NOTE DEL TRASCRITTORE:

—Corretti gli ovvii errori di stampa e di punteggiatura.

—Le note a piè di pagina sono molto numerose e talvolta lunghissime, contenendo a loro volta molte altre novelle; sono state raccolte alla fine di ogni capitolo (novella) e contrassegnate da numeri arabi.

—Le note a piè di pagina sono a loro volta annotate con delle postille; queste sono state raccolte immediatamente dopo la nota a cui si riferiscono, evidenziate con un colore di sottofondo, rientrate e contrassegnate con numeri romani.

—Come nell'opera originale, l'indice è posto alla fine del libro.

—La copertina è stata creata dal trascrittore utilizzando il frontespizio dell'opera originale. L'immagine è posta in pubblico dominio.

LA NOVELLAJA FIORENTINA

FIABE E NOVELLINE

LA
NOVELLAJA FIORENTINA

FIABE E NOVELLINE

STENOGRAFATE IN FIRENZE DAL DETTATO POPOLARE

DA

VITTORIO IMBRIANI


RISTAMPA ACCRESCIUTA DI MOLTE NOVELLE INEDITE
DI NUMEROSI RISCONTRI
E DI NOTE, NELLE QUALI È ACCOLTA INTEGRALMENTE

LA NOVELLAJA MILANESE

DELLO STESSO RACCOGLITORE

IN LIVORNO
COI TIPI DI FRANC. VIGO, EDITORE


1877


Proprietà letteraria


DEDICA—PREFAZIONE

ALLA GIGIA


A te, della quale non ho persona più cara al mondo, ripresento, dopo cinque anni, questo volume, riordinato ed accresciuto, come vedi, assai di mole, ed un poco, oso dire, anche di pregio.[1] Oso dirlo cresciuto di pregio, senza tema di peccar d'immodestia, perchè vino della mia botte qua non ce n'è, sebbene io v'abbia speso intorno molta fatica. Noterai, che il numero delle novelle toscane è stato aumentato di molto: le più, tra le nuove, sono dono del Nerucci. Ma l'incremento maggiore del volume si deve alle Note. Ritroverai in esse tutte le novelle ambrosiane, che componevano la mia Novellaja Milanese[2] ed i Paralipomeni alla Novellaja Milanese,[3] le quali vengono così collocate di fronte o, per dir meglio, in calce alla versione fiorentina, facilitando il raffronto: anche quella raccolta, fatta sotto agli occhi tuoi, doveva esser posta sotto i tuoi auspici. Vi troverai inoltre, nelle Note, alcuni capricci, poche osservazioni filologiche, molti riscontri, molte citazioni. Vi ho riferito per intero lunghi squarci di libri piuttosto rari e che non si scartabellan volentieri. Avrei potuto far certo più e forse meglio: ma non ho voluto dare un carattere preponderantemente scientifico alla Novellaja, ned andare studiosamente a caccia di raffronti: ho solo allegati quelli, che, in questi anni, m'ero venuto notando nel corso delle mie letture. Quanti altri, che ho inciampati nel corso della ristampa, potrei aggiungervi adesso![4] Così viene alquanto rimosso uno de' biasimi rivolti dal D'Ancona alla povera Novellaja Fiorentina, nella Nuova Antologia. Ecco appagato in parte il suo desiderio di più copiosi raffronti. Non li ho aggiunti però, tel confesso, per seguirne i suggerimenti, anzi sol perchè m'è impossibile di aver sott'occhi bozze di stampa senza ricamarvi su. Qui, non potendo innovare nel testo, non potendo aggiungervi o modificarlo, mi avanzava solo di fregiarlo d'annotazioni e di corredar le annotazioni di postille. Quanto in ciò sia stato indiscreto, sel sa l'Editore, che ha visto raddoppiata la mole presunta del volume e della cui tolleranza ed arrendevolezza io rimango non men sorpreso che riconoscente[5]. Il D'Ancona mi biasimava anche di avere stenografato senza ritocchi; secondo lui, avrei dovuto fare come i fratelli Grimm e che so io. Ma io non ho voluto; mi piace far sempre a mio modo, perchè fo sol dopo aver maturamente pensato al da fare; mi ripugna il trascinarmi sopra falsarighe tedesche; nè soglio seguire gli esempi altrui, soprattutto poi quando non mi quadrano. Intendevo dar le novelle tali e quali m'erano state racconte, e c'era il suo perchè. Certo, mi sarebbe stato più facile il narrare rifacendo di pianta la dicitura; anzi, con più ci avrei messo di mio nel lavoro e più mi sarebbe tornato agevole e meno avrei trovato nojoso il compito. Ma mi stava a cuore di ritrarre esattamente la maniera, in cui fraseggia e concatena il pensiero il volgo; e non avrei raggiunto lo scopo, colorendo da me, con qualche lieve ritocco, qualche sfumatura, qualche velatura, qualche piccola sostituzione o correzione. Il disegno non mi era guasto dal ridurre a forma aulica le parole del vernacolo fiorentino; ma ogni menoma giunta od alterazione nella dicitura l'avrebbe sventato. Il Nerucci, che la pensa diversamente da me e che si proponeva un fine diverso, ha tenuto modo diverso nello scriver le sue novelle. Il ringrazio d'avermi impinguato il volume; le novelle, anche raccolte in quel modo, son preziose; ma non ritengo però il suo modo miglior del mio, preferibile al mio: tanto è vero, che, per parte mia, persevero nel mio[6]. Quanto alla vivezza, al brio ed all'evidenza, che sono il carattere comune e generale del parlar fiorentino, secondo il D'Ancona, e che in questo libro, sempre secondo lui, apparirebber di rado, ci sarebbe che dire. Sarebbe storto e stolto lo immaginare, il credere, che ogni fiorentino, sol perchè fiorentino, parli con vivezza, con brio, con evidenza. Qualità rare a Firenze, come dovunque; e che solo di quando in quando dimostra chi più largamente le possiede, in Firenze, come dovunque. Se l'eloquenza e l'efficacia nel dire non fossero dono concesso a pochi, non sarebber parse cosa divina a tutti i popoli, ned affascinerebbero e signoreggerebbero le menti ed i cuori degli uomini, come tutto giorno vediamo accadere. Non cadiamo, per carità, nelle ingenue ammirazioni del Giuliani e d'altri; falsissime ammirazioni. Parecchi ed anche non volgari uomini mi hanno deriso, per avere io, come a lor pare, sciupato il tempo in queste fatiche. Io non io sciuperò a provarne l'utilità. Mi rallegro bensì, che l'esempio da me dato e gl'incitamenti miei abbian mosso parecchi a raccoglier con amore le fiabe e le novelle, che corrono appo i volghi italiani; e nominerò con lode singolare i signori Domenico Giuseppe Bernoni, che ne diè fuori un volumetto in veneziano; e Giuseppe Pitrè, che ne ha pubblicata una raccolta voluminosa ne' vernacoli siculi. Anch'io, sia qui detto tra parentesi, ne ho una numerosa raccolta di più centinaja ne' dialetti delle Provincie meridionali, somministratami da parecchi amici e benevoli. Più anche mi rallegro, sapendo di averti fatta cosa grata, a te, che amo tanto. Felice me, se, quand'io avrò finito di penare e tu sarai ancor fiorente e felice, riprenderai talora con amore questo volume in mano, ripetendo la ingenua preghiera, ch'è scritta sopra un manoscritto del Fiore di filosofi e molti savî, conservato nella Riccardiana di Firenze:

Iddio faccia riposare in pace
L'anima di colui, che lo fece,
Questo libretto, che tanto mi piace.[7]

Addio, Gigia mia. Fa di volere un pochino pochino di bene al tuo vecchio amico, il quale, in questi tempi tristissimi, amareggiato dalle sciagure, cui soggiace l'Italia, dalle vergogne, che tollera ed in cui si compiace la patria nostra, stomacato da questa pretesa riparazione e dalla marea fangosa, che cresce sempre, minacciando l'esistenza stessa della Monarchia e dello Stato, diventa ognor più misantropo ed ipocondrico; ma non cessa dall'amarti dal profondo del cuore. Quando ci rivedremo? Addio. Ricordami alla mamma ed alla Marta, allorchè le scrivi.

Roma, 31. X. 76.

Imbriani.

NOTE

[1]La prima edizione della Novellaja fiorentina, formava un volume in sedicesimo di trecensessantasei pagine, oltre l'occhio ed il frontespizio. La Novellaja fiorentina | cioè fiabe e novelline stenografate | in Firenze dal dettato popolare e | corredate di qualche noterella da | Vittorio Imbriani. || Napoli | Tipografia Napoletana | MDCCCLXXI. V'era impressa in calce la seguente postilla:—«Di questo lavoro, che venne pubblicato nelle appendici del giornale napolitano La Nuova Patria, diretto dall'egregio Raffaele De—Cesare, durante i mesi estivi del MDCCCLXXI, sono stati tirati a parte soli cencinquanta esemplari. Alcune altre Fiabe e Novelline fiorentine vengon pubblicate dal raccoglitore delle presenti, nelle note ad un suo lavoro in corso di stampa, intitolato: La Novellaja Milanese | Esempi e panzane lombarde | raccolte nel Milanese | da | Vittorio Imbriani.»—

[2] Pubblicata sul Propugnatore di Bologna. Se ne tirarono a parte pochi esemplari con questo titolo: La | Novellaja Milanese | Esempii e panzane Lombarde | raccolte nel Milanese | da | Vittorio Imbriani || Esemplari XL || Bologna | MDCCCLXXII, e con la seguente dedica:

A' miei amici di milano
Se tant'è ch'io ve n'abbia.

(In 8.º di 120 pagg. oltre quattro innumerate, che contengono frontespizio e dedica). Vi erano in principio ed in fine due avvertenze, che riferisco, qui sotto, notando, che nel fondere la Novellaja Milanese con la Fiorentina, ho stimato bene di non riprodurre tre novelle, che erano nelle note a quella; cioè, una toscana, intitolata Il Convento delle Monache delle Fotticchiate[] e l'altre due napoletane, intitolate l'una Voglio—fà', Haggio—fatto e Vene—mm'—annetta e la seconda 'U Barbiere. Null'altro ho ommesso, ed in compenso ho aggiunto parecchie novelline milanesi inedite. Ecco ora le due avvertenze.

AVVERTENZA

(Stampata in principio della Novellaja Milanese)

Da parecchi anni, io raccolgo fiabe e novelline popolari. Finora ho sempre accumulato materiale, proponendomi di pubblicare in seguito ogni cosa insieme, ravvicinando e confrontando le diverse lezioni del medesimo racconto, diverse per dialetto e pel modo, in cui svolgesi il tema. Adesso, riflettendoci meglio, ho risoluto di stampare separatamente le novelle raccolte in ciascun dialetto. Procrastino il lavoro di raffronto e di paragone, pel quale è necessario un accumulo preventivo di materiale, che da un solo mal può procacciarsi. Se a me non riuscirà mai di eseguirlo, altri più felice sottentrerà prima o poi nel mio luogo; e mi sarà merito l'avergli agevolato il compito. Comincio dal mandar fuori un gruzzoletto di fiabe, facezie e novelline lombarde, raccolte in Milano stessa e nel contado. Le ho stenografate, mentre si narravano da contadine, operaje, domestiche; e quindi trascritte senza farmi lecito di mutar sillaba alla dicitura ingenua primitiva. Non ho cancellata una ripetizione, non un foderamento di parole; non ho supplito lacune. Avrei stimato delitto l'alterar checchessia, anche dove fondatamente poteva credere di migliorare. Malgrado l'ajuto benevolo di parecchi amici, non posso persuadermi di non essere incorso in errore di sorta: è sempre grandissima temerità l'affaccendarsi intorno ad un dialetto, del quale non s'è udito sillaba prima del sesto lustro. Ma dove nessuno fa, chi pel primo fa, quantunque non faccia se non mediocremente, ha forse dritto almeno a qualche indulgenza. Forse! e forse anche la temerità sua merita di venir esemplarmente scorbacchiata e castigata. Della utilità d'un simigliante lavoro per la mitologia comparata, perla novellistica e per la filologia, credo inutile parlare, perchè non suppongo esista al mondo chi la revochi in dubbio. Risparmio al lettore lunghe note intorno alle origini ed alle vicende di ciascuna novella o fiaba; e voglio solo aver dichiarato, che, con questi ventotto racconti, non pretendo mica di aver dato tutte le tradizioni orali di Lombardia, nè la miglior versione di ciascuna delle tradizioni raccolte. So benissimo esser questo lavoro di quelli, ne' quali non può mai farsi tanto, che non rimanga da fare altrettanto e più.

Firenze, xxiii Marzo mdccclxx.

AVVERTENZA

(Stampata già in fine della Novellaja Milanese)

Nel terminare, dopo meglio che due anni, da che venne incominciata, questa pubblicazione, crederei mancare ad un dovere, ad un obbligo sacro, se non vi apponessi un ringraziamento pel chiarissimo commendator Zambrini, alla cui bontà e benevolenza debbo di averlo potuto condurre a termine. Degni l'egregio uomo gradire questo pubblico ringraziamento, come documento della mia gratitudine non efimera. Del lavoro stesso dirò, ch'io non ne sono gran fatto contento. Sapevo, nell'imprenderlo, di non trovarmi in condizione da condurlo bene; sapeva, nel cominciarne la stampa, di aver fatta cosa mediocre: veggo ora anche più apertamente i difetti dell'opera. Sulla tomba dello scultore Flaminio Vacca Romano, nel Pantheon d'Agrippa, è scritto: in operibus, quæ fecit, nusquam sibi satisfecit[ii]. Sono un po' come il Vacca e riconosco volentieri, che ogni scritto mio non val gran cosa; e non aspetterò mai, che altri me ne scopra le magagne, per accorgermene. Ma ripeto quel, che dicevo, principiando la stampa di questa raccolta di fiabe milanesi:—«Dove nessuno fa, chi pel primo fa, quantunque non faccia, se non mediocremente, ha forse diritto almeno a qualche indulgenza.»—Specialmente la spero da' milanesi. E naturale, che, stenografando queste fiabe, abbia talvolta frainteso; che, nel trascrivere, abbia spesso errato; che l'ortografia non sia sempre giusta. Ripeto, io non ho udito sillaba di meneghino prima del sesto lustro. Forse, anzi senza forse, non ho incontrato le migliori novellatrici di Milano; forse, narrando in presenza mia, quelle persone si credevano in obbligo di nobilitare, di aulicizzare il dettato loro, più che non sogliano fare nelle veglie od innanzi ad un crocchio di fanciulli tutti milanesi (perchè già un poco il nobiliteranno sempre nel narrare, in Milano come a Napoli, come in Toscana e come in ogni altro luogo). Ma sarò troppo lieto, se un Ambrosiano puro sangue, per mostrarmi come avevo a fare, vorrà sobarcarsi ad una fatica consimile. Non pretendevo se non dare un esempio; non mi considero se non come un precursore. Fortunato, se potrò destare in altri l'amore per questi studî. Almeno sarà pruova dell'assoluta comunanza d'interessi e di studî fra tutti gl'Italiani; dell'affetto profondo con cui le varie provincie si amano; del sentire ciascuna di esse come cosa propria anche ciò, ch'è più speciale delle altre; questo fatto, che sarebbe stato impossibile fino a pochi anni sono: cioè, l'aver dato fuori un Napolitano di Napoli la prima raccolta di esempi e panzane milanesi.

Roma, xv Giugno mdccclxxii.

[] Il Liebrecht annota:—«Es ist nichts anderes, als eine ins Volk gedrungene Version von Strapar. IX, 4. (vgl. Dunlop—Liebrecht S. 497 zu Morlini, n.º 726; Pfeiffer's Germ. I, 270. Von dem Moler mit der schön Frauen.»—Cf. Sacchetti, Nov. LXXXIV, del dipintore Sanese, ecc. ecc.)

[ii] Gli è quel Vacca appunto, che ha scolpito uno de' leoni, che sono sotto la loggia de' Lanzi in Firenze. Ecco per intero l'epitaffio:

D · O · M ·
FLAMINIO · VACCÆ ·
SCULPTORI · ROMANO ·
QUI · IN · OPERIBUS · QUÆ · FECIT ·
NUSQUAM · SIBI · SATISFECIT ·

[3] Pubblicati sul Propugnatore di Bologna: se ne tirarono una trentina di estratti. Eran tre novelle: La coa, La sciora e la serva, El cœugh. Le due ultime vengon qui ripubblicate, la prima è stata incorporata in un altro mio lavoro, che vede la luce contemporaneamente al presente, sotto il titolo: XII Conti | Pomiglianesi | con varianti | Avellinesi, Montellesi, Bagnolesi, | Milanesi, Toscane, Leccesi, ecc. | Illustrati da | Vittorio Imbriani || Napoli | Libreria Detken e Rocholl | Piazza Plebiscito | M.DCC.LXXVI.—A' Paralipomeni era premessa un'avvertenza, in data di Roma 10. II. 73. che diceva:

—«Capitato l'autunno scorso in Lombardia, per meno d'una settimana, ebbi pure occasione di raccogliere la fiaba e le due novelline seguenti, che debbo all'amicizia benevola dell'egregio commendator Zambrini di poter qui pubblicare, come una prima Appendice alla Novellaja Milanese. Spero di poterne aggiungere quandochessia altre, attingendo a quella fonte inesauribile, ch'è la tradizione popolare. A coloro, che si occupano di cosiffatti studî e che bramassero maggior copia di riscontri, indicherò un articolo del prof. Felice Liebrecht, traduttore tedesco del Pentamerone, negli Annali letterari d'Heidelberg (Heidelberger Jahrbücher der Literatur; numero quadragesimoquinto dell'annata mdccclxxii). Il dotto mitologo, ragionando appunto della mia pubblicazione, addita per ciascuna fiaba o novella, non picciol numero di riscontri ed analogie.» ecc. ecc.—riferendo i riscontri indicati dal Liebrecht allo esempio Èl Tredesin, Vedi pag. 340 del presente volume.

[4] Voglio solo aver indicato qui, che la Novella del Lando, riferita a pag. 113 nella quarta Nota alla Novella VII e trattata anche dal Firenzuola, si ritrova pure presso il Bebelio, con alcune modificazioni:—«Erat cuidam civi Augustensi pica humanam vocem edocta, quæ cum saepe audisset famulum proclamare, vinum domini quatuor denariis vendi, clamavit et ipsa. Cum autem nocte quadam palmites vitium ex pruina magno incommodo affecti essent, ut vina postridie duobus denariis carius venderentur, proclamavit nihilominus pica vinum quatuor denariis: unde magnus concursus populi ad domum domini factus est pro emendo vino, quod alibi sex denariis venderetur, adeo ut iurgiis virum impeterent, quod virum non daret uti proclamasset. Quare concitatus dominus, picam in lutum deiecit Quæ, cum sublevata esset, vidit suem accedentem, qui totus erat lutosus et stercore inquinatus. Ad hunc pica: Proclamasti ne, inquit, etiam vinum quatuor denariis? Putavit enim uti se, ita et suem in lutum deiectum, quod vinum quatuor denariis proclamasset»—

A pag. 313 aggiungerei volentieri l'esempio seguente di una condanna pronunziata dal colpevole stesso in proprio danno. Racconta Ludovico Domenichi nelle Facezie.—«Il Re Lodovico decimo di Francia, facendo un convito a' suoi Baroni, disse che il Re d'Inghilterra, suo zio, gli aveva scritto et domandato il parer suo; che pena aveva meritato un servitore ignobile, il quale avea tradito un suo nobilissimo Signore. Era a tavola Eberto, il quale, non sapendo che ciò fusse detto per lui, domandato del suo parere, rispose: che colui meritava il capestro. Et così condannato di sua bocca et strascinato dal convito, venne impiccato per la gola. [Il meschino si diede la sentenza contra da sè stesso.]»

[5] L'Edizione è riuscita molto corretta. E poi, come dice un poeta vernacolo:

Pe' quacche errore, che trovato avisse,
O lejetore mmio, drinto 'ste carte,
Mormorare è bregogna, ca chest'arte,
Porzì ad Argo la fa, comm'autro disse.

Solo voglio avvertire, che a pag. 276, linea 7 va letto pacchia e pecchia, invece di pacchia e pacchia; e che a pag. 337, linea 21 s'ha da porre c' 'o agliaro, invece di co' agliaro e cancellare del tutto la postilla (a). Per gli altri errori o dell'autore o del tipografo, ci raccomandiamo alla indulgenza del benevolo leggitore.

[6] Il D'Ancona, del resto, ripeteva solo un appunto più temperato del Liebrecht:—«Imbriani hat es sich angelegen sein lassen, das ihm Erzählte stenographisch aufzuzeichnen, in der augenscheinlichen, nur zu billigenden Absicht, damit lediglich das wirklich im Volksmunde Vorhandene, ohne alle fremde Zuthat wiedergegeben werde. Allerdings entspringt aus dieser unveränderten Wiedergabe des Vernommenen eine gewisse, auf die Dauer ermüdende Unbeholfenheit der Erzählung, wie sie meist dem Volke eigen ist, und welche durch eine leichte, mit vorsichtiger Hand geübte Nachhülfe, wie sie in unübertroffener Weise in den Grimm'schen Mährchen in Anwendung gebracht ist, hätte beseitigt werden können, ohne dass die Treue der Darstellung irgend welchen Abbruch zu erleiden branchie. Andrerseits wird Dem, welcher die eigentliche florentinische Volkssprache genau kennen lernen will, allerdings durch wortgenaue Aufzeichnung einer so grossen Zahl von Erzählungen ein umfangreiches Object zum studium jenes Dialects geboten, so dass der berührte Nachtheil durch diesen Vortheil wieder aufgewogen wird.»—

[7] Curiosissima sarebbe una raccoltina di tutti i versicoli, che s'era prima soliti a scrivere da' proprietarî su' frontespizî de' manoscritti e de' libri a stampa. Qui mi basta citar una quartina, che si legge sopra un codice modanese del Decameron:

Tu, che con questo libro ti trastulli,
Rendimel tosto e guardal da' fanciulli;

E fa con la lucerna non s'azzuffi,
Se tu non vuoi, che nell'olio s'attuffi.

Gli scolaretti tuttora disegnano rozzamente un impiccato, e vi scrivono sotto:

Aspice, Pierino appeso.
Quid hunc librum non ha reso;
Si hunc librum reddidisset,
Pierino appeso non fuisset.

Scrivono anche talvolta la tiritera seguente:

Questo libro è di carta.
Questa carta è di straccio.
Questo straccio è di lino.
Questo lino è di terra.
Questa terra è di Dio,
Questo libro è il mio.

Se piacesse a qualcheduno,
Se ne vada a comprar uno;
Quando io lo comperai,
. . . . . . soldi lo pagai!
E facendo oh! oh!
Questo libro non è il to'!
E facendo ih! ih!
Questo libro lascialo lì!


A MARTA E GIGINA

(Dedica premessa alla prima edizione).

—«Signor Imbriani, sia compiacente! Scriva un po' qualche libro che faccia anche per nojaltre. La mamma dice sempre che le cose Sue non le possiamo leggere; ed appena il postino ha recato qualche opuscolo di Lei, la lo chiude a chiave e non ce lo lascia vedere. Già la mamma quando s'è fitta una fisima in capo!...»—

La mamma, care le mie ragazze, fa più che benissimo; in questo, come sempre, si regola da quella santa donna ed accorta ch'ella è. Non che impermalirmi del divieto di leggermi a voi fatto, io l'approvo; anzi io, volendovi un gran bene, sono sempre io il primo a raccomandarle di custodir lontano dagli occhi vostri ogni mia scrittura. Ci conosciamo da lunghi anni, e sapete pure, neh?, che in fondo in fondo io mi sono un gran buon diavolaccio: epperò non vorrete pensar male di me. Ma quando vinco l'accidia ed impugno la penna, m'è forza d'ubbidire alla coscienza che m'impone di rappresentare il mondo, la società, la razza umana tale e quale, non secondo alcun pio desiderio. L'amor del vero mi signoreggia l'immaginazione; null'altro che lo studio del vero può cattivarmi ed incatenarmi al lavoro. Nèd è colpa mia se il vero è in parte turpe. Ma questa parzial turpitudine umana importa per ora celarla e velarla alle menti vostre inesperte. Verrà giorno in cui dovrete fronteggiarne l'aspetto e sentirne il lezzo; ma allora l'intelletto adulto, il carattere formato, l'usbergo della buona educazione, vi renderanno intangibili dal pericolo, come un certo anello incantato assicurava chiunque lo portasse al dito da qualsivoglia possa nimica forza d'incantesimo.

Eppure, io vi bramerei sin da ora per leggitrici: con voi due, giungerei, credo, ad averne mezza serqua, e la mia ambizione letteraria sarebbe paga. Bramerei, giacchè ci vediamo di rado e per poco, che un qualche frontespizio vi rammentasse frequentemente l'amico lontano; che ogni qual volta ricercaste sullo scrittojo un libro, un quaderno, un cucito o l'albo dei francobolli, il mio nome v'avesse a dar nell'occhio. Mi sono persino provato a scarabocchiar qualcosetta d'ingenuo e d'idillico, apposta per vojaltre. Ma sapete che c'è? Non mi vuol riuscire; non son buono ad ispogliare il vecchio Adamo: l'ingenuità mi diventa ironia, l'idillio mi diventa satira. Non giungo, per isforzarmi ch'io faccia, a concepir l'uomo diverso da quel ch'io lo conosco. Eppure, io vi bramerei per leggitrici! Ad agognare ardentemente alcunchè sì diventa ingegnosi. Mi sono ingegnato ed eccovi un'opericciattola ch'è mia e non è mia. Dico mia, perchè a metterla insieme, di molta fatica m'è costato; ho dovuto pormici con l'arco della schiena; ma non vi si contiene un pensiero, una frase, una parola, ch'è una, di mio.

Voi sapete che da molti anni io raccolgo con diligenza i prodotti della fantasia popolare italiana in qualsivoglia dialetto: canti, racconti, proverbî. Mi avete visto stenografare anche in casa vostra le novelline narrate dalla Giovannina e dalla Peppina; anzi m'avete ajutato a far meno male. Ora, io vi offero un gruzzoletto di fiabe e facezie fiorentine. Le ho poste in carta con sommo zelo, tali e quali uscivan di bocca a qualche cechino, a qualche vecchietta, a qualche balia, a qualche nonna, usa ad intrattener con esse i nepotini. Ho esagerata l'esattezza, segnando persin le esclamazioni e gl'intercalari viziosi, persino i foderamenti di parole; non supplendo le lacune; non correggendo gli spropositi evidenti, come quando, per esempio, la novellaja adoperava vittima nel senso di carnefice, tormentatore (forse storpiando pittima) ed asseriva la Verdea essere cosa mangereccia. Insomma non ho mutato od ommesso od aggiunto, nulla, nulla, nulla: fate conto d'ascoltare proprio il dettato di chi è nato all'ombra del cupolone di Brunellesco. Le differenze notevoli di stile dipendono dalle diversità di sesso, di età, di carattere, di educazione, di condizion sociale in chi narrava. E lasciatemelo dire, le persone più colte son generalmente quelle che peggio raccontano queste ingenue novelle tradizionali.

Un mio buon amico, il prof. avv. Gherardo Nerucci, ha voluto dar pregio a codesta pubblicazione ch'è qui, comunicandomi sette fiabe da lui raccolte e scritte, come vedrete, stupendamente; ma non già stenografate al pari delle mie, tali e quali venivan narrate. Ed il Nerucci vuole che vi sia ricordato il motto popolare:

La novella
'Un—n è bella
Se sopra 'un ci si rappella;

cioè, se il narratore non la frangia con invenzioni proprie.

Sottopongo senza palpiti il mio lavoro alla censura della mamma: vi sarà forse qualche goffaggine da condonarsi ad una povera ciana; ma di sconcio, di pericoloso non ci so veder niente, nientissimo. La convenienza di siffatti racconti alle menti infantili è dimostra dal venir essi da parecchi millenni tradizionalmente trasmessi di generazione in generazione. E non v'ha Italiano cui tali storielle non venisser narrate durante la puerizia nel vernacolo natìo; che non vi riannodi sante memorie, reminiscenze carissime.

Queste favole, se convengono all'infanzia, sono anche oggetto di ricerche scientifiche, epperò mi diedi a raccoglierne. Sendo il più le fiabe retaggio comune degli Ariani tutti, avrei forse dovuto notare minutamente i riscontri e le differenze di lezioni tra le mie e l'altre già pubblicate e risalir fino ai simboli ed ai miti che in parecchie pajon contenersi davvero. Similmente potrei tesservi la storia delle raccolte analoghe o congeneri e de' lavori letterarî che hanno accattato il tema dalle fiabe popolari: parlarvi di Giambattista Basile (Gian Alesio Abbattutis), di Pompeo Sarnelli (Masillo Reppone), dello Straparola, del Perrault, del Musäus, de' fratelli Grimm, eccetera; d'italiani, di tedeschi, di francesi, di slavi, eccetera; delle Fiabe del Gozzi, del Malmantile riacquistato di Lorenzo Lippi (Perlone Zipoli), di molte féeries francesi, del Don Silvio di Rosalba del Wieland, di parecchi drammi del Platen, del Tieck, eccetera; e poi di nuovo del Panciatantra, del Pentamerone, della Posillecheata, dei Contes de ma mère l'Oye, dei Volksmärchen der Deutschen, degli Haus—und—Volksmärchen, eccetera. Ma di ciò parlan tanti volumi! e sarebbero erudizioni così facili! e se n'è fatto tanto abuso! Ed a vojaltre cosa importa? Ora, attenendomi a ciò solo che può gradirvi od interessarvi, io voglio provarvi che affetto per voi, desiderio di divertirvi, non vaghezza di lode altrui, e nemmen zelo per la scienza, mi ha stimolato a procacciare questa stampa. Nondimeno aggiungerò in nota sulle bozze di stampa, sulle strisce, sugli stamponi, sulle pruove di torchio, via, que' riscontri letterarî italiani che per ciascuna novella mi sovverranno. Ma solo gl'italiani, e fra gl'italiani, quelli soli che mi sovverranno senza fatica e studio: non mi alzerò dalla seggiola per riscontrare alcun volume.

