LA
PLEBE

ROMANZO SOCIALE

DI

VITTORIO BERSEZIO


PARTE QUARTA


PROPRIETÀ LETTERARIA

TORINO,
PRESSO CARLO FAVALE E COMP., EDITORI
1869.

PARTE QUARTA

La Catastrofe.

CAPITOLO I.

Secondo era inteso fra il marchese di Baldissero, Don Venanzio e Maurilio, quest'ultimo, la mattina dopo il colloquio che aveva avuto luogo fra i tre ora nominati personaggi, erasi recato al palazzo del marchese per fissarvi senz'altro la sua dimora in qualità di segretario.

Dal marchese erano stati dati gli ordini opportuni. Appena si presentò, Maurilio fu condotto dal mastro di casa che lo ricevette come individuo specialmente raccomandato dal padrone.

— Signore, dissegli, tutto è pronto ad accoglierla, e nella sua camera troverà un assortimento d'abiti fra cui potrà scegliere quelli che meglio le piacciano e meglio le si attaglino.

Maurilio arrossì fino alle orecchie e nascose la sua confusione in un inchino, balbettando inintelligibili parole di ringraziamento.

La camera destinatagli era pulita, allegra, appetto a tutte le altre abitazioni ch'egli aveva avute sino allora, elegante. Il sarto e gli abiti, come aveva detto il mastro di casa, lo stavano aspettando. Scelse panni scuri, senza esagerazione di forme alla moda; e quando vestito di nuovo da capo a piedi, e' si guardò nello specchio che stava sopra il canterale, quasi non riconobbe se stesso: fece al suo pallido volto riflesso dalla lastra un sorriso in cui c'era più vergogna che compiacenza, e disse mentalmente a se stesso:

— Tu se' un altro Maurilio.... I panni ti faranno oramai giudicare dal mondo un uomo ammodo.... Ma sei vestito di roba altrui!...

Il sarto, secondo le abitudini del più di questi mercatanti, cianciò egli la parte sua e quella del giovane a cui la confusione dell'animo e della mente non lasciava aver parole fatte; rifornitolo per allora d'ogni parte d'abbigliamento, gli prese misura per altri abiti da farglisi di ricambio, che tali erano gli ordini di S. E., e partissi accompagnato dal domestico che era stato testimonio a codesta vestizione, e la cui presenza non aveva conferito poco a vergognare ed imbarazzare il timido Maurilio.

Questi rimase solo in mezzo alla modesta suntuosità di quella stanza che gli era destinata. E' guardò allora tutt'intorno a sè, come per conoscer bene quegli oggetti che lo circondavano, cui non aveva ancora osato esaminare e prenderne, come dire, possesso: un lettino in ferro, una tavola da lavabo, un cassettone con sopravi lo specchio incorniciato di legno su cui una vernice di color naturale, un caminetto alla Franklin, un seggiolone appiè del letto, una mezza dozzina di seggiole impagliate, di quelle leggerissime di Chiavari, un armadio in un angolo, un tavolino da scriverci, un acquasantino d'alabastro a capoletto, quattro incisioni che rappresentavano le imprese di Cortez al Messico, in cornici di legno appese alla parete tappezzata di carta colore di foglia secca, bianchissime cortine alla finestra, tendoline ai cristalli della medesima, sullo spazzo di quadrelli immasticati, una lista di tappeto innanzi al letto, per mettervi su i piedi scendendone, ed ecco tutto. Ma tutto respirava la pulizia, il buon gusto e l'agiatezza. Maurilio si piantò innanzi allo specchio e vi si mirò con una specie di fissità inquisitoriale, mezzo dispettosa, quasi maligna.

— Che fai tu qui? s'interpellò egli con quel suo sogghigno: sei tu fatto per questi ambienti? è egli tuo posto questo? Povero buttero di campagna, misero figliolo del fangoso rigagnolo della strada, sangue di plebe, come osi tu mettere il piede su questo terreno? E che ci vieni a far tu? a viverci da parassita?

I suoi lineamenti si contrassero con una dolorosa espressione.

— Parassita io?

Scosse il suo grosso capo arruffato e gettò uno sguardo che pareva di sfida e di minaccia alla sua immagine rimandatagli dallo specchio.

— No, no, e poi no.... Sarà il mio lavoro che mi guadagnerà questo pane, che mi guadagnerà questi abiti, che pagherà questa dimora. Non ho io vissuto press'a poco in tal guisa quand'ero agli stipendi del signor Defasi?... E perchè questo non avrebbe ad essere mio posto?

Ricordò le parole della vecchia Gattona, che Selva e Don Venanzio gli avevano riferite, e le quali potevano far argomentare d'una sua non plebea origine, sentì risollevarsi più vive in cuore le speranze, vissute in lui sempre, ora rinfocolate cotanto, di giungere a penetrare il mistero della sua nascita e trovare in fondo di esso un onorevole, forse illustre destino.

— Ah! esclamò egli ad un tratto passandosi la mano sulla vasta, pallida fronte: sento che da questo dì comincia per me una sorte novella. Più trista delle varie che ho subite non può essere; sarà dunque più lieta?...

Sentì, cominciando dal cervelletto giù giù pel midollo spinale scorrere e diramarsi per tutti i nervi, passare in tutte le vene quel certo fluido, dargli una lieve scossa quel brivido cui produce una intima emozione, e che a lui pareva un vincolo d'unione, il mezzo di rapporto fra sè ed il sognato suo spirito protettore. Levò gli occhi verso il cielo, impallidì ancora nelle guancie incavate, e giungendo le mani come si fa per pregare esclamò:

— Oh angiolo mio benigno! oh madre mia! Sei tu che qui mi hai tratto? Sei tu che mi vuoi ospite in questa casa?...

Un novello pensiero a tali parole s'impadronì di ogni facoltà del suo animo: un pensiero che era immanente in lui, ma che ora altre momentanee sensazioni parevano avere assopito: il pensiero di lei!

— Questa casa è la sua! Soggiunse egli, interrompendo il suo primo discorso, e cambiando di tono: essa abita qui, a poca distanza da me, sotto il medesimo tetto; e la potrò vedere, e la vedrò tutti i giorni.

Schiuse le labbra ad un sorriso di beatitudine e corse alla finestra. Lì sotto era la strada cui egli aveva passeggiato tante volte, là in faccia era la cantonata, a cui tante volte s'era fermo a contemplare quel palazzo, dov'egli ora si trovava. La stanza assegnatagli era al secondo piano e Maurilio riconobbe con una strana sensazione che poteva dirsi di gioia, come la fosse quasi al di sopra di quella in cui aveva indovinato dormire Virginia.

Questo nome ripetè egli come se la invocasse.

— Virginia! Virginia!

All'udire la sua voce far suonare quella parola fra quelle pareti, si riscosse, tremò, si soffuse di rossore, si volse rattamente a guardar indietro e dintorno, come pauroso alcuno l'avesse potuto udire. Si rassicurò vedendosi compiutamente solo; non ci aveva altra compagnia, non s'udiva colà altro rumore che quello del foco che schioppettiva nel caminetto.

— La vedrò ogni giorno: ripetè quasi avesse bisogno di dirselo più volte, affine di credere egli medesimo; la vedrò oggi stesso, fra poco!...

Un legger colpo battuto all'uscio della sua stanza lo fece sussultare.

— Avanti: diss'egli volgendosi alla porta, curioso e quasi inquieto di vedere chi fosse.

S'apri un battente e comparve la faccia bonaria di Don Venanzio, più lieta, più sorridente, più benigna del solito.

— Cospetto! esclamò il buon vecchio, come sei bene alloggiato, e come vestito! Mi sembri un medico o un avvocato.

Si fregò le mani con espressione di viva contentezza:

— Dio sia lodato che mi ha voluto far la grazia di soddisfarmi uno dei maggiori desiderii che avesse ancora la mia vecchiaia: quello di vedere il tuo destino assicurato, Maurilio, mio buon figliuolo.

Il giovane, preso da un vivo intenerimento, sentì inumidirsi le ciglia e non seppe fare altra risposta che gettarsi al collo del sacerdote ed abbracciarlo. E Don Venanzio, tenendolo così stretto al suo seno in un affettuosissimo amplesso, continuava:

— Sì il tuo destino assicurato, perchè qualunque cosa venga o non venga a scoprirsi intorno alla tua nascita, la protezione di questo generosissimo uomo, che è il marchese, non ti può mancar più, e tu non sei tale da rendertene indegno mai....

Maurilio nascose la fronte sulla spalla di quel vecchio che aveva saputo amarlo d'un amore paterno.

— Ma le triste vicende del mio passato... balbettò egli.

— Il marchese sa tutto, e d'or innanzi non correrai più il pericolo che la rivelazione di quelle tue sciagure possa farti perdere l'impiego... Nega ora, se il puoi, col tuo orgoglio di razionalista, l'azione e la bontà della Provvidenza che mi ha tratto qui dal mio villaggio, giusto appuntino per poterti allogare come si conviene, e forse forse per trovarti eziandio la tua famiglia: e quest'ultima cosa dopo dimani spero che la sapremo.

— Ah! se mai fosse! esclamò cogli sguardi sfavillanti Maurilio, il quale sentiva nel capo suscitarsi e tumultuare la follia di mille assurde speranze.

— Sì, sì, sarà... sarà anche questo. Io confido nel Signore; e non è per nulla di certo che la sua bontà ci ha messo sulla traccia ora soltanto, dopo tanto tempo... Ma questo non è momento di parlare di ciò... nè di ciò nè di altro, perchè la è l'ora dell'asciolvere, e siamo attesi tuttedue.

Maurilio guardò Don Venanzio con aria esterrefatta. Questo asciolvere, voleva egli domandare, si farà con tutta la famiglia? Era dunque giunto il momento desiderato e temuto, felice e pur penoso, di comparire innanzi egli all'amata fanciulla?

Il buon vecchio prete che nello sguardo e nella mossa del giovine vide soltanto una maraviglia, credette rispondere a quest'essa spiegando come andasse la cosa.

— Sì, continuò egli, ci siamo attesi tuttedue. Il marchese ha voluto ad ogni patto che fin tanto che io rimango a Torino, venga a farti compagnia... Se ti dico che con tutta la sua dignitosa fierezza è il migliore dei bravi uomini! Ha capito che ciò farebbe un immenso piacere a me e nel medesimo tempo gioverebbe a levar te di suggezione, ti sarebbe d'aiuto nell'affarti all'ambiente della casa... Dunque poc'anzi sono venuto, come egli me ne aveva detto, e discorso un poco insieme del più e del meno, vennero ad annunziare che se S. E. voleva si sarebbe servito in tavola per l'asciolvere. Il marchese mi disse: «Ella non ha ancora visto la camera del sig. Nulla?» — «No, signor marchese:» io gli risposi. «Ebbene se vuole andare a chiamarlo Ella medesima per l'asciolvere, avrà tempo a dargli un buon giorno ed un abbraccio: e così potrà interrogarlo se gli manca e se desideri alcuna cosa cui forse non oserebbe domandare al mastro di casa.» Ve' che bontà!... Io accettai l'incarico ed eccomi... Già son persuaso che non ti manca nulla.

— No certo.

— Dunque non c'è altro che discendere nella sala da pranzo.

— Andiamo: disse Maurilio il quale si sforzò a dominar la emozione che nacque subitamente e vivissima in lui.

Ma al punto di varcare la soglia di quella stanza dovette fermarsi e reggersi allo stipite, tanto il cuore gli batteva e glie ne tremavan le gambe.

— Coraggio! gli disse Don Venanzio che credette questa soltanto emozione di timidità; e' son tutti in fine uomini come siam noi, per quanti titoli abbiano al proprio nome.

Maurilio si fece forza e discese in compagnia del parroco. Quando entrarono nella sala da pranzo non c'erano ancora che due domestici in piccola livrea, immobili come statue presso un'alta credenza di legno d'ebano scolpita, nella quale brillavano nitidissimi cristalli, porcellane ed argenti, e il servo di confidenza del marchese, in abito nero e cravatta bianca, dritto dietro l'alta spalliera della seggiola su cui soleva sedere il capocasa.

Non tardarono a sopraggiungere il marchese che dava il braccio alla marchesa, e dietro essi Virginia. Maurilio sentì la presenza di lei, ma non osò alzare il capo nè gli occhi a guardarla: se ciò avesse fatto, avrebbe trovato così pallido il viso della fanciulla, così chiare in esso le traccie della insonnia e d'una pena morale che ne sarebbe stato più di commosso.

Don Venanzio fu amichevolmente salutato da tutti, anche dalla superba marchesa; la sua qualità di sacerdote gli valeva siffatta distinzione dalla fierezza aristocratica di quella donna, più per principio politico che non per devota osservanza al sacro di lui carattere. Virginia con un sorriso di tutta amorevolezza andò a porger la mano al vecchio prete dicendogli parole piene di grazia e di dolcezza.

— Il signor Nulla, il nuovo segretario di cui vi ho parlato: disse il marchese facendo un cenno colla mano per presentare Maurilio, che s'inchinò, alla marchesa ed a Virginia. — Mia moglie e mia nipote: soggiunse poi additandole a loro volta al giovane.

