troppo non sa nulla più in là delle cose del suo mestiere, e discorsi di arte, letteratura e politica lo fanno sbadigliare. Veste ricchi panci senza affettazione, anzi senza eleganza affatto: e le sue mani corte, tozze, rugose, di color bruno, colle dita a punte quadrate, sono irreconciliabili nemiche coi guanti.

Quella mattina in cui Francesco andò a battersi col marchesino di Baldissero, adunque, il sig. Giacomo, fatta la sua solita comparsa e il suo solito giro nell'officina, attraversava il cortile per rientrarsene in casa, quando, alzato il viso vide dietro i cristalli d'una finestra l'allegra faccia color di rosa d'una fanciulla sorridergli amorosamente con cenno di saluto. Era sua figlia Maria, che, saltata giù allor allora dal letto, tutto arruffata ancora le sue abbondevoli chiome di color castano, veniva a contemplare il cader della neve coi suoi grandi occhioni neri pieni di dolcezza e di giovanile allegria. La sorella di Francesco non avrebbe potuto essere esaltata come un tipo di bellezza. Le irregolarità delle sue fattezze erano troppe in faccia alla severa esigenza delle regole estetiche. Nulla di men greco della sua fronte un po' sporgente, del suo naso capriccioso, della sua bocca troppo larga, de' suoi occhi troppo grandi; ma questa unione di difetti formava un complesso graziosissimo a vedersi, a cui davano una simpatica piacevolezza la liscia e rosata carnagione, il fiore della gioventù, un'espressione indicibile di lieto umore e di bontà. Maria era la vivacità incarnata della casa, e suo padre soleva chiamarla l'uccello della famiglia; che infatti il suo frugolo e leggero correr di qua e di là, e il suo allegro chiaccherare imperlato di risa poteva paragonarsi al saltellare ed al cinguettìo d'un augelletto.

Vedendo suo padre traversare il cortile sotto il fioccar della neve, Maria non si contentò di salutarlo col moto del capo e col sorriso; aprì vivamente le invetrate e porse in fuori alla fredda brezza di quella mattinata invernale il suo visino color delle rose e le sue labbra color delle ciliegie.

— Buon giorno, papalino: gridò essa coll'accento petulantello d'un beniamino: hai dormito bene?

Giacomo volle corrugare la sua fronte bassa per darsi un'aria di severità e di malumore, cui non riuscì a prendere.

— Sei matta? Esclamò egli colla sua voce robusta. Vuoi prenderti un raffreddore? Aprir la finestra ed esporsi all'aria con questa temperatura! Dentro subito e chiudi più che in fretta.

La capricciosa ragazza scosse vezzosamente la testa da cui piovevano in disordine le sue treccie ricchissime.

— Oibò! Sai bene, papà, che io non patisco nulla..... Guarda la bella neve che vien giù!.... È un piacere il vederla..... Com'è tutto bellamente bianco, pulito! Si direbbe che la natura ha fatto il bucato ed ha steso sulla terra le lenzuola..... To' aspettami un momento, babbo; salto giù e vengo teco a scalpitarne un poco di quella bella neve che nessuno ancora ha toccato. Voglio mangiarne una bella manciata. A me mi piace tanto mangiar la neve!

E prima che il padre avesse tempo a dire pure una parola, Maria aveva richiuso le invetrate ed era sparita dalla finestra; ed un minuto dopo, per la scaletta da cui abbiam visto passar Francesco, la si precipitava saltellando nel cortile, coperto il capo da un cappuccio, avvolte le spalle in un mantelletto.

Fu in un balzo presso il padre che voleva rampognare e non poteva che sorridere.

— Ah! non far nemmanco mostra di sgridarmi, chè già non ne hai voglia: diss'ella gettando le sue braccia al collo del padre e baciandolo sonoramente sulle due guancie. Vedi! A me questo po' di aria libera mi fa bene.