Avvertite che ho ridotte alle forme corrispondenti della lingua italiana, nobile ed aulica, di quella lingua che parliamo voi ed io, tutte le storpiature idiomatiche fiorentine. Ho lasciato suo per loro; e gli non solo pel plurale d'ambo i generi, ma eziandio pel femminile, come è regola nel vernacolo di Firenze, confortata od avvalorata da non pochi esempi classici. Ve ne prevengo a scanso di confusione ed acciò da una banda non si perturbino le vostre idee grammaticali, e dall'altra non crediate che veramente in Firenze non ci sia vernacolo e si pronunzino le parole nella forma aulica e senza smozzicatura alcuna, come c'è chi vorrebbe far credere.

Gradite e compatite la povera offerta, care le mie fanciulle: e vogliate un po' di bene al vostro

IMBRIANI.


Novella I.

L'ORCO[1].

C'era una volta marito e moglie che avevano tre figliole: poeri poeri poi erano. Ma per mangiare dissero a una di queste bambine:—«Vai nel giardino dell'Orco[2] a pigliare un po' di cavolo.»—E una di queste bambine andiede a prendere il cavolo. Quando ha preso il cavolo si sente dire:—«Dove tu vai?»—«Se il babbo e la mamma»—dice—«m'hanno mandato a pigliare un po' di cavolo! Siamo tanto poeri!»—«Vien su; tu starai bene.»—Dice:—«O per via della mamma e del babbo no davvero!»—L'Orco insisteva perchè venisse. E poi la bambina salì su; e per la quale l'Orco gli dà tre palle d'oro, E la conduce a girare tutta la casa e gli dice:——«Padrona di tutto, fuori che di questa stanza.»—L'Orco va via dopo; e rimane la bambina e dice:—«Che ci sarà egli in questa stanza?»—Ah! la curiosità la spinge, l'apre: non c'era niente, gua', altro che un armadio. Ehn? L'apre, e gli va di sotto una di quelle palle, che gli aveva dato l'Orco. Disperata, più che la lavava, eh gua'! sempre l'istessa, anzi più brutta. Torna l'Orco. Dice:—Dove sono le palle che t'ho date?»—E la poverina le fa vedere.—«Ah briccona!»—dice l'Orco. La prende per un braccio e la butta di sotto da quest'armadino dov'era andata la palla. Non fa discorsi, che! Si vede che quest'armadio era un pozzo dove ci buttava l'Orco tutte le creature. Venghiamo a' genitori che mandano a cercare questa bambina per quell'altra sorella, disperati. E la chiama, chiama; il panierino c'era nel giardino, ma la bambina non v'era, perchè era morta, l'Orco l'avea buttata di sotto. Sentendo così chiamare e piangere, s'affaccia l'Orco e dice:—«Cos'hai, bambina?»—Eh la mia sorella,»—dice—«era mandata a prendere il cavolo...»—e gli fa tutta la spiegazione.—Vien su!»—gli dice l'Orco—: «tu starai bene.»—Gli dice l'istesso come aveva detto a quell'altra. Sta bambina la va su, già! E lui gli dà le stesse tre palle, come sopra, gli dice l'istesse parole:—«Padrona di tutto, fuori che di qui.»—Quando l'è andato via segue l'istesso: la si affaccia e gli cade la palla. Quella bambina era disperata più che mai; la piangeva; aveva pensiero de' genitori. E così tanto disperata si mette a lavare, e gli vien di su come a quell'altra, anche più inzuppata di sangue. E così l'Orco che torna e vede la palla peggio:—«Oh! briccona!»—gli fa:—«Vieni! vieni!»—La prende e la butta di sotto come quell'altra, nell'istesso dove le aveva detto che non ci andasse. Veniamo ora parimenti a' genitori: disperati gua'! Mandarono l'ultima bambina:—«Vai te a farci questa carità; a sentire quel che n'è delle tue sorelle.»—La va nel giardino, la trova i panierini, ma le bambine non ci erano. Si mette a urlare: la le chiamava per nome. S'affaccia l'Orco e gli dice:—«Che vuoi? Vien su: tu starai bene.»—Questa bambina:—«Ah! non ci sarebbe male! C è il babbo e la mamma inconsolabili di dolore che urlano! Ah bisogna che vada a casa.»—«Vien su!»—dice—: «tu starai bene: poi ti manderò a casa.»—Questa bambina la sale. E gli dà le solite tre palle d'oro, e dice:—«Padrona (come ti ho detto) tu vedi, di tutto; fuori che di questa stanza.»—Ma quando l'Orco è andato via, questa bambina che era più furba, la prende le palle e le ripone prima di entrare nella stanza. Era più furba delle sorelle e la seppe fare. L'apre la stanza e dice:—«Sciocco! o che c'è in questa stanza?»—E vede quest'armadino; la l'apre e sente:—«Oohn! oohn!»—«Chi c'è»—dice—«costaggiù?»—«Siamo due bambine!»—dice.—«Ci han mandato il babbo e la mamma a prendere il cavolo!»—Le fanno tutto.—«E l'Orco ci ha chiamate, ci ha date tre palle, e una la c'è caduta affacciandoci. E lui quando è torno che ha veduto sciupata la palla, ci ha buttato di sotto.»—Ahn poverine!»—dice—«Voi siete le mie sorelle! Ahn poverine!»—Disperata, cerca delle funi, perchè queste bambine s'imbrachino e la le tira su. E così che lei dopo la le mise in una stanza segregata, che l'Orco non se n' avvedesse. La gli prepara da mangiare, la le custodisce e poi lei la vien via. Prende le sue palle e si mette ad aspettare l'Orco. E così l'Orco che torna:—«Dove sono le palle?»—«Eccole!»—dice.—Oh brava!»—dice—«Ora ti voglio bene. E starai sempre bene.»—Dunque tutti i giorni lui andava fuori e lasciava lei sempre. E lei, l'andava a custodir le sue sorelle. Venghiamo un giorno. Gli dice l'Orco:—Tu non sai? Io non mojo mai.»—Lascio dire che dolore ha la ragazza. Come aveva da fare ad andare da su' padre e con quelle sorelle? Ma non gnene diede a divedere all'Orco.—«come mai?»—dice.—«Perchè la mia anima è in un guscio d'ovo[3].»—Lei ha dolore, ma non lo mostra: ed invece lei la gli dice:—«Oh bella cosa che voi non moriate mai! Quanta felicità per me!»—Un giorno la si mette malinconica, senza mangiare, senza far niente.—«O cos'hai?»—dice l'Orco—«che non mangi?»—«Ho quel ch'i' ho. Voi mi dicesti che voi non morite mai. Ma non è possibile,»—dice—«subito che l'ovo un po' di sudiciume vi sarà drento; che sarà quello che vi farà morire. Io bramerei di vederlo, se sarà sudicio o pulito per la quale. Bramo di vedere: quando s'è visto, son più tranquilla, gua'!»—«Ah briccona!»—dice—Tu mi vuoi tradire!»—gli dice l'Orco.—«Ah vi pare? A voi? Un benefattore a questo punto, ch'io voglia tradirlo? Ora? Impossibile!»—Insiste, insiste: quest'omo viene e gli fa vedere l'ovo; e lo teneva strinto lui nella mano perchè ella non lo toccasse. E mentre lei lo guarda—«Il sudiciume?»—dice.—Guardate se v'è li? Guardate quello scuro se c'è lì drento? che sarà quello che vi farà morire.»—Lui dice:—«Indove?»—lui.—«Ecco lì, non lo vedete?»—In mentre fa:—«Eccolo lì»—che la dice; la gli dà una spalmata, cade l'ovo e l'Orco riman morto. Ahn, quand'egli è morto, la corre dalle sorelle e dice:—«Venite via, bambine; chè io ho ammazzato l'Orco. Ora siamo felici.»—Così fanno una bella buca nell'orto, una buca grande e lo sotterrano. Poi prendon le chiavi di casa, serrano e vanno in traccia de' suoi genitori. E vanno e gli raccontano tutto il caso, preciso come gli era seguito. Questi genitori, potete credere, la contentezza di veder le bambine! che di poere, bisogna dire, l'eran divenute ricchissime, perchè l'Orco era tanto ricco e rimase tutto a loro. Andiedero alla casa dell'Orco, apersero, e divennero padrone di tutta quella ricchezza e vissero e se la godettero e in pace sempre stettero.

NOTE

[1] Confronta con le altre Novelle di questa raccolta, intitolate: Il contadino che aveva tre figlioli; Gli assassini; Le tre fornarine. Vedi tra le fiabe popolari veneziane raccolte da Domenico Giuseppe Bernoni quella intitolata: El Diavolo. Il Liebrecht in un articolo sulla prima edizione di questa Novellaja nel Num. 42 (1871) degli Heidelberger Jahrbücher der Literatur, annota che questa fiaba—«gehört in den Kreis der Blaubartmärchen, über welchen s. Svend Grundtvig Danmarks Gamle Volkeviser zu No 183 Kvindemorderen, oder meine Anzeige in der Gött. Gelehr. Zeit. 1869. S. 1968.»—Confronta in Pitrè, Nuovo saggio di Fiabe e Novelle popolari siciliane, quella intitolata: La manu pagana; in Pitrè, Fiabe, Novelle, Racconti ed altre tradizioni popolari siciliane, il conto detto Lu Scavu; appo la Gonzenbach, Sicilianische Märchen, la storia di Ohimè (Die Geschichte von Ohimè).

[2] «Questa è una bestia immaginaria, inventata dalle balie per fare paura a' bambini; figurandola un animale, specie di fata, nemico de' bambini cattivi.... Questo nome però viene dall'antica superstizione de' Gentili, i quali chiamavano Orco l'Inferno. Virgilio, Eneide, Libro VI.... primisque in faucibus Orci. Ed intendevano per Orco anche Plutone, quasi Urgos o Uragus, ab urgendo, perchè egli sforza e spinge tutti alla morte. E perciò dalle madri e nutrici, per fare paura alli loro bambini, si dice che l'Orco porta via: il che viene dai Gentili, che pigliando Orco per la Morte, lo chiamavano inesorabile e rapace. Orazio, Ode XVIII, libro II. Nulla certior tamen, Rapacis Orci fine destinata.»—Così ingenuamente e secondo la dottrina del tempo è detto nelle Annotazioni al Malmantile. Cantare II, stanza L.

[3] Cf. con l'annotazione ad un luogo dell'altra fiaba xxii di questa raccoltina, ch'è intitolata: Zelinda e il mostro.


II.

IL CONTADINO CHE AVEVA TRE FIGLIOLI[1].

C'era una volta un contadino che aveva tre figlioli. Passava un ortolano per vendere i cavoli, l'erba, l'insalata; vede i tre figlioli di questo contadino; dice:—«Che son vostri figlioli questi?»—«Sissignore.»—«Me ne potresti cedere uno per menarmelo nel mio appartamento? Sto benone, sapete? Sono una persona che sta benone. Potrei far felice il vostro figlio.»—Il giovanetto che sente dire che quell'omo l'avrebbe preso con seco, comincia a dire:—«Oh babbo, babbo, mi mandi.»—«Mandare, ti manderò: ma bisogna che tu tomi presto, perchè io senza vojaltri non posso fare il mio interesse.»—Gli consegna il figliolo a quest'ortolano con il dire che lui in capo a un po' di tempo gnen' avrebbe portato indietro, perchè lui ne avea bisogno di quel giovinetto. Vanno via camminando per andare a i' posto di quest'ortolano. Cammina, cammina, cammina, cammina! era tanto che camminava questo giovinetto.—«Oh che è tanto lontano i' vostro posto?»—«Eh fra breve tempo te lo farò vedere.»—Alla lontananza di un mezzo miglio questo ortolano gli fa apparire un bellissimo palazzo:—«Vedi tu, giovanetto, quel palazzo là?»—«Eh lo vedo!»—«Quello è i' mio appartamento.»—«I' vostro appartamento?»—e lo guarda da capo a piedi.—«Sì.»—«Uhm! un ortolano che gli debba avere un palazzo a quella maniera!»—Si spalanca la porta quando sono vicini. Entrano drento: entra drento l'ortolano, entra drento il giovanetto; occhiano da tutte le parti.—«Vedi? questa è tutta mia ricchezza.»—«Eh, la vedo! E andate a vender gli erbaggi?»—«Eh! un'arte bisogna ch'io la faccia. Dimmi un poco, come tu ti chiami?»—«Mi chiamo Luigi.»—«Bravo Luigi. Ora è l'ora d'andarsene a rinfrescarsi, a mangiare, a bere; e poi anderemo a riposare.»—Ogni grazia di dio nella stanza da pranzo: mangiano, bevono.—«Per bacco!»—fa questo Gigi—«si sta bene qui.»—«Ehn, te l'ho detto io, che starai benone? Ora è l'ora d'andarsene a riposare.»—Una bellissima camera a Gigi; e una bellissima camera aveva quest'ortolano. Se ne spogliano e se ne vanno a riposare. Nella nottata riposano e tutto. Ecco la mattina che s'alza Gigi.—Alzati, che l'ora è tarda!»—Sente questa voce straordinaria: lo guarda in viso, all'ortolano, Gigi:—«Guarda, com'egli è strafigurato! Che affare è questo?»—«Senti, Gigi; t'ho da dire quarcosa. Vedi tutte queste ricchezze?»—«Sì, le vedo.»—«Se tu ti porterai bene, alla mia morte ti faccio erede di tutte queste ricchezze. Abbi da sapere, caro Gigi, che io vado a fare un giro. Alzati e vieni con meco.»—Quello s'alza e va con seco; e gli consegna non so quante libbre di carne umana:—«Vedi tu questa carne? Nel tempo insin che non torno nel mio quartiere dev'esser mangiata.»—«E chi l'ha da mangiare?»—«Te, l'hai da mangiare. Ahn!»—dice—«che te la mangi, sai, sennò guai a te. Addio: che al mio ritorno sia digrumata tutta questa carne.»—Lui dice di sì e il mago va via. Questo Gigi cosa ti fa?—«Io devo mangiare questa carne? Cheh! Or' ora la troverò bella!»—Va in giardino, ti fa una buca e sotterra quella carne che lui doveva mangiare. Gigi fa:—«Oh non la trova più qua. La può passare alla liscia che io l'ho mangiata, inclusive che è sotto terra. Manco male: la passerò pulita.»—In capo a d'i' tempo, eccoti i' mago a casa.—«Gigi!».—«Comandi!»—«L'hai mangiata quella carne che io ti diedi?»—«Sì.»—«Vieni con meco.»—Lo piglia per un braccio e lo mena in camera sua. Apre un libro. Carne non mangiata, ci diceva in questo libro appena aperto.—«Dunque non l'hai mangiata? Vien con meco!»—e te lo porta con seco. Apre un uscio e te lo pianta drento. Là con una scure gli tramezza i' capo e te lo divide in due parti, Gigi, povera creatura! Con un gancio l'attacca alla testa e l'attacca a i' muro all'uso prosciutto; e dall'altra parte i' corpo, quest'ignorante di mago! Raccomoda i' baroccino e si riaffaccia da i' medesimo contadino. I' padre di Gigi che sente la voce dell'ortolano, subito scappa fori.—«Eh, l'è lui; è lui; l'è lui! Eh galantomo, venite qua. O che fa egli i' mio figliolo? perchè non me l'hai riportato?»—«O vo' vedessi, come l'è ingrassato! Sta veramente bene! Voi non lo riconosceresti neppure!»—Figliolo d'una tenerissima![2]—«Rimane ozioso un po' essendo solo. Non mi potresti dare anche i' mezzano? Allora si divertono dippiù.»—«Ed io? ch' ho a rimanere senza figlioli?»—«Eh vi dirò una cosa. Se mi date il mezzano anche lo piglio volentieri, che si divertono tutti e due. Come vi riporto questi due figlioli, allora mi prendo i' minore.»—«Ecco, babbo, la mi mandi, la mi mandi anche me. Gigi è ingrassato, si diverte: mi divertirò anch'io.»—«O pigliate anche questo! Ma se non me li riportate, i' minore non ve lo mando, perchè ne ho bisogno per i' podere. Vai!»—I' caro ortolano si porta via anche codesto dei figlioli.—«Addio, addio, babbo!»—e seguitano i' suo viaggio. Quando gli erano per la strada, seguitando a camminare:—«O che gli è molto lontano ancora il vostro posto?»—Fa apparire i' solito palazzo, lui.—«Guarda, ecco là i' mio appartamento.»—Questo ragazzo comincia a chiamare:—«Gigi! Gigi!»—«E che cosa chiami Gigi? Gigi lo vedrai quando sarai a i' posto.»—Spalanca la porta; entran drento tutti e due; e rimane stordito vedendo quelle ricchezze ancor lui.—«Vieni qua con meco. Vuoi vedere i' tuo fratello? Te lo farò vedere. Tuo fratello è in villa, sai? È in villa i' tuo fratello. Te rimarrai qui adesso, infino a che 'un ritornerà di villa.»—Lo porta alla tavola d'i' pranzo: mangiano e bevono tra lui e i' giovanetto.—«Ora ce n'anderemo a riposare e domani ci si alzerà a buon'ora, perchè io ho da andare a fare un giro.»—«Oh bella! e che mi lasciate solo senza i' mio fratello?»—Si rizzano da tavola e se ne vanno a riposare.—«Come ti chiami?»—gli fa i' mago. Dice:—«Francesco.»—«Ohm! domani t'alzerai a buon'ora e verrai a vedere i' tuo fratello.»—«Ah, mi pare mill' anni a vedello.»—La mattina che la sera erano andati a riposare, la mattina si sveglia i' mago e grida:—«Francesco!»—«Che affare è egli? Guarda un coso brutto che è questo!»—«Alzati perchè l'ora è tarda e io devo partire e andare a fare i' mio interesse.»—«E i' mio fratello 'un l'ho a vedere?»—«Lo vedrai, quando io partirò di quì.»—Vestito s'era e tutto, Francesco.—«Vieni con meco!»—e gli consegna quelle tante libbre di carne umana.—«Nel tempo che io son fori devi mangiare queste tante libbre di carne.»—«Cheh? io l'ho a mangiare? Io non la mangio, sa Ella?»—«Tu non la mangi? Allora vieni con meco. Se non la mangerai, sarà peggio per te.»—E apre lo stanzino:—«Ecch' i' tuo fratello, lo vedi? Questo è i' tuo fratello!»—«Oh poero Gigi! oh poero Gigi! oh poero Gigi!»—«Eh, non c'entra poeri Gigi! Se non mangi quella carne che io t'ho dato, quel che ho fatto a tuo fratello, lo farò a i' mio ritorno ancora a te.»—E va via. Rimase solo lì a piangere e sospirare la disgrazia d'i' fratello.—«Ora l'ho acquistata anch'io! Io quella carne non me la mangio di certo.»—Gira con questa carne Franceschino che non sapeva in dove te la piantare. Andato, scese due scale; trovata una cantina, fece una buca e ci sotterra la carne in questa cantina.—«Gua'! è sotterrata; crederà che io l'abbia mangiata.»—Quand'è un certo tempo, eccoti torna a casa i' mago.—«Francesco!»—«Comandi!»—«L'hai mangiata quella carne?»—«Sì.»—«Vieni con meco.»—Te lo piglia per un braccio e te lo porta n'i' suo quartiere. Prende quel libro, lo spalanca, trova subito: Carne non mangiata!—«Ah birbante! non l'hai mangiata neppur te! Vieni, vieni a fa' conversazione con tuo fratello!»—Te lo piglia per un braccio e te lo straporta in quello stanzino. Costì con una scure e' lo divide in mezzo ancora Francesco. Con due ganci, gnene attacca per la testa e l'attacca accanto a i' suo fratello, un pezzo per di qua e un pezzo per di là.—«Oh!»—dice—«ci siete tutti e due!»—La mattina di poi, ti prende i' baroccio e se ne va a vendere l'ortaggio, gridando l'ortaggio per la strada. I' contadino riconobbe subito la voce:—«Ecco l'ortolano!»—Corre per vedè' s'egli avesse tutti e due i suoi figli con seco. E fa:—«Oh per bacco! oh galantomo! oh i miei figlioli dove sono?»—«Oh i vostri figlioli non verrebbon via neppure a regalargli tutto l'oro d'i' mondo! Come stan bene tutti e due! Ci dovete portare quell'altro nostro fratello e dirgli a i' nostro signor padre che si tornerà indietro tutti e tre insieme. Ma almeno s'ha a divertire anche quell'altro nostro fratello.»—«Babbo, babbo! ci vo anch'io, veh?»—«Bene, bene; ma con questo che torniate indietro tutti e tre.»—«Addio babbo! addio babbo! addio a quando ritorno!»—E gli era i' minore che i' padre gli voleva un bene! voleva bene a tutti, ma più a i' minore che si chiamava Antonio. Viavà con l'ortolano: cammina, cammina, cammina!—«Ditemi, galantomo, che è molto lontano i' vostro appartamento?»—«Eh in breve tempo lo vedrai.»—Gli fa apparire i' medesimo palazzo.—«Lo vedi là? Quello è i' mio appartamento.»—Tognino comincia a chiamare i fratelli.—«Cosa chiami?»—gli fa l'ortolano.—«Non ti posson sentire; sono a i' divertimento.»—Spalanca la porta, entran drento tutti e due. Comincia a chiamare Gigi e Franceschino.—«Ma cosa chiami Gigi e Franceschino? Gigi e Franceschino sono nella mia villa a divertirsi. Domani li vedrai tutti e due. Tempo è d'andare a riposassi.»—Mangiano e bevono: dopo mangiato e bevuto, se ne vanno nella sua camera, Antonio e l'ortolano; se ne spogliano e se ne vanno a diacere ognuno n'i' suo letto. La mattina a mala pena che spunta l'albore d'i' giorno, si sveglia i' mago:—«Antonio!»—E i' fanciullo si sveglia e comincia a tremare.—«Non siete più l'ortolano. Voi siete un brutto mostro e di qui voglio sortire,»—fa Antonio. Gli risponde i' mago:—«Di qui tu non sortirai. Hai viste tutte le mie ricchezze? A una mia morte, dev'essere tutto tuo.»—«Ma i miei fratelli?»—«Adesso te li farò vedere. Abbi da sapere che io vado a fare un giro. Ti lascio padrone spòtico[3] di tutte le mie ricchezze. Queste le sono quelle tante libbre di carne. Quando io ritornerò a i' mio appartamento, che questa carne sia mangiata.»—«E chi l'ha da mangiare?»—fa Antonio.—«Che l'ho da mangiare io?»—«Sì.»—«Cheh! io non la mangio di certo.»—«Vieni, vieni con meco: se non la mangi, farai come hanno fatto i tuoi fratelli; e se la mangerai, sarà ben per te. Vieni, vieni a vedè' i tuoi fratelli.»—«Oh dove sono?»—«Vieni con meco.»—Apre lo stanzino:—«Li vedi?»—«Oh poeri miei fratelli!»—Piangere, stridere, scalpitare, ch'era una pietà a vedere!—«Dunque io vado via. Addio, sai. Che tu cerchi di mangiarle quelle tante libbre di carne! Sennò quel ch'io ho fatto ai tuoi fratelli ti sarà la medicina anco per te.»—Il mago va via e rimane lì Antonio dolente e tutto, pensando alla disgrazia dei fratelli. Ti prende questa carne in mano, lui:—«Cosa ne devo fare? Eh non lo so. Mangiarla, non la mangio di certo.»—Scende giù, cammina: entra in un giardino. Vede un corridojo lungo lungo che si vedeva nè quasi nè principio nè fine; gli viene di gran carriera nel fondo di questa corsia, di quest'andito: c'era due cani. E gli butta in terra quella carne. S'avventorno a codesta carne umana, te la inghiottirno in un battibaleno questi due cani e sparinno. Antonio gli torna addietro. Eccoti il mago n'i' suo appartamento.—«Antonio!»—«Comandi!»—«Cos'hai fatto della carne?»—«Mangiata.»—«Se l'hai mangiata, sarà ben per te.»—Te lo prende per un braccio e te lo porta n'i' suo quartiere.—«Dunque l'hai mangiata?»—Prende i' libro, lo spalanca: Carne mangiata.—«Bravo Antonio!»—te l'abbraccia per l'allegrezza.—«Caro Antonio! Te sarai l'erede di tutte le mie ricchezze. Abbi da sapere che io vado a girare i' mondo. So molto bene ch'è sposo un mio fratello: debbo andare allo sposalizio di mio fratello. Vieni con meco.»—E te lo mena con seco e te lo mena giù in una stalla, che ci era una cavallina ed un cavallo in codesta stanza.—«A questa cavallina gli devi dare quelle tante libbre di fieno il giorno da mangiare, gli devi dare a questa fonte qua la tal'acqua da bere. E il cavallo gli devi dare carne di quella bona da mangiare, e dargli un vassojo di paste stritolate in questo vassojo e due fiaschi di vino di quello scelto. Tutti i giorni li devi custodire così.»—«Ho capito.»—«Poi vedrai al mio ritorno che sarò io per te!»—Si dà la combinazione che i' mago va via.—«Addio! Addio! A rivedersi.»—Tanto la sera che la mattina gli dovea dare questa roba da bere e da mangiare alla cavallina; al cavallo carne di quella bona, paste stritolate n'i' vassojo, con vino scelto. La cavallina n'i' quel mentre che faceva la porzione di quello che dovea mangiare i' cavallo, fa:—«Antonio! Antonio! Antonio!»—«Chi mi chiama?»—«Antonio, son io sai che ti chiamo.»—«Che sia la cavallina?»—«Sì. I' mangiare che devi dare a me, dallo a i' cavallo; e i' mangiare che devi dare a i' cavallo, lo darai a me. Ha' tu 'nteso?»—Fatto questo discorso:—«Antonio, prendi cotesta strada di cotesto viuzzolo, cammina; e quando sarai alla fine di codesto viuzzolo, vedrai una caldaja che bolle. Ma fai lesto, sai? e pensa bene e fai quello che dico. Quando sei presso a quella caldaja che bolle, devi inzuppar la testa drento e tirarla su subito.»—«O che mi vuoi fa' fare?»—«Fai quella capelliera drento nella caldaja e tirala su subito.»—Aveva dei capelli inanellati, una cosa veramente bella, Antonio. Approssimato Antonio a codesta caldaja che la vede bollire, dice:—«Eh, com'ho da fare a metterci i' capo drento?»—ci pensava.—«Diamogli retta!»—Apparisce lui senza paura, attuffa i' capo 'rento e lo ritira subito e si vede tutti i capelli inanellati d'oro. Ritorna dalla cavallina.—«Hai tu visto, come stai per bene, ora? Più bello assai che non eri!»—Ordine d'i' mago che la cavallina e' l'aveva da bastonare tre volte a i' giorno:—«I' cavallo tiemmene di conto.»—Dice la cavallina:—«Vedi, Antonio, devi prendere quella stanga. Dagnene a i' cavallo, dagnene, lascialo anche stramortito in terra, ma dagnene più che tu non hai forze nelle mani. Devi andare n'i' quartiere d'i' mago, ci troverai bussola, specchio e pettine e ci troverai un nerbo, e questo ch'è qui con una capocchia così grossa. Prendilo questo nerbo e vieni davanti a me.»—Dice:—«Sì.»—Questo nerbo e' doveva prendere, una bacchetta che teneva accanto a i' letto e a i' cavallo dargnene:—«Non vuol dir niente!»—Come di fatti Antonio fece.—«Via, ora; si deve andà' via. Affranca la porta. Presa tutta questa roba, montami a cavallo a me.»—Antonio monta a cavallo alla cavallina e si chiude la porta. Via, via, via, a spron battuto, l'andava questa cavallina! Il fatto si è che dopo d'i' tempo eccoti i' mago n'i' suo quartiere:—«Antonio! Antonio!»—Antonio non c'era costì.—«Come va?»—Va nella stalla, apre; vede i' cavallo quasi stramortito in terra, non ci vede più la cavallina.—«Ah!»—dice—«Antonio me l'ha fatta! Antonio me l'ha fatta! Antonio me l'ha fatta!»—Va su n'i' suo quartiere; non ci trova nè specchio, nè pettine, nè bussola, nè nerbo; non ci trova neppure la sua bacchettina che lui aveva, fatata:—«Ah birbante! mi ha messo in mezzo!»—Quel cavallo, i' mangiare che lui gli faceva dare e tutto, ogni cinque minuti gli faceva cento miglia. Lui frusta i' cavallo per via che si rizzasse. Poera bestia! si rizza! ma ricascava giù. Ti prende due fiaschi di vino, d'i' meglio che lui avesse, e gli comincia a fa' de' bagnoli. Bagna oggi, bagna domani, bagna doman l'altro...—«Poerino! Guardiamo se si può trottare.»—Franca la porta, va per vedere se si può trottare, i' cavallo gli ricasca giù. E bagna di bel novo, e bagna di bel novo, consumò non so quanti barili di vino. Si riprovò a montar su.—«Trotta! trotta!»—i' mago gli diceva a i' cavallo—«Trotta, trotta.»—Poera bestia, gli trottava, ma non come gli avrebbe dovuto: gli era tutto percosso. Comincia un pochino a assodarsi. La cavallina:—«Antonio!»—«Cosa vuoi, cavallina?»—che lui gli era sopra.—«C'è il mago sai, dietro.»—«Cosa devo fare, cavallina?»—Butta in terra i' pettine.»—Butta in terra i' pettine; gli viene un bosco folto, che quasi quasi non ci passava nemmeno l'aria. Fece sì tanto i' mago con le sue sclanfie che aveva nelle mani, cominciò a buttare a terra tutto i' bosco. Butta giù, butta giù, butta giù, venne i' momento che venne a passare tutto i' bosco così folto. Dice la cavallina:—«Oh Antonio! e' ci è i' mago, dietro, un'altra volta.»—«che ho io a fare, ora, cavallina mia cara?»—«Butta giù lo specchio in terra.»—Butta giù lo specchio e gli viene una montagna crepitosa. I' cavallo non ci potea salir di certo, e poi fornita gli era questa montagna di porcherie, che quando eran saliti, sdrucciolava giù. Sdrucciola oggi, sdrucciola dimani e ce la passa poi alla fine.—«Antonio?»—«Che c'è'?»—«C è i' mago. Butta giù la bussola!»—E butta giù la bussola. E apparisce un'altra montagna più crepitosa che di quella dello specchio. Ma anche quella e' la passò e andò dalla parte di là per volerli agguantare, tanto la cavallina, quanto Antonio.—«Antonio? E' c'è i' mago un'altra volta. Ma senti, tu non hai la bacchettina fatata? Prendi e batti. Sentirai dire: Comandi, signore. Devi comandare che apparisca una montagna crepitosa, tutta coltelli.»—Antonio gli ubbidisce e fa apparire una montagna crepitosa, tutta temperini, coltelli, rasoi, trincianti, bene affilati e tutto. I' mago che si vede apparire chesta montagna:—«Birboni! me l'hanno fatta! me l'hanno fatta!»—Andava per voler ingegnarsi di voler salire, e ora gli cascava un dito, ora quell'altro. E gli era un pezzo in su quasi per strapassarla, gli si stacca dove s'atteneva con un dito a due rasoi, gli vien di sotto e s'affetta i' mago come una rapa. La cavallina:—«Tu non sai, Antonio? Si pole andare placidamente ora. Non importa più che io corra gran cosa, perchè i' mago non esiste più nin chesto mondo. La prima locanda che te troverai, fermati; perchè ci s'ha a rinfrescare, pernottare e tutto. Ma bada con questo che quel che mangi te, voglio mangiare anch'io; e accanto a i' tuo fianco m'hai a tenere, tanto a mangiare, quanto a dormire e tutto.»—Dice Antonio:—«Cara cavallina; noi siamo prossimi a una locanda e anche a una locanda regia.»—«È quello che io bramo.»—Si ferma questo signore a questa locanda. Vanno a prender la cavallina:—«Grazie, grazie: fermi! La cavallina che non sorta da i' mio fianco.»—«Non si può mettere nella rimessa, con rispetto, nella stalla?»—«No, no, no! deve stare accanto a i' mio fianco.»—Entra nella sala di pranzo, entra, si pianta la cavallina accanto a i' suo fianco sur un divano a sedere. Gli portava da mangiare, gli dava da bere, la custodiva in tutto. Dice:—«La camera! preparatemi una camera.»—Dicono i camerieri:—Guardiamo un pò se la mette a letto la cavallina.»—In camera in dove devo stare io, accanto a i' mio letto ci deve stare un divano grande; se non basta uno, anche due assieme; e sopra a riposare la cavallina accanto a i' mio fianco.»—Il fatto si è, accomodata la camera d'Antonio, accomodato per riposare la cavallina:—«Potete chiudere i' quartiere e di drento cercherò io di mettere i' mio segreto[4].»Andato via i servitori, si chiude drento co' i' segreto, Antonio. Dice la cavallina:—«Caro Antonio, io qui non ci voglio dormire. Antonio, sai? voglio dormire n'i' letto tuo, in dove stai te, e si farà la coppia fra noi due.»—Dice:—«Una coppia di calci!»—Vanno a letto. Dice la cavallina:—«Alzati Antonio!»—Antonio s'alza:—«E che devo fare?»—«Prendi i' nerbo d'i' mago in mano. Cingitelo bene alle mani; e vieni di drieto a me. Ma senti Antonio, se te non fai questa operazione come devi, siamo traditi tutti e due.»—«Traditi tutti e due? E come debbo fare?»—Devi prendere il nerbo. Quanta forza che tu ti trovi addosso, cerca a darmi tre colpi fortissimi n'i' bel mezzo a i' codrione.»—«Ma ti farò male, sai, cavallina?»—«No, no; tu non mi fai più niente. Anzi più sode che me le dai e più meglio[5] è per me.»—Antonio si mette a far quest'operazione; ma con le lagrime agli occhi perchè temeva di non le far male. E quella si raccomandava perchè gnene desse con quanta forza aveva nelle mani. Fatto si è, Antonio le dà tre colpi ne i' bel mezzo a i' codrione, viene a squarciarsi un pezzo in qua, un pezzo in là e si viene a scoprire una bellissima femmina, che pareva che fosse di latte e sangue. Mangiato, avevano mangiato; se ne andiedono a riposare. La mattina a bon'ora si alza Antonio e dice:—«Ebbene, ora, bella femmina, con che ti devo vestire?»—«Non hai la bacchettina costì?»—Picchia la bacchettina; sente dire:—«Comandi!»—«Comando che sia rivestita da quello che lei si merita.»—A tutto in un tratto la vede tutta codesta bella femmina rivestita da Regina, con la corona in testa e tutto.—«Sai cosa devi fare? Ora devi battere la bacchettina fatata che te hai dell'Orco e comanda di essere straportati tutti e due in Portogallo.»—Figlia d'i' Re di Portogallo gli era; che di faccia a i' palazzo d'i' suo signor padre batte la bacchettina fatata e fa uscire un bellissimo palazzo sulle Meraviglie, di faccia a quello d'i' suo signor padre, alle dodici e mezzo di notte, con servitù e tutto. Un palazzo bene ammobiliato! Antonio batte con quella bacchettina:—«Comandi signore.»—«Da mangiare d'i' meglio che ci pol'essere, da Regina com'ella è!»—Si mettono a mangiare tutti e due. Non istorno ad andare a riposarsi; essendo una cislonga di qua e una cislonga di là, si mettono tutti e due sdrajati in queste cislonghe, di faccia a i' terrazzino de i' signor padre. I' maggiordomo, la mattina che si alza, va a i' balcone; a un tratto:—«Ahimè, che affare è questo?»—e vede che avevano nella nottata stampato un palazzo sulle Meraviglie; I' maggiordomo tanto mira quella donna e quell'omo (due be' giovani tutti e due, ma belli! tanto belli!), che gli rimasono impressi intorno a i suoi occhi d'i' maggiordomo. Corre i' maggiordomo alla camera d'i' Re:—«Maestà! Maestà! Maestà!»—A un tratto si sveglia e dice:—«Cosa c'è? cosa c'è? cosa c'è?»—«Ah una gran bellissima meraviglia, Maestà mia cara. Di faccia a i' suo palazzo è stato fabbricato un palazzo sulle Meraviglie nella nottata. C'è due bellissimi giovani. Se è moglie e marito questo io non lo so. Ma è un gran bellissimo giovane, con capelli d'oro tutti inanellati e una gran bellissima femmina.»—«Fai lesto a farmi vestire; voglio vedere quaiccosa ancora io»—fa i' Re. Vestito che è, va insieme co' i' maggiordomo.—«Vede, Maestà?»—«Oh che belle creature che son quelle, maschio e femmina: fanno proprio innamorare.»—E i' Re si sentiva brillare i' suo core dall'allegrezza, di mirare quella bella femmina: chè, si vede, i' sangue tirava. Era sua figlia, ma lui non lo sapeva. Chiama un servitore suo, Fido, e lo manda su i' Ponte—Vecchio[6] da i' suo orefice, che gli portasse una cassetta de' più bei vezzi che lui avesse, ricchissimi. Porta la cassetta l'orefice a Sua Maestà, che sceglie un vezzo dei più ricchi che lui avesse, lo mette in un vassojo di argento e ne manda a fare un regalo a questa bellissima femmina. Il Guardaportone che v'era alla porta, dice:—«Dove va Lei?»—«Si può andare da questi signori a fa' visita?»—«Sì. Aspettate, che passo parola!»—Passa parola.—«Dite che passi!»—Passa Fido, sale:—«Signori, si compiacciano che io possi passare?»—«Passate, passate, passate;»—tanto lei che lui.—«Sua Maestà Le manda questo piccolo regalo. Scuserà che lui ha preso questo ardire.»—«Oh! Oh! anzi! che è stato a incomodarsi. Ringraziatelo fortemente.»—Lei gli fa:—«I' avrei piacere molto che con le sue gentilissime mani me lo piantasse a i' collo i' Re.»—«Io gli porterò l'imbasciata e sentiranno la risposta che i' Re gli manderà.»—Va da i' Re e gli dice:—«Questo e questo, Maestà, m'ha risposto. La ringrazia infinitamente, ma gradirebbe che Lei con le Sue mani gnene mettesse a i' collo.»—«Benissimo!»—dice i' Re:—«È quello che io ci avrò piacere. Sai, devi ritornare là e dirgli che indispensabilmente che domani a ore quattro, gradirei che fossero a pranzo da me, se lo vogliono accettare.»—Va i' servitore, prende licenza da i' Re e gli porta l'imbasciata a questi due giovani.—«Si gradisce con tutto i' vero core di venire a pranzo da Sua Maestà; è quello che si brama. Anzi, venite qua. Tieni, questo è i' vassojo e questo è i' vezzo. Riportalo addietro; che oggi quando verrò a pranzo, Sua Maestà con le sue proprie mani me lo metterà a i' collo. E ringraziatelo di bel novo.»—Quando l'è l'ora, Sua Maestà fa attaccare la carrozza a sei cavalli, la carrozza più bella di gran gala che lui avesse, per andare a prendere questi giovani. Entra in carrozza e non fa altro che svoltare e accostarsi a i' palazzo di questi due giovani. Dato di braccio la servitù a i' Re, che scendesse di carrozza e salisse la scala d'ingresso, per entrare nel palazzo di questi due giovani; entra nella sala in dove l'erano a sedere. Dice Sua Maestà:—«Signori, ben trovati.»—«Oh Sua Maestà!»—Si rizzano tutti e due; si rizzano per fargli la sua riverenza e tutti i suoi complimenti e tutto.—«State pur fermi. Ora è i' tempo di partire di qui ed entrare ne' miei appartamenti, d'i' mio real palazzo.»—«Signore»—la fa la femmina—«ora che sono arrivata nel vostro appartamento mi farete il regalo di mettermi il vezzo che mi avete mandato.»—«Più che volentieri. Fido!»—Siccome questa bellissima femmina faceva tanto per farsi riconoscere al padre che l'era sua figlia, perchè l'aveva un segnale nel collo, prossimo alle reni, d'una voglia d'un bellissimo granchio; si leva i' velo che aveva a i' collo. Eccoti i' padre che Fido gli avea portato i' vassojo con i' vezzo; prossimo a lei ci era una bellissima sieda; che i' padre prende i' vezzo per mettergnene a i' collo, quando gli è di dietro per fermargnene con la fermezza e tutto, a un tratto fa:—«Ohimmè!»—e si sviene.—«Uh! che è seguìto? cosa c'è? cosa c'è?»—«Portate roba da far rinvenire Sua Maestà!»—Rinviene:—«Se non fussi diciott'anni che mia figlia è fori della mia reggia, che rimase incantata da un mago, direi che fosse mia figlia, direi.»—«Signor padre, m'inchino davanti a Lei.»—Si rizza e s'inginocchia davanti a lui.—«Sei mia figlia, proprio?»—«Sì, mio padre, che io sono Sua figlia proprio. Chesto è stato i' mio liberatore, che due suoi propri fratelli, i' mago che incantò me, gli squartò tutti e due,»—e gli racconta tutt'i' caso com'era seguito, lei. I' Re:—«Bravo Antonio! Bravo Antonio! Bravo Antonio! Dunque sarà, figlia mia, il tuo legittimo sposo.»—«Crederei a meno, signor padre.»—I' padre te l'abbraccia e te la bacia dalla contentezza.—«Ora è l'ora d'andare a pranzo,»—fa i' Re.—«Ci anderemo a pranzo, ma un momento!»—fa i' giovane.—«So molto bene che è vivente ancora i' mio poero padre. Voglio, qui assolutamente, carissimo socero, che sia a pranzo, ancora lui.»—«Dove si va a prenderlo?»—«In un momento lo farò venire in questo palazzo.»—Entra nella sala d'udienza la sposa, la sposa che doveva essere e i' Re vecchio, i' padre della ragazza. Lui prende la sua bacchettina che aveva sempre accanto a i' fianco e la batte. Battuta che l'ebbe, si sente dire: Cosa comanda?—«Comando che n'i' mio palazzo sia apportato a i' momento i' mio povero padre.»—Apparisce i' suo povero padre, con una barba che gli arrivava a i' ginocchio, vecchio decrepito da i' dispiacere di aver perso tutti e tre i suoi figlioli.—«Signori, Maestà!»—si mette inginocchioni—«cosa comandano? Sono mezzo fori di me.»—«Poero vecchio!»—fa Antonio,—«n'avevi tre de' figli, eh? Come si chiamavano?»—«Uno Gigi, uno Francesco e uno Antonio.»—«E dovresti, buon vecchio, riconoscere vostro figlio Antonio. Lo riconosceresti?»—«Altro s'io lo riconoscerei! Nell'essendo n'i' podere tra di loro fratelli, facevano i' chiasso, cascò all'indietro e si fece una fitta nella testa sopra un sasso[7].»—Antonio che si leva i' cappello, gira la testa. I' padre:—«Se non credessi che voi fussi un Re, direi che voi fusse mio figlio Antonio.»—«Sì, carissimo padre, che io sono vostro figlio Antonio.»—Che benchè avessi quella barbona lunga che gli passava i' ginocchio, fa un salto, abbraccia i' padre e lo bacia.—«Dimmi un po', Antonio, e i tuoi fratelli?»—«Eh, carissimo padre, abbiate da sapere che questo ignorante di ortolano era un mago. Sapete? me li fece vedere tutti e due squartati n'i' mezzo.»—«Ah poeri miei figli! poeri miei figli e poeri miei figli!»—«Badate, carissimo mio padre, non esistono più a i' mondo i miei fratelli, ma neppure esiste più i' mago. Tanto ho fatto, che l'ho fatto morire. Alò[8], guardie, servitori e tutti, prendete i' mio poero padre, mettetelo in un bagno e lavatelo da capo a piedi e levatigli tutta quella barbaccia che lui ha davanti. Rivestitelo da gran signore da capo a piedi. Mettetegli una bella croce da cavaliere e lo spadino a i' fianco. Ora è i' momento d'entrare a pranzo.»—Se ne vanno a mangiare e bere. I' giorno agli spassi, divertimenti e tutto. Tornati dallo spasseggio entrano n'i' suo real palazzo. Feste per un par di mesi. A tutti i poeri della sua città, diedono pane, vino e carne; e se ne stettero, e a me nulla mi dettero.[9]