La marchesa aveva fatto un legger cenno colla testa pieno di superbia, e certo avrebbe prestato più attenzione e regalato uno sguardo più cortese ad un cagnolino che le fosse condotto dinanzi; Virginia aveva fatto un piccol saluto sbadato nella evidente preoccupazione onde aveva presa l'anima, e stava per voltar via la testa, senz'altro, quando i suoi occhi cadendo sopra il volto dell'uomo che le veniva presentato, un sovvenire ed un'idea sorsero di subito nella sua mente. Il suo sguardo si fermò su quelle fattezze che le parve avesse già viste altre volte; e da quegli occhi color del mare balenò una fiamma viva cui Maurilio, benchè timido e vergognoso tenesse volti a terra gli sguardi impacciati e la faccia arrossita, sentì arrivarlo, circondarlo, penetrarne entro il cervello il calore. Sollevò allora le pupille ancor egli; lo sguardo della fanciulla era come un'investigazione. «Dove vi ho io visto? pareva domandare: chi siete? che cosa venite a far qui?» Negli occhi di lui c'era tanta ammirazione, tanta devozione, tanta ardenza di affetto che impossibile una donna nulla ne scorgesse; Virginia non vide, non sognò nemmanco che ci fosse, che ci potesse essere dell'amore; scorse, avvertì, sentì che in quel giovane timido e modesto avrebbe potuto avere in un caso un aiuto; glie ne diede un tacito ringraziamento, e prese quasi atto come d'una muta promessa con una mossa gentile e andò a sedersi al solito suo luogo fra lo zio e la zia.

— E mio figlio? domandò il marchese nell'atto di spiegare il suo tovagliolo.

— È uscito or ora, appena levato: rispose uno dei domestici: ed ha lasciato detto che pel déjeuner non sarebbe venuto.

Il marchesino, che contro il divieto del padre voleva battersi quel giorno medesimo con Benda (e già sappiamo come il duello avesse luogo alle tre di quel pomeriggio) aveva pensato miglior consiglio fuggire la presenza del genitore.

Il padre e la madre di Ettore scambiarono un ratto sguardo in cui c'erano un medesimo timore ed un medesimo sospetto; una nube passò sulla fronte del marchese, il quale non fece altre osservazioni nè domande, e di suo figlio non parlò più. Anche sul volto di Virginia apparve, ma dominata e repressa tosto, una espressione di ansietà.

Durante la colazione si fu piuttosto silenziosi. Il marchese parlò talvolta con Don Venanzio ed anche con Maurilio; ma poi, vedendo che quest'ultimo aveva dal suo impiccio la maggior pena del mondo a rispondere, lo lasciò tranquillo; la marchesa rivolse alcune fiate il discorso al prete intorno ad argomenti indifferentissimi e ne ascoltò le risposte come si ascoltano le cose di che non c'importa niente affatto; Maurilio fu per lei come se non esistesse.

Al nostro giovane amico il tempo di quell'asciolvere parve lungo, eterno, e insieme fuggito come un istante. Egli si trovava quasi di fronte a Virginia. Avrebbe voluto guardarla sempre, bearsi nella desiata contemplazione di quel volto leggiadro; e il timore d'incontrare lo sguardo di lei, gli faceva tenere gli occhi fissi inchiodati sul tondo che aveva dinanzi. Ma pure due o tre volte ardì sollevarli, e di nuovo essi incontrarono quello sguardo scrutatore di lei; anzi ad un punto parve al confuso giovane che un'espressione di lieta sorpresa, d'una inesplicabile speranza fosse nell'occhieggiare dell'adorata fanciulla. Ei si disse che ciò era impossibile, che questo era un inganno, che egli non aveva da essere altro per lei fuori d'un estraneo indifferente, ch'ella non poteva in lui ravvisare una conosciuta persona, a meno che riconoscesse il miseruzzo di giovane di libraio che le recò un giorno dei libri, e cui ella non aveva pur degnato d'uno sguardo, o il vagabondo che s'era introdotto un dì nel parco della villeggiatura in cui ella si trovava, e ch'essa medesima aveva visto punire e scacciare come ladruncolo di frutta; ma questo riconoscimento egli aveva sperato e tutto gli faceva credere non potrebbe avvenire, e non sarebbe per esso che gli sguardi di lei avrebbero preso quella che gli pareva ombra d'interesse e di favore. Era dunque una compiuta illusione la sua.

E invece la era una realtà. Virginia non aveva riconosciuto in Maurilio il giovane di libraio, nè il creduto ladroncello del parco, sibbene quell'individuo che poche sere prima, nell'occasione del ballo dell'Accademia filarmonica, ella, nel vestibolo del palazzo dove aveva luogo la festa, aveva veduto in compagnia di Francesco Benda. La nostra memoria ha di queste stranezze: ella, senza che ce ne accorgiamo, riceve delle impressioni e le alloga, per così dire, in qualche suo riposto cantuccio, indipendentemente dal concorso della nostra volontà; ad un dato momento, quando appunto ci diventa più utile il poterci servire di quell'impressione, il trarre in campo il ricordo di quel fatto, di quella circostanza, ella ce lo trae fuori per mettercelo dinanzi fresco, preciso ed efficace.

Virginia, dopo la nuova provocazione avvenuta al ballo la sera prima fra suo cugino Ettore e l'avvocato Benda, non s'illudeva punto sulle conseguenze di quel fatto. Nell'insonnia onde aveva avute turbate le ore di riposo che trammezzarono tra la partenza dal ballo e l'asciolvere, ella posseduta da una indescrivibile ansietà, s'era con sommo dolore convinta, che nulla poteva fare affine d'impedire uno scontro, ed aveva dovuto limitarsi ad ardenti preghiere e ad invocare che almeno le fosse concesso di sapere tosto e tutta la verità. Inviare a domandarne a casa dei Benda per un domestico, e non osava, e temeva non le sarebbe concesso per la sorveglianza della zia; altro modo di ottenere il suo intento non sapeva immaginare. Al primo vedere il nuovo segretario dello zio, un confuso sovvenire d'averlo già visto e una più confusa idea che quell'uomo la potrebbe servire le nacquero in una. Quando il suo ricordo chiaro e spiccato le ebbe posto innanzi la vicenda e il modo ne' quali quel giovane era stato da lei incontrato, ella non dubitò più che un pietoso riguardo della sorte glie l'avesse mandato pur farla soddisfatta nel suo ansioso desiderio: la lo guardò coll'occhio benigno con cui si guarda l'opportuno stromento della nostra salvezza: il povero Maurilio dovette a codesto la infida gioia — invano voluta da lui medesimo cacciare e soffocare — d'un momento di ventura ch'egli stesso dichiarava impossibile: la ventura d'uno sguardo affettuoso!

Nel recarsi dalla stanza da pranzo al vicino salotto da prendervi il caffè, Virginia seppe far così bene che rimase indietro da venire a costa di Maurilio, il quale nel vedersela vicino, tremava verga a verga.

— Signore, diss'ella con quel coraggio che le dava l'amor suo e con quella franchezza che le permetteva la superiorità della sua condizione sociale sopra quella del giovane; mi pare che la non sia questa la prima volta che noi c'incontriamo.

Il povero Maurilio impallidì ed arrossì in una. Ella aveva dunque notata la presenza di lui? Ma dove, e come, e quando? Si accrebbe il tremore de' suoi nervi e il palpito del suo cuore: siccome non poteva spiccicar parola dalle labbra, e' si contentò d'inchinarsi in segno di rispettosa affermazione.

La nobile fanciulla continuava:

— La ho veduta, se non erro, l'altra sera insieme coll'avvocato Benda.

Pronunziò essa quel nome senza la menoma esitazione, senza deviar lo sguardo, senza punto arrossire, ma abbassando la voce così che il suono di tal parola non potesse giungere a svegliare in alcun modo l'attenzione dello zio e della zia che precedevano.

Ma a questi detti parve al misero Maurilio che una mano di gelo venisse a serrargli il cuore che si dilatava ad accogliere sempre meglio quella ineffabil gioia di assurda speranza. La nebbia rosata ond'era avvolto il suo spirito si ruppe, e traverso la fatale illusione che cominciava a dileguarsi, travide il principio d'una realtà dolorosa.

— Sì, sì signora, balbettò egli, osando pur finalmente guardarla nel volto. Ero insieme a Benda, mentr'ella passava su per la scala dell'Accademia Filarmonica.

La ragazza chinò gli occhi innanzi a lui.

— Ella è molto amico di quel signore?

— Signora sì.

Virginia non fu padrona di contenere la vivacità dell'interesse con cui affrettatamente soggiunse la domanda:

— Ne sa Ella qualche notizia di lui da questa mattina?

— No: rispose Maurilio con tanto appena di voce da farsi sentire.

E la ragazza più frettolosamente e più infervorata di prima:

— Deve essersi battuto... con mio cugino. Sono ansiosissima di saper novelle dello scontro prima di mia zia... Sarei molto riconoscente a chi me ne recasse il più presto possibile.

S'era giunti al salotto. Virginia s'allontanò dal giovane senz'altro, e non vide per fortuna la nuova espressione che avevano presa i lineamenti di lui.

A Maurilio s'era svelata tutta la verità. Quella sera in cui primamente gli era avvenuto di vedere insieme Francesco e Virginia aveva indovinato che Benda amava ancor egli l'oggetto dell'amor suo; ora e' si faceva per lui chiaro come la luce del giorno che ancor essa, Virginia, riamava Francesco. Quell'odio che già aveva sentito per quest'ultimo e cui aveva confidato a Giovanni Selva, assalì con nuova vampa e con nuovo impeto l'anima di Maurilio: desiderò ogni danno al suo fortunato rivale, non inorridì, a tutta prima, allo scellerato pensiero, il quale si faceva per lui una infame speranza: che cioè quel duello di cui le aveva fatto cenno Virginia medesima, potesse, forse in quel momento medesimo, togliere di mezzo quel fortunato per cui s'era aperto il cuore della donna ch'esso era condannato ad amare inutilmente. Ma non tardò ad aver vergogna e rabbia e disprezzo di se medesimo: aspettò poterlo fare senza violare nessuna convenienza, e come il marchese gli ebbe detto che per allora non abbisognava dell'opera sua, Maurilio corse a rinchiudersi nella sua stanza, rifiutando anche la compagnia di Don Venanzio, bisognoso come era d'esser solo e di affondarsi nel turbatissimo caos de' suoi pensieri. Si gettò boccone sul letto e cacciandosi le mani contratte entro le chiome arruffate, stette colà immobile a sentire, quasi come si fa per una voluttà, l'interno spasimo che lo travagliava. Che cosa era venuto a far egli in quella casa? tornava a domandare a se stesso: non era meglio morir anzi mille volte di fame che venire a farsi corrodere il cuore da simili angoscie? Qual delirio lo aveva preso, qual odio di se medesimo quando aveva consentito a entrare in quella famiglia? Come era mutato ora l'aspetto d'ogni cosa! Poc'anzi gli pareva che fosse quello il fine delle triste venture, adesso invece sentiva essere il cominciamento di nuovi e forse ancor più aspri dolori.

Le poche parole dettegli da Virginia seguitavano a suonargli nella mente, come se un'eco incessante fosse lì a ripetergliele. Ella evidentemente sperava in lui, ci aveva contato su per sapere tosto quelle nuove di cui aveva schiettamente confessato essere ansiosa: e perchè mancherebbe egli alla fiducia che in lui aveva ella riposta? Se alcuno gli avesse detto un tempo: — «Tu puoi risparmiare un minuto di dolore a quella che ami:» non avrebb'egli lietamente offerto se stesso ad ogni tormento per quest'effetto: ed ora?...

Si levò di sopra il letto con nuova risoluzione; uscì della sua stanza, scese precipitoso le scale del palazzo e prese correndo la strada per alla dimora di Francesco Benda.

Mentre Maurilio recavasi a casa dei Benda, nel palazzo del marchese di Baldissero avveniva una scena che non è inutile conoscere per la prosecuzione del nostro racconto.

Presentavasi nell'anticamera una sordida vecchia che, invocando il nome di Dio, della Madonna e di tutti i santi, protestava avere gravissime cose da comunicare a S. E. il marchese, proprio a lui in persona, ed insisteva perchè andassero a dirglielo affine di esserne ricevuta. I lacchè, ai quali questa donna era già ben conosciuta, la ricevettero con tutto il superbo disprezzo di cui questi valorosi sono capaci verso la povera gente, e per quanto ella non iscoraggiata ed audace instasse, non acconsentirono a darle retta.

— Oh sentite, Gattona, finirono per dirle, smettetela chè omai ci avete fradici, e sono tutte inutili le vostre parole. Il marchese ha ordinato, espressamente ordinato, capite, di mandarvi ai cento mila diavoli ogni quel volta vi presentiate, ch'egli, per cantarvela in musica, non vuol più avervi tra' piedi in nessun modo. Se gli è per ispillargli qualche soccorso, venite nei giorni e nelle ore solite, quando fa distribuire elemosine dal suo segretario, che al vostro turno alcuna cosa vi potrete buscare, altrimenti, a star qui ed insistere, voi seccate inutilmente noi, e ci perdete il vostro tempo.

La Gattona pensò che, parlando al segretario, un'autorità superiore nella schiera dei dipendenti dal marchese, avrebbe forse avuta maggior probabilità di fare arrivare sino all'orecchio di S. E. l'ambasciata che voleva, e per cui ella era persuasa di essere dal marchese ricevuta. Domandò adunque di potere almanco vedere questo sor segretario; e n'ebbe in risposta che egli era uscito, e che non sapevasi dirle l'ora nella quale avrebbe potuto vederlo di quella giornata, perchè era nuovo affatto in ufficio, entratovi soltanto quella mattina medesima, e non aveva ancora assunto regolare servizio.

