LA VENDETTA DI ZOE.


Aristocrazia

ROMANZO

DI

VITTORIO BERSEZIO

Parte Prima

LA VENDETTA DI ZOE.

MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI.
1895
Seconda Edizione.


La stagione carnevalesca al ducale teatro di Parma nell’inverno dall’anno 1853 all’anno 1854 era, come s’usa dire, brillantissima. Quell’odioso tirannello che fu Carlo III di Borbone credeva che potesse conferire a dare alla sua persona di piccolo principe alcuna maggior grandezza, al suo governo degno del pazzo Eliogabalo alcuna luce di splendido fasto, l’avere nel ricco teatro un sontuoso spettacolo d’opera e di ballo, con artisti di prim’ordine, con apparati scenici di costosa eleganza. A ristaurare il teatro e farlo più sfarzoso di ornamenti che qualunque altro, il bravo duca aveva speso oltre a un mezzo milione di lire; e ogni anno una vistosa somma era profusa a procurare su quelle scene spettacoli meravigliosi. È vero che tutti i denari occorrenti a siffatte spese venivano tolti con poco o nessun garbo dalla borsa dei sudditi; ma il principe trovava ciò naturalissimo, piacevole, affatto d’accordo colla sua profonda convinzione che il popolo, così felice da essere affidato al suo reggimento, fosse stato creato apposta per soddisfare in ogni modo i gusti, le passioni, i capricci, le avidità, le curiosità del principe.

La sera da cui comincia il nostro racconto era una delle ultime di carnevale. Il teatro era pienissimo: ad accrescere la folla degli spettatori concorreva la curiosità destata dal debutto di una nuova prima ballerina venuta a sostituire quella della stagione, ammalatasi; ne’ palchetti si vedevano le più giovani ed eleganti signore, sulle cui troppo nude bellezze faceva scorrere un cinico sguardo di conoscitore beffeggiante l’occhio vitreo del principe; sulla scena contendevano l’attenzione sovrana alle dee olimpiche delle loggie le procaci sguaiataggini delle ninfe del corpo di ballo, fatte venire quasi tutte da Milano, le quali ostentavano trionfalmente l’opulenza delle loro forme lombarde; in platea la massa scura degli umili spettatori — popolo e ceto medio — vigilata sospettosamente dagli occhi grifagni e dai baffi ispidi dei gendarmi.

Il principe sedeva al parapetto della loggia a destra del proscenio, al secondo ordine. Era vestito con abiti cittadineschi, ma sulla cravatta bianca spiccava il colore giallognolo del nastro del Toson d’oro; la sua testa piccola, piantata sopra un collo esile e lungo, come un ragazzo fa d’una mela in cima ad una bacchetta, si voltava irrequieta a guardare la densa platea, le dame, la scena, ad ascoltare le parole che si scambiavano i cortigiani che stavano con lui nella loggia. Di quando in quando prendeva parte anche lui al chiacchiericcio, e quasi sempre erano parole ciniche, invereconde, oscene che uscivano dalle sue labbra principesche, e riscuotevano l’onore di risa più sgangherate, più sguaiate delle solite, dal coro dei suoi seguaci.

Erano quasi tutti giovani, i quali, per darsi l’aria di bravura militare, ostentavano il piglio prepotente; che avevano innanzi al duca, cui s’erano fatti servi, un sorriso da cortigiano, delle mosse da cane fidato, delle umiltà da vigliacco adulatore, e se ne ricattavano colla più oltraggiosa insolenza verso la debolezza dei comuni cittadini. Un solo vi si vedeva d’età matura: una faccia strana, che pareva una curiosa combinazione ben riuscita del muso della faina col grugno del porco; alle guancie magre ed asciutte, magre e lunghe fedine d’una barba rossiccia brizzolata; la fronte stretta, fuggente all’indietro, si confondeva col cranio calvo, bernoccoluto, grandemente sviluppato nella parte posteriore del capo, dove stava ancora una corona di capelli scarmigliati rossicci e brizzolati come la barba. Era un inglese, già cozzone di stalla, già fantino di corse di cavalli, poi amico e confidente del duca padre, a cui aveva fatto trovare denari nelle più pressanti strettezze, confidente ed amico del duca figlio, a cui sapeva sempre suggerire nuovi pretesti e nuove maniere per ispremere nuovi balzelli ai sudditi. Carlo III lo trattava come un lacchè e gli aveva dato titolo e stipendio di ministro, gli dava del tu e lo copriva d’ingiurie, lo minacciava, com’era suo uso, collo scudiscio e lo lasciava rubare tranquillamente nei redditi dello Stato. L’inglese parlava poco, guardava raramente in faccia alla gente; osava dire alle volte al duca certe verità ch’egli non avrebbe tollerate da nessun altro. I cortigiani l’odiavano, lo disprezzavano anche, ma lo adulavano pure perchè lo temevano.

La moglie del duca non era in teatro. Maria Luisa di Borbone, figliuola di quel duca di Berry che fu ucciso di coltello alla porta del teatro dell’Opera di Parigi, compariva raramente in pubblico insieme col marito; pareva, mercè la sua riservatezza e il suo distacco dal duca, volere allontanare da sè la responsabilità della condotta del principe e condannare essa stessa quella condotta veramente indegna. Erano troppo palesi a tutti e sfacciatamente resi tali i torti che le veniva facendo il duca come marito; sapevano tutti quanto pochi riguardi egli avesse per lei anche come gentiluomo; e gli addetti a Corte susurravano come quel villano coronato, in certi momenti di collera, avesse perfino posto in oblio ciò che si deve alla debolezza del sesso gentile e trasceso a mali trattamenti da bifolco ubbriaco. Del resto ancorchè ella fosse stata presente, Carlo di Borbone non ne avrebbe presa la menoma soggezione per frenare la sfacciataggine dei suoi sguardi e dei suoi cenni d’ammicco alle ballerine, alle corifee, alle più o men facili bellezze del palco e della sala, e la laidezza de’ suoi discorsi degni di lupanare. A un punto osservò che un movimento d’attenzione erasi prodotto nella platea e nelle loggie che aveva di faccia e che quest’attenzione era rivolta ad un palchetto del terzo ordine così vicino al proscenio che egli per quanto si sporgesse in fuori non potè scorgere chi fosse ad occuparlo. Vide solo uno svolazzo di trine e di sete che rivelavano la persona d’una donna e di certo elegante; e dalla insistenza con cui si fissavano a quel punto i cannocchiali dei giovani, comprese che quella doveva essere eziandio una donna più che mediocremente bella.

Si volse al vecchio inglese che stava in un angolo del palchetto, taciturno, gli occhi socchiusi, nella mossa d’un gatto in riposo, che non vede nessuna preda all’arrivo degli artigli.

— Tommaso, — gli disse, — va subito, guarda, informati e torna presto, sapendomi dire senza errore chi sia la quaglia che appuntano con tanta intensità i cannocchiali di tutti quegli sciocchi.

L’inglese si alzò, mandò una voce sommessa che pareva un grugnito, ed uscì sollecito: cinque minuti dopo compariva, in un palchetto del terz’ordine che trovavasi dalla parte opposta a quello dove era il duca; nel qual palchetto stava solo, con aria fin allora di svogliato e di annoiato, un bel giovane che non mostrava e non aveva in verità più di venti anni.

— Ah! ah! — ghignò il duca, — il nostro furbo Tommaso è andato ad esaminare il nemico da una buonissima posizione, dalla loggia di quella pudibonda verginella vestita da uomo che è il Camporolle.

I cortigiani scoppiarono dalle risa, come se avessero udita la più spiritosa facezia.

— Sicuro! Una vera ragazza quel Camporolle!

— Se non avesse quel po’ di peli sul labbro.

— È timido, vergognoso... diciamo la parola, stupido.

— Alto là, — interruppe con un cachinno, che voleva essere malizioso, il duca — le ragazze, se sono belle, non possono mai dirsi stupide; il loro còmpito lo sanno sempre bene, troppo bene!

Altra sghignazzata di calda approvazione dei cortigiani.

— E il nemico par proprio degno di una accurata osservazione, — continuò il duca: — vedete come il nostro Tommaso sta incantato ad ammirare.

— Sarà un nemico che promette delle facili capitolazioni.

— Oh! oh! — esclamò il principe con un nuovo sogghigno. — Gli occhi del nostro Tommaso risplendono come quelli d’un levriero che ha visto la lepre. Date retta ch’egli vorrebbe fare come il santo apostolo omonimo, che non si contentava di guardare, ma toccava.

Uno scoppio di risa entusiastiche.

La faccia dell’inglese manifestava veramente una impressione piuttosto viva, e i suoi occhietti color dell’acciaio, fissi sulla loggia di facciata, dal fondo delle incavate occhiaie mandavano proprio un bagliore che pareva qualche cosa di più che curiosità ed ammirazione.

Il bel giovanetto che abbiamo udito chiamato dal duca col nome di Camporolle, anche lui si mostrava interessato, quasi avrebbe potuto dirsi turbato dalla vista che aveva dinanzi agli occhi. Dapprima svogliato, il Camporolle s’era riscosso; i suoi occhi pure avevano brillato, un lieve rossore gli era corso alle guancie a far più fresca ancora la sua bella carnagione, e un piccolo tremito gli agitava la piccola mano inguantata con cui teneva il cannocchiale dorato fisso sulla loggia di fronte.

Quel giovanetto sarà uno dei personaggi principali del nostro racconto ed è utile quindi che ne facciamo un po’ meglio la conoscenza.

II.

