NUOVI VERSI


NUOVI VERSI

DI

VITTORIO BETTELONI

CON PREFAZIONE
DI
GIOSUÈ CARDUCCI

BOLOGNA
NICOLA ZANICHELLI

MDCCCLXXX


L'EDITORE
ADEMPIUTI I DOVERI
ESERCITERÀ I DIRITTI SANCITI DALLE LEGGI



[INDICE]


PREFAZIONE

Chi si ricorda piú della poesia italiana di dieci o undici anni sono? o, meglio, chi si ricorda piú dell'Italia d'avanti il 1870? Il nostro secolo corre — corra anche la frase — a rotta di collo; e poi fra i noi d'oggi e i noi di ieri caddero valanghe da fermare e far ritorcere ben altri fiumi che delle rime e dei versi. I bimbi che nacquero in quell'anno non han per anche pubblicato, ch'io sappia, le loro disillusioni in elzevir; ma a quell'anno noi pensiamo con un sentimento faticoso di lontananza, con in cuore la esclamazione manzoniana, tanto secol vi corse sopra!

E pure vivevamo anche allora. Che ardore anzi di vita fra il 67 e il 70! Forti eran essi e combattean co' forti. Dopo Mentana, l'assettamento finale della nazione con Roma capitale pareva a tutti, confessiamolo, prorogato. In aspettando, quelli che volevano andar piano o non volevano andare del tutto pensavano fosse tempo di raccogliersi, di misurare la via fatta e da fare, e intanto riposarsi un poco pigliando un rinfresco di letteratura. — Oh un po' di letteratura! — parevano raccomandarsi: — l'Italia è stufa di tanta politica: rivuole della letteratura, magari delle accademie. — Quelli che volevano andar forte — Che riposo — rispondevano — o che rinfresco? Volete della letteratura? Combatteremo anche in versi, anche in prosa, a vostra scelta. — E si ricominciò da una parte, dopo tanti anni, a discorrere di cose letterarie, con certa gravità spolverata a nuovo per l'occasione, ma sotto quell'ombra con chiacchiere e vogliuzze come di donnine incinte. Le appendici e le rassegne critiche parevano diventate altrettante cliniche d'ostetricia. Il teatro italiano è anche nato o è da nascere? A che punto è il concepimento del romanzo italiano? Il pondo ascoso che balza in quella bella rotondità alpigiana sarebbe per avventura la prosa italiana moderna? E alla poesia moderna italiana chi scioglierà il grembo doloroso, un prete, un avvocato o un professore? Ma l'embrione almeno di una lingua viva c'è o non c'è in Italia?

Per l'appunto: tanto per non venir meno alle gloriose tradizioni, si ricominciò proprio da capo; si ricominciò dalla lingua. Veramente non si ricominciò: quando mai l'Italia, da che Dante le tagliò lo scilinguagnolo col Vulgare Eloquio, ha smesso di guardarsi la lingua? Ora avvenne che una bella mattina di maggio la nazione si svegliò tutta spaventata, che non aveva piú lingua. L'onorevole Broglio, lombardo, pensò provvedere commettendo all'onorevole Giorgini, lucchese, il dizionario dell'uso fiorentino. Io non discuto intenzioni e competenze: noto singolarità di casi: tanto piú che le erbaiole di Firenze pareano aver soggezione dei nuovi Teofrasti. Erano tempi difficili: l'impero napoleonico faceva le crepe da tutti i lati, la Germania fiottava, il socialismo bolliva: pure l'Italia si divertí a scoprire che Benedetto Varchi e il cavalier Salviati non furono, almeno in teorica, fiorentini a bastanza: il ribobolo trionfò per piú mesi fra il dirugginío del macinato: lo stornello sbirichinò fra l'inchiesta su la regía dei tabacchi e il processo Lobbia: quei di Buffalora venivano a gargarizzare il loro nelle acque del Mugnone: Calandrino non ebbe mai come in quegli anni il culto che a parer mio gli è dovuto dalle maggioranze, almeno quando s'infatuano per le questioni inutili. Intanto il Manzoni, dopo messo il campo a rumore con la lingua e con la prosa, tornava a fare de' versi. Già, de' versi; ma in latino, e alle anatre, alle anatre dei giardini di Milano:

Fortunatæ anates, quibus aether ridet apertus

Liberaque in lato margine stagna patent!

Libertà d'acqua stagnante nella largura d'un giardino pubblico bene spallierato e ben pettinato: gli auspicii per la lingua e la prosa moderna erano rassicuranti.

Pure, l'anarchia e la ribellione che l'onorevole Menabrea giunse a contenere in piazza, l'onorevole Broglio non dico la sguinzagliasse ma certo non poté infrenarla nei libri. Della prosa non voglio parlare. Ma il Prati, che in quegli anni s'era messo a comporre anch'egli versi latini, die' fuori anche un libro dell'Eneide tradotto con tanta foga (per dispetto, credo, ai fiorentinismi lombardi) di latinismi, che né meno basterebbe a ripararli

Nel fluente suo vel la dia Lacena

di Vincenzo Monti. E pubblicò l'Armando, ove latinismi e neologismi e motti e riboboli disfrenava di pari, mescolando epopea e commedia, romanzo e lirica: l'Armando, nel quale fra le retoriche del dubbio d'Amleto con l'annesso teschio, fra le declamazioni di Fausto e li sghignazzamenti di Mefistofele in pasticcio di Strasburgo, fra le pose di Caino e di Manfredo con la fusciacca al vento — i tre ponti dell'asino della scuola romantica scettica —, scorrevano rivi di poesia tali che l'Italia non ne aveva da piú anni veduto scendere di piú limpidi e freschi dal suo Parnaso. Il qual Parnaso fu troppo tosato di piante dai falsi classici sí che possa oramai avere acque correnti, se bene è vero che i romantici ci hanno scavato qua e là delle cisterne per la conserva del sentimento e dell'humour. Il canto d'Igea nella seconda parte dell'Armando è ciò che di piú sanamente classico ha prodotto la poesia del tempo nostro in Italia. Ludovico Tieck, il piú stravagante e il piú logico dei romantici di Germania, dopo i grotteschi del Kaiser Octavianus e della Genoveva, finiva con rimettere in scena una tragedia di Sofocle. Giovanni Prati, il solo veramente e riccamente poeta della seconda generazione dei romantici in Italia, coronava l'ultima opera di quella scuola con una ode che somiglia a un coro di Sofocle.

Di passaggio: io mi ostino a servirmi di queste parole, romantici e romanticismo, classici e classicismo, se bene un falso buon gusto tutto italiano vorrebbe non si pronunziassero piú: come se, omettendo le parole, le cose non restassero, come se avesser ragione i bambini, quando, tappandosi gli occhi, credono sfuggir cosí alla vista o alla conoscenza altrui. Del resto, se tali denominazioni siano bene applicate in tutto, se siano bene, cioè storicamente, intese fra noi, come, per esempio, in Germania, io non debbo dire: ripeto che designano due fatti.

Il Prati anche chiudeva la prefazione all'Armando — nobile richiamo alla dignità dell'arte e al rispetto degli artisti, proprio nel punto che l'Italia cominciava a dare troppi segni d'una irrefrenabile inclinazione al materialismo dei subiti guadagni e dei godimenti inferiori — chiudeva, dico, la sua prefazione con questa ultima parola, per rendersi benevoli e grati i lettori «Il mio non è un libro politico.» Fin d'allora si cominciava a predicare il bando della politica dalla letteratura. E il Prati parlava in buona fede: in lui il nome che piú dura e piú onora non ha bisogno d'amminicoli politici. Ma altri predicavano perché a loro dispiaceva che non a tutti piacesse la politica che piaceva a loro. E intanto i partiti seguitavano a spingere e a sollevare, com'è naturale, lo scrittore che usciva dalle loro file e il libro che faceva i loro interessi.

