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IL ROMANZO TASCABILE
Centesimi 50 ogni volume
N. 118
VITTORIO BERSEZIO
LA TESTA DELLA VIPERA
VOLUME UNICO.
MILANO
SOCIETÀ EDITRICE SONZOGNO
Via Pasquirolo N. 14.
VITTORIO BERSEZIO
LA TESTA DELLA VIPERA
LA TESTA DELLA VIPERA
ROMANZO DI VITTORIO BERSEZIO
VOLUME UNICO
MILANO
SOCIETÀ EDITRICE SONZOGNO
14—Via Pasquirolo—14
1896.
Proprietà letteraria
Tip. dello Stab. della Società Editrice Sonzogno.
LA TESTA DELLA VIPERA
I.
Erano già le tre del mattino, e i giuocatori, sempre più accaniti intorno al tappeto verde, chiedevano nuovi mazzi di carte ai servitori sonnacchiosi del club.
Uno di questi aprì l'uscio di quel salotto dall'afa soffocante, s'inoltrò fino al tavolo dei giuocatori, e toccò discretamente sopra la spalla un uomo di circa quarant'anni, che, anche da seduto, appariva alto di statura, con un testone tanto fatto, irto di capelli rossigni tagliati corti che parevano punte di lesina, con ispalle grosse, rotonde, quasi gibbose.
Quest'uomo si voltò bruscamente e saettò chi l'aveva tocco di uno sguardo irritato cogli occhî grigi, che, in mezzo a quel faccione, apparivano piccolissimi, ma luccicavano d'un fuoco maligno.
—Che cosa c'è? domandò egli ruvidamente.
—Son venuti a cercare di lei da casa sua.
Quell'altro corrugò le grosse, fulve sopracciglia.
E senz'altro si voltò di nuovo al tappeto verde.
—Scusi, insistette il servo. Dice che è cosa di premura… Quella donna vuole assolutamente parlarle.
—Donna!… È una donna?
—Sì, signore.
—Vecchia?
—Non più giovane.
—Piccola, tozza, rossa in viso?
—Appunto…
—E che cosa ha detto?
—Che aveva da parlarle, che premeva molto che la sentisse subito subito.
Quell'uomo sbuffò contrariato e dispettoso, ma non esitò più; puntò le manaccie villose sulla tavola e si alzò collo stento che avrebbe avuto se la tenace pece lo avesse appiccicato alla seggiola.
—Te ne vai, Lograve? gli domandò uno dei giuocatori.
—Un momento. Conservatemi il posto… vengo subito.
Raccolse in fretta le poche monete che aveva innanzi a sè, le cacciò in tasca, e col passo pesante seguì il servo in una camera attigua.
Là stava aspettando una donna quale era stata descritta dal giuocatore. C'era in essa qualche cosa di sommesso e di impertinente, di umile e di presuntuoso; l'aspetto d'una serva che fa da padrona. Vestiva un abitaccio di cotone da pochi soldi al metro e per difendersi dal freddo di quella notte invernale s'era avvolta in un mantello impellicciato da mille lire: con un fazzoletto di lana s'era coperto il capo, e ora, levatoselo in quel caldo ambiente, mostrava una capigliatura abbondante, nera come ala di corvo, in cui correvano già numerosi i fili d'argento. I pochi resti di una bellezza volgare, contadinesca, sparivano sotto la pinguedine che le faceva enormi le guancie e sotto una espulsione cutanea che glie le arrossava. Gli occhî, neri come i capelli, avevano un'espressione audace, curiosa, investigatrice, spiacente. La voce era forte, maschia; le labbra sottili della bocca troppo grande scoprivano ad ogni momento i denti bianchissimi e robusti.
Il collo grosso e corto aveva un giro di granate con un fermaglio rotondo d'oro, grosso come il dito pollice; e le mani tozze, corte, dalle unghie schiacciate, erano sovraccariche di anelli.
Appena vide entrare il signor Lograve, quella donna esclamò:
—Presto, presto, sor Lorenzo… Venga a casa… Sua moglie sta malissimo.
—Peggio di quando sono uscito?
—Assai peggio.
—È lei che ti manda?
—Oh! no… La non può nemmen più parlare. E poi essa non oserebbe…
—È di tuo capo che t'è venuta la bella idea, di venirmi a rintracciare fin qui?
—No, signore: è stato il medico.
—Il medico!… C'è il medico in casa mia a quest'ora?
—Sicuro. Jeri sera ha trovato che le cose s'incamminavano troppo male e ha detto che se la malata peggiorava nella notte lo mandassimo a chiamare. La monaca mi venne a svegliare verso l'una, che le pareva la signora dovesse passare da un momento all'altro… Abbiamo mandato pel dottore, il quale è stato sollecito a venire, e si è stupito molto vedendo che il padrone di casa non c'era.
Lorenzo crollò le grosse spalle per significare che dello stupore del medico non glie ne importava niente.
—Fra il dottore e la suora me ne hanno dette tante che mi sono decisa a venire io stessa.
—Perchè voi?
—Perchè nè il servo nè il portinajo conoscendo il bell'umoretto di vossignoria hanno osato prendersi l'incarico.
Una fiamma salì alle guancie di Lorenzo che serrò i pugni e fece all'aria un gesto minaccioso.
—Sciocchi! imbecilli! poltroni! esclamò. Sono io il diavolo forse?… Ebbene, ora che siete venuta, Marianna, riprenderete la vostra strada e tornerete a casa!
—E voi? domandò la donna guardandolo fissamente negli occhî.
—Io?… io farò come mi piace.
—Ah! Lorenzo! disse la Marianna con una nuova famigliarità. Pensa bene! Tua moglie muore!
«Che cosa dirà la gente, se tu non sarai al suo capezzale, se ti si saprà in quel momento a giuocare in una biscazza?
Il passaggio al voi e poi al tu spiacque evidentemente al Lograve, il quale si guardò ratto d'intorno, pauroso che alcuno potesse aver udito: ma erano soli. L'uomo dissimulò il suo malcontento, e rispose facendo correre qua e là lo sguardo de' suoi occhietti inquieti:
—A me importa di quel che dirà la gente!… Ma pure verrò.
—Subito?
—Sì.
—Con me?
—No, sarebbe villanìa partire senza una parola ai compagni. D'altronde ho qualche impegno… Va, va pure; fra dieci minuti sarò a casa.
—Sicuro?
—Sicurissimo.
—Non mancate.
—No.
—E presto…
—Ho già detto di sì, interruppe l'uomo con brusca impazienza.
Marianna si ricoprì il capo col fazzoletto, si serrò intorno la persona il mantello che aveva slacciato e lasciato cascare alquanto dalle spalle, e partì senz'altro saluto.
Lorenzo rientrò nella stanza del giuoco.
—T'abbiamo conservato il posto; gli dissero i giuocatori additandogli vuota la seggiola che aveva lasciata poc'anzi.
—Bene!… grazie! rispose Lorenzo sedendosi. Un taglio e me ne vado… tanto da perdere ancora questi pochi che mi sono rimasti.
E ripose sul tappeto quella manciata di monete che aveva intascate levandosi di là. Seguitò a perdere; giuocò su parola; erano le sette del mattino quando il giuoco cessò e Lorenzo Lograve si alzò da quel tavolo con la perdita delle duemila lire che si era portate in tasca e di altre cinquemila da pagarsi. Camminò lentamente, quantunque l'aria frizzante di quel mattino invernale consigliasse ad affrettare il passo. Aprì l'uscio di casa colla chiave ed entrò. Tutto era bujo e silenzio. Senza accendere il lume attraversò la stanza d'ingresso, un'antisala, un salotto e chetamente venne ad affacciarsi all'uscio di una camera da letto. Le grandi cortine cascavano tutt'intorno al letto e lo chiudevano alla vista; appiedi era stato posto un tavolino con elegante tappeto e sopravi un crocifisso fra due candele accese.
Nessuno fiatava, nulla si muoveva; il luogo parve affatto deserto a Lorenzo che fece alcuni passi innanzi. Allora egli vide alzarsi dall'inginocchiatojo a destra una donna tutta vestita di nero che stava pregando. Era la monaca vegliatrice.
—Ebbene? domandò Lorenzo con voce bassa e quasi esitante.