— Avviluppati, se non altro, con più cura, disse Giacomo, serrando egli stesso i lembi del mantello al petto della figliuola. Sei tu almeno calzata a dovere?

— Altro che! Esclamò la ragazza trionfante, e colle due mani sollevando alquanto la sottana, mostrò sotto i lembi di essa, tendendo il suo piedino destro, uno stivaletto di cuoio colla pelliccia. Guarda! Potrei viaggiare per tutte le nevi della Siberia.

E tenendo così sollevate le vesti, la bricconcella, corse senz'altro nel mezzo del cortile, dove la neve era più alta, affondando in essa fin quasi alla caviglia: i due cani di guardia imitarono l'esempio della giovane padrona e lietamente abbaiando, vennero a saltellare intorno e con lei che si piaceva di eccitarneli con qualche carezza. Il padre, fermatosi ad un lato, guardava quella piacevol scena e sorrideva lietamente: sentiva in quel punto tutta la sua felicità paterna.

— E Francesco? Gridò egli in quel punto a Maria, come se avesse bisogno di associare alle dolci impressioni di quel momento il nome di suo figlio per averne compiuto il suo diletto di padre.

Maria aveva presa una buona manciata di neve colle sue manine sguantate, a cui un critico severo non avrebbe potuto trovare che tre difetti: d'essere un po' rosse, d'aver le unghie un po' corte e non abbastanza convesse, di avere la punta dell'indice della mano sinistra tempestata di piccole forature prodotte dall'ago nell'opera del cucire. Levò verso suo padre la faccia e mordendo tuttavia in quella neve co' suoi dentuzzi più bianchi di essa, rispose:

— Oh! sor avvocatino dorme. È stato a ballar tutta la notte lui; perchè egli è un uomo e può andar a ballare.

Giacomo sorrise.

— Vorresti esserci stata anche tu, eh?

— Vorrei di meglio: soggiunse la ragazza ridendo. Esserci stata è tempo passato, e quello che è passato è passato: vorrei andarci in avvenire.

Crollò le spalle, diede un'abboccata alla neve che teneva in mano e riprese con tutta filosofia:

— Ma la mamma dice che le ragazze non ci devono andare a quei balli, e che ci vanno soltanto le maritate, le quali mi pare dovrebbero rimanere a casa a far le madri di famiglia.... E aspetto adunque d'essere maritata ancor io per andarci.

E si mise di bel nuovo a saltellare in mezzo alla neve, e i cani di conserva con lei.

— Che matta! Esclamò col medesimo tono giulivo il padre; ma poi tosto con accento più serio: — Oh basta ora. Maria, che ti vuoi render fradicia? Vieni qui subito.

La fanciulla ubbidì senza mostrare troppo rincrescimento, e fu a lato del padre. Questi le aggiustò alcune ciocche di bellissimi capelli che, saltate fuori del cappuccio, le cascavano sul volto animato dai più vivaci colori della gioventù e della salute, e soggiunse:

— Sarai tu sempre bambina quel medesimo? Parli di maritarti, e pare che non abbia più di dodici anni!

— Oh oh ne ho sedici suonati; disse la giovanetta con tono d'importanza, tirandosi su della persona.

In quella compariva ad una finestra della casa la buona faccia della signora Teresa. Essa aveva aperto le invetrate e si sporgeva in fuori, chiamando suo marito e sua figlia.

— Venite, diceva con voce riguardosa e contenuta: il caffè è pronto.

Maria si cacciava a correre verso la casa, gridando a gola spiegata colla sua voce fresca ed armoniosa:

— Ah cattiva d'una mamma, me l'hai fatta anche questa volta! — E non mi hai dato tempo di prepararlo io il caffè..... Aspetta aspetta che vado a castigartene io con tanti baci da stordirti.

La madre colla mano e colla voce accennò alla figliuola non facesse tanto chiasso.