La Gattona si partì finalmente, e borbottando fra sè come persona che ha gravi preoccupazioni pel capo ed è più incerta che mai del partito cui prendere, s'avviò verso la sporca viuzza dove ci aveva la dimora. Sotto le volte che dalla strada di Dora Grossa mettono nella piazza del Palazzo municipale trovò essa Gognino, il quale, abbandonata in un angolo la sua cassetta dai fiammiferi, faceva chiasso con altri sbarazzini della sua risma, tirando addosso a sè ed anco alla gente che passava pallottole di neve. Gognino vide bensì ad un punto la nonna che veniva, e corse alla sua cassetta; ma era troppo tardi, l'occhio grifagno della vecchia lo aveva colto in flagranti; e di più, come se ciò non bastasse ad irritare la già indispettita, maligna femmina, ecco una di quelle palle di neve tirata dalla mano d'uno fra i compagni del nipote, venirla a colpire nella cuffia, mandargliela per traverso e scomporle tutto il poco elegante edifizio della sua capigliatura grigia ed arruffata.

La Gattona piombò sopra il nipote, proprio come uno di quegli animali che avevano avuto l'onore di darle il nomignolo sopra un povero topo, lo ghermì e fece le vendette della sua autorità sconosciuta, dei suoi comandi disubbiditi, della sua cuffia oltraggiata, della sua dignità offesa dalle sghignazzate dei biricchini sulle orecchie di Gognino, cui tirò senza misericordia, non ostante gli strilli del povero ragazzo.

Ma l'incontro di Gognino le fece pure venire in mente una buona idea. Quell'uomo cui la sorte le aveva condotto innanzi così inaspettatamente poche sere prima, ed al quale ora ella credeva essere in grado di rendere un nome ed una famiglia, e studiava appunto di far ciò nel modo che più le fruttasse; quell'uomo avevale promesso dieci soldi al giorno a patto gli conducesse il nipote ad imparare da lui lettura e scrittura. Ora di quel giorno ella aveva trascurato di menargli il bambino e di esigerne le promesse monete; e non ci vedeva nessuna buona ragione di perdere quel tanto. Amministrata adunque la severa correzione alle orecchie di Gognino, la vecchia lo prese ad un braccio, se con buona grazia ve lo lascio pensare, e fattogli deporre la cassetta di fiammiferi sotto il banco d'una rivendugliola sua comare, lo trasse con sè verso la casa dove dimorava il pittore Vanardi coi suoi amici.

Salita su fino all'alto quarto piano ed entrata in quel quartiere che ben conosciamo, la Gattona ci trovò sola sora Rosina la moglie del pittore, la miglior donna del mondo, come sappiamo, ma non delle meno ciarliere. In breve la vecchia che cercava di Maurilio, ebbe appreso tutte le novità che lo riguardavano; e la venuta del vecchio prete di campagna, e l'intromettersi di quest'esso per trovare a Maurilio un impiego, e l'avergli trovato il posto di segretario presso il marchese di Baldissero, e l'essere già Maurilio fin da quella mattina allogato in tal qualità da quella famiglia.

All'udire siffatta novella, la Gattona parve cadesse dal quarto cielo, tanto rimase sbalordita dalla meraviglia. Maurilio in casa dei Baldissero! Se lo fece ripetere parecchie volte, come se la fosse cosa a cui non potesse prestar fede così di piano; ed alla fine, levando le scarne mani verso il cielo, esclamò con un'espressione che faceva pensare a chi sa qual mistero la volesse adombrare:

— Oh Provvidenza! oh Provvidenza!

Sora Rosina non mancò al suo dovere di curiosa stuzzicando con varie domande la vecchia popolana a parlare; ma la Gattona, cosa d'ogni altra più meravigliosa, si rinchiuse nella discrezione d'un assoluto silenzio, da cui fu impossibile farla uscire; anzi troncò senz'altro il colloquio e se ne andò frettolosa dicendo che avrebbe cercato del signor Nulla nel palazzo del marchese: ma non fu colà ch'ella diresse i suoi passi, bensì al convento dei Gesuiti presso la chiesa del Carmine, dove domandò di padre Bonaventura, e dove, non essendoci egli, si fermò fino a tanto che rientrasse, cosa che non avvenne fino al cader del giorno.

Fra il frate gesuita e la pitocca venditrice d'abitini ebbe luogo un altro segreto colloquio lungo ed animato, che si conchiuse colla risoluzione, il frate medesimo avrebbe parlato al marchese ed avrebbe da lui ottenuta udienza a Modestina Luponi chiamata la Gattona.

Ma di quel giorno fu impossibile a chicchessia vedere il marchese di Baldissero, perchè gli avvenimenti capitati presero al vecchio gentiluomo tutto il tempo, e quando, compito quello che credette il debito suo, si ridusse in casa, non volle che nessuno più di estranei, qualunque si fosse, venisse introdotto presso di lui.

Ecco intanto quel che era capitato.

Verso le quattro Ettore di Baldissero rientrava nel palazzo paterno. Virginia, che stava ansiosamente attendendo ed a cui niuna nuova da nessuna parte era ancora pervenuta, appena udì rientrato il cugino, senza badare a verun'altra considerazione più, ma mossa soltanto dall'impulso della sua ansietà, fece pregare Ettore di passare tosto da lei. Il marchesino era troppo galante per tardare ad obbedire a un simil cenno della sua bella cugina.

La ragazza gli venne incontro fin verso la soglia, che Ettore aveva appena varcata; e guardandolo fiso in mezzo agli occhi come chi vuol leggere altrui nell'animo, gli disse con tono di asseveranza come se già sapesse tutto:

— Tu ti sei battuto quest'oggi coll'avvocato Benda.

Fra le tante cose meno degne d'un gentiluomo che Ettore di Baldissero aveva imparate pur troppo, non c'era almanco quella di saper mentire. Chinò il capo in segno affermativo.

Virginia continuava con aspetto pieno di coraggio, benchè fosse pallida ed avesse alquanto affannoso il rifiato:

— Un duello quale deve aver avuto luogo fra voi non si conchiude senza morte o ferita di alcuna delle parti. Tu sei compiutamente illeso.....

— Ti rincresce? interruppe con un sogghigno pieno di malignità il marchesino.

La giovane parve non badar neppure alla interruzione.

— È dunque l'avvocato Benda che rimase colpito.

— Tu la ragioni meravigliosamente giusto: rispose Ettore colla medesima ironia.

Virginia impallidì ancora di più e le sue palpebre tremarono un pochino; fu il solo segno di debolezza che apparisse in lei.

— Morto? domandò ella con voce più sommessa.

— No.

— Ah! — Ella fece una breve pausa e mandò più grosso il respiro. — La ferita è grave?

— Non è delle più leggiere: rispose con serietà il marchesino, che a questo punto non ebbe il coraggio più di essere ironico nè impertinente: ma la spero neppure delle più gravi.

Virginia tornò ad affondare i suoi occhi più brillanti che mai negli occhi del cugino, e domandò con una franchezza che svelava in una la forza e la nobiltà del suo amore:

— Vivrà?

— Spero di sì: rispose il marchesino.

Il colloquio fra i due cugini non aveva più ragione di continuare: stettero un istante l'uno in faccia dell'altra, senza saper più che cosa dirsi, finchè egli, tornando a far sentire nel suo accento quel tanto d'ironia, ruppe il silenzio:

— Mi pare che tu non abbia più nulla da dirmi, Virginia?

Ella scosse la segno negativo la testa. Ettore si inchinò leggermente ed uscì con aria disinvolta e quasi ilare, ma con un vivissimo dispetto in cuore. Non gli rimaneva più dubbio alcuno sull'amore di sua cugina per quel borghesuccio, ed egli, colla ferita che a quest'ultimo aveva procacciata, non aveva fatto altro che renderlo più interessante.

Appena sola, Virginia chiamò a sè la sua cameriera.

— Fa di sapere, dissele, se il segretario di mio zio è rientrato; e se sì, digli che venga a parlarmi.

La cameriera guardò stupita la padroncina.

— Va e fa come ti dico.

Aveva un aspetto di tal risoluzione e di comando, mai più visto in lei, che la fante si mosse ad obbedire senza fare pure una di quelle osservazioni che le erano venute in folla sulla punta della lingua.

Ettore, rientrato nelle sue stanze, trovò il domestico che gli trasmise l'ordine del marchese di presentarsi subito innanzi a lui.

— Andiamo da mio padre: disse il giovane fra i denti con un soffocato sospiro che manifestava la malavoglia e il disagio ispiratigli da questo abboccamento.

E ci fu sollecito. Alle interrogazioni del padre egli rispose con franchezza tutta la verità.

— Voi avete disobbedito in una al vostro genitore ed al vostro re; gli disse con severissimo accento il marchese. Nè l'uno nè l'altro non vi possono così agevolmente perdonare: mi recherò da S. M. ad intendere quale punizione voglia infliggere alla vostra pervicacia. Voi aspetterete in casa il mio ritorno.

Il figliuolo s'inchinò in atto di rassegnazione, e il marchese si recò senza indugio a Corte per riferirne al re. Mezz'ora dopo egli rientrava coll'ordine reale: Ettore di Baldissero si recasse incontanente agli arresti in cittadella.

Ma entrando nella vasta sala dell'anticamera, il marchese s'incontrava colla nipote che, apparecchiata per uscire, s'avviava in compagnia della cameriera verso lo scalone. Era già scuro per le strade della città.

— Dove vai, Virginia, a quest'ora? le domandò.

Ella si confuse, arrossì, balbettò, ed insistendo lo zio nella richiesta, rispose:

— Vado a consolare una mia amica e compagna di collegio a cui è capitata una grande sventura.

— Chi?

Virginia si confuse e arrossì vieppiù.

— Chi? ripetè il marchese osservando attentamente la ragazza.

— Maria Benda.

— La sorella dell'avvocato?

— Sì.

— Ah! — Stette un istante guardando la nipote con fissità osservatrice, ma non ostile, nè severa; — questa grande amicizia è nata da ben poco tempo, che prima d'ora mai non vi fu fra voi attinenza di sorta.

Virginia chinò il capo e non disse parola. Lo zio la prese per mano con un'autorevolezza piena di affettuoso interessamento.

— Vieni, vieni meco, Virginia, soggiunse. Conviene che ci parliamo noi due. — Andate ai fatti vostri, voi: disse alla fante, e trasse con sè la nipote in quel suo studiolo in cui siamo già penetrati parecchie volte.

Maurilio, più veniva accostandosi alla casa di Francesco e più sentiva in cuor suo diminuire quel tristo sentimento d'odio che gli era sorto verso l'amico. Anzi la riazione che avveniva nella sua natura fondatamente buona, lo faceva a poco a poco ancora più sollecito, ansioso e dolente del pensiero che a Benda avesse potuto accadere disgrazia. Ciò lo mosse ad affrettare il passo così che giunse al portone della casa, quasi correndo. Entrò egli nel casotto del portinaio e interrogò Bastiano che stava seduto con un gran braciere in mezzo alle gambe, fumando la sua pipa.

Apprese che Francesco non era ancora rientrato, e che in famiglia non si aveva sospetto nessuno del pericolo del giovane. Si fermò alquanto nel camerino del portinaio ad aspettare, poi non potendo più stare alle mosse, uscì ed andò a scalpitare con impazienza la neve dei viali. Avrebbe voluto camminare incontro alla novella per apprenderla più presto, ma non sapeva da qual parte Francesco e i suoi compagni fossero per giungere; pensava all'ansietà che, maggiore certo della sua, provava a quel medesimo tempo Virginia, e in parte se ne arrabbiava con invida gelosia, in parte se ne accorava come quegli che a lei avrebbe voluto risparmiare ogni affanno.

E intanto il giorno se ne andava e in quell'annuvolato aere scendeva assai presto il primo scuriccio della sera. Maurilio, intirizzito ornai dalla brezza invernale che spirava gagliarda, vide finalmente una carrozza che veniva a quella volta al trotto serrato d'un cavallo di prezzo. Questa carrozza si fermò innanzi al portone, un giovane signore ne discese frettoloso con aria visibilmente preoccupata ed entrò nella casa. Maurilio indovinò che con quel signore era giunta la novella, e dal volto del messaggiero capì che la non era lieta. Era diffatti il conte San-Luca che veniva a preparare la famiglia alla luttuosa vista del figliuolo ferito. Il sangue diede un rimescolo al nostro giovane; avrebbe voluto entrare colà e domandarne, e non osò; vide il conte venir fuori della casa, la faccia ancora più conturbata di prima, salir nel legnetto e questo ripartire, senza ch'egli avesse la risoluzione di spiccarsi dal luogo, di fare checchessiasi.

E di qual misura era la disgrazia che ormai non dubitava più fosse capitata a Francesco? Stette lì ad aspettare ancora senza sapere al giusto che cosa. Mezz'ora dopo giungeva a lento passo la carrozza che portava il ferito. Nelle tenebre della sera, Maurilio si cacciò innanzi di guisa da scorgere il meglio possibile, s'appiattò dietro il tronco di un albero là dove la carrozza doveva voltare per entrar nel portone, e mentre questa gli passava a un metro appena di distanza, gettò in essa avidamente lo sguardo. Travide la faccia pallida di Francesco appoggiata alla spalla di Giovanni Selva; negli occhi sbarrati del ferito che fissavano la casa paterna, scorse l'ansia ed il dolore fisico e morale. Maurilio non fu visto da nessuno; e' si ritrasse indietro quasi con ispavento e con orrore di sè medesimo. L'empio desiderio che nell'accesso del suo geloso furore aveva poco prima formolato, gli tornò in memoria come un rimorso, e gli parve poco meno che d'esser egli eziandio colpevole di quel sangue.