La monaca lo guardò bene in faccia e gli rispose freddamente:
—È morta!
II.
Quando Marianna era rientrata, il medico le aveva detto che, se il marito della moribonda tardava una mezz'ora, non l'avrebbe più trovata in vita; poi, non essendo più possibile alcun soccorso per quella infelice, erasene partito.
La morente pareva assopita: un respiro lieve, ma affrettato, le usciva dalle labbra assottigliate, aride, livide, semiaperte; le mani brancicavano con moto macchinale il lenzuolo; le palpebre richiuse apparivano così affondate nelle occhiaje che avreste detto non esservi più di sotto il bulbo; la fronte libera, dai capelli tirati indietro, pareva enorme, il viso invece stremenzito non maggiore di quello d'una bambina. La suora di carità, curva sull'agonizzante, ne bagnava le tempie e le labbra con un pannolino e recitava le preghiere dei moribondi.
—Sempre lo stesso? domandò Marianna tanto per dire qualche cosa,
—Peggio, rispose la monaca. E il marito verrà?
—Sì.
In quel punto la giacente aprì gli occhî. Quelle pupille, già velate dall'ombra della morte, guardarono vagamente qua e là senza segno di coscienza, ma incontrando la facciona rossa della Marianna, si animarono e presero un'espressione di ripugnanza, di rancore insieme e di paura.
—Via!… via colei! balbettò la misera. Non mi ha ancora fatto male abbastanza?
Marianna si ritrasse vivamente indietro, facendosi nascondere dalle cortine alla vista della giacente, e intanto susurrò alla monaca:
—Il solito delirio… Non riconosce più le persone a cui essa era affezionata.
La monaca non disse nulla.
Lo sguardo della moribonda andò a porsi sopra una culla che stava presso la finestra. La coscienza e l'intelligenza tornarono del tutto in quell'essere vicino ad estinguersi.
—Mio figlio! diss'ella con voce alquanto più forte. Voglio vederlo.
—Il bambino non è qui, disse la monaca.
—Dov'è? dov'è? Me l'hanno rapito?
E il capo le si agitò sul guanciale, e le mani brancicarono più irrequiete sulle coltri.
—Si calmi, cara Luisa, soggiunse la suora; il bambino è di là che dorme colla nutrice.
—Ah! la balia! susurrò la moribonda; so che l'hanno dato alla balia… Me l'ha portato via la balia.
—No, no, stia tranquilla, è di là; creda alla mia parola.
—Voglio vederlo… voglio vederlo.
S'agitò maggiormente; la voce le si era fatta più forte, un lieve rossore le salì alle guancie e faceva uno strano contrasto col giallognolo della fronte.
—Abbia pazienza, disse la monaca, mettendole una pezzuola ghiacciata sulla fronte; il piccino dorme.
Ma la moribonda s'agitava viepiù.
La monaca fu commossa dall'accento di supplicazione disperata con cui quella poveretta pronunciò tali parole; si voltò indietro e susurrò alla Marianna nell'ombra:
—Contentiamola, pover'anima!… Faccia portar qui il bambino.
Marianna stette un attimo quasi esitante, poi crollò lievemente le spalle e se ne andò senza dir motto.
—Mio figlio!… mio figlio…. continuò ad esclamare con voce gemicolante la morente.
—Verrà, verrà, le disse la monaca. Sono andati a prenderlo… Si quieti, a momenti sarà qui anche suo marito.
Finalmente l'uscio s'aprì, ed entrò una balia assonnata, con aria di cattivo umore, e fra le braccia, serrato nel portabimbi, un fantolino di pochi giorni che gemicolava ancor esso, quasi alla pari di sua madre nell'agonìa.
Gli occhî di quest'ultima s'illuminarono d'un lampo di vita. La misera fece uno sforzo per tirarsi su della persona, per sollevare le braccia e tenderle al bambino; ma non potè nè l'una cosa, nè l'altra; il capo le ripiombò sul cuscino, le braccia sulle coltri.
La monaca prese il bambino dalla nutrice, e venne a porlo sotto gli occhî della madre. Era un bimbo miseruzzo, piccino, piccino, cogli occhî rinchiusi, la pelle tutta grinze, la carnagione gialliccia; e non cessava quel gemicolìo, che rivelava un continuo malessere.
La moribonda balbettò con accento d'immenso desiderio:
—Baciarlo!
La suora di carità pose presso le labbra della morente il visino patito del bimbo.
—Oh, figlio mio! susurrò la madre infelice. Lasciarti… in mano di… O Dio pietoso!… Lo raccomando… Preghi…
Un ultimo sguardo supplicante rivolse alla monaca; le labbra cessarono di baciare e di parlare; una lieve contrazione corse per tutto il corpo della poveretta e con un sospiro il capo si reclinò sulla spalla.
La monaca porse il bambino alla balia.
—Prendete, portatelo di là… Questo innocente non ha più madre!
Marianna fece vedere fra i battenti dell'uscio la sua faccia rubiconda.
—Finito? domandò.
—Sì! rispose la monaca, la quale con mano pietosa subito richiuse alla morta gli occhî e le labbra, ne adagiò il capo sui guanciali, congiunse le mani sopra le coltri e pose fra esse un crocifisso mormorando preghiere.
Marianna s'avanzò lentamente, quasi riguardosa verso la morta; la contemplò un istante con uno sguardo di espressione difficile a definirsi, ma non certo di dolore; e poi disse freddamente:
—Ha terminato di patire… Già, non ha mai goduto di florida salute… Non avrebbero dovuto maritarla… E neppure suo figlio non credo che possa vivere…
—Sarà quel che Dio vorrà, interruppe asciuttamente la monaca.
—Oh! ella ha ragione, cara suora! esclamò con accento di untuosa devozione Marianna. Dio sa meglio di noi quel che ha da fare. Dà e toglie la vita, e bisogna rassegnarsi a' suoi santi voleri.
Cambiò tono ad un tratto per dire con ostentata indignazione:
—Ma quel sor Lorenzo è proprio imperdonabile… Non essere neppur venuto a darle un ultimo addio.
La monaca non disse nulla: dispose appiè del letto il tavolino col crocifisso e le candele, accostò l'inginocchiatojo e si mise a pregare.
—Cara suora, ha ella bisogno di qualche cosa? domandò Marianna facendo meglio che poteva la voce dolce e insinuante.
—No, grazie, rispose la monaca senza pure voltare il capo. Starò qui a pregare finchè venga la mia compagna a surrogarmi.
—Benissimo… Le sue preghiere sono una carità fiorita per questa povera anima… Pregherei anch'io molto volentieri qui con lei… ma sono stanca… Ho vegliato parecchie notti… e per me le emozioni mi accasciano. Vado a gettarmi sul letto… Oh, non dormirò… pregherò anch'io… ma proprio non posso più star su.
La monaca, colla fronte serrata fra le mani, seguitava a pregare senza dar retta alle parole di Marianna.
Questa non aggiunse altro e scivolò fuori della camera senza rumore; dieci minuti dopo, essa dormiva sodo, come chi ha l'anima soddisfatta e tranquilla.
III.
—Morta! ripetè Lorenzo fuggendo cogli occhietti grigi e maligni lo sguardo dritto, levato della suora di carità.
—Da due ore… La vuol vedere?…
E senza aspettare risposta, la monaca sollevò uno dei candelieri, tirò in là una delle cortine e fece cadere la luce gialla dalla candela sul volto della morta.
Una gran placidezza s'era diffusa su quel volto fattosi del colore del vecchio avorio; ne spirava quel non so che di solenne e di sacro, che dà ai lineamenti umani la morte.
A quella infelice la Provvidenza non aveva concesso l'inestimabile privilegio della donna che è la bellezza; irregolari i tratti, cinerea la carnagione, povera la capigliatura, troppo sporgente e a bozze la fronte, incavate le guancie, meno candidi i denti; un pregio solo: una grande aria di bontà a cui si aggiungeva la timidezza del debole.
—Luisa! esclamò Lorenzo facendo un passo verso il letto: ma il suono di quel nome pronunciato dalla sua voce parve stupirlo, infondergli non so qual paura. Anche dalla vista di quel placido volto di cadavere fuggirono i suoi occhî irrequieti. Egli chinò il capo e mormorò piano:
—Morta!… Poveretta!
