TRE RACCONTI.
TRE RACCONTI
DI
VITTORIO BERSEZIO.
IL CANE DEL CIECO.
UN GENIO SCONOSCIUTO. — GALATEA.
FIRENZE,
G. BARBÈRA, EDITORE.
—
1876.
Proprietà letteraria.
AL LETTORE.
— Che cosa avete voluto provare?
— Mi piacerebbe rispondervi citando i notissimi versi di Dante: «Io mi son un che quando amore spira, noto ec.» Ma siccome di questa citazione si è già troppo abusato, la lascio stare. Voglio dire che dapprima nasce in me un sentimento vago e ancora incerto, che poi esso viene pigliando un po' più di precisione e mi commuove colla potenza d'un affetto; che acquista via via più forza, sale al cervello e vi prende essere definito e si afferma in un'idea; allora accorrono intorno a questa molte immagini di cose, di luoghi, di persone, un po' di luce e molte penombre, qualche uggiosa nebbia più fitta, che minaccia riavvolger tutto e ricacciare ogni cosa nel caos, o per meglio dire nel nulla. Così man mano la fantasia viene preparando scena ed attori d'un dramma ideale che si forma e si rappresenta nella mente; lo spirito vede quei fantasmi e vive, pensa, sente, agisce con essi più di quello che li faccia agire; la ragione tenta una critica della esistenza e dei fatti loro per ridurre a una verità più reale complesso e particolari; e la penna da ultimo si prova a tradurre in parole di scritto quelle vagheggiate creazioni, le quali, ahimè pur troppo, nei freddi periodi della mia prosa riescono tanto lontane dalla splendidezza del sogno in cui mi apparvero.
— Capisco; va benissimo: ma codeste creazioni debbono pur voler dire qualche cosa.
— L'uomo, per quanto faccia, cerchi e s'ingegni, avrà sempre per suo studio più interessante, più vasto, più utile e di maggior dovere lo studio di sè medesimo. Il suo corpo e il suo spirito, i suoi sensi e la sua anima, le sue passioni e il suo pensiero, sembrano un campo ristretto, e sono un àmbito immenso che tocca quasi all'infinito. Il romanziere che mette l'uomo in una condizione speciale di cose, d'affetti, di vicende, d'impressioni e d'interessi, poi colla scorta dell'osservazione sul vero, forse anco su sè stesso, ne esprime pensieri, voglie, tentazioni ed atti, scrive di psicologia senza termini pseudo-greci e senza formole astruse; e beato e benedetto lui se riesce a far amare una virtù, a far ammirare un sacrificio, a far rispettato un dovere della vita, senza seccare il prossimo!
— È dunque codesto che avete voluto ottenere?
— Questi Racconti furono scritti in varie epoche, ma però l'inspirazione, come quella di quasi tutti i miei poveri lavori, mi pare la medesima. Io non farò come quel pittore che sotto al suo dipinto scrisse coscienziosamente: «Questo è san Rocco e questo è il cane;» ancorchè voi siate per dirmi che l'opera mia abbisogna di tale ingenuità di dichiarazione. Se il pensiero che ho creduto metterci è abbastanza bene espresso da comparire, se è tale che meriti d'esser notato, spetterà al lettore lo scorgerlo e lo sceverarlo; se non ha tanto pregio da ciò, non servirà a nulla ogni mia chiacchierata in proposito.
— In conclusione, voi non volete dirmi che cosa avete voluto provare.
— Non ho voluto provare nulla, nulla, nulla. Tentai dilettar alcun poco i lettori; se non ho ottenuto che di seccarli, prego da loro un generoso compatimento, e si persuadano che neanch'io, «non l'ho fatto apposta;» se poi in alcun grado sono riuscito nel mio intento, domando loro per compenso che mi vogliano un po' di bene.
IL CANE DEL CIECO RACCONTO.
I.
Era un brutto cane davvero; d'una razza così mista che i più abili genealogisti ci avrebbero perduta la bussola a volerne rintracciare l'origine in mezzo alla licenza disordinata degl'incrociamenti. Troppo basso delle gambe anteriori, troppo alto di quelle posteriori, con un naso appuntato, su cui pochi peli irti, con un pelame sempre sporco, scarno da far compassione, e un ugiolare così fastidioso che metteva ribrezzo e paura. Ma nella parte superiore di quel muso inqualificabile, sotto due ciuffi di peli di colore indefinibile, la povera bestia aveva due occhi, che, quando fissavano i vostri, vi facevano stranamente pensare. Avevano, quegli occhi straordinari, un'espressione d'intelligenza, di mestizia, di rassegnazione: vi parevano rivelare — sissignori, anche in un povero e brutto cane, — una vita tutta di dolori. Non so se abbiate osservato mai che gli occhi di questo animale, adoratore dell'uomo, ridono talvolta, mentre la coda si dimena festosamente. Ebbene, gli occhi di questo disgraziato di cui vi parlo, non ridevano mai, come non si dimenava mai con allegro moto quel mozzicone corroso che gli faceva da coda.
Atanasio, il cieco pezzente che era suo padrone, sedeva spesso sullo scalino della porticina della chiesa, di fianco, dalla parte in cui nel pomeriggio c'era l'ombra, in faccia ai due olmi vecchi che, susurrando colle loro frondi sopra la fontana che sta loro in mezzo, accompagnano pianamente il susurrio dello zampillo. Colà, deposto al suo lato il lungo bastone con cui picchiava per terra, camminando, egli poneva i gomiti che uscivan fuori dalle maniche sbranate, sugli stracci che facevano da pantaloni alle ginocchia, stringeva in mezzo a due manaccie grosse, ossee, ruvide, nere, villose, una barbaccia mezzo bianca, disordinata, irta, ed appuntato il suo naso lungo e acuto, fissava innanzi a sè in grave attenzione lo sguardo di due occhi dalle pupille bianche che non vedevano e che facevano pena a vederli.
Azor — il cieco chiamava quel mostricino a quattro gambe con questo classico nome canino — Azor si sedeva gravemente su quel mozzicone di coda, e tenendo serrata fra i denti serio serio una ciotola logora di legno, guardava del pari. Fra il padrone ed il cane anche un osservatore superficiale poteva accorgersi d'una bizzarra rassomiglianza. Avreste detto che il modo con cui si atteggiava il cane imitava quello dell'uomo; e che il naso di quest'ultimo s'appuntava in là per far la copia al muso del cane.
Stavano così delle lunghe, lunghe ore, aspettando che in quella ciotola venisse a cadere un soldo; avvenimento che capitava di rado. Qualche volta parlavano insieme: dico parlavano, perchè l'uomo faceva al cane una filza di discorsi, ricchi di molta filosofia pratica, e la bestia rispondeva con dei suoni sommessi, fra quelle sue mascelle scarne, che parevano grugniti. Una volta al giorno, il cieco scioglieva il nodo che attaccava al collare del cane la cordicella che, per l'altro capo, egli teneva sempre in mano, e diceva col tono di chi fa una generosa larghezza ad un subordinato:
— Orsù, vanne Azor, sei in libertà: ma bada veh! non più d'una mezz'ora! —
Il cane cominciava per baciare la mano del padrone, affine di ringraziarlo, poi si stirava ben bene, allargava le mascelle in una coppia di sbadigli che avevano il suono di gemiti, si dava due altre scosse che gli facevano ballare sulle ossa la pelle vuota di muscoli, guardava di qua e di là con aria peritosa e timida, pareva stentare a decidersi, e finalmente s'avviava lento da una parte, rasentando il muro, la testa bassa, le orecchie pendenti, mogio mogio, come se tornasse dall'aver preso una bastonatura.
Gli è che in quel momento appunto la povera bestia andava incontro a sicuri pericoli, che lo aspettavano per opera di implacabili e instancabili suoi persecutori. Erano i bambini del villaggio. Se l'uomo sia dalla natura fatto di fondo buono o cattivo, è un pezzo che si disputa, e si disputerà ancora chi sa per quanto tempo. Il fatto è che i bambini, queste piccole perfezioni dell'egoismo, che non vedono al mondo cosa più valevole della propria personcina e dei propri capricci, hanno istinti ed abitudini sì crudeli da far molte volte arricciare il naso ai sostenitori della bontà fondamentale della nostra razza.
Il povero Azor non aveva mai fatto nulla di male a quella schiera di sbarazzini sbracati ed anco scamiciati, che brulicava nei rigagnoli fangosi delle strade di quel villaggio. Era brutto, sporco, sfiancato, povero di peli e ricco di fame: ma con tutto ciò qual diritto ledeva egli d'altrui? Era codesta una ragione sufficiente per farlo bersaglio di tutte le malignità, di tutte le crudeli voglie di quella marmaglia scapestrata?
Il vero è che appena lo vedevano comparire solo, quando era in funzione di guida del povero cieco, camminandogli con passo grave dinanzi, non osavano molestarlo: si avventuravano soltanto a fargli da lontano atti oltraggiosi di disprezzo a cui egli non accordava che la più filosofica noncuranza: una volta alcuno più temerario aveva osato tirargli un torsolo di cavolo, ma il cieco s'era volto da quella parte con isguardi così terribili delle sue pupille scolorate, aveva gridato con voce così forte come nessuno non gli aveva mai sentita, delle parolaccie così profane, aveva battuto per terra così furiosamente il suo lungo bastone, che la turba dei monelli era scappata impaurita, come uno stuolo di passeri che beccano il grano nel campo scappa all'arrivo dell'agricoltore: — quando adunque lo vedevano comparir solo, il povero Azor, ecco subito tutti i furfantelli sbucare dai cortili, dagli anditi, dalle siepi degli orti, e giù contro quel meschinello di cane, grida e urli, e trargli fango e terriccio e cocci e sassi, per vederlo correre disperato con quella pelle rugosa collata sulle costole.
Azor avrebbe volentieri risparmiato a sè il dolore degl'improperii e delle percosse, ai ragazzi il piacere di far opera prepotente e tirannica. Ma quello era l'unico mezzo ch'egli avesse per provvedere a sè stesso; gli era allora che l'affamato negli immondezzai delle strade andava in busca dei suoi pasti, che se fossero luculliani lascio pensare a voi.
Prima ancora che il tempo della licenza fosse trascorso, Azor tornava a consegnarsi al padrone, annunziando la sua presenza collo sfregarsegli contro le gambe: il cieco gli passava una mano sul capo, gli riattaccava la cordicella, gli rimetteva in bocca la ciotola di legno, e riprendevano tutt'e due nella loro ordinaria postura a meditare.
Giunta la sera, Atanasio drizzava la sua lunga persona: — era alto come un antico tamburo maggiore di reggimento, aveva spalle quadre da facchino di porto di mare, ma pure andava un po' curvo della persona e teneva sempre il capo chinato sul petto: — impugnava colla sua destra nodosa il bastone nodoso del pari; teneva colla sinistra la cordicella del cane, e picchiando per terra colla ghiera di ferro in cui terminava il bastone, s'avviava preceduto da Azor di due passi... Dove? Non lo sapeva neppur egli: sotto il capannuccio d'un pagliaio in qualche fattoria, sullo strame di qualche stalla, sotto il portone di qualche casa fuor di mano, al semplice riparo delle frondi d'un albero ne' giorni sereni della bella stagione.