Dal suo nascondiglio vide sotto il portone, di cui Bastiano aveva spalancato le imposte, le dolorose accoglienze cui padre, madre e sorella facevano al povero ferito, che con riguardosa cura fu tratto fuor di carrozza e condotto al piano superiore; vide traverso i vetri delle finestre dell'abitazione il correre di qua e di là di lumi per l'affaccendarsi a provvedere le cose occorrenti al misero giovane; voleva entrare e domandarne e non osò: sperava che uno di quelli che accompagnavano Francesco uscisse ed egli potesse da lui informarsi e nessuno veniva. Finalmente il pensiero di Virginia, la quale stava sempre attendendo, che in lui s'era affidata, ed alla cui fiducia non voleva fallire, lo decise; entrò, chiese di Selva, lo ebbe a sè, apprese come stessero le cose, e addoloratissimo prese correndo la via del ritorno al palazzo Baldissero.

Virginia aveva giustamente mandato in cerca di lui. Maurilio le comparve innanzi ancora tutto affannato della sua corsa.

— So che il suo amico è stato ferito, le diss'ella con una specie di brusca vivacità che era irrequietezza dell'animo commosso e sgomento; ma se e quanto sia pericoloso il suo stato, lo ignoro. Può Ella apprendermi il vero?

Maurilio mestamente le ripetè quanto a lui medesimo aveva detto poc'anzi Giovanni.

La ragazza lo ascoltò fredda, immota, si sarebbe detto quasi indifferente. Quand'egli ebbe finito, essa fece un moto della testa che significava insieme ringraziamento e congedo, e disse semplicemente, ma la sua voce tremava un pochino:

— La ringrazio.

Il giovane uscì, e Virginia abbigliatasi e comandato alla fante si abbigliasse per accompagnarla, voleva accorrere presso di Francesco a vederlo, confortarlo, apprendere co' suoi occhi medesimi la fatal verità.

— S'egli morisse, pensava, ed io non potessi manco più dargli un addio!

Era per uscire, come vedemmo, quando s'incontrò collo zio che ne la impedì, conducendola seco nello studiolo.

— Aspettami qui un istante, le disse: devo dare pochi ordini e poi sono da te.

Ebbe a sè il figliuolo, e comunicatogli la sovrana decisione, comandò che immediatamente si recasse nella cittadella, dove già erano trasmessi gli ordini opportuni per riceverlo. Ettore non rispose una parola: s'inchinò e fu sollecito a recarsi in fortezza. Eravi diffatti già aspettato, ed a lui — vedete gioco del caso! — toccò appunto quella camera nella quale due giorni prima era stato rinchiuso come prigioniero politico il suo rivale ed avversario Francesco Benda.

— Virginia: cominciò così a parlare alla nipote il marchese di Baldissero, poichè fu rientrato nello studiolo, dove la ragazza stava attendendolo. Hai tu confidenza in me? Ti pare che io la meriti intiera e compiuta la tua fiducia?

La giovane stava dritta presso il camino e guardava fisamente la fiamma che volteggiava sulle legna nel focolare. Anche sulle sue guancie, precisamente come una fiamma, andava e veniva a volta a volta una vampa di rossore, un'onda di sangue che coloriva la sua pallidezza un istante, e spariva. Ella era levatasi dalle spalle il mantello e gettatolo comecchessiasi sopra una seggiola, s'era tolto del paro il cappellino e lanciatolo a quel modo. Le sue chiome abbondanti color d'oro, coi ricci cascanti sul niveo collo chinato, splendevano alla luce della lampada che era stata accesa sulla caminiera. Al di sopra della lampada pareva chinarsi sopra di lei il grande crocifisso d'avorio dalle braccia tese, e il riflesso rosato del lume dava a quel volto mite e sofferente scolpito dall'artista un'espressione che sembrava pietà.

Alle parole dello zio, Virginia alzò il capo reclinato, e guardando con franchezza e intenerimento insieme la bella figura del vecchio gentiluomo, rispose con voce vibrante d'emozione:

— Oh zio! Ella è l'unica persona al mondo in cui io possa aver fiducia e debba. E non vi ha alcuno che più la meriti di Lei.

Il marchese le pigliò una mano.

— Io ho fatto sinora tutto il mio possibile, perchè meno aspra e funesta ti fosse la tremenda sciagura a cui ti volle condannare il Signore: quella di non aver più nè padre, nè madre.

Virginia alzò gli occhi al soffitto, come se volesse lanciare uno sguardo fino al cielo a cercarvi cari perduti.

— Mia madre! esclamò essa coll'affetto di chi invoca in supremo bisogno un aiuto. Baldissero lasciò andare la mano della nipote, si passò la propria destra sulla fronte, e continuò con accento più sordo:

— Tua madre io l'ho amata cotanto!.... Eppure!....

S'interruppe come chi ha pronunziata parola che non doveva, e s'affrettò a riprendere:

— Ella aveva ogni fiducia in me... fin ch'io rimasi al suo fianco.... Ah! s'io non mi fossi allontanato, i miei consigli, il mio amore le avrebbero risparmiato indicibili affanni. Or bene, Virginia, in nome di tua madre medesima io ti prego a non voler mai tener celato a me quello di cui ti sentiresti obbligo di rendere istrutta tua madre.

Virginia tornò a chinare la testa in aria più perplessa che confusa.

— Ed ora, continuava lo zio, mettendo nelle sue parole maggiore caldezza d'affetto: ora se tua madre fosse qui, non avresti tu nulla da confidarle?

La ragazza parve il sul punto di parlare; poi si rattenne; mandò un'esclamazione e volse in là il viso arrossito.

— Tu hai dunque un segreto? seguitava il marchese coll'accento il più paterno: e questo segreto la tua determinazione di poc'anzi abbastanza lo rivela. Che cosa c'è di comune fra te e quel signore?

Virginia sollevò di nuovo la faccia con un'espressione piena di coraggio: guardò fermamente lo zio e disse colla franchezza d'una purissima coscienza e d'un nobile sentimento:

— Ci amiamo! Egli me lo svelò, io non glie lo nascosi.

— Sventurata! esclamò il marchese con accento in cui non c'era collera ma piuttosto dolore. E che speri tu?

— Nulla.... Glie lo dissi.... Egli, forse appunto per disperazione di ciò, volle morire.... Non debbo io prima che scenda nella tomba consolarlo d'un addio?

Negli occhi le spuntarono due lagrime, ma la voce e l'aspetto non manifestarono la menoma debolezza.

— Sventurata! Sventurata! ripetè lo zio. È dunque destino che anche tu?...

S'interruppe di nuovo; parve recarsi sopra sè, e per un istante regnò in quel salotto il più assoluto silenzio. Virginia guardava lo zio con una specie di curiosa ansietà che le parole e i contegni di lui le suscitavano. Dopo un poco egli soggiunse:

— Tu sai che nella vita di tua madre fu un gran dolore, ma quale esso sia stato ignori tuttavia. Fu desiderio di quella povera donna che tu l'apprendessi un giorno, e me lasciò giudice del momento opportuno. Oh forse ho avuto torto a indugiare cotanto: e il racconto delle sciagure di lei avrebbe potuto servirti d'ammaestramento! Ma così mal volentieri, e ne intenderai il perchè, accosto quel discorso!... Ora però non debbo più nulla tacerti. Siedi costì, Virginia, ed ascoltami. Udrai finalmente la storia di tua madre.

Virginia mandò un gridolino di desiderio, di soddisfazione insieme e di preghiera e di ringraziamento.

— Ah sì! esclamò giungendo le mani: ch'io l'oda finalmente!

Il marchese si raccolse, e cominciò poscia a narrare coll'accento di chi esponendo le più dolorose vicende della sua vita, sente riaprirsi le mal rimarginate piaghe del cuore.

Ma poichè non tutte le circostanze di quel funesto avvenimento poteva egli e doveva raccontare alla nipote, noi esporremo da parte nostra in termini più compiuti quel dramma, come già può essere narrato, senza pregiudicar l'interesse dei fatti avvenire, al punto in cui si trova lo svolgimento del nostro racconto.

CAPITOLO II.

Si era verso la fine dell'anno 1820. Che si avesse a vedere qualche novità in Piemonte molti dicevano, parecchi speravano, pochi affatto credevano. Carlo Alberto principe di Carignano continuava ad essere il centro di quel movimento liberale che aveva preso proporzioni abbastanza considerevoli nell'aristocrazia piemontese, la quale aveva sognato un momento poter giungere a sostenere presso la monarchia sabauda e presso il popolo subalpino quella parte moderativa e di dominatrice influenza che da secoli è tenuta dalla nobiltà del sangue, del merito e del denaro nell'isola inglese. S'era visto i medesimi Borboni di Francia accettare una costituzione; perchè non l'avrebbero accettata anco i Savoia? Alcuni spiriti aristocratici, mossi senza saperlo dalla forza impellente del progresso, vagheggiavano la distinzione e l'autorità di una parìa ereditaria nella loro famiglia colla guarentigia d'una libera tribuna. Credevano con questo modo risuscitare sotto forme novelle contro il trono, il feudalismo schiacciato dalla monarchia assoluta, e non s'accorgevano che aprivano la strada ad un più forte, nuovo, invasore potere, quello della libertà che non poteva a meno di far capo alla sovranità popolare. Ma ciò scorgevano bensì alcuni dei più generosi e dei più ardenti patrioti; i quali, oltre alle libertà interne miravano ancora ad un altro sacrosanto scopo; quello dell'indipendenza della comune patria dallo straniero.

La costituzione in Piemonte, speravano, sapevano, volevano che fosse la guerra all'Austria; guerra che non si aveva da conchiudere se non colla cacciata degl'imperiali al di là delle Alpi, ed ardenti giovani ufficiali, anche di aristocratico sangue, affrettavano coi voti e volevano affrettare coll'opera questo grandissimo fatto. Santorre Santarosa, nobile recente, ingegno non comune, degno d'andare fra i primi in qualunque tempo e presso qualunque popolo per cuore e per forza di volontà; Santorre Santarosa sapeva e voleva precisamente lo scopo necessario, legittimo, ultimo di quell'agitazione liberalesca, e spingeva verso di esso con ogni suo potere.

Ma i più dei nobili ritornati, colla ristaurazione dei Principi, a riprendere i loro privilegi, le loro cariche, le loro ricchezze, l'autorità, non capivano come fra i proprii compagni di casta ci fossero dei matti che, per una, secondo essi, poco illuminata ambizione, cercassero di cambiare ciò che era il meglio nella migliore delle monarchie assolute aristocratico-militari, e volessero porre a repentaglio i vantaggi attualmente posseduti per diritti e politiche guarentigie, di cui si poteva benissimo fare senza. Codestoro avversavano accanitamente cotali novatori; e tra essi era de' più accesi il vecchio marchese di Baldissero, padre di quello che abbiam conosciuto per capo della famiglia al tempo del nostro racconto. Egli era stato uno dei più fieri odiatori della rivoluzione di Francia, dell'impero e di Napoleone; ed odiava ogni novità, come un fanatico inquisitore sapeva odiare le eresie; aveva seguito il suo re in Sardegna, aveva trovato crudelissimo quell'esilio e ne aveva accresciuto il rancore ai giacobini (sotto il qual nome egli comprendeva tutti quanti non la pensassero esattamente come lui nella strettezza delle sue idee cattoliche, monarchiche, assolutiste); tornato nel continente con Vittorio Emanuele, era stato uno dei più caldi ed insistenti a dare quello sciocco, funestissimo consiglio che fu pur troppo messo in pratica, di ritenere come non avvenuti gli anni d'interruzione nel regno di Casa Savoia, di cancellare con un frego tutta la storia della dominazione repubblicana ed imperiale, e distrutta ogni innovazione, riprendere e rifare le cose come si trovavano a quel medesimo punto in cui il Re dovette fuggire innanzi allo spirito rivoluzionario rappresentato dalle baionette francesi. Ogni progresso legislativo, politico, sociale, civile fu tolto di mezzo: si volle rievocare la società del secolo scorso morta e sotterrata: e l'ultimo Palmaverde (annuario di Corte e degl'impieghi) fu preso per norma di distribuzione delle cariche di cui si spogliarono i titolari per rivestirne gli antichi, e se morti, i figli loro.

Codesto intrattabile ed accanitissimo nemico di ogni liberalismo odiava più ancora degli altri quei nobili che accennavano piegare alle idee moderne. A lui parevano codestoro come apostati e traditori; onde immaginatevi voi quali non dovessero essere il suo dispiacere e la sua collera, quando gli parve scorgere che suo figlio, il suo unico figlio medesimo si intingesse di questa pece.

Era da parecchi mesi a Torino un giovane signor milanese: Maurilio Valpetrosa. Era bello, geniale, elegante, pieno di brio e di piacevolezza nella parola, di grazia e di avvenenza nei modi, di buon gusto nel vestire e in ogni diportamento; ardito e destro ad ogni esercizio corporeo, cavalcare, schermeggiare, al nuoto, alla danza, al pallamaglio, allora di moda; generosissimo nello spendere; non inferiore a nessuno, facilmente superiore ai più in ogni cosa onde possa comporsi eletta educazione signorile, Venuto nella capitale del Piemonte con autorevoli ed efficaci commendatizie era stato fin dalle prime intromesso nella più scelta e titolata società e non aveva tardato a diventare assiduo frequentatore di quel gruppo di giovani ufficiali, letterati ed artisti che si raccoglievano nel palazzo Carignano intorno al giovane principe che doveva fare ammenda del fallo al Trocadero.