—Vuol sentire le ultime parole che ella disse?
Lorenzo, sempre guardando in terra, accennò di sì col capo.
—Si fece portare il bambino, e baciandolo mormorava: «lo raccomando, lo raccomando…» È certamente a lei che voleva raccomandarlo.
Lograve fece sgusciare verso la monaca una ratta guardatura maligna.
—Sono suo padre, disse con voce cupa non ho bisogno che mi venga raccomandato… E hanno lasciato lei sola qui? s'affrettò a soggiungere per cambiar discorso.
—Sì.
—Non istà bene.
—È il mio ufficio questo, e non ho bisogno di ajuto nè di compagnìa per compirlo.
E tornò all'inginocchiatojo a pregare. Lograve rimase un momento esitante, quasi perplesso.
—E… la governante? domandò poi abbassando ancora la voce.
—Si è ritirata anch'essa, rispose la monaca senza voltarsi.
Il vedovo andò al camino dove ardeva un buon fuoco, sedette e si diede a fissare le fiamme che danzavano sui tizzi. Regnava il più profondo silenzio. La monaca stava immobile sull'inginocchiatojo a pregare; il marito di quella morta immobile a contemplare il fuoco acceso. Egli non aveva l'ipocrisìa d'una lagrima. Non si poteva dire che sentisse rimorso; ma un grave fastidio l'occupava; il pensiero dell'irrevocabile, dell'irrimediabile, gli era come un peso al cervello. Questo, stanco dalla veglia e dalle emozioni del giuoco, cadeva di quando in quando in una specie di vaneggiamento in cui le idee si confondevano scambiandosi in imagini spropositate, come quelle dei sogni, e, pur rimanendo sveglio, perdeva la percezione esatta delle cose e del tempo.
A un punto uno dei tizzi, a metà consumato dalla fiamma, cadde e rotolò giù dal focolare: Lorenzo si riscosse, prese affrettatamente le molle, raggiustò la legna, e sbadatamente si mise a battere sui tizzi; ma in quel silenzio di morte il rumore prodotto gli parve enorme, scandaloso. Egli si drizzò in piedi, depose pianamente le molle, guardò di sfuggita verso il letto, e con passo guardingo uscì dalla camera.
Lungo il corridojo, a capo del quale era la sua camera, Lorenzo passò dinanzi ad un uscio e si fermò esitante: un forte russare venne ad avvertirlo che la Marianna ci dormiva profondamente. Fece un atto quasi di dispetto, e continuò la sua strada. Giunto nella sua camera, vi si rinchiuse, accese una lampada, poichè il giorno non era abbastanza chiaro, e passeggiò un poco su e giù, colle braccia incrociate, il capo chino, più curve del solito le spalle grosse. Poi sentì un gran freddo invaderlo con un malessere di tutta la persona.
Spense il lume, si buttò sul letto vestito come era, e si avvoltolò ben bene nella coperta imbottita. La stanchezza della veglia lo opprimeva, il calore a grado gli rianimava il sangue, gli parve di potersi addormentare anche lui, e se ne rallegrò tutto. Chiuse gli occhî, stette immobile e aspettò con intenso desiderio questo sonno benefico.
Ma no, ch'esso non venne. Tornavano invece le imagini strane; prima senza senso, senza nesso, spropositate, confuse; quindi a poco a poco più nette e precise; le imagini di tutto il suo passato, che si posero a sfilargli innanzi alla mente, insistenti alcune, le più spiacevoli ribelli alla sua volontà, che si sforzava a scacciare lontano.
Ed ecco qual era il suo passato.
IV.
Figliuolo d'un uomo che doveva dirsi il fiore degli egoisti e di una donna dalla testa leggiera e dalla condotta compagna, egli era nato cogli amori d'un prodigo e le passioni d'un libertino. Suo padre lo trattava come un cane, ed egli odiò suo padre; conobbe presto le sregolatezze della madre, ed egli disprezzò sua madre. Dovette assistere a scene terribili, ignobili, fra genitori, che gli tolsero per essi ogni rispetto e riguardo. Il padre non aveva che un mezzo per tenerlo sommesso e disciplinato: il rigore, e ne abusava. Il giovinetto conobbe tutti i generi di punizione che un padre senza cuore possa infliggere a un figliuolo recalcitrante.
La madre un bel dì scappò di casa con non so quale avventuriere, e la rabbia, la vergogna del marito abbandonato si convertirono in altrettanta maggiore persecuzione verso il figliuolo. Questi pensò ancora egli più volte di sottrarsi colla fuga ad un'esistenza divenuta insopportabile; ma dove andare? e come vivere?
A quattordici anni credette poter procurarsi un mezzo di scampo. Un suo compagno di scuola, più vecchio di lui, gli parlò del giuoco: Lorenzo riuscì a rubare uno scudo dal taschino del panciotto di suo padre, a letto addormentato, e si fece condurre in una bisca. Guadagnò, e il suo guadagno subito consumò in luoghi sconci, per tornare a casa ad ora indebita, senza più un soldo e ubbriaco. Furibonda fu la collera del padre, e degni di essa gli effetti. Lorenzo, schiaffeggiato, cacciato a calci nello stambugio che gli serviva da camera, vi doveva rimanere prigione una settimana a pane ed acqua. Uscì di là più invelenito, e con nel sangue già violente le destatesi passioni del giuoco e della dissolutezza.
In quel tempo entrò in casa come governante una giovane donna, fresca, grassoccia, colla volgare bellezza d'una florida salute, colle grossolane attrattive d'una carnosa robustezza, ed in breve fu la padrona. Era la Marianna.
Lorenzo cominciò per odiarla; ma la donna, o avesse veramente compassione di quel maltrattato, o per accorta previdenza volesse prepararsi la continuazione del dominio in quella casa, anche dopo la morte dell'attuale padrone, si fece la protettrice del giovinetto. Dell'autorità che aveva saputo acquistare sul padre di Lorenzo, si giovò per mitigare i feroci umori verso il figlio; molte punizioni riuscì a diminuirgli o anche a risparmiargli affatto; molte colpe di lui seppe nascondere e nello stesso tempo valse a fornire il borsellino vuoto del giovane perchè potesse a suo modo divertirsi. Fece anche peggio con infame cedevolezza, per tenere a sè legati e padre e figliuolo; e insomma riuscì a dominare l'uno e l'altro e a spadroneggiare in quella casa in tutto e per tutto.
Quando il padre morì, le cose non cambiarono per Marianna; anzi furono meglio ancora. Sul giovane Lorenzo quella furba, corrotta donna, aveva saputo acquistare un influsso anche maggiore.
Violento di carattere, maligno di cuore, Lorenzo, imperioso, sofistico; grossolana la donna, avevano pure non di rado furiose contese; ma appetto a lei più tenace, più verbosa, più acre, che sapeva di lui tutto il brutto, ne conosceva a fondo l'anima ed era abilissima a rinfacciare, accusare, minacciare, egli finiva per cedere e col tempo s'era lasciato investire da una specie di suggezione, che pareva riconoscere nella donna una superiorità.
Inoltre la Marianna, toltasi in mano, fin da quando viveva il padre di Lorenzo non solo il governo della casa, ma tutta l'amministrazione del patrimonio, erasi fatta poco meno che indispensabile al giovane che amava trovarsi ogni cosa accomodata a dovere, e denari in pronto a ogni occasione senza aversi da prendere il menomo fastidio.
Nè era poco abile e poco zelante l'accorta femmina a procurare il proprio guadagno: tanto che, maneggiando essa e capitali e fondi e redditi, ogni anno riusciva a mettere in disparte, come cosa sua, un buon numero di migliaja di lire, e in capo a due lustri aveva investito in titoli del debito pubblico e in depositi bancarî più di cinquantamila lire. Ma mentre venivano così aumentandosi le sostanze della governante, scemavano rapidamente quelle del padrone, da lui sperperate al giuoco, nei bagordi, nel soddisfacimento delle sue passioni e dei suoi vizî. Era sempre la Marianna che provvedeva ai bisogni di lui, accattando denari di qua e di là, e specialmente da sè stessa.