— Vuoi azzittire? Tu sveglierai Cecchino che dorme e che ha bisogno di dormire.

La giovane ammortò i passi e l'allegro suono della voce, ma non cessò di correre verso la stanza della madre, dove fu in un battibaleno e dove, gettate le braccia al collo della signora Teresa, mantenne ad esuberanza la promessa fattale poc'anzi di darle tanti baci da stordirla.

Giacomo sopravvenne un istante di poi, quando la mamma sorridente sotto quella grandine di carezze figliali, diceva a Maria con ischerzosa minaccia:

— Vuoi star ferma, diavoletto che sei?..... Finiscila o t'aggiusto io.

— È bella e finita: disse la frugola ragazza, aggiustando in capo alla madre la cuffia che le aveva mandato di traverso: e poi con tutta serietà s'appressò al piccolo tavoliere su cui stava preparato il vassoio colle chicchere e mescette il caffè.

Era abitudine costante di quella buona famiglia il radunarsi la mattina, appena alzati, tutti insieme a prendere il caffè nella stanza della mamma. Il padre sedeva sopra il seggiolone più presso al camino (quello in cui poche ore prima di questo momento abbiam visto Teresa far adagiare il figliuolo), la madre si assettava sovra una bassa seggiolina innanzi al marito, e frammezzo a loro due solevano mettersi Francesco e Maria, quello allato alla mamma, questa al papà. A questa radunanza non ci mancava mai nessuno, fuorchè il giovane avvocato, quando avea passata la notte, come ora era il caso, in qualche festa: e l'abitudine di esser tutti insieme era tale che quelle volte riusciva sempre spiacevole agli amorosi genitori il veder fra lor due la seggiola vuota, e sul vassoio una chicchera che non si riempiva.

— È rientrato tardi Francesco stanotte? Domandò Giacomo fra un sorso e l'altro di caffè.

— Poco più dopo le tre; rispose la madre.

— Tu già, secondo il solito, sei stata aspettandolo!

Teresa fece un piccol moto del capo che voleva dire: — È naturale.

— E questa mattina, continuò il padre, sor Francesco dormirà di sicuro fino a mezzogiorno.

— Ne ha bisogno: disse vivamente la madre. Quando è rientrato stanotte non si sentiva bene gran che....

Giacomo levò vivamente la testa, interrompendosi nel sorbire il caffè.

— Non si sentiva bene? Esclamò con vivo interesse.

— Ma non mi parve cosa d'importanza: s'affrettò a soggiungere la madre. Disse che il troppo caldo gli aveva fatto venire mal di capo. Figurati che per prendere aria, egli volle venire di Piazza San Carlo fin qua a piedi.

— Che imprudente!... A rischio di pigliarsi una malattia ed a rischio altresì di cascar nelle mani di qualcheduno di quei birbanti che pur troppo tengono il campo la notte, e che formano quella banda che chiamasi la cocca.

— È vero! Esclamò la madre spaventata ora da un pericolo a cui non aveva pensato dapprima. E noi siamo così isolati e così lontani su questo viale!

— Lo ammonirò io ben bene perchè ciò non gli capiti più: disse il padre. E intanto chi sa ora come sta?

— Dorme tranquillamente, e spero che ciò gli vorrà far bene più d'ogni altra cosa.

— Dorme? Ripetè Giacomo, il quale pareva esitante intorno al pensiero di andarsene a chiarire coi proprii occhi.

Teresa che sospettò questo proposito nel marito, sapendo come per quanta cautela egli usasse, il suo passo pesante, avrebbe svegliato il figliuolo ove Giacomo fossegli venuto in camera, s'affrettò a soggiungere:

— Sono già andata più volte ad origliare alla sua porta; ho anche dischiuso pian piano l'uscio e non l'ho udito a muovere menomamente.

— Non l'hai visto in faccia?

— No, perchè la stanza è tutto scura e non volevo accostarmi al letto per timore di destarlo.