Alfredo Corina conte di Camporolle, quale si era presentato da un mese nella migliore società di Parma, aveva vissuto una gran parte della sua giovane vita senza conoscersi bene egli stesso. Della sua infanzia serbava memorie poche, confuse, incerte; non aveva mai conosciuto nè il padre nè la madre: questa gli avevano detto che era morta dandolo alla luce; quello era mancato prima ancora ch’egli nascesse. Gli rimaneva leggero, sfumato, come un’ombra, il ricordo d’una casa rustica, soggiorno di contadini, isolata in mezzo ai campi, in cui insieme con alcuni fanciulli vestiti ed educati alla villereccia, doveva essere passata la sua infanzia, e ogni volta che si affondasse nel pensiero del suo passato, chiudendo gli occhi, gli pareva di rivedere un basso tetto di paglia all’ombra di alti olmi, de’ polli razzolanti per l’aia, le fatiche, le allegrie della mietitura e della trebbiatura; gli pareva d’udire il muggito de’ buoi nella stalla, di sentire l’odore di fieno e quello appetitoso del pane che cuoce nel forno. Un uomo, ch’egli s’accorgeva fin d’allora come non parlasse il medesimo linguaggio degli abitatori di quella casa, veniva a visitarlo di quando in quando; gli portava balocchi, dolci, vesti calde l’inverno, leggere la state, ricche ed eleganti sempre; era trattato con molto rispetto dai contadini, a cui lasciava ad ogni volta quanto denaro chiedessero. Quell’uomo era allora e fu sempre anche di poi il solo legame, la sola relazione, che stringesse l’esistenza di Alfredo alla società, al mondo, che gli tenesse luogo di parenti, di famiglia, di tutti coloro a cui tocca la protezione della puerizia d’un nato nella vita civile.

Quando il bambino ebbe compito i sette anni, quell’uomo venne a prenderlo dalla casa contadinesca, lo condusse sino a Milano e lo allogò in uno dei principali e più costosi collegi educativi di quella città, nel qual collegio non entravano che figliuoli di ricchi e di nobili. Alfredo cominciò allora ad apprendere che il luogo dov’egli era stato fino a quel tempo era l’abitazione della sua nutrice; che egli apparteneva ad una ricca e distinta famiglia, e che quell’uomo, il quale provvedeva ai bisogni dell’orfano, era un antico servo fidato, un fattore, una specie d’intendente, a cui, prima di morire, i genitori avevano affidato la tutela della persona, degl’interessi, e l’avvenire del figliuolo. Rimase dieci anni in quel collegio, e siccome aveva ingegno, cuore e leggiadria di forme, il giovanetto imparò meglio di qualunque altro, prese le più squisite e gentili maniere, e divenne uno dei più simpatici a vedersi.

Un poco se ne teneva. Aveva osservato una cosa. L’uomo che vegliava su di lui, a seconda ch’egli cresceva negli anni, usava verso il pupillo di maggiori riguardi, d’una deferenza che era rispetto, che poteva quasi dirsi riverenza. Alfredo si ricordava che da principio, quando andava a trovarlo in casa della nutrice, quell’uomo se lo prendeva in braccio con un vero trasporto d’affetto appassionato, e lo baciava e lo accarezzava con una tenerezza commossa che nulla più. A poco a poco, aveva smesse tali dimostrazioni accalorate; e da quando il giovinetto era entrato in collegio, egli non erasi più dipartito dalle maniere le più correttamente umili d’un subalterno anche affezionato, d’un servitore anche devotissimo, antico e fedele. Allora Alfredo aveva pure appreso che si chiamava, di nome di famiglia, Corina; ma per allora nessun cenno gli era stato fatto che a lui spettasse un titolo nobiliare. L’intendente gli diceva sempre che era ricco, che non si riguardasse a spendere, che qualunque cosa desiderasse, glie la chiedesse pure, che per ogni caso, per ogni bisogno, per ogni capriccio ricorresse a lui. Il ricapito con cui e il giovanetto e i rettori del collegio dovevano scrivergli per quanto occorresse, era: «Matteo Arpione, negoziante, Torino.» Le visite al collegio di questo Matteo si vennero facendo sempre più rade, finchè poi venne il giorno in cui il giovanetto dovette uscirne, e quell’uomo si recò a prenderlo e lo condusse con sè, non a Torino, ma a Bologna, dove gli fece trovare un quartiere sontuosamente arredato, un aio e istitutore che era uomo di vaglia, un maestro di casa, da lui scelto e diretto con opportune istruzioni, una donna di governo abilissima, una servitù bene addestrata e disciplinata, una scuderia fornita di quattro magnifici cavalli, e una libertà accompagnata da larghi assegni mensili di denaro, della quale, se il giovane non abusò, fu merito in parte della sua indole, in parte dell’aio.

Matteo Arpione si lasciò vedere dal giovane a Bologna ancora più raramente di quel che avesse fatto a Milano. Ad ogni richiesta mandava denari, mandava istruzioni ed ordini al mastro di casa; anche da lontano si sentiva che non cessava mai dal vegliare sulla esistenza e sugli interessi economici d’Alfredo; non compariva che in pochissime occasioni, e anche allora le sue visite erano corte e sopratutto nascoste, così che fuori del giovine e di quelli che più da vicino lo attorniavano, nessuno lo vedeva mai.

In una di queste rare sue venute, Matteo aveva portato al pupillo uno stromento di compra d’un gran tenimento nelle vicinanze di Lugo, possesso feudale che aveva congiunto il titolo di conte, compra fatta a nome del nobile Alfredo Corina, e un diploma del governo pontificio che investiva della contea di Camporolle (chè tale era il nome di quel possesso) il medesimo compratore.

Quel giovanetto era dunque ricco, nobile, anzi titolato, padrone di sè, bello, bene educato, favorito di mente, perspicace, buono, robusto; e aveva quindi tutte le condizioni per essere felice. E invece non si trovava contento. Egli possedeva pure un’anima affettuosa, e non si vedeva nessuno intorno che lo amasse senza tornaconto, proprio per lui, dietro impulso e debito caro di natura: ned egli aveva potuto mettere in nessuno un affetto, quale si sentiva capace di nutrire. Il vecchio Matteo egli lo vedeva troppo raramente per amarlo come un congiunto; gli altri erano tutti con lui in attinenze precarie di subordinati, e l’affezione vuole essere fra uguali. Di amici non ne aveva potuto avere: al collegio quel vederlo sempre senza relazioni di famiglia aveva suscitato i sospetti, dato cagione alle satire, per cui la adolescenza ha pure una feroce felicità, ed egli essendovisi ribellato, fiero e impetuoso com’era, si trovò sceverato quasi del tutto da’ suoi compagni. Nella società, non ebbe la fortuna di incontrare ancora un amico vero e leale; e viveva per ciò solo, melanconico, malvoglioso, infastidito, irritato di sè stesso e delle sue condizioni.

Quante volte aveva egli interrogato Matteo intorno alla sua famiglia! Ma l’Arpione non aveva mai datogli risposta che lo appagasse. Ecco in breve quanto egli aveva risposto al giovane.

«Il padre di Alfredo aveva ereditato da lontani parenti una ricca sostanza; la madre invece era povera, ma ammirabile per bellezza e virtù. Matteo, per vicende che era inutile e non gli piaceva narrare, era legato di grandissimo affetto di riconoscenza a colui che aveva dato la vita al giovane, e per lui e pel figlio di lui avrebbe fatto ogni più difficil cosa. Quando morì, il padre di Alfredo, che non aveva parenti, che non aveva altri amici a cui fidarsi, aveva raccomandato a Matteo il figliuolo perchè lo educasse da gentiluomo, procurasse in ogni guisa il benessere di lui economico, morale, sociale; e Matteo aveva accettato l’incarico.»

Alfredo aveva domandato a Matteo perchè lo tenesse sempre così lontano da sè, perchè egli, Matteo, abitando Torino, non avesse fatto stabilire la dimora al suo pupillo in quella città, che egli desiderava pur tanto conoscere; ma il vecchio Arpione, senza spiegarne un perchè, aveva risposto che a Torino non avrebbe mai desiderato che il giovane venisse, e lo pregava anzi a non pensarci.

Così era giunta pel nostro giovane l’età di vent’anni, quando, com’era facile a prevedersi, egli incappò in una passione amorosa. Questa può essere un elemento di felicità se si capita bene; è una deplorevole e funesta disgrazia se la passione ci è ispirata da una indegna e malvagia femmina. E Alfredo di Camporolle era capitato il peggio che si potesse immaginare.

Era giunta di que’ giorni a Bologna una donna misteriosa che si faceva chiamare la baronessa di Muldorff; viaggiava con una dama di compagnia e quattro servitori, aveva preso stanza nel più sontuoso albergo, vi aveva occupato il più ricco appartamento, ci viveva con tutte le mostre, le petulanze, le esigenze di una milionaria, capricciosa e avvezza a ottenere, e sollecitamente, soddisfatto ogni suo capriccio. Il nome era quello d’una tedesca, alcuni invece la dicevano francese, altri polacca; il vero era che parlava benissimo cinque o sei lingue, e un cameriere affermava averla udita in un momento di collera bestemmiare in italiano.

III.

Era molto facile fare il giudizio temerario che quella fosse un’avventuriera; e la società bolognese non mancò al suo più stretto obbligo di farlo. Ma dovette presto convenire che, se non altro, la era da dirsi un’avventuriera di genere affatto speciale. Il Cardinale Legato erasi recato a visitarla; alcune delle principali famiglie fra le più devote al governo papale avevano aperto il loro salone alla forestiera, ma essa, comparsavi appena una volta, aveva di poi trascurato di metterci i piedi; non cercava di far relazioni, aveva fatto chiudere l’uscio in faccia a tutti i più eleganti e i più ricchi damerini che avevano voluto esserle presentati; frequentava i teatri, le passeggiate, offuscando colla splendidezza delle sue costosissime acconciature, un po’ strambe, quelle delle più eleganti signore della città; non la si mostrava mai accompagnata da nessuno; e quando tutta la gente la guardava, l’ammirava, ella, non curandosi di nulla e di nessuno, come assorta in un pensiero che la dominasse, l’occhio scuro smarrito in una contemplazione mentale, la fronte corrugata, un’espressione di fierezza e quasi direi di crudeltà nella fisonomia, che non nuoceva, ma anzi dava un nuovo spicco, un mordente alla originale di lei bellezza, passava, lasciando dietro di sè un ambiente profumato, quasi una traccia luminosa della luce dei suoi occhi, dello sbarbaglio del suo abbigliamento.