Quando Lorenzo contava già trentacinque anni ed era quasi del tutto rovinato, la fortuna venne a porgergli occasione di rifarsi mercè un matrimonio.
A prender moglie egli non ci aveva mai pensato; e se vi avesse pensato, si sarebbe affrettato a fargliene smettere l'idea la Marianna, la quale a niun patto avrebbe tollerato l'ingresso in casa d'un'altra donna.
Ma ci fu una fanciulla così disgraziata da far nascere in Marianna medesima il disegno di darla in moglie al padrone. Era figliuola unica d'un usurajo ignobile e spilorcio, cui tutti disprezzavano e che tutti disprezzava, vivendo isolato nel sudiciume d'una stamberga. La misera Luisa era venuta su stentata, rinchiusa fra quelle mefitiche mura, senz'aria, senza sole, mal nutrita, mal riparata dal freddo dell'inverno, oppressa dall'afa nei calori della state. Appena se il padre le aveva fatto imparare a leggere e scrivere, mandandola da certe monache, le quali, oltre il rosario e un ricco repertorio di giaculatorie, nulla sapevano insegnare.
Della vita, la poveretta non conobbe mai nulla, del mondo non potè vedere che le quattro pareti della triste casa paterna, un umido cortiletto, e il convento e il tratto di strada che conduceva alla chiesa, e la chiesa dove il padre la traeva, estate e inverno, ad assistere alla prima messa.
In casa, naturalmente, a fare le più umili come le più faticose bisogne, non c'era altra persona che lei.
Marianna cominciò ad aver attinenza coll'usurajo, cercando accatti pel suo padrone.
Al vecchio gufo tornò gradevole la vivace grossolanità di quella paffuta e rubiconda comare; si stabilì a poco a poco fra quei due una certa famigliarità; la governante di Lorenzo fu la sola creatura umana che il padre di Luisa ammettesse in casa per altro che per affari.
Ed ecco che un bel giorno, un tiro secco di colpo rapì l'usurajo alla figliuola e agli accumulati e nascosti tesori, senza che egli, il quale rifuggiva sempre con orrore dal pensiero della morte, avesse, in alcun modo, provvisto alle cose sue.
La figliuola, unica erede, essendo già maggiore di età, entrò subito in possesso delle sostanze paterne, e, inesperta, ignorante di tutto com'era, trovossi più imbarazzata d'un pulcino nella stoppa. Ma c'era lì la Marianna, e la povera fanciulla ringraziò la Provvidenza che le avesse procurato un sì valevole ajuto a trarla d'impiccio.
Quando la governante del Lograve ebbe veduto a quale vistosa ricchezza ammontasse la eredità lasciata dall'usurajo, provò invincibile la tentazione di metterci le mani dentro, e il mezzo più facile e più sicuro per ciò vide subito esser quello di far sposare Luisa da Lorenzo. La fanciulla era una scempietta che non avrebbe mai avuto una volontà sua, che di certo avrebbe subìto dalla Marianna quella tirannìa che fin allora aveva sofferto da suo padre. Luisa poi aveva ancora agli occhî della governante un altro merito: era brutta.
Lorenzo dapprima si rifiutò energicamente a tal disegno, ma l'ostinata donna, tanto più stimolata a spuntarla, finì per vincere, e nulla valse a salvare la povera Luisa dal suo triste destino.
Da principio però ella non ebbe a dolersene: le parve anzi di non essere mai stata così bene: aveva cessato di fare la servaccia e godeva di alcuni agi e vantaggi della ricchezza, cui la spilorcerìa del padre non le aveva lasciato conoscere mai. Suo marito di certo non le inspirava nessun tenero affetto e nemmeno fiducia e stima; e il carattere violento di Lorenzo, che con tanta frequenza diventava bestiale, riuscì a incuterle una tremenda paura. Per un po' di tempo la Marianna ebbe verso Luisa un'apparenza di protezione e difesa, ma fu proprio breve quel tempo, perchè la serva-padrona ben presto prese in uggia quel mostricciuolo di donna, che, in fin dei conti, altro non erale che un impaccio e una seccatura.
Allora fu una gara fra due anime malvagie a chi più tormentasse quella debole, impotente creatura abbandonata in loro balìa; così bene, che le miserie, i rabbuffi, gli stenti ch'ella aveva dovuto soffrire sotto la tirannìa paterna parvero a Luisa un nonnulla appetto alle sragionate violenze del marito, alle perfide persecuzioni della governante.
Dopo cinque anni di matrimonio, ecco avverarsi un inaspettato avvenimento che rialzò l'animo accasciato della poveretta, le diede una energìa di cui nemmeno essa si sarebbe creduta capace: ella stava per essere madre!
Fu una rivelazione per quella derelitta, cui nessuno aveva ancora amata, che fin allora non aveva amato nessuno mai. La sua facoltà affettiva, inerte, si destò a un tratto e di subito forte e risoluta. In quell'essere ancora ignoto che la Provvidenza le mandava si concentrò per lei la ragione di vivere, tutto il bene possibile sulla terra, una luce divina che rischiarava meravigliose mai più sognate plaghe nell'avvenire. Se essa poteva soffrire rassegnata ogni sopruso, ogni travaglio, non voleva, non doveva permettere che una sorte uguale, accogliesse nel mondo quella creaturina che Dio le affidava; era suo obbligo prepararle più soffice il nido, più mite l'aurora, per così dire, più sereno il cielo. Di qui nuovi e maggiori contrasti col marito e la governante. La notizia della prossima maternità di Luisa era stata accolta da Lorenzo colla sgarbata indifferenza del suo cinico egoismo, da Marianna con nuovo dispetto e un accrescimento di malevolenza. Ogni giorno avevano luogo scene violente, disgustose, vergognose fra quei due tristi e la loro vittima, la quale ora trovava un coraggio non avuto mai per difendere in sè stessa il figliuolo nascituro; ma ognuna di quelle scene portava via, per così dire, parte della vita alla povera donna, già così debole e cagionevole, di modo che quando giunse il momento del parto, l'infelice era affatto stremata di forze. Ella avrebbe voluto allattare il bambino essa stessa, ma il medico la persuase che ciò era impossibile; avrebb'ella voluto che la nutrice stesse in casa, per aver essa sempre seco suo figlio; ma questo la Marianna non voleva tollerare, e il marito lo negò assolutamente. In una cosa sola vinse il desiderio di Luisa; nella scelta del padrino.
Dei congiunti che gli rimanevano, Lorenzo Lograve non aveva conservato relazione con alcuno, fuorchè con un cugino di secondo grado, Emilio Danzàno, ricco industriale, che da qualche tempo aveva rinunciato a fabbricare quei panni che lo avevano arricchito per godersi in pace gli agi onestamente acquistati e le dolcezze della famiglia. Nelle rare visite che si facevano, Luisa ammirò la tenerezza fiduciosa e concorde che aveva luogo fra i conjugi Danzàno e l'amore, l'attenzione di entrambi per un loro figliuoletto che, quand'ella si sentiva madre, contava appena tre anni o poco più. Un simile amore la poveretta sapeva pur troppo che suo figlio non lo avrebbe trovato nel padre, e pensò che quel galantuomo di Danzàno sarebbe stato un difensore, un ajuto al nascituro.
Fu la sola contentezza che Luisa ebbe il vedere accettati per padrino e madrina i conjugi Danzàno.
Ma non fu solamente contentezza, fu trasporto, ebbrezza, delirio di felicità quello che la povera donna provò, quando la levatrice le ebbe posto fra le braccia un fantolino che piagnucolava con appena udibil voce.
Egli era grosso come un ranocchio, magro, schiacciato il viso, nero di carnagione, tutto rughe la pelle; eppure all'estasiata madre parve la bellezza di un angioletto sceso per lei dal paradiso.
Ella aveva sofferto di molto, e dolori morali e tormenti fisici; ma tutti furono obliati, o meglio benedetti, poichè le avevano procurato tanto bene, tanta gioja, tanto rapimento.
Il medico diceva che di molte cure aveva bisogno la puerpera: ma che grazie allo zelo di chi la vegliava avrebbe potuto essere salva anche la vita della madre. Giù da un paese montanino era arrivata una balia tanto fatta che poteva dirsi il ritratto della prosperità; e la giovane madre se n'era tutta rallegrata.