— Hai ragione: disse il marito che capì come quello indirettamente era un avviso a lui di non volerci andare. Lasciamolo dormire.

In quella s'udì un legger picchio all'uscio della stanza.

— Avanti: gridò Giacomo; e un domestico aprì il battente e mise dentro la testa.

— C'è una povera donna che domanda di parlare a Madama.

— A me? Disse Teresa. Una povera donna? Non ha detto chi sia?

— No; rispose il domestico, ma io l'ho riconosciuta.

— E chi è dessa dunque? Domandò a sua volta Giacomo volgendo la testa alla porta.

— Gli è quella poveretta che già venne parecchie volte a domandare l'elemosina; la moglie di quell'operaio che lavorava qui nell'officina e che si fece mandar via perchè era sempre ubbriaco.

Giacomo scosse la testa.

— Eh! questa non è un'indicazione precisa. Pur troppo sono parecchi gli operai che debbono avere tal sorte.

— Quella mingherlina, malaticcia, nera di capelli; soggiunse il domestico; a cui non è più d'un mese. Madama inviò in un fagotto alcune vesti ed alcune biancherie.....

— Ah! Paolina: esclamò Maria, battendo le mani tutto lieta d'aver indovinato; la moglie di quell'Andrea.

— Precisamente: disse il domestico: ora mi ricordo anch'io del nome.

Giacomo si alzò da sedere.

— E vuol parlare a mia moglie?

— Sì signore.

— Uhm! Gli è per domandare nuovi soccorsi.... Tu farai quello che vuoi, Teresa, ma qualunque cosa tu le dia, gli è tanto che aggiungi a mantener i vizi di quell'ubbriacone di suo marito.

— Giacomo! Mormorò la moglie con accento tra di supplicazione, tra di rimprovero.

— Ti dico che ti lascio fare quello che vuoi: soggiunse vivamente il marito che comprese quella velata rampogna; ma le mie parole sono vere come il vangelo. Oh guarda, ne vuoi una prova? Tu le hai mandato vesti e biancherie non è molto tempo: ebbene io son sicuro che non hanno più nulla di nulla, nè la donna nè i bambini.

E rivolgendosi al domestico:

— Di' un po' tu; come la è vestita?

— Oh a strappi che la è una compassione, precisamente com'era quando Madama le ha dato le vesti.

— Vedi! E se mai tu entrassi nella soffitta di quella gente, vedresti i bambini senza uno straccio di camicia addosso. Ora vuoi tu sapere che cosa ne fu di tutta quella roba che le hai dato? Sor Andrea l'ha venduta per pochi soldi affine di andarsi ad ubbriacare. Ora io mi domando se non è un alimentare il vizio il far carità a quella razza di gente.

Teresa non pareva molto convinta di quell'argomentazione del marito, ma non sapeva trovare una parola da opporvi; ben la trovò Maria che vivacemente proruppe:

— Ah babbo!... E i bambini?

Giacomo guardò sua figlia come sovraccolto; stette un poco e poi disse:

— Hai ragione. I bambini non ci hanno colpa e qualche cosa per essi non convien rifiutarlo.

Teresa colse a volo questa più esplicita permissione maritale, sorse lesta e frugando nelle profonde saccoccie del grembiale che portava dinanzi, ne trasse un pizzico di monete che andò a porre nella mano del domestico.

— Prendete, recatele codesto.

Quando il domestico fu uscito. Maria disse a mezza voce:

— Sarebbe forse stato meglio che l'avessimo ricevuta quella povera donna.

Il padre che udì quelle parole si volse alla figliuola con qualche vivacità:

— Avresti udito dei piagnistei che ti avrebbero commossa inutilmente.

— Perchè inutilmente?

— Perchè rimediare a quei mali ti sarebbe impossibile.....

— Impossibile! Esclamò la ragazza crollando la testa. Non siamo noi ricchi?

Giacomo sorrise.