L'aristocrazia torinese, difficilissima e assai cauta in quel tempo ad ammetter ne' suoi salotti in condizioni di famigliarità e d'uguaglianza chi fra i suoi concittadini non contasse il numero voluto dei quarti, era assai più larga e benigna verso i forestieri; e quando uno venuto di fuori avesse maniere acconcie, ricchezze all'avvenante, lo accettava come invitato alle sue feste, e visitatore nelle sue conversazioni, senza domandargli di più. Codesto non poteva aver tratto di conseguenza; il forestiero sarebbe partito, recando seco la memoria della forbitezza di quella società, che quando voleva, sapeva essere veramente squisita, ed ecco tutto.

Maurilio Valpetrosa venne accolto di questo modo e per queste ragioni. I denari gli colavano di mano come ad un milionario, aveva una figura da principe di conte de fées, nel suo nome c'era anche un certo profumo, direi quasi, d'aristocrazia, un titolo non disdiceva nè stonava con quella sonora riunione di lettere d'alfabeto; s'avvezzarono a chiamarlo di Valpetrosa, e gli uomini per mangiare le sue cene, fumare i suoi sigari, averlo allegro compagno nelle loro pazzie, le donne per sorridere alla maschia di lui bellezza, per lasciarsi incantare dalle seduttrici parole dette con ispirito dalla sua voce insinuante, non gli domandarono se potesse provare che i suoi maggiori erano stati alle crociate.

Con costui il padre di Ettore Baldissero aveva stretto una più intima attinenza, che quasi poteva dirsi amicizia. Si erano conosciuti precisamente nelle sale del Palazzo Carignano, e dapprincipio e per alcuni mesi fra di loro non fu altra attinenza che quella di persone ammodo fra cui non v'è ragione alcuna di intrinsichezza. Ma ad un tratto il giovane milanese si pose con tanta insistenza e con tanta gentilezza a voler acquistare l'affetto e la confidenza del marchese di Baldissero che impossibile resistergli. E' diventarono gli Oreste e Pilade di quella nobile società torinese, e i maligni non tardarono a scoprire e susurrare la causa di questo premuroso zelo d'amicizia nell'elegante e leggiadro forestiero, quella cioè di accostarsi così vieppiù alla signorina Aurora di Baldissero, della quale cupidamente bramasse la beltà eccezionale e la dote vistosamente ricca.

Per quest'ultima parte si calunniava quel giovane, il quale in realtà era una delle più generose e valenti anime d'uomo che esser possano; ma quanto all'affetto che in lui avevano acceso la beltà, le grazie, l'ingegno della nobile fanciulla ch'egli aveva avuto campo di conoscere e di apprezzare in molti di quei salotti a cui era ammesso; quanto all'amore che egli ad Aurora aveva consecrato, caldo, insuperabile, eterno, tutto quello che diceva la gente, e parevano già cose esagerate, era un nulla appetto al vero.

Valpetrosa amò Aurora con tutto l'impeto di quella sua natura vivace ed ardentissima; l'amò di quell'amore che, come si esprime Dante: «a nullo amato amar perdona,» di quell'amore così assoluto, così vasto, così dominante che di esso non può a meno qualunque donna che assuperbirsi; e la natura gli aveva concesso, oltre il valore dell'interno, anche quei fisici pregi esteriori per cui cotale affetto si può a meraviglia esprimere, eloquentemente significare e con efficacia comunicare. Egli non aveva ancora parlato alla fanciulla che delle più indifferenti cose onde si possa occupare il discorso di due che conversino colle stampite delle cerimonie, e già la giovane sapeva d'essere amata con infinito ardore, e già quel leggiadro garzone amava ancor essa, senza averlo voluto, come spintavi da una forza superiore.

Il male si fu che di codesto ebbero ben presto ad accorgersene, come dissi, anche gli altri. Gli uomini non erano disposti a perdonare che questo intruso venisse loro a portar via il cuore della più bella fanciulla del loro ceto e della città; le donne perdonavano anche meno, che l'adorato loro vincitore abbandonasse il campo della galanteria, dove si piacevano assai affrontare le audaci di lui aggressioni e rimanerne vittime. Prima d'allora, passando egli da avventura in avventura, da questo a quell'intrighetto, messa in giuoco la vanità, non occupato il cuore, aveva saputo così bene governarsi con quei capricciosi esseri che sono le donne civette, da sciogliere ed annodare intime relazioni coll'una e coll'altra, senza offenderne veruna mai, senza farsi una nemica dell'oggi dell'amante di ieri; ma ora la passione vera e soverchia non gli lasciava più agio e prudenza da ciò. Abbandonò i sentieri fioriti della galanteria, dove prodigava madrigali e dichiarazioni piene di brio ad ogni incontro, lasciò vedere che tutto il resto gli era diventato indifferente e che chi non voleva accomodarsi a questa poco lusinghiera condizione a riguardo di lui, gli diventava uggioso.

Ora le donne di quello stampo perdonano assai poco altrui che le abbiano per indifferenti, meno ancora che le si trovino uggiose. Gli amori di Valpetrosa e di Aurora ebbero quindi intorno una schiera di nemici congiurati a loro danno.

Un bel giorno il vecchio marchese ricevette in mezzo agli scherzi agrodolci d'una leggiadra signora la rivelazione delle pretese sopra la figliuola dei Baldissero di quel forestiere che non si sapeva come fosse nato e che sentiva orribilmente di liberale le mille miglia lontano. Il marchese era amico dei mezzi spicci ed assolutisti, ordinò che Aurora non sarebbe uscita più in quelle occasioni nè andata in quei luoghi, dove e quando ci era probabilità potesse incontrare quel cotale: ebbe a sè suo figlio e senza scendere a spiegargliene il motivo, gli comandò rompesse ogni attinenza con quel Valpetrosa e sopratutto si guardasse bene dall'accoglierlo ancora una volta in casa. Il figliuolo rispettosamente volle opporre a questo comando, non resistenza, sibbene qualche considerazione soltanto; ma a' suoi cenni il vecchio marchese non ammetteva pure un indugio nell'ubbidienza: e siccome gli parve che il figliuolo non avesse troncato secondo suo ordine ogni relazione con colui e continuasse eziandio a frequentare quel circolo di liberali che a lui erano cari come il fumo negli occhi, domandò al re ed ottenne che l'erede del suo nome e del suo titolo fosse mandato sollecitamente a Madrid, come addetto a quell'ambascieria.

Il fratello d'Aurora partì e sventuratamente, senza aver nulla appreso nè nulla scoperto del reciproco amore di Valpetrosa e di sua sorella; e intanto fra questi, come sempre avviene, gli ostacoli frapposti ne accrescevano l'impeto e la fiamma della passione. Col denaro che il giovane milanese spendeva così liberalmente, gli fu facile acquistare degli alleati, dei complici nella casa stessa del marchese di Baldissero, intorno alla fanciulla da lui amata, e questi furono una cameriera specialmente addetta al servizio della marchesina Aurora e lo stesso intendente che aveva tutta la fiducia del marchese, il signor Nariccia. Questi non aveva tanto preso il suo tempo dagli affari della nobil casa che lo pagava, da non poter pensare tuttavia a mandare innanzi per suo conto certi traffichi con cui preludiava a quella sua condotta d'usuraio ch'egli impudentemente chiamava professione di banchiere. Valpetrosa che era venuto a Torino con molte lettere di credito per somme assai vistose, aveva pensato accorto partito il rivolgersi a questo cotale per lo sconto e la conversione in denari di quegli effetti, e Nariccia il quale aveva visto in ciò un buon guadagno, vi si era prestato con una certa premura, con una facilità, con uno zelo, che pel forestiero riescirono come una fiorita gentilezza ed avviarono fra di loro una certa fiduciosa attinenza che ben poteva dirsi amichevole.

Nariccia era diventato proprio il banchiere di Valpetrosa; egli teneva di costui in deposito le somme tutte in conto corrente, e veniva rifornendolo tratto tratto di denaro, mentr'egli per le tratte stategli rimesse era al di là di guarentito lucrandovi ancora interessi e sconto e diritto di commissione, e va dicendo.

Di questa guisa era capitato che al giovane venisse un giorno la infelice idea di confidare il suo amore a quest'uomo e cercare da lui consiglio ed aiuto. Nariccia per sapere il segreto di Valpetrosa, non aveva bisogno di questa confidenza, perchè era troppo accorto osservatore egli stesso e la cosa erasi fatta troppo oramai palese a troppi perchè la ignorasse, ma fece tuttavia come se la gli giungesse la più nuova del mondo. Al giovane, il quale, credendolo molto addentro nelle grazie e nei segreti del marchese, lo interrogava se dovesse mai avventurarsi a fare al marchese la domanda della mano di Aurora, egli rispose, ciò che era pure la giustissima verità, come il vecchio, superbissimo nobile, non avrebbe altrimenti accolto che quale un oltraggio siffatta richiesta da chi non potesse vantare tutti i voluti quarti di nobiltà, pensasse che direbbe a Valpetrosa quando questi avesse dovuto confessare di essere figliuolo d'un fabbricante di pannilana! Il giovane amante d'Aurora che era di umore vivacissimo e di spiriti più che audaci, decise in conseguenza non esporsi alla superba ripulsa, a cui non egli sarebbe stato capace di rispondere con calma, e giurò pur tuttavia che la fanciulla, a dispetto di tutto e di tutti, gli avrebbe appartenuto.

Nariccia medesimo, divenuto suo confidente e consigliere, fu quello che lo aiutò ad entrare in intimi rapporti con Modestina Luponi, la cameriera di Aurora, e seppe in questo modo tutto quello che avvenne fra i due giovani amanti. Tre mesi dopo la partenza del fratello di Aurora per la Spagna, la nobile figliuola dei Baldissero, posseduta da una irrifrenabile passione, aveva fatto padrone di sè, del suo avvenire, dell'onor suo il seducente giovane, il quale coll'intensità e la sincerità dell'amor suo meritava pure un tanto di lei sacrifizio.

La rivoluzione intanto era prossima a scoppiare. Valpetrosa doveva, secondo gli accordi presi coi congiurati, recarsi alla sua città natale e spingerla ad insorgere contro lo straniero per concorrere alla gran causa della libertà e dell'indipendenza della patria. Per lui separarsi da Aurora, e per quest'essa l'essere lontana dal suo amante era insopportabile pure al solo pensiero: egli parlò di fuga; la fanciulla resistette alcun tempo, esitò di molto, ma cedè finalmente. Stava per diventar madre, e questa sua condizione non poteva più celarsi a lungo oramai. La vergogna, il timore della tremenda collera paterna, la mancanza assoluta di persone affezionate in cui confidare e da cui prendere consiglio non le lasciarono campo a pure veder possibili altri partiti, acconsentì, ed una notte usciva ella furtivamente dal palazzo di Baldissero colla Modestina sua cameriera, complice e mezzana, e salita in una carrozza ferma ad una cantonata vicina, nella quale Valpetrosa stava aspettandola, partivasi con lui alla volta di Milano.

Ella dalla casa paterna non recava con sè nulla, nè gioielli, nè denari (ed era stato il suo amante eziandio a voler così), fuor quelle poche robe che vestiva ed alcuni oggetti suoi particolari che le erano preziosi, fra cui un rosario d'agata, memoria di sua madre morta.

Prima cura di Valpetrosa, appena furono i fuggitivi fuori di ogni pericolo di venir raggiunti, innanzi di condurre Aurora in presenza di sua madre, fu quella di sposar la sua amante, di far consecrare dalla benedizione del sacerdote, ai piedi dell'altare di Dio, quell'unione che tra di loro già avevano giurato eterna; così che entrando nella casa della genitrice potesse dire a quest'essa senza punto menzogna:

— Ecco mia moglie. Abbila qual figliuola.

La madre di Valpetrosa era donna di senno, di prudente carattere, d'indole un po' asciutta, cui le molte traversie della vita che aveva dovuto sopportare avevano resa taciturna, cupa anzi che no, aspra talvolta eziandio. Amava ella immensamente suo figlio senza fallo; e inoltre in lui riconosceva il capo della famiglia, il proprietario delle domestiche sostanze, e il padrone di soddisfare come gli piacesse i suoi onesti desiderii; ma quest'autorità del suo Maurilio ella per prudenza e per affetto voleva temperata da' suoi richiami, dalle sue obbiezioni; e siccome il giovane, di carattere alquanto svagato e leggero, non soleva dare alle parole di lei tutto il rilievo che ella avrebbe voluto e che si meritavano, soleva la madre punirnelo con un broncio che si dileguava poi, ad ogni momento che il figliuolo volesse, sotto le carezze e le dolci parole di lui.