Chi era quell'uomo? Nessuno lo sapeva. Egli e il suo cane avevano un passato affatto sconosciuto al villaggio. Erano capitati colà da quattro o cinque anni, e ci avevano preso quel modo di vivere che ho detto, senza variazioni, con tanta uniformità, che gli abitanti ci si erano presto abituati e pareva loro chi sa da quanto tempo che li avessero nella loro terra.
Da principio c'era stata pure una viva curiosità di saperne qualche cosa. Avevano appreso che l'uomo si chiamava Atanasio e il cane Azor. Dalle carte che il primo di questi due aveva in perfetta regola, le autorità municipali e il brigadiere dei Reali Carabinieri avevano imparato che egli era un antico operaio fonditore di metalli, nativo di un paese lontano lontano, che aveva perduta la vista in un terribile incendio avvenuto nella grande officina, che in sì funesta occasione egli aveva dimostrato un eroico valore, salvando dal fuoco delle vittime, e che da allora in poi erano passati dieci anni.
Quel mendico, ora che lo presento ai lettori, non aveva più di nove lustri: ma a vederlo glie ne avreste dati più di dodici. Incapace d'ogni lavoro, s'era dato alla mendicità, fuggendo con sacro orrore dai ricoveri e dalle case di pia ospitalità, come dalle bòtte fuggiva il povero Azor. Di questo, poi, non si aveva il menomo documento che ne dicesse le condizioni civili, economiche, morali ed il passato.
Il Sindaco era stato in forse per un po' di tempo, s'egli, da provvido e zelante amministratore, non dovesse, facendo uso della sua autorità, espellere dal suo Comune quel pezzente, a tiro sempre della legge di pubblica sicurezza, privo affatto di mezzi di sussistenza, e darlo in nota al Sotto-Prefetto, perchè lo denunziasse al Prefetto, il quale lo facesse tradurre, (stile burocratico), alla provincia, di cui era nativo. Ma quella provincia era tanto lontana! Ma quel pover uomo manifestava per ogni luogo rinchiuso tanta ripugnanza da preferire la morte. Ma in quel Comune non c'eran punti mendicanti, e uno per eccezione, non avrebbe fatto nè disdoro nè danno. Ma gli abitanti si erano contentati della presenza di quel gran cieco, e avevano preso l'abitudine di dargli pochi soldi e qualche scodella di minestra. Ma il cane era divenuto un sollazzo pei bambini dei suoi amministrati. Ma sotto la giubba, su cui cingeva solennemente la sua fascia sindacale, quel brav'uomo di capo del Comune aveva tanto di buon cuore. Tutti questi ma fecero che il cieco fu lasciato stare in santa pace.
La curiosità aveva per un poco aspettato il misterioso mendicante al varco d'una ubbriacatura. Pareva impossibile, chi lo vedesse, che quell'omaccione non fosse un dilettante d'osteria e un intelligente, ghiotto consumatore di alcoolici; eppure quell'impossibile era la realtà. Atanasio non metteva mai piede nè da compar l'oste ne dall'amico zozzaio, e pareva anzi fuggire con vera ripulsione di dove sentisse odore di liquori. Quando gli si faceva invito a bere un bicchierino d'acquavite o di un mezzo litro di vino, egli batteva più forte per terra la ghiera di ferro del suo lungo bastone, allargava ancora di più il compasso delle sue gambaccie, sollecitava colla voce collerica Azor, e s'allontanava di fretta. Visto codesto, la curiosità rinunciò scoraggiata ad ogni ulteriore tentativo; d'altronde la storia di simil pezzente non pareva dover essere di tal natura da ispirare sforzi straordinari per apprenderla. Si rassegnarono tutti a non saper altrimenti chi fosse quel povero cieco, cui tutti conoscevano e trattavano famigliarmente.
Chi avrebbe potuto narrarne tutta o quasi tutta la storia, era Azor: ma egli, da bravo cane fedele, taceva incorruttibilmente; e imparino da tali confidenti quelli che hanno segreti da custodire.
Eppure quella storia, benchè d'un semplice operaio, era interessantissima; ed io, che l'ho risaputa dal parroco, al quale il cieco finì per confidarla morendo, ve la voglio raccontare brevemente e semplicemente.
II.
Era una bella fonderia quella del signor Frangia. Un vasto fabbricato, ampie officine, immensi laboratorii, forni e macchine con tutta la perfezione delle invenzioni e dei progressi moderni. Vi erano occupati un centinaio e più di operai; tutto in essa camminava ordinato e regolato come le varie ruote di un orologio che vada bene, e ciò grazie all'attività, all'intelligenza, al coraggioso, instancabile zelo del primo figliuolo del proprietario, il signor Pietro.
Questi, allora, contava circa trent'anni; era bello d'aspetto, franco e cordiale di maniere, abile a comandare e capace d'ubbidire, sollecito nelle risoluzioni come nelle parole, negli atti come nel pensiero. Aveva studiato un po' di tutto — quello almeno che è necessario a una persona colta, — anche di letteratura, molto di economia politica e delle ragioni commerciali e industriali. Sapeva di molte cose, e intorno alla sua professione tutto quello che poteva sapersi, e aveva il merito di non farne pompa, giovandosene soltanto a dar prova ne' suoi negozi di un'abilità inarrivabile. Comandava senza ruvidezza, senza superbia e senza debolezza; gli operai lo ubbidivano, ammirandolo anche senza volerlo. Avevano verso di lui una rispettosa famigliarità, come si ha con chi è della nostra sorta, ma è il primo di tutti. Niuna meraviglia perciò che il vecchio padre, ormai stanco dal lavoro e in bisogno di riposo, lasciasse a lui tutto il peso della direzione e dell'amministrazione, e che sotto la sua mano intelligente gli affari prosperassero come non si poteva desiderare di meglio.
Il signor Pietro pareva ed era in realtà il più felice uomo della terra; uno di quelli a cui tutto riesce ciò che intraprendono; nè alcun segno intorno gli appariva che uomo vi fosse il quale, quella sua tanta ventura e i beni d'ogni fatta ond'era favorito, gli venisse invidiando.
Eppure l'invidioso c'era, un invidioso che si nascondeva con molta circospezione, che avrebbe voluto nascondersi persino a sè medesimo, ma che era tanto più accanito; così che oramai la sua invidia era arrivata sino ai limiti dell'odio. E questo tale era l'operaio, in cui appunto il signor Pietro aveva maggior fiducia, che sembrava, e avrebbe dovuto essere maggiormente affezionato a lui e alla famiglia tutta dei Frangia, perchè aveva verso di questa e verso di Pietro innegabili segni di riconoscenza.
Si chiamava Atanasio. Degli operai era il più abile, il più forte, il più coraggioso, il più diligente. Quando aveva da allontanarsi, Pietro confidava in lui perchè tenesse le sue veci; e la sua fiducia in nulla, mai non era delusa. La famiglia Frangia lo considerava poco meno che per uno di suo sangue. Ma egli aveva un carattere violento, passioni accese, e s'era impinzata la testa di perniciose letture in quei certi libri che, trattando della questione sociale, lusingano maladettamente le men nobili tendenze dei poveri con sofismi che la pretendono a pronunziati scientifici.
Era figliuolo d'un antico operaio di quella medesima officina. Suo padre, quand'Atanasio era ancora nel seno materno, morì vittima d'un accidente. Una forma col metallo in fusione era scoppiata, e il poveretto ne aveva avuto orribil morte. Il padre di Pietro, impietosito al triste caso e alla condizione della povera vedova in procinto di diventar madre, prese quest'ultima in casa sua e le promise non l'avrebbe abbandonata mai più, avrebbe provvisto alla sorte del nascituro, qualunque si fosse, maschio o femmina. Aveva voluto il caso che in quel giorno medesimo nascesse al principale appunto un bambino, che fu quel Pietro di cui si è detto. Sei mesi dopo la nascita del figliuolo del principale e la morte di suo padre, venne al mondo il figliuolo dell'operaio. La sua cattiva stella non aveva ancora tutto esercitato il suo maligno influsso; chè la infelice madre, dopo aver tanto sofferto, essendogli morta essa pure, sopra parto, egli in fasce rimase orfano, solo al mondo e privo d'ogni sostegno, se non fosse stata la protezione del signor Frangia.
Questi non venne meno alle sue promesse, e il bambino dell'operaio fu allevato in casa del principale insieme col figliuolo di quest'ultimo. Atanasio ebbe ancor egli precoce intelligenza e tale da non istare al disotto del suo compagno: e' si avvezzò dapprima a trattare con Pietro come un suo pari, e allora, benchè più giovane di sei mesi, aveva egli una supremazia per forza, per destrezza, per ardimento; ma ben tosto venne ad accorgersi che fra sè e l'altro ragazzo, intorno a loro, tutto stabiliva una gran differenza. Più assai de' padroni, erano i servi a fargliene sentire siffatta diversità. Pietro era figliuolo d'un ricco, egli era un miserabile. Quell'altro possedeva capitali e terre, egli non aveva nulla; ogni vantaggio al compagno veniva accordato come per un suo diritto, a lui per favore, o, per dire la fatale, amara parola, per carità!
Atanasio affaticò la sua penetrazione infantile per rendersi conto di ciò. La mente ancora debole dell'orfano, fino da que' primi anni, andò ad urtarsi contro quel tremendo problema sociale che da secoli travaglia l'umanità e forse non cesserà di travagliarla fino alla fine dei tempi. Il suo egoismo lo formolava in quel pungente quesito, che è l'ultimo motto d'ogni sommossa di plebe: «Perchè a lui tutto e a me nulla?» Non ci trovava risposta; ricorreva al comodo scioglimento di proclamarla un'ingiustizia, che un giorno o l'altro doveva pur ripararsi: e così fin dagli anni più teneri, non osando manifestar nulla di questi suoi sentimenti, masticando amaramente impossibili e colpevoli aspirazioni e desiderii di cui poi si vergognava, venne accumulando in fondo al cuore una provvista d'invidia inesprimibile.
E intorno a lui tutto gli diceva in pari tempo che il suo segreto sentimento aveva torto ed era una colpa. Non v'era caso, persona o cosa che non gli parlasse della sua fortuna d'essere così trattato da quei ricchi ch'egli invidiava, della riconoscenza ch'egli doveva avere per essi; e ad ogni anno che passava, la sua anima sempre più s'inaspriva e quella riconoscenza sempre più gli veniva di peso.
Pietro frattanto imparò tante cose. Era egli lieto e superbo del suo sapere; la sua intelligenza, rafforzata dallo studio, aveva preso uno slancio inaspettato. Atanasio, che, come di forze fisiche, così d'intelletto era sembrato dapprima ed erasi creduto egli stesso andare innanzi al suo compagno, ora si trovava da questo avanzato e dimolto. Il figliuolo dell'operaio, naturalmente, era stato messo alle officine; gli avevano fatto imparare a leggere, scrivere, far di conti e la sua arte: e si credeva da tutti che ce n'era abbastanza per lui. Ma egli, sempre in conseguenza di quel medesimo sentimento, si diceva che quella era un'ingiustizia, che anch'egli doveva aver diritto al sapere, e si domandava perchè avesse ad esserne privo.
Con tutto ciò, — misteri del cuore umano! — Atanasio, da giovane, amava in realtà i suoi benefattori e Pietro eziandio che era stato compagno della sua infanzia. Da parte di Pietro, quella franca e domestica benevolenza ch'egli aveva con tutti e che lo faceva a tutti così piacevole, verso di Atanasio era poco meno che una fraterna affezione. Inoltre, tanto Pietro, quanto i genitori di lui cansavano accuratamente ogni parola, ogni menomo cenno che potesse adombrare, non dico un rinfacciamento, ma un ricordo dei beneficii usati verso l'orfanello; e questi era poco capace d'apprezzare codesta delicatezza, e, facendo astrazione dalle persone dei suoi principali, era alla condizione delle cose, alla fatale necessità, all'organismo sociale, era al sistema, come s'usa dire, che volgeva tutte le sue maledizioni, tutto l'odio della sua anima sdegnosa.
Lesse con avidità accanita le declamazioni demagogiche di socialisti e comunisti; lesse in segreto, nascondendosi come d'una colpa, con tutto il trasporto che si prova per le cose proibite, e non osò mai con nessuno manifestare pur di sfuggita le sue opinioni, perchè sentiva — e tutti glie lo avrebbero rinfacciato — che predicare il comunismo, la rivoluzione contro i ricchi, l'annientamento del capitale, egli che tutto doveva ai suoi principali, sarebbe stata una ingratitudine; ed egli sentiva pure la gran vergogna di parere macchiato di sì brutta colpa.
Venne però un momento, in cui l'iniqua passione fu presso ad esser superata nell'anima d'Atanasio. E fu allora quando entrò in essa la più mite e generosa passione che possa muovere anima d'uomo: un vero amore.
III.
La fonderia era posta alla falda d'un bel colle boscoso; a mezzo la costa, in uno slargo che parevano fare appositamente i castagni per lasciarle un po' di luogo, brillava al sole una casetta tutta bianca. Aveva stanza colà un'altra beneficenza del signor Frangia.
Taddeo, vecchio militare, si era ritirato dall'esercito dopo la guerra del 1848-49, azzoppito, incapace di lavorare, con moglie ed una figliuola, e per unica ricchezza trecento lire di pensione all'anno. La moglie era buona a poco, la figliuola era ancora piccina, e meno d'una lira al giorno per vivere in tre, anche in un paesello, c'era da mangiare di magro e vestire di stracci.
Il padre di Pietro nominò Taddeo guardiano dei vasti boschi che possedeva su quella montagna, gli diede ad abitare quella casetta bianca, gli regalò un bravo schioppo a due canne, i mobili più indispensabili, il diritto di tirare a qualunque selvaggina trovasse, e quaranta lire al mese. A Taddeo parve toccare il cielo col dito; si stabilì in quel luogo ridente, si diede a percorrere, zoppicando tranquillamente a suo modo, con lo schioppo a tracolla e un bastone in mano per appoggiarvisi, le proprietà del padrone, e si chiamò il signor Guardaboschi. Fece scappare, ingrossando la voce, qualche ladroncello che tagliava rami degli alberi; fingeva di non vedere quando s'incontrava con povere vecchierelle che venivan raccogliendo legna; uccise qualche tordo e qualche lepre, e disse a tutti, che lo volessero o non lo volessero sentire, ch'egli si trovava nel paradiso terrestre senza serpente.
Nè si fermarono a ciò le larghezze del ricco industriale. La figliuola di Taddeo veniva su carina come un amore e belloccia come un fiore di campo; aveva tanta grazietta, tanto brio, tanta ingenua petulanza di modi che vederla, sentirla a chiaccherare e non restarne incantati era cosa difficile.
Il signor Frangia, passando un giorno di là per caso, fu accolto, figuratevi con che dimostrazioni di festa, dalla piccola famiglia beata di quell'asilo e della vita tranquilla che vi conducevano. Il padre di Pietro, commosso, ammirò la pulizia che faceva come dire splendenti tutte le masserizie, l'ordine che rallegrava l'occhio del riguardante, la pace che là si vedeva regnar da per tutto continua ed inviolata: ma sopra ogni cosa ammirò i grandi occhi intelligenti, la faccia birichina, la grazia innata, lo schietto parlare e le argute risposte della Lucietta, che allora poteva avere dieci anni.
“Che cosa le insegnate a questa bambina?” domandò egli tenendole fra due dita le guance.
“Che la vuole che le insegnamo, povera gente ed ignorante come siam noi?” rispose la madre. “Appena se so farle apprendere un po' di maglia e di cucito...”
“La mandiamo a scuola al villaggio;” saltò su il padre; “e vi ha già imparato un tantino a leggere, scrivere, e far di conti...”
“Un tantino!” interruppe la fanciulla quasi offesa e con quella sua cara petulanza. “E' mi sembra che, tutto questo, lo so già fare per benino davvero... Oh giusto! la veda un po' lei e giudichi.”
E lesta, con quelle mosse d'augelletto, che erano in lei così graziose, Lucietta corse a prendere i suoi scartafacci, li venne a squadernare sulle ginocchia del signor Frangia, poi lesse spedita in un libro, poi si mise a recitare colla sua vocina quattro o cinque poesiette che aveva già mandate a memoria, poi a dire tutta d'un fiato la tavola pitagorica.
Il padre di Pietro l'abbracciò con entusiasmo e partissi incantato. Sua moglie, a cui egli contò tutti i miracoli di quella bambina, la volle vedere, e ne venne via più rapita ancora del marito. Conchiusero ambedue d'accordo, che era un peccato lasciare tante buone qualità e meravigliose disposizioni perdersi inutili ed imbozzacchire in mezzo a quei boschi. In breve, decisero che la Lucietta sarebbe andata dalla Maestra direttrice della scuola di quel paese, ed in lezioni particolari vi avrebbe appreso tutto quel più che le si sarebbe potuto insegnare.
Lucietta venne; la maestra sapeva poco, ma la ragazza capiva molto e indovinava assai più. Ebbe alcuni buoni libri per le mani; e passando molto del suo tempo in casa la madre di Pietro, v'imparò assai più che ne' libri, quanto a maniere e ad educazione del cuore e del carattere. L'opera benefica dei signori Frangia fu coronata di splendido successo, perchè la Lucietta diventò la più cara, bene educata, amabile fanciulla che si potesse vedere.
Atanasio da un pezzetto la vedeva e l'ammirava. Pietro, in quel tempo era in città a compiere gli studii. Atanasio, quando traverso le grandi invetrate delle officine scorgeva passare sollecita la giovinetta (e per un caso straordinario la scorgeva sempre) ed entrare nella casa dei principali, aveva sempre di lì a poco una qualche ragione per cercare del signor Frangia, e andava a cercarlo così bene che capitava sempre, sia nella casa, sia nel giardino, dov'erano la moglie del padrone e la Lucietta. Colà, prima ch'egli avesse domandato e la signora risposto, passavano sempre alcuni minuti; e il giovane sapeva trovare appigli tali di discorsi che faceva durare altri pochi minuti di più il colloquio, e nasceva occasione alla Lucietta, allegra e scherzosa per natura, di barzellettare e di ridere, ed egli, il giovane operaio, rientrava all'officina col cuor contento, colla mente serena e coll'umore più ilare del mondo.
Non andò guari che l'operaio trovò modo di fare stretta relazione con papà Taddeo, che qualche volta scendeva all'osteria del villaggio a riconfortarsi lo stomaco mercè un mezzo litro di quel migliore. Un litro pagato a tempo ne fomenta dimolte di codeste amicizie cercate con premeditazione da una delle parti. Atanasio forte, robusto, audace, con un fare tra franco e riservato, piacque assai al vecchio militare.
L'operaio beveva bene e lo faceva ber bene; si lasciava da Taddeo raccontare, anzi ce lo incitava, tutti gli aneddoti della sua campagna e della sua vita da cacciatore; non andò guari che il padre di Lucietta proclamò Atanasio il più piacevole compagno che si potesse trovare.
Atanasio allora impiegò tutto il suo talento diplomatico a riuscire in un intento che gli stava a cuore quant'altro mai: quello di farsi invitare dal veterano ad andarlo a vedere lassù. E il furbo ci riuscì. Cominciò per andarvi raramente; seppe piacere alla madre di Lucietta, come aveva piaciuto al padre. La fanciulla stessa mostrò vederlo di buona voglia; e non andò gran tempo che quasi tutti i giorni Atanasio capitava alla casetta e vi era accolto con un amichevole sorriso e con cordiali strette di mano da tutti.
A quel felice momento in cui poteva correre lassù, alle belle, ma troppo rapide ore ch'egli ci passava, Atanasio pensava tutto il giorno; lavorava con più ardore ed alacrità, quasi volesse col suo zelo guadagnarsi il premio di quella gioia, quasi, affrettandosi nel suo còmpito, affrettasse pure il passare del tempo.
Certe volte in mezzo al più vivo del lavoro, sentiva ad un tratto venirgli su, come dal cuore al cervello, una subita ilarità, e si metteva a ridere d'un nonnulla, e intonava allegramente colla sua voce robusta, una gaia canzone. I suoi compagni, avvezzi a vederlo per l'innanzi sempre taciturno e imbroncito, lo guardavano meravigliati; alcuni gli chiedevano il perchè di quel buon umore inaspettato di cui non sapevan trovare ragione; egli rideva più forte, crollava le spalle e tirava via a lavorare con più ardore. Gli era che, a quei momenti, egli, tutto annerito dal fumo, dalla polvere, dal fuoco, vedeva comparirsi, in mezzo alle fiamme accecanti del metallo incandescente, le vaghe forme gentili d'una giovinetta tutta sorrisi, e sognava mille immagini beate di un desiato avvenire.
Appena finita la giornata, correva a nettarsi per bene, cambiarsi la biancheria, mettersi la tunica pulita; e poi s'affrettava col suo passo lungo e svelto su per la cima del colle. Non aveva tanta pazienza da prendere la strada comune che girava e rigirava per la costa, ma tirava via dritto, traverso i boschi, in linea retta, senza seguir sentiero tracciato, arrampicandosi da albero ad albero, e sbucava fuori sulla piccola aia innanzi alla casetta. Vi arrivava sorridente: lo accoglievano sorridenti; perfino la cagnetta di Taddeo — una brutta bestiola, che il Guardaboschi in una delle sue innocenti escursioni aveva raccattata su per la strada mezzo moribonda di fame; — perfino lei gli faceva festa. Atanasio aiutava la vecchia alle faccenduole di casa, spaccava le legna per accendere il focherello della cena, strappava dalle mani di Lucietta il secchiolino per attingere acqua e correva a riempirlo alla fontana, diceva scherzando al veterano Taddeo:
“Oh che non volete credere che io, quantunque non sia stato a mangiare il pan di munizione, son capace di ripulirvi quello schioppo intorno a cui sudate lavorando per renderne le canne così lucenti che il più schizzinoso caporal di settimana non vi avrebbe a ridire? Il ferro ed io ci conosciamo, e state a vedere...”
E anche dalle mani del vecchio strappava lo schioppo e gli stracci ingrassati e la spazzoletta e il piattellino dell'olio, e si metteva a far egli il lavoro del Guardaboschi, tanto bene e sollecito che questi lo guardava ammirato, e sclamava ridendo che sembrava non avesse mai fatto altro. Era insomma diventato così di casa, che un congiunto non avrebbe potuto di più; e nella famigliuola non solo s'era usi ad aspettarlo e riceverlo con gioia, ma ad ogni lavoretto un po' faticoso che avvenisse di dover fare, si soleva dire gli uni agli altri: — Eh! lascia stare; ci verrà stasera Atanasio e farà lui. —
IV.
Quelli furono i migliori tempi della vita dell'operaio. Sotto l'influsso del suo tanto nobile e purissimo amore, egli sentiva a poco a poco svanire, proprio come la nebbia al sole, i suoi invidiosi pensieri, il suo maligno talento, la sua rabbia di proletario. Non gli pareva più d'essere condannato ad invidiar tutto agli altri; non trovava più che questo mondaccio fosse così male ordinato che impossibile lo starci un po' bene a chi non possedesse ricchezze: la sera, quando seduto sull'aia, alla porta della bianca casetta, vedeva la bella fanciulla correr di qua e di là, immaginava una vita bellissima, che gli sembrava proprio a gittata di mano, insieme con una compagna e con dei figliuoli; capiva allora il diritto di proprietà e la famiglia; sognava economie e risparmi, e si riconciliava mentalmente col capitale. Aveva disertato l'osteria, metteva più attenzione alle cose sue, al suo vestiario, ai suoi diportamenti, al suo parlare: era più umano e servizievole, più allegro e garbato con tutti: poteva proprio dirsi un altr'uomo.
A Lucietta, nè ai genitori di lei, non aveva ancora parlato nemmeno alla lontana de' suoi disegni. L'eloquenza non era il suo forte, e nell'audacia della parola ei ci valeva poco. Ma pure non dubitava punto che la cosa avrebbe da riuscire a seconda de' suoi desiderii. Aveva tanta coscienza di quel ch'egli valeva, da credersi non indegno di Lucietta; le condizioni sociali ed economiche dall'una parte e dall'altra si pareggiavano; capiva d'essere ben visto, anzi aggraditissimo al padre e alla madre di lei; non vedeva intorno alla ragazza pur l'ombra d'un rivale; poteva senza soverchia illusione scambiare per indizio di più tenero affetto la cordialità dell'accoglimento e il sorriso di fraterna amicizia che aveva per lui la Lucietta. Quindi, tutto ben considerato, aveva risoluto che alla prima buona occasione che gli si presentasse, avrebbe, come si dice, saltato il fosso e parlato chiaro.
Ma questa benedetta occasione tardava a venire, od almeno pareva sempre a lui che non fosse abbastanza buona; e frattanto chi venne fu Pietro, il quale, finiti i suoi studi alla città, se ne tornò alla casa paterna a prendere la direzione delle officine.
Atanasio a questo ritorno provò strane e contradittorie sensazioni. L'assenza gli aveva pure fatto conoscere, che in realtà egli lo amava qual suo compagno d'infanzia, il quale era pur sempre stato così buono ed amichevole per lui; e sapendo ch'egli ritornava, il giovane operaio, fatto dalla sua passione più inchinevole alla tenerezza, ebbe un vero rallegramento. Ma quando il giovane principale fu giunto, più bello di quel che fosse quando era partito, avendo preso dal soggiorno della città non so qual grazia nel portamento, vestito con eleganza di gusto, fornito insomma di tutti quei vantaggi che danno la ricchezza e il praticare colla società eletta, una specie di presentimento assalse Atanasio, che quella venuta e quel giovane così caro e leggiadro gli sarebbero fatali.
Primo danno che glie ne toccò fu intanto che dovette rinunciare a vedere così di frequente e per sì lunghe ore la Lucietta. Il signor Pietro era venuto con una quantità di ordinazioni di lavoro e di grandiosi progetti da dare nuovo slancio all'industria. Agli operai fu aumentato il salario, ma fu diminuito il tempo libero: l'ebbe diminuito più di tutti Atanasio, al quale Pietro fece il meritato onore di nominarlo capo d'officina.
Parecchi giorni passarono per ciò, senza che l'operaio potesse correre alla bianca casetta: di che il suo umore tornò a intristirsi non poco; finalmente, quando a forza di industriarsi, potè strappare alle ore di lavoro e dei suoi pasti un briciolo di tempo per correre lassù, erano sì brevi momenti quelli, che pel gran desiderio da lui provato erano come un sorso d'acqua a chi muore di sete.
La Lucietta veniva essa ancora in casa dei padroni, e con che frequenza? Atanasio non lo sapeva e gli premeva di saperlo, e moverne domanda se ne vergognava. Già di spiare le venute della fanciulla non era più il caso, e meno ancora quello di correre in traccia di lei col pretesto di cercar del principale. Il padre di Pietro aveva smesso del tutto ogni ingerenza nell'opificio; la direzione l'aveva il figliuolo, il quale era sempre lì e non s'allontanava d'un passo e non permetteva che nessuno s'indugiasse pure un momento nel suo ufficio, e quanto era buono e generoso verso gli zelanti operai, altrettanto era severo e implacabile verso i negligenti.
Atanasio s'arrabbiava maledettamente. Fu peggio quando, in quelle corte scappate che poteva fare ad intervalli alla casa di Taddeo, gli parve accorgersi che Lucietta erasi d'assai mutata nel suo contegno. La non rideva quasi più; il giovane non sentiva più, arrivando, di mezzo agli alberi del bosco, l'allegra di lei canzone che gli annunciava la vicinanza della casa; parlava poco, ascoltava distratta, dava ad Atanasio la mano più freddamente di prima, trovava frequenti pretesti per ritirarsi nella sua cameretta e non lasciarsi veder più.
“Voi non istate bene?” le chiese un giorno l'operaio.
“Benissimo,” rispose ella: “perchè mi fate questa domanda?”
Atanasio le disse del cambiamento che aveva notato in lei: Lucietta arrossì fino sulla fronte, non rispose parola e s'allontanò.
Il nostro operaio ci pensò ben bene un giorno e una notte, e ancora un altro giorno; e la sera dipoi, in cui s'era procacciata un'ora di libertà, s'avviò verso la dimora di Taddeo con una gran risoluzione.
Però non prese la scorciatoja, non allungò il passo delle sue lunghe gambe, e, quantunque fosse già tardi, andò su lentamente per la stradicciuola comune, fermandosi tratto tratto a meditare. Egli s'era deciso a svelar finalmente il suo segreto e chiedere Lucietta in isposa. Per quanto adagio camminasse, e' ci arrivò pure a quella benedetta casina bianca. Vi regnava un silenzio che gli parve di malaugurio; nessuno era di fuori, la porta socchiusa; una riga di luce rossigna, che filtrava dall'uscio in sull'aia già quasi ottenebrata dalla sera, indicava che nella stanza terrena eravi il fuoco od un lume acceso. Atanasio si accostò piano col cuore che gli palpitava, e per la fessura guardò dentro. Taddeo, seduto sopra il suo vecchio seggiolone di cuoio a bracciuoli, sonnecchiava innanzi al fuoco; sua moglie, accoccolata presso al camino, guardava per entro ad una pentola; Lucietta non c'era. Fra le gambe del Guardaboschi dormiva accovacciata la cagnetta di razza inqualificabile.
Atanasio quasi rallegrossi di non vedere colà in quel momento la ragazza; avrebbe osato parlare più franco, non essendoci lei presente. Sospinse pian piano l'uscio ed entrò. La cagna fu sola ad accorgersi della venuta di qualcheduno; la si drizzò a sedere puntando le piote anteriori per terra, e cominciò ad abbaiare; ma visto subito che egli era l'amico di casa, si levò di tratto e gli mosse incontro scodinzolando.
Taddeo si svegliò, la moglie si riscosse dalla sua contemplazione della pentola e si volse verso il nuovo venuto.
“Ah, siete voi Atanasio?” diss'ella. “Da bravo! venite, sedete qui; mangiate un boccon di cena con noi.”
V.
Atanasio s'inoltrò, sedette, ringraziò, e si pose a tormentare la cocca della sua tunica, come se da essa volesse far venir fuori le parole del discorso.
“Bel tempo d'autunno!” disse Taddeo.
“Bel tempo!” rispose Atanasio, guardando il fuoco.
“Fatto apposta per andare a caccia.”
“Già!”
“Guardate: se ci aveste un giorno di libero, che poteste venir meco di buon mattino con un bravo schioppo, sì che vi menerei io in certi luoghi dove i tordi vi parrebbe che fioccassero.”
Atanasio mandò un sospiro.
“Ma io non ho di giorni liberi.”
Guardò intorno, come se cercasse di qualche cosa.
“E.... e la vostra Lucietta?” finì per dire.
Fu la madre di lei che rispose:
“È giù al villaggio, in casa dei padroni.”
Il giovane fece un sobbalzo sulla seggiola di legno su cui era seduto.
“Dei padroni?” ripetè, come se dubitasse di non aver capito bene.
“Sì, dei signori Frangia.... Sono tanto buoni! La signora vuole alla mia figliuola un bene da non si dire, e la desidera frequentemente con sè.”
“Ma gli è già tardi,” interruppe Atanasio cui l'appresa notizia stese un velo di tristezza sul volto; “e come farà a venirsene su la Lucietta?”
“Per questa sera la non ci vien mica.”
“No?”
“È già da due giorni colà, e vi rimane ancora una settimana. La Signora ha insistito tanto, che abbiamo dovuto acconsentire a lasciargliela per un po' di tempo.”
Atanasio sorse in piedi tutto turbato; voleva sgridare, rampognare, ma ebbe ancora tanto buon senso e tanta padronanza di sè da tacere. Con che diritto poteva egli far rimproveri ed anche semplici osservazioni? Che cosa era egli per quella gente, per quella ragazza? I Frangia erano i protettori di quella famiglia; v'era forse alcun male che la Signora tenesse presso di sè la giovane che aveva fatto educare, a' cui bisogni, in varia forma era venuta sovvenendo? L'operaio non disse adunque nulla; ma sentì la sua anima diventar buia come una notte senza stelle, e a un tratto gli andarono via il coraggio e la voglia di fare la sua dichiarazione. Trovò un pretesto per rifiutare la cena, e partissene subito, e ridiscese il poggio coll'inferno nel cuore.
Si era fatto notte interamente. Di gran nuvoloni s'aggiravano in cielo, e fra loro splendeva con un limpido chiarore la luna quasi piena, nascosta di quando in quando da qualcuno di essi che le passava dinanzi. Atanasio camminava senza saper ben preciso in qual direzione; ma le gambe lo portarono alla fonderia, e precisamente da quella parte dove era la casa dei proprietari.
Era una casa non molto alta, ma piuttosto vasta, che formava tre lati d'un quadrilatero, spingendone due verso le officine che stavano in fondo al cortile, le quali, dopo un intervallo di una ventina di metri, chiudevano il quadrato, allungandosi però dall'una e dall'altra parte in una linea più estesa. Dinanzi alla facciata della casa, che guardava sopra la strada, si stendeva una terrazza, lunga poco meno della facciata medesima, alta un metro dal suolo, sulla quale dal salotto e dalle altre stanze del pian terreno davano adito delle alte porte-finestre.
Atanasio venne da quella parte, passò lentamente innanzi a quella facciata, con lo sguardo fisso nel chiarore che usciva da que' cristalli.
La luna in quel momento batteva di pieno sul terrazzo; l'operaio ci vide l'ombra d'un uomo che andava e veniva; poi quell'uomo si fermò, si appoggiò coi gomiti alla ringhiera e la luna ne illuminò completamente la faccia ch'ei volse in su: era Pietro Frangia che fumava un sigaro a quella brezza notturna. Atanasio si voltò per allontanarsi, ma il suo principale l'aveva visto.
“Olà! Ehi!... se non m'inganno, tu se' Atanasio:” gli gridò. “Alto, Atanasio!”
Questi, benchè a malincuore, dovette fermarsi.
“Buona sera, sor Pietro, sono appunto io.”
“Vieni qua. Dove vai girando? Le serate incominciano ad esser freddine.”
“Non mi pare:” rispose Atanasio, che in verità non sapeva bene che si dicesse, tutto preso da un nuovo e molesto impaccio in presenza al suo giovane padrone. “A me piace il fresco.... Ho il sangue acceso addosso.”
“Eh! lo capisco. Il fuoco della fucina!... Ma io pure ho una smania questa sera.... To'! mi arrivi proprio a tempo. Ho bisogno di prender aria e di far moto; e ho bisogno d'un confidente. Tu mi accompagnerai a passeggiare; e qual confidente migliore posso io avere di te, che mi sei come fratello?”
Atanasio sentì che avrebbe pur dovuto rispondere qualche parola, ma non seppe cosa dire; e pensava frattanto:
— Confidente!... che confidenze vuol egli farmi? —
Pietro in un attimo scese dal terrazzo e fu al fianco dell'operaio: ne prese il braccio con amorevole domestichezza e lo fece avviare di buon passo giù della strada.
Camminarono un bel tratto senza parlare. Atanasio non si avventurava ad interrogare; Pietro pareva provasse alcune difficoltà non leggiere a cominciare il discorso. Fumava rapidamente, guardava intorno, sospirava forte; finalmente ruppe il silenzio dicendo con un risolino forzato:
“È strana! sai tu che in questo momento io ho addosso un'ansietà che mi dà un'agitazione delle maggiori ch'io abbia provato mai? Questo non l'avrei creduto.”
“Che cos'è?” domandò Atanasio, tanto per dir qualche cosa. “Le capita forse alcuna contrarietà?”
“No, contrarietà.... quello che provo io, vuoi che te lo dica?... è timore.”
“Timore!... di che?”
“Gli è che adesso adesso si sta decidendo la sorte della mia vita e dipende da una parola la mia felicità.”
Atanasio si fermò su due piedi, stranamente turbato a un tratto.
“Oh come mai?” dimandò egli.
“Eccoti le confidenze.... sarai il solo che le abbia ricevute, fuori de' miei genitori. Amo Lucietta, e l'amo tanto che nol posso dire.”
Per fortuna le nubi in quel punto avevano coperto la luna e l'oscurità era sì fitta da non potersi vedere il pallore e la contrazione dei muscoli che vennero a sconvolgere la faccia dell'operaio.
Pietro, chiacchierone come tutti gl'innamorati, sentì il bisogno di raccontare più particolareggiate le semplici vicende dell'amor suo.
“Quando sono partito di qua, Lucietta era già una cara fanciulla che prometteva diventare un tesoretto bello e buono; ma ora che l'ho rivista al mio ritorno, ora sì che la mi parve aver superate tutte le sue promesse! E nota che io ne aveva pure la grande aspettazione: mia madre mi scriveva sempre tanti prodigi di lei!... Ebbene, la trovai superiore a tutti gli elogi.... Che ti vo dicendo di più? Mi accorsi in breve che n'ero pazzamente innamorato. Ah! non esitai un momentino. Mi stimerai abbastanza, spero, da non supporre nemmeno che mi sia venuto un cattivo pensiero a tal riguardo. È una povera giovane che non ha nulla; e tanto essa quanto la sua famiglia devono dimolto a noi.... ragione di più per averne ogni rispetto. Parlai a mio padre e a mia madre che mi amano tanto da consentire a tutto quello che può farmi felice. Essa non è mia pari per condizione nè per fortuna; ma che importa? Fu allevata a meraviglia, ha talenti come poche ne hanno, è virtuosissima; tutto la fa degna del nostro grado. Della sua povertà non abbiamo da averne pensiero; non siamo noi ricchi abbastanza? Mia madre accettò il carico di scrutare il cuore della giovane questa sera medesima, e in questo stesso momento. — Va' via, — mi disse, — e lasciami sola con lei una mezz'ora: al tuo ritorno l'avrò confessata, e saprò dirti il tuo destino. — Uscii sul terrazzo, agitato come Dio tel dica. Mi è sembrata una buona fortuna vedere a passar te, così buono mio amico. Per occupare questa benedetta mezz'ora, avevo bisogno di camminare, di sfogarmi con qualcheduno.... E niuno meglio di te poteva convenire al mio caso.”
Atanasio camminava a capo chino senza far parola, senza batter palpebra, quasi avreste detto senza tirare il fiato. Stringeva così forte le mani serrate a pugno, che le unghie delle dita gli entravano nelle carni della palma; teneva i denti stretti che più non potrebbe una morsa di ferro.
Quando aveva udito Pietro parlare di benefizi fatti dalla sua famiglia a quella di Lucietta, e poi della disparità di condizioni fra lui e la ragazza, e dei meriti di costei che la facevano degna di venire innalzata fino a lui, un amarissimo sogghigno si era disegnato sulle sue labbra contratte e un'onda di collera eragli salita al cervello. Tutti i suoi pregiudizi contro la ricchezza, tutte le sue antipatie contro i ricchi, tutto il suo odio contro la società e le sue smanie furibonde di ribellione gli erano tornati, e più intensi e più vivaci a un tratto. Colui ricco, colui superiore, colui tutti i vantaggi; ed egli?... Si riscosse e volse al figlio del suo principale un'occhiata bieca, in cui traboccava l'idea orribile della violenza: ma Pietro, assorto tutto nella propria emozione, non vide per fortuna quello sguardo, come non avvertiva il cupo silenzio dell'operaio.
Il giovane ricco si fermò di colpo.
“Ma oramai il tempo dettomi da mia madre dev'essere trascorso.... o non ci mancheranno che pochi minuti..... Torniamo indietro.... io sto come sulle braci.... ho bisogno, non fosse altro, di vedere la casa dove Lucietta sta per pronunziare, dove forse avrà già pronunziata la mia sentenza. Solamente vedendo a traverso i vetri la luce del salotto dove stanno a discorrere, mi pare che sarò più tranquillo.”
E voltò indietro, rifacendo i passi verso la casa.
Atanasio si diede ad accarezzare la follia di una speranza. Se Lucietta non lo amasse, quel giovane, benchè ricco? aveva tanto buon senso quella ragazza! doveva preferire uno sposo della sua condizione: doveva capire che nessuno l'avrebbe amata mai quanto un bravo operaio.... come lui Atanasio per esempio. Mercè uno sforzo, l'infelice riuscì a disserrare i denti.
“Ella non ha mai parlato a.... alla giovane?” domandò con voce soffocata. “Non l'ha mai interrogata?”
“No.... me ne feci uno scrupolo.... ad una giovinetta che veniva come ospite e protetta in casa di mia madre!... E nella sua ingenua allegria essa ha una semplice dignità che m'impone.”
Erano giunti nuovamente innanzi alla casa. La luna, liberata dal velo delle nubi, tornava a splendere brillante. Pietro trasse l'oriuolo e guardò l'ora.
“Eh! la mezz'ora è passata oramai.... non mancano che tre minuti.... tre minuti più o meno, non monta.... non sarà in questi tre ultimi minuti che si sarà aspettato a parlare dell'argomento.... io non ci posso più reggere.... vado.”
Atanasio lo arrestò bruscamente per un braccio. Pietro gli si volse stupito.
“Che cosa?”
“Un piacere:” disse l'operaio con voce tremante. “Mi faccia sapere.... subito la risposta di lei.... della giovane.... La prego!... una sola parola.”
“Oh come?” domandò il principale vieppiù stupito. “Oh che tanto ti preme?”
“Sì.... mi preme sapere se Ella sarà felice;” rispose Atanasio con voce roca.
Pietro credette in questa spiegazione; strinse con forza la mano all'operaio dicendogli:
“Grazie mio buon amico. L'ho sempre saputo che tu mi vuoi bene. Or via aspetta qui un momento e ti comunicherò l'esito....”
Una delle porte-finestre s'aprì, e una donna inoltrata in età si avanzò sul terrazzo.
“Sei tu Pietro?” diss'ella venendo fino alla ringhiera.
“Mamma! mamma!” esclamò il giovine palpitante.
“Vieni! presto!” disse la donna e rientrò sollecita in casa.
Pietro si slanciò di corsa verso l'entrata.
Atanasio rimase immobile, piantato innanzi al terrazzo. Non era una sufficientemente chiara risposta il fatto d'esser venuta la madre medesima a sollecitare il ritorno del figliuolo? Avrebbe ella fatto così se le parole di Lucietta non fossero state secondo il desiderio di Pietro? Eppure, vedete quanto è tenace la illusione nel cuore umano! il povero operaio rimaneva ancora colà, attaccato a un lieve filo di speranza.
Pietro non obliò Atanasio e la promessa che gli aveva fatto. Dopo un poco uscì sul terrazzo e le sue sembianze, illuminate dalla luna in quel momento limpidissima, apparvero all'operaio così piene di gioia che niuna parola più occorreva ad annunziare la ventura del giovane.
“Atanasio,” gridò Pietro con voce commossa e sonora: “Sono felice.... va', e che ciò possa farti passare una buona notte anche a te!”
VI.
Una buona notte! Quale scherno!
La luna erasi nascosta di nuovo, e pareva definitivamente. In quella lotta fra la luce e le tenebre, queste sembravano aver vinto, e regnava sulla natura una fitta oscurità. Ma più oscuro ancora era l'animo d'Atanasio. Quali orrende idee gli passassero per la mente, quali spasimi gli torturassero il cuore, fu sempre un segreto fra lui e il Cielo. Non rientrò nella sua povera abitazione che il mattino: ma a chi lo vide, egli ebbe a parere invecchiato di anni.
Da quel giorno egli non fu più visto a ridere e nemmeno a sorridere. Tornò a frequentare l'osteria, ed anzi più assai di prima; il suo umore ridivenne peggiore che non fosse stato mai, rabbioso, maligno, scontroso, insofferente. Sfuggiva tutti: più di tutti gli altri Taddeo, Lucietta, e Pietro medesimo, quando le faccende dell'opificio non l'obbligassero a trovarsi con lui. Costoro, nel colmo della loro gioia, non s'accorsero pure menomamente della nuova selvatichezza d'Atanasio.
Nella fonderia, tra gli operai, nel villaggio e nelle vicinanze fra tutti gli abitanti non v'era più altro discorso che quello del prossimo matrimonio del giovane e ricco padrone delle officine colla povera figliuola del veterano. Tutti lodavano a cielo la generosità del giovane; le ragazze invidiavano un po' indispettite la fortuna della fanciulla. Quando udiva che s'incominciava a parlar di ciò, Atanasio tirava via senza dir nulla. Fu visto, il disgraziato, parecchie volte ubbriaco fradicio — la qual cosa prima non gli capitava mai — correre per la campagna gridando parole incomposte, urlando vaghe minaccie, per cadere poi come morto in un fosso. Aveva bandito da sè ogni nettezza, viveva disordinatamente come il più vizioso degli operai: ogni giorno più sembrava imbestialirsi.
Pietro, nell'eccesso della sua gioia, aveva ben altro a cui pensare, che i diportamenti del suo compagno d'infanzia; ma pure non potè a meno di accorgersi di tanta mutazione, e un giorno, avutolo a sè, glie ne fece amorevoli rimproveri; gli ricordò la sua buona condotta d'un tempo, gli rammentò come coll'economia, colla sobrietà, potesse procurarsi un migliore avvenire.
“Che la vuole?” rispose l'operaio con voce rauca, a testa bassa, senza guardare in faccia il suo principale. “La vita è una cosa tanto breve, e tanto da nulla; io sono così solo e così senza conforti di sorta! La parsimonia, la temperanza, l'economia, la virtù a che cosa mi meneranno? Io non sono fatto per essere stipite d'una famiglia.... sono solo, vivrò sempre solo, creperò solo....”
“E perchè?” interruppe il sor Pietro con qualche vivacità. “Un onest'uomo ha il dovere, e ci trova la sua felicità, di mettere al mondo dei figliuoli che saranno galantuomini come lui.”
“E se invece diventassero birbanti?... Lo so io stesso per sicuro d'essere un onest'uomo?”
“Atanasio!”
“Eh! mi scusi.... Ciascuno ha le sue idee.... Finchè non faccio male a nessuno mi lasci divertire a mio modo, finchè la duri.”
E s'allontanò senza più voler ascoltare parola.
Era stato quindici giorni senza metter piede alla casetta bianca. La vigilia proprio delle nozze si decise a recarvisi. Taddeo gli fece gentilmente rampogna della sua mancanza; Lucietta, fatta più bella che mai dalla sua felicità, gli venne incontro salutandolo colla medesima cordialità di prima.
“Caro Atanasio,” gli disse, “finalmente eccovi qui di nuovo. Non vi si vede più! E sì che avevo bisogno di dirvi tante cose, di ringraziarvi....”
“Ringraziarmi!” interruppe Atanasio stupito e corrugando le sopracciglia.
“Sicuro!... Io so quanto siete buono, quanto amate il mio Pietro, di che modo avete preso parte alla nostra felicità.”
Atanasio arrossì fino sulla fronte; egli che, se fosse stato in poter suo, avrebbe fatto spalancare la terra sotto la casa dei Frangia perchè ve li inghiottisse tutti.
Lucietta continuava lietamente:
“Oh! Pietro mi ha detto tutto.... Ma egli eziandio vi ama dimolto, e non so che cosa non farebbe per procurarvi del bene.”
“Oh sì,” mormorò l'operaio coi denti stretti. “Lo so!... Me ne ha già fatto tanto!... Me ne fa tanto sempre del bene!”
Nè Lucietta nè altri avvertirono la feroce ironia che si nascondeva sotto quelle parole.
“Ed ora,” riprese la fanciulla sorridendo e come per cambiar discorso, “voi siete giunto proprio a tempo, perchè ho da domandarvi un piacere.”
“Che cosa?” disse freddamente Atanasio.
“La nostra cagnetta partorì tre bestioline: due sono morte e l'ultima che ancor rimane, mio padre la vuol sacrificare anch'essa.”
“Uh!” saltò su il vecchio soldato. “Tre brutti mostri da fare schifo.... Lei è già brutta da non potersi dir quanto, ma quei suoi piccini riuscirono d'una bruttezza che eccede ogni limite di discrezione. E Lucietta s'è cacciata in capo di conservare sì bella razza? Due per fortuna sono già iti, e il terzo sto per iscaraventarlo giù del burrone.”
“No, no, babbo, non farete ciò:” disse la figliuola con graziosa bizza capricciosetta. “E' son nati quel giorno appunto che tornai qui felice di tanto: vo' che quest'ultimo sopravissuto sia salvo; ed è a voi Atanasio che lo raccomando.”
“A me?”
La cagna, come se avesse capito che si parlava del suo neonato, e giudicato che questo era appunto il momento opportuno di mostrarsi, saltò fuori, accompagnata dal suo piccino veramente orribile.
“Eccola qui,” esclamò Lucietta; “ed ecco Azor. Gli ho posto nome Azor, a questo piccino, e mi farete piacere a conservarglielo.”
“Volete che lo prenda io?” domandò Atanasio di mala voglia.
“Non è vero che me lo farete questo piacere? ve lo terrete per mia memoria.... Ecco.”
Il giovane sorrise amaramente. La cagna che eragli venuta fra le gambe lo salutava con amorevole agitar di coda, lo guardava con occhio che pareva supplichevole, ed avreste detto che gli si raccomandava anch'essa. L'operaio si curvò a terra e prese fra le mani il cagnolino.
“Per vostra memoria, Lucietta:” ripetè esaminandolo e con un accento fra di mestizia e d'ira repressa.
Taddeo si cacciò a ridere di buon cuore.
“Bella memoria! Non è vero che è una perfezione di bruttezza?”
La cagna si fregava contro le gambe di Atanasio, e il cagnolino, ch'egli teneva fra le braccia, gli leccava le mani.
“Ebbene sia,” egli disse: “io lo alleverò! Sarà la mia compagnia.... — Mia unica compagnia! — soggiunse fra sè con amarezza.
Si portò via il canino. L'uomo ha tanto bisogno di mettere affezione in altrui, che Atanasio il quale, per le sue tristi condizioni, non poteva oramai amare nessun essere umano, prese a voler bene a quel mostricciuolo di cagnolino. E' non si sentiva più così solo sulla terra: aveva una occupazione diversa da quella del suo mestiere, e se ne compiaceva; era uno spasso, una diversione da' suoi usati pensieri che gli faceva del bene; se lo portava seco, quell'animale, perfino alla fonderia; usciva di molte volte, solamente per farlo passeggiare; lo accarezzava, quando nessuno lo poteva vedere, come altri fa d'un bambino.
— Ecco la mia sola famiglia, — dicevasi con pungente amarezza: — ecco il mio solo amore, ecco tutto il mondo per me.... un cane! —
In Azor la bruttezza, che invece di scemare veniva aumentando ogni giorno, era compensata da molta intelligenza e superiore ancora l'affettuosità. Pose al suo padrone un amore che nulla più; e come s'ei ricordasse la protezione datagli da Lucietta, dopo Atanasio era colei che prediligeva, e ogni qual volta la vedesse, le andava incontro a farle un'infinità di feste.
Pietro e Lucietta, frattanto, vivevano felici. Si amavano proprio sul sodo, non solamente per trasporto giovanile, ed erano affatto degni l'uno dell'altra a vicenda. Atanasio li fuggiva con cura. Un anno dopo il cielo mandava alla giovane coppia un bel bambino. Tutte le felicità!
L'operaio era diventato sempre più misantropo; fuori dell'officina, non lo si vedeva più in nessun luogo mai, fuor che all'osteria: colà beveva da solo, non permetteva che nessuno sedesse alla sua tavola, respingeva bruscamente ogni tentativo di accostarlo, e quando cominciava a sentirsi ubbriaco, balbettava parole inintelligibili e partiva barcollando, accompagnato dal suo indivisibile cane, per andarsi a nascondere, non si sapeva dove.
Un giorno, Lucietta e Pietro, ai quali molto rincresceva il degradamento di questo valente giovane, ebbero la infelice ispirazione di volerlo ritornare quel di prima. Cercavano di lui, lo chiamavano sovente in casa loro; e Lucietta principalmente, colta ogni occasione per averlo a sè da sola, si pose a trattarlo con assai amorevolezza, nell'intento di fargli scorgere il torto della sua vita presente e destargli la voglia di ammendarsi.
Atanasio da prima si schivò, parve anzi fuggire con più cura tutti, e la moglie specialmente del suo giovane principale; poi si lasciò cogliere alla dolcezza di quei momenti in cui si trovava solo con lei e n'era trattato con tanta amorevolezza; finì per accarezzare le più pazze illusioni, che sapeva essere illusioni, ma nelle quali cercava e trovava una morbosa soddisfazione. Pareva rinata fra Lucietta e lui la famigliarità d'un tempo, quando Atanasio, lassù alla bianca casetta, andava ad attinger acqua per lei, col secchiello ch'ella faceva le mostre di contrastargli.
Le rimostranze e i consigli di Lucietta parevano aver ottenuto un felice successo. Atanasio tornava ad essere più pulito, meno misantropo, non allegro, ma meno scontroso, non mite, ma meno permaloso ed irascibile: lavorava con più ardore ancora, teneva condotta più regolata. Solamente, il vizio onde non si era guarito era quello del bere. Però se ne nascondeva accuratamente. Non si frammischiava più alla frotta dei beoni; penetrava di soppiatto nell'osteria a notte inoltrata, quando ogni altro n'era già partito, si faceva recare in una stanza un numero di bottiglie, e là, rinserratosi col suo Azor, beveva, beveva, finchè ne smarriva completamente la ragione; allora parlava, e diceva a sè stesso, al cane, alle pareti, alle bottiglie, le mille cose, che non avevano senso, che parevano il delirio d'un pazzo, cose tali che se egli avesse mai sospettato che un altr'uomo le avesse udite, lo avrebbe strozzato colle sue mani. Al mattino si riscuoteva dal pesante letargo, in cui aveva finito per cadere; si versava in capo tutta una brocca d'acqua gelata, pagava l'oste e correva all'officina dove lavorava più indefesso che mai. Ci volevano i muscoli di ferro e i nervi d'acciaio che gli aveva dato madre natura per resistere ad una tal vita.
E ad Azor Atanasio voleva sempre più bene. Spesse volte quando era solo nella sua camera, lungi da ogni occhio ed orecchio umano, egli se lo prendeva fra le braccia, quel brutto aborto di cagnuolo, e lo stringeva, e lo accarezzava, e lo baciava!... dicendogli coll'accento, con cui altri parlerebbe ad un amante:
— Caro il mio Azor, voglimi bene almeno tu. Io, a te, ti voglio tanto bene!... È lei che ti ha dato a me; e lei.... sappilo, ricordatene, ma non dirlo a nessuno veh!... lei, io l'amo sempre, e sempre più.... e furiosamente! —
VII.
Gli affari della fonderia, intanto, sotto l'abile direzione del signor Pietro, prosperavano sempre meglio.
Il giovane principale, che tutto curava, tutto voleva vedere egli stesso, a tutto sopraintendeva e provvedeva, era perciò obbligato a fare frequenti gite lungi del villaggio, per acquisto di carbon fossile, di minerali, di macchine, per trattare a viva voce di ordinazioni, per intraprendere forniture ed appalti: e queste assenze, più o meno lunghe, dimolto rincrescevano e recavano malinconia a Lucietta la quale il suo sposo amava sempre più, come, in realtà, il bravo Pietro meritava che fosse.
Nei tristi giorni della lontananza del marito, la giovane soleva cercare conforto nelle occupazioni della maternità, intorno a quel gioiello di bimbo, ch'ella amava con vero trasporto, e nella compagnia d'Atanasio, il quale, come compagno d'infanzia di Pietro, le pareva ricordarle più efficacemente il caro lontano. E questi stesso, prima di partire, soleva dire sorridendo ad Atanasio:
— Ti raccomando mia moglie veh! Falle buona compagnia. —
L'operaio obbediva zelantemente; in quei giorni tutte le ore che aveva libere, le passava con Lucietta: e sapeva così bene condurre il discorso, che parlavano il più spesso dei tempi passati, prima del matrimonio di lei, delle ore che trascorrevano così leste e così liete nelle belle sere estive sull'aia della casetta di papà Taddeo; e Lucietta, che vedeva il volto sempre cupo ed arcigno dell'operaio rasserenarsi, e capiva quanto bene gli facessero siffatte chiacchierate, gentilmente e con amorevole bontà vi si prestava.
La infelice non sapeva, colla sua generosa e caritatevole debolezza, quale ardore ponesse nel sangue di quell'uomo, quali folli idee nella mente, quali audaci e impossibili sogni nella fantasia! Quando Pietro ritornava, Atanasio allontanavasi di nuovo, si rifaceva più solitario e più taciturno; ma fra sè e sè continuava a pensare agli avuti colloqui, interpretava a suo modo, o per dir meglio a gusto della sua passione, parole ed atti di Lucietta, si guastava lo spirito e la ragione col martellare continuo d'un'idea fissa. La sua diventava così, per davvero, un'infermità del cervello, una monomania.
Allora appunto, quando era al suo apogeo questa morale esaltazione del disgraziato, Pietro ebbe a partirsi di là per quattro o cinque giorni, affine di procacciarsi certo nuovo combustibile di cui voleva fare esperimento in una nuova maniera di forni. Ferveva più che mai il lavoro; per la fine della settimana dovevasi dare compìta una certa fusione importantissima e di grandi proporzioni, per cui da tanto tempo s'era in moto ad aggiustare le forme, preparare il materiale, acconciare gli alti forni. Prima di partire, il principale ebbe a sè Atanasio, e gli disse:
“Mi tocca abbandonare la fonderia proprio in un momento de' più importanti e in cui si richiederebbe imperiosamente la mia presenza; ma urge pure all'estremo andare per quel tal affare nel quale non posso farmi sostituire da nessuno. Invece qui alla fonderia lascio te, che sai, e sei capace, e di cui mi fido interamente; adunque su te, mio caro Atanasio, tutto il carico fino a sabato. Io arriverò immancabilmente venerdì sera; voglio trovar tutto pronto, perchè sabato mattina di buon'ora si possa cominciare il gitto; bada bene di preparare ogni cosa, e non voglio sentir poi pretesti nè scuse. Hai capito?”
“Sì signore.”
“Dunque ci conto sopra. Ricordati bene! A venerdì sera.”
Il signor Frangia partì. Atanasio non ebbe in realtà altro pensiero fuori questo: — Lucietta è sola! — La giovane donna, per maggior fatalità, mai non era stata così benigna ed amorevole all'operaio, nel quale non vedeva che il compagno d'infanzia, l'amico devoto, la persona di maggior fiducia di suo marito.
L'esaltazione di Atanasio era al colmo. Pensava rapire Lucietta e fuggire; gettarsele ai piedi, confessare il suo amore, domandarle il contraccambio e poi uccidersi; passare un giorno, un'ora di felicità con lei, e poi morire tutti e due. Contava i giorni. Ancora settant'ore, e poi il marito sarebbe ritornato; — e quella volta, prima che egli venisse, doveva compiersi qualche gran fatto; — lo aveva giurato a sè stesso, se lo veniva ripetendo le mille volte lungo la giornata; si diceva per incitarsi, per irritarsi vieppiù, che egli sarebbe stato un vile se al ritorno di Pietro le cose fossero rimaste come prima, ed egli avesse continuato a sopportare in silenzio lo spasimo della sua passione.
E mentre siffatta battaglia gli ruggiva nell'animo, egli rimaneva calmo, taciturno, e freddamente tutto disponeva come se fosse il più tranquillo uomo del mondo, perchè puntualmente fossero obbediti gli ordini del principale.
Non c'erano più che due giorni all'arrivo di quest'ultimo.
— Domani, — disse a sè stesso Atanasio, la sera, partendosi da Lucietta e corrispondendo con uno strano sguardo al gentile saluto ch'ella gli fece, mentre la si ritirava nelle sue stanze col suo bambinello in braccio: — domani tutto sarà finito. —
Girò per la campagna fino ad ora tarda con Azor dietro. Dopo mezzanotte arrivò all'osteria e si diede a picchiare furiosamente. Apertogli, entrò con passo concitato e comandò, secondo il solito, gli si recasse nell'usata stanzetta una mezza dozzina di bottiglie, tabacco, lume, e lo si lasciasse solo. Si chiuse dentro egli col suo cane. Nella sua testa, quella notte dovette avvenire una tempesta più terribile di quella che ci racconta Vittor Hugo aver tormentato il cervello di Jean Valjean nel più bello dei capitoli dei Miserabili. Al mattino uscì come le altre volte, ma si portò seco una bottiglia intiera di cognac.
Lavorò tutto il giorno, come se nulla fosse; Pietro doveva arrivare alla sera ed avrebbe trovato tutto disposto secondo i suoi ordini. Il metallo era in fusione nei forni e cominciava a gittar zampilli di fuoco da qualche commessura, come se impaziente di prorompere e precipitarsi nelle bocche appostate entro le escavazioni inferiori. Un calore d'inferno emanava da quel focolare incandescente, in cui il ferro era liquido come l'acqua. Atanasio esaminò tutto per bene, diede le ultime disposizioni; poi, venuto il momento di cessare i lavori, dato un fischio ad Azor che si teneva prudentemente lontano da quell'inferno, si diresse a passi lenti verso casa sua. Erano le sei; il treno di ferrovia per cui doveva giungere il padrone non arrivava che alle dieci, tutti gli operai erano chiamati per quell'ora, affine di riceverne gli ordini. Atanasio aveva quattro ore innanzi a sè.
Si recò a casa sua, e si vestì cogli abiti da festa. Canterellava fra sè co' denti stretti; ma doveva avere sulle sembianze la traccia dell'interno turbamento, perchè Azor sedutosi in un angolo della stanza lo guardava fiso in modo inquieto, con que' suoi occhi pieni d'intelligenza seguitandolo in ogni movimento.
Tratto tratto Atanasio si fermava, pensava, rifletteva come uomo che fa per ricordarsi qualche cosa, e poi, dato di piglio alla bottiglia del cognac ne tracannava giù due o tre sorsi abbondanti. Quando fu vestito come gli pareva meglio, diede un'ultima sorsata e maggiore delle altre al liquore, si mise la bottiglia in tasca e fece per uscire. Azor, solito ad accompagnarlo sempre, si alzò sollecito e corse alla porta per seguirlo.
— No, carino! — gli gridò l'operaio con istrano accento: — quest'oggi non si può: devi rimanere. —
Il cane non volle subito tirarsi indietro: il padrone impaziente gli diede un calcio che lo mandò a guaire sotto il letto; Atanasio era già fuor dell'uscio, quando si pentì del suo brutto tiro e tornò indietro.
— Azor! — chiamò con voce amorevole; e il cane venne strascinandosi colla pancia a terra, tutto umile, al suo cenno.
Atanasio lo prese fra le braccia e lo baciò.
— Chi sa se ti rivedrò ancora! — disse. — Sta' costì mio buon Azor, e Dio te la mandi buona. —
Lo pose sul letto e poi uscì correndo.
Trovò Lucietta, a cui disse voler parlare da solo a solo: aveva gli occhi stralunati, le mani e le labbra che tremavano; si vedeva chiaramente che l'infelice era fuori di sè.
“O mio Dio! che cosa è avvenuto!” domandò ansiosamente la moglie di Pietro, spaventata a quella vista. “Qualche grande disgrazia?”
Atanasio, come aveva sognato tante volte di fare, le si buttò in ginocchio ai piedi. Che cosa disse, non seppe mai egli stesso. Parlò come in delirio; e Lucietta, credutolo proprio assalito dalla follia, ebbe paura. Aveva essa fra le braccia il suo piccino e lo strinse al seno più forte e fece per fuggire. Il dissennato le impedì il passo.
“No, no,” esclamò egli, “ora il dado è tratto. Voi non mi potete lasciar più che dandomi la vita o la morte.... Voglio che sia così.... O mia, o di nessuno mai più!”
“Guardate quello che fate!” disse Lucietta. “Calmatevi; pensate al vostro amico, al vostro benefattore, a Pietro...”
“Ah! non parlatemi di lui:” esclamò Atanasio digrignando i denti.
In quella s'udì una voce chiamare dal cortile con allegra premura:
“Lucietta! Lucietta!”
Era Pietro, il quale, impaziente di rivedere la sua famiglia, arrivava col treno di due ore prima, per fare una sorpresa a sua moglie.
Atanasio si gettò indietro quasi spaventato; quell'omaccione forte e robusto come un Sansone, si pose a tremare come un fanciullo. Che cosa avrebb'egli detto a Pietro? che cosa fatto ora in presenza di lui? Pensò un momento scannare Lucietta, poi gettarsi sul marito che accorreva, e sul cadavere di lui uccidere sè stesso. Ebbe paura egli medesimo de' feroci impulsi della sua anima. Corse alla finestra e la spalancò, non si era che al piano terreno e all'altezza del terrazzo; si slanciò nella strada e corse via, per l'oscurità della notte già piena, come un forsennato.
Che cosa gli restava da fare? Agitò seco stesso la questione lungo tempo, senza decidersi a nulla. Quando suonarono le dieci, egli, come tratto da una forza fatale, si trovò al suo posto nella fonderia a capo degli altri operai.
— Lucietta gli avrà detto tutto, — pensava: — fra Pietro e me che cosa sta per succedere? —
VIII.
Il principale era stanco del viaggio, preoccupato dal pensiero dell'esito della grossa, importantissima fondita che stava per essere gittata; oltre ciò, venuto colla speranza di vedere la moglie felicemente sorpresa e tutta lieta del suo anticipato arrivo, la trovò invece turbata di sì strana maniera, senza ch'ella ne volesse dire la cagione, che al suo primitivo buon umore era successa una stizza latente, la quale non cercava se non un'occasione per venir fuori e sfogarsi. Fu aspro con tutti, trovò che il combustibile non era stato abbastanza sollecitamente scaricato e riposto, gli parve che il fuoco nelle fornaci languisse; ebbe un rimprovero per ognuno, e, più che cogli altri, fu acerbo e severo con Atanasio.
— Sa tutto! — diceva fra sè quest'ultimo. — Or ora scoppierà la bomba: — ed accarezzava nella tasca il manico d'un coltello. — Meglio! Sono stanco di soffrire. La finirà una volta per tutte.
Pietro alzò la voce con accento imperioso.
“Avete udito tutti?” Disse dopo di avere ricapitolato le sue istruzioni. “Domani alle sei al posto.... e guai chi manca!”
A quell'ora si sarebbero aperti i forni.
“A vegliare stanotte,” soggiunse, “rimarranno....” parve esitare un momento, e poi terminò la frase: “Atanasio e Girolamo.”
Erano il primo e l'ultimo degli operai. Atanasio saltò fuori dalle file.
“Non ha nulla da dirmi signor Pietro?” gridò egli con voce alta e sonora.
C'era tanta sfida nell'accento di quelle parole che Pietro si volse con aria di profondo risentimento.
“Vi parlerò domattina:” rispose asciutto ed imperioso. “Ora fate quello che vi dico.”
Se n'andò il principale, partirono gli operai, rimasero soli nelle officine Atanasio e quell'altro che doveva essergli compagno. Il primo di questi due scoppiò in una risata, proprio da pazzo.
— Ah, ah il vile! — esclamò, parlando a sè stesso. — Vuole prorogare fino a domani la tragedia.... Vuole avere ancora questa notte per sè..... Questa notte?... Giuro al cielo e all'inferno!... —
I forni incandescenti mandavano un calore veramente infernale, e quell'altro, facendolo notare ad Atanasio, propose di allontanarsi un poco.
“Eh via! tu senti caldo!” rispose il forsennato. “Minchione! to'! bevi: questo ti rinfrescherà.”
E porse al compagno la bottiglia del cognac, che l'altro non si fece pregare di molto per mettere alla bocca.
“Bisogna anzi aggiungere ancora del carbone:” gridava Antonio. “Animo! Mano alla pala, e giù combustibile.”
E congiungendo l'atto alle parole, cacciò a palate monti di carbone sul fuoco.
Due ore dopo batteva la mezzanotte al campanile del villaggio: tutto era silenzio come in un cimitero, non si udiva che il crepitare del fuoco e il ribollire del metallo in fusione. Girolamo, finita la bottiglia del cognac, si era addormentato in un cantuccio sopra uno stramazzo. Atanasio, accoccolato in faccia allo spiraglio ardente della fornace, le mani sulle ginocchia e la faccia nelle mani, pensava.
— Aspettare fino a domattina!... Perchè?... E poi che avverrà egli?... Mi scaccerà.... Forse mi vorrà umiliare in presenza di tutti.... Oh no per Dio!... Non lo vo' tollerare.... È meglio finirla... Finirla subito, e tutti! Sì, tutti! Lasciarli dietro di me a godersi il loro amore? No: per la maledizione di Dio!... Un poco d'acqua in quel metallo in fusione, e si salta tutti in aria, la fonderia, la casa, tutti!... Oh sì, che bello spettacolo! —
Rise e si alzò con impeto, per mettere in esecuzione quell'orribile progetto. Ma nel migliore ebbe paura. Aveva già in mano una secchia per gettarla e si trattenne. Come se avesse avuto sentore del pericolo, Girolamo in quella si svegliò.
“Che fai tu costì?” gli disse.
“Nulla,” rispose Atanasio: “Ho una sete che mi strugge le fauci, e pensavo di andare per un po' d'acqua fresca.... Appunto, fammi il piacere, vacci tu.”
Girolamo si scosse come un can bagnato, prese la secchia ed uscì.
Atanasio, senza aver bene coscienza di sè stesso, saltò contro uno de' forni, il più grande, e con una gran mazza di ferro percosse nell'usciolo che ne otturava l'uscita. Un zampillo di fuoco sprizzò fuori lanciando scintille da tutte le parti. L'operaio ebbe appena il tempo di gettarsi in là, le bocche delle forme non erano ancora aperte e il rivolo di fuoco, come la lava d'un vulcano, precipitava rapido e stendevasi al suolo empiendo tutto di fumo, crepitando, fremendo, rombando. Atanasio spaventato volle gettarsi a tentar di tappare di nuovo quella uscita. Era impresa oramai sovrumana, impossibile: il fiotto impetuoso del liquido incandescente s'era aperto un largo passaggio e non era più un zampillo, ma un vero fiume ribollente, impetuoso, che si riversava per terra. Atanasio, assalito da alto terrore, gettò un grido spaventoso d'allarme e fuggì smarrito.
Incontrò sulla soglia Girolamo che veniva correndo, spaventato ancor egli da quel grido, che aveva udito risuonare per la notte.
“Che cos'è?”
“Scappa, scappa.... Il metallo ha rotto la fornace e si riversa tutto....”
Le imposte delle porte e delle finestre della fonderia, i correnti e i travi del tetto, tutto ciò che si aveva di legno là dentro, le pareti stesse divampavano, fiammavano, e il tremendo fiotto di fuoco già si precipitava di fuori nel cortile.
Delle due ale del fabbricato, quella a sinistra conteneva i magazzini del combustibile, e lì presso subito, immediatamente confinante il quartiere abitato da Pietro, da sua moglie, dal bambino. La bollente lava di metallo fuso, come se fosse guidata dall'odio di chi le aveva dato l'aíre, si diresse a volute sempre più crescenti verso quella parte.
Girolamo si cacciò a fuggire, urlando come un dannato; Atanasio corse qual dovette correre Caino, dopo il primo assassinio commesso nel mondo.
Si fermò dopo dieci minuti sopra un'altura. Quale orrendo spettacolo! La fonderia era tutta una fiamma, il magazzino di combustibili ardeva come un mucchio di fascine, le fiamme lambivano colla loro lingua di fuoco la casa dove abitavano i Frangia, e del quartiere dove stavano Pietro, Lucietta e il bambino, già ardevano le persiane e i telai delle invetriate.
In mezzo a tutto quel chiarore, si vedevano come macchie scure correre affaccendati alcuni uomini; dal villaggio venivano pur correndo gli abitanti, svegliati dalle grida di Girolamo prima, degli altri operai poscia, e affrettati per ultimo dai rintocchi della campana suonata a martello; fino al luogo dove s'era fermato Atanasio, si udiva arrivare un rumore confuso che era il suono assembrato di grida, di esclamazioni, di preghiere, di bestemmie, di pianti di tanti uomini e di tante donne disperati, spaventati.
Atanasio stette un mezzo minuto a contemplare quello spettacolo, i denti stretti, le braccia serrate al petto, un mezzo minuto che gli parve un'ora; parevagli sentir nel volto il calore di quelle fiamme a cuocergli le carni. A un tratto sentì un fruscio fra le piante, e un essere animato giunse correndo presso di lui e gli saltò alle gambe guaendo, mugolando, vociando in ogni suo modo. Era Azor fuggito di casa, chi sa come, cui l'istinto aveva condotto sin là tra le gambe del suo padrone. Questi si chinò verso la povera bestia ad accarezzarla. Il cane lo addentava pei panni e pareva volerlo tirare.
— Dove mi vuoi tu condurre? — diceva lo sciagurato, resistendo. — Laggiù? là in quell'inferno? Che cosa vuoi ch'io vada a fare?... Là si compie ora la mia vendetta.... All'uno tutto, e all'altro nulla! Ricchezze, agi, gioie, famiglia, e l'amore di lei! Tutto per lui!... Ed io niente!... D'ora in poi non avrà più nulla neanch'egli, nè sostanze, nè moglie, nè bambino.... —
L'idea del bambino lo scosse.
— Ah! quell'innocente!... E lei!.... lei!... Morire così crudelmente!... —
Azor, come se vedesse che la pietà stava per entrare nell'animo del padrone, raddoppiava il suo mugolìo.
— E lei che ti ha dato a me.... La vuoi salva?... Hai più cuore di questo miserabile. —
Prese la corsa verso l'incendio, e il cane dietro di galoppo.
Quando giunse, il fuoco già consumava il tetto dell'ala abitata da Lucietta; dalla finestra proprio della stanza di lei cominciavano ad uscir fumo e faville. Atanasio vide la donna con in braccio il suo bambino, che urlava con voce da straziare l'animo di qualunque.
Pietro, svegliato in sussulto alle grida di Girolamo, non aveva avuto tempo che di dire alla moglie: — Salvati col bambino, — ed era corso dove allora più premeva il pericolo. La donna, resa incapace di muoversi dallo spavento, si era lasciata sopraggiungere dall'incendio.
Un uomo accorreva con una lunga scala: dietro di lui, ansante, Pietro che in mezzo all'infernale tumulto, aveva pure udito il grido della madre di suo figlio. La scala fu appoggiata al muro; in quella un vortice di fiamme avvolse la misera donna col bambino alla finestra. S'udirono come un grido d'agonia suprema le parole: — Mio figlio! — e la madre e il piccino sparirono come inabissati.
Pietro, forsennato, fece per islanciarsi sulla scala: una mano di ferro lo fermò.
— Indietro! — gli gridò una voce che egli non riconobbe. — Tocca a me. —
E Atanasio, lesto come uno scoiattolo, si arrampicò su pei piuoli, e in un attimo fu alla finestra e si precipitò dentro.
Azor, postato innanzi a quella finestra, accompagnava il suo padrone cogli abbaiamenti, come se lo volesse incoraggiare.