Visto che non si poteva trovare nessuna prova che la fosse un’avventuriera galante, la gente disse che era un’avventuriera politica. Si susurrò che essendo davvero non solamente tedesca, ma austriaca, era una segreta agente, esploratrice e ambasciatrice del Gabinetto di Vienna, il quale, dopo lo scoppio rivoluzionario del 1848, aveva pensato bene raddoppiare ancora di cautele, di sorveglianza, di rigore contro le mire dei patrioti italiani. Codesta baronessa da Vienna sarebbe stata mandata apposta a percorrere le ragioni della Penisola, dove più sobbolliva lo spirito ribelle, fomentato, come credevasi, dal costituzionale Piemonte: e notar tutto, riferire al governo austriaco intorno a uomini e cose, e sopratutto raccogliere e trasmettere le prove della complicità dell’odiato Regno subalpino coi cospiratori. Per ciò, dicevasi, nel suo giro per l’Italia centrale, essere ella capitata a soggiornare a Bologna, città fatta centro importante dei segreti maneggi dei liberali.

Ma di tutto questo — fosse quella donna un’avventuriera o una spia — non si preoccupò in nessun modo il giovane Alfredo Corina di Camporolle, il quale, al vedere le sembianze, i modi, il piglio, l’espressione di volto, l’originalità delle mosse della baronessa, rimase abbagliato, affascinato, rapito. Se egli avesse potuto accostarla subito e soddisfare l’impetuoso desiderio nato nella giovanile sua natura appassionata, forse avrebbe potuto questo non essere altro che un passeggero capriccio; ma le difficoltà dell’impresa, che a un certo punto parvero includere addirittura l’impossibilità della riuscita, come sempre suole, massime nell’animo ardente de’ giovani, non valsero che ad aizzare vieppiù quello smanioso desiderio che egli stesso scambiò per un potente amore, e farlo più tenace, più ardito, più tormentato nei suoi propositi. Non trovò nessuno che fosse in grado di presentarlo alla baronessa: e sì che egli conosceva tutti i più eleganti e nobili signori della città. Facendo violenza alla sua timidità, egli si decise a presentarsi da sè, e gli fu mandata indietro la polizzina di visita con cui s’era annunziato, dicendoglisi che non lo si conosceva e che non si ricevevano che le persone conosciute. Allora egli scrisse lettere che cominciarono per essere cortesi e briose, poi diventarono supplichevoli, poi anche impertinenti e minacciose, poi d’un’ardenza vulcanica; non ebbe mai neppure una parola di risposta. Si sdegnò, si vergognò, pianse di umiliazione e di dispetto, e gli parve alla stretta dei conti di innamorarsene sempre più. Ed ella, sul cui passaggio il giovane si trovava ogni giorno, ogni volta, ogni momento che la uscisse; ella che dalle finestre del suo appartamento poteva vederlo, quel povero giovane innamorato, andare e venire le mille volte sulla strada, l’occhio fisso su quei cristalli; ella non aveva mai mostrato ancora d’essersi accorta dell’esistenza di lui, passava indifferente, sprezzante, gli occhi socchiusi, la fronte annuvolata, il labbro sdegnoso, avvolta nel suo scialle come una regina da scena nel manto, estranea al mondo che la circondava, quasi superiore, misteriosa, con una nuova attrattiva nella sua posa da sfinge.

In un momento di esaltazione disperata, Alfredo ebbe una temerità, di cui non si sarebbe forse mai creduto capace egli stesso. Passeggiava una mattina per tempo, solo, cupo, rodendosi fra sè per la passione, alla Montagnola. La passeggiata era deserta; quand’ecco al basso della salita fermarsi una carrozza, scendere una signora bene avvolta nel mantello impellicciato (si era alla fine di novembre) e, seguita alla distanza di dieci passi da un domestico, venir su verso il luogo appunto in cui trovavasi il giovane. Questi si riscosse proprio come se fosse stato colpito dalla scarica d’una batteria elettrica. Fin da lontano aveva riconosciuto il portamento, il garbo, la malìa, quel non so che onde non sapeva darsi ragione, ma che gli rendeva seducentissima la baronessa di Muldorff. In un attimo i più diversi e opposti partiti si presentarono alla sua mente: scappare, precipitarsi incontro a quella donna, gettarsele in ginocchio davanti, afferrarla violentemente e rapirla. Non fece nulla di tutto ciò, non si mosse, chè i piedi gli parevano aver piantato le radici nella ghiaia del viale. La donna si avanzò senza badargli; aveva il velo tirato sulla faccia, ma a pochi passi da lui lo sollevò come per respirare più liberamente, come per farsi percuotere il viso dall’aria frizzante di quella mattinata. Lo sguardo di lei era, come di solito, vago, assorto, pareva non vedere innanzi a sè gli oggetti materiali e contemplare qualche interna, segreta visione. Alfredo s’accorse che essa non aveva fatto, non faceva la menoma attenzione alla presenza di lui. Era pallida come un cadavere, come uno di quei vampiri che sogna la fantasia dei poeti e del popolo di Polonia; gli occhi apparivano più scuri, le labbra d’un rosso più vivido, come di fresco sangue spicciante dalle arterie. Il giovane continuò a rimanere immobile, avvolgendola in uno sguardo pieno di ardore, che gli pareva impossibile non dovesse penetrare quella crosta di ghiaccio ond’ella si mostrava avvolta, giungerle sino all’anima, sino allo spirito, a ferirla, se non altro, come una provocazione, come un insulto. Ella passò, sempre assorta, badando così poco alla persona d’Alfredo, che col braccio, colla spalla sfiorò, toccò, soffregò il petto di lui, agitato, palpitante. Egli provò in quel contatto di pelliccia una dolcezza strana, mai più immaginata; sentì un’onda di profumo indefinibile avvolgerlo, carezzarlo, solleticarlo, inebbriarlo; gli parve tutto il sangue gli si raccogliesse al cuore, poi di subito con impeto gli salisse al cervello, vide tutto vacillare e girare intorno a sè; i nervi gli vibrarono come corde d’arpa invase da un’onda armonica; senza sapere quel che si facesse, tese le mani verso quella donna che gli sconvolgeva tutto l’essere, che gli gettava nel sangue il fuoco e il gelo, nell’anima un disperato tumulto, e con voce strozzata nella gola, che avreste detto simile all’ultimo grido d’uom che s’annega, esclamò:

— Oh ascoltatemi!... Ascoltatemi per pietà!

La donna diede un sobbalzo, non ispaventata, ma fortemente e inopinatamente sorpresa; i suoi occhi divennero più brillanti e si rivolsero sul giovane, rivelando fatto presente a sè stesso e alle condizioni circostanti lo spirito di lei: da quelle pupille brune balenò subita, ratta, una fiamma di splendore sinistro.

— Che c’è? Che volete? Chi siete? — domandò essa coll’accento il più fiero, dispettoso e sprezzante che avrebbe potuto usare la più superba donna della più orgogliosa aristocrazia.

Alfredo era pallido come uomo che sta per isvenire; ma tutta la sua vitalità, concentrata nel cuore, tutto l’ardore della sua passione raggiavano dall’intensità del suo sguardo; era straordinariamente bello in quell’atto, in quella commozione, con quello scintillìo degli occhi nerissimi. La espressione dello sguardo e della fisonomia nella baronessa cambiò d’improvviso. La figura del giovane, sopratutto la fiamma degli occhi, ebbero la fortuna di eccitare in lei più viva la memoria di altri occhi, di altra figura d’uomo che le stavano impressi profondamente nel cuore: le parve scorgere innanzi rediviva l’immagine d’un sempre diletto estinto, e tutta si commosse, e tremò da capo a piedi, e, portandosi le mani al petto, fu lei a vacillare, mormorando fra sè:

— Ah! gli occhi di Gian Luigi!

Il giovane non intese quelle parole, ma vide la commozione, il tremito, il vacillar della donna; se ne accrebbe il suo coraggio e tese le braccia per sostenerla. Ma ella, già fatta di subito padrona di sè, si trasse in là d’un passo, incrociò le braccia al seno, e guardò fissamente il giovane, attentamente, ma non più con apparenza ostile. Il domestico si affrettò a raggiungere la padrona coll’atto minaccioso di chi s’apparecchia a respingere un insolente.

— State in là, — gli disse freddamente la baronessa: — ho da parlare col signore.

IV.

Il domestico si allontanò nuovamente di dieci passi coll’ubbidienza disciplinata d’un soldato austriaco; e la donna, guardando sempre Alfredo, gli domandò con accento fatto gentile:

— Chi è dunque lei?... Che cosa può volere da me?

Alfredo parlò; cominciò balbettando, timoroso, con parole incerte, confuse, impacciate; ma poi a poco a poco si scaldò; la passione gli mise il sangue in bollore: non era più lui che cercasse le espressioni, ma fu un’eloquenza strana, concitata, pazza che prese violentemente possesso di lui, che gli sgorgò spontanea, impetuosa, delirante dalle labbra, che disse tutto, che rivelò tutto, che pose a nudo del giovane tutta l’anima, tutta la vita, tutti i pensieri, tutti i sogni, tutti gli spasimi, tutti i temerarii desideri e speranze.

La baronessa non lasciava trasparire sulla faccia nessun segno d’emozione: il suo fiero pallore non si mutò menomamente, la rigida freddezza dei suoi lineamenti non si alterò pure un istante; ma ascoltò attenta. Dopo un poco senza parlare, aveva passato la mano sotto al braccio del giovane, e dandogli la spinta l’aveva fatto camminare, venendogli allato, posando lievemente la sinistra inguantata sull’avambraccio di lui, premendogli delicatamente il fianco colla sua persona. Camminava a pari passo con lui, e teneva il capo chino; ma tratto tratto levava un poco la faccia e di sotto alle lunghe palpebre saettava sul giovane uno sguardo osservatore, curioso, stupito, sempre più interessato.