— Bambina! La nostra ricchezza non tarderebbe a sfumare, se tu volessi riparare dalla miseria i poveri che ti domandano soccorso. L'elemosina non può che recare un rimedio temporaneo; e dev'essere così, altrimenti non ci sarebbe giustizia, ed una malintesa carità premierebbe l'infingardaggine. Dà retta. Io credo usare assai meglio dei miei capitali impiegandoli nella mia industria e facendo così guadagnare il vitto a tante famiglie di laboriosi operai, che non se dividessi le mie sostanze con tre o quattro miseri per farli vivere nell'ozio in un'agiata mediocrità.

Maria non capì bene del tutto la teoria economica cui adombravano le parole di suo padre, ma sentì pur tuttavia che in esse vi era un fondo di vero. Stava per muovere una sembianza d'obbiezione affine di farsi spiegar meglio la cosa, quando il domestico si presentò di nuovo all'uscio.

— Quella donna, diss'egli, ringrazia con tutto calore Madama della sua carità, ma insiste, piangendo, perchè voglia farle la grazia di riceverla, e dice che questa sarà una carità più fiorita ancora.

Teresa, avvezza a dipendere in ogni cosa dalla volontà di suo marito, volse verso di lui uno sguardo interrogatore; ma quella petulantella d'una Maria, senz'attendere dell'altro, esclamò tutto animata:

— Oh sì, sì, bisogna riceverla.... Fatela venire.... Non è vero, mamma, non è vero, babbo, che bisogna farla venire?

Il padre fra il pollice e l'indice della mano destra prese il mento di Maria e disse scherzosamente:

— Che testolina che vuol fare a suo modo!... Ricevete pure quella povera donna. Voi siete due buone anime pietose, ed è anche necessario che si dia alimento alla vostra pietà. Badate però che non bisogna mai credere tutto quello che contano i poveri per eccitare la compassione altrui.....

S'interruppe come pentito d'essersi lasciato sfuggire queste parole.

— Però, riprese, non è mai in codesto che il lasciarsi ingannare sia colpa nè disdoro.

Il domestico era ito a prender la donna; Giacomo s'avviò alla porla che metteva nella sua stanza e nel suo studiòlo.

— Vi lascio in santa libertà.

Era già mezzo fuor dell'uscio, quando il bravo uomo si rivolse indietro a soggiungere:

— Quella poveretta, venendo fin qua per questo tempo, sarà tutta immollata. Potreste darle la tazza di caffè che non ha presa Francesco.

E sparì chiudendo l'uscio dietro sè.

— Com'è buono il babbo! Esclamò Maria. Con tutte le sue teorie utilitarie ha un cuore più tenero del nostro.

E chi avesse voluto in quel medesimo istante avere una prova del cuore tenerissimo che albergava in quel corpo di grossolano aspetto, non avrebbe dovuto che seguire il buon Giacomo quando uscì della stanza di sua moglie.

Egli s'era avviato verso il suo studiòlo, ma non aveva fatto la metà del cammino che aveva cambiato direzione e s'accostava alla camera in cui credeva che dormisse il figliuolo. Giuntone all'uscio, si fermò, stette un momento ascoltando, posò piano piano la destra sulla gruccia della serratura ed aprì, poi spinse il battente e cacciò dentro lo sguardo: la stanza era tutto scura da non potercisi vedere null'affatto. Volendo ficcare in mezzo ai battenti la sua testa, Giacomo spinse ancora un poco l'uscio, e questo mandò uno scricchiolìo. Il brav'uomo trasalì, come spaventato, rimase immobile a quel posto un istante, e poichè nulla udì muoversi tuttavia, mandò un sospiro, richiuse piano piano la porta e disse seco stesso:

— Per fortuna non s'è desto. Povero Cecchino! Lasciamolo dormire.

E se ne andò adoperando ogni possibil cautela per ammorzare il suo passo pesante.