I moderati veri, che in fine hanno da essere conservatori se qualche cosa vogliono moderare, trovarono il loro poeta in Giacomo Zanella. Per quelli che invocavano e aspettano l'accordo della libertà con la fede, del progresso col dogma, dell'Italia con la Chiesa, Giacomo Zanella era l'uomo. Ai superstiti dell'antica Italia, agli eredi delle antiche idee, ai riformisti, ai neoguelfi, egli prete ricordava e rinnovava i bei tempi nei quali il prete era parte integrante della società italiana. L'abate italiano, riformista e mezzo-giacobino col Parini, soprannuotato col Cesarotti e col Barbieri alla rivoluzione, che s'era fatto col Di Breme banditore di romanticismo e soffiatore nel carbonarismo del 21, che aveva intinto col Gioberti nelle cospirazioni e bandito il Primato d'Italia e il Rinnovamento, che aveva col Rosmini additato le piaghe della Chiesa, che aveva coll'Andreoli e col Tazzoli salito il patibolo per il santo peccato del patriottismo; l'abate italiano viveva, e viva ancora a lungo e onorato, in Giacomo Zanella, ridotto in certe proporzioni, migliorato in altre parti. La poesia dell'abate Zanella usciva dai seminari; ma da quei seminari veneti alquanto mondanetti, illustrati dalla filologia del Forcellini, dall'estetica del Cesarotti, dalle grazie (un po' adipose, a dir vero) del Barbieri. L'abate Zanella aveva cominciato esercitandosi con gli altri chierici in gare di traduzioni da Ovidio e da Orazio; ma poi aveva tradotto anche dello Shelley, e mostra di saperlo apprezzare con larghezza e forza di giudizio, tutt'altro che da seminario. Rifiorivano ne' suoi versi le belle tradizioni della scuola classica: il Mascheroni, didascalico, vi s'era fatto lirico: il Parini lirico vi appariva ammorbidito e piú ortodosso: l'elegiaco e moralista Pindemonte, smessa la cipria con la quale era solito ballare in gara al celebre Picche, pareva aver curato con un trattamento scientifico certa debolezza di nervi presa nell'ambiente poetico inglese del regno di Giorgio III, e s'era un po' riscaldato e imbrunito alla primavera del 1848. Oltre di ciò, nelle poesie dell'abate Zanella gli accordi e le conciliazioni fra la ricerca scientifica e l'autorità del dogma, fra il pensiero moderno e l'eternità della fede, fra il sentimento nuovo irrequieto e le regole dell'arte tradizionale, erano, ingenuamente, sinceramente, candidamente, proseguite, volute, credute raggiungere. E a volte la trepidazione dell'uomo sottomesso che pure ha scòrti i misteri dell'essere era resa con umiltà di affanno, in armonie non dal profondo strazianti ma di gemente tranquillità, dal poeta che rialzava gli occhi al cielo. E la gioia della pace ritrovata in cotesto alzare degli occhi suonava amabilmente modesta, quasi accorata. Tale contenuto poetico fu il calmante aspettato e richiesto, e fu annunziato a grandi voci da molta gente a modo, massime in Toscana e nella Venezia. Del resto, quando mai la poesia odierna aveva trovato un'ornamentazione di gusto cosí corretto per le feste di famiglia, per le parate dell'industria e per i trionfi del tecnicismo? Quando mai da molti anni la breve snella arguta strofe classica era stata carezzata e liberata al volo con tanta abilità facilità e grazia? Dei detrattori dell'abate Zanella chi ha o chi troverà altrove nelle rime d'oggi lo spirito lirico, che ondeggia circonvolgendosi con un mite rumore di marina lontana nelle volute meravigliosamente delineate marcate e colorite della Conchiglia fossile?

Le poche volte che l'abate Zanella toccò in versi il tasto della politica, la corda gli rispose stridula o molle. La poesia politica in quegli anni fu di parte democratica. Giulio Uberti su i primi del 71 radunava, non le fronde sparte, gli sparti suoi dardi: dardo chiama Pindaro il verso che alto e fulgido vola. La poesia dell'Uberti, una ed uguale nella sostanza, attesta nello svolgimento formale le vicende del sentimento e del gusto italiano lungo i primi cinquanta anni del secolo: proceduta dal classicismo pariniano, erasi riposata nel classicismo manzoniano, pur riflettendo alquanto dal colorito del Byron e forse anche di Vittore Hugo, non senza i fondacci d'un po' di quel gergo mistico che il romanticismo politico aveva introdotto nella poesia e nella eloquenza. Con tutto ciò il poeta bresciano, in forza della coerenza intima dell'anima sua, rimane originale. Uno spirito alfieriano pervade quelle forme e le fissa in atteggiamenti quasi scultorii. Gli ultimi versi, quelli scritti nel 70, ci voleva la passione politica degli uni e la facilità senza gusto degli altri per trovarli mirabili. Ma l'Italia, quando sarà passato questo strabocco di latte inacetito d'Arcadia, ricorderà, piú che non faccia ora, le quattro odi, Napoleone, Washington, Garibaldi, Mazzini, cosí magnanime di sensi, cosí dense di concetti e di imagini, cosí alte d'intonazione: ricorderà, ripensando agli anni gloriosi.

Se altro ricorderà l'Italia della poesia politica d'allora, io non so. So che quelli eran bei giorni. Felice Cavallotti, il lirico della Bohême (vollero chiamarsi, con umiltà d'imitazione sbagliata, Bohême, essi affaccendati sempre fra i duelli le sommosse e le carceri), in prigione mudava a drammaturgo, e covava l'Alcibiade e il Tirteo, a dispetto di quelli che s'erano impuntati a farci passare per una manica di ignoranti. Di me, per esempio, che nel turbine democratico mi gettai non so se dai promontorii del classicismo o dalle secche della filologia romanza, poteano aver ragione quando dicevano — È roba questa non da critica, ma da procuratore del re —; ma erano molto candidi quando giuravano, sempre per bandire la politica dall'arte, ch'io non sapevo la grammatica. Piú lepido un terzo, che, a proposito del Satana riprodotto o ricitato a ogni momento dai giornali del partito, mi paragonava al Trabucco col suo corno. Oh, bei giorni eran quelli!

Distanti dalla poesia democratica e distinti dai seguitatori del Prati dell'Aleardi e dello Zanella, stavano in disparte tre o quattro, i quali parevano, che che alcuno di loro affermasse in contrario, cercare e seguitare l'arte per l'arte. Erano il Tarchetti, lo Zendrini, il Praga.

Se non che Iginio Tarchetti, per gli intendimenti d'alcuno de' suoi racconti, raccostavasi ai democratici. Ma ci voleva quell'ambiente, o, meglio, quella mancanza d'ossigeno, per proclamare la grandezza dei racconti del povero Tarchetti. Si scambiava il contenuto e l'intento per l'arte: si diceva — Non c'è forma, la prosa è brutta, ma il romanzo c'è ed è bello —; come se senza forma arte ci sia, come se una trovata o un episodio o un frammento sia il romanzo, come se, scrivendo male, si scriva bene. Ci furono paragoni con Vittore Hugo e col Balzac. Eh via, ragazzi! Ma io non voglio parlare di prosa. A proposito dei versi del Tarchetti, il buon Domenico Milelli, che ne fa di incomparabilmente migliori, uscí una volta a dire che nell'anima di lui erano fuse due grandi anime, quella dell'Heine e quella del Leopardi. Non mai fu nominato cosí in vano il nome di Dio; ma tali bestemmie sono conseguenze di quel sentimentalismo estetico che al Lamartine faceva trovare piú genio in una lacrima che in tutti i poemi del mondo. Il Tarchetti visse povero, e morí giovine. Me ne duole; e mi adiro con chi non gli die' lavoro o il lavoro non compensò: forse anche mi adiro con la società che lascia morire di fame uomini d'ingegno e d'animo quale il Tarchetti. Ma per ciò devo dire che quella robetta è poesia? No: io dico che l'ammirazione pel sonetto Ell'era cosí gracile e piccina è una miserabile prova del rammollimento di cervello a cui quella che il Proudhon chiamava scrofola romantica avea condotto la gente.

Ma il Tarchetti non pretendeva molto a poeta. Chi ci pretendeva con tutte le intenzioni e con tutto lo studio era Bernardino Zendrini. Molte buone parti aveva lo Zendrini: anzi tutto, conoscenza franca, se bene qua e là frastagliata di lacune e pregiudizi, delle letterature straniere, e con ciò intelligenza delle cose nostre anche vecchie, rispetto, almeno in teorica, alla tradizione nazionale, vivido ingegno osservatore, idee chiare determinate ardite, e una grande smania di fare e di riuscire. Ma in lui l'uomo sopraffaceva l'artista; o forse l'artista e l'uomo si nuocevano l'un l'altro e cospiravano a fargli far male. Leggero, irrequieto, sprezzante, provocatore (dico lo scrittore, e anche l'uomo per quanto traspariva dalla scrittura: del resto non conobbi né di persona né per lettera mai lo Zendrini), non avea la forza muscolare e la pienezza sanguigna pari alla mobilità nervosa; onde la sproporzione quasi continua nell'opera sua fra l'intenzione e l'atto, fra il volere e l'operare, fra l'idea e la forma. Tale disuguaglianza di forze e la preoccupazione del critico e polemista turbavano le percezioni del poeta e gli rendevano tremante lo spirito e lo stile. Voleva mostrare gentilezza di affetti, e dava in ismancerie: voleva apparire ingenuo, e cascava in bambocciate: voleva riuscire spiritoso, ed erano smorfie: voleva osare una sprezzatura o di pensiero o di stile, e gli scappava uno scarabocchio: voleva provocare i rischi dell'arte, e dava un tuffo nel grottesco e nello sgarbato. Le cose sue originali meglio riuscite (I due tessitori, Monotonia, La poesia non muore, ecc.) rientrano per la concezione e per la forma nel ciclo della poesia anteriore, della seconda generazione dei romantici. Quando volle fare qualcosa di nuovo, di vero, di famigliare, riuscí affettato, freddo, falso; non riuscí, in somma. Ma con la forza di volontà perseverante, col sentimento che aveva di rispetto per l'arte, l'avrebbe finalmente, io credo, spuntata. Gli bisognava, per ciò, contenersi, vincersi, rafforzarsi, curare i nervi; ed egli lo sentiva e lo voleva. Io ebbi a vedere, non per volontà sua, i lavorii di rifacimento ond'egli torturò e su i margini e nelle carte interfogliate le prime due stampe della traduzione di Heine. È un lavoro mirabile di pazienza e buon giudizio, che gli fa perdonare le sciattezze e le durezze incredibili del primo tentativo. In fatti nella terza edizione ci sono parecchi pezzi rifatti di pianta, e tanto in meglio, che meritano di esser recati ad esempio di buona versione, e insieme sono documenti, nelle trasformazioni subíte, della meditazione e dell'esercizio che occorre al lavoro dello stile, se pure in Italia v'è ancora chi badi allo stile. Povero Zendrini! egli mancò all'arte, quando, forse quietato, stava per rinnovellarsi.