A Lorenzo la nuova paternità non aveva prodotto grande entusiasmo di gioja; egli guardava con occhio fra dispettoso e mortificato quel scimiottino, e lo mortificavano viepiù i sogghigni, le ironìe, i compatimenti della Marianna.
Luisa dapprima era stata un po' gelosa della balia, ma poi, visto che essa dimostrava molto affetto al bambino, e che questi suggeva con così avida soddisfazione l'alimento da quel turgido seno, le aveva posto subito un gran bene, e avrebbe fatto non so che cosa per contentarla. La balia mostrò un gran desiderio di avere un orologio, e Luisa, staccato dal capoletto il suo, glie lo diede.
A sera, Lorenzo rincasando irritatissimo per una vistosa perdita al giuoco, eccitato dai fumi del vino e dei liquori, passò nella camera della moglie, e il suo occhio grifagno vide che l'orologio mancava dal suo solito posto. Ne chiese, e udito del regalo fattone alla balia, scoppiò senz'altro in una di quelle sue tremende collere che già agghiacciavano di terrore la poveretta quando era in salute.
L'ammalata fu assalita da una violenta febbre, e quella sera medesima il medico la giudicò in pericolo.
Due giorni dopo essa era morta.
V.
Tutte queste cose passavano e ripassavano per la mente di Lorenzo; finchè pur finalmente venne un greve sopore che lo tolse a quella penosa fantasmagorìa. Fu destato da una mano, che, senza troppa precauzione, gli si posò sulla spalla. Aprì gli occhî e vide ritta presso al letto la Marianna.
—Che cosa c'è?
—C'è Danzàno.
—Ebbene, che m'importa?
—Vuole parlarti.
—Ditegli che dormo, che mi riposo… che sono occupato.
—No; è meglio che tu lo veda subito e te ne liberi… Egli ha parlato colla monaca… Chi sa che cosa la gli avrà detto… Sai che pedante egli è… Si faranno delle ciancie in casa sua… Va, mostrati afflitto, accasciato…
Lorenzo esitò un momentino; parve che non gli piacesse troppo aver da fare col cugino: ma poi, con subita risoluzione, si gettò giù dal letto.
—Dov'è? chiese.
—È nella camera di… della morta.
—Ah! non colà, sclamò vivamente il vedovo. Fatelo passare nel salotto.
Emilio Danzàno era un vero galantuomo che aveva poca amicizia e niuna stima pel cugino Lograve, ma che aveva sentito sempre, dacchè l'aveva conosciuta, molta compassione per la moglie di lui; e questa era stata la cagione che aveva fatto accettare a lui e a sua moglie di tenere al battesimo il neonato di Luisa. Quella mattina, venuto a prendere le nuove dell'inferma, egli trovò la monaca sola a pregare presso la morta. Dalla monaca seppe come, e con che parole, la poveretta fosse spirata.
—Povera donna! mormorò guardando con profonda pietà quel cadavere: poi chiese di vedere il cugino Lorenzo.
Questi, seguendo i consigli di Marianna, comparve con un aspetto accasciato, accolse con un brontolìo, che voleva essere un ringraziamento, le condoglianze, e sospirò, asciugò sulle ciglia delle lagrime ipotetiche e pregò il cugino di assumersi tutte le incombenze che occorrevano per quella luttuosa circostanza, per le quali mancavano a lui il coraggio e la mente. Danzàno, interessandosi della salute del figlioccio, consigliò al vedovo padre di mandarlo subito nelle più sane aure del paese montanino della balia: e il consiglio fu premurosamente accolto perchè corrispondeva affatto ai desiderî e alla convenienza di Lorenzo e della governante.
Il bambino fu lasciato colà tre anni, nè il padre lo avrebbe ancora ripreso con sè, dove il Danzàno non avesse insistito per farglielo ritirare in casa.
Il piccino, così miseruzzo com'era nascendo, non aveva di molto prosperato, ma aveva pur fatto il miracolo di vivere, superando le varie crisi dell'età infantile. Se la sua venuta in casa fu poco gradita al padre, uggiosa alla governante, riuscì una disgrazia per lui, il quale dalla vita libera, in sano ambiente, circondato dalla schietta benevolenza di quella famiglia montanina, passò nell'aere rinchiuso d'una casa cittadina, dove nessuno gli voleva bene, dove anzi il padre impaziente lo allontanava da sè con violenti rabbuffi, e Marianna non faceva che rimproverarlo, castigarlo, e sovente ancora picchiarlo di santa ragione.
Qualche volta il padrino otteneva che il piccino venisse a passare la giornata in casa sua; ma ciò non tanto sovente quanto i Danzàno avrebbero voluto, perchè Marianna, temendo che il ragazzo, malgrado le minacciose intimazioni fattegli, raccontasse e i mali trattamenti suoi e le scene burrascose che così frequenti avevano luogo in casa, contrastava più che potesse a tali visite. Nella casa del padrino il figliuolo di Luisa trovava un ambiente tutto bontà, pace, ilarità ed affetto. I conjugi s'amavano, e ambedue idolatravano i loro figli che crescevano avendo pei genitori quella devozione, quel rispetto, quella stima che veramente si meritavano. Due erano questi figli, un maschio ed una femmina: quello aveva tre anni di più del Lograve; la bambina invece ne contava cinque di meno, e fratello e sorella si volevano pure un bene da non si dire. Si sarebbe creduto che quelle giornate passate nella famiglia del padrino riuscissero un diletto, un godimento pel piccolo Emilio; e invece così non era: perchè a misura ch'egli avanzava in età, si manifestava e cresceva in lui uno dei più brutti vizî, e più inspiratori di malvagità: l'invidia. Quel disgraziato, della madre non aveva pure la bontà dell'anima, ma soltanto la bruttezza del corpo; dal padre aveva attinto la tristizia dell'umore e del carattere; sottoposto alle sfuriate paterne, alle continue persecuzioni della Marianna, egli ci aveva aggiunto la dissimulazione e l'ipocrisìa.
I cuginetti erano belli, sani, ben vestiti, accarezzati, regalati d'ogni ragionevole divertimento, sempre lieti e concordi, e paragonando a loro sè stesso, infermiccio, sgraziato, male in arnese, maltrattato, ignorante, ineducato, goffo, Emilio Lograve si struggeva d'un'invidia tanto più amara quanto più dissimulata.
Per l'istruzione d'Emilio fu ancora il Danzàno che decise il malconsigliato padre a fare qualche cosa: e siccome tanto a Lorenzo quanto alla Marianna andava a versi di togliersi quell'imbarazzo dai piedi, all'età di dieci anni il figliuolo di Luigia fu cacciato in collegio.
Il soggiorno in questo fu ad Emilio poco meno ingrato di quello della casa paterna. I ragazzi sono abilissimi ad intuire il carattere di coloro con cui convivono, ed Emilio fu presto conosciuto per maligno, invidioso, mettimale ed ipocrita: e fu da tutti i compagni mal visto. Debole e odiato: si può facilmente comprendere a quante malizie, avanìe, tribolazioni e scherni egli fosse fatto segno. La sua triste indole si intristì viepiù, rispose all'odio coll'odio; maledì la sua debolezza, agognò di acquistarsi una forza qualunque da potere ripagare il male col male. Il caso venne un giorno a rivelargli che la sua debolezza poteva giovarsi d'una abilità per superare in altrui anche la forza fisica.
Fra quelli che gli mostravano maggior malevolenza e disprezzo era principale uno dei più grandi, robusto, coraggioso, bello e in ogni cosa distinto. Emilio l'odiava e lo invidiava accanitamente; aveva cercato di nuocergli, rivelando ai superiori qualche colpa disciplinare di lui, e il giovanetto se n'era vendicato a misura di carbone con famosi carpicci senza parsimonia.
Un giorno, in una passeggiata fatta sulla collina da tutti i collegiali, sbandatisi questi a proprio talento, Emilio Lograve, che non aveva mai amici, che non si piaceva della compagnìa di nessuno e di cui nessuno amava la compagnìa, si trovò solo in alto d'un poggio rivestito di boscaglia, di mezzo alla quale scorgevasi il fondo della vallata corrente al di sotto, lontano, un centinajo di metri. In questo fondo della valle stava la maggior parte dei compagni giuocando.