Paolina frattanto era stata introdotta nella camera della signora Teresa, dove quest'essa e la figliuola Maria stavano aspettandola.

Nella prima parte di questo racconto, abbiamo visto la infelice donna andar cercando suo marito Andrea nella ignobile taverna di mastro Pelone, affrontare i mali trattamenti di Andrea e le insolenze del perfido amico di lui, Marcaccio, ma riusciva pur tuttavia a trarsi seco il suo uomo per ricondurlo alla denudata soffitta dove aspettavano pane i loro figliuoli. Abbiamo visto come fosse tale il miserevole aspetto di questa donna da ispirar compassione a chiunque la mirasse; livida, macilenta, strappata, senza forze qual essa era[1]; ora, nel momento in cui timorosa, tremante per emozione e per freddo, gli occhi rossi, ella si presentava sulla soglia della stanza della signora Teresa, la notte che era trammezzata, pareva aver condotto sul capo a quella infelice un doppio cumulo di anni, di stenti, di dolori e di fisica infermità. Paolina si fermò un istante come per prender fiato; il petto le ansimava penosamente; la sua tosse profonda suonava più cupa e più dolorosa che mai ad udirsi; le sue povere vesti, sottili pel rigore di quella stagione, le stavano serrate addosso sulle gracili membra, immollate com'erano dalla neve piovutale su per la lunga tratta di cammino che la misera aveva fatto a venir sin lì. Girò essa gli occhi intorno quasi smarrita; volle parlare per dare un saluto, ma dalle tremole labbra allividite non uscì che un balbettìo di debol voce; esitò, fece uno sforzo ancora per avanzarsi e parlare; e ruppe in pianto disperatamente.

Teresa e Maria le furono accosto con affettuosa premura; la presero per quelle mani magre, quasi diafane, fredde come ghiaccio e la trassero vicino al fuoco; le dissero generose e soavi parole di incoraggiamento, d'interesse e di compianto.

— Sedete qui, povera donna; e Teresa le additava la bassa seggiola, su cui stava poc'anzi ella stessa: riscaldatevi un po'..... Santa Madonna della Consolata, come siete tutta fradicia!... Lì, così: via, calmatevi; abbiate coraggio... Vi è capitata qualche disgrazia?... Fiducia nella Provvidenza, mia cara, e rassegnazione ai voleri di Dio.

Maria frattanto, con quella leggiadra lestezza di mosse che le era particolare, aveva riempito di caffè una delle tazze che col vassoio si trovavano tuttavia sul tavolino, ed agitando in essa il piccolo cucchiaio d'argento per farvi fondere lo zuccaro, la porgeva a Paolina, la quale invano si sforzava di frenare le lagrime ed i singhiozzi.

— Prendete, bevete questo po' di caffè caldo: diceva la ragazza colla sua voce così dolce e simpatica; ciò vi renderà un po' di calore in corpo.

— Grazie, grazie: balbettava la misera coi denti che le mozzicavano le parole battendo insieme. Che Dio ne le rimeriti!

Maria s'accorse che Paolina aveva i piedi nudi entro scarpe rotte, in cui liberamente entrava da tutte parti l'umido della strada; ricordò in quel momento come suo padre mezz'ora innanzi si fosse dato sollecito pensiero di sapere s'ella era ben difesa dalla sua calzatura contro l'umido della neve, sentì intorno ai suoi piedini il caldo dei suoi stivaletti impellicciati, e non potè a meno che stabilire una specie di confronto, onde la sua anima pietosa rimase vivamente commossa; senza dire nè un nè due, fu in un salto nella sua camera, e tornò correndo con un paio di stivalini da inverno, i quali, per fortuna, essendo troppo larghi pei suoi piedi, poterono accogliere quelli abbastanza piccoli eziandio di Paolina.

— Lasciate stare quelle orribili ciabatte: disse la buona fanciulla; e mettete questi calzari.