E sarebbe stato invero un gran bene per tutti che sul giovane la madre avesse avuto più impero ed autorevolezza da impedirgli col positivo cenno e non soltanto coi consigli, ascoltati scherzando il più sovente e dimenticati poi tosto, lo sciupio delle famigliari fortune. Ma questa autorità la buona madre non credeva d'averla, non seppe e non pensava neppure poterla acquistare. Le condizioni in cui era quando il matrimonio col padre di Maurilio la fece entrare in quella casa; le condizioni cioè d'una povera operaia che non aveva di ricchezze che la sua avvenenza e la sua virtù, congiunte alla sua indole un po' timida, un po' permalosa, l'avevano fin da principio messa in un certo stato di sommessione e di dipendenza riguardo al marito, uomo operoso e procacciante, volontà ferma ed imperiosa, natura audace e piuttosto inchinevole a piegare e guidare e dirigere a suo senno le individualità altrui, che più deboli lo avvicinassero. La moglie di fatti, di lui, delle cose e degli interessi domestici seppe quello soltanto che a lui piaceva comunicarle, ed egli aveva sempre trovato superfluo il comunicarle gran che. La fabbricazione e il commercio dei pannilana da lui esercitati parevano prosperare il meglio possibile e mercè i grossi guadagni venir formando alla famiglia un enorme patrimonio. Era credenza comune in tutta Milano; ed era anco quella della madre di Maurilio che non vedeva, non pensava, non prendeva manco la fatica di immaginare diverso e più in là.

Si viveva da milionarii; non già essa, la moglie del fabbricante, la quale allevata fra le privazioni in una povera famiglia, non aveva disposizioni nessune, nè gusto nemmanco a comparire e scialarla da gran signora; viveva essa modestissima, rinchiusa fra le eleganti pareti del suo suntuosissimo quartiere, non vedendo alcuno mai; ma il marito non si rifiutava nulla di quanto potesse la ricchezza procacciare di sfarzo e di spassi, e l'unico loro figliuolo adoratissimo era tenuto ed allevato come l'erede di principesche fortune.

Ma, sventuratamente, ad un tratto il padre mancò. Dovendo venir appurata l'eredità del figliuolo, ancora in età minore, ne venne a risultare che cospicuo era bensì l'attivo della medesima, molti però eziandio i carichi e le passività in tal grado da ridurre di più che metà le rendite patrimoniali, quando mancassero quell'operoso spirito industriale, quell'intelligente intraprendenza che valevano al defunto fabbricante sì vistosi guadagni de' suoi capitali. Un'accorta amministrazione di quel patrimonio in mezzo a tutti quei viluppi ed imbrogli avrebbe saputo salvare all'erede una ricchezza più che considerevole; ma la vedova di Valpetrosa, donna di timidi spiriti, vissuta sempre ritratta, senza la menoma idea, senza la menoma disposizione per nessuna sorta di affari, non ne capiva nulla, non n'ebbe altra impressione che d'una gran confusione nella testa e d'un grande sgomento nell'animo. Di una cosa sola ella scongiurò gli onesti uomini che presero cura degl'interessi di lei e del pupillo, che cioè si sceverasse da ogni debito, da ogni traffico, da ogni complicazione quel tanto di più che si potesse delle fortune del marito, lo s'investisse in sicuri impieghi di capitale, da averne un reddito certo, fisso, immanchevole, in cui misurare le sue spese e la condotta e l'educazione del figliuolo.

La fabbrica fu venduta, fu ceduta ogni ragione che il defunto aveva sul principalissimo fondaco di panni che allora esistesse in Milano, e pagato ogni creditore, si ebbe tuttavia il risultamento d'un patrimonio di duecento e più mila lire austriache, cui la madre (suo marito essendo morto senza testamento) volle investire nel nome del figliuolo, come unico ed assoluto proprietario.

Questa buona e savia donna, cresciuta in mezzo agli stenti, anco fra le grandigie nel tempo della prosperità del marito, alle quali ella così poco aveva voluto partecipare, aveva sempre conservato spirito ed abitudini parsimoniose. Ora, spaventata da quel crollo che avevano subitamente sofferto le fortune dei Valpetrosa; crollo che da principio sembrava anche maggiore, e le aveva fatto temere poco meno che d'essere ridotti alla miseria, quelle sue tendenze a scemare le spese, a restringerle nel necessario, si aumentarono grandemente, ed esagerandosi benanco andarono fino alla grettezza ed all'avarizia.

Maurilio, per disgrazia, era perfettamente d'umore e di tendenze opposti. Il gusto dello scialo, l'amor dello spendere, l'ambizione dello sfarzo, e' doveva averlo recato seco fin dalla nascita; glie l'avevano radicato ed accresciuto i modi ed abitudini di vita della sua famiglia, vivente il padre; così bene che i diportamenti e le delicature dell'esistenza signorile eransi fatti per esso quasi una necessità. Un ridurlo a più modesti costumi, accompagnato da validi ragionamenti che gli ponessero in chiaro le sue condizioni, avrebbegli certo giovato e sarebbe riuscito a modificarne le propensioni; ma la madre esagerando e privandolo del tutto d'ogni suo precedente diletto, recando in tutto ciò che a lei sembrava superfluo una falce così spietata che a pochissimo invero trovavasi ridotto quel necessario che gli era concesso, ottenne anzi l'effetto contrario, suscitò quel sentimento di riazione che sta in ogni spirito umano contro ciò che gli si vuole imporre, destò più vivi ed irritò quei desiderii di godimento che acquistavano ancora, oltre tutte le altre, la seduzione del frutto proibito. La madre gli aveva pariate di povertà, ed egli era pure stato in caso di apprendere che una certa parte delle fortune paterne era salva: ignaro del vero valore del denaro, parevagli che duecento mila lire austriache fossero un gran che; si persuase quindi agevolmente che le continue ammonizioni di non ispendere, i continui lamenti sull'eccessività dei costi della roba, i continui consigli di risparmiare fossero esagerazioni cagionate da una specie di mania di sua madre, cui non bisognava contraddire, ma a cui si poteva e si doveva non dar retta. La gente in mezzo a cui soleva passare il suo tempo, non era acconcia a fargli nascere altra persuasione, nè ad inculcargli la virtù del risparmio. Mentre sua madre con infiniti risparmi riusciva in capo d'ogni anno ad aumentare d'una piccola somma il capitale, Maurilio coi debiti, che di soppiatto veniva facendo, lo intaccava senza misericordia, così che ne avrebbe dovuto fondere una gran parte quel dì che, arrivando alla maggior età, egli sarebbe stato costretto a pagare.

Quando quest'epoca dell'età maggiore del figlio fu arrivata, la madre si spogliò senza indugio dell'amministrazione del patrimonio che era proprietà assoluta di Maurilio, e cui pure ella mercè l'economia ed i risparmi aveva di qualche poco accresciuto; e il giovane trovatosi di poter disporre di una somma che a lui in quei primi momenti pareva inesauribile, la diede per mezzo ai dispendi, senza che servissero di valevol freno gli ammonimenti prima, e poi, visto inutile ogni parola, i bronci della madre. Di siffatta guisa non andò gran tempo che Valpetrosa ebbe consumata una gran parte di quelle sostanze salvate alla liquidazione dell'avere paterno. Ardente di carattere, generoso dell'animo, aperto e inchinevole ad ogni nobile impulso, Maurilio era entrato nella congiura dei patrioti che volevano francare dallo straniero l'Italia e sognavano nella monarchia, nell'esercito e nel popolo piemontesi un aiuto alla santa difficilissima impresa.

Trattandosi di fermare più stretti gli accordi fra i congiurati dell'una e dell'altra parie del Ticino, si pensò mandare in Piemonte uno dei lombardi che seguisse attentamente lo svolgersi dei fatti, si mettesse in giorno d'ogni processo della congiura, e di là comunicasse notizie, cenni, istruzioni; e niuno fu pensato poter meglio adempire questo ufficio di Maurilio Valpetrosa di scelte maniere, di vivacissimo ingegno, di simpatiche sembianze e di animo sicurissimamente incrollabile. Da ciò quelle tante ed efficaci lettere di favore dell'aristocrazia milanese che l'avevano introdotto nell'intimità della superba aristocrazia di Torino; per ciò quelle sue lettere di credito per somme vistose, di cui egli usava così largamente, cui egli aveva ritenute assolutamente indispensabili alla riuscita del suo compito e per ottenere le quali egli aveva impegnato tutto o quasi tutto il restante suo patrimonio.

Le cose gli erano andate perfettamente a seconda. Aveva egli mandato innanzi con uguale buon esito e di pari passo gl'interessi della patria causa e quelli del suo amore; aveva udito dalla bocca di Carlo Alberto parole che erano più d'una speranza, che potevano dirsi promesse; coi capi della cospirazione mezzo civile, mezzo militare, che si rannodava intorno al palazzo Carignano, aveva inteso i modi d'esecuzione del vasto disegno; aveva ottenuto da Aurora le massime prove d'amore. Ogni causa di suo soggiorno a Torino era cessata; partì come vedemmo e rapì alla sua famiglia la sedotta figliuola del marchese di Baldissero.

La madre di Valpetrosa non accolse Aurora come una figlia, sibbene con e una straniera intrusa nel loro domestico affetto. La sua timidità, l'amore misto ad una soggezione che aveva per suo figlio, non le lasciarono manifestare in modi aperti e positivi questo suo sentimento verso la nuora; ma esso apparve continuatamente nella freddezza poco meno che ostile, nell'impaccioso silenzio, nella costante musoneria che teneva con Aurora. Dopo alcun tempo, venutole un maggiore coraggio, si mostrò eziandio in certe indirette rampogne, in velate lamentazioni che ella faceva ad alta voce seco stessa in presenza della nuora, senza volgere a lei la parola, ma perchè andassero a ferirla. Aurora non aveva mezzo alcuno, nè credeva manco sua dignità, di rispondere; curvava il capo e taceva, come se quello non fosse fatto suo; ma sentiva intanto invaderla un'immensa amarezza.

Per la nobile figliuola dei Baldissero già cominciava la crudele epoca delle delusioni; dalle serene regioni dell'ideale dove s'inebriava di vaghe chimere l'anima sua, veniva ella precipitando nell'aspro mondo della realtà, e per affarsi a questo nuovo ambiente ond'era avvolta conveniva le si strappassero dintorno le antiche abitudini, dalla mente le antiche idee e le si venissero facendo a poco a poco, quasi direi, una nuova carne, un nuovo spirito. Bene l'aveva il suo amante chiarita dapprima delle proprie condizioni, ed adombratole il destino ch'egli poteva offrirle; ma come avrebbe potuto dipingerle con esatti colori la verità, mentre egli medesimo non era tuttavia ben conscio di questa stessa verità? Inoltre cosiffatti discorsi tenuti di fuggita in ratti colloquii, fra due proteste d'amore, usciti dall'appassionato labbro dell'uomo che vi ama, come potrebbero agli occhi d'una innamorata fanciulla, inesperta del mondo, vestire le giuste sembianze della realtà? Aurora, dietro i detti di Valpetrosa, aveva si pensato ad un'esistenza modesta, ritirata, anche povera; ma rallegrata pur sempre dalla divina luce di quel loro amore, ma vista traverso quell'immenso desiderio comune di unire le loro sorti, codesta esistenza si lumeggiava di certe poetiche tinte, si ornava del pregio d'un sacrifizio nobilmente sostenuto, onde si compiacevano lo spirito romanzesco e il generoso istinto di quella eletta e leggiadra creatura. Ella non aveva menomamente pensato, perchè non poteva in nessun modo supporle, alle piccole volgari contrarietà d'una vita domestica in ristrette condizioni, alle fastidiose tribolazioni d'una lotta intestina, alle punture di spillo d'una suocera inasprita; e quando la si trovò in mezzo a tutto ciò, ebbe in fondo all'anima una pena ed uno scoraggiamento, cui, volendo nascondere, sentì più forti, e che, se non furono un pentimento, s'accostarono di molto ad un rimorso.

Durava tuttavia, e nelle stesse proporzioni, l'amor suo per l'uomo a cui aveva sacrificato ogni cosa; ed egli si mostrava e mantenevasi degno pur sempre di tanto affetto. Se Valpetrosa avesse potuto dare tutto il suo tempo, o la maggior parte almeno, al dolcissimo compito di circondare dell'amor suo l'anima e l'esistenza della sua giovane sposa, qual traversìa, qual contrarietà avrebbe ancora avuta tanta forza da penetrare sino al cuore di lei, difeso da sì cara e potente armatura? Ma le bisogne della congiura esigevano imperiosamente il tempo, le cure, la mente tutta di Maurilio Valpetrosa, che nella rischiosa intrapresa aveva impegnati la sua più dominatrice idea, le sue più forti aspirazioni, il più solenne suo giuramento. Aurora, per forza trascurata, rimaneva sola, in casa, senza trammezzo nessuno, alla presenza della suocera ostile, al contatto delle uggiose volgarità, all'inevitabile paragone del suo presente col passato.

Si ritraeva ella nella camera coniugale, così infaustamente disertata dal marito, e si affondava nelle più dolorose meditazioni dei suoi casi. La sua colpa, della quale il trasporto dell'amore le aveva dapprima velata la gravità, allora le appariva d'una inesprimibile enormezza. Vedeva la faccia sdegnata di suo padre improntata d'una severità che non perdona; le pareva d'udire suonare da quel labbro superbo la maledizione sul suo capo; pensava eziandio a sua madre morta, e si figurava con ispavento vederla ella stessa, che pure l'aveva amata cotanto, sorgere dal suo sepolcro e lanciarle un'inesorabil condanna. Correva allora a prendere quel rosario d'agata che aveva portato seco, unico ricordo della spenta genitrice, e lo baciava implorando perdono, e, gettatasi in ginocchio, pregava. Poi piangeva, e correva il suo pensiero all'amoroso fratello colaggiù nella Spagna. Che cosa avrà detto del fallo di sua sorella? pensava la misera. Certo si sarà unito ancor egli a tutti gli altri a condannarla e maledirla. Sentiva coll'immaginativa il coro di riprovazione che aveva dovuto levarsi nella nobile società torinese, in tutta la cittadinanza, allo spargersi della scandalosa novella della sua fuga; arrossiva e tremava, tutto sola, a questo pensiero, e si copriva colle mani la faccia e si diceva con infinito tormento: — «Nessuno, nè anche mio fratello, non ha diritto di impor silenzio a quelle voci che affermano il mio disonore.»