Fra tutti eminente il più destro, il più forte, sempre vincitore, Alberto Nori, quegli cui Emilio odiava più intensamente d'ogni altro. Ad Emilio venne una malvagia inspirazione: poter colpire da lontano, senza esser veduto, quel capo orgoglioso! Si ricordò di Davide e Golìa: duello in cui la abilità del giovanetto aveva vinto la forza del gigante: scelse lì per terra un sasso tondeggiante, grosso come un uovo, lo pose nel fazzoletto di cui si servì come una fionda, e fattolo girare due o tre volte per aria, lo scagliò in direzione del detestato compagno. L'occhio e la mano furono giusti: il giovanotto colpito cascava in terra, sanguinosa la fronte, smarriti i sensi. Emilio, ratto, s'era nascosto nella boscaglia, felice e glorioso seco stesso del suo bel colpo. Quel sasso parve a tutti i presenti piovuto dal cielo; invano guardarono di qua e di là per iscoprire da qual mano fosse stato tratto; nessuno si vide, nulla si mosse. Coll'aria più innocente del mondo Emilio raggiunse i compagni e simulò con arte perfettissima la più reale meraviglia e la più sincera indignazione.
Il ferito, lavatagli con acqua fresca la fronte, presto rinvenne, e fasciatogli come si potè meglio il capo, si sentì abbastanza in forze da potere tornare a piedi in collegio, dove però dovette rimanere un po' di giorni in infermeria.
Emilio gongolava nel suo segreto. Di quella scopertasi abilità si piacque coll'esercizio ad accrescere la perfezione; e in breve divenne sì esperto, che colla fionda e colla mano, a quella distanza a cui le sue forze potessero far giungere il sasso, egli era sicurissimo di colpire qualunque menomo oggetto preso di mira.
«La civiltà, pensava Emilio, ha voluto rendere terribile anche la debolezza di chi ha l'occhio giusto, la mano ferma, l'anima risoluta e il cuore saldo, colla invenzione delle armi. Quando io abbia in mano una pistola, non temerò più i muscoli d'acciajo di nessun Ercole o Sansone.»
In quel collegio si davano lezioni di scherma cui pochi degli allievi, e con poca buona voglia, seguitavano; Emilio fu ad esse assiduissimo e attentissimo. Piccolo, magro, sottile, ma vivacissimo, ratto, agile nelle mosse, con occhio acuto, pronto e giusto, egli divenne presto abilissimo schermitore, cui mancava la forza per durare a lungo, ma una destrezza impareggiabile dava una sicura superiorità nel primo assalto.
A sedici anni Emilio uscì dal collegio più cattivo assai di prima, più invidioso dei beni altrui, più irritato delle proprie condizioni, ma più dissimulatore, e avendo al servizio de' suoi odî e rancori una malizia più raffinata, una malvagità profonda, una volontà più ferma.
VI.
A casa, per Emilio, ricominciò una vita uggiosa al pari, se non più, di quella che aveva vissuta prima di entrare in collegio. Il padre, molto invecchiato, non tanto per gli anni, quanto per la vita sempre peggio disordinata, era di umore più intrattabile che mai: la Marianna, vecchia anch'essa, diventata un'enorme massa di carne, più padrona di prima, comandava a bacchetta, faceva colla sua avarizia e col rigore il tormento della servitù, avvicendava le eterne querele e le strapazzate alla cuoca e al domestico, colle periodiche baruffe, di cui impiacevolivano la loro convivenza padrone e governante.
Emilio fu tenuto come uno schiavo, senza mai uno svago, sempre senza un soldo in tasca: vestito così miseramente, che se ne vergognava in mezzo ai compagni di università, dove studiava medicina. Aveva provato a dire le sue ragioni al padre, e questi lo aveva irosamente respinto; aveva supplicato e n'era stato schernito, aveva osato alzar la voce, e benchè adulto, ne aveva ricevuto quelle umilianti correzioni manuali di cui si era tanto abusato verso di lui fanciullo. Scese più basso nella sua degradazione di carattere: si diede ad accarezzare, adulare quella Marianna che in cuore odiava più di tutti al mondo; e qualche cosa ne ottenne: un complice silenzio per un'ora d'assenza dalla casa, una scusa per un tardo ritorno, e qualche liretta di quando in quando datagli di soppiatto del padre. Di questi denari vilmente strappati all'avarizia della governante, egli si serviva in un modo solo; nelle sale di scherma e nei tiri a segno, cui frequentava assai più zelantemente che non le aule universitarie. Non gli dispiacevano tuttavia gli studî intrapresi, e principalmente le esercitazioni anatomiche. Gli era con una specie di voluttà ch'egli col bisturi si metteva a tagliare in un corpo umano, stesogli davanti nella sua rigidità di cadavere, e ne scrutava i visceri e i giuochi meccanici dell'organismo, e le fonti di quella vita che s'era spenta, e le cagioni di quella morte che lo dava insensibile alla sua curiosità inesperta. Con più acre senso di curiosità desiosa assisteva alle operazioni chirurgiche: tagliare nelle carni vive, farne zampillare il sangue, vedere fremere i muscoli, contrarsi le fibre, spasimare tutto l'essere del paziente, era uno spettacolo che lo attirava, lo affascinava.
Nella casa del padrino capitava di rado. Colà non trovava che nuovi motivi da inasprire la sua invidia. Il signor Danzàno era giunto ad età matura, ma godeva di florida salute, procurata dalla savia regolarità della, vita, che gli conservava il buon umore, l'amenità delle maniere e l'affettuosità, di cui era un esemplare inarrivabile sua moglie. Cesare, il primogenito, presso ormai a terminare il corso d'ingegnerìa, erasi fatto giovane, bello, elegante, vivace quanto era stato bambino leggiadro ed amabile, e chiunque rimaneva ammaliato dalle graziette di Matilde, vero bocciuolo di splendida rosa. Cesare era d'umor gajo, espansivo, impressionabile, facile a prendere da altrui idee, tendenze, abitudini, volontà; Matilde, invece, riflessiva, lasciava scorgere nella gentilezza, che mai non la abbandonava, un'anima forte, un criterio sano e robusto. Il figliuolo di Lorenzo nelle sue visite ai Danzàno mostravasi umile, devoto, strisciante, pieno di riconoscenza: il padrino, la moglie di lui e Cesare ci credevano; poco o nulla Matilde, la quale provava una istintiva ripugnanza per la figura, le maniere, le ostentazioni d'umiltà e di devozione del cugino.
Fattosi abilissimo nel maneggio delle armi, Emilio Lograve desiderava ora l'occasione di provare in solenne maniera questa sua abilità: e l'occasione venne. Fra i compagni d'università egli non s'era fatto amare meglio che dai convittori del collegio: onde non gli mancavano nè le dimostrazioni di malevolenza e di disistima, nè gli scherni e le umiliazioni. Emilio decise di pigliare, al primo insulto, tale vendetta che levasse per sempre altrui la voglia di ritentare la prova. Si era nella sala delle esercitazioni anatomiche, e uno di quelli che più l'avevano in uggia, gli fece uno sgarbo; Lograve espresse il suo risentimento con vivaci, oltraggiose parole; ne nacque un diverbio nel quale, trovandosi ben presto soverchiato dall'avversario per robustezza di polmoni e per felicità di ingiurie, il nostro gli gridò:
—Vuoi finirla? o ch'io ti tappo quella boccaccia…
—Ah, sì? esclamò l'altro beffando. Vorrei veder come!
—Così! disse Emilio, e scaraventò in faccia al compagno una grossa spugna che serviva a lavare le tavole di marmo, tutta inzuppata di acqua sanguigna e di marciume.
Lo colpi in pieno viso, sporcandogli di quel sozzo umore occhî, naso, bocca e i panni. Il giovane, mezzo acciecato, mandò una grossa bestemmia, e mentre badava in tutta fretta a ripulirsi sputando, sternutando, purgandosi, gridava con voce soffocata dalla rabbia:
—Ah! porco! ah cane d'un cane!… Aspetta, aspetta, che ora ti schiaccio come una cimice.