La pezzente rifiutò dapprima, esitò, poi ubbidì, ringraziando commossa, e, nel vedere così buone madre e figliuola, accogliendo nel cuore un po' di speranza che avrebbe potuto conseguire il fine per cui era venuta, ed aveva insistito affine di essere introdotta presso la signora Teresa.

Fu quest'essa che, allorquando Paolina parve un po' riconfortata dal calore della fiamma e da quello della bevanda, e la emozione di lei si fu alquanto calmata, le disse:

— Or via, buona donna, diteci che cosa vi è capitato e che cosa possiamo fare per voi.

Paolina stette silenziosa un momento a capo chino, quasi le mancasse il coraggio; e poi con evidente sforzo cominciò a parlare: ma noi capiremo meglio le triste condizioni di quella disgraziata, se tornando indietro d'un passo, ci rifacciamo al momento in cui, la sera innanzi, ella usciva dalla bettola di Pelone, traendo seco pur finalmente, dopo molti sforzi, il marito ubbriaco.

CAPITOLO III.

Andrea si era lasciato condurre a casa dalla moglie, la quale ne aveva dovuto faticosamente sorreggere il passo barcollante. L'aria aperta e il freddo vento della notte avevano giovato alquanto a rischiarare all'ubbriaco la mente dai fumi del vino, e due idee le stavano innanzi precise e distinte: quella de' suoi figliuoli e della moglie che pativano, e quella dei torti ch'egli aveva verso di loro; onde barellando nel suo camminare sostenuto alla moglie, di tratto in tratto sparava una bestemmia, mandava un singhiozzo, faceva un atto di disperazione e borbottava colla lingua grossa ed impacciata:

— I miei figli!... Pane ai miei figli!... Sono un miserabile!

Così camminando, stiracchiato, a scossoni, a zigzag, fermandosi ogni tratto, in un tempo triplo di quel che sarebbe occorso, giunsero pur finalmente alla casa che abitavano, la quale, come sappiamo già, era una di quelle possedute da messer Nariccia il bigotto usuraio, e quella appunto in cui abitava egli stesso, e in cui Maurilio aveva passati quei tristi giorni che gli abbiamo udito narrare a Giovanni Selva.

Il signor Nariccia era troppo avaro per rischiarare pur d'un lumicino l'andito e le scale della casa e approfittava dell'incuria municipale, che a quel tempo non imponeva siffatto obbligo ai padroni, per lasciar rompere il naso ai suoi inquilini finchè l'abitudine li avesse guarentiti contro tale pericolo.

Urtando qua e là colle spalle nelle cantonate, coi piedi negli scalini, colla testa negli spigoli delle pareti, guidato, tirato, sorretto dalla moglie, Andrea era oramai pervenuto al terzo piano vociferando le più salate bestemmie di questo mondo, fra cui ricorreva sempre il ritornello: I miei figli, sono un miserabile.

Giusto al terzo piano, l'ubbriaco inciampò, e la moglie, troppo debole per sostenerlo, non potè impedire ch'egli andasse a battere con tutto il peso della sua abbandonata persona, contro un uscio, il quale suonò come percosso da una catapulta.

E qui dalla bocca di Andrea irritato giù una filza di bestemmie e d'imprecazioni.

— Accidenti al padrone di casa!.... Che il diavolo si porti quel ladro avaro, sanguisuga della onesta gente, che non mette manco la miseria di un lumino su questa sua scala maledetta di questa casa del demonio che vorrei profondasse fino giù al fin fondo dell'inferno!...

Paolina aveva bel dire: — Zitto, zitto Andrea, non dir così, vieni, andiamo su: — ed aveva bel tirarlo pel braccio; l'ubbriaco non si muoveva di un punto e gridava ancora più forte.