Questo avere a parlare tuttavia di morti, e morti di fresco, è spiacevole, e mi è, lo so, pericoloso in faccia ai lettori. Ma che ci ho che fare io se sono morti? Magari fossero vivi! Combatteremmo ancora. L'uom s'affronti con l'uom: pugna è la vita. Parliamo, dunque, con quella conscienziosa e meditata libertà e schiettezza della quale gl'italiani han troppo bisogno, parliamo anche di Emilio Praga, il quale nel 70 aveva già, si può dire, compiuta la sua ascensione in poesia. Quelli che allora affettavano non parlarne, quelli che inorridivano alle sue stramberie, quelli che aborrivano la sua indifferenza d'artista dirimpetto alle questioni politiche e sociali, quelli che allora scrivevano azzurro (cioè turchino di Prussia, qualità inferiore), quelli ora vociano innanzi a tutti e piú di tutti il realismo e la originalità sconfinata di Emilio Praga. Povero Praga, realista lui? lui inzuppato, anzi ammalato, d'idealismo? lui che d'idealismo morí? Realista lui? coi languori delle fantasticherie, con la vaporosità nella linea, con la indeterminatezza dell'espressione, con l'astrattezza e la stranezza bizzarra e senza scopo delle metafore? Egli nella terza generazione dei romantici fu piú poeta di tutti; ma in lui piú che in tutti covò la malattia ereditaria, sin che scoppiò d'un tratto in quel temperamento amabilmente femmineo; e fu tifo fulminante. L'originalità del Praga! Sí certo, il Praga ebbe una originalità, ma non quella che dite voi! Avete letto Vittore Hugo, il Heine, il Baudelaire? Ma quello che voi nelle poesie del Praga proclamate di piú era già nell'Hugo, nell'Heine, nel Baudelaire. Se non che le trovate e le scappate dell'Heine egli le allunga e stempera un po' lombardamente. Ma della tinta dell'Hugo ebbe colorite fin le intime fibre della sua poesia, come dicono che le ossa delle bestie che hanno pasciuto la robbia si trovino chiazzate di rosso. Ma del Baudelaire ripete non pure le innaturalezze e le irragionevolezze cercate ad effetto, non pure le bruttezze stupide (dico cosí perchè è proprio cosí), ma le mosse e le flessioni del verso, ma i metri ed i ritornelli. Quello fu il periodo acuto della malattia; poi successe la polmonite, e il poeta finí ripiagnucolando le solite nenie. E aveva fatto a volte di sí belle cose! La sua originalità è quel trillo di lodola, è quel fresco d'acqua corrente per una selva di castagni, quella immediata e lieta e sincera percezione della natura, quella bonomia arguta tra di campagnuolo e di pittore, che si sente, si vede, si ammira in alcune sue prime e piú ingenue poesie.

Al Tarchetti, allo Zendrini, al Praga il settanta chiuse le porte; le aprí ad Arrigo Boito, il quale fu un po' di quella brigata, se bene egli proceda piú direttamente dal romanticismo fantastico di Germania. Fu di quella brigata anche Vittorio Betteloni, sí per la consuetudine d'amicizia sí per alcuni intendimenti d'arte; ma egli dal romanticismo o fantastico o sentimentale uscí presto, se mai vi s'era avvolto, e uscí tutto.

Vittorio Betteloni pubblicò nel 1869 il suo libro In primavera.

Ne parlarono con molto calore gli amici del poeta e alcuni dei fogli letterari d'allora; ne sparlarono con rimpianti su le speranze male spese, i maestri e dilettanti della poesia da parrucchieri. Ma il libro non fece, fuor dei cerchi degli amici, gran viaggio: a Bologna non arrivò: io lo lessi solo nel 75 in Verona. Habent sua fata libelli. Il settanta schiacciò insieme a tante cose grosse e malvage anche quel povero libretto innocente, o di sua preda lo coverse e cinse. Ma chi consigliò il Betteloni di venir fuori con tali versi nel 69, quando le sale eleganti erano tutte ancora impregnate di aleardismo, quando nelle strade fremeva a mezz'aria la poesia politica, quando, al di là della letteratura officiale o d'opposizione, fra tanta ardenza di parti e di questioni in casa e tanta trepidazione di turbini al di fuori, a pena si facevano badare le accese audacie del Praga piú come un babau pei borghesi che come baleni di arte nuova? Ma molti di cotesti versi il Betteloni gli aveva scritti fin dal 63, nel fresco mattino della giovinezza, e non voleva tenerli lí a muffire che perdessero stagione.

Oggi che abbonda, a quello che pare, la voglia di leggere versi è un peccato non si legga o non si rilegga la Primavera del Betteloni, che è dei migliori libri di poesia usciti fra noi in questi ultimi anni e il solo libro di giovinezza uscito da molti anni in Italia. Con ciò io non vo' riuscir a dire che il Betteloni sia maggiore o miglior poeta d'un altro, o che la sua sia poesia piú vera (è il termine di moda) della poesia d'un altro. Per me il porre la questione su 'l piú o il meno d'ingegno di due o piú poeti o scrittori è un esercizio troppo sublime o troppo accademico sí che abbia a perdervi tempo la gente che ha da far qualche cosa. Su la maggiore o minor verità ed efficacia della rappresentazione poetica non sarebbe per avventura inutile studiare e discutere, quando la questione fosse posta avanti bene e ragionevolmente. Ognuno, del resto, fa quella poesia che vuole; ognuno si mette in quella luce in quel riflesso in quell'ombra di verità che gli piace: cotesto è il suo diritto. Il suo dovere poi è di far bene, tenendosi in quella luce in quel riflesso in quell'ombra di verità che si è scelto. Ognuno dissi; e intendevo ognuno che è poeta e si è educato artista. Per la canaglia che perpetra strofe un po' di Melikoff non guasterebbe.

Il Betteloni fu, come accennai, il primo in Italia a uscire del romanticismo, pur componendo in lirica il romanzo di un giovine dai venti ai vent'otto anni; romanzo, s'intende, d'amore, anzi delle tre età, come egli dice, dell'amore, l'età dell'oro, l'età dell'argento, l'età del bronzo. Quel giovine, che è poi il Betteloni stesso, non è propriamente sentimentale; e pure nessuno dei nostri poeti moderni, oso dirlo, ha rappresentato o verseggiato il primo amore con quella rugiadosa freschezza che il Betteloni nel Canzoniere dei vent'anni (età dell'oro). Quando la ragazza popolana lo pianta per un bel pezzo di marito della sua condizione, egli non fa il Werther né il Don Giovanni: ideale per altro resta un po' sempre, con una vena di malinconia che serpeggia tra le sue immaginazioni burlone e le sue bonarie malignità. Persevera buon ragazzo, se bene piú allegro, nel canzoniere per una crestaina (età dell'argento), che poi si risolve a lasciare, perché un giovine come lui, di buona famiglia, ha da sposare una signorina con della dote, che tormenti il piano e storpi il francese. Il terzo canzoniere, cinquanta sonetti per una signora (età del bronzo), della quale il poeta s'è innamorato senza sapere che fosse maritata e la quale non sa che egli sia innamorato di lei, finisce cosí:

E lascia poi che da te lunge io sia,

Che solitario la mia fiamma esali

Nel vapor di innocente poesia.

Qui i don Giovanni trionfatori e violatori della grammatica e della prosodia accuseranno subito un gran puzzo d'idealismo e d'arcadia. No veramente. Uno, prima di tutto, può dell'amore e della vita in generale avere un ideale assai alto senza ch'ei professi per nulla l'idealismo convenzionale; e questo, fra gente seria ed onesta, non importerebbe né meno avvertirlo. Come scrittore poi, il Betteloni ha della realità un senso squisitissimo, e il ridicolo dei contrasti e delle contraddizioni fra la mobilità dello spirito appassionato o accaldato e la immobilità seria delle cose ei sa coglierlo e renderlo con quella bontà comica che è l'anima dell'umore di buona lega.