In Alfredo la paura era passata, l’emozione, anche perdurando, aveva perduto di quel tormento, di quell’ansia angosciosa che prima gli stringevano il cuore. Egli sentiva una deliziosa dolcezza; era come un dilettoso sogno fatto da sveglio. Trovavasi in una quasi assoluta solitudine, con quella donna che gli era apparsa tanto al di sopra di lui, della quale aveva così ardentemente e con sì poca, anzi nessuna speranza, agognato la conoscenza; ed essa gli camminava allato con una certa fiducia, quasi con amichevole famigliarità e ascoltava le effusioni dell’amore di lui e di più le incoraggiava di quando in quando con isguardi interrogatori e benigni!

Poichè ebbe esaurita tutta la piena de’ suoi sentimenti ed affetti, il giovane si tacque palpitante, attendendo con intimo tremore dalle sottili labbra della donna così fermamente chiuse una parola che, come sogliono dire gli amanti, gli aprisse il paradiso e lo precipitasse nell’inferno. La baronessa non mutò contegno, nè andatura, nè espressione: seguitò a camminare a capo basso, come se udisse ancora suonare all’orecchio quella voce giovanile, calda, concitata, fremente, come se prestasse tuttavia una profonda attenzione a qualche melodia lontana che le venisse ad accarezzar l’anima.

A un tratto ella si fermò, sollevò il viso e piantò quei suoi occhi di fuoco in faccia al giovane.

— Lei... forse... è piemontese? gli domandò con una mal celata emozione.

— No, — rispose Alfredo alquanto stupito a questa domanda: — io nacqui per caso in un piccolo villaggio presso Parma.

La donna mandò dalle pupille uno di quei suoi lampi feroci.

— Ah Parma! — ripetè con voce stridente — La sua è dunque famiglia parmigiana?

— Neppure: — disse il giovane. — Per azzardo, mia madre si trovava in viaggio da quelle parti quando io venni al mondo; e fui battezzato in una piccola pieve di campagna.

— E lei, — riprese la baronessa, spegnendo di nuovo negli occhi quel fiero bagliore e tornando all’espressione d’una simpatica curiosità: — Lei è stato in Piemonte?... a Torino?

— No, mai!

La donna lo guardò ancora un poco, poi mandò un’esclamazione che pareva un sospiro, che pareva una voce di sollievo, un eco di qualche dolorosa memoria, chinò nuovamente gli occhi e disse mestamente:

— Le ho domandato ciò, perchè alcune inflessioni della sua voce, alcuna espressione del suo sguardo mi ricordano persona di cui... di cui è inutile ch’io le dica pure una parola... È una follia, mi scusi.

— Se fosse una gradita memoria quella ch’io le posso rievocare, ne sarei lieto...

La baronessa corrugò le sopracciglia quasi minacciosamente.

— È una dolorosa memoria... dolorosissima — esclamò, — ma che pure mi è cara... Deve ad essa se io l’ho lasciata accostarmi, accompagnarmi, parlarmi come ha fatto, se ho ascoltato finora tacendo e senza sdegno le pazzie che m’ha dette.

Alfredo fu assalito da un impeto di gelosia retrospettiva.

— Ah! è doloroso quel che lei mi dice! — proruppe. — La fortuna di questo momento io la devo alla disgrazia di averle richiamato alla mente un altro...

Ella non lo lasciò continuare.

— Quella di conoscermi, quella d’incontrarmi, quella d’amarmi... dirò la parola, poichè lei l’ha ripetuta tante volte... non è una fortuna, ma una vera disgrazia. Io non posso amare nessuno, sa!

Il giovane fece un gesto come d’incredulità.

— No signore: — insistette ella con forza: — non posso, e non voglio... ma volessi pur anche, creda a me che sono in un momento di sincerità, volessi pur anco, non sono più capace d’amare... e non sono degna d’essere amata.

Alfredo interruppe con un grido di protesta.

— Creda quello che vuole! — riprese la donna con accento e mossa che non erano più da quella superba gran dama che era apparsa fin allora, ma che sembravano rivelare natura e abitudini più volgari. — Io faccio forse male a parlare così: ma mi ha colta in uno strano momento di sincerità e il vero mi è sfuggito dalle labbra. Ritenga pure ch’io non ho parlato: se così piace a lei, piace anche a me; ma noi non possiamo andare neppure per un po’ di tempo giù della medesima strada: o io farei danno a lei o lei impaccerebbe me; e più facilmente ci faremmo del male ambedue... Dunque rientri in sè, metta giudizio e se io prendo a destra, lei volga a sinistra.

— No, no! — gridò Alfredo, a cui l’accesso della passione non lasciava luogo a riflettere, non permetteva neppure di scorgere la mutazione di tono nel discorso di quella donna. — Per me è impossibile far quello che lei dice. Io sento tutta la mia vita legata a quella di lei; io ho bisogno di vederla... sì, almeno questo, vederla; e s’ella non ha che un briciolo di pietà nel cuore, deve concedermi ch’io la possa contemplare, ammirare, adorare, non fosse che da lungi.

La baronessa sorrise.

— Da lungi... ben da lungi, pazienza! — disse riprendendo il braccio del giovane e tornando a passeggiare a paro con lui. — Bisogna proprio che la si contenti di codesto... Lo avrà già notato, signor conte, e ora io glie l’affermo solennemente: io non ricevo nessuno... nessuno assolutamente!... tanto meno un giovanotto.

— E dunque — proruppe Alfredo con vero dolore che non potè frenare, — e dunque io non le potrò più parlare!... Mai più!

La baronessa sorrise di nuovo: poi tosto si rifece seria; guardò daccapo fiso il giovane, le labbra color di sangue più serrate, i lineamenti più rigidi, le guancie più pallide che mai. Le sopracciglia si corrugarono un poco, gli occhi ebbero quel fosco bagliore che abbiamo già più volte accennato. Stette un poco in silenzio, quasi riflettendo. Chi sa quali pensieri passavano per la sua mente! Un acuto osservatore avrebbe ad ogni modo affermato per sicuro che non erano pensieri di commozione, nè di tenerezza, nè di pietà per quel giovane.

— Parlarci: — diss’ella poi; — per che cosa? Ella mi vorrebbe ripetere quello che or ora ho udito da lei? Già non può aggiungervi nulla... E io non avrei mai nessuna risposta da farle, glielo ripeto... Ma non è impossibile che possiamo incontrarci ancora in qualche luogo dove lei mi possa accostare... qui stesso per esempio.

— Ah sì! — proruppe Alfredo che ebbe il cuore invaso di subito da una gran gioia e da vaga, quasi inconscia, ma ineffabile speranza. — Qui alla mattina... a quest’ora... Oh! io ci sarò sempre.

— Piano, piano: — disse la baronessa con un freddo sorriso: — non mi corra per le poste. Ella può esserci quanto vuole, ma io non le do lusinga nessuna di venire...

— Come? — gemette il giovane mortificato.

— Può capitare che, come stamattina, mi salti qualche giorno il ghiribizzo di respirare un po’ d’aria pura qui sopra.

— L’aspetterò, l’aspetterò ogni giorno, signora baronessa, e s’ella penserà che venendo può far tanto bene a un infelice...

— Io non penserò nulla: — interruppe freddamente la donna. — E ora mi lasci perchè io torni alla mia carrozza.

— Ancora una grazia! — supplicò Alfredo: — mi dica il suo nome, perchè io possa invocarla col mio pensiero sempre rivolto a lei.

La baronessa parve esitare un momento.

— Zoe: — diss’ella poscia, e s’allontanò seguita dal domestico.

V.

Alfredo non mancò più un giorno di fare la mattutina passeggiata alla Montagnola; ma passò una settimana e più senza che potesse rivedervi la baronessa. Finalmente, quando già cominciava a perdere ogni speranza e a credere con dolorosa rabbia che quella donna o avesse voluto beffarsi di lui o l’avesse affatto dimenticato, egli, una mattina che la giornata era più fredda e quindi la passeggiata era ancora più deserta del solito, la vide venire come quella prima volta, lasciando al basso della salita la carrozza e seguitata da quel medesimo domestico. Le mosse incontro sollecito; essa non sollevò il velo che le copriva la faccia, ma traverso i bucherelli della leggerissima garza gli sorrise amichevolmente e lo regalò d’un’occhiata che poteva quasi dirsi benigna. Non tolse la mano dal manicotto per porgergliela, ma gli si accostò presso presso con una espansiva fiducia e gli disse:

— Ben trovato!... Passeggiamo come l’altra volta... e mi dica quello che ha fatto di bello in questo frattempo.

S’avviò senza dargli il braccio, ma premendolo lievemente al fianco; e parve volerlo incoraggiare nei discorsi colla graziosa gentilezza dei suoi sguardi.

Il giovane rispose quello che avrebbe risposto ogni altro a suo luogo:

— Che cosa ho fatto?... Ma ho pensato a lei... ho pensato a lei... e ho pensato a lei.

Essa rise: il suo riso, per dirla di passata, non era melodioso, dolce, soave, come si sarebbe aspettato dalla bellezza e dalla gioventù della donna, aveva qualche cosa di secco, di aspro, di maligno; ma Alfredo non badava a ciò e non se ne accorse menomamente.

— Vuol dire che ci ha pensato troppo: — diss’ella: — e nessuna cosa soverchia va bene.

— In amore non c’è mai nulla di soverchio: — esclamò Alfredo: — nè ardore, nè sacrificio, nè idolatria.

Gli occhi della baronessa balenarono: le labbra color di sangue sorrisero stranamente.

— Parole avventate di giovane! — susurrò come parlando a sè stessa. — Tal che si vanta capace di sacrifici, non sopporterebbe un incomodo per guadagnarsi un sorriso di colei a cui si protesta devoto.

— Mi comandi e vedrà! — gridò con forza il giovane. — Io non sono come tutti gli altri, io non amo come tutti gli altri uomini; io mi sento capace di tutto.

La donna lo guardò ben bene per un momento, poi levò dal manicotto la sua piccola mano inguantata e la posò sul braccio del conte.

— Ah! se fosse davvero!...