NOTE

[1] Variante della fiaba precedente. La prova di antropofagia si ritrova specialmente nelle tre novelle siciliane citate: Lu Scavu, La manu pagana, Ohimè. Gli ostacoli che assicurano la fuga si ritroveranno in Le due Belle—Gioje della presente raccolta. Vedi.

[2] Specie d'imprecazione che il narratore manda al mago. Nota che mago qui deve valer quanto Orco. Già l'Orco in tutti i dialetti lombardi si chiama: El mago.

[3] Probabilmente dispotico.

[4] Equivale a quel che a Napoli si direbbe mettere il lucchetto. Ma veramente le toppe son di solito fatte in Toscana diversamente che in Napoli. Nel Napoletano d'ordinario la serratura ha due buchi, uno da ciascuna parte dell'uscio, e chi vuol chiudersi in camera, toglie la chiave dal buco esterno e la mette nello interno e dà poi la mandata. In Toscana invece le toppe per lo più hanno un buco solo dalla parte di fuori e chi vuol chiudersi in camera, con un piccolo ingegno ferma la stanghetta in guisa che dallo esterno non lo si può più mandare indietro neppure con la chiave. Questo ingegno appunto si chiama segreto.

[5] Più meglio, più peggio, son generalmente usati in tutti i dialetti italiani, e non ne manca esempli negli scrittori. G. B. Basile, Le avventurose disavventure, Att. I, sc. 1.

Che vita più peggior credo non sia
Del pescator, ch'ogni ora
Nel mobil flutto la sua vita arrischia.

[6] In Firenze, sul Ponte Vecchio, di qua e di là son tutte bottegucce d'orefici e giojellieri.

[7] Un contrassegno identico, che serve poi a distinguere il segnato dal suo Menecmo o Simillimo, si trova nella Cerva fatata, trattenimento primo della giornata nona del Pentamerone. Ed eran di moda simili trovati nelle commedie, quando le finivan presso che tutte con agnizioni. Dico il medesimo di quella voglia del granchio, per cui la principessa è riconosciuta dal padre.

[8] Alò, suvvia. Per fermo dal francese Allons.

[9] Non so resistere alla tentazione di appor qui una annotazioncella interpretativa, contra il mio proposito. In questa fiaba è contenuto un mito solare evidentemente. Il mago è l'inverno; Antonio è il sole; la Principessa è la terra che per opera del sole smette il lurido ammanto che ne copriva le bellezze. Tutti i particolari ritraggono di questo carattere, compresi i capelli d'oro d'Antonio e la voglia che allude a un segno del Zodiaco.


III.

LA VERDEA[1].