Ma pure il fratello, ella sperava, sapeva che non si sarebbe congiunto cogli altri ad imprecare su di lei. Egli l'amava tanto! Se c'era anima al mondo in cui potesse entrare un sentimento di compassione per essa, insinuarsi un generoso impulso di perdono, era quella. Dov'essa Io avesse pregato intercessore fra lei e suo padre, non egli si sarebbe rifiutato all'opera pietosa. E se a lui scrivesse?... Ah! no; era inutile. Intercessione veruna non avrebbe giovato mai a placare la giusta collera paterna, ch'ella immaginava seco stessa tremando. Quando erasi partita aveva pure pensato un istante di lasciare pel padre un motto che umilmente supplicasse perdono; e non aveva nemmanco osato vergarlo. Ora gli parve che pur tuttavia al fratello potesse e dovesse assolutamente dirigere una parola; scrisse a Madrid e stette ansiosamente aspettando risposta.

Infelice! Ella non prevedeva quanto crudeli e fatali avrebbero avuto ad essere le conseguenze di questa sua lettera.

Pel superbo marchese era stata la fuga della figliuola una ferita crudele e profonda; non tanto per l'amore ch'egli avesse ad Aurora, il quale in verità era temperatissimo, e veniva dopo altri affetti e sentimenti parecchi, quanto per l'orgoglio che giudicò l'onore della stirpe gravemente offeso. Suo primo impulso era stato correr dietro egli stesso ai fuggitivi, strappare dalle braccia del rapitore la figliuola e gettarla in un monastero, lui ammazzare come si fa del ladro che si coglie nell'atto di rubare; ma la riflessione lo trattenne. La sua condizione sociale, il suo grado, la età non gli consentivano di questi partiti spicciativi; non a lui sì apparteneva raggiungere e punire i colpevoli; egli, supremo capo della famiglia, doveva avvisare e decidere ciò che occorresse per vendicarne l'offesa e lavarne la macchia, ma un altro doveva essere di quella il braccio vendicatore, l'individualità esecutrice. Si diresse alla Polizia per avere esatti ragguagli sull'essere di quel Maurilio Valpetrosa e sul luogo dove si sarebbe potuto afferrarlo, e scrisse a suo figlio in Ispagna. Gli apprese ogni cosa e comandò venisse in patria tosto: quel che gli toccasse di far poi, non disse nemmanco, sicuro che il figliuolo avrebbelo ben saputo discernere da sè.

Il fratello d'Aurora, appena ricevuta la lettera paterna, non mise tempo in mezzo, e benchè sua moglie l'avesse reso da pochi giorni padre d'un figliuolo (che fu quell'Ettore, uno dei principali personaggi del nostro racconto) partissi alla volta del Piemonte, risoluto a vendicar l'onore della famiglia, punire il rapitore e tornare poi tosto presso la moglie.

Ma frattanto, appena divulgatasi per Torino la notizia del ratto d'Aurora, un altro erasi presentato al marchese padre, per assumere questa parte di vendicatore. Era un giovane gentiluomo, il conte di Castelletto, amico del fratello d'Aurora, che non aveva nascosto un rispettoso amore per quest'essa, che fra i nemici di Valpetrosa contava quindi per primo, cui tutte le condizioni di famiglia, di fortuna, d'età facevano degno sposo della fanciulla, e che quindi nella società aristocratica era già da tempo considerato come il futuro marito di madamigella di Baldissero. Chiesto un colloquio da solo a solo col marchese, ed intromesso alla superba presenza di costui nel suo riposto gabinetto, il giovane, senza preamboli, colla franchezza di un carattere schietto ed impetuoso, coll'accento di chi ha preparate e studiate le precise parole da dirsi, così parlò:

— Signor marchese, io amava immensamente — l'amo tuttavia — madamigella Aurora; non posso permettere che l'infame suo rapitore goda del suo delitto, respiri ancora in questo mondo. Ella può — deve contentarsi di punirlo colla sua maledizione e col suo disprezzo; non io: nè s'acqueterebbe pure suo figlio se qui fosse. Ho la superbia di credere che nessun altro ne può prender le veci, può aspirare a sostituirlo, meglio di me. Sono dunque venuto a pregarla, per l'amicizia che mi lega a suo figlio, per l'amore che nutro verso quella infelice, di volermi permettere che io mi consideri come della famiglia e prenda il desiderato incarico della sua vendetta.

Il marchese lo guardò un poco in silenzio con quel suo superbo cipiglio quasi ostile; poi rispianò le rughe della fronte, ed abbozzato un suo cotal sorriso pieno di orgoglio, rispose tendendo al conte di Castelletto la mano:

— La ringrazio; ma la famiglia di Baldissero non ha ancora, grazie a Dio, bisogno alcuno che uno a lei estraneo ne pigli le difese e ne compia i doveri. Ho scritto a mio figlio e senza aspettare altra risposta, confido che verrà, partitosi di Madrid a volta di corriere. Se mio figlio mancasse, cosa che io credo impossibile, gli anni non hanno tuttavia così logorato il mio corpo da non poter io stesso compiere quel che si deve.

E siccome Castelletto s'inchinava con una certa penosa mortificazione, il marchese soggiunse con maggiore e quasi domestici espansione:

— Terrò tuttavia conto della sua offerta. Mio figlio avrà bisogno di compagni nella sua impresa; ed Ella, conte, sarà senza fallo uno di questi.

Pochi giorni dopo, viaggiando in posta, senza riposo, e facendo premura ai postiglioni con ogni fatta sollecitazioni e generose mancie, giunse a Torino il fratello d'Aurora, afflitto, sdegnato, pieno di cordoglio verso la sorella, di odio e di furore verso l'antico amico Valpetrosa.

I discorsi col padre non furono molto lunghi nè molto precisi; ma si capirono ciò nulla meno i due Baldissero. Non si aspettava più, perchè il figliuolo corresse a raggiungere il seduttore, se non le esatte informazioni dalla Polizia del luogo dove quell'infame, secondo essi lo appellavano, si fosse rimpiattato. Ma già fin d'allora era cosa usuale che la Polizia non riuscisse a saper bene cosa nessuna che importasse davvero.

Valpetrosa aveva le mille ragioni per nascondersi, fra cui era eziandio, se non la principale, non delle ultime nemmanco, quella del ratto della nobile ragazza torinese. Principalissima poi fra codeste ragioni era la congiura politica, di cui egli era uno dei capi. Avvisato da quei personaggi autorevoli, da cui egli aveva avute le efficaci commendatizie per Torino, che il Governo austriaco era in sospetto della cospirazione e stava per mettere la mano su alcuni fra i più compromessi di cui gli era uno; Valpetrosa, consigliato a fuggirsi e non volendo ciò fare e per non essere lontano al momento dell'insurrezione ch'egli sperava possibile e prossima, e perchè sua moglie in uno stato già inoltrato di gravidanza non avrebbe potuto sostenere il viaggio, ed egli non voleva separarsene; Valpetrosa, dico, fece correr voce della sua partenza e nascose il suo domestico focolare e sè stesso in un rimoto quartiere, presso fidatissimi amici, dove nessuno mai sarebbe riuscito a scoprirlo.

La Polizia adunque fece sapere ai Baldissero che quel cotal individuo, nominato Maurilio Valpetrosa, stato a Milano un po' di tempo, erasi poscia partito di là e fuggito in Isvizzera, dove non si sapeva bene in qual città avesse riparato.

Il figliuolo del marchese stava per partire in compagnia del suo amico il conte di Castelletto per la Svizzera coll'animo di girarne tutte le città e borghi e casolari finchè vi avesse trovato i fuggitivi, quando la fatalità volle che sopraggiungesse a Torino la lettera che Aurora aveva scritto al suo fratello a Madrid, la quale, arrivata colà quando egli erane già partito, gli veniva rinviata. In questa lettera la infelice pregava suo fratello perchè non la volesse condannare severamente egli stesso, perchè si facesse intercessore di pietà e perdono eziandio verso il padre così che non proseguisse col suo odio e colla sua maledizione lei e l'uomo che essa amava: queste supplicazioni le faceva non tanto in nome suo, ella di cui certo la colpa meritava ogni pena, ma in nome dell'innocente creatura che stava per nascere. Pensasse egli e chiamasse al pensiero del padre che quella creatura era pure sangue loro e che il proteggerla, l'amarla era in essi ad ogni modo un debito. Sè affermava piena di tristi presentimenti, aver paura della morte, sentire tremenda pesar sul suo capo la collera paterna, tremare, piangere, abbrividire al solo pensiero che quando avrebbe dato la luce al frutto già dilettissimo delle sue viscere, potrebbe per lei dischiudersi la tomba; affronterebbe con animo più calmo il fatale momento, non si spaventerebbe più dell'avvenire quando sapesse che almanco suo figlio non sarebbe fatto reo di quella colpa ch'ei non aveva, avrebbe trovato malgrado tutto nella famiglia di sua madre una famiglia eziandio. Da quanto aveva potuto scorgere e capire delle condizioni del suo sposo, avrebbe potuto nascere agevolmente il caso in cui l'innocente nascituro sarebbe stato esposto anco alle strette del bisogno: oh il diletto fratello di sua madre, quegli che aveva tanto amato la infelice Aurora, non l'abbandonasse, non lasciasse che a quel misero si chiudesse affatto come ad un estraneo il cuore e la casa dell'avo. Se sciolta da queste paure ella sarebbe lieta pur anco morendo. Affinchè suo fratello potesse farle risposta, l'imprudente scriveva il preciso indirizzo del luogo in cui Valpetrosa nascondeva la donna dell'amor suo e se stesso.

Il marchese figlio non lesse quella lettera, che avreste detto scritta con inchiostro di lagrime, senza grande commozione. Il suo tanto affetto per Aurora non era spento, ed a quelle umili e calde preghiere gli si era tutto risuscitato in cuore insieme con una immensa pietà. Si recò incontanente dal padre a dargli comunicazione di quello scritto ed a prenderne gli ordini ulteriori.

Mentre nel rileggere forte a suo padre le parole della sorella la voce tremava al giovane marchese, ed alla fine non erano senza lagrime i suoi occhi, il fiero capo di quella famiglia ascoltò ogni cosa con aspetto freddo, maligno, quasi ironico, e poichè il figliuolo si fu taciuto, un baleno di feroce soddisfacimento passò ne' suoi sguardi.

— Ah ah! esclamò egli con un sogghigno. Ella stessa ci rivela il covo della mala bestia. Non avrete dunque da sciupar tempo e fatica per andarla a schiacciare.

Il figliuolo sentì nel suo cuore generoso tutto aperto in quel momento alla pietà, entrare una profonda amarezza ed un raccapriccio, che erano una dolorosissima pena. Ripiegò lentamente la lettera di sua sorella e disse con voce sommessa ed accento d'un gelato rispetto e d'una malvogliosa sommessione a suo padre:

— Che cosa mi ordina Ella adunque di fare? Nel volto del marchese apparve più spiccata quell'espressione d'una fierezza mista a crudeltà, che guastava la bellezza scultoria di quei lineamenti.

— Avete bisogno degli ordini miei? disse con superba severità. Non vi dicono abbastanza quali sieno la coscienza del vostro dovere e il sentimento dell'onore?....

Il figliuolo interruppe con qualche vivacità:

— Sì padre, per quanto riguarda lui.... ma essa? Aurora? (e pronunziò questo nome quasi esitando); ma il figlio che ne nascerà?

Il marchese padre corrugò la fronte molto minacciosamente:

— Quello non è sangue nostro: proruppe; invano vorrebb'essa, quella perduta, impietosirmi su quel figliuolo d'ignobil padre, d'un perfido e abbominato e disprezzevol lignaggio. Nulla possono aver di comune i Baldissero con quella schiatta di volgo... Ma cominciamo a punir lui. Tolto di mezzo quel vile, penseremo alla disgraziata ed al frutto della sua colpa.

Il fratello d'Aurora accennò voler insistere, e il padre, come per torsi di subito ogni ulteriore fastidio in proposito, soggiunse, non lasciandolo parlare:

— Ad ogni modo non dimenticherò mai che quella è mia figlia.

Il giovane marchese sapeva anche troppo che nessuna sollecitazione avrebbe mai potuto ottenere di più e di meglio da suo padre a questo riguardo: s'inchinò in segno di riverente acquiescenza, e si tacque.

Quel giorno medesimo partirono alla volta di Milano il fratello d'Aurora, il conte di Castelletto ed un capitano delle Guardie, amico dei due precedenti, il quale venticinque anni dopo, all'epoca del nostro racconto, abbiamo trovato governatore della città di Torino. Insieme con loro partiva eziandio l'intendente del marchese, messer Nariccia, con particolari e segrete istruzioni del suo padrone.