Quella mano che s’era posta sul braccio d’Alfredo, lentamente, ma fortemente così che di tanto vigore non l’avreste creduta capace, strinse e premette; parve quasi al giovane che una corrente infuocata, da quella piccola destra, passasse nelle sue vene traverso la pelle del guanto ond’era coperta, traverso i panni onde il braccio di lui era vestito.

— Ebbene? Se fosse!... — esclamò egli. — Io le dico, le protesto, le giuro che è così... Mi metta alla prova.

La baronessa ritirò la mano e la nascose di nuovo nel manicotto; avvolse il giovane da capo a piedi in uno di quei suoi sguardi che erano tutta una fiamma, che investivano come un colpo di fulmine, gli fece un sorriso amoroso e serio insieme, promettente e pur quasi minaccioso, e mormorò colle labbra sanguigne che fremevano:

— Forse!... Chi sa!...

Alfredo avrebbe voluto spiegazioni maggiori, proposte definite, assumersi subito qualunque più grave impegno; ma essa lo interruppe.

— Basta di ciò... Non parliamone altro; non è il caso di parlarne... Se avvenisse anche il caso ch’io dovessi chiedere a un uomo un servizio di vita o di morte, come vuole che mi venisse in pensiero di rivolgermi a lei che non conosco nemmeno?

— Ma lei conosce tutto di me; ma io le ho aperta proprio l’anima mia; ma domandi tutto ciò che le occorre sapere...

— Parliamo d’altro, le ho detto: e per prima prova della devozione che mi protesta, impari ad ubbidirmi.

Alfredo ripetè con qualche variazione tutto quello che aveva già detto del suo amore nel primo colloquio, ed ella lo ascoltò con più benigno e incoraggiante contegno; quando si separarono, la donna si lasciò strappare la promessa che il dopodomani sarebbe tornata a quell’ora medesima alla Montagnola.

Al povero innamorato pareva già un gran trionfo, una invidiabile fortuna, l’averne ottenuto un preciso ritrovo. Ma doveva essere davvero una fortuna soverchia per lui, perchè il destino non glie la volle concedere, e quella mattina egli calpestò invano fino a mezzogiorno con piede irritato la ghiaia della pubblica passeggiata. Rientrò in città turbatissimo, oscillante fra lo sdegno d’essere stato corbellato e la paura che qualche disgrazia fosse capitata alla baronessa; andò diviato alla locanda dove essa era alloggiata e chiese audacemente di lei. La signora, secondo il solito, non riceveva nessuno, ma era in casa, non era uscita di tutta la mattina e non aveva ordinato la carrozza per tutta la giornata. Una vistosa mancia fatta scivolare destramente nella mano del cameriere determinò quest’ultimo a rivelare al giovane una cosa che gli avevano comandata di tenere assolutamente segreta.

Quella stessa mattina un uomo vestito signorilmente, ma che fra il colletto impellicciato e tirato su del pastrano e una ampia fascia che gli avvolgeva il volto aveva così bene celati i lineamenti da non poter essere riconosciuto anche da una persona a cui fosse famigliare, si era presentato chiedendo della baronessa e, come tutti, ne aveva ricevuta in risposta che quella signora non riceveva assolutamente nessuno. Il forestiero non s’era per nulla scomposto, ma tirato fuori una sua polizzina ci aveva scritto su poche parole, l’aveva chiusa in una busta, accuratamente suggellata quest’ultima e aveva ordinato con accento imperioso si consegnasse subito subito quel biglietto alla signora baronessa. L’effetto ne era stato meraviglioso; le porte dell’appartamento della signora si erano spalancate sul momento al misterioso visitatore, il quale, tutto camuffato come si trovava, era penetrato fino nel camerino di toilette della baronessa e là stava tuttavia dopo più di tre ore.

Fu lo sdegno, fu il sospetto che allora prevalsero nell’animo di Alfredo. Un tormento dell’amor suo, che fin’allora non aveva ancora provato, gli morse di subito e con tutta violenza il cuore: il tormento della gelosia. Uscì dall’albergo, pallido, i muscoli della faccia contratti, il cervello in tumulto, parendogli di essere il più infelice uomo del mondo, credendosi egli medesimo in quel momento capace di qualunque eccesso per isfogare il suo contenuto furore, per vendicare lo strazio indicibile che provava. Si diede a passeggiare su e giù per la strada in cui era la locanda, senza mai perderne di vista la porta. Voleva aspettare che quel tale uscisse di là; voleva vederlo. Che cosa avrebbe fatto, non sapeva, ma qualche cosa pensava che dovesse ed era risoluto di fare. Per fortuna, il tempo assai lungo che passò, l’esaurimento delle forze nel giovane stato tutto il giorno senza cibo e il freddo frizzante di quella giornataccia d’inverno che si aveva, riuscirono a calmare il sangue e la mente del geloso, di modo che quando verso le quattro, in sul primo venir del crepuscolo, quell’uomo uscì dal portone dell’albergo, in Alfredo non nacque più altro pensiero, non restò più altra risoluzione che di seguirlo cautamente e tentare di sapere chi fosse, dove andasse.

Che quello fosse l’uomo di cui gli aveva detto il cameriere, Alfredo al primo vederlo non ebbe il menomo dubbio. Aveva il viso nascosto come gli era stato descritto: e uscendo aveva gettato intorno uno sguardo osservatore e sospettoso, proprio di chi cerca scoprire se possa esser visto da qualcuno che non vorrebbe. S’era poi avviato per una strada di buon passo, come desioso di allontanarsi al più presto; e il conte di Camporolle, seguitandolo dalla lungi, lo vide recarsi in un albergo di terzo ordine che si trovava in una delle strade meno frequentate della città.

Dieci minuti dopo che quell’uomo era rientrato nella locanda, Alfredo, a cui la gelosia dava coraggio e idee, penetrava nell’ufficio della locanda medesima e usando largamente di quell’argomento universale che riesce a vincere quasi tutte le coscienze umane e che si conia in monete da venti franchi, riuscì a sapere che l’uomo tornato a casa poc’anzi, era arrivato quella stessa mattina da Parma, che appena arrivato era uscito per non rientrar più che in quel momento, che sembrava un uomo di buona età, ricco perchè aveva pagato larghe mancie, che non si sarebbe fermato più di due o tre giorni, avendo seco per bagaglio appena un piccolo sacco da viaggio.

Alfredo prese scarsamente il tempo di rifocillarsi con un boccone di pranzo, e poi s’affrettò a recarsi di nuovo innanzi alla locanda dove abitava la baronessa. La notte era venuta, ed era una notte fredda, nebbiosa, di quelle in cui, salvo ad esserci forzati, nessuno mette i piedi fuori di casa. Le finestre del quartiere della baronessa erano affatto scure. Il giovane stava per avventurarsi a penetrar nell’albergo e chieder della signora, quando vide arrivare e fermarsi innanzi al portone una carrozza di piazza. Un segreto istinto gli fece indovinare che quella carrozza aveva qualche cosa da fare con quella donna per cui egli si sentiva l’anima alla rovescia; si accostò più che potè al portone tenendosi celato nell’ombra e stette ad aspettare. Intanto guardava, come se volesse imprimerseli nella memoria, il cavallo, il legno, il cocchiere. Dopo due minuti, una donna imbaccuccata in un mantello impellicciato, uscì frettolosamente dalla locanda, passò come un baleno e si gettò nella carrozza di cui un cameriere teneva aperto lo sportello. Il cameriere, rinchiuso l’usciolo, diede un indirizzo al cocchiere: questi frustò la sua rozza e la carrozza partì. Tutto ciò era avvenuto proprio colla rattezza d’un lampo; ma Alfredo in quella donna aveva riconosciuto lei; ed egli voleva assolutamente scoprire dove andasse. Suo primo impulso fu di correre dietro alla carrozza, ma in un attimo essa era sparita allo svolto d’una cantonata; il giovine cercò cogli sguardi se alcun’altra vettura di piazza potesse trovarsi colà; non ve n’era affatto: e allora, dominato da una subita idea, si avviò di corsa verso il meschino albergo nel quale poche ore prima egli aveva visto entrare quel misterioso personaggio.

VI.

Il suo sospetto non s’era ingannato. Ferma innanzi alla porta della meschina locanda, egli vide una carrozza di piazza; ne riconobbe alla prima occhiata la forma, il color della vernice, il cavallo, il cocchiere: era quella in cui aveva visto salire la baronessa. Dunque il lungo colloquio del giorno durato fino alle quattro della sera non aveva bastato a quei due, e appena chiusa la notte, essa, essa stessa era venuta a trovar lui con tanta premura, con tanta segretezza! Se quella donna adunque non riceveva nessuno, se respingeva superbamente gli omaggi di tutti, se lui medesimo, Alfredo, lasciava consumarsi d’amore senza pietà nessuna, era perchè aveva altri impegni, un’altra passione, un legame che le era caro? E chi era costui? E perchè quel mistero? E perchè non dirgli apertamente a lui: «amo, sono di un altro?» Il povero giovane soffriva orribilmente. Nessuna ragione, fuorchè la violenza, sarebbe riuscita a strapparlo di là. Aspettava fremendo; gli pareva che qualche cosa di terribile avesse da succedere, e voleva esserci, voleva vederlo, voleva averci parte. I minuti passavano lenti, eterni; quando gli venne in mente di guardare l’orologio, un’ora era trascorsa e gli sembrava che fosse stato un lungo, intero giorno.

Finalmente un cameriere venne a chiamare la carrozza che s’era fatta in disparte e quella si recò innanzi al portone della locanda. Alfredo si slanciò. Quando la donna pose il piede sul predellino e si diede la spinta per salire nel legno, sentì una mano di ferro che le afferrava e stringeva il braccio. Si volse spaventata, gettando un piccolo grido: riconobbe la faccia sconvolta del giovane e allo spavento sottentrò in lei la meraviglia.

— Voi, conte? — esclamò. — Come qui?

Egli le rispose con voce soffocata, coi denti stretti:

— Io... vi ho spiata... bisogna che vi parli.

— Perchè?... Che cosa mi volete?... Chi, che cosa vi mosse a spiarmi?