In primavera è, come dissi, un libro di giovinezza; e per ciò la passione, la passione, s'intende, colpevole o viziosa, non c'entra, o almeno non vi regna. Il poeta da prima descrive e canta l'amore, prorompimento inconscio, scarlattina dell'anima a diciannove anni; poi il piacere di fare all'amore con una bella e allegra creatura, di passeggiare e ballare con lei, di ascoltare le sue ciarle e suoi dispiaceri e le bizze su quello che è il suo contorno il suo piccolo mondo. Da ultimo l'amor vero, anzi a certi momenti la passione, si prova a metter fuori la punta, ma è la punta dell'ala. Perocchè l'autore sa reprimere e vincere la passione, un po' per sentimento di dovere, ma piú anche per certa schiva ritrosia di poeta e per affezione alla serena quiete dell'arte. To', o non può anche darsi? Sarebbe bella che, perchè viviamo nell'età dei rammollimenti sentimentali o sensuali e delle eccitazioni nervose, nel secolo del caffè e dell'alcoolismo, non ci fosse piú uno che sapesse resistere a una passione e vincerla, non sapesse infrenare la inferiore animalità, senza guaire, senza contorcersi, senza mostrare le sue piaghe alle stelle, con la forza, con la dignità, con la decenza d'un uom fatto bene. L'effetto che vi produce il libro del Betteloni è questo, che voi prendete in affezione il poeta perchè è naturalmente buono, e poi lo stimate perchè è sensato e vero.

La verità di quella poesia risulta da piú ragioni, di fatto e di arte. Il Betteloni prima di tutto rappresenta ed esprime proprio sé stesso, senza esagerazioni e senza caricature: non dico senza qualche carezza, ché non sarebbe credibile. È un giovine della vecchia borghesia benestante e bene educata, con una vena d'originalità non chiassosa, col ticchio dell'arte, con l'intiera libertà e signoria di sè. Nulla dunque del Byron e del Leopardi, e nulla né pure del De Musset. Non direi parimente, nulla del Heine, perchè la posizione poetica, nelle prime due parti almeno de' due canzonieri, si rassomiglia assai; e il colpo di sole del Heine anche il Betteloni l'ha avuto, ed in pieno; ma soltanto, parmi, del Heine dell'Intermezzo lirico e del Ritorno. Se non che a mano a mano la coloritura heiniana è assorbita o assimilata, e il poeta italiano a forza di riflessione riesce solo sé stesso. Perché una qualità notevole del Betteloni poeta è questa: che egli non si ferma alla superficie, senso o sentimento che sia, come per lo piú i nostri; e né meno si abbandona alle troppo comode volate della réverie e del sehnsucht (vocaboli che non si possono tradurre in italiano né pure a un di presso, tanto le affezioni che e' significano, almeno nella sistematica convenzione moderna, sono aliene dalla nostra natura); ma discende in sé stesso, e arriva a cogliere nella percezione e nella coscienza le ragioni ultime e le variazioni e le forme intime del fenomeno psicologico e fantastico; ragioni e forme che, idealizzate nella riflessione artistica, di particolari che erano divengono generali, e sono il nerbo della rappresentazione poetica: che se in quel passaggio la caratteristica individuale del poeta non va perduta, allora è il caso dell'originalità soggettiva. E questo è il caso del Betteloni.

Il quale, per esempio, è il solo, credo, dei poeti odierni italiani, che abbia osato mettere dentro i suoi versi il proprio nome e cognome. Ma come bene! Fra l'altre una volta egli sogna, sogna soltanto, di suonare alla porta del villino della donna amata e non amante: sogna di trovarla come desidererebbe meglio; ma c'è il medico e il pievano, che al vederlo battono le mani: Ecco il quarto, ecco il quarto per il tre sette. E si giuoca. Ma il giuoco dovrà pur finire, ma gli importuni se ne anderanno, ed egli rimarrà solo con lei. A un tratto s'abbuia, e brontola il temporale. Il medico e il pievano si levano su per partire. Egli duro. Ma la signora in atto di tutta gentilezza e cortesia gli dice:

O signor Betteloni, anch'ella presto

S'affretti a casa e pel cammin piú corto,

Ché per via non la colga un tempo tale.

Leggendo questi versi, altri me ne rifiorivano in mente, d'un concittadino antico del Betteloni, di Catullo, che anch'egli amava di mettere spesso e bene ne' suoi versi il suo nome:

Quaeso, inquit, mihi, mi Catulle, paulum

Istos; commode enim volo ad Serapim

Deferri. Minime, inquii puellae.

Questa è verità italiana.

Perchè, a dir vero, la verità di certi veristi sarà di qual paese piaccia meglio ai lettori o all'autore, ma verità italiana non è di certo: ora la verità, per esser verità vera, ha da essere anche locale, e quella dei su lodati veristi di locale, cioè d'italiano, non ha nulla, nè meno la lingua; ché lingua italiana non può chiamarsi quella miseria di cento linfatiche parole con le quali quella povera gente si arrapina a rattoppare gli sdruci delle sue versioni da qualche poeta francese di terzo o quarto ordine. Ora il Betteloni non solo seppe percepire il vero della vita odierna italiana con elezione d'artista, ma lo seppe verseggiare con lingua varia abbastanza se non sempre finissima, con stile sempre suo e spesso accurato.

Io dissi a dietro che nessuno fra noi aveva cantato, direbbe un'accademico, io dirò commemorato in poesia, il primo amore con la freschezza del Betteloni. Non mi disdico, pur ripensando alle terzine del Leopardi: quella del Leopardi è passione speciale, in certe condizioni, stupendamente sentita e resa; mentre il primo amore del Betteloni è il caso generale, che tutti gli anni si rinnova, a cui tutti, se non fummo ceppi o peggio, ci siamo trovati. Giudichino i lettori.

Poi ti tenevo dietro piano piano,

Com'è costume dei novelli amanti,

Pur di scorgerti solo da lontano,

Senza parere agli occhi dei passanti:

E tu con atto cauto e sospettoso,

Per non mostrar che a me ponessi mente,

Volgevi a mezzo il capo tuo vezzoso,

Ad or ad or, non molto di sovente;

Ma non molto di rado tuttavia,

Temendo pur che addietro io fossi troppo,

O non pigliassi a caso un'altra via,

O in qualche amico non facessi intoppo.

Quindi arrivata, ancor sul limitare

Il piede soffermavi un breve istante,

Là t'arrestavi a rapida guardare

S'io pur non ero tuttavia distante;

Poscia, fatte le scale in un momento,

Al terrazzo accorrendo t'affacciavi;

Io ti venivo innanzi, lento, lento,

Tu col sorriso allor mi salutavi.

È proprio cosí che erano fatte le nostre amanti, ahimè di venti e piú anni fa! Salvo che noi allora eravamo o troppo classici o troppo romantici, e, anche dato avessimo avuto la grazia e la naturalezza del poeta veronese, non ci sarebbe mai passato per la testa che si potesse in italiano far dei versi graziosi e naturali come i seguenti, mentre pure le cose dette in quei versi le sentivamo, le vedevamo, le notavamo anche noi. E sí che Catullo lo sapevamo quasi a mente; Catullo, che, dove non è sporco o troppo alessandrino, poteva e può esser maestro di poesia vera a noi e ad altri: tant'è vero che nulla di nuovo c'è sotto il sole e in arte non c'è progresso: quello che il volgo scambia per progresso è la modificata rinnovazione di certe fasi nei cicli ritornanti.

E' fu in piazza di Santa Caterina

Ch'io d'amor le parlai la prima volta,

Era l'ora che il sole ornai declina,

Ora dolce e raccolta.

Cinto d'intorno è il loco d'alte piante

Dove a fatica si conduce il sole,

Dove l'aria s'infosca un'ora innante

Che in Lungarno non suole.

Or io che avea da qualche dí osservato

Com'ella per di là venia sovente,

Là per tre sere postomi in agguato,

L'incontrai finalmente.

Ella arrossisce e affretta il piè veloce,

Io me le accosto, me le faccio ai panni,

Pur me ne trema l'anima e la voce,

Oh vent'anni! oh vent'anni!

Parlare a lei! ma s'ella s'offendesse

D'uom che volger le ardisce la parola,

Se l'ale che nasconde ella schiudesse,

Nume che all'uom s'invola!

Roseo mister di grazia e di bellezza

Tutto sgomento innanzi a te son io,

M'avventuro all'impresa all'arditezza

Di trovarmi con Dio!

Ella pur non s'offende e porge ascolto;

Mentre parlo mi guarda, si dipinge

Di grazïosa meraviglia in volto,

Non conoscermi finge.

Cari quegli occhi intenti e menzogneri,

Mamma indarno a mentir sí ben v'apprese;

Occhi, mi sorrideste in atto ieri

Troppo, troppo cortese!

Io però tiro avanti; e piú coraggio

Piglio da ciò, che il piede ella rallenta,

Ch'ella alfin sosta, che quel mio linguaggio

La fa piú sempre attenta.

E davvero facondo allor mi faccio;

Tutto le dico il dolce sentimento

Ch'ella m'ispira, tutto, non le taccio

Nulla di quel che sento.