C'era una volta un legnajolo di corte, e aveva tre figliole. Queste eran ragazze. Dunque il Re gli comanda di andare a fare un lavoro fori via, ma di molto; per cinque o sei anni. Quest'omo non poteva dire:—«Non ci vado!»—A voler mangiare!... Ma gli rincresceva d'andarsene lontano, in un paese, per affare di quattro o sei anni di lavoro. Torna a casa dalle figliole tutto inconsolabile, afflitto; e gli dice:—«Ragazze, Sua Maestà m'ha ordinato questo lavoro. Bisogna ch'io vada via, ch'io vi abbandoni. Ma voglio una grazia da voi.»—«Qual'è, babbo,»—dice—«la grazia?».—Che voi vi contentiate ch'io vi muri l'uscio.»—Dice:—«Oh come questo è, noi siamo contentissime!»—E così quest'omo fa murare la porta. Gli mette tutto tutto tutto quello necessario; gli lascia quattrini; e gli dice:—«Prendete questo bel paniere grande, e la fune del pozzo. E quando passa questi omini che vendon la roba, calategnene, e comprate quel che volete e così mangerete. E addio!»—«Addio!»—Le bacia: potete credere, gua', che pianti! E gli fa finire di murare la porta, perchè ne avea lasciato un pochino per passare; e si mette in viaggio[2]. Lasciamo che Sua Maestà stava dalla parte di dietro del palazzo, affacciato alla finestra. Ed appunto rimaneva di faccia alle finestre di queste ragazze; e le erano tutte e tre alla finestra sulle ventitrè, facevano per prendere un po' d'aria. Gli vien voltato l'occhio per caso e vede queste tre belle ragazze; che l'eran proprio di latte e sangue, belle! Non istà a dire:—«Che c'è stato?»—La mattina si veste da poerone con un paniere di fila d'oro, e va girando:—«I' ho le belle fila d'oro! I' ho le belle fila! I' ho le belle fi'!»—E le ragazze dice:—«Si chiama quest'omo? Intanto che si sta chiuse si farà un bel lavoro, via.»—Lo chiamano; e lui:—«Comandino, cosa vogliono, signore?»—«Quanto le fate le fila d'oro?»—Gli dice il prezzo e loro gli calano i quattrini. Cari l'erano: il prezzo proprio non lo so, ma potrei anche dire immaginandolo. Dirò uno zecchino.—«Ma badino»—dice il Re—«le pesan di molto.»—«Eh!—dice loro—«siamo in tre! «Diamine, che in tre non s'abbiano a potere?»—E che ti fa, lui? S'attacca alla fune, al paniere; e su. Loro credon che le sian le fila d'oro che pesano e invece gli era il Re proprio. Loro, quando vedono che gli era un omo, loro non raccapezzano, no: lo volevan buttar di sotto. Ma lui disse:—«Ferme! sono il Re!»—e s'afferrò alla finestra.—«Avendo saputo che voi èrate sole, son venuto a farvi compagnia.»—Queste ragazze, potete comprendere, vergognate in quel momento, perchè poere; e dissero:—«Maestà, perdonate: noi siamo poere ragazze. Non vi si pol ricevere com'è il vostro merito. Ci vorrebbe altro!»—«Ah!»—dice—«Niente, niente! Io non ricerco la ricchezza. Io vengo da voi perchè di certo so che siete tanto bone ragazze. Ed io vengo per passare un'ora con voi. Quanto mi rincresce»—dice—«che non ci sia vostro padre! perchè io do tre festini: e m'incresce, perchè voi poerine non possiate venire.»—Le fanciulle gli fanno i complimenti:—«Troppo garbato, Maestà, troppo garbato.»—«Ma»—dice—«quando ci sarà vostro padre, io ne darò degli altri ed allora vo' ci verrete.»—Si trattenne un altro poco, un'altra mezz'ora, dirò; e poi gli dice:—«Addio, addio a domani.»—Si rimette nello stesso panierino, e loro lo ricalano con la stessa fune, come gli è salito. Lui va al palazzo e le ragazze rimangon lì chiacchierando di questa cosa. Dice la minore:—«Che credete che questa sera vo' non abbiate a calarmi?»—a calar giù ancora lei.—«A fare icchè»—dice le sorelle—«ti s'ha a calare?»—«Voi mi dovete calare e non ricercare quel ch'io farò.»—Dunque insisteva. Loro di no; e lei sempre:—«Voi mi calerete, vo' m'avete a calare.»—S'erano stancate: dicevan di no e lei la diceva sì.—«Vuoi calare? e tu cala!»—e con la fune la calarono. Questa ragazza l'avea preso un paniere grande. Va all'usciolino secreto di Sua Maestà. Sta in orecchi; non sente nessuno. Lesta lei principia a salire e entra nella cucina. E siccome[3] tutte le guardie erano a guardare, sapete bene, là dove s'appartiene, qua non ci pensavan neppure. Che ti fa? La prende tutte le meglio robe, tutto arrosto, potete immaginare cosa ci sarà stato! e mette tutto nel paniere la meglio roba. E poi l'altra roba, quello che era rimasto lì per Sua Maestà, tutto cenere e acqua, la gnene sciupò tutta. E poi la va via, e va in cantina: prende i meglio vini, le meglio bottiglie, tutte le qualità che lei poteva prendere. E poi dà l'andare a tutte le botti, bottiglie e tutto quel che rimase; e vien via. Corre verso casa.—«Tiratemi su! tiratemi su!»—alle sorelle.—Eccoti le sorelle la tiran su: e videro un paniere di roba, pieno d'ogni grazia di dio. Gli domandano:—«In che maniera?»—E lei:—«Zitto! ve lo dirò. Serrate le finestre e ve lo dirò!»—Serrano e gli dice:—«Io sono stata così da Sua Maestà. Ho fatto questo e questo. Ho preso tutta la meglio roba; e poi ho spento con cenere la roba da mangiare ch'era rimasta. E poi ho dato l'andare alle botti.»—Dice le sorelle:—«O cos'hai tu fatto!»—«Pensiamo a mangiare»—dice—«e non pensiamo ad altro.»—Venghiamo a Sua Maestà che di certo dopo aver ballato, ordina che gli sia messo in tavola: in tutti i festini ci è il suo buffè. Vanno i cuochi in cucina e trovan questo spettacolo. Rimangon più morti che vivi, addolorati molto, perchè non sapevan loro quel che dovevano andare a dire a Sua Maestà. Sua Maestà insisteva:—«Mettete in tavola!»—Allora un di quelli disse:—«Maestà, abbiate la bontà di venir con noi, e vedere la disgrazia che n'è seguita.»—«Ah bricconi!»—dice—«Traditori! Uno di voi gli è che m'ha fatto questo spregio!»—Loro gli si buttano ai piedi piangendo:—«Maestà, noi siamo innocenti!»—«Ah!»—dice—alzatevi. Almeno andate in cantina a prendere qualcosa da bere.»—E va da' signori e dice:—«Signori, ci è questo e questo. Si contenteranno di rinfrescarsi. Ormai la disgrazia qui c'è: qualche astro maligno, qualche fata che mi vol male assoluto.»—Gli òmini di corte vanno alla cantina e trovano il lago, più di mezz'omo. Urlano!—«Maestà, abbiate bontà di venire con noi, perchè...»—Va giù e vede tutto un lago, tutto buttato. Torna in su e dice a' signori:—«Signori, abbiano bontà. Veggon bene, non ho neppure da dar loro a rinfrescarsi. Questi birbanti chi sono?»—E piangeva per la vergogna.—«Ma domani sera, signori, metterò le guardie doppie. Così non seguirà. Perchè il primo che io posso scoprire, il pezzo più grosso dev'essere un chicco di rena. Questo ladro, questo birbante...»—I signori si licenziarono a corpo voto e Sua Maestà si mette a piangere; e pianse tutta la notte dicendo sempre:—«Sconta[4] delle mie bambine, che mi voglion tanto bene, con questi traditori che mi voglion tanto male.»—Venghiamo alle ragazze.—«Oh!»—dice—«tra poco c'è da aspettarselo, Sua Maestà; c'è da vederlo, gua', chè ce lo promesse. Non facciamo vistosità che s'è fatta questa cosa.»—E così, dopo un quarto d'ora, Sua Maestà:—«Ho le belle fila d'oro![5]»—«Eccolo!»— dice. Gli calan la fune, e lui vien su; afflitto, con gli occhi rossi.—«Maestà, cos'avete oggi?»—gli dicono.— «Ah le mie bambine, ora vi conterò quel ch'i' ho,»— dice.—«Vi ricordate voi ieri che io dissi, che io dava tre festini?»—«Sissignore.»—«Abbiate da sapere che ieri sera all'ora che io doveva far mettere in tavola, i miei vanno in cucina e trovano tutta la roba con cenere e acqua, tutto straziato, ma uno strazio impossibile a dirlo. Loro rimasero più morti che vivi, questi miei servitori. Io insisteva che mettessero in tavola. Allora si buttarono ai piedi e dissero: Maestà, venite a vedere il caso brutto che è seguito. Ed io gli dissi: Ah, traditori, bricconi, uno di voi siete. Loro si gittarono ai piedi e conobbi bene la sua innocenza. Ma qui un astro maligno c'è, o una fata; o un traditore c'è. Ma se io lo scopro dev'essere più grosso un chicco di rena della sua persona! dev'essere spezzato più fine che un chicco di rena.»—«Ma come si fa a fare queste cose?»—gli rispondono le ragazze.—«Mentre che il Re è tanto il bon signore. Come si fa a fargli questi strazii di buttargli la roba?»—«Oh, ma stasera ci sono le guardie doppie, oh!»—Egli fa come a dire, gli pare d'averla tra le mani questa persona. Si trattiene un altro poco, poi se ne va:—«Addio, addio, a domani.»—Quando gli è verso le ventitrè, dice la sorella minore:—«Che credete voi che non abbiate a calarmi stasera?»—Dice le sorelle:—«Oh questa sera poi, non ti si calerà davvero. Avresti aver sentito! Gli ha detto, s'egli scopre questa persona, gli ha da essere più grosso un chicco di rena. Noi non ti si cala.»—No e sì, no e sì, bisogna che la calino, son costrette a calarla. Quando l'hanno calata, lei via dall'usciolino solito. Sta in orecchi, cheh! non sente un'anima. Tutti erano attenti dove potevan credere che venivan le genti, ma di qua non c'era nessuno, non sapevan dell'usciolino segreto. La ragazza lo sapeva, perchè gnene aveva detto suo padre. Prende tutta la roba più dell'altra sera, perchè c'era più roba e più squisita; e fa l'istesso: quello che rimane tutto cenere ed acqua e tutto un piaccicume. Va alla cantina e piglia la meglio roba che ci possa essere, mah! bottiglie più squisite, sempre più della prima volta. La dà l'andare alle botti e poi la scappa a casa.—«Tiratemi su, tiratemi su!»—Va su; e le si mettono a mangiare in festa, tutte allegre. Venghiamo a Sua Maestà, che dice ai signori:—«Questa sera non è come ieri sera, no! Io ho messo le guardie doppie.»—«Mettete in tavola!»—dice ai cuochi, alla servitù. Vanno in cucina e trovano peggio dell'altra sera: tutto cenere, acqua; un marume.—«Maestà»—dice—«abbiate la bontà di venir di qua da noi.»—«Ahn? forse ci sarebbe lo stesso tradimento?»—«Maestà, venite a vedere.»—«Ah traditori, ora poi conosco che siete voi davvero. Con le guardie doppie non è entrato qui nessuno.»—Questi urlavano appiedi:—«Maestà, salvateci! siamo innocenti.»—Maestà dice:—«Qui c'è qualcheduno che mi vole un male a questo punto! Alzatevi, io vi perdono. Andate almeno in cantina: questi signori scuseranno, e si contenteranno di rinfrescarsi.»—Vanno alla cantina, e se la prima sera gli veniva sin qui a mezza persona, questa poi non si poteva neppure entrare, si affogava dal lago. Maestà è costretto a dire a que' signori:—«Vengano a vedere la disgrazia che ho addosso. Non solo... ma che quest'astro maligno vi sia e di non lo potere scoprire!»—E quei signori ebbero a andare con le trombe nel sacco, come si suol dire, senza prender niente, quella seconda sera.—«Ma»—dice il Re—«domani sera ci sto in persona io.»—Vanno via. Venghiamo al Re che dà in un dirotto pianto. Piange sempre dicendo:—«Le mie povere bambine quanto mi voglion bene, e questi traditori quanto mi voglion male!»—Venghiamo alle ragazze.—«Oh!»—dice—«badate! Non ci sarà molto, che ora verrà Maestà. Procacciamo di non fare vistosità, sennò noi siam morte.»—E così dopo mezz'ora, ecco Maestà con le fila d'oro: non avea nemmanco fiato.—«Oh»—dice—«eccolo! coraggio!»—Calan la fune e lui va su, più morto che vivo.—«Felice giorno, Maestà. O come va? che si sente male?»—Un viso gli aveva, morto. Dice:—«Ah le mie bambine, voi non sapete! Iersera fu peggio dell'altra sera il tradimento.»—«Ah, ma come mai, signore? gli è tanto il bon signore! che gli debban fare queste cattività?»—«Eh, ma stasera ci sto in persona. Non ci sarà scusa. Eh se lo posso avere!... se io posso scoprire!... vi replico quel ch'io vi dissi: il chicco d'arena dev'essere più grosso di questa persona quando lo mando in tritoli.»—«Oh l'ha ragione! È tanto il bon signore!»—le replicano. Sua Maestà va via dopo essersi trattenuto un'altra mezz'ora. Ci era andato per passarvi un'altra mezz'ora, non per fin di nulla, via. Quando gli è andato via:—«Che credete che stasera non mi abbiate a calare?»—disse la minore di tutte.—«Ah che non ti si cala davvero noi, stasera. Non ti si cala; e si scriverà al babbo in qualche maniera, perchè noi non si vole di queste cose.»—Che volete? Sì, no, si, no; furono costrette a calarla anche stasera. Figuratevi, entra nell'usciolino: chè se la prima sera ci era d'ogni bene di dio, l'ultima non si pole spiegare, ecco! Prende il suo paniere e comincia a metter roba, tutta la più meglio che ci fosse. L'altra, fa il solito: tutt'acqua e cenere; la mette giù nel camino tutta sciupata come l'altra sera. E va in cantina. Scende in cantina, prende il meglio vino e le bottiglie le migliori[7], poi si volta e vede un vaso di verdea. Lesta lei, lo prende e lo mette nel panierino. Dà l'andare alle botti, poi lesta a casa:— «Tiratemi su, tiratemi su!»—La va su a mangiare con le sorelle. Lasciamo là quelle che sono in gaudeamus, a cenare come principesse, e venghiamo a Maestà che dice:—«Signori, stasera non sarà come l'altra sera: ci sono stato da me a guardare.»—E questi signori tutti contenti dentro di sè. Ora ordina di mettere in tavola. I cochi entrano in cucina e veggono più cento volte straziato delle prime sere. Più lesti andierono da Sua Maestà, perchè:—«Se stasera»—dice—«c'è stato da sè, non ci pole incolpare.»—«Maestà, venite a vedere.»—«E cosa c'è da vedere?»—«Venite a vedere»—dice. Va a vedere, che? figuratevi la cosa!—«Qui c'è un astro maligno, qualche fata che si gioca di me!»—Va dai signori:—«Signori, siamo alle medesime. Venghino a vedere anche loro!»—Poveretto, gua'. Vanno alla cantina, figuratevi, tutto un lago: non si vedeva proprio dove andare. Tutto cascato il vino e poi tutto mescolato. Dice a questi signori che gli abbino pazienza, ma che dei festini non ne dà più, perchè non poteva dar loro nemmanco da rinfrescarsi. Tutto un lago giù, non ci si raccapezzava nulla. Piangendo, sospirando, gli pareva mill'anni d'arrivare alla mattina, d'andare alle sue bambine. Dice:—«Le mie povere bambine quanto mi voglion bene, e questi traditori quanto mi voglion male!»—Per tornare un passo addietro, queste ragazze:—«Dove si metterà»—dice—«questo vaso di verdea?»—La verdea, l'è roba che si mangia come una conserva, io m'immagino; ma cosa sia appuntino io non so[8]. Le non ci avevan posto: pensano di metterlo sotto al letto, rimpetto alla finestra, questo vaso. Eccoti Maestà:—«Ho le belle fila d'oro! ho le belle fila! ho le belle fi'.»—«Eccolo, eccolo! per l'amor d'iddio non ci facciamo conoscere. Ci vuol coraggio, gua'.»—Calano il paniere, le funi solite; lo tiran su. Piangeva a calde lacrime.—«Oh Maestà! Ma cos'avete?»— lo vedevan troppo disperato.—«Ah quel ch'i' ho? Peggiore di tutte l'altre sere! Non basta essere stato da me in persona. Questo è qualche astro maligno o qualche fata. Ma io non ne darò mai più di questi festini.»—Discorrevano del più e del meno, loro dicendo sempre:—«Tanto bon signore!»—e sempre replicavano questa parola. Sua Maestà si è trattenuto altra mezz'ora, come il solito, da queste ragazze, e se ne va:—«Addio, addio, a domani.»—Nel mentre le ragazze lo calano, lui vede il vaso della verdea sotto il letto:—«Oh traditore!»—gli dice, e fa per ritornare su in casa. E loro lo buttano di sotto senz'altri discorsi. Chi lo buttò fu la sorella minore. Sua Maestà si fece un male, ma male passabile. Lascio considerare le ragazze maggiori come rimasero, dicendogli, alla sorella:—«Qualunque sia il caso, la rea tu siei te. Noi non ci s'ha colpa.»—Venghiamo a Maestà. Va nel suo quartiere e subito scrive al suo padre, delle ragazze, una lettera fulminante: che in due ore e mezza, lui fosse al palazzo, altrimenti, pena la testa. Lascio considerà' quest'omo nella massima disperazione, pensando a più cose e non sapendo perchè Sua Maestà gli avea detto per sei anni e in capo a pochi giorni lo manda a chiamare:—«Eh, qualcosa ci è!»—dice.—«Le mie figliole non possan essere, perchè gli ho murato l'uscio; impossibile!»—Si mette in viaggio, più morto che vivo con questa pena, con questo pensiero; e arriva al palazzo. Dice:—«Sua Maestà mi ha mandato a chiamare.»— E così Sua Maestà sente che gli è arrivato, dice:—«Fatelo passare.»—E passa quest'omo.—«Che mi comanda Sua Maestà?»—«Mettetevi a sedere»— dice. E quest'omo si mette a sedere.—«Ditemi, quante figlie avete voi?»—Lui, si sente una stilettata, perchè:—«qualcosa c'è sulle mie figliole!»— Dice:—«Tre, Maestà.»—«Bene: si potranno vedere queste tre figlie?»—«Maestà, quando Lei voglia. Ma si ricordi, che noi siam poverelli, noi. Non si pò riceverla come Lei meriterebbe di certo.»—«Non m'importa!»—disse Sua Maestà.—«Io bramo di conoscerle; ed una di loro la voglio in isposa.»—Quest'omo si butta a' piedi dicendo:—«Maestà, io sono un pover'omo. Impossibile che voi vogliate abbassarvi a prendere una delle mie figliole.»—«Oh io vi replico che una di tre io la voglio.»—«Allora,»— dice—«Maestà, mi permetterete che io faccia smurare l'uscio, perchè io gli ho lasciato l'uscio murato. E allora potremo andare.»—Va e fa buttare giù l'uscio, e va su dalle figliole, tutto... non sapeva nemmen lui quel ch'egli era.—«Oh babbo!»—Gli fanno le feste, lascio pensare.—«Oh babbo, ben tornato. In che maniera così presto?»—«Maestà mi ha mandato a chiamare, e io son dovuto tornare, eh. E mi ha detto:— «Quante figlie avete?»—Loro, figuriamoci, le maggiori, il suo core dove gli andiede:—«Ci siamo, gua'!»—«E io gli ho detto: Tre, Maestà; tre figlie ho.Si potrebbero vedere? Io gli ho detto: Maestà, sapete bene, noi siamo poveri; non vi si potrà ricevere secondo il vostro merito. E lui ha detto: Cheh! no, no, vi replico; io voglio vederle, perchè una di tre la voglio per isposa. Quella che mi vole.»—La maggiore dice a suo padre:—«Io no, io non lo prenderei davvero.»—La seconda:—«Neppure io, sa, babbo; perchè...»—La minore:—«Lo prenderò io»—dice.—«Io lo prenderò volentieri.»—Eccoti Sua Maestà che viene in casa con suo padre e va su, e si mette a parlare, a discorrere del più, del meno. Suo padre è costretto a dirgli:—«Sua Maestà una di voi vi accetta per isposa.»—La maggiore dice di no:—«Non per... ma che vole! ci vorrebbe altro! io non posso essere capace...»—La seconda l'istesso:—«Noi non siamo istruite, quel che Lei merita.»—La minore dice:—«Lo prenderò io, io sono contenta.»—Era lei che aveva fatta la mancanza. Ecco, conchiudono le nozze; fecero presto, in quattro o sei giorni. Così il giorno dello sposalizio, dopo l'anello, un momento di libertà ci vole. La gli dice alle sue damigelle:—«Io voglio fare una celia al Re.»—«Cosa, signora, vol fare?»—«Stai zitta. Io voglio fare una celia. Voglio far fare una donna tutta di pasta, e da qui in su tutta zucchero e miele: e poi ci siano ordinghi da potergli fare dire di sì e dire di no.»—Figuriamoci, non aveva finito d'ordinare che gli era bell' e fatta!—«Perchè la voglio mettere nel letto, voglio fargli una celia al Re. Come a dire invece d'io[9] che ci sia questa donna di pasta[10].»—Ed appena fatta, la fa mettere in letto con la berretta, tutta vestita, come se la fosse stata lei in persona. Dopo pranzo, dopo la cena, dopo tutta l'allegria, vien l'ora di coricarsi. E chiede lei d'andare prima un momento a letto. Invece di spogliarsi entra sott'il letto e si prepara con questi ordinghi, se mai, a tirare e a dire di sì e di no. Venghiamo a Maestà che dice ai servi:—«Non occorre che mi spogliate stasera: faccio da me.»—Entra in camera, e serra. E dice:— Briccona! Ti ricordi eh, quando io diedi tre festini e mi eran fatti quegli spregi; e che te andavi dicendo: è tanto bon signore!, traditora.»—Lei, sotto al letto:—«Sì, me ne ricordo.»—E tirava i fili, perchè dicesse la donna di pasta.—«Ah, te ne ricordi, eh?»—«Sì»—la dice.—«Me ne ricordo.»—«Adesso è tempo della mia vendetta.»—Prende la spada e va al letto e la ferisce; via, ferisce quella bambola ch'era lì coricata. E gli spruzza tutto zucchero e miele.[11] E lui sentendo dolce, zucchero e miele, comincia a dire:—«Oh Leonarda mia di zucchero e miele! se io ti avessi ora ti vorrei gran bene.»—Lei dice:—«Io son morta.»—Lo dice, gua'! con una voce flebile. E lui insiste:—«Ah Leonarda mia di zucchero e miele! se ti avessi ora ti vorrei un gran bene.»—E lei ridice:—«Son morta.»—Quando la vede che lui gli era veramente per ammazzarsi (lui s'ammazzava), la sorte fôra e dice:—«I' son viva, son viva!»—S'attaccano al collo, si baciano, si perdonano, e nessun seppe nulla, perchè rimase in loro. Se l'ammazzava davvero, era morta: ma fu celia. La mattina s'alzarono, come fanno il solito. Leonarda la fece venire il padre e le sorelle e li fa i primi signori del palazzo. E così una cosa di celia, le riuscì di divenire una Regina. E visse bene, ma ci vol di quelle furberie.

NOTE

[1] È sottosopra l'argomento della Sapia Liccarda, Trattenimento quarto della terza giornata del Pentamerone:—«Sapia co' lo 'ngiegno ssujo, essenno lontano lo patre, sse mantene 'nnorata co' tutto lo male esempio de le sore. Burla lo 'nnamorato, e previsto lo pericolo che passava, repara lo danno. Ed all'utemo lo figlio de lo Rre sse la piglia pe' mogliere.»—Variante della presente è la fiaba di questa raccolta, intitolata: La bella Giovanna. La chiusa di questa novella (cioè, l'episodio della bambola) è identica con quella dello esempio milanese seguente, che è una fusione di due cunti del Pentamerone, cioè della Sapia Liccarda e di Viola (Trattenimento III della giornata II.—«Viola 'mmediata da le sore, dappò assaje burle fatte e recevute da 'no prencipe, a despietto loro le doventa mogliere.»—)

LA STELLA DIANA[]

Gh'era ona voeulta on spezièe, che el gh'aveva ona tosa[ii]. L'era vedov, el gh'aveva minga mièe[iii]. El ghe voreva tanto ben a sta soa tosa; e lee, l'andava a imparà a cusì de biancheria in d'ona soa amisa. E sta soa amisa, ghe piaseva tanto i fior; la gh'aveva ona terrazza; e tutti i dopodisnàa[iv] l'andava a dacquà sti fior; e per contra gh'era on poggioeu[v] e gh'era semper là on scior. Lu el saveva, che lee, la gh'aveva nomm: Stella Diana. El ghe diseva:—«Stella Diana, quanti foeuj[vi] fa la soa maggiorana?»—E lee, la ghe dis:—«E lu, sur nobil cavalier, quante stelle gh'è in del ciel?»—Lu, el dis:—I stell che gh'è in del ciel non se pol contare.»—E lee, la ghe dis:—«La mia maggiorana non si può rimirare.»—E lu, el gh'aveva tant piasè de vedella de visin sta tosa, l'è andaa intes con quella dove l'era in casa lee; el s'è vestìi e l'ha fint de vess on pessee[vii], de andà là a vend el pess. Quella dove l'era in casa da laorà[viii], la ghe dis:—«Famm el piasè a toeu de quel pessin.»—E la ghe dis: cosse l'è ch'el voreva. E lu, el gh'ha domandàa on prezzi carissim. E lee, la gh'ha ditt che le voreva minga, che l'era tropp car. E lu, el gh'ha ditt de fagh on basin, ch'el ghe dava el pessin. S'ciao! lee, la gh'ha fàa el basin, e lu, el gh'ha dàa el pessin. Al dopdisnàa la torna anmò su la terrazza; e lu, el ghe torna a dì:—«Stella Diana, quanti foeuj fa la soa maggiorana?»—E lee, la ghe dis:—«E lu, sur nobil cavalier, quante stelle gh'è in del ciel?»—E lu, el dis:—«I stell che gh'è in del ciel non se pol contare.»—E lee, la ghe dis:—«La mia maggiorana non se può rimirare.»—E lu, el ghe dis:—«Per on pessin, la m'ha faa el basin.»—Lee, l'era rabiada perchè el gh'ha fàa sto scherz; e lee, la pensava de faghen vun a lu. L'ha miss ona bellissima zenta[ix] in vita, magnifica, e l'ha ciappàa ona mula, e l'è andada a cavall e l'è passada via dove el stava lu, a posta pe fass vedè, che la gh'aveva sta zenta inscì preziosa. E lu, l'ha veduda e l'ha ditt:—«Oh che bellezza d'ona zenta! come me piasaria, che la fuss mia!»—L'è andàa de bass, e gh'ha ditt cosse l'è ch'el voreva (perchè l'era vestida de omm) per quella zenta. E lu (che l'era lee vestida de omm) l'ha ditt[x]: che lu le vendeva minga; che chi ghe faseva on basin in del cùu alla soa mula, el ghe dava la zentura. S'ciao! e lu, l'ha guardàa, l'ha vedùu che gh'era nissun attorno e la zenta la ghe piaseva tant, el gh'ha fàa el basin, e l'ha ciappàa la soa zenta e via! l'è scappàa via subet. Al dopdisnàa tornen de capp: lee, in su la soa terrazza, e lu, in sul poggioeu. E lu, el ghe dis:—«Stella Diana, quanti foeuj fa la soa maggiorana?»—E lee, la ghe dis:—«E lu, sur nobil cavalier, quante stelle gh'è in del ciel?»—Lu, el dis:—«I stell che gh'è in del ciel non se pol contare!»—E lee, la ghe dis:—«Anca la mia maggiorana non si può rimirare!»—E lu, el ghe dis:—«E per el pessin, la m'ha faa el basin.»—E lee, la ghe dis:—«E per la zentura, el gh'ha basàa el cùu a la mia mulla[xi].»—Quand l'ha sentìi, che lee, la gh'ha faa sto desprèsi[xii], allora lu el pensa de faghen on alter anmò a lee. L'è andaa in dove l'era in casa lee a laorà e l'è restaa intèe de fagh on scherz. Al dopdisnàa, lee, l'ha faa per andà a cà, quand l'è in su la scala, gh'è i basej[xiii] con denter di sfor, di bus, che l'è la scala che sott ghe resta la cantinna. El se prepara là e menter che la passava el cascia su la man e el ghe tira la vesta. Lee, la diseva:—«Sura maestra, la scala mi tira, la scala mi lascia: gh'è nissun che mi abbraccia?»—Lee, la maestra, l'amisa, la diseva:—«Va, va, che la scala ti lascerà.»—Lee, adess la s'è ammalada e l'è stada on poo de temp senza podè andà a la soa scola. Dopo l'è andada e torna la stessa storia sulla terrazza. Lu, el ghe dis:—«Stella Diana, quanti foeuj fa la soa maggiorana?»— E lee, la ghe dis:—«E lu, sur nobil cavalier, quante stelle gh'è in del ciel?»—E lu, el ghe dis:—«I stell che gh'è in del ciel non se pol contare.»—E lee, la ghe dis:—«Anca la mia maggiorana non si può rimirare.»—E lu, el ghe dis:—«Per el pessin, la m'ha faa el basin.»—E lee, la ghe dis:—«Per la zentura, l'ha basàa el cùu a la mia mula.»—E lu, el ghe dis:—«Sura Maestra, la scala mi tira, la scala mi lascia; gh'è nissun che mi abbraccia? Va, va, che la scala ti lascerà.»—Lee, la sent sti robb tutta rabbiada, la pensa de faghen vunna pussèe[xiv] bella. Donca la va a cà del so papà e la ghe dis de faghel sto piasè, de dagh di danèe:—«ma tanti, perchè ghe n'hoo de bisogn.»—Lu, el ghe dis:—«Cosa te n'hê de fann?»—Lee, la dis:—«Tel diròo, quand gh'avaròo faa, quel che gh'hoo intenzion de fà mi.»—E l'è andada e l'ha pagaa di servitor de la casa in dove el stava lu, per lassalla entrà ona sera in di stanz in dove stava el so padron. E lee, la s'è missa on lenzoeu in testa, bianch; ona gran torcia in man e on liber; e al moment che l'entrava in stanza de lu l'ha pizzaa sta torcia. E lu, a vedè sta fantasma tutt'on tratt, con sto ciar a comparì, el s'è stremìi.—«Questa l'è l'ultima ora de la toa vita: ti te devet morì!»—E lu, tutt stremìi, el diseva:—«Morte mortina, lasciami stare, che son giovinetto; va da mio padre ch'è più vecchio di me!»—E lee, la ghe diseva:—«No, questo è il tuo momento e non è il momento di tuo padre![xv]»—E poeu l'ha smorzaa[xvi] la soa torcia, e via la gh'è scomparsa. Lu, el pessèga, el sona el campanin e el dimanda la servitù tutt stremìi con paura: el fatt l'è che l'ha faa ona malattia de la gran paura che l'ha ciappàa e l'è stàa tanto temp in lett. Quand l'è andaa ancamò in sul so poggioeu, l'ha veduu la Stella Diana. Lu, el ghe dis:—«Stella Diana, quanti foeuj fa la soa maggiorana?»—E lee, la ghe dis:—E lu, sur nobil cavalier, quante stelle gh'è in del ciel?»—E lu, el ghe dis:—«I stell che gh'è in del ciel non se pol contare.»—E lee, la ghe dis:—«Anca la mia maggiorana non si può rimirare.»—E lu, el ghe dis:—«Per el pessin, la m'ha faa el basin.»—E lee, la ghe dis:—«Per la zentura, l'ha basaa el cùu a la mia mulla.»—E lu, el ghe dis:—«Sura maestra, la scala mi tira, la scala mi lascia; gh'è nissun che mi abbraccia? Va, va, che la scala ti lascerà.»—E lee, la ghe dis:—«Morte mortina, lasciami stare che son giovinetto! va da mio padre ch'è più vecchio di me.»—E lu, el sent che la gh'ha faa sto scherz, el dis:—«La m'ha fàa de sti azion! Adess me vendicaròo mi deversament.»—El va e le cerca al so pa per sposalla. E lu, el so pader, el ghe dis che l'è impossibel perchè l'è fioeu del Re. E lee, la tosa, la ghe dis a so papà:—«Lassa pur ch'el me sposa; mi el sposi subet volentera.»—Donca fann el contratt. Fissàa el dì di sposalizi, lee, cosa l'ha faa, lee? La pensa de fa on'altra robba innanz che l'avess avùu de sposalla, fa fà ona gran pigotta[xvii] granda, le mett in camisa cont on gipponin de lett[xviii] e la gh'ha faa mett ona vessiga, chì, in del stomegh, piena de lacc[xix] e vin e zuccher. Poeu la sera che l'è andada a cà dopo sposada, lee, la gh'aveva scondùu la soa pigotta in d'on vestee[xx]. Intrettant ch'el passeggiava in stanza, che lee la se disvestiva per andà in lett, la gh'ha miss in lett la pigotta. E lee, la s'è sconduda. E lu al va là, cont on stil:—«Ah!»—el dis—«adess me vendighi mi! Quest chì, l'è propi el to ultim moment, e l'è minga el mè.»—El ghe dà ona stillettada in de la vessiga: la, l'ha credùu de daghela in del coeur, e gh'è andaa on poo de sto vin e lacc dolz in bocca:—«Oh poer a mi! come l'è dolz el sangue della mia Stella Diana! Poer[xxi] a mi! coss'hoo mai fàa!»—a piang tutt desperaa.—«L'è vera che sont on Re; ma se fuss el Re de tutt i Re, la mia Stella Diana la farìa diventa viva anmò!»—Lee, l'ha lassaa piang desperàa. E poeu l'è vegnuda foeura e la gh'ha ditt;—«No, sont chi ancamò. La toa Stella Diana l'è minga morta.»—S'ciao! lu, dopo el gh'ha voruu ben; e lee, l'è stada soa mièe.

[] Identico è il conto siciliano di Ficarazzi La Grasta di lu basilico presso Pitrè, Fiabe, novelle, racconti ed altre tradizioni popolari siciliane; e l'altro Von der Tochter des Fürsten Cirimimminu oder Unniciminu, presso la Gonzenbach, Sicialianische Märchen.

[ii] Tosa, fanciulla; pl. Tosànn. Da intonsa.—Celio Malaspini, Duecento Novelle, Parte II, novella XLVI:—«Il che veduto da lui, per il grandissimo spavento che lo soprapprese, egli rimase più morto che vivo. E poi si pose a fuggire con la maggior celerità del mondo, gridando: Ahimè nostra Donna di San Celso (chiesa molto celebre e devota di quella città) io mi vi raccomando insieme con i miei poveri figliuoli! o tosane ch'egli dicesse nello idioma milanese.»—Ibid, XXXIII.—«Al quale ella rispose:.... Per ora io non vi voglio dire altro, se non che voi lasciate la cura a me di questo negozio, sperando io di ridurre quelle tosane (le quali in Milano così si chiamano le figlie da marito) in tale stato che ve ne contenterete....» Il Pulci, Morgante, XXVII, 243:

Le donne e le tosette scapigliate
Correvan tutte come cosa pazza
Ed eran dalla gente calpestate.

Anche il Boccaccio nel Decameron adoperò questo lombardismo.

[iii] Miée, moglie.

[iv] Dopdisnàa o dopodisnàa, dopopranzo. Dacquà, adacquare, annaffiare.

[v] Terrazza, terrazzo, terrazza, altana, belvedere, verone. Poggioeu, terrazzino, il balcone de' meridionali. Linghèra, ballatoio.

[vi] Foeuja o foglia, femm. (pl. foeuj), foglia. Foeuj, masch. foglio.

[vii] Vess, essere. Pessée, pescivendolo, pesciajuolo. Pess, pesce. Pessin, pesciolino, pesciatello.

[viii] Il Cherubini, nello stupendo suo Vocabolario Milanese—Italiano, registra solo lavorà.

[ix] Zenta, cinta, cintolo, scheggiale. Zentura, cintura, cintola.

[x] Dice il Marino nell'Adone, Canto XIV, stanza XXVII, in una situazione consimile: Ei rivolto a colei ch'era colui.

[xi] Mula e Mulla, femm.; Mul masch.

[xii] Desprìsi, dispetto.

[xiii] Basell sing.; basej o basij, plur. Gradino, scalino, scaglione. Bus, buco, foro, pertugio. Sfor, luce, apertura, ogni vano nelle fabbriche.

[xiv] Pussée, più, dippiù; da più assai (?).

[xv] Nel seicento ebbe gran voga un libro d'educazione morale intitolato: L'Utile col dolce, cavato da' detti e fatti di diversi uomini saviissimi, che si contiene in tre decade di arguzie dal padre Carlo Casalicchio della Compagnia di Giesù; per ricreazione e spiritual profitto di tutti e consolazione specialmente de' tribolati et afflitti e per efficace antidoto contro la peste della malinconia. Nell'arguzia seconda della terza decade della parte terza, si mostra a qual precipizio conduchi la passione dell'interesse narrando un furto tentato da tre birbe a danno di un oste decrepito ed avaro, secondo il racconto del padre Giacomo Bidermano:—«Alle due o alle tre ore di notte, quando sentirono che l'oste tutta via russava, Andrea, chè questo era il nome di un de' tre ladri, apre pian piano la porta della camera del vecchio, e mascherato con una maschera che rappresentava la morte, e tenendo una tovaglia assai lunga in capo, che gli scendeva insino ai piedi, nella destra un arco con la saetta e nella sinistra un orologio di arena, sen va a dirittura verso del letto dove tuttavia dormiva il vecchio e crollatolo con una gran scossa, lo chiama per nome con orribilissima e luttuosa voce e gli annuncia ch'è necessario senza dimora alcuna partire da questa vita per passarsene all'altra. Qui il vecchio (che per lo stordimento del sonno, che per l'imagine di colui che pur vedeva col debil lume che gli dava una lampada accesa e che per le tenebre della notte spaventosissima gli pareva, ebbe veramente a morire) tutto tremante prega la Morte e la scongiura per dio e per li santi tutti del cielo, che voglia avergli compassione, così appunto dicendole: Morte non esser così spietata et inumana con un povero vecchio che avendo faticato e stentato tutto il tempo di vita sua ed avendo acquistato parecchi denari e molte ricchezze, avessi poi a morire senza disporre del mio e senza aggiustare che i miei figli abbino a godere ognuno per la sua parte i miei sudori! E giacchè siete stata sempre con me sì insino a questo tempo così amorevole e cortese che non me avete reciso il fil della vita, benchè l'abbiate fatto, senza nessuna misericordia, con tanti e tanti altri giovani e che non avevano nemmeno la metà de' miei anni, siatelo ancora, io non dico per anni o mesi benigna e cortese verso di me stesso col non togliermi la vita, ma per un giorno. Ciò stava dicendo colui ed Andrea interrompendolo così gli soggiunse: Non occorre più pregare nè dar suppliche, è venuto il tempo, nè si può differire, che tu abbi in ogni modo a passare all'altro mondo. Questa è quella destra e quella saetta che toglie lo spirito anche ai primi Principi e Potentati del mondo. Questo è quel ferro che uccide gl'Imperatori e i Re. Questo è quel dardo così crudele e potente che non la perdona a sorte veruna di persone e tutto insieme uccide e distrugge poveri e ricchi, giovani e vecchi, di qualsivoglia condizione e stato alla rinfusa e senza alcuna differenza. Questa, questa saetta dunque ha da toglierti la vita et ora et in questo punto et in questo momento. Haec regios elisit hasta spiritus, Hic mucro principes viros, hic Caesares ictu potente fodit. Idem pauperes Evitat idem divites, dum sanguine promiscuo laetatur. Hoc telo et tuum denique caput petetur.»—Nei Detti et fatti piacevoli et gravi di diversi principi, filosofi et cortigiani, raccolti dal Guicciardini et ridotti a moralità, v'è il seguente aneddoto: La Morte dare grande spavento alle persone, massime alle molli et feminili:—«Una matrona molto onesta et amantissima del marito, piangeva et si doleva d'una grave malattia che egli avea, pregando Iddio, che se dovesse morire, mandasse piuttosto la morte a lei. In questo comparisce la morte d'aspetto orribile. Laonde la donna tutta spaventata et del suo voto pentita, prestamente disse: Io non sono quel che tu cerchi; egli è là nel letto, mostrandole il marito.»—

[xvi] Smorzà e Smorzà gio', spegnere.

[xvii] Pigotta (anche Popòla e Popoeura), bambola, fantoccio, pupo.