Un lampo di fiera soddisfazione guizzò nei suoi occhi.

— Ah! siete geloso? — soggiunse abbassando la voce e chinandosi verso il giovane così che le sue labbra gli toccarono quasi l’orecchio.

— Sì! — ruggì Alfredo a cui il caldo soffio della donna che gli sfiorava la guancia metteva l’incendio addosso.

— Va bene, va bene, — proruppe essa con una strana gioia, stringendogli a sua volta le mani, occhieggiando più seducente che mai. — Vi ringrazio!... E se fosse ciò appunto ch’io desiderava da voi?... Oh anch’io bisogna che vi parli... Ma non ora, non qui... Domattina alla Montagnola... Veniteci pur presto. Ci sarò. Oh ci sarò!

Gli scoccò uno sguardo che era una carezza, un sorriso che era un bacio, e approfittando della scossa che Alfredo ne ebbe, per cui diede indietro d’un passo, saltò nella carrozza, rinchiuse lo sportello, gridò al cocchiere: «avanti» e partì.

La vettura era già sparita al canto della strada che il giovane rimaneva ancora là intento, sbalordito, cogli occhi abbacinati, coll’anima commossa da quello sguardo, da quel sorriso.

Il domattina fu per tempo al luogo assegnato, e questa volta non ebbe da aspettare dimolto. La baronessa scese di carrozza al solito posto e venne su con passo più affrettato del solito, il velo alzato dal viso, e l’aspetto animato, e sola affatto, non più seguita dal domestico.

Alfredo aveva creduto fino allora che al vederla egli sarebbe scoppiato in rimproveri, in lamenti, in imprecazioni, in isfogo rabbioso dei tormenti che aveva sofferto per lei il giorno precedente e tutta la notte trascorsa. Invece non fu buono a dir nulla: si lasciò pigliare le mani da lei, che gliele strinse forte; sentì una grande amarezza, un grande scoraggiamento, e gli occhi pieni di lagrime, indispettito di piangere, mordendosi fino al sangue le labbra per vincere la sua commozione, impacciato, tormentato sotto lo sguardo ardente, fisso di lei, non riuscì che dopo un poco a balbettare:

— Voi ne amate un altro, voi siete d’un altro... Tutto è finito per me... Perchè non dirmelo?...

Essa gli stringeva sempre forte forte le mani, gli stava lì al petto vicina da toccarlo, lo guardava fiso con quelle pupille che emanavano luce e calore. Taceva, ma sembrava fremere d’una potente emozione. Il luogo era deserto; un leggero venticello faceva frusciare i rami secchi degli alberi; qualche passero in cerca di cibo gettava in mezzo a quel silenzio una nota stridente che pareva una voce di dolore: ma il sole già alto sull’orizzonte rallegrava il paesaggio con una larga ondata di luce giallastra. La donna guardava sempre Alfredo a quel modo. Un raggio di sole veniva a scherzare coi capelli di lei che parevano indorati, le metteva una fulgida striscia sulla fronte di marmo, suscitava scintille nella piccola pupilla profonda. Il cuore di lui batteva da fargli male.

Liberò le sue dalle mani della donna, si trasse in là, si coprì colla destra gli occhi e susurrò:

— Ah! voi mi fate soffrire.

— Alfredo! — disse ella finalmente e con voce in cui vibrava un’emozione quale egli mai non aveva in essa avvertita. — Alfredo! Tu hai dunque tutte le buone qualità? Sei geloso!... Ieri sera traverso lo sconvolgimento de’ tuoi tratti, nel lampo feroce de’ tuoi occhi, ti ho letto finalmente nell’anima come non avevo ancor fatto mai... Tu sei geloso tanto da essere capace di piantare un pugnale nel cuore alla donna che ti tradisse, di ammazzare colle tue mani l’uomo che ti rapisse il cuore, il possesso della donna che tu ami!... — Il giovane, a quelle parole sentì ridestarsi più vivo l’impeto della gelosia.

— Sì! — gridò con veemenza.

— E tu sei quale appunto io ti desiderava... Supponi ch’io cercassi un uomo di questa tempra!... Forse è la Provvidenza che ti ha messo sul mio cammino... Forse tu sei quello che ha da aiutarmi a compire un gran fatto.

S’interruppe: evidentemente si pentì di quelle parole, a cui si era lasciata trascinare da una subita, potente emozione; si calò il velo innanzi alla faccia e soggiunse colla calma freddezza delle altre volte:

— Credetelo, conte, per una donna che comprenda veramente l’amore, una reale, profonda, potente gelosia è l’argomento più sicuro della forza dell’affetto... Questo ho voluto dirvi e null’altro.

— No, no: — proruppe Alfredo. — Voi avevate già cominciato a lasciarmi penetrare nell’anima vostra, e ora me ne volete di nuovo respingere, e me ne volete richiudere da capo. No, Zoe, non essere così crudele con me... Mi hai fatto tanto bene parlandomi coll’abbandono del tu: perchè ritogliermi la soavità di quella domestichezza?... Te l’ho già detto altra volta. Io per te sono capace di qualsiasi cosa. Dimmi, comandami, accennami.

La baronessa prese con fare scherzoso il braccio del giovane e facendolo camminare di conserva gli disse:

— Vieni qui, ragazzo, e passeggiamo discorrendo tranquillamente. Sono incredula all’amore degli uomini: comincio a credere al tuo: è già un gran fatto: non ti basta? Non amo nessuno: te l’ho detto e giurato; te lo ridico e te lo rigiuro... Veggo sulle tue labbra prepararsi le parole con cui vuoi interrompermi: E l’uomo di ieri? E le lunghe conferenze? Ebbene, Alfredo, per davvero, su tutto quello che io possa amare e sperare su questa terra, ti protesto che non si tratta menomamente di amore, nè di galanteria... Non cercare di sapere di più, e non volerti incontrare con quell’uomo, nè tentare di scoprire chi egli sia, e Dio voglia che tu non abbia mai da fare con lui... Per me è uno strumento, necessario, potente, ma che profondamente disprezzo. Ti fidi alle mie parole?... Se sì, potremo continuare a vederci come ora...

— E non di più? — non potè trattenersi dall’esclamare Alfredo.

— Indiscreto, — disse la baronessa sorridendo. — Per ora, no, non di più... Se non mi credi, allora sarà meglio che ci separiamo addirittura.

— Oh questo no... Ti credo, ti credo.

In realtà la sua fede non era molto robusta e radicata, perchè pochi minuti dopo finito il colloquio colla baronessa, egli correva a quella locanda dove era alloggiato l’uomo misterioso e ne apprendeva che colui era ripartito quella stessa mattina per Parma. Nel libro dei viaggiatori aveva scritto come suo nome quello di Ambrogio Denti, negoziante.

Colla baronessa, il conte di Camporolle seguitò ad avere sempre più frequenti colloqui, ma tutti nella deserta passeggiata. Per quanto il giovane pregasse e insistesse, la donna mai non acconsentì a riceverlo, mai neppure a lasciarsi accostare, accompagnare in teatro, nelle rare riunioni sociali in cui ella interveniva. Qualche cosa però Alfredo aveva guadagnato: la famigliarità fra lui e la baronessa era sempre venuta crescendo; le espansioni dell’amore di lui, essa le ascoltava con più interessamento, con più incoraggianti sorrisi; non aveva lasciato sfuggire ancora una parola che includesse il menomo impegno da parte sua, ma ne aveva profferite molte che potevano dar ragione a remote speranze.

Quand’ecco a un tratto tutto questo fu troncato: e il povero giovine potè credere che al suo romanzo, prima del tempo, venisse a strozzarlo la crudele parola fine. La baronessa gli annunziò una mattina che il domani sarebbe partita da Bologna per non tornarci più almeno chi sa fino a quando. Alfredo propose subito di partire con lei, di seguitarla. Essa lungamente rifiutò di dire perfino dove fosse per recarsi: finalmente, come vinta dalle supplicazioni e dal dolore del giovane, consentì a dirgli che la avrebbe ritrovata poscia a Parma.

— A Parma! — esclamò il conte. — Il tuo visitatore misterioso viene di colà.

La donna lo guardò fiso e tranquillamente.

— Sì, certo, — rispose, — e con ciò? Hai tu bisogno di nuove mie dichiarazioni e proteste?

Alfredo chinò il capo e si tacque.

— Vieni dunque tu pure a Parma, — continuò la baronessa. — Chissà che colà non siamo più liberi!

— Perchè? — domandò il giovane.

Ella non rispose.

— E anzi colà io ti farò avere certe lettere che ti introdurranno nel mondo più brillante... anche a Corte.

— Come?

— Vedrai.

Quella sera Alfredo, spinto da un segreto sospetto, accorse alla locanda abitata dalla baronessa.

Ella era già partita.

Il conte di Camporolle non pose tempo in mezzo, e il domattina, senza neppure salutare nessuno de’ suoi conoscenti in Bologna, lasciando che i suoi dipendenti venissero poscia a raggiungerlo, partì alla volta di Parma.

VII.

In Parma, Alfredo cercò invano della baronessa di Muldorff e non ne trovò traccia in nessun luogo. Ebbe però a stupirsi assai nel vedersi fatto segno di gentilezze ed onoranze delle quali non sapeva darsi una spiegazione. Per causa del suo passaporto, che mancava di certe formalità cui egli aveva trascurato di eseguire nella sua repentina partenza da Bologna, fu mandato a chiamare con gentilissima lettera dal direttore generale di polizia del ducato, che pure era uomo in fama di terribile, un certo Pancrazi, il quale dicevasi essere stato il braccio destro del terribile commissario Tosi della polizia piemontese al tempo del conte Lazzari; fu ricevuto colla maggior cortesia possibile, fu non solo lasciato in libertà di rimaner nello Stato quanto più gli paresse e piacesse, ma gli si fece intendere che sarebbe ben visto il suo stabilirsi nel ducato, gli si proferse ogni aiuto, ogni protezione, ogni favore. Che più? Pochi giorni dopo ricevette polizza di visita dell’inglese Tommaso W., ministro ed agente del principe. Tutto ciò non avrebbe bastato a farlo pazientare, se quando appunto stava per abbandonare la città seccato e sdegnato, non avesse ricevuto una lettera senza sottoscrizione, ma evidentemente scritta dalla mano d’una donna, la quale diceva così:

«Non vi turbate pel mio indugio: sarò a Parma fra pochi giorni; intanto, per farmi piacere, per mio interesse, per amor mio, presentatevi al colonnello Anviti, grande amico e compagno del duca, e consegnategli la lettera che qui vi accludo. Spero che non mancherete. Sarà un mezzo per avvicinarci di più.»