Ella stupisce e credermi non vuole;

Con interrotte voci esce talora;

Chinando il capo, delle mie parole

Il nettare assapora.

E il nastro del grembiule in man si prende,

Giocando se lo attorce al roseo dito,

Mentre il suo cor dalle mie labbra pende

Trepidante e smarrito.

Rileggendo questi versi, mi sento attorno come il triste profumo d'un mazzetto di rose appassite in un cassetto di legno. Sono forse le memorie che quest'alito di poesia veramente giovenile la risentire nel cuore? Per non dare un tuffo nel sentimento, mi rifugio nella lingua; rifugio e scampo antico a noi italiani dal pericolo di pensar vero e di parlar sinceri. Ora dolce e raccolta, indovino che cosa vuol dire, ma non giurerei che quelle parole lo dicessero chiaro e netto. Fare intoppo in uno, temo sia una frase a rimembranza sbagliata: dar d'intoppo è di qualche classico, della lingua parlata è intoppare. Un'ora innante, indarno, poscia, ella sosta, se oramai non sono locuzioni accademiche, certo in quello stile non vanno; e il pié veloce è troppo eroico per una ragazzina. Di sí fatte mende nella dizione del Betteloni ce n'è. Ma del resto la lingua sua poetica di quanto è superiore per proprietà, e anche per certa ricchezza, a quel gergo d'idioti cenciosi ed ebri che erutta spropositi nei cento mila versi, piaghe settimanali di questa dolcissima terra de' fiori e de' carmi. E la ragione è che la lingua il Betteloni l'ha studiata anche nei classici e sui classici s'è anche educato un tantino lo stile. Tant'è: la tradizione letteraria, in una poesia che comincia con Dante, non si deve, né si potrebbe, anche volendo, interrompere: siate rivoluzionari quanto volete, avrete, per quello che è verità e audacia d'espressione, da imparar sempre qualche cosa da Dante, per esempio, e dal Pulci, dinanzi alla cui luce le vostre frasi faranno l'effetto di lumi a mano a mezzogiorno. Vero è che bisogna distinguere fra classici e classici. Il Betteloni professa di avere appreso nel Poliziano e nell'Ariosto il lesto far disimpacciato e schietto, e il Poliziano e l'Ariosto erano designati dallo Zendrini fra gli antesignani della sua idea di stile in poesia. La scelta non poteva esser migliore. Infatti l'impasto di lingua che ci vuole per la poesia del vero, l'Italia l'ebbe piú specialmente, salvo sempre le grandi eccezioni del trecento, in quel tratto di tempo che va da Masaccio alla morte del Vinci, quando la giovine arte del rinascimento s'informò tutta, o quasi tutta, al vero umano: l'ebbe non pur nel Poliziano e nell'Ariosto, ma nel Pulci nel Medici ne' minori autori di farse di ballate di rime popolari, ed è, con pochissime differenze e non in peggio, quella stessa lingua un cui rivoletto si credè scoprire con fastidioso spirito accademico nei soli rispetti cosí detti del popolo toscano.

Altro e miglior esempio del valore lirico del Betteloni è la canzone della crestaia e del sole, dove la fusione del reale col fantastico, del sentimento umano e del panteistico senso della natura, del linguaggio che discorre e della favella che canta, della frase che colorisce e della strofe che vola, è riuscita in piccole proporzioni a meraviglia.

La giovinetta presso

Dell'alta invetrïata

Siede cucendo, spesso

La maestra la guata,

E in soggezion la tiene;

Che se non fosse questo,

Il lavoro molesto

Non andrebbe assai bene.

Or primavera invade

Penetra tutte cose;

Passa dall'ampie strade

Nelle dimore ascose;

Anco nell'officina

Della fanciulla mia

Il Sol trova la via

Traverso la vetrina.

Balza a lei sul lavoro

Vispo e disturbatore

E con le dita d'oro

Picchia al suo giovin core;

Poscia lusinghe arcane

Comincia a bisbigliare:

Voglia di lavorare

Già piú a lei non rimane.

«Io sono il Sol di maggio,

Che a venire t'invito

A farmi, o bella, omaggio

Nel mio regno fiorito:

All'aperto io soggiorno

Sopra il colle vitato,

Sull'ondeggiante prato

D'erbe novelle adorno.

Vo per gli orti a diletto;

Sulle aiuole mi sdraio;

Serba a me l'augelletto

Il trillo suo piú gaio...

Non hai hai, bimba, un amante,

Che un giorno a me ti meni,

Ne' regni miei sereni,

Fra delizie cotante?»

— «Deh, mio leggiadro Sole,

Volentieri io verrei,

Ma la mamma non vôle;

L'amante ce l'avrei,

Ma il cuore me ne geme,

Star mi tocca a sedere,

Delle giornate intere,

A metter cenci insieme.

Dalle porte sovente

Esco, è vero, di festa;

Ma c'è allor troppa gente

Che i piú bei fior calpesta;

E un augellin non s'ode,

E non poss'io provare

A correre, a saltare,

Come il desío mi rode.

Ho voglia tutto un giorno,

Sia nel prato o sul colle,

Di scorrazzare intorno;

E poi nell'erba molle

D'avvoltolarmi alfine;

Far di belle cantate,

Far di belle risate,

Che non abbian piú fine.

E vorrei coglier fiori,

E farfalle inseguire,

E dell'acque i romori

Stare un poco a sentire;

Mangiar frutta e non manzo,

Di rosse fraghe un cesto,

E che ciliege il resto

Fosse del nostro pranzo.

Tanto io n'avrei desio

Che piú non trovo loco:

Vorrei l'amante mio

Farlo ammattire un poco;

Dove andar non pensasse

Ed io tosto avvïarmi,

E che i nidi a pigliarmi

Sui pini arrampicasse.» —

E dire che l'Aleardi, il quale pure era stato banditore ardente alle prime poesie dello Zendrini, l'Aleardi si scandalizzò di questa roba e piangeva sul figliuol prodigo. Se non che il poeta della crestaina avea fatto, a dir vero, di peggio:

O bella, un dí t'ho vista

Entrar dal tabaccaio,

E anch'io facendo vista

Che m'occorresse un paio

Di sigari v'entrai;

Là per la prima volta ti parlai.

A questo punto non vi sto a dire che i Romei parrucchieri gli negarono a dirittura il saluto. E le Giuliette, quando s'avvennero a leggere,

Si stava assai benino

Un tempo alla Regina,

Buona cucina,

Ottimo vino...

T'avrei del fritto scelti

I piú dolci pezzetti,

E per te i petti

Al pollo svelti...

buttarono il libro e ricorsero all'acqua di Colonia. Sfido io, poverette! erano avvezze a una goccia di rugiada entro una foglia di rosa per tutto pasto.

Io non dico, del resto, che coteste sieno le cose piú belle del canzoniere del Betteloni, e non nego che in quel canzoniere ci siano delle lungaggini prosaiche e certe interpolazioni non d'ottimo gusto, e qualche bizzarria a freddo, e un po' d'esagerazione sistematica, che, sia pur del naturale, offende l'arte. Ma a chi si dolesse di tali difetti il Betteloni può, per rifargli la bocca, offrire sonetti come questi:

Quassú nel lago nostro un'alga cresce

Che quanto ha lungo il gambo è in acqua immersa;

Solo con poche foglie in alto ell'esce;

Ma, se a luglio su questo il ciel non versa

Stilla di pioggia, in guisa tal le incresce,

Che a dissetarla tanta e cosí tersa

Onda che intorno ell'ha piú non riesce,

E langue e inaridisce e va sommersa.

Io sono in abbondanza d'ogni bene,

Ma sul mio cor stilla dal ciel non scende;

Ahi l'amor tuo, leggiadra, a me non viene!

Quindi langue lo spirto e mal contende

Al gorgo che lo affonda in basse arene...

E il fango immenso sovra me si stende.


Quand'ella passa io tremo e m'abbandona

Ogni fermezza: un sibilo leggero

Mettono le sue vesti, il qual mi suona

Pur come scherno meritato e vero.

Quinci la fantasia fra sé ragiona

«O vaghe vesti cui s'affida intero

Il segreto gentil di sua persona,

Vesti cui non si cela alcun mistero,

Parte ditemi almen di questo arcano,

Soave arcano, ch'è fra voi nascosto

E dietro al qual la mente io sforzo invano.»

Ahi! non rispondon quelle, e con piú cura

Stringonsi al vago corpo, e di quel posto

Traggon partito e de la lor ventura.

Nel 75 il Betteloni pubblicò tradotto in ottava rima il piú bello episodio del Don Giovanni di Byron, l'Aidea. La scelta del soggetto e del metro è già un indizio di ottimo gusto e un segno di virtuoso ardimento. E qui gli soccorse in buon punto lo studio messo nell'Ariosto; la cui elegante disinvoltura e la mirabile volubilità io non dirò che il Betteloni abbia raggiunta, ché sarebbe troppo, anche perché fra altre ragioni io non credo si possa con la lingua d'oggi e nella poesia moderna raggiungere. Nè dirò che perfettissima sia nell'Aidea la dizione, che qualche neologismo, qualche durezza, qualche ineleganza non si sarebbe potuta evitare. Ma dico senza dubbio che questa del Betteloni è delle migliori versioni poetiche moderne, ed è la miglior versione in ottava rima che abbia l'Italia, da quella in poi della Pulcella fatta dal Monti; che non è poco, chi ripensi la maggior varietà e difficoltà del poema byroniano e la signorile felicità del verseggiare di Vincenzo Monti.