[xviii] Gipponin, farsettino, giubbettino. Il Cherubini non registra Gipponin de lett, bensì Gipponin de nott.

[xix] Lacc e Latt, più gentilmente.

[xx] Vestèe, armadio, armario.

[xxi] Il Cherubini ha solo pover.

[2] Nella Grattula—Beddattula e ne La figghia di lu mircanti di Palermu, appo il Pitrè (op. cit.) vi sono similmente de' padri, che partendo lasciano le figliuole murate in casa.

[3] Siccome nel senso di poichè, ben è dell'uso fiorentino odierno, come pure dell'uso universale in quel gergo infranciosato che fa le veci dell'italiano a' dì nostri: bene ha numerosi esempli di scrittori valenti come l'Alfieri; ma sarà sempre cansato, come un brutto gallicismo, da chiunque vuol serbar fattezze italiane nello scrivere. Il costrutto, veramente nostro, sarebbe col gerundio: Ed essendo tutte le guardie a guardare ecc.

[4] Sconta delle mie bambine: va in compenso. Saggio di Scherzi Comici, Firenze 1819. Nella stamperia del Giglio. Si vende da Pasquale Albizzi presso le scalere di Badia. Nel secondo scherzo, intitolato: L'amicizia rinnovata, ossia La Ragazza vana e civetta. Commedia in tre atti. Atto I, scena prima:—«Propio chi nun mor si riede. Ghi è tant'anni che nu' un ci siam viste. Sconta di quand' e' si staa tutt' a due 'n via Porciaia. Da ragazze si staa dirimpetto e da maritache cas' accanto. Un passaa giorno che nu' un ci trassim' assieme.»—

[5] Sarà forse non inopportuno il dar qui una scelta delle voci de' venditori ambulanti o di strada in Firenze, ossia di quegli intercalari co' quali profferiscono la loro mercanzia al pubblico, alcuni de' quali sono notevoli per umorismo e molti per gli equivoci licenziosi. Ma già l'Italiano è sboccato di natura.

Donne, laceratevi la camicia! c'è' il Cenciajolo! (Il cenciajo).

I' ho la bella bionda! (L'avellanajo).

Assuntina, ce l'ho un bocconcino, o Meo! (Il trippajo).

A chi le taglio le palle! (Il cavolfiorajo).

Chi ha i' dente diacciolo, 'un l'accosti (L'acquacedratajo).

Eccolo, i' vero medico! (Il perecottajo).[]

Chi mi dà un soldo, gnene do due! (cioè: due scatole, non mica du' soldi come parrebbe. Il fiammiferajo).

Meglio che di cera! (Il zolfanellajo),

I' l'ho con l'uva! (sottintendi: la stiacciata).

Che robe! (Il merciajo).

Canarini che ballano! (Venditore di polenta fritta, napoletanescamente detta: scagliozzi).

Un soldo pieno, una crazia pieno! (cioè, il misurino di castagne secche).

Vero Cancelli! (Il pentolajo).

Queste le cavo ora! (Il caldarrostajo).[ii]

Co' i' pelo la càtera! (cioè: le mandorle ancor lattiginose, che mangian col guscio e col mallo).[iii]

Tutti drento dal sor Luigi! (Il venditor di siccioli).

Beccatelo ritto! (cioè: il carciofo).

Voitta come le ridono! (cioè: le testicciuole d'agnello).

I' ho de' bei bambini senza la mamma! (Il figurinajo).

Tre volte ve l'ho salati! (Il lupinajo).

Bolle, bolle, bolle, bolle. La me lo senta come l'ho caldo! (cioè: il castagnaccio).

Semina trastullino! (cioè: semi di zucca. In Sicilia i semenzari sogliono gridare: Svia—sonnu).

I' ho i moscioni! (Il marronajo).

A chi lo sbuccio i' gobbo! (L'ortolano).

I' l'ho co' i' mantiglione! (cioè: le barbebietole).

Rompi, bambino, rompi! (Il bicchierajo).

Come la me gli ha fatti la monachina! (Il brigidinajo).

Ce l'ho di Bologna! (cioè: le spazzole di padule).

I' ho i' core! (cioè: le susine).

Queste le vendo! (cioè: le granate di saggina)

Donne, buttachevi di sotto! (Il cenciajolo).

Gli è per l'oche! Ci 'ole i' pittore! Votta che tocchi! Questo ve lo do a taglio! Zucchero, oh! Sangue di drago! (Il cocomerajo), ecc. ecc.

[] E da questa voce sembra a me che il Giusti abbia tolta l'idea di quel suo sonetto che incomincia: Verso le due m'intesi un po' malato, e termina:

Nota, il dottore, che me l'ha (le tonsille) toccate,
Era un buon semolino, un pollo allesso,
E un bel piatto di pere giulebbate
.

[ii] Ad Italiani è supervacaneo il dire cosa sian le caldarroste. L'autore dell'articolo su Pietro Aretino, nella Biographie Universelle, traduce caldallesse, e caldarroste per bouilli et rôti chaud. Che cognizione della lingua nostra, eh?

[iii] Nel Saggio di Scherzi Comici, Firenze 1819. Nella stamperia del Giglio, si vende da Pasquale Albizzi presso le scalere di Badia; e precisamente nella Scena IV del II Atto dell'Amicizia rinnovata, ossia La ragazza vana e civetta. Commedia in tre atti, v'è il seguente dialogo:—«Lisabetta. O questa, Liberata, la unnè la ostra figliola Caterina?»—«Liberata. Ell'è lei; ma che volech'o ch' i' vi dica; se egli è entrach' ibbaco di un voler essecchiamaca Caterina? Dice che gli è un nome vilio; la se l'è mutaco 'n Calorina.»—«Caterina. Carolina e non Calorina.»—«Liberata. Nè l'un nè l'oltre, dic'iccontadino. Ittò compare, requiesca, e' ti pose nome Catera; e io ti ó chiama Catera flnch'i' arò gola.»—«Lisabetta. E fache bene. Se ghi è tanto bello innome di Caterina: s'è' c'è fin le mandorle della Caterina. Vu un ghi sentiche gridà pelle strade: I' ho la Caterina, I' ho la Catera grossa: grossa, grossa la Catera.»—

[7] Altro barbarismo dell'uso e de' più goffi, de' più ripugnanti all'indole della nostra lingua, è questa reduplicazione dell'articolo. In Italiano si dirà sempre le bottiglie migliori o le migliori bottiglie; e l'intrusione d'un secondo articolo innanzi allo aggettivo (le bottiglie le migliori) sarà sempre non solo un pleonasmo, anzi pure uno sproposito majuscolo, un francesismo imperdonabile; un peccato mortale e non già veniale di lingua.

[8] Verdea è veramente una specie di vino. Tassoni, Secchia rapita, vi, 46:

I tedeschi del vino ingordi e ghiotti
Dietro a certi barili eran trascorsi,
Che ne credeano far dolce rapina;
E in cambio di verdea trovâr tonnina.

[9] Il caso obliquo de' pronomi usurpa tante volte il posto del retto, che non è da stupire se anche il retto qualche volta in bocca del popolo s'intrude nel posto dell'obliquo. Chi la fa, l'aspetti.

[10] Questo episodio della bambola si ritrova anche intruso in fine delle Novelle sicule Die Geschichte der Sorfarina, appo la Gonzenbach e Trisicchia (di Ficarazzi) ricordata dal Pitrè in nota a Li tridici sbannuti. Alquanto variato è nella fiaba veneziana El diavolo, appo il Bernoni. Matteo Bandelle narra come Faustina romana fosse informata che il marito Marc'Antonio intendeva ucciderla e fuggirsi con una Cornelia:—«E volendo alla mina del marito fabbricare una contrammina, ebbe segreta pratica con uno eccellente legnajuolo, e fece fare una statua e della grandezza che ella era, ma di modo fabricata, che se le accomodava benissimo la pelle d'una bestia attorno; alla quale, ella avendo inteso il determinato punto che il marito voleva ucciderla, acconciò certe vessiche piene di acque rosse assai spesse, acciò facessero fede di sangue. Ella soleva la state ne l'ora del merigge corcarsi nel letto e dormire una e due ore; onde il marito in quel tempo voleva ammazzarla. Ella venuta l'ora andò in camera, e la immagine fatta acconciò nel letto, che pareva proprio che Faustina fosse quella che dormisse. Avevale anche concio certe funi, per far a suo piacere, stando sotto il letto, scuoter l'imagine. Avendo poi di già messo tutto ciò ad ordine che seco voleva portare, che era roba, come dicono i soldati, da manica, dicendo a le fantesche che voleva dormire, si mise sotto il letto, serrate le finestre de la camera. Venne il marito a casa, et intendendo che la moglie dormiva, mandò via due donne che in casa erano in certi servigi, che bisognava che stessero due ore a tornar a casa. Erasi già prima disfatto di quanti uomini soleva tenere. Fatto questo, se n'andò di lungo dentro la camera, ove credeva che la moglie dormisse. Quivi arrivato, quanto più chetamente puotè se n'andò al letto; e per esser l'uscio aperto, eravi pure un cotal barlume, dal cui splendore ajutato, vide, come egli pensava, la donna che sovra il letto boccone giaceva. E stesa la mano sinistra e quella posta sovra il capo de l'imagine, tirò fuor un pugnale, e con quanta forza puotè, quello ficcò ne le schiene a la statua. Faustina che sotto il letto era e sentì la percossa, tirò le funi, di modo che l'imagine tutta si scosse. Marco Antonio, pensando che la moglie volesse levarsi, le diede un'altra ferita e passolla di banda in banda. Era da la prima ferita uscito di quell'umor rosso pure assai, e medesimamente dalla seconda[]; il perchè egli sentendo che la moglie più non si moveva, pensando quella portar via, prese la statua, e quella in un necessario, che in camera era, gettò.»—Polieno, nel libro viii degli Stratagemmi:—«Poichè Cleomino prese Tito, gli domandò per lo riscatto due città: una delle quali si chiamava Epidauro e l'altra Apollonia. Non volle altrimenti dargliele il padre di Tito, ma comandò che lo ritenesse. Così Tito essendosi procurato la propria immagine a guisa di persona addormentata, la pose nella sua abitazione, e montato su d'un naviglio, mentre che le guardie badavano all'immagine, si fuggì secretamente.»—

[] Una vescica piena di sangue, destinata a far credere ad alcun gonzo un ussoricidio simulato, vien ricordata dagli annotatori del Malmantile, alla stanza XXVIII dell'XI cantare, dove si parla di Celidora.

Che là nel mezzo a' suoi nemici zomba,
Di modo ch'essi sceman per bollire;
Che, dove i colpi ella indirizza e piomba,
Te gli manda in un subito a dormire,
Che nè meno col suon della sua tromba
Camprian gli farebbe risentire;
E quanto brava, similmente accorta,
A combattere i suoi così conforta.

Ecco l'annotazione:—«Questo Campriano fu un contadino astuto, come s'è accennato sopra, Canto IV, stanza XLVII»—Vedi in nota alla fiaba di questa raccolta intitolata: Manfane, Tanfane e Zufilo—«e come si vede dalla sua favolosa storia stampata col titolo: Storia di Campriano, il quale per far denari trovò diverse invenzioni di gabbare le persone semplici: e fra l'altre quella d'una pentola, che bolliva senza fuoco, perchè da esso levata mentre che gagliardamente bolliva, e portata in mezzo a una stanza, la fece vedere al corrivo a cui voleva venderla. Costui, vedutala veramente bollire, senz'aver fuoco avanti, subito se ne invaghì, ed accordossi di comprarla pel prezzo che convennero. Giunto poi questo tale a casa con la pentola, e volendo senza fuoco farla bollire e non gli riuscendo, si querelò con Campriano dicendogli che l'avea ingannato. Campriano chiamò la moglie e la sgridò, dicendo che non potev'essere, se non che ella l'avesse cambiata. La donna, fingendo un gran timore, con gran lacrime confessò, che per averla inavvertentemente rotta, glien'aveva data un'altra simile, per la paura che avea del marito. Di che Campriano mostrandosi fieramente adirato, cavò fuori un coltello, e con esso ferì la moglie nel petto, dove ella avea ascosa sotto i panni una gran vescica piena di sangue, il quale sgorgando pareva che uscisse dalla ferita fattale da Campriano; per la quale fingendo la donna d'esser morta cascò in terra. Il gonzo si doleva che Campriano per causa così leggiera avesse commesso un delitto così grave; ma Campriano con faccia allegra gli disse: sebben la donna è morta, io saprò risuscitarla quando vorrò; perchè basta, che io suoni questa trombetta. E stimolato dal semplice a farlo, gli compiacque: e sonata la tromba, la donna si rizzò, mostrando di risuscitare; onde il semplice con grande istanza chiese la tromba a Campriano, il quale dopo molte preghiere a gran prezzo gliela vendè. Costui, andato a casa, prese occasione di gridar con la moglie, ed in fine le diede una pugnalata con la quale l'ammazzò; e poi si messe a suonar la tromba; ma quella infelice, essendo veramente morta, non risuscitò altrimenti. E per questa causa, e per altre sue sciagurataggini, fu Campriano condannato alla morte che dicemmo sopra C. IV, st. XLVII. E di questa tromba parla il poeta nel presente luogo.»

[11] I costumi toscani richieggono che il latte ed il miele spruzzino casualmente sulle labbra del Re. Nelle varianti meridionali ch'io posseggo, con miglior motivazione (dal punto di vista estetico), il Re lecca quel sangue volontariamente sul coltello, perchè la superstizione popolare porta, che chi così fa, non è poi tormentato da rimorsi.


IV.

LA BELLA GIOVANNA[1].

C'era una volta un contadino, che aveva una figliola bellissima, vispola e di mente fine, sicchè l'era il passatempo del vicinato, nè si metteva su una veglia senza invitarci la ragazza, della quale[2] il nome, per quel che ne dicono le storie, fu Giovanna. Nella città vicina al paese di Giovanna comandava un Re, che pur lui aveva una figliola di molto bella, ma al contrario di Giovanna, s'addimostrava in viso seria e melanconica, e a nissuno era riuscito mai di farla ridere. Il Re suo padre stava molto in pensieri per questo naturale della figliola e s'ingegnava a tutto potere ogni dì a trovare qualche cosa di novo e d'allegro e buffone, acciò la ragazza si rallegrasse: ma tutto fu inutile[3]. Un giorno il Re discorrendo co' suoi cortegiani, uno di loro gli fece assapere, come nel villaggio presso la città fosse un contadino, padre di una figliola tanto gaja, che dov'essa era, la malinconia pareva bandita. Codesta nova racconsolò il Re oltr'ogni credere, e subito gli venne il pensiero di mandare a chiamare la ragazza per far compagnia alla propria figliola e vedere se a lei riuscisse tenerla svelta e obbligarla a ridere. Senza indugio mandò un servitore al padre di Giovanna con ordine espresso che si presentasse al Re. Il contadino rimase di stucco a sentire che il Re lo voleva; gli vennero mille ubbìe e sospetti in capo. E' dubitava d'avere commesso qualche malestro o lui o Giovanna; ma più credeva Giovanna, perchè a quel modo scapata e di lingua lesta, che non badava a dir le sue a ogni persona e in ogni lôgo. La chiamò pertanto e con una faccia stravolta gli disse:—«Scommetto, vedi, che 'l Re mi vole per gastigarmi di qualche buaggine tua. Già, me lo figuravo, che col tuo girellonare e chiacchierare alla scapata ce ne doveva venir male.»—A cui Giovanna:—«Vo' avete tanta paura e io punta. Di dove cavate che 'l Re v'ha chiamato per le mie buacciolate? Andateci, e se è per me che vi vogliono al palazzo, non indugiate a farmelo sapere, che so ben'io come regolarmi.»—Il contadino, vestitosi de' meglio panni ch'avesse nella cassa, e data una pulita al cappello delle feste, s'avviò alla città; e giunto al palazzo del Re, fu dinanzi a questo menato. E' gli parea d'esser lì alla gogna; e quantunque il Re l'accogliesse con garbo, il contadino se ne stava tremante e grullo come chi aspetta mala sentenzia. Isquadrollo il Re da capo a piedi e poi gli disse:—«Galantomo, è egli vero che a casa tu ci hai una bellissima figliola?»—A quella richiesta il contadino, abbene che se l'aspettasse, e' fu come se gli avessero dato un manico di vanga tra capo e collo, e gli si rimescolò il sangue nelle vene; andava balbuzzicando e borbottava a tragòla, quasi fosse per tirare il calzino. Il Re, visto quel rimescolìo, e' si pensò che gl'intravvenisse per sospetto della sua reale persona, per cui confortava il contadino alla confidenza e gli ripetè la domanda:—«L'ha' tu o no, questa figliola?»—E il contadino a mezza voce:—«I' l'ho. Maestà, per mi' disgrazia. Ma io non ci ho che fare se l'è un po' scapatella e allegrona. Se l'abbi commesso qualche scangèo, egli è effetto di gioventù.»—«E che m'importa degli scangèi della tua figliola?»—riprese il Re:—«Vuo' soltanto sapere s'egli è vero che la sia gaja e buffona, come m'è stato rapportato, sicchè tiene in gioja tutta il vicinato.»—«Sì veramente,»—disse il contadino;—«la mi' figliola l'è così fin da quando nascette, e non s'è voluta mai correggere. Anzi...»—Interruppe il Re:—«Queste chiacchiere non mi fanno. Torna a casa; e menami o mandami a corte la tua figliola, chè la voglio per compagnia alla mia figliola. Se gli riesce farla ridere, Giovanna, parola di Re, non sarà più povera. Corri e obbedisci.»—Al contadino gli parve essere ritornato a vita, sentita la voglia del Re. La strada per ritornare a casa gli apparì più corta che al venire; e in sull'uscio trovata Giovanna che lo aspettava bramosa, principiò a bociare da lontano:—«Allegri, allegri! il Re vuol te a tenere compagnia alla su' figliola, che a nessuno gli è riuscito farla ridere mai. Vuol te, perchè ha saputo che ridi sempre e tieni sderto tutto il vicinato a suon di chiacchiere e di buffonate. Su, vestiti, non c'è da perdere neanche un momento di tempo. E se, mattacchiona come tu sei, vieni a capo di far ridere la principessa, tu diventerà' ricca sfondolata. Me l'ha promesso il Re.»—«Vo subito,»—disse Giovanna; e a quel modo scalza com'era, e colla rocca al pensiero e il fuso in mano e i capelli su per le spalle, s'incamminò.—«Ferma»— gridò il contadino:—«Ma ti par'egli andare a corte in codesto arnese? Non ti vergogni tu? Ravvìati un po' il capo e poniti una sottana a garbo, e le scarpe in piè, e posa codesta roccaccia.»—E Giovanna:— «No davvero! Scarpe non ne ho mai portate e non vo' quell'impiccio da stroppiarmi. I' vuo' andar così. S'i' non vo a genio, torno a casa. Io non gli ho ricercati per mettermi in corte.»—E senza aspettar repliche, Giovanna se ne venne al palazzo del Re. Quando Giovanna fu al portone reale, riscontrò sentinelle e servitori; ne prese uno pel braccio e gli disse:—«Andate dal Re e ditegli che ci son io[4].»—Il servitore stette lì un po' come sbalordito; ma sapendo chi dal Re fosse aspettato, salì nell'appartamento ad annunziargli che sul portone c'era una bellissima ragazza vestita alla contadina e scalza, con una rocca a' fianchi, e che aveva poche parole e meno cerimonie in bocca. A farla breve, Giovanna venne introdotta alla presenza del Re: ma lei, senza nemmanco salutarlo, dice:—«Dove sta la Principessa?»—e il Re alzando la mano per accennare la camera, Giovanna diviata entrò colà, e a mala pena vista la Principessa, si messe a cantare una canzona tanto ridicola, accompagnandola con gestri[5] tanto buffi e sversati, che la Principessa principiò a ridere così da non poterne più; ed essendo per le risa lì lì per isvenire, gridò che Giovanna uscisse subito di camera sua. Rotto il ghiaccio, bastava che Giovanna fosse colla Principessa, che a forza di canti, di balli, di scede, di racconti buffi, la Principessa non faceva che ridere da mattina alla sera, sicchè in pochi giorni si mutò affatto il carattere della figliola del Re, e di triste e melanconica che era prima, divenne di bon'umore e sempre allegra. Il Re non capiva in sè dal contento, e nominò Giovanna damigella della Principessa; e gli disse che chiedesse pure quel che voleva, chè tutto gli avrebbe subito conceduto. Già da qualche tempo Giovanna era alla corte del Re, quando gli venne bramosia anche a lei di vestirsi alla reale; e diceva alla Principessa:—«Che non istarebbe anche a me bene la robba[6] vostra? Rincricchiata a dovere, farè' la figura che dee fare una damigella di corte. Padrona, che ve ne pare? Allora potrei pure accompagnarvi alla spasseggiata.»—Detto fatto: Giovanna fu vestita da signora, ed apparì anche più bella. Di lì a poco Giovanna cominciò a pensare che, abbene che messa come una signora al di fori, l'era poi una bella ignorante, giacchè manco sapeva leggere. E palesata la voglia d'istruirsi, subito gli dettero maestri; per cui il naturale spirito che aveva gli s'accrebbe oltre credenza e ognuno cercava la compagnia di Giovanna. Il Re poi e la Principessa la riguardavano come figliola e sorella, tanto gli volevano un ben dell'anima. Ma a dispetto delle premure che si avevano per Giovanna e della vita scelta che menava, lei, ragazza avvezza alla libertà della campagna, si sentiva spesso annojata delle cerimonie di corte e oppressa dall'aria chiusa del palazzo e della città. Un giorno disse alla Principessa:—«E che si fa noi qui rinserrate dalla mattina alla sera, sempre in sul medesimo tenore di vita? È vero che non manca nulla; ma se s'andasse via per un viaggio a divertirsi[7], a vedere luoghi e persone nove, sarebbe pur la bella cosa.»—A cui la Principessa:—«Tu se' matta, Giovanna: il Re mio padre non mi darebbe mai il permesso di andar sola con te a girare il mondo. Ti pare! Che direbbe la gente?»—«Vo' vi sgomentate di nulla!»—ripigliò Giovanna.—«Ecco la mia proposta. Sceglieremo altre dieci ragazze, tutte belle; le vestiremo tutte compagne come noi, e così viaggeremo. Chi volete che dia noia ad una frotta di dodici ragazze?»—Alla Principessa garbeggiò il consiglio e subito corse dal Re per ottenere il consenso: ma il Re negò darlo. Disse che lui era vecchio e voleva la figliola vicina; che a quei tempi e sempre le donne sole non potevano, senza pericolo e disonore, girandolare per terre lontane e sconosciute. Quindi la Principessa tornò da Giovanna, come suol dirsi, colle trombe nel sacco. Ma Giovanna non si smarrì, e disse:—«Ci anderò io dal Re e vedrete che non saprà negarmi la richiesta.»—E veramente lo raggirò in modo, a forza di moine e belle parole, e tante gliene contò, che il Re si dovette dare per vinto, impegnato pure dalla parola reale, che avrebbe conceduto tutto quello che Giovanna bramasse. Dunque Giovanna si diede ad apparecchiare ogni cosa pel viaggio; e prima trovò le dieci ragazze e fece fare dodici abbigliamenti compagni; e quando ogni cosa fu pronta, la Principessa, Giovanna e le altre dieci ragazze salite in due vetture, dopo salutato il Re, se ne partirono e per parecchi giorni vagarono per molte castella e paesi, fermandovisi a pena per visitarle e riposarsi. Ma quando giunsero ad una grandissima e popolosa città, stabilirono rimanerci più a lungo, e però si allogarono in un albergo. Quivi ognuna attendeva alle proprie robbe, a tenere assestata la camera, meno la Principessa, che era servita da Giovanna. L'allegra brigata donnesca era tutta in sul darsi bel tempo, ora esaminando la città e i suoi palazzi e giardini, ora andando a diporto pe' contorni; e ciascuno stupiva di vedere tante belle ragazze sole e insieme unite, ed eran curiosi di sapere chi fossero: ma loro badavano a sè e non volevano òmini e impacciosi d'attorno. Un dì Giovanna, nell'assettare la camera della Principessa, essendo montata per aria a cavar la polvere da un quadro, lo alzò e con sua meraviglia ci scoperse al di sotto una finestra. E messivi gli occhi per dentro, vide una cucina e un coco affaccendato a preparare un pranzo tale, che non poteva essere altro se non destinato a qualche principe: la cucina dell'albergo non era di certo, e pranzi a quel modo mai non li avevano assaggiati lì. Almanaccando di chi diavolo fosse quel pranzo e a chi spettasse la cucina, si fece ad esaminare le vicinanze dell'albergo, e s'accorse ben presto, che la cucina era addetta al palazzo del Re di quella città. Subito gli saltò il grillo di fare una beffa al coco; e lasciatolo allontanare, snella scese in cucina, saggiò tutte le pietanze, prese larghe porzioni delle meglio[8], e nelle rimanenti buttato sale a manate senza discrezione, in fretta rimontò dalla finestra in camera e la richiuse col quadro. Venuta l'ora del ristorarsi e conversare assieme, Giovanna diede alle compagne di quelli scelti cibi, ma non disse da dove li aveva portati via, e discorse tanto e di tante altre cose, sicchè nessuna gli domandò nulla. Il Re della città in quel medesimo giorno teneva corte bandita, e di molti e di gran parentato erano gl'invitati. Ma seduti a mensa, non ci fu verso che potessero mangiare le pietanze apparecchiate, talmente erano amare di sale[9]. Al Re montò la mosca al naso e fatto chiamare il coco, con un viso da Orco gli chiese ragione dell'avvenuto. Il pover'omo, tutto umile e sorpreso, gli protestò che di certo non ci aveva colpa, perchè aveva messo il sale nelle pietanze secondo il solito e non capiva come la cosa fosse accaduta. Ma il Re gli dette poca retta, e condannatolo a stare in prigione per qualche giorno, gli ordinò un altro gran pranzo per la ventura settimana; poi rimediato alla meglio al disappunto de' convitati, li accomiatò. Il coco, uscito di prigione, stava apprestando un altro pranzo reale e con premura badava alla misura del sale: ma allontanatosi per qualche necessità dalla cucina, Giovanna, che stava alle vedette, gli fece la medesima burla; per cui il pranzo del Re riuscì un'altra volta disgraziato. Il Re, imbestialito, fatto chiamare il coco, gliene disse delle nere ed era risoluto che gli si tagliasse la testa in piazza. Il coco, sentendo questo, si buttò in ginocchioni e assicurava il Re della propria innocenza con tante lacrime, che il Re si commosse. Allora il coco, preso animo, parlò così:—«Maestà, c'è di certo qualcheduno che mi vol male e mi fa questi dispetti: perchè bisogna sappiate che anche delle pietanze mi sono sparite, e non so come. Ordinate un altro pranzo per la ventura settimana, e se non iscopro il birbone malestroso, allora vada pure la mia testa.»—Al Re la proposta garbeggiò, ed anzi egli stesso volle rimpiattarsi nella cucina per vedere chi v'entrava di nascosto a sciupare i piatti. Ed ecco il coco acciaccinato intorno al focolare: il Re frattanto si era messo in un armadio. Quando il coco fece le viste di allontanarsi dalla cucina, Giovanna che stava in sull'intese, schizza giù dalla solita finestra e commette i medesimi malestri: ma nel mentre risaliva per rientrare in camera, il Re sbucò fori del nascondiglio e l'acchiappò per una gamba.—«Ti ci ho chiappato!»—esclama:—«Eri tu dunque la ladra e la salatora! Adesso si faranno i conti!»—Giovanna però senza sgomentarsi gli rispose:—«Maestà, non sono una ladra, chè graziaddio non mi manca nulla. Quel che ho fatto era per beffa a questo coco e per divertirmi del vostro disappunto a mensa. Per cui perdonatemi e non se ne parli più.»—Disse il Re, che già cominciava a infocolarsi nel core alla bellezza di Giovanna:—«I patti li fai tu, a quel che pare. Io ti perdonerò dove tu mi palesi chi sei, di dove vieni e che arte è la tua.»—Allora Giovanna l'accontentò raccontandogli la sua storia sino a quel momento. Riprese il Re:—«Ebbene, giacchè ho fatto così la tua conoscenza, te e le tue compagne verrete al palazzo e desinerete con me e co' miei cortigiani.»—«Io, per me non rifiuto,»—disse Giovanna,—«ma prima bisogna che la mia padrona me lo conceda, e chi sa se lei ci vorrà venire. Ritornate domani, Maestà, a questa finestra; e vi darò la risposta.»—E il Re:—«Così farò. Addio.»—Quindi Giovanna risalì nella camera, e il Re andò tutto allegro per la scoperta nel proprio appartamento. Non ci fu verso di tenere più nascosto alla Principessa e alle sue compagne quel che era intravvenuto. Al racconto di Giovanna, quale delle ragazze rideva, quale la rimproverava delle sue mattie. La principessa poi si addimostrava scorruccita di molto e si temeva compromessa. Ma Giovanna, con quei suoi garbi e con bone parole, le persuase così, che finalmente restò fissato di accettare l'invito reale, a condizione però che a mensa non fossero più di dodici giovani, compreso il Re, in maniera che ogni ragazza avesse il suo compagno. E perciocchè Giovanna stava in sospetto che il Re gli usasse qualche sopruso per rifarsi delle beffe patite, macchinò di recar seco dodici bone bottiglie del reame della Principessa e alloppiarle e poi darle a bere a' convitati. A tal effetto fu spedito un messo con una lettera, e in capo a pochi giorni Giovanna ebbe fra mano le bottiglie. Venuto il giorno di andare al pranzo reale, la Principessa, Giovanna e le dieci compagne si vestirono tutte eguali con gran sfarzo[10] e poi si recarono a Corte, dove il Re le aspettava con gli undici suoi giovanotti, trascelti fra i meglio signori della città. Si sedettero a mensa coppia per coppia, e Giovanna era col Re: ma quantunque parlasse più specialmente con lui, occupava tutta la brigata co' suoi scherzi e le sue novelle piacevoli. Alle frutta i giovani e il Re, avendo trincato, cominciavano a dirne delle belle: per cui Giovanna, temendo qualche brutto tiro, fatte portare le dodici bottiglie alloppiate, si alzò e disse:—«Signori, questo vino viene di lontano ed esce dalla cantina del Re mio padrone e padre di questa Principessa. Se siete cavalieri cortesi, io vi sfido a votarne una per ciascuno alla salute nostra.»—Detto fatto: le bottiglie furono votate, e di lì a poco il Re ed i giovani cominciarono a cascare dal sonno e si addormentarono sopra le loro poltrone, che parevano ghiri d'inverno. Ma non contenta Giovanna della burla, tirato fuori un par di forbici, tagliò a tutti e dodici un solo mostaccio, e quindi via per le scale in fretta seguita dalle compagne, e a casa: dove giunte, messe le robe ne' bauli[11], se ne partirono colle vetture fermandosi ad una villa fuor di mano, distante qualche miglio dalla città. Il Re e i compagni suoi non si destarono che all'alba, ma rotti e sfracasciati pel disagio e pel vino bevuto; gli era come se avessero del piombo dentro il cervello. Cominciarono a stiracchiarsi e a scionnarsi, e guardavan qua e là a similitudine di smemorati. A un tratto disse uno a un altro:—«Oh! tu hai un mostaccio solo».—E quello:—«Anche tu n'hai un solo».—«Poffareddina!»—esclamò il Re:—«Siam tutti conci in simil modo! Ce l'hanno fatta. Su su, vendichiamoci, perchè l'è troppo grossa. Burlare un Re! Non son più Re, se a quella malestrosa Giovanna non gliela faccio pagar cara».[12]—Inutilmente però cercarono le ragazze per la città: ma il Re ben presto col mezzo delle sue spie seppe dove s'erano ricoverate, e quindi risolvette sorprenderle sotto mentite vesti. Pure, bisogna notare che il Re era rimasto un po' cotto di Giovanna, e non era soltanto la bramosia di vendicarsi che lo spingeva a corrergli dietro. Il Re immaginò trasfigurarsi da pellegrino: e preso un paniere, ci messe dentro dodici mele cotte e s'avviò fuor della porta, seguito alla lontana dagli undici suoi compagni. Giunse in sull'abbujare alla villa dov'erano le dodici ragazze e picchiò ammodino. Giovanna scese e visto chi fosse e sentito che voleva un po' di ricovero per la notte, perchè era di buon core, introdusse il finto pellegrino. E menatolo in cucina, lo fece sedere al focolare a riscaldarsi. Disse allora il Re:—«Signora, mi sono smarrito pe' dintorni mentre andavo alla città per portare queste mele cotte a un mio vecchio conoscente. Oramai da qui a domani saranno ite a male; e siccome[13] non ho altro da darvi per rimunerarvi dell'accoglienza, se le volete, ve le offro. Son mele francesche e come bone!»—Giovanna accettò, e volendone far parte alle compagne, lasciato il pellegrino lì al focolare, andiede nel salotto. Ma scoperte le mele cotte, gli venne un po' di sospetto nell'accorgersi che fossero appunto dodici; per cui, rifatti indietro i passi, entrando in cucina, vedde il pellegrino alla finestra e sentì che diceva a qualcheduno:—«Su, lesti: ora vi vengo ad aprire, appena sono addormentate».—Giovanna non stette a dir: che c'è? Preso il pellegrino per le gambe, lo scaraventò di sotto. Fortuna che la finestra era bassa! Il Re battè il capo sull'erba, ma non morì: soltanto si svenne, per cui i compagni lo portarono via a braccia sino al palazzo e lo messero a letto. Nulla di meno al Re venne una grossa malattia, e tutti credevano che in breve se n'anderebbe. Il male era più di amore sprezzato, che altro; i medici non sapevano che mesticciarsi per rinsanichirlo, non intendendo, secondo il solito, che cosa avesse il Re. Intanto Giovanna stava in paura, e quando riseppe dalla gente che il Re era malato, si propose rimediare al malfatto, e pensò travestirsi da dottore e visitare il Re, perchè gli rincresceva che fosse ridotto a quel modo. A malgrado delle rimostranze della Principessa, Giovanna volle fare a modo suo, e giunta al palazzo reale, si fece annunziare come un medico capace di guarire sua Maestà. Disse:—«Io la cura la fo a quattr'occhi co' miei ammalati. E per grida che mandino, non permetto che nessuno accorra. Ma la guarigione è certa».—Credendo ciascuno il caso perduto, si promise a Giovanna di eseguire i suoi comandamenti: e lei, venuta al letto del Re, cavato un buon nerbo, con quello gliene dette tante sinchè non lo vidde svenuto: allora lo rinvoltolò nelle lenzola e poi se n'andò. Pochi giorni dopo il Re uscì dal letto guarito. Ma Giovanna e le sue compagne avevano fatto fagotto e se n'erano a gambe ritornate presso il padre della Principessa; temendo la vendetta del Re burlato in tante maniere e di più nerbato. Questo però, incaponitosi di possedere Giovanna, chè pur si addiede lei fosse stata la sua guaritora, ordinato il corteo d'accompagnamento, venne al reame in cui abitava Giovanna, e per farla sbrigativa, la richiese in moglie. Il padre della Principessa cancugnò, sospettando che quel Re volesse Giovanna fra le mani per gastigarla. Ma Giovanna ardita e vogliolosa di diventar Regina, cavò la paura di capo al suo padrone, sicchè questo, datagli una dote reale e sposatala egli medesimo, gli disse addio. E lei partì col marito, non senza lacrime della Principessa e sue. Quantunque il Re marito adorasse Giovanna, pure aveva una gran bramosia che la scontasse le beffeggiature e le offese che lei gli aveva recate: e Giovanna, furba, stava con tanto di occhi aperti, sicchè di nascosto ordinò che gli fabbricassero una donna di pasta, e acconciatala nelle casse del corredo la portò con sè. Quando la prima notte gli sposi furono per entrare a letto, Giovanna colla scusa di vergognarsi, non volle il lume in camera. E una volta spento e restati al bujo, lei zitta zitta infilzò la donna di pasta tra le lenzola e poi ci si messe accanto, ma in ginocchio sul tappeto in terra contro la sponda dei letto. Il Re, sdrajatosi, principiò a dire:—«Tu siè' stata con me di molto ardita e traditora, Giovanna! Sarebbe questo il momento di gastigarti: ma siccome ti voglio bene, mi stimerò soddisfatto che tu mi chieda perdono e tu mi prometta che simili cose non le farai più.»—E Giovanna lì accosto con una voce da burla:—«Non mi pento di nulla; e quando mi capita, farò come prima[14].»—Il Re allora inferocito, agguanta la spada che aveva a capo del letto e giù un picchio sulla donna di pasta, che credeva essere Giovanna, e gli taglia netta la testa. Se non che, sbollorata la furia, tastando, sente un corpo freddo, e non è a dirsi se diede in disperazioni dubitando avere ammazzato la moglie. Salta dal letto, esce di camera e chiama gente con lumi; i servitori e i cortigiani accorrono. Intanto Giovanna, tolta prestamente la donna di pasta smozzicata e ripostala, lei stessa si messe in luogo di quella, e finse d'essere ferita, tingendosi il collo con del sangue serbato in una vescica, e pareva come moribonda. Quando il Re colle persone del seguito rientrò in camera, si buttò a traverso il letto con gran pianti. E si strappava i capelli, accusando la sua maledetta rabbia, e non poteva darsi pace di avere ammazzato Giovanna. E Giovanna, lasciatolo un po' disperare, finalmente con meraviglia di tutti, si rizza a sedere e dice:—«Signori! veramente, se dovessi badare al trattamento del mio sposo la prima notte del matrimonio, io dovrei pigliare la robba mia e tornarmene là da dove sono venuta. Ma siccome io non tengo rancori e penso che quanto il Re ha fatto provenne da un po' di subita mattia, oramai quel che è stato è stato e non ci si pensi più. Soltanto, il Re esca di camera e mi lasci rimettere dalla paura che ho avuto.»—Il Re gli consentì ogni cosa, gli domandò perdono e gli dette arbitrio di chiamarlo accanto a lei quando gli piacesse e fosse rinsanichita. Giovanna fece le viste di stare malata per qualche tempo e alla perfine fatta la pace collo sposo, vissero allegri e contenti, e credo ancora lo sieno.