Alfredo lesse senza scrupolo la lettera all’Anviti, la quale, forse appunto per questo, non era suggellata.

Diceva così:

«Preg. Signore. Il nobil giovane che le presenterà questa mia, il conte Alfredo di Camporolle, è uno dei più devoti e fedeli sudditi di S. S., ricco, ben pensante, degno della grazia di S. A. R. e della buona amicizia di V. S. Ill. Glielo raccomando specialmente e mi dico

«Roma, dicembre 1853.

«Suo Umil. e Dev. servo

«Gregorio Simoni

«Capitano di gendarmeria pontificia.»

Alfredo esitò non poco prima di decidersi a presentarsi con questa lettera all’Anviti; ma poi il pensiero della baronessa, la speranza di poter veramente con ciò avvicinarsi di più a lei, la curiosità medesima lo spinsero a fare come gli veniva consigliato.

Il colonnello Anviti, letto appena il biglietto del capitano di gendarmeria pontificia, fece anche lui un mondo di feste al conte di Camporolle; lo introdusse nella società dei giovani ufficiali e cortigiani; lo presentò al principe; lo fece in breve famigliare di tutti i più aristocratici salotti della città. La timida riserbatezza d’Alfredo divertiva il duca, il quale lo chiamava la ragazza, e dava occasione a più o meno sciocchi epigrammi dei parassiti di Corte; ma l’inglese Tommaso era sempre pronto a difendere il giovane ed impedire che in ciò si trascendesse fino ad offenderlo.

Alfredo che badava poco a tutto quello che non si attenesse alla sua passione ancora sul crescere e tanto più incitata, quanto che non aveva tuttavia ottenuto la menoma soddisfazione; Alfredo che non pensava se non a quella donna che non veniva e a tutto ciò che la riguardava, non aveva dimenticato come quel misterioso visitatore della baronessa, il quale gli aveva dato tanto martello, fosse venuto da Parma e a Parma ritornato, e si pose in capo di scoprire chi esso si fosse, poichè egli ora trovavasi in questa città, e le relazioni fatte cogli uomini più addentro nel potere, gli davano speranza di poterci riuscire. Naturalmente egli cominciò a parlarne col direttore della polizia Pancrazi, e gli domandò se sarebbe stato possibile scoprire a Parma un individuo che si chiamava Ambrogio Denti negoziante.

Il Pancrazi, che aveva una faccia di cartapecora, su cui impossibile scorgere qualunque emozione, domandò freddamente ad Alfredo perchè facesse questa domanda, e che particolari avesse da indicare intorno all’individuo cercato.

Alfredo non abile per nulla a simulare, nè inventare, raccontò ingenuamente che quel cotale era andato a Bologna quindici giorni prima per averci due lunghi colloqui con una donna che a lui premeva moltissimo.

— Lei l’ha veduto, quell’uomo? — domandò il direttore di polizia con una certa vivacità.

— Sì, signore; ma era così ben camuffato...

— Se l’avesse dinanzi, lei lo riconoscerebbe? — rispose il Pancrazi sogghignando.

— Forse sì, e forse no: — rispose Alfredo.

— Mettiamo pure di no: — soggiunse il poliziotto: — e sa quello che mi pare doverle dire? Che quell’Ambrogio Denti ha un nome affatto diverso, e che probabilmente veniva da tutt’altra città che questa, ed è andato in tutt’altra direzione.

Alfredo non si scoraggiò ancora e pensò parlarne eziandio all’Anviti e poi al W. Il primo non gliene seppe dir nulla; il secondo da principio non diede risposta molto diversa, ma poi ad un tratto, come colpito da un’idea e da un ricordo, esclamò:

— Come? Lei dice... Ambrogio Denti?

— Sì signore.

— Aspetti un poco... Mi pare e non mi pare... Sì, questo nome non mi riesce affatto nuovo... Fra alcuni giorni le saprò dire qualche cosa.

Il conte di Camporolle aspettò cinque, sei, sette giorni; ma l’inglese non tornava mai su questo discorso; e allora una sera, appunto in un ricevimento di Corte, egli ardì tirare in disparte il ministro già cozzone di scuderia e ricordargli la domanda fatta e la risposta che s’era riservato di dare.

— Ah! quel Denti! — esclamò con aria sbadata l’inglese. — La ci tiene proprio?.... Che pazzia!....

E lo sguardo dei suoi occhi grigi si fermava in quel punto sopra una persona che s’avanzava lentamente verso di loro. Era il direttore di polizia Pancrazi.

— Sì, ci tengo... Ne sa qualche cosa? — insistette Alfredo.

— Non ne so nulla, — rispose l’altro, — mi sbagliavo, era una falsa reminiscenza... la verità è che non ho mai sentito menzionare quel nome.

E lasciato lì il giovane, andò a raggiungere il poliziotto, col quale aveva avuto a questo proposito un colloquio alcuni giorni prima, e il quale lo aveva in esso persuaso ch’egli non doveva ricordarsi affatto d’aver mai saputo qualche cosa che riguardasse quel Denti.

Alfredo tornava ad essere a capo della sua pazienza; il soggiorno di Parma gli diventava noioso ed era sul punto di partirsene definitivamente, quando quella tal sera a teatro, mentre se ne stava tutto solo nel suo palchetto, pieno d’uggia e di malavoglia, vide entrare l’inglese Tommaso, il quale, senza neppure salutarlo, gli disse:

— Il teatro è così zeppo che non c’è buco dove ficcare il naso. Ho da soddisfare una curiosità del duca e approfitto del suo palchetto.

— Approfitti pure, — rispose Alfredo. — E che curiosità, se è lecito?

— Una curiosità in gonnella... come quasi sempre, e che sta là in un palchetto dinanzi ad attirare l’attenzione e l’ammirazione di tutti.

Così dicendo volse lo sguardo a quella loggia e stette lì a bocca aperta, strozzando nella gola un goddam!

Anche Alfredo levò gli occhi e guardò; e fu scosso da un tremito, e un’esclamazione soffocata morì sulle sue labbra.

Era la baronessa di Muldorff.

Vestiva di bianco, molto scollacciata, con un vezzo di perle ne’ suoi capelli d’un biondo ardente, quasi rossigno, le labbra più sanguigne che mai, gli occhi più infuocati, le nari più frementi, il sorriso più provocatore, le forme scultorie delle spalle e de! seno spudoratamente ostentate, la mano destra sguantata colle dita cariche di anelli che giocherellava con un piccolo cannocchiale di madreperla. Aveva insieme la sua solita vecchia governante. La sua pallidezza di vampiro faceva spiccare più vivo, più terribile il fuoco infernale degli occhi. Il sogghigno che socchiudeva quelle labbra voluttuosamente rosse, lasciava scorgere i denti color di perla, acuti, piccoli, che, senza saperne il perchè, ricordavano le zanne degli animali feroci. Era bella, trionfalmente, funestamente bella.

Mostrò di non iscorgere nè Alfredo, nè l’inglese; ma appena quest’ultimo si fu partito da quel palchetto, voglioso di recare sollecitamente al duca l’esito della sua esplorazione, ella saettò verso il giovane rimasto solo uno sguardo lungo, carezzevole, ardente, che lo investì tutto di una fiamma, che gli parve un sufficiente compenso alle noie, alle impazienze, alle torture della soverchia attesa che aveva dovuto soffrire.

Dieci minuti dopo, un inserviente del teatro picchiava leggermente al palchetto di Alfredo: veniva a consegnargli un biglietto che aveva recato allor allora per lui un domestico di piazza.

Nel biglietto erano scritte queste semplici parole:

«Stanotte all’una sulla porta del palazzo che abitate.»

VIII.

Sir Tommaso rientrò sollecito nel palchetto del duca.

— Ebbene? — gli gridò questi appena lo scorse: — selvaggina di conto?... Tu hai fatto una faccia, vedendola!...

L’inglese si avvicinò presso presso al principe, e chinandosi famigliarmente verso di lui, gli sussurrò all’orecchio:

— È la Zoe.

— Chi? — domandò il Borbone allargando tanto fatti i suoi occhi che parevano pallottole di vetro. — Che Zoe?

Tommaso abbassò ancora più la voce e mise le labbra così vicino all’augusto orecchio da quasi toccarlo.

— La spia dell’Austria: — mormorò con voce che era appena un soffio.

Il duchino fece un leggero sobbalzo, ebbe un osceno sorriso e animò un pochino il vetro de’ suoi occhi rotondi.

— Ah ah!... Quella tal Zoe di Torino... La Leggera?

— Sì Altezza.

— To’, ho giusto piacere di vederla! — esclamò il principe. — Una bella donna!... È sempre una bella donna, Tommaso?

L’inglese mandò un grosso rifiato che poteva passare per un sospiro.

— Sempre più bella!

— Tanto meglio!... E sì che non la è più una giovanetta.... È da quando ero a Torino che non l’ho più vista.... cioè no.... l’ho veduta ancora a Vienna, un momento.... La era allora col principe K.... È lui che l’ha fatta un agente politico di importanza.... Bel colpo! Unire la galanteria, la diplomazia e la polizia!... Che cosa è venuta a far qui?.... Bisognerebbe saperlo.... e intanto per prima cosa sapere dov’è alloggiata.... Saperlo subito, questa sera medesima, hai capito Tommaso?

L’inglese s’inchinò.

— Vado immediatamente, — rispose, e uscì di nuovo sollecito.