E appena ripulitosi un poco, fece per slanciarsi contro Lograve: questi, freddo freddo, teneva impugnato il coltello anatomico, e gli gridò con l'accento di una risoluzione irremovibile:
—Se tu mi vieni addosso, ti pianto questa lama nel cuore, com'è vero il sole!
Tutti i presenti capirono ch'egli avrebbe fatto quello che diceva: e gettatisi in mezzo, trattennero il furibondo che urlava:
—Ah, mostricciuolo infame, caricatura di scimiotto, me la pagherai, mi darai soddisfazione.
—Quanto e come e dove e quando vorrai, e ti so dir io che avrai finito di fare il gradasso e insultare la gente.
I compagni intromessisi trassero via di là lo sbuffante giovane: e Lograve pensò subito a procurarsi due padrini che lo assistessero nel duello dall'avversario minacciato e da lui desiderato. Uno lo scelse fra i condiscepoli, l'altro volle che fosse il cugino Cesare, al quale piacevagli far conoscere la sua abilità nelle armi, la sua freddezza nel pericolo, la sicurezza della sua vendetta. Ai suoi rappresentanti egli commise di accettare qualunque arma fosse proposta, volle gli promettessero che quando troppo leggiere fossero le condizioni dello scontro dagli avversarî messe innanzi, essi le avrebbero rese più severe, essendo sua ferma intenzione di non fare una ridicola mostra, ma di compiere cosa seria e di gravi conseguenze. Fu scelta la pistola da tiro; la distanza quindici passi; alla sorte chi avrebbe tirato il primo; tanti colpi quanti fosse piaciuto ai combattenti.
La mattina dello scontro, nel recarsi al convegno e là sul terreno, Cesare Danzàno, che non aveva mai preso parte a simili avventure, era assai turbato; turbati pure apparivano gli altri padrini, e turbatissimo l'avversario, giovane allegro, a cui la vita sorrideva, e che trovava doloroso l'arrischiarla così scioccamente per qualche imprudente malignità.
Egli veniva a studiare da un paesello della provincia dove stava aspettandolo una famiglia, che fondava in lui le sue speranze, un padre ormai vecchio, una madre che lo idolatrava; e il pensiero che poteva rimaner morto lì adesso, e non più rivedere la casa natìa, nessuno de' suoi cari, gli stringeva il cuore, gli affannava il respiro, gli faceva tremare i nervi, gli metteva sulle guancie un pallore mortale. Emilio Lograve, colla sua solita carnagione di morticino, non mostrava la menoma alterazione in viso, aveva una mirabile sicurezza di atti, di voce, di parole, ed aveva lui, a sua volta, uno scherno sprezzatore nel sogghigno e nello sguardo. La sorte favorì l'avversario di Emilio col vantaggio di sparare il primo. Posti di fronte i duellanti e dato il segnale, Emilio non sentì neppure il fischio della palla, così passò essa lontana dalle orecchie di lui. Fissando bene in volto l'avversario ed abbassando lentamente la pistola, Lograve disse con accento pieno di sarcasmo:
—Lo schifoso mostricciuolo, caricatura di scimiotto, ha la tua vita nelle mani… e te la regala. Mi contenterò di bucarti il cappello due dita al di sopra della testa.
Sparò, e il cappello del giovane rotolò per terra. I padrini che lo raccattarono, mentre il padrone di esso rimaneva come sbalordito, videro con meraviglia come la palla avesse colpito esattamente al punto che il tiratore aveva detto.
—E ora, disse Emilio con superbo disdegno, se al signore piace, ricominciamo pure.
Tutti d'accordo i padrini determinarono che non si aveva da continuare altrimenti. Emilio fece un lieve cenno di saluto col capo, e s'allontanò fieramente, senza volere stringere la mano all'avversario.
Di quel duello se ne fece un gran discorrere nella università e per tutta la città. Il giovane Lograve fu d'allora temuto, rispettato, non più amato di prima. In casa Danzàno, di quel fatto il padre ne fu assai dispiacente, e ne mosse severe rampogne a Cesare, il quale non nascondeva la sua ammirazione pel cugino; al figlioccio pure egli espresse la sua disapprovazione; ma Emilio con tanta umiltà seppe rispondere che, fatto segno a continui dispregi, aveva resistito e tollerato fino che aveva potuto, lasciando persino offendere la sua dignità personale, ma che, giunte le cose a tal punto che il tacere più oltre sarebbe stato viltà, egli aveva sentito che doveva a sè stesso e a' suoi congiunti medesimi di farsi rispettare, che il padrino finì per dargli ragione. Matilde non partecipava gli entusiasmi del fratello per quel sornione del cugino; ella scuoteva il suo bel capo riccioluto e non trovava che quello di sapere ammazzare freddamente altrui fosse un merito da compensare tutti i difetti fisici e morali ch'essa credeva notare in Emilio. La sorella di Cesare contava allora quindici anni ed erasi fatta ormai una giovinetta più bella ancora e piacente di quanto fosse stata da bambina: era di una mitezza d'animo e di una bontà di cuore davvero straordinarie: non poteva vedere a soffrire nessuno, avrebbe voluto sollevare ogni dolore, cambiare a tutti in gioja il tormento, avesse dovuto assumersi essa quest'ultimo: aborriva necessariamente i prepotenti, i crudeli, i maligni, i superbi.
VII.
Emilio contava ventidue anni e aveva preso la laurea in medicina. Frequentava con bastevole diligenza l'ospedale a cui era stato addetto assistente, ma con più assiduità sempre le sale d'armi e i tiri a segno, viveva sceverato da ogni godimento, tenuto a corto com'era dalla malavoglia paterna.
I soccorsi scarsi che con umiliante insistenza egli riusciva a strappare alla Marianna, non bastavano a gran pezza e si rodeva maledettamente nel paragonarsi a' suoi coetanei e sopratutto al cugino Cesare, fattosi uno dei giovani più eleganti, il quale godeva i vantaggi che in società si danno alla ricchezza.
Ah! questa sì era una potenza; questa una forza nel mondo: e quando egli potesse averla, oh come ne avrebbe saputo trarre profitto! Qualche cosa del nonno materno, egli l'aveva intesa: era un avaro, usurajo, e di certo aveva lasciato morendo un vistoso patrimonio. Sapeva pure che il padre aveva giuocato e giuocava, ma non era possibile che avesse consumato sì grossa parte, che ne dovesse rimanere a lui la povertà: dei capitali ci dovevano essere ancora, fra i quali e lui non istava di mezzo che la vita del padre, d'un padre che lo aveva sempre maltrattato, che l'aveva sempre odiato e odiava nè celava il suo odio, e cui egli non amava, come non poteva stimare. Ah! no certo ei non avrebbe mosso un dito perchè quella vita si troncasse, ma se il caso avvenisse!… Egli pensava senza ripugnanza a siffatto caso: domandava alle cognizioni mediche acquistate di chiarirlo se e quando quel caso potesse avverarsi, e scrutava nella faccia del padre i segni del progresso di un male interno, che in realtà ne minacciava i giorni.
La tumefazione delle guancie, l'impaccio della parola, l'accasciamento della persona, la incertezza del passo, rivelavano una lenta paralisi cerebrale, che poteva di colpo avere una fatale risoluzione.
Lorenzo s'accorgeva di questo affissarlo del figliuolo, per quanto i falsi occhî di lui sfuggissero ratti, appena quelli paterni facessero a incontrarli, e se ne irritava, quasi indovinandone il segreto motivo.
—Che cos'è che mi guardi con quel tuo occhio di serpe? gli gridava incollerito. Hai paura che io stia troppo bene?
Emilio non rispondeva; arrossiva un poco e si allontanava a capo basso.
Pensava:
—Una buona cura dietetica, un cambiamento assoluto di vita, qualche rivulsivo varrebbero ad allontanare il pericolo. Guarirlo, impossibile; ma prolungargli resistenza chi sa per quanti anni, sì… Ma egli non mi crederebbe, nè mi darebbe retta, farebbe peggio… È lui che sel vuole… Ciascuno è padrone della sua vita… Faccia a suo senno.