In santa pace pia,
Dite la vostra, che ho detta la mia.


NOTE

[1] Variante della Fiaba precedente intitolata La Verdea. La debbo al prof. avv. Gherardo Nerucci che la raccolse da Silvia Vannucchi del Montale—Pistojese.

[2] Il quale e la quale, pronomi, non sono di nessun dialetto toscano: (bene hanno essi la frase per la quale, ma vuol dire altra cosa). I Giorginiani, che vorrebbero ridurre la lingua allo stretto volgar di Firenze, ci priverebbero di questo pronome. Con quanto discapito, lascio dire a chiunque è costretto a far periodi un po' complicati dal tema che tratta, ne' quali non giunge a mettere un po' di chiarezza che alternando sapientemente che ed il quale nelle subordinate.

[3] Un figlio di Re che non ride mai, malgrado ogni opera ed industria de' servitori, si trova nella Introduzione del Pentamerone e spesso nelle fiabe.

[4] Come se le guardie l'avesser dovuta conoscere. Così raccontano a Napoli d'uno studente calabrese che si affacciò alla ferrata della posta, chiedendo se ci fosser lettere di suo padre. N'era giunta una con questo indirizzo: A mio figlio, vestito di nero, in Napoli. Gliela consegnarono senz'altro, stimando non senza ragione tal doppia prova d'insolita semplicità esser dimostrazione di parentela.

[5] Gestri per gesti. Nota l'intercalamento di quella r eufonica. Invece, ne' dialetti napoletani, la si fogna in casi simili, dicendosi nuosto, masto, fenesta, per nostro, mastro, finestra. E così, dalle Alpi al Lilibeo, tutti i vernacoli fanno a gara straziando in mille varî modi il puro tipo aulico dei vocaboli: chi toglie, chi aggiunge, chi muta; chi amputa, chi gonfia, chi stravisa: accade delle parole quel che delle leggi nelle preture e nei tribunali; e quel ch'è peggio, anche in fatto di lingua abbiamo pluralità di cassazioni! Manca l'unità di criterio.

[6] Robba, con due b anche presso il Giusti, in rima con gobba. Così pronunziano difatti malamente i toscani.

[7] A divertirsi, invece di a divertirci; così pure dicono come formola di addio arrivedersi invece di arrivederci, neutralmente. Andare per un viaggio a divertirsi è ciò che più comunemente suol chiamarsi fare un viaggio di piacere.

[8] Meglio, come apocope di migliore, è invariabile. Così peggio, maggio, scorciamento di peggiore, maggiore. In Firenze, Via Maggio, che tuttora esiste, dove erano i giardini della Bianca Cappello, come può vedersi nelle novelle del Malespini.

[9] I rimanenti Italiani rimproverano a' Fiorentini di salar poco le vivande. Mi rammento ed ho conservato un articolo del Corriere Italiano, giornale che pubblicavasi a Firenze quando c'era la capitale. Diceva così:—«E poi confesso ch'io ho in uggia il fornajo prettamente fiorentino, per quel suo pane scipito.... È un gusto come un altro, ma a me piace salato un buon poco. Un bello spirito, la prima volta che gli venne fatto di mangiare del pane di questo paese, dolce dolce, da dare la nausea, disse come ispirato: To' to'! adesso comprendo!Che comprendi? chiese un amico.—Mi spiego, cioè, rispose, l'esclamazione Dantesca: «Come sa di sale lo pane altrui!» Si comprende netto, soggiunse l'arguto commentatore, che forse in esiglio s'era inquietato anche di più, perchè costretto a mangiare il pane ben condito di sale.»—

[10] Gran sfarzo e più giù non stette. Da Dante al Berchet, dal Boccaccio al Manzoni,

Avess'io tanti gigliati
Nella vuota mia scarsella

quante volte i migliori scrittori han trascurato di metter l'aumento eufonico innanzi alla s impura preceduta da consonante, senza un riguardo al mondo per le nostre povere orecchie. Quest'urto disaggradevole di consonanti s'incontra nientemeno che in dugensettantatrè versi del solo Orlando innamorato del Bernia. Toscani, Lombardi, Meridionali hanno gareggiato nel trasgredir quella regola, che pure è fondata nell'indole stessa della lingua nostra. Già, anche il giusto incespica sette volte il giorno, e qui c'è l'esempio e la scusa dello abuso popolare. Ecco un gruzzoletto d'esempli autorevoli, da non imitarsi. Dante (Convito). Sue beltà piovon fiammelle di foco animate d'un spirito gentile. Bandello (Nov. XV). Tenendo il caso troppo vituperoso e il scorno grande. Marino (Adone, XIV, 95). Tosto, per porlo in su la tesa corda, E commetterlo all'aure, un strale ei prese. Stigliani (Mondo nuovo). Ell'era in somma in tutti i membri belli, Misurata ed egual non altrimenti, Ch'esser soglion le statue in fôro o in scena. Ecc. ecc. ecc.

[11] A proposito di baule, vedi, tra le commedie di Giambattista Fagiuoli, L'Astuto balordo (Atto primo, scena seconda): «Orazio. Il mio baule dove l'hai posato?»—«Meo. Ma, padrone, io non ho posato bauli in nessun luogo e non li ho visti mai de' miei dì.»—«Orazio. Dove son le mie robe, che si portarono iersera dietro al calesso?»—«Meo. Ah quella cassa di cuojo, tonda di sopra, che ha quelle manette dalle bande, con quelle bullette d'ottone in fila, ch'è serrata con una pallottola di ferro, per via d'uno stidione?»—«Orazio. Sì, quella....»— «Meo. E quella si chiama baule, eh?»—«Orazio. Sì bene.»—«Meo. O che nome, baule!»—«Orazio. Ora dov'è?»—«Meo. Questo baule, giacchè le casse alle vostre mani hanno ad aver nome baule, è in sala.»—

[12] Questa beffa del mezzo sbarbamento è narrata da parecchi. Anche l'Americano Barnum nelle sue memorie la racconta come facezia veramente accaduta. Neppure ne' più goffi scherzi sanno essere originali gli Americani;

......nation du hasard,

Sans tige, sans passé, sans histoire et sans art.

(Victor Hugo).

Bandello, parte I, novella XXV.—«Il giovine che bevuto non aveva, sapendo la virtù del vino, come vide questo, prese il corpo del fratello, e in luogo di quello v'appiccò uno degli otri e a casa se ne tornò tutto lieto; ma prima che si partisse agli addormentati guardiani la barba dal canto destro tagliò.»—Tutto l'episodio del convito dato da molti giovani ad altrettante ragazze che li alloppiano e derubano o sfregiano, più o men variato si ritrova appo il Pitrè (Op. cit.) ne' racconti intitolati Li tridici sbannuti (Palermo); Li dui figliastri (Casteltermini); Li Batioti (Cianciana); Soru Sosizzèdda (Vicari), Ecco il feroce scherzo che la protagonista fa a' mariuoli nel primo:—«S'assittaru a tavula e cuminciaru a manciari. 'Nta lu megghiu nisceru la buttigghina e l'alluppiaru a tutti: e ddocu chi vidistivu! cuminciaru a 'bbuccari. La picciotta, comu li vitti accussì, cci tagghia a cui lu nasu, a cui lu labbru, a cui lu jìditu: li fici stari 'na piatà. 'Un cuntenta di chistu, li so cumpagni si pigghiaru tutti cosi e si nni jeru. Jamu a li sbannuti. Quannu si sbriacaru, cuminciaru a dirisi: Chi si' curiusu! ti manca lu nasu!E a tia lu labbru!E a tia lu jìditu!—E ddocu cunsiddirati la rabbia.»—

[13] Siccome non ho altro da darvi, e più giù siccome ti voglio bene, e siccome io non tengo rancori. Daccapo siccome nel significato di poichè! Sozzo gallicismo, che mi urta i nervi. Figuratevi come li debba avere urtati, poichè veramente l'uso di questo siccome è divenuto universale. Mi amareggia persin la lettura dell'autobiografia alfierana.

[14] Così nella rappresentazione di Don Giovanni, ho sentito il burattinajo far dire alla statua del commendatore: Pèntiti, Don Giovanni! e far rispondere al protagonista: Non mi voglio pèntere!


V.

IL MONDO SOTTOTERRA.[1]

C'era una volta un omo che aveva tre figlioli. Si sa bene che più che vecchi non si campa; quest'omo, prima di morire, chiama i figlioli al letto e gli dice:—«Sentite ragazzi. Vedete, io sono per morire: mi raccomando che voi stiate in pace. E questo po' di roba, fatene le parti uguali.»—Dunque questo viene a morte, e non se ne parla più; e rimane questi tre figlioli poeri[2].—«Come si deve fare?»—dicono.—«Si venderà questo po' di roba e ci si metterà in viaggio per vedere se si fa fortuna.»—Vendon la roba e poi vanno via. Quando sono per la strada camminan quanton[3] posson camminare, e si mettono in un'osteria a mangiar qualcosa, perchè avevan fame, sapete? Poi si rimettono in viaggio e cammina cammina si trovano sur una bella piazza. E si voltano e vedono una lapide che ci diceva: Il Mondo sottoterra. E questi ragazzi trovano una casa di un contadino e picchiano. Dice:—«Ci dareste un corbello, una fune ed un campanello? Or ora noi vi si riporta?»—Questi contadini gnene dànno e loro si mettono ad alzà' questa lapide. L'alzano. Dice il maggiore:—«Entrerò io in questo corbello. Quando sentite ch'io sôno, tiratemi su; gli è segno che non trovo il fondo.»—Più che gli andava in giù, più bujo, più bujo. Sona il campanello e vien su. Quell'altro fratello—«Ma perchè?»—dice.—«Ora, ora, che vado io!»—Entra lui e va giù. Anche codesto, quando gli è a un dato punto, sona e ritorna in su: gua', non trovava fondo! Dice il minore:—«Anderò io. O che si mora di fame, o che si mora nell'andare giù, gli è la medesima: qualcosa sarà di me.»——E così entra nel corbello e va giù, giù, giù: sino in fondo. E vede un cortile. Guarda: di qui morti, di qua morti, tutti morti attaccati. In mentre gli è lì a guardare i morti, sente dire:—«Che fai tu costì?»—Dice, poerino:—«Siamo venuti a cercar fortuna. Siamo tre figlioli che ci è morto il babbo. Siamo in estremo bisogno.»—«Ah poerino!»—dice—«tu non lo sai? Tu non vedi come sono questi morti? Come sei venuto te? Tu sarai come loro.»—«Perchè?»—«Ora ti dirò il perchè. Abbi da sapere che ci è un gigante che tiene una Regina tutta incatenata. Se ti riescisse d'ammazzarlo, tu l'avresti pur troppo la sorte. Tieni!»—dice:—«Questo è un mazzo di chiavi e questa è una falce. Va avanti. Ci sono sette porte da aprire da questo gigante. Se tu siei bravo e lesto con questa falce di tagliargli la testa, tu siei un signore.»—E sparisce il vecchio. Questo povero giovane comincia ad aprire una porta, ne apre un'altra, infino a sei[4]. Quando gli è all'ultima sente uno scatenìo, un rumore d'armi: era il gigante, che sentendo avvicinare il nemico, arrotava le armi. E lui un timor pànico, non sapeva neppure cosa si fare. Si fa coraggio, apre l'uscio, e con la falce lo piglia così alla gola e il gigante casca a terra. Appena cascato a terra, un urlìo:—«Eccolo il nostro salvatore! eccolo il nostro liberatore!»—Va dietro alle voci e trova la porta in dove era incatenata la Regina. Apre e vede questa disgraziata poerina lì più morta che viva, piena di catene. Gli apre le catene, gli leva tutte quelle che vede. Dice:—«Voi sarete il mio sposo, voi mi avete salvata la vita.»—Prendono tutte le ricchezze che c'eran lì: e mettono tanta roba nel corbello; sonano e i fratelli tiran su, e veggono questa gran ricchezza di quattrini, d'oro, di tutto. Ricalano il corbello: per quattro volte il corbello fu pieno di queste gran ricchezze. Finalmente il fratello minore mette la sposa nel corbello, perchè la tirin su. I fratelli che veggon tutta questa gran ricchezza e questa bella donna, che fanno? Buttan giù la lapide, vanno a riportare il corbello e la fune e si rimettono in viaggio con la Regina e i tesori. Il fratello minore sta lì ad aspettare il corbello per venir su: l'aspetta ancora. Sente l'istessa voce del vecchio che s'affaccia:—«Vedi tu, se tu siei stato tradito? Ora tu siè' morto: che vuoi tu fare? Non c'è' altro scampo»—dice—«chè alle dodici viene il drago. O senti: li vedi questi morti? Mettigline tre o quattro costì; ed empigli un bel bigotto d'acqua.»—Questo ragazzo obbedisce subito a quel che dice il vecchio.—«E quando tu senti che gli ha mangiato tutti questi morti, e gli ha bevuto; lui s'addormenta. Vai adagio, adagio; attaccati al collo. Lui va via e ti porta via da questo posto.»—E questo vecchio si vole che fosse l'anima di suo padre, de' tre fratelli. Questo ragazzo gli fa tutta l'obbedienza; prepara tutta la roba come aveva detto e si mette da sparte d'un cantuccio, niscosto. Quando gli è le dodici, eccoti il drago, bruummatatapum! Si mette a mangiare tutti questi morti; beve; e poi si mette a dormire saporitamente. Questo ragazzo adagio adagio si attacca al collo; e il drago che sente e non sa che sia, via fori della buca. E lui, gli riesce di attaccarsi ad un albero.[5] Dunque la mattina, sapete bene, i contadini vengon giù presto, all'alba; quando sono a questo posto, dice:—«Oh c'è gente sopra quegli alberi.»—Dicono gli altri:—«Eh, c'è davvero, io vo' a casa.»—E tornano tutti addietro. Vanno a casa; e prende la falce, prende la vanga:—«Perchè»—dice,—se è qualche traditore, in tanti si ammazza.»—Aspettan che si faccia lume e veggon che gli è un omo davvero:—«Che fai costassù?»—«Ahn!»—dice,—«sono un povero disgraziato! Èramo tre fratelli: siamo venuti per far fortuna...»—e gli fa tutta la spiegazione. Dicono:—«Questo de' esser quello! Io ho inteso che avete trovata la ricchezza?»—«Sì, appunto.»—Dicono:—«O non sapete che a mezzogiorno uno dei vostri fratelli gli è sposo della Regina che voi avete liberata?»—Gli metton delle funi, s'imbraca e vien giù questo poero disgraziato.—«Noi»—dicono i contadini—«vi accompagneremo sino alla casa de' vostri fratelli, poerino!»—Vanno alla casa e picchiano. I traditori s'affacciano e veggono che gli è il fratello.—«Che nessuno apra! che nessuno apra!»—Picchia picchia e nessuno apriva. Che ti fanno i contadini? Vanno alla giustizia e gli raccontano il caso. La giustizia picchia; e nessun risponde. E buttan giù la porta, oh lo credo, io!—«Oh traditori iniqui»—dice—«ora per voi è finito il bene stare!»—Li ammanettano, gli legano le braccia e li portano al bargello.—«E voi sarete lo sposo»—dice il giudice al fratello minore.—«E lo sposalizio seguirà a mezzogiorno con la vostra sposa.»—Ah potete credere la sposa quando lo vedde (può immaginarsi! il suo liberatore!) che gioja ch'ella ebbe. Segue lo sposalizio, com'era fissato; e all'ora del pranzo i fratelli furono impiccati tutti e due. Questo fu il pago che ebbero. E così loro, gli sposi, senza più paura e timore se ne vissero insieme in pace. E così questa novella è finita. O non è bella?

NOTE

[1] Il Liebrecht (art. cit.) annota:—«Gehört zu Grimm K.M. n.º 91. Das Erdmänneken. Vgl. Köhler zu Gonzenbach n.º 64. Die Geschichte von der Fata Morgana, und meine Bemerkung Gött. Gel. Anz. 1870. Seite 1421 (zu Radloff 3. 518. 'Hämra).»—Vedi anche Pitrè (op. cit.) La Jisterna, Lu munnu suttanu, Lu cuntu di lu magu e di li tre frati. Nello Jahrbuch für Romanische und Englische Literatur, Anno MDCCCLXVII, volume VIII, il Köhler ha pubblicata una fiaba di quel di Sora, raccolta da un certo Arminio Grimm in Roma, dalla bocca di un modello, e malissimo raccolta, come potevamo aspettarci da un tedesco, che poco sa la lingua e niente i dialetti nostri. Eccola, del resto, con poche emendazioni. Si noti che non è mica nel vernacolo di Sora: nient'affatto.

I TRE FRATELLI E LE TRE PRINCIPESSE LIBERATE.