Forse maggior fatica dee aver posto il Betteloni nella traduzione dell'Assuero di Roberto Hamerling, ch'ei diè nel 76: e certo in quella foltezza quasi metallica di poesia descrittiva il verso sciolto italiano, per vigorosa industria del traduttore, trionfa di nuovi atteggiamenti a prova col giambico tedesco. Ma io non lo consiglierei a mettere i suoi begli anni in quella sorta di lavori. Finisca il Don Giovanni, e basta.

Ora il Betteloni si ripresenta all'Italia artista sul proprio con questi Nuovi Versi. Io auguro al valente e modesto poeta dai lettori intelligenti quella onesta attenzione e accoglienza, che le prime liete prove, le fatiche poi durate nell'arte, e il rispetto all'arte, e la serietà degl'intendimenti, e la matura originalità dell'ingegno, gli promettono e gli meritano.

Giosuè Carducci.


NUOVI VERSI

IDEALE

Come arrivarti, o idolo

Fatal che sì m'attiri?

Sei tu sogno o fantasima

Di mente che deliri?

Non hai quaggiù tu stanza,

Nè forma nè sostanza

Fuor che nel mio pensier?

Pure io non sono a pascermi

Di vacue larve avvezzo,

O se già fui, le imagini

Or cancellai da un pezzo,

Che ignara fantasia

Pinse alla mente mia

Nel tempo suo primier.

Ebbi varcato i limiti

D'adolescenza appena,

E non cercai nell'etere

De' versi miei la scena;

Cercai soggetto al canto

Fra gli uomini soltanto

Presso e dintorno a me.

Forse non più tra gli uomini,

Che tra le donne invero...

Or quell'ingenuo palpito

Più in me destar non spero;

Ma nell'immenso vano,

Fuori del senso umano,

La poesia non è.

Sol la natura e il vario

Gioco di nostra vita

A rallegrarci, a piangere,

A poetar ci invita;

E là ti celi, o mio

Bello e tremendo iddio,

Ch'io vo cercando invan.

In vaghe forme e labili

Bensì m'appari spesso,

Ma come io credo giungerti,

Tu fuggi al tempo stesso:

Così crudel miraggio

Per corsa e per viaggio

Non meno è a noi lontan.

Nei mille aspetti scorgerti

Della natura io credo.

Talor nelle più tenui

Parvenze pur ti vedo;

In valli oppur sui monti,

Nell'alba e nei tramonti,

In riva ai laghi e al mar,

Di bimbi e vaghe femine

Nel riso e nello sguardo,

Nei tre color siderei

Dell'italo stendardo;

E qual così scoprirti

In vario aspetto, udirti

In vario suon mi par.

Nel primo che alle vergini

Accento strappa amore,

Nel primo ancor che al pargolo

Accento insegna il cuore,

In ogni suon che molce

L'anima, la tua dolce

Voce udir sembra a me.

Ma degli insurti popoli

Nel grido, e nel concento

Dell'inclite vittorie

La tua gran voce sento,

E più il mio cor l'intese

Quando il gentil paese

Pianse l'onesto re.[1]

Ma che mi val l'ingenito

Amor di ciò che è vero.

Di ciò che è bello e nobile,

Se ad esso il magistero

Pari non è dell'arte,

Se far le oscure carte

Specchio di quel non so?

Così sfinge adorabile

Mi avvolge di possenti

Misterïosi fascini;

Ma delle renitenti

Forme ch'io sogno e adoro

L'alto segreto ignoro,

Nè inter mai lo saprò.

Mi lambe intanto gl'intimi

Precordi un tetro foco,

Ond'io mi crucio, ed essere

Non può che di me gioco

Faccia così una mera

Imagine, chimera

Fantastica, ideal.

Diva Beltà ch'io medito

Tu un sogno sol non sei;

Così potessi io giungerti;

Stringermi a te vorrei

In sì possente laccio

Ch'io ti morissi in braccio

Facendomi immortal.

TRAGEDIA UMILE[2]

Il Prologo

Una fanciulla sedicenne e ignara

Degli inganni d'Amore a lui si diede,

Che sedurla si piacque

Sotto sembianze di gentil garzone.

Ed or che il testimone

Ella del proprio errore in grembo porta,

Per vergogna e dolore

Insoffribil la vita le si rende,

Ed in funesti entusiasmi assorta,

L'atro braciere accende,

Sè stessa offrendo a morte e di sè stessa

Il frutto, il dolce frutto.

All'umile sua stanza innanzi tutto

Tura gelosamente ogni pertugio;

Di poi sul proprio letticciuol distesa,

Chiude gli occhi in attesa:

Pure durante il terribile indugio,

Mentre ancor poco a viver le rimane,

S'odono mormorar fra le pareti

Del cor di lei segreti

Accenti in bocca di persone arcane.

Voce della Vita

La dolce vita io sono,

Il bene immenso, il dono

Supremo che Natura all'uom concede.

Come in capo a un eroe donne amorose

Versan nembi di rose,

Così con ricca mano

I lieti giorni io verso.

Però lo spirto ha insano

Chi precipita a morte

Prima del tempo e volontario; a morte,

Che sollecita ahi troppo da sè stessa

Incontro all'uom s'affretta.

Voce della Fanciulla

Menzognera è la vita e frodi tesse,

Come quaggiù ogni cosa;

Ingannevoli son le sue promesse,

A imagine di fiori

Fra cui la serpe è ascosa.

Omai quaggiù nulla mi resta fuori

Che amarezze e vergogna;

E perciò appunto che a la morte agogna,

Non è il mio spirto insano.

Voce della Vita

Non incolpar la vita

Di tua crudel sventura

O vergine tradita:

L'uman consorzio pose

Dissidio tra sue leggi e la natura;

Al contatto dei sessi il rito impose,

Senza del quale è colpa

Il natural desio,

E il sen fecondo, orgoglio

Di tutte donne e lor somma dolcezza,

Torna per te in cordoglio

Ed in onta che il cuore e i dì ti spezza.

Voce della Fanciulla

Deh non foss'io di donna

Stata mai concepita,

Oppur come che sia,

Morta fossi da pria

Di conoscerti, o Vita!

Voce della Vita

Non dir così, fanciulla;

D'ogni miseria è peggior cosa il nulla;

Te l'invito dei sensi

E del tenero cuore,

Te l'ignoranza dei maschili inganni

Indussero in amore,

Onde il mio spirto esulta,

Ma per lo qual seguendo sua ragione,

Di cui poco a me cale,

La gente ahimè t'insulta.

Quindi il genio fatale

Dalla tua razza accusa,

Che danni da se stessa a sè procura;

Non la gioconda vita

E la gentil natura,

Perocchè bello e dolce sopratutto

È il respirar le lucid'aure e il blando

Raggio del sole e calcar l'alma terra,

Destare affetti e averne, e il molle frutto

D'amor cogliere amando.

Voce della Fanciulla

Me nessun ama, e nessun amo io stessa.

Voce della Vita

A torto, a torto pensi;

Il tuo figlio amerai;

Nè dubitar che tosto il giorno arrivi

Che saprà amarti egli medesmo; immensi

Gaudi e conforti avrai

Finalmente da lui,

Che la gioia miglior dell'esser vivi

È dar la vita altrui.

Voce della Fanciulla

Il dar la vita altrui

Sommo è per me dolore,

Com'è nascer da me somma sventura.

Come pianta nociva il fiore e il frutto

Detestati matura,

Così dappoichè madre s'interdice

Essere a me, felice

Non sarà il figliuol mio,

Chè con la vita l'onta

Da me riceve, nè battesmo alcuno

La tetra original macchia deterge.

Voce di uno Spirito

Io son lo spirto che le membra un giorno

Abiterà, che adesso

Il tuo grembo prepara:

Perchè, o madre, mi uccidi?

Perchè, perchè la cara

Vita mi togli pria che darla intera?

Voce della Fanciulla

La vita non ti diedi

Finor, però nulla ti tolgo. Vedi

Come del viver nostro ignaro sei,

Sospettando ch'io privi

Te della vita, mentre ancor non vivi!

Voce dello Spirito

Più che ai lamenti miei,

Ti fai sorda a te stessa,

Perocchè certo e per tua prova sai,

Come la madre intenta

Il figliuol proprio assai

Pria che prodotto al giorno

Nelle viscere sue viver si senta;

Le molte pene del suo stato altera

Sopporta e non si duole,

Perchè le fan testimonianza vera

Che palpitante prole

Già pria di nascer nel suo grembo ha vita.

Che più? sol perchè avverti

Che io ti palpito in seno a me procuri

E a te stessa la morte.