Carlo III era veramente punto da una viva curiosità: quella di vedere la donna che gli ricordava certi anni della sua giovinezza, i quali allora gli parevano i più belli e deliziosi della sua vita, come colei, per cui tali anni rivivevano nella sua memoria, parevagli essere stata delle più leggiadre e seducenti fra quante femmine aveva accostato.

Si sporse quanto potè fuor del parapetto della loggia volgendo il muso in su; ma non riuscì a veder altro che un braccio nudo, opulento, elegantemente tornito, di pelle bianca e fine come un raso, sovraccarico di maniglie, e intorno come una nebbia di mussole, di trine e di fiori. Non ci resse più; s’alzò bruscamente a mezzo d’un gran ballabile di tutto il corpo di ballo, in cui ognuna di quelle ninfe in calzoni di maglia cercava di fare un sorriso più affascinatore e più provocante, e uscì con passo affrettato dalla loggia, dicendo ai cortigiani:

— Voi altri non vi movete; vieni tu meco, Anviti.

Il colonnello, uno dei più benevisi del duca fra i petulanti e i prepotenti che gli stavano intorno, imitatori della prepotenza e della petulanza del principe, seguì tosto quest’ultimo.

Alfredo di Camporolle, che aveva allor’allora ricevuto quel certo biglietto e che da questo era stato messo in una viva agitazione, per la speranza che vi aveva attinto di poter ritrovarsi quella stessa notte insieme colla baronessa; Alfredo aveva piantato i gomiti sul cuscinetto del parapetto, teneva con tutte due le mani serrato innanzi agli occhi il cannocchiale e fissava, fissava quella donna, aspettandone, invocandone in cuore, lusingandosi di riceverne un altro sguardo amoroso come quello che gli aveva lanciato poc’anzi, cercando di leggerle per le pupille nell’anima, credendo quasi poterle comunicare così quell’ardore che la vista di lei gli aveva suscitato e che in lui ribolliva. Egli non si accorse neppure che l’uscio del suo palchetto veniva aperto di nuovo, che entravano due uomini con passo affrettato, sicuro e di padronanza, e non si riscosse finchè non sentì una mano posarglisi bruscamente sulla spalla. Rivolse vivamente in su il capo con atto impaziente, pronto a trattare con poca cortesia chi veniva così a disturbarlo, e rimase tutto confuso e meravigliato nel trovarsi innanzi il principe; sorse in piedi e stette lì senza saper trovare parole.

— Lei, conte, — disse con tono scherzoso il duca, — è nel posto migliore per vedere questa nuova bellezza che eccita l’ammirazione di tutto il teatro. Siamo venuti anche noi a profittarne. Ci perdona l’invasione?

— V. A. è padrone: — rispose malvoglioso e più impacciato che mai il giovane; mentre il duca, senza dargli retta altrimenti, si buttava a sedere e appuntava il cannocchiale sulla baronessa.

L’Anviti, il quale guardava ancor esso con ammirazione la forestiera, domandò piano ad Alfredo:

— La conoscete voi quella signora?

Il conte fissò in volto chi gli aveva fatta la domanda: si ricordava che era stata appunto la baronessa la quale gli aveva mandato una lettera di raccomandazione per l’Anviti, e lo aveva pregato, per farle piacere a lei, di servirsene. Ed era l’Anviti che in grazia di questa lettera l’aveva introdotto a Corte.

— E voi? — chiese Alfredo a sua volta, fissando sempre il colonnello. — La conoscete?

— Io no: — rispose l’Anviti: — e, corpo di bacco! vorrei benissimo avere la fortuna di conoscerla.... come certo avete voi....

— Io no: — interruppe Alfredo, il quale pensò che forse alla baronessa avrebbe dispiaciuto ch’egli rivelasse la loro attinenza: — non la conosco molto più di voi medesimo.

— Eppure, quando l’avete vista mi è sembrato notare in voi una certa emozione....

— Un po’ di meraviglia... La vidi a Bologna, dove teneva un’esistenza così originale....

— Ah sì?... Galante?

— No: niente affatto: non riceveva nessuno; e per quanto facessero i più ricchi, i più audaci, i più fortunati, non uno riuscì a essere introdotto in sua casa.

— Oh oh! cospetto!... Chi lo direbbe a vederla?... Un mostro di virtù.

Si curvò sul principe che stava sempre intento a guardarla, ed a cui essa non faceva la menoma attenzione.

— Sente V. A.? — gli disse ridendo. — Qui il conte ci afferma che è una Lucrezia romana... prima di Tarquinio.

— Davvero? — esclamò beffardamente il duca con un sogghigno che spiacque molto al povero Alfredo. — Oh son proprio curioso di conoscerne qualcuna di codeste eroine.... Non ne ho mai incontrato nessuna finora!....

— E V. A. correrebbe anche il rischio d’esserne il Tarquinio?

— Rischio? — disse il principe levando le spalle: — non ce n’è più nessuno di rischi.... La semenza dei Bruti è andata persa affatto.

— E con ragione: — ribattè il cortigiano ridendo: — erano maniere troppo brutali per un secolo civile come il nostro.

Alfredo ascoltava quei discorsi con una malavoglia, con un disagio che non sapeva spiegarsi egli stesso; l’attenzione, l’interessamento che il principe mostrava per la baronessa, gli davano sospetto, dispiacere e rabbia; avrebbe voluto interloquire, rintuzzare l’impertinenza di quelle parole, e non osava, e non gli veniva neppure alle labbra cosa che gli paresse acconcia da dirsi.

A toglierlo da quel suo disagio sopraggiunse un ufficiale d’ordinanza del principe.

— Altezza, — disse quest’ufficiale, inchinandosi verso il duca: — c’è il capitano degli ulani austriaci Imperatore Nicolò, il conte von Klernick; il quale supplica di aver l’onore di presentare i suoi omaggi a V. A.

— Ah! von Klernick — gridò il duca: — quella testa matta!... Ne abbiamo fatte di belle pazzie insieme a Vienna!... Quand’è arrivato?

— Credo ieri.

— Ci dev’essere qualche gonnella che lo tira, ne son persuaso.

— Nelle quinte del palcoscenico si susurra di sì.

— Ah ah! Una diva della ribalta.

— La nuova ballerina venuta da Milano a sostituire la Ranzi caduta ammalata.

— Egli la protegge?

— Sì.... è venuto apposta, ed ha per rivale un uffiziale piemontese.

— Oh oh! un piemontese?... Sarà un italianissimo. Come si chiama?

— Il marchese di Valneve.

— Sangré di Valneve... Buona famiglia... Conosco! E forse che è venuto anche lui questo marchese?

— Sì, Altezza.

— Benone! Ci divertiremo... Dica pure a von Klernick di venire.

Mentre l’ufficiale d’ordinanza usciva per chiamare l’austriaco, entrava in quel palchetto l’inglese sir Tommaso.

— E così? — gli gridò di nuovo il duca stando al parapetto: — trovato quel ricapito?

— Trovato.

— Ed è?

— Sul canto di borgo San Biagio, alla strada di Santa Lucia.

Alfredo udì quell’indirizzo.

— Va benissimo: — esclamò il duca. — Faremo una visita questa stessa notte.... Anviti, mi accompagnerai.

Anche queste parole furono udite dal conte di Camporolle, il quale, vedendo in quella entrare ancora l’ufficiale d’ordinanza, accompagnato da un capitano di ulani austriaci, pensò che il meglio che avesse da fare era di andarsene via dal suo palchetto egli stesso.

IX.

Il capitano von Klernick, con cui Alfredo quasi si urtò uscendo, era un bell’uomo sui trent’anni, alto, membruto, biondo, con lunghi baffi incerati, un gran naso fatto a becco di rapina, una fronte piccola, un portamento rigido e altiero, e un’aria poco simpatica di militaresca tracotanza e di aristocratica superbia.

Si avanzò fin presso il duca e fece un inchino colla sua rigida persona.

— Buon giorno, von Klernick, — gli disse il principe parlandogli in tedesco. — Vi vedo volentieri.

— Grazie! — mormorò il capitano sotto i suoi baffi appuntati.

— Voi venite da Milano, a quel che ho inteso?

— Sì, Altezza.

— Che notizie ci recate?

— Nulla... Si muore di noia... I milanesi sono sempre più stupidi; fanno il broncio al Governo, si annoiano come tanti sciagurati per fare una dimostrazione politica e ci fanno seccar noi.

— Vuol dire che gl’italianissimi hanno sempre il sopravvento sulla pubblica opinione?... Sciocchi buffoni! O che il maresciallo non è capace di insegnare loro a smetterla una buona volta? Vedrete, capitano, come faccio qui io; guardate, imparate e andate a dirlo al maresciallo.

— Mah! — esclamò l’austriaco mandando un sospiro: — Milano non è Parma. Là c’è una nobiltà pazza, ricca, influente, che ha il cervello per traverso, colla smania di voler fare della politica come si fa in Piemonte... Già la pietra di scandalo è quel maledetto paese di rozzi e grossolani montanari...

— Avete ragione: — interruppe il duca con un certo bagliore negli occhi che era effetto di irritazione: — grossolani, testardi quei piemontesi, pesanti e insoffribili... Ah! se si potesse dar loro una buona lezione.

— Pensare che sarebbe così facile! — disse il capitano degli ulani. — Se il maresciallo si mettesse alla testa di due divisioni, in una settimana noi schiacceremo quel nido di vespe.

— Peggio che vespe, vipere.

— Ma il nostro imperatore è troppo buono!

— Bene! Lasciamo stare la politica, von Klernick. A Milano vi annoiavate, e siete venuto un poco qui a divertirvi con noi... Ah birbone; è quella grassoccia d’una Carlotta, la ballerina milanese, che vi ha attirato.

Il capitano fece un antipatico sogghigno che voleva essere malizioso, colle sue labbra grosse, carnose e rispose:

— La Carlotta!... Ah bella donna!... V. A. sa?

— Di quello che accade ne’ miei dominii sono informato di tutto: — disse il duca con istupida aria di superbia e di millanteria.