C'erano una volta tre fratelli che andavano alla caccia. Quando venne la notte avevano perso il cammino nel bosco. Disse il più giovane:—«Io voglio montar su quest'albero: forse posso veder dove siamo.»—Quando fu montato, vide un palazzo illuminato. Scese e disse ai fratelli in che direzione dovevano andare. Quando furono al palazzo, lo trovarono illuminato tutto tutto e la porta chiusa. Bussarono co' fucili, ma nessuno rispondeva. Disse il più piccolo:—«Vogliamo sforzar la porta.»— E così entrando, girarono dappertutto senza trovar nessuno; ma in un gran salone stava una tavola con tre piatti e tre bicchieri e tre sedie e molta roba da mangiare. Alfine, perchè avevan fame, si messono a tavola; e poi, quando furono sazî, trovando una camera con tre letti apparecchiati, si coricarono. Ma soltanto i duoi più grandi dormivano, e il terzo restò senza dormir tutta la notte, ma non si fece veder niente. L'altro giorno presero consiglio di rimaner nel palazzo, e che il più vecchio restassi per cucinare immentre che gli altri andassero a caccia. Quando quelli furono via, entrò in cucina un uomo grande grande:—«Cosa fai qua?»—«Io sto cucinando per me ed i miei fratelli.»—«Chi t'ha fatto entrare in questo palazzo?»—«Noi siamo entrati perchè non c'era nessuno per aprirci ed abbiamo mangiato perchè avevamo fame.»—«Io ti voglio dare tante bastonate quanti giorni l'anno ha.»—«Misericordia!»— gridava—«non me ne date tante.»—«Mettiti in posizione per ricever le tue bastonate.»—E il più vecchio fratello si messe in posizione e ricevette tante bastonate quanti giorni l'anno ha. La sera, quando i fratelli ritornarono, non disse niente.—«Cos'hai, fratello, che se' tanto pallido?»—«Io ho avuta la febbre,»—disse—«ho avuto un mancamento.»—L'altro giorno restò il mezzano in casa. Entrò il gigante.—«Cosa fai?»—«Io fo la cucina pe' fratelli e per me.»—«Come sei entrato nel palazzo?»—E la stessa risposta del primo.—«Io ti darò tante bastonate, quanti du' anni hanno giorni.»—«Misericordia! non me ne date tante.»—«Mettiti in posizione!»—E gli dà tante bastonate quanti du' anni hanno giorni. Quando i fratelli vennero la sera, domandava il terzo:—«Cos'hai fratello, che sei tanto pallido?»—«Io ho avuto un mancamento»—rispose. Ma al primo, che non diceva niente, fece un'occhiatina. E così il terzo giorno resta il più giovane. Ma aveva veduta quella occhiatina, e quando i fratelli furon via, se ne andò dietro pian piano per ascoltar cosa dicessero. Disse il primo:—«Io ho ricevute tante bastonate quanti l'anno ha giorni. Tu, quante?»—Disse l'altro:—«Io tante, quanti du' anni hanno giorni.»—Il terzo torna nel palazzo e si metteva a cucinare, quando quel gigante entrò:—«Cosa fai?»—«Quel che mi pare.»—«Come sei entrato nel palazzo?»—«Come m'è piaciuto.»—«Io ti voglio dar tante bastonate, quanti tre anni hanno giorni.»—«Io te ne voglio dar quanti sei anni hanno giorni.»—«Io sono più grande di te,»—disse il gigante.—«Io sono più grande di te»—rispose il giovane e si pose sur una sedia.—«Io sono più grande,»—disse il gigante, e si recava in alto, allungandosi d'un palmo.—«Io sono più grande,»—rispose il terzo fratello e salì sulla tavola. E la terza volta messe la sedia sulla tavola e vi saltò sopra.—«Io sono più grande»—disse il gigante e faceva il collo lungo lungo.... Pan! Il giovane prese la sciabola e gli tagliò la testa. Giù! E la tagliava in pezzi e li gittò nel pozzo. Quando vennero i fratelli, disse loro che voleva scender giù in quel pozzo. Si attaccò ad una corda e prese una campanella e disse che con la corda lo calassero, lo lasciassero andar giù: aspettassero tre giorni. Se dopo tre giorni non avrebbe sonato la campanella, sarebbe stato segno ch'egli era morto. E così scese e al fondo trovò una buca per la quale vidde un vasto prato con erbe e be' fiori; e c'era una vecchia con un fuoco sopra al quale bolliva un caldajo.—«Cosa fai, vecchia?»—«Ohimè, ho perduto il mio figliolo; l'hanno tagliato in pezzi. Io lo voglio mettere in quel caldajo per rendergli la vita.»—Pun! Prese la vecchia e la mise nel caldajo, che vi morì. Cammina cammina, giunse ad un palazzo grande, dove il portone era chiuso. Bussa alla porta; ed apparisce alla finestra una bellissima giovane:—«Fammi entrar nel palazzo.»—«Ohimè, come capiti a questo palazzo, dove non vengono mai cristiani?»—«Io sono cristiano»—e fece il segno della santa croce—«fammi entrare!»—«Ci sono due serpenti che ti mangeranno.»—«Non ho paura.»—«Ci sta mio marito in letto: è un mago; ti mangerà.»—«Io non ho timore.»—Lo fece entrare allora, e gli si messono incontro i duoi serpenti. Pan! tagliava loro la testa. Andò su e trovò il mago nel letto.—«Oh! benvenuto, ti mangerò per pranzo,»—«Io ti mangerò, io.»—Pan! gli taglia la testa; e taglia un pezzo del suo corpo, un pezzo di serpente e se ne fece un arrosto. Allora venne la bella giovane:—«Felice me, che mi hai liberata di quel mago che mi ha rubato: portami via; andiamocene insieme.»—Disse che non poteva portarla via, perchè aveva ancora da fare.—«Ma come ti ricorderai di me?»—disse la giovane.—«Ecco un anello, ch'io ti do.»—Prese l'anello e andò via. Venne ad un palazzo più bello e più grande ancora. Bussa alla porta: e s'affaccia alla finestra una giovane molto più bella di quell'altra.—«Ohimè come sei venuto a questo palazzo, dove non vengono mai cristiani?»—«Sono cristiano io»—rispose—«aprimi la porta.»—«Ci sono due leoni che ti mangeranno.»—«Non ho paura.»—«C'è mio marito in letto che ti mangerà.»—«Non ho timore.»—Taglia la testa ai leoni e la testa al mago come la prima volta e si apparecchiò un pranzo con la sua carne e con quella dei leoni. E quando se ne volle andare, la giovane gli dette un fazzoletto, che non la dimenticasse. Trova allora un terzo palazzo più bello e più grande ancora ed una giovane che soprappassava le due altre di bellezza:—«Oimè, come sei venuto a questo palazzo, dove non arrivano mai cristiani?»—«Sono cristiano»—e fece il segno.—«Ma ci sono due tigri feroci.»—«Non ho paura.»—«Ma mio marito ti mangerà.»—«Non ho timore.»—Entra, taglia la testa alle tigri e la testa al mago, e la giovane gli dette per regalo una piccola bacchetta. E così la condusse via, e poi le altre due: che erano tre sorelle, figliuole d'un Re, rubate da que' maghi. E quando giunsero al pozzo, il giovane suonò con la campanella e fece tirar su prima la meno bella delle tre. Quando i fratelli videro quella donna tanto bella, cominciarono a disputarsi. Uno:—«Io la voglio.»— «No, io la voglio,»—l'altro.—«Date la corda!»—gridava il terzo. E così tirarono su la seconda; e vedendola più bella, cominciarono a litigare, volendol'avere ciascheduno tutta per sè. E così per la terza. Restava allora il terzo fratello nel pozzo. Ma lui, invece di attaccarsi alla corda, vi attaccò un gran sasso. Ben glien'incolse. Chè i fratelli, quando fu mezzo in su, lo lasciarono ricadere ad un tratto, pump! e credendolo morto se ne andarono con le tre principesse. Ma il terzo fratello, non sapendo cosa fare, toccò la bacchetta.—«Cosa volete che si faccia?»—«Ah»—disse—«fatemi uscire da questo pozzo.»—Eccolo subito portato sopra. Tocca di bel nuovo la bacchetta.—«Cosa vuol che si faccia?»—«Fatemi il più valente, il più bello, il più istruito, il più ingegnoso giovane che mai sia stato al mondo.»—E subito, perchè prima era piccolo, divenne grande e forte. S'incammina e va finchè giunge nel Regno del padre delle tre principesse che avea salvate. Quando entra nella città, vede preparare una gran festa. E non poteva trovare alloggio. Si dovevano celebrar le nozze de' due fratelli suoi con due figliole del Re. Entra nella bottega d'un calzolajo.—«Posso io stare in casa vostra?»—«Sì, ma io non vi posso dare a pranzare.»—L'altro giorno il terzo fratello tocca la bacchetta:—«Cosa vuol che si faccia?»—«Io voglio un cane forte.»—Ecco subito il cane.—«Vattene nel palazzo del Re e prendi la tovaglia dove stanno a pranzare, e fa cader tutto a terra.»—Il cane entra nel palazzo e fa come gli era ordinato. Disse il Re:—«Questa è una gran disgrazia. Guardie! un altro giorno non fate più entrar quel cagnaccio.»—L'altro giorno il terzo fratello tocca la bacchetta.—«Cosa volete che si faccia?»—«Un cane più forte ancora.»—Ecco il cane.—«Mettiti sotto la tavola dove pranzano e levati in su, che si rovesci la tavola.»—E il cane fece come gli era ordinato. Ma le guardie lo inseguirono; e quando lo videro entrare dal calzolajo, presero quello per condurlo in carcere. Ma il calzolaio gridava:—«Io non ho cani; domandate a tutti i vicini miei, se io ho avuto mai cani.»—Subito venne allora il terzo fratello dicendo:—«Quei cani erano miei.»—Lo condussero a palazzo.—«Appiccatelo alla forca»—disse il Re.—«È permesso che io pure dica due parole?»—«Dite.»—«A chi appartiene quest'anello?»—«È mio»—grida la più piccola delle tre figliole del Re—«me l'ha dato la mamma, quando aveva tre anni.»—«A chi appartiene questo fazzoletto?»—«È mio»—disse la mezzana—«me lo diede mia madre.»—«Chi mi ha data questa bacchetta?»—«Sono io,»—disse la terza;—«l'ho data a chi mi liberò dal mago.»—Spiegò allora chi era, e come i fratelli l'avevan voluto far morir nel pozzo. E i fratelli furono condannati alle forche e appiccati. E lui prese per moglie la più bella delle tre sorelle; e vi furono subito altri regnanti, che presero le altre due; e furono felici e vissero molti anni.

[2] Poero, che più esattamente si scriverebbe Póhero, giacchè il v non isparisce del tutto, anzi lascia dietro sè una lieve aspirazione. Il Fagiuoli, nello scherzo scenico La Virtù vince l'Avarizia, fa equivocar così un pedante ed un monello.—«Fidenzio. Heu, heu, tu puer!»—«Menghino. Dov'è egghi i' poero?»—«Fidenzio. Dico a te.»—«Menghino. Io non dico d'esser ricco; ma io non sono anche tanto poero, quanto io vi son paruto; me' pa' lagora su il suo, e non dovide quil po' ch'egghi ha con nessuno.»—«Fidenzio. Io non ho detto che tu sia poero.»—«Menghino. Ma io ho inteso a coresto mo', che ci faresti voi?»—«Fidenzio. Io t'ho chiamato puero, idest infante impubero.»—«Menghino. Io non sono infranto, nè son di sughero, io. Vo' m'ate scambiato: io son Menghino figghiol di Goro di Beco del Ficca dal Borratello.»

[3] Sic. Probabilmente lapsus linguae, per amore delle altre n, antecedente e seguente.

[4] Tutti sanno quanto di frequente ricorrano vasti palagi sotterranei in tutti que' racconti che pretendono al meraviglioso. Darò un esempio di simili descrizioni tolto dalla Dianea di Gianfrancesco Loredano, Nobile Veneto (MDCXLII):—«Floridea volle fuggire, ma oppressa o da stanchezza o da timore, fu costretta per non cadere appoggiarsi ad una pietra, che sporgeva più dalle altre fuori del monte. La toccò appena, che si mosse da sè stessa, quasi che le pietre avessero quella pietà, che non poteva ritrovare negli uomini. La spinse un poco più addietro e s'avvidde che serviva per turare l'entrata d'una grandissima grotta, per quanto si poteva comprendere a prima vista. Era quivi posta sopra alcuni cardini con tanto artificio, che con facilità chiudeva ed apriva quella bocca. Al di fuori mostrava molto meno la sua grandezza, ed era situata in maniera che pareva prodotta dalla natura, non fabbricata dall'arte. Si apriva dalla parte di dentro e quando fosse stata assicurata coi puntelli, tutta la forza del mondo non sarebbe stata bastevole a muoverla. Stette per un poco sospesa la principessa: credeva di sognarsi, o pure si persuadeva che gli dei, mossi a pietà delle sue lagrime, le avessero fatto nascere quel ricovero, che solo le poteva difendere l'onestà e la vita. Le pareva strano il seppellirsi da sè stessa in una caverna; pure il timore presente di non cadere nelle mani del Duca, le fece precipitare ogni considerazione dei pericoli futuri. Entrata nella grotta, dubitando d'esser seguita, volle assicurare l'entrata con alcuni catenazzi fortissimi, ch'erano posti a quest'effetto. S'incamminò frettolosa verso dove la chiamava un grandissimo lume. Arrivò in un cortile, che adornato di bellissime colonne e di finissimi marmi, mostrava essere stanza piuttosto degli dei, che sepolcro, come s'aveva immaginato, degli uomini. Tenea nel mezzo situata una grandissima fontana, che da sette statue di politissimo alabastro mandava fuori acque limpide e cristalline. Quivi si fermò la Principessa; e trattasi la sete cagionatale dal timore e dalla fatica, dubbiosa tra sè stessa di quanto potesse sperare negli estremi delle sue infelicità, fu rapita da un soavissimo sonno, effetto o della sua stanchezza o del mormorio di quell'acque.»—La duchessa di Bel—Prato spiega in seguito a Floridea il mistero del sotterraneo:—«Quest'isola è l'amoroso Regno di Cipro. È fama che questa grotta fosse fabbricata da Venere per nascondere gli (sic) suoi amori; oppure da i primi Regi per assicurarsi dalle insidie. Ha sette bocche, che tutte corrispondono al mare, tanto distanti l'una dall'altra, quanto che può servire la vista d'un uomo. Credo, che sotto apparenza di religione, si proibisca la coltura a questa parte dell'isola, per levare l'occasione agli abitanti di spiare questi recessi o di osservare qualcheduno che se ne fuggisse. Tutto il contenuto è sacro; e l'uccidere una fiera o 'l recidere un arbore è delitto capitale. Per un lunghissimo giro restringendosi la bocca va a terminare in un palagio che si denomina dal Segreto. Crede il volgo, che abbia preso il nome da una fonte, che, bevendosi delle sue acque, fa rappresentare in sogno le cose venture; o, come io mi persuado, per queste cave sotterranee palesi solamente alla Maestà del Re e della figliuola, che per ordinario se ne sta qui per essere il più forte e più delizioso luogo dell'isola. Nell'ultima stanza di Sua Altezza si ritrova l'entrata. È in una parte meno osservata: otturando il foro alcune tavole incastrate in maniera che ingannano gli occhi e il tatto. La facilità di levarle può esser solamente capita da coloro, che le veggono levate.»—

Chi ci darà un buon libro intitolato: Grotte e caverne nella fantasia del popolo Italiano? La natura è stata povera e meschina nel creare sotterranei e nell'adornarli, appetto alla inesausta immaginazione e balzana del popol nostro.

[5] Questo drago rimette in mente l'Ippogrifo: ed il cavallo alato della novella palermitana Dammi lu velu (Pitrè, Op. cit.) dov'è anche un tradimento simile al fraterno della nostra. Un Levantino conduce seco in luoghi impervii, appiè d'una balza inaccessibile, un picciotto disperato. Vergheggia il terreno: n'esce un pegaso, sul quale il ragazzo vola a raccoglier tesori in cima al monte per conto del Levantino. Così tre volte. Alla quarta lo stregone gli dice:—«Quel che piglierai è tuo.»—Lo rimanda lassù e poi fa sparire lo aligero destriero ed abbandona il meschinello sul cacume.


VI.

L'UCCELLINO CHE PARLA[1]

C'era una volta un Re. Non si sa per qual caso proibì che la sera non si sortisse[2], pena la testa; nessuno, indispensabilmente, sennò tagliata la testa. Alle ventitrè tutti avevan preparata la sua roba in casa per la sera non sortire. Il coco qui di cucina, ch'era giusto d'estate che sudava stando al foco, quando ebbe finito il suo impiego:—«Cheh! o ch'io moja che m'ammazzi Sua Maestà, o ch'io moja ch'io mi sento affogare, io vo' andar fori!»—E va fori, e si mette alle sponde d'Arno, come sarebbe su' nostri ponti, lì a prendere il fresco. In mentre gli è lì a prendere il fresco, sente delle voci che dicono:—«Oh, se Sua Maestà mi desse per moglie al suo scudiero, quanto sarebbon meglio le cose!»—Gli eran tre ragazze. L'altra la dice:—«O me, se mi desse al suo maestro di casa, quanto gli andrebbon meglio le cose!»—E la minore:—«Oh, se Sua Maestà mi sposassi, io gli farei tre figli: due maschi ed una femmina. I maschi di latte e sangue e i capelli d'oro; e la femmina di latte e sangue e i capelli d'oro e una stella in fronte.»—Quest'omo, il coco, quando ha sentito, guarda e prende il numero dell'uscio e torna a palazzo e va a letto. La mattina s'alza; e, appena sente che Sua Maestà s'è alzata, chiede di passare di là. Lo fecero passare.—«Maestà,»—dice—«io sono ai vostri piedi. Io ieri sera trasgredii i vostri comandi. Perchè io mi sentiva affogare, io me n'andiedi fori. Mentre io era lì alle sponde a prendere il fresco, sento delle voci. Mi affaccio e vedo. Son tre ragazze (gli eran lì al fiume a lavare) che dicono: Oh se Sua Maestà mi desse per moglie al suo scudiero, vorrebbe vedere le cosa come anderebbero! una di quelle. L'altra dice: Oh lui, se mi desse il suo maestro di casa, o quello sì che le cose andrebbero bene; non anderebbero come le vanno. Una di quelle:—Se Maestà mi sposassi, io gli farei tre figli, due maschi e una femmina. I maschi di latte e sangue co' capelli d'oro; la femmina di latte e sangue co' capelli d'oro e una stella in fronte. Ora»—dice il coco—«son qua per pagare il mio fallo: aspetto la morte.»—«No»—risponde Maestà[3]—«io ti perdono. Ma vai subito in traccia di queste ragazze: e dirgli che le vengan da me in tutte le maniere con suo padre.»—Eccoti quest'omo va alla casa che la sera avea preso l'appunto e picchia[4]. S'affaccia una di quelle ragazze, dice:—«Chi è?»—«Apra»—dice il coco,—«gli ho da dire una cosa.»—«Oh babbo»—dice la ragazza—«c'è uno che mi vuol dire una cosa.»—«Tirate la corda, eh, qualcosa verrà.»—La ragazza tira la corda, il coco vien su. Gli dice il padre:— «Cosa vole?»—a quest'omo.—«Ordine di Sua Maestà, che le sue figlie vengan via con meco nel momento.»—«Verrò ancora io.»—«Venite ancora voi.»—Nel mentre che le si vestivano:—«Ma, ragazze, che iersera andaste fori?»—Gua', c'era ordine di morte e sospettava.—«No, babbo; noi non si sortì.»—Le scendevano una scalina della sua casa e le andavano al fiume: le non erano sortite. Il coco le porta al palazzo e le conduce a Sua Maestà. Maestà gli dice;—«Ditemi, ierisera, alla tal ora, o dov'eri[5] voi?»—Dice:—«Al fiume, a lavare,»—«E cosa parlavate voi ierisera al fiume?»—La maggiore:—«Io dissi: Oh, se Sua Maestà mi desse per moglie al suo scudiero, vorrebbe vedere le cose come anderebbero!»—La seconda:—«Io dissi: Oh, se mi desse al suo maestro di casa, non andrebber come le vanno le cose!»—La minore:—«Io dissi: Oh, se Sua Maestà mi sposassi, gli vorrei far tre figli: due maschi e una femmina. I maschi latte e sangue co' capelli d'oro; la femmina di latte e sangue co' capelli d'oro e una stella in fronte.»—«Bene!»—risponde Maestà.—«Sarà fatto quello che voi avete chiesto. Voi sposerete il maestro di casa; voi, lo scudiero; e voi sarete mia sposa. Ma con questo, se non saranno eseguite quelle cose che voi avete detto, pena la morte.»—Concludon le nozze, fanno presto, gua'. La moglie dello scudiero in pochi mesi, eh! c'eran le scuderie che non parevan più quelle affatto: ricche, belle, per bene, i meglio cavalli. La moglie del maestro di casa gl'interessi andavan benone, di bene in meglio. Il Re era contentissimo: la sua sposa era rimasta incinta. Lasciamo quand'era già su' sette mesi la sposa che era incinta, un cugino del Re gl'impone guerra. Ma, per tornare un passo addietro, aveva due sorelle questo Re. Dovette andare alla guerra e lasciar la sposa: come si fa? Dice addio alla sposa:—«Ricordati quel che t'hai promesso»—gli dice. Queste sorelle che avevan tant'astio con questa donna, gli avevano una rabbia le sorelle del Re! Viene l'ora che la partorisce e fa un bambino di latte e sangue co' capelli d'oro. Che ti fanno queste sorelle? Prendono questo bambino e ti mettono in vece una scimmia leste leste. E danno ordine a un suo servitore che lo metta in un canestrino e lo butti in Arno. C'eran dei barcajoli: corron dietro a questo canestrino questi barcajoli; lo prendono e vedono questa gran bella creatura.—«Oh birbante, chi gli è stato?»—dicono questi barcajoli; e uno dice:—«Lo porterò a casa e lo metterò a balia questo bambino.»—Che ti fa? lo prende e lo porta a casa e va cercando una balia per custodirlo, che la gli desse latte. Venghiamo ora a Maestà che doveva avere la risposta da queste sorelle, come stava la sposa, come l'aveva partorito. Gli mandano a dire che la sua consorte gli avea fatto una scimmia invece di un bambino di latte e sangue co' capelli d'oro; cosa ne dovevan fare?—«O scimmia o altro, tenete conto di lei»—risponde il Re alle sorelle. Dunque, quando lui gli ha finito la guerra, torna a Firenze. Ma non era l'istesso verso la moglie. Sì, gli voleva bene; ma mai non come prima, perchè sperava nella parola che la gli aveva data. In questo tempo, la ritorna incinta. Per tornare al bambino che è a balia, il balio vede questi capelli:—«Ma guarda»—dice alla moglie,—«non ti pare oro codesto?»—Dice la moglie:—«Sì, ch'è oro.»—Tagliano una ciocca di capelli e vanno a venderla. L'orefice la pesa e gli dà una somma, ma di molto, sapete, perchè era oro pesante e bello, che questo balio e questa balia erano arricchiti con questi quattrini. Ogni giorno gli tagliavano i capelli e andavano a venderli. Venghiamo ora a Sua Maestà, che mentre sua moglie gli era di sette mesi, suo cugino gl'impone guerra un'altra volta. Ecco lui va via, va alla guerra, dice addio alla moglie:—«Ricordati delle promesse!»—Vien l'ora che la partorisce e fa un maschio come l'aveva detto, co' capelli d'oro e con le carni di latte e sangue. Le birbanti delle sorelle[6] fanno prendere il bambino e ci mettono un cane. All'istesso omo dicono:—«Buttatelo, come avete fatto a quell'altro, in Arno.»—Questi barcajoli stessi veggono un altro canestrino, vanno e lo prendono e veggono un altro bambino:—«Ah poerino! Ma che bricconate son queste?»—dicono i barcajoli. Quel navicellajo prende il bambino e fa come all'altro; lo porta a casa e poi va dalla balia e riprende quello primo e rimette questo a balia e vien via a casa[7] col bambino maggiore. Lasciamo a questi e venghiamo alla novità che doveva avere il Re, se l'aveva partorito la su' moglie. E gli mandarono a dire le sorelle:—«L'ha fatto un cane la vostra sposa; scriveteci quel che si deve far di lei.»—«O cane o altro, tenerne di conto;»—manda a dire il Re.—«O cane o cagna, tenetene di conto.»—Il navicellajo ogni tanto l'andava a veder questo bambino. E trova il balio arricchito, in una maniera! con tanta mobilia, loro vestiti tutti per bene.—«In che maniera»—dice—«vo' siete così arricchiti?»—«Oh»—dicono—«noi siamo arricchiti...»—tante bugie! Ma il navicellajo guarda il bambino e vede i capelli tutti d'oro: ci fa osservazione.—«Oh bricconi»—dice—«perchè non me lo dire? Voi mi renderete la metà dei quattrini che avete presi.»—Questi balii, gua'! gli danno la metà de' quattrini e gli dicono:—«Per amor di dio, la ci perdoni!»—«Eh!»—dice—«Io vi perdono. Basta che facciamo a mezzo, è finita.»—Venghiamo ora che lui torna alla moglie, gli mostra i quattrini e gli racconta il caso.—«Noi si taglierà i capelli al nostro e così si arricchirà.»—Eccoti che il Re che torna alla città e va al palazzo dalla sposa, sempre più serio. Ma poi, sapete, gli voleva bene di molto e sperava nell'ultimo figliolo. Lei rimane incinta un'altra volta. Mentre che la rimane incinta, eccoti il cugino che gl'impone proprio un'altra volta guerra al Re, destino proprio! Ma il Re deve andare alla guerra e gli dice:—«Addio; ricordati della promessa. Ora non ce n'è più che un solo de' figlioli.»—Ella la partorisce e fa la bambina di latte e sangue, co' capelli d'oro e la stella in fronte. Le sorelle per l'istess'omo la fan mettere in un canestrino e buttare in Arno; e ci mettono una tigre in letto, piccolina. Scrivono al Re che la sua sposa l'ha fatta una tigre; quel che le avevano a fare della sua sposa. Lui gli dice:—«Quel che volete; purchè, come io vengo a Firenze, non ci sia nel palazzo.»—Torniamo ora a questi barcaroli. Veggon l'istesso canestrino[8], lo prendono e veggon questa bambina, che! una cosa che sorprendeva. La prendono e la portano a casa del solito navicellajo. E questo poi va cercando la balia, e riprende il maschio e mette la bambina. E de' quattrini de' capelli sempre facevano a mezzo. Venghiamo alle sorelle che il Re gli lascia piena libertà di far quel che le vogliono di questa donna. La prendono, la levano di letto, la portano giù in cantina, la murano di qui in giù; dal collo in giù, tutta murata, altro che la testa fori. Ed ogni giorno gli andavano a portare un po' di pane, un bicchier d'acqua; e uno schiaffo per una gli davano: questo era il suo mangiare. Per tornare un passo addietro, il Re gli aveva scritto che murassero le stanze di questa donna dov'era stata: non le voleva veder più. Il Re torna, bell'e finita la guerra, e non fa menzione della moglie, non ne ricerca, chêh! Entra nel suo quartiere, com'era solito, senza dir nulla. Altro dicendo:—«Guarda come sono stato messo in mezzo da questa donna!»—da sè diceva. Venghiamo ora al navicellajo, che la bambina era grande, la riprende, dà uno sborso al balio e la riporta a casa. Questi ragazzi e questa bambina crescevano che bisognava vedere che belle creature erano codeste! E il navicellajo avea fatta tanta e tanta ricchezza su questi capelli. Dice alla moglie:—«Qui bisogna pensare a questi ragazzi; bisogna fabbricargli un palazzo, poerini, per quando saran grandi.»—Ma questo navicellajo stava poco distante dal Re, padre di questi bambini. Fabbrica questo gran bel palazzo che gli era anche più bello di quello del Re, davvero; con un giardino in dove c'eran tutte le meraviglie, non c'era più che desiderare. Que' bambini sempre crescevano, si fecero giovanettini; la bambina una ragazzina. Quando fu un dato tempo si ammala questo navicellajo e more. Per dispiacere, la moglie, sopraggiunge una febbre e more anco lei. E rimane questi tre giovanetti, ricchi, che figuratevi! non ve la posso dire la ricchezza che su' capelli aveva fatta il navicellajo. E i giovanetti procurorno d'occuparsi in qualche occupazione. La bambina rimaneva in casa a far le faccende domestiche. Quando aveva fatte le sue faccende domestiche, andava nel giardino così per passare una mezz'ora. Poi tornava i fratelli a mangiare, che s'adoravano: questi due fratelli adoravan la bambina e la bambina adorava loro, proprio s'adoravano da veri fratelli. Un giorno, quando l'era nel giardino, la dice da sè:—«Cosa manca in questo giardino? di più non ci pol essere. Oh che degna cosa che è questo giardino!»—Lì al cancello gli si presenta una vecchia:—«Te, tu dici che in questo giardino non manca nulla?»—la gli dice la vecchia.—«Ci mancano tre cose, bambina!»—dice.—«E quali sono?»—«Uccello che parla, albero che canta, fontana che brilla.»—In mentre la bambina la voleva dire:—«E in dove si pol ire?...»—la vecchia la sparisce, la non c'era più. E lei si mette a piangere disperata:—«Ah io credeva che non mancasse nulla, e ci mancano tre cose: uccello che parla; albero che canta; fontana, che brilla!»—E piangeva a calde lagrime. Tornano i fratelli e la veggono disperata in quel modo lì:—«Cosa c'è? cosa ci hai?»—«Eh lasciatemi stare! Era nel giardino che a me dicevo che non mancava nulla, che proprio non ci poteva che desiderare. M'è apparito una vecchia che m'ha detto: Te, lo dici che non manca nulla; ci mancano tre cose: uccello che parla, albero che canta, fontana che brilla.»—«Ah!»—dice il fratello maggiore—«e siei disperata per questo? Sarò io che ti farò felice. Vado io cercando queste tre cose.»—Aveva un anello questo fratello in dito; se lo leva, e gnene mette in dito alla sorella, e gli dice:—«Quando sarà cangiata la pietra, sarà segno che io son morto.»—La sorella non vole che vada:—«Ah!»—l'urla—«io non vo'....»—Ma lui parte e non gli dà retta e va via. Quando gli ha fatto un pezzo di strada; ma un pezzo, via, molto, trova una vecchia che gli dice:—«Dove tu vai, bel giovane?»—«Oh vado in cerca dell'uccello che parla, albero che canta, fontana che brilla.»—«Poerino!»—dice—«tu non sai che hai da camminar tanto!»—«Eh»—dice—«cammini quanto volete: gua', io ho da trovar questa roba.»—In mentre che tu hai finita la strada, tu troverai una bellissima piazza dove c'è una porta. Entra dentro e vedrai un cortile lungo lungo, ma lungo! Di qui e di là non vedrai altro che statue; che sono uomini e donne andati come siei ito tu, tale e quale, per cercare queste tre cose. Te, le puoi avere. Se quando tu senti urlare, strapparti per la persona, se tu non ti volti, questa roba l'è tua; ma se ti volti, tu divieni statua.»—Questo giovane ringraziò questa donna e si rimette in cammino. E cammina quanto può e arriva a questa bellissima piazza che gli avea detto ed entra nel cortile. Appena ch'egli è entrato nel cortile principia a sentire urli.—«Acchiàppalo! acchiàppalo! Lascialo ire! Dàgli, dàgli!»—Chi lo strappa di qui, chi di là, una cosa impossibile, ecco! Lui resiste per un pezzo, ma poi si volta e viene una statua. Veniamo alla sorella. La guarda l'anello e la vede che la pietra divien gialla. Urla:—«Ah! mio fratello, mio fratello è morto!»—Dice l'altro fratello:—«Se è morto il fratello, son vivo io per farti felice.»——E la bambina l'urla che non vol che vada via a nessun costo. L'urla! Ma lui non gli dà retta, scappa via ed è finita. E la ragazza rimane a piangere dicendo:—«Io son la vittima de' miei fratelli! io per la mia ambizione sono la vittima[9] de' miei fratelli!»—Il fratello cammina cammina; quando gli ha fatto un pezzo di strada trova la stessa vecchina dell'altro; l'istessa vecchina l'incontra. E lei dice:—«Dove vai, bel giovane?»—«Vado così a trovare l'uccello che parla, albero che canta, fontana che brilla.»—«Ah poerino, te hai a camminare assai!»—«Eh!»—dice—«questo si sa. Camminerò quanto ci vole! Tanto io l'ho da trovar questa roba.»—«Ma senti. Troverai una bellissima piazza...»—la vecchina gli dice come a quell'altro maggiore.—«E poi te troverai un bellissimo cortile. Appena che tu entri dentro sentirai urlare. Non ti voltare, altrimenti tu diventerai una statua.»—Questo ragazzo la ringrazia, va via, e trova la piazza col cortile e entra dentro. E sente:—«Ah piglialo! acchiappalo!»—Lo strascinavan di qui, lo battevano, mah! non era possibile, gua'! Stancato, si volta.—«Eh state fermi!»—Rimane una statua. Venghiamo alla sorella. Guarda l'anello e vede la pietra cangiata un'altra volta[10]. Lei urla e dice:—«Oh dio! l'è morto anche questo de' miei fratelli! Sono stata io la vittima!»—Che ti fa? Serra il palazzo e va via:—«Sono morti loro, e voglio morire anch'io.»—Quando ha fatto un pezzo di strada, la trova l'istessa vecchina.—«Ah, dove vai, bella ragazza?»—«Ah!»—la gli dice—«vado incontro di uccello che parla, albero che canta, fontana che brilla.»—«Poerina!»—dice—«tu morirai!»—«Eh! come han fatto i miei fratelli! Sono morti loro e voglio morire anch'io!»—«Lo so, che quelli eran tuoi fratelli»—la gli dice.—«Tieni queste due pentole di lardo, con questo pennello. Tieni questa boccettina per mette' l'acqua della fontana. Se ti riesce di passare, èmpila d'acqua, prendi una rama di quell'albero e acchiappa l'uccellino e vien via. Di queste due pentole io ti do, quando tu torni addietro, ungi tutte queste statue, fra quelle c'è anche i tuoi fratelli. Ungile tutte, risuscitan tutte; quante ce ne è, tante risuscitano.»—Poi la gli dice—«questa boccettina, buttala nella tua vasca, tu vedrai come brilla! Quella rama, piantala dove tu vuoi nel tuo giardino, tu sentirai come canta! E l'uccello, mettilo su un posto nel boschetto, tu sentirai come discorre!»—Eccoti la bambina, la ragazza ringrazia questa vecchina e va via via via e trova il posto che gli aveva detto. Entra e principia a sentire:—«Acchiàppala! pìgliala! pìgliala!»—sempre urli; e chi la tirava di qui, chi di là. Ma lei costante, arriva al giardino senza mai voltarsi. Entra dentro, empie la boccettina di acqua, come la vecchina gli aveva detto, prende la rama dell'albero, acchiappa l'uccello e vien via. L'uccello se lo mette in seno e poi la prende queste pentole che gli avevan dato ed unge tutte le statue, che risuscitano. Urla! tutti, uomini e donne:—«Ah ecco la nostra liberatrice! Ah ecco la nostra liberatrice!»—Urla di tutti quelli che risuscitavano. Costì c'era anche i suoi fratelli. Figuratevi! baci, abbracciamenti vedendo la sua sorella. Ognuno andiede alle sue case. La ragazze e i fratelli tornano al loro palazzo. Lei, appena entra in casa, va nel suo giardino e butta l'acqua subito nella vasca. E comincia a brillare quest'acqua: fontana che brilla, brilla che era una cosa che sorprendeva. E così pianta la rama; e la diviene un albero che comincia a cantare. E si cava l'uccellino dal seno e comincia a ragionare. Maestà s'affaccia e sente questi canti dell'albero, questi ragionamenti dell'uccello, vede questa fontana brillante e rimane estatico. E vede questi tre, due ragazzi e una ragazza, compagni come gli avea detto la sua sposa. Sente in sè un trasporto verso quei ragazzi, una cosa seria: eran suoi! Principia a discorrere a questi ragazzi:—«Oh! gran bel giardino che avete!»—dice—«gran bella cosa che avete!»—«Maestà,—dicono i ragazzi—«se Lei ci fa degni, pò venire pure a passeggiare una mezz'ora, un'ora nel giardino.»—«Ben volentieri accetterò quest'invito di venire.»—E va nel giardino di questi ragazzi, discorre del più e del meno e poi gli dice:—«Verreste a mangiare una zuppa da me?»—«Ah Signore»—dicono—«sarà troppo incomodo.»—«No;»—dice—«mi fate un regalo.»—«E allora accetteremo le sue grazie e dimani saremo da Lei.»—Il Re va via, viene a casa e dice alle sorelle:—«Domani ci ho persone a pranzo.»—«E chi ci avete?»—«Ci ho quei ragazzini di quel giardino là.»—«Quelli!...»—Esse lo sapevano che eran quelli i figlioli del Re.—«Ah noi ci dispensiamo, non si ci vole stare a questo pranzo»—dicono le sorelle.—«Perchè non ci volete stare? Son tanto boni que' ragazzi! Andiamo, andiamo, non facciamo chiasso.»—E le sorelle, gua! s'accordarono. La bambina la prende l'uccellino che parla e se lo mette in seno per andare al pranzo.—«Maestà,»—dice—«mi sono presa la libertà, ho portato ancora l'uccellino.»—«Bene: anzi sarà il divertimento della tavola!»—Quando furono sul bello del desinare gli dicono:—«Uccello, non dici niente?»—«Oh signore,»—dice—«avrei un fatto da raccontare, se Lei mi permette. Vi era un Re: in un tal tempo, non si sa per qual caso, proibì che la sera andassero fuori dalle ventiquattro in là. L'omo di cucina che sente quest'ordine, era così stanco e sudato, dice da sè: O ch'io moja di caldo o che mi faccia morir Sua Maestà, tanto è l'istesso! io vado fori. E si mette alle sponde d'Arno a prendere il fresco. Mentre che gli è a prendere il fresco, sente voci che parlano. S'affaccia. Erano tre ragazze. Una di quelle dice: O se il Re mi desse per moglie al suo scudiero, dovrebbero vedere come andrebbero le cose! L'altra: Se mi desse al maestro di casa, quello sì che vorrebbe vedere come andrebbono! La terza dice: O se Sua Maestà mi sposassi, vorrebbe vedere! Gli farei tre figli: due maschi e una bambina. I maschi di latte e sangue e i capelli d'oro, che son quelli lì; la bambina di latte e sangue coi capelli d'oro e la stella in fronte, come Lei vede. L'omo di cucina raccontò tutto al Re, che gli perdonò la vita, e maritò le tre ragazze secondo le avevan detto. Le briccone delle sue sorelle»—e l'uccellino le accenna col becco facendo col capo così—«la sua Sposa l'aveva fatto questi bambini e loro dicevano l'aveva fatto la scimmia, il cane e la tigre. E la sua Sposa è giù in cantina, murata dal collo in giù, e tutti i giorni un po' di pane, un bicchier d'acqua e uno schiaffo da quelle scimmie.»—Maestà che sente questo, corre giù alla cantina con tutti i suoi signori che avea dintorno, e trova questa infelice, murata come aveva detto l'uccellino, più morta che viva. La fa smurare, la fa mettere su di una materassa, e portare su nel quartiere a riaversi. Il Re piangeva su di lei ed abbracciava i suoi bambini dicendo:—«Tanto birbanti le mie sorelle sono state! Ma mi saprò vendicare!»—Ordina che sian rizzate le forche assolutamente nel momento. E nel mentre che la sposa cominciava a stare benino, nell'ora del pranzo, furono impiccate quelle briccone. Non si pò spiegare la contentezza di questo signore, quando vide che la sposa stava meglio e che gli perdonava. Gli chiese tanto perdono e i bambini sempre li baciava. Costì se ne stiedero tutti uniti fino che comparono. E lei gli fece degli altri figli; rimasero ricchi di tutta la ricchezza delle sorelle che avevano cose assai. E stretta la foglia e larga la via, dite la vostra che ho detto la mia. L'Uccellino che canta finisce così.