Una notte Lorenzo Lograve tornò a casa con passo più vacillante del solito, gli occhî pieni di sangue, la lingua grossa, le labbra livide. Secondo il solito, nessuno lo aspettava; giunse nella sua camera inciampando nei mobili, urtando colle spalle nelle pareti e negli stipiti; si spogliò a stento con mano quasi convulsa, strappando quasi i bottoni, lacerando i panni, e quando fece per salire sul letto, ruzzolò e diede un tonfo per terra. Marianna che dormiva nella camera vicina, svegliò Emilio che le venisse in ajuto. Quando ebbero tirato su e coricato in letto il caduto, che rantolava sempre senza dar segno di cognizione, il giovane medico si accorse subito della gravità delle condizioni di suo padre. Un'orgia maggiore e più prolungata, l'emozione del giuoco, fatta più violenta dalla vistosa entità delle perdite, avevano prodotto quell'insulto apoplettico, che il figlio già da tempo aveva preveduto.
La vecchia Marianna si affannava intorno all'infermo, fregandolo, scuotendolo, coprendolo di pannicelli caldi; inumidendogli di acqua e aceto fronte e labbra, lamentandosi, invocando santi e madonne, chiamandolo disperatamente per nome.
—Sor Lorenzo, dica che cosa ha?… Non mi sente! Non mi vede?… O Dio buono! Santa Madonna del Carmine, non l'ho mai visto in questo stato!
E, dimenticando, nello spavento di quell'istante, le forme rispettose ch'egli pretendeva da lei in presenza d'altri, anche del figlio, si lasciò scappar detto:
—Rispondimi, Lorenzo… non lasciarmi in tanta inquietudine.
S'accorse in quella della presenza di Emilio e del sogghigno mefistofelico cui gli metteva sulle labbra quella famigliarità della vecchia serva verso suo padre.
—E tu che fai? gli disse con ira: non sei buono che a star lì impalato?… È pur inutile che tu abbia studiato da medico, se non hai nemmeno appreso a soccorrere tuo padre.
Il giovane la guardò freddamente.
—Nè io, nè altri ha mezzo da soccorrerlo… Non c'è nulla da fare.
—Come, nulla da fare?… Credi che il male passerà da sè?
—No; credo che non passerà più.
—Non passerà più?… Vuoi dire?…
—Ch'egli è condannato.
—E lo dici con quella calma!… Ma gli è che non sai quello che dici… Sei un ignorantaccio con tutto il tuo studio… Io, sì, io so quello che gli farà bene.
E sollecita andò ad un armadio e ne tolse una bottiglia di rum.
—Gli volete dare di quella roba?
—Sì, un bicchierino lo rinvigorirà… L'ho già visto altre volte.
Emilio crollò le spalle e la lasciò fare.
Marianna, riempito a mezzo un bicchierino di quel liquore, sollevò il capo del giacente col braccio sinistro e mettendogli colla mano destra il bicchierino alle labbra, gli disse con tono di incoraggiamento e di preghiera:
—Suvvia, sor Lorenzo, beva questo… Le farà bene… Le ha fatto sempre bene!
E si adoperò a mandargli giù in gola il rum.
Lorenzo diede uno scossone, mandò un grugnito, fece un moto convulso come per respingere da sè qualche cosa che lo soffocasse, e giacque più inerte di prima.
Allora Marianna cominciò a persuaderai che il caso era più serio di quel che avesse creduto.
—Ci vuole un medico… Presto un medico… Giacchè tu vali quanto un ceppo… va almeno in cerca d'un dottore… Ma fa presto!… Spicciati!… Santa Madonna!… E sta lì grullo come se si trattasse di un passerotto e non di suo padre.
Emilio non disse nulla: girò sui tacchi, andò a finire di vestirsi, e uscì con tutta calma. Prima ch'egli fosse di ritorno era passata un'ora, che parve un secolo alla Marianna, e in cui l'infermo, sempre più assopito, cessò a poco a poco di gemicolare rantolando solamente in molto penosa maniera.
Il medico sopraggiunto non potè che ripetere quanto già Emilio aveva detto: che non v'era nulla da far più e soggiunse che a momenti l'infermo sarebbe entrato in agonìa. La Marianna si mise a strillare disperatamente, cacciandosi le mani nei capelli.
Il medico si volse ad Emilio.
—Qualche ora fa si sarebbe dovuto liberargli il ventricolo con un buon vomitivo. Forse avrebbe ancora potuto riaversi.
Emilio chinò gli occhî.
—Sì, certo, disse tranquillamente, è quello che penso ancor io… Ma quando fui chiamato era già troppo tardi.
Tutte le grida e la disperazione della Marianna non valsero a trattenere un minuto di più in questo mondo lo spirito di Lorenzo Lograve: e sul far del giorno, in quel letto, dove avevano coricato l'ebbro giuocatore, non c'era più che un cadavere.
Una sola persona ne accompagnò la bara al cimitero: la vecchia
Marianna.
I Danzàno padre e figlio, udita appena la notizia della morte di Lorenzo, erano accorsi presso l'orfano figliuolo, e avevano voluto condurselo con sè, per torlo alla dolorosa vista delle funebri cerimonie. Avevano trovato Emilio immerso in una tacita cupezza quasi distratta che parve loro un profondo accoramento. Nessun argomento, nè preghiera aveva potuto smuoverlo dal proposito di non abbandonare la casa. Nel momento, così terribile, quando si è perduta una persona cara, del trasporto del cadavere, Cesare venne per sollevare colla sua compagnìa all'orbato figliuolo la crudeltà di quell'eterno distacco; ma Emilio avevagli detto, con una risolutezza da sconsigliare ogni replica, che preferiva esser solo, che ne aveva bisogno; e il cugino se n'era andato ammirando quel figliuolo dall'animo così forte, la potenza di un tanto dolore per un padre che sempre lo aveva maltrattato. Emilio, rinchiusosi solo in casa, mentre Marianna, tutta in lagrime, accompagnava sino al cimitero la salma del padrone, prese le chiavi di suo padre ed esaminò accuratamente i forzieri, la scrivanìa, i cassettoni, i mobili tutti della camera del morto, in cui vedevasi ancora disfatto il letto. A mano a mano ch'egli procedeva in questo esame, il suo viso giallognolo prendeva un'espressione sempre crescente di disappunto, di rabbia, da ultimo quasi di furore. Strinse i pugni, minacciò nell'aria qualche persona lontana, bestemmiò; poi a un tratto con passo risoluto andò nella camera di Marianna. L'uscio n'era chiuso a chiave. Emilio stette un momento esitante colla mano sulla gruccia della serratura; pensava se gli convenisse scassinare quella porta. Si risolvette pel no: tornò in camera sua a capo basso, ma colla impronta dei più nequitosi propositi nei contratti lineamenti del viso.
Passarono due giorni, in cui Emilio sfuggì accuratamente la presenza di Marianna; il che gli fu facile, perchè anche la donna da parte sua non aveva una gran voglia di trovarsi con lui. La mattina del terzo giorno dopo i funerali del padre, Emilio con qualche pretesto mandò fuor di casa la persona di servizio e rimase solo nel quartiere con Marianna: dalla soglia della sua camera egli chiamò forte la vecchia, la quale, o non udisse o non volesse udire, non si fece viva. Il giovane ripetè la chiamata con tal voce e una bestemmia che la donna, atterrita, si affrettò a venir fuori.
—Che cosa c'è? domandò con qualche apprensione.
—Venite qui, rispose burbero l'erede di Lorenzo, chè abbiamo da discorrere.
Marianna col passo pesante s'avviò lenta e di mala voglia verso la camera del giovane. Questi la fece entrare, e dietro lei chiuse l'uscio; la qual cosa non piacque di molto alla donna, che guardò inquieta tutt'intorno, come cercando un'altra uscita da potere scappare: ma non ce n'era.
Emilio entrò subito in argomento.
—Ho visitato cassa, scrigno, canterani, scrivanìa e non ho trovato nè carte di valore, nè crediti, nè denari, sì invece delle obbigazioni di debiti, delle note da pagare. Parte dei beni è venduta; i restanti sono gravati da ipoteche… L'eredità paterna, per me, invece della ricchezza, non mi porterebbe che fastidî e penuria.
Marianna fece una faccia compunta, e con voce che voleva parere afflitta e commossa, rispose:
—Ah, caro il mio ragazzo, so troppo bene che tuo padre…
Ma Emilio la interruppe bruscamente.