Per far conoscere quali fossero queste istruzioni, ci convien qui riferire un segreto colloquio che poche ore prima della partenza aveva avuto luogo fra il marchese padre, l'intendente e Padre Bonaventura, in quel tempo giovane gesuita d'una trentina d'anni, molto operoso e inframmettente, frequentatore assiduissimo e graditissimo di tutte le case dei nobili.

Il marchese padre aveva raccontato al gesuita la scoperta avvenuta del luogo in cui si nascondevano i fuggitivi e la partenza che stava per avvenire del figliuolo affine di coglierli alla posta; poscia, guardando fisso il frate con quella sua aria imperiosa che voleva dire: le mie parole hanno da accettarsi senza discussione, e parlando con una certa simulata deferenza, nella quale pure si faceva sentire il tono orgoglioso della superiorità, soggiunse:

— Ella, quantunque viva all'infuori delle esigenze e delle passioni del mondo, pur sa, reverendo, quali siano gli obblighi che a noi, gentiluomini, impone l'onore della famiglia, e a quelli nè io nè mio figlio non saremo per mancare giammai.

Padre Bonaventura incrocicchiò le mani, le serrò al petto che teneva ricurvo, levò un momentino gli occhi al soffitto e poi li abbassò tutto compunto, mandando un profondo sospiro che voleva significare:

— Eh! pur troppo conosco le crudeli esigenze dell'onore mondano: le deploro, ma sono disposto a dar loro passata.

Il marchese continuava:

— Ciò riguardo a quello scellerato; ma riguardo a mia figlia ed al frutto della sua colpa, sento il bisogno di consultarmi con un buon religioso qual è Lei, padre Bonaventura.

Il gesuita s'inchinò.

— Di udire dalle sue labbra se le mie decisioni possono approvarsi da Quel di lassù, come sento che le approva e stima necessarie la mia coscienza.

Queste parole erano dette con una maschera di umiltà sì mal messa che di sotto appariva agevolmente e più effettivo ancora il vero intendimento del favellante, che suonava: «Voglio che mi diate la ragione, e coll'autorità del vostro carattere religioso consecriate come opera irriprovevole lo sfogo della mia passione.»

Bonaventura prese il contegno di chi si mette ad ascoltare con profonda, vivacissima attenzione.

— Disgiunta dal suo vile seduttore, mia figlia sarà tenuta in luogo dove nessuno la veda nè pur la sappia finchè siasi liberata... Dopo, appena guarita, entrerà in un monastero, dove rimarrà finchè... finchè decideremo noi che basti... Lei, padre Bonaventura, mi farà il favore di cercarmi un monastero acconcio, in cui possa ravvedersi quella povera anima, espiare colle preghiere e colle macerazioni della carne il proprio fallo, e dove nello stesso tempo non si dimentichi che quella è figliuola del marchese di Baldissero.

Il gesuita tornò ad inchinarsi.

— Mi farò una premura d'obbedirla, Eccellenza, diss'egli, e spero che riuscirò a soddisfarla compiutamente.

Successe un istante di silenzio; il marchese pareva non voler più dir nulla; il frate, chinato un poco verso il suo interlocutore, stava nella mossa di chi aspetta il principale del discorso; Nariccia, rimasto sempre a bocca chiusa, seduto un po' discosto, guardava di sottecchi colle sue pupille bircie ora l'uno ora l'altro.

— E?... e?... disse poi il frate.

— Che cosa? interrogò il marchese superbamente.

— E il fanciullo? susurrò con voce sommessa che quasi non s'udiva, padre Bonaventura.

Nella faccia del marchese apparì quella feroce espressione che già gli conosciamo.

— Quel fanciullo, diss'egli a voce bassa, ma fremente, è l'onta della mia famiglia personificata: e come questa onta si de' cancellare, così egli ha da scomparire.

Padre Bonaventura si trasse indietro colla seggiola; Nariccia fece un leggier trasalto sulla sua.

— Scomparire! esclamò il frate; come la intende, signor marchese?

Questi si piegò verso il gesuita.

— Che privilegio può aver egli ad una sorte diversa da quella degli altri frutti di simili colpe? La famiglia di suo padre andrà dispersa, nella nostra non può entrare: non gli resta che il destino del trovatello. Sarà posto come tale in un ospizio.

I due che udivano queste parole erano troppo soggetti al potente personaggio che parlava, per manifestare in alcun modo, anche il più lieve, la menoma riprovazione, e fors'anco non sentivano neppure entro sè veruno sentimento siffatto; ma tuttavia a que' detti del marchese tenne dietro un silenzio che tornò per tutti impaccioso e che nessuno sapeva rompere.

Fu il signor di Baldissero che dopo un poco riprese a dire come complemento del precedente discorso:

— A quell'ospizio, nello stesso tempo che sarà presentato il bambino, arriverà una vistosa somma d'elemosina, così che tutti i compagni di sventura di quel frutto della colpa avranno dalla sua venuta alcun giovamento; e nello stesso tempo, a propiziare la divina pietà all'anima medesima di quell'empio che mi rapì la figliuola, alla nostra così crudelmente provata famiglia ed alla sorte del neonato, intendo presentare alcuna offerta alle chiese dei Ss. Martiri e della Madonna del Carmine, che sarà di due lampade d'argento, e pregare la loro carità, reverendi padri, a voler dire un centinaio di messe a mia intenzione.

Padre Bonaventura s'inchinò più basso di quello che non avesse ancora fatto per l'innanzi, e disse col suo tono mellifluo, colla sua voce untuosa, coi suoi occhi bassi e colle sue mani incrociate:

— S. E. invero è sempre un esemplare di sentimenti religiosi e di generosità. Iddio saprà darle compenso, e dileguate queste poche nubi, vedrà che le manderà più splendido il sereno di quella felicità anche terrena che la si merita.

Fece una pausa, mandò un sospiro, strabuzzì degli occhi e poi riprese con maggior compunzione:

— Ah! certo Ella ora si trova in una penosa condizione. La nostra divina religione inculca il perdono delle offese, ed io che conosco il suo bel cuore so quanto sarebbe pur dolce a Lei il perdonare.

Il marchese fece una smorfia, che smentiva ricisamente l'allegazione del frate.

— Ma, continuava questi, pur troppo noi non possiamo aggiustare il mondo e le cose come vogliamo, e ci conviene accettare quali sono le circostanze in cui ci volle mettere la Provvidenza. Ella, pel grado che occupa, pel lignaggio a cui appartiene, per le condizioni sociali in cui si trova ha certi obblighi, certe necessità su cui non può transigere, ed è volontà divina che ciascuno compia suoi doveri varii secondo il diverso stato. Considerata adunque bene ogni cosa, io credo che V. E, fu bene ispirata nelle sue decisioni, e che a Lei, nel metterle in atto, non sarà per mancare il divino aiuto.

Il marchese si alzò; e gli altri ne seguirono lo esempio.

— Non dubitavo punto che avrei trovato anche questa volta in Lei, padre Bonaventura, quel religioso prudente e di buon consiglio che sempre mi si mostrò. Ecco dunque ciò che rimane da farsi. Voi Nariccia partirete con mio figlio per essere colà sopra luogo a provvedere a tutto ciò che possa occorrere. A voi l'incarico di condurre Aurora nel più rimoto ritiro che sappiate trovare; a voi quello di togliere, quando sia tempo, dal fianco di lei il neonato... A Lei, padre Bonaventura, l'accorrere presso la infelice a farle udire la voce di Dio e condurla al convento... Io, quella disgraziata, non la vo' manco vedere... Non ho bisogno di dirvi, Nariccia, che tutto quanto occorrerà, potrete spendere.

Il gesuita e l'Intendente uscirono insieme, e il secondo accompagnò il primo per un tratto di strada verso il suo convento.

Non si parlarono per un po': sembrava che evitassero perfino di guardarsi. Ad un punto fu il frate che, chinatosi vivamente verso il suo compagno, gli disse all'orecchio:

— Credo che fareste bene a mettere un segno a quel bambino nell'esporlo, affinchè in un caso qualunque lo si potesse riavere... Non si sa mai quel che possa arrivare!...

Nariccia fissò entro gli occhi il gesuita e gli sguardi di quei due maliziosi s'affondarono l'un nell'altro.

— Ci ho già pensato: disse poi l'intendente. E continuarono la loro strada in silenzio.

E di molte cose ne aveva pensato il tristo Nariccia. Egli aveva continuato a mantenersi in relazione col rapitore d'Aurora; quando Valpetrosa stava per partire, aveva scritto all'intendente dei Baldissero quella lettera di cui il medichino aveva letta una parte salvata dalla fiamma, allorchè Graffigna, che se n'era impadronito in casa dell'assassinato Nariccia, aveva voluto porgergli fuoco da accendere il sigaro.

Ritirate da Valpetrosa le quindici mila lire che aveva creduto necessarie per la sua fuga con Aurora, un altrettanto e più di spettanza del giovane milanese rimaneva tuttavia presso Nariccia; e questi, posseduto fin dalla sua prima giovinezza da una smania feroce di arricchire, dalla passione dell'avaro e da quel rabbioso amore dell'oro onde cotanto si degrada l'anima umana, all'apprendere la venuta del fratello d'Aurora e il suo disegno di vendetta su Valpetrosa, aveva pensato che quando questi nello scontro con Baldissero morisse, quella somma rimarrebbe sua senz'altro.

Quando arrivarono in Milano Baldissero coi suoi due padrini e Nariccia, quest'ultimo, mentre gli altri per l'ora troppo tarda decidevano di non presentarsi a Valpetrosa che il domattina, di soppiatto e sollecitamente recavasi dallo sposo d'Aurora ad avvisarlo di quel che lo minacciava. Il giovane ebbe una forte emozione che non cercò nemmeno dissimulare: ah! non era timore per sè, che dotato egli era d'ogni valore; ma era paura, viva paura del dolore e della sorte che sarebbero toccati a sua moglie ed al figliuolo suo nascituro. Macchiarsi egli del sangue del fratello di lei era grave al suo pensiero, ed era più grave ancora il pensare ch'egli stesso potesse nello scontro soccombere. Per intanto ciò che premeva era fare in modo che Aurora non avesse a concepire pure un sospetto della minacciata sventura, da avanzarle almanco delle ore penosissime di spasimi e paure. Decise a quest'effetto che il mattino vegnente si sarebbe appostato fin di buon'ora sulla strada ad aspettare la venuta dei padrini di Baldissero, perchè non avessero da entrargli in casa ed esser visti dalla sposa, la quale, riconoscendoli, avrebbe potuto agevolmente indovinare il motivo della loro presenza. Già di molto erasi turbata Aurora del vedere l'intendente di suo padre, e benchè le avessero detto che cagione di questa venuta erano gli affari d'interesse tuttavia pendenti fra quell'uomo e suo marito, tuttavia una specie d'istinto la teneva in un'ansietà piena di sospetti.

La seconda e rilevantissima cosa a cui volle provvedere Valpetrosa fu il destino della moglie e del figliuolo da nascere. E per ciò a cui aveva egli da affidarsi se non a Nariccia, al quale la sua fama di religioso dava aria di onesto, e che, nelle attinenze sino allora avute, all'inesperto e confidente giovane era apparso fedele e leale? Lo pregò volesse egli assumere codesta opera pietosissima; salvasse Aurora e il suo bambino dall'ira e dalle vendette della famiglia di lei; gli consigliò la moglie e la madre da cui la morte lui disgiungesse, Nariccia facesse riparare in qualche oscuro, rimotissimo luogo della Svizzera, e là sovvenisse di quanto abbisognavano quelle infelici; egli, Valpetrosa, con una ultima lettera da consegnarsi loro in caso di sua morte, avrebbe alle medesime manifestato come in tutto e per tutto dovessero in lui rimettersi ed a lui affidarsi.

Quanto ai mezzi di vivere, quanto alle fortune di quelle poverette, ohi come si dolse allora Valpetrosa d'avere così sconsideratamente sciupata tanta parte dell'aver suo! Ma quel che rimaneva, come fare perchè rimanesse e bastasse al sostentamento della famigliuola, e s'aumentasse da fornir poi al figlio che doveva nascere se non un'agiatezza, quanto meno una sicurezza del pane? Qui si trovarono a fronte la facile fiducia e la leale natura del giovane da una parte e dall'altra la frodolenta accortezza dell'antico servo dei Gesuiti, il quale non era stato tardo ad architettare per queste circostanze sopra le proposizioni del giovane un suo perfido disegno. E si decise: che Valpetrosa facesse un atto solenne di cessione d'ogni aver suo a Nariccia medesimo, perchè da costui si potesse esigere ogni capitale di spettanza del primo ed insieme colle somme che ancora rimanevano presso di lui in deposito, trafficarlo nelle sue speculazioni ch'e' chiamava bancarie; che di tutto questo avere il depositario pagherebbe un annuo interesse del cinque per cento non che una data parte degli utili ricavati dall'uso di tali somme, le quali annualità sarebbero pagate a Valpetrosa medesimo finchè e' vivesse, alla madre ed alla moglie venendo egli a mancare; che Nariccia pagherebbe a semplice richiesta di Valpetrosa di chi per lui, tutto o quella parte di tal capitale che si volesse poi ritirare; e che per impedire gli effetti giuridici di quell'atto di cessione, Nariccia avrebbe rilasciato a Maurilio una privata dichiarazione, con cui si certificasse come quella cessione fosse una finta soltanto e si determinassero i veri patti fra loro intravvenuti.