NOTE

[1] È in sostanza La 'ngannatrice 'ngannata, terzo racconto della Posillecheata de Masillo Reppone de Gnanopoli (Pompeo Sarnelli di Polignano, poi vescovo di Bisceglie). Tale e quale la Favola V de la Notte IV, presso lo Straparola.—«Ancillotto, Re di Provino, prende per moglie la figliuola d'un fornajo e colei genera tre figliuoli. I quali, essendo perseguitati dalla madre del Re, per virtù d'un'acqua, d'un pomo e d'un uccelletto, vengono in cognizione del padre.»—Affatto identica nella sua prima parte è la Istoria della Regina Stella e Mattabruna. Oriano, re di Belfiore, aveva una moglie.

2. Questa Regina Stella era chiamata,
Più bella donna che mai fosse alcuna.
Da sua Madonna era tanto odïata
La quale aveva nome Mattabruna,
Madre del Re, malvagia ed insensata.
Notate quel che volse la fortuna....

3. ............ Il Re non s'avvedia
Del falso cor che Mattabruna avia.

4. E stando un giorno insieme alla finestra,
Vide una donna che due figli avia
L'un da man manca, l'altro da man destra;
In sulla piazza quella si venia
A provvedersi per lo suo mangiare.
Il Re la vide, e cominciò a parlare.

5. Dicendo: «O dio, che così fatto dono
«Hai fatto a quella donna in tanto bene!
«Ed io, che Re di tutta Spagna sono,
«S'io n'avessi uno sarei fuor di pene.
«Per tua misericordia, o signor buono,
«Mostra le tue virtù degne e serene;
«Per tua somma possanza e buon consiglio
«Della mia Stella mi concedi un figlio.»

6.Or come piacque alla Vergine pura,
Avvenne che la moglie ingravidossi.....
Di che il Re in gran gioja ritrovossi.
E Mattabruna, che questo non cura,
Come la nuora Stella approssimossi
All'ora e al punto che dee partorire,
All'altre donne così prese a dire:

7.Dicendo: «Ognuna vadi a sua magione
«Ch'io voglio con mia nuora rimanere....»
E nella zambra si serrò con lei,
Dicendo: «O figlia, fa quel che vorrei.»

8.Dal corpo della madre i figli uscendo,
Ciascun uscì di grazia dilettosa,
Cioè, con una catena d'argento,
Intorno al collo, fra le spalle e 'l mento.

9.Tre furo i maschi, ed una fanciulletta,
E ciascun quella catenella avia:
Avea una tal grazia benedetta,
Mentre che seco al collo la tenia
Non potea mai morir di morte in fretta.....

10.E Mattabruna, piena di nequizia,
Que' quattro figli subito prendia,.....
E un suo donzello chiamar si facia.....
Giunse il donzel, che Guido nome avia,
Dicendo: «Dama, che t'è in piacimento?»
Menol da un canto e diegli giuramento.

11.E nella zambra ove portò li figli
Lo menò e disse: «Tu mi servirai.
Or fa che questi pargoli tu pigli;
Dove a te piace tu li porterai.
E d'annegarli fa che t'assottigli;
Tal che novella non se n'abbia mai.
E da me n'averai buon guiderdone:
Innanzi a te, non sarà mai Barone.

12.Ma s'io ne risapessi mai nïente
Che tu il dicessi mai a creatura,
Io ti farei di tua vita dolente.»

14.Guido si parte allora e non si posa;.....

15.E giunto al fiume ch'era grande e grosso
Apre il mantel per volerli annegare.....
Guido li guarda, e cominciò a pensare.....
E per pietà si mise a lagrimare.....

16.«Son questi figli da patir tormento?
O s'io li getto in questo fiume al fondo,
Il mio cor non sarà mai più contento».....

17.E in su la riva del fiume li lassa
(E fegli addosso il segno della croce).
Rinvolti in quel mantel senz'altra fassa.
Poi ritornava alla vecchia feroce
Pien di paura con la testa bassa.
E giunto a lei, con un parlar veloce
Gli disse: «Dama benigna e gradita,
«Di quel che m'imponesti se' obbedita.»

18.E Mattabruna, che al mal far non cala,
Credendo che sien morti que' figliuoli,
In una stalla andò sotto una scala,
Dove una bracca avea quattro cagnuoli.
Tutti li tolse, e ritornò in la sala
Per metter la Regina in mortal duolo.
Con essi in grembo in camera fu gita,
Per farle con dolor perder la vita.

19.E quei cagnuoli glieli mise allato......

20.Dov'era il Re con la sua Baronia,
Che aspettava di sua donna novella,
Questa malvagia vecchia se ne gia,
Per metter empia fama addosso a quella.
E corrucciata forte gli dicia:
«Gran fallo ha fatto la Regina Stella.»

21.Il Re, sentendo sì fatto parlare,
Con quei Baroni ch'erano d'intorno
Alla camera andò senza tardare.....
E vide Stella con quattro can stare.
E Mattabruna allor non fe' soggiorno
Di dire al Re, sbattendose le mane.
«La prole, ch'essa fece, fu di cane.....

23.«Da te non son creati e manco nati,
Da lei procede questo fallo rio.»
Il Re allor con suoi sensi turbati
Alzò le mani al ciel laudando iddio.
Vedendo questo Mattabruna allora
Diè per consiglio al Re che Stella mora.

24. Dicendo: «figliuol mio, pronta vendetta
«Far dei sopra di questa miscredente.»
Il Re le disse: «Darle morte in fretta
Non potrei sopportar alma vivente.
Perchè m'è stata sposa assai perfetta
Non soffrirei mai tanto inconveniente.»
La madre disse: «Fa ciò che t'ho detto,
Se non, da me, figliuol, sii maledetto.»

25.Il Re con gran dolor le diè parole
Che la Regina fosse imprigionata.
Non domandar se 'l Re si strugge e duole.
E Mattabruna, forte corrucciata,
Inver la zambra, come uccel che vole,
Se n'andò tutta quanta indiavolata.
Stella, sentendo allor ch'ella venìa
Piangendo disse: «O vergine Maria!»

26.E Mattabruna nella zambra entrava,
Con seco più donzelle in compagnia.
E Stella a furia pe' capei pigliava,
Con le pugna il bel viso le offendia,
E fuor del letto sì la strascinava,
Poi: «Falsa sposa» essa le dicia,
«Ch'al tuo marito hai fatto fallo tanto!»
E la Regina Stella fea gran pianto.

27.E li figliuoli volea ricordare.....
Mattabruna la fece imprigionare,
Poi comandò a ciascuno con istizza
Che la prigion non si dovesse aprire
Sotto la pena di dover morire.

28.Pane ed acqua le dava con sua mano:
Altra persona non andava a lei.....

29.E Stella piangea forte da sè stessa
De' bei figliuoli che perduti avea;
Spesso per la prigion si tramortia
Chiamando sempre la Vergin Maria.

31.Era un Romito in quella selva folta.....
E in su la riva del fiume venia.....
In que' figliuoli un giorno si scontrava,
Maravigliossi, e forte li guardava.

32.Ed una voce per l'aer favella;
«Togli, santo Romito, e va alla cella.....»

35.Or giungendo alla cella in sulla porta
Una cerva bellissima ha scontrata;.....
Cristo benigno sì l'ebbe mandata.
La bianca cerva in terra si distese;
Di dio la grazia il buon romito intese.

36.Le poppe in bocca a' pargoletti pose:
Gemea la cerva per gran tenerezza.....

37.Da que' figliuoli mai si dipartia,
Sempre stava con lor nella celletta.....
Così cresceva la brigata in fretta,
Tanto che ognun con suoi piedi ne gia
Le catenelle in simile crescevano,
Che i putti dilettosi al collo avevano.

40.Poi che fur grandi si partir dal sito:
A spasso andavan per la selva folta;
Cristo benigno, ch'è signor gradito,
Spesso per un suo angelo gli manda
Pane che sazia con altra vivanda.

Il resto della Istoria della regina Stella e Mattabruna, cioè il modo in cui accade l'agnizione de' figliuoli e si riconosce l'innocenza della madre, è diverso in tutto dalla fiaba nostra.—Cf. De Gubernatis, Novelline di Santo Stefano di Calcinaja: XVI. Il Re di Napoli, ed anche XV. I Cagnuolini. Pitrè (Op. cit.) Li figghi di lu cavuliciddaru (Palermo); La cammisa di lu gran jucaturi e l'auceddu parlanti (Montevago); Suli e Luna (Capaci); Stilla d'oru e Stilla Diana (Casteltermini); Lu Re Turcu (Noto). Se ne legge un'altra lezione di Palermo, sotto il titolo di Re Sonnu nel Nuovo saggio di Fiabe e Novelle popolari siciliane, raccolte ed illustrate da Giuseppe Pitrè (Estratto dalla Rivista di filologia romanza, vol. I fasc. II e III). Imola, tip. d'Ignazio Galeati e figlio, via del Corso, 35. 1873. Vedi anche nell'opera della Gonzenbach la novella siciliana intitolata: Die verstossene Königin und ihre beiden ausgesetzten Kinder. Ridotta la fiaba a semplice novella e ravvicinata alla Storia di Genoveffa di Brabante si ritrova nella seguente panzana milanese.

LA REGINNA IN DEL DESERT.

Gh'era ona volta on fiœu d'ona Reginna, e l'ha tolt mièe, l'ha tolt ona bravissima giovina, e l'era bonna che tutti in casa l'amaven. E invece a la Reginna mader la gh'era antipatica. Ven che al so fiœu ghe ven l'ordin che l'aveva de andà a la guerra; e, prima de andà, el gh'ha raccomandàa tant la soa mièe a la soa mamma. Apenna che l'è stàa via, lee la comincia a no disnà pu insemma, nè andà pu nella stanza, nè nient. E pœu la scriveva a so fiœu che soa mièe la se portava mal e che insomma la tegneva ona condotta minga bella. On po che l'è staa via lu, la gh'ha avuu on mas'c; e lee, la mader, on dì la ciama on so servitor e la ghe dis:—«Sent, te see bon de fà quel che te disi mì? Ti, te mancarà pu nient per tutt el temp de la toa vita.»—El dis:—«Sì, che la me comanda, che mi sont per obedilla.»—«Ti, te devet fa ona robba che te disi mi. Te devet andà cont la sposa del me fiœu per fà ona passeggiada, cercà de tiralla distant de chì, in d'on sit molto distant, in d'ona campagna, in d'ona foresta, e pœu te devet mazzàlla e portamm a casa la lingua.»—E lu, difatti, el fa quel che lee, la ghe dis. El va; e quand l'è in sto sit ch'el ved che l'è propizi per fa sta robba, el gh'ha minga coragg. In quel menter passa on pegorèe. Lu, el servitor, el ghe dis de vendegh vunna di so pegor: lu ghe le vend. E pœu le mazza e ghe trà foeura la lingua. E lee, la dis:—«Perchè t'hê mazzàa quella povera bestia lì?»—«Quand la vœur che gh'el disa, l'è perchè mi gh'hòo l'ordin de mazzalla lee, e portà a casa la so lengua.»—Allor lee la dis;—«Mi te ringrazi del to bon cœur, che te gh'het[]. Lassa fà de mi, che se fuss de vegnì anmò de vess recognossuda, non palesaròo mai a nissun che ti te set quel che m'ha salvaa la vita, fin al moment propizî,»—al moment che fuss mort la mader. Sta poverinna cosse la fa? la va in cerca d'on quaj sit distant, la va, la va, la viaggia per on quaj dì, fin chè la po trovà ona grotta de podè andà a ricoverass. E là, la viveva cont di frutt che gh'era, salvadegh: per bev, gh'era ona fontanella; e lee, l'andava là per bev quell'acqua piovana. Ven che on dì l'era là e la ved che ven là ona cavra: e allora, lee, la se domestega sta cavra. E la cavra, la viveva d'erba di pràa che gh'era; e lee, pœu, la se serviva del latt de la cavra per podè nodriss. Adess la lassem lì. El servitor, el va a casa; el ghe porta sta lengua a la Reginna; e lee, tutta contenta a vedè ch'el gh'ha faa quel che lee, la gh'ha ditt. Lee, la nuncia a tutta la côrt, a tutt i servitor, la mort de la nœura. In tra lee e sto servitor, fan fenta de stà su a curalla lor e mettela in del còfen[ii] lor. La ghe fa fà i esequi, tutt quell che gh'era de bisogn come ona mòrta; la porten via e gh'era el cofen vœud. E pœu gh'era el fiœu: la Reginna, la ciappa ona cassettinna e le mett denter e le mett in d'on foss, òn acqua che gh'era là e le fà andà giò per el navilli de nott, nascost de tutti. E lu, quel pover servitor, ghe tocca de fà tutt quell che la Reginna la ghe diseva, perchè la ghe intimava, che la gh'avaria fàa morì anca lu, se el parlava. Lu, sto pover omm, l'è andàa per vedè, se le podeva trovà de nascost per soccorrell; per tant cercà che l'ha faa, l'ha mai poduu reussì a trovall. Lee, la ghe scriv al so fiœu, che la soa sposa l'era morta e el fiolin anca lu che la gh'aveva avuu. Lu, el ricev sta notizia,... insomma l'era tutt fœura de lu del dispiasè. Intant el fiolin, quand l'è miss in de l'acqua in sta cassetta, l'è passàa in d'on sit che gh'era on molin. Gh'era là el mornèe[iii], el ved sta cassetta, el dis:—«Cosse l'è ch'el ven giò adess?»—El corr, el va a tœu on pal, el tira la cassetta taccàa, e el ved che gh'era denter on fiolin. El va, el ghe le porta là a la soa mièe, el ghe dis:—«Sent, post che ten latten vun, latta anca quest che l'è on fiolin de tetta, che mi gh'hoo trovàa ch'el vegneva giò in del navili.»—Lee, la guarda sto fiolin e la ved che l'era fassàa denter in di pattej inscì fin, che ghe pareven de battista. Lee, la dis:—«Quest chì l'è on fiœu d'on quaj scior.»—Ma però gh'era minga de marca in sui pattej[iv], che se gh'era la marca capiven che l'era on fiœu del Re. Lee, la mornera, l'ha bajlìi sto fiolin; el gh'aveva già on trij ann, gh'è mai vegnùu i so gent de lu e la mornera le tegneva insomma al so fiœu come s'el fuss stàa so, de lee, anca quell. Ven che la guerra la finiss. El fiœu de la Reginna, el ven a casa; e la soa mamma, la ghe dis:—«T'hê sentii che disgrazia, eh, ch'è success? che l'è morta la toa sposa, el to fiœu?»—E lu, el dis:—«Pur tropp gh'ho avùu on gran dispiasè.»—Lee, la ghe dis:—«Te dovaresset tœu[v] la tal!»—che gh'era vunna, che lee, la gh'aveva in piasè ch'el tœuresset. Lu, el ghe dis, ch'el vœur minga saveghen, perchè el ghe voreva tant ben a quella che gh'è morta. Ben, lu, l'andava semper a caccia, per cascià via la malinconia; e on dì el va inscì distant, el passa via de quel molin, el gh'aveva ona gran set. El ghe dis a la mornera de fagh el piasè de favorigh ona tazza d'acqua. Là, el ved sti fiolitt. El ghe dimanda se eren tutt so quij fiolitt; e lee, la mornera:—«No!»—la dis—«quest chì l'è on fiolin che l'ha pescàa on dì me marii che el vegniva giò per el navili in d'ona cassetta.»—La ghe dis:—«L'era piccol che mi l'hoo lattaa, e adess el tegni com'el fuss mè, ghe vœuj ben compagn di me, precis.»—E lu, el dis:—«Oh che bel fiœu! com'el me pias! m'è simpatich tant quel fiœu!»—Lu, el va innanz, el va a continoà la soa caccia. Quand l'è on certo sit, el ved che el can el boja; el boja, e lu, l'era adrèe per tirà, che ghe sia ona quaj legora, ona quaj legora, on quaj cossa de podè ciappà. E invece el can l'andava là a bojà e poeu el coreva indrèe a fà cera al padron; e lu, el dis:—«Prima de tirà, bisogna che vaga là a vedè cosse l'è che gh'è.»—Infin el va là, in dove l'è sta grotta, el ved che gh'è la ona donna; e lee, la ghe guarda e la resta lì incantada. Lu, el cognoss minga che la sia soa mièe, perchè lu, l'era tant persuas che la fuss propri morta; e lee, la ghe dis:—«Ah te me cognosset no? te me cognosset pu? Guarda on poo el can che el m'ha cognossùu.»—E lu el dis:—«Ma dio! dimm chi te set?»—E lee, la ghe dis:—«Sont toa mièe!»—«Come!»—el dis—«te see mia mièe? ma mia mièe l'è morta!»—«Si, se avessen eseguìi i orden che gh'han dàa a quel che m'ha compagnàa chì, saria morta; perchè invece el gh'ha avuu compassion, el m'ha lassàa al mond.»—E lu el dis:—«Dimm chi l'è quel che gh'aveva orden de mazzatt?»—La ghe dis:—«On servitor de la toa mader. Ma te preghi de no stà a dill; perchè lu el m'ha salvàa la mia vita e vœuj salvagh la soa.»—E la ghe dis, che a casa, lee, la voreva minga andà; che la menass in d'on quaj sit; che fin a che viveva soa socera, lee, la saria minga andada a la cort. Lu, allora, el pensa, el ghe dis:—«Te menaroo in d'on sit che hin[vi] povera gent de cœur; e sont persuas, quij là palesen a nessun de quel che succed.»—Le mena là al molin. El ghe dis a sta gent, de fagh sto piasè, se voreven tegnigh lì sta donna, che l'era on poo malada, e de assistela. Lor gh'han dit:—«Nun semm povera gent; ma quel che podem fa, tutt quel che pò stà de nun, nun el farem.»—Lu, el ghe mandava là tutt quel ch'el ghe fava de bisogn; finchè lee, la s'è recuperada on poo de salut. La vedeva sti fiolitt a giugà, la dimandava a la mornera se eren so; e lee, la gh'ha cuntàa l'istessa storia che la gh'aveva cuntàa al so marì; che quell là l'aveven ciappàa denter l'acqua. E la ghe dimanda l'epoca che l'han ciappàa sto fiœu dent in l'acqua. E allor, lee, ghe ven in ment che non pò vess che el so fiœu; perchè la mader de so marìi, la gh'aveva scritt che l'era mort anca el fiœu. Allora so marìi el va là; e lee, la ghe dis:—«T'hê minga trovàa domà la mièe, ma anca el to fiœu. Quest chì, l'è el to fiœu.»—E la Reginna a cà la saveva nient, che l'avess trovàa la soa sposa. Domà che lu pœu, con quel servitor, che l'è stàa el deliberator de soa mièe:—«Dimm tutt quel che mia mamma la t'ha ditt de fa contra a mia mièe. Abbia minga parura che mi.... La mia mamma la savarà nient de quel che te me diset; e te, de nascost te andarà là a vedè el me fiœu, a trovà la mia sposa; e quand la mia mamma la sarà morta, allora la mia sposa la vegnirà in casa e ti te tegneroo come on amis de casa e pu come on servitor.»—S'ciao, quand la mader la fu stada morta, alor el Re, el ven in casa con la soa mièe e el so fiœu, cont el mornèe e la mornera e cont el servitor, pacificamente.

[] Del to bon cœur, che te gh'het, forma pleonastica, impossibile a rendersi in italiano, dove sarebbe mostruosa. Similmente più giù troveremo: come s'el fuss sta so, de lee; e continuamente si odono a Milano, el me, de mi; el so, de lu; e simili locuzioni.

[ii] Còfen, è spiegato del Cherubini:—«Specie particolare di cassa da morti, fatta come a culla;»—e risponde precisamente al coffin inglese. Il Settembrini, traducendo con ingenua eleganza il Lucio del Samosatense, adopera in questo senso il vocabolo atauto:—«Io mi rancurava che doveva essere scannato e neppure morto giacere in pace, ma chiudere dentro di me la povera giovane ed essere l'atauto di quella innocente;»—ed annota:—«Atauto è voce spagnuola, ataùd. Il Giambullari l'usa nel IV Libro della sua Storia, dove dice che il conte Fernando di Castiglia, uccise di sua mano il conte di Tolosa: Il che fatto, comandò che e' fusse rivestito onoratamente di drappi moreschi, e riposto in atauto sontuosissimo. I Napolitani hanno tauto, che non è nè bara, nè feretro, nè cataletto, ma cassa mortuaria. Io sarei tentato a dir piuttosto tauto, parola già modificata italianamente da un popolo italiano, che atauto, usata una sola volta dal Giambullari, il quale la copiò da qualche storico spagnuolo.»—Questo termine spagnuolo ataùd, è tanto bello, che sebbene i francesi ne abbiano uno perfettamente corrispondente in cercueil, il Branthôme cercò di gallicizzarlo e parlando di Bartolomeo d'Alviano, dice: Quel convoy et quelle pompe funèbre! Celle de messire Bertrand de Glesquin fust bien plus belle et plus honnorable, lequel estant mort devant le Chasteau—Randon et ceux de dedans s'estant rendus, fust ordonné et advisé par ceux de l'armée qui commandarent amprès luy, qu'on porteroit sur son tahu, où estoit le corps, les clefs, en signe d'obediance et humilité.

[iii] Mornée, mugnajo e Mornera, mugnaja.

[iv] Pattej (plur. di pattell) pezze, fasce pe' bimbi.

[v] Tœu assolutamente, per: torre in moglie. Dice una canzonetta popolare:

La bella bionda la va al poggiœu
Si gh'è on bel giovin che le vaur tœu.
Vun le vœur, l'alter le vœur.
La bella bionda ghe creppa el cœur.

[vi] Hin, sono, parola che parrebbe chinese. Si narra per ischerzo d'una signora, che andando a far visita a delle amiche, chiese alla portinaja se le padrone fossero in casa:—«Gh'hin?—cioè, ci sono? La portinaia chiede al cuoco delle signore, che usciva per far la spesa:—«Gh'hin?»—Il cuoco si volge alla domestica, che sciorinava e spolverava i tappeti ad una finestra, la quale affacciava sul cortile:—«Gh'hin?»—La domestica risponde al cuoco:—«Gh'hin!»—Il cuoco ripete alla portinaia:—«Gh'hin!»— E la portinaia dice alla visitatrice:—«Gh'hin, gh'hin!»—

[2] Usano sempre il sortire per uscir di casa. Più d'una volta m'è accaduto di domandare a qualche domestico o domestica se il padrone o la padrona fossero usciti e di sentirmi rispondere, quasi per correggermi e farmi la lezione: Sono sortiti. Ma tutti i ben parlanti, spero, persevereranno a dare al verbo sortire i soli significati antichi di aver in sorte e fare una sortita.

[3] Maestà, diceva la novellaja, più volentieri e più spesso di Sua Maestà, come si suol dire nella lingua aulica; e diceva bene, non essendo razionale l'uso del pronome possessivo, quando non ci sia a che riferirlo.