Voce della Fanciulla

Non è ver, non è vero;

Crudel così mi fanno,

Se pur crudel io sono,

Ahimè, l'amore e l'onor mio traditi.

Io morte cerco e spero

Per nostro minor danno,

Per fuggir vitupero

Ed estinguer sotterra il mio dolore.

Voce della Vita

Sommo danno è perir, dacchè la tomba

Non ha conforti; e molti n'ha la vita,

Per quanto dura sia.

Voce dello Spirito

A te l'infanzia mia

Gioie molte e soavi

Darà in compenso ai gravi

Travagli del tuo stato

Misero e disprezzato;

Ma fatto grande poi,

Coll'opra e il valor mio

Saprò d'utile affetto

Di calma e di rispetto

Colmare i giorni tuoi.

Voce della Fanciulla

Ahimè gli stenti di quaggiù malnoti

Ti sono e le durezze e l'aspra guerra,

Spirto che ancor, dove non so, ma certo

Molto alberghi lontan dall'umil terra;

Nei pelaghi tu nuoti

Del mistero infinito e poco esperto

Sei di questo fatale

E duro scoglio, ove nascendo approda

L'infelice mortale.

Ferrea necessità, tosto che nato,

Ti prenderà quaggiuso.

E converrà che dal mio petto escluso

O tu sia presto, o che la dolce infanzia,

Ahi la tua dolce infanzia,

Da me, da me, dalla tua madre istessa

Derelitta ed inferma

L'inedia il freddo e l'ignominia apprenda.

Che se a tal prova durerà la ferma

Tempra e la tua natura,

Non isperar ch'altra miglior ventura

Adulto poi t'attenda:

Il vile stato e la fatica rude

E il comun sprezzo e le ferine brame

Che il ben degli altri immeritato accende

E alfin la fame, ahimè l'abbietta fame

Il tuo spirto già stanco inaspriranno,

E sul tuo labro e nel tuo core acerbi

Sdegni per me porranno,

E per l'orrenda vita

Che or tu vuoi che ti serbi.

Voce dello Spirito

Come soldato in guerra,

Armi e valore in terra

Pari alla dura lotta

Che egli quaggiù sostiene

L'uom da Natura ottiene.

Voce della Vita

Sacro dono è la vita, e l'uomo assume

Virtù nascendo che di poco a un nume

Inferïor lo rende.

Voce del Terrore

Nè spavento infinito il cor t'assale,

O giovinetta frale,

Che l'ombra eterna affronti?

Impallidisce il forte

All'aspetto di morte, e tu non tremi?

Tutto, ben sai, non cessa

Cogli aneliti estremi;

Lurida fossa attende

La tua persona bella,

E sul molle tuo sen crescerà l'erba

Tetra: ma pene orrende

Al tuo spirto che a viver si ribella

Il Creator riserba.

Voce della Vita

Quando la Vita invece

Gli anni migliori appresta

A te di giovinezza,

E di bellezza a cui si farà molto

Omaggio e molta festa,

Di non comun bellezza

T'adorna il seno e il volto.

Voce del Terrore

Ma nell'orrida fossa ogni tuo vezzo

Turpe lezzo corrompe,

E una turba v'irrompe

Di mostruosi insetti,

Che la leggiadra spoglia

Dividono fra loro.

Peggio ancor del tuo spirito, che doglia

Incessabil costringe...

Non odi il pianto acuto

Ch'esce dal fiero loco?

E dei castighi eterni

Già non discerni il foco?..

Voce della Fanciulla

Ahimè! chi mi soccorre?

Un artiglio di ferro il cor mi preme,

Che respirar mi toglie, e sento insieme

Fuso piombo che corre

Nelle mie fauci ardenti;

Chi per tal modo m'incatena al duro

Giaciglio ch'io non possa

Solo un po' sollevar l'ossa dolenti

E rivolgere il fianco?

Ancor vivere io voglio... io giovin sono...

Aita! aita! io manco.

Ahimè quali funeste

Larve passan dinanzi agli occhi miei,

E che voci son queste

Di cui m'arriva il suono

Terribile? Morir più non vorrei...

Chi mi soccorre! Aita!

Canto della Morte

Oh fanciulla dolente

A te soccorro io stessa:

Grande io sono e possente;

Pure la ferrea sorte

E al mio voler sommessa,

Però ch'io son la Morte.

Io la suprema aita

Sono, o fanciulla, in terra;

Chi stanco della vita

A me fidente viene,

Sicuro porto afferra

E sacra pace ottiene.

Ma il pavido mortale,

Che raramente è saggio,

Giudica a torto e male

L'opra ch'io compio, e chiama

Stolto, anzi vil coraggio

Quel che m'invoca e brama.

Egli da me rifugge

E orribil m'affigura;

Se reo malor lo strugge,

Ancor di me che arrivi

Teme, e di così dura

Esistenza lo privi.

Stolto! solo il dolore

Ispiri a lui temenza,

Che, re sinistro, l'ore

E i giorni suoi governa...

La vita è sofferenza,

La morte è calma eterna.

Ma all'uom la calma incresce,

E a lui soffrir più giova

Che baldo e giovin cresce.

Lo intendo io ben, l'intendo;

Faccia del viver prova,

Io più tardi l'attendo;

Se pria l'ardor che ha in seno

Però me non provòchi.

Se pria però in terreno

Sparso d'umana clade,

Anch'egli fra non pochi

Nei lacci miei non cade:

Chè spesso l'uomo insano

E involontario affretta

L'opera di mia mano;

Nè vale il gran terrore,

Che in mio poter nol metta

Stoltezza assai peggiore.

Ma tu che in tua sventura

Il nume mio propizio

T'invocavi sicura,

Domar sappi a tua volta

La tema e il pregiudizio

Della tua razza stolta.

Non ti colga spavento:

Dove il mio bacio io posi

Ogni dolore è spento:

L'umana indole cessa

E lieti e dolorosi

Sensi muojon con essa.

L'amplesso mio racchiude

Virtù così efficace

Ch'ogni uman senso esclude;

Gioia o dolore umano

Al cor reso incapace

Quindi urterebbe invano.

È un singolar concetto

Il gaudio eterno o il pianto

Di ciò che reso inetto

Al gaudio e al pianto invece

Si tramuta frattanto

Con incessante vece.

Vieni fanciulla; posa

In seno a me la testa;

Nelle mie braccia ascosa

L'arcano sonno avrai

Da cui non si ridesta

Occhio a pianger più mai.

A me dunque abbandona,

A me che ti sto innante,

La misera persona;

Celami in sen la faccia,

Dormi siccome infante

Nelle materne braccia.

L'Epilogo.

Siccome infatti il pargolo subisce

Della canzon materna il molle incanto,

E lento s'assopisce;

Così il funereo canto,

Che alla fanciulla dentro il cuor risuona,

Di letale sopor tutta l'invade,

E a poco a poco in braccio della morte

Addormentata cade.

Or poi che il giorno cresce,

E le vicine sue fannosi accorte

Ch'ella, siccome usava, ancor non esce,

Picchiano all'uscio, invano.

Allora alfin la porta

Si atterra, e si discopre

Che la fanciulla è morta.

Narra il giornal con poche e indifferenti

Parole il mesto caso,

Nella cronaca urbana,

Ma al poeta solingo fra le genti

Nessuno sfugge benchè lieve aspetto

Della miseria umana;

Ei l'umil grido intende

Dell'infima sventura,

Che il suon del mondo affaccendato copre,

E la tragedia oscura

Per opera di lui nota si rende.

PARALLELO

Quando ero fanciulletto

Soleva a me di belle

Mirabili novelle

Narrar la cameriera,

Mentre la sera mi poneva a letto.

Il padre mio non era

Contento che di storte

Idee m'empisse, e forte

Garria la donna, e spesso;

Ma fu lo stesso, e non mutò maniera.

O padre, io ti confesso

Che avean gran senso molte

Di quelle fole incolte

C ui tu non davi fede.

Di ciò s'avvede il tuo figliuolo adesso.

Un monelluccio il piede

Entro la selva pose,

Questo fra l'altre cose

Narrava a me la fante.

Tra fosche piante il bimbo oltre procede.

Di mostri hanno sembiante

Quelle e gli fan paura;

Cade la notte oscura;

Ode tra l'ombre nere

Urlo di fiere il fanciullin tremante.

Or sì che assai piacere

Avrebbe in casa essendo!

Ma più dal bosco orrendo

Uscir non sa frattanto

Ahimè, nè il pianto egli sa più tenere.

Un lumicin soltanto

Gli appar lontan lontano;

Ed ei con subitano

Coraggio a quel s'avvia,

E andando spia se gli si fa più accanto.

Ch'ivi un palazzo sia

Già imagina il fanciullo,

Che pien d'ogni trastullo

Sia quel lucente loco,

Pien d'ogni gioco e d'ogni ghiottornia.

Or s'allontana il foco

Bugiardo ora s'appressa;

Egli d'andar non cessa;

Ma il bosco è ognor più nero,

Sul reo sentiero ei manca a poco a poco.