Ora quell'uscio contro cui il marito di Paolina era precipitato con tanto impeto, metteva niente meno che nel quartiere abitato da Nariccia medesimo; ed ecco — vista tremenda per Paolina — aprirsi in quella l'uscio fatale e comparire il signor Nariccia in persona con una lucerna in mano.

— Che cos'è questo chiasso? Cominciò egli a dire con tutta la severa imponenza di cui era capace. Che cos'è questa temerità di percuotere in tal modo contro l'uscio della mia abitazione? Che cosa sono queste sconcie impertinenze che andate sbraitando?

Paolina volle dire alcune parole di scusa.

— È inutile che cerchiate di negare; ho udito tutto, e se non fosse del debito che ho di buon cristiano di perdonare, ve la vorrei far pagare cara e salata...

Andrea era rimasto sovraccolto al primo apparirgli del padron di casa; ma poi tosto, ripigliando quella certa famigliarità che hanno con chicchessia gli ubbriachi, diceva a sua volta:

— Scusi.... Perdoni..... sa! Quello che ho detto, l'ho detto..... ecco..... perchè..... corpo d'un accidente..... gli è la verità.....

— Vieni, vieni: s'affrettava ad interrompere Paolina. Non teniamo qui dell'altro il signor Nariccia a questo freddo.

— Lasciami stare: rispondeva Andrea, respingendo la mano della moglie: voglio parlare..... voglio spiegarmi..... Ecco! Qui è maledettamente scuro come in una caverna dì briganti..... non fo per dire.... Non ci si vede la punta del proprio naso.

E Paolina a soggiungere:

— Non abbiamo urtato apposta nel suo uscio; mio marito s'è inciampato e.....

— Ecco! Interrompeva l'ubbriaco. Mi sono inciampato. Non è già ch'io non istia ritto sulle mie gambe..... Tutt'altro! Sfido qualunque, io!... Sono un miserabile..... sì, va bene... ma non sono punto ubbriaco..... Dunque se ho risicato di rompermi la cassa de' corni contro i chiovoni di ferro di quel maledetto uscio lì, non l'ho fatto apposta..... Sono un miserabile, è vero, ma non l'ho fatto apposta... Ecco!

— Apposta o non apposta: interruppe bruscamente Nariccia; a me poco importa. Del resto opportunamente mi venite innanzi, chè ho da parlarvi, e giusto pochi momenti sono mi son preso l'incomodo di salire fino alla vostra soffitta. E ciò che ho da dirvi, è detto in due parole. Voi mi dovete sei mesi d'affitto: o pagatemeli domani, o doman sera dormirete in altra casa e non più certo nella mia.

Andrea e Paolina rimasero sbalorditi.

— Gesummaria! Esclamò la donna stringendo le mani e levandole supplichevolmente verso il padrone di casa. Oh buon signore, abbia compassione di noi!..

Ma Nariccia fulminando d'uno sguardo velenoso la povera donna col destro de' suoi occhi birci, mentre col sinistro saettava l'oscurità del vuoto della scala, interruppe fieramente:

— Io non sono un buon signore, io! Sono un ladro, un avaro, una sanguisuga dell'onesta gente. L'avete gridato voi....

— Signore....

— L'ha gridato vostro marito.

— S'accerti....

— Niente. Non voglio sentir più nulla, non voglio dir più niente. Avete udita la mia volontà. Basta!

E richiuse con fragore l'uscio ferrato, dietro il quale si sentì il rumore dei chiavistelli ch'egli tirava e dei catenacci che faceva andare a posto.

— Ah cane d'un cane peggiore d'ogni cane: si diede ad urlare Andrea scaraventando con tutta la sua forza dei pugni contro le imposte dell'uscio, saldo come macigno. Gli è così che si tratta la povera gente? Sulla strada e' ci vuol mettere.... Accidenti! Sulla strada i miei figli.... Sciagurato! Che sì che se ti prendo per quel cravattino bianco.... forca e tenaglie!... ti faccio schizzar fuori quegli occhi guerci....