Del picciol passeggiero

La storia allor m'empia

D'alta malinconia;

Quasi un presentimento

Dal triste evento aveva il mio pensiero.

Ed or che intendimento

Ho dell'umana vita,

E da un bel po' compita

Ho l'età di ragione,

Ma un fanciullone tuttavia mi sento;

Or nello scabro agone

Io pure il piede ho messo;

Sono smarrito io stesso

Nella crudel foresta,

Che il piè m'arresta, e al mio tornar s'oppone:

Che ostacoli m'appresta

In cento forme strane:

Dell'urlo d'inumane

Belve e di serpi orrende

Sonar s'intende l'ombra alta e funesta.

Bensì al mio sguardo splende

Il fatuo lume arcano:

Ahi ma lo seguo invano!

Spesso una stilla amara

Mi si prepara in cuore e al ciglio ascende.

Nè arride più la cara

Speranza a me, l'amena

Speranza; e già la lena

Ogni di più vien manco,

E il cuore stanco a rassegnarsi impara.

Perocchè presto il fianco

Io deporrò nel suolo,

Quando non potrò un solo

Passo più fare avanti.

Se delle urlanti belve allora il branco

Non vien le agonizzanti

Mie membra a porre in brani,

Ricopriran le inani

Foglie della foresta

L'umile testa mia; nè dei vaganti

Futuri per la mesta

Selva scoprir nessuno

Saprà dove, tra il bruno

Oblio, giacque il mio petto

In terra stretto. Or la mia storia è questa;

Ma essendo io fanciulletto.

Di fole altre parecchie

Empire a me le orecchie

Solea la cameriera,

Quando la sera mi poneva a letto.

NATALE

Io lascio andare il masso che dal vertice

Con tutto quel che gli vien dietro poi;

Ma non posso negar che a me gradevole

Molto Natal non torni e i gaudi suoi.

Volge dell'anno la stagion più rigida,

E non c'è cosa allor che più diletti,

Come in panciolle al focolar domestico

Sedere fra le donne e i fanciulletti.

Solennizza Natale i dolci vincoli

Che in culla il primo laccio hanno di rose,

Nè può la tomba stessa ognor dissolverli,

La tomba che dissolve tutte cose.

I figliuoli già adulti oggi convengono

Degli antichi parenti alla dimora;

Vien a depor sulle ginocchia ai suoceri

Il nuovo nato la fiorente nuora.

Re della festa è il pargoletto; portano

Le testoline bionde oggi migliore

E più sacra corona che il Pontefice

Non desse a Carlomagno imperadore.

Dagli occhi lieti e dalle auguste picciole

Mani e dal labbro d'un bel riso adorno

Grazie dispensa il re piccino ai sudditi,

Che gli son tutti ad ammirarlo intorno.

Le teste calve e le canute curvansi

Più innanzi a lui profondamente; gli avi

L'adorano in ginocchio e di lui godono

Fare un tiranno e farsi lor suoi schiavi.

Certo falso non è, chi ben sa intendere,

Che per amor di sì gentil fattura,

Misterïoso per lo immenso spazio

Un cantico di gloria invii Natura.

Falso non è, che il rude istinto pieghino

I compagni dell'uom fidi animali

Quasi in favor sovente delle tenere

Creature di quello inconscie e frali.

E re certo e bifolchi e i grandi e gli umili

Con senso egual d'amore e di rispetto

Della recente culla appiè si chinano

Come a un altar soave e benedetto.

Là del futuro il mister sacro adorano;

Perchè in picciole membra e in pochi lini

Là si cela talor chi un dì rivolgere

Potrà di interi popoli i destini.

Dunque le culle festeggiamo, e il mistico

Germe dell'avvenir che si nasconde

Dentro i piccioli cuori inconsapevole,

Dentro le teste ricciutelle e bionde.

Oggi s'allegri ogni famiglia: il fervido

Riso della festante ingenua prole

Sperda ogni infausta cura, al par di nebbia

Cui sperde il raggio di nascente sole.

Infelice la casa ove dissidio,

Miseria o mal costume agli innocenti

Figli defrauda il gaudio che s'addoppia

Ripercosso nell'animo ai parenti.

Più infelice la casa ove il connubio

Sterile siede, o dove tutto tace

Perchè frugò la cieca Morte il florido

Nido colla man sua scarna e rapace.

PER UNA IGNOTA

Molto mi piace, è ver; ma mentirei

Se dicessi che proprio mi par bella;

Pur non so qual lusinga arcana è in lei,

Ch'io ricercata ho indarno in questa e in quella.

D'altronde io non so ancor se sia costei

Maritata oppur vedova o zitella;

Bensì a udirla e a vederla penserei

Che niuna esser le può cosa novella.

Comunque sia, fra pochi giorni spero,

Se in fallaci speranze non si culla

L'animo mio, saper quale mistero

Sia questa donna oppur questa fanciulla,

E allor dirò... cioè, forse davvero

Appunto allora io non dirò più nulla!

BRINDISI

— Nera bottiglia io t'amo, e tu ispirato

M'hai sempre una fiducia senza par;

Tu m'hai l'aria d'un picciolo curato,

E a te spesso io mi soglio confessar.

Cura non ho, nè dubbio alcun mi piglia

Ch'io non lo venga innanzi a te a depor;

Tu se' il curato mio, nera bottiglia,

Tu sei, nera bottiglia, il confessor.

Sgorga dalla tua bocca un'eloquenza

Confortatrice d'ogni mio pensier;

Tu m'esorti alla santa pazienza,

Tu m'esorti alla fede e al buon voler.

Quando l'onda eloquente in sen mi versi,

Monto in siffatto ardor di carità

Per li simili miei, che i peggior versi

Leggo di lor con tutta umanità.

Leggo i più ladri versi; e pure io tento

In punte escandescenze non uscir;

Tutto al più molto presto m'addormento,

Senza la prima pagina finir.

Ma questo e nulla appetto della fede

Che dalla bocca tua discende in me;

Nera bottiglia, chi al tuo dio non crede,

Quegli un gran peccator davvero egli è.

Quando il divo tuo spirto in cor m'infondi,

L'Italia mia mi sembra un regno tal,

Ch'io credo che non possa nei due mondi

Esserci a questo un altro regno egual.

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Beviamo, amici! Ogni men bella cosa

Traverso il biondo ed il purpureo vin,

Appar d'oro dipinta oppur di rosa,

Ha splendor di topazio o di rubin.

Lettor, ch'io non conosco, e tuttavia

Poichè mi leggi sei sì caro a me,

Se t'imbatti a passar da casa mia,

Entra, c'ho una bottiglia ancor per te.

Marzo 1878.

FANTASIME

Nella notte talora io dall'insonnia

Spinto e dal caldo delle stanze scendo,

E sovra l'erba nereggiante e soffice

O passeggio o mi stendo.

Dorme la villa e la campagna; il sibilo

Stizzoso ascolto delle ree zanzàre,

O d'un villano ad or ad or percotemi

Il gagliardo russare.

Ma poichè son poeta, io so prescindere

Dall'aspre realtà di questa terra;

Ecco uno stuol gentile di fantasime

Intorno a me si serra.

Quell'ombre care quinci e quindi balzano

Da ogni zolla più verde e più fiorita:

Di fior natura han forse estinte — d'angelo

Ebber natura in vita.

Oh! di mia gioventù vezzose, ingenue

Illusïoni, che già vive un giorno

E palpitanti d'uno spirto etereo,

M'eravate d'intorno;

Che come donne innamorate, stringermi

Al seno usaste in portentoso amplesso,

E che m'avete, all'orecchio parlandomi,

Tanto e tanto promesso;

Ora morte voi siete e più del gaio

Bisbiglio vostro non s'allieta il core;

Bensì talor l'ombre di voi m'appaiono,

Che già foste il mio amore.

L'imagin vostra innanzi allo spettacolo

Di cosa che i miei sensi meglio avviva,

L'imagin vostra ecco m'appar di subito

Siccome forma viva:

Per via, dinanzi al fiume od all'occiduo

Sole o alla luna o a stelle in ermo colle

O a una donna o, com'or, sotto le tenebre

E su fiorite zolle.

Oh venite, venite! ripetetemi

I vostri dolci ingannevoli accenti!...

Una allor mi s'accosta e pian mi mormora:

— Di me te ne rammenti? —

O ti rammento sì, bella, adorabile

Fata che l'avvenir mi popolavi

Di favolosi amori, e donne e vergini

Nelle braccia mi davi!

Dice un'altra: — Di me serbi memoria,

Che ti cingea di sempre verdi allori,

E il tuo nome faceva in tutta Italia

Ir famoso e anche fuori?

Susurra un'altra: — Ed io che farti ascendere

Seppi al poter. Seppi più volte farti

Ministro della Istruzione Pubblica

E delle Belle Arti! —

E un'altra ancora: — Ed io che usai soccorrere

A tue strettezze e seppi riempire

A te le tasche degli incalcolabili

Scudi dell'